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083 LA QUERELA RITIRATA · OVE LA SCIMMIA DELLO SPIRITO RICONOSCE LA FONTE DEL CINABRO, E FANCIULLA SEDUCENTE RITROVA IL FONDO DELLA PROPRIA NATURA.

Quando Tripitaka uscì dall'abisso accompagnato dalla lamia, Sabbioso gli chiese: "Che ne è del nostro condiscepolo anziano?"

"Avrà fatto bene i suoi conti" suppose Porcellino, "e avrà trovato conveniente far cambio con il maestro."

"Al momento il vostro condiscepolo è nel ventre di questa signora" dichiarò Tripitaka.

"Che schifo!" esclamò Porcellino. "Che cosa stai armeggiando lì dentro? Vieni fuori."

"Che apra bene la bocca!" gridò Scimmiotto. "Arrivo."

La lamia spalancò le mascelle quanto poté. Il Novizio si fece piccolo e le salì nella gola. Prima di avventurarsi ad attraversare la bocca, pensò bene di prendere una precauzione contro il rischio che la creatura tentasse di morderlo: trasformò la sbarra magica in un nocciolo di giuggiola e lo collocò strategicamente fra i suoi denti. Poi sfrecciò via fra quella cerchia, ricuperando l'arma al passaggio, e balzò per aria riprendendo il proprio aspetto, con la sbarra levata in posizione di combattimento. La lamia sfoderò le due spade preziose, e si concessero un bel duello in cima alla montagna.

Con le spade volanti difendeva il volto da quella sbarra, sempre pericolosamente vicina. Lui è la scimmia dello spirito, nato dal cielo; lei, fanciulla seducente, è figlia della terra.

Son pieni di rancore e provano una gioia feroce a sfogare nello scontro il loro furore. Lei vuole impadronirsi dello yang primordiale attraverso l'unione carnale; lui vuole formare il santo embrione combattendo il puro yin. Quella sbarra riempie il cielo di fredde brume; quelle spade vagliano la nera polvere della terra. Lotta e sfoggio di talenti sono dovuti alla missione del monaco cinese.

Se l'acqua combatte il fuoco, la Via della Madre ne soffre. Yin e yang non si possono unire, e ciascuno va per la sua strada.

Lottarono a lungo, da far tremare i monti e fremere le fronde delle foreste.

Porcellino brontolava: "Vedi che pasticcione! Le stava nel ventre: avrebbe potuto metterla a ferro e fuoco, e uscendo squarciarla. Il nostro problema sarebbe stato risolto. Invece quello scemo è uscito per benino dalla bocca; adesso se la goda lui."

"Hai ragione, fratello" rispondeva Sabbioso. "Ma è pur merito suo se il maestro è risalito dall'abisso. Facciamo accomodare il maestro da qualche parte, impugnamo le armi e andiamo ad aiutarlo."

"Nemmeno per sogno" si rifiutò Porcellino. "Quello non è un avversario da poco; io non ci sto."

"Non ci possiamo tirare indietro. Avrà poteri maggiori dei nostri, ma anche un peto fa il suo vento."

"Dài, facciamoci sotto" cambiò idea Porcellino.

La lamia era già in difficoltà; quando piombarono su di lei e la tempestarono di colpi, volse le spalle e fuggì. "Acchiappa, acchiappa!" gridava Scimmiotto.

Lei si lasciò dietro a fronteggiarli la propria pantofola, cui diede il suo aspetto con un incantesimo, e volò via trasformata in corrente d'aria. Crederete che il suo unico pensiero fosse di mettersi in salvo. Ma quando vide Tripitaka seduto solo soletto accanto all'imboccatura dell'abisso, con il cavallo e i bagagli, afferrò tutto quanto al passaggio e se lo portò via.

Intanto Porcellino duellava con la pantofola ricamata; l'abbatté valorosamente, ma ci restò male quando vide di che cosa si trattava.

"Stupidi!" gridava Scimmiotto. "Non mi serviva il vostro aiuto! Dovevate badare al maestro!"

"Te lo dicevo, Sabbioso, che non volevo venire. Questa scimmia è un po' tocca: noi l'aiutiamo ad abbattere i mostri, e lui se la prende con noi."

"Non avete abbattuto un bel niente. Quello scherzo con la pantofola me l'aveva già fatto la notte scorsa. Vediamo che ne è stato del maestro. Presto!"

In effetti maestro, cavallo e bagagli erano scomparsi. Porcellino, spaventato, non sapeva dove battere la testa; Sabbioso cercava intorno girando a vuoto. Scimmiotto scoperse un pezzetto della briglia del cavallo, che si era rotta, la raccolse e non poté trattenere le lacrime: "Ah, maestro! Ho lasciato il cavaliere con il suo cavallo, e ritrovo solo una briglia spezzata. È come nei versi:

Quando vedo la sella, ripenso al palafreno

E lacrimo al ricordo del mio amore lontano."

A Porcellino venne da ridere. "Perché ridi, bestia? Questa volta non hai neppure i bagagli da spartire."

"Non pensavo a quello" rispose Porcellino. "Evidentemente il maestro è stato riportato là sotto. Ricordi il proverbio: prova tre volte e riuscirai? Tu hai provato due volte; la terza di certo riuscirai."

Scimmiotto asciugò le lacrime: "Si capisce, non c'è altro da fare. Torno là sotto. E voi sorvegliate bene l'uscita, visto che non avete più niente da custodire." E balzò giù senza prendersi nemmeno la briga di trasformarsi.

Aspetto bizzarro, ma cuore valente;

Il viso è contorto, ma ha grandi poteri.

Dagli occhi arrossati diffonde faville

E peli di ferro ricoprono il corpo.

Sa mettere in fuga le nubi del cielo

E reca scompiglio fra le onde del mare.

Sconfisse divini guerrieri in battaglia

E conquistò titoli di grande prestigio.

Ed oggi anche l'Ovest dovrà riconoscere

Qual'è il suo valore e i grandi poteri.

Andò dritto filato alla torre d'ingresso, trovò chiusa la porta e la sfondò senza complimenti. Dentro regnava il silenzio: non c'era segno di presenza umana. Arredi e vasellame erano scomparsi dal chiosco di paglia; il portico est era deserto.

In effetti la lamia aveva abbandonato la residenza e si era rifugiata chissà dove (l'abisso aveva grandi dimensioni, più di trecento li di circonferenza). Scimmiotto, deluso, si lamentava: "Maestro, siete proprio nato sotto la stella della disgrazia. Perché vi siete andato a rimpiattare in posti che non conosco?"

Il vento portò una zaffata di profumo d'incenso. Seguì la traccia ed entrò in una piccola stanza disadorna, in cui si vedevano tre nicchie nel muro; in quella centrale era posto un tavolo laccato, scolpito con un motivo di draghi. Sul tavolo erano posati un bruciaprofumi dorato, da cui esalava l'incenso, e una tavoletta su cui era scritto a caratteri d'oro:

TAVOLETTA DEL MIO RISPETTATO PADRE, IL RE CELESTE LI

E sotto:

AL MIO RISPETTATO FRATELLO, IL PRINCIPE EREDITARIO NATA

A quella scoperta, Scimmiotto abbandonò le ricerche. Ridusse la sua sbarra a un ago, se la ripose dietro l'orecchio, si impadronì dei due oggetti e ritornò indietro pieno di allegria.

Porcellino e Sabbioso, meravigliati, dissero: "Hai certo liberato il maestro, per essere tanto allegro."

"Non è più necessario darsi da fare. Lo chiederemo a questa tavoletta."

"Che roba è? Non è una persona, non ha orecchie: come potrà ascoltarci?"

Scimmiotto mostrò l'oggetto: "In casa non c'era più nessuno. Ho trovato la tavoletta in una specie di cappellina privata. Evidentemente la proprietaria è figlia del re Li e sorella del terzo principe; l'avrà colta la nostalgia di questo basso mondo, e avrà preso l'aspetto di creatura malefica per rapire il maestro. Andremo a reclamarlo dalla sua famiglia. Aspettatemi qui: presenterò la denuncia all'Imperatore di Giada."

"Attento, fratello" obiettò Porcellino. "Dice l'adagio: la calunnia per fatto punito con la morte, è punita con la morte. Non sono faccende da prendere alla leggera. Come conti di fare?"

"Tavoletta e bruciaprofumi sono i mezzi di prova, ma scriverò anche la querela."

"Che cosa scriverai?"

"Vediamo un po'.

Querelante: Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Età: vedi allegato. Professione: discepolo del monaco Tripitaka, inviato dalla corte dei Tang delle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest.

Querela per ratto perpetrato da falsa lamia.

Il re celeste Li Jing Porta Pagoda e suo figlio, il principe Nata, per trascuratezza, hanno consentito la fuga della rispettiva figlia e sorella nel basso mondo, dove va fuorviando innumerevoli uomini ed attenta alla loro vita, sotto forma di lamia nell'Abisso Senza Fondo del Monte del Tranello. Attualmente ha rapito il nostro maestro e lo detiene in nascondiglio ignoto. La presente querela ha lo scopo di chiarire se padre e figlio siano imputabili di disumanità, per aver deliberatamente incitato la figlia e sorella a commettere i crimini di cui sopra.

Supplico che sia compassionevolmente accolta l'umile querela e pertanto: spiccato mandato di comparizione degli imputati; posta la lamia in condizioni di non nuocere; soccorso il nostro maestro; stabilite chiaramente le responsabilità. Di tanto vi saremo profondamente riconoscenti. Tale è il contenuto della querela che presentiamo."

Sabbioso e Porcellino pendevano dalle sue labbra: "Fratellone, una carta così ben ragionata navigherà di sicuro con il vento in poppa. Ma sbrigati: ogni ritardo può costare al maestro la vita, o qualcos'altro."

"Vedrete che sarò svelto: ritornerò nel tempo di portare a bollore l'acqua del tè."

Quel grande santo! Afferrò le prove materiali e il documento, balzò sulle nuvole e giunse in breve alla porta sud del Cielo. Erano di turno Anima Lunga e Conservatore dello Stato, che si inchinarono e lo fecero passare. Si recò di corsa alla Sala della Comunicazione Illuminata, dove fu accolto con molta cortesia dai quattro grandi precettori Zhang, Ge, Xu e Qiu: "Qual buon vento, grande santo?"

"Ho una querela da presentare contro due tizi."

"Il solito aggressivo!" si dissero sconcertati i precettori. "Chissà con chi se la prende, questa volta."

Lo condussero alla Sala delle Nuvole Misteriose e lo annunciarono a sua maestà, che decretò di farlo entrare. Scimmiotto espletò il cerimoniale degli omaggi al trono e presentò l'istanza, che l'immortale Ge prese e svolse sul tavolo imperiale. L'Imperatore di Giada la lesse dal principio alla fine e vi appose il suo sigillo: ciò ne faceva un decreto imperiale. Il pianeta Venere fu incaricato di recarsi al Palazzo Torre di Nuvole per citare il re celeste Li Porta Pagoda a comparire davanti a sua maestà.

"Oso sperare che il sovrano del cielo gli darà un castigo esemplare" aggiunse Scimmiotto. "Bisogna estirpare dalla radice queste porcherie."

"Vada anche il querelante" ordinò l'Imperatore di Giada.

"Andar dove?" chiese Scimmiotto.

"Dovete recarvi da Li. Sua maestà ha manifestato il proprio volere" risposero i quattro precettori celesti. "Potete accompagnare il vecchio Venere."

Quando giunsero alla Torre di Nuvole, l'astro del metallo fu subito annunciato dal portinaio: "È arrivato sua signoria Supremo Candore", e il re uscì a riceverlo. Visto che veniva in qualità di inviato imperiale, ordinò che si portasse l'incenso da bruciare. Quando Li vide che Scimmiotto era venuto con lui, non poté nascondere un moto di disappunto. Come mai? Il fatto è che gli scontri di cinquecento anni prima, quando Li e suo figlio non erano stati in grado di catturare quel terribile grande santo, avevano lasciato qualche segno.

"Che decreto mi porti?"

"Una querela del grande santo Scimmiotto contro di te."

"Che querela potrà mai presentare contro di me?"

"Ti accusa di incitamento a ratto di esseri umani, rivolto a una falsa lamia. Brucia l'incenso e poi leggi tu stesso."

Il re celeste, ansimante d'ira, collocò il tavolino dell'incenso e ringraziò l'imperatore della grazia che gli accordava. Poi svolse il documento, lo lesse e andò tanto in collera che quasi rompeva il tavolino battendoci i pugni: "Zucca dura di una scimmia! È tutto falso."

"Calmati!" lo invitò l'astro del metallo. "Il querelante ha prodotto come prove una tavoletta e un bruciaprofumi, e assicura che si tratta proprio di tua figlia."

"Ho tre figli e una figlia. Il primo è Suvarnata, in servizio nell'avanguardia del Beato, come protettore della Legge; il secondo, Moksa, è discepolo di Guanyin nei mari del Sud; il terzo è Nata, sta con me ed è il più instancabile difensore del trono imperiale. Mia figlia Zhenying non ha ancora compiuto sette anni: che cosa vuoi che sappia di uomini e di vampiri? La prenderò in braccio, povera piccola, e te la farò vedere. Mai sentito uno sfacciato paragonabile a questa scimmia zuccona. E che accusato si viene a cercare! Un feldmaresciallo autorizzato prima a decapitare e dopo a riferire; figuriamoci! La calunnia è un brutto reato persino quando le vittime sono gentucola. La legge lo dice: falsa accusa comporta pena aggravata di tre gradi. Legate subito questa scimmia con la corda per diavoli!" ordinò ai suoi subordinati.

Vennero avanti gli assistenti: il dio Efficienza Gigantesca, il generale Pancia di Pesce e il maresciallo Yaksa Eroico, e legarono Scimmiotto.

"Re Li, non cercare guai!" lo esortò l'astro del metallo. "Ha ricevuto l'ordine di accompagnarmi. La tua corda stringe: se non sarà giustificata, te ne pentirai."

"Non posso tollerare un'accusa tanto perfida. Siediti un momento; io prendo la mia sciabola per decapitare i diavoli e gli taglio la testa. Dopo farò rapporto."

L'astro del metallo, tutto spaventato, si rivolse a Scimmiotto: "Hai sbagliato: non si presentano accuse all'imperatore con tanta leggerezza. Come fai a dire che l'accusa è fondata? E se adesso ci rimetti la pelle?"

"Vecchio mio, non vi preoccupate" rispose Scimmiotto con un sorrisetto. "Non c'è nulla da temere. Il vostro vecchio Scimmiotto conduce sempre i suoi affari così: al principio sembra che perda, ma alla fine vince lui."

Il re celeste, che era andato a prendere la sciabola, la venne a roteare sulla testa di Scimmiotto. Accorse il terzo principe, sfoderò la spada e parò il colpo. Gridava: "Padre e re, calmatevi!" Il re impallidì. Perché mai? Chi lo ostacolava con le armi in pugno non era altri che suo figlio; non sarebbe stato naturale ordinargli di farsi da parte? Ma ecco che cosa c'era sotto.

Alla nascita quel figlio recava scritto il segno Na sulla mano destra e il segno Ta sulla sinistra: donde il suo nome, Nata. Dopo soli tre giorni, il bimbo provocò un incidente. Aveva sentito raccontare che i tendini di drago sono particolarmente resistenti. Perciò entrò in mare, forzò l'ingresso del palazzo di cristallo e acchiappò un drago, per cavargli un tendine e farsene una cintura. Quando suo padre lo seppe lo volle uccidere, per evitare di peggio. Nata, furioso, impugnò la sciabola e si fece a pezzi da sé: consegnò la carne alla madre e le ossa al padre, per restituire a lei il sangue e a lui lo sperma. L'anima se ne andò nel Paradiso dell'Ovest a querelarsi davanti al Buddha.

Il Beato commentava sutra per i pusa; quando sentì una voce, nella selva di bandiere e baldacchini, che gridava: "Aiuto!" Gli occhi di sapienza del Buddha riconobbero subito l'anima di Nata. Recitò l'incantesimo che fa rivivere i morti, utilizzando il loto: la radice per lo scheletro e le foglie per rivestirlo. Così rinacque Nata, che in seguito avrebbe assoggettato alla Legge i diavoli delle novantasei grotte e acquistato grande potenza.

Al ritorno a casa, Nata voleva vendicarsi del padre. Il re celeste non trovò altro rimedio che implorare a sua volta l'aiuto del Buddha per il quale, come si sa, pace e armonia contano più di ogni altra cosa.

Il Beato gli donò un reliquiario d'oro traforato a forma di pagoda, con bellissime immagini di buddha a ogni piano. Con ciò Nata era invitato a rispettare suo padre come un buddha e a deporre il rancore. Questo è il motivo per cui Li si chiama Porta Pagoda.

Vedendosi davanti il figlio con la spada in mano, il re si spaventò e corse subito a prendere la pagoda d'oro: "Che fai, ragazzo? Alzi la spada su tuo padre?"

"Voglio solo evitarvi di commettere un errore. È vero che avete una figlia nel basso mondo."

"Tu sogni. Io non ho altri figli che voi."

"Avete dimenticato. La ragazza, d'origine terrestre, trecento anni fa divenne un mostro e rubò candele e incenso al Monte degli Avvoltoi, con l'intenzione di mangiarseli. Voi foste incaricato di catturarla e di batterla a morte. Ma il Buddha ordinò:

'Non pescar pesce nato in acqua fonda;

Lunga vita alla cerva sopra il monte.'

"Così le risparmiaste la vita e lei, per riconoscenza, salutò voi come padre adottivo e me come fratello; fu allora che scrisse la tavoletta e incominciò a onorarci con l'incenso. A quanto pare è ritornata al punto di partenza, fa la vampira e se l'è presa con il monaco cinese. Scimmiotto ha scoperto il suo rifugio e ha trovato la tavoletta; la sua querela è giustificata. Non sarà figlia vostra di sangue, ma lo è di adozione."

Il re, stupito e confuso, dovette confessare: "Perbacco, figliolo, l'avevo completamente dimenticata. Qual'è il suo nome?"

"Ha tre nomi: quello originario è Spettro Pipistrello Pelo Bianco Muso d'Oro. Per aver rubato candele e incenso la chiamarono Mezza Guanyin. Dopo il perdono si fece chiamare Signora Zampilla da Terra."

Il re celeste si rese finalmente conto della situazione e volle slegare Scimmiotto con le sue mani. Ma il grande santo non era d'umore da lasciarlo fare: "Nossignore! Giù le mani dalle corde! Ci tengo a comparire in questo stato davanti a sua maestà; e voglio vedere chi vincerà il processo." Al re celeste caddero le braccia, il principe zittì; entrambi rimasero a testa bassa.

Il grande santo si contorceva, legato come un salame, e insisteva perché lo portassero subito in udienza. Il re celeste prese da parte l'astro del metallo, chiedendogli di interporre i suoi buoni uffici.

"Come dicevano gli antichi" rispose costui: "pratica sempre la tolleranza. Siete stato precipitoso a legarlo in quel modo e minacciare di ucciderlo. Quanto alla scimmia, tutti sanno quant'è sfacciata. Io che cosa posso fare? La colpevole non è vostra figlia carnale, ma a stare al racconto di vostro figlio è legata a voi come se lo fosse, e voi ne siete responsabile. Se non comparite in udienza, non vedo come vi possiate difendere."

"Potrei evitarlo, se mi patrocinaste voi."

"Lo farei volentieri; ma con quali argomenti?"

"Ricordategli che foste voi a proporre di perdonarlo e di conferirgli un titolo; vi darà retta."

L'astro del metallo finì per andare da Scimmiotto e mettergli una mano sulla spalla: "Grande santo, fallo per me. Andiamo pure in udienza da sua maestà; ma prima làsciati slegare."

"Lascia stare, vecchio mio. Ci posso andare da solo, rotolando per terra."

L'astro del metallo rise amaramente: "Come sei spietato! Eppure a suo tempo ti ho reso dei servigi; perché oggi mi rifiuti un piacere?"

"Di quali servigi vai cianciando?"

"Quando eri una creatura malefica sul Monte di Fiori e Frutti, avevi cancellato di prepotenza il tuo nome dal registro dei morti e ti davi alla violenza con la tua banda di mostri. Il Cielo voleva farti arrestare; fui io a proporre di promulgare un editto di pacificazione, e di convocarti in paradiso per darti il titolo di equipuzio. Ti ribellasti di nuovo, e fui ancora io a insistere perché ti si accordasse il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo. Tant'è, non sapevi proprio stare al tuo posto; così rubasti le pesche della regina, trafugasti il vino dell'imperatore e saccheggiasti l'elisir del signore Laozi. Comunque, fu questo il tuo percorso per giungere alla non-nascita e alla non-estinzione. Se non fossi intervenuto io, in un paio di momenti cruciali, dove saresti oggi?"

"Lo dicevano, gli antichi! Da morto, non farti seppellire vicino a un vecchio; non la finirebbe mai di lagnarsi e di punzecchiarti. Il titolo di equipuzio valeva ben poco; un po' di disordine che feci in Cielo non fu proprio niente di speciale. Va be', mi venga a slegare. Ma lo dico solo per salvarti la faccia."

Finalmente il re celeste fu ammesso ad avvicinarsi e a sciogliere le corde; dopo di che, pregò Scimmiotto di sedersi al posto d'onore per ricevere gli omaggi della famiglia.

Il Novizio si rivolse all'astro del metallo: "Vecchio mio, che ne dici? Te lo dicevo che alla fine vinco sempre: se faccio un passo indietro, è solo per prendere meglio la rincorsa e balzare avanti. Ma ora non perdiamo altro tempo: non vorrei compromettere la sorte del maestro."

"Non c'è furia. Dopo tante emozioni, beviamoci un'altra tazza di tè."

"Accettare il tè equivale a lasciarsi corrompere. Che castigo ti toccherà per aver lasciato fuggire il colpevole e aver preso alla leggera un decreto imperiale?"

"Niente tè, non berremo più tè! Ecco che vuole incastrare anche me. Re Li, per carità, partiamo subito!"

Il re non aveva nessuna voglia di muoversi. Temeva che Scimmiotto in udienza si scatenasse di nuovo, e non sapeva come difendersi. Perciò ritornò alla carica con l'astro del metallo, che a sua volta prese Scimmiotto da parte: "Ho ancora una parolina da dirti: mi ascolterai?"

"Mi pare di aver ingoiato abbastanza rospi per salvarti la faccia. Cos'altro hai da dire? Se sono cose sensate, ti ascolterò; in caso contrario, non volermene" brontolò Scimmiotto.

"Tieni presente che processo d'un giorno richiede dieci giorni di arringhe. Tu sosterrai che la lamia è figlia di Li, lui lo negherà, e chissà quanto andrà avanti il dibattito. Ricordati che un giorno in Cielo è un anno in terra. Figúrati quanto tempo avrà quel vampiro per portarsi a letto il tuo maestro. Riempiranno il mondo di monacelli. E dove andrà a finire la tua missione?"

Scimmiotto abbassò la testa e rifletté: "È vero. E pensare che ho detto a Porcellino e Sabbioso che sarei stato di ritorno nel tempo che occorreva per portare a bollore l'acqua del tè. Sarò in ritardo, con tutte queste complicazioni." E chiese all'astro del metallo: "Supponiamo che sia d'accordo; come la mettiamo con il decreto imperiale?"

"Chiedi a Li di levar truppe per venire a sottomettere la lamia. Dell'ordine imperiale mi occupo io."

"Come farai?"

"Dirò che il querelante ha tagliato la corda, e pertanto l'imputato è dispensato dal comparire."

"Ma io che figura ci faccio?" rise Scimmiotto. "Ritiro la querela per un riguardo a te, e tu mi fai apparire come uno che taglia la corda. Dài, digli di raccogliere le truppe alla porta sud; io ritorno subito."

Il re celeste si spaventò: "Se quello va e parla, io corro il rischio di essere imputato di alto tradimento."

"Per chi mi prendi?" s'indignò Scimmiotto. "Sono anch'io un militare, so bene che la parola data va rispettata. Come ti permetti di sospettare che io voglia pescare nel torbido?"

Il re lo ringraziò; mentre raccoglieva le truppe, Scimmiotto e l'astro del metallo si recavano a informare l'Imperatore di Giada: "Il mostro che ha catturato il monaco cinese si chiama Pipistrello Pelo Bianco Muso d'Oro. La tavoletta dedicata al re Li e a suo figlio è un inganno tramato dal mostro. Il re sta raccogliendo le truppe per catturarlo. Speriamo che sua maestà voglia autorizzare."

L'imperatore, che sapeva già tutto, decretò non luogo a procedere. Scimmiotto si recò alla porta sud e trovò i Li pronti alla partenza, con le truppe schierate in ordine di battaglia. I divini guerrieri, che fendevano oscure nebbie portati da vento d'uragano, circondavano il grande santo e in breve scesero con lui sul Monte del Tranello.

Porcellino e Sabbioso, che aspettavano ardendo d'impazienza, si fecero loro incontro a salutarli: "Quanto disturbo vi date!"

"Ahimè, caro Ammiraglio dei Canneti Celesti: per aver bruciato in nostro onore qualche bastoncino d'incenso, quella ragazza si è sentita autorizzata a qualunque soperchieria, come il ratto del vostro maestro. Scusateci del ritardo. È questo il Monte del Tranello? Noi non conosciamo il posto e non sappiamo dov'è la grotta."

"Il posto l'ho esplorato io ultimamente, almeno in parte" disse Scimmiotto. "È un grande abisso, con una circonferenza di trecento li. Quella creatura deve avere diversi rifugi. Da principio aveva portato il maestro in una residenza con la torre d'ingresso a doppia gronda; ma ora è deserta, non c'è più nessuno. Chissà dove si è nascosta."

"Non potrà sfuggire, né alla rete celeste, né alla nassa terrestre che le prepareremo. Presidiamo l'accesso, e poi vedremo il da farsi" rispose il re celeste.

Tutti si misero in movimento e presto giunsero in vista dell'apertura rotonda da cui si accedeva all'abisso. Scimmiotto la indicò: "Ecco il posto."

"Per prendere i tigrotti, bisogna entrare nella tana della tigre. Chi scenderà per primo?" chiese il re celeste.

"Ci vado io" propose Scimmiotto.

"No" si oppose il terzo principe; "tocca a me sottomettere quella creatura."

Il bestione si mise a strillare: "E invece il primo dev'essere Porcellino!"

"Silenzio!" ordinò il re celeste. "Darò io le disposizioni. Scimmiotto e il terzo principe guideranno insieme le truppe sul fondo dell'abisso; noi tre sbarreremo l'uscita, in modo che non resti nessuna via di fuga. Le faremo vedere di che cosa siamo capaci."

Ed ecco Scimmiotto e il terzo principe, con capitani e truppa, infilarsi per il foro e planare là sotto su nuvole luminose nel bel paesaggio.

Tutto come all'aperto: il disco del sole e quello della luna, fiumi e montagne. Sorgenti di perla avvolte in una tiepida bruma, pozzi di giada e molte altre belle cose.

Padiglioni decorati si allineano in file ordinate, torri scarlatte si elevano su rupi rossastre a strapiombo. I campi sono verdi; salici da inizio di primavera, loti da tardo autunno. Un paradiso trogloditico come non è dato di vederne altrove.

Giunti alla residenza principale, la frugarono in tutti gli angoli, e poi estesero le ricerche. Trecento li di erba calpestata, ma della lamia e di Tripitaka non si trovava traccia. Dicevano: "Quella bestiaccia immonda avrà lasciato l'abisso da un bel pezzo."

Non sapevano che nel punto più riparato di sud est c'era un'altra piccola grotta: da una porticina si accedeva a una camera bassa, ornata di vasi di fiori. I bambù crescevano sul tetto. Era un angolo in ombra, dall'aria carica di segreti profumi. Qui la vampira aveva portato Tripitaka per convincerlo a sposarla, sicura che Scimmiotto non li avrebbe scovati. Ma il destino stava per deluderla. Tutte le diavolette si stipavano all'interno, spalla a spalla, e ciangottavano sottovoce, quando la più coraggiosa allungò il collo dalla finestra per vedere che cosa accadeva fuori, e urtò la testa contro un soldato celeste: "Allarme! Sono qui!"

Scimmiotto balzò inferocito sulla porta e la sfondò: tutte quelle persone nella stanzetta non avevano nemmeno lo spazio per fare un passo indietro.

Quando la lamia si vide in trappola e riconobbe il principe Nata, si confuse in prosternazioni e implorazioni.

"Siamo venuti ad arrestarti per ordine dell'imperatore. Non è cosa da poco. Per aver accettato il tuo incenso, io e mio padre ce la siamo vista brutta." E urlò: "Soldati, prendete le corde da mostri e legate tutte queste streghe!"

Soldati, prigioniere e pellegrini, tutti quanti a bordo di nuvole luminose, risalirono alla bocca dell'abisso, dove il re celeste si fece incontro a Scimmiotto: "Questa volta l'avete ricuperato, il vostro maestro."

"Non so come ringraziarvi" esclamò Scimmiotto; e guidò Tripitaka dal padre e dal figlio, perché anche lui esprimesse la sua gratitudine.

Sabbioso e Porcellino si fecero avanti con l'intenzione di tagliare a pezzi la vampira, ma il re si oppose: "L'abbiamo arrestata per ordine imperiale: non possiamo disporne arbitrariamente. Ne rispondiamo ai nostri superiori."

I celesti tornarono in cielo, a consegnare le prigioniere e a presentare rapporto. Scimmiotto assisteva Tripitaka, Sabbioso preparava i bagagli e Porcellino attendeva al cavallo. Invitarono il monaco cinese a montare in groppa, e senz'altro se ne andarono in cerca della strada maestra. È il caso di dirlo:

Se rompi la rete di seta, prosciughi il mare dorato.

Spezzata la serratura, la gabbia non sa trattenerli.

Se poi non sapete che cosa li aspettava lungo il cammino, ascoltate il seguito.