Il racconto ci ha narrato come Tripitaka, congedatosi dal re di Viola Porpora, riprese il suo cammino. Quante montagne e pianure dovette percorrere, quanti corsi d'acqua guadare! Dopo l'autunno giunse l'inverno, che fu sostituito dalla splendente primavera.
Maestro e discepoli camminavano godendo appunto il rinnovarsi della vegetazione, quando scorsero a qualche distanza un romitaggio circondato da un boschetto. Tripitaka si fermò sul ciglio della strada e smontò da cavallo.
"Maestro" domandò Scimmiotto, "perché ci fermiamo? Non ci sono ostacoli in vista."
"Non hai riguardo!" lo rimproverò Porcellino. "Il maestro è stanco di cavalcare, vorrà tirare il fiato."
"Non è per tirare il fiato. Vedo laggiù un'abitazione, e vorrei mendicare qualcosa da mangiare" disse Tripitaka.
"Vedi che non avevi capito?" rise Scimmiotto. "Andrò io a mendicare. L'adagio dice: maestro per un giorno, padre per la vita. Si è mai visto che i discepoli se ne restino seduti e mandino a mendicare il proprio maestro?"
"Lasciate fare a me" replicò Tripitaka. "Una volta tanto la meta è a portata di mano: non bisogna andarla a cercare chissà dove, a distanze che non siano alla mia portata."
"Maestro" intervenne Porcellino, "non sono d'accordo. Dice il proverbio: se tre persone vanno insieme, i pesi toccano al più giovane. Voi siete della generazione dei padri, noi di quella dei figli. Come dicono i vecchi libri, tocca a noi darci da fare. Lasciate che vada il vostro vecchio Porcellino."
"Fratelli" li ammonì Sabbioso, "non contrariate il maestro, o gli farete passare l'appetito."
Porcellino trasse dunque dalla sacca la ciotola delle elemosine e la consegnò a Tripitaka, che si diresse verso la proprietà. Era davvero un bel posticino.
Sul bordo del boschetto d'alberi antichi, s'incurva l'arco di un ponte di pietra che scavalca un ruscello frusciante. Il canto degli uccelli sale dal boschetto. La piccola capanna oltre il ponte è di linee semplici ed eleganti, un vero romitaggio di immortali. La finestrella coperta di edera potrebbe ornare il più pittoresco tempio taoista. Laggiù quattro belle ragazze ricamano disegni di fenici.
Il reverendo, alla vista delle ragazze, non osò farsi avanti. Evidentemente in famiglia non c'erano figli maschi. Si teneva nascosto dietro agli alberi che crescevano all'imbocco del ponte, e guardava quelle bellezze con tanto d'occhi. Esse mostravano
Solido cuor di donna e natura gioiosa.
Adornate di rose, con le labbra scarlatte,
Sopracciglia sottili di sicuro disegno
E crocchie di capelli come ali di cicala.
Ferme tra i fiori, le api sarebbero venute
Certo a suggerne il nettare, scambiandole per fiori.
Restò lì per un'ora, senza saper che fare. C'era un gran silenzio, senza canto di gallo né abbaiar di botolo. Si diceva: "Che figura farò con i miei discepoli? Si dirà che un maestro tanto incompetente da non saper nemmeno mendicare, non può certo guidare i suoi fino al Buddha."
Non trovando alternative, il reverendo finì per arrischiarsi sul ponte, benché il cuore gli dicesse che commetteva uno sbaglio. Vide allora un chiosco di legno di sandalo, in cui altre tre ragazze giocavano a palla(58); erano diverse dalle quattro ricamatrici.
Sventolano le larghe maniche turchese, si agitano le gonne pieghettate. Dalle maniche spuntano ditini di giada, come teneri germogli di bambù. Le gonne svelano minuscoli fior di loto.
La grazia di quei corpi è perfetta, nei movimenti vivaci. Tengono alta la testa e muovono le gambe con decoro e misura. Se avanzano, è gettar fiori oltre il muro; se indietreggiano, la grande traversata dell'oceano. Raccolgono i colpi con calma e li rinviano con precisione; sanno rinviare con l'anca e bloccare col piede. Sono vere virtuose; quando il colpo è buono, applaudono entusiaste.
Ma ormai sono tutte sudate, il belletto si scioglie sul viso, gli abiti di garza sono zuppi. L'eccitazione si calma, l'attenzione diminuisce e il gioco langue.
Non si finirebbe mai di descrivere il grazioso spettacolo. Ne parlano anche dei versi:
Fanciulle a primavera giocano con la palla.
Il sudore sui volti fa gocce di rugiada,
La polvere si posa sui fini sopraccigli
Come sopra le foglie del salice al ruscello.
Da quelle lunghe maniche spuntan dita sottili,
Le gonne pieghettate rivelano i piedini.
Il gioco appassionato le lascia senza forze,
Piene di seduzione coi capelli in disordine
E il petto sollevato dal respiro affannoso.
Tripitaka guardava e guardava; alla fine si sentì in obbligo di avanzare di qualche passo e gridare: "Care pusa, il destino del povero monaco che sono lo costringe a nutrirsi chiedendo l'elemosina."
Le ragazze lasciarono subito, chi il ricamo, chi la palla, e gli vennero incontro con risa e piccoli gridi: "Scusateci, reverendo, non vi avevamo visto. Venite a sedervi: non possiamo certo offrirvi l'elemosina in mezzo alla strada."
Tripitaka si diceva: "Meno male. L'Occidente è proprio terra del Buddha: anche le donne si sentono in obbligo di nutrire i monaci. Chissà quanto sarà grande la pietà degli uomini."
Salutò compunto e le seguì fino alla capanna. Si accorse che, oltre a quella e al chiosco di legno di sandalo, non c'erano altri edifici. Si vedevano soltanto
cime alte fino alle nuvole di una catena montuosa estesa fino al mare. Nove curve e nove meandri vegliano sulla porta oltre il ponte. Il frutteto è piantato di prugni e peschi carichi di frutti. Liane pendono dagli alberi. Si spande intorno il profumo di diecimila orchidee. Vista dall'esterno, la residenza rupestre è degna delle Isole Felici, il paesaggio montano è più bello del Monte Hua. È un ritiro lontano da ogni abitato, ma è rifugio di immortali perversi.
Una delle ragazze spinse un battente di pietra della porta e invitò il monaco a entrare; il reverendo ubbidì. Dentro tutto era di pietra, anche il tavolo e i sedili; l'atmosfera era cupa e fredda. Tripitaka si sentì invadere dall'inquietudine: "Questo posto non promette niente di buono."
Le ragazze erano sempre allegre e ridenti, e lo circondarono per farlo sedere. Lui ubbidì nuovamente, ma un brivido gli corse nella schiena.
"Da quale monastero venite, reverendo?" chiesero le ragazze. "Perché raccogliete fondi? Dovete costruire ponti, riparare strade, fondare una pagoda, innalzare una statua al Buddha, stampare sutra? Ci fate vedere il registro delle sottoscrizioni?"
"Io non sto raccogliendo sottoscrizioni."
"E allora che cosa siete venuto a fare da queste parti?"
"I grandi Tang dell'Est mi mandano a cercare le scritture nel Monastero del Colpo di Tuono del paradiso occidentale. Passavo per la vostra nobile regione, e la fame mi ha spinto ad accostarmi alla vostra sontuosa residenza per chiedere in elemosina un semplice pasto, con l'intenzione di ripartire subito."
"Benissimo. Dice l'adagio: più strada ha fatto il monaco, più sutra ha letto. Sorelle, accontentiamo il nostro ospite: prepariamogli un pasto di magro."
Tre ragazze gli tennero compagnia, e discussero dottamente con lui delle cause germinali e circostanziali del karma. Le altre si indaffaravano in cucina: rimboccarono maniche e gonne, nettarono le pentole e accesero il fuoco. Volete sapere i segreti della loro cucina? Misero al fuoco grasso umano e lo bruciarono ben bene, perché non fosse facile distinguerlo dalla pasta di glutine. Misero a friggere cervello umano per presentarlo in luogo del formaggio di soia. Poi portarono i piatti in tavola e dissero al reverendo: "Servitevi! Non abbiamo avuto il tempo di preparare un pasto più ricco, ma questo basterà a saziare l'appetito; e se non basta, ce n'è dell'altro."
Il reverendo annusò quegli odori di carne corrotta, e la gola gli si serrò. Si inchinò, giunse le mani e disse: "Care pusa, io ero vegetariano ancor prima di nascere."
"Ma reverendo" fecero le ragazze, scoppiando a ridere, "questi sono appunto piatti vegetariani."
"Amitâbha! Se mangiassi vegetali di questa specie, non riuscirei mai a raggiungere il reverendo dei reverendi e a ottenerne le scritture."
"Voi che avete lasciato la vostra famiglia, dovreste mangiare quello che vi dànno, e non fare tanto lo schizzinoso."
"Non è certo la mia intenzione. Da quando sono stato incaricato della mia missione, lungo tutta la strada dell'Ovest mi sono guardato dall'attentare alla vita, anche la più umile, e non ho incontrato sofferenza che non abbia lenito. Mi sono cibato grano a grano, e vestito filo a filo. Come oserei ora fare lo schizzinoso con le mie donatrici?"
"Se non siete schizzinoso" insistettero ridendo le ragazze, "perché prima vi fate invitare e poi vi lamentate dell'offerta? Certo questo è cibo grossolano e insipido, ma che cosa vi costa assaggiarlo?"
"Non oso davvero, perché violerei il divieto di mangiar carne. Lasciare libero un essere vivente è ancor più meritevole che nutrirlo: spero che ve ne ricorderete, care pusa. E ora, lasciatemi andare."
Ma le ragazze gli sbarrarono la strada: "Pensi che rinunciamo a un buon affare che ci è piovuto in casa senza che lo cercassimo?" gridavano. "Se ti è sfuggito il peto, non lo riprendi con le mani! Dove credi di andare?"
Erano ragazze sportive, addestrate nelle arti marziali, svelte di piede e di mano. Afferrarono Tripitaka e lo gettarono giù come un vitello. Quando fu con le spalle a terra, lo legarono stretto e lo appesero alla trave maestra, nell'atteggiamento detto l'immortale mostra la via: infatti è una posizione in cui un braccio è teso in avanti, l'altro serrato contro il corpo e i piedi all'indietro.
In questa scomoda posa il reverendo si trovò a penzolare dal soffitto a pancia in giù, appeso a tre corde. Tratteneva a stento le lacrime e si diceva: "Ma guarda che crudele destino! Credevo di chiedere l'elemosina a brave persone, e sono caduto nella Geenna. Discepoli miei, venite a soccorrermi o non mi rivedrete più. Se rimango per qualche ora in queste condizioni, renderò l'anima."
Benché immerso nei tormenti, il reverendo osservava le manovre delle ragazze. Dopo averlo appeso, si spogliarono. Tripitaka pensava allarmato: "Dio mio, si spogliano per mettersi a loro agio e battermi, o magari mangiarmi!"
In realtà le ragazze si limitarono a sbottonare le camicette e mettere a nudo l'ombelico; ciascuna ne cavò un bolo di seta grosso come un uovo d'anitra, e lo filò in mille fili argentei e sottilissimi. In breve ne coprirono tutta la porta.
Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso erano rimasti sul ciglio della strada. Uno faceva pascolare il cavallo, l'altro badava ai bagagli; intanto il Novizio, da quel capriccioso che era, saltava di ramo in ramo, strappando foglie e cercando frutti. D'un tratto vide qualcosa baluginare e balzò giù dall'albero su cui si trovava gridando: "Andiamo male, il maestro è nei guai. Non vedete che cosa accade laggiù?" E con la mano indicava la capanna.
Porcellino e Sabbioso guardarono, e videro al posto della porta un riquadro bianco e brillante, che splendeva più dell'argento.
"Sono mostri!" gridò Porcellino. "Andiamo all'attacco!"
"Saggi fratelli" li moderò Scimmiotto, "non sappiamo di che cosa si tratti. Aspettatemi, che andrò in avanscoperta."
"Sta attento, fratello!" esortò Sabbioso.
"So io che cosa devo fare" rispose Scimmiotto.
Il grande santo si strinse alla vita la gonnella di pelle di tigre, brandì la sbarra cerchiata d'oro e in pochi lunghi passi fu sul posto: il riquadro era un tessuto di mille fili di seta incrociati, spessi come funi. A toccarli erano morbidi e appiccicosi. Senza sapere di che cosa fossero fatti, Scimmiotto levò la sua sbarra e si disse: "Butterò giù tutto, anche se i fili non fossero mille ma diecimila." Ma poi si trattenne: "Sono corde morbide e tenaci, non è detto che si rompano. Prima di compiere atti di ostilità senza sapere con chi ho a che fare, è meglio che raccolga informazioni."
Da chi raccogliere informazioni? chiederete voi. Fece un passo magico, recitò una formula e convocò la divinità locale. Il vecchio tudi, nel suo tempio, si mise a girare in tondo come se fosse addetto a girare la macina.
"Che ti prende, vecchio mio?" gli chiese sua moglie. "Ti agiti come un montone con il torcicollo. Férmati, che mi dài noia."
"Se sapessi in che pasticcio mi trovo! È arrivato il grande santo, e non sono andato ad accoglierlo. E lui ora mi ha convocato."
"Vallo a vedere, che male c'è? A che cosa ti serve girare in tondo?"
"Il fatto è che ha una sbarra di ferro pesantissima, e picchia la gente per una parola in più o in meno."
"Ma vedrà subito che sei un vecchio citrullo, e non ti farà del male."
"Quello lì passa la vita a bere vino a credito, e di vecchi ne ha già picchiati tanti."
La coppia continuò a discutere per un po', ma alla fine il tudi, in mancanza di alternative, dovette presentarsi e si inginocchiò tremante sul ciglio della strada. "Grande santo, il tudi di questo luogo si prosterna umilmente davanti a voi" lagnava con voce flebile.
"Alzati" disse Scimmiotto, "e non far finta di essere premuroso, dopo che mi hai fatto aspettare un bel pezzo. Non ti ho chiamato per batterti. Sono qui di passaggio, ma ho bisogno di informazioni su questi posti."
"Che strada avete seguito per arrivare qui?"
"Quella dell'Ovest, venendo da est."
"Avete passato una catena di montagne?"
"Si capisce."
"Quelli sono i Monti delle Ragnatele, e qui c'è la Grotta delle Ragnatele dove vivono sette mostri."
"Maschi o femmine?"
"Sono femmine."
"Quali sono i loro poteri?"
"L'umile divinità che sono ha un prestigio così insignificante ed è così debole che non lo sa. Tutto quello che so è che a tre leghe da qui, verso sud, c'è una sorgente di acqua calda che si chiama Purificazione. Una volta sette fate del mondo di Sopra venivano regolarmente a farci il bagno. Le orchesse, quando arrivarono, s'impadronirono della sorgente; le fate si ritirarono senza opporre resistenza. Vuol dire che i mostri erano più forti di loro."
"E che cosa se ne fanno, della sorgente?"
"Vanno a bagnarsi tre volte al giorno. Ci sono state alle dieci; la prossima volta sarà intorno a mezzogiorno."
"Vai pure, tudi" disse Scimmiotto. "Ci penso io a quelle signore."
Il vecchio tudi si prosternò di nuovo; quando tornò al suo tempio, tremava ancora di paura.
Il grande santo si trasformò in una mosca e si posò su un ciuffo d'erba, in attesa. Poco dopo si udirono dei rumori: dapprima un crepitio, come di insetti che mangiano foglie, poi un rombo come quando sale la marea. In metà del tempo necessario a vuotare una tazza di tè, il tessuto lucente scomparve e la porta ricomparve come prima. Poi si sentirono stridere i cardini e vennero fuori, ridendo e scherzando, le sette ragazze.
Scimmiotto le guardava dal suo nascondiglio, mentre avanzavano per strada tenendosi per mano e chiacchierando gioiose. Erano proprio carine:
Lisce come la giada, profumate
Come fiori dotati di parola;
Sui loro volti, fini sopraccigli
E bocche rosse come le ciliegie.
"Hai capito che cosa attirava là dentro quel marpione del maestro?" sghignazzò Scimmiotto fra sé. "Ecco spiegato perché voleva andar solo. Devono averlo catturato, ma per il loro appetito non è una gran preda. Se lo mangiano, basta appena per un pasto; se vogliono farsi montare, non sopravviverà due giorni. Speriamo che non l'abbiano già distrutto. Sentiamo che cosa dicono e quali intenzioni hanno."
Ronzò via leggero e si andò a posare sulla capigliatura della ragazza che camminava in testa. Mentre attraversavano il ponte, quella in coda gridò: "Sorelle, quel monacello carnoso sarebbe buono cotto al vapore. Quando si torna dal bagno, ci mettiamo al lavoro?"
"È gente senza il senso dell'economia" si diceva Scimmiotto. "A bollirlo nel brodo risparmierebbero parecchie fascine."
Le ragazze andavano verso sud; strada facendo si fermavano a cogliere fiori e a stuzzicarsi a vicenda con fili d'erba. La sorgente a cui giunsero era circondata da un bellissimo recinto. Il terreno era tappezzato da orchidee selvatiche, che mandavano un profumo intenso e inebriante. La ragazza che era in coda corse avanti per prima e spalancò la porta d'ingresso: ed ecco il bacino in cui si raccoglieva l'acqua calda fumante. Da dove veniva quell'acqua? Ascoltate:
Quando il cielo e la terra si separarono, c'erano dieci soli nel firmamento. Il famoso arciere Hou Yi ne abbatté nove e lasciò in alto a brillare un solo corvo d'oro, quello che contiene l'autentico fuoco dello Yang supremo. I nove corvi abbattuti si mutarono in sorgenti di acqua calda. I loro nomi sono: Fresco Odoroso, Compagna del Monte, Acqua Calda, Orientali Uniti, Montonda, Pace Filiale, Gran Turbine e Bolliacqua, alle quali si aggiunge questa: Purificazione.
Lo dice anche una poesia:
Non sente né l'inverno né l'estate:
Eterna primavera o sempre autunno?
Le onde son calde come nel bucato,
O nella zuppa che cuoce in cucina.
Fan maturar le messi, se le spargi;
Se ti ci immergi, nettano ogni polvere.
Quando le belle vengono a bagnarsi,
Ne escono con la pella fresca e liscia
Come la giada: scompare ogni traccia
Di stanchezza, di sonno o dell'età.
Le ragazze si spogliarono, saltarono nell'acqua e giocarono a schizzarsi.
Scimmiotto si diceva: "Basterebbe rimescolare il calderone con la mia sbarra, e le ammazzerei tutte quante. Come si dice: gettar l'acqua calda sui ratti, per affogare la nidiata. Ma si direbbe male di me. Come dice l'adagio: l'uomo non attacca briga con le donne. Sarebbe indegno di un militare prendersela con le ragazze. Non le toccherò; ma occorre uno stratagemma che le imprigioni là dentro e impedisca loro di uscire dall'acqua: questo ci vuole."
Il bravo Scimmiotto fece un passo magico, recitò una formula e si mutò in falco affamato.
Piume di ghiaccio, occhi stellanti. Quando lo vedono, la volpe perversa sente le proprie anime sfuggirle, alla lepre astuta scoppia la milza dalla paura.
Artigli d'acciaio, aspetto feroce e maestoso. Afferra quello che vuole e se lo mangia. Sale e scende, percorre mille leghe in un baleno, fora le nuvole: è un signore dello spazio.
Prese il volo con un gran battito d'ali e afferrò con gli artigli tutti gli indumenti delle belle, che stavano appesi agli attaccapanni. Poi si allontanò e, giunto sulla strada, riprese il proprio aspetto e si ripresentò a Porcellino e Sabbioso.
Il bestione, a vederlo, si mise a ridere: "Dove è andato a finire quell'impiastro di maestro? Al Monte di Pietà?"
"Perché dici così?" chiese l'ingenuo Sabbioso.
"Non vedi che il nostro condiscepolo se ne viene con le braccia piene di biancheria usata?"
"Sono i vestiti che portavano le streghe" spiegò Scimmiotto posandoli a terra.
"Sembrano molte, queste streghe" commentò Porcellino.
"Infatti sono sette."
"E come hai fatto a levargli tutto in un sol colpo?"
"Non le ho spogliate io. Sono andate a lavarsi a una fonte di acqua calda, con l'intenzione di cucinare il nostro maestro dopo aver fatto il bagno. Io le ho seguite e ho saccheggiato lo spogliatoio. Non mi sentivo di rompergli le ossa, perché non si dica che me la prendo con le donne. Ma si vergogneranno di andare in giro senza niente addosso e resteranno per un bel pezzo in bagnarola. Noi intanto potremo liberare il maestro e riprendere la nostra strada."
"Fratello, fai sempre le cose a metà" disse Porcellino. "Invece di ammazzarle e risolvere il problema, le hai lasciate là ad aspettare la sera. Di buio il pudore non sarà più un problema, e loro si vorranno vendicare. Anche se per ora non ci inseguissero, noi dovremo ripassare da queste parti sulla strada del ritorno, quando avremo ottenuto le scritture. Come dice il proverbio: se in viaggio devi proprio lasciare conti in sospeso, meglio quelli in sapeche che quelli in pugni. E se vengono a tagliarci la strada e vogliono attaccar briga, sei sicuro che avremo la meglio?"
"Che cosa proponi di fare?" domandò Scimmiotto.
"Secondo me, prima dobbiamo ammazzare le streghe e poi liberare il maestro. Questo è sempre il metodo migliore: sradicare le erbacce."
"Io non mi ci sporco le mani. Va tu, se vuoi."
Porcellino si sentì molto onorato; concentrò le energie e partì di buon passo con il rastrello in resta. Giunse alla sorgente, spinse l'uscio e trovò le sette ragazze rannicchiate nell'acqua che smozzicavano maledizioni contro il falco: "Maledetto sudicione! Che tu possa finire nella pancia di un gatto. E ora che si fa? Non possiamo andare in giro senza mutande."
"Rispettabili pusa" disse loro Porcellino, senza riuscire a reprimere qualche risatina. "Eccovi qua che fate il bagno. Accettereste la compagnia di un monaco, per servirvi?"
"Bonzo spudorato!" gridarono quelle, sdegnate. "Noi siamo ragazze di buona famiglia, non siamo bastardi senza tetto come te. Dopo l'età di sette anni, maschi e femmine fanno tavole separate, come dicono i vecchi libri. Come ti permetti di proporci di fare il bagno con noi?"
"Il fatto è che sono proprio accaldato: c'è poco da scegliere. Vi piaccia o no, devo venire anch'io a far zuppetta con voi. I vostri vecchi libri e le vostre tavole, di cui non so niente, teneteveli pure."
Posò il rastrello, si tolse la tunica nera e saltò in acqua con un grande tonfo. Le streghe gli si gettarono addosso, ma ignoravano di aver a che fare con un nuotatore provetto. In effetti, come toccò l'acqua, si trasformò in un grosso pesce siluro. Le orchesse cercavano di afferrarlo, ma non c'era verso: sgusciava loro fra le mani e fra le gambe, da tutte le parti. Per un po' nuotò in superficie, poi in profondità; alla fine le ragazze erano esauste, sfiatate e avevano perduto ogni speranza di poterlo mai acchiappare.
Infine balzò fuori dall'acqua e riprese tunica e rastrello: "Eccomi qua!"
Le streghe, spaventate, lo apostrofarono su tutt'altro tono: "Siete arrivato in aspetto di bonzo, in acqua siete diventato un pesce siluro inafferrabile, ora siete di nuovo un monaco. Si può sapere chi siete?"
"Brutta banda di streghe, voi non mi conoscete. Sono discepolo del reverendo inviato dai grandi Tang a cercare le scritture: mi chiamo Consapevole delle Proprie Capacità, Otto Divieti, ammiraglio dei canneti celesti. Voi avete chiuso in dispensa il mio maestro e contate di mangiarvelo cotto al vapore. Capito? Il mio maestro! Cotto al vapore! Adesso mi porgerete le vostre belle testoline, e io ci appoggerò un colpetto di rastrello ciascuna. Così con voi la facciamo finita."
Le orchesse erano terrorizzate; si inginocchiavano nell'acqua e supplicavano: "Sollecitiamo l'indulgenza di vostra signoria. Dovevamo avere buchi al posto degli occhi, per non arrivare a riconoscere il vostro maestro. È vero che lo abbiamo appeso a una trave, ma non gli abbiamo fatto del male. Speriamo che, nella vostra grande compassione, ci perdonerete e ci lascerete vivere. Siamo pronte a offrirvi provviste per il viaggio, e anche ad accompagnarvi lungo la strada, se volete."
"Non se ne parla proprio" rispose Porcellino a muso duro. "Lo dice anche il proverbio: da quando mi ha imbrogliato il venditore di caramelle, non mi fido nemmeno di una parola dolce. Adesso vi darò le vostre rastrellate, e poi ciascuno per la sua strada!"
Quel rustico zoticone non era tipo da farsi intenerire dalla fragilità femminile. Ma le streghe, messe alle strette, dimenticarono il pudore e pensarono solo a mettersi in salvo. Balzarono dall'acqua, coprendosi con le mani come potevano, e ricorsero a uno stratagemma: si cavarono dall'ombelico più seta che poterono e incominciarono ad avvolgerla alla disperata. In breve ne nacque un gomitolo gigantesco, in cui Porcellino si trovò impegolato. Levava gli occhi, e non vedeva più il sole. Alzava una gamba, e quella roba appiccicosa gli tratteneva il piede. Inciampava dappertutto: se voleva andare a sinistra, batteva la fronte per terra; se a destra, faceva un capitombolo; dietrofont, e si ritrovava col culo in terra. La testa gli girava, finì per non capire più niente; disteso al suolo, si mise a ronfare. Allora le orchesse lo lasciarono intrigato dentro il gomitolo, infilarono l'uscio e corsero a casa.
Qui giunte, recitarono da lontano un incantesimo che fece scomparire il gomitolo, e corsero dentro la loro grotta. Sfilando davanti al monaco appeso al soffitto, facevano una risatina imbarazzata e si coprivano le vergogne con la mano. Nelle camere da letto trovarono vecchi abiti con cui si rivestirono, e uscirono all'aperto a chiamare: "Figlioli, dove siete?"
Cercavano i loro figli adottivi, insetti che erano stati catturati nelle loro tele e che le avevano commosse per non essere mangiati; perché, come dice l'adagio, ogni bestia ha il suo linguaggio. Si chiamavano: ape, vespa, scarafaggio, cantaride, grillo, mosca e libellula. Avevano convinto le streghe a lasciarli vivere in cambio di periodiche testimonianze di affetto filiale. A primavera offrivano fiori, d'estate portavano erbe e frutti, e così via.
Corsero dunque al richiamo e domandarono: "Care mamme, che cosa possiamo fare per voi?"
"Figlioli, abbiamo fatto lo sbaglio di immischiarci negli affari di un monaco cinese che viene dalla corte dei Tang; il suo discepolo è venuto a molestarci mentre facevamo il bagno. Ci ha fatte vergognare e ci ha messe seriamente in pericolo. Ora voi dovete riunire i vostri sforzi per cacciarlo via. Quando ci sarete riusciti, ci rivedremo da vostro zio."
Ciò detto se ne andarono a trovare il fratello; le loro lingue perverse avrebbero provocato altri guai, che racconteremo in seguito. Intanto gli insetti uscirono pieni di baldanza incontro al nemico.
Porcellino, insonnolito e con la testa che ancora girava, aprì gli occhi e si rese conto che il gomitolo che lo aveva imprigionato era scomparso. Si alzò tutto indolenzito e si mise sulla strada del ritorno. Quando vide Scimmiotto, gli disse: "Fratello, mi sento la testa gonfia e credo di avere la faccia tumefatta."
"Che cosa ti è capitato?"
"Mi hanno imprigionato in certi loro fili, e mi hanno fatto cadere tante volte che mi sento la schiena rotta. Non riuscivo a muovere un passo. Ho potuto riprendere il controllo solo quando quel gomitolo è scomparso."
"Non parliamone più" intervenne Sabbioso. "Hai combinato un bel disastro: ora quelle orchesse se la rifaranno sul maestro. Dobbiamo andare a soccorrerlo."
I tre si misero in cammino; ma all'imbocco del ponte trovarono sette mostriciattoli che sbarravano la via: "Fermi tutti, non si passa!"
"Mi fanno ridere" pensò Scimmiotto dopo averli misurati con un'occhiata. "Sono dei piccoletti di poco peso: il più alto non arriva a tre piedi, e il più pesante non farà dieci libbre."
"Chi siete?" domandò.
"Siamo i figli delle sette fatine. Voi avete offeso le nostre mamme, e adesso avete la sfrontatezza di presentarvi a casa nostra. In guardia!"
Si slanciarono avanti in una gran mischia, agitando a più non posso tutti i loro numerosi piedi. Il bestione, che era di malumore, li affrontò a colpi di rastrello. Quando li ebbero assaggiati, ripresero le proprie forme e volarono via gridando: "Trasformazione!" E ciascuno si moltiplicò per cento, mille e diecimila: un immenso sciame di insetti.
Vanno oscurando il cielo quelle mosche,
Danzano le libellule nel sole;
Api e vespe conducon l'avanguardia,
Le blatte guastafeste se la prendono
Con gli occhi. Cantaridi pungenti
Lo colgono alle spalle, mentre i grilli
Risalgono dal basso. La sua faccia
Diventa nera da fare paura.
Quel ronzio universale è uno spavento!
Porcellino s'impaurì: "Hai un bel dire, fratello, che cercare scritture è facile; su questa maledetta strada dell'Occidente, persino gli insetti se la prendono con i viandanti."
"Stai tranquillo, fratellino; adesso ce ne sbarazziamo."
"E come si fa? Ne ho dieci strati sulla faccia, e da tutte le parti."
"Sta buono che ci penso io."
"Sbrigati, fratello" sollecitò Sabbioso. "Qui ce n'è per tutti: se perdi altro tempo, mi vedo già la testa ridotta come una zucca piena di tubercoli."
Il grande santo si strappò un ciuffetto di peli, li masticò per ridurli in minuti frammenti e li sputò intorno, trasformandoli in uccelli da preda.
"Che cosa borbotti?" chiedeva Porcellino. "Non si capisce niente del tuo gergo: poiaspar..."
"Poiana, sparviero, falco, girifalco, avvoltoio, aquila pescatrice, albanella. Ai sette tipi di insetti, figli di quelle streghe, oppongo sette tipi di uccelli da preda."
L'abilità di quegli uccelli era straordinaria: di becco, d'ala, d'artigli, abbattevano gli insetti a bizzeffe. In breve il suolo intorno si coprì di uno strato di bestiole morte alto un piede, e l'aria fu libera e pura.
I condiscepoli si precipitarono nella grotta e trovarono Tripitaka appeso, che gemeva e sospirava. Porcellino gli disse: "Sapeste quanti capitomboli ho dovuto fare, mentre voi vi divertivate lassù!"
"Lascia stare" esortò Sabbioso. "Tiriamolo giù."
Fu Scimmiotto a tagliare le corde e a deporre al suolo il monaco cinese. I discepoli gli si affollarono intorno chiedendo: "Dove sono andate le streghe?"
"Erano tutte nude!" raccontava Tripitaka. "Sono passate di qui tutte e sette, e sono andate a chiamare i loro figli."
"Venite" disse Scimmiotto. "Andiamo a cercarle." E corsero, armi alla mano, nel cortile posteriore, ma senza trovare niente e nessuno. Frugarono nei cespugli, si arrampicarono sugli alberi, ma invano.
"Sembra che se ne siano andate" disse Porcellino.
"Lasciamole perdere" suggerì Sabbioso, "e riprendiamo la nostra strada."
I tre discepoli accompagnarono il maestro al cavallo e lo fecero montare. "Avete visto, maestro, che l'elemosina è meglio lasciarla chiedere a noi?"
"Discepoli" rispose Tripitaka, "d'ora in poi non me ne incaricherò di certo, dovessi morir di fame."
"Badate al maestro" propose Porcellino, "mentre io butto giù questa baracca a rastrellate."
"Non stare a faticar tanto" obiettò Scimmiotto. "Poche fascine faranno il lavoro più a fondo e con meno fatica."
Il bestione riunì in breve pini morti, bambù spezzati, salici inariditi e liane disseccate: il tutto prese fuoco allegramente in un grande falò, che fece un fuoco d'inferno.
Quindi maestro e discepoli ripresero tranquillamente il cammino.
Voi però non sapete che ne sia stato delle streghe dopo quella partenza: apprendetelo dal prossimo capitolo.