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077 LA PIÚ PRESTIGIOSA DELLE SPEDIZIONI DI SOCCORSO · OVE I DIAVOLI MALTRATTANO NATURA FONDAMENTALE, E IN CORPO E DEPUTAZIONE RENDONO OMAGGIO ALLA VERITÀ DEL BEATO.

Rinviamo il racconto dei tormenti che attendevano il reverendo e ritorniamo ai tre marescialli diavoli, che sulle basse colline a est della città si sforzavano con ogni mezzo di prevalere sui tre discepoli. Una battaglia durissima, spazzola di ferro che raspa marmitta di bronzo: tenevano duro gli uni e gli altri. Un magnifico scontro:

Sei sostanze ed aspetti, sei le armi,

Sei sentimenti, sei corporature,

Sei sensi, sei dolori e desideri,

Sei porte per sei strade: stan giocando

Tutto per tutto. Sei volte sei forme

Di fallace apparenza non si nominano

Nelle trentasei sale a primavera(60) .

La sbarra a cerchi d'oro traccia mille

Figure della scherma; l'alabarda

A cielo quadro pur si fa valere

In cento modi. Il rastrello è feroce

E sanguinario; si oppone la sciabola

Maneggiata abilmente. Anche il randello

Di Sabbioso è temibile; il secondo

Dei diavoli gli oppone la sua lancia.

Tre protettori di quel santo monaco

E tre selvaggi che violan le leggi.

Se all'inizio il duello è rispettoso

Delle regole, presto la ferocia

Prevale. Grandi trucchi di magia,

Balzi sopra le nuvole, le nebbie

E le brume dovunque intorno esalano,

E ruggiscono e tuonan minacciosi.

Intanto cadeva la sera; con tutte le nebbie e le brume che i combattenti sollevavano, in breve si fece buio pesto.

Le difficoltà toccarono prima a Porcellino: quelle sue grandi orecchie finivano per battergli negli occhi e lo accecavano completamente. Rallentò le mosse, parò qualche colpo con affanno e finì per rompere il contatto e scappar via trascinandosi dietro il rastrello, inseguito dal diavolo anziano. Mancò poco che un colpo di sciabola gli tagliasse la testa: fu schivato anche quello, ma sfiorò il collo fino a raderne le setole. Il diavolo lo afferrò per il colletto, lo trascinò in città e lo diede in consegna ai mostriciattoli, che lo legarono come un salame nella Sala delle Campanelle d'Oro. Poi il diavolo ritornò per aria ad aiutare i suoi compari.

Anche la situazione di Sabbioso volse al peggio: fece una finta e si volse per fuggire. Ma il suo avversario lo afferrò con la proboscide, lo sollevò da terra e lo consegnò ai mostriciattoli, che lo portarono a far compagnia a Porcellino.

Tutti e tre i diavoli si gettarono allora su Scimmiotto, che a vedere sconfitti i condiscepoli si sentì scoraggiato: buona mano cede a due pugni, e due pugni a quattro mani. Gettò un grido, respinse le armi dei tre avversari con un colpo di sbarra e schizzò via con una capriola. Ma il terzo diavolo si mutò in un volatile e spiegò ali gigantesche. Catturare Scimmiotto, che con una capriola percorreva cento ottomila li, non era cosa facile; a suo tempo non c'erano riusciti centomila soldati celesti. Ma quel mostro sapeva percorrere novantamila li con un solo colpo d'ala: due colpi furono più che sufficienti per raggiungere il fuggiasco e afferrarlo saldamente fra gli artigli. Sfuggirgli non era possibile, neppure facendosi più grande o più piccolo: il mostro manteneva la stretta. In breve il roc ritornò sopra la città e lasciò cadere la preda nella polvere; i mostriciattoli si gettarono su Scimmiotto e portarono anche lui a far compagnia ai condiscepoli.

I tre diavoli salirono nella sala d'udienza. Era pressappoco la seconda veglia, quando i mostri fecero portare il reverendo nella sala. Alla luce delle lampade egli vide i tre discepoli che giacevano legati in un canto; si avvicinò a Scimmiotto e gli disse piangendo: "Ahimè, discepolo! Tu sapevi usare ogni volta i tuoi poteri per procurarci aiuti. Ma questa volta hanno catturato anche te: come potrà cavarsela il povero monaco che sono?" Anche Porcellino e Sabbioso singhiozzavano.

"Non state a frignare" disse il Novizio abbozzando un sorriso. "Lasciamo sfogare questi diavoli. Ma non temete: non vi capiterà niente di male, e finiremo per riprendere la nostra strada."

"Fratello, questa volta la spari grossa. Le corde bagnate si stanno asciugando e stringono sempre più. Tu sei magro, e magari non te ne accorgi; ma la mia ciccia vien tagliata come il burro. Se non mi credi, guarda le spalle: le corde sono entrate nella carne di due buoni pollici. Come vuoi che faccia a liberarmi?"

"Sono pur sempre corde di canapa" obiettò ridendo Scimmiotto. "E anche se fossero gomene di fibra di palma più grosse di una tazza, non mi darebbero più problemi della brezza d'autunno quando mi accarezza le orecchie."

Mentre maestro e discepoli si parlavano sottovoce, udirono il diavolo anziano dire: "Congratulazioni, saggio fratello! Il tuo ottimo stratagemma ha avuto pieno successo: il monaco cinese è caduto nelle nostre mani. Ragazzi, cinque di voi vadano ad attingere l'acqua, sette raschino le pentole, dieci accendano il fuoco e venti vadano a prendere la gabbia di ferro per la cottura a vapore: è tempo di cucinare i nostri santi monaci. Ciascuno di voi, ragazzi, ne avrà il suo pezzettino: così godrete anche voi di una longevità indefinita."

Porcellino si mise a tremare violentemente: "Ascolta, fratello: ci vogliono cuocere al vapore."

"Non aver paura. Ora vedremo se sono degli esperti o dei pivelli."

"Fratello" intervenne piangendo Sabbioso, "non è il momento per queste curiosità. Altro che esperti o pivelli: ci aspetta Yama, il giudice dell'inferno."

A quel punto si sentì il secondo diavolo che diceva: "Porcellino non è adatto per la cottura al vapore."

"Amithâbha Buddha! Acquista meriti per il paradiso, chi dice che non sono adatto per la cottura."

"Può darsi" ribatté il terzo diavolo. "Converrà prima scorticarlo, così diventerà più tenero."

Porcellino, spaventato, piagnucolò: "Non occorre scorticare. La mia pelle sarà un po' spessa, ma basta tenerla a bagno nell'acqua."

"Se è molto duro, lo metteremo a cuocere nello scomparto più basso" suggerì il diavolo anziano.

"Tranquillo, Porcellino" commentò ridendo Scimmiotto. "Lo vedi che non è un dritto, ma solo un povero pivello?"

"Come fai a dirlo?" si stupì Sabbioso.

"Di regola la cottura al vapore si comincia dall'alto. I pezzi più grossi e più duri, da cuocere più a lungo, si mettono proprio nello scomparto più alto: si fa un bel fuoco vivo, e il vapore circola bene. Se invece vengono messi in basso, ostacolano la circolazione del vapore: nelle mani di quel cuoco, potremo restare sei mesi sul fuoco senza arrivare alla cottura giusta."

"Sarà peggio, fratello" piagnucolava Porcellino. "Morirò più lentamente. Sarò cotto di sotto, ma poi si accorgeranno che la parte superiore è ancora cruda: allora attizzeranno il fuoco e mi rivolteranno dall'altra parte. Comunque all'interno resterò sempre mezzo crudo."

I mostriciattoli annunciarono che l'acqua bolliva, e il diavolo anziano ordinò di procedere alla cottura. Porcellino fu sistemato nello scomparto più basso, Sabbioso nel secondo. Scimmiotto, vedendo arrivare il suo turno, si liberò dai legami e mise al suo posto un sosia, ottenuto dalla trasformazione di un pelo; quanto a lui, balzò in alto e si mise in osservazione. Il falso Scimmiotto fu collocato nel terzo scomparto e il monaco cinese in quello più alto, il quarto. Quindi si aggiunse legna e si fece un fuoco d'inferno.

Il grande santo sospirava: "I condiscepoli possono resistere un po', ma temo che il maestro diventi tenero fin dalla prima bollitura: perirà subito, se non trovo modo di soccorrerlo."

Il bravo Novizio, lassù per aria, fece un passo magico e recitò la formula per convocare il drago dei mari del Nord: "Om, ram: per il puro mondo della Legge; qian: per le origini e per la virtù della lama."

Subito apparve una nera nube, da cui una voce rispose: "Aoshun, l'umile drago dei mari del Nord, si prosterna ai tuoi piedi."

"Sei molto gentile, tirati su! Non mi sarei permesso di disturbarti per cosa da poco: ma il mio maestro è stato per l'appunto messo in pentola. Devi proteggerlo e fare in modo che non gli càpiti niente di male."

Il drago si trasformò in un venticello gelato e corse intorno alla gabbia di ferro, isolandola dal fuoco perché i tre non ne soffrissero.

Verso mezzanotte il diavolo anziano disse ai cuochi: "Ora noi ce ne andiamo a riposare: siamo stanchi per avere scortato quei pellegrini durante quattro giorni e quattro notti, sacrificando il nostro riposo, e per averli combattuti duramente. Non scapperanno certo dalla pentola dove stanno cuocendo; ma voi, per ogni evenienza, tenete gli occhi aperti. Prima dell'alba, alla quinta veglia, dovrebbero essere cotti appuntino. Quando li sentirete ben teneri, preparerete sale, aceto e salsa d'aglio e ci sveglierete, perché ci mangiamo di gusto la nostra succulenta prima colazione." E i tre diavoli si misero a letto.

Scimmiotto ascoltò le istruzioni, li vide ritirarsi e tese l'orecchio verso la gabbia: non si sentiva alcun rumore. "Là dentro farà un caldo tremendo; perché stanno zitti? Non saranno mica morti? Sentiamo." Si mutò in una mosca nera e si posò sulla sommità della gabbia. Dentro si sentiva Porcellino che diceva: "Che iella! Mi chiedo se ci cuoceranno al coperto o a cielo libero."

"Fratello, che differenza fa?" chiedeva Sabbioso.

"Dipende se mettono il coperchio oppure no."

"Discepoli" diceva Tripitaka che stava nello scomparto più alto, "il coperchio è spostato da un lato."

"Meno male" commentava Porcellino. "Cuoceremo con comodo e non soffriremo dell'aria viziata."

Scimmiotto, udito che erano vivi, si divertì a spingere il coperchio. "Discepoli!" gridò allarmato Tripitaka. "Temo che stiano chiudendo la pentola."

"Che disastro!" disse Porcellino. "Allora ci cuociono al coperto, moriremo presto."

Sabbioso e il reverendo si misero a piangere.

"Non ve la prendete" disse Porcellino. "A quanto pare, hanno sostituito la squadra che si occupa del fuoco."

"Come lo sai?" chiese Sabbioso.

"Quando ci hanno messo qui dentro, era proprio il bagno di vapore di cui avevo bisogno per curare i miei reumatismi. Ma adesso tutto si è raffreddato. Ehi, capo, sveglia! Vi dispiace aggiungere legna?"

Scimmiotto sghignazzava fra sé: "Quel cretino non pensa che il fuoco ammazza. Sarà meglio che mi sbrighi a tirarli fuori, o lo sentiranno e finiranno per accontentarlo. Ma se riprendo il mio aspetto, i dieci fuochisti faranno baccano e sveglieranno i diavoli. Come si può fare?" E gli venne in mente: "Molto tempo fa, giocando alla morra con il re celeste Anima Lunga alla porta orientale del Cielo, vinsi certi insetti del sonno. Dovrei averne ancora."

Frugò nella cintura e vide che ne restavano una dozzina: "Ne darò dieci di mancia a questa brava gente, e ne conserverò una coppia per farla riprodurre."

Il piccolo sciame d'insetti prese il volo e si sparse sulle facce dei mostriciattoli, penetrando nelle narici. In breve quasi tutti ciondolarono il capo e caddero profondamente addormentati. Solo quello che teneva l'attizzatoio combatteva contro il sonno; gli occhi gli si chiudevano, ma lui si grattava la testa, si pizzicava le guance, si tirava il naso e starnutiva a ripetizione.

"Il ragazzo sa fare il suo mestiere. Gli rifilerò una dose doppia." E gli gettò sul viso un altro insetto: "L'uno o l'altro degli insetti che gli sono entrati nel naso finiranno per metterlo in pace con sé stesso." In effetti l'attizzatore fece un paio di sbadigli, si stirò, lasciò cadere l'attizzatoio e sprofondò nel sonno.

"Ecco un rimedio naturale, semplice ed efficace" si disse il Novizio. Riprese il proprio aspetto, si avvicinò alla pentola e chiamò: "Maestro!"

"Aiuto, Consapevole del Vuoto!" esclamò Tripitaka.

"Ci chiami da dentro o da fuori?" chiese stupito Sabbioso.

"Non mi starai chiedendo, per caso, di venire lì dentro a soffrire con voi?"

"È il solito imboscato" brontolò Porcellino. "Noi qui dentro a cuocere a fuoco lento, mentre lui se ne va a passeggio."

"Parla piano, bestia" gli disse ridendo Scimmiotto. "Ti farà comodo che ti tolga da lì."

"Allora sbrigati."

Il Novizio tolse il coperchio e, in bell'ordine, liberò il maestro, ricuperò il proprio pelo, fece uscire Sabbioso e infine Porcellino. Il bestione, non appena si sentì libero, voleva alzare i tacchi.

"Piano! Non precipitiamo le cose" ammonì Scimmiotto. Recitando un incantesimo mise in libertà il drago e spiegò: "Non possiamo rimetterci in cammino senza il cavallo. Pensate quanta strada dobbiamo fare e quante montagne valicare per giungere a destinazione: il maestro non può farcela con le sue gambe. Aspettate che ricuperi il cavallo."

Attraversò a passi felpati la Sala delle Campanelle d'Oro, dove mostri grandi e piccoli giacevano addormentati, e andò a prendere il cavallo tirandolo cautamente per la cavezza. Da antico equipuzio, con i cavalli ci sapeva fare; il cavallo drago, da parte sua, mentre avrebbe accolto un estraneo con impennate e nitriti, lo seguì quieto e ubbidiente. Scimmiotto strinse le cinghie della sella e invitò il maestro a montare.

Quando il reverendo fu in sella, ancora tutto tremebondo, voleva partire senza indugio. Ma il Novizio ammonì: "Calma! Non possiamo mica andare in giro senza passaporto, con tutte le frontiere che dobbiamo ancora attraversare. Aspettate che ricuperi i bagagli."

"Mi pare che i mostri li abbiano posati nella Sala delle Campanelle d'Oro, appoggiati al muro sulla sinistra, insieme al bilanciere."

Scimmiotto andò in esplorazione e vide una luce che emanava in un angolo. Proveniva dalle perle del kasâya di Tripitaka ed era così intensa che, nel buio, filtrava attraverso il sacco. Verificò che nulla fosse stato asportato, richiuse le valigie e le consegnò a Sabbioso.

Finalmente si mossero verso la porta meridionale del palazzo, che trovarono saldamente sbarrata e lucchettata; qua e là, nel buio, si sentivano tintinnare campanelle e gracidare raganelle di guardiani notturni.

"Come usciamo? Il passo è ben guardato" mormorò Scimmiotto.

"Passiamo dalla porta posteriore" suggerì Porcellino.

Il Novizio li guidò da quella parte: "Che si fa? Anche questa è ben serrata, e anche qui ci sono guardie notturne. Per noi non sarebbe un problema: potremmo renderci invisibili o cavalcare un colpo di vento; ma dobbiamo fare i conti con il corpo terrestre del maestro, che resta tributario dei cinque elementi."

"Fratello" propose Porcellino. "Facciamo il giro delle mura e cerchiamo un punto che non sia sorvegliato. Potremo sollevare e spingere il maestro su per il muro."

"Che seccatura!" commentò Scimmiotto ridendo. "Non abbiamo altra scelta. Ma quando torneremo a casa, con la tua linguaccia da scemo, sono sicuro che andrai in giro a raccontare che siamo dei bonzi che scalano i muri di notte."

"Adesso abbiamo preoccupazioni ben più gravi del buon costume: dobbiamo salvare la pelle" rispose Porcellino.

Trovarono un angolo tranquillo e si apprestarono alla scalata. Ma ahimè! Tripitaka era vittima dell'influsso di una stella maligna. Uno dei tre diavoli si svegliò improvvisamente con il presentimento che il monaco cinese fosse fuggito, e destò i colleghi. Chiamarono i servi, che si svegliarono a fatica e corsero imbambolati in cucina. Gli addetti al fuoco erano tutti perduti nel sonno: anche a picchiarli, non sentivano niente; il fuoco era spento, l'acqua fredda e gli scomparti della gabbia di cottura, vuoti, erano gettati qua e là. I servi, in preda al panico, tornarono ad annunciare: "Vostre maestà, se ne sono andati!"

I tre corsero a vedere di persona e, constatata la situazione, urlarono tutti insieme: "Presto, catturate il monaco cinese!"

Gli addetti al fuoco continuavano a ronfare; ma dappertutto, nelle sale del palazzo, mostri giovani e vecchi balzarono in piedi e corsero in folla verso il portone principale, con un grande sbatacchiare di sciabole e di lance. La porta era chiusa e i guardiani notturni erano intenti alle loro ronde come se niente fosse.

"Dov'è fuggito il monaco cinese?"

"Da qui non è passato nessuno."

Corsero alla porta posteriore, ma anche là tutto era in ordine. Allora si sparsero per ogni dove, illuminando a giorno ogni angolo con le loro torce e lanterne: ed ecco i quattro monaci intenti a scalare il muro di cinta.

"Dove credete di andare?" gridò il diavolo anziano, che si trovò da quelle parti.

Il reverendo, terrorizzato, perse la presa, cadde giù come una pera e fu afferrato personalmente dal diavolo anziano. Porcellino, Sabbioso, il cavallo e i bagagli furono sommersi da una marea di mostriciattoli. Solo Scimmiotto risultò inafferrabile.

Le prede furono riportate nella sala e vennero legate alle colonne. Ma il primo diavolo stringeva Tripitaka e rifiutava di mollarlo.

"Che cosa conti di farne?" chiese il terzo diavolo. "Non vorrai mica mangiartelo crudo: sarebbe sprecato. Una persona catturata a caso sulla strada, puoi anche sgranocchiartela per ingannare l'appetito. Ma questo è un raro prodotto di una civiltà superiore: bisogna riservarlo a ozi luculliani in un giorno di pioggia, cucinarlo con cura e gustarlo con ponderazione. Va accompagnato con un vino adatto e festeggiato con giochi di sciarade o con la morra, mentre musica raffinata suona in sottofondo."

"Parli come un libro stampato, amico mio" replicò l'anziano. "Ma il Novizio ritornerà e ce lo sottrarrà di nuovo."

"Nel parco del palazzo c'è un chiosco fra i melograni, dove si trova una cassaforte. Spargiamo la voce che abbiamo divorato crudo il monaco, e chiudiamolo là dentro. Scimmiotto sentirà dire che il suo maestro è morto, e se ne andrà. Da parte nostra lasceremo passare tre o quattro giorni: se quel malvivente non ritornerà a romperci le scatole, ci mangeremo il monacello nelle condizioni di spirito più propizie. Che cosa ne dite?"

La proposta fu approvata. Tripitaka fu immediatamente portato nel chiosco e chiuso dentro la cassaforte.

Intanto Scimmiotto, fuggito nella notte, provvide per prima cosa a coprirsi le spalle: corse alla Grotta del Cammello Leone e, con uso accorto della sua sbarra, fece piazza pulita delle diecine di migliaia di mostri che vi si trovavano. Quando ritornò indietro, il sole sorgeva a oriente. Tuttavia nei pressi della città si fermò a riflettere. Esitava a farsi avanti da solo: un filo non basta a fare una corda, né una mano ad applaudire.

Scese dalle nuvole, prese l'aspetto di un mostriciattolo qualsiasi, entrò in città e passeggiò per viali e vicoli a caccia di notizie. Dovunque si diceva: "Le loro maestà, questa notte, si sono mangiate quel monaco cinese senza nemmeno levargli la tonaca." Scimmiotto non sapeva che cosa pensarne. Si recò nella piazza in cui si apriva il portone del palazzo reale, e osservò un andirivieni di fantasmi con il berretto di cuoio dorato, giustacuore di tela gialla e bastone laccato di rosso; alla vita tenevano legata una tessera d'avorio, ed entravano e uscivano senza tregua e senza formalità.

"Sono i mostri ammessi a corte" si disse il Novizio. "Quella è la divisa che bisogna indossare per andare a procurarsi informazioni più sicure."

Così fece e si accodò al flusso in entrata. Presto incontrò Porcellino, che gemeva legato a una colonna. Scimmiotto sostò accanto a lui e bisbigliò: "Consapevole delle Proprie Capacità!"

Il bestione riconobbe la voce: "Sei tu, caro condiscepolo? Tirami fuori da qui!"

"Sta tranquillo, lo farò. Dov'è il maestro?"

"È morto: stanotte i diavoli se lo sono mangiato crudo."

Il Novizio si mise a piangere. Ma Porcellino soggiunse: "Un momento: questo è quanto si dice. Io non l'ho visto con i miei occhi. Prima di metterti a piangere, faresti bene a controllare la notizia."

Scimmiotto proseguì il cammino, e in una sala più interna vide Sabbioso legato a una colonna. Lo accarezzò e gli disse: "Consapevole della Purezza!"

"Fratello!" esclamò Sabbioso piangendo. "Non sono riusciti a cuocerlo e l'hanno mangiato vivo."

L'ennesima conferma della stessa versione fu come un coltello nel cuore del grande santo. Balzò in aria e ritornò sulle colline a est della città, dove pianse e singhiozzò. Invocava: "Maestro!

Voi mi salvaste dalle conseguenze

Dei miei peccati e poneste al servizio

Del Buddha, per difendervi e raggiungere

La perfezione. Chi avrebbe creduto

Che sarebbe arrivata una mattina

Gelida come questa, in cui ogni cosa

È perduta? Qui ha fine il nostro viaggio

Verso Occidente. L'anima e il respiro

Son separati, non resta più niente."

In preda alla disperazione, Scimmiotto si diceva: "La colpa è del beato Buddha, che nella sua beatitudine non ha trovato niente di meglio da fare che collezionare i sutra dentro le sue ceste. Se davvero possono essere così utili alle terre dell'Est, perché non ce li ha spediti senza tante storie? Gli sarà dispiaciuto separarsene, e perciò avrà inventato questa pericolosa ricerca. Chi avrebbe mai pensato, dopo tante avventure e tanti guai felicemente superati, che questa volta il maestro sarebbe perito? Così sia! Andrò a trovare il Beato e gli racconterò tutto. Se vuole affidarmi le scritture, compirò io il voto di Tripitaka di diffonderle nell'Est. Altrimenti gli chiederò di recitare l'incantesimo che apre il cerchio e ritornerò sulla mia montagna, a prendermi cura delle mie scimmiette."

Il grande santo fece la capriola nelle nuvole in direzione dell'India e in meno di due ore raggiunse il Picco degli Avvoltoi. Quattro giganteschi portatori di folgore gli sbarrarono la strada: "Dove vai?" Scimmiotto si inchinò: "Ho bisogno di conferire con il Beato per affari."

Il capo posto era il vajrapani Eterna Dimora, noto anche come re Rispetto Indistruttibile della Cima delle Nubi d'Oro, nei Monti Kunlun. Brontolava: "Macaco screanzato! Quante volte ci siamo dati da fare per toglierti dai guai! Per esempio con il diavolo toro. Ma tu hai l'aria di pensare che tutto ti sia dovuto; non dici nemmeno 'grazie'. I tuoi affari aspetteranno. Noi faremo rapporto, e quando il Buddha ti vorrà convocare, te lo faremo sapere. Non penserai mica di essere al portale sud del Paradiso, dove entri ed esci come all'osteria. Aria! Circolare!"

Il grande santo era già d'umor nero e non aveva voglia di incassare la ramanzina: fece tali strilli e ruggiti, che arrivarono direttamente al trono di loto a nove ordini di petali, su cui il Buddha era seduto a spiegare sutra ai diciotto arhat. Il Beato aprì dunque la bocca e disse: "È arrivato Scimmiotto; fatelo entrare."

La scorta degli arhat giunse in portineria marciando in due colonne, con bandiere e baldacchino, comunicò che Scimmiotto era convocato dal capo e lo prese in consegna.

Davanti al Buddha, il grande santo s'inchinò fino a terra e pianse come una fontana. "Consapevole del Vuoto, quale disgrazia ti strappa tante lacrime?"

"La cattiva stella ha fatto cadere il mio povero maestro nelle grinfie di tre diavoli feroci, nella città del Cammello Leone: un leone, un elefante e un roc. Dopo un tentativo di fuga sfortunato, è stato mangiato crudo, senza lasciarne nemmeno un ossicino. Questo dicono tutti, e i miei condiscepoli lo hanno confermato; fra l'altro, non è detto che loro siano destinati a una fine migliore. Non mi è rimasto altro da fare che venire a rendervi omaggio e sperare che avrete la bontà di recitare la formula che apre il cerchio d'oro: ve lo restituirò e ritornerò agli ozi del Monte di Fiori e Frutti." E piangeva più che mai.

"Non tormentarti troppo, Consapevole del Vuoto" gli disse sorridendo il Beato. "Sei tanto depresso perché non sei riuscito a prevalere su quei tre diavoli."

"Devo ammettere" rispose Scimmiotto battendosi il petto, "che dal tempo dei fatti in Paradiso non ho mai subito tante umiliazioni come da quei tre diavoli."

"Non prendertela con loro. Io li conosco."

"Sarebbe a dire che sono vostri parenti?" sbottò Scimmiotto irritato.

"Macaco insolente! Come ti permetti di supporlo?"

"E allora perché dite di conoscerli?"

"Li conosco con l'occhio della saggezza. I primi due hanno i loro padroni." E chiamò: "Ânanda, Kâsyapa, andate a chiamare Wenshu e Puxian."

Mentre i due correvano a eseguire, il Beato spiegò: "Quelli sono i padroni del primo e del secondo diavolo. Quanto al terzo, a pensarci bene, è pur vero che ha qualche parentela con me."

"Da parte di padre o di madre?"

"Quando il caos primitivo si divise, il cielo si aprì nell'ora del topo, la terra si separò in quella del bue e l'umanità nacque nell'ora della tigre. Ogni cosa nacque dall'unione del cielo e della terra: anche le bestie che corrono e gli uccelli che volano. A capo delle bestie fu messo il liocorno, a capo degli uccelli la fenice. Dagli accoppiamenti delle fenici nacquero il pavone e il grande roc. Il pavone, alla nascita, era ferocissimo: mangiò in un boccone tutti gli esseri umani che si trovavano nel raggio di quarantacinque li. Io mi trovavo sui picchi nevosi; il mio corpo d'oro, alto sedici piedi, fu aspirato anche lui da quell'uccello. Finii nel suo ventre e, in un primo tempo, pensai di uscire dall'ano; ma cambiai idea, quando riflettei che il mio corpo autentico si sarebbe imbrattato ben bene. Perciò preferii aprirmi un passaggio nel dorso. Volevo ucciderlo, ma i buddha intercedettero e mi fecero notare che sarebbe stato come uccidere mia madre. Questo è il motivo per cui l'ho inserito nell'assemblea del Monte degli Avvoltoi e gli ho conferito il titolo di pusa Pavone, grande re illustre, madre del Buddha. Dal momento che il grande roc è fratello del pavone, si può dire che siamo un po' parenti."

"In altre parole" commentò Scimmiotto ridendo, "sareste nipote di quel mostro da parte di madre."

"In un certo senso. Per sottometterlo, bisogna che venga di persona."

Scimmiotto si prosternò: "Riponiamo tutte le nostre speranze nel vostro prezioso avatara."

Il Beato discese dal trono e uscì dal monastero seguito dalla folla dei buddha. Ânanda e Kâsyapa vennero loro incontro conducendo Wenshu e Puxian, che salutarono il Buddha.

"Da quanto tempo le vostre bestie sono scese dalla montagna?"

"Da sette giorni."

"Sulla terra sono sette anni: mi chiedo quante creature avranno distrutto nel frattempo. Dobbiamo andare subito a ricuperarle."

La comitiva volò nello spazio con il Buddha alla testa, affiancato dai due pusa. Guardate:

Il cielo si ricopre di nuvole di fede:

Porta la Legge il Buddha, espone le ragioni

Della procreazione e narra della terra

Ogni trasformazione. I suoi arhat lo proteggono

E cinquemila dèi, con Ânanda e Kâsyapa,

Intorno lo accompagnano; ad abbattere diavoli

Si va apprestando, insieme a quei due grandi pusa.

Il grande santo gongolava: che forza, che entratura nei centri del potere! Quella spedizione di soccorso era la più prestigiosa che fosse mai riuscito a mettere insieme. Fate di meglio, se siete capaci!

Presto giunsero in vista delle mura della città. "Guardate, Beato!" annunciò Scimmiotto. "Là dove si vedono salire quei neri miasmi è la città di Cammello Leone."

"Scendi giù a sfidare i mostri. Non cercare di vincere: devi perdere e fuggire in alto. Quando lo farai, noi interverremo."

Il grande santo scese dunque sui merli delle mura e gridò: "Bestiacce immonde, venite a battervi con il vecchio Scimmiotto! Muovetevi!"

I mostriciattoli spaventati ruzzolavano di sotto e correvano come matti al palazzo per annunciare: "Vostre maestà, Scimmiotto è sulle mura e vi sfida a combattere."

"Non lo si è visto per tre giorni; speravo che ormai ci fossimo levata di torno quella scimmia. Non avrà per caso impiegato il tempo a trovare rinforzi?" suggerì il primo diavolo.

"Andiamo a vedere. Non ci fanno certo paura, né lui né i suoi rinforzi" replicò il terzo.

I marescialli diavoli impugnarono le loro armi preferite e corsero alle mura. Localizzato Scimmiotto, si scagliarono su di lui senza perder tempo, e furono accolti dal mulinare della sbarra. Ma dopo sette od otto scontri, Scimmiotto finse di trovarsi in difficoltà. "Dove credi di scappare?" gridavano i diavoli. Lui balzò sulle nuvole, e i diavoli lo inseguirono.

A questo punto i diavoli non videro più il Novizio, che era scomparso dentro una luce abbagliante: i cinquecento arhat e i tremila dèi protettori li circondarono. Il cerchio che li stringeva non avrebbe lasciato passare una goccia d'acqua. Davanti a loro si profilò, nella sua aureola d'oro fiammante, la triplice immagine del Buddha presente, passato e futuro.

Il primo diavolo fu preso dal panico: "Si mette male, fratelli! Come avrà fatto quel farabutto intrigante a portar qui i nostri padroni?"

"Dài, fifone, non tremare!" gridò l'intrepido terzo. "Diamo l'assalto al Buddha e conquistiamo il suo monastero!" Gli incoscienti brandirono le armi e si gettarono davvero all'attacco, colpendo all'impazzata.

"Siete diventate matte, brutte bestie? Vi faremo pentire noi!" gridarono Wenshu e Puxian. Recitarono una formula, e i primi due diavoli lasciarono cadere le armi, si rovesciarono a terra e ripresero, con la coda fra le gambe, la loro forma originale. I due pusa collocarono i loro troni di loto, rispettivamente, sul dorso del leone azzurro e dell'elefante bianco, e vi sedettero comodi.

Ma il terzo diavolo non si arrendeva. Lasciò cadere l'alabarda e in forma di rapace protese i taglienti artigli per ghermire Scimmiotto, dovunque si trovasse: non era facile localizzarlo, nascosto com'era nell'aureola del Buddha. Quest'ultimo comprese le sue intenzioni e diede al proprio capo, che già aveva portato un nido di gazza(61), l'apparenza di un quarto di bue sanguinante. Il mostro non poté resistere alla tentazione e si avventò per impadronirsene; ma quando fu alto sopra il Buddha, questi puntò il dito e lo immobilizzò, facendogli riprendere la sua forma originale di gigantesco roc dalle ali dorate. Aprì il becco e si lagnò: "Perché sprecate la suprema potenza della Legge per immobilizzare me?"

"Tu hai qui commesso ogni specie di misfatti. Se vuoi redimerti e acquistar meriti, seguimi!"

"In casa vostra si mangia di magro e si vive da poveracci, mentre qui ho a disposizione tutta la carne umana che voglio. Se mi farete morire di fame, ne sarete responsabile."

"Nei quattro continenti i miei fedeli sono innumerevoli: raccomanderò a tutti quelli che offrono sacrifici di incominciare provvedendo al tuo appetito."

Il roc non era affatto persuaso, ma non aveva scelta: si dovette convertire per forza.

Infine Scimmiotto uscì dal suo nascondiglio e si prosternò davanti al Beato: "Buddha sovrano, avete sottomesso i mostri ed estirpato un terribile flagello, ma questo non fa ritornare in vita il mio maestro."

"Lurida scimmia!" gridò il roc digrignando il becco. "Dovevi proprio tirare in ballo questo terrificante personaggio per mettermi in difficoltà? E chi lo ha mangiato, il tuo vecchio bonzo tiglioso? Non se ne sta forse comodamente seduto nella cassaforte del Chiosco di Broccato Profumato?"

Scimmiotto si prosternò di nuovo e ringraziò il Buddha di cuore. Il grande roc venne nominato protettore della Legge e costretto come tale a occupare il punto più alto dell'aureola del Buddha. La comitiva delle personalità si mise in cammino per rientrare al convento.

Scimmiotto, da parte sua, scese a terra e rientrò in città. Le strade erano deserte: i mostri, vista la mala parata, si erano dispersi. Il serpente non striscia senza capo, né l'uccello svolazza senza ali.

Il Novizio entrò nel palazzo e liberò Sabbioso e Porcellino: "Il maestro non è stato divorato" li informò. "Ricuperiamo i bagagli e il cavallo, e andiamo a prenderlo."

Forzarono la porta del chiosco e sentirono Tripitaka che singhiozzava dentro la cassaforte. Sabbioso fece saltare le serrature con il suo bastone, sollevò il coperchio e chiamò: "Maestro!"

"Discepoli miei!" gridò Tripitaka singhiozzando ancora più forte. "Come ve la siete cavata con quei diavoli tremendi? Come siete riusciti a trovarmi?"

Scimmiotto gli narrò l'avvenuto per filo e per segno, e Tripitaka espresse la sua infinita gratitudine. Nella cucina del palazzo trovarono cibi in abbondanza, anche vegetali, con cui prepararono una colazione. Saziato l'appetito, riordinarono le loro cose, uscirono dalla città e raggiunsero la strada maestra dell'Occidente.

Trova vere scritture l'uomo vero:

Non servono né intrighi né baccano.

Questa partenza li porterà finalmente di fronte al Buddha? Se non sapete il come e il quando, non vi resterà che ascoltare il seguito.