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073 LA SCOLOPENDRA, GRANDE DISTILLATRICE DI VELENI · OVE PASSIONE, GUIDATA DA RANCORE, CAGIONA AVVELENAMENTO; FELICEMENTE IL MAESTRO DELLO SPIRITO DISTRUGGE I DIABOLICI RAGGI.

Si è detto come i pellegrini avessero raggiunto la strada maestra e ripreso il loro viaggio. Dopo un po' giunsero in vista di edifici e torri maestose. Il monaco cinese tirò le redini e chiese a Scimmiotto: "Discepolo, che sarà mai?"

Scimmiotto osservò attentamente e vide

sullo sfondo dei monti, torri e padiglioni, chioschi e terrazze. Davanti al portale c'è un fitto boschetto di varie essenze in cui scorre un ruscello; oltre la residenza si scorge un giardino fiorito.

La candida garzetta si posa sul salice, come giada senza macchia nella bruma. Dai peschi giallo-ardenti giunge il canto del rigogolo. Nel prato verde scorrazzano spensierate coppie di cervi. Fagiani spiccano il volo dagli aceri rossi. La si direbbe la Grotta della Terrazza del Cielo di Liu e Ruan, residenza di immortali sul Monte Langfeng.

"Maestro, non è residenza di nobili o re, e nemmeno di ricchi borghesi; questo è un eremitaggio taoista o un monastero buddista. Se ci accostiamo, ne sapremo di più."

Tripitaka sferzò il cavallo, e in breve giunsero all'ingresso, dove una targa di pietra recava tre caratteri:

TEMPIO DEL FIORE GIALLO

Porcellino disse: "È una casa di preti taoisti; l'abito è diverso, ma le pratiche sono come le nostre."

"Giusto" approvò Sabbioso. "Dunque potremo sostare e far riposare il cavallo. Se non darà troppo incomodo, potrebbero offrire un pasto di magro al maestro."

Il reverendo smontò e i quattro entrarono. La seconda porta si adornava di due detti paralleli:

Boccioli gialli, candida neve: residenza immortale.

Erbe di diaspro, insoliti fiori: casa di piume.

"Sarà un daoshi di quelli che giocano col fornello, trasmutano droghe sul fuoco di paglia e armeggiano tutto il giorno con il crogiolo" sghignazzò Scimmiotto.

Tripitaka lo redarguì: "Zitto, non è mica tuo fratello. Non sono cose che ti riguardino: non farmi fare brutta figura."

In effetti, quando giunsero davanti all'ingresso della sala principale, videro sotto il portico est un prete taoista occupato a preparare elisir. Ecco com'era vestito:

Aveva in capo un cappello sgargiante con la falda dorata, la lunga veste nera come il corvo, calzature dalle punte all'insù verde bandiera, vita serrata in una larga fascia gialla alla Lü Dongbin. L'ampia faccia scura e rugosa come una zucca di ferro, occhi lucenti come fiammelle, un nasone musulmano alto e prominente, labbra da tataro. Nello spirito del Tao si nascondono tuoni e fulmini: era un daoshi coi fiocchi, da domar tigri e draghi.

"Egregio immortale, l'umile monaco che vedete vi porge i suoi saluti" gli disse Tripitaka. Quello alzò il capo sorpreso, abbandonando i recipienti che stava manipolando, si aggiustò l'abito e scese i gradini incontro ai visitatori: "Scusate, maestro, se non vi ho fatto la debita accoglienza. Accomodatevi."

Il reverendo entrò nella sala e vide troneggiare le immagini dei tre puri, davanti alle quali ardeva incenso nei bruciaprofumi. Tripitaka ne accese un bastoncino anche lui e si prosternò tre volte, prima di rivolgersi al daoshi. Due servi ebbero l'ordine di servire il tè e di portare frutta e dolci.

La loro attività destò l'attenzione del nemico. Infatti il fratello di cui avevano parlato le sette streghe non era altri che quel daoshi, loro maestro nelle arti occulte. Si erano appunto rifugiate in casa sua ed erano intente a confezionare abiti, quando notarono il va e vieni dei servi: "Sono giunti ospiti? Per chi state preparando il tè?"

"Sono arrivato quattro monaci, e il padrone ha ordinato di servire."

"Fra loro non ci sarà per caso un bonzo grassottello dalla faccia anemica?"

"Certo che c'è."

"E un altro con orecchie larghe in modo inverosimile e un lungo grugno di porco?"

"C'è anche quello."

"Quando portate il tè, fate segno di nascosto al nostro maestro: gli dobbiamo dire una cosa importante."

Il tè fu servito agli ospiti personalmente dal daoshi, che si rimboccò le maniche e porse la tazza a ciascuno di loro. Quando ebbero bevuto, un servo fece segno al padrone, che si alzò scusandosi: "Prego, restate seduti. Torno subito." E a un servo: "Riempi di nuovo le tazze e fa loro compagnia per un momento."

Il reverendo e i discepoli ne approfittarono per farsi accompagnare a visitare la casa.

Intanto il daoshi si vide circondato dalle donne, che gli si inginocchiarono davanti e gridavano: "Maestro e onorato fratello, dovete proprio ascoltare le vostre sorelline."

"Mi perseguitate da stamane, quando siete arrivate. Prima ero impegnato nella preparazione di elisir che non tollerano la vicinanza di un forte yin; ora ricevo degli ospiti. Abbiate pazienza; quando avrò finito vi ascolterò."

"Ma fratello, vi dobbiamo parlare appunto dei vostri ospiti; se aspettiamo che siano partiti, sarà troppo tardi."

"Figuriamoci! Dovrei piantarli in asso per starvi ad ascoltare! Non potrei mostrarmi tanto incivile nemmeno se fossi uno qualsiasi, anziché un immortale di lunga pratica."

Ma le donne gli si aggrappavano alle maniche: "Non vi arrabbiate, dovete starci a sentire a tutti i costi. Da dove vengono i vostri ospiti?"

Il prete, aggrondato, non rispondeva.

"Abbiamo saputo che sono dei bonzi."

"E allora?"

"Fra loro c'è un rotondetto pallido, e un altro con un lungo grugno e larghe orecchie. Gli avete chiesto da dove venivano?"

"Come mai conoscete quei due? Li avete già incontrati?"

"Voi non sapete in quale situazione ci siamo trovate. Il bonzo grassoccio è stato inviato dai Tang a cercare le scritture nel paradiso occidentale. Stamane è arrivato a casa nostra, e noi, che lo conoscevamo di fama, lo abbiamo catturato."

"Che cosa volevate farne?"

"Quel monaco si è coltivato attraverso dieci incarnazioni successive e si è formato un corpo di verità: mangiarne un pezzetto prolungherebbe indefinitamente la vita. Mentre facevamo il bagno alla Sorgente della Purificazione, l'altro monaco ci ha rubato i vestiti ed è entrato nella nostra vasca: quello sporcaccione si è trasformato in pesce siluro e ha cercato di stuprarci scivolando fra le nostre gambe. Poi è uscito dall'acqua e ha cercato di ucciderci con il suo rastrello. Se non fossimo state più intelligenti di lui, ci avrebbe conciate per le feste. Ecco perché ci siamo rifugiate qui, dopo avere incaricato i nostri figli adottivi (chissà che fine avranno fatto!) di combattere quei malandrini. In nome della nostra amicizia e degli studi eminenti che abbiamo fatto insieme, voi ci dovete vendicare."

Il daoshi s'indignò: "Davvero si sono comportati in un modo così indecente? Ma allora avete ragione: gliela farò pagare."

"Eccoci qua, pronte a entrare in azione con voi."

"Non ho nessuna voglia di entrare in azione. Come dice il proverbio: venire alle mani è una brutta malattia. Venite con me."

Si recarono tutte insieme nella sua stanza. Il padron di casa, con l'aiuto di una scala, prese un cofanetto che stava nascosto sotto la trave maestra ed era chiuso da una piccola serratura di bronzo. Cavò poi dalla manica un fazzoletto giallo canarino in cui era annodata la piccola chiave. Il cofanetto conteneva una droga molto particolare:

Mille libbre di escrementi

D'ogni specie di volatili

Nella pentola bollirono

Con pazienza interi mesi.

Da un barile ad un cucchiaio,

Dal cucchiaio a un solo pizzico,

Rosolato e affumicato

E più volte raffinato.

È un veleno potentissimo,

Di gran pregio e rarità.

Se lo assaggi, basta un attimo:

La tua vita finirà.

"Sorelle mie" spiegò il daoshi alle sette ragazze, "questa preziosa droga è una mia specialità. Un millesimo di oncia è sufficiente per uccidere istantaneamente un comune mortale. Per un divino immortale ne occorrono tre millesimi; questa sarà la dose prudenziale per quei monaci. Andatemi a cercare la bilancina dei farmaci."

Una ragazza gliela portò: "Pesami un centesimo e due millesimi di oncia, e dividi la dose in quattro parti uguali."

Il prete si procurò poi una dozzina di giuggiole rosse. Attraverso piccole fenditure introdusse in ciascuna di esse tre millesimi d'oncia di veleno e le mise dentro quattro tazze da tè; in una quinta tazza collocò due giuggiole nere. Pose tutte le tazze su un vassoio e diede queste istruzioni: "Ora ritornerò da quella gente e la interrogherò. Se non vengono dalla corte dei Tang, vuol dire che vi siete sbagliate sul loro conto; se invece ne provengono, ordinerò di sostituire le tazze da tè, e voi darete ai servi questo servizio da portare in tavola. Basterà che bevano un sorso, perché voi siate vendicate e liberate da ogni pericolo di rivederli."

Le ragazze gli espressero la loro gratitudine.

Il daoshi ritornò in scena con grandi dimostrazioni di riguardo. Invitò il monaco cinese a sedersi nuovamente al posto d'onore e spiegò: "Non so come scusarmi, egregio maestro. Mi sono dovuto allontanare per mandare i miei giovani discepoli a raccogliere verdure nell'orto e per ordinare che preparassero un pasto vegetariano per voi. Ecco il motivo per cui ho disertato la compagnia."

"Siamo venuti a visitarvi a mani vuote" si scusò a sua volta Tripitaka. "Non vogliamo darvi disturbo. Non avreste dovuto."

"Siamo gente che ha lasciato la famiglia, voi e io" replicò sorridendo il daoshi. "Ciascuno di noi vale i suoi tre sheng di grano alla porta di qualunque monastero. A proposito, posso chiedervi qual'è il vostro illustre monastero e quali affari vi portano qui?"

"L'umile monaco che sono è stato inviato dai grandi Tang dell'Est in cerca di scritture al Monastero del Colpo di Tuono. Passavamo di qui, e ci siamo permessi di venirvi a presentare i nostri rispetti in tutta sincerità."

A queste parole il prete si rallegrò: "Voi siete, reverendo maestro, un buddha di eminente virtù e di leale pietà. La mia umile persona lo ignorava. Temo di non avervi accolto secondo il vostro merito, ve ne chiedo scusa." E ordinò: "Portate subito altro tè e sbrigatevi a servire il pranzo."

I servi trovarono le ragazze ad aspettarli in cucina con un vassoio già pronto; dunque lo presero e lo portarono in tavola. Il daoshi si affrettò a porgere una delle tazze con le giuggiole rosse al monaco cinese, e poi nell'ordine le altre ai discepoli. Giudicò della loro importanza secondo la stazza: primo Porcellino, secondo Sabbioso e terzo Scimmiotto, il più piccolo e magro.

Il Novizio notò che la quinta tazza, rimasta sul vassoio, conteneva due giuggiole nere, e si sentì in dovere di proporre al daoshi: "Scambiamo le nostre tazze."

"Vedete, reverendo" rispose l'interpellato, "qui fra i monti selvaggi non ho sempre a portata di mano tutto quello che serve. Ho colto io stesso le dodici giuggiole rosse che vedete nelle vostre tazze, ma non ne ho trovate altre; perciò ho messo nella mia due giuggiole di qualità inferiore. Toccano a me, perché voglio manifestarvi il mio rispetto."

"Che dite mai!" esclamò Scimmiotto. "In casa propria nessuno è tapino, dicevano gli antichi; la povertà ti ammazza in cammino. Voi possedete una casa, e per giunta molto bella. Semmai la povertà la conosciamo noi, monaci vaganti. Facciamo il cambio, vi prego."

"Consapevole del Vuoto" intervenne Tripitaka, "non insistere, non è educato. Il reverendo ci vuole manifestare la sua ospitalità."

Il Novizio dovette zittirsi, ma nascose la tazza e stette a vedere che cosa capitava agli altri. Porcellino diede l'esempio con il suo enorme appetito, che gli faceva ingoiare indiscriminatamente ogni cibo e bevanda; anche gli altri due mangiarono le giuggiole. Dopo un momento Porcellino impallidì, a Sabbioso vennero le lacrime agli occhi e al monaco cinese la bava alla bocca. La vertigine li colse e li fece cadere a terra uno sull'altro.

Il grande santo si alzò da sedere e gettò la tazza con il contenuto in faccia al daoshi, che si protesse con la manica: la porcellana sottile cadde a terra e si ruppe in mille pezzi.

"Villano!" si indignò il prete. "Come ti permetti di rompere le mie tazze?"

"E tu, bestiaccia" tuonò Scimmiotto, "come spieghi lo stato di questi tre? Che cosa ti abbiamo fatto, perché tu ci servissi il tè avvelenato?"

"Sai bene che potete prendervela soltanto con voi stessi."

"Come sarebbe a dire? Ci siamo seduti in buon ordine, ti abbiamo dato le notizie che chiedevi e non abbiamo certo avuto il tempo né l'occasione di offenderti."

"E quando chiedevate l'elemosina nella Grotta delle Ragnatele? Quando vi bagnavate alla Sorgente della Purificazione?"

"Tu parli di quelle sette streghe; dunque sei loro complice, e sei diabolico quanto loro. Ti romperò altro che la porcellana!"

Si cavò l'ago da dietro l'orecchio, lo ingrandì e menò un fendente, ma il daoshi sguainò a sua volta una preziosa spada e parò il colpo.

Colpi e rumori dello scontro richiamarono le orchesse, che accorsero gridando: "Fratello, lo catturiamo noi!"

Quando le vide, Scimmiotto si arrabbiò sul serio e partì all'attacco distribuendo colpi selvaggi. Ed ecco che le ragazze sbottonarono le gonnelle, esposero al sole i loro candidi bellichi e incominciarono a secernere freneticamente filo di seta: in breve Scimmiotto ne fu sommerso.

Rendendosi conto che si metteva male, il Novizio mormorò un incantesimo e balzò in cielo, spezzando l'involucro che lo stava coprendo. Dall'alto vedeva quelle donne correre velocissime avanti e indietro, come la navetta di un telaio: in breve l'intero Tempio del Fiore Giallo scomparve sotto una cupola di fili argentei.

"Che persone pericolose!" esclamò Scimmiotto. "L'ho scampata bella. Non mi meraviglio più che il povero Porcellino non riuscisse a venirne a capo. Come uscire da questa situazione? I miei sono avvelenati, quella banda è numerosa ed efficiente, e io so ben poco di loro. Sarà bene che chieda un supplemento di informazioni alla divinità locale."

Discese al suolo, fece un passaggio magico, recitò la sacra sillaba om e convocò per la seconda volta il vecchio tudi.

"Grande santo" chiese quello, tenendosi a una certa distanza e prosternandosi tremebondo, "non dicevate di essere qui di passaggio? Perché non siete ancora partito?"

"I miei sono stati avvelenati dal prete del Tempio del Fiore Giallo, che si è giustificato riferendosi alle ragazze della Grotta delle Ragnatele. Quando mi sono reso conto che era anche lui una creatura malefica ho cercato di colpirlo, ma sono accorse le sette ragazze e hanno incominciato a tessere il loro filo. Per fortuna ho avuto il buon senso di scappare. Non è possibile che tu, come divinità del posto, non sappia la loro origine. Vuota il sacco, o questa volta non eviterai le botte."

Il tudi si prosternò precipitosamente: "Un'inchiesta, a suo tempo, l'ho svolta: si tratta di sette spiriti di ragni. Il filo che cavano dall'ombelico è filo di ragnatela."

"Se le cose stanno così, la situazione non è grave. Vattene pure: so come vincerle."

Il tudi rinnovò le prosternazioni e scappò via a precipizio.

Scimmiotto si strappò dalla coda settanta peli, ci soffiò sopra e li trasformò in Scimmiottini. Poi soffiò sulla sua sbarra e la trasformò in settantuno forche bidenti, che distribuì ai suoi compari tenendone una per sé. Circondarono la massa di fili che ricopriva il tempio, e tutti insieme vi affondarono le forche e incominciarono ad arrotolarli come spaghetti. Quando ciascuno ebbe avvolto una diecina di libbre di filo di ragnatela, rimasero allo scoperto sette ragni giganteschi, ciascuno delle dimensioni di un panierino di vimini; furono fatti prigionieri, impastoiate le zampe con il loro stesso filo e legata la corda al collo. Le loro vocine gemevano: "Pietà, pietà!"

I settanta Scimmiottini non diedero segno di clemenza. Scimmiotto disse loro: "Non li battete; chiedete loro di restituirmi maestro e condiscepoli."

Le creature malefiche gridavano: "Maestro e fratello, salvateci! Liberate il monaco cinese!"

Sbucò fuori il daoshi: "Arrangiatevi, sorelle mie. Quel monaco me lo voglio mangiare."

Scimmiotto si arrabbiò: "Vedrai in che stato le riduco, le tue sorelle!" Ricuperò i suoi peli e la sbarra, abbattendo quest'ultima a due mani sulle teste dei sette ragni, che furono miseramente spiaccicati: ne rimase un po' di brodo. Poi si gettò addosso al daoshi, che lo fronteggiò levando la spada.

Gli avversari furenti si diedero battaglia impiegando tutti i loro poteri magici.

Rotea il mostro la sacra spada, il grande santo impugna la sbarra, a causa di Tripitaka; le sette sorelle, ahimè, sono ormai fuori causa.

Dispiegano la loro potenza e destrezza; il grande santo forte e brillante, l'immortale perverso potente e intrepido. Grande la varietà dei colpi, rapide le mani più delle pale del mulino.

Sotto il cielo percorso da nere nubi, le loro armi si scontrano sonore. Non meno delle armi, colpiscono le parole. Sibila il vento, vola la sabbia sulla terra oscurata, riempiendo di terrore tigri e lupi.

Dopo una cinquantina di assalti, il daoshi si rese conto che non ce la faceva più; allora si sciolse la cintura e lasciò cadere al suolo la veste che indossava.

"Che cosa credi di fare, giovanotto?" sogghignò Scimmiotto. "Vuoi farti strigliare meglio a pelle nuda?"

Ma il daoshi sollevò le braccia: sotto le sue ascelle cento paia d'occhi dardeggiavano terribili raggi d'oro.

Ecco sprigionarsi una spessa caligine dorata: cento paia d'occhi, come secchielli d'oro o campanelle di bronzo, sprigionano raggi brucianti e implacabili.

La mostruosa magia accieca il cielo, eclissa gli astri, avvolge le persone di un alito che le abbacina e le dissecca. Il Grande Santo Uguale al Cielo si trova prigioniero della caligine sprigionata dagli occhi d'oro.

Scimmiotto fu preso dal panico: si sentiva prigioniero di quei raggi implacabili e non poteva fare un passo. Il calore era altissimo. Balzò in alto, ma urtò contro un raggio che lo fece cadere a testa in giù, come una cipolla piantata nell'orto. Sentì un forte dolore e si portò la mano alla testa: la pelle era ustionata. "Che disdetta! Una volta resistevo così bene a qualunque arma, e adesso basta un raggio a lasciarmi il segno. Se va avanti così, mi coprirò di piaghe."

Nel calore insopportabile, rifletté: "Non riesco ad avanzare né indietreggiare; in alto, non posso saltare: come me la cavo? Mi resta ancora una via per fotterlo: scapperò verso il basso."

Recitò un incantesimo e con una scossa si mutò in fora-montagne, o pangolino che dir si voglia.

Quattro artigli d'acciaio, che scavano nella montagna come fosse un mucchio di farina. Con il suo corpo protetto da scaglie, taglia le rocce come fossero cipolle.

Ha gli occhietti brillanti e un muso appuntito, più potente di un trapano. Fora-montagne corazzato è il suo nome nella farmacopea; di solito lo si chiama pangolino.

Fece dunque della sua testa un durissimo arnese con cui forò la terra, vi scomparve e ne riemerse alla distanza di una ventina di li. Così era fuori dalla portata dei raggi d'oro, che non si estendeva oltre dieci li.

Quando poté riprendere il proprio aspetto, il povero Scimmiotto era esausto e indolenzito. Pianse e si lamentò: "Maestro,

Sulla strada dell'Ovest molte pene

Abbiamo sopportato in questo viaggio,

Superando un oceano di pericoli.

Dobbiamo ora affogare in un rigagnolo?"

Il desolato re scimmia udì sopraggiungere qualcuno, che a sua volta piangeva e singhiozzava. Alzò lo sguardo e vide una donna vestita a lutto, che veniva nella sua direzione recando in mano offerte di cibo e di carta moneta per i morti. Scimmiotto scosse il capo: "È il caso di dirlo:

Lacrime si confrontano con lacrime,

Cuore spezzato con cuore spezzato.

"Quale persona cara avrà perduto questa donna?" Le si fece incontro e si inchinò: "Cara pusa, chi piangete?"

"Piango mio marito" rispose la donna. "Vado a offrirgli queste offerte per testimoniare il mio affetto coniugale. L'ha ucciso il prete del Tempio del Fiore Giallo avvelenandogli il tè, dopo aver litigato con lui sul prezzo di certe pertiche di bambù."

Scimmiotto lacrimava come una fontana, e la donna si arrabbiò: "Vergognati di scimmiottarmi per prendermi in giro!"

"Non è certo la mia intenzione, cara pusa" esclamò il Novizio inchinandosi di nuovo. "Vi spiegherò perché piango. Io sono il primo discepolo di Tripitaka, fratello minore dell'imperatore dei grandi Tang inviato in missione nel paradiso occidentale. Il daoshi di cui parlate ha avvelenato anche il mio maestro e i condiscepoli, per vendicare certe creature diaboliche. Io me ne sono accorto in tempo e l'ho affrontato, ma lui mi ha messo in fuga con i terribili raggi d'oro di cui dispone."

La donna posò a terra le offerte che recava per inchinarsi a salutare il Novizio: "Scusatemi, non sapevo che anche voi foste vittima dello stesso malvagio. Mi sembra di capire che non sappiate chi è in realtà questo daoshi. Si tratta del signore diabolico dai Cento Occhi, ossia del mostro Occhi Molteplici. Se siete riuscito a sottrarvi a lui, i vostri poteri magici devono essere immensi; eppure non riuscite a fronteggiarlo. Ma io so di una santa persona che è in grado di spezzare quei raggi implacabili e di abbattere il mostro."

Scimmiotto si rallegrò: "Cara pusa, se conoscete il suo passato e i suoi punti deboli, datevi la pena di ragguagliarmi. Ci penserò io a sollecitare l'intervento della santa persona di cui parlate, perché salvi il mio maestro e vendichi vostro marito."

"Certo mio marito potrà essere vendicato, ma dubito che si possa salvare il vostro maestro."

"Perché dite questo?"

"Il veleno usato da quell'essere è potentissimo: in tre giorni distrugge le ossa fino al midollo. Sarà impossibile ottenere un intervento tempestivo."

"I viaggi veloci sono la mia specialità. Non c'è distanza che mi impensierisca."

"La santa persona di cui dicevo si chiama Madre Pilan. Abita nella Grotta dei Mille Fiori, sulla Montagna delle Nubi Porporine, a mille li da questo posto."

"In quale direzione?"

La donna la additò: "Diritto a sud." E subito scomparve.

Il Novizio si mise in posa di preghiera e chiese: "Quale pusa siete? La mia povera testa gira ancora, dopo che l'ho adoperata come trapano sottoterra; perciò non ho saputo riconoscervi. Ma vorrei sapere almeno il vostro nome, per rendervi grazie."

Una voce dall'alto rispose: "Sono io, grande santo."

Scimmiotto alzò gli occhi, riconobbe la madre del Monte Li e balzò su accanto a lei per ringraziarla: "Da dove siete venuta a darmi le vostre riverite istruzioni?"

"Ho saputo che il tuo maestro era in difficoltà mentre ritornavo dall'assemblea dell'albero Drago-Fiore. Spicciati a cercare la persona che ti ho detto, ma non dirle che ti mando io: ha un caratteraccio, e non mi ha in simpatia."

Scimmiotto rinnovò i ringraziamenti e si proiettò immediatamente sulla cima del Monte delle Nubi Porporine, dove individuò la Grotta dei Mille Fiori:

Azzurri pini decorano il bel paesaggio, cipressi turchese circondano la dimora dell'immortale. I salici invadono i sentieri con le verdi fronde, fiori inconsueti crescono negli anfratti. L'edificio di pietra è circondato da odorose orchidee, erbe profumate circondano la base della rupe cristallina.

Corre nel ruscello l'acqua di smeraldo; le lacune nelle fronde dell'antico albero sono rattoppate dalle nubi del cielo. Cinguettano gli uccelli, il cervo si muove cauto. Sullo sfondo dei fusti slanciati di bambù, i prugni dispiegano il ricco fogliame. Il corvo freddoloso sta appollaiato sull'albero morto.

Grano estivo nei vasti campi, riso autunnale ricopre il suolo: le quattro stagioni si susseguono senza che mai cadano le foglie, sbocciano fiori tutto l'anno.

Nell'atmosfera incantata galleggiano nubi di buon augurio, e salgono in alto: vanno a raggiungere il vuoto supremo.

Lo spettacolo incantava Scimmiotto, ma la solitudine era grande.

"Sembra che qui non abiti nessuno" si diceva Scimmiotto. "O forse la persona che cerco è lontana da casa." Ma dopo avere percorso qualche li, vide un letto su cui era stesa una monaca. Ecco il suo aspetto:

Berretto di broccato a cinque fiori,

Veste tessuta d'oro, calzature

A punta di fenice, alta cintura.

Antico il volto come tardo autunno

Ricoperto di brina, ma la voce,

Lieve e argentina, sa di primavera.

Per lei non han misteri i tre veicoli,

Le quattro sante verità la nutrono,

La vacuità del vuoto ha ben compreso

E gode vagabonda libertà.

È il buddha della Grotta Mille Fiori,

Ed è Pilan il suo eminente nome.

Dirigendosi alla sua volta, Scimmiotto gridò: "Pusa, i miei rispetti!"

Essa scese dal suo letto e giunse le mani per salutarlo: "Qual buon vento ti conduce qui, grande santo? Scusami, se non ti sono venuta incontro."

"Mi conoscete?"

"Chi mai non ti conosce! Le forze dell'ordine ti ricercavano dappertutto, l'anno che facesti la rivoluzione in paradiso."

"Si capisce. La notizia che fai male, corre lontano mille leghe; quella che fai bene, non esce nemmeno dall'uscio di casa. Perciò, penso, nessuno vi ha raccontato che poi mi sono convertito; ora sono buddista."

"Congratulazioni. Da quanto tempo?"

"Da poco; da quando mi hanno liberato dal carcere per arruolarmi a protezione del monaco cinese, che va nel paradiso occidentale in cerca di scritture. Ma quando siamo arrivati al Tempio del Fiore Giallo, il prete del posto lo ha avvelenato con una tazza di tè. Ho cercato di combattere questo daoshi, ma mi ha messo in difficoltà con i suoi raggi d'oro. Pare che voi siate in grado di neutralizzarli: perciò sono venuto a chiedervi aiuto."

"Chi ti ha dato la dritta? Non vedo più nessuno dall'ultima festa di Ullambana; non esco di casa da trecento anni. Non ricevo visite, nessuno mi conosce. Chi ti manda?"

"Non mi manda nessuno. Io sono un topo dei bassifondi, bazzico dappertutto, scavo le informazioni sottoterra."

"Non ti dovrei dar retta. Ma mi hai fatto l'onore di venirmi a trovare. E del resto non posso lasciare che perisca la buona causa: verrò con te."

Scimmiotto espresse la debita riconoscenza, ma non poté trattenersi dal chiedere: "Scusate la curiosità: che tecnica adoperate? Qual'è la vostra arma?"

"Quello che ci vuole in questo caso è il mio ago da ricamo."

"Tutto lì? Signora, non stiamo a perdere tempo" esclamò Scimmiotto. "Di aghi me ne procuro una botte piena, senza bisogno del vostro aiuto."

"I soliti aghi non servono. Il mio non è né d'acciaio né d'oro: l'ha forgiato mio figlio nell'occhio del sole."

"E chi è il vostro onorevole figlio?"

"È il mandarino della costellazione delle Pleiadi."

Scimmiotto non se l'aspettava, ma nascose la sua sorpresa.

Quando ritornarono al Tempio del Fiore Giallo, il daoshi era ancora circondato dai suoi terribili raggi. Madre Pilan tolse dal colletto del proprio vestito un minuscolo ago, non più grosso di un pelo di sopracciglio e lungo sì e no mezzo pollice: lo rotolò fra le dita, lo lanciò per aria, e i raggi d'oro vibrarono sonoramente e si spezzarono.

"Che bellezza! Che lavoro svelto!" apprezzò Scimmiotto. "Adesso bisognerà ricuperare l'ago."

"E questo cos'è?" disse Madre Pilan, mostrandolo sul palmo della mano.

Scimmiotto si avvicinò al daoshi, che stava rigido e immobile, con gli occhi serrati.

"Brutta bestia, non giocare a fare il cieco!" gridò Scimmiotto, e trasse la sua sbarra per colpirlo.

"Fermo! Aspetta: va prima a vedere in quali condizioni è il tuo maestro."

Il Novizio corse nella sala del tempio e vi trovò maestro e condiscepoli stesi a terra, con la bava alla bocca. "E adesso come faccio?"

"Non te la prendere" disse la pusa. "Visto che sono venuta qui, tanto vale che faccia l'anima buona fino in fondo: eccoti delle pillole che porto sempre con me e che combattono efficacemente molti veleni."

Dalla manica estrasse un cartoccio mezzo rotto e ne cavò tre pillole di colore rosso vivace. Scimmiotto le prese, disserrò a forza le mascelle di ciascuno dei giacenti e vi introdusse una pillola. Quando essa giunse allo stomaco, provocò un vomito che fece uscire il veleno e ne interruppe gli effetti.

Porcellino si rialzò per primo: "Mi sento proprio istupidito, ho un tal cerchio alla testa!"

E gli altri due: "Abbiamo un gran capogiro, vediamo doppio."

"Siete stati avvelenati con il tè" li informò Scimmiotto. "Per fortuna la pusa Pilan è venuta a togliervi dai guai. Dovreste ringraziarla."

Tripitaka si affrettò a rassettarsi gli abiti e a inchinarsi per esprimere la sua gratitudine.

"Fratello, dov'è andato a finire quel prete?" chiese Porcellino. "Mi piacerebbe sapere come gli è venuto in mente di farci uno scherzo simile."

Il Novizio raccontò dell'amicizia del prete con i sette ragni.

"Se chiamava 'sorelle' quei mostri, era certo un mostro anche lui" esclamò indignato Porcellino.

"Adesso è là fuori che fa il cieco" informò Scimmiotto.

Porcellino raccolse il suo rastrello e si avviò a cercarlo, con evidenti intenzioni aggressive. Ma la Madre Pilan gli disse: "Ammiraglio dei Canneti Celesti, càlmati. Come il grande santo ha potuto vedere, in casa mia non c'è ombra di persona di servizio: voglio assumere questo bel tomo come portinaio."

"Fate quello che volete, noi vi dobbiamo solo gratitudine" rispose per lui Scimmiotto. "Ma non potreste farci vedere il suo aspetto originario?"

"Questo è facile." Si accostò al daoshi e gli puntò contro il dito: esso affondò nella polvere e assunse la forma di una gigantesca scolopendra, lunga sette piedi. Vairambha la sollevò con il dito mignolo e d'un balzo se ne tornò a casa sua.

Porcellino stava a guardare incantato, con gli occhi in alto: "È battagliera la comare! Come sarà riuscita a venire a capo di quella bestiaccia?"

Scimmiotto si mise a ridere: "Mi ha detto di essere la madre del mandarino delle Pleiadi. Dal momento che il mandarino è un gallo, costei è in effetti una vecchia gallina; e si sa che le galline sono il peggior nemico delle scolopendre."

Quando Tripitaka ebbe concluso i suoi riti di ringraziamento, ordinò la partenza; ma prima Sabbioso preparò un pasto con il riso che si trovava in cucina. Dopo che lo ebbero consumato, Scimmiotto incendiò l'edificio, che in breve fu ridotto in cenere.

Furon salvati da Madre Pilan

E ripresero il viaggio ad Occidente.

Che altro poteva capitargli in cammino? Ascoltate il seguito, e lo saprete.