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079 SCIMMIOTTO DAI MOLTI CUORI · INSEGUENDO I MOSTRI INCONTRANO LA STELLA DELLA LONGEVITÀ; IN PRESENZA DEL SOVRANO SALVANO I FANCIULLI.

Il falso Tripitaka fu condotto a palazzo dall'armata della Foresta di Piume e consegnato all'ufficiale di guardia alla porta. Ai piedi dei gradini di giada, il monaco cinese restò ritto fra gli ufficiali che si inginocchiavano e chiese: "Re di Bhiksu, che cosa volevate dirmi?"

"Da molto tempo siamo afflitti da un male da cui non riusciamo a guarire" rispose il re sorridendo. "Ma per fortuna nostro suocero ci ha donato tutti gli ingredienti per preparare un rimedio adatto, salvo l'opportuno diluente. Vi abbiamo convocato appunto allo scopo di procurarcelo. Se collaborerete alla nostra guarigione, vi faremo costruire un santuario in cui godrete dei sacrifici di stagione e in cui l'incenso arderà in perpetuo a spese dello stato."

"Io ho abbandonato la mia famiglia e non possiedo altro che me stesso. Può dirmi vostra maestà quale ingrediente occorre?"

"Servirebbe il vostro cuore."

"Quale cuore? Vostra maestà deve sapere che ne possiedo parecchi."

Il suocero di stato gli puntò contro il dito adunco e gridò: "Quello nero, bonzo!"

"Prestatemi un coltello per aprirmi il torace: sono rispettosamente ai vostri ordini e sarò lieto di accontentarvi, se possiedo quello che desiderate."

Il sovrano ringraziò calorosamente e fece portare un coltellaccio con la lama a orecchio di toro. Il falso Tripitaka lo impugnò, si aprì la veste, gonfiò il petto e lo tagliò da cima a fondo con mano sicura, producendo un sinistro stridio. Dal petto squarciato uscì ribollendo un gran mucchio di cuori.

I mandarini civili erano bianchi di terrore, quelli militari paralizzati dallo spavento.

"Ecco un bonzo ambiguo, dai molti cuori!" gridò il suocero di stato seduto sul suo cuscino.

Il falso Tripitaka afferrò i cuori grondanti di sangue a uno a uno, per farli vedere. Ce n'erano di ogni specie: rosso, bianco, giallino, avaro, ambizioso, geloso, cauto, calcolatore, superbo, sprezzante, omicida, vizioso, pauroso, prudente, temerario, oscuro e senza nome; cuori malvagi e altri di tutti i generi. Ma non c'era nessun cuor nero.

Il re era annichilito e non riusciva ad articolare parola. Infine balbettò: "Metti via quella roba, per piacere."

Il falso Tripitaka si richiuse tranquillamente il petto e riprese la propria forma: "Gli occhi di vostra maestà non sanno discernere le cose!" esclamò. "Tutti i monaci condividono un unico cuore perfettamente buono. Il cuor nero lo possiede vostro suocero: è quello l'ingrediente che vi occorre. Se non mi credete, ve lo farò vedere."

Il suocero di stato aveva spalancato gli occhi e fissava l'inattesa apparizione: quel grande santo, ahimè, era ben noto da più di cinquecento anni. Balzò via nello spazio, inseguito dal Novizio che gridava: "Fermati, bestia! Assaggia il mio randello!"

Il suocero lo affrontò con la canna dal pomo a forma di drago acciambellato. I due avversari diedero saggio della loro bravura:

Sbarra contro canna riempiono lo spazio di nuvole. Il suocero di stato è un mostro che utilizza le arti seducenti di una figlia malefica. Egli indebolisce il sovrano con un male dovuto alla lascivia e lo induce a massacrare i bambini. Ma interviene il grande santo a sconvolgere i suoi oscuri disegni. Per la canna non è facile contenere gli attacchi della sbarra di ferro.

Combattono fino a oscurare il cielo della città. Tutti impallidiscono di spavento. I mandarini si sentono svenire. Il viso delle signore e delle ragazze è sfigurato, con il trucco sconvolto. L'ottuso sovrano trema, non sa a che santo votarsi e cerca disperatamente un angolo buio per nascondersi. La sbarra si leva come la tigre di montagna che balza sulla preda; la canna si abbatte come il drago che si tuffa nel mare.

Questo gran tumulto che agita la città di Bhiksu permetterà di sceverare il giusto dal perverso.

Dopo una ventina di scontri, la canna non riuscì a reggere oltre. Il mostro fece una finta, si trasformò in un gelido raggio e dardeggiò nella corte interna del palazzo per prelevare la degna rampolla, che si trasformò anche lei in luce fredda; i due scomparvero chissà dove.

Il grande santo ritornò nella sala d'udienza e gridò allegramente: "Avete visto che bel suocero di stato vi tenevate in casa?"

Tutti si inchinarono per esprimere la propria gratitudine al divino monaco, che li esortò: "Lasciate perdere le cerimonie. Cercate piuttosto dov'è andato a finire quello scimunito del vostro re."

"È corso a nascondersi da qualche parte, quando è iniziato il duello."

"Per carità, cercatelo subito! Non vorrei che la mostriciattola se lo fosse portato via."

Gli ufficiali, ignorando per quella volta il divieto di entrare negli appartamenti interni, si precipitarono subito nel palazzo di Regina di Bellezza. Ma il luogo era deserto, e non si vedeva traccia né della regina né del re. Le spose reali vennero in folla dal palazzo centrale e da quelli dell'est e dell'ovest a riverire il grande santo, che disse loro: "Non è ancora il momento di ringraziare. Scovatemi quel babbeo del vostro signore e re."

Ma il re non era stato rapito. Dopo un po' lo si vide sbucare, sostenuto dai suoi eunuchi, da uno sgabuzzino dietro la Sala di Prudente Condotta. I ministri vennero a prosternarsi ed esclamarono a una voce: "Signore e maestro! Il vero è stato distinto dal falso ad opera di questo monaco divino: in effetti il suocero di stato era una creatura malefica. Anche Regina di Bellezza è scomparsa."

Il re invitò il Novizio nella Sala dei Ricevimenti Solenni e lo ringraziò formalmente. Poi gli chiese: "Reverendo, quando siete arrivato avevate un nobile e degno aspetto. Come mai siete tanto cambiato?"

"La verità" rispose il Novizio ridendo, "è che io non sono Tripitaka, fratello dell'imperatore Tang, ma il suo discepolo Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Sapevo che il mostro vi aveva convinto a strappare il cuore del mio maestro e sono venuto al suo posto per abbattere quella creatura."

Il re ordinò subito al primo ministro di recarsi a invitare il vero maestro e gli altri suoi discepoli a presentarsi a corte.

Tripitaka, che aveva avuto sentore dello scontro fra Scimmiotto e il mostro, era molto preoccupato, oltre a essere mezzo soffocato dal fango puzzolente con cui gli avevano spalmato la faccia. Quando lo pregarono di recarsi a corte per ricevere i ringraziamenti, si spaventò ancor più; ma Porcellino gli disse: "Questa volta non correte rischi: vi vogliono ringraziare. Si vede che il nostro condiscepolo anziano ha avuto la meglio."

"Ma come posso presentarmi alla gente con questa porcheria puzzolente sulla faccia?"

"Non c'è scelta, noi non sappiamo come toglierla. Ma lo chiederemo a Scimmiotto, ci penserà lui."

Il primo ministro, alla loro vista, non riuscì a nascondere la paura: "Avi miei! Sembrano tutti quanti mostri malefici."

"Signor cortigiano" gli disse Sabbioso, "non vi spaventate. Noi siamo brutti soltanto perché siamo nati così; e il nostro maestro ritornerà bello con l'aiuto del condiscepolo anziano."

Quando furono a corte, nella sala d'udienza, Scimmiotto andò loro incontro, strappò la maschera di fango dal volto del maestro, alitò il suo fiato magico e gridò: "Rettifica!" Subito il monaco riprese il proprio aspetto e si sentì in ottima forma. Il re lo ricevette rivolgendosi a lui come "reverendo buddha, maestro della Legge".

Scimmiotto prese la parola: "Vostra maestà sa da dove proveniva quel mostro? Sarà prudente catturarlo, perché non ritorni a provocare altri malanni."

Quando le regine dei tre palazzi e le concubine delle sei corti, che si tenevano dietro lo schermo di giada, sentirono le sue intenzioni, corsero fuori e si affollarono intorno a lui senza riguardo all'etichetta: "Supplichiamo il reverendo buddha e divino monaco di strappare la malerba dalla radice" esclamarono inchinandosi. "Avremo per voi una gratitudine illimitata e sapremo ricompensarvi generosamente."

Scimmiotto rispose che gli servivano indicazioni più precise.

"Tre anni fa, quando giunse da noi" disse il sovrano, pieno di imbarazzo, "mi disse che non veniva da lontano. Abitava a una settantina di li in direzione sud, in una tenuta detta di Puro Splendore, ai margini della Foresta dei Salici. Alla sua tarda età non aveva figli maschi, ma solo quella figlia di sedici anni, nata dal suo ultimo matrimonio. Me la offrì e io la trovai molto attraente, l'accettai e la trattai da favorita. Ma presto caddi ammalato, e nessun rimedio risultò efficace. Lui mi assicurò che possedeva una ricetta infallibile, che richiedeva il brodo del cuore di molti bambini. Io non mi intendo di queste cose, e gli credetti sulla parola. Poi siete arrivati voi e i bambini sono scomparsi. Allora il mostro mi ha assicurato che il cuore del divino monaco, che ha praticato la verità nel corso di dieci reincarnazioni senza mai disperdere il suo yang, era molto più efficace di quelli dei bambini. Ci siamo lasciati sviare. Ma ora che avete smascherato il mostro, spero che userete tutto il vostro potere per eliminarlo. Da parte mia sono pronto a ricompensarvi con tutta la ricchezza del paese."

"Vi dirò" disse Scimmiotto sorridendo: "quei bambini li ho nascosti io per incarico del maestro, che sentiva compassione per loro. Non parliamo di ricompense, a me basta il merito. Andiamo, Porcellino."

"Agli ordini. Ma non valgo molto, a pancia vuota."

"Che il servizio dei banchetti prepari immediatamente un pasto vegetariano" ordinò subito il re. E in breve fu servita la colazione.

Quando Porcellino fu ben sazio, seguì Scimmiotto salendo sulle nuvole, mentre re, regine e mandarini si inginocchiavano e gridavano: "Guardate come salgono in cielo! Sono veri immortali, buddha discesi sulla terra!"

Il grande santo e Porcellino viaggiarono per settanta li verso sud e si misero alla ricerca della residenza del mostro. Le limpide acque di un torrente scorrevano tra rive incassate, coperte da migliaia di salici; ma non appariva nulla che si potesse identificare con la tenuta di Puro Splendore. Di certo

Estesi a perdita d'occhio

I campi incolti; le dighe

Si nascondon nella bruma

Che intorno ai salici aleggia.

Dopo avere vanamente esplorato, Scimmiotto evocò il tudi, che si avanzò tremante e si inginocchiò esclamando: "Grande santo, il dio della Foresta dei Salici presenta i suoi omaggi e si prosterna."

"Non aver paura, non ti picchio mica. Da queste parti si dovrebbe trovare una tenuta detta di Puro Splendore. Dov'è?"

"Tenute non ce ne sono; c'è una grotta che porta quel nome. Devo intendere che la vostra santità viene da Bhiksu?"

"Si capisce. Il mostro della grotta si è preso gioco del re di Bhiksu. Quando siamo arrivati l'ho affrontato, ma lui si è trasformato in un raggio gelato ed è scappato non so dove. Secondo il re, tre anni fa gli avrebbe confidato di abitare da queste parti."

"Spero che vostra santità sarà indulgente" disse il tudi prosternandosi un'altra volta. "Anche questo è territorio di Bhiksu, soggetto alla mia vigilanza. Ma quel mostro è più forte di me e si sarebbe vendicato se avessi tradito i suoi disegni: perciò sono stato costretto a mancare ai miei doveri. Ma ora che è arrivata vostra santità, basterà che si accosti al salice con nove rami sulla riva sud, gli giri intorno per tre volte in senso orario e per tre in senso antiorario, bussi con entrambe le mani e gridi tre volte: 'Apriti!' In questo modo avrete accesso al palazzo della Grotta di Puro Splendore."

Scimmiotto congedò il tudi e scese in riva al torrente a cercare il salice con nove rami. Seguì le istruzioni: l'albero scomparve con un rumore di tuono e apparve una porta a due battenti che si aprirono cigolando. Dentro splendeva luce, ma non si vedeva nessuno. Il Novizio entrò senza esitare e si trovò in un posto magnifico:

Nubi leggere velano il sole e la luna. Bianche nuvole escono dalla grotta, una lieve bruma smeraldina è diffusa nella corte. Il sentiero è bordato da splendidi fiori rari; piante di diaspro gareggiano in bellezza e profumi. Un clima mite regna nel giardino fatato, emulo di Penglai e Yingzhou. Le panchine scivolose si coprono di rampicanti, liane pendono arruffate dal ponticello. Le api lasciano cadere rossi stami di fiori sulle rocce; le farfalle volano fra le orchidee.

Scimmiotto si avvicinò a una quinta di pietra su cui erano tracciati quattro grandi caratteri:

RESIDENZA DI IMMORTALI DI PURO SPLENDORE

Oltre la quinta c'era il mostro, ancora ansimante per la corsa, che stringeva la figlia tra le braccia e le parlava appunto dell'impresa di Bhiksu: "Era un'occasione così bella! Ci abbiamo lavorato per tre anni ed eravamo sul punto di riuscire, quando quella scimmia zuccona ha rovinato tutto."

Il Novizio impugnò la sbarra e corse loro addosso urlando: "Sudicioni, ve la do io la bella occasione!"

Il mostro si staccò dalla figlia e lo affrontò con la sua canna. Seguì uno scontro ben più terribile del precedente:

Si drizza la sbarra lanciando riflessi metallici; intorno alla canna turbinano miasmi malefici. "Che cosa cerchi in casa mia, temerario?" grida il mostro. "La tua diabolica pellaccia!" risponde il Novizio. "I miei rapporti con il re non ti riguardavano. Perché hai voluto metterci il naso?" "La compassione è il fondamento della condotta dei monaci; non potevamo tollerare il massacro degli innocenti."

Vanno e vengono le parole, piene d'odio e di furore; vanno e vengono le armi. Essi badano ad aggredire e calpestano senza riguardo i bei fiori, strappano muschio e licheni. La lotta continua finché il luogo ameno è devastato e la dolce vegetazione distrutta, terrorizzati gli uccelli, messe in fuga le belle fanciulle in preda al panico. Nel paesaggio spoglio, percorso da un vento feroce, restano solo il re scimmia e il mostro che si fronteggiano.

Ecco che escono dalla grotta. Questo mette in gioco anche Consapevole delle Proprie Capacità.

Porcellino, che era rimasto fuori, sentiva rumor di battaglia, che lo eccitava e lo faceva rodere dall'impazienza di partecipare. Colpì più volte il salice con il suo rastrello, e le nove punte si macchiarono di sangue, mentre si udivano gemiti soffocati. "È un albero fantasma" pensò; e continuò a colpire, finché vide comparire Scimmiotto e il mostro. Allora si gettò avanti levando il rastrello. Il mostro ne aveva già abbastanza di Scimmiotto; quando si vide venire addosso un altro avversario si disimpegnò, si mutò in un raggio gelato e dardeggiò verso l'est. I due lo inseguirono.

Mentre si apprestavano a sferrare l'attacco conclusivo, apparve una luminosità di buon augurio da cui provenivano canti di gru e di fenici: era il vecchio della costellazione del Sud. Questi catturò il raggio gelato e gridò: "Piano, grande santo! Fermati, ammiraglio dei canneti! Eccomi qua, sono il vostro amico nel Tao."

"Come sta la nostra brava stella della Longevità?" lo salutò calorosamente Scimmiotto.

"Lo hai preso tu quel malvivente?" gridò Porcellino.

"Ma certo, eccolo qua" rispose la stella; "non può scappare. Spero che gli lascerete la vita."

"Che ti importa di quella creatura?" si stupì Scimmiotto.

Longevità rise imbarazzato: "Si capisce che mi importa, dal momento che mi serve da mezzo di trasporto. Sai, è la storia non rara delle bestie di casa che scappano via, si dànno al nomadismo e diventano mostri."

"Se ti appartiene, facci vedere il suo vero aspetto."

Longevità lo liberò e gli disse: "Su, bestiaccia, fa vedere come sei fatta, se vuoi salvar la pelle."

Si vide che si trattava di un cervo bianco. La canna fu raccolta dalla stella: "Questo pelandrone non si è fatto scrupolo di rubare la mia canna."

La bestia s'inginocchiò. Non poteva parlare, ma piangeva e si prosternava.

Il pelo picchiettato, un gran palco di corna.

Bruca l'erba del prato, beve acqua nel ruscello.

Col tempo e con l'ascesi ha appreso a trasformarsi

E a volare nel cielo. Chiamato dal padrone,

Non può che sottomettersi e tornare all'usato.

Longevità montò sul cervo e ringraziò Scimmiotto con l'intenzione di ripartire, ma questi lo trattenne: "Aspetta, amico mio: ci sono ancora cose da chiarire."

"Di che si tratta?"

"Non abbiamo ancora preso la Regina di Bellezza, e non ho idea di quale creatura si tratti. Inoltre dobbiamo mostrare entrambi al re di Bhiksu: non mi è sembrato una persona molto sveglia, e voglio essere sicuro che si convinca bene."

"Va pure a catturare questa Bellezza; io aspetterò qui, e poi ti accompagnerò dal re."

Scimmiotto e Porcellino irruppero nella grotta gridando: "Dagli alla strega!" La povera Bellezza, terrorizzata, sbucò fuori dalla quinta di pietra, ma si trovò davanti Porcellino. Si mutò in luce fredda e sfrecciò via accanto a Scimmiotto, che la tramortì al volo con uno scappellotto e la restituì alla sua forma originale: era una volpe dal muso bianco.

All'incontenibile bestione scappò di mano una rastrellata, che ridusse l'infelice seduttrice di regni a un mucchietto di peli dentro una pozza di sangue.

"Fermo, l'hai ridotta molto male!" gridò Scimmiotto. "Che cosa ci rimane da mostrare al re?"

Il bestione prese il cadavere per la coda, senza darsi pensiero se si sporcava le mani, e seguì Scimmiotto che ritornava verso Longevità; il quale si intratteneva con il suo cervo lisciandogli il muso: "Che cosa ti è venuto in mente, brutta bestia, di lasciare il tuo padrone per darti al mestiere di mostro? Hai visto che per poco non ci rimettevi la buccia? Meno male che sono arrivato in tempo."

"Che cosa gli dici, vecchio svanito?" chiese Scimmiotto sopraggiungendo.

"Gli faccio la lezione, perché non ripeta l'errore."

Porcellino gettò i resti della volpe davanti al cervo: "Ecco qui la tua bella parente."

Al povero cervo scesero grosse lacrime dagli occhi, mentre gli usciva dal petto un lungo belato come un lamento. Longevità gli diede una pacca sulla testa: "Tu sei vivo, scemo. Che t'importa di quest'altra bestia?" Poi gli legò la propria cintura intorno al collo e si dichiarò pronto a recarsi dal re di Bhiksu.

"Non è finita" insisté Scimmiotto. "Prima dobbiamo disinfettare il posto, perché in futuro non venga riutilizzato come covo malefico."

Porcellino corse di nuovo a colpire il vecchio salice, mentre il Novizio recitava l'incantesimo di convocazione del tudi: "Raccogli legna secca e brucia tutto. È un buon affare anche per te: ti eviterà in futuro altre noie con esseri malefici."

La divinità sollevò un gran vento e, con i suoi assistenti, raccolse in breve una quantità di legna e ramaglie che giacevano sparse da molto tempo, ed erano asciutte e ben combustibili.

"Porcellino, non perdere tempo" gridò Scimmiotto. "Quel salice brucerà con tutto il resto." In breve la residenza del mostro fu sommersa da un uragano di fuoco.

Congedato il tudi, si recarono a corte. Longevità teneva alla briglia il cervo, che recava in groppa i resti della volpe. Entrarono nella sala d'udienza e presentarono quei resti al re: "Che ne dite? Avete ancora voglia di divertirvi con questa bella figliola?" Il re taceva e batteva i denti.

Quando fu presentata la stella della Longevità, re e sudditi, regine e concubine ammutolirono dallo stupore. Tutti si inginocchiarono per rendere omaggio.

Il Novizio disse al re: "Questo cervo non è altri che il tuo famoso suocero di stato; quando veniva a corte, non gli lesinavi i complimenti."

Il re cambiava colore dalla vergogna: "Divino monaco, grazie di aver salvato i bambini del mio regno. È stata una grazia del cielo." E ordinò un festino in onore della vecchia divinità e dei quattro pellegrini.

Tripitaka volle informarsi: "Come ha potuto il vostro cervo bianco venir qui a commettere tante nefandezze?"

Longevità raccontò sorridendo: "Il sovrano dell'Est era di passaggio fra i miei monti selvaggi. Io lo ospitai e gli proposi una partita a scacchi. Questa stupida bestia dovette prendere il largo mentre giocavamo. Quando il mio ospite ripartì e io non la trovai, calcolai sulle dita dov'era andata a finire. È così che sono capitato qui, proprio mentre il grande santo la metteva in riga; e se avessi tardato ancora un momento, l'avrebbe messa nella fossa."

Fu dato l'annuncio: "La tavola è imbandita!" Fu davvero un magnifico festino:

All'ingresso un trionfo di colori vivaci; la sala è colma di fragranze esotiche. Magnifiche tavole coperte da sete ricamate, splendidi tappeti rossi sul pavimento. Da preziosi bruciaprofumi a forma di anatra salgono fumi di aloe. La frutta è disposta in torri e terrazze; i dolci di zucchero imitano draghi che avvolgono nelle spire animali in fuga, leoni, coppie d'uccelli. I grandi nappi hanno forma di pappagalli, i mestoli di garzette. Che abbondanza di piatti delicati! Tonde castagne d'acqua, freschezza di pesche e litchi, dolci giuggiole, frittelle di cachi, uve inebrianti, pigne fragranti. Piatti preparati con il miele, sformati di formaggi, gelati allo zucchero o fritti nell'olio: piatti più vari di fiori su broccato. I vassoi d'oro recano piramidi di grandi palle di pane, quelli d'argento traboccano di riso profumato. Le tagliatelle si intingono nel brodo speziato, sapori eccitanti si alternano a sapori soavi. Non si finirebbe mai di raccontare di quei porcini, orecchiette, germogli di bambù, "sperma giallo", legumi dai dieci profumi, e mille piatti rari: un va e vieni incessante di servitori li presenta e li sostituisce senza tregua.

Ciascuno si sedette secondo il suo rango; Longevità al primo posto e il reverendo al secondo. Il re sedette di fronte a loro, invitando alla sua tavola i tre discepoli, insieme a due o tre grandi precettori. Il servizio di musica suonava, il re levava la sua coppa delle Nuvole Purpuree per brindare con ciascuno. Tripitaka era il solo che rifiutasse di bere.

Porcellino si rivolse a Scimmiotto: "Ti cedo la frutta, in cambio del riso e delle tagliatelle." Si gettò sui piatti e non tardò a fare piazza pulita.

Alla fine del banchetto Longevità si congedò. Il re si inginocchiò ai suoi piedi e lo supplicò di aiutarlo a guarire del male che lo affliggeva, e a prolungare la vita.

"Sono uscito di casa solo per riprendere il mio cervo; non ho portato con me la valigetta degli elisir" rispose sorridendo Longevità. "Naturalmente vi potrei suggerire qualche buona ricetta di pratiche salutiste; ma ho l'impressione che siate conciato maluccio, non credo che le reggereste. Vediamo un po'. Mi restano nella manica tre giuggiole, di quelle servite nel tè al sovrano dell'Est. Se non vi formalizzate perché vi offro degli avanzi..."

Il re le ricevette rispettosamente, le mangiò e si sentì subito meglio. In effetti la sua malattia guarì poi rapidamente. Da quelle giuggiole derivò la grande longevità che da allora fu tradizionale nella sua famiglia.

Porcellino gridò: "Longevità, dài qualcosa da mangiare anche a me!"

"Non ho altro. Ma la prossima volta che ci vediamo, ti porterò le giuggiole; penso che a te ne serviranno molte libbre, con l'appetito che ti ritrovi."

Salutò tutti, montò sul cervo e balzò in alto, scomparendo nel cielo. S'intende che re, regine e buon popolo stavano a guardare riverenti e bruciavano incenso.

"Discepoli miei, è tempo che ci congediamo anche noi" ordinò Tripitaka.

Il re insisteva perché rimanessero e lo istruissero per risolvere i suoi problemi. Scimmiotto gli disse: "I consigli che vi possiamo dare sono presto detti. Datevi una regolata, non fate troppo il birichino con le donne e nei ritagli di tempo pensate a fare qualche buona azione. Impegnatevi sul serio in ogni impresa e sforzatevi di compensare i vostri punti deboli: è un esercizio che vi manterrà sano, e in qualche modo contribuirà ad allungarvi la vita. Non abbiamo altro da consigliare."

Il re offrì loro due vassoi di pezzi d'oro e d'argento alla rinfusa, a titolo di viatico. Ma Tripitaka precisò che non poteva accettare nemmeno un soldo. Allora non restò che farlo salire sul carro reale, che il re e le reali spose spinsero con le loro mani sulla strada. Usciti dal palazzo attraversarono le strade della città fra ali di gente, che libava acqua pura e bruciava incenso. La folla si richiudeva dietro di loro e li seguiva fuori città.

Quando furono sulla spianata davanti alla porta, ululò il vento e scesero dall'alto millecentodieci gabbie, ciascuna delle quali conteneva un marmocchio piangente. Si udì la voce degli dèi che dicevano: "Grande santo, abbiamo sentito che ve ne andate e siamo venuti a riportare le gabbie con i bambini, secondo le istruzioni."

Tutti si inginocchiarono. Scimmiotto gridò: "Grazie, signori! Ritornate pure a casa. Raccomando alla gente di qui di largheggiare in offerte ai vostri templi, per manifestarvi la sua gratitudine."

Il vento ululò di nuovo; poi pian piano si attenuò e cessò del tutto. I genitori, pazzi di gioia, riconobbero i loro figli e corsero a consolarli. Dicevano: "Quel monaco cinese, nostro signore e padre, deve restare fra noi e accettare la nostra riconoscenza."

Non ci fu niente da fare. Giovani e vecchi, uomini e donne, portarono in trionfo Porcellino, sollevarono Sabbioso, issarono Scimmiotto sulle spalle. Il carro su cui stava Tripitaka fu preso a furor di popolo e riportato in città: il re non contava più nulla. E Tizio li invitava a un banchetto, Caio a un festino; chi non poteva permettersi altro, fabbricava cappelli, sandali, tuniche, scarpe di tela, biancheria per offrire anche lui qualcosa ai monaci. I quali non poterono liberarsi da quella gente prima di un mese.

Si vendevano al mercato i loro ritratti, si rizzavano stele commemorative: la gente portava offerte anche lì, e bruciava incenso.

È proprio vero:

Il salvare un folla di gente

È merito più grande di un monte.

Ma anche questo finì; e se non sapete che cosa avvenne dopo, ascoltate il seguito.