Il racconto ci ha narrato come il grande santo uscisse incontro al nemico con Porcellino e Sabbioso. Si trovarono di fronte una banda di mostri, che erano leoni di vario pelo: al centro Leon Fulvo, a sinistra Grifone e Mordi Elefante, a destra Ippogrifo e Accoppa Donnole, alla retroguardia Leone Gibbone e Leone delle Nevi. In mezzo a loro stava un leone a nove teste, accanto al quale Faccia Blu reggeva una bandiera ricamata di broccato. Imbroglio Strano e Strano Imbroglio, sui lati, sventolavano stendardi scarlatti. Era uno schieramento bellico da manuale, con andamento a falce di luna.
Porcellino si fece avanti, con la sua solita aggressività grossolana, a lanciare insulti: "Ruba tesori, mostro da strada! Dove hai trovato questa banda di complici spelacchiati?"
"Maledetto furfante rapato!" gridò Leon Fulvo digrignando i denti. "Ieri mi avete aggredito tre contro uno, e io mi sono ritirato. Il vantaggio vi poteva bastare. Invece vi siete accaniti sui miei, mi avete incendiato la casa, devastato la montagna e distrutto il clan. Il mio odio per voi è più profondo del mare. Ora badate a voi, ve la farò pagare!"
Il bravo Porcellino brandì il rastrello, e vennero alle prese. Nessuno dei due riusciva a prevalere, quando giunsero alla riscossa Leone Gibbone, che roteava un tribolo di ferro, e Leone delle Nevi, che maneggiava una sferza triangolare.
"Venite al momento giusto" gridò Porcellino; fece una gran parata orizzontale e si gettò contro tutti e tre.
Sabbioso si affrettò a impugnare il suo bastone per correre in suo aiuto. Quando Grifone, Ippogrifo, Mordi Elefante e Accoppa Donnole cercarono di intervenire, Scimmiotto li fronteggiò con la sbarra cerchiata d'oro. Grifone usava una mazza, Ippogrifo un martello di bronzo, Mordi Elefante una lancia d'acciaio e Accoppa Donnole un'ascia da guerra. Sette leoni contro tre bonzi, tutti quanti inferociti: che battaglia!
Con ascia e martello, con tribolo e mazza,
La lancia, la sferza e il gran raschiatoio,
Quei sette leoni accerchiano i monaci
Con grida di guerra e intenti omicidi.
Oppone Sabbioso il forte bastone,
La sbarra cerchiata è ovunque presente,
Abbaglia il rastrello ed è Porcellino
Portato da un vento di folle ferocia.
Si copre davanti e para alle spalle
Ciascuno, mostrando valore guerriero.
Le torri e le mura contese risuonano
Del cupo rullar dei tamburi di guerra.
Lo scontro durò fino a sera. Quando il sole giunse al tramonto Porcellino, la bava alla bocca, si sentì le gambe molli: fece una finta, ruppe le righe e fuggì.
"Dove credi di andare?" gridarono Leone delle Nevi e Leone Gibbone. Il bestione non riuscì a schivare un colpo del flagello triangolare, che lo raggiunse alla spina dorsale e lo fece cadere a terra grugnendo: "Porca miseria!"
I due mostri lo acchiapparono per le setole e per la coda, e lo trascinarono davanti al leone a nove teste: "Ecco qua, nonno, ne abbiamo catturato uno."
La battaglia di Scimmiotto e Sabbioso aveva alterne vicende. Dapprima dovettero ritirarsi; poi Scimmiotto si strappò un ciuffo di peli e li trasformò in un centinaio di Scimmiottini, che impegnarono gli avversari. Al cader della notte, erano riusciti a catturare Grifone e Ippogrifo, mentre Mordi Elefante e Accoppa Donnole erano volti in fuga.
Quando Leon Fulvo ne informò il nonno, questi ordinò di legare Porcellino senza infierire su di lui: "Faremo uno scambio di prigionieri. Se sono tanto pazzi da uccidere i nostri, Porcellino la pagherà con la vita."
A notte i mostri si acquartierarono nei sobborghi della città.
Scimmiotto portò sotto le mura i suoi leoni; il principe fece aprire una porta della città e mandò una trentina di soldati a legarli e a portarli dentro. Il grande santo ricuperò i suoi peli e salì con Sabbioso sulla torre dov'era Tripitaka.
"Che battaglia tremenda!" esclamò quest'ultimo. "Avete notizie di Consapevole delle Proprie Capacità?"
"Non gli accadrà niente" rispose Scimmiotto. "Anche noi abbiamo fatto dei prigionieri, perciò vedrete che non lo toccheranno. Legate bene i nostri leoni; domani procederemo allo scambio."
"Maestro" chiesero i giovani principi prosternandosi, "al principio combattevate da solo, ma dopo che avete simulato una ritirata vi abbiamo visto moltiplicato per cento. Alla fine, in città siete entrato voi solo. Che magia è questa?"
"Dovete sapere" rispose ridendo Scimmiotto, "che ho sul corpo ottantaquattromila peli, e basta un pelo per fare dieci copie di me stesso; ogni copia si può moltiplicare. Potrei fare eserciti di milioni o miliardi di mie trasformazioni: questo è il metodo del corpo oltre il corpo."
I principini si inchinarono di nuovo fino a terra. Poi si cenò in cima alla torre; su ogni merlo c'era una lanterna o una bandiera. Suonavano in continuazione gong, tamburi e raganelle; grida e colpi di cannone scandivano le ore.
All'alba il patriarca dei leoni convocò Leon Fulvo per comunicargli il piano che aveva escogitato: "Voi farete del vostro meglio per catturare Scimmiotto e Sabbioso; nel frattempo io piomberò dal cielo sulla fortezza e mi impadronirò del monaco cinese, del principe e dei suoi figli. Li porterò nella Grotta della Nonupla Numinosità e aspetterò là il vostro ritorno vittorioso."
Leon Fulvo prese il comando dei fratelli e li condusse contro la città in un gran turbine di vento, per provocare il nemico a battaglia.
Scimmiotto e Sabbioso, dalle mura, gridavano invettive a squarciagola: "Sporche canaglie! Restituite Porcellino finché siete in tempo! Non avete altro modo di salvare la pelle; altrimenti vi schiacceremo, vi faremo a pezzi!"
I mostri vennero all'attacco senza degnarsi di rispondere. Scimmiotto e il compagno giocavano d'astuzia per tenerli a distanza. Fu uno scontro molto diverso dal giorno prima:
Una violenta bufera spazza rabbiosa la terra, spesse nubi nere coprono il cielo: rotolano pietre, turbina la sabbia, gli alberi si abbattono sradicati. La paura invade anche i cuori di tigri e lupi, di dèi e diavoli. La lancia feroce e l'ascia lucente sono spietate quanto la sbarra, il raschiatoio e il martello di bronzo. Vorrebbero impadronirsi di Sabbioso e mangiar vivo Scimmiotto.
Il grande santo maneggia la sua arma con stupefacente abilità. Il bastone di Sabbioso è famoso ben oltre le mura dei palazzi del cielo. Questa volta mobilitano tutti i loro poteri magici per coprirsi di gloria e ripulire dai mostri l'Occidente.
Mentre il combattimento giungeva al culmine, il vecchio mostro salì su una nuvola nera e si lanciò verso la torre. Gli bastò mostrare le zanne per mettere in fuga la guarnigione. Niente gli impedì quindi di afferrare coi denti Tripitaka, il principe e i suoi figli; al ritorno afferrò anche Porcellino. Il fatto è che possedeva nove teste; con sei persone fra i denti, gli restavano libere tre bocche per gridare: "Io me ne torno a casa!"
A vederlo allontanarsi dopo avere felicemente compiuto il ratto, i cinque leoni raddoppiarono il loro impegno.
Scimmiotto udì le grida che si alzavano dalle mura e capì di essere caduto in un tranello. Si strappò molti peli, li masticò coscienziosamente e ne fece migliaia di Scimmiottini, che catapultarono Leone Gibbone a testa in giù, si impadronirono di Leone delle Nevi, catturarono Mordi Elefante, rovesciarono Accoppa Donnole e picchiarono a morte Leon Fulvo. Solo Faccia Blu, Strano Imbroglio e Imbroglio Strano riuscirono ad approfittare del parapiglia per fuggire.
Gli ufficiali della guarnigione aprirono le porte e presero in consegna i cinque leoni. La principessa in lacrime venne a informare Scimmiotto: "Divino maestro, le loro altezze, padre e figli, insieme al vostro maestro, hanno perduto la vita. Che ne sarà adesso di questa povera città?"
"Non piangete, saggia principessa" rispose il grande santo, che nel frattempo aveva ricuperato i suoi peli. "Noi abbiamo nelle nostre mani i sette leoni; non temete per la vita dei vostri. Domattina di buon'ora ci recheremo nel rifugio del vecchio mostro: vi assicuro che lo acchiapperemo e riporteremo la vostra famiglia sana e salva."
La principessa, con tutte le dame del palazzo, si prosternò davanti a Scimmiotto: "Possano le loro altezze essere conservate in vita, e il loro regno venir consolidato."
Scimmiotto diede disposizioni agli ufficiali: "Leon Fulvo è morto, non resta che scorticarlo. Gli altri sei leoni devono essere solidamente legati. Ora ci porterete un pasto di magro, e poi andremo a dormire. Non perdete la calma, disponete le guardie per la notte e prendete il vostro riposo. Vi garantisco che tutto finirà bene."
Il giorno dopo, il grande santo raggiunse con Sabbioso il Monte dei Nodi di Bambù. Che insieme maestoso appariva dall'alto delle nuvole! Si vedevano
una fila di picchi aguzzi, un gran burrone in fondo al quale rumoreggia il torrente, un broccato di fiori profumati ai piedi delle rupi. L'antico sentiero sale serpeggiando verso le cime.
La gru è la sola compagna del pino; quando la nuvola si muove, sembra che il picco che vi si appoggiava debba cadere.
Il gibbone nero va a caccia di frutti e di sole; i cervi brucano fiori e si godono il tepore. A contrasto con il canto delicato della fenice azzurra, le voci dei pappagalli sembrano roche.
Di primavera rivaleggiano i fiori dei peschi e dei prugni; d'estate le chiome dei salici e delle sofore. D'autunno sbocciano i fiori gialli; d'inverno volano i fiocchi di neve. La bellezza delle quattro stagioni e delle otto feste gareggia con gli splendidi paesaggi delle isole di immortali.
Mentre contemplavano la montagna, scorsero Faccia Blu che sbucava da una valletta. "Ferma!" gridò Scimmiotto. "Dove vai?"
Il mostriciattolo, terrorizzato, fuggì a gambe levate; i due monaci si lanciarono all'inseguimento, ma lo persero di vista. Si trovarono davanti a una residenza trogloditica: i due battenti di pietra venata della porta d'ingresso erano ermeticamente chiusi. Sulla fronte una lastra orizzontale recava una scritta in dieci grandi caratteri di stile calligrafico regolare:
GROTTA DEI NOVE MEANDRI TORTI E RITORTI
DEL MONTE DEI NODI DI BAMBÙ DELLE MILLE MERAVIGLIE
Il mostriciattolo era entrato là dentro ed era corso ad avvertire il padron di casa: "Signore e padre, sono arrivati i due bonzi."
"Ci sono anche i re leoni?"
"Non li ho visti. C'erano solo i due bonzi che scrutavano la montagna. Io sono scappato e loro mi hanno inseguito."
Il vecchio mostro abbassò la testa e le lacrime gli scesero dagli occhi: "Che disgrazia! Mio nipote Leon Fulvo è morto e gli altri sono stati imprigionati nelle carceri della città. Come vendicarli?"
Porcellino soffriva in un angolo, legato come un salame insieme ai principi e a Tripitaka. Quando udì il vecchio parlare dei prigionieri, si sentì sollevato e mormorò: "Maestro, tranquillizzatevi. A quanto pare i condiscepoli hanno vinto e catturato i mostri, e ora ci vengono a liberare."
Intanto il vecchio ordinò: "Ragazzi, voi fate attenzione, mentre vado a catturare quei due per dargli il castigo che meritano."
E infatti uscì senza indossare armatura né impugnare arma alcuna. La porta fu spalancata (si sentivano gli strilli di Scimmiotto, là fuori) e il mostro si precipitò all'attacco. Il Novizio e Sabbioso si misero sulla difensiva.
Il vecchio scosse il capo, e subito gli sbucarono le altre otto teste, tutte con le fauci spalancate. Afferrarono saldamente fra i denti Scimmiotto e Sabbioso e li portarono dentro la grotta. Qui il mostro ordinò: "Portate le corde." Faccia Blu e i due Imbrogli corsero a legare stretti gli ultimi venuti.
"Scimmia maledetta!" urlava il vecchio mostro. "Tu hai catturato i miei nipoti, ma io ho in mano quattro bonzi e quattro principi; mi sembrano ostaggi sufficienti per garantire la loro vita. Ragazzi, prendete un bastone chiodato di salice e date una buona bastonatura sulla testa di questo infernale macaco, come acconto sulla vendetta per la morte di mio nipote Leon Fulvo."
Ciascuno dei tre mostriciattoli impugnò un bastone di salice e si diede a colpire il Novizio. Si sa che il corpo di Scimmiotto era forgiato e temprato: i colpi gli facevano solletico. Perciò subiva serenamente le loro furie senza far motto. Ma Porcellino, Tripitaka e i principi avevano la pelle d'oca. Presto i bastoni si ruppero e bisognò sostituirli.
Sabbioso, a disagio, finì per chiedere che un centinaio di colpi li dessero a lui. "Sta buono" gli rispose il vecchio mostro. "Se pensi di passarla liscia, ti sbagli. Domani verrà il tuo turno."
"Dunque il mio turno sarà dopodomani" ansimò Porcellino.
Quando cadde la sera, il vecchio ordinò: "Basta così, ragazzi. Accendete le lampade e riposatevi; io mi ritiro nell'Antro del Broccato di Nuvole a schiacciare un pisolino. Voi fate la guardia. Domattina si ricomincia."
I tre portarono le lampade. Dal momento che ci provavano gusto, invece di riposare ripresero a picchiare i bastoni sulla testa di Scimmiotto: sembrava che suonassero il tamburo. Ma alla fine caddero addormentati.
Quando tutto tacque, Scimmiotto si rimpicciolì, scivolò fuori dalle corde che lo stringevano, si scosse il pelo e rassettò l'abito. Poi cavò la sbarra da dietro l'orecchio e le diede il diametro di una secchia e la lunghezza di due tese.
"Bestiole immonde, avete picchiato il vostro signore e padre quanto vi è piaciuto. Ora toccherà a voi assaggiare la mia bacchetta: vediamo che effetto vi fa."
Diede loro un colpetto e li ridusse a carne da ragù. Poi allungò il lucignolo della lampada e si avvicinò ai prigionieri per liberarli, incominciando da Sabbioso. Quello sventato di Porcellino, che non ne poteva più, si mise a strillare: "Slegami per primo, fratello! Ho i piedi gonfi!"
Le proteste del bestione destarono il vecchio mostro, che si alzò a sedere sul letto e borbottò: "Slegare che cosa?" Scimmiotto spense la lampada con un soffio e scappò via, sfondando le porte al suo passaggio.
Il mostro arrivò di corsa nella sala: "Ragazzi, perché avete spento la luce? Non sarà mica scappato qualcuno?"
Nessuna risposta. Il mostro accese una torcia e vide i tre piccoletti spiaccicati per terra. Tripitaka, Porcellino e i principi erano sempre là, ma Scimmiotto e Sabbioso mancavano all'appello. Si gettò all'inseguimento e scoprì Sabbioso che cercava di nascondersi dietro un pilastro del portico; lo gettò a terra e lo legò di nuovo. Di Scimmiotto non si vedeva traccia; a giudicare dalle porte rotte, era chiaro che era fuggito all'aperto. Il vecchio riparò alla bell'e meglio i battenti scardinati.
Scimmiotto, uscito dalla grotta, era ritornato al volo nella città di Yuhua, dove gli vennero incontro le divinità locali e gli dèi tutelari della città. "Si può sapere perché mi venite a trovare solo questa notte?" gridò il grande santo.
"Eravate ospite del saggio principe, e non osavamo disturbare. Ma ora abbiamo saputo che il principe è stato catturato dai nemici del grande santo, e siamo venuti a presentare i nostri omaggi."
Fra gli altri si fecero avanti il rivelatore Testa d'Oro, le sei divinità del giorno e le sei della notte, che presentavano un tudi prigioniero: "Grande santo, abbiamo arrestato questo ruffiano di dio locale."
"Perché siete venuti qui a far confusione, invece di restare sul Monte dei Nodi di Bambù a proteggere il maestro?" tuonò Scimmiotto.
"Grande santo, il mostro ha catturato di nuovo il generale delle Cortine Arrotolate. Constatando quanto è grande la sua forza magica, abbiamo portato con noi il tudi della montagna: lui conosce le origini del mostro. Se lo interrogate, vi darà informazioni utili per liberare il santo monaco e il saggio principe."
Il tudi si prosternò tremante e riferì: "Quel vecchio mostro venne ad abitare sulla montagna due anni fa. Gli altri leoni vivevano già nella Grotta dei Nove Meandri, e quando giunse il vecchio lo onorarono come avo. Se volete eliminare quel leone a nove teste, il solo mezzo è di recarsi nell'estremo oriente, al Palazzo della Scogliera delle Meraviglie, e chiedere l'intervento del suo padrone. Non c'è altro modo di catturarlo."
Scimmiotto rifletté: "Sulla Scogliera delle Meraviglie risiede il venerabile celeste Salvatore dell'Uno Supremo. In effetti il suo trono appoggia su un leone a nove teste." E diede queste istruzioni: "Voi, rivelatore, ritornate da dove venite, riportate il tudi a casa sua e proteggete i prigionieri. Gli dèi tutelari della città restino a guardia delle mura. Io vado e torno."
Le divinità si divisero i turni di guardia, mentre Scimmiotto filava dritto alla porta est del Cielo. Era l'ora yin, circa le quattro del mattino. Si imbatté nel re celeste Vasto Sguardo, con i suoi soldati e colossi, che lo accolse rispettosamente giungendo le mani e chiese: "Dove va il grande santo?"
Scimmiotto rese il saluto e rispose: "Faccio un salto al Palazzo della Scogliera delle Meraviglie."
"Come mai questa gita nel cielo orientale, quando la tua strada ti porta a occidente?" chiese il devarâja.
"Il venerabile celeste che vado a trovare è il padrone di un mostro con cui siamo venuti alle prese. Avevamo accettato i figli del saggio principe della città di Yuhua come allievi d'arti marziali, quando ci siamo scontrati con una banda di leoni capeggiata da quel bel tomo."
"Mostri e maestri si fanno concorrenza(74)" scherzò il devarâja.
Scimmiotto rise e corse via per la sua strada. Giunse ben presto alla Scogliera delle Meraviglie, dove si ammiravano
le nubi iridate in vari strati, le volute di vapori porporini, la distesa delle tegole d'oro, ardenti come un mare di fiamme, statue di giada che rappresentano animali a guardia dell'ingresso, il doppio arco fiorito della porta, il sole che brilla attraverso la bruma smeraldina aleggiante sull'altera foresta.
Là miriadi di immortali intrecciano corone d'omaggio, e vivono santi a migliaia.
Edifici e padiglioni si susseguono come ricamati sul broccato, collegati da portici ariosi.
Protetto da un gran drago azzurro, immerso nei vapori di buon augurio, il Palazzo della Scogliera delle Meraviglie è uno splendido mondo di eterna gioia.
Vigilava l'ingresso un ragazzo vestito dei colori dell'arcobaleno, che alla vista di Scimmiotto corse ad annunciarlo: "Padre, è arrivato quel Grande Santo Uguale al Cielo che fece tanto disordine qualche anno fa."
Il venerabile celeste ordinò di introdurlo. Sedeva su un trono di fiori di loto di mille colori, fra miriadi di raggi luminosi di buon augurio, e quando entrò il Novizio si alzò e gli andò incontro: "Non ti vedo da molto tempo, grande santo. Ho saputo che hai abbandonato il Tao e ti sei convertito al buddismo per proteggere il monaco cinese nella ricerca delle scritture al Paradiso dell'Ovest. Suppongo che tu abbia portato a termine questo incarico meritorio."
"Non ancora, benché ormai manchi poco. È stato proprio l'adempimento di quel compito a portarmi nella città di Yuhua, dove i tre figli del principe hanno onorato me e i miei compagni come loro maestri nelle arti marziali. Avevamo prestato le nostre armi perché se ne facessero copie, quando una notte sono state rubate. L'autore del furto, un leone di pelo giallo, ha messo in moto tutta una banda di spiriti leoni, fra i quali se ne trova uno a nove teste dotato di grandi poteri magici. Quest'ultimo ha catturato il mio maestro, i condiscepoli e i principi, e li ha portati nella Grotta dei Nove Meandri del Monte dei Nodi di Bambù. Il tudi del monte afferma che quel leone vi appartiene; perciò sono venuto a pregarvi di riprendervelo, perché io possa liberare i miei."
Il venerabile celeste ordinò subito a uno dei suoi capitani di convocare lo schiavo che custodiva la gabbia del leone, per interrogarlo. Lo trovarono profondamente addormentato, e dovettero scuoterlo per un bel pezzo prima che si svegliasse. Lo trascinarono quindi davanti al venerabile, che gli chiese: "Dov'è la bestia?"
Lo schiavo piangeva e non sapeva dire altro che: "Grazia! Grazia!"
"Non sarai battuto in presenza di estranei. Ma sarà meglio per te che mi spieghi come mai hai lasciato scappare il leone a nove teste."
"Padre, l'altro giorno ho visto una bottiglia nella Sala di Dolce Rugiada del Gran Chiliocosmo. L'ho sgraffignata e me la sono bevuta. Non ricordo altro: devo essermi ridotto ubriaco fradicio, e non avrò legato bene il leone."
"È vino che mi ha mandato in omaggio Laozi; si chiama 'nettare di diaspro della trasmigrazione'. A berlo, provoca una sbronza che dura tre giorni. Da quanto tempo è scappata la bestia?"
"Secondo il tudi" rispose Scimmiotto, "è scesa sulla terra due anni fa, cioè da un paio di giorni celesti."
"È andata certo così" disse ridendo il venerabile. "Tu alzati, ti perdono. Ma devi accompagnare me e il grande santo nel mondo di Sotto per ricuperare la bestia. Voialtri andate pure, non ho bisogno di voi."
Il reverendo celeste scese dunque sul Monte dei Nodi di Bambù con il grande santo e lo schiavo. I rivelatori dei cinque orienti e le altre divinità vennero a inginocchiarsi per salutarlo.
"È accaduto qualcosa di male al maestro, durante la mia assenza?" chiese Scimmiotto.
"Non è accaduto niente, il mostro dorme ancora."
"Il mio santo primordiale coltiva la Via da molto tempo" disse il venerabile. "È in grado di raggiungere i tre puri in alto e le nove sorgenti sottoterra. Non dovrebbe nuocere alle persone troppo alla leggera. Grande santo, provocalo a duello e attiralo qui fuori."
Scimmiotto ubbidì: brandì la sua sbarra, balzò davanti all'ingresso della grotta e incominciò a urlare: "Brutta bestiaccia, rendimi i miei! Puzzone schifoso, lasciali andare!"
Aveva un bel gridare. Quella bestia dormiva sodo e non lo sentiva nemmeno. Allora Scimmiotto perse la pazienza, sfondò la porta ed entrò, senza smettere di urlare. Il vecchio mostro finì per svegliarsi e balzò in piedi inferocito: "Ora ti faccio vedere io!" Scosse la testa e mise fuori tutte le sue bocche spalancate.
Scimmiotto gli volse le spalle e corse fuori; il mostro lo inseguiva: "Scimmia del malanno, dove scappi?"
"Bada a quello che dici" sogghignò Scimmiotto arrestandosi, quando giunse sulla rupe. "Non hai vergogna di comportarti così davanti al tuo padrone?"
Il mostro voleva lanciarsi all'attacco, ma si trovò la strada sbarrata dal venerabile celeste, che recitò un incantesimo e gli disse: "Bravo il mio santarellino primordiale! Ecco qua paparino."
La creatura riconobbe il padrone, piegò le zampe e batté la fronte al suolo. Lo schiavo gli corse addosso, lo afferrò per la criniera e gli fece piovere cento pugni sulla testa: "Brutto sporcaccione, perché sei scappato? Non sai quanti guai mi hai procurato?"
Il leone non osava respirare. Quando il guardiano si stancò di batterlo, gli mise una sella di broccato, e il venerabile gli montò in groppa: "A casa!" Salirono su una nuvola colorata e se ne tornarono al Palazzo della Scogliera delle Meraviglie.
Il grande santo fece i suoi ringraziamenti rivolto verso lo spazio. Poi entrò nella grotta e liberò per primo il principe, poi Tripitaka, e infine i condiscepoli e i principini. Frugarono la grotta, per accertarsi che non vi fossero altre presenze; Porcellino accatastò molta legna secca e vi mise fuoco. La Grotta dei Nove Meandri si ridusse come il rudere calcinato di una fornace.
Le divinità vennero congedate e il luogo restò affidato alla custodia del tudi. Porcellino e Sabbioso si incaricarono di riportare a casa i principi, mentre Scimmiotto provvedeva a Tripitaka. Giunsero in città verso sera, e le dame del palazzo e gli ufficiali vennero ad accoglierli. Si servì una cena vegetariana che tutti mangiarono di buon appetito. Maestro e discepoli si presero il meritato riposo nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza.
L'indomani il principe ordinò un grande festino di ringraziamento, al quale parteciparono tutti i notabili del principato. Quanto ai leoni prigionieri, furono condannati a morte. Su proposta di Scimmiotto si convocarono i macellai, che li abbatterono, li scorticarono e li squartarono. Uno fu riservato alla residenza principesca, un altro ai funzionari dei servizi amministrativi. Il resto, tagliato a pezzetti da una o due once, fu distribuito alla popolazione della città e dei sobborghi. Così tutti assaggiarono carne di leone, che li rinvigorì e fece passare la gran paura che avevano avuto di quelle bestie da vive.
Infine i fabbri si presentarono a Scimmiotto e gli annunciarono che avevano compiuto il loro lavoro. "Quanto pesano le armi che avete fabbricato?" domandò il Novizio.
"La sbarra cerchiata d'oro pesa mille libbre; il rastrello e il bastone ottocento libbre ciascuno."
"Può andare" disse Scimmiotto. Fece chiamare i tre giovani principi e assegnò a ciascuno la sua arma.
"Papà" corsero ad annunciare al principe, "le nostre armi sono pronte."
"Hanno rischiato di costarci molto care, figli miei."
"Ma tutto è finito per il meglio, grazie ai poteri magici dei nostri divini maestri. Sbarazzàti dei mostri ed eliminate le disgrazie, questo è proprio il mondo della grande pace, con i mari calmi e i fiumi limpidi."
Tripitaka raccomandò ai discepoli che si sbrigassero a completare le lezioni di scherma, perché il viaggio potesse riprendere.
Le lezioni venivano impartite nella corte, dove i tre giovani principi facevano i loro esercizi. Ci mettevano tanto entusiasmo che giunsero presto a padroneggiare i settantadue movimenti, offesa e difesa, rapida e lenta. Le armi erano pesanti, ma la buona volontà e la forza divina conferita dal grande santo permettevano loro di maneggiarle con precisione. In breve raggiunsero un'abilità che non avrebbero mai creduto possibile. Lo attestano i versi:
Ebbero la fortuna d'incontrare
Dei maestri divini. S'intromisero
Certi leoni a far da guastafeste;
Ma, tornata la pace, la dottrina
Consentì loro rapidi progressi.
Allo yang primordiale si conviene
Il Nonuplo, ché solo perfezione
Assoluta la Via fa conseguire.
Capacità da grandi esperti acquistano:
Garanzia per Yuhua di eterna gioia.
Quando l'insegnamento giunse al termine, i giovani principi offrirono ai maestri un grande banchetto di ringraziamento, e un vassoio d'oro e d'argento a modesta testimonianza della loro gratitudine.
"Portate via quella roba!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Sapete bene che siamo monaci e non possiamo accettare."
"Non oro e argento" aggiunse Porcellino. "Ma quei leoni hanno ridotto i nostri vestiti a brandelli. Se potete procurarci un cambio d'abito, sarà un'attestazione più che sufficiente della vostra affezione."
I sarti ebbero l'ordine di procurarsi rotoli di broccato azzurro, rosso e marrone, e confezionarono per i monaci tre abiti della foggia cui erano abituati. Questi furono accettati volentieri e subito indossati. Infine si prepararono i bagagli e avvenne la partenza.
Nella città e nei sobborghi tutti accorrevano a salutare gli arhat discesi sulla terra. Le fanfare suonavano nelle strade, affollate di gente e di bandiere.
Arde l'incenso in ogni focolare,
Pendono le lanterne da ogni porta.
Quando uscirono dalla porta occidentale della città, la folla li accompagnò per un buon tratto di strada. Erano liberi da ogni altro impegno e volti interamente a conseguire il giusto frutto. Finalmente
Giungono lieti nel mondo del Buddha,
E con il cuor sincero si dirigono
Al Monastero del Colpo di Tuono.
Quant'era distante il Monte degli Avvoltoi? Quante tappe occorrevano per raggiungerlo? Se non lo sapete, ascoltate il seguito.