Come si diceva, Scimmiotto si pose alla ricerca del maestro su per la montagna, tirandosi dietro il cavallo e portando i bagagli. Vide Porcellino che correva ansimando verso di lui e lo chiamò.
"Che cosa vuoi da me?"
"Il maestro è scomparso. L'hai visto?"
"Mi hanno arruolato come monaco, ma invece devo fare il soldato. Io ero impegnato a combattere l'orco; il maestro lo sorvegliavate tu e Sabbioso. Perché mi chiedi se l'ho visto?"
"Sei proprio diventato orbo. Non ti sei accorto che l'orco ti è sfuggito e ha cercato di rapire il maestro. È toccato a me di affrontarlo, lasciando di guardia Sabbioso; ma sono scomparsi tutti e due."
"Sabbioso avrà accompagnato il maestro dietro un cespuglio a far pipì" sghignazzò Porcellino.
Ma comparve anche Sabbioso, correndo su per il pendio.
"Il maestro dov'è?" gli chiese Scimmiotto.
"Siete ciechi tutti e due: vi siete lasciati sfuggire l'orco e ho dovuto affrontarlo io. Il maestro è rimasto solo sul suo cavallo."
"Siamo caduti in un tranello!" urlò Scimmiotto digrignando i denti.
"Quale tranello?" chiese Sabbioso.
"Il fior di susino, un petalo per volta. Ci hanno depistato uno dopo l'altro, e quando il maestro è rimasto solo se ne sono impadroniti. Adesso che facciamo?" E non poté trattenersi dal versare qualche lacrima.
"Piangere non serve a niente" osservò Porcellino. "Il maestro è rimasto qui sulla montagna, non può essere lontano; cerchiamolo."
Si misero dunque a battere la montagna. In capo a una ventina di li, scopersero una residenza trogloditica che si apriva ai piedi di una rupe a picco.
Le rocce tormentate sono nel cono d'ombra di picchi aguzzi. Nel prato dall'erba di diaspro costellata di fiori crescono il mandorlo rosso e il pesco verde. L'albero antico, dalla scorza levigata dal tempo e dalle piogge, misura quaranta spanne di diametro. I pini azzurri svettano nel cielo.
Coppie di gru vengono qui a danzare nella brezza; i fagiani si posano sui rami e si chiamano. Liane gialle pendono come corde; interi filari di umidi salici sembrano colare oro.
In un profondo bacino contro la parete della montagna si raccolgono le acque; vi si nasconde un drago non ancora esperto di trasformazioni. Nell'oscura grotta vive da molti anni un orco che si pasce di carne umana. Il luogo è degno degli dèi, ogni alito di pensiero si traduce nelle cose.
Scimmiotto esaminò accuratamente l'ingresso dell'antro, che era ermeticamente serrato e recava un'iscrizione incisa nella pietra con otto grandi caratteri:
GROTTA DEGLI ANELLI,
NEL MONTE DEL PICCO SPEZZATO DELLA CATENA SPANDINEBBIA
Scimmiotto concluse: "L'orco abita qui, e si è certo portato in casa il nostro maestro. Attacchiamolo!"
Il bestione levò alto il rastrello e menò un colpo da aprire nella roccia un gran buco. Gridava: "Rendici il nostro maestro prima che sia troppo tardi, se non vuoi che ti sfondi la porta e la faccia pagar cara a tutti i tuoi."
Il portinaio corse ad annunciare: "Disgrazia, grande re!"
"Spiégati."
"Un tizio, alla porta, ha rotto il battente e reclama il suo maestro."
"Chi sarà?" chiese l'orco allarmato.
"Vado a vedere" propose l'ufficiale di avanguardia. Torse il collo finché non riuscì a scorgere le grandi orecchie a ventaglio, e tornò a riferire: "Niente paura, è solo Porcellino. Non ha capacità straordinarie e non dovrebbe insistere troppo; se lo facesse, converrà catturarlo e mettere in dispensa anche lui. L'unico che sia davvero temibile è il bonzo peloso con la faccia da duca del tuono."
"Fratello!" chiamò Porcellino, che aveva sentito tutto. "Il maestro è certo là dentro. Ma sembra che io non gli faccia paura: temono soltanto te."
Scimmiotto prese il suo posto: "Bestiaccia immonda, mostra rispetto per tuo nonno: rendici il maestro, se vuoi vivere."
"Maestà" gridò l'ufficiale d'avanguardia, "si mette male! È arrivato anche Scimmiotto."
"Il piano era tuo. Come la mettiamo con i petali del susino, adesso che abbiamo la catastrofe all'uscio?"
"Grande re, non vi scoraggiate. Il Novizio, dopo tutto, è una scimmia e perciò è un vanesio. Se lo mettiamo di fronte al fatto compiuto, mostrandogli una testa mozza e spiegandogli che è quanto rimane del suo maestro, e se sappiamo solleticare adeguatamente il suo amor proprio presentandogli grandi scuse e complimenti, può darsi che ci creda; in tal caso il monaco cinese resterà pacificamente nelle nostre mani. Se non dovesse funzionare, cercheremo qualche altra via."
"Come facciamo per la testa mozza?"
"La fabbrico io: state a vedere."
Prese un ceppo di salice, gli diede forma di testa umana e lo inzuppò di sangue per renderlo irriconoscibile. L'oggetto fu posto in una scatola laccata e fu recato alla porta: "Vostra signoria grande santo, vi supplichiamo di deporre l'ira e di concederci l'opportunità di rispondere."
Che il Novizio fosse scimmia non è una novità: era molto curioso e vanitoso. Trattenne Porcellino e disse: "Aspetta. Sentiamo che cosa hanno da dire."
"Quando il vostro maestro è stato portato nella nostra grotta, i mostriciattoli di qui, gente rozza e maleducata, si sono gettati su di lui e l'hanno fatto a pezzi. Se lo sono mangiato tutto, salvo la testa: questo è quanto siamo in grado di restituirvi."
"Se è come dici, non parliamone più. Ma fammela vedere, la testa."
Il mostriciattolo gettò l'oggetto attraverso il foro aperto da Porcellino, che alla vista di tutto quel sangue si diede a singhiozzare: "Povero infelice, che sfortuna! Quando penso com'era e cos'è diventato!"
"Dài, bestione, porta qui quella cosa. Aspetta a piangere di sapere che cos'è."
"Non ti fidi? Non penserai che la gente scherzi sulle teste dei morti."
"Quella non è una testa di morto."
"Come lo sai?"
"Una testa che cade fa un tonfo sordo; questa risuona come un pezzo di legno. Se non mi credi, ti faccio sentire." Raccolse la testa e la lanciò contro la roccia, dove diede un gran botto.
"Fratello, sembra un tamburo" commentò Sabbioso.
"Già, non è una testa. Adesso vediamo di che cosa si tratta."
E assestò un colpetto con la sua sbarra, spaccando in due il ceppo di salice.
Porcellino lanciò un rosario di invettive: "Banda di schifosi! Tenete nascosto il maestro nel vostro antro e raccontate balle. Credevate di imbrogliare il vostro avo Porcellino? Pretendete che il nostro maestro sia diventato un salice fantasma?"
Il mostriciattolo stratega corse via in preda al panico e si presentò al padrone tremando come una foglia: "E' proprio un bel pasticcio."
"Quale pasticcio?"
"Porcellino e Sabbioso c'erano cascati, ma Scimmiotto è un vero esperto di antiquariato, un conoscitore. Ha subito annusato il falso. Magari si potrebbe convincere anche lui, ma ci vorrebbe una vera testa umana."
"Vediamo. Ce ne dovrebbero essere nel Padiglione degli Scorticati, fra gli avanzi della dispensa."
I mostri trovarono una testa fresca, ne rosicchiarono i lineamenti fino a renderla irriconoscibile e ci riprovarono.
"Vostra signoria grande santo, avete ragione, l'altra testa era proprio falsa. Ma questa è quella vera. Il nostro re avrebbe preferito tenersela come portafortuna, ma ora mi manda a consegnarvela."
La testa fu lanciata come prima attraverso la porta, e questa volta fece un tonfo sordo. Scimmiotto constatò che era una testa umana, e non gli rimase che mettersi a piangere.
"Fratelli, aspettate" disse Porcellino. "Questa roba è in cattivo stato, da un momento all'altro incomincerà a puzzare. Sarà meglio che prima la sotterriamo; la piangeremo dopo."
"Hai ragione" approvò Scimmiotto.
Porcellino raccolse dunque il capo sanguinante e trovò un angolo esposto al sole e protetto dal vento, dove scavò la fossa con il suo rastrello e vi depose il misero resto. Poi vi ammucchiò un tumulo e disse ai condiscepoli: "Voi restate a piangere, mentre io cerco qualcosa che possa servire da offerta."
Scese al torrente e raccolse rami di salice e ciottoli. Ritornato alla tomba, piantò i rami ai due lati del tumulo e davanti ammucchiò i ciottoli.
"Che cosa significano?" chiese Scimmiotto.
"I rami di salice significano pini e cipressi per ombreggiare la tomba a conforto del maestro. I ciottoli stanno per i dolci dei morti."
"Babbeo" brontolò Scimmiotto. "Lui è morto e tu gli offri dei sassi."
"Esprimere dei vivi la fedeltà leale, render testimonianza dell'affetto filiale."
"È una farsa; lascia stare. Piuttosto, lasciamo qui Sabbioso a custodire il cavallo e i bagagli, e noi andiamo a buttar giù la casa e fare a pezzi l'orco. Saldato il conto, celebreremo le esequie."
Si presentarono di nuovo all'ingresso della grotta, finirono di distruggerne la porta e gridarono con voci tonanti: "Noi lo vogliamo vivo!"
I mostri, là dentro, morivano di paura; tutti se la prendevano con l'ufficiale di avanguardia. L'orco diceva: "E adesso che abbiamo i bonzi in casa, quale strategia scegliamo?"
"Dicevano gli antichi: Puzza, la mano che hai messo nel paniere del pesce! C'è poco da scegliere: i comandanti di destra e di sinistra devono prendere il comando delle truppe e sterminare i bonzi."
L'orco si rese conto che aveva ragione, e diede l'ordine di attacco: "Ragazzi, prendete le armi migliori e seguitemi."
In breve tutti sbucarono di corsa dalla grotta gettando grida di guerra. Porcellino e Scimmiotto arretrarono sulla spianata davanti all'ingresso per fronteggiarli: "Dov'è questo famoso capo? Chi è l'orco che ha preso il nostro maestro?"
L'orco si fece avanti con il suo gran pestello di ferro, fra i mostri che sventolavano le bandiere di broccato, e rispose: "Non mi riconoscete, bonzi maledetti? Sono il grande re dei Monti del Sud, dove infurio da molti secoli. L'ho mangiato io, il vostro monaco cinese. E voi che cosa credete di fare?"
"Impudente mucchio di peli sporchi! Senti quante arie si dà. Al signore Laozi, che ha assistito alla separazione del Cielo dalla Terra, basta sedersi alla destra dell'Imperatore di Giada. Il beato Buddha, che governa il mondo, si accontenta di stare sotto le ali del Grande Roc. Il santo Confucio, che onora la dottrina dei letterati, trova sufficiente il titolo di 'maestro'. Ma tu, bestiaccia, vuoi qualcosa di meglio. Quali furie ti sono venute sui Monti del Sud? La mia sbarra te le farà passare."
L'orco schivò il colpo e urlò, con gli occhi fuori dalla testa: "Come ti permetti di trattarmi in questo modo a casa mia? Credi di farmi paura con le tue ciarle da scimmia? Chi credi di essere?"
"Te lo dico io, chi sono, bestia immonda.Tu non conosci ancora il vecchio Scimmiotto! Sta lì, reggiti la milza per farti coraggio, e ascolta:
Cielo e terra mi fecero dentro un uovo di pietra
Nel paese dell'Est, sul Monte Fiori e Frutti.
Non son tipo comune: il mio corpo è formato
Dal sole e dalla luna. Ebbi l'intelligenza
In dono e coltivai la mia propria natura.
Nei palazzi di nuvole vissi per qualche tempo;
Di gran santo ebbi il titolo. Abusai della forza,
Spinto da insofferenza per ogni seccatore.
Centomila soldati e le case celesti
Tenni in rispetto; ovunque il mio nome era noto.
Mi son fatto buddista e seguo nel suo viaggio
Ad ovest Tripitaka. Nessuno mi contrasta
Il passaggio. Se getto un ponte metto in fuga
I diavoli. Le tigri stano dalla foresta,
E con le mani nude afferro i leopardi.
Dal mio viaggio nell'Ovest attende giusto frutto
L'Oriente intero. Quale mostro vi si opporrà?
Odiosa bestia, certo tu vuoi farti ammazzare!"
L'orco, impaurito e allarmato dai suoi discorsi, cercò di attaccarlo con il suo pestello; ma il Novizio lo teneva blandamente in rispetto, perché aveva voglia di continuare a chiacchierare.
Porcellino, spazientito, si fece avanti levando il rastrello: con l'esercito dei mostriciattoli si scatenò una bella mischia.
Un monaco del divino paese dell'Est si recava nell'Ovest alla ricerca dei sutra autentici. Il grande leopardo dei monti del Sud gli sbarra la strada sputando nebbia e vento.
Con un astuto stratagemma, è riuscito a impadronirsi di sorpresa dell'eminente monaco cinese; ma così facendo si imbatte nella potenza magica di Scimmiotto e, soprattutto, nel famoso Porcellino.
La mischia solleva polvere da oscurare il cielo. Da una parte, i mostriciattoli brandiscono ruggendo sciabole e lance; dall'altra i divini monaci lanciano grida di guerra e levano insieme la sbarra e il rastrello.
Il grande santo è un eroe senza rivali; gli dèi si compiacciono della forza di Consapevole delle Proprie Capacità.
L'orco che domina quest'angolo sperduto rischia la vita per ottenere un boccone delle carni del monaco cinese. Per un bel pezzo vanno, vengono, si scontrano, si minacciano, senza vincitori né vinti.
Quei mostriciattoli erano coraggiosi e resistevano strenuamente agli assalti. Allora Scimmiotto ricorse alla moltiplicazione del corpo: lanciò in aria un ciuffo di peli, e un esercito di Scimmiotti armati di sbarre cerchiate d'oro si gettò nella mischia. Quei due o trecento mostriciattoli si videro aggrediti da tutte le parti, e non poterono far altro che volgere le spalle e correre a ripararsi nella grotta. Ma Scimmiotto e Porcellino li incalzavano e li massacravano: chi cadeva zampillando sangue da nove fori, chi veniva miseramente spiaccicato dalla sbarra. Il grande re si circondò di nebbia e volò via trasportato dal vento.
L'ufficiale d'avanguardia, colpito da Scimmiotto, si rivelò per un lupo grigio dal dorso di ferro. Porcellino lo afferrò per una zampa e lo rivoltò per osservarlo: "Chissà quanti agnelli e maialini ci sono voluti per crescere questo bel tipo."
Scimmiotto ricuperò i suoi peli e gridò: "Lascialo perdere. Dobbiamo catturare il capo."
Porcellino si guardò intorno e si accorse che l'esercito di Scimmiotti era scomparso: "Dove sono andati a finire?"
"Erano peli miei, li ho ricuperati."
"Certo che sai fare dei begli scherzi!" E ne risero insieme.
L'orco si era rintanato in fondo alla grotta, dove ordinò ai superstiti di barricare l'ingresso con pietre e terra. Erano tutti tremanti e malconci; lavoravano affannati e si guardavano bene dal mettere il naso fuori.
Scimmiotto e Porcellino lanciarono grida di sfida, ma nessuno rispose. I colpi di rastrello avevano poca presa in quella massa di detriti.
"Rinuncia, Porcellino. Hanno ammassato una montagna."
"E come vendichiamo il maestro?"
"Per ora ritorniamo alla tomba, da Sabbioso."
Il Bonzo piangeva ancora e Porcellino, per simpatia, diede in rumorosi singhiozzi, si lasciò cadere sul tumulo e gemette: "Maestro, che destino crudele! Come siete andato lontano! Potremo mai rivederci?"
"Fratellino" disse Scimmiotto, che non riusciva a distogliere il pensiero dalla vendetta, "l'orco ha turato l'ingresso, ma certo ci sarà un'entrata di servizio. Voi restate qui; io cerco di individuarla."
"Attento, fratello" rispose Porcellino fra le lacrime. "Non farti fregare anche tu, perché ci metteresti in difficoltà. Un singhiozzo per il maestro, uno per te: io finirei per far confusione."
"Sta sicuro che non avrai bisogno di piangere anche me."
Il grande santo ripose la sua sbarra, strinse alla vita il gonnellino di tigre e si mise in cammino. Aggirando la rupe udì l'acqua gorgogliare: un ruscello scendeva dalla montagna e riceveva acque rossastre da un canale di scolo che usciva dalla rupe. Accanto all'origine del canale c'era una porticina mimetizzata nella roccia.
"Ecco l'entrata di servizio che cercavo. Sarà meglio che non mi presenti con la mia faccia: non mi darebbero il benvenuto. Mi trasformerò in una biscia d'acqua. Ma forse l'anima del maestro, negl'inferi, troverebbe da ridire su un monaco di formato serpentino. E se diventassi granchio? Ma il maestro direbbe che non è decente per un monaco avere tanti piedi."
Finì per trasformarsi in un ratto e scivolò con un fruscio attraverso la bocca del canale nella corte posteriore della grotta. Sotto il sole, i mostriciattoli sopravvissuti si davano da fare: trinciavano quarti di carne umana e disponevano i pezzi a seccare.
"Avi miei!" si disse Scimmiotto. "Magari quello è il maestro: non lo avranno mangiato tutto, e ne metteranno un po' da parte per le giornate piovose. Mi vien voglia di dargli una lezione, ma è troppo presto. Devo prima sapere dov'è l'orco e che cosa fa."
Uscì dunque dal canale di scolo e, con una scossa, si trasformò in una formica alata.
È debole e piccino, detto Grano di Pepe.
Resta a lungo nascosto per farsi crescer l'ali
E poi va per il mondo a mostrare talenti
Di stratega minuscolo. Sa preveder la pioggia,
Sa chiudere il suo nido con la terra e la cenere.
Così leggero e aereo, nessun lo può fermare,
Né mai trova barriera che possa fargli ostacolo.
Volò via fino alla sala grande e vide l'orco seduto in atteggiamento depresso e preoccupato, finché un mostriciattolo venne a dirgli: "Grande re, va tutto per il meglio! Mille gioie vi attendono!"
"Quali gioie potranno mai essere?"
"Mentre facevo la ronda sulla montagna, mi sono imbattuto in Porcellino, Scimmiotto e Sabbioso che piangevano davanti a un tumulo. Avranno sepolto la testa che gli abbiamo dato per quella del monaco cinese."
Scimmiotto si rallegrò: "A quanto pare, il maestro è ancora nascosto qui da qualche parte, e non l'hanno affatto mangiato. Bisogna che lo trovi e veda in che stato è; la mia conversazione con l'orco può aspettare."
Svolazzò dappertutto, finché scoprì in un angolo buio della sala un piccolo uscio sbarrato. Scivolò da una fessura e si trovò in un giardino in cui risuonavano gemiti di dolenti. Infatti, in fondo al giardino, si ergeva un gruppo di alberi ai quali erano legati due uomini: uno era Tripitaka. Per la gioia Scimmiotto riprese il proprio aspetto, e corse verso di lui.
"Eccoti qui, Consapevole del Vuoto" disse piangendo Tripitaka. "Levami da questo guaio, ti prego!"
"Piano, maestro, non vi fate sentire! Certo che vi leverò dai guai. Ci avevano raccontato di avervi divorato, e ci avevano ingannato mostrandoci la testa di qualcun altro. Li abbiamo già vinti una volta. Ora dovete pazientare e aspettare che sconfiggiamo definitivamente l'orco."
Rifattosi formica, il grande santo ritornò nella sala, invasa dai mostriciattoli giubilanti: si agitavano, si spingevano, urlavano come pazzi. Uno balzò fuori dal gruppo e dichiarò: "Vostra maestà, la nostra porta è stata così ben barricata da scoraggiare definitivamente quei monaci. Se non si fossero rassegnati, non avrebbero seppellito quella testa e non sarebbero rimasti a piangerla. Dopodomani, quando l'avranno pianta per tre giorni, avranno fatto il loro dovere e ritorneranno a casa loro. Propongo che a quel punto il monaco cinese sia tagliato a strisce sottili e fatto saltare in padella con pepe di fiori. Sarà una delizia d'aromi, senza contare che ci allungherà la vita."
"Secondo me, è meglio cuocerlo al vapore" gridò un altro.
"Se ci limitassimo a lessarlo, faremmo economia di legna" considerò un terzo.
"Dobbiamo tener presente che è un prodotto raro: bisognerebbe farcelo durare il più a lungo possibile" intervenne un quarto. "Propongo di metterlo sotto sale."
Scimmiotto, posato su una trave, ascoltava allibito: "Che cosa diavolo vi ha fatto, il mio povero maestro, per mancargli di rispetto in questo modo?" Si strappò un pelo, lo masticò e lo sputò intorno, trasformandolo in uno sciame di insetti del sonno. Essi si sparsero per ogni dove e penetrarono nelle narici dei mostriciattoli, che incominciarono a sbadigliare e in breve caddero a terra addormentati. Solo l'orco resisteva, si grattava il naso e starnutiva continuamente.
"Non comincerà a venirgli qualche sospetto? Sarà meglio usare dose doppia" si disse Scimmiotto. E gli gettò in faccia un altro insetto, che penetrò nell'altra narice e completò l'opera: anche l'orco si stese a russare rumorosamente.
Scimmiotto aveva il campo libero. Riprese il proprio aspetto, diede alla sua sbarra il diametro di un uovo d'anitra e con un colpetto sfondò la porticina segreta. Corse quindi nel giardino gridando: "Eccomi, maestro!"
"Slegami subito, discepolo; non ce la faccio più."
"Abbiate ancora un momento di pazienza; ammazzo l'orco e torno." Balzò nella sala e cambiò idea: "Non sta bene rompere la testa di uno che dorme. Sarà meglio che incominci con lo slegare il maestro." Ritornato all'albero, nuovi dubbi: "Non mi piace lasciarmi alle spalle un grosso pericolo."
A vederlo andare e venire, saltellante e pieno di incertezza, il reverendo non poté fare a meno di sorridere: "Suppongo che questa danza l'abbia inventata per esprimere la gioia di trovarmi vivo."
Quando alla fine Scimmiotto optò per slegarlo, il boscaiolo legato all'albero di fronte gridò: "Signoria, abbiate compassione, fate liberare anche me!"
"Consapevole del Vuoto" ordinò Tripitaka, "bisogna slegare anche lui."
"Chi sarebbe?"
"È un boscaiolo che è stato catturato un giorno prima di me. Ha una vecchia madre e una grande pietà filiale: bisogna proprio liberarlo."
Scimmiotto eseguì senza discutere. Uscirono all'aperto dalla porta di servizio e risalirono la scarpata.
"Mio saggio discepolo" constatò Tripitaka, "ti dobbiamo entrambi la vita. Dove sono Consapevole delle Proprie Capacità e Consapevole della Purezza?"
"Sono laggiù che vi piangono; chiamateli."
E Tripitaka gridò a gran voce: "Porcellino!"
Il bestione, cui girava la testa dopo tante lacrime, si soffiò il naso, si asciugò gli occhi e disse: "Ecco qua, Sabbioso: l'anima del maestro vaga per la montagna. Non senti la sua voce?"
"Scemo!" gridò Scimmiotto facendosi avanti. "Quale anima? Non vedi che è lui in carne e ossa?"
Sabbioso corse a inginocchiarsi davanti al maestro: "Quanti tormenti dovete aver subito! Come ha fatto a liberarvi il condiscepolo?"
Scimmiotto raccontò gli ultimi avvenimenti, che Porcellino ascoltava digrignando i denti e battendo intorno rastrellate; tanto che finì per sconvolgere il tumulo, e quando venne alla luce la testa che vi avevano sepolto, la spiaccicò con un colpo.
"Perché te la prendi con quei poveri resti?" lo rimproverò Tripitaka.
"Maestro, non so di chi fossero, ma li ho pianti anche troppo."
"Forse devo a lui se sono ancora vivo" osservò il reverendo. "Quando avete attaccato i mostri, si sono serviti di lui per ingannarvi e allontanarvi; ma se non lo avessero avuto a portata di mano, avrebbero potuto uccidere me. Del resto avete il dovere di seppellirlo, anche solo per lo spirito compassionevole che un monaco deve manifestare in ogni circostanza."
Il bestione raccolse i resti e ricostruì il tumulo.
"Ora, maestro, dovreste sedervi un momento e darmi il tempo di fare piazza pulita" disse Scimmiotto. Discese la scarpata, attraversò il torrente ed entrò nella grotta. Con le corde che erano servite per Tripitaka e per il boscaiolo, legò stretto l'orco, ancora addormentato, se lo caricò in spalla e ritornò dai suoi.
A vederlo venire da lontano, Porcellino sghignazzava: "Si vede che il condiscepolo è un facchino inesperto. Non sa equilibrare il carico e lo porta tutto da una parte."
Quando Scimmiotto posò il fardello ai suoi piedi, Porcellino levò il rastrello per colpire, ma Scimmiotto lo fermò: "Aspetta. La grotta è piena di mostriciattoli da sistemare."
"Portami anche quelli; te li sistemo io."
"Non perdiamo tempo inutilmente. Basta raccogliere legna e dar fuoco a tutto."
Il boscaiolo li guidò in cerca di bambù spezzati, rami morti di pino, vecchi tronchi cavi di salice, liane cadute, artemisie appassite, rovi secchi, giunchi morti. Ammucchiarono nella grotta tutta quella legna e le diedero fuoco, mentre Porcellino agitava le orecchie a mo' di ventola. Il grande santo, prima di uscire, non trascurò di ricuperare i peli che aveva trasformato in insetti del sonno.
I poveri mostriciattoli ebbero un pessimo risveglio in mezzo al fuoco ruggente; ben pochi riuscirono a sfuggire al rogo. La residenza trogloditica fu completamente devastata.
Quando i discepoli ritornarono dal maestro, l'orco si era risvegliato e Porcellino lo spedì all'altro mondo senza complimenti con un colpo di rastrello. La creatura riprese la sua forma originaria: era un grande leopardo, con le macchie della pelliccia a forma di foglie di artemisia.
"Il leopardo maculato può divorare una tigre" commentò Scimmiotto. "Meno male che lo abbiamo abbattuto: chissà quante altre vittime avrebbe colpito."
Dopo che il reverendo ebbe manifestato la sua gratitudine, si rimisero in cammino. Il boscaiolo propose: "La mia capanna è verso sud ovest, non lontano da qui. Potreste far visita alla mia vecchia madre e ricevere i suoi ringraziamenti. Poi vi guiderei alla strada maestra."
Il reverendo accettò volentieri e si avviò a piedi. Seguirono un sentiero sinuoso e presto giunsero in vista
Del muscoso sentiero lastricato,
Del graticcio che il glicine ricopre.
Sullo sfondo la cerchia di montagne
E il bosco dove cantano gli uccelli.
Folte quinte di pini e di bambù,
Prati fioriti e, lontana in un angolo,
Fra le siepi la piccola capanna.
Videro di lontano la vecchia madre, seduta su una panca, che piangeva il figlio perduto. Il boscaiolo corse a inginocchiarsi davanti a lei: "Mamma, eccomi qua!"
Lei lo abbracciò: "Figlio mio! Eri scomparso da molti giorni, pensavo che fossi stato catturato e ucciso dal signore della montagna. Perché sei stato lontano tutto questo tempo? Dov'è finita la tua ascia?"
"Il signore della montagna mi aveva davvero catturato" rispose il boscaiolo prosternandosi. "Mi aveva legato a un albero, e ho rischiato di perdere la vita. Quel signore che vedi è un arhat delle terre dell'Est, che va in cerca di scritture nel Paradiso dell'Ovest; è stato catturato e legato a un albero come me. Ma i suoi tre discepoli, che hanno grandi poteri magici, hanno colpito a morte il signore della montagna, che era poi uno spirito di leopardo maculato. I suoi mostri sono stati sterminati col fuoco. Insieme al reverendo, ho riacquistato la libertà anch'io: devo loro una gratitudine più alta del cielo, più vasta della terra. Senza di loro sarei morto. Ora la montagna è sicura: potrò andare in giro persino la notte senza correre pericoli."
La vecchia andò incontro ai quattro pellegrini e li guidò verso casa inchinandosi a ogni passo. Entrarono nella capanna, dove madre e figlio, dopo prosternazioni e altri segni di ringraziamento, prepararono alla svelta un pasto di magro.
"Fratello boscaiolo" disse Porcellino, "siete povera gente; non datevi pena, a noi bastano cibi semplici."
"È vero, su queste montagne manchiamo di molte cose. Non si trovano funghi, né pepe, né anice. Per dimostrarvi la nostra affezione, possiamo servirvi soltanto verdura selvatica."
"Lascia stare le chiacchiere, e pensa a sbrigarti. Il fatto è che sono proprio affamato."
"Farò presto, vedrete" rispose il boscaiolo.
Infatti la tavola fu subito preparata e furono servite verdure raccolte nei prati.
Dopo pranzo i viaggiatori si disposero a partire. Il boscaiolo non osava insistere perché rimanessero, ed esortò la madre a uscire per congedarli con nuovi ringraziamenti. Lui continuava a prosternarsi. Lei si aggiustò gli abiti, si munì di un bastone di giuggiolo e uscì ad accompagnarli. Il reverendo giunse le mani e disse: "Fratello boscaiolo, scusate se vi diamo ancora disturbo, ma vi pregherei di farci da guida. Ci congederemo sulla strada maestra."
Discesero lungo il corso del torrente alla ricerca della strada. Il reverendo si sentì preso dalla malinconia, e disse: "O discepoli!
Da quando ho abbandonato il mio signore
Ho viaggiato per l'Ovest senza fine.
Nessun guaio mi è stato risparmiato,
A stento son fuggito dagli artigli
Di mostri e streghe. Il mio cuore è votato
Ai tre panieri, tutti i miei pensieri
Sono rivolti all'altro mondo. Quando
Finiranno le prove che sopporto?
Quando ritornerò dalla mia meta?"
Disse il boscaiolo: "Reverendo, non siate in pena. La strada maestra, che ora potete vedere, in meno di mille li vi porterà in India, il paese della gioia assoluta."
Tripitaka smontò da cavallo: "Vi ringrazio di averci accompagnato tanto lontano. Ritornate a casa, fratello boscaiolo, e presentate a vostra madre i miei rispetti. Le siamo molto grati del sontuoso pranzo che ci ha offerto; reciteremo mattina e sera i sutra per assicurare a madre e figlio un secolo di vita piacevole."
Il boscaiolo si congedò e ritornò a casa. Maestro e discepoli proseguirono il loro viaggio. È il caso di dirlo:
Sconfitto l'orco e vinto il suo terrore
Se ne può ripartir senza rancore.
Se poi non sapete quanti giorni ancora fossero necessari per raggiungere il Paradiso dell'Ovest, ascoltate il seguito.