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093 VISITA AL JETAVANA · NEL PARCO DI JETA SI INDAGA SULLE ANTICHITÀ E SI DISCUTE DELLE CAUSE; NEL PAESE DELL'INDIA EGLI SI RIVOLGE AL RE E INCONTRA UNA COMPAGNA.

Se tu pensi, vorrai; quel desiderio

A sicuro disastro ti conduce.

A che serve distinguere i tre ranghi?

Quando l'atto è compiuto, tutto torna

All'oceano. Le tue realizzazioni

Di immortale o di buddha vi si perdono.

È il destino cui devi prepararti,

Per giungervi nettato da ogni polvere.

È questo il giusto frutto che persegui.

Quando nel monastero ci si accorse che Tripitaka e i suoi erano scomparsi, i monaci esclamarono: "Ci siamo lasciati sfuggire i buddha viventi senza riuscire a trattenerli, e neppure a salutarli!" Li vennero a trovare alcune grandi famiglie dei borghi meridionali, che volevano invitare i pellegrini. "Non avevamo preso misure di vigilanza; durante la notte sono scomparsi. Saranno saliti sulle nuvole" si lamentavano i monaci, battendo le palme in segno di disappunto.

Non restò loro che rivolgersi al cielo e pregare. La notizia si sparse in città. Le grandi famiglie furono invitate a preparare i sacrifici di cinque specie di fiori e di frutti, per presentarli come resa di grazie nel santuario dedicato ai vivi.

Intanto il monaco cinese e i suoi compagni procedevano per la loro strada, nutrendosi di vento e dormendo in riva all'acqua, senza incidenti da segnalare. Camminarono così per sei mesi, finché giunsero in vista di un'alta montagna. Tripitaka si allarmò: "Attenti, discepoli! Guardate com'è ripida quella montagna!"

"Ci avviciniamo al territorio del Buddha" replicò sorridendo Scimmiotto. "Non dovremmo più trovar mostri. Rilassatevi, maestro."

"Ci avviciniamo; ma chissà quanta strada resterà da percorrere. Ricordate che quei monaci ci avevano detto che occorrevano duemila li solo per giungere alla capitale dell'India?"

Scimmiottò rispose: "Voi dimenticate il sutra del Cuore del Maestro del Nido dei Corvi."

"Sento sempre su di me il sutra della prajñâ, come la mia veste o la mia ciotola delle elemosine. Come potrei dimenticare una preghiera che ripeto ogni giorno e che posso recitare anche alla rovescia?"

"Certo, lo recitate dritto e rovescio, ma non sapete che cosa significa."

"Scimmia zuccona! Come ti permetti di dire una cosa simile? Io non capirei quello che dico? E tu, magari, capisci meglio di me?"

"Certo che capisco, e sono in grado di spiegare."

E continuarono a camminare in silenzio.

Sabbioso si divertiva e Porcellino si piegava in due dal gran ridere: "Che sbruffone! D'origine è una bestia perversa come noi; l'han preso dalla strada per farne un monaco, come noi. Di scuole regolari per imparare la Legge, non ne hai mai seguite; non ha fatto nemmeno il sagrestano, tanto per orecchiare la spiegazione di qualche sutra. Ma fa la commedia del gran dottore: lui capisce e spiega. E allora non stare zitto, spiega! Siamo qui ad aspettare."

"Lascia stare, fratello, non insistere" diceva Sabbioso. "Lui parla così perché vuole pungolare il maestro. Da parte sua s'intende di sbarre di ferro, non certo di commenti dei sutra."

Tripitaka li rimbrottò: "Per piacere, smettete di dire sciocchezze. Consapevole del Vuoto sta praticando l'interpretazione senza parola né testo; cioè l'interpretazione vera."

Intanto avevano percorso un buon tratto di strada e superato alcuni colli. D'un tratto un convento si presentò alla vista, non lontano dalla strada.

"Consapevole del Vuoto, guarda quel monastero!"

Non è grande e non è piccolo; i tetti sono coperti di tegole smaltate color smeraldo.

Non è vecchio e non è nuovo; i muri sono di mattoni rossi a squadra.

Si ripara all'ombra delle conifere, e ha l'aria di contenere molte cose antiche di secoli e secoli.

L'acqua mormora scorrendo nel canale, scavato ai tempi di chissà quale remota dinastia.

I grandi caratteri sul portale dicono:

MONASTERO DI MEDITAZIONE PAVIMENTATO D'ORO

e sotto è appeso un cartello con la scritta:

Monumento di remota antichità

Fermato il suo cavallo, Tripitaka si immerse nella riflessione: "Pavimentato d'oro. Non saremo per caso nel territorio di Srâvastî?"

"È strano, maestro!" esclamò Porcellino. "In tanti anni che viaggio con voi, avete sempre avuto l'aria di uno che non sa distinguere un punto cardinale da un chiodo arrugginito. Ma questa volta si direbbe che abbiate già visto questo posto, e che lo riconosciate."

"Non ero mai stato qui" rispose Tripitaka. "Raccontano le scritture che il Buddha frequentava il parco di Jetavana nella città di Srâvastî. Il parco apparteneva al principe ereditario Jeta. L'anziano Anâthapindada gli chiese di acquistarlo, perché voleva destinarlo alla predicazione del Buddha; ma il principe rispose che il parco non era in vendita: lo avrebbe ceduto soltanto a chi lo pavimentasse d'oro. L'anziano accettò la condizione e fece coprire tutta la superficie del parco di mattonelle d'oro; poi lo mise a disposizione della persona più onorata del mondo, pregando il Buddha di venirvi a esporre la Legge. Penso che il nome del monastero si riferisca a questa storia."

"Che fortuna!" sghignazzò Porcellino. "Magari, raspando per terra, riusciremo a trovare qualcuna di quelle mattonelle e faremo fortuna."

I condiscepoli risero. Tripitaka smontò da cavallo e si avviò a piedi verso l'ingresso.

Sulla porta e sotto i porticati sostavano molte persone: alcune portavano tavole, altre sacchi sulle spalle, altre ancora spingevano carriole; si vedevano carri pieni di gente. Chi faceva conversazione, chi dormiva. Quando vennero avanti quegli strani pellegrini, uno così bello e gli altri così brutti, la gente si fece da parte timorosa. Tripitaka paventava incidenti e mormorava ai suoi: "Datevi un contegno! Siate gentili!" Ma nessuno tentò di stabilire contatti.

Mentre facevano il giro della sala del Vajra, lo raggiunse un monaco imponente dall'aspetto autorevole:

La luna piena brilla sul suo volto.

Il corpo è ben piantato, come l'albero

Della bodhi. Si agita nel vento

L'ampia manica sull'impugnatura

Del suo bastone. I sandali di paglia

Sul lastricato procedon spediti.

Tripitaka giunse le palme per salutarlo; il monaco ricambiò premurosamente e chiese: "Da dove venite, maestro?"

"Il vostro discepolo Chen Xuanzang è stato inviato dall'imperatore dei grandi Tang delle terre dell'Est a sollecitare le scritture dal Buddha nel Paradiso dell'Ovest. Poiché la nostra strada passa accanto al vostro nobile convento, ci siamo permessi di entrare con l'intenzione di chiedere riparo per la notte. Domani all'alba riprenderemo il cammino."

"Il nostro umile monastero è aperto a tutti; ciascuno vi può soggiornare a suo piacere. Anzi, ospitare il reverendo, che è un divino monaco dell'Est, sarà per noi una grande gioia."

Tripitaka lo ringraziò e lo seguì nella sua cella, accompagnato dai discepoli, attraverso i portici e il refettorio. Scambiati i saluti, ciascuno prese posto.

Quando si sparse la notizia dell'arrivo dei cinesi in cerca di scritture, tutti gli abitanti del monastero vennero a vederli: vecchi e giovani, residenti fissi e ospiti temporanei, reverendi e inservienti. Si bevve il tè e fu offerta una colazione vegetariana. Ancor prima che il reverendo concludesse la preghiera di benedizione del pasto, Porcellino si era gettato sulle grandi pagnotte, sulle minestre e sui piatti di verdure. Nella folla, le persone posate apprezzavano la dignità di Tripitaka; quelli che pensavano solo a divertirsi, si godevano lo spettacolo di Porcellino alle prese con il cibo.

Sabbioso, che era una persona attenta, gli diede di gomito e bisbigliò: "Bada che dài spettacolo."

"Ma quale spettacolo? Ho la pancia vuota come una caverna" ribatté brusco Porcellino.

"Fratello" rispose Sabbioso, "se lo hai dimenticato, ti ricordo che hanno una pancia anche gli altri; non è una buona ragione per esagerare."

Porcellino fece il possibile per moderarsi. Alla fine Tripitaka recitò la preghiera conclusiva e ringraziò. La tavola venne sparecchiata e si avviò la conversazione, dapprima sulle terre dell'Est; poi Tripitaka portò il discorso sugli antichi monumenti e chiese quale fosse l'origine del nome del monastero 'pavimentato d'oro'.

"Qui si trovava anticamente il regno di Srâvastî. Il nostro monastero sorge nel Jetavana; perciò lo chiamiamo Monastero Pavimentato d'Oro di Anâthapindada. Del parco e del monastero originario restano alcune rovine sul retro. Quando cadono piogge torrenziali, accade ancor oggi che portino alla luce oro, argento o perle. Qualche fortunato ne ha raccolti anche l'anno scorso."

"Dunque è vero, non è una leggenda!" esclamò Tripitaka. E aggiunse un'altra domanda: "Al nostro arrivo nel vostro nobile monastero abbiamo visto molta gente che affolla i porticati, con carri, bestie da soma e mercanzie. Sembrano venditori ambulanti. Che cosa vengono a fare qui?"

"La nostra montagna, che si chiama Monte dei Millepiedi, era una volta un posto tranquillo. Ma da qualche tempo hanno preso a infestarla numerosissimi spiriti in forma di millepiedi, che mordono la gente; chissà perché, forse dipenderà da un cambiamento del clima. Il morso non è mortale, ma la gente fa del suo meglio per evitarlo. Al Passo del Gallo, dal quale si accede alla regione montuosa, non sale nessuno prima del canto del gallo. I viaggiatori che avete visto sono arrivati troppo tardi per proseguire il cammino e, a scanso di pericoli, si sono fermati da noi a pernottare. Al canto del gallo ripartiranno."

"È precisamente quello che faremo anche noi."

Si conversò finché non venne servito un altro pasto. Alla fine Tripitaka e Scimmiotto se ne andarono a passeggiare nel giardino al lume della luna, che era al primo quarto. Un domestico venne ad annunciare: "Il nostro reverendo maestro vorrebbe incontrare le personalità cinesi."

Dietro a lui veniva un vecchio monaco che si appoggiava a una canna di bambù e chiese: "Siete voi il maestro venuto dalla Cina?"

"Non oso pretendere a questo titolo" rispose modesto Tripitaka.

Il vecchio monaco gli fece molti complimenti e infine chiese: "Quanti anni avete, eminente maestro?"

"Ho vanamente vissuto quarantacinque anni. Mi posso permettere di chiedere la vostra età?"

"Io vi supero di uno stupido ciclo di sessant'anni."

"Avete dunque centocinque anni" osservò Scimmiotto. "A me, quale età dareste?"

"Il vostro volto mi sembra così anziano e la vostra anima così pura, che non oso far congetture; tanto più che la notte vedo ben poco, anche al chiaro di luna."

Chiacchieravano passeggiando nel portico posteriore.

"Si è parlato delle rovine del parco di Anâthapindada. Dove si trovano?" chiese Tripitaka.

"Ve le mostro. Basta uscire dalla porta posteriore."

Aprirono una porticina e si avventurarono in un terreno incolto, dove affiorava la base di un antico muro e giacevano a terra varie pietre spezzate. Tripitaka sospirò, giunse le mani e recitò:

"Penso a quel donatore d'altri tempi,

Sudatta(77), che elargiva le ricchezze

Ai poveri e in eterno legò il nome

Al Jetavana. Ove soggiornerà

In compagnia degli arhat e dei buddha?"

A passi lenti sotto il lume lunare giunsero a una terrazza, dove sedettero in grande calma di spirito. A un tratto si udì nelle tenebre qualcuno che singhiozzava perdutamente; Tripitaka distingueva le parole di quei lamenti, che esprimevano tormenti ignorati da tutti e nostalgia di casa. Ebbe una stretta al cuore e non poté trattenersi dal versare qualche lacrima. Mentre prendevano la via del ritorno, chiese: "Sapete dirmi chi sia la persona afflitta che abbiamo udito lamentarsi?"

Il vecchio monaco inviò i suoi accoliti a preparare il tè e, quando restarono soli, si inchinò davanti al monaco cinese e a Scimmiotto.

Tripitaka lo sollevò e chiese: "Perché queste manifestazioni di rispetto, caro superiore?"

"Il vostro discepolo ha vissuto più di un secolo, e incomincia a capire qualcosa degli uomini. Fra un periodo e l'altro di meditazione, ho ancora la testa abbastanza lucida. Mi sono ben reso conto che voi e i vostri discepoli non siete gente comune. Questo triste affare su cui mi interrogate è cosa che potrebbe mettere in chiaro soltanto il maestro qui presente."

"Che cosa ne sapete?" chiese Scimmiotto.

"Giusto un anno fa, mentre rischiaravo la mia natura al chiar di luna, la brezza mi portò un lamento. Cercai fra le rovine del parco e trovai una ragazza, bella e di alta statura. Le chiesi il suo nome e che cosa facesse in quel posto. Lei rispose: "Sono una principessa, figlia del re dell'India; mentre contemplavo i fiori sotto la luna, un colpo di vento mi ha rapita e mi ha portata qui." L'ho fatta chiudere in una cella; anzi, l'ho fatta murare, lasciando solo un'apertura sufficiente al passaggio di una ciotola. Ho diffuso la voce che si trattava di una creatura perversa che si sarebbe dovuto sopprimere; ma poiché la compassione vieta a noi monaci di attentare alla vita, l'avevo fatta imprigionare in quel modo. Per tenerla in vita le portiamo due volte al giorno tè e riso. La ragazza è abbastanza intelligente da capire la mia intenzione: per non finire violata dai monaci, si finge pazza e si rassegna a vivere e dormire fra i propri escrementi. Di giorno balbetta soltanto parole incoerenti; ma nella quiete della notte si sfoga singhiozzando e cantando. Più volte ho organizzato questue nella capitale, per aver modo di andarci e di indagare discretamente su questa persona; ma non ho saputo che sia scomparsa alcuna principessa. Perciò la prigionia continua e io non trovo alternative. Ma ora che ho l'onore di incontrarvi, reverendo, spero che andrete in città e svolgerete un'inchiesta esauriente con i grandi poteri che la Legge vi conferisce. Aiuterete i buoni e, nello stesso tempo, metterete in risalto la vostra divina potenza."

Due giovani bonzi vennero a invitarli a prendere il tè. Quando infine ritornarono nei loro quartieri, trovarono Porcellino che brontolava: "Vi sembra l'ora di venire a letto, quando si dovrà ripartire al canto del gallo?"

"Che cosa ti affligge, bestione?"

"Coricatevi. Non è tempo di bighellonare a contemplare il paesaggio."

La luna sprofonda in un sogno di fiori.

Silenzio. Una brezza dal muro d'assenza

Alita tiepida. Goccia dopo goccia

Si va vuotando la clessidra. Splendore

Senza uguali il fiume d'argento nel cielo.

In effetti non dormirono a lungo prima che il gallo cantasse. Si sentivano i mille rumori dell'accampamento dei mercanti, che si alzavano, accendevano le lampade e preparavano la colazione. Il reverendo chiamò Porcellino e Sabbioso perché sellassero il cavallo e preparassero i bagagli. Scimmiotto andò nelle cucine a chiedere in prestito una lampada, e trovò i monaci intenti a preparare tè, zuppe e dolci per gli ospiti. Furono serviti nel portico posteriore, e Porcellino mostrò la sua gratitudine ingoiando un'intera infornata di panini caldi.

Tripitaka e Scimmiotto andarono a congedarsi dal vecchio monaco, che ricordò loro il 'triste affare'.

"Non dubitate" lo rassicurò Scimmiotto sorridendo. "Quando giungeremo in città, sarà la prima cosa di cui mi occuperò. Farò un'inchiesta e ne ricaverò le conclusioni opportune."

Si avviarono sulla strada maestra insieme alla rumorosa carovana dei mercanti e giunsero al passo all'ora della tigre. Verso le dieci del mattino erano in vista delle mura di una città d'oro, forte come una botte di ferro e splendida come una residenza celeste. La città aveva la nobile forma

Di una tigre in agguato

O drago acciambellato.

Vibrante di colori.

Unicorni alle torri.

Corre acqua nei fossati,

E sullo fondo monti

Come grandi stendardi.

Il sole del mattino

Ne rischiara le strade.

Il vento porta i suoni

Di pifferi e tamburi.

Un gran re occupa il trono:

Regna prosperità.

Entrarono nel viale del mercato orientale, e i componenti della carovana si dispersero nelle diverse locande. I nostri pellegrini si presentarono a una stazione postale governativa, dove l'addetto all'accettazione corse ad avvertire il mastro di posta: "Sono arrivati quattro strani bonzi con un cavallo bianco."

Visto che c'era un cavallo, era chiaro che si trattava di una missione ufficiale. Il mastro di posta venne a riceverli, e Tripitaka gli disse: "L'umile monaco che vedete è inviato da sua maestà della corte dei Tang delle terre dell'Est al Monastero del Colpo di Tuono, per sollecitare le scritture dal Buddha. Vorrei presentare il mio passaporto e farlo vistare. Nel frattempo ci è permesso sostare nella residenza di vostra grandezza? Ripartiremo dopo aver sbrigato l'incombenza."

"Questa residenza è appunto destinata a ospitare gli addetti alle missioni ufficiali. Vi prego di accomodarvi."

Tripitaka gli presentò i suoi discepoli, che con la loro bruttezza lo spaventarono molto: erano uomini o diavoli? Tripitaka lo vide tremare e lo rassicurò: "Non temete, vostra grandezza. I miei discepoli sono brutti, ma il loro cuore è saldo e fidato. Come dice l'adagio: Spaventosa montagna ospita brava gente. Non c'è nulla da temere."

Il mastro di posta si rinfrancò e chiese: "Maestro, dove si trova questa corte dei Tang?"

"In Cina, nel continente meridionale."

"Quando siete partiti dalla vostra patria?"

"Nel tredicesimo anno dell'era Contemplazione della Virtù. Sono trascorsi ormai quattordici anni. Sapeste quante montagne e quanti fiumi abbiamo attraversato per giungere fin qui!"

"Dovete proprio essere un santo monaco!" esclamò il mastro di posta.

"Da quanti celesti anni regna la vostra nobile dinastia?" domandò Tripitaka.

"Nel nostro umile paese dell'India sono trascorsi cinque secoli dalla fondazione della dinastia. Il nostro sovrano ama i fiori e il paesaggio. Egli è l'imperatore Yizong e si trova attualmente nel ventottesimo anno dell'era Calma Pace, che ha inaugurato al suo avvento al trono."

"Vorrei che mi ricevesse per presentargli le mie credenziali, ma non so se sua maestà tenga udienza."

"Certo. Questo è il momento migliore. La nostra principessa, figlia di sua maestà, celebra la sua ventesima primavera. Salirà su una torre decorata, che è stata eretta nella piazza grande, e getterà una palla ricamata per designare il genero imperiale voluto dal cielo. È un giorno movimentato, in cui l'udienza dura più a lungo del solito. Se volete presentare i vostri documenti, è il momento giusto."

Fu servito un pasto, che Tripitaka condivise con il mastro di posta e con Scimmiotto; poi, constatando che era passato mezzogiorno, si apprestò a recarsi a corte.

"Vi accompagno" propose Scimmiotto.

"Tocca a me!" gridò Porcellino.

"Lascia perdere, fratello" lo esortò Sabbioso. "Le cose che sai fare tu non servono a corte; con il tuo muso e le tue maniere, non potresti combinare che guai."

"Ha ragione Consapevole della Purezza" rincarò Tripitaka. "Sei un goffo bestione; Consapevole del Vuoto, almeno, al bisogno sa sfoderare qualche finezza."

Il bestione, offeso, inalberò il grugno e brontolò: "A parte il maestro, non mi pare che noi tre siamo tanto diversi."

Tripitaka indossò il kasâya, Scimmiotto prese i documenti dalla sacca e uscirono insieme. Si mescolarono alla folla di gente d'ogni sorta che affollava le strade: funzionari e contadini, artigiani e mercanti, letterati a gomito con facchini. Si esclamava: "Guardate! Ora getterà la palla ricamata."

Tripitaka si teneva in disparte e confidava a Scimmiotto i suoi pensieri: "Se ti guardi intorno, constaterai che i vestiti, le case, gli utensili di questa gente non sono diversi da quelli del nostro paese. Anche il gusto di far baccano e divertirsi è il medesimo. La mia povera mamma raccontava sempre di aver scelto marito gettando una palla ricamata. Vedi: a tanta distanza di luoghi, le consuetudini sono le medesime."

"Che ne dite?" propose Scimmiotto. "Potremmo avvicinarci per vedere meglio."

"Non è il caso. Siamo pur sempre riconoscibili come stranieri, e non vorrei mettermi in situazioni difficili."

"Maestro, non dimenticate le nostre promesse al vecchio monaco del Monastero Pavimentato d'Oro. Andiamo a goderci lo spettacolo sotto la torre, per aver modo di distinguere il vero dal falso. Questo è il momento culminante della festa: anche il sovrano sarà intento ai casi di sua figlia, e non avrà testa agli affari di stato. Venite con me."

Tripitaka si fece convincere e lo seguì fendendo la folla. Credevano di lanciare l'amo; ma non immaginavano che il pescatore fosse un altro.

Dice il racconto che l'anno prima questo sovrano dell'India, amante dei fiori e del paesaggio, aveva portato a passeggio le sue donne nel parco reale per godersi la luna piena. Una creatura perversa aveva colto l'occasione per rapire la principessa e prendere il suo posto, assumendone le sembianze. Il suo vero obiettivo era Tripitaka: voleva impadronirsi del suo yang primordiale, perché le avrebbe consentito di diventare immortale superiore dell'unità suprema. A questo scopo il mostro aveva speso le ricchezze del paese per far costruire la grande torre decorata, da cui avrebbe gettato la palla ricamata per designare il monaco cinese come genero imperiale: conosceva anno, mese, giorno e ora della sua venuta nella capitale.

Era dunque l'una del pomeriggio quando Tripitaka e Scimmiotto si accostarono alla torre. Dopo che la falsa principessa ebbe bruciato l'incenso e formulato i voti al Cielo e alla Terra, le sessanta fanciulle che l'attorniavano in ricche vesti e acconciature le presentarono la palla ricamata. La principessa, dalle otto finestre spalancate della torre, esaminò la folla che si accalcava nella piazza e, quando vide avvicinarsi il monaco cinese, prese la palla e gliela gettò sulla testa. Tripitaka sentì cadere il suo berretto alla Vairocana e fremette. Alzò le mani per proteggersi, e la palla gli rotolò nella manica. La folla gridò: "È un monaco! È toccata a un monaco!"

Nella piazza scoppiò un parapiglia indescrivibile, perché tutti si gettavano avanti nella speranza di impadronirsi della palla. Scimmiotto ringhiò e mostrò i denti; quindi, torcendo le reni, si diede una statura di tre tese e fece smorfie così spaventose che la gente cadeva a terra dallo spavento. In un istante la piazza si vuotò, come d'incanto, e Scimmiotto riprese la sua statura normale.

Le dame e le fanciulle del palazzo, con gli eunuchi giovani e vecchi, uscirono a inchinarsi davanti al monaco cinese: "Vogliate venire a corte, vostro onore, a ricevere le debite felicitazioni."

Tripitaka, mentre si sforzava di rendere loro il saluto e di tendere la mano per sollevarle, si rivolgeva risentito a Scimmiotto: "Hai visto, brutta scimmia zuccona, che bel tiro mi hai giocato?"

"Perché ve la prendete con me?" rise il Novizio. "La palla in testa non ve l'ho tirata io."

"Adesso che cosa facciamo?"

"Maestro, conservate la calma. Vi porteranno a corte dal sovrano, e io ritornerò in albergo, da Porcellino e da Sabbioso. Può darsi che la principessa non insista per sposarvi; in questo caso farete vistare il passaporto e ce ne andremo. In caso contrario, direte al re: "Fate chiamare i miei discepoli; devo dar loro le ultime istruzioni." Allora verrò, e sarò pur capace di distinguere il vero dal falso. Userò lo stratagemma detto distruggere il mostro con il matrimonio."

Tripitaka, d'altronde, non aveva scelta. Mentre il Novizio se ne andava, le dame lo circondarono e lo spinsero verso la principessa, che era scesa ai piedi della torre. Essa lo prese con la sua manina di giada e lo guidò al carro reale, che si mosse verso il palazzo seguito da un grande corteo.

L'ufficiale di servizio alla Porta Gialla corse ad annunciare: "Maestà, la principessa ritorna con un monaco. Suppongo che sia la persona colpita dalla palla ricamata. Attendono i vostri ordini alla porta meridionale."

Il sovrano non gradì la notizia, e sentì la tentazione di gettare quel monaco fuori di casa. Ma non sapeva come l'avrebbe presa la principessa, e si rassegnò a ordinare che fosse introdotto.

Ed ecco la principessa e il monaco cinese presentarsi nella Sala delle Campanelle d'Oro. Erano proprio

Marito e moglie, mano nella mano,

Uniti per il bene e per il male.

Dopo la cerimonia d'ingresso, il re li chiamò accanto al trono e chiese: "Da dove venite, monaco? Com'è accaduto che la palla di mia figlia sia toccata a voi?"

Tripitaka si inchinò e rispose: "Sono incaricato dall'imperatore dei grandi Tang di recarmi al Monastero del Colpo di Tuono per sollecitare le scritture dal Buddha. Mentre attraversavo la piazza per venire a presentare il mio passaporto, mi sono sentito cadere in testa quella palla. Sono un monaco di una fede straniera, ho abbandonato la famiglia e non potrei mai pretendere di unire la foglia di giada al ramo d'oro. Spero che mi vorrete perdonare questo delitto capitale, e acconsentirete a vistare il mio passaporto e lasciarmi ripartire per la mia meta. Quando ritornerò al mio paese, la grazia che vostra maestà mi avrà concesso sarà annotata per l'eternità."

"Venite proprio da lontano!" esclamò il re. "Mai come in questo caso si può dire: Il filo del destino vi ha uniti a mille leghe di distanza. La principessa mia figlia compie vent'anni e non ha mai avuto marito. Il momento di cercarle un buon partito era stato scelto dagli astrologi con tanta cura! Ed è toccata a voi. Vi assicuro che, da parte mia, non ci tengo affatto; ma non so che cosa ne pensi la principessa."

Essa si prosternò: "Padre mio, come dice il proverbio: sposi il gallo, e vai col gallo; sposi il cane, e vai col cane. Mentre ricamavo la palla, ho giurato solennemente che avrei sposato qualunque persona avesse colpito. Se è toccata al santo monaco, vuol dire che così era destinato dalle nostre esistenze anteriori. Come potrei discutere un'unione voluta dal destino? Lo accetto come genero reale."

Il re prese le sue disposizioni: incaricò il presidente del collegio astrologico di fissare il giorno del matrimonio, fece preparare il corredo ed emanò il proclama che dava la grande notizia a tutto il mondo. Ma Tripitaka, invece di mostrarsi contento, non faceva che implorare: "Scusatemi tanto! Lasciatemi libero!"

"Questo bonzo è proprio stupido" si indignò il re. "Si vede offrire le ricchezze del nostro regno e la posizione di genero reale, e invece di rallegrarsene continua a perdere la testa dietro ai suoi maledetti sutra. Se continua a rifiutare, chiamo le guardie in divisa di broccato e gli faccio tagliare la testa."

Il reverendo inorridì e si sentì svenire. Si prosternò tremando come una foglia e balbettò: "Sono riconoscente a vostra maestà della grazia celeste che mi concede. Ma ho tre discepoli che mi aspettano, e non ho potuto avere alcun contatto con loro, né dare le istruzioni necessarie. Vi supplico di convocarli, di vistare i documenti e di lasciare che loro portino a termine la nostra spedizione."

Il re chiese: "E dove sarebbero, questi discepoli?"

"Alla stazione postale."

Il re spedì subito i suoi ufficiali a cercarli, perché venissero a prendersi il passaporto e si levassero di torno, abbandonando il loro maestro alla sua vocazione di genero reale.

Servon tre perfezioni a conservare

Il tuo grande elisir, contro le insidie

Del destino contrario. Tradizione

È la Via; ma a te spetta coltivarla.

Il Cielo benedice; tu fai il bene.

Non lasciar che i sei sensi ti travolgano

Coi molti desideri. La natura

Ti scoprirà le fonti originarie.

Senza affetti o pensieri, sarai puro

E libero di giungere a salvezza.

Scimmiotto era ritornato all'albergo tutto allegro e pimpante, ridendo fra sé.

"Di che cosa ridi, fratello?" chiesero Porcellino e Sabbioso. "Che ne è del maestro?"

"Il maestro ha una bella fortuna."

"Il viaggio non è finito, non ha visto il Buddha e non ha avuto le scritture" constatò Porcellino. "Quale fortuna può mai essere?"

"Mentre passavamo per la piazza, la figlia del re ha lanciato la sua palla da una torre per scegliere lo sposo, e questa palla ha colpito il maestro. Dame, fanciulle ed eunuchi l'hanno imbarcato sul carro reale e l'hanno portato a corte in compagnia della principessa. Ora è genero reale: non vi sembra una bella fortuna?"

Porcellino diede in escandescenze: "È tutta colpa di quel disgraziato di Sabbioso. Se fossi stato anch'io in quella piazza, la palla della principessa avrebbe colpito me. Io sì, che sarei stato un genero soddisfacente!"

"Spudorato fanfarone!" esclamò Sabbioso sfregandogli il grugno. "Credi di poter comprare il mulo per tre soldi, e te lo senti già sotto il sedere. Se la palla per sbaglio avesse colpito te, la principessa non avrebbe aspettato un minuto a bruciare suppliche al Cielo di elevarti subito lassù. Chi si prenderebbe in casa una disgrazia come te?"

"Non te ne intendi, moraccio. Sono brutto, ma ho anch'io il mio fascino. Come dicevano gli antichi: Pelle dura, ma ossa solide; ce n'è per tutti i gusti."

"Zitto, bestia!" tagliò corto Scimmiotto. "Tieni i bagagli a portata di mano. Il maestro è in preda al panico, e ci farà chiamare da un momento all'altro: dobbiamo tenerci pronti a intervenire."

"Intervenire dove?" obiettò Porcellino. "Non gli serve più che ci azzuffiamo per lui con i mostri sulle montagne. Ormai se ne sta al caldo nella corte reale. Alla sua età, non avrà certo bisogno di te per farsi spiegare che cosa si fa sotto le coperte."

Scimmiotto lo prese per le orecchie: "Brutto sporcaccione che pensa solo a queste cose! Che cos'hai da ridire sul maestro?"

Mentre bisticciavano, il mastro di posta venne ad annunciare: "Un ufficiale è venuto a portarvi il sacro decreto di invito a corte di sua maestà."

"Perché siamo invitati?" domandò Porcellino.

"Perché il reverendo ha avuto la fortuna di essere prescelto come genero reale."

"Fate entrare il messaggero" disse Scimmiotto.

Quando l'ufficiale li vide restò senza parola, chiedendosi se fossero diavoli o yaksa.

"Ehi ufficiale!" lo incitò Scimmiotto. "Hai perduto la parola?"

Il poveretto mostrò tremando il decreto reale e balbettò: "La principessa invita i suoi parenti... Sono i parenti della mia principessa che vi invitano..."

"Guàrdati intorno: qui non ci sono strumenti di tortura; e nessuno pensa di metterti le mani addosso. Non farfugliare, parla lentamente. Non ti spaventare" gli disse Porcellino.

"Non ha paura delle botte, ma del tuo bel faccino" sogghignò Scimmiotto. "Raccogli i bagagli e prendi il cavallo. Discuteremo la situazione con il maestro."

È il caso di ricordarlo:

Le strettoie non puoi sempre evitare,

E l'amor brutta fine ti fa fare.

Se poi non sapete come andò il loro incontro con il re, ascoltate il prossimo capitolo.