Che la sensualità sia vacuità è risaputo; si dice anche che la vacuità è sensualità. Chi comprende questa profonda verità non ha bisogno di trasmutare polvere di cinabro. Bisogna sopportare pene e fatiche, senza rinunciare a una condotta irreprensibilmente virtuosa.
Quando verrà il momento e il lavoro sarà compiuto, rivolgerai al cielo il volto dell'immortale che vive nell'eternità.
Il racconto ci ha detto come Rivale del Pianeta Malefico fece sbarrare le porte prima di mettersi alla ricerca di Scimmiotto. La caccia proseguì fino a sera con grande impegno e agitazione, ma non diede frutto.
Infine il re diavolo convocò le sue truppe nel Padiglione degli Scorticati per dare le consegne. Ogni porta doveva essere adeguatamente vigilata, le guardie dovevano chiedere la parola d'ordine, agitare le campanelle, battere il tamburo e schioccare le nacchere. Le ronde dovevano pattugliare con sciabola sguainata e freccia all'arco.
Il moscerino Scimmiotto si era posato sull'architrave; quando li vide occupati ad adottare tante severe misure, pensò bene di andare in visita dalla regina. La trovò scoraggiata e accasciata, che piangeva e gemeva. Si posò sulla nera nube dei suoi capelli scompigliati e la sentì dire: "O signore!
Di certo ci è accaduto, nelle vite anteriori,
Di fare un passo falso, bruciare bastoncini
Incrinati d'incenso. Dopo tre lunghi anni
Che siamo separati, mi è giunto il tuo messaggio.
Ma per quel malinteso sopra i sonagli d'oro
È morto il messaggero, perduta ogni speranza.
Eppure il mio pensiero solo a te so rivolgere."
Scimmiotto si spostò dietro il lobo dell'orecchio e bisbigliò: "Rassicuratevi, dama Santo Palazzo. Sono ancora il reverendo Scimmiotto, quello che vi era stato inviato dal vostro re: non sono morto. Sono stato incauto nel maneggiare i sonagli e non sono riuscito a disimpegnarmi in tempo quando mi hanno aggredito; perciò ho preferito trasformarmi in moscerino e restare nascosto qui dentro. Che ne direste di riprovare? Non potreste trattare il mostro da moglie amorosa e portarvelo a letto? A me darebbe libertà di movimenti, e la possibilità di architettare qualcos'altro per liberarvi."
La regina si spaventò; le venne il batticuore, tremava come una foglia e si sentiva svenire: "Sei uomo o fantasma?"
"Né una cosa né l'altra. Al momento, come vi dicevo, sono un moscerino. Non abbiate paura; pensate a far venire qui il re diavolo."
"Incubo, lasciami!" mormorò lei con un filo di voce, sbarrando gli occhi. Credeva di sognare.
"Non volevo spaventarvi. Aprite la mano, che ci salto sopra e mi faccio vedere."
Lei tese la sinistra e l'insetto si posò sul palmo delicato. Si sarebbe detto
Un pisellino su un botton di loto,
Ape sulla peonia,
Un chicco d'uva in grembo ad un'ortensia,
Un granello sul giglio.
Santo Palazzo d'Oro levò il palmo della mano all'altezza degli occhi e chiamò: "Divino monaco!" "Eccomi qua" rispose Scimmiotto ronzando. Lei si dovette convincere e chiese: "Che cosa contate di fare, mentre distrarrò quel bruto?"
"Gli antichi avevano due detti: la via dell'alcol è la più corta per giungere alla rovina; ma anche: bevi per dimenticare. In effetti l'alcol ha diversi usi. Il più efficace è di farlo bere agli altri. Chiamate una delle vostre cameriere: io prenderò le sue sembianze e potrò restarvi vicino senza destar sospetto, e agire al momento giusto."
La dama chiamò: "Grazia di Primavera!", e una bella volpicina dal volto di giada venne a inginocchiarsi davanti a lei: "Ordinate, signora."
"Fa accendere le lanterne di garza e bruciare muschio. Voglio invitare sua maestà a venire a letto."
Sette od otto spiriti volpi e cerbiatte si munirono di lanterne e di bruciaprofumi e fecero ala alla signora, che si alzò con le mani incrociate sul petto.
Nel frattempo Scimmiotto si era posato sulla bella volpicina e aveva mutato uno dei propri peli in un insetto del sonno: quando esso penetra nel naso, l'effetto è irresistibile. La ragazza si sentì invasa dal torpore e si diresse barcollando verso il letto, dove cadde riversa e ci restò a russare pacificamente. Scimmiotto prese il suo aspetto e si mise in fila con le altre cameriere.
Quando un mostriciattolo informò il re diavolo che la signora veniva a trovarlo, egli uscì dal Padiglione degli Scorticati a incontrarla.
"Grande re, ora che l'incendio è domato e quel brigante è scomparso, potreste venire da me a prendere un po' di riposo."
"Signora" rispose lusingato il mostro, "vi sono davvero grato della vostra attenzione. Ma sono inquieto, perché quel brigante non è stato scovato ed è molto pericoloso. Non è altri che Scimmiotto Consapevole del Vuoto, che ha messo in fuga il mio ricognitore, ucciso il mio messaggero e si è fatto beffe di me in tutti i modi."
"Evidentemente è riuscito a scappare. Non potete perdere il sonno per questo; venite con me!"
Il diavolo era troppo tentato per rifiutare. Diede tutte le consegne di vigilanza e di prudenza, e seguì la regina nel palazzo posteriore con il corteo delle cameriere, fra cui la falsa Grazia di Primavera.
"Servite a sua maestà del vino, per ristorarlo delle sue fatiche" ordinò la regina.
"Mi farà piacere" disse il re diavolo. "Portatene molto, perché servirà a ristorare anche la signora."
A mescere si apprestò appunto Grazia di Primavera, mentre le altre portavano tavoli e seggiole, e servivano frutta e piattini di cacciagione. Dopo il primo giro di coppe, la bella cameriera ne propose un secondo: "Questa è la prima volta che scambiate le coppe; doppio scambio porta doppia felicità."
Dopo il secondo brindisi, Grazia di Primavera propose: "Maestà, per questo felice incontro con la signora, non converrà che le cameriere mostrino la loro abilità nel canto e nella danza?"
Subito gli strumenti vennero accordati, e si continuò a bere fra canti e danze. Poi la signora fece ritirare le altre dietro il paravento e trattenne la sola Grazia di Primavera, che continuava a mescere. La signora mormorava paroline dolci, ed era così seducente che il re diavolo fondeva come neve al sole ed era pieno di voglie. Ma come affrontare quelle spine urticanti nascoste sotto le gonne? Il pover'uomo si trovava nella situazione del gatto che addenta una vescica: tanta eccitazione, nessuna soddisfazione.
Dopo molti giochetti e risatine, la regina si arrischiò ad affrontare l'argomento che le premeva: "Il tesoro di vostra maestà non avrà subito danni?"
"Non sarebbe facile danneggiare oggetti forgiati prima della separazione del cielo e della terra. È bruciata soltanto la pelle di leopardo che li avvolgeva."
"E ora come li custodirete?"
"Non c'è problema. Li ho appesi di nuovo alla mia cintura."
Allora la falsa Grazia di Primavera, di soppiatto, si strappò alcuni peli, li ridusse in minuti frammenti e li soffiò addosso al re diavolo. I frammenti si trasformarono nelle tre specie di insetti odiosi: pulci, pidocchi e cimici. Essi si insinuarono sotto i vestiti e partirono selvaggiamente all'attacco. Il malcapitato cercò disperatamente di grattarsi, fece qualche preda e si avvicinò alla lampada per vedere di che cosa si trattasse: erano pulci belle grasse. La dama fu colta da un brivido di disgusto e osservò: "Presumo che la vostra biancheria non veda il bucato da qualche tempo."
"Dio mio, non mi ero mai trovato addosso bestie come queste" esclamò il diavolo molto imbarazzato. "Hanno scelto il momento peggiore per coprirmi di vergogna."
"Vostra maestà non si stia a vergognare" disse ridendo la dama. "Non si dice: anche l'imperatore ha le sue pulci, ma sono pulci imperiali? Levatevi gli abiti, vi aiuterò a ripulirli."
Il diavolo si spogliò di buon grado. Grazia di Primavera osservava le bestiole che venivano alla luce a ogni successivo strato di vestiario: le pulci saltavano, le cimici succhiavano, i pidocchi formicolavano a grappoli interi. Sulla nuda carne, anche i sonagli d'oro che vi erano legati scomparivano sotto innumerevoli insetti.
"Date qui, maestà" disse la cameriera, "bisogna fare piazza pulita di questa porcheria."
Quando ebbe i sonagli in mano, mentre si dava l'aria di spolverarli, ne fabbricò di falsi mediante la trasformazione di un pelo e si nascose addosso quelli autentici. Poi, con una scossetta, ricuperò i peli già trasformati in insetti. Quando restituì i falsi sonagli puliti e lucenti, il re diavolo non sospettò l'inganno e li consegnò alla regina: "Mi raccomando, questa volta custoditeli con cura." La dama li prese cautamente e li depose in un cofano d'abiti, che chiuse con un lucchetto d'oro.
Si trattennero a bere un altro po', finché la regina ordinò di preparare il letto d'avorio con coperte di seta: "Spero che vostra maestà vorrà dormire con me."
"Magari potessi! Ma, sapete, non ho fortuna..." diceva il re diavolo. "Non oso farvi compagnia. Sarà meglio che mi prestiate una delle vostre cameriere, e che me la porti a letto nell'ala ovest." E se ne andò facendole tanti piccoli saluti gentili.
Il gong e le nacchere suonavano mezzanotte. Il bravo Scimmiotto, che aveva raggiunto il suo scopo, si rese invisibile e, dopo avere ricuperato anche il pelo trasformato in insetto del sonno, si avviò al portone della grotta. Qui giunto, puntò la sua sbarra e le impresse il movimento che apre le serrature: catene e catenacci caddero a terra e i battenti si aprirono lentamente. Il Novizio uscì all'aperto, si allontanò di qualche passo e gridò con voce tonante: "Rivale del Pianeta Malefico, restituisci Santo Palazzo d'Oro!"
Al grido ripetuto, la folla dei mostri grandi e piccoli fu messa in allarme e corse alla porta. I battenti erano spalancati. Prima di avvertire sua maestà, rimasero per un po' indaffarati, con le loro lanterne, a cercare e rimettere al loro posto i catenacci caduti al suolo.
Le servette corsero a dire sottovoce: "Zitti, per carità! Sua maestà dorme." Per questa ragione, benché Scimmiotto facesse il diavolo a quattro, nessuno osava entrare a riferire il messaggio. Per farli decidere, il Novizio dovette picchiare la sua sbarra sul portone: a questo punto il baccano fu tale che si annunciò da sé. Il re saltò dal letto in mutande, e uscì a precipizio dalle cortine di garza per vedere che cosa succedeva.
"Signore" spiegarono le servette inginocchiate, "non sappiamo chi sia. È qualcuno che passa la notte là fuori a gridare insulti, e adesso se l'è presa con il nostro portone."
Ed ecco arrivare i mostriciattoli portinai, che si prosternarono e balbettarono: "Qualcuno, là fuori, ingiuria e reclama Santo Palazzo d'Oro. Abbiamo cercato di zittirlo, ma è un incredibile maleducato: risponde ai nostri rimproveri con parolacce immonde. Non vedendovi comparire, ha preso a battere sulla porta."
"Non aprite! Chiedetegli chi è e da dove viene, e fatemi sapere che cosa risponde."
Un mostricino tremante si accostò al portone e chiese: "Chi bussa?"
"Sono il nonno! Devo riportare Santo Palazzo a Viola Porpora."
Il mostro corse a riferire. Il diavolo si recò nei quartieri della signora per chiedere chiarimenti. Lei si alzò tutta spettinata e si aggiustò come poté per riceverlo, senza avere nemmeno il tempo di far toilette. Un altro mostriciattolo corse ad annunciare: "Quel signor Nonno ha buttato giù il portone."
"Signora" chiese il diavolo, "c'è un certo Nonno fra i generali e capitani alla corte di Viola Porpora?"
"Non ricordo davvero i loro nomi. Solo a corte c'erano quarantotto brigate e mille comandanti scelti; alle frontiere del paese, non so nemmeno quanti. Io mi occupavo solo della gestione di casa."
"Questo intruso dice di chiamarsi Nonno. Non mi pare che sia un nome scritto nel Classico dei patronimici. Voi che siete più colta di me e avete avuto un'educazione nobiliare, avete mai letto o sentito un nome simile?"
"Non saprei. Sarà forse nel Testo dei mille caratteri?"
"Ecco, sarà citato là dentro" esclamò il diavolo soddisfatto. Andò a indossare l'armatura, schierò le truppe e andò incontro al nemico impugnando l'ascia Spandi Fiori. Gridò con voce tonante: "Dov'è questo signor Nonno che viene da Viola Porpora?"
Scimmiotto si fece avanti: "Eccomi qua, saggio nipote."
"Ma come!" sbottò il mostro adirato. "Dove hai trovato la sfacciataggine di venirmi a sfidare, con quell'aspetto a metà tra il fantasma e il macaco?"
"Brutto imbroglione!" gli rise in faccia Scimmiotto. "Sembri avere occhi in faccia, ma non ti servono a niente. Cinquecento anni fa, quando in cielo correvo la cavallina, non c'era dio o guerriero che non mi desse dell'onorevole; sta sicuro che chiamarmi adorato nonno non può farti che bene."
"Sbrigati a farmi sapere come ti chiami, e quali sono le tue referenze militari."
"Male t'incoglie a chiedermelo: quando te l'avrò detto, non saprai più dove nasconderti. [...]".
Udito il racconto della vita e delle gesta di Scimmiotto, il re diavolo commentò: "Dunque sei quel tizio che combinò tanti guai in paradiso. Ma se ora proteggi il monaco cinese che si dirige a occidente, perché non vai con lui per la tua strada? Che bisogno avevi di immischiarti nei fatti degli altri e di comportarti da servo del re di Viola Porpora?"
"Brigante che non sei altro!" gridò Scimmiotto. "Non sai quello che dici. Il re di Viola Porpora mi rende i più alti onori. La mia dignità è molto più elevata della sua: lui mi onora come un antenato e mi serve come una divinità. Come osi darmi del servo? Tuo nonno si è proprio stufato. Ora vedrai, fellone ribelle."
Il diavolo parò il primo colpo con il manico della sua ascia. Un bello scontro!
Sbarra cerchiata d'oro A Piacer Vostro e ascia Spandi Fiori, più tagliente del vento; uno sprizza faville, l'altro digrigna i denti. Sputano nebbie e brume fino ai palazzi del cielo, sollevano un polverone da offuscare l'Orsa Maggiore: vanno, vengono, ribattono i colpi, girano e rigirano come saette.
Uno vuol riportare la regina nella capitale, l'altro vuole tenerla per sé.
Una cinquantina di riprese non decisero l'esito, ma convinsero il re diavolo che, ad armi pari, quell'avversario era un osso troppo duro per lui. Perciò propose: "Fermiamoci un momento, Scimmiotto. Non mi hai dato nemmeno il tempo di far colazione; mangio qualcosa e ritorno subito da te."
Scimmiotto capì benissimo che l'intenzione era di andarsi a munire dei sonagli. Abbassò l'arma e disse: "Il prode non insegue la lepre sfiatata. Buon appetito, e torna subito a farti conciare per le feste."
Il mostro rientrò in casa e corse dalla dama: "Presto, datemi il mio tesoro."
"Che cosa intendete farne?"
"Mi serve contro quell'imbroglione del mio avversario. Non si chiama Nonno, è il maledetto Scimmiotto. Non è facile da battere, ma se uso i sonagli lo brucio in un baleno."
La dama tergiversava, ma non osò resistere alle sue insistenze per non destar sospetti; gli consegnò i sonagli e, non appena il mostro corse fuori, si sciolse in lacrime al pensiero della brutta fine che il suo paladino stava per incontrare.
Il mostro si collocò con il vento alle spalle e gridò: "Guarda, Scimmiotto, che bei giocattoli ho portato."
"Niente male" rise il Novizio. "Ma anch'io ho i miei."
"Di che cosa si tratta? Fammi vedere."
Scimmiotto, per ordine, ridusse la sua barra alle dimensioni di un ago da ricamo, se la infilò dietro l'orecchia e cavò flemmaticamente dalla cintura i tre sonagli, che tra parentesi erano quelli autentici: "Ecco qua."
"Che strano!" si meravigliò il mostro. "Come mai sono identici ai miei? A fabbricarli insieme, ne uscirebbe pur sempre qualche graffio diverso o segno particolare: qui non si vede la minima differenza. Da dove vengono?"
"E i tuoi da dove vengono, saggio nipote?"
"I miei" rispose ingenuamente il mostro
"vengono dal profondo della Via Lattea; furono
Da Laozi raffinati nel forno Otto Trigrammi."
"Anche i miei" rise Scimmiotto.
"Come fu?"
"Il patriarca del Tao, raffinando elisir,
Mise a cuocere in forno anche questi sonagli.
Due volte tre fa sei: sono tesori in serie.
Se quelli sono i maschi, i miei sono le femmine."
"Non sono mica bestie" obiettò il re diavolo. "Come si distinguerebbero sonagli maschio da sonagli femmina? La sola differenza che conta è che cosa sanno fare quando li si scuote."
"Giusto, proviamoli. Comincia tu."
Il diavolo li agitò uno dopo l'altro, senza ottenere niente: né fuoco dal primo, né fumo dal secondo, né sabbia dal terzo.
"Che strana faccenda" borbottava preoccupato. "Saranno di quella specie di maschi che si fanno metter sotto dalle loro femmine: gli basta vederle, per non saper più che pesci pigliare."
"Saggio nipote" sghignazzò Scimmiotto, "adesso è il mio turno: sta a vedere."
La brava scimmia impugnò i tre sonagli e li scosse tutti insieme: ed ecco scaturire vampe scarlatte da illuminare tutta la montagna, torrenti di fumo da oscurarla, e sabbia gialla in quantità. Il grande santo si volse a sud ovest e ordinò: "Lévati, vento!" e quello incominciò a soffiare nella direzione più opportuna. Rivale del Pianeta Malefico, in mezzo all'incendio universale, si vide perduto senza via d'uscita.
In quel momento, dall'alto del cielo, si udì un richiamo: "Consapevole del Vuoto, eccomi qua."
Scimmiotto alzò la testa e vide la pusa Guanyin, con il suo vaso immacolato e il ramo di salice, che aspergeva le fiamme per spegnerle. Scimmiotto fece scomparire destramente i sonagli, mentre le gocce di rugiada benedetta eliminavano rapidamente ogni traccia d'incendio.
"Scusate, grande compassionevole, se mi sono trovato inavvertitamente sul vostro cammino. Posso chiedervi dove siete diretta?"
"Sono venuta a riprendermi questa creatura malefica."
"Si può sapere chi è questo impudente, che vi costringe a mettervi in viaggio per venirlo a cercare?"
"È il cane lupo di pelo giallo che adopero a volte come cavalcatura. Ha colto un momento in cui il suo custode dormiva, per spezzare con i denti la catena e fuggire quaggiù. È venuto a compiere la maledizione che gravava sul re di Viola Porpora."
"A me risulta che ha umiliato il re e ha violato il buon costume cercando di stuprare la regina. In pratica, non ha fatto altro che combinare guai."
"Non sai tutto. Quando l'attuale re era ancora principe ereditario, amava molto la caccia. Una volta si imbatté nei due figli, maschio e femmina, dell'illustre re e pusa Pavone e della madre-buddha dell'Ovest, e li colpì con una freccia. Il maschio ci lasciò le penne; la femmina, benché ferita, riuscì a ritornare a casa. Sua madre, addolorata, decretò che il colpevole sarebbe stato separato per tre anni dalla propria compagna, e afflitto dalla malattia che colpisce gli uccelli vedovati. Fui testimone di queste cose mentre andavo attorno a cavallo del mio cane lupo. Non mi resi conto che lui ascoltava tutto e non immaginai che si sarebbe incaricato dell'esecuzione. Ma ora i tre anni sono trascorsi e il tempo è scaduto. Tu sei arrivato al momento giusto, e per me è tempo di ricuperare il mio mezzo di trasporto."
"Pusa, mettetela come volete, ma questa brutta bestia ha trasgredito un bel po' di leggi e meritato la pena di morte. Visto che siete venuta fin qui, non pretendo di arrivare a tanto, ma un castigo ci vuole. Diciamo che potrei dargli venti bastonate; dopo di che ve lo porterete via."
"Consapevole del Vuoto" rispose Guanyin, "sai benissimo che, dopo venti bastonate di quelle che dài tu, mi riporterei a casa un cencio senza vita. Devi concedere l'indulgenza plenaria; fallo per riguardo a me."
Scimmiotto non osò opporsi, e si accontentò di commentare: "In ogni caso sarà bene che non lo lasciate andare in giro solo: è un pericolo pubblico."
"Su, brutta bestia" gridò la pusa al cane, "si torna a casa! Che cosa credi di esserti meritato?"
La bestia riprese il suo normale aspetto, scosse il pelo e si avvicinò docilmente. La pusa gli sedette in groppa, ma si accorse che dal collare mancavano i tre sonagli.
"Consapevole del Vuoto, tirali fuori!"
"Non so di che cosa parliate."
"Furfante di una scimmia, non farmi perdere la pazienza e restituisci i sonagli" si mise a urlare Guanyin. "Chi altri avrebbe messo le mani addosso a questa bestia, a rischio di farsi mangiar vivo?"
"Davvero, non so dove siano finiti" insisté Scimmiotto arrischiando un sorriso di sbieco.
"Ho capito. Tu non hai visto i sonagli, e io allora recito l'incantesimo del cerchio."
"Ferma, per carità" supplicò Scimmiotto spaventato. "Scherzavo: eccoli, i vostri sonagli."
È il caso di dirlo:
Chi ha staccato i sonagli dal collare?
Chi prima li attaccò lo può spiegare.
La pusa sistemò il collare della sua cavalcatura e montò in alto diretta verso i mari del Sud,
Dei fior di loto facendo cuscino,
Col corpo avviluppato in fili d'oro.
Scimmiotto, da parte sua, penetrò nella Grotta dell'Unicorno e fece piazza pulita di tutti i mostri che conteneva. Poi si rassettò e andò a invitare Santo Palazzo a ritornare dai suoi. La regina lo accolse con molte gentilezze e lui le raccontò tutti i particolari delle ultime vicende e degli antefatti. Quindi si procurò un mucchio di morbida paglia e l'annodò in forma di drago: "Ora, signora, sedetevi qui sopra e chiudete gli occhi. Non abbiate paura: la nostra destinazione è il palazzo reale, da vostro marito." Mentre Scimmiotto usava i suoi poteri magici, la dama gli ubbidiva scrupolosamente: udì soltanto il vento sibilare nelle orecchie.
In meno di un'ora raggiunsero la città. Scimmiotto gridò: "Ora, signora, potete aprire gli occhi."
La regina li spalancò, e riconobbe le torri e i padiglioni che le erano familiari. Piena di gioia, si alzò dal drago di paglia su cui era seduta e corse alla sala d'udienza, seguita dal Novizio.
Il re scese dal trono a precipizio per andarle incontro, ma, quando tese la mano a toccarla, la ritrasse gemendo: "Dio, che male!" e cadde svenuto.
Porcellino scoppiò a ridere: "Ma guarda che sfortuna! La desiderava tanto, che quando l'ha rivista è caduto morto."
"Scemo" gli disse Scimmiotto, "vorrei vedere te."
"Devo provare ad abbracciarla?"
"A tuo rischio, caro mio. A questa signora sono cresciuti degli aculei velenosi su tutto il corpo. Il mostro che l'aveva rapita non poté mai toccarla: ci provò una volta all'inizio, e sentì un tale dolore che bastò a tenerlo alla larga per tutti i tre anni successivi."
"Ma allora, come faremo?" chiedevano allarmati i funzionari, a sentire queste spiegazioni. Intanto le mogli Palazzo d'Argento e Palazzo di Giada si prendevano cura del re, lo facevano ritornare in sé e lo aiutavano ad alzarsi.
Mentre tutti erano disorientati, una voce dall'alto gridò: "Eccomi, grande santo!" Scimmiotto alzò gli occhi e vide:
Gru battono le ali, lanciando i loro lunghi gridi; la brezza porta spirali di luce splendente. Brume e nuvole sembrano uscire dal mantello del nuovo arrivato. Ai piedi sandali di paglia di foggia insolita; in mano uno scacciamosche di barbe di drago; alla vita una cintura di seta.
Erra qua e là sulla terra, a proprio agio e arbitrio, e dovunque annoda il destino degli uomini.
È l'immortale della Nube di Porpora, sceso dalle alte sfere per disperdere l'incantesimo.
"Qual buon vento ti conduce qui, Zhang Ziyang?" chiese Scimmiotto andandogli incontro.
"Grande santo, l'umile immortale Zhang Boduan ti porge i suoi rispetti."
"Da dove vieni?" chiese Scimmiotto.
"Vengo da casa. Mi ero trovato a passare da queste parti tre anni fa, mentre andavo dal Buddha per una congregazione. Vidi la prepotenza che subiva il re e m'inquietai per l'afflizione della regina: se il mostro se la fosse portata a letto, in dispregio ai buoni principi, la storia non avrebbe potuto concludersi come se niente fosse stato. Presi allora un vecchio vestito di fibre di palma e lo trasformai in un bell'abito da sposa dei cinque colori, nuovo di zecca. Lo presentai come regalo di nozze; quando la regina se lo infilò, le fibre si trasformarono in aculei velenosi rivolti all'esterno e si radicarono sulla sua pelle. Ora che ho appreso come il tuo intervento sia stato coronato dal successo, sono venuto a rimettere le cose al loro posto."
"Grazie, amico mio; fai quello che devi."
L'immortale si avvicinò alla regina e le puntò contro il dito: subito il vestito di fibre cadde a terra e lasciò il suo corpo più liscio che mai. L'immortale raccolse il vestito, lo scosse e lo ripiegò: "Ora scusa tanto, grande santo, devo correre via."
"Aspetta; il re ti vorrà ringraziare."
"Non è il caso che si disturbi" rispose ridendo l'immortale; fece una riverenza e volò via.
Re, regina e cortigiani pregarono per un pezzo, rivolti al cielo. Poi si aprì il padiglione dell'est e incominciarono le feste di ringraziamento in onore dei quattro pellegrini.
Mentre si mangiava allegramente, Scimmiotto gridò: "Maestro, fate vedere quella dichiarazione di guerra!" Il reverendo se la tolse dalla manica e la porse al Novizio, che a sua volta la presentò al re spiegando: "Questo documento era indirizzato a voi; lo portava il giovane messaggero cui ruppi la testa e di cui vi mostrai il corpo. Fu con il suo aspetto che mi presentai nella grotta del mostro e riuscii a giungere fino alla regina; per quanto entrare risultasse più facile che uscire." Tutti gli avvenimenti furono narrati con abbondanza di particolari.
"Il felice successo" aggiunse Tripitaka a mo' di conclusione, "è dovuto in primo luogo alla fortuna che accompagna la saggezza di vostra maestà; il merito del mio indegno discepolo viene solo al secondo posto. Il banchetto che ci avete offerto si può ben dire perfetto. Vi ringraziamo, ma ora è giunto per noi il momento di prendere congedo: non possiamo ritardare ulteriormente il nostro pellegrinaggio a Occidente."
Le preghiere del re di prolungare il soggiorno non ebbero successo, ed egli si decise a vistare i passaporti e a far preparare la carrozza reale; invitò Tripitaka a salirvi, mentre lui con la regina e le altre spose l'avrebbero tirata. Furono così accompagnati fino al punto in cui presero commiato.
È il caso di dirlo:
Purga il destino ogni malinconia,
Lo spirito riposa nell'assenza
D'ogni pensiero.
Quali avvenimenti lieti e tristi sarebbero seguiti a questa partenza? Ascoltateli nel prossimo capitolo.