Un orrido spettacolo si offrì agli occhi di Scimmiotto, quando penetrò nella grotta:
Dovunque montagne d'ossa, una foresta di scheletri.
I capelli si riducono a feltro, carne e pelle si decompongono in polvere e fango. Pendono dagli alberi bianchi tendini umani.
Dal mucchio di detriti cadaverici e dalla palude di sangue emana un fetore insopportabile. A sinistra, giovani mostri sono intenti a macellare persone che dànno ancora segni di vita; a destra, carne d'uomo cuoce nei calderoni.
Nessuno oserebbe varcare quella soglia; ci vuol proprio l'intrepidezza del Bel Re Scimmia.
Superato il secondo ingresso, lo spettacolo era completamente diverso: ampi spazi, quiete ed eleganza, piante rare e fiori fatati, alteri pini in primo piano, bambù turchese nello sfondo. Si camminava per qualche li su vialetti di ghiaia e si giungeva a una terza porta. Scimmiotto scivolò all'interno e gettò un'occhiata: su alti troni sedevano tre vecchi diavoli, uno più orribile dell'altro. Quello di mezzo si presentava così:
I denti come grandi cesoie sbilenche, cranio rotondo e muso squadrato, voce di tuono, occhi sfolgoranti, naso rivolto all'insù.
Le rosse sopracciglia lanciano fiamme. Dove passa, tutti gli animali cadono in preda al panico. Tremano i demoni intorno a lui, quando siede sul trono. È il re degli animali, lo spirito malefico del leone dal pelo blu.
Quello a sinistra:
Occhi di fenice dalle pupille d'oro, dentoni gialli e larghe zampe. Gli escono dal lunghissimo naso tanti peli argentei, che sembrano un'altra coda cresciuta sulla faccia.
La fronte bombata è dominata da sopracciglia cespugliose, il corpo è massiccio; da quelle forme di diavolo grottesco esce però una sottile voce di fanciulla. È l'elefante dalle zanne giallastre, cresciute lunghissime in molti anni di ascesi.
Quanto a quello di destra:
Ali dorate e capo di leviatano, pupille minacciose in occhi di leopardo. Quando si dirige a sud fa tremare anche il nord; la sua energia, benché la tortora se ne burli, terrorizza i draghi.
Quando scuote le penne, gli uccelli nascondono il capo; quando allarga gli artigli, la gente volatile muore di paura. È il grande roc, che in un colpo d'ala supera novantamila li sopra le nuvole.
Davanti a loro era schierato un centinaio di ufficiali di vario grado; ciascuno era armato da capo a piedi e trasudava determinazione omicida, da dare i brividi. Ma Scimmiotto se ne rallegrò segretamente, si fece avanti a gran passi e posò al suolo le sue tavolette e la campanella.
"Vostre maestà!" gridò rivolto ai troni.
"Eccoti qua, Piccolo Sfondavento. Nel tuo servizio di pattuglia, hai saputo niente di Scimmiotto il Novizio?" gli chiesero i tre diavoli.
"Non oso parlare alla vostra presenza."
"Perché non osi?"
"Perché non ho buone notizie. Ho visto un uomo accucciato in riva al torrente, che aguzzava un palo e lo bagnava nell'acqua. Da lontano sembrava un esorcista, ma levandosi in piedi era alto più di dieci tese. Mentre puliva la sua arma borbottava che voleva renderla lucente prima di abbatterla sulle teste delle vostre maestà. Così ho capito che si trattava del Novizio Scimmiotto, e sono venuto a informarvi."
La fronte del diavolo più anziano si imperlò di sudore; egli si rivolse agli altri due con voce tremante: "Fratelli, ve lo dicevo che era meglio non prendersela con il monaco cinese. Quel discepolo è fortissimo, e sta già aguzzando la sua sbarra contro di noi. Che facciamo?" E ordinò: "Ritirate le truppe nella grotta, chiudete le porte e lasciate che sulla montagna passi chi vuole."
Ma un capitano che era al corrente degli ultimi avvenimenti riferì: "Maestà, i soldati di guardia all'ingresso si sono sbandati."
"Come mai sono scappati? Avranno annusato il pericolo che si avvicina. Sbarrate immediatamente le porte!"
E infatti si udirono rinchiudersi i pesanti battenti e risonare i metalli di catene e catenacci.
"Adesso siamo tutti chiusi dentro" pensò inquieto Scimmiotto. "Qualunque cosa non vada per il suo verso, mi trovo senza una via di ritirata. Sarò più tranquillo se, con qualche frottola supplementare, riuscirò a fargli riaprire il portone."
"Vostre maestà, non è tutto: ha detto di peggio."
"Che cosa ha detto?"
"Diceva che scorticherà vivo il primo gran re, disosserà il secondo e strapperà i tendini del terzo. Chiudere le porte non serve, perché lui può facilmente trasformarsi, per esempio in una mosca, e intrufolarsi dalla minima fessura. Se lo facesse, come ci difenderemmo?"
"Fratelli, attenzione! In questa grotta non si vedono mosche da anni: se ne vedete volare una, non può essere che Scimmiotto."
"Li servo subito" ridacchiò Scimmiotto fra sé. "Il panico che ne seguirà li costringerà a riaprire le porte."
Il grande santo si appartò in un angolo buio, si strappò un pelo dal collo e lo mutò in una mosca dorata, che andò a volare dritta sulla faccia di un grande re.
"Orrore, fratelli!" gridò quello, con la voce in falsetto dalla paura. "Guardate! la cosa è penetrata fin qui!"
Nel panico generale, tutti si armarono di scope e di strofinacci per abbattere il nemico. Il grande santo non riuscì a trattenersi dal ridere a crepapelle: e fece male, perché in questo modo perse il controllo e per un attimo lasciò trapelare il suo vero aspetto.
Il terzo diavolo gli diede un'occhiata e si gettò verso di lui: "Fratelli, guardate, ci sta imbrogliando!"
"Chi ci ingannerebbe?" chiese stupito il maggiore.
"Questo mostriciattolo che ha risposto alle nostre domande. Non è un Piccolo Sfondavento: è Scimmiotto in persona sotto mentite spoglie."
"Miseria, mi ha riconosciuto!" pensò Scimmiotto. Si passò la mano sul volto per rafforzare il travestimento, venne verso la luce e disse: "Io sarei Scimmiotto? Le vostre maestà si sbagliano: guardate, sono uno Sfondavento qualsiasi."
"Ma sì, lo riconosco" disse il grande re. "Vedo quella faccia tre volte al giorno, quando facciamo l'appello." E chiese: "Ce l'hai la piastrina di riconoscimento?"
"Eccola qui" Scimmiotto si sbottonò la giubba e gli tese la piastrina.
"Vedi, fratello? Gli facevi torto."
"Non faccio torto a nessuno" protestò il terzo re. "Quando si è messo a ghignare, ho visto benissimo il suo brutto muso da duca del tuono. Quando ho gridato, ha ripreso questo aspetto." E ordinò: "Portate subito le corde."
Gli ufficiali ubbidirono, lo rovesciarono a terra e lo legarono. Quando gli sollevarono i vestiti, si vide subito pelo di equipuzio: in effetti aveva imitato fedelmente l'aspetto esteriore, ma non si era curato di cambiare le parti nascoste, come le chiappe scarlatte e la coda scimmiesca.
"Ecco qua!" gridò il primo diavolo. "Testa di Sfondavento su corpo di Scimmiotto. Ragazzi, portate vino per brindare alla salute del terzo re: è merito suo se abbiamo catturato Scimmiotto. Ora niente ci impedirà di metterci sotto i denti il monaco cinese."
"Non è ancora giunto il momento di bere" obiettò il terzo diavolo. "Questo Scimmiotto sa tanti di quei trucchi, che ci può ancora scivolare fra le dita. Facciamo portare il nostro vaso e chiudiamocelo dentro: dopo potremo bere tranquillamente."
"Bravo, la prudenza non è mai troppa" approvò sogghignando il primo diavolo.
Trentasei mostri andarono a prendere il tesoro nell'armeria. Vi chiederete quali dimensioni potesse avere: era alto solo due piedi e quattro pollici. E occorrevano addirittura trentasei persone per trasportarlo? Sì, perché trentasei è il numero dell'Orsa Maggiore(59): quel vaso racchiudeva le energie dello yin e dello yang, i sette tesori, gli otto trigrammi e i ventiquattro soffi dell'anno.
Il vaso venne portato nella sala, fu liberato dall'involucro che lo proteggeva e si sollevò il coperchio. Scimmiotto fu slegato, spogliato e presentato davanti alla bocca del vaso, che lo risucchiò rumorosamente. Quando fu dentro, l'imboccatura venne richiusa e il coperchio sigillato.
A questo punto i diavoli si dettero a brindare: "Quel macaco può dimenticare la strada dell'Occidente, e anche quella dell'oriente. Se il monaco vuole ancora trovare scritture, non gli resta che far girare all'indietro la ruota delle incarnazioni e ricominciare daccapo." Ridendo e dandosi pacche sulle spalle, con i boccali in mano, si diressero verso il tavolo del banchetto che doveva celebrare la loro vittoria.
Scimmiotto stava stretto dentro il vaso; perciò si rimpicciolì e sedette in un angolo, a suo agio. Sentiva una gradevole frescura, e commentò: "Questi mostri si illudono di avere chissà quali armi. Perché mai andranno raccontando che questo vaso liquefà la gente in tre ore e mezza? Ci si sta così comodi, che ci si potrebbe vivere allegramente per sette od otto anni."
Ma il grande santo, ahimè, non sapeva come funzionava il vaso. Nel perfetto silenzio, il bel fresco poteva durare anche per un anno filato. Ma guai se si rompeva il silenzio: bastava una parola per scatenare fiamme che divoravano il chiacchierone. Ancor prima che finisse la frase, il vaso diventò rovente. Per fortuna il grande santo era pieno di risorse: si limitò a fare il segno che allontana il fuoco e se ne rimase seduto impassibile nel suo angolino. Dopo un'oretta, ecco spuntare da tutte le parti quaranta serpenti che venivano a morderlo. Scimmiotto li acchiappò a uno a uno, gli torse il collo e lo ruppe. Poi comparvero tre draghi di fuoco che lo accerchiarono.
Allora il Novizio incominciò a sentirsi a disagio: "Gli altri erano giochetti, ma questi draghi possono essere pericolosi. Se me ne resto qui come un salame e il flogisto mi raggiunge il cuore, che sarà di me? Devo crescere fino a rompere la prigione."
Recitò un incantesimo e si allungò di una dozzina di piedi; ma anche il vaso crebbe in proporzione. Ridusse la statura, e il vaso ritornò alle precedenti dimensioni.
"Si mette male" si diceva Scimmiotto spaventato. "Questa roba mi sta incollata addosso come un vestito su misura." Gli dolevano le gambe; le toccò e si accorse che il fuoco cominciava a intaccarle. "Diavolo! Mi si fondono le gambe! Non ho voglia di diventare un mutilato di guerra."
Non poté evitare di versare qualche lacrima. In realtà
Ciò che lo addolorava in mezzo ai suoi tormenti
Erano i gran pericoli corsi da Tripitaka.
"Maestro!" si lamentava. "Dopo tante avventure al vostro servizio, non avrei mai pensato di finire per mano di questi orchi. Ai bei tempi avevo ben altra reputazione."
Ma non si abbandonò alla disperazione fino al punto da abbandonare la riflessione: "Quella volta, sul Monte del Serpente Acciambellato, la pusa mi donò tre peli d'emergenza. Vediamo se ci sono ancora."
Si tastò per cercarli, e trovò dietro la nuca tre peli più rigidi degli altri: "Eccoli qui. Vediamo a che cosa possono servire."
Se li strappò, ci soffiò sopra e mutò il primo in un succhiello a punta di diamante vajra, il secondo in un'asticciola di bambù e il terzo in una cordicella di seta. Passò la corda intorno al succhiello e ne legò le estremità all'asticciola, incurvandola ad arco; con l'arnese così costruito trapanò la parete del vaso e vi aprì un forellino, da cui apparve la luce. "Che fortuna!" esclamò. "Mi caverò dagli impicci anche questa volta." Presto la temperatura si abbassò, perché i soffi yin e yang sfuggivano dal foro.
Diavolo di un grande santo! Ricuperò i suoi peli e si mutò in un insettino tanto piccolo da poter passare dal foro che aveva praticato. Sfuggito al suo carcere, invece di prendere il largo, si andò a posare sulla testa del primo diavolo.
Questi posò il bicchiere e domandò: "Avrà finito di fondere, quello Scimmiotto?"
"Ma certo: il tempo è trascorso" rispose sorridendo il terzo diavolo.
L'anziano fece dunque portare il recipiente. Ma i trentasei mostri si accorsero subito che ormai il vaso pesava pochissimo, e corsero spaventati ad annunciare: "Vostra maestà, questo vaso ha perso ogni peso!"
"Sciocchezze! Come può perdere peso un recipiente pieno di yin e di yang?"
Uno degli addetti lo sollevò con un dito: "Vedete che piuma è diventato?"
Il diavolo tolse il coperchio e guardò dentro, vide il filo di luce che filtrava dal fondo e gridò: "Ma è vuoto! Il prigioniero è fuggito!"
Scimmiotto, sulla sua testa, lo burlava: "Guarda meglio! Guarda meglio!"
"Correte a chiudere le porte!"
"Eh no!" si disse Scimmiotto. "Sarà meglio che me ne vada." Riprese il proprio aspetto, si impadronì dei propri vestiti che giacevano in un angolo, e scappò via; ma prima disse ai suoi ospiti: "Mi dispiace per quel vaso bucato, che non servirà più a chiuderci la gente. Ma non lo gettate: potrete sempre usarlo come pitale."
Balzò fuori e salì su una nuvola, strillando e ballando per allegria.
In breve ritornò dal reverendo, che pregava rivolto al cielo, usando un pizzico di terriccio a guisa d'incenso. Diceva:
"Supplico gli immortali delle nubi lontane
E le divinità del giorno e della notte
Di dare protezione al mio saggio discepolo
Scimmiotto che dispone di infiniti poteri."
Scimmiotto si sentì lusingato e incoraggiato. Scese giù e gridò: "Maestro, eccomi qua."
Il reverendo gli afferrò le mani: "Consapevole del Vuoto, quante preoccupazioni mi dài! Sei stato via molto tempo sulla montagna, eravamo senza notizie. Che cos'hai scoperto?"
"Maestro" rispose Scimmiotto, "l'esito della nostra missione dipende in primo luogo dai destini della gente dell'Est, in secondo luogo dai vostri meriti e dalla vostra infinita virtù, ma alla fine anche da quello che sappiamo fare noi discepoli." E raccontò per filo e per segno le sue recenti avventure. "Ora che rivedo il vostro rispettabile volto, mi sento proprio rinascere."
Il reverendo gli manifestò gratitudine, ma concluse: "Hai liberato te stesso, ma non hai distrutto quei mostri."
"È vero; questo non posso dirlo."
"Quindi non mi puoi garantire il passaggio sulla montagna."
"Perché no?" gridò Scimmiotto, cui non piaceva non sentirsi vincente.
"La situazione mi sembra confusa; ci saranno altri scontri, e chissà come andranno a finire. Io ho paura ad andare avanti."
"Siete poco comprensivo, maestro" si difese Scimmiotto con un risolino imbarazzato. "Come dice il proverbio: non basta un filo per fare una corda; oppure: non si applaude con una mano sola. Sono tre diavoli e molte migliaia di mostri: come volete che mi sbarazzi di tutti da solo?"
"Certo, non è corretto affrontare il nemico in condizioni di inferiorità numerica; e non puoi fare tutto da solo. Parlane un po' con Porcellino e Sabbioso: anche loro sono abili. Se ce la mettete tutta, forse riuscirete a sgombrare il cammino e ad assicurarmi il passaggio."
"D'accordo" rispose Scimmiotto riflettendo. "Sabbioso potrebbe restare a difendervi, mentre Porcellino viene con me."
"Non ci penso nemmeno, fratello" gridò allarmato il bestione. "Non vedi che balordo sono? Faccio fatica a fendere l'aria quando cammino: non ti servirei a niente."
"Non sei certo una meraviglia, ma fai numero anche tu" replicò Scimmiotto. "Come si dice: anche un peto fa il suo vento. Se non altro mi potrai incoraggiare."
"Vengo, ma tu non mi piantare in asso; e soprattutto non mi giocare brutti scherzi quando la situazione diventa critica."
"Va, Porcellino, e fa attenzione" esortò Tripitaka. "Sabbioso resterà qui con me."
Il bestione raccolse tutto il suo coraggio e partì con Scimmiotto. In un turbine di vento fecero presto a raggiungere l'ingresso della grotta: le porte erano sprangate e il sito deserto.
Il Novizio si fece avanti con la sbarra in mano e gridò con voce terrifica: "Aprite, mostri! Venite a battervi con il vecchio Scimmiotto!"
Quando lo seppero, i tre diavoli restarono a lungo silenziosi e incerti. "Chi di noi lo va ad affrontare?" domandò il primo diavolo. Ma i suoi colleghi sembravano diventati sordomuti. Infine il primo diavolo perse la pazienza: "Che figura ci facciamo? Se ci lasciamo trattare così senza muovere un dito, abbiamo chiuso con gli affari, sulla strada maestra dell'Occidente. Getterò sulla bilancia la mia vita di vecchio. Se riesco a batterlo in tre scontri, ci mangeremo il monaco cinese. Se invece resto soccombente, voi serrate le porte e lasciateli andare per la loro strada."
Quindi si armò e uscì a gran passi dalla grotta. Scimmiotto e Porcellino, che lo osservavano, constatarono che era una creatura imponente:
Prezioso elmo di bronzo sulla testa,
Adornato di ghiande scintillanti.
Un paio d'occhi che lanciano fulmini.
Ampia criniera intorno alle sue tempie.
Lunghi artigli affilati come lame,
Denti aguzzi allineati come seghe.
Indossa un'armatura senza maglie
D'oro giallo, ed ha un drago alla cintura.
È armato di una sciabola d'acciaio
E con voce di tuono va gridando:
"Chi è lo sconsiderato che mi sfida?"
Il grande santo si avanzò e gli disse con aria faceta: "Ecco qui il tuo nonnetto, che desideravi tanto."
"Saresti tu Scimmiotto il Novizio?" chiese il re diavolo con una smorfia sarcastica. "Macaco impudente! Io non ti ho provocato: perché mi vieni fra i piedi?"
"Senza vento o marea, non gonfia l'onda: se tu non mi avessi provocato, perché mai ti verrei a cercare? Non siete forse voialtri, cani e sciacalli, che complottate per divorarvi il mio maestro? E io vengo a mostrarvi con quale legna accendo il mio fuoco."
"Tutte queste chiacchiere verrebbero a dire che ti vuoi battere?"
"Proprio così."
"Sei un bel gigione. Non sai che potrei schierare in campo le mie truppe, al suono dei tamburi e allo sventolio delle bandiere, e tu saresti sommerso senza neanche vedermi in faccia? Ma io non sono di quelli che abusano del vantaggio: vediamocela in singolar tenzone."
"Fatti in là, Porcellino, e fa il tifo per il tuo amico." Il bestione non se lo fece ripetere.
"Vieni qua" propose il diavolo; "voglio darti un'alternativa. O ti offri da bersaglio e ti fai assestare tre sciabolate sulla tua testa pelata; in questo caso, lascerò passare il tuo monaco cinese. Oppure, se preferisci, me lo consegni senz'altro perché sia servito in tavola."
"Mostro mio, se vuoi toglierti il gusto di battermi sulla testa alla condizione che hai detto, fa portare carta e pennello, e firmiamo il contratto. Puoi picchiare quest'anno e l'anno prossimo, a me non fa né caldo né freddo."
Il diavolo raccolse le energie, allargò le gambe per darsi una base d'appoggio più solida, impugnò la sciabola con entrambe le mani, l'alzò più in alto che poté e l'abbatté a tutta forza; per giunta, il grande santo alzò di scatto la testa a incontrare la lama. Ne venne un botto tremendo, e la lama rimbalzò via con un fascio di faville, ma non lasciò la minima traccia.
"Che testa incredibile ha questa scimmia!" gridò il diavolo meravigliato.
"Sembra proprio che tu non mi conosca" sogghignò Scimmiotto.
"Di ferro è la mia testa, senza pari
Fra cielo e terra: non si romperebbe
Per mazza né per ascia. Da ragazzo
Nel forno di Laozi feci un soggiorno:
Quattro stelle soffiavano sul fuoco
E le costellazioni mi forgiavano.
Né acqua né fiamma posson danneggiarmi.
Quel monaco cinese ha rafforzato
L'opera con il suo cerchio dannato."
"Basta con le bravate, macaco. Il secondo colpo non ti lascerà vivo."
"Accòmodati: son qui per questo."
"Non sai, macaco, che la mia sciabola
è metallo forgiato nel fuoco divino? Essa è stata polita e affilata, temprata e ritemprata mille volte. Flessibile come il pitone bianco, sottile come un'ala di mosca, ha filo e robustezza come prescrivono gli antichi trattati di arte militare. In montagna agita le nuvole, nel mare solleva le onde. Giace riposta nell'ombra di un'antica grotta, e non fa la sua apparizione sul campo di battaglia se non per riportare la vittoria. Del tuo cranio di monaco farà due fette di zucca."
"Caro il mio mostro, dovresti pensarci due volte prima di dire certe assurdità. Manipolare la mia testa con i tuoi utensili da cucina, come se fosse una zucca! Comunque io sono di parola, va avanti. Vediamo che cosa riesci a combinare."
Il diavolo calò un altro colpo tremendo, e questa volta la testa si aprì in due: anzi, tutto il corpo si aprì e rotolò per terra. Si alzarono due Scimmiotti. Il mostro, con la lingua fuori, guardava perplesso e non si capacitava. Porcellino, che stava da parte a contemplare la scena, gli gridò: "Picchia ancora, che diventano quattro."
"Sembra che tu sia capace di sdoppiarti" constatò il diavolo. "Perché non lo hai fatto al primo colpo?"
"Perché non ci avevo pensato" rispose Scimmiotto ridendo. "Ma se vuoi continuare, non fare complimenti: ti basteranno pochi colpi per fabbricarti un migliaio di buoni amici come me."
"Macaco diabolico, ti sai sdoppiare, d'accordo; ma sei capace di rimetterti insieme? Fammi vedere. Potresti ritornare come prima e provare a colpirmi con la tua sbarra."
"Avevi proposto di darmi tre sciabolate, e me ne hai date solo due. Ma se ho ben capito ti piace la mia sbarra e vuoi provare che effetto fa sulla tua testa."
"Proprio così."
"Agli ordini, signor curioso."
I due Scimmiotti si abbracciarono, rotolarono avvinti per terra e ridivennero uno solo. Il quale balzò in piedi, brandì la sbarra e l'abbatté sulla testa del diavolo. Ma quello parò con la sciabola e gridò: "Macaco insolente, come osi minacciare i superiori con questo bastone da beccamorto?"
"Vuoi saperne di più, sulla mia sbarra?" urlò Scimmiotto. "È famosa in cielo e in terra!"
"Perché mai sarebbe famosa?"
"Fu forgiata di ferro trasmutato
Per nove volte da Laozi in persona.
Fu l'arma di Yu il Grande, "la divina",
Con cui dragava i fiumi e fissò i mari.
Racchiude al centro la carta del Cielo;
Sui cerchi d'oro delle estremità
Porta segni di draghi e di fenici,
Magiche rune da paralizzare
Diavoli e dèi. Fu nominata Scettro
Dello Yang Trascendente e fu nascosta
In fondo al mare, lungi dagli sguardi
Degli umani. Ma al giunger di Scimmiotto
Arse di ogni colore e diede luce.
La portai sul mio monte e ne saggiai
Le possibilità: la feci grossa
Come una grande giara, oppur sottile
Come un filo di seta; un breve ago
O un'alta vetta. Come io la voglio
Lei si trasforma, ed agita le nubi
E sa lanciare fulmini violenti.
Quando ti appare fra sinistre brume,
Brividi freddi corron la tua schiena.
Dal profondo del mar fino ai confini
Del cielo su di me la custodisco.
Trionfa delle tigri e dei dragoni,
Ai guardiani del cielo si sottrasse
E Nata mise in fuga: quei celesti
Non sapevano più dove nascondersi.
L'Imperatore di Giada, insicuro
Della guardia del tuono e dei ministri,
Al Buddha si rivolse per aiuto.
È retaggio delle armi la sconfitta:
Fui prigioniero cinquecento anni.
Ma quando Guanyin volle protezione
Pel monaco cinese, incaricato
Di ricercare i sutra, ricordò
Questa sbarra implacabile di ferro.
Essa riduce in polvere i perversi
Che infestano la via. Davanti a lei
Tremano i luminari su nel cielo
E i giudici infernali sotto terra.
Non c'è diavolo o mostro che resista."
C'era di che riempire di pensieri il povero re diavolo. Tuttavia non poteva tirarsi indietro, e brandì nuovamente la sua sciabola. Il re scimmia lo affrontò allegramente. Lo scontro incominciò davanti alla grotta e proseguì per aria, dove entrambi ben presto balzarono. Che battaglia!
Ecco la sacra sbarra A piacer vostro che dragò il Fiume Celeste, celebre nel mondo intero. Il diavolo irato le contrappone la sua temibile sciabola. Nella spietata battaglia, uno cambia di aspetto a volontà, l'altro si allunga fino al cielo. Una densa bruma nasconde gli astri, la nebbia ricopre le selvagge distese. Uno vuol divorare Tripitaka, l'altro lo difende.
Il bene e il male, chiaramente contrapposti, si combattono all'ultimo sangue.
Dopo una ventina di scontri, Porcellino non riuscì a trattenersi e si gettò anche lui addosso al diavolo, minacciandolo con il rastrello. Questi non sapeva che il nuovo nemico era un impulsivo facile a scoraggiarsi, più rumoroso che pericoloso. A giudicare dalla sua mole, pensò che avesse la mano pesante: lasciò cadere la sciabola e si diede alla fuga.
"Acchiappa, acchiappa!" gridava Scimmiotto. Il bestione si gettò all'inseguimento levando il rastrello. Ma ai piedi del pendio il fuggiasco si fermò, si volse verso gli inseguitori e riprese il suo aspetto originario, spalancando una gola gigantesca. Porcellino s'impaurì: si gettò nei cespugli, senza badare alle spine che gli laceravano le carni, e ci si rimpiattò tutto tremante, spiando e tendendo le orecchie in attesa del seguito.
Quando arrivò Scimmiotto, il mostro spalancò di nuovo la gran gola per inghiottirlo, e il Novizio ne fu ben contento; anzi, rimpicciolì la sua sbarra per entrarci meglio. Il bestione lo vide con terrore finire là dentro: "Equipuzio inetto! Perché non scappi? Ti vai proprio a buttare nella sua bocca. E adesso che ci sei finito, addio monaco: domani sarai diventato un bel mucchio di merda."
Il bestione aspettò che il diavolo trionfante riprendesse la strada di casa, si districò dai cespugli e corse via nella direzione opposta.
Tripitaka lo vide arrivare ansimante: "Quanta furia, Otto Divieti! Dov'è andato a finire Consapevole del Vuoto?"
"È andato a finir male: il mostro l'ha ingoiato" rispose piangendo il bestione.
Il povero Tripitaka cadde svenuto. Ci volle un po' di tempo prima che si riprendesse, e allora incominciò a pestare i piedi e a battersi il petto: "Ah, discepolo, io dicevo sempre che eri tanto bravo a sottomettere creature malefiche, e che senza fallo mi avresti condotto alla meta. Non avrei mai pensato che saresti finito così. Miseria e desolazione! Tutti i nostri sforzi sono finiti in niente."
Mentre il maestro dava sfogo al suo dolore, il bestione invece di consolarlo gridò a Sabbioso: "Dài, porta qui i bagagli, che ce li dividiamo."
"Dividere che cosa?" chiese stupito Sabbioso.
"Dividiamo tutto e ci separiamo. Tu ritorni alle Sabbie Mobili a mangiare la gente di passaggio; io vado a prendermi cura di mia moglie, nel villaggio del vecchio Gao. Il cavallo bianco lo vendiamo per comperare una bara al maestro."
A sentire questi bei propositi il reverendo, che era già pieno d'angoscia, scoppiò perdutamente in singhiozzi e invocazioni all'augusto cielo.
Nel frattempo, il diavolo anziano era ritornato a casa. "Com'è andata?" "Ho vinto io, e ne ho catturato uno." "Quale dei due?" "Scimmiotto il Novizio." "E ora dov'è?" "Nel mio ventre: l'ho ingoiato in un boccone."
"Fratello maggiore!" gridò allarmato il terzo diavolo. "Non lo sapevi? Quella bestia è assolutamente incommestibile, nessuno riuscirebbe a digerirla."
Dal ventre si udì risuonare una voce allegra: "Sono più che digeribile. Dopo di me non avrai mai più bisogno di digerire niente altro."
"Maestà, si mette male!" gridavano i mostri terrorizzati. "Questa che viene dal vostro corpo è la voce di Scimmiotto."
"Parli finché ne ha voglia, non mi fa paura. Come sono stato capace di mangiarlo, saprò pure dargli il fatto suo. Fate scaldare dell'acqua salata: voglio berla per aiutarmi a vomitarlo fuori. Poi lo metteremo a friggere, e quando sarà croccante lo masticherò con cura, annaffiandolo di buon vino: certo in quel modo lo digerirò più facilmente."
I mostriciattoli portarono l'acqua calda, il diavolo bevve ed ebbe conati di vomito: ma Scimmiotto non usciva. Sembrava aver messo radici. Il povero diavolo si mise le dita in gola, si strinse il collo, si batté sullo stomaco e vomitò più volte l'anima sua: gli girava la testa, aveva la vista annebbiata e la milza a pezzi. Ma il Novizio, niente.
"Sei sempre lì?" chiese ansimando il diavolo.
"Non ho nessuna fretta" rispose sereno Scimmiotto.
"Ma che ci stai a fare?"
"Qualche volta la tua perspicacia lascia un po' a desiderare. Siamo d'autunno e ormai fa fresco. Sai che noi monaci meniamo vita austera: la mia tonaca non è foderata e io sono freddoloso. Ma qui dentro si sta benone: hai una pancia bella calda. E poi sono al riparo dal vento. Per l'inverno non c'è posto migliore; credo che uscirò a primavera."
"Avete sentito, maestà?" fremeva la folla dei mostri. "Vuol passare l'inverno dentro di voi!"
"Ci si provi! Io mi metterò in posa di meditazione, mi ibernerò e non mangerò più niente: quel maledetto equipuzio creperà di fame."
"Ma lo sai, vecchio mio, che non sei mica tanto sveglio?" replicò Scimmiotto. "Durante il viaggio con il monaco cinese, siamo passati da Canton. Là ho comperato un bel fornello portatile per cuocere lo spezzatino, e lo porto sempre con me. Di roba da mangiare ce n'è per tutti i gusti, in questa dispensa: fettine di fegato, fiocchi di trippe, battuto di stomaco, spuma di polmone... Ho di che campare fino alla festa del cinque aprile."
"Fratello!" avvertì terrorizzato il secondo diavolo. "Guarda che quel macaco è capace di tutto!"
"Supponiamo che voglia davvero cuocersi lo spezzatino" filosofò il terzo diavolo. "Dove potrà appoggiare il fornello?"
"Mi sceglierò un bell'osso a tripla forca" rispose Scimmiotto.
"Ma se accenderai il fuoco" obiettò il terzo diavolo, "il fumo uscirà dal naso del mio fratello maggiore e lo farà starnutire, non ti pare?"
Scimmiotto si mise a ridere: "Ma no, se è questo che ti preoccupa, ho pronto il rimedio. Gli farò un bel buco nel cranio con la mia sbarra: servirà da camino, e un po' anche da finestra. Qui c'è caldo, ma fa buio."
Il primo diavolo aveva un bel mostrarsi intrepido, ma stava sulle spine. Prese il coraggio a due mani: "Fratelli, non temete! Fatemi portare del vino medicato: ne berrò tanto che lo avvelenerò."
Scimmiotto se la rideva fra sé e si chiedeva: "Ho mangiato e bevuto tante cose in vita mia. Con quale specie di vino medicato penserà di avvelenarmi, questo bel tomo?"
I mostri riscaldarono due vasi di beverone e ne riempirono una grande caraffa, che porsero al loro re. Scimmiotto sentì il profumo e lo trovò di suo gusto: "Questo me lo bevo io."
Rovesciò il capo all'indietro, spalancò la bocca e la applicò in fondo alla gola del suo ospite: quello beveva dalle labbra, ma era Scimmiotto a raccogliere ogni sorsata. Fu così per la prima caraffa e per quelle che seguirono, in numero di sette od otto.
Il vecchio diavolo posò il recipiente: "Che strano! Quando bevo questa roba, mi sento sempre lo stomaco in fiamme fin dal secondo sorso. Ora ne ho bevuti tanti e non sento niente, nemmeno le guance arrossate."
Come si sa, il Novizio non era un gran bevitore. Tutto quel vino gli andò alla testa e lo rese ubriaco fradicio. Cantava canzoni sconclusionate, faceva ginnastica, si aggrappava ai legamenti del fegato per giocare all'altalena, saltava, capitombolava, si dava a balli sfrenati. La creatura malefica, colta da dolori lancinanti, crollò a terra pensando di morire.
Se poi non sapete, in fin dei conti, se il diavolo riuscisse o meno a sopravvivere, ascoltate il seguito.