Home > Il Viaggio in Occidente > Capitolo91

091 LA FESTA DELLE LANTERNE · DALLA FESTA DELLE LANTERNE DELLA PRIMA NOTTE DI LUNA PIENA, ALLA PRIGIONIA DEL MONACO CINESE NELLA GROTTA FIOR DI MISTERO.

Qual'è il segreto di meditazione?

Il cavallo e la scimmia del pensiero

Tener sotto controllo; un sol momento

Di distrazione ti farà cadere

Nei tre sentieri. Soltanto una solida

Base può consentirti di raggiungere

L'illuminazione, ed il lasciare

Evaporare il divino elisir

D'autonomia, inaridir la giada

Di libertà. Tu devi sbarazzarti

D'ira e d'affanni, come della gioia:

Non c'è altro modo di toccare il fondo

D'ogni mistero, e scoprirai che è il vuoto.

Abbiamo ascoltato come i quattro pellegrini lasciarono la città di Yuhua. La regione meritava davvero il suo nome di Gioia Assoluta: la strada era comoda e sicura. Dopo cinque o sei giorni di marcia, videro altre mura e fossati. "Che città sarà questa?" domandò Tripitaka.

"Non vedo né bandiere né stendardi che ne portino il nome. Lo chiederemo ai passanti."

Giunsero nei sobborghi orientali e si trovarono in una via rumorosa, dove si aprivano taverne e sale da tè, negozi animati e bancarelle dove si vendevano olio e riso. Il lungo grugno di Porcellino, la faccia scura di Sabbioso e gli occhi rossi di Scimmiotto, come al solito, attiravano l'attenzione dei perdigiorno, che si accalcavano e si spingevano per vederli, ma non osavano far domande. Tripitaka aveva i sudori freddi per il timore di incidenti. Seguendo strade e vicoli, giunsero a un monastero fuori porta che aveva all'entrata una scritta in tre caratteri:

MONASTERO DELLE NUBI DELLA COMPASSIONE

"È quello che ci vuole per noi!" esclamò Scimmiotto. Vi entrarono e videro

le torri magnificamente decorate, alto trono prezioso. Il padiglione del Buddha sfiora le nuvole, le celle dei monaci sono illuminate dalla luna. Intorno allo stupa aleggia una bruma colorata, i mulini da preghiera sono collocati sotto l'ombra smeraldina degli alberi.

Autentica terra pura e falso palazzo del drago: nubi di porpora coronano la Sala del Grande Eroe. Il passeggio nei porticati non ha sosta, e la pagoda è sempre aperta a chi la vuole ascendere. I bruciaprofumi ardono incenso senza tregua, le lampade brillano ogni notte sull'altare.

Quando suona la campana d'oro del superiore, i monaci rispondono salmodiando sutra.

Mentre i quattro pellegrini si guardavano intorno, un monaco che proveniva da uno dei porticati venne loro incontro; salutò Tripitaka e chiese: "Da dove venite, reverendo?"

"Il vostro discepolo viene dalla Cina, dalla corte dei Tang."

Il bonzo si inchinò fino a terra e Tripitaka si affrettò a rialzarlo: "Perché tanti riguardi, caro abate?"

"Siamo gente rivolta al bene e preghiamo sempre per la salvezza della Cina. Dal vostro aspetto e dal vostro vestito, ho intuito che dovete avere alle spalle una lunga ascesi nelle vostre vite anteriori. Perciò mi sono inchinato rispettosamente."

"Voi mi confondete" esclamò sorridendo Tripitaka. "Non sono altro che un monaco mendicante senza pretese. Siete voi a godere la benedizione di un'esistenza libera e gradevole."

Il bonzo accompagnò il monaco cinese nel tempio principale, a rendere omaggio alla statua del Buddha. Poi Tripitaka chiamò i suoi discepoli; durante il colloquio, si erano tenuti in disparte e avevano voltato le spalle, perciò il bonzo non li aveva notati. Quando se li vide davanti, strillò: "Avi miei! Come sono orrendi i vostri eminenti discepoli!"

"Non posso negare che siano brutti, ma hanno notevoli poteri in fatto di magia, che mi hanno protetto nel lungo cammino. In realtà devo loro molto."

Mentre parlavano si fecero avanti altri bonzi: "Il reverendo viene dalla Cina. Quelli là sono i suoi eminenti discepoli."

I monaci, incuriositi e timorosi, dicevano: "Grande paese, la Cina! Che cosa siete venuto a fare fin qui?"

"Il sovrano dei Tang mi ha affidato la missione di recarmi al Monte degli Avvoltoi, per rendere omaggio al Buddha e sollecitare le scritture. Passavamo appunto per la vostra nobile regione e siamo entrati qui a chiedere informazioni sul paese e, se possibile, a farci offrire un pasto prima di riprendere la strada."

I monaci, messi in effervescenza, accompagnarono i visitatori dal superiore; nella sua cella si stava preparando un pranzo offerto da donatori. "Venite tutti a vedere i grandi personaggi che vengono dalla Cina! A quanto pare ci sono cinesi belli come pitture, e altri brutti da far paura."

Monaci e donatori corsero a vedere. Quando ebbero soddisfatto la loro curiosità, tutti si sedettero a bere il tè. Tripitaka domandò: "Come si chiama la vostra nobile contrada?"

"È una dipendenza esterna dell'impero dell'India: la prefettura Come l'Oro."

"Quant'è distante la nobile prefettura dal Monte degli Avvoltoi?"

"Possiamo dirvi quant'è lontana dalla capitale, perché ci siamo stati: sono duemila li. Ma non ci siamo mai spinti fino al Monte degli Avvoltoi, e non vorremmo darvi informazioni imprecise."

Tripitaka ringraziò. Dopo pranzo fu invitato a restare: "Reverendo, potreste prendervi qualche giorno di riposo. Passate con noi le feste del primo plenilunio dell'anno!"

"Ho proprio perduto la nozione del tempo" rispose stupito il monaco cinese. "Da anni conosco solo le difficoltà di montagne e fiumi, e le paure di diavoli e lamie: non so più quando è festa."

"Il vostro spirito è tutto rivolto al Buddha e alla meditazione, perciò non vi date cura di queste cose. Oggi è il 13 della prima luna e questa sera si provano le lanterne. La notte del plenilunio è il 15, dopodomani. Le lanterne resteranno esposte fino al 18 o al 19. Qui la gente ama le feste, e sua eccellenza il governatore ama il popolo: avremo dappertutto luminarie, pifferi e flauti per tutta la notte. Da noi è ancora viva la tradizione del 'ponte delle lanterne d'oro', che deriva dall'antichità. Dovete proprio restare qui per qualche giorno; il nostro modesto monastero può permettersi l'onore di ospitarvi."

Non si poteva rifiutare. La sera stessa si godettero lo spettacolo della folla dei fedeli del quartiere, che portavano le lanterne in omaggio al Buddha; il cielo vibrava di scampanii e di rulli di tamburi.

Il giorno seguente, dopo la colazione, passeggiarono nel parco, che era molto gradevole:

Nel primo mese dell'anno la primavera rinnova la vegetazione; piante e fiori tra le rocce rivaleggiano in bellezza. Profuma l'erba cui discende la scalinata, i rami del vecchio susino si caricano di colore. Arrossano i teneri fiori del pesco, il salice si copre di verde novello.

Non vantare la magnificenza del Parco della Valle d'Oro, non citare il fascino del fiume Wang! Sull'acqua corrente nuotano anitre selvatiche. Mille steli di bambù attendono i versi di un poeta ispirato. Peonie e magnolie elaborano segreti vegetali. I fiori di camelia, di prugno rosso, di gelsomino e di dafne sono i primi a sbocciare.

Nelle cavità in ombra delle rocce è rimasta un po' di neve invernale, quando la primavera fluttua già nella bruma del bosco. Il cervo si specchia nello stagno, la gru sotto gli abeti ascolta aerea musica.

A est gli edifici principali, a ovest i padiglioni degli ospiti, a sud alcune sale, a nord la pagoda per la meditazione dei monaci. Si alza tra i fiori la torre con il tetto a doppia gronda per coltivare la propria natura. Tre o quattro celle dalle finestre luminose sono dedicate alle pratiche magiche di trasmutazione. È un ritiro che rende superflua la ricerca delle isole dei beati.

La giornata trascorse nel parco e nella sala principale illuminata dalle lanterne. Poi si ammirarono le luminarie del monastero e, usciti dal portale orientale, si vagò per le vie dei sobborghi. I pellegrini non si ritirarono a dormire prima della seconda veglia.

Il giorno successivo Tripitaka dichiarò: "Ho fatto voto di spazzare ogni pagoda che trovassi sulla mia strada. Il vostro discepolo sarebbe grato al superiore se gli permettesse di adempierlo in questo giorno di grande festa, aprendogli la porta della vostra pagoda."

I monaci aprirono e Tripitaka si fece accompagnare da Sabbioso, che recava il suo kasâya. Al primo piano indossò l'abito, pregò e spazzò il pavimento. Poi riconsegnò l'abito a Sabbioso e salì le scale. La cerimonia si ripeté a ogni piano, fino all'ultimo; e prese molto tempo, anche per le soste che facevano davanti a ogni statua del Buddha, per pregare, e a ogni finestra aperta, per contemplare il paesaggio. Quando discesero era venuta la sera e si accendevano le luci.

La notte del plenilunio, i monaci proposero: "Reverendo maestro, questa è la vera e propria sera della festa. Finora ci siamo accontentati delle luminarie del monastero e dei sobborghi; ma questa sera potremmo andare a vedere le lanterne d'oro in città. Che ne dite?" Con il suo consenso, si misero tutti in cammino. Era

la bella festa del triplo cinque, colori di primavera in armonia con la luna piena. Il mercato è affollato come in pieno giorno e vi sono appese le lanterne fiorite; la gente canta il regno della pace universale.

Il piatto d'argento della luna illumina il cielo, e le lanterne tutti i viali della città. Non si finirebbe mai di contemplare i ponti di stelle e gli alberi di fuoco. Dalle torri pendono lanterne a forma di noci e di fior di loto. Alte strutture di legno reggono leoni azzurri ed elefanti bianchi; su grandi tele sono rappresentati gamberi e tartarughe. Dalle tettoie pendono montoni e conigli; vi si affiancano aquile e fenici. Passeggiano tigri e cavalli; la gru d'immortali e il cervo bianco accompagnano la stella della Longevità. Il poeta Li Bo monta il pesce d'oro e la balena. Dèi e immortali si dànno convegno sul monte delle lanterne tartarughe. Sotto la lanterna girevole i guerrieri incrociano le spade.

Le terrazze illuminate di migliaia di case riempiono l'aria di fumo per dieci e più li.

Volano selle tintinnanti di giada, rotolano carri seguiti da scie di profumi.

Le belle si tengono per mano alla finestra del primo piano, dietro le tende, curiose di spiare lo spettacolo della strada. Allegri passanti, presso il ponte sulle acque verdi, ridono e mostrano gli effetti del vino bevuto.

In tutta la città e per tutta la notte rullano i tamburi e risuonano pifferi, flauti e canti.

Lo attestano i versi:

Gente festosa in paese pacifico,

Canti e colori dovunque intrecciati.

Lanterne e luna rischiaran la notte,

Promettono bel tempo e gran raccolto.

La sospensione del coprifuoco dava via libera a innumerevoli bighelloni; c'era chi danzava, chi camminava sui trampoli, chi si era messo in maschera, chi era montato sull'elefante. Nella gran calca si offrivano spettacoli dappertutto. Il ponte delle lanterne d'oro prendeva nome da tre lanterne della dimensione di grandi giare, a forma di padiglioni a vari piani, tutte in filigrana d'oro fino. La luce della fiamma, alimentata da un olio profumato, era riflessa e moltiplicata da scaglie di cristallo e di vetro.

"Che olio si arde in quelle lampade?" chiese Tripitaka ai suoi accompagnatori. "È straordinariamente profumato."

"Si vede, reverendo, che non conoscete il nostro paese. Nella sottoprefettura di Mintian, che comprende duecentoquaranta cantoni, ogni anno una grande famiglia di ciascun cantone deve fornire quest'olio come imposta. Non è roba qualsiasi, ma uno speciale olio profumato mescolato a burro. Per il resto il nostro fisco non è esoso, ma questa imposta è davvero pesante: la famiglia di turno deve spendere più di duecento tael. Una libbra d'olio costa trentadue tael e ogni lanterna ne contiene cinquecento libbre; in totale fanno millecinquecento libbre, che costano quarantottomila tael. Se aggiungete il trasporto, sono cinquantamila tael bruciati in tre notti."

"Come fa una lanterna a bruciare cinquecento libbre d'olio in tre notti?" si stupì Scimmiotto.

"Fate conto che ogni lanterna contiene quarantanove stoppini di paglia da lucerna intrecciati e rivestiti di seta; sono grossi come un uovo di gallina. D'altronde questa notte non bruceranno a lungo: quando appaiono i buddha, l'olio scompare e le lampade si spengono."

"Ci sono dei buddha che si vengono a trincare l'olio delle lanterne?" sghignazzò Porcellino.

"Proprio così" replicarono seri i monaci. "Tutti lo sanno in città, e lo si racconta a memoria d'uomo. Si crede che se i buddha prendono l'olio si avrà un buon raccolto; in caso contrario ci si dovrebbero aspettare siccità e piogge fuori stagione per tutto l'anno. Questo è il motivo per cui la tradizione del ponte delle lanterne d'oro viene scrupolosamente rispettata."

Mentre conversavano, sibilò all'improvviso il vento, e gli spettatori si dispersero precipitosamente. Anche i bonzi vollero rientrare: "Reverendo maestro, bisogna tornare a casa. Sentite il vento: sono i venerabili buddha che ci fanno l'onore di scendere a vedere le luminarie."

"Come lo sapete?" chiese stupito Tripitaka.

"Avviene così tutti gli anni. Alla terza veglia, poco prima di mezzanotte, si alza il vento e la gente si chiude in casa, perché sa che scendono i buddha."

"Il vostro discepolo pensa sempre al Buddha, e lo prega e l'onora in ogni momento. Perché fuggire, se viene? Quale occasione migliore per rendergli omaggio?"

Tripitaka non diede retta alle insistenze dei monaci e rimase dov'era. In effetti, comparvero in breve tre buddha e si avvicinarono alle lanterne. Il reverendo si precipitò sul ponte a prosternarsi, ma Scimmiotto gli corse dietro gridando: "Attento, maestro, non ci cascate! Sono mostri!" Ed ecco che le lanterne si spensero e il vento, con un ululato sinistro, si portò via il monaco cinese.

Chissà da quale montagna e da qual caverna venivano quei diavolacci, che da tanti anni si facevano passare per buddha alla festa delle lanterne.

Porcellino, spaventato, si guardava intorno; Sabbioso chiamava. Ma Scimmiotto disse: "Fratelli, non serve a niente. Il maestro è stato rapito da creature malefiche: dal piacer nasce la pena."

"Che cosa ve lo fa pensare, signore?" chiesero spaventati i monaci.

"Voialtri comuni mortali eravate convinti di essere visitati da buddha che accettassero l'offerta del vostro olio; ma a quanto pare qualcuno vi prende in giro. Quelli che il vento ha portato un momento fa erano tre mostri belli e buoni. Anche il nostro maestro non se n'è reso conto; quando si è avvicinato loro mentre toglievano l'olio dalle lanterne, hanno soffiato sulla fiamma e se lo sono portato via. Io, purtroppo, non sono stato abbastanza svelto."

"E adesso che facciamo, fratello?" chiese Sabbioso.

"È semplice: voi ritornate al monastero a badare alle nostre cose, e io inseguo quel vento malefico."

Il grande santo fece la capriola nelle nuvole e filò verso nord est, seguendo una traccia di odore fetido. Seguì il vento fino all'alba, quando esso cadde improvvisamente, e si trovò in cima a una grande montagna. [...]

Mentre cercava un sentiero, scorse sul pendio quattro uomini che si spingevano davanti tre capre e gridavano: "Buon anno, prosperità!" I suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro videro subito che si trattava dei quattro protettori del tempo travestiti: gli addetti all'anno, al mese, al giorno e all'ora.

Il grande santo impugnò la sua sbarra, balzò giù dalla rupe dove si trovava e gridò: "Ehi voi, monete false! Che cosa state tramando?"

I protettori del tempo, vergognosi di essere stati smascherati, dispersero in fretta le capre, ripresero il proprio aspetto e salutarono tremanti: "Perdonateci, grande santo!"

"Non vi chiamo da un po' di tempo, e voi evidentemente immaginate di poter fare i vostri comodi. Siete diventati dei fannulloni, non mi venite più nemmeno a salutare. Che cosa avete da dire a vostra discolpa? A quali sollazzi vi abbandonate, invece di adempiere alla vostra missione di protettori segreti del mio maestro?"

"Il vostro maestro ha trascurato la sua natura meditativa, cedendo alla tentazione di godersi la festa nel Monastero delle Nubi della Compassione: questo spiega l'improvvisa disgrazia della sua cattura da parte dei mostri. Comunque i difensori della fede vegliano a proteggerlo. Noi vi abbiamo visto partire all'inseguimento, e vi abbiamo seguito per darvi le informazioni necessarie."

A Scimmiotto prudevano le mani: "E vi sembra serio venirmi ad aiutare travestiti da pagliacci, con accompagnamento di capre?"

"Erano le capre dell'esagramma della pace, secondo l'adagio: tre capre iniziano la pace(75). Lo scopo era di sconfiggere la sfortuna in cui è caduto il vostro maestro."

Scimmiotto vide che l'intenzione era buona, e la sua collera sfumò. Domandò: "Dunque è questa la montagna dei mostri?"

"Certo. È il Monte del Drago Verde, dove si trova la Grotta Fior di Mistero. La abitano tre mostri: il più anziano è il gran re Fuggilfreddo, il secondo il gran re Fuggilcaldo e il più giovane il gran re Fuggipolvere. Vivono qui da un migliaio d'anni, e fin da bambini sono ghiotti di olio profumato miscelato con burro. Quando riuscì loro di diventare spiriti, presero questo andazzo di trasformarsi in buddha, per intervenire alla festa delle lanterne della prefettura Come l'Oro a procurarsi la loro bevanda preferita. Quest'anno si sono imbattuti nel vostro maestro, lo hanno riconosciuto per un santo monaco di carni pregiate e si sono portati via anche lui. La loro intenzione è di cucinare un piatto sopraffino, tagliando a strisce Tripitaka e mettendolo a friggere nel loro amato olio e burro. Non esitate a intervenire!"

Scimmiotto congedò i protettori e si mise in cerca della residenza trogloditica. Non occorse andare lontano per scoprire, al di là di un burrone, una parete rocciosa in cui si vedevano i battenti di pietra semiaperti di una porta. Una stele lì accanto recava sei caratteri:

GROTTA FIOR DI MISTERO, DEL MONTE DEL DRAGO VERDE

Scimmiotto preferì non avventurarsi dentro alla cieca, e si fermò davanti alla porta per gridare: "Mostri! Restituitemi subito il mio maestro!"

La porta si spalancò con fracasso e ne uscì un nugolo di diavoli a testa di toro, che lo guardarono con occhi bovini e chiesero: "Chi sei per osare di venir qui a strillare tanto?"

"Sono il primo discepolo di Tripitaka, il santo monaco dei grandi Tang in cerca di scritture. Mentre passavamo dalla prefettura di Come l'Oro e guardavamo le luminarie, i vostri capi l'hanno rapito. Se tenete alla pelle, mollatelo subito: altrimenti rivolterò il vostro formicaio e vi spiaccicherò tutti quanti."

I mostriciattoli si precipitarono all'interno per annunciare: "Grandi re, disgrazia, calamità!"

I tre orchi avevano appunto portato Tripitaka in cucina e l'avevano spogliato e lavato nell'acqua di pozzo: al momento dibattevano se tagliarlo in dadi o in listerelle per saltarlo in padella. Il maggiore chiese che cosa succedeva.

"Si è presentato alla porta un monaco con la faccia pelosa e la bocca da duca del Tuono, che urla di essere stato derubato del suo maestro. Dice che se ne andrà solo se lo restituiremo; altrimenti spaccherà tutto e ci spiaccicherà."

Gli orchi si allarmarono: "In effetti abbiamo preso quel tizio senza saper niente di lui. Ragazzi, rivestitelo e portatelo qui; gli faremo un piccolo interrogatorio, tanto per sapere chi è e da dove viene."

I mostriciattoli corsero a eseguire e spinsero Tripitaka davanti ai troni, dove il poveretto cadde tremante in ginocchio ripetendo: "Grandi re, grazia, grazia!"

Gli orchi chiesero: "Da dove vieni, bonzo? Perché ti sei messo sulla nostra strada, invece di fuggire davanti alle nostre immagini di buddha?"

"Il povero monaco che vedete è inviato in missione dall'imperatore dei grandi Tang delle terre dell'Est, per salutare il Buddha e chiedergli le scritture nel Monastero del Colpo di Tuono. I monaci del Monastero delle Nubi della Compassione, di cui eravamo ospiti, ci hanno invitato a vedere le luminarie in città. Quando siete arrivati sul ponte delle lanterne d'oro, con i miei occhi di carne vi ho preso per veri buddha: perciò mi sono avvicinato a voi."

"Le terre dell'Est sono molte lontane; non puoi certo essere arrivato da solo fin qui. Quanti siete? Come vi chiamate? Se vuoi salvare la pelle, sbrigati a farci una relazione completa e sincera."

"Incomincio da me. Il mio nome da laico era Chen Xuanzang, ma sono entrato nella comunità monacale del Monte d'Oro fin dall'infanzia. In seguito l'imperatore mi ha accordato la grazia di affidarmi il Monastero di Vasta Benedizione. Dopo che il primo ministro Wei Zheng aveva decapitato in sogno il drago del fiume Jing, il sovrano Tang fece un viaggio negl'inferi; al ritorno ordinò una grande cerimonia dell'acqua e della terra per la salvezza delle anime in pena. Ebbi l'onore di essere scelto dall'imperatore per dirigere le cerimonie e predicare. Fu allora che ebbi il privilegio di vedere per mia edificazione la pusa Guanyin: essa mi disse che nel Monastero del Colpo di Tuono si trovano tre ceste di scritture autentiche, capaci di far salire in cielo le anime dei trapassati. Fui inviato a cercarle e presi il nome di Tripitaka, che significa appunto 'tre ceste'. Porto anche il patronimico Tang. I miei discepoli sono tre. Il più anziano si chiama Scimmiotto Consapevole del Vuoto; in effetti è il Grande Santo Uguale al Cielo, che si è convertito alla giusta dottrina."

I mostri ebbero un brivido: "Volete dire il santo che provocò quei disordini in Cielo, cinquecento anni fa?"

"Appunto. Il mio secondo discepolo si chiama Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità, detto Otto Divieti; è una reincarnazione dell'Ammiraglio dei Canneti Celesti. Il terzo si chiama Sabbioso Consapevole della Purezza, o semplicemente Bonzo; è il Generale delle Cortine Arrotolate disceso sulla terra."

Gli orchi si dissero: "Meno male che non l'abbiamo mangiato subito: poteva andarci di traverso, senza un'adeguata preparazione del terreno. Ragazzi, mettete ai ferri il monaco cinese nel ripostiglio. Cattureremo anche i suoi discepoli, e poi li mangeremo tutti insieme."

Fecero quindi suonare l'adunata di bufali, tori e zebù: ciascuno afferrò un'arma e si schierò sotto lo stendardo del suo drappello, a suon di tromba e di tamburo. Gli orchi indossarono l'armatura e uscirono a gridare: "Chi ha l'audacia di venire qui a far baccano?"

Scimmiotto li osservò bene, al riparo di una rupe:

Hanno la faccia scura e gli occhi tondi, le corna si drizzano sopra le orecchie appuntite; il corpo è variegato come una pittura, coperto di ricami luminosi come lucciole: brillano da tutti i pori.

Il primo tiene la testa in caldo sotto un folto berretto di pelliccia di volpe ed emette un soffio ardente. Il secondo si avvolge in una garza leggera rosso fiamma e fa risuonare gli zoccoli di giada tintinnante. Il terzo ha un ruggito di tuono e zanne d'argento appuntite.

Baldi e feroci, ciascuno porta la sua arma speciale: un'ascia da guerra il primo, una gran sciabola il secondo e una canna nodosa il terzo, recata di traverso sulle spalle.

Le altre creature erano d'ogni specie: alte e basse, grasse e magre, vecchie e giovani, ma tutte avevano una testa bovina ed erano armate di lancia o di bastone. Tre grandi stendardi recavano i nomi dei tre comandanti.

Dopo averli osservati a suo agio, Scimmiotto uscì allo scoperto e li apostrofò con voce tonante: "Brutti mostri ladri, non riconoscete il vecchio Scimmiotto?"

"Sei lo Scimmiotto dei disordini in Cielo?" chiese uno degli orchi. "Certo la fama ti precede, ma il tuo aspetto è una vergogna. Non credevo che fossi soltanto un macaco losco e puzzolente."

"Hai parlato abbastanza, ruba lucerne. Restituitemi il mio maestro, bocche bisunte!"

Si fece avanti roteando la sbarra e i tre orchi lo fronteggiarono con le loro armi. Fu una bella battaglia sulla montagna:

Il re scimmia osa affrontare, con la sua sola sbarra, l'ascia, la sciabola e la canna nodosa. Fuggilfreddo, Fuggilcaldo e Fuggipolvere ben lo conoscono di fama.

Ascia e sciabola si abbattono da tutte le parti, ma quella sbarra levata fa paura a dèi e diavoli. Un simbolo del vero vuoto tiene in rispetto tre false apparenze di buddha.

Quei brutti musi sporchi d'olio di lampada rubato vogliono catturare un monaco inviato imperiale. Ping, pang! Questo è il rumore dell'ascia e della sciabola che si urtano. Pif, paf! Questo è il rumore della sbarra di ferro.

Tre contro uno, tirano e spingono, ciascuno si difende e mostra la sua abilità. La battaglia continua fino a sera, senza vincitore né vinto.

Dopo centocinquanta scontri cadde la sera, senza che si giungesse a una conclusione. Allora il gran re Fuggipolvere, proteggendosi con la sua canna nodosa, corse ad agitare il suo stendardo: la folla dei mostri dal capo bovino oscillò e venne avanti per accerchiare Scimmiotto. Questi si vide messo in una posizione difficile e si disimpegnò con una capriola nelle nuvole. Gli orchi non si preoccuparono di inseguirlo, ma richiamarono le truppe e fecero tranquillamente distribuire il rancio serale.

Anche Tripitaka, di cui si doveva decidere il destino solo dopo aver catturato Scimmiotto, ebbe per il momento la sua scodella di minestra. Ma il maestro non ne inghiottì nemmeno una cucchiaiata, un po' perché temeva che non fosse vegetariana, e un po' perché le disavventure gli toglievano l'appetito.

Intanto Scimmiotto ritornò al monastero, dai fratelli e condiscepoli. Porcellino e Sabbioso, che l'avevano aspettato tutto il giorno, gli andarono incontro: "Finalmente ti si rivede. Che ne è stato del maestro?"

"Ho seguito la pista dell'odore di quel vento e sono giunto a una montagna. I quattro protettori del tempo mi hanno dato le informazioni necessarie: Monte del Drago Verde, Grotta Fior di Mistero, abitanti tre orchi che si chiamano Fuggilfreddo, Fuggilcaldo e Fuggipolvere. Imbrogliano sistematicamente le autorità della prefettura per rubare l'olio di cui sono ghiotti. Imbattutisi per caso nel maestro, lo hanno rapito senza sapere chi fosse. Sono diavoli con la testa bovina; le loro armi sono un'ascia, una sciabola e una canna. Ci siamo battuti tutto il giorno; la sera mi sono venuti addosso tutti i loro scagnozzi e io, visto che si faceva tardi e non ero sicuro di farcela, ho preferito venir via."

"Saranno re diavoli della capitale infernale" suggerì Porcellino.

"Che cosa te lo fa pensare?" chiese Scimmiotto.

"Quelle loro teste bovine, come usano all'Inferno."

"Non credo" disse Scimmiotto. "Piuttosto hanno l'aria di tre spiriti rinoceronti."

"Se sono rinoceronti" disse allegro Porcellino, "dopo averli catturati non mancheremo di segargli il corno: ne caveremo un bel po' di soldi."

I monaci del convento vennero a invitarli a cena. "Sì, grazie, se non vi disturba" rispose Scimmiotto. "Ma non fate complimenti: posso anche farne a meno."

"Ma come, reverendo! Avete combattuto tutto il giorno, e non siete affamato?"

"Per ridurmi alla fame ci vuol altro. Figuratevi che una volta ho passato cinquecento anni senza mangiare né bere."

I monaci non sospettarono nemmeno che quella fosse la pura verità.

Dopo cena fecero i piani per il giorno dopo: "Andiamo presto a letto. Domattina andremo all'attacco tutti e tre insieme, cattureremo i mostri e liberemo il maestro."

"Pensiamoci bene" obiettò Sabbioso. "Dice l'adagio: Se dài tregua, il nemico si consiglia. E se gli orchi, invece di dormire come noi, approfittassero della notte per mettere le mani addosso al maestro? Secondo me, è meglio muoverci subito e attaccare di sorpresa: non sappiamo quali conseguenze può avere un ritardo."

"Sono d'accordo con Sabbioso" aggiunse energico Porcellino. "Approfittiamo di questo bel chiaro di luna per fare a pezzi i mostri!"

Scimmiotto si adeguò al parere della maggioranza e si rivolse ai monaci: "Affidiamo a voi il cavallo e i bagagli, mentre andiamo a catturare gli orchi. Dimostreremo che sono impostori, e questo libererà da una tassa esosa il piccolo popolo di Mintian. Non vi sembra che ne valga la pena?"

I monaci espressero la loro infinita riconoscenza, e i tre discepoli lasciarono la città viaggiando sulle nuvole.

È il caso di ricordarlo:

Negligenza e licenza disturbano lo spirito,

E con calamità oscurano la Via.

Se in fin dei conti non sapete l'esito di questa spedizione, ascoltate il prossimo capitolo.