Riferisce il racconto che, dopo aver preso lietamente congedo dal governatore, il monaco cinese sul suo cavallo si rivolse al Novizio: "Saggio discepolo, questa buona azione è ancora più meritoria del salvataggio dei bambini del regno di Bhiksu; e il merito è tutto tuo."
"Si capisce" fece coro Sabbioso. "A Bhiksu furono salvati mille centoundici bambini; ma questa pioggia ha salvato diecine o centinaia di migliaia di vite umane. Mi meraviglio anch'io della potenza magica del nostro condiscepolo anziano, e della sua compassione che copre la terra intera."
"È la bontà in persona, ma solo per gli altri" sogghignò Porcellino. "In famiglia, invece, è una disgrazia. A me sa solo pestare i piedi."
"Quando mai ti avrei pestato i piedi?" domandò Scimmiotto.
"Tante volte. A vedermi legato, appeso, lessato o cotto sotto la cenere, tu ci provi gusto. Dopo tutta la compassione che hai riversato su un milione di persone nel governatorato di Fengxian, che cosa ti costava lasciarmici stare per sei mesi? Là prendevo bei pasti regolari, secondo l'appetito; che fretta c'era di scappar via?"
"La solita bestia" brontolò Scimmiotto. "Pensi solo a riempirti la pancia. Piantala e cammina."
Porcellino non osò replicare; con una smorfia si assestò i bagagli sulla spalla e seguì ansimando gli altri, che affrettavano il passo.
Il tempo correva veloce come la spola; presto ritornò l'autunno.
Scompare il rigoglio della vegetazione, si assottiglia il mantello delle montagne. Le foglie rosse volano nel vento. Le limpide notti, in cui la luna bianca si affaccia alle finestre, sono seguite da chiare mattine gelate. Nel crepuscolo risplende la fredda acqua del lago davanti alle case dai comignoli fumanti.
Profumano le felci, prospera il poligono rosso, il frutto del mandarino è ancora verde, ma l'arancia già si colora di giallo. L'oca selvatica si rifugia nel casolare abbandonato, il gallo di campagna celebra cantando la raccolta dei fagioli.
Dopo lungo cammino i quattro pellegrini videro nuovamente levarsi all'orizzonte la massa scura di una cinta muraria.
"Consapevole del Vuoto" disse il reverendo indicandola con il frustino, "ecco un'altra città. Come si chiamerà?"
"Non abbiamo mai viaggiato da queste parti" rispose Scimmiotto. "Come volete che lo sappia? Quando arriveremo, lo chiederemo ai suoi abitanti."
Dal vicino boschetto sbucò un vecchio che si appoggiava a una canna di bambù, con l'abito leggero stretto alla vita da una striscia di stoffa a uso di cintura, calzato di sandali di fibre di palma. Tripitaka smontò da cavallo e lo salutò a mani giunte. Il vecchio si fermò e rese il saluto: "Da dove venite, reverendo?"
"L'umile monaco che sono è mandato dalla corte dei Tang a salutare il Buddha nel Monastero del Colpo di Tuono. Vediamo una città di cui ignoriamo il nome. Avreste la bontà di farcelo sapere, caro donatore?"
"Maestro di meditazione che conoscete la Via, sappiate che la nostra umile regione è una provincia dell'impero dell'India, che si chiama Yuhua, cioè 'Splendore di Giada'. Il signore della città, principe di Yuhua, è un membro della famiglia reale. È un principe saggio: rispetta il buddismo e il taoismo, e ama il popolo. Se lo andrete a trovare, vi riceverà di sicuro con rispetto."
Tripitaka lo ringraziò. Quando il vecchio si fu allontanato, ritornò verso i discepoli per riferire le notizie; essi vollero aiutarlo a risalire a cavallo, ma lui rifiutò: "Non occorre: la strada da fare è poca."
Proseguirono dunque a piedi attraverso i sobborghi, animati da un'intensa attività commerciale. Per lingua e aspetto, gli abitanti non differivano dai cinesi.
"Mi raccomando, prudenza!" diceva Tripitaka. "Non provochiamo incidenti!" Porcellino camminava a testa bassa, Sabbioso cercava di nascondere la faccia. Solo Scimmiotto procedeva noncurante, tenendo il maestro per mano. La gente si spingeva per guardarli; tutti esclamavano: "Di monaci eminenti, capaci di sottomettere tigri e draghi, ce ne sono anche qui. Ma non avevamo mai visto un bonzo come questo, che doma scimmie e maiali."
Porcellino, irritato, finì per alzare il grugno e dire: "Quando mai un bonzo riuscirebbe a sottomettere il re dei maiali?"
La gente si sbandò dallo spavento; cercavano rifugio nelle porte, qualcuno scivolava e cadeva.
"Bestia!" gridò Scimmiotto. "Nascondi la tua brutta faccia e non dire malignità. Bada a dove metti i piedi, che attraversiamo un ponte."
Il bestione abbassò il grugno, ma continuò a ridacchiare fra sé. Dopo il ponte sospeso, superarono la porta della città e si inoltrarono per i larghi viali affollati, fiancheggiati da taverne e da case di piacere. Era la grande capitale di una regione importante, come dicono i versi:
Dietro mura di ferro la città sta sicura:
Fra l'acque e la montagna, ignora la paura.
Navigando sul lago i mercanti le recano
Ogni specie di merce. Le taverne si sprecano:
Gran tavole imbandite, e musiche, e follie.
Fuman mille comignoli nelle sue lunghe vie.
Ti sembra di abitare a Chang'an la divina:
Persino cani e gatti litigan come in Cina.
Tripitaka pensava: "Ho tanto sentito parlare di questi paesi barbari dell'Ovest: tutto sommato sono uguali alla Cina. Ecco perché questo è detto il paese della gioia assoluta."
Sentì che un moggio di riso costava quattro decimi di oncia d'argento, e l'olio di sesamo otto millesimi la libbra; questo lo convinse di essere giunto nel paese di Bengodi.
La città era grande e bisognò camminare a lungo per giungere alla residenza del principe. Intorno alla piazza c'erano anche gli uffici amministrativi, la corte di giustizia, il servizio delle cucine e l'albergo per i visitatori.
"Discepoli" disse Tripitaka, "aspettatemi qui. Entro nella residenza per far vistare il passaporto, e poi ce ne andremo."
"Dobbiamo restare qui in piedi?" domandò Porcellino.
"Non hai visto l'insegna? 'Albergo per i visitatori'. Andate a sedervi là dentro" rispose Tripitaka. "Chiedete se si può acquistare foraggio per il cavallo. Nel caso che il principe ci invitasse a pranzo, ve lo farò sapere."
"Maestro, non vi preoccupate" assicurò Scimmiotto. "Ci penso io."
Sabbioso portò i bagagli dentro l'albergo. Erano tanto brutti che il personale di servizio non osò avvicinarsi, né tanto meno metterli alla porta. Perciò si sedettero dove vollero.
Intanto il maestro si era presentato all'ufficiale di servizio, che inoltrò la sua richiesta di udienza; e il principe, che era effettivamente un saggio, lo ricevette subito. Tripitaka lo salutò tenendosi a rispettosa distanza, ma il principe lo fece salire accanto a sé e lo invitò a sedere. Quando Tripitaka gli presentò il passaporto, esaminò incuriosito i sigilli e le scritte di tanti strani paesi, e aggiunse la propria firma con evidente piacere. Poi ripiegò il documento, lo posò sul tavolo e chiese: "Reverendo, avete attraversato molte contrade. Che distanza c'è da qui al paese dei grandi Tang?"
"Non saprei con precisione. La pusa Guanyin disse una volta che la mia meta era lontana cento ottomila li. Durante il viaggio l'inverno è ritornato quattordici volte."
"Quattordici anni! Suppongo che il vostro cammino sarà stato ritardato da molti ostacoli."
"Non me ne parlate. Diavoli e mostri a migliaia. Non sono riuscito a tenere il conto di tutte le prove che ho dovuto superare prima di giungere nel vostro bel paese."
Il principe prese in simpatia il visitatore e lo invitò a pranzo.
"Fuori mi aspettano tre giovani discepoli. Non oso accettare, perché temo che siamo in ritardo sulla tabella di marcia" obiettò Tripitaka.
"Ciambellano, esci a cercare i discepoli del reverendo e invita a pranzo anche loro."
L'ufficiale non trovò nella strada nessun eminente discepolo, ma uno dei suoi suggerì: "Pare che ci siano in albergo tre bonzi mostruosi; forse saranno loro." L'ufficiale entrò a interpellare l'albergatore: "Dove sono i discepoli del monaco dei grandi Tang? Siamo incaricati di invitarli a pranzo."
Porcellino, che sbadigliava seduto su una seggiola, come udì la parola 'pranzo' balzò in piedi: "Eccoci qua!"
L'apparizione provocò un accidente al povero ciambellano; fu preso dal panico e strillò: "Che orrore! Un diavolo porcello!"
Scimmiotto intervenne per rimettere ordine: "Via, fratellino, un po' di civiltà! Non spaventare la gente con le tue cattive maniere."
Le guardie si misero a strillare: "Un altro fantasma! È uno spirito scimmia!"
Sabbioso giunse cerimoniosamente le mani e fece notare: "Non è il caso di spaventarsi, signori; siamo appunto i monaci che cercate."
"Questo è il dio del camino! Il protettore della fuliggine!"
Gli ordini sono ordini. Le guardie tremanti dovettero guidare i tre alla residenza e li introdussero nella sala di udienza. Ma anche il principe trasalì, quando alzò gli occhi su di loro. Tripitaka se ne accorse e giunse le mani: "Altezza, rassicuratevi. I miei rozzi discepoli sono brutti, ma hanno buon cuore."
Porcellino tirò giù una riverenza e berciò: "L'umile monaco che vedete vi saluta!", con l'effetto di spaventarlo del tutto.
"Come potete immaginare, ho dovuto reclutare i miei discepoli sui monti selvaggi; perciò sono tanto goffi e non conoscono le buone maniere. Spero ardentemente che vorrete perdonarli."
Il principe dominò la paura e si affrettò a spedire i pellegrini a pranzare nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza.
Mentre si recavano al padiglione, Tripitaka se la prese con Porcellino: "Somaro maleducato! Potevi almeno star zitto. Come apri la bocca, rovesci le montagne."
Scimmiotto si mise a ridere: "Dovevi fare come me. Ho fatto riverenze, io? Tutta energia risparmiata."
"Magari ci potevamo inchinare tutti insieme. Ma lui spinge sempre avanti il suo grugno e grufola dappertutto" aggiunse Sabbioso.
"Mi prendete sempre in giro" si lagnò Porcellino. "L'altro giorno il maestro diceva che per essere educato devo salutare. Adesso, che non devo. Insomma, che cosa devo fare?"
"Ti ho detto di salutare la gente quando la incontri" precisò Tripitaka, "e non di metterci in ridicolo davanti a un principe. Non conosci il detto: ci sono persone di qualità, come merci di qualità? Come puoi ignorare la differenza fra un nobile e un tizio qualsiasi?"
Durante il battibecco erano giunti nel luogo destinato, dove l'ufficiale di mensa li fece accomodare e ordinò di servire il pasto. Maestro e discepoli tacquero e mangiarono.
Intanto il principe, lasciata la sala d'udienza, si ritirò negli appartamenti privati. I suoi tre giovani figli lo videro comparire con il volto turbato e chiesero: "Che cosa vi è accaduto?"
"Ho ricevuto un bonzo delle terre dell'Est in cerca di scritture, che è venuto a far vistare il passaporto. È un uomo straordinario, e l'ho invitato a pranzo; quando mi ha detto di avere tre discepoli, ho invitato anche loro. I tre sono entrati senza rispettare il rituale dei saluti, e già questo non mi è piaciuto. Quando poi li ho guardati in faccia, ho visto tali orribili diavoli, che non dovete stupirvi se sono ancora pallido."
I tre principini erano appassionati cultori di arti marziali. Subito arrotolarono le maniche e strinsero i pugni: "Non saranno creature malefiche delle montagne camuffate in forma umana? Aspettate che ci armiamo e andiamo a vedere di che si tratta."
Il maggiore impugnò una sbarra, il secondo un rastrello a nove denti e il terzo una canna laccata di nero. Uscirono quindi di casa con aria fiera e minacciosa, gridando: "Dove sono questi bonzi in cerca di scritture?"
"Principini" risposero inginocchiandosi gli ufficiali di mensa, "sono seduti a tavola nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza."
I giovani vi fecero irruzione e gridarono: "Siete uomini o diavoli? Rispondete, se tenete alla vita."
Tripitaka, pallido di spavento, lasciò cadere la ciotola e si inchinò: "L'umile monaco che sono è un inviato della corte dei Tang. Sono un uomo, non una creatura malefica."
"Tu l'aspetto d'uomo ce l'hai; ma gli altri tre sono proprio diavoli!"
Porcellino continuava a mangiare come se niente fosse. Sabbioso e Scimmiotto risposero: "Siamo esseri umani anche noi. La bruttezza del volto non esclude la bontà del cuore, né il corpo grossolano la bellezza dell'anima. E voi tre chi siete, per entrare qui a dir sciocchezze?"
"Sono le loro altezze, i figli del nostro principe" risposero per loro gli ufficiali di mensa.
Porcellino alzò il naso dal piatto: "Vedo che siete armati, giovani altezze. Avreste per caso intenzione di battervi?"
Il secondo figlio si mise in posa di combattimento, brandendo a due mani il rastrello a nove denti. Porcellino scoppiò a ridere: "Il tuo rastrello è il nipotino neonato del mio." Lo levò dalla cintura e lo roteò cavandone mille raggi di luce dorata. Poi lo maneggiò intorno alla sua testa, con sibili acuti e melodiosi. Il giovane principe era inchiodato dallo stupore e non osava muoversi.
Scimmiotto vide che il maggiore usava come arma una sbarra, ed estrasse da dietro l'orecchio il suo ago cerchiato d'oro. Gli diede il diametro di una tazza e la lunghezza di due o tre tese, ne piantò la punta nel suolo con un colpo secco a una profondità di tre piedi, e disse ridendo: "Prendi questa, ragazzo: te la regalo." Il principino gettò la propria sbarra e cercò di impugnare quella meraviglia. L'afferrò con entrambe le mani e diventò rosso per lo sforzo, ma non c'era niente da fare: non riuscì a muoverla di un pelo, come se avesse messo radici.
Il terzo principe, che aveva il temperamento più focoso, si gettò all'attacco con la sua canna laccata di nero. Sabbioso lo scartò con la mano, tirò fuori il suo bastone ammazza diavoli e lo mulinò provocando uno spettacolare fascio di nuvolette iridate.
Gli ufficiali rimasero a bocca aperta; i tre giovani principi si inchinarono e dissero: "Maestri! Noi siamo comuni mortali, e non ci eravamo resi conto di chi foste. La nostra speranza è che ci accordiate una dimostrazione della vostra abilità, e che ci accogliate come discepoli."
Scimmiotto riprese la sua sbarra e rispose: "Volentieri. Ma qui non abbiamo spazio sufficiente. Permettete che salga al piano di sopra e vi procuri un piccolo divertimento."
Sacripante di un grande santo! Fece una capriola e balzò in aria con un sibilo acuto. A trecento piedi da terra si arrestò, fece scaturire sotto i suoi piedi una nuvola multicolore ed eseguì molte figure con la sua sbarra, come la 'fontana di fiori sopra il baldacchino' o il 'drago giallo che avvolge le spire', ora girando in senso orario, ora turbinando in senso antiorario. Uomo e sbarra formavano figure di ricamo su broccato. A un certo punto l'uomo scomparve e si vide solo la sbarra, che roteava vorticosamente incendiando di colori tutto il cielo. Porcellino applaudiva; infine non poté resistere e urlò a gola spiegata: "Aspetta che vengo a divertirmi anch'io!"
Bravo bestione! Salì sulle ali del vento e inventò una danza maneggiando il suo rastrello: tre colpi in alto, quattro in basso, cinque a sinistra, sei a destra, sette in avanti, otto indietro. Quell'arma scatenata produceva il rumore di un temporale. Sabbioso, eccitato, si rivolse al reverendo: "Maestro, permettete che mi eserciti anch'io."
Fece un balzo a piedi giunti e ascese in cielo menando fendenti con il suo bastone, che si lasciava dietro scie di faville. Lo maneggiò a due mani nelle figure della 'fenice color cinabro che guarda il sole' e della 'tigre affamata che si getta sulla preda'. A rapido attacco, lenta parata; ad astuta finta, brusca risposta.
Le aeree esibizioni dei tre condiscepoli erano smaglianti.
Non è certo comune la figura
Della meditazione. Vien riempito
Lo spazio dalle cause della Via.
Metallo e legno mostrano potenza,
Perfetta comprensione mostra Spatola.
Delle armi divine che maneggiano
Rivelano la grande perfezione.
Il vaso di cinabro è ovunque oggetto
Di adorazione. Per quanto sublime
Sia l'India, ha pur qualcosa da imparare:
I principi di Yuhua apprenderanno
Che cosa sia tenere il giusto mezzo.
I giovani principi, impressionati, si erano inginocchiati nella polvere. Lo spettacolo si vedeva da lontano: non solo il personale del padiglione, ma il principe stesso nella sua residenza e tutta la cittadinanza, uomini e donne, civili e militari, preti e laici, monaci e suore; non vi fu uno che non si prosternasse pronunciando il nome del Buddha, né focolare in cui non si ardesse incenso pronunciando preghiere.
Le apparenze rinviano a verità;
Ed è questo il motivo per cui i monaci
Salvan l'umanità. Ora è posto il frutto
Sul cammino del bodhi: quivi giunta
Ogni cosa si appaga meditando.
I tre condiscepoli, completata la dimostrazione dei loro talenti, abbassarono a terra le loro nuvole e riposero le armi. Resero poi omaggio a Tripitaka, giungendo le mani, lo ringraziarono e andarono a sedersi ai loro posti, dove per ora il racconto li lascerà.
I principini corsero dal padre in gran festa: "Incontriamo un'occasione fortunata fra mille! Avete visto lo spettacolo nel cielo?"
"Ho visto nubi iridate, manifestazioni di divinità, e ho bruciato incenso con vostra madre. Ma non so a quale presenza di dèi o di immortali fosse dovuta."
"Non erano dèi o immortali: erano i brutti discepoli di quel monaco in cerca di scritture. Le loro armi preferite sono uguali alle nostre, perciò abbiamo chiesto loro una dimostrazione. Le luci che avete visto venivano dalle loro esibizioni. Non avevamo mai assistito a niente di tanto meraviglioso. Ci piacerebbe averli come maestri e imparare le loro tecniche: ci sarebbero utili per difendere il paese, e ne acquisteremmo meriti senza pari. Che cosa ne pensate?"
Il principe diede il suo consenso. I pellegrini, che si preparavano a ripartire, si videro comparire davanti i ragazzi e il padre, che si inchinarono profondamente. Il reverendo fu preso dal panico e si gettò nella polvere; i suoi discepoli si tennero da parte. Il principe li invitò tutti nella residenza privata a bere il tè.
Quando si furono seduti, prese la parola il principe: "Maestro, vorrei pregarvi di una cosa, ma non so se i vostri eminenti discepoli acconsentiranno."
"Siamo tutti agli ordini di vostra altezza; i miei umili discepoli non vi negheranno nulla."
"Devo scusarmi con voi per aver creduto, incontrandovi, che foste dei semplici monaci mendicanti venuti dal lontano paese dei Tang. I miei occhi mortali non hanno visto altro e, senza volerlo, vi ho mancato di rispetto. Ma ora che abbiamo ammirato nel cielo le danze guerriere di mastro Scimmiotto, mastro Porcellino e mastro Sabbioso, sappiamo che siete buddha e immortali. I miei figli ne sono rimasti incantati. Hanno una vera passione per le arti marziali e aspirerebbero, con il massimo rispetto e devozione, ad apprendere i rudimenti di quest'arte. Spero che i reverendi abbiano la magnanimità di insegnar loro qualcosa. Dimostreremo la nostra gratitudine facendovi ponti d'oro."
Scimmiotto si mise a ridere: "Si vede, altezza, che non vi intendete di monaci come noi. In primo luogo, non chiediamo di meglio che di arruolare discepoli; e il nostro scopo è di volgerli al bene. In secondo luogo, non si parla di denaro."
La risposta piacque al principe, che immantinente ordinò un grande festino di ringraziamento.
Tappezzerie di seta, volute meraviglia quei croccanti al miele, d'incenso, tavole incrostate d'oro da abbagliare gli occhi. Le seggiole laccate sono ricoperte da cuscini di broccato ricamati. Il tè dall'aroma penetrante accompagna frutta appena colta, quattro piatti di pasticceria dolce e leggera, e due piatti di pani deliziosi. Che quegli anellini fritti nell'olio e glassati di zucchero!
Dalle bottiglie di vino di riso si versa una bevanda superiore al nettare di giada. Il tè è quello divino di Yangxian: un aroma più squisito della cannella.
Danze, canti e spettacoli diversi allietavano i convitati. Maestro e discepoli si godettero il restante corso della giornata con la famiglia principesca. Le mense furono tolte solo quando cadde la sera. Allora i pellegrini furono ospitati nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza; si offerse loro un bagno caldo profumato e si prepararono ricchi letti e cortine. Questo è il momento in cui
Splendon le stelle. Il canto del poeta
Si estingue in un bisbiglio sul guanciale.
Crescono rigogliose nella notte
Le erbacce sul sentiero. Regnerebbe
Il silenzio, se a tratti non giungesse
Rumore di pignatte dal cortile
Del vicino. A quest'ora soffrirai
La nostalgia del tuo paese. Il grillo
Cantando sotto il letto, ti dimostra
Che ti capisce, ma non fa dormire.
La mattina seguente, il principe si recò con i figli a visitare i reverendi. Il giorno precedente avevano ricevuto l'omaggio dovuto ai principi, e ora toccava a loro di rendere quello dovuto ai maestri. I tre ragazzi si prosternarono e chiesero: "Rispettati maestri, potremmo dare un'occhiata alle vostre armi?"
Porcellino mise a terra il suo rastrello, Sabbioso appoggiò alla parete il bastone ammazza diavoli. I due principi più giovani cercarono di afferrarli, ma sembravano libellule alle prese con colonne di pietra: la faccia si arrossava per lo sforzo, ma non c'era verso di smuoverli. Il fratello maggiore li richiamò: "Fratelli, è inutile, non ce la fate. Mi chiedo quanto pesino queste armi divine."
"Il mio rastrello non è pesantissimo" rispose ridendo Porcellino. "Cinquemila quarantotto libbre, compreso il manico: il numero dei rotoli della Legge."
"E il vostro prezioso bastone quanto pesa?" chiese il principe più giovane.
"Lo stesso peso, cinquemila quarantotto libbre" rispose Sabbioso.
Il maggiore voleva vedere la sbarra cerchiata d'oro, e Scimmiotto la trasse da dietro l'orecchio e le diede il diametro di una tazza; poi la piantò in terra davanti a lui.
"Mastro Porcellino e mastro Sabbioso nascondono le loro armi sotto i vestiti. Come mai mastro Scimmiotto tiene invece la sua dietro l'orecchio? E come fa a diventare tanto grande?"
Scimmiotto si mise a ridere: "Ragazzi miei, questa non è una sbarra come potreste trovarne posate accanto al camino. Il suo ferro venne
fuso da Yu il Grande al tempo in cui il caos incominciava a separarsi. Egli fece questa sbarra per sondare mari, fiumi e laghi. Dopo che ebbe spaccato le montagne e drenato le acque, quando si stabilì la grande pace, la sbarra giacque dimenticata in fondo all'oceano orientale. Passavano gli anni, e la sbarra acquistò pian piano la capacità di emanare luce e di mutare le proprie dimensioni.
"Il destino ha voluto che finisse nelle mie mani. Posso renderla più piccola di un ago o alta fino al cielo. Si chiama 'A piacer vostro' oppure 'Cerchi d'oro', ed è un oggetto unico in terra come in cielo.
"Il suo peso sarebbe di tredicimila cinquecento libbre, ma può crescere o ridursi. Con essa ho messo sottosopra i palazzi del Cielo e forzato le porte dell'Inferno. Dovunque ha vinto tigri e draghi, e sottomesso mostri e lamie. Dèi e diavoli la temono: il sole impallidisce di spavento a vedersela puntare contro.
"Come vedete, non è ferro comune, ma viene dalla notte dei tempi."
I principini rinnovarono i segni di omaggio e di rispetto, e li pregarono di impartire i loro insegnamenti.
"Insegnamenti di che genere?" domandò Scimmiotto.
"Per ciascuna delle vostre armi, chi le adopera ci potrebbe insegnare come servirsene."
"Insegnare è facile" sorrise Scimmiotto, "ma per imparare occorre una forza adeguata; se manca, è come disegnare la tigre con i tratti del cane. Come dicevano gli antichi, insegnamento senza rigore: maestro inetto - sapere insufficiente: allievo incapace. Se proprio lo volete con tutto il cuore, prima bruciate incenso al Cielo e alla Terra. Poi vi trasmetterò un po' della forza divina che occorre per praticare questa specie di arti marziali."
I principini entusiasti corsero a procurarsi un altare, si purificarono con abluzioni, bruciarono incenso e pregarono rivolti al cielo. Poi dichiararono: "Siamo pronti."
Scimmiotto si rivolse a Tripitaka e lo salutò rispettosamente; quindi dichiarò: "Onorato maestro, il vostro discepolo sollecita indulgenza. Da quando mi avete liberato con la vostra eminente virtù al Monte delle Due Frontiere, non sono mai venuto meno ai precetti della dottrina. Per quanto lontano sia dallo sdebitarmi verso di voi, in tutto questo lungo viaggio verso Occidente vi ho servito con tutte le mie forze e il mio cuore, scalando i monti e attraversando le acque. Ora che siamo giunti a una contrada del paese del Buddha, ho la fortuna di incontrare questi giovani principi, che ci prestano omaggio perché vogliono apprendere le arti marziali. Se diventano nostri discepoli, per voi saranno come dei nipotini. Prima di procedere, sento il dovere di sottoporre rispettosamente il caso al mio maestro."
Tripitaka fu felice di dare il proprio consenso.
Porcellino e Sabbioso si affrettarono a imitare Scimmiotto. Si prosternarono davanti a Tripitaka e gli dissero: "Maestro, sapete che non siamo bravi a parlare, ma speriamo che autorizzerete anche a noi a prendere questi ragazzi come discepoli e a divertirci un po'. Sarà un bel ricordo del nostro viaggio."
E Tripitaka diede il consenso anche a loro.
Allora Scimmiotto condusse i tre principini nella stanza più silenziosa del padiglione, tracciò il diagramma dell'Orsa Maggiore e li invitò a sdraiarvisi con gli occhi chiusi. Pronunciò nella mente le parole di un incantesimo, recitò alcune formule e alitò il suo fiato magico nelle loro viscere, rinviando le divinità primordiali al loro luogo d'origine. In questo modo trasmise a ciascuno dei ragazzi il segreto che moltiplicava la loro forza per mille e diecimila. Poi, con l'acqua e il fuoco, rinnovellò le loro ossa e i loro muscoli. Compiuto il ciclo, li risvegliò.
I ragazzi si levarono da terra stropicciandosi gli occhi: si sentivano pieni di energia. Avevano acquistato una forza straordinaria: il maggiore fu capace di sollevare la sbarra cerchiata d'oro, quello di mezzo il rastrello a nove punte e il minore il bastone ammazza diavoli.
Il principe loro padre era fierissimo ed emozionato: si precipitò immediatamente a far preparare un altro banchetto di ringraziamento. L'insegnamento continuò durante il banchetto, e ciascuno dei principini dava saggio di quanto imparava. Riuscirono a eseguire varie figure e trucchi, ma a prezzo di grande fatica. Dopo un po' ansimavano, e si resero conto che non riuscivano a continuare: quelle armi magiche mutavano continuamente di peso e di dimensioni. Il gioco era bellissimo, ma loro - comuni mortali - non potevano reggerlo a lungo. Il banchetto durò fino a sera.
L'indomani i principini ritornarono a ringraziare: "Divini maestri, vi siamo riconoscenti della forza che ci avete fatto acquistare; tuttavia maneggiare le vostre armi non è facile per noi. Ci piacerebbe farle imitare nella foggia, ma in materiali consueti, di peso costante e più leggero. Però ci chiediamo se acconsentirete."
"Ma certo" approvò Porcellino. "È un'idea sensata. Voi non sapete maneggiare le nostre armi, e noi comunque non potremmo lasciarvele, perché ci occorrono per difendere la Legge contro i diavoli."
I figli del principe convocarono dunque dei fabbri e fecero acquistare diecimila libbre di ferro e d'acciaio. L'officina fu collocata nella corte anteriore, con forgia e fornace. Il primo giorno fu dedicato a preparare il metallo; il secondo giorno le tre armi furono consegnate agli artigiani perché le copiassero.
Ahimè! quelle armi fatate e luminescenti si sarebbero dovute tenere coperte per non attirare l'attenzione. Lasciate giorno e notte all'aperto, diffusero intorno mille raggi di luce e riversarono ogni specie d'influsso benefico. Ciò finì per attirare l'attenzione di una creatura malefica che abitava a una settantina di li dalla città, in una grotta detta Gola di Tigre, sulla Montagna del Leopardo. Nel cuore della notte notò l'inspiegabile luminosità, salì su una nuvola per veder meglio, e scoprì la fonte del fenomeno nella corte del palazzo.
"Che tesori meravigliosi!" si disse il mostro ardendo di bramosia. "Chi li avrà messi là? È un'occasione da non perdere."
Sollevò un gran vento, si impadronì delle tre armi e le portò nel suo rifugio. Come si dice:
Nemmeno per un momento
Tu puoi lasciare la Via.
Ciò che lasci non è Via(72).
Perdute le armi divine,
Ascesi e meditazione
Andran forse a farsi friggere?
Se poi non sapete come si poteva fare a ricuperare quelle armi, leggete il seguito.