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085 FIOR DI SUSINO, UN PETALO PER VOLTA · OVE LA SCIMMIA DELLO SPIRITO SI INGELOSISCE DI MADRE DEL LEGNO, E IL PRINCIPE DEI DIAVOLI TRAMA INGANNI PER INGOIARE MEDITAZIONE.

All'udienza del mattino, i mandarini civili e militari che si presentavano a rapporto si scusavano dell'imperdonabile licenza.

"Ci sembrate irreprensibili come sempre, cari ministri. In che cosa consisterebbe, la licenza di cui vi scusate?"

"Ah, signore e padrone! Non si sa come, durante la notte tutti quanti abbiamo perduto i nostri capelli."

I rapporti si ammucchiavano davanti al re, che si alzò dal giaciglio del drago e dichiarò: "Neppure noi comprendiamo che cosa sia accaduto, ma dobbiamo constatare che la cosa ha coinvolto tutti senza distinzione, dal più umile al più eminente."

"Non oseremo mai più prendercela con i bonzi!" esclamavano tutti con le lacrime agli occhi, compreso il re. Il quale risalì sul trono e ordinò: "Coloro che hanno istanze da presentare si facciano avanti; se non c'è nessuno, arrotoliamo le cortine e togliamo la seduta."

Dalle file dei militari uscì il comandante in capo della guarnigione, e da quelle dei civili il commissario del quartiere orientale. Si prosternarono davanti ai gradini di giada e riferirono: "Durante il servizio di pattuglia, effettuato in conformità dei vostri sacri ordini, abbiamo sequestrato una cassa e un cavallo bianco. Vi preghiamo di decretare quale uso deve esserne fatto; le nostre umili persone non hanno osato disporne."

"Portateli qui" rispose il re.

I due ufficiali si ritirarono per recarsi allo yamen dov'erano depositate le spoglie e organizzare il trasporto. Tripitaka, dentro la cassa, udendo gli ordini e il trambusto si spaventò: "Discepoli miei, come spiegheremo al re la nostra presenza qui dentro?"

"Parlate piano!" rispose ridendo il Novizio. "Ho sistemato tutto: quando apriranno la cassa, vedrete che ci renderanno gli onori dovuti ai maestri della legge. Ma dite a Porcellino di non far gazzarra per questioni di precedenza."

"Figúrati se penso a queste cose!" esclamò l'interessato. "Sarei contento se ne uscissimo vivi."

La cassa arrivò a corte, fu portata oltre la Torre delle Cinque Fenici e venne deposta ai piedi del trono. Per ordine del re fu aperto il coperchio e Porcellino, che non ne poteva più, saltò fuori per primo seminando il panico. Poi comparve Scimmiotto, che accompagnava il monaco cinese tenendolo per mano, e infine Sabbioso coi bagagli. Porcellino vide il comandante in capo che reggeva la briglia del cavallo bianco e marciò su di lui sbraitando: "Dammi quel cavallo! È roba nostra!"

Il povero ufficiale, terrorizzato, cadde per terra.

Quando il re si rese conto che i quattro pellegrini erano bonzi, si alzò dal trono e ordinò che le regine, le concubine e i cortigiani rendessero loro omaggio. Da parte sua, chiese: "Quali affari vi hanno portato qui, reverendi?"

"Siamo inviati da sua maestà dei grandi Tang, nel paese dell'Est, a cercare le scritture e rendere omaggio al Buddha nel Paradiso dell'Ovest, al Monastero del Colpo di Tuono."

"Come mai vi siete chiuso dentro quella cassa con i vostri discepoli, maestro che venite da tanto lontano?"

"Il vostro umile servitore aveva saputo del voto fatto da vostra maestà di sopprimere bonzi. Perciò non osavamo farci riconoscere; ci siamo camuffati da laici e abbiamo chiesto ospitalità in un albergo di questa preziosa città. Per dormire ci siamo chiusi nella cassa, per paura che qualcuno scoprisse inavvertitamente le nostre teste rasate. Sfortunatamente dei ladri ci hanno portato in aperta campagna; ma il comandante in capo ci ha ricuperato e portato qui. Ora che ci è concesso di contemplare il volto di drago di vostra maestà, è come rivedere il sole dopo che le nuvole si sono disperse. Speriamo che vostra maestà ci vorrà perdonare e lasciar liberi: la nostra riconoscenza sarà più profonda del mare."

"Reverendo, siamo noi che non vi abbiamo accolto adeguatamente: voi siete un monaco eminente di un paese superiore, sede di una corte celeste. Il voto di uccidere bonzi, in numero di diecimila per far cifra tonda, lo avevamo formulato perché un monaco ci aveva calunniato. Ma questa notte siamo stati convertiti in modo inatteso: anche noi ci siamo visti ridotti a monaci e monache. Sovrano e sudditi, regine e concubine, tutti ci siamo ritrovati con la testa rasata. Ora vorremmo diventare vostri discepoli: speriamo che non ci negherete l'appoggio della vostra eminente saggezza."

Porcellino scoppiò a ridere: "Senti, senti! Se volete iscrivervi anche voi, dovrete pagare la matricola."

"Maestro, per farci accettare acconsentiremo a offrire tutte le ricchezze del regno."

"Non parliamo di soldi" intervenne Scimmiotto. "Noialtri siamo monaci osservanti. Per essere sicuro che il vostro regno resti perennemente integro e che voi godiate di felicità e longevità, vi basta molto meno: è sufficiente che mettiate il visto ai nostri passaporti e ci facciate accompagnare fuori città, per riprendere il nostro viaggio."

Il re ordinò che la corte dei banchetti organizzasse adeguati festeggiamenti per il ritorno del regno in seno all'Unico. Intanto il passaporto fu vistato e Tripitaka venne interpellato sull'opportunità di mutare il nome del paese. Intervenne Scimmiotto: "Nel vostro attuale nome, il riferimento alla legge va benissimo; è la distruzione che non va. Dovreste sostituirla con il rispetto: Paese del Rispetto della Legge. Questo garantirà mare calmo, fiume limpido, vittorie per mille generazioni, venti e piogge ai momenti giusti, pace in ogni direzione."

Il re li ringraziò e li fece accompagnare sulla strada dell'Ovest con la carrozza reale.

Mentre riprendevano il cammino, il reverendo dichiarò tutto allegro: "Devo dire, Consapevole del Vuoto, che il tuo stratagemma è stato proprio ingegnoso: ne avrai grande merito."

"Io, fratello" chiese Sabbioso, "mi sto ancora chiedendo dove hai potuto trovare tutti i barbieri che occorrevano per radere a zero tante zucche in un tempo così corto."

Scimmiotto raccontò come aveva fatto, e li fece tanto ridere che si dovettero fermare sul ciglio della strada dell'Occidente per tenersi la pancia.

Ripresero il cammino in questa gioiosa disposizione di spirito, finché giunsero in vista di un'alta montagna. Il reverendo tirò le redini: "Discepoli, ecco un'altra montagna: com'è dirupata! Stiamo attenti!"

"State tranquillo" disse ridendo Scimmiotto. "Andrà tutto bene."

"Non dirlo! La vetta è minacciosa, e nonostante la distanza si vedono i vapori nocivi e le nebbie minacciose che ne emanano. Sono pieno di brividi e paralizzato dall'angoscia."

"Non avrete per caso dimenticato il sutra del Cuore del maestro di meditazione del Nido dei Corvi?"

"Lo ricordo benissimo."

"Allora avrete dimenticato i versi dell'inno."

"Quale inno?"

"Monte degli Avvoltoi non cercarlo lontano,

Perché il Buddha sereno risiede nel tuo cuore.

Ciascuno può trovare dentro di sé lo stupa

Dove può coltivare la vera perfezione."

"Lo conosco benissimo. Quei versi significano che il senso delle scritture, con le loro migliaia di sutra, non è altro che coltivare il cuore e lo spirito."

"Si capisce. Lo spirito nettato da ogni turbamento risplende nel vuoto, il cuore conserva la purezza delle cose. Ma una piccola negligenza può richiedere mille anni per rimediarla. Bastano volontà e sincerità senza macchia, perché il Monastero del Colpo di Tuono sia davanti ai nostri occhi. Se restate in preda alla paura, ai turbamenti e ai disagi del pensiero, non siete sulla Grande Via e il Monastero del Colpo di Tuono non fa per voi. Scacciate i dubbi e seguitemi."

Ascoltando Scimmiotto, il reverendo si sentiva lo spirito riconfortato e rasserenato.

In breve giunsero ai piedi del monte. Alzando gli occhi, videro

un monte superbo, screziato di colori. Brandelli di nuvole lambiscono le rupi della vetta, l'ombra gettata dagli alberi è fredda.

Uccelli prendono improvvisamente il volo battendo le ali, belve esplorano senza requie il terreno a caccia di preda. La foresta che riveste i fianchi è ricca di migliaia di alti pini; verso la cima si levano rade canne di bambù. Ululati di richiamo di lupi grigi, ruggiti di tigri affamate che balzano sulla preda. Si odono i fischi acuti del gibbone in cerca di frutta. Il canto di uccelli invisibili è portato dal vento, insieme al gorgoglio d'acque dei ruscelli. Cervi e daini caracollano tra i fiori. Si vedono correre volpi e scorrazzare zibetti; scimmie e gibboni si divertono in società.

Liane e rampicanti ricoprono i tronchi; le orchidee profumate sono sparse nell'erba di diaspro in riva all'acqua.

La parete a strapiombo domina grandi cumuli di rocce dalle forme bizzarre. Il viaggiatore osserva inquieto il cammino: è mai possibile che a ogni curva il sentiero diventi più ripido?

Sulla comitiva che avanzava soffiò all'improvviso un colpo di vento.

"Ecco il vento!" gridò Tripitaka con voce spaurita.

"C'è un vento per ogni stagione" commentò Scimmiotto. "In primavera lo zefiro, d'estate il vento caldo umido, d'autunno il vento dell'ovest e d'inverno la tramontana. Perché vi preoccupa questo vento in particolare?"

"Si è alzato troppo all'improvviso per venire dal cielo."

"Che bisogno c'è che venga dal cielo? Il vento può benissimo venire dalla terra, come le nuvole possono emanare dalle montagne."

Ma di colpo subentrò una nebbia poco comune:

Oscura il cielo come una tovaglia

E ricopre di tenebre la terra.

Scompare il sole senza lasciar traccia,

Tace di colpo il canto degli uccelli.

S'alza un velo di polvere: scompaiono

Gli alberi più vicini, ogni presenza

È inghiottita nel nulla. Tu puoi credere

Che l'universo ripiombi nel caos.

"Che ne dici, Consapevole del Vuoto? Avevi mai visto alzarsi una nebbia come questa, ancor prima che cessasse il vento?"

"Non affrettiamo le conclusioni" rispose Scimmiotto. "Smontate da cavallo, prego. Voialtri due restate qui di guardia, mentre io mi guardo intorno per saperne di più."

Il grande santo balzò in aria, scrutò intorno facendosi solecchio con la mano, e scoprì che in effetti a qualche distanza c'era un mostro seduto su una rupe. Ecco il suo aspetto:

Corpo imponente e poderoso, coperto di macchie. Denti da stritolare diamanti. Dissimula a malapena artigli più taglienti di lame di giada.

Rotondi occhi d'acciaio che spaventano fiere e uccelli; i pelacci pungenti della barba d'argento intimidiscono diavoli e dèi.

La sua ferocia si manifesta anche in tremendi ruggiti. Quel suo masticare e soffiare nebbia e vento rivela intenti aggressivi ben determinati.

Accanto a lui, a destra e a sinistra, una quarantina di mostriciattoli si dedicava alla stessa pratica magica.

"Non aveva torto il maestro" pensò Scimmiotto ridendo fra sé. "Non c'era niente di naturale in queste condizioni meteorologiche. Ora potrei schiacciare il mostro di sorpresa, come una piattola; ma dove andrebbe a finire il mio buon nome?"

Scimmiotto era un soldato coraggioso; non era capace di sbarazzarsi dei suoi avversari con mezzi sleali.

"Ritornerò alla base e darò un'opportunità e un segno di considerazione a Porcellino: gli proporrò di affrontare il mostro per primo. Se è capace di vincerlo, il merito sarà suo. Se non ce la fa e viene fatto prigioniero, andrò a liberarlo: la prova più impegnativa sarà tanto più onorevole per me. Quell'infingardo non avrà voglia di darsi da fare. Ma dal momento che è anche un ghiottone, lo stuzzicherò con argomenti gastronomici. Vediamo come reagisce."

Ritornò dunque da Tripitaka, che chiese: "Consapevole del Vuoto, che cosa hai scoperto su questa nebbia?"

"Come vedete scompare."

"È vero, sta diradando."

"Maestro, di solito l'azzecco; ma questa volta mi ero sbagliato. Supponevo che ci fosse sotto qualche mostro, ma non è così."

"Di che cosa si tratta?"

"A poca distanza da qui c'è un villaggio di brava gente, che sta cuocendo a vapore grandi quantità di riso e pani di farina bianca per offrirli ai monaci. La nebbia veniva dalle loro cucine ed è buon segno."

Porcellino, che prese tutto per oro colato, gli chiese in privato: "Fratello, lo hai fatto un assaggio?"

"Giusto un boccone. Per i miei gusti, mettono troppo sale."

"Non c'è niente di male se il cibo è salato; basta avere abbastanza da bere."

"Hai voglia di mangiare?"

"Mi era appunto venuto un po' di appetito. Se io andassi avanti in avanscoperta a rosicchiare qualcosa, che ne diresti?"

"Non sta bene, fratello. Ricorda il detto dei libri antichi: vivo il padre, il figlio non osi sottrargli nulla. Non puoi pensare a te stesso lasciandoti indietro il maestro."

"Ma se tu non glielo dici, per lui non sarà la stessa cosa?"

"Va bene, starò zitto. Vediamo come te la cavi."

Per soddisfare la gola, Porcellino non era privo d'astuzie. Fece al maestro una riverenza e gli propose: "Non vi pare che sarebbe indiscreto portare in quel villaggio il cavallo affamato e chiedere anche foraggio per lui, oltre all'elemosina per noi? Poiché la nebbia si è dispersa, restate qui seduto per un momento, mentre io raccolgo erba tenera."

"Va bene" rispose il monaco lietamente stupito. "Come mai oggi sei tanto scrupoloso e diligente? Va e torna presto."

Il bestione, compiaciuto della propria astuzia, corse via sogghignando fra sé; ma Scimmiotto lo trattenne per dirgli: "Bada che quella gente non vuol saperne di fare l'elemosina ai monaci troppo brutti; ci vuole bella presenza."

"Vuoi dire che mi devo trasformare?"

"Proprio così; sarà il caso che ti dia qualche ritocco."

Il bestione, che conosceva anche lui le sue trentasei trasformazioni, recitò un incantesimo e si trasformò in un monaco magrolino, di bassa statura, che borbottava la sua preghiera scandendola con i colpi sul pesce di legno. Veramente di sutra non ne sapeva, e si accontentava di ripetere le parole dei primi tre caratteri che gli avevano insegnato alla scuola elementare: "grand'uomo superiore"(70).

L'orco, ricuperati vento e nebbia, aveva teso con le sue milizie un'imboscata ai passanti lungo la strada. Lo sfortunato bestione ci incappò senza rendersene conto e si trovò accerchiato da mostriciattoli che gli tiravano la tonaca, lo afferravano per la cintura, lo spingevano e lo tiravano tutti insieme.

"Non spingete!" gridava Porcellino. "Accontenterò tutti: accetterò l'invito di ciascuno di voi."

"Quale invito, bonzo?"

"L'invito a pranzo. Ho saputo che preparavate cibo per i monaci, e sono venuto a farmene offrire."

"Hai capito male: noi non serviamo pranzi ai monaci, semmai ce li serviamo a pranzo. È vero che, da bravi immortali di montagna che hanno conseguito il Tao, vogliamo soltanto gente pia: ma la vogliamo per cucinarla al vapore. Se pensavi di essere tu a mangiare, hai sbagliato strada."

Porcellino si spaventò e pensò ogni male di Scimmiotto: "Quel vigliacco equipuzio mi ha raccontato che i paesani offrivano riso ai monaci: questi sono mostri, altro che paesani!"

Tirato da tutte le parti il bestione si spazientì, riprese la propria forma e brandì il rastrello, mettendo in fuga i suoi aggressori.

"Disgrazia, grande re!" corsero ad annunciare.

"Che disgrazia?" chiese l'orco.

"È arrivato un bonzo di bell'aspetto, che prometteva di diventare un buono stufato. Ma è capace di trasformarsi."

"Come si è trasformato?"

"Non sembra nemmeno un uomo: ha un grugno da porcello, orecchie larghe e certe setole rade sul collo. Ci ha pestati ben bene con un rastrello. Ci ha tanto spaventato, che siamo corsi a informarvi."

"Non abbiate paura; vengo a vedere."

L'orco venne avanti roteando un gran pestello di ferro, e trovò che la bruttezza di Porcellino era davvero straordinaria:

Il lungo grugno sembra un martello,

E son quei denti candidi chiodi.

Gli occhi rotondi lanciano lampi,

Le lunghe orecchie muovono l'aria

Come ventagli. Sembran le setole

Punte di freccia. Pelle rugosa,

Arida e spessa, di color scuro.

Quella che impugna è un'arma insolita:

Sembra un rastrello da giardiniere.

Mentre lo guardi, non sai se in veglia

Oppur nel sonno ti appare l'incubo.

L'orco dovette farsi coraggio per chiedere: "Da dove vieni? Come ti chiami? Parla, se tieni alla vita."

"Mio caro" sogghignò Porcellino, "sembra che tu non sappia più riconoscere il tuo antenato. Ti racconterò tutto:

Nominato Ammiraglio dei Canneti

Celesti dal supremo imperatore,

Comandai ottantamila marinai

E vivevo felice in un palazzo

Di cristallo. Ma un giorno, con la testa

Che dei fumi dell'alcol era piena,

Mi lasciai andare a una dichiarazione

D'amore assai focosa a una gran dama,

E le misi la casa sottosopra.

Fui scudisciato come si conviene

Ed esiliato in questo basso mondo

Per fare penitenza; ma di fatto

Divenni mostro e mi trovai una moglie.

Mi capitò un incontro disgraziato

Con Scimmiotto, e fui vinto dalla sbarra

Cerchiata d'oro. Con gran sacrificio

Dovetti farmi monaco. I miei compiti

Sono di cavallante e di facchino.

Prima ammiraglio dal piede di ferro,

Divenni Porcellino, ed il mio nome

Assunto in religione è Otto Divieti.

"Mi stai dicendo che sei un discepolo del monaco cinese" esclamò l'orco. "Quel monaco di cui sento lodare da tanto tempo la squisitezza della carne. Avevo giusto in mente di catturarlo. Ora che ti sei gettato da solo nella bocca del lupo, non ne uscirai. In guardia!"

"Bestiaccia che sei! Vedo che in vita tua hai fatto il tintore."

"Perché il tintore?"

"Altrimenti dove ti saresti procurato quel pestello per battere i panni?"

La creatura non era d'umore conversevole, e rispose con una pioggia di colpi. Sulla montagna s'ingaggiò un bel duello:

Pestello di ferro contro rastrello a nove denti. I colpi dell'uno sembrano trombe d'aria, l'altro ricorda l'acquazzone torrenziale. Un terribile orco senza nome sbarra la via fra le montagne; l'Ammiraglio dei Canneti Celesti, vecchio peccatore, sostiene oggi la natura in sé. Quando la natura è sulla giusta via, non teme i diavoli. Per alta che sia la montagna, il metallo non sa generare terra. Sembra quel pestello un pitone che si rizza dalle acque del lago; e il rastrello è come un drago in agguato nel giuncheto. Urla e tuoni da far tremare il monte, grida e ruggiti da commuovere le viscere della terra.

I due eroi impegnano ogni loro talento e giocano il tutto per tutto.

Lasciamo Porcellino al suo scontro con l'orco, che gridava ai suoi mostriciattoli di accerchiare il nemico. Intanto a Scimmiotto, che si era seduto a qualche distanza dal maestro, sfuggì una risatina sarcastica. "Di che ridi?" chiese Sabbioso.

"Rido di quello scemo di Porcellino, che è partito di corsa in cerca del ristorante per monaci. Se ritorna perché è riuscito a sconfiggere l'orco che tende agguati lungo la strada, vedrai quanto si vanterà. Se invece lo acchiappano, guai a me! Mi chiedo quanti 'sporco equipuzio!' mi toccheranno. Non dir niente, Consapevole della Purezza; resta qui mentre verifico come vanno le cose."

Per non far vedere al reverendo che si allontanava, lasciò un altro sé stesso ottenuto dalla trasformazione di un pelo e balzò in cielo. Dall'alto vide il bestione accerchiato, che si difendeva furiosamente con il rastrello, ma si trovava in crescenti difficoltà.

Scimmiotto non seppe trattenersi e gridò: "Tieni duro, Porcellino; arrivo!"

La sua voce diede nuovo coraggio al bestione, che raddoppiò l'impegno. L'orco, che non riusciva più a controllarlo, si chiedeva: "Che cosa succede a questo bonzo? Un momento fa stava per cedere e ora fa il diavolo scatenato."

"Caro mio, attento ai fatti tuoi! Sta arrivando un tizio delle mie parti a darmi una mano."

E giù colpi in testa. L'orco non sapeva più come pararli, e batté in ritirata con i suoi mostriciattoli. Visto che il pericolo era superato, Scimmiotto non intervenne e ritornò invece al punto di partenza, dove il reverendo non si era accorto di niente.

Un momento dopo li raggiunse il bestione, vittorioso ma conciato da far paura: era ansimante e spossato, il moccio gli colava dal naso e la schiuma gli sigillava la bocca. Gridò rauco: "Maestro!"

"Santo cielo, Porcellino!" gridò il reverendo. "Eri andato a raccogliere erba; che cosa ha potuto succederti perché ritorni in questo stato? Forse il prato era recinto, e i guardiani ti hanno battuto perché tagliavi l'erba?"

Il bestione lasciò cadere il rastrello e si batté il petto: "Maestro, non me lo chiedete; mi fate morire di vergogna."

"Di che cosa ti vergogni?"

"Il condiscepolo anziano mi ha imbrogliato. Ha raccontato di un villaggio dove si cucinavano pranzi per monaci, e io ho pensato di approfittarne. Vi ho detto che andavo a cogliere erba, ma era solo un pretesto. Invece mi son visto circondare da una quantità di mostri e ho dovuto sostenere un duro combattimento. Se il condiscepolo non mi avesse dato una voce, non credo che ce l'avrei fatta."

"Questo bestione racconta frottole" intervenne Scimmiotto ridendo. "È come il brigante che vuol coinvolgere tutti i compagni di galera. Io non mi sono mosso da qui."

"È vero: Consapevole del Vuoto è sempre rimasto con me."

Il bestione s'indignò: "Maestro, non vi fate imbrogliare anche voi. Avrà usato i suoi trucchi per farsi sostituire."

"Insomma, Consapevole del Vuoto: ci sono o no mostri, sulla strada che dobbiamo percorrere?"

Scimmiotto non poteva reggere oltre lo scherzo. S'inchinò e disse ridendo: "C'è sì una banda di mostriciattoli, ma non oseranno certo prendersela con noi. Vieni qua, Porcellino. Devi riconoscere che ti lascio sempre le incombenze più prestigiose. Per proteggere il maestro, dobbiamo attraversare questa montagna organizzati come un convoglio militare."

"Com'è fatto un convoglio militare?"

"Tu sei il capo in testa, che apre la strada. Se il nemico non si presenta, tanto meglio; altrimenti ti tocca affrontarlo, e tutto l'onore è tuo."

Porcellino, che non stimava troppo quel mostro, rispose: "Certo che marcerò in testa, dovessi lasciarci la pelle."

"Se il bestione fa l'eroe, vuol dire che non andrà lontano" sogghignò Scimmiotto.

"Fratello, si vede che non conosci il proverbio: principe al festino, se non si sbronza si sazierà; guerriero in guerra, se non muore si ferirà. È meglio sfogarsi a parole, che rischiar troppo nei fatti."

Scimmiotto, tutto allegro, corse a sellare il cavallo e invitò il maestro a montare; ripartirono quindi sulle orme di Porcellino, mentre Sabbioso chiudeva la marcia portando i bagagli.

L'orco, ritornato sconfitto al suo rifugio, si era seduto su una roccia e rimuginava in silenzio. Alcuni mostriciattoli si avvicinarono rispettosamente e gli chiesero: "Di solito vostra maestà è allegro; perché oggi invece è tanto pensieroso?"

"Ragazzi, ogni volta che vado a caccia vi porto qualche preda. Ma oggi è un giorno sfortunato: sono andato in bianco."

"Chi era il vostro avversario?"

"Un bonzo che si chiama Porcellino Otto Divieti, discepolo del monaco cinese che va in cerca delle scritture. Il suo terribile rastrello mi ha messo in rotta. È una bella seccatura. Ho sentito molto parlare di questo monaco cinese, un arhat che si è coltivato attraverso dieci successive incarnazioni: si dice che mangiare un boccone delle sue carni prolunghi indefinitamente la vita. Ora che si trova a passare per le nostre montagne, è l'occasione buona per catturarlo e farne uno stufato. Ma non sapevo che fosse accompagnato da discepoli di quella levatura."

Dalla fila dei suoi si fece avanti un mostriciattolo che fece tre singhiozzi e tre risate.

"Spiegami che cosa vuoi dire."

Il mostro, inginocchiato, rispose: "Maestà, la carne di quel monaco cinese dev'essere proprio incommestibile."

"Se tutti dicono che mangiarlo procura l'eterna giovinezza, come puoi fare un'affermazione simile?"

"Credete che, se lo si potesse mangiare, sarebbe arrivato fin qui? Chissà quante creature malefiche lo avrebbero mangiato prima. Il fatto è che lo accompagnano tre discepoli."

"Tu li conosci?"

"Fra loro Porcellino Otto Divieti è il secondo. Il primo è Scimmiotto il Novizio, e il terzo Sabbioso il Bonzo."

"Com'è questo Sabbioso?"

"Più o meno, vale quanto Porcellino."

"E Scimmiotto?"

"Su di lui ci sarebbe tanto da raccontare, che non oso" esclamò il mostriciattolo sporgendo la lingua. "Ha immensi poteri ed è capace di molte trasformazioni. Cinquecento anni fa, quando provocò disordini nel palazzo del Cielo, non riuscirono ad arrestarlo, tutti insieme, le ventotto costellazioni, i nove luminari, i dodici fusi orari, i cinque dignitari e quattro ministri, le stelle dell'Est e dell'Ovest, gli dèi del Nord e del Sud, i cinque picchi e i quattro fiumi: in una parola, tutti i guerrieri del Cielo. Non mi pare che la carne di questo monaco cinese sia a portata di mano."

"Come sai tutte queste cose?"

"Vedete: una volta abitavo sul Monte del Cammello Leone e servivo i grandi re del posto. Anche loro volevano mangiare il monaco cinese, senza sapere a che cosa andavano incontro. Si trovarono addosso Scimmiotto, con la sua sbarra cerchiata d'oro: che disastro! Ci fece tutti a pezzi: come al gioco del domino, uno tagliato, sei contrato. Io, per fortuna, un po' più furbo degli altri, riuscii a scappare in tempo dalla porta di servizio e arrivai qui, dove mi concedeste il favore di assumermi al vostro servizio. Ecco perché so di che cosa sono capaci."

L'orco era livido dallo spavento. È il caso di dirlo: il generale teme parola d'indovino. Come non spaventarsi davanti al racconto di un testimone oculare? I mostriciattoli intorno tremavano come foglie.

Ma uno si fece avanti per dichiarare: "Grande re, non vi affliggete. Dice il proverbio: la pazienza viene a capo d'ogni cosa. Se proprio tenete a mangiare il monaco cinese, ho un piano da proporvi."

"Sentiamo."

"Il nome del piano è: fior di susino, un petalo per volta."

"Che cosa significa?"

"Fate un'accurata selezione fra i vostri soldati: cento su mille, dieci sui cento e tre sui dieci. Quei tre devono essere pratici di trasformazioni. Assumeranno il vostro aspetto, un elmo come il vostro, identica armatura, identico gran pestello in mano; e tenderanno imboscate in tre punti diversi. Ciascuno di loro affronterà uno dei tre discepoli e si sacrificherà per tenerlo impegnato. A un certo punto il monaco cinese si troverà solo, e voi non avrete che da allungare la mano per impadronirvene. Non sarà più difficile che prendere il pane dalla tavola, o la mosca nel vaso del pesce."

"Che bel piano!" gridò entusiasmato l'orco. "Lo attueremo senz'altro. Se dovesse andar male, rinunceremo. Ma ti garantisco che, se funziona, mi ricorderò di te: diventerai ufficiale d'avanguardia."

Il mostriciattolo si prosternò per ringraziare della ricompensa promessa. Si fece l'appello e si scelsero i tre più capaci; i quali presero l'aspetto dell'orco e tesero le imboscate in attesa del monaco cinese.

Dopo parecchio cammino, i pellegrini incapparono in una delle imboscate: il primo mostriciattolo si drizzò urlando sul ciglio della strada e balzò avanti per impadronirsi di Tripitaka.

"Attento, Porcellino!" gridò Scimmiotto. "Ecco l'orco."

Il bestione, senza distinguere il vero dal falso, impugnò il rastrello e lo fronteggiò. Il mostro parò il colpo con il pestello e incominciò lo scontro, mentre gli altri pellegrini si allontanavano. Sul più bello si udì nel bosco un sinistro scricchiolio, e un secondo mostro identico al primo ne balzò fuori e si gettò sul monaco cinese.

"Va male!" esclamò Scimmiotto. "Quell'orbo di Porcellino si è lasciato scappare l'orco. Ci penso io."

Tirò fuori il randello e gli corse addosso gridando: "Dove credi andare? In guardia!"

Mentre si scambiavano colpi furiosi sul prato, mugghiò il vento e davanti a Tripitaka, che avanzava con Sabbioso, comparve il terzo mostro. Sabbioso gridò: "Maestro, fratello e fratellino brancolano proprio nel buio. L'orco gli è sfuggito. Voi restate a cavallo mentre io lo catturo." Brandì il suo bastone e si scagliò sul nemico.

Il vero orco, per aria, vide il monaco cinese rimasto tutto solo; estrasse gli artigli, piombò dal cielo su di lui, lo strappò dall'arcione e se lo portò via come un passerotto. Che disastro! È il caso di dirlo:

Se la meditazione incontra il diavolo,

Perde di colpo ogni suo beneficio.

Salvato dalle Acque è ricaduto

Nella disgrazia nera che lo insegue.

L'orco portò Tripitaka all'ingresso della sua grotta e gridò: "Ufficiale d'avanguardia!"

Lo stratega mostriciattolo si inginocchiò protestando: "Non oso accettare."

"Zitto. La parola del capo in guerra rende nero ciò che è bianco. Avevo detto: niente, in caso di insuccesso; e se riusciva, ufficiale d'avanguardia. Il tuo bellissimo piano è riuscito in pieno. Ora porterai dentro il monaco cinese, farai attingere l'acqua e raschiare la pentola, portar legna e accendere il fuoco. Procediamo a cucinare il nostro stufato. Poi ciascuno avrà il suo bocconcino, e le nostre vite dureranno all'infinito."

"Sarà prudente procedere, maestà?"

"Perché ne dubiti? Ormai è nelle nostre mani."

"Ma quale sarà la reazione dei discepoli, se mangiamo il maestro? È probabile che Sabbioso e Porcellino se ne facciano una ragione e si allontanino; ma il grande Scimmiotto è meno prevedibile. Se volesse davvero vendicarsi, non avrebbe nemmeno bisogno di combatterci: con la sua sbarra potrebbe fare un tal buco sotto la montagna da farcela crollare addosso."

"E allora che cosa suggerisci?"

"Secondo me, è meglio prender tempo. Se leghiamo il monaco cinese nell'orto e lo lasciamo per due o tre giorni senza mangiare, non nuocerà certo alle sue carni; anzi, gli darà tempo di purgare le budella. Vedremo come si mettono le cose. Quando in un modo o nell'altro ci saremo sbarazzati dei discepoli, ce lo mangeremo a nostro agio. Non credete che lo digeriremo meglio?"

"Ma certo" approvò l'orco sorridendo. "Il nostro ufficiale d'avanguardia è un gran ragionatore."

Così si fece; il monaco fu legato a un albero dell'orto, si chiuse la porta e si dispose la guardia.

Il reverendo piangeva a calde lacrime: "Discepoli miei, dove siete andati a combattere creature malefiche? È qui che soffro, per mano dell'orco maledetto che mi ha catturato. Quando potremo rivederci? Morirò prima di dolore."

Dall'albero di fronte un voce disse: "Reverendo, ci siete cascato anche voi."

"Voi chi siete?" chiese Tripitaka cercando di guardare l'interlocutore attraverso le lacrime che gli facevano velo.

"Sono un boscaiolo della montagna, catturato da questi mostri. Sono legato qui ormai da tre giorni. Mi vogliono mangiare."

"Ah, boscaiolo!" esclamò il reverendo riprendendo a piangere. "Se tu muori, la cosa finisce lì. Ma per me è diverso."

"Voi, reverendo, avevate lasciato la famiglia; non avete né figli né genitori né moglie a carico. Per voi vivere o morire fa poca differenza."

"Il fatto è che l'imperatore Taizong, della dinastia dei Tang, mi ha affidato la sacra missione di andare dal Buddha vivente a rendergli omaggio e a chiedergli i sutra autentici. Lo scopo è di salvare le anime perdute, nella loro tenebrosa dimora. Se ora perdo la vita, renderò vane le intenzioni del mio sovrano, tradirò la speranza dei suoi sudditi; e tutte le anime in pena, nella città delle vittime d'ingiustizia, non avranno forse la delusione più crudele? Esse resteranno per sempre lontane dalla salvezza. Tante fatiche ridotte a nulla; la vita: vento e polvere. Come potrei restare indifferente?"

A sentirlo, anche il boscaiolo si mise a piangere: "Reverendo, la vostra morte provocherebbe solo questo guaio, ma la mia sarebbe molto peggio. Mia madre ha ottantatré anni, e non ha altro sostegno che me. Chi l'assisterà nei suoi ultimi giorni, chi la seppellirà?"

"Com'è doloroso!" singhiozzava il reverendo. "Il boscaiolo pensa a sua madre. Sarà stato inutile il mio lungo studio dei sutra? Servire il sovrano o servire i genitori è la stessa cosa. Tu vivi per amore di tua madre, e io del mio imperatore. Davvero:

Cuore spezzato con cuore spezzato,

E gli occhi in pianto vedono altre lacrime."

Ritorniamo a Scimmiotto, che non mise molto a volgere in fuga il suo avversario. Ma quando ritornò sulla strada, il maestro non c'era più. Il cavallo bianco pascolava solitario l'erba del ciglio. Roso dall'inquietudine, il Novizio si caricò i bagagli in spalla, afferrò le redini e corse avanti.

Tripitaka sfortunato

Sempre incontra altre sfortune,

E Scimmiotto abbatti-diavoli

Nuovi diavoli da abbattere.

Se poi, in fin dei conti, non sapete come trovò il maestro, ascoltate il seguito.