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084 ALBERGHI SULLA STRADA D'OCCIDENTE · OVE GLI INDISTRUTTIBILI PROTETTI DEL BUDDHA REALIZZANO IL GRANDE RISVEGLIO, E IL RE DEL PAESE DELLA LEGGE, PORTANDO GIUSTA CAUSA A COMPIMENTO…

Si è raccontato come Tripitaka fosse riuscito a difendere il suo yang primordiale dalle amare insidie di brume e fiori della femminilità, e a continuare il suo viaggio verso Occidente con la guida di Scimmiotto. Ritornava l'estate, il tempo in cui caldi e umidi venti subentrano agli acquazzoni della stagione dei susini.

Le fronde fitte dànno un'ombra fresca

Sotto cui gli uccellini si riparano.

Nuove ninfee ricoprono lo stagno,

Il bambù che ha mutato le sue foglie

Riprende slancio. Cresce l'erba verde

Sotto il gran cielo blu. Sulle montagne

Il tappeto fiorito si rinnova.

Ai bordi del ruscello drizza spade

Il giuncheto; le rosse melagrane

Ardon qua e là nel quadro colorato.

Mentre i quattro pellegrini marciavano nell'intensa calura, sbucò dai grandi salici che fiancheggiavano la strada una vecchia che teneva un bambino per mano, e venne loro incontro. Gridò al monaco cinese: "Fermati, bonzo! Volgi indietro il tuo cavallo e ritorna da dove vieni. Se tu proseguissi, cadresti in una trappola mortale."

Tripitaka, spaventato, balzò a terra, giunse le mani e chiese: "Cara pusa, gli antichi non dicevano forse che il mare è abbastanza grande perché ogni pesce possa nuotare a suo piacere? Quale trappola nasconde la strada dell'Ovest?"

"Fra cinque o sei li, giungereste nel Regno di Distruzione della Legge. Il re di quel paese avrà accumulato in qualche vita anteriore un bel fardello di odio e violenza, a giudicare dai crimini ingiustificati che sta commettendo contro i buddisti. Figuratevi che due anni fa ha fatto voto di sterminare diecimila bonzi; e vi si è applicato con tanta determinazione, che a questo punto ne ha già uccisi novemila novecento novantasei. Finora ci hanno perso la vita monaci sconosciuti e poveracci; chissà come sarebbe contento, il sovrano, di completare il numero con quattro persone di miglior livello! Se andate a mettervi nelle sue mani, diventerete presto dei pii fantasmi."

Tripitaka chiese tremando: "Cara pusa, vi sono molto grato dell'avviso; posso chiedere se c'è qualche comoda deviazione, che permetta di stare alla larga da quella città?"

"Non ci sono deviazioni" sogghignò la vecchia, "né comode né scomode. Per andare a Ovest si deve passare di lì, se non si sa volare."

A Porcellino salivano i fumi di collera: "Certo che sappiamo volare, brutta vecchia del malanno!"

Scimmiotto, osservando la vecchia e il bambino con i suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro, si rese conto che in realtà non erano altri che Guanyin e il Ragazzo di buona fortuna. Si inginocchiò gridando: "Pusa, il vostro discepolo vi ha mancato di rispetto. Scusatelo di non avervi accolto come doveva." E subito Guanyin riprese il proprio aspetto e si alzò lentamente su nuvolette colorate.

Il reverendo restò tanto confuso che non sapeva cosa fare: finì per gettarsi bocconi per terra. Anche Porcellino e Sabbioso si inginocchiarono precipitosamente.

Le nuvolette volarono via verso i mari del sud, e Scimmiotto corse a sollevare il maestro: "Potete alzarvi, la pusa se n'è andata."

"Consapevole del Vuoto" lo rimproverò Tripitaka, "perché non me l'hai detto subito?"

"L'ho detto non appena l'ho riconosciuta" rispose ridendo Scimmiotto.

Porcellino chiese: "Ora che sappiamo di aver davanti questo sovrano sterminatore di monaci, come faremo a proseguire?"

"Non aver paura, bestione. Pensa quanti diavoli e mostri feroci abbiamo incontrato, quante tane di tigri e laghi di draghi! Eppure siamo qui tutti interi. Infine, questo sovrano non è che un uomo: che cosa ci potrà fare? Non dico che dobbiamo mancare di prudenza. Scende la sera: a quest'ora passerà gente che rientra in città. Se ci vedessero e diffondessero la notizia che ci sono bonzi in arrivo, le cose potrebbero mettersi male per noi. Sarà meglio che portiamo il maestro lontano dalla strada maestra; correremo meno rischi di incontri pericolosi."

Tripitaka non se lo fece ripetere. Tutta la compagnia trovò rifugio in un fossato lontano dalla strada.

"Fratelli" raccomandò Scimmiotto, "voi restate qui di guardia al maestro. Io vado a dare un'occhiata in città: può darsi che troviamo modo di prendere il largo di nascosto durante la notte."

"Discepolo" ammonì Tripitaka, "non scherziamo con la legge del re, che è rigorosa e spietata: devi stare attento."

"Niente paura, ci so fare" replicò ridendo Scimmiotto.

E balzò via nello spazio con un sibilo. Strano, però:

Non c'era fune che lo sollevasse,

Non c'era canna che lo sostenesse,

E dopo tutto era di carne ed ossa.

Si vede che quelle ossa eran leggere.

Dall'alto guardò giù. Il cielo incupiva; nelle strade della città, di aspetto vivace e allegro, si accendevano le luci. "Che bel posto! Come sarà saltato il ticchio al re di prendersela con i bonzi?"

Lanterne brillano ai crocicchi, da torri e pagode suonano le campane e salgono volute d'incenso. Sorgono in cielo sette stelle luminose. I viaggiatori delle otto direzioni cercano sistemazione per la notte. Nelle sei guarnigioni le scolte soffiano nel corno. Sulla torre delle cinque veglie l'acqua della clessidra incomincia a cadere, a goccia a goccia, nel vaso di bronzo. Ai quattro lati sale la nebbia, e fredda invade i tre mercati. Mogli e mariti, in coppie, abbassano le tendine ricamate. Sorge ad est, solitario, il magico disco lunare.

"Se mi faccio vedere in giro con la mia zucca pelata, mi riconosceranno subito per bonzo. Sarà meglio che mi trasformi." E con un incantesimo si trasformò in falena, la farfalla notturna che spesso viene a cozzare contro le nostre lampade.

Luce e calore le piacciono tanto da tenerla in perenne movimento. Batte le ali nella luce di lampade e candele; a volte le spegne, a volte si brucia.

Nell'erba che fermenta può trasformarsi in fuoco fatuo.

Ornata di porpora, dalle ali profumate, ama la quiete della profonda notte, e se ne va a caccia di lucciole.

Svolazzava attraverso i tre mercati e le sei strade, all'altezza delle gronde di tetti e tettoie, quando notò certe case con l'uscio illuminato da una lanterna. "Forse festeggeranno capodanno, con quella luminaria."

La lanterna della porta di mezzo illuminava la scritta:

AL RIPOSO DEL MERCANTE DI PASSAGGIO

E sotto:

Locanda di Wang il giovane

Dalle finestre si vedevano viaggiatori che, finita la cena, si toglievano i turbanti, si spogliavano, facevano le abluzioni serali e si apprestavano a coricarsi.

"Ho trovato il modo di far passare il maestro" si disse Scimmiotto. Gli era venuta l'idea furfantesca di derubare gli ospiti dell'albergo, quando si fossero addormentati, per travestire i suoi compagni con i loro abiti. Ma non avrebbe combinato che guai.

Il locandiere venne a raccomandare ai viaggiatori di vigilare sulle loro cose: "Vi prego di badare ad abiti e bagagli; sapete, questo è un porto di mare, viene gente d'ogni risma."

Quelli erano viaggiatori esperti, e gli risposero: "Caro locandiere, avete ragione. Noi siamo stanchi della giornata di viaggio e avremo il sonno duro. Prendeteli in custodia voi; ce li renderete domattina, al momento della partenza."

Wang il giovane raccolse gli oggetti nella propria stanza, dove Scimmiotto lo seguì.

Il locandiere si dedicò alle operazioni serali: uscì a spegnere e staccare dal gancio la lanterna che illuminava l'insegna, chiuse porte e finestre, abbassò le tende; poi rientrò nella camera, si spogliò e si mise a letto. La moglie portò i figli, due fanciulli chiacchierini che non mostravano nessuna voglia di dormire; perciò lei sedette in un angolo a rammendare panni a lume di candela.

L'irrequieto Scimmiotto, che ronzava intorno agli indumenti, alla fine si spazientì. Volò d'impeto sulla fiamma della candela e la spense:

Rischia la propria vita tra le fiamme

E si strina i capelli sulle tempie,

Cercando disperato la salvezza.

Nel buio si trasformò in topo, afferrò abiti e turbanti e se li portò via squittendo.

"Marito!" gridava la donna spaventata. "C'è in giro uno spirito malefico in forma di topo!"

Scimmiotto si sentì in dovere di chiarire l'equivoco, e gridò: "Wang, non ascoltare le sciocchezze che dice tua moglie. Non sono uno spirito malefico: appartengo alla luce, e non sarei capace di tramare azioni oscure. Sono il Grande Santo Uguale al Cielo, disceso in terra per proteggere il monaco cinese che va in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Sono venuto a sapere dei decreti disumani del vostro re e, per sfuggirli, ho preso in prestito questi abiti con cui rivestirò il mio maestro. Ma quando saremo usciti dalla città, restituirò tutto."

Il povero Wang si rizzò a sedere frastornato, balzò dal letto e cercò di infilarsi i pantaloni; ma poiché, nel buio, trovò soltanto la camicia e cercò d'infilare la gamba sinistra nella manica destra, Scimmiotto lo lasciò in mezzo alle difficoltà.

In breve fece ritorno al fossato dove Tripitaka, che scrutava ansioso verso la città, lo riconobbe al chiar di luna e chiese: "Discepolo, hai trovato un modo per continuare il viaggio?"

"Per proseguire bisogna risolvere una difficoltà: nascondere la nostra qualità di monaci" rispose Scimmiotto posando gli indumenti.

"Vuoi scherzare?" intervenne Porcellino. "Non è difficile smettere di esser monaci: basta non radersi per sei mesi, e i nostri capelli ricresceranno."

"Ma noi dobbiamo laicizzarci subito; non possiamo aspettare sei mesi."

"Non so proprio come potremmo fare" obiettò Porcellino perplesso. "Dovremmo metterci dei turbanti, ma non li abbiamo; e in ogni caso non avremmo nemmeno un ciuffo di capelli per legarci la cordicella."

"Lasciate perdere i particolari" si spazientì Tripitaka. "Che cosa dobbiamo fare?"

"Maestro, ho dato un'occhiata alla città: quel sovrano ammazza monaci sarà una bestiaccia; ma a giudicare dall'atmosfera del posto, lieta e luminosa, sembra invece che sia un figlio del cielo. Mi sono fatto un'idea della topografia e della lingua che parla la gente. In una locanda ho preso in prestito degli indumenti e dei turbanti: ci permetteranno di vestirci da laici e di passare inosservati. Passeremo la notte in città, ci alzeremo alla quarta veglia per fare colazione, e alla quinta veglia usciremo dalla porta occidentale e ci rimetteremo in cammino. Se ci arrestassero, potremmo sempre dire che siamo inviati di un paese sovrano: il re non oserebbe trattenerci."

"Il nostro condiscepolo ha pensato a tutto" approvò Sabbioso. "Diamogli retta."

Del resto non c'erano altre soluzioni a portata di mano. Il reverendo e Sabbioso si tolsero gli abiti monacali, infilarono le casacche e si misero in capo i turbanti. Porcellino utilizzò la misura più grande disponibile, ma per il suo testone nessun turbante era sufficiente: Scimmiotto dovette cucirne insieme due, con ago e filo. Infine anche lui si cambiò d'abito e diede le istruzioni per l'uso: "Ricordate che dobbiamo evitare di usare fra noi le parole maestro e discepolo."

"Per noi sono parole indispensabili. Quali altre potremmo usare?" chiese Porcellino.

"Il maestro sarà Tang il vecchio, tu Porcelli terzo; Sabbioso sarà Sabbiosi quarto, e io Scimmiotti il giovane. Ma la cosa migliore, in albergo, sarà che teniate la bocca chiusa: parlerò io. Ci chiederanno che mestiere facciamo, e io dirò che siamo mercanti di cavalli; il cavallo bianco fungerà da campione commerciale. Di sicuro il locandiere ci tratterà bene, e noi lo ricompenseremo con una bella moneta d'argento; me la fabbricherò io, da una scheggia di vecchia tegola."

Il reverendo non trovava che tutto fosse ineccepibile, ma non osò sollevare obiezioni.

Caricarono dunque i bagagli sul cavallo ed entrarono in città. Era un posto tanto pacifico che le porte erano ancora spalancate a quell'ora di notte. Passarono davanti alla locanda di Wang il giovane, e sentirono che all'interno qualcuno altercava a proposito di abiti scomparsi. Scimmiotto fece finta di niente, e scelse un'altra locanda all'angolo della strada, che non aveva ancora ritirato la lanterna sopra l'insegna. Bussò alla porta e chiamò: "Ehi della locanda, avete camere libere?"

Una voce di donna rispose: "Ma certo! Vogliate salire al primo piano." E un garzone venne a prendere il cavallo per portarlo nella stalla.

Al primo piano si trovarono in una camera con tavolo e seggiole confortevoli, e spalancarono le persiane per sedersi al chiar di luna. Qualcuno venne a portare una lampada, ma Scimmiotto ci soffiò sopra e disse: "Non serve, con una luna così bella." L'offerta di una tazza di tè venne invece accettata con piacere.

Infine li venne a trovare una donna sulla sessantina, che domandò: "Da dove venite, signori? Quali sono le vostre preziose mercanzie?"

"Veniamo dal Nord e vendiamo cavalli."

"Siete giovani per questo mestiere."

"Questi sono Tang il vecchio, Porcelli terzo e Sabbiosi quarto; quanto a me, mi chiamo Scimmiotti il giovane, per servirvi."

"Sono tutti cognomi diversi" osservò ridendo la donna.

"Certo, non siamo parenti; ma viviamo insieme come fratelli. Facciamo parte di un gruppo di dieci persone. Noi siamo venuti in avanscoperta, mentre gli altri sei sono rimasti fuori dalle mura con i cavalli e ci raggiungeranno domattina. Non ci è sembrato pratico portare in città un branco di cavalli a un'ora così tarda, senza avere un'idea delle risorse disponibili. La nostra intenzione è di restare qui per il tempo necessario a vendere i nostri cavalli."

"Quanti sono?"

"Contando i puledri, sono centodieci, tutti della razza di quello che abbiamo portato con noi, ma di mantelli diversi."

"Caro signor Scimmiotti" disse la donna, "siete un mercante molto esperto. Cercando ospitalità nel mio albergo avete fatto la scelta migliore: questo è l'esercizio più affidabile e attrezzato della città. Dovete sapere che abbiamo una vasta corte e scuderie grandi e ben fornite. Anche se i vostri cavalli fossero diverse centinaia, noi potremmo alloggiarli tutti, senza far loro mancare né fieno né acqua. La locanda è stata costruita dal mio povero marito Zhao, che sfortunatamente non è più di questo mondo. La mando avanti io da molti anni, sempre con buona reputazione: è la locanda della vedova Zhao. Qui pratichiamo tre tariffe. Scusate se vi intrattengo su queste meschinità, ma è solo per non doverci più pensare in seguito; una volta pagato il conto, avrete a disposizione il servizio più raffinato che possiate desiderare."

"Veramente" rispose Scimmiotto, "il proverbio dice: vende il mercante tre sorte di cose, ma dorme sempre su un letto di rose. Perché voi, invece, praticate tre tariffe diverse ai vostri ospiti mercanti? Spiegateci quali sono le differenze."

"Sono previsti i servizi di classe superiore, media e inferiore. La prima classe comprende un festino con cinque piatti e cinque tipi di frutta, una pagoda di zucchero, tavoli riservati e belle ragazze, che canteranno per voi mentre mangiate e vi terranno compagnia a letto. Costa mezzo tael a testa, camera compresa."

"Mica male" commentò ridendo Scimmiotto. "Dalle nostre parti, mezzo tael non basterebbe per pagare le ragazze."

"Seconda classe: tavola comune, frutta fresca, vino tiepido. Per divertirsi si può, per esempio, giocare alla morra; non sono previste ragazze. Due decimi di tael a testa."

"È ancora più conveniente. E la terza classe?"

"Mi sento imbarazzata a parlarne a nobili ospiti."

"Dite, dite. Dobbiamo pur scegliere con cognizione di causa."

"In terza classe non è previsto servizio. Il riso sta nella marmitta; quando si è mangiato abbastanza, si può cercare un po' di paglia e un angolo dove stenderla per dormire. Costa pochi soldi."

"Che bellezza!" concluse Porcellino. "Se la marmitta è grande abbastanza per saziare la fame, sono disposto a dormire anche sul carbone destinato al forno, e non mi serve altro."

"Ma cosa dici, fratellino!" lo contraddisse Scimmiotto. "I nostri guadagni ci consentono qualcosa di meglio. Va bene la prima classe."

La donna, tutta contenta corse in cucina: "Servite del tè, il migliore. Tirate il collo a oche e polli; lessate carne sotto sale per accompagnare il riso. Abbattete un maiale e un montone; quello che non si consuma stasera, si finirà domani. Scegliete il vino, di quello buono. Portate riso bianco e farina bianca per le focacce."

Tripitaka, che dal piano di sopra la sentiva strillare, si rivolse inquieto a Scimmiotto: "Come facciamo? Quella donna fa ammazzare tutte le bestie del cortile. Se ce le servono, come potremmo toccarle, noi che abbiamo fatto voto perpetuo di mangiare di magro?"

"Mi viene un'idea" rispose Scimmiotto. "Signora Zhao, venite su un momento" gridò pestando un piede sul pavimento.

"Agli ordini, signor Scimmiotti" rispose lei correndo su per le scale.

"Per questa sera non preparate carne, mangeremo di magro."

"È per un voto perpetuo o mensile?" domandò la vedova stupita.

"Né una cosa, né l'altra. Osserviamo il digiuno del giorno genshen, che sta per finire. Dopo la mezzanotte sarà il giorno xinyou, e il digiuno cesserà. Le bestie ammazzatele domani; per questa sera vogliamo una cena di magro. State tranquilla che il prezzo resterà quello della prima classe."

Ancor più contenta, la donna corse dabbasso a cambiare le disposizioni: "Fermi tutti, al tempo! Non ammazzate bestie. Invece prendete orecchiette, germogli di bambù di Min, formaggio di soia e glutine di grano. Mettete al fuoco verdure del giardino per la zuppa di vermicelli e cuocete timballi di pasta al vapore; lessate il riso e mettete in infusione il tè aromatico."

Gli esperti cuochi prepararono tutto in un baleno; la pagoda di zucchero era già pronta. Il pasto fu servito in camera.

"Devo servire vino analcolico?" chiese la locandiera.

"Al vecchio Tang non piace" rispose Scimmiotto, "ma noi ne berremo volentieri un bicchiere."

Mentre la vedova faceva intiepidire il vino, si udì dabbasso un baccano di tavole che si urtavano. "Che cosa succede?" chiese Scimmiotto.

"Niente; sono i miei contadini, goffi e sbadati, che avranno urtato nel soffitto con le stanghe dei palanchini. Sono venuti in città a portare il riso dalla mia modesta tenuta, e li ho trattenuti a dormire per la notte. Dal momento che a quest'ora non ho altro personale sotto mano, li ho fatti alzare per mandarli a prendere le signorine."

"Buono a sapersi; ditegli pure di ritornare a letto. Come dicevamo, oggi facciamo digiuno; e poi i nostri fratelli non sono qui, sono costretti a dormire all'aperto con i cavalli. Domani saremo tutti insieme in allegria, e sarà il momento giusto per far venire le ragazze."

"Che brave persone! Usate molti riguardi fra voi, e non mancate di tenervi dacconto." approvò la vedova. E mandò a dire ai suoi: "Ritirate i palanchini; non servono più."

I quattro pellegrini mangiarono e bevvero; poi la tavola fu sparecchiata e la servitù si ritirò.

"Dove dormiremo?" bisbigliò Tripitaka nell'orecchio di Scimmiotto.

"Qui dove ci troviamo."

"Non è una cosa prudente. Stanchi come siamo, ci abbandoneremo al sonno e le nostre vesti si scompiglieranno, il turbante ci cadrà dalla testa. Se qualcuno dovesse entrare nel frattempo, ci riconoscerebbe subito dalle nostre teste rasate e strillerebbe che siamo monaci. E noi che cosa faremmo?"

"Giusto" ammise Scimmiotto; e batté il piede sul pavimento. La vedova risalì: "Che altro vi occorre? Sempre al vostro servizio, signor Scimmiotti."

"Dove possiamo metterci a dormire?"

"Questa non è forse una bella stanza? Non ci sono né mosche né zanzare. Se lasciate le finestre spalancate, con questo venticello del sud, dormirete saporitamente."

"Anzi, non chiuderemo occhio. Porcelli ha i reumatismi e non sopporta l'umidità; a Sabbiosi ritornerà il suo vecchio dolore alla spalla. Tang il vecchio riesce a dormire solo nel buio più nero, e del resto la luce disturba anche me. Non possiamo dormire qui."

La vecchia rispose: "Fatemi pensare", ritornò dabbasso e si appoggiò pensierosa alla cassa dei conti. La figlia, che girava per casa con un bimbo in collo, osservò: "Mamma, lo dice anche il proverbio: ti incagli nove giorni su un banco di sabbia, e poi navighi su nove banchi in un giorno solo. Ora ci sono pochi clienti perché è la stagione calda, ma d'autunno ne avremo tanti che non sapremo dove metterli. Perché hai quell'aria afflitta?"

"Mentre stavo per chiudere bottega mi sono capitati quattro mercanti di cavalli, che hanno ordinato il trattamento di prima classe. Speravo di guadagnar bene, ma al momento di mettersi a tavola hanno voluto solo cibo vegetariano."

"Tanto non ti scappano. Il vino e la carne glieli servirai domani, e i tuoi conti torneranno."

"Ma è gente malaticcia" rispose la vedova. "Hanno paura delle correnti d'aria, riescono a prender sonno solo nel buio perfetto. Dove glielo trovo il buio perfetto? Da noi è trasparente persino il tetto. Sarà meglio pregarli di cercarsi un altro albergo, a costo di rimetterci il prezzo del pasto che hanno consumato."

"Mamma, gli possiamo procurare tutto il buio che vogliono, e senza correnti d'aria."

"E come?"

"Ricordi quel cassone gigantesco che aveva costruito il povero babbo? Sarà largo almeno quattro piedi, lungo sette e alto tre. Ci potrebbero dormire sette od otto persone: chiudili là dentro."

"Sentiamo se a loro sta bene."

"Signor Scimmiotti, il nostro umile esercizio è un guscio di lumaca privo di angoli bui; ma se volete, abbiamo una grande cassa che non lascia passare né aria né luce. Volete provarla?"

"È proprio quello che ci vuole" rispose Scimmiotto.

Dunque i lavoranti della tenuta portarono la cassa e aprirono il coperchio. Mentre il maestro e Scimmiotto osservavano l'interno a lume di lucerna, Porcellino ci si lasciò cadere per primo senza tanti complimenti. Sabbioso vi depose prima i bagagli, e poi aiutò il maestro a entrarvi.

"Dov'è il nostro cavallo?" chiese Scimmiotto.

"L'abbiamo messo nella stalla, mangia il suo fieno" rispose un garzone.

"Portatelo qui con la mangiatoia, e legatelo accanto alla cassa."

Quando furono entrati tutti e quattro, chiamò la signora Zhao: "Adesso chiudete il coperchio e serrate il lucchetto. Verificate bene: se ci sono fessure, turatele con la carta. Domattina di buon'ora veniteci a dare la sveglia."

"Quante precauzioni!" commentò la vedova. E tutti se ne andarono a dormire.

I quattro poveretti dentro la cassa correvano il rischio di soffocare. Erano ammucchiati l'uno sull'altro, mancava l'aria e per giunta non erano abituati a portare i turbanti. Finirono per toglierli, in quel caldo soffocante, poi per levarsi tutti i panni, e provarono ad agitarli per farsi vento. Comunque, alla seconda veglia, finirono per addormentarsi; salvo Scimmiotto, che non poteva prender sonno e si sentiva d'umore attaccabrighe.

Pizzicò Porcellino a una gamba, facendolo brontolare: "Smettila, ti credi spiritoso? Lasciami dormire."

Ma lui continuava a stuzzicare e diceva: "Abbiamo un capitale di cinquemila tael e abbiamo venduto cavalli per tremila. Perciò ciascuno dei nostri sacchi contiene quattromila once d'argento. Se vendessimo i cavalli che restano per altri tremila tael, avremmo un incasso superiore al capitale. Ci si può accontentare."

Porcellino non rispondeva e russava. Alcuni servi della locanda, che si aggiravano per casa a portare acqua o attizzare il fuoco, erano in combutta con una banda di briganti. Sentirono venire da chissà dove gli sproloqui smorzati del Novizio, che parlava di somme favolose, e se la svignarono per avvertire i loro amici. In breve, l'albergo fu invaso da una ventina di briganti con le torce in mano, che venivano espressamente per svaligiare il mercante di cavalli. La vedova e sua figlia, tremanti di paura, si barricarono in camera loro e li lasciarono fare.

Ai briganti non interessavano le cose dell'albergo, ma solo il denaro di quel ricco cliente. Non era facile stanarlo: non si trovava nelle camere degli ospiti, non era sceso nella corte. Infine in un angolo buio trovarono il cassone, con il coperchio solidamente serrato; accanto era legato un cavallo.

"Gente che se intende come noi, vede subito che in un baule di quella stazza si custodiscono solo grandi ricchezze. Prendiamo il cavallo e portiamoci la cassa in aperta campagna, dove potremo forzarla con comodo. Non è il sistema più pratico?"

E infatti, con stanghe e funi, sollevarono a fatica il grande oggetto e se lo portarono via, piegati sotto il peso.

Gli scossoni svegliarono Porcellino: "Dormi, fratello, smettila di scuotere!"

"Chi si muove?" reagì il Novizio.

Tripitaka e Sabbioso si svegliarono anche loro ed esclamarono spaventati: "Qualcuno ci sta portando via!"

"Zitti! non fate rumore" intimò il Novizio. "Lasciate che ci portino; ci risparmieremo la fatica di camminare."

Ma i briganti non avevano nessuna intenzione di viaggiare verso l'Ovest; anzi, attraversarono il quartiere orientale della città, attaccarono le guardie di servizio alla porta est e forzarono le serrature. Fu dato l'allarme, accorsero il servizio di vigilanza del quartiere orientale e il comandante in capo della guarnigione urbana. Arcieri a cavallo partirono all'inseguimento e i briganti, non osando far fronte a truppe regolari, mollarono la cassa, abbandonarono il cavallo bianco e si sparpagliarono in fuga nei campi. Le truppe non riuscirono a catturare nessuno, ma fecero ugualmente un ritorno trionfale, con cassa e cavallo a guisa di trofei. Anche alla luce delle torce il comandante poteva apprezzare la bellezza dell'animale:

Criniera di fili d'argento, coda di pendenti di giada. Non mi parlate degli otto destrieri e corsieri: questo eclisserebbe persino il grande Sushuang. Solo le ossa si potrebbero vendere per mille pezzi d'oro. Sa galoppare più veloce del vento per diecimila leghe, sa arrampicarsi sulla montagna, incontro alle nuvole azzurre, nitrendo alla luna e mimetizzandosi nella neve. È un vero drago dei mari, unicorno di giada che rallegra il cuore a vederlo.

Il comandante scese dal proprio cavallo, per rientrare in città alla testa delle sue truppe montato su quella meraviglia. La cassa venne portata a casa sua, debitamente sigillata da un nastro con la sua firma e guardata dai suoi uomini; ciò in attesa dell'alba, quando intendeva presentarsi a rapporto dal sovrano e sollecitare le debite istruzioni.

Il reverendo intanto se la prendeva con Scimmiotto: "Scimmia zuccona! Vuoi farmi morire. Se ci avessero arrestato in condizioni normali, forse saremmo riusciti a difenderci. Ma dopo tutte queste avventure e scrolloni, siamo pronti per finire sotto il coltello del boia senza altra indagine; giusto per completare il numero di diecimila bonzi morti ammazzati."

"Non fate baccano" esortava il Novizio. "Qui fuori è pieno di gente. Se sentono rumore e aprono subito la cassa, passeremo il resto del tempo appesi a una trave. Se invece sapete portare pazienza, qui dentro è il meno peggio: si può anche schiacciare un pisolino. Domani, quando apriranno la cassa, so io che cosa dire a quel sovrano dalle idee confuse: vedrete che non vi sarà torto un capello, ve lo garantisco io."

Scimmiotto attese che trascorresse la terza veglia, trasformò uno dei propri peli in trapano a tripla punta, e con pochi giri aprì un forellino in un angolo della cassa. Quindi si trasformò in formica e scivolò fuori. Cercò un posto tranquillo per riprendere il suo normale aspetto, e balzò su una nuvola per recarsi al palazzo reale. In quel momento il re dormiva ancora della grossa.

Scimmiotto si strappò un ciuffo di peli dal braccio destro e li trasformò in uno sciame di insetti del sonno. Poi, pronunciando l'incantesimo che inizia con la sillaba Om, convocò il tudi locale e lo incaricò di darsi da fare. Con l'aiuto dei suoi assistenti, doveva diffondere gli animaletti dovunque nel palazzo, nel gineceo, nei cinque stabilimenti militari e nei sei ministeri, negli yamen e nelle residenze grandi e piccole. Ogni funzionario di ogni grado doveva avere il suo insetto a pungerlo, in modo da restare immerso in un sonno tanto profondo che non gli consentisse nemmeno di rigirarsi nel letto.

La misura successiva fu di strapparsi un altro ciuffo di peli dal braccio sinistro e di trasformarlo in un esercito di minuscoli Scimmiottini.

Infine manipolò la sbarra cerchiata d'oro e la trasformò in una quantità innumerevole di rasoi da tonsura. A questo punto ogni Scimmiottino prese un rasoietto e andò in giro per il palazzo, gli yamen, i ministeri eccetera a radere a specchio tutte le zucche, di uomini e donne.

Come potrai distruggere questa Legge infinita,

Che comprende ogni causa e pratica ogni astuzia?

Un solo fondamento possiedono i tre Veicoli.

Dalla cassa forata intorno si diffonde

Una buona novella, che darà vista ai ciechi

Redimendo il sovrano. Senza morte né nascita,

Anche lui finalmente potrà godere il Vuoto.

Prima dell'alba l'operazione fu conclusa. Scimmiotto congedò la divinità locale, ricuperò le sue cose e, trasformatosi di nuovo in formica, ritornò donde era venuto.

Quando alle prime luci le signore del palazzo si levarono dal letto e si posero davanti allo specchio per pettinarsi, si scoprirono con orrore teste lisce come palle da biliardo. Agli eunuchi, giovani e vecchi, era accaduta la stessa cosa. Le dame dovettero comunque disporsi in corteo, inghiottendo le lacrime, per andare a svegliare la coppia reale.

Quando si alzò dal letto la regina dei tre palazzi, le cose non le andarono meglio. Afferrò una lanterna e corse al giaciglio del drago: anche lì sembrava che dormisse un monaco. Le sfuggì uno strillo che fece svegliare il re; il quale spalancò tanto d'occhi a vedersi davanti quella testa pelata, e si levò a sedere chiedendo: "Santo cielo, mia cara, che cosa vi è successo?"

"E a voi, mio sovrano?"

Il re si tastò il capo e ci rimase di sale: "Accidenti, è vero! Che cosa hanno fatto alla nostra reale testa?"

Ed ecco giungere a frotte le concubine delle sei corti, le dame del palazzo, gli eunuchi grandi e piccoli. Tutti si inginocchiavano davanti a lui mostrando una distesa di teste pelate: "Signore e padrone, come vedete ci troviamo tutti trasformati in monaci."

Il re rifletté su quanto accadeva e finì per spuntargli una lacrima: "Magari è un castigo per l'uccisione di tutti quei bonzi." E fece conoscere la sua volontà: "Non dir motto a nessuno della perdita dei capelli, altrimenti i mandarini civili e militari potrebbero muovere critiche alla politica del governo. Recarsi tutti alla sala di udienza."

Ma i mandarini di ogni livello e residenza, dal primo dei ministeri all'ultimo degli yamen, avevano lo stesso problema. Quando si alzarono per recarsi a corte, all'udienza mattutina, scoprirono che durante la notte i loro capelli erano scomparsi. Fu un gran correre, commentare e redigere rapporti d'ufficio sugli avvenimenti. Non si sentiva parlare d'altro:

Ai tre schiocchi di frusta(69) si rivolgono al re,

E della tosatura si chiedono il perché.

Quanto al bottino conquistato dal comandante della guarnigione e al destino che aspettava i prigionieri della misteriosa e gigantesca cassa, se in fin dei conti non sapete che cosa ne fu, ascoltate il prossimo capitolo.