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095 UNA LEPROTTA INTRAPRENDENTE · OVE IL FALSO, CERCANDO L'UNIONE COL VERO, CONDUCE ALLA CATTURA DELLA LEPRE DI GIADA, PURA FEMMINILITÀ CHE RITORNA AL GIUSTO E RITROVA NUMINOSITÀ…

Come si diceva, il monaco cinese seguì il re verso gli appartamenti interni. Tutto spaurito e preoccupato, teneva la testa bassa e non osava alzare gli occhi. Intorno a lui suonavano fanfare ed esalavano dai bracieri profumi squisiti.

Posato in forma d'ape sul cappello del maestro, Scimmiotto se la godeva un mondo: due file di belle fanciulle vestite di vivi colori formavano uno spettacolo più incantevole della brezza di primavera che sollevi tende di broccato.

Tenere e carine, pelle più liscia del ghiaccio e sostanza di giada. Si tengono per mano a coppie, più seducenti delle ragazze di Chu, più belle di Xi Shi. Dalle loro alte e vaporose acconciature prendono il volo splendide fenici. Le sopracciglia di falena disegnano profili di montagne all'orizzonte. Suonano intorno pifferi e organi a fiato, flauti e tamburi. Le note salgono e scendono in bell'armonia.

Puri canti, danze meravigliose, più amabili dei fiori ricamati sul broccato.

Nel vedere il suo maestro insensibile al bello spettacolo, il Novizio schioccava la lingua soddisfatto: "Che monaco in gamba! Tra le sete e i broccati il cuor non si smarrisce; vanno i piedi sul diaspro, ma la mente nel cielo."

La principessa attendeva davanti al Palazzo della Gazza, circondata dalle regine e dalle concubine reali, che gridarono: "Viva il re! Lunga vita al re!" Il reverendo, preso dal panico, tremava come una foglia e non sapeva come comportarsi. Scimmiotto constatò che intorno alla principessa c'era un'aura malefica, per quanto lieve. Mormorò all'orecchio del maestro: "In effetti in quella principessa c'è qualcosa che non va."

"Come faremo a costringerla a mostrarsi nel suo vero aspetto?"

"Ci penso io, seduta stante."

"Fermo, per carità! Non bisogna spaventare sua maestà. Per usare le tue magie, devi aspettare che si sia ritirato."

Scimmiotto non era di temperamento temporeggiatore. Gettò un grido, riprese la propria forma e si gettò sulla principessa: "Bestia immonda! Non ti bastava goderti il frutto delle tue menzogne: sei tanto spudorata da voler ingannare anche il mio maestro e distruggere il suo yang immacolato."

Il re rimase a bocca aperta, le regine svenivano, la dame di palazzo scappavano via e non sapevano più dove nascondersi. Era come se

soffiasse temporale di primavera o burrasca autunnale. Il temporale di primavera scuote mille fiori nel giardino; la burrasca autunnale si porta via diecimila foglie dal boschetto. Peonie spezzate sono cadute sulla balaustra. Gli ibischi presso lo stagno fremono ancora. Petali di crisantemi si sono raccolti ai piedi della terrazza. Il povero melo fiorito si affloscia senza forza nella polvere. Il profumo delle rose si disperde.

Quel vento di primavera spezza i gambi del loto.

Quella neve invernale brucia i germogli dei prugni. I petali di melograno cadono qua e là nella corte. I salici della diga si piegano fino a terra.

La notte di tempesta ha ricoperto il suolo di infinite macchie rosse.

Tripitaka si aggrappò al re: "Maestà, vi supplico, non vi spaventate! Quel testardo del mio discepolo vuol sempre fare di testa sua: ora sta usando la magia per distinguere il vero dal falso."

Quando la creatura malefica si vide smascherata, si strappò i vestiti e i gioielli che indossava e corse al tempietto della divinità locale per ricuperare un corto bastone, che aveva la foggia di un grande pestello. Fronteggiò e cercò di colpire il Novizio che la inseguiva, ma si vide opporre la sbarra di ferro. Urlando e soffiando vapori, i due ingaggiarono un duello con l'impiego dei loro poteri magici; presto, per muoversi ad agio, montarono in cielo e si diedero battaglia sulle nubi, sollevandole e scompigliandole fino a nascondere il sole. Un bello scontro!

La sbarra cerchiata d'oro è famosa; quel curioso pestello, chissà da dove viene. L'uno viaggia in cerca delle autentiche scritture; l'altra vuol soddisfare la sua ingordigia per i fiori rari.

La creatura conosce da un pezzo il santo monaco, e vuole impadronirsi del suo seme. A suo tempo aveva rapito la vera principessa per mettersi al suo posto. Ma, fin dal primo incontro, il grande santo ha riconosciuto i suoi miasmi malvagi e separato l'illusione dalla realtà.

Il pestello mira alla testa, ma la sbarra lo arresta.

Quel combattimento nel cielo mise in allarme tutti gli ufficiali di corte, e in subbuglio tutta la popolazione della città. Il reverendo sosteneva il re e gli diceva: "Non temete! Rassicurate anche sua maestà la regina e le altre persone. Il fatto è che la vostra principessa non era autentica come credevate, ma falsa. Aspettate che il mio discepolo metta tutto in chiaro, e saprete come regolarvi."

Le più coraggiose fra le concubine reali corsero a raccogliere vestiti e gioielli caduti a terra, e li mostrarono alla regina: "Dev'essere vero che è una creatura perversa. Guardate che svergognata: si è spogliata tutta nuda ed è saltata in cielo a picchiarsi con il bonzo."

Pian piano, il re, la regina e le altre dame rientrarono in sé e guardarono che cosa accadeva sopra le loro teste.

Il mostro e il grande santo continuarono a battersi per mezza giornata; finché Scimmiotto gettò in aria la sua sbarra e gridò: "Trasformazione!" Subito la sbarra si moltiplicò in centinaia e migliaia di esemplari, che piovvero da tutte le parti intorno al mostro come una grandinata di serpenti e di pitoni. Esso, preso dal panico, si trasformò in una corrente d'aria e fuggì via nell'azzurro. Scimmiotto riunì nuovamente le sbarre e lo inseguì a cavalcioni di una luminosità di buon augurio. Vide da lontano bandiere e stendardi, e si rese conto che il mostro si dirigeva verso l'entrata occidentale del Cielo; allora gridò a gran voce: "Dalli al mostro! Portinai, fermate quel mostro!"

Il devarâja Conservatore del Regno accorse subito, alla testa dei quattro grandi marescialli Pang, Liu, Gou e Bi, e sbarrò la strada. La creatura fu costretta a volger loro le spalle, si trovò davanti Scimmiotto e lo affrontò alla disperata con il suo pestello.

Mentre combatteva, il grande santo osservava con curiosità quella strana arma, con un'estremità sottile e l'altra grossa e arrotondata, precisamente come un pestello da mortaio: "Spiegami un po', bestiaccia, da dove viene la tua strana arma?"

"Non la conosci?" rispose il mostro. "Ascolta.

È radice di bianca giada. Secoli

La levigarono. Sta in mio possesso

Fin da prima che il caos si separasse.

Non è cosa mortale, ma celeste.

Il suo corpo splendente si congiunge

Ai quattro stati ed ai cinque elementi,

Ai tre principi primordiali. L'ebbi

Nel Palazzo del Rospo e sotto l'ombra

Del cinnamomo; come mia compagna

Mi seguì inseparabile anche quando

Discesi sulla terra e venni in India

Per amore dei fiori. Il desiderio

Mi spinge verso il monaco cinese.

Per quale crudeltà tu vuoi spezzare

La nostra unione e cercare la morte?

L'arma che non conosci ha rinomanza

Assai più antica della sbarra tua:

Sulla Luna, al Palazzo del Gran Gelo,

È il pestello che serve a preparare

La droga che spedisce all'altro mondo."

Scimmiotto fece una risata di compatimento: "Una bestiola che ha abitato nel Palazzo del Gran Gelo non può ignorare chi sia il vecchio Scimmiotto. Perché non riprendi il tuo aspetto e non ti sottometti, per salvare la pelle?"

"Ho visto subito che eri l'equipuzio dei famosi disordini di cinquecento anni fa. Certo, sarebbe ragionevole cedere. Ma tu hai impedito il mio matrimonio: è peggio che se mi avessi ucciso il padre e la madre. Non c'è ragione né timore che mi possano convincere ad arrendermi a te, equipuzio della malora!"

Si sa che questo epiteto innervosiva il grande santo. Il sangue gli montò alla testa, e alzò la sbarra per dargli una buona legnata. Ma il mostro mulinò il suo pestello, e lo scontro riprese.

La sbarra cerchiata d'oro e il pestello per battere droghe nel mortaio sono due armi magiche molto diverse, ma ugualmente potenti.

Lei è scesa nel basso mondo a scopo di matrimonio; lui svolge il suo compito di protezione del monaco cinese.

In effetti la colpa è del re, che con il suo eccessivo amore per i fiori ha attirato l'attenzione dell'essere perverso.

È lo scontro di due testardi: a ogni assalto, corrisponde un adeguato contrattacco; non parliamo poi delle ingiurie che i due si scambiano a ruota libera.

Non trovereste altrove un pestello più gagliardo; ma la sbarra è ancor più potente.

Raggi d'oro illuminano le porte del Cielo; brume colorate mandano i loro riflessi fino alla terra.

Le forze della creatura malefica vengono meno: regge una diecina di scontri, ma alla fine si ritrova spossata.

In capo a una diecina di scontri, la creatura si rese conto che quella sbarra stava diventando una minaccia incontrollabile; fece una finta, con una lieve rotazione si trasformò in un fascio di raggi dorati e fuggì verso sud. Il grande santo la inseguì fino a un'alta montagna, dove la vide scomparire dentro una grotta.

Scimmiotto si accontentò di rilevare i luoghi e preferì ritornare dal maestro, per assicurarsi di non cadere vittima di manovre diversive.

Erano circa le quattro del pomeriggio. Il re tremava e si aggrappava a Tripitaka, pregandolo: "Santo monaco, salvatemi!" Le regine e le dame, terrorizzate, videro Scimmiotto che scendeva da una nuvola e chiamava: "Maestro, eccomi qua."

"Prudenza, Consapevole del Vuoto! Cerca di non dare altre preoccupazioni a sua maestà. A che punto sta l'affare della falsa principessa?"

"In realtà è un bel mostro, quella principessa! Ci siamo battuti fino alle porte del Cielo. Alla fine l'ho messa in fuga e l'ho inseguita su una montagna in cui ha cercato riparo. Io sono venuto qui per accertarmi che non trovasse modo di prendersela con voi."

Il re prese da parte Tripitaka e gli chiese: "Se quella non era la principessa, mia figlia dov'è andata a finire?"

"Una cosa per volta" intervenne Scimmiotto. "Ora fatemi catturare la falsa principessa; quella vera la ritroverete in un baleno."

Ciò alimentò le speranze di regine e concubine, che lo circondarono invocando: "Santo monaco, salvate la nostra principessa, e noi sapremo ricompensarvi generosamente!"

"Non è il momento di discuterne" rispose Scimmiotto. "Mettiamo un po' d'ordine. Prego sua maestà e il maestro di chiudersi nella sala d'udienza, e le signore di ritornare nei loro appartamenti. I miei condiscepoli devono dividersi la protezione dei due luoghi, mentre io ritorno dal mostro. Così gli appartamenti interni e quelli pubblici resteranno separati, e io sarò più tranquillo e mi sentirò le spalle coperte."

Tutti ubbidirono e si ritirarono nei luoghi assegnati, dopo avere ordinato un lauto pasto. Scimmiotto conferì con Porcellino e Sabbioso, per informarli e dare le sue raccomandazioni. Quando volò via con una capriola nelle nuvole, i funzionari restarono a pregare rivolti al cielo.

Sulla montagna il mostro si era rintanato da qualche parte, sbarrando con massi l'ingresso del suo rifugio. Il Novizio fece ricerche, ma non vide nessun movimento; ardente di impazienza, pronunciò la formula per convocare il tudi e il dio della montagna. Ed ecco le due divinità prosternate davanti a lui: "Noi non sappiamo niente, non abbiamo visto niente. Altrimenti non ci saremmo certo risparmiati per farvelo sapere. Vi supplichiamo di perdonarci!"

"Non voglio battervi, ma soltanto chiedere come si chiama questa montagna e quali mostri nasconde. Se volete essere perdonati, vuotate il sacco."

"Grande santo, questo è il Monte Punta di Pennello. In tutto e per tutto racchiude una tana di lepre con tre ingressi. Qui non ci sono mai stati mostri, fin dai tempi antichi; questa è terra benedetta, dove ci si muove liberamente. Se vostra santità cerca mostri, può trovarne quanti ne vuole sulla strada dell'Ovest."

"All'arrivo in India, ho trovato che il re si era lasciato rapire la figlia da un mostro che ne aveva preso il posto. È un mostro femminile, che ha fatto carte false per sposare il mio maestro. Io l'ho smascherata e combattuta, e lei è fuggita da queste parti, trasformata in raggi d'oro. Arrivata qui, è scomparsa. Dove può essersi rimpiattata?"

Le due divinità guidarono Scimmiotto verso la tana di lepre. Presso il più basso dei tre ingressi certi conigli selvatici brucavano l'erba, e fuggirono all'avvicinarsi degli estranei. L'ingresso più alto era chiuso da due grandi sassi.

"Il mostro che dite si sarà chiuso lì dentro" disse il tudi.

Scimmiotto allontanò i sassi, e in effetti la creatura perversa schizzò fuori brandendo il suo pestello e scambiando colpi con Scimmiotto; mentre il dio della montagna, per lo spavento, ruzzolava dal pendio e il tudi alzava i tacchi. "Disgraziati, chi vi ha chiesto di fare la spia a questo prepotente?" imprecava il povero mostro.

La creatura resistette come poteva, perdendo terreno, mentre calava la sera. Ormai Scimmiotto si apprestava a darle il colpo di grazia, quando dal nono cielo venne una voce: "Grande santo, ti prego, abbi pietà! Arresta la tua forte mano!"

Scimmiotto alzò gli occhi e vide discendere su nubi iridate la sovrana dell'Astro dello Yin Supremo, accompagnata dall'immortale Chang'e. Il Novizio abbassò subito le armi e si inchinò: "Come state, cara Yin Supremo? Scusatemi se non vi ho visto arrivare e non mi sono fatto da parte."

"La creatura perversa che combatti non è altri che la lepre di giada addetta a pestare nel mortaio la droga di immortalità di brina misteriosa, nel mio Palazzo del Gran Gelo. Due anni fa ha aperto di nascosto il catenaccio d'oro della porta di giada ed è fuggita. Sono venuta fin qui perché mi sono resa conto che la sua vita era in pericolo. Spero che la vorrai risparmiare per riguardo alla mia vecchia persona."

"Ma certo!" esclamò Scimmiotto. "Come potrei mancarvi di riguardo? Adesso capisco dove ha imparato a maneggiare quel pestello con tanta destrezza. Voi non saprete, cara Yin Supremo, che questa intraprendente leprotta ha rapito la figlia del re dell'India e ne ha preso il posto, nell'intento di rovinare lo yang primordiale del santo monaco mio maestro. È un reato bello e buono, che richiederà pure una punizione!"

"Ci sono altre cose che non sai. La figlia di quel re non è una mortale qualsiasi; in realtà è Su'e, la Fata Bianca del Palazzo del Gran Gelo. Vent'anni fa sentì nostalgia per il mondo di Sotto; poiché la lepre di giada la scherniva per questo, lei le diede uno schiaffo e se ne andò. Penetrò nel ventre della regina dell'India sotto forma di raggio efficiente e si fece partorire come principessa. La lepre di giada è fuggita a sua volta, per punire Su'e dello schiaffo ricevuto; perciò l'ha rapita e abbandonata lontano da casa. Fin qui è giustificata. Certo non avrebbe dovuto tramare per accoppiarsi con il monaco cinese; questa è stata una mancanza di tatto imperdonabile. Meno male che la tua esperienza ti ha permesso di chiarire in tempo come stavano le cose e di impedire il peggio. Lasciami comunque la speranza che la vorrai perdonare, per riguardo a me, e mi permetterai di riportarmela a casa viva."

"Che cosa rispondere a una tale concatenazione di cause ed effetti?" rispose ridendo Scimmiotto. "Riportatevi pure la vostra leprotta. Ma se ritorno a mani vuote, temo che il re non mi prenda sul serio. Dovreste essere tanto gentile, se non vi importuno troppo, da accompagnarmi a corte con le vostre fate e con la lepre, in modo da presentare a sua maestà la prova materiale dell'impostura. Ci sarebbero altri vantaggi: per me, che ci farei una bella figura; e per la Fata Bianca, di cui racconteremmo la storia per farla liberare e mostrare un esempio di retribuzione dei meriti e dei demeriti."

La sovrana dello Yin Supremo si fece convincere. Prima di ripartire, minacciò col dito la creatura e le gridò: "Avanti, bestiaccia, che cosa aspetti a ritornare sulla retta via?"

La lepre di giada fece una capriola e riprese il suo aspetto originale.

Labbro leporino e denti taglienti, lunghe orecchie e baffi radi: quando allunga le zampe nella corsa, quel batuffolo di pelo di giada sembra volare sulla montagna.

Il suo piccolo naso sembra un formaggino bianco, spalmato di panna e farina. Gli occhi mandano riflessi rossi: sangue sulla neve.

Quando si appiatta al suolo impaurita, non è che un gomitolo di seta greggia; ma lanciata nella corsa, è un filo d'argento.

Quante volte avrà lappato la limpida rugiada dell'aurora celeste, mentre pestava elisir nel mortaio con il suo pestello delle meraviglie!

Il grande santo la considerò con allegria, rise, e raccolse una gran nube luminosa per accompagnare la sovrana dello Yin Supremo e il suo corteo. In breve giunsero nella capitale dell'India, nel momento in cui sorgeva la luna; dalla torre di guardia si diffondeva il sordo rullare dei tamburi.

Il re e Tripitaka se ne stavano chiusi nella sala d'udienza, con i discepoli e gli ufficiali. Ci si proponeva appunto di togliere la seduta, quando apparve da sud una nube tanto luminosa che sembrava il sole di mezzogiorno; e Scimmiotto con voce tonante gridò: "Maestà, invitate le regine e le dame di palazzo a vedere lo spettacolo: ne vale la pena. Sotto il sacro baldacchino, ecco la sovrana dello Yin Supremo del palazzo della luna, con le sue immortali bellezze lunari. La falsa principessa che abitava da voi è in realtà la lepre della luna, che ora potete vedere nel suo vero aspetto."

Ogni donna dei palazzi reali accorse e si inginocchiò a pregare. La stessa cosa fecero il re, Tripitaka e gli ufficiali.

D'altronde in città ogni famiglia elevava altari e si prosternava al Buddha.

Chi ebbe una reazione imprevedibile fu Porcellino. Non poté trattenersi dal balzare nello spazio e gettarsi sulla compassata Chang'e, nel suo abito d'arcobaleno, abbracciandola con passione: "Dolcezza, quant'è che non ci vediamo! Ti ricordi di me? L'ultima volta abbiamo lasciato le cose a mezzo, ma oggi ci dobbiamo divertire."

Scimmiotto lo acchiappò per il collo, gli diede due ceffoni e gridò: "Zotico! Dove credi di essere, per permetterti certe confidenze?"

"Quante storie!" piagnucolò Porcellino. "Ogni tanto uno sente il bisogno di un po' di distrazione."

La sovrana dello Yin Supremo mise fine all'incidente riprendendo precipitosamente la strada di casa con le sue fate e con la lepre.

Scimmiotto fu accompagnato nella sala delle udienze, dove gli fu chiesto di raccontare l'accaduto per filo e per segno. Infine il re disse: "Vi siamo infinitamente riconoscenti di aver catturato con i vostri immensi poteri la falsa principessa; ma la vera dov'è?"

"Tenete presente che nemmeno lei è d'origine mortale: è la Fata Bianca del palazzo della luna. Vostra moglie l'ha concepita vent'anni fa, quando era stata presa dalla nostalgia del mondo di Sotto e aveva schiaffeggiato la lepre di giada. Furono il rancore e il desiderio di vendicarsi a indurre la lepre a fuggire a sua volta e a rapire Bianca: me l'ha detto la sovrana dello Yin Supremo in persona."

"Povera ragazza! Da quando è nata, non era mai uscita dalle porte della città. Dove sarà adesso?"

"Non vi inquietate. La vostra principessa è nel Monastero Pavimentato d'Oro, dove si finge pazza. Ora ci riposeremo, e domattina andremo da lei."

Gli ufficiali si prosternarono: "Maestà, questi santi monaci sanno cavalcare le nuvole; certo sanno tutto sulla concatenazione delle cause e degli effetti, che collegano il passato all'avvenire. Fidatevi di loro: se domani ci accompagneranno alla ricerca della principessa, avremo certo successo."

Il re seguì il consiglio. Era già la seconda veglia, e tutti si ritirarono per dormire.

La clessidra di rame gocciola al chiar di luna

E nell'oscurità campanelle tintinnano.

Va piangendo il cuculo primavera che passa.

Sul viottolo deserto si disperdono i petali.

Sotto il cielo notturno dorme il parco reale,

Scorre il fiume d'argento fra le stelle brillanti.

Illuminano gli astri strade e mercati vuoti.

Dopo un breve sonno ristoratore, il re si trovò liberato da ogni influsso malefico e si sentì pieno di energia. Aprì l'udienza già durante la quinta veglia e, dopo aver ascoltato i mandarini, fece convocare i pellegrini per organizzare la ricerca della principessa perduta.

Quando si furono presentati e lo ebbero salutato, il re si alzò dal trono e si inchinò: "Divini monaci, posso permettermi di importunarvi a proposito della mia povera figlia, di cui si parlava ieri?"

"Il giorno prima di arrivare qui, al cader della sera" rispose Tripitaka, "fummo ospitati nel monastero che sorge presso le rovine dell'antico parco pavimentato d'oro. Mentre passeggiavo al chiar di luna dopo cena, mi giunsero dei singhiozzi. Un monaco centenario che mi accompagnava raccontò che si trattava di una fanciulla, scoperta l'anno prima nel parco, che aveva raccontato di essere figlia del re dell'India e di essere stata rapita dal vento mentre contemplava i fiori. Per proteggerla dalle aggressioni dei monaci, il vecchio l'aveva fatta rinchiudere affermando che si trattava di una creatura malefica. Egli non aveva osato parlarne in città, perché in apparenza la principessa non aveva mai lasciato il palazzo e godeva di ottima salute. Il mio discepolo fu incaricato di scoprire la verità con i suoi poteri magici, e vi è effettivamente riuscito. Il posto dove si trova la principessa si chiama Monastero Pavimentato d'Oro."

Il re scoppiò in singhiozzi, e tutte le donne dei tre palazzi e delle sei corti accorsero a consolarlo. "È lontano da qui, quel monastero?"

"Non più di sessanta li" rispose Tripitaka.

Allora il re pubblicò un editto: "La sala delle udienze è affidata alla guardia dei Palazzi dell'Est e dell'Ovest; la difesa del paese, al grande precettore addetto agli affari di corte. Noi andiamo in cerca della principessa, in compagnia della regina, dei mandarini e dei quattro divini monaci."

In breve uscì dal palazzo una lunga fila di carri. Ma Scimmiotto balzò in aria e giunse subito al monastero. I monaci corsero a inchinarsi davanti a lui: "Vostra signoria se n'era andata con gli altri, camminando lungo la strada; com'è che ora cade dal cielo?"

"Chiamatemi il vostro superiore e preparate altari per bruciare l'incenso: vi vengono a trovare il re, la regina, i mandarini e il mio maestro."

I monaci, senza capire che cosa succedeva, corsero a chiamare il vecchio superiore, che si inchinò profondamente a Scimmiotto e gli chiese: "Com'è andato, signoria, l'affare della principessa?"

Scimmiotto gli raccontò tutta la storia, dal lancio della palla ricamata alla cattura della lepre di giada, e il vecchio si prosternò per manifestare la sua gratitudine. "Non perdiamo tempo in complimenti" disse il Novizio aiutandolo a sollevarsi. "Preparatevi a ricevere il corteo reale."

Solo allora i monaci seppero chi fosse in realtà la prigioniera che cantava ogni notte. Contenti e intimiditi, si diedero da fare per innalzare altari all'ingresso del monastero, corsero a infilarsi i kasâya e si dedicarono a battere campane e tamburi. Dopo qualche tempo sbucò il corteo reale.

Tutto il cielo si riempie di profumi.

L'umile monastero è favorito

Sotto l'arcobaleno, che risplende

In un cielo di eterna primavera.

Grazia divina dà vivacità

Ai colori degli alberi, ed ai fiori

Un profumo più intenso. In questi luoghi

Che conservano i segni del passato,

Com'è lieto il ritorno dei sovrani!

Al suo arrivo il re trovò i monaci schierati ad accoglierlo, e si stupì di vedere Scimmiotto fra loro: "Come avete fatto a precederci, divino monaco?"

"Ho fatto una corsetta" rispose ridendo Scimmiotto. "E voi, perché ci avete messo tanto?"

Giunsero anche Tripitaka e gli altri. Il vecchio superiore li guidò verso la piccola costruzione in cui la principessa prigioniera continuava a fingersi pazza, e si inginocchiò dicendo: "In questo edificio è rinchiusa sua altezza la principessa, che venne a noi portata dal vento."

Il re fece abbattere le pietre che muravano la porta e corse con la regina ad abbracciare la principessa, senza curarsi della sporcizia e del cattivo odore: "Povera bambina, quanto hai sofferto! Com'è possibile che il destino ti abbia inflitto una punizione così terribile?"

Si sa che l'incontro dei genitori con il figlio smarrito è il più patetico che ci sia. Si abbracciarono e piansero per un bel pezzo; poi la madre ordinò per la figlia un bagno profumato e abiti freschi per riportarla nel mondo civile. Risalirono sui carri e si prepararono a ritornare in città.

Scimmiotto giunse le mani per salutare il re e disse: "Dovrei sottoporvi una preghiera."

"Divino monaco, sono a vostra disposizione" rispose il re rendendogli il saluto.

"Il monte che vedete prende nome dai millepiedi e, a quanto pare, è frequentato da molte scolopendre, divenute spiriti maligni, che la notte attaccano i viaggiatori e interrompono il traffico. Si sa che i galli sono ghiotti di scolopendre: non potreste mandarne qui un migliaio, selezionati per vigore e aggressività, che possano essere sparsi sulla montagna a eliminare quelle bestiacce? Sarebbe una misura per il pubblico bene e un modo per ringraziare questi monaci che hanno custodito la principessa; magari potreste aggiungere il dono di una costruzione commemorativa."

Il re ne fu ben contento. Incaricò alcuni mandarini di procurare i galli e stabilì che la montagna prendesse il nome di Sacro Splendore. Il ministero dei lavori pubblici fu incaricato di provvedere i materiali per ricostruire il monastero, che assunse il nome di Monastero Pavimentato d'Oro di Anâthapindada del Monte del Sacro Splendore. Al vecchio superiore fu conferito il titolo ereditario di monaco ufficiale Merito del Regno, con emolumento di trentasei stai.

I monaci ringraziarono il re della sua generosità e lo riaccompagnarono a corte. La principessa ritrovò il suo ambiente e la sua allegria, dopo un grande banchetto che fu servito per festeggiarla.

Il giorno dopo il re convocò i pittori perché facessero l'autentico ritratto dei quattro santi monaci, da destinare al culto nel Padiglione di Perpetua Pacificazione. La principessa si vestì in gran pompa per ringraziarli ufficialmente della propria liberazione.

A questo punto, Tripitaka avrebbe voluto congedarsi e riprendere il cammino con i suoi, ma il re non acconsentì: per altri cinque o sei giorni si diedero grandi banchetti, in cui il bestione ingoiò incredibili quantità di cibo. Ma infine il re si rese conto di non poterli trattenere più a lungo, tanto il Buddha pesava sui loro pensieri. Offrì dunque oro e gioielli come viatico; ma maestro e discepoli rifiutarono.

Tripitaka fu fatto salire sul carro con le campanelle d'oro e fu accompagnato dai mandarini, fra regine, concubine reali, ministri e gente del popolo che si prosternavano al suo passaggio. Poi fu la volta dei monaci locali, che non volevano più separarsi da loro.

Alla fine Scimmiotto dovette fare un passo magico e soffiare verso sud ovest: un colpo di vento sollevò un polverone accecante, e quando ricadde i pellegrini erano scomparsi.

Tornano alla natura rivelata

Lasciando l'onda della gratitudine.

Escon dal mare metallico e rude

Per risvegliarsi nel vero del vuoto.

Se poi non sapete come il viaggio proseguì, ascoltate il seguito.