Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo76

076 VIAGGIO ALLA CITTÀ DEI MOSTRI · DOVE DIMORA IL DIO DELLO SPIRITO, IL DIAVOLO SI ARRENDE ALLA NATURA PROPRIA; MADRE DEL LEGNO DÀ IL SUO CONTRIBUTO AD ASSOGGETTARE LA CREATURA ALLA…

Abbiamo ascoltato come Scimmiotto si dedicò a un quarto d'ora di ginnastica, e come ciò fece crollare a terra il maresciallo diavolo. Egli perse la parola e il respiro e restò esanime, tanto che il Novizio lo credette morto e si arrestò.

"Molto compassionevole e misericordioso pusa, Grande Santo Uguale al Cielo!" esalò il diavolo ritornando in sé dopo qualche tempo.

"Su con la vita, vecchio mio. Non affaticarti troppo. Chiamami 'nonno': risparmierai un sacco di parole e io mi accontenterò."

Il mostro, che teneva alla sua pelle, esclamò: "Nonno! Nonno! È stata colpa mia, sono io che ti ho ingoiato e mi sono messo nelle tue mani. Non mi resta che la speranza che il grande santo compatisca quest'umile insetto che teme di morire. Se mi risparmi, accompagnerò io il tuo maestro nella traversata della montagna."

Scimmiotto era bellicoso, ma non privo di buoni sentimenti, né insensibile ai complimenti; d'altronde ciò che stava in cima ai suoi pensieri era la missione del maestro e sua. Perciò gridò: "Creatura malefica, se ti perdono, che cosa ti impegni a fare di preciso?"

"Non ho preziosi da offrire; non ho oro, argento, perle, turchesi, agate, coralli, cristalli, ambra o gusci di tartaruga. Ma ti prometto che noi tre re trasporteremo il tuo maestro per tutto il percorso montuoso su un palanchino di rotang profumato."

"Va bene; è una prestazione che vale molto più di qualunque prezioso" rispose ridendo Scimmiotto. "Apri bene la bocca, che esco."

Mentre il diavolo maggiore apriva la bocca, il terzo fratello gli bisbigliò: "Quando te lo senti sulla lingua, serra le mascelle e mastica forte. Dopo averlo ben masticato, inghiottilo pure: questa volta non ti nuocerà."

Ma Scimmiotto tendeva l'orecchio e sentiva tutto. Prima di metter piede dentro la bocca, spinse avanti la sua sbarra a esplorare il terreno; subito il mostro serrò le mascelle e si udì il rumore dei denti che si spezzavano.

"Ma bravo!" esclamò Scimmiotto. "Io ti prometto salva la vita, e tu cerchi di mordermi per togliermi la mia. Non esco più. Tanto farò che ti manderò all'altro mondo, e non uscirò prima di allora."

Il maggiore se la prese con il terzo: "Mi hai reso davvero un bel servizio! Guarda i denti che ci ho rimesso! E adesso che facciamo?"

Il terzo diavolo tentò con altro metodo: la provocazione del soldato. "Scimmiotto" gridò con voce tonante, "la tua fama di sacripante è arrivata dappertutto. Si raccontano tante frottole sulle tue imprese in Cielo e altrove. Ma adesso che ti vedo all'opera, devo constatare che non sei altro che un meschino senza coraggio né mestiere."

"Perché non avrei coraggio né mestiere?"

"Perché un coraggioso che ci sa fare non si nasconde nella pancia della gente, in mezzo alla cacca. Un coraggioso si batte sul serio; e a dieci leghe da casa sa farsi una reputazione per mille leghe."

Scimmiotto rifletteva: "Non ha tutti i torti. Posso spacciare il suo compare spaccandogli il fegato o strappandogli le budella. Ma sarebbe piuttosto comodo che decoroso: la mia reputazione ne soffrirebbe." E gridò: "Apri bene la bocca, che vengo a battermi con tuo fratello. Però dentro la grotta non c'è spazio sufficiente per manovrare: dobbiamo batterci all'aperto."

Il terzo diavolo chiamò a raccolta le sue truppe e riunì in breve più di trentamila mostri, tutti equipaggiati di armi da punta e da taglio. Uscì con il secondo diavolo e li schierò a battaglia nella formazione in tre ranghi, pronti a ingaggiare il combattimento. Poi gridò a gran voce: "Vieni, Novizio: vedrai quante belle manovre potrai fare!"

Il grande santo, dal ventre, sentì tramestio di soldati, gracchiar di corvacci, svolazzar di avvoltoi, stridere d'aquile. Rifletteva: "Devo uscire per non mancare di parola, ma questi mostri infidi mi stanno preparando l'accoglienza. La loro parola non vale niente: altro che farsi accompagnatori del maestro! Li sento che preparano i loro uomini. Tanto peggio. Ciascuno avrà quello che merita. Intanto sarà meglio che, prima di uscire da qui, ci lasci un ricordo."

Si strappò un pelo della coda e lo trasformò in un filo più sottile di un capello, ma molto resistente e lungo quaranta tese. Con un'estremità fece un nodo scorsoio che, al tendersi del filo, avrebbe serrato il cuore. L'altra estremità la portò con sé, e commentò ridendo: "Sarà meglio che mantengano la loro promessa, quando sarò uscito. In caso contrario tirerò il filo, e per il mio amico non sarà meglio che se fossi rimasto dentro la sua pancia."

Quindi si fece piccolo e si arrampicò nella gola; da lì si vedevano la bocca spalancata e le file dei denti taglienti, per quanto alcuni si fossero rotti. Sostò di nuovo a pensare: "Se esco di lì con il mio filo e lui se lo trova fra i denti, finirà per spezzarlo. Mi converrà passare dove non ha denti."

Infatti si arrampicò su per le fosse nasali. L'irritazione che produsse fece esplodere un grande starnuto, che lo proiettò lontano.

Come fu all'aperto, il Novizio si diede una statura di tre tese. Il primo diavolo gli assestò un fendente di sciabola, ma il grande santo parò con la sbarra. L'arma del secondo diavolo era una lancia, quella del terzo un'alabarda: tutti insieme si gettarono in una mischia indescrivibile.

Scimmiotto temeva che il formicolio di mostri che lo circondava finisse per intralciare seriamente i suoi movimenti; perciò balzò via e si andò a posare sulla cima deserta della montagna. Da lì incominciò a tirare il filo. Il primo diavolo si sentì il cuore stretto in una morsa e fece un balzo in aria, mentre il grande santo lo dirigeva qua e là.

I mostri che assistevano allo spettacolo gridarono: "Maestà, lasciatelo perdere, non lo provocate. Quel macaco non ha il senso delle convenienze: gioca all'aquilone senza aspettare che venga primavera."

Scimmiotto, da parte sua, diede uno strattone che fece piombare il diavolo al suolo con uno schianto tremendo: scavò un cratere profondo due piedi.

I suoi fratelli, spaventati, corsero a vedere che cos'era successo, si inginocchiarono al suolo e gridarono: "Grande santo, vi credevamo un immortale intrepido e magnanimo; non avremmo mai creduto che apparteneste piuttosto alla specie sorniona del ratto o della lumaca. Volevamo darvi leale battaglia; non pensavamo che sareste ricorso a questi trucchi sadici."

"Maledetti diavoli spudorati!" sghignazzò Scimmiotto. "Sentili, i cavalieri senza macchia! Promettono di accompagnare il mio maestro, ma di fatto cercano solo di azzannarmi; uno mi sfida a duello, e me ne trovo davanti trentamila. Ora porterò questo signore dal mio maestro."

"Pietà, grande santo! Risparmiatemi!" supplicò il diavolo anziano prosternato nella polvere. "Siamo pronti a mantenere la promessa di accompagnare il vostro maestro."

"Per liberarti basta poco" disse Scimmiotto ridendo. "È sufficiente che tagli il filo sottile che ti esce dal naso."

"Non oso tagliare: mi fa un male tremendo. E le mie viscere, all'altra estremità, resteranno legate strette. Che fare?"

"Come vuoi. Se apri la bocca, posso entrare per rimettere tutto a posto."

"E se poi rifiuti di uscire?" si lamentò il diavolo. "Questa situazione mi fa impazzire."

"In realtà io posso togliere completamente quel filo senza entrare nel tuo ventre. Se lo faccio, scorterai davvero il mio maestro?"

"Te lo giuro!"

Il grande santo prese per buono il giuramento e ricuperò il suo pelo con una scossa; subito il dolore cessò.

I tre diavoli, sollevati, lo ringraziarono e gli dissero: "Dite al monaco cinese di preparare i suoi bagagli. Noi corriamo a prendere il palanchino." Intanto i mostri deponevano le armi e rientravano nella grotta.

Scimmiotto si allontanò in direzione est e, dopo un po', scorse Tripitaka che giaceva a terra e singhiozzava, mentre Porcellino e Sabbioso avevano aperto i sacchi dei bagagli e se ne spartivano il contenuto. "Questa non può essere che l'opera di quel deficiente di Porcellino." Abbassò la sua nuvola e chiamò: "Maestro!"

Sabbioso lo sentì chiamare e se la prese con Porcellino: "Sei proprio un beccamorto che pensa solo al morto. Hai detto che il nostro condiscepolo anziano era stato ucciso, solo per impadronirti dei bagagli. Ma non è vero: non senti che chiama?"

"Il mostro l'ha mangiato: l'ho visto con i miei occhi. Oggi sarà uno di quei giorni grami in cui appaiono i fantasmi."

Scimmiotto gli si piantò davanti e gli diede una sberla da farlo barcollare: "Fesso! Ti sembro un fantasma?"

"Fratello" rispose il bestione fregandosi la guancia, "sembra di no; eppure l'ho visto, il mostro che ti mangiava. Come hai fatto?"

"Io non sono una scodella di minestrone buona a niente come te. Gli ho solleticato le budella e pizzicato i polmoni; prima di uscire gli ho passato un filo intorno al cuore: quando tiravo, lui vedeva le stelle. Infine si è prosternato e mi ha pregato di risparmiarlo. Ora si mettono a disposizione del maestro per fargli attraversare la montagna."

Tripitaka si rizzò in piedi e si inchinò al Novizio: "Discepolo mio, quanto ti sei dato da fare! Se avessi dato retta a Consapevole delle Proprie Capacità, sarei morto."

"Stupido!" gridò Scimmiotto prendendo a pugni il colpevole. "Sabotatore, infingardo! Maestro, non state a tormentarvi: ora verranno a prendervi quei diavoli con un palanchino."

Anche Sabbioso si sentiva in colpa e cercava di passare inosservato, dandosi da fare per preparare i bagagli e sellare il cavallo.

Nel frattempo i tre marescialli diavoli erano rientrati nella grotta con le loro truppe di fantasmi.

"Fratello" disse il secondo diavolo al primo, "mi immaginavo quello Scimmiotto come un gigante con otto code e nove teste: invece non è che un piccolo macaco sbilenco. Peccato che tu abbia fatto lo sbaglio di ingoiarlo: se ti fossi limitato a combatterlo, lui non l'avrebbe mai spuntata. Se i nostri gli sputassero addosso tutti insieme, lo affogherebbero. Noi non abbiamo osato attaccarlo perché tu lo avevi nel ventre e subivi le sue torture. Ma è chiaro che l'impegno di portare il monaco cinese oltre la montagna è stato soltanto un espediente per stanarlo; non vorremo certo prenderlo sul serio!"

"Perché no, saggi fratelli?" chiese il fratello maggiore.

"Dammi tremila uomini, e te lo riporto ben legato e impacchettato, quel macaco."

"Prendine quanti ne vuoi. Puoi utilizzarli tutti, se ti sembra prudente."

Il secondo diavolo convocò tremila mostri, li schierò lungo la strada maestra e inviò un messaggero, con gagliardetto azzurro, che portava questo messaggio: "Scimmiotto il Novizio! Presentati immediatamente per sostenere la guerra che ti dichiara sua maestà il secondo grande re."

Quando il messaggero arrivò a destinazione, Porcellino si mise a ridere: "Fratello, come dice il proverbio: frottole a muso tosto, non ci crede la gente del posto. Hai detto le bugie. Quei diavoli non li hai sottomessi, e adesso ti mandano sfide, altro che palanchini!"

"Il maggiore ha avuto il fatto suo: gli viene mal di pancia solo a sentire il mio nome. È il secondo fratello che mi sfida: non si rassegnerà ad accompagnarci. Devo dire che quei diavoli mostrano una solidarietà fraterna degna di rispetto: magari potessimo dire altrettanto noi! Naturalmente, se vuoi, puoi affrontarlo tu, che sei secondo come lui; tra fratelli maggiori ci siamo già battuti."

"Non mi fa mica paura" rispose Porcellino. "Qualche legnata gliela dò volentieri."

"Va pure."

"Certo che vado" disse ridendo Porcellino. "Ma mi farebbe comodo una corda."

"Che cosa te ne faresti? Tu non sei capace di entrargli dentro e di annodargliela intorno al cuore."

"No, no. Pensavo di legarmela alla vita, come fune di salvataggio. Voi potreste tenere un'estremità, e darmi corda se le cose vanno bene; se invece vanno male, potreste tirarla e farmi uscire di scena."

"È l'occasione per giocargli un bel tiro" pensò Scimmiotto ridacchiando fra sé. Legò una fune intorno alla cintura di Porcellino e lo mandò a combattere.

Il bestione corse avanti brandendo il suo rastrello e urlando: "Vieni fuori, mostro! Vieni a batterti con il tuo avo Porcellino!"

"Maestà" annunciò il messo con il gagliardetto azzurro, "ecco un bonzo con il grugno lungo e le orecchie larghe, che fa parte della comitiva."

Il secondo diavolo venne avanti e, senza altra forma di processo, allungò la lancia in faccia a Porcellino che sopraggiungeva. Il bestione oppose il rastrello. Vennero alle mani, ma bastarono sette od otto scontri perché Porcellino si trovasse in difficoltà: "Fratello, va male; tira la corda!" Scimmiotto invece la lasciò cadere.

Il bestione scappò via, ma quella corda fra i piedi lo fece inciampare. Cadde una volta e si rialzò; cadde di nuovo e restò per un momento con il grugno nella polvere. Il diavolo, sopraggiunto, lo afferrò saldamente con la proboscide e se lo portò trionfalmente nella grotta, mentre la baraonda dei mostri intonava un peana di vittoria.

Tripitaka era indignato: "Consapevole del Vuoto, adesso capisco perché Consapevole delle Proprie Capacità ti vuol morto. Fra voi c'è solo invidia e gelosia, senza traccia dell'amore e dei sentimenti fraterni che vi dovrebbero animare. Perché non hai tirato quella corda come ti chiedeva, ma l'hai gettata? Come lo salverai, ora che l'hai spinto a perdersi?"

"Maestro" ribatté Scimmiotto con un sorriso a denti stretti, "non siete mai imparziale, e lo avete sempre favorito. Quando hanno catturato me vi è sembrato naturale: io sono carne da cannone. Ma tutti dobbiamo fare l'impossibile per tenere quel bestione lontano dagli spigoli. Lasciate che una volta tanto soffra anche lui, e si renda conto che la ricerca delle scritture non è una passeggiata."

"Discepolo, non puoi certo dire che io non abbia sofferto quando hanno catturato te. Ma tu sai trasformarti in molti modi, hai tante risorse. Quel bestione invece è obeso, goffo e maldestro: perciò temo sempre il peggio. Non puoi negargli il tuo aiuto."

"Maestro, non ve la prendete: lo caverò dai guai."

D'un balzo fu in cima alla montagna. "Così quel bestione mi vuol morto!" si diceva amareggiato. "Non gli renderò facile la vita. Vediamo che cosa vuol fare di lui il diavolo che l'ha catturato: non c'è fretta di soccorrerlo."

Fece un passo magico, recitò una formula e si trasformò in un insetto jaoliao; volò su un'orecchio di Porcellino ed entrò con lui nella grotta. Il campo dei tremila mostri, con trombe e tamburi, fu posto davanti all'ingresso; il secondo diavolo che li comandava entrò portando Porcellino con sé:

"Fratelli, ne ho catturato uno." "Fa vedere." "Eccolo qua" e distese la proboscide lasciando cadere Porcellino. "Non è appunto uno di loro?"

"Lo è, ma non conta nulla" tagliò corto il primo diavolo.

"Maestà" disse Porcellino cogliendo l'occasione, "lasciate andare chi non conta nulla, e dedicatevi piuttosto alla cattura di chi conta qualcosa."

"Tu non conti, ma sei pur discepolo del monaco cinese" disse il terzo diavolo. "Sei Porcellino Otto Divieti. Il tuo lato utile ce l'hai anche tu: ti metteremo a mollo nella fontana finché le tue setole non cadranno; poi ti caveremo le viscere, ti saleremo e ti metteremo a seccare al sole. Ci aiuterai a far passare i giorni di maltempo, accompagnato da un bicchier di vino."

"È la fine" pensava sconsolato Porcellino. "Il destino mi ha messo nelle mani di un salumiere."

Lo creature malefiche si gettarono su di lui, lo ammanettarono, lo legarono e corsero a gettarlo nella vasca della fontana, dove lo lasciarono a mollo.

Il grande santo prese il volo e ronzò intorno al grassone, di cui sporgevano dall'acqua le sommità delle zampe ammanettate e il grugno semisommerso; quest'ultimo sbuffava e fischiava, simile a un grosso ricettacolo di loto spelacchiato e annerito dopo una gelata della nona luna. Scimmiotto guardava le sue smorfie e si sentiva diviso fra l'animosità e la compassione. "Che fare?" si diceva. "Anche lui parteciperà all'assemblea dell'albero drago-fiore. Ma è un vigliacco che approfitta della prima occasione per mettere le mani sui bagagli, nell'intento di svignarsela; e prova un gusto particolare a incoraggiare il maestro a recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio. Magari lo aiuterò, ma prima, che si prenda una bella paura! L'altro giorno Sabbioso diceva che ha messo da parte delle economie; voglio mettere in chiaro se è vero."

Quel diavolo di un grande santo tornò a posarsi sull'orecchio di Porcellino e lo chiamò contraffacendo la voce: "Consapevole delle Proprie Capacità, ascolta."

"Chi mi chiama? Come fai a sapere il mio nome?" chiese Porcellino.

"Sono io" rispose Scimmiotto.

"E chi sei tu?"

"Sono il pubblico ufficiale sgraffignario."

"Che iella!" pensò Porcellino. E chiese: "Da dove venite, signor ufficiale?"

"Mi manda il re Yama: sei citato a comparire davanti alla quinta corte infernale."

"Pregate il re Yama di concedermi un rinvio, in nome della sua grande amicizia con Scimmiotto Consapevole del Vuoto, che è il mio condiscepolo anziano. Tornate un'altra volta."

"Balle! Se Yama a mezzanotte fissò l'ora, nessuno oserà darti tempo ancora. Seguimi immediatamente, se non vuoi che ti trascini con la corda al collo."

"Non lo crederete, capo, ma avrei preferito continuare questa vitaccia, per scomoda che sia. Comunque, se proprio devo morire, pazienza. Mi serve solo un giorno di rinvio, per dare ai miei compagni il tempo di catturare i mostri, rivedere il maestro e salutare tutti quanti."

"D'accordo" rispose Scimmiotto ridendo fra sé. "Ho una lista di trenta persone di cui mi devo occupare: tutta gente che abita da queste parti. Ti lascerò per ultimo, e questo ti varrà un rinvio di un giorno. Dammi dunque la mancia per il mio disturbo."

"Non ho un soldo. Noi monaci non possediamo niente."

"Se non hai soldi per la mancia, non c'è scusa che tenga: vieni subito con me, e con la corda al collo."

"No, capo, la corda no! So che si chiama 'corda che toglie la vita' e, se vien messa al collo, subito si rende l'anima. Non è che proprio non abbia soldi: ne ho pochi."

"Vediamo. Sbrigati a tirarli fuori."

"Miseria! Da quando sono diventato bonzo ho raccolto mezza oncia d'argento, accumulando le monetine che i donatori a volte mi offrono oltre il cibo, in considerazione del mio appetito inesauribile. Per portarmi dietro comodamente il denaro, l'ho fatto fondere in un pezzo solo da un orefice, nell'ultima città da cui siamo passati. Ma quel ladro mi ha derubato: il pezzo non pesa più di quarantasei centesimi. Prendetevelo."

"Questa bestia non possiede nemmeno i pantaloni; dove terrà l'argento?" si chiedeva Scimmiotto ridacchiando fra sé. E disse: "Va bene, dov'è questo capitale?"

"L'ho nascosto dentro l'orecchio sinistro. Ho le mani legate. Servitevi da solo."

Scimmiotto frugò dentro l'orecchio, e vi trovò davvero un lingottino da quarantasei centesimi di tael, a forma di sella di cavallo. Quando l'ebbe in mano non poté trattenere le risa, e Porcellino riconobbe la sua voce.

"Pendaglio da forca di un equipuzio!" si mise a urlare sbruffando l'acqua intorno. "Conciato come sono, hai il coraggio di venirmi a estorcere soldi!"

"Sacco di segatura" rispose Scimmiotto continuando a ridere, "mentre il tuo bravo condiscepolo si dà da fare per proteggere il maestro, tu sottrai le elemosine per comprarti i dolciumi."

"Svergognato! Io non ho sottratto niente. Ogni soldo me lo sono, per così dire, levato di bocca; rinunciavo a spenderlo in cibo perché mi volevo comprare una pezza di tela per farmi un vestito. Sei tu che me l'hai sottratto con il terrorismo. Almeno, dividiamo!"

"Non dividiamo un bel niente."

"Va bene, ti lascio tutto" grugnì Porcellino. "Ma tu in cambio tirami fuori di qui."

"Un momento di pazienza." Scimmiotto ripose il denaro, riprese il proprio aspetto e avvicinò il bestione al bordo della vasca con l'aiuto della sua sbarra; quindi lo afferrò per i piedi, lo tirò fuori e lo liberò dai legami. Porcellino balzò in piedi e si levò la tonaca, per strizzarla e cavarne quanta più acqua poteva; poi se la rimise e propose: "Fratello, apriamo la porta di servizio e battiamocela."

"Non è dignitoso scappare dalla porta di servizio. Ci faremo strada a suon di botte e usciremo dal portone principale."

"Ma io non riesco a correre; sono rimasto legato così a lungo, che ho le gambe anchilosate" protestò Porcellino. Scimmiotto non gli diede retta: "Sta zitto e seguimi."

Il grande santo si incamminò verso l'uscita aprendosi il cammino a colpi di sbarra fra i mostri che gli si opponevano, mentre Porcellino si sforzava di tenergli dietro con le sue gambe intorpidite. Ma quando vide il suo rastrello appoggiato alla parete, presso la seconda porta, si ringalluzzì e corse a impugnarlo. Nelle corti successive avanzarono fianco a fianco, facendo strage di una quantità incalcolabile di mostriciattoli.

Quando i marescialli diavoli ne furono informati, il maggiore si volse al secondo: "Bel lavoro hai fatto! Te l'ho detto che non hai catturato la persona giusta: come vedi, Scimmiotto ha liberato Porcellino, e la stiamo pagando cara."

Il secondo diavolo impugnò la lancia e si precipitò fuori dalla grotta: "Ferma, maledetto macaco impudente! Come ti permetti di trattarci in questo modo?"

Il grande santo si volse verso di lui, che lo caricava lancia in resta, e ne parò il colpo con calma di esperto. Davanti alla grotta si svolse un bel duello:

L'elefante dalle zanne gialle in forma umana ha giurato fraternità al leone, ed entrambi hanno unito le forze per impadronirsi del monaco cinese. Il grande santo, invece, lo difende e si propone di abbattere il perverso attaccante.

La lancia si scaglia come il pitone nella foresta, la sbarra giravolta come il drago nel mare. Sorge il drago avvolto di caligini sulla porta dell'oceano; sibila il pitone nel bosco oscuro, squarciando la nebbia.

È una lotta spietata all'ultimo sangue, per quel monaco venuto dalla Cina.

Porcellino, piantato in terra il suo rastrello, se ne rimase a fare da spettatore senza muovere un dito.

Il mostro, davanti a quel virtuoso della scherma, sfoderò il suo colpo preferito: allungò la proboscide e cercò di afferrarlo. Ma Scimmiotto, con prontezza, levò alta la sbarra; fu allacciato al petto, ma conservò libere le braccia.

"Questa volta, il povero mostro non ha avuto fortuna!" gridò Porcellino. "A me aveva stretto anche le braccia: non mi potevo più muovere. Invece Scimmiotto, che sa certo usar le mani meglio di me, resta libero di fare quello che vuole: può infilargli la sbarra in quel suo lungo naso, e fargli soffiare moccio e sangue."

Scimmiotto apprezzò il suggerimento: ridusse la sbarra al diametro di un uovo e a una tesa di lunghezza, e la infilò a fondo dentro la proboscide. Il mostro barrì di spavento e lo lasciò andare. Allora Scimmiotto afferrò la proboscide e la tirò a tutta forza. Il mostro non poté fare altro che seguirlo docilmente, per cercar di alleviare il dolore che quegli strappi gli procuravano.

A quel punto si fece sotto anche Porcellino e fece piovere i colpi del suo rastrello sui fianchi della bestia.

"Non colpire con i denti del rastrello!" gridava Scimmiotto. "Lo farai sanguinare, e il maestro ricomincerà con le sue geremiadi contro i sanguinari. Picchia con il manico, che i colpi non lasciano segno."

Scesero dunque la montagna come due cornac che conducono un elefante riottoso, l'uno tirando la proboscide e l'altro bastonando i fianchi. Tripitaka, che stava all'erta, li vide venire da lontano e chiese: "Consapevole della Purezza, riesci a capire che cosa sta tirando Consapevole del Vuoto?"

Sabbioso guardò e rispose mettendosi a ridere: "Maestro, si tira dietro un elefante tenendolo per il naso. Che bello spettacolo!"

"Dio buono, che mostro gigantesco! E quel naso, com'è lungo! Vai a chiedergli se è felice di guidarci sulla montagna; in caso affermativo lo perdoniamo. Mi raccomando, non vi venga in mente di ammazzare una bestia così grossa!"

Sabbioso corse loro incontro e riferì il messaggio. La creatura cadde in ginocchio. I maltrattamenti subiti dal suo naso gli davano la voce di chi sia stato preso da un gran raffreddore: "Reverendi monaci" nasaleggiava, "se mi lasciate vivere vi porterò dove volete: solleverò il vostro palanchino."

"Noialtri siamo persone generose" gli disse Scimmiotto. "Fa come hai detto, porta qui il palanchino e sarai perdonato. Ma se torni a cambiar musica, non ti aspettare di essere perdonato un'altra volta."

Il mostro liberato si prosternò e se ne andò. Scimmiotto ragguagliò Tripitaka sugli ultimi avvenimenti; mentre Porcellino, vergognoso, si appartò con la scusa della tonaca bagnata e della necessità di metterla ad asciugare.

Intanto il secondo diavolo ritornava alla grotta, ancora tutto tremebondo e indolenzito. I suoi fratelli, che avevano avuto notizia del suo insuccesso, gli muovevano incontro con rinforzi. Davanti alla folla riunita, l'infelice raccontò della magnanimità di Tripitaka. I mostri si guardavano perplessi, senza dir motto.

"Che ne dite, fratelli?" domandò il secondo diavolo. "Siete d'accordo di accompagnare il monaco cinese?"

"Non c'è dubbio" esclamò il maggiore. "Quello Scimmiotto, tutto sommato, è generoso. Quand'era dentro la mia pancia, avrebbe potuto ammazzarmi mille volte; quanto a te, avrebbe potuto tenerti prigioniero, o strapparti il naso: ma non ha fatto niente di tutto questo. Accompagnamoli, e leviamoci il pensiero."

"Ma bravi, fategli da guide alpine!" commentava sarcastico il terzo diavolo.

"Saggio fratello" gli disse il maggiore, "mi sembra che la cosa non ti piaccia. Se tu non vuoi venire, lo accompagneremo noi."

"Vedi" rispose il terzo diavolo, "se questo bonzo avesse un po' di discrezione, si accontenterebbe di andarsene quatto quatto per i fatti suoi. Ma lui, invece di cogliere la buona occasione, chiede proprio a noi di accompagnarlo. La cosa mi piace moltissimo. Accetteremo la sua richiesta e lo faremo cadere in trappola; questo si chiama attirare la tigre giù dalla montagna."

"Che cosa significa?"

"Significa che faremo l'appello dei nostri mostri e ne sceglieremo mille fra diecimila, cento fra quei mille, e fra i cento un gruppo di sedici e uno di trenta."

"Che cosa ce ne faremo dei due gruppi?"

"Il gruppo di trenta dovrà essere costituito dai migliori cuochi e camerieri. Li forniremo di riso di prima qualità, fior di farina, germogli di bambù, tè in boccioli, orecchiette, porcini, formaggio di soia e glutine di grano. Ogni venti li, predisporranno un riparo per servire al monaco cinese il tè e un pasto vegetariano."

"E il gruppo di sedici?"

"Otto porteranno il palanchino, e otto faranno da battistrada. Noi li seguiremo a una tappa di distanza. In capo a quattrocento li arriveranno nella mia città, dove gli abitanti faranno loro una bella accoglienza. Quando arriveranno nei dintorni, non dovremo lasciare a maestro e discepoli il tempo di mangiare la foglia. La cattura del monaco cinese dipenderà proprio dall'abilità di quei sedici."

Il fratello maggiore fu facilmente conquistato: "A meraviglia!"

Si fece dunque l'appello, e si scelsero i trenta cucinieri e i sedici portatori del palanchino di rotang profumato.

Prima di mettersi in cammino, i diavoli fecero le ultime raccomandazioni: "Ricordatevi che dovete essere svelti ed efficienti. Il Novizio è diffidente, da quella scimmia che è: se vi vede temporeggiare o fare movimenti poco chiari, si metterà in sospetto e manderà i nostri piani a gambe all'aria."

Il fratello maggiore guidò la truppa sulla strada maestra e gridò: "Reverendo, abbiamo consultato l'almanacco: oggi non è giorno contrassegnato dalla stella rossa della disgrazia. Sarà bene che ne approfittiamo per compiere il viaggio."

"Chi sono questi signori, Consapevole del Vuoto?" chiese Tripitaka.

Scimmiotto rispose: "Quello che parla è uno dei mostri che ho vinto; viene con il palanchino per trasportarvi di là dalla montagna."

Tripitaka giunse le mani e alzò gli occhi al cielo: "Buon dio! Mi chiedo, saggio discepolo, come avrei potuto sopravvivere senza l'aiuto delle tue straordinarie capacità." E avanzò verso la gente che sopraggiungeva: "Vi sono molto riconoscente dell'affetto che mi dimostrate. Quando ritorneremo a Chang'an con le scritture, non mancherò di attestarlo."

I mostri si prosternarono: "Reverendo, favorite!"

Con i suoi occhi da comune mortale poco furbo, Tripitaka non sospettava l'inganno. Del resto lo stesso grande santo, immortale d'oro dell'unità suprema, con il suo temperamento diritto e leale, era convinto che quei diavoli fossero stati soggiogati dalle sue imprese, dalla sua forza e generosità. La sua opinione finiva per coincidere con quella del maestro, senza sospettare di aver davanti gente con la testa piena di piani e progetti di tutt'altro genere. Ordinò quindi a Porcellino di caricare i bagagli sul cavallo, con l'aiuto di Sabbioso, e si mise in testa alla comitiva impugnando la sua sbarra, per aprire la marcia e vigilare su ogni sopravvenienza che potesse verificarsi.

Non si sognavano di sospettare a che cosa li portasse quella partenza, e non tenevano presente che la pena segue sempre la gioia. Come dicono i classici: raggiungere il grado supremo dell'affermazione comporta il ritorno della negazione. Nell'ora del destino, cadranno sotto la stella della disgrazia e passeranno davanti alla casa dell'impiccato.

La schiera di mostri, unita e determinata, stava sempre in guardia e assicurava da mane a sera il più premuroso servizio. Dopo trenta li venne offerta una colazione; dopo cinquanta, un'altra; quando scese la sera, i pellegrini furono invitati a riposare. Un servizio impeccabile: i viaggiatori erano viziati con tre eccellenti pasti al giorno e un buon sonno con sistemazione confortevole.

Dopo un cammino di oltre quattrocento li verso occidente, giunsero in vista di una città. Scimmiotto, che precedeva di un li il palanchino con la sua sbarra in spalla, ebbe un colpo al cuore, da faticare a riprendersi. Vi chiederete che cosa gli prendeva, a un guerriero tanto intrepido: il fatto è che vedeva la città sovrastata da enormi miasmi diabolici.

Mostri e vampiri l'abitano in folla,

Sono in vedetta alle sue quattro porte

Creature rapaci: le comandano

Una tigre striata ed una lince

Feroce e astuta con il muso bianco.

Cervi corna ramose van portando

I messaggi, e s'aggirano furtive

Volpi maligne. Gli enormi pitoni

Striscian lungo le mura. Altri serpenti

Sbarran le strade; sopra le alte torri

Ai lupi grigi gridano i comandi

Ufficiali leopardi. Ovunque mostri

Rullan tamburi ed agitan stendardi.

Spiriti di montagna fan la guardia.

L'astuta lepre sbuca dalla porta

E attende ai propri affari. Gran cinghiali

Fan da artigiani. L'antica città

È ridotta a rifugio delle fiere.

Mentre Scimmiotto era preso dalla meraviglia e dall'orrore, udì un sibilo dietro di sé e si voltò appena in tempo per vedere il terzo diavolo che gli piombava alle spalle brandendo a due mani un'alabarda a cielo quadrato con il manico scolpito, e cercava di rompergli la testa. Il grande santo si girò di scatto e lo fronteggiò: entrambi ansimavano di collera e combattevano stringendo i denti, senza dir parola. Il diavolo anziano, da parte sua, sfoderò la sciabola e aggredì Porcellino, che lasciò il cavallo e impugnò il suo tridente. Il secondo diavolo vibrò la lancia su Sabbioso, che parò con il randello ammazza-diavoli.

I tre diavoli e i tre monaci si affrontarono in duello, mentre i sedici mostriciattoli, sempre efficienti secondo le raccomandazioni ricevute, si impadronirono del cavallo e dei bagagli, e corsero con il palanchino su cui era Tripitaka alla porta della città: "Aprite! Portiamo il monaco cinese, per ordine delle loro maestà."

La porta fu subito spalancata. Ai mostri di pattuglia fu ordinato di limitarsi a sventolar bandiere e rullare i tamburi, con divieto di gridare e di battere i gong: "Le loro maestà ordinano di non spaventare il monaco cinese, perché la paura non renda le sue carni tigliose e immangiabili."

I mostri fecero quindi lieta accoglienza, con molte riverenze e segni di rispetto.

Il palanchino portò il monaco cinese fin dentro la Sala delle Campanelle d'Oro, dove fu invitato a sedere e gli venne offerto il tè. Una folla di servitori si affaccendava intorno a lui, che frastornato cercava invano fra loro un volto famigliare.

Se poi non sapete, in fin dei conti, che cosa ne fu di lui, ascoltate il seguito.