Nascono le emozioni e i desideri
Dalla stessa sorgente, e insieme dominano.
L'insegnamento in ogni monastero
È il meditar per rendersene liberi.
Fermi e perseveranti occorre essere,
Brillare senza un solo gran di polvere,
Come la luna immacolata in cielo.
Progresso senza errore: al compimento
Ti sveglierai nell'immortalità.
Si è narrato come in quella occasione Tripitaka e i suoi discepoli riuscirono a evadere dalla trappola dei desideri e dal carcere delle passioni. Il loro viaggio sulla via dell'Occidente proseguì a briglia sciolta; l'estate giunse alla fine e venne l'autunno. I viaggiatori godevano della rinnovata freschezza dell'aria.
I piovaschi han disperso la calura
Battendo sulle foglie di sterculia.
Le lucciole ti guidano la sera
Lungo il sentiero dove canta il grillo.
Si specchia il girasole nelle gocce
Di rugiada che coprono il poligono.
I primi ad appassire sono i salici
E i giunchi, mentre l'ultima cicala
Frinisce stancamente al sole tiepido.
Avanzavano verso una catena montuosa alta da toccare il cielo. Il reverendo, preoccupato, si rivolse a Consapevole del Vuoto: "Che alte montagne! Chissà se vi sarà una strada per attraversarle."
"Che cosa dite mai, maestro!" rispose Scimmiotto ridendo. "La montagna più alta ha il suo cammino, e l'onda più profonda il suo traghetto: si è sempre detto così. Non esistono ostacoli invalicabili: camminate senza paura."
Il reverendo stimolò il cavallo e in breve giunsero alle prime rupi. Dopo qualche li incontrarono un vecchio; il vento gli scompigliava i capelli bianchi e i radi fili d'argento delle lunghe fedine. Portava al collo un rosario e s'appoggiava a un bastone dal pomo a testa di drago. Dall'alto del pendio gridò loro: "Reverendi che andate verso occidente, fermatevi! Questa montagna è abitata da una banda di diavoli perversi, che hanno divorato tutti gli abitanti del posto. Non si può proseguire!"
Tripitaka impallidì e si sentì male, tanto che vacillò sulla sella, cadde giù come un sacco e rimase a gemere steso nell'erba.
Scimmiotto lo andò ad aiutare: "Di che cosa avete paura? Sono qui io."
"Non hai sentito quel vecchio? Da queste parti vivono gli orchi. Chi di voi ha il coraggio di andare a chiedergli maggiori informazioni?"
"Statevene lì seduto; ci andrò io."
"Ma sei brutto e brusco di modi: lo spaventerai e non ne caverai niente."
Scimmiotto rise: "Allora mi farò bello e di gentile aspetto."
"Vediamo."
Il grande santo, con una scossa, si trasformò in un bel monacello con gli occhi azzurri e i lineamenti femminei, dai gesti misurati e dall'eloquio castigato. Assettò la sua tonaca di broccato e ruotò su sé stesso davanti a Tripitaka: "Maestro, che ne dite?"
"Dico che vai a meraviglia" esclamò lieto Tripitaka, dopo averlo debitamente considerato.
"Si capisce" grugnì invidioso Porcellino. "Lui sa imbrogliare a meraviglia. Io mi potrei strizzare la gobba per tre anni di seguito, ma non riuscirei mai a diventare così seducente."
Il grande santo corse verso il vecchio: "L'umile monaco che sono vi saluta, rispettabile nonno" gli disse inchinandosi.
Il vegliardo contemplò quel ragazzino esile e manieroso, gli batté la mano sulla testa e gli domandò: "Da dove vieni, bel monacello?"
"Veniamo dai grandi Tang delle terre dell'Est, che ci mandano in cerca di scritture dal Buddha dell'Ovest. Ci avete gridato che questo posto è frequentato dai diavoli. Il mio maestro è troppo pauroso per venire a informarsi di persona, e ha mandato avanti me. Sapreste dirci chi sono queste creature che ostacolano il cammino? Dovreste essere così gentile da fornirmi tutti i particolari, in modo da consentirmi di catturarli e di mandarli in prigione."
"Ragazzino sconsiderato!" rise il vecchio. "Che cosa te ne farai delle informazioni? Non bastano le parole per affrontare quei diavoli, che dispongono di immensi poteri. Altro che catturarli!"
"C'è da pensare che siano vostri parenti e che voi li proteggiate" ribatté Scimmiotto sorridendo. "Altrimenti perché vantereste tanto le loro capacità? E perché non rivelate i loro precedenti?"
"Come sei chiacchierino, monacello" disse il vecchio crollando il capo. "Suppongo che nei lunghi viaggi accanto al tuo maestro, tu abbia imparato qualche piccola cosa di arte magica: magari sei capace di scacciare elfi da un cespuglio e di liberare una casa dagli spiriti. Ma non immagini nemmeno che cosa sanno fare dei diavoli feroci e potenti."
"Quanto feroci e potenti?"
"Per darti l'idea, se si recassero al Monte degli Avvoltoi, i cinquecento arhat si precipiterebbero a riceverli; se andassero a presentare il biglietto da visita alla porta del Cielo, gli undici grandi luminari gli correrebbero incontro a rendere omaggio. Sono amici dei draghi dei quattro oceani e giocano a carte con gli immortali delle otto grotte. Con i dieci giudici infernali sono in rapporti fraterni. Le divinità delle mura e dei fossati, per non parlare delle divinità locali, li considerano loro patroni."
Il grande santo si fece una bella risata: "Se la loro forza consiste nell'essere amici dei miei giovani colleghi e dei miei inservienti, non so che farmene. Se sapessero che sono qui, aspetterebbero giusto che venga buio per sloggiare di corsa."
"Ma che cosa dici, monacello? Quelle sante divinità, tuoi colleghi e inservienti! Tu bestemmi!"
"Per dirvela tutta" raccontò Scimmiotto ridendo, "io sono Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Da giovane sono stato mostro anch'io, e ne ho combinate di tutti i colori. Una volta che avevo bevuto troppo, vennero due messi dei tribunali infernali a condurmi all'altro mondo. Misi sottosopra il servizio d'ordine della Rete della Foresta delle Apparenze e terrorizzai i giudici, tutti e dieci: il re Yama divenne davvero bianco come un morto. Firmarono un pezzo di carta per dichiararsi miei giovani colleghi e servitori, purché gli risparmiassi le botte."
"Amitâbha Buddha! Le frottole che racconti sono grandi, monacello; non riuscirai mai a diventare grande come loro."
"Caro signore, sono già grande abbastanza."
"Quanti anni hai?"
"Indovinate."
"Ne avrai sette o otto."
"Moltiplichiamo per diecimila" fece ridendo Scimmiotto. "Se non avete niente in contrario, posso mostrarvi il mio vero aspetto."
"Lo vedo già, il tuo aspetto."
"Non vedete molto, in verità: ne ho altri settantadue."
E si passò la mano sul volto. Con la sua faccia feroce dai denti in fuori, le chiappe scarlatte, la gonnella di tigre stretta alla vita e la sbarra cerchiata d'oro in mano, era proprio il duca del tuono nato e sputato. Il vecchio impallidì, le gambe non lo ressero e cadde per terra; si rialzò, ma cadde di nuovo.
"Non spaventatevi fino a questo punto" gli disse Scimmiotto. "Sono brutto, ma abbastanza gentile. Vi ringrazio della buona intenzione con cui ci avete messo in guardia. Prendetevi il disturbo di raccontarmi qualcosa di più sui mostri di queste montagne: quanti sono, chi sono? Ve ne sarò grato."
Il vecchio tremava come una foglia e non riusciva più a spiccicare una parola. Sembrava che lo avesse colto una paresi, o che fosse diventato sordomuto. Scimmiotto aspettò per qualche tempo; poi, vedendo che il vecchio non riusciva a riprendersi, gli volse le spalle e ritornò da Tripitaka.
"Che cosa hai saputo, Consapevole del Vuoto?" gli chiese il reverendo.
"Niente di grave" rispose ridendo Scimmiotto. "Questa banda di mostri sulla montagna è giusto buona per far paura a questi pavidi montanari. Non vale la pena di parlarne."
"Ma hai saputo come si chiama la montagna, quanti sono i diavoli, dove abitano precisamente, e dove passa la strada verso il Monastero del Colpo di Tuono?"
"Maestro" intervenne Porcellino, "con rispetto parlando: in fatto di farse e carnevalate, gare di travestimento e giochi a moscacieca, il mio condiscepolo anziano è uno specialista senza rivali. Ma per le cose serie, valgo più io di un battaglione di Scimmiotti."
"È vero" riconobbe Tripitaka. "Tu sei più solido."
"Lui è uno che spinge avanti la testa e si dimentica la coda; fa due domande, si perde in ciaccole e ritorna da noi tutto garrulo senza niente da dire. Mandate me, se volete sapere le cose a fondo."
"Va pure, Consapevole delle Proprie Capacità; ma sta attento."
Il bestione si infilò il rastrello nella cintura, rassettò il vestito e corse su per il pendio. Quando arrivò dal vecchio, si diede un'aria d'importanza e lo arringò: "Salve, nonno!"
Il povero vecchio, allontanatosi Scimmiotto, si era rimesso faticosamente in piedi e si apprestava a ritornare a casa, appoggiandosi ancora tremante al suo bastone, quando si vide davanti quest'altra apparizione: "Avi miei! Che cosa ho messo nella mia minestra per soffrire tanti incubi? L'altro monaco era orrendo, ma forse conservava qualcosa di umano. Invece questo grugno rigonfio, queste orecchie grandi come ventagli di giunco, questa faccia di latta con i pelacci sul collo, di umano non hanno proprio niente."
"Si vede che siete di malumore, caro mio" lo burlò Porcellino. "So che son brutto; ma se vi abituate a guardarmi, finirete per trovarmi passabile."
Udendo che parlava con voce umana, il vecchio domandò: "Si può sapere da dove vieni?"
"Sono il secondo discepolo del monaco cinese. I miei nomi in religione sono Consapevole delle Proprie Capacità e Otto Divieti. Prima avete parlato con il mio condiscepolo anziano, Consapevole del Vuoto, il Novizio. Il maestro gli ha rimproverato di non essersi informato bene e ha mandato me a farvi qualche domanda: come si chiama questa montagna? quali mostri la abitano? in quale grotta risiedono? dove passa la strada per l'Occidente? Tante grazie, se mi vorrete rispondere."
"Tu parli sul serio?"
"Mai stato così serio in vita mia."
"Il fatto è che l'altro monaco, poco fa, mi ha raccontato una quantità incredibile di fanfaluche."
"Certo, lui è un cacciapalle. Io non gli assomiglio affatto."
Il vecchio si appoggiò meglio al suo bastone e rispose: "Vediamo: questa è la catena montuosa del Cammello Leone, larga ottocento li; nel bel mezzo c'è una grotta con lo stesso nome, dove risiedono tre marescialli diavoli."
"Sciocchezze" commentò Porcellino. "Se si tratta soltanto di tre poveri diavoli, perché venirci a mettere sull'avviso come se si trattasse di una gran cosa?"
"Non vi fanno paura?"
"Il mio condiscepolo anziano abbatterà il primo con la sua sbarra, io ammazzerò il secondo con il mio rastrello, e l'altro condiscepolo regolerà il conto del terzo diavolo con il suo randello. Ecco fatto: e ce ne andremo per la nostra strada."
"Questo monaco non ha idea della gravità della situazione" esclamò il vecchio. "I marescialli diavoli sono potentissimi. Le forze ai loro ordini sono composte da cinquemila mostri sul versante nord, altrettanti a sud, diecimila a est e altrettanti a ovest; senza contarne diecimila di guardia alla grotta e altri quattro o cinquemila addetti ai servizi di pattuglia. Conta anche gli addetti ai rifornimenti, e avrai un totale di quarantasette o quarantottomila soldati, tutti inquadrati con piastrine di riconoscimento, e tutti alimentati con carne umana."
Fu la volta del bestione di mettersi a tremare; fece dietro-front e ritornò di corsa dal monaco cinese. Ma invece di riferire le risposte, posò il rastrello e si accucciò per fare i suoi bisogni.
"Che strano modo di mettersi a rapporto" gli gridò Scimmiotto.
"Me la sto facendo addosso dalla paura" rispose Porcellino. "Non c'è proprio altro da dire. Disperdiamoci e scappiamo, prima che sia troppo tardi."
"Sudicione incallito! Ho sentito anch'io quel vecchio, e non mi ha detto niente di strano. Tu ci scambi due parole, e ti spaventi tanto da perdere il controllo del ventre."
"Insomma, che cosa succede?" domandò Tripitaka.
"Dice il vecchio" rispose Porcellino, "che questa è la montagna del Cammello Leone, larga ottocento li. In mezzo c'è una grotta dello stesso nome, dove abitano tre mostri che hanno ai loro ordini quarantottomila cannibali. Fate un po' voi il conto, che cosa rimarrà di noi se ci mettiamo piede."
A Tripitaka si rizzarono i capelli in testa: "Come faremo, Consapevole del Vuoto?"
Scimmiotto rise: "Tranquillizzatevi, maestro. Non c'è niente di grave. Qualche mostro in giro ci sarà; ma la gente del posto è paurosa e ingrandisce le cose. Comunque, son qui io."
"Ma che cosa dici fratello?" insisteva Porcellino. "Io non sono approssimativo come te, ho fatto domande precise. E anche le risposte sono precise, altro che favole di montanari. Monti e valli formicolano di esseri malefici."
"Non insistere, bestia" sghignazzò Scimmiotto. "Fai dell'allarmismo inutile. Se la montagna formicola, schiaccerò le formiche con la mia sbarra. Datemi la metà di una notte, e sgombrerò il cammino."
"Sono fanfaronate senza senso. Solo per fare l'appello di tutta quella gente ci vorrebbe una settimana. Cosa credi di fare?"
"Quali metodi credi che si possano usare?"
"Avrai un bel picchiare, legare o immobilizzare con la magia: sono troppi!"
"Non mi metterò certo a legare tutta quella gente. Fai conto che allunghi questa sbarra di quaranta tese, e che le dia una circonferenza di otto tese. Con una sola rotazione su tutto l'orizzonte schiaccerò, diciamo, cinquemila persone in ciascuna delle quattro direzioni: spalmerò per terra qualcosa come ventimila combattenti. E il colpo si può ripetere."
"Certo che se ne fai ripieno di ravioli, ne verrai a capo prima di sera."
"Maestro" disse Sabbioso a Tripitaka, "il nostro condiscepolo anziano ha tali poteri, che non c'è niente da temere. Risalite a cavallo, e andiamo avanti."
Tripitaka aveva ascoltato tremebondo il dibattito, e non aveva altra scelta che di sforzarsi di trovar fondati gli argomenti rassicuranti.
Si accorsero allora che il vecchio era scomparso. "Non era che un mostro venuto qui con il proposito di intimorirci" ne concluse Sabbioso.
"Non tiriamo conclusioni superficiali" replicò Scimmiotto. "Aspettate, che do un'occhiata in giro."
Balzò in alto e scrutò tutto intorno, senza scoprire alcuna traccia; ma quando si volse all'improvviso, intravide un lontano baluginare di colori. Si lanciò all'inseguimento e riconobbe il bianco astro del metallo, il pianeta Venere.
Lo raggiunse e lo afferrò per la veste: "Li Lungavita, non hai perduto l'abitudine di comportarti da schifoso. Se hai qualcosa da dire, dimmela in faccia. Perché questi trucchi meschini?"
"Scusa tanto, grande santo, se non ti ho informato prima" rispose l'astro messo alle strette. "Ma è vero che quei diavoli sono potentissimi. Dovrai spremere tutte le tue risorse: e basterà il più piccolo errore o disattenzione, perché tu non ce la faccia e vi riesca impossibile proseguire."
"Molto obbligato. Se è gente così tosta, quando ritorni di Sopra, non potresti mettere una buona parola con l'Imperatore di Giada, perché ci mandi rinforzi?"
"Ai tuoi ordini. Centomila su semplice richiesta verbale."
Scimmiotto ritornò giù a informare Tripitaka: "Quel vecchietto era il pianeta Venere."
"Corrigli dietro!" esclamò Tripitaka giungendo le mani. "Vedi di raggiungerlo, e chiedigli se non ci può suggerire un'altra strada."
"Non possiamo fare deviazioni. La via diretta è già lunga ottocento li: figuriamoci che giro dovremmo fare per evitarla!"
Tripitaka si mise a piangere: "E come potremo farcela?"
"Non perdete tempo a piangere, è un comportamento stupido. Di certo Li avrà un po' esagerato le difficoltà, per stimolarci a tenere sveglia l'attenzione. Come si dice, uomo avvisato vale per due. Smontate da cavallo e sedetevi qui."
"Che cosa c'è ancora da discutere?" domandò Porcellino.
"Non è per discutere" rispose Scimmiotto. "Voi badate al maestro, al cavallo e ai bagagli. Io intanto vado a informarmi su chi abbiamo davanti. Farò un prigioniero per avere notizie particolareggiate. Potrei anche catturarne parecchi, e liberarli solo a patto che si impegnino a tener chiusa la grotta finché non siamo passati. Fatemi vedere: si possono fare tante cose."
"Occhio!" esortava Sabbioso.
"Non essere diffidente" disse il Novizio ridendo. "In un modo o nell'altro aprirò un varco, fosse pure questa montagna corazzata d'acciaio!"
Quel sacripante di un grande santo balzò in aria con un sibilo e fu subito sulla cima della montagna. Frugò fra liane e spine, ma non scoprì segno di presenza umana: il luogo era deserto e silenzioso. Indispettito, si disse: "Ho fatto male a lasciare andar via quel vecchiaccio. Dev'essere proprio venuto a prendermi in giro. Qui non c'è traccia di mostri; se fossero tanti come diceva, se ne dovrebbero vedere che giocano e saltano, agitano lance e bastoni, fanno esercizi militari. E invece non c'è l'ombra di nessuno."
Ma a un tratto udì avvicinarsi un rumore di tavolette che battevano e di una campanella che suonava. Si appostò e vide venire avanti un mostro che portava dietro la schiena un gagliardetto con la parola Ordinanza e camminava battendo le tavolette, mentre la campanella ciondolava dalla sua cintura. Non era un piccoletto: la sua statura misurava dodici piedi.
"Dev'essere un portaordini" si disse Scimmiotto, con un piccolo riso segreto. "Sentiamo che cos'ha da raccontare."
Fece un passo magico, recitò un incantesimo e si trasformò in mosca. In questa forma si andò a posare sul copricapo del soldato, che marciando borbottava fra sé: "Noi di pattuglia dobbiamo stare in guardia contro quel Novizio Scimmiotto, che a quanto pare è capace persino di trasformarsi in una mosca."
Scimmiotto si stupiva: "Come fa questo qui a conoscere il mio nome, e a sapere che mi sono trasformato in una mosca?"
Naturalmente il mostro non si era accorto di niente, e non faceva che ripetere le consegne ricevute. Scimmiotto pensò per un momento di ammazzarlo a scopo cautelare, ma poi cambiò idea: "Se tutti i quarantottomila sono di questa pasta, non costituiranno un grande problema. Ma non so che cosa sappiano fare i loro capi. Vediamo di interrogarlo; per passare alle vie di fatto c'è tempo."
Vi chiederete come contasse di interrogarlo. Volò via dal copricapo, si posò su una pianta e si trasformò in un mostro uguale a lui, con gagliardetto, tavolette e campana; solo che era quattro o cinque pollici più alto. Il falso raggiunse il vero biascicando la stessa giaculatoria, e gli gridò: "Aspettami!"
"Tu chi sei?"
"Non conosci più i tuoi colleghi?"
"Tu non sei un collega."
"Come sarebbe a dire? Guarda meglio."
"Mai vista la tua faccia."
"Ah, capisco! Non mi riconosci perché sono addetto ad accendere il fuoco. Perciò mi vedi di rado."
"Neanche per sogno: in cucina non c'è nessuna faccia con quella bocca sporgente."
"Mi sono fatto la bocca troppo sporgente" pensò Scimmiotto; abbassò la testa, si sfregò la bocca con la mano e pensò: "Sporgi meno!" Così accadde.
"Cos'è questa storia? Un momento fa avevi una faccia diversa. Ti è bastato toccarla per farla cambiare: è una cosa loschissima. E poi non sei dei nostri, io non ti ho mai visto. Con la disciplina che c'è da noi, gli addetti al fuoco stanno sempre in cucina; per la montagna vanno solo le pattuglie. Nessuno può avere tutti e due gli incarichi."
L'astuto Scimmiotto spiegò: "In cucina ero così bravo, che mi hanno promosso al servizio di pattuglia."
"Se è così, devi essere stato assegnato a un gruppo di pattuglia di quattrocento uomini e a una sezione di quaranta, e devi avere la piastrina di riconoscimento. Ce l'hai?"
Scimmiotto aveva riprodotto quello che vedeva del suo modello; la piastrina non era in vista. Però rispose con disinvoltura: "E come non avrei la piastrina! Me l'hanno appena data. Tu piuttosto ce l'hai? Falla vedere per primo."
Il mostro sbottonò ingenuamente la giubba e mostrò la sua piastrina, laccata d'oro e appesa a un filo di lana verde.
Scimmiotto lesse: Piccolo Sfondavento; e sul verso: Per la potenza di tutti i diavoli. Rifletté: "Si capisce, la parola vento deve entrare nel nome di tutti gli esploratori." E disse: "Ora ti mostro la mia."
Con movimenti tanto rapidi da risultare impercettibili, si strappò un pelo e ne fece una piastrina identica, compreso il filo verde, solo che il nome era: Capo Sfondavento. Il mostro si stupì: "Ma come! Noi ci chiamiamo tutti Piccolo Sfondavento. Perché il tuo nome è diverso?"
Scimmiotto non lasciava mai le cose a mezzo; rispose: "Ma allora non sai la novità? Ero così bravo in cucina, che il grande re mi ha promosso ispettore del vento, e mi ha conferito questa nuova carica di capo verificatore della tua sezione di quaranta esploratori."
Il mostro si spaventò e gli fece precipitosamente il saluto: "Comandante, vi giuro che non lo sapevo. Se vi ho offeso, scusatemi tanto."
Scimmiotto rise: "Ma no che non mi offendo. Però c'è una cosa a cui tengo molto: il regalo di benvenuto. Dai miei ragazzi, mi accontento di avere cinque tael a testa."
"Portate pazienza, comandante; non ho soldi con me. Vi pagherò non appena avrò raggiunto la mia sezione sul versante sud."
"Va bene; vengo con te."
Il mostro ripartì di buon passo, e il grande santo lo seguì.
Dopo molti li giunsero al Picco dei Pennelli, che aveva questo nome perché lo sovrastava un ammasso roccioso di forma simile a un porta-pennelli. Ai suoi piedi si trovava un buon numero di mostri soldati. Scimmiotto vi balzò sopra, si assise maestoso e gridò: "Sfondavento, a raccolta!"
"Agli ordini, comandante" risposero i mostri inchinandosi.
"Sapete perché i nostri grandi re mi hanno nominato?"
"Non lo sappiamo."
"Perché vogliono mangiare il monaco cinese, ma temono la potenza magica di Scimmiotto il Novizio, e la sua capacità di trasformarsi a volontà. Si teme che batta appunto questa zona, e non è escluso che, per spiarci, abbia preso l'aspetto di un Piccolo Sfondavento. Io sono il Capo Sfondavento appunto per verificare che nella sezione non ci sia quell'infiltrato."
"Siamo tutti autentici, comandante" risposero in coro.
"Può darsi di sì, e può darsi di no. Se siete tutti autentici, saprete tutti di che cosa sono capaci i nostri grandi re."
"Certo che lo sappiamo!" gridò una voce.
"Visto che lo sai, dillo. Chi risponde giusto è autentico. Ma il minimo errore rivelerà l'infiltrato, e io lo porterò davanti ai nostri capi perché decidano la sua sorte."
A vederlo troneggiare e comandare con tanta autorità, i mostri ne furono soggiogati e non potevano che ubbidire. Uno disse: "Immensi sono i poteri dei nostri grandi re, sconfinate le loro capacità: di centomila soldati celesti farebbero un solo boccone."
"Palle!" urlò Scimmiotto.
"Comandante, io però sono autentico" balbettò il mostro. "Perché non dovrei esserlo?"
"E allora perché parli a vanvera? Come può un tizio, per grosso che sia, mandar giù centomila soldati celesti?"
"Ma non sapete che i nostri re possono farsi alti da toccare i palazzi del Cielo, o diventare più piccoli di un seme di cavolo? L'anno che la Regina Madre d'Occidente dimenticò di invitare il primo grande re alla festa delle pesche di immortalità, lui se la prese con il Cielo. L'Imperatore di Giada mandò appunto centomila soldati celesti per ricondurlo alla ragione; ma il grande re spalancò davanti a loro una bocca grande come una città, e quelli ne furono terrorizzati al punto che si barricarono dietro il portale est del Cielo. Si può ben dire che di centomila soldati celesti farebbe un solo boccone."
Scimmiotto sogghignò dentro di sé: "Son cose che so fare anch'io." E domandò: "Il secondo grande re che cosa sa fare?"
"Il secondo grande re è alto trenta piedi, ha le sopracciglia di bozzoli di seta, una bella voce femminile, i denti a rastrello e il naso lungo come un drago. Lo può arrotolare per strappare l'anima al suo avversario, avesse pure corpo di bronzo e schiena d'acciaio."
"Il naso prensile è sempre un punto debole in combattimento" si disse Scimmiotto. E chiese: "E il terzo grande re?"
"Il terzo grande re non è una creatura di questo basso mondo. Si chiama Roc che Supera Diecimila Li di Nuvole a Ogni Tappa. Quando si muove, si leva il vento e si sconvolge il mare; se si dirige a sud, fa tremare anche il nord. Porta con sé un tesoro che si chiama vaso dei soffi yin e yang: una persona chiusa là dentro si liquefà in tre ore e mezza."
Scimmiotto si allarmò: "Non è che questo diavolo sia più pericoloso di un altro; ma quel vaso non mi piace." E chiese: "Quale dei tre vuol mangiare il monaco cinese?"
"Ma comandante, non lo sapete?"
"La so più lunga di te, minchione!" tuonò Scimmiotto. "Ma ho l'ordine di interrogare voi, perché potreste non saperne abbastanza."
"I primi due re abitano qui da lungo tempo; ma il terzo viene da fuori. Abita una città dal nome Cammello Leone, come la nostra montagna, che si trova quattrocento li a ovest. Se ne impadronì cinquecento anni fa mangiandone il re, i mandarini civili e militari e tutta la popolazione, uomini donne e bambini. Ormai è una città di soli mostri. È lui che ha sentito parlare di questo monaco cinese, inviato nell'Ovest dopo aver praticato la disciplina nel corso di dieci successive incarnazioni: mangiarne un pezzetto rende immortali. Ha deciso di provarcisi, ma non si sentiva sicuro di riuscirci da solo, per via di un discepolo di quel monaco, Scimmiotto il Novizio, che è ferocissimo. Perciò si è alleato ai nostri grandi re e ha stretto con loro legami fraterni: per impadronirsi del monaco cinese uniranno i loro sforzi."
A queste parole, Scimmiotto fu preso dalla collera: "Brutte carogne! Ce l'ho io la responsabilità di quel monaco: come gli viene in mente di cercare di mangiarmelo sotto il naso?"
Balzò giù dalla rupe digrignando i denti in un grugnito furente, roteò la sua sbarra e ridusse tutti i circostanti in un ripieno da ravioli piuttosto morbido. Poi gli venne qualche scrupolo: "Peccato, erano abbastanza gentili; mi hanno raccontato assai degli affari di famiglia. Tanto peggio. Cosa fatta, capo ha."
D'altronde il buon Scimmiotto non aveva da scegliere. Si impadronì di una piastrina di riconoscimento e, in veste di perfetto Sfondavento, partì alla ricerca della grotta.
È il caso di dirlo:
Del Bel Re Scimmia le trasformazioni
Sembrano non aver limitazioni.
Si inoltrò sulla montagna, lungo il sentiero, e presto giunse dove si udivano nitriti di cavalli e grida d'uomini: migliaia di mostri erano schierati davanti all'ingresso della grotta, armati di sciabole, lance e alabarde, con bandiere e gonfaloni al vento. Scimmiotto si disse soddisfatto: "Li Lungavita non mi aveva mentito."
L'esercito era schierato in buon ordine, diviso in compagnie di duecentocinquanta soldati ciascuna. Le quaranta bandiere dai colori vivaci che garrivano al vento mostravano come i diecimila fossero al gran completo. Scimmiotto pensava: "Se entro e i diavoli mi interrogano a proposito della mia pattuglia, troverò sempre qualcosa da raccontare. Ma se facessi un passo falso e fossi costretto a prendere il largo, ecco qui una bella barriera da superare. Per catturare i capi, sarebbe più sicuro incominciare con lo sbarazzarsi del loro esercito."
Facile a dirsi! Come contava di fare? Rimuginava: "Questi diavoli non mi hanno mai visto, ma hanno sentito parlare di me in modo da metter paura. Posso cercare di trarne partito e di metterli in rotta con qualche fanfaronata. Dopo tutto, che funzioni o no sta scritto nel nostro destino. Se i benefici che i santi monaci del Paese di Mezzo devono ricavare dalle scritture che cerchiamo sono davvero così importanti, qualcuno o qualcosa mi aiuteranno. Se invece son tutte balle e il nostro destino è di non venirne a capo, non riuscirò a infinocchiare questa gente; ma non farà differenza finir male qui, o in qualsiasi altro posto."
Mentre rifletteva continuava allegramente la sua marcia, battendo le tavolette e suonando la campanella. Quando fu all'altezza della prima linea, gli alfieri dissero: "Eccoti qua, Sfondavento." Lui non aprì bocca e tirò dritto.
Le guardie della seconda linea lo fermarono e chiesero: "La vostra pattuglia si è imbattuta in quel famoso Scimmiotto?"
"Certo, io l'ho visto. Stava aguzzando un palo."
"Che faccia aveva? Di che palo si trattava?" chiedevano i mostri allarmati.
"Se ne stava accovacciato in riva al torrente, come un esorcista. Ma rizzandosi in piedi era alto più di dieci tese. Aveva in mano una sbarra di ferro lunga come un palo, del diametro di una tazza. Spruzzava acqua fino alla roccia dell'altra riva, strofinava la sua arma e borbottava: 'Palo mio, è molto tempo che non ti adopero. Tu mi spiaccicherai centomila mostri, non ne lascerai vivo nemmeno uno. E io provvederò ai loro tre capi e te li offrirò in sacrificio.' Penso che quando l'arma sarà ben pulita incomincerà da qui, dai diecimila dell'avanguardia."
I mostri lo ascoltavano con gli occhi fuori dalla testa: non ce n'era uno che non si sentisse le gambe molli.
Scimmiotto continuava: "Cari miei, della carne di quel monaco a noi non ne toccherà nemmeno un brandello. Perché dobbiamo correre tutti i rischi di questa sporca faccenda, senza averne nessun vantaggio? Il buon senso suggerisce che ce la squagliamo prima che sia troppo tardi."
"Non hai mica torto. Ragazzi, salviamo la pelle, filiamocela!" approvarono tutti i mostri.
Certo, se fossero stati un'armata di gente del paese, dotata di senso del dovere, avrebbero preferito morire sul posto piuttosto che darsi alla fuga. Ma non erano che spiriti di bestie varie della montagna: lupi, tigri, leopardi, quadrupedi e volatili. Così il panico corse tra le file, e in breve tutti scapparono a gambe levate nelle quattro direzioni. Avvenne un po' come quando i soldati di Liu Bang intonarono le canzoni del paese di Chu e i loro ottomila avversari, che erano appunto di quel paese, credettero di essere traditi dai compaesani e si diedero alla fuga.
"Mica male!" si disse Scimmiotto, tutto allegro. "I tre diavoli sono nelle mie mani. Questa gente, anche se tornasse a raccogliersi, farà fatica a guardarmi in faccia, dopo essere fuggita al solo suono della mia voce. Comunque sarà prudente che io resti coerente ed entri nella grotta a raccontare le stesse cose: altrimenti, basterebbero un mostriciattolo o due che mi smentissero per rivelare tutta la manfrina."
E si fece temerariamente avanti.
Ma voi certo non sapete come andò il suo incontro con i marescialli diavoli: dunque ascoltate il seguito!