Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo87

087 IL GOVERNATORE CHE AVEVA LITIGATO CON LA MOGLIE · NEL GOVERNATORATO DI FENGXIAN, DOVE IL CIELO OFFESO NEGA LA PIOGGIA, SCIMMIOTTO INCITA AL BENE ED OTTIENE IL DONO DI ACQUAZZONI…

I quattro pellegrini, congedatisi dal boscaiolo, affrettarono il passo sulla strada maestra, allontanandosi dalle pendici dei Monti Spandinebbia. Dopo vari giorni di viaggio videro una città.

"Consapevole del Vuoto" gridò Tripitaka "vedi le mura e i fossati? Non saremo per caso arrivati?"

"No di certo!" esclamò Scimmiotto. "Il luogo in cui risiede il Buddha, detto anche Gioia Assoluta, non è una città. Dovete pensare piuttosto a un'area montuosa in cui gli edifici, le torri e le terrazze sono sparsi e non formano un agglomerato: così è fatto il Monastero del Colpo di Tuono sul Monte degli Avvoltoi. Per raggiungerlo bisogna arrivare in India; e non so dire a quale distanza si trovi dal confine. Questo che vediamo ha l'aria di essere il capoluogo di un governatorato; lo sapremo quando arriveremo."

Giunti alle mura, Tripitaka smontò da cavallo per superare la tripla serie di porte. Si resero conto che in città mancava ogni animazione: le strade erano deserte. All'ingresso del mercato incontrarono parecchie persone con l'abito blu dei servitori; alcuni di loro, con cappello e cintura, si tenevano sotto i portici ed erano evidentemente guardie della città. Poiché la gente ingombrava il passaggio e non dava segno di farsi da parte, il rude Porcellino gridò: "Fate passare!"

Gli uomini li guardarono e furono presi dalla paura: "Un mostro, guardate!" Qualcuno si sentì male. Le guardie si fecero avanti (ma tremavano anche loro) e chiesero da dove venissero.

Tripitaka prese energicamente il controllo della situazione, perché temeva che i discepoli provocassero guai con i loro modi. "L'umile monaco che sono è inviato da sua maestà dei grandi Tang dell'Est al Monastero del Colpo di Tuono, in India, per rendere omaggio al Buddha e sollecitare le scritture. La strada che seguiamo passa dalla vostra nobile contrada, di cui ignoriamo il nome. Ci siamo permessi di entrare in città a cercare un alloggio per la notte: vogliate scusarci se siamo invadenti."

"Il luogo dove vi trovate è un governatorato esterno dell'India" rispose una delle guardie, "e si chiama Fengxian, che significa 'Immortale delle Fenici'. Il paese è afflitto da una siccità che dura da molti anni. Noi abbiamo appunto l'incarico di affiggere un appello del governatore ai maestri della legge, perché invochino la pioggia e salvino la popolazione."

"Mostrateci l'appello" propose Scimmiotto.

"Eccolo qua. Stavamo pulendo il muro sotto il portico, dove dobbiamo incollarlo."

"Fateci dare un'occhiata."

Le guardie srotolarono il foglio, in cui si leggeva:

Con il presente appello il governatore Direttore del Governatorato di Fengxian, del grande paese dell'India, invita ogni maestro illuminato a celebrare una grande cerimonia di implorazione della pioggia in conformità della Legge del Buddha.

Ciò considerando che, nonostante la grande estensione del territorio del governatorato e le risorse del governo e della popolazione, una siccità che perdura da molti anni ha ridotto all'abbandono le coltivazioni private, rende incolti i terreni dell'esercito, prosciuga fiumi e canali, dissecca i pozzi ed esaurisce le sorgenti. I ricchi sono ridotti alla pura sussistenza, i poveri muoiono di fame. Lo staio di grano costa cento pezzi d'oro, la fascina di legna cinque once d'argento. Una bambina di dieci anni si scambia per tre pinte di riso, i figli maschi vengono abbandonati a chi li voglia. Nella città il timore della legge ancora incita gli infelici a pignorare le proprie cose pur di conservarsi in vita; ma nelle campagne non si contano i saccheggi e gli episodi di antropofagia che turbano l'ordine pubblico.

Il presente appello viene promulgato nella speranza che i saggi d'ogni dove verranno a invocare la pioggia salvatrice. Tale servizio meriterà grandi ricompense. Noi offriamo mille pezzi d'oro e la nostra riconoscenza; e questa non sarà vana promessa per chi ascolti il nostro appello.

Scimmiotto si incuriosì di un particolare: "Scusate, avete un direttore per governatore?"

"Direttore è il suo cognome."

"Dev'essere un cognome non comune" commentò Scimmiotto ridacchiando.

"Fratello" intervenne Porcellino, "si vede che da piccolo marinavi la scuola. Il cognome è registrato nel Classico dei patronimici, verso la fine(71)."

"Discepoli" li interruppe Tripitaka, "non perdete tempo in chiacchiere. Chi sia in grado di provocare la pioggia ha il dovere di soccorrere questo povero popolo: sarebbe un atto di misericordia senza uguali. Se non lo sappiamo fare, ripartiamo senza compromettere il nostro viaggio."

"Far piovere è facile" disse Scimmiotto. "Io son capace di invertire il corso dei fiumi e di vuotare l'acqua dei mari; posso muovere le stelle fisse e convocare le costellazioni, gettare il cielo in fondo al pozzo con un calcio, sputar nebbia e soffiar nuvole, spostare montagne, acchiappare la luna, convocar venti e tempeste: questi erano i miei giochi da piccolo. Che cosa ci sarebbe di speciale?"

Due guardie corsero difilato ad annunciare al governatore: "Vostra signoria, una gioia fra mille!"

Lui stava pregando davanti a due bastoncini d'incenso. "Di quale gioia si tratta?"

"Mentre affiggevamo il vostro appello, abbiamo incontrato quattro bonzi che si dicono inviati in cerca di scritture dai grandi Tang. Letto l'avviso, hanno affermato di essere in grado di far cadere tutta la pioggia che ci serve. Siamo corsi a informarvi."

Il governatore si aggiustò l'abito e corse subito al mercato; rinunciò a scorta, cavallo e palanchino, allo scopo di riuscire più obbligante con la sollecitudine e la cortesia.

Si udì annunciare: "Arriva il governatore!" La folla si aprì. Quando il governatore vide il monaco cinese si prosternò in mezzo alla strada, senza far caso a quanto erano brutti i suoi discepoli.

"Il mio nome è Direttore; sono l'umile ufficiale che esercita la funzione di governatore a Fengxian. Reverendo, ho appena bruciato incenso e fatto il bagno rituale per venirvi a implorare di salvare la popolazione con le vostre preghiere. Spero che, nella vostra grande compassione, ci saprete soccorrere con i vostri divini meriti."

Tripitaka rese il saluto e rispose: "Questo non è il posto più adatto per discutere. Potremmo recarci in un tempio o in un monastero?"

"Seguitemi nel mio umile yamen, maestro; è un luogo puro e pulito."

I pellegrini lo seguirono con cavallo e bagagli. Giunti alla residenza si fecero le presentazioni, e il governatore fece servire il tè e un pasto di magro. Porcellino aveva una fame da tigre digiuna. I servitori ne furono terrorizzati; andavano e venivano svelti come una lanterna girevole, per riempire continuamente ciotole di zuppa e piatti di riso che si vuotavano in un baleno. Faticarono per un bel pezzo, finché la fame si quietò. Alla fine Tripitaka porse i suoi ringraziamenti e chiese: "Vostra grandezza, da quanto tempo dura la siccità?"

"Il governatorato che comando

Appartiene al paese delle Indie.

Sono tre anni interi che non piove.

Non cresce nulla, i granai sono vuoti.

Per tutti, grandi e piccoli, gli affari

Vanno a rovescio. Nove focolari

Su dieci son ridotti senza mezzi.

Degli abitanti due terzi son morti

Di fame; e chi rimane è una candela

Esposta al vento. È una vera fortuna

Che al mio appello rispondan veri monaci.

Basta un dito di pioggia; in ricompensa

Daremo pezzi d'oro e gratitudine."

Scimmiotto rise: "In cambio di oro non avrete una goccia. Ma l'amore per la virtù e il perseguimento dei meriti possono ottenervi fior di acquazzoni."

Il governatore, che era un funzionario integro e saggio, amante del popolo, invitò Scimmiotto a sedersi al posto d'onore, si inchinò profondamente e disse: "Maestro, se ci accordate questa dimostrazione della vostra compassione, non oserò mai più offendere la virtù."

"Basta con le chiacchiere. Alzatevi. Posso importunarvi lasciandovi in custodia il mio maestro, mentre mi occupo dei vostri affari?"

"Che cosa conti di fare, fratello?" domandò Sabbioso.

"Voi due venite con me; mi servirete da assistenti, mentre convoco il drago per chiedergli la pioggia."

Porcellino e Sabbioso lo seguirono in fondo alla sala, mentre il governatore pregava e bruciava incenso e Tripitaka, seduto su un cuscino, recitava sutra.

Non appena Scimmiotto ebbe pronunciato le autentiche parole e recitato l'incantesimo, giunse da est un ammasso di nuvole scure che scesero al suolo nella corte. Il re drago del mare orientale, Aoguang, assunse forma umana e uscì dalle nuvole per inchinarsi davanti a Scimmiotto e chiedere: "Grande santo, mi avete convocato: che cosa posso fare al vostro servizio?"

"Alzati, prego; e scusami se ti ho fatto venire da tanto lontano. Il paese in cui ci troviamo soffre di siccità da molti anni; perché lo tieni all'asciutto?"

"Non dimenticate, grande santo, che il mio potere di provocare la pioggia è al servizio del cielo di Sopra. Come potrei avere la temerità di procedere senza le prescritte autorizzazioni?"

"Passando di qua abbiamo constatato che la popolazione soffre molto; perciò ti ho chiamato per chiederti aiuto. Adesso non cercare scappatoie."

"Non oserei mai. Del resto vedete che sono venuto subito, non appena mi avete convocato. Ma il dipartimento della pioggia non può muoversi senza ordini superiori; e come sapete, occorre l'intervento di diversi uffici e operatori. Visto che siete tanto incline alle opere buone, si potrebbe fare così: io torno a casa a predisporre i miei collaboratori e voi vi prendete la pena di presentarvi a rapporto lassù, per sollecitare l'autorizzazione a far piovere. Allora i funzionari daranno via libera ai draghi, e io farò cadere la quantità di pioggia decretata."

Scimmiotto, che non aveva scelta, si arrese e lasciò ripartire il drago; da parte sua uscì dal diagramma dell'Orsa Maggiore per andare a informare Tripitaka.

"Fai quello che occorre" gli disse il monaco cinese. "Ma guardati dal mentire."

"Badate voi al maestro" raccomandò Scimmiotto a Porcellino e Sabbioso. "Io salgo un momento in Cielo e torno subito." Ciò detto scomparve. Il governatore restò di sale: "Dov'è andato a finire il reverendo?"

"Ha fatto un salto in Cielo" lo informò Porcellino ridendo.

Il governatore fu invaso da sconfinato rispetto. Per conto suo fece diffondere l'ordine urgente di esporre in ogni casa le tavolette del re drago, di collocare davanti a ogni porta una giara d'acqua pura con rami di salice e d'onorare il Cielo bruciando incenso; ciò in tutta la città, nei viali e nei vicoli, nelle case dei grandi dignitari e in quelle del popolo minuto.

Intanto Scimmiotto, con una capriola nelle nuvole, era giunto alla porta ovest del Cielo, dove lo accolse il re Difesa del Regno con i suoi soldati e giganti: "Sei venuto a capo della tua impresa di cercar scritture, grande santo?"

"Quasi ci siamo: abbiamo raggiunto la frontiera dell'India e ci troviamo in un governatorato che si chiama Fengxian. È un posto in cui non piove da tre anni, e la popolazione soffre molto. Occorre acqua. Mi sono rivolto al re drago, ma non osa muoversi senza carta bollata: perciò sono venuto a pregare l'Imperatore di Giada di promulgare un editto."

"Non è un caso se sono rimasti all'asciutto. Ho sentito raccontare che il governatore di quel paese aveva offeso cielo e terra con la sua condotta. L'Imperatore di Giada ha fatto allestire un monte di riso, un monte di farina e un gran catenaccio d'oro, e ha condannato il paese a restare senz'acqua finché quegli oggetti non siano distrutti."

Scimmiotto non conosceva i fatti e insisté per ottenere l'udienza; il re celeste non osò trattenerlo. Davanti alla Sala della Penetrante Chiarezza incontrò i quattro grandi precettori celesti, che gli chiesero: "Quali affari vi portano da noi, grande santo?"

"Il governatore di Fengxian, dove siamo giunti con il mio maestro, mi ha incaricato di invocare la pioggia per il suo paese."

"La pioggia è vietata in quella regione" risposero i precettori.

"Vietata o no, fatemi vedere sua maestà; vediamo se sono ancora capace di combinare qualcosa."

"Conoscerai l'espressione popolare: una faccia tosta come quella della mosca nella ragnatela" rispose beffardo Ge Xianweng.

"Lascia perdere; facciamolo entrare" intervenne Xu Jingyang.

Tutti insieme lo introdussero nella Sala delle Nuvole Misteriose e annunciarono: "Vostra maestà, c'è qui Scimmiotto Consapevole del Vuoto, che si è trovato a passare dal governatorato indiano di Fengxian. È venuto a sollecitare un decreto di pioggia per quel paese."

"Dunque sarebbe per quel tale Direttore" rispose l'imperatore. "Ricordo benissimo: tre anni fa, il 25 della dodicesima luna, facevamo un giro d'ispezione nei diecimila cieli e nei tre mondi. Mentre passavamo dal suo paese, fummo testimoni della malvagità di quell'uomo: gettava ai cani le offerte dedicate al Cielo e bestemmiava in modo tremendo. Fu allora che feci allestire quelle tre cose nella Sala dei Profumi Avvolgenti. Fatele vedere a Consapevole del Vuoto: se vuole il decreto, quelle cose devono essere distrutte. Altrimenti faccia il piacere di occuparsi dei fatti suoi."

Scimmiotto fu accompagnato nella Sala dei Profumi, dove vide un monte di riso alto una diecina di tese e uno di farina alto venti tese. Un galletto non più grosso di un pugno becchettava il riso; un cagnolino giallo leccava la farina. Sulla sinistra, a un cavalletto di ferro, era appeso un catenaccio d'oro alto un piede e tre o quattro pollici, con la barra grossa come un dito; sotto il catenaccio ardeva una lampada, la cui fiamma lambiva la barra.

"Che cosa significa?" chiese Scimmiotto che continuava a non capirci niente.

I quattro precettori risposero: "Perché quel tizio che ha offeso il cielo riceva pioggia, il pollo dovrà beccare tutto il riso, il cagnolino leccare tutta la farina e la fiammella fondere la barra."

Scimmiotto ci rimase male, e uscì vergognoso e scoraggiato. I precettori risero e gli dissero: "Grande santo, non perdete l'ottimismo. Per risolvere le difficoltà basterebbe commuovere il Cielo con una buona azione, un pensiero di bontà e di compassione. Allora le montagne si dissolverebbero e il catenaccio si spezzerebbe. Provate a ricondurre quell'uomo al bene: se ci riuscite, la fortuna ritornerà spontaneamente."

Scimmiotto se lo tenne per detto e ripartì senza nemmeno congedarsi dall'imperatore. Alla porta, il re Difesa del Regno gli chiese come era andata. "Tutto come dicevi tu; l'imperatore non vuole promulgare il decreto. Ma i precettori mi hanno suggerito di provare a riportare al bene il governatore."

Ritornato nel mondo di Sotto e nello yamen, Scimmiotto si trovò circondato dalla folla dei funzionari che chiedevano notizie. Prese da parte il governatore e gli disse: "È tutta colpa vostra: tre anni fa, il 25 del dodicesimo mese, avete offeso il cielo e la terra."

Il colpevole si prosternò: "Come sapete ciò che è accaduto tre anni fa?"

"Rispondete a me: è vero che gettaste ai cani le offerte dedicate al Cielo? Vuotate il sacco."

"Durante il rito mi accapigliai con mia moglie, che non è una donna saggia. Mi arrabbiai tanto che rovesciai il tavolo delle offerte e urlai quello che mi veniva in mente. Il cibo si sparse per terra, e io chiamai i cani perché facessero piazza pulita. In seguito mi dispiacque molto di avere perduto le staffe in quel modo, e non so spiegarmi come sia potuto accadere. Ma non avevo idea che il Cielo si fosse offeso al punto da infierire su tutto il paese. Poiché mi onorate del vostro aiuto, spero che mi farete sapere di più sulle misure prese lassù nei miei confronti."

"Proprio quel giorno l'Imperatore di Giada faceva il suo giro di ispezione nel mondo di Sotto, e ha visto e sentito tutto. Se l'è legata al dito e ha fatto allestire tre cose per non dimenticare."

"Quali cose, fratello?" si intromise Porcellino.

"Ha fatto mettere nella Sala dei Profumi Avvolgenti un monte di riso alto dieci tese e uno di farina alto venti tese: un pollo becca il riso e un cagnolino lecca la farina. C'è poi un cavalletto di ferro che regge un catenaccio d'oro con la barra grossa un dito, sotto la quale arde una lampada. Perché qui piova, bisogna che lassù sia beccato tutto il riso, leccata tutta la farina e fuso il catenaccio."

"Non è difficile" rise Porcellino. "Portami con te: mi trasformerò in qualche modo e mi ci vorrà poco a ingoiare il riso e la farina. Poi romperò il catenaccio, e qui pioverà a catinelle."

"Non dire sciocchezze, bestione! Sono decreti del cielo di Sopra: là non fanno entrare uno come te."

"E allora come faremo?" si inquietò Tripitaka.

"La strada è un'altra" spiegò Scimmiotto. "Al momento di venir via, i precettori celesti mi hanno detto che può bastare un'opera buona per risolvere il problema."

Il governatore si prosternò e supplicò con voce implorante: "Sono pronto a ubbidire alle vostre istruzioni, maestro."

"Se vi pentite e vi volgete al bene, se vi impegnate senza indugio a leggere sutra e pregare il Buddha, potrò fare qualcosa per voi. Ma se non cambiate, io non potrò far niente; e al Cielo potrebbe venire in mente di far peggio, magari di mettere in pericolo la vostra vita."

Il governatore batté la fronte a terra e giurò di rifugiarsi nel Buddha, nella Legge e nella Comunità. Convocò subito preti e monaci, e fece rizzare un altare; durante una cerimonia che durò tre giorni furono scritte e inviate in cielo infinite suppliche.

Il governatore in persona guidava i fedeli nella preghiera, bruciando bastoncini d'incenso. Invocava Cielo e Terra, e si accusava dei suoi peccati. Tripitaka partecipava alla cerimonia leggendo sutra.

Avvisi urgenti diffusero a tutte le famiglie, di qualunque strato sociale, l'ordine di bruciare incenso e di pregare il Buddha. Quando si udì salire da tutta la città il brusio ininterrotto delle preghiere, Scimmiotto si rivolse a Porcellino e Sabbioso: "Badate voi al maestro; io faccio un'altra scappata lassù."

"Che cosa vuoi fare, fratello?" chiese Porcellino.

"Mi pare che il governatore ce la stia mettendo tutta. Torno dall'Imperatore di Giada per supplicarlo di nuovo."

"Sbrigati" concluse Sabbioso. "Porta a buon fine la tua incombenza, in modo che possiamo riprendere il viaggio."

Quando Scimmiotto giunse alla porta del Cielo, il re celeste gli chiese: "Ancora qui?"

"Quel governatore si è convertito."

Proprio in quel momento giunse il messaggero che recava testi taoisti e rescritti buddisti compilati a Fengxian come suppliche. Egli si complimentò con il grande santo: "Il merito di queste buone intenzioni è tutto dei vostri incitamenti al bene."

"Dove porti le carte?"

"Nella Sala della Penetrante Chiarezza, perché i precettori celesti le sottopongano all'attenzione dell'imperatore di Giada."

"Vengo con te."

Ma il re celeste disse: "Grande santo, non occorre che tu chieda un'altra udienza all'Imperatore di Giada. Puoi andare direttamente all'ufficio di Risposta al Primordiale, su al nono cielo, e chiedere che ti assegnino le divinità del tuono. Quando avrai tuoni e fulmini, la pioggia sarà assicurata."

Scimmiotto seguì il consiglio e salì al nono cielo, dove incontrò il delegato allo sportello del Tuono, il cancelliere addetto alle Rettifiche dei Registri e l'ispettore della Incorruttibilità. "Qual buon vento vi porta, grande santo?"

"Avrei bisogno di vedere per affari il Venerabile celeste."

Quest'ultimo si aggiustò la veste e scese giù dalle sue nubi di cinabro con le nove fenici.

"L'affare per cui mi sono permesso di disturbarvi nel vostro stimato ministero è una richiesta di pioggia per il paese di Fengxian, che è afflitto da una tremenda siccità. Volevo sollecitare l'assistenza dei vostri addetti al tuono."

"C'è tutta una storia sul governatore di Fengxian. Non so se sia permesso far piovere da quelle parti."

"So tutto. Me ne ha parlato ieri l'Imperatore di Giada, e i precettori celesti mi hanno mostrato il monte di riso e tutto il resto. Quando mi hanno visto scoraggiato, mi hanno spiegato che sarebbe stato sufficiente ricondurre al bene il governatore e i suoi: perché il Cielo deve ascoltare la gente per bene. Il ritorno al bene è avvenuto; quella gente ha pregato tanto che ancora mi ronzano le orecchie. Il messaggero delle suppliche ha già portato all'Imperatore di Giada un gran pacco di documenti che provano la conversione avvenuta. Perciò mi sono permesso di venir qui direttamente."

"Se le cose stanno così, grande santo, metto subito a vostra disposizione Deng, Xin, Zhang e Tao, insieme alla Madre del Fulmine."

La compagnia partì immediatamente e giunse ben presto nei cieli della regione di Fengxian, dove predispose le proprie operazioni. I fulmini rigavano lo spazio e il tuono rimbombava.

I fulmini sono serpenti d'oro; il tuono è il chiasso di un'incredibile quantità di insetti. Giganteschi fuochi fatui, boati come se sprofondassero le montagne. Crepe di fiamma che illuminano tutto il cielo; scuotimenti che fanno barcollare la terra. Quando brilla la riga rossa, montagne e fiumi tremano per mille leghe.

Erano giusto tre anni che a Fengxian non si udiva un tuono. In città e nei sobborghi, ufficiali, soldati e gente comune si inginocchiavano davanti all'insolito spettacolo. Chi si metteva un bruciaprofumi sulla testa, chi agitava i rami di salice; tutti ripetevano: "Namo Amitâbha Buddha! Namo Amitâbha Buddha!"

Queste grida di buoni pensieri commuovevano il cielo di Sopra, come dice il vecchio poema:

Dell'uomo non c'è pensiero

Che sfugga alla terra e al cielo.

Se non fossero pagati

Bene e male, l'universo

Ne resterebbe sconvolto.

Infatti, quando l'Imperatore di Giada vide gli incartamenti dei preti taoisti e dei monaci buddisti, recati dal messaggero delle suppliche, dichiarò: "Vedo che questa gente è piena di buoni pensieri; andate a vedere a che punto sono quelle tre cose."

Un ufficiale incaricato della sorveglianza della Sala dei Profumi Avvolgenti riferì: "Le montagne di riso e di farina sono scomparse; il catenaccio d'oro si è rotto."

Da parte sua, il ciambellano di servizio introdusse il tudi, gli dèi delle mura e dei fossati, il dio del suolo e diverse altre divinità locali, che dichiararono unanimi: "Il governatore e la popolazione della città si sono convertiti al bene, rendono omaggio al Buddha e onorano il Cielo; non manca all'appello una sola famiglia. Perciò vi supplichiamo di manifestare la vostra compassione e di far cadere la pioggia."

L'Imperatore di Giada si rallegrò e promulgò il seguente decreto:

I dipartimenti del vento, delle nuvole e della pioggia, in conformità del presente ordine, si rechino nel governatorato di Fengxian e oggi stesso, alla tal ora, azionino il tuono, spargano le nuvole e versino tre piedi e quarantadue gocce di pioggia.

I quattro precettori trasmisero il decreto agli uffici competenti, che si mobilitarono immediatamente per coordinare l'esecuzione e sostenere il prestigio degli dèi nel mondo di Sotto.

Scimmiotto si trovava in compagnia di Deng, Xin, Zhang e Tao, i quali avevano già ordinato alla signora Fulmine di mettersi al lavoro; quando giunse una tal folla di divinità da riempire tutto il cielo. Il vento soffiava ammassando le nuvole, e presto piovve a dirotto. Che bellezza!

Spesse e pesanti nubi, nera e densa caligine: il carro del tuono rotola fragoroso, a tratti illuminato dai fulmini. Brontola il temporale, l'acqua cade a rovesci. È il caso di dirlo: un pensiero rivolto al Cielo, mille speranze esaudite. Grazie all'iniziativa del grande santo, su monti e fiumi oscurati per mille leghe si rovescia la pioggia e inzuppa la campagna, batte sulle tettoie, spruzza le finestre.

La gente se ne sta chiusa dentro casa, mentre l'acqua ruscella nei sei viali e nei tre mercati. I canali sono in piena da est a ovest, i meandri dei torrenti si congiungono da nord a sud. I germogli si gonfiano, gli alberi secchi riprendono vita. Nei campi fioriscono frumento e canapa; crescono i fagioli negli orti intorno ai villaggi.

I mercanti ritrovano la gioia del commercio, i contadini il gusto dell'aratura. Ora grano e miglio prosperano; il raccolto sarà abbondante.

Il popolo vive contento, se la pioggia cade al momento giusto. Mare liscio e fiumi limpidi sono pegno di pace universale.

Quando furono caduti tre piedi e quarantadue gocce di pioggia, le divinità riposero l'attrezzatura. Ma Scimmiotto gridò con voce tonante: "Divinità dei quattro dipartimenti, aspettate un momento con i vostri arnesi: vado a cercare il governatore perché vi presenti i suoi ringraziamenti. Dovreste aprire un varco in mezzo a tutte queste nuvole e farvi vedere di sotto. La gente, cari miei, crede a ciò che vede; solo se vi mostrate potete contare sulla loro vera fede e su un culto durevole e convinto."

Gli dèi si tennero a mezz'aria, mentre Scimmiotto ritornava a terra. Il governatore lo venne a ringraziare, inchinandosi a ogni passo.

"Non ringraziate me" disse Scimmiotto. "Ho trattenuto per voi le divinità dei quattro dipartimenti: fareste bene a convocare più gente per esprimere la vostra gratitudine. Quando vi avranno visto in faccia, ritorneranno più volentieri a farvi visita e recar pioggia."

Fu subito diffuso un nuovo invito urgente alla popolazione, perché pregasse il Cielo e bruciasse incenso. Le nubi si dissiparono, e tutti videro gli dèi in gloria nella loro vera forma.

Come tutti sanno, i quattro dipartimenti sono quelli della pioggia, del tuono, delle nuvole e del vento. Si vedevano dunque:

il re drago che rivela la sua immagine, il guerriero del tuono che inarca il suo corpo gigantesco, il ragazzo delle nuvole che fa capolino e il conte del vento che si degna di comparire.

Il drago ha il volto celeste con le barbe d'argento. L'imponente generale Tuono ha una gran bocca con gli angoli rivolti all'ingiù. Il ragazzo delle nuvole è molto carino, con la faccina di giada e il berrettuccio d'oro. Il conte del vento sbarra gli occhi tondi sotto le sopracciglia cespugliose. Se ne stanno sulle nuvole azzurre come sopra un altare da cerimonia. Ora la gente di Fengxian sa in quali dèi credere, brucia bastoncini d'incenso e si distoglie dalle male azioni. I loro cuori saranno puri e rivolti al bene, perché oggi hanno visto i guerrieri del Cielo.

Gli dèi si pavoneggiarono per due ore buone, mentre i fedeli continuavano a genuflettersi e prosternarsi.

Scimmiotto risalì da loro per salutarli e disse: "Grazie del disturbo che vi siete preso; ora potete ritornare in ufficio. Penserò io a organizzare offerte e ringraziamenti, che la gente del posto vi assicurerà con fede sincera nei momenti stabiliti. A voi si chiede di dare una mano, recando vento ogni cinque giorni e pioggia ogni dieci."

Le divinità promisero e se ne tornarono ai rispettivi dipartimenti.

Ritornato da Tripitaka, il grande santo propose: "Ora che il caso è risolto e il popolo in pace, possiamo chiudere le valigie e ripartire."

Ma si fece avanti il governatore: "Che cosa dite mai, vostra signoria!" gridò inchinandosi. "Voi avete compiuto un atto d'incommensurabile bontà. Mi sono permesso di farvi preparare un modesto banchetto per testimoniare la nostra gratitudine. Acquisteremo un terreno perché le vostre signorie ci fondino un monastero; costruiremo un santuario per rendervi fin da vivi il culto delle quattro stagioni, davanti alla tavoletta su cui incideremo i vostri nomi. Anche se me li incidessi nel cuore, non soddisferei la decimillesima parte del debito che abbiamo tutti verso di voi. Come potete parlare di ripartire?"

"Non voglio certo contestare il fondamento delle parole di vostra grandezza" rispose Tripitaka. "Ma devo ricordarle che siamo in viaggio per l'Ovest. Non possiamo ritardare troppo il nostro cammino; al massimo un paio di giorni."

Il governatore non voleva saperne. La sera stessa mise all'opera molte persone per preparare il banchetto e per edificare il santuario.

L'indomani fu dedicato a un sontuoso festino, che il monaco cinese fu invitato a presiedere, con Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso accanto a sé. Nel corso dell'intera giornata, il governatore e i suoi ufficiali li servirono a suon di musica. Fu una bella festa; lo dicono anche i versi:

Dolce la pioggia dopo lungo tempo

Di siccità! Tornano ad animarsi

I canali e i mercati. Ed è l'effetto

D'un pensiero, il ritorno della fede.

Il male d'altri tempi si è dissolto

Coi tre tesori. Torna sulla terra

L'età dell'oro e il raccolto abbondante.

Al festino del primo giorno seguì un banchetto il giorno successivo. Poi si dedicò un giorno a una funzione religiosa di resa di grazie, e un altro ai complimenti e ringraziamenti d'uso. Alla fine passarono quindici giorni. I lavori del monastero e del santuario per il culto ai pellegrini erano già molto avanzati. Il governatore li invitò a ispezionare il cantiere.

"Sono edifici enormi! Come avete fatto a erigerli in così poco tempo?"

"Molti operai ci hanno lavorato giorno e notte, spinti dalla gratitudine e dai miei ordini. Venite a vedere da vicino."

"Siete proprio un saggio governatore, che unisce alla virtù la competenza" disse sorridendo Scimmiotto.

Il monastero aveva sale e padiglioni imponenti e un magnifico portale d'ingresso, che tutti lodarono. Scimmiotto suggerì al maestro di dargli un nome.

"Lo chiameremo" disse Tripitaka "Monastero del Buon Soccorso di Lunga e Dolce Pioggia."

"Che bel nome!" approvò il governatore.

Una folla di monaci, cui erano state inviate placche dorate per invitarli a intervenire, celebrò le cerimonie e bruciò l'incenso. Il santuario dei pellegrini era stato eretto a sinistra della sala grande; ogni anno vi si dovevano recare le offerte delle quattro stagioni. C'erano anche il tempio del dio del Tuono, quello del re drago e così via: uno per ciascuna delle divinità che avevano portato soccorso. Dopo l'ispezione si preparò la partenza.

Quando la gente apprese che non sarebbero rimasti più a lungo, fu una gara per fornir loro il viatico; ma essi non accettarono un soldo. Tutti gli ufficiali, in corpo e deputazione, li vollero scortare per più di trenta li, con fanfara e bandiere spiegate; e anche allora non si risolvevano a lasciarli andare, e li guardarono allontanarsi con le lacrime agli occhi. Il corteo che li aveva scortati si mosse per ritornare solo quando furono scomparsi all'orizzonte.

I monaci divini lasciano il Buon Soccorso.

Concede il grande santo le sue grazie a ciascuno.

Se poi non sapete quanto tempo occorse, dopo questa partenza, per incontrare il Buddha, ascoltate il prossimo capitolo.