Come si diceva, Scimmiotto e i suoi compagni, al seguito dell'ufficiale inviato dal re, si presentarono a corte. Ai piedi dei gradini del trono rimasero dritti impalati, senza accennare il minimo inchino.
"E così, voi sareste gli eminenti discepoli del santo monaco, mio genero" disse il re. "Come vi chiamate? Da dove venite? Perché vi siete fatti monaci? Che cosa sarebbero questi sutra che cercate?"
Scimmiotto fece un passo avanti, per salire la scala del trono; ma la guardia di servizio gridò: "Fermo! Parlate dove siete."
Scimmiotto rise: "Noi monaci non perdiamo mai l'occasione di farci avanti."
Porcellino e Sabbioso avanzarono con lui. Tripitaka, temendo complicazioni, ordinò: "Discepoli, restate dove siete e rispondete alle domande."
Il Novizio, vedendolo in piedi accanto al sovrano seduto sul trono, sbottò: "Sua maestà si dà importanza con l'affettare disprezzo per gli altri. Invitate il mio maestro a diventare vostro genero, e poi lo costringete a restare in piedi. Sposerà vostra figlia e diventerà 'sua altezza'; perché non lo fate sedere?"
Il re impallidì di paura. Ebbe la tentazione di rifugiarsi nelle stanze interne, ma gli sembrò indecoroso e si trattenne. Finì per raccogliere tutto il suo coraggio e ordinare che si portasse un cuscino ricamato per far sedere il monaco. Quando lo vide comodamente sistemato, Scimmiotto acconsentì a rispondere:
"La casa avita del vecchio Scimmiotto è la Grotta del Sipario Torrenziale, sul Monte di Fiori e Frutti del paese di Aolai, nel continente dell'Est.
Mi partorì una rupe; furono mio padre il cielo e mia madre la terra. Conseguii il Tao con l'aiuto di un perfetto e ritornai nel paese natale, la terra benedetta della grotta dove vivevano i miei. Sottomisi i draghi in fondo al mare e scalai le montagne per catturare le fiere.
Dopo aver cancellato il mio nome dal registro dei morti, ebbi il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo. Godevo gli splendori dei palazzi celesti, mi intrattenevo con gli immortali e vivevo nella gioia e nei canti. In quei santi luoghi, un giorno dopo l'altro, vivevo felice.
Ma poi, per aver turbato la festa delle Pesche d'Immortalità ed essermi ribellato al Cielo, fui catturato dal Buddha, imprigionato sotto la Montagna dei Cinque Elementi, nutrito di pillole di ferro e dissetato con bronzo liquefatto. Per cinquecento anni non conobbi i sapori del tè e del riso. Per fortuna il mio maestro partì dalle terre dell'Est, diretto a occidente, e Guanyin gli ordinò di liberarmi dal celeste castigo. Uscito da quella prova, mi convertii allo Yoga.
Il mio nome è Consapevole del Vuoto, ma mi chiamano anche il Novizio."
Il re si rese conto che aveva a che fare con gente di qualità; balzò giù dal trono e corse a stringere le mani del reverendo: "Genero mio, una celeste affinità vi ha portato nella mia casa ad annodare questi divini legami." Tripitaka non finiva più di ringraziare.
Il re risalì sul trono e domandò: "E il secondo discepolo?" Porcellino drizzò il grugno con sussiego e rispose:
"Nella sua vita anteriore, il vecchio Porcellino era avido di piaceri e incline all'indolenza. Trascorsi un'esistenza sviata, nel disordine e nella confusione. Ero ignaro dell'altezza del cielo e dello spessore della terra, quanto dell'immensità dei mari e della maestà dei monti.
Mentre mi trovavo immerso nelle tenebre, incontrai un uomo vero che, con poche parole, mi liberò dalla rete dei miei peccati e spezzò la porta della mia disgrazia. Illuminato da lui, mi dedicai anima e corpo al suo insegnamento, praticando con diligenza il lavoro del doppio otto e forgiando rispettosamente la successione del doppio nove. Ciò mi aprì le porte dei palazzi del Cielo.
La grazia generosa dell'Imperatore di Giada mi conferì il titolo di Ammiraglio dei Canneti Celesti e mi affidò il comando della marina che presidia la Via Lattea. Ma a una festa delle Pesche d'Immortalità mi lasciai andare a certe libertà con Chang'e; perciò fui degradato e bandito fra i mortali. Sul cammino della reincarnazione, per sbaglio fui concepito da una scrofa; e abitando sul Monte Fuling commisi ogni specie di peccato.
Fu Guanyin a riportarmi sulla retta via: mi convertì alla dottrina del Buddha e fece di me il protettore del monaco cinese nella sua ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest.
Il mio nome in religione è Consapevole delle proprie Capacità; mi chiamo anche Otto Divieti."
Il re era tanto impressionato che non osava nemmeno alzare gli occhi su di lui. Il bestione fu eccitato dall'impressione che faceva, e si lasciò andare a smorfie mostruose, sventagliando le orecchie e ridendo satanicamente.
Tripitaka gli gridò: "Via, un po' di creanza!" Porcellino si sforzò di rientrare nei ranghi e addirittura di imitare, con certe curiose contorsioni, un comportamento manieroso.
"Qual'è la storia del vostro terzo discepolo?" domandò il re. Sabbioso giunse le palme e rispose:
"Fui un semplice mortale che cercava la Via perché temeva la morte. Vagabondai fino alle estremità dei mari e ai confini del cielo, in abito monacale e con la ciotola delle elemosine. La pia sincerità della mia ricerca mi fece incontrare un compagno d'immortalità. Mi riuscì di alimentare il fanciullo alchemico e di unirmi alla bella fanciulla; quando il mio lavoro raggiunse il Chiliocosmo, armonizzai i quattro stati dei fenomeni.
Fui ammesso dentro i confini del Cielo, mi inchinai davanti alla volta misteriosa e ricevetti il titolo di Generale delle Cortine Arrotolate, incaricato del carro di draghi e fenici.
Ma durante la festa delle Pesche d'Immortalità ruppi maldestramente una coppa di cristallo, e perciò fui esiliato nel Fiume delle Sabbie Mobili. Il mio aspetto e il mio spirito mutarono: mi abbandonai al peccato e distrussi molte vite.
Per fortuna la pusa, in viaggio verso l'Est, mi convertì e mi impegnò ad accompagnare il figlio del Buddha della corte dei Tang, in cerca del giusto frutto.
Mi sentii rinnovato e ricominciai a coltivare il Grande Risveglio.
Sia il mio nome in religione, Consapevole della Purezza, sia l'altro nome di Sabbioso, evocano il fiume."
Il re si sentiva combattuto fra la gioia e il timore: gioia che sua figlia avesse scelto un buddha vivente, e timore per quei discepoli, che erano in realtà divinità perverse. Si presentò il primo astrologo di corte: "Il matrimonio è fissato per il dodici di questo mese: un giorno fasto, particolarmente propizio all'unione e conforme alle regole generalmente in uso."
"Oggi che giorno è?" chiese il re.
"Oggi è l'otto, il giorno in cui le scimmie offrono frutta, propizio all'udienza dei saggi e alla trattazione degli affari."
Il re fu soddisfatto e ordinò di spazzare torri e padiglioni nel parco, per ospitarvi il genero e i suoi discepoli in attesa delle nozze. Poi fu tolta la seduta.
Tripitaka e i suoi si ritirarono nei quartieri destinati dove, al cader della sera, fu servito un pasto vegetariano.
"Abbiamo avuto una giornata impegnativa; perciò dobbiamo mangiare in abbondanza!" esclamò allegro Porcellino. I servitori portavano una pignatta dopo l'altra di riso e di tagliatelle, e riempivano senza tregua la sua ciotola; finalmente il mangione si sentì sazio, pieno e stivato fino ai capelli, e si fermò. Si accesero le lampade, si distesero le coperte e in breve tutti si coricarono.
Non appena restarono soli, il reverendo si rivolse al Novizio con voce furente: "Maledetto macaco, mi metti sempre in situazioni impossibili! Te lo avevo detto che volevo sbrigare il visto del passaporto tenendomi lontano da quella torre: mi ci hai trascinato tu. E adesso che abbiamo visto com'è andata a finire, che cosa conti di fare per cavarmi dai guai in cui mi hai ficcato?"
"Maestro" rispose sorridendo Scimmiotto, "vi ho portato dove potevate soddisfare la vostra passione nostalgica per il passato e le tradizioni; non dicevate che la scelta dello sposo con il lancio della palla ricamata vi ricordava la vostra povera mamma? Sul serio: abbiamo promesso al superiore del Monastero Pavimentato d'Oro di chiarire il mistero della principessa; non potevamo farlo tenendoci in disparte. Il re ha la faccia cupa, cova qualcosa; ma di sua figlia non ho ancora avuto modo di farmi un'idea."
"Che cosa farai quando l'avrai vista?"
"Distinguerò il vero dal falso e il giusto dal perverso: mi basterà guardarla negli occhi."
Sabbioso e Porcellino risero: "Nostro fratello fa pratica come fisiognomonista."
"Quelli non sono buoni nemmeno ad allacciarmi le scarpe" ribatté Scimmiotto.
"Voi perdete tempo a cicalare" gridò Tripitaka, "ma questa gente ha deciso di prendermi per genero: come me ne potrò liberare?"
"Le nozze sono fissate per il dodici. In quell'occasione la principessa dovrà per forza presentarsi in pubblico, per rendere omaggio ai genitori, e io avrò modo di osservarla. Se poi scoprissi che è una ragazza normale, non vi resterà che sposarla e godervi i fasti del regno."
L'esasperazione di Tripitaka raggiunse il colmo: "Brutto macaco, mi vuoi morto! Avremo percorso il novantotto per cento del nostro viaggio, e tu cogli il momento per pugnalarmi con la tua lingua affilata. Tienila chiusa, quella boccaccia puzzolente! Se mi manchi di rispetto, recito l'incantesimo e ti spacco la testa."
Il Novizio si spaventò: "Per carità, non fatevi prendere la mano. Anche se la principessa fosse autentica, potremo sempre creare confusione nel palazzo e rapirvi al momento della cerimonia."
Quando suonò la prima veglia, discutevano ancora.
Profumano i fiori, sgocciola la clessidra. Sulla porta decorata è calata la tenda di perle. Ogni luce è spenta nella corte, gli ultimi suoni del flauto tibetano sono svaniti nel silenzio; in un angolo dondola al vento l'altalena vuota.
Il lume della luna riempie la stanza. Sotto il cielo stellato sognano le farfalle.
Bianche nuvole navigano lungo la rotta della Via Lattea verso paesi lontani.
Il vento agita le chiome dei salici; il cuore del viandante si stringe di nostalgia.
"Maestro" suggerì Porcellino, "mettiamoci a letto. Ne riparleremo domattina."
Il mattino successivo l'udienza reale si aprì alle cinque.
Una nube di porpora circonda
I palazzi reali. Cirri sventolano
Come pennoni. Quando sorge il sole
Emergono dall'ombra le chimere
Sul culmine dei tetti. La rugiada
Imperla i fiori, e bruma mattutina
Aggiunge un tocco al fascino dei salici.
Mentre suona la musica reale
I mandarini cantano la pace
E l'armonia che regnan nel paese.
Dopo aver ricevuto l'omaggio dei funzionari civili e militari, il re ordinò: "Il servizio dei banchetti prepari il convito di nozze per il giorno dodici. Oggi servirete una giara di vino di primavera. Invitiamo nostro genero a intrattenersi con noi nel parco reale."
Quanto ai tre 'saggi parenti', l'ufficio del cerimoniale fu incaricato di accompagnarli all'albergo, dove il servizio dei banchetti doveva offrir loro una colazione vegetariana. L'ufficio della musica aveva il compito di far musica dove gli ospiti si trovassero, perché ciascuno godesse la bella giornata primaverile.
Intervenne Porcellino: "Maestà, noi discepoli non ci siamo mai separati dal maestro. Se lo volete festeggiare nel parco reale, invitate anche noi. Sarà utile anche a voi, perché senza il nostro aiuto non riuscirete a persuaderlo a diventare vostro genero."
Il re era impressionato da quel brutto grugno, dalla vociona rude, dalle smorfie che faceva e dai suoi impossibili sventagliamenti d'orecchie. Gli sembrò prudente non contrastare lo strano personaggio, tanto più se poteva restarne compromesso il real matrimonio.
"Mi recherò in compagnia del genero nel Padiglione di Perpetua Pacificazione" dichiarò. "Preparate per i discepoli il Chiosco Afferra Primavera; non è il caso che mangino alla stessa tavola del loro maestro."
Il bestione tirò giù una riverenza e borbottò: "Grazie tante."
Verso l'ora del serpente, le dieci del mattino, il re montò sul carro reale e invitò Tripitaka ad accompagnarlo in un giro dell'incantevole parco reale:
Sentieri pavimentati di marmi colorati; balaustre finemente traforate. I sentieri serpeggiano fra piante rare; insoliti fiori si mostrano dietro le balaustre.
Il martin pescatore si smarrisce fra i magici peschi; i salici delicati nascondono il rigogolo. Un profumo inebriante riempie le maniche del visitatore, lievi fragranze impregnano i suoi abiti.
Fra la terrazza delle fenici e lo stagno dei draghi si ergono il padiglione dei bambù e il chiosco dei pini; qui un'aria di flauto richiama le fenici, là i pesci si trasformano in draghi e volano via [...]
A lungo il re e il suo seguito contemplarono i bei luoghi. Poi il re condusse Tripitaka nel Padiglione di Perpetua Pacificazione, mentre Scimmiotto e i condiscepoli furono invitati nel Chiosco Afferra Primavera. Si banchettò in un ambiente fastoso, fra canti, musica e danze.
Splende nel sole il portale imponente,
Mentre la torre di draghi e fenici
Emerge dalla bruma. Sono chiari
I colori che splendono sul prato
E drappeggiano i lieti convitati.
Suono di flauti accompagna il banchetto,
Girano calici colmi d'ambrosia.
Il sovrano divide con i sudditi
La sua gioia nel vasto padiglione.
Il reverendo, fatto segno di tanti riguardi, non poteva certo far mostra di sottrarsi alla gioia generale: viso contento roso dall'angoscia.
Erano appesi al muro quattro pannelli dorati, che rappresentavano le quattro stagioni e recavano versi dei migliori letterati della Foresta dei documenti.
Sul quadro della primavera:
Nuovo respiro alita dal cielo,
Ogni cosa nel mondo è rinnovata.
Rivaleggian di fiori il pesco e il melo.
Ritorna al nido la rondine alata.
Sul quadro dell'estate:
L'aria del flauto interrompe i tuoi sogni
In cui l'umido caldo t'immergeva.
Vedi brillare il sole sui cotogni
E fragranza di fiori ti solleva.
Sul quadro dell'autunno:
Le foglie gialle ricoprono il suolo.
La rondine il suo nido ha abbandonato.
Giunchi spezzati; stormi di oche in volo.
Candida brina la notte ci ha dato.
Sul quadro dell'inverno:
Gelida pioggia dalle nubi nere.
Mostrano i monti le cime imbiancate.
Nella penombra rosseggia il braciere.
Vita latente in fronde denudate.
Il re notò che Tripitaka era intento alla lettura dei versi. "Caro genero" gli propose, "vedo che amate la poesia, e certo sarete abile a comporla. Non siate avaro dei vostri talenti: offriteci poemi con le stesse rime."
Il reverendo poteva perdersi per ore nella contemplazione di un paesaggio, vero o dipinto, come tutti coloro che hanno chiara visione del proprio spirito. Si sentì onorato dalla proposta del re, e gli salì senz'altro alle labbra il primo verso: "Il ciclo si avvicenda, fonde il gelo..."
Il re, soddisfatto, ordinò all'ufficiale di guardia: "Portami i quattro tesori dello studio del letterato. Pregherò il genero di mettere i suoi poemi per iscritto, così potremo gustarceli con comodo."
Il reverendo prese il pennello e scrisse.
Ai versi sulla primavera:
Il ciclo si avvicenda, fonde il gelo,
La dolce pioggia ogni cosa ha lavata.
Si rinnova la vita in ogni stelo.
Splende nel sole l'aiuola infiorata.
Ai versi sull'estate:
Dell'ombra della sofora abbisogni,
Che dall'ardente sole ti solleva.
Se musica ti occorre pei tuoi sogni,
Canto d'uccelli ogni tristezza leva.
Ai versi sull'autunno:
Gli ultimi aromi esalan foglie al suolo.
Il primo gelo al cipresso ha giovato.
Dei crisantemi fiorisce lo stuolo.
Sulle acque la canzone ha risonato.
Ai versi sull'inverno:
Dà l'aria fredda e pura il suo piacere;
Mette in risalto le rupi innevate.
Messo a bollire il cumis sul braciere,
Ci scaldiamo le mani congelate.
Il re fu generoso di complimenti e ordinò all'ufficio della musica di comporre ed eseguire arie sui versi di Tripitaka. Così passò la giornata.
Scimmiotto e i condiscepoli, nel loro chiosco, attendevano a passatempi più materiali e finirono per sentirsi un po' brilli. Alla fine andarono in cerca del maestro, che si stava ancora intrattenendo con il re. Porcellino, che non conosceva moderazione, si lasciò andare a gridare: "Come siamo stati bene! Ci siamo riempiti la pancia come si deve. Adesso possiamo anche buttarci giù a ronfare."
"Che maleducato!" esclamò ridendo Sabbioso. "Dormire subito dopo aver mangiato tanto non aiuterà la nostra digestione."
"Si vede che non conosci il proverbio: Chi dopo pranzo dormirà, un dito di ciccia fabbricherà."
Tripitaka era livido. Si affrettò a congedarsi dal re e, allontanatosi dal padiglione, diede una strigliata ai suoi discepoli, in particolare a Porcellino: "Bestia villana! Tu credi di poter dire qualsiasi cosa; ma il re potrebbe irritarsi, e fartela pagare cara."
"Che differenza volete che faccia?" replicò Porcellino. "Per lui, ormai, siamo gente di famiglia. Come dice l'adagio: Non c'è colpo che spezzi il legame di sangue; non c'è insulto che rompa il buon vicinato. Dopo tutto stavamo a divertirci. Non credo che abbiamo corso nessun pericolo."
"Tenetemi fermo questo cretino" ordinò Tripitaka esasperato. "La lezione gliela dò io, con il mio bastone da pellegrino."
Scimmiotto eseguì, rovesciandolo al suolo e inchiodandolo spalle a terra, mentre il reverendo levava il suo bastone.
"Monsignor genero!" strillava il bestione. "Fatemi grazia, per pietà!" Gli ufficiali che li accompagnavano intercedettero in suo favore.
Porcellino poté rimettersi in piedi e brontolò: "Bel genero che siete! Fate il tutore della legge del re ancor prima di aver consumato il matrimonio."
Scimmiotto gli turò la bocca con la mano: "Taci, scemo. Per oggi ne hai dette abbastanza. Se vuoi restar sano, va a dormire."
Si ritirarono per la notte nel Chiosco Afferra Primavera. I giorni successivi trascorsero in feste e passatempi, finché giunse il grande momento.
Il giorno dodici gli ufficiali dei tre dipartimenti del servizio dei banchetti si presentarono a rapporto: "In conformità dell'ordine impartito il giorno otto, è stata compiuta la costruzione della residenza del real genero. Non resta che trasportarvi il corredo. I preparativi del banchetto sono stati completati: cinquecento coperti con doppio menu, vegetariano e non."
Mentre il re si disponeva a un sopralluogo, in compagnia del genero, sopraggiunse un inviato del palazzo interno: "Maestà, la regina vi invita."
Il re si recò nel Palazzo del Radioso Yang, dove le regine dei tre palazzi e le concubine delle sei corti avevano accompagnato la principessa e cicalavano a distesa.
Lo spettacolo di fiori e broccati che offrivano era più ricco e sontuoso di quello del Palazzo della Luna; niente da invidiare al Padiglione di Diaspro della residenza degli immortali. [...](78)
Quando regine e dame lo ebbero convenientemente salutato, il re prese la parola: "Mia saggia figlia e cara principessa, spero che vediate esauditi tutti i vostri voti, dopo che la palla ricamata ha così felicemente scelto il vostro sposo. Gli ufficiali dei vari servizi hanno lavorato sodo con grande devozione, e ora tutto è pronto. Il gran giorno di gioia è arrivato: vi raccomando di essere puntuale alla festa di nozze."
La principessa si prosternò: "Padre e maestà, vi prego di perdonare le mille offese che la vostra umile figlia vi reca. Ho udito dagli ufficiali di palazzo che il santo monaco ha tre discepoli molto brutti: non li vorrei vedere, per non restarne spaventata. Se fosse possibile, vi chiederei di mandarli via. Sapete che sono impressionabile e di salute delicata: se mi trovassi davanti quegli spauracchi, il giorno di festa potrebbe mutarsi in un giorno di lutto."
"Giusto, figlia mia, non ci avevo pensato. Sono dei tipi più brutti del comune; in questi giorni abbiamo cercato di confinarli il più possibile nel Chiosco Afferra Primavera. Faremo così: visterò i loro passaporti e li inviterò a ripartire prima di dare inizio alla festa."
La principessa batté la fronte al suolo in segno di gratitudine. Il re salì nella sala d'udienza e convocò il real genero e i suoi discepoli.
Tripitaka, che aveva contato febbrilmente i giorni, stava appunto discutendo il da farsi: "Eccoci arrivati al giorno dodici. Come ci regoliamo?"
"Il re è effettivamente circondato da un soffio nefasto; ma è lieve, non può trattarsi di niente d'irreparabile" rispose Scimmiotto. "Quanto alla principessa, non ho ancora avuto modo di osservarla; al primo colpo d'occhio ne saprò quanto occorre. In ogni modo, voi dovete conservare la calma. Vedrete che il re ci convocherà, e probabilmente inviterà noialtri ad andarcene. Voi non dovete fare difficoltà a restar qui solo: vedrete che io ritornerò subito di nascosto ad assicurare la vostra protezione."
Ed ecco giungere l'ufficiale che li convocava davanti al re, accompagnato dal direttore dell'ufficio del cerimoniale.
"Eccoci qua!" sogghignò Scimmiotto. "Naturalmente si tratterà di metterci alla porta, prima di dare il via ai festeggiamenti."
"Chissà quante once d'oro e d'argento ci offriranno; ce ne sarà da darci bel tempo e da riportarne a casa a bizzeffe" sognava Porcellino.
"Sta zitto!" esortò Sabbioso. "Facciamo come suggerisce il fratello maggiore."
In assetto di viaggio, con bagagli e cavallo, seguirono l'ufficiale ai piedi dei gradini vermigli. Il re disse loro: "Dateci i vostri documenti perché vi apponiamo il sigillo. Vi abbiamo preparato un viatico perché vi possiate recare senza indugio sul Monte degli Avvoltoi a incontrare il Buddha. Al ritorno, se avrete ottenuto le scritture, riceverete altri segni della nostra gratitudine. Non abbiate timore per nostro genero: resta in buone mani."
Scimmiotto ringraziò e incaricò Sabbioso di porgere i documenti. Il re li lesse, appose il sigillo e la sua firma, e offrì in dono dieci lingotti d'oro e venti d'argento. L'avido Porcellino li prese in consegna, e Scimmiotto si inchinò e si scusò per il disturbo.
Mentre stavano per partire, Tripitaka gli si aggrappò a un braccio battendo i denti, e bisbigliò: "Ve ne andate via e mi abbandonate!"
Scimmiotto gli pizzicò la mano e strizzò l'occhio: "Godetevi la vita, fate festa! Non appena avremo ottenuto le scritture, ci rivedremo." Tripitaka gli restava convulsamente aggrappato. Agli occhi dei funzionari, sembrava che si stessero salutando.
Ma il re sollecitò il genero ad accompagnarlo nei suoi appartamenti, e Tripitaka dovette mollare la presa, mentre i suoi discepoli venivano accompagnati fuori del palazzo.
Si incamminarono verso l'albergo. "Ce ne andiamo davvero?" chiedeva Porcellino. Scimmiotto tirava diritto e non rispondeva.
Il mastro di posta offrì loro il tè e fece preparare una colazione. Scimmiotto raccomandò: "Non mettete il naso fuori di qui. Vi lascio un sosia; evitate di parlargli, perché non so che cosa vi risponderebbe. Se il mastro di posta vi rivolge la parola, restate sulle generali. Io me ne vado dal maestro."
Si strappò un pelo, gridò: "Trasformazione!" e ne fece un altro Scimmiotto che lasciò al suo posto. Da parte sua, si trasformò in ape e volò via.
L'insetto giallo danza nel vento, con bocca dolce di miele e aguzzo dardo nella coda. Nessuno è più abile di lui a introdursi fra i salici, scuotere i fiori e rubare ai pistilli i loro profumi. Non si ferma mai, abile e indaffarato. Troverà mai il tempo di assaggiare il miele che distilla?
Giunto alla corte, vide il monaco cinese su un morbido cuscino, alla sinistra del re, con la faccia contratta come se fosse seduto sui carboni ardenti. Si posò sul suo cappello alla Vairocana e bisbigliò: "Maestro, eccomi qua!"
Solo il monaco cinese poteva udire la sua vocina, e gli fu di grande sollievo.
Venne un ufficiale di palazzo a invitare: "Maestà, il pranzo di nozze è servito nel Palazzo della Gazza. La regina e la principessa vi aspettano: pregano vostra maestà e gli onorevoli ospiti di prendere posto."
È il caso di dirlo:
Ogni perverso preferisce i fiori
Che gli portan disgrazia; è dallo spirito
Agitato che originano i guai.
Se poi non sapete, in fin dei conti, come il monaco cinese riuscisse a tirarsene fuori, ascoltate il seguito.