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096 ECCESSI DI OSPITALITÀ · OVE IL SIGNOR KOU ACCOGLIE CON PIACERE L'EMINENTE MONACO, E IL REVERENDO NON BRAMA NÉ ONORI NÉ RICCHEZZE.

Se le forme e i colori sono senza realtà,

Ugualmente irreale è ogni vacuità.

Quiete ed agitazione, la parola e il silenzio

In fondo si equivalgono. Perché parlare in sogno?

Se l'efficacia è inutile, contien l'inefficacia

Pur qualche utilità. Non serve a nulla chiedere

Alla frutta sull'albero perché si è maturata.

Il racconto ci ha narrato come i pellegrini ricorsero alla magia per sbarazzarsi della scorta dei monaci del Monastero Pavimentato d'Oro. Quando cessò di soffiare il vento polveroso e non li videro più, gli accompagnatori pensarono che quei buddha viventi fossero risaliti in cielo; si prosternarono a pregare e se ne ritornarono a casa.

Maestro e discepoli ripresero il viaggio verso occidente; finiva la primavera e si annunciava l'estate:

Ci riempie di energia

Il tempo luminoso!

Lo stagno si ricopre

Di ninfee. Le susine

Sono mature; il grano

Assume color d'oro.

Nella chioma del salice

Stanno uccelli a convegno;

I piccoli fagiani

Strillano d'allegria.

Ed il sole potente

Dà rilievo a ogni cosa.

Scalavano pendii, guadavano torrenti; all'alba mangiavano un boccone, la sera cercavano riparo. Dopo quindici giorni di marcia su strada agevole, videro una città.

"Discepoli, come si chiamerà?" chiese Tripitaka.

"Non lo so" rispose il Novizio.

"Che cosa stai tramando?" insinuò Porcellino. "Tu sei già venuto da queste parti. Se fingi di non saperne niente, vuol dire che stai architettando qualche brutto tiro."

"Bestia senza giudizio! Si capisce che sono passato di qui più volte, ma sempre volando ad alta quota. Lassù non avevo né motivo né tempo di curiosare nel paesaggio sottostante. Ecco perché non so come si chiama la città."

Chiacchierando erano giunti davanti alle porte; Tripitaka scese da cavallo, passarono il ponte levatoio e si inoltrarono nelle strade. Sotto i portici stavano seduti due vecchi in conversazione.

"Discepoli" disse Tripitaka, "restate qui e cercate di non attirare l'attenzione. Io chiederò informazioni a quei vecchi."

Infatti si avvicinò e giunse le mani: "Cari donatori, l'umile monaco che vedete vi saluta."

I due si stavano scambiando considerazioni sui casi della fortuna, sui saggi e sui matti, sul tempo che aveva cancellato ogni traccia di tanti fatti importanti ed eroiche imprese di una volta. Sentendosi interpellare, resero il saluto e domandarono: "Che cosa desiderate, reverendo?"

"Veniamo da lontano per presentare al Buddha i nostri omaggi, e ignoriamo il nome della vostra nobile città. Dove potremmo trovare persone rivolte al bene, cui chiedere l'elemosina di un pasto?"

"Vi trovate nella sottoprefettura di Diling, che appartiene alla prefettura della Terrazza di Bronzo. Non dovrete certo penare per elemosinare il pasto: passate quell'arco e imboccate il viale verso sud; in una traversa, sulla sinistra, vedrete la torre d'ingresso della casa del signor Kou. Sulla porta ci sono statue di tigri coricate e la scritta: 'Benvenuti i diecimila monaci.' Là otterrete quello che vi occorre. E ora, per piacere, lasciateci ritornare alla nostra conversazione."

Tripitaka ringraziò e ritornò a riferire ai discepoli.

"Si vede bene che l'Occidente è buddista! Qui si è organizzati per nutrire i monaci. Dal momento che in una semplice sottoprefettura non occorre far vistare il passaporto, andiamo senz'altro a mendicare il pasto, così ripartiremo senza indugio."

Il loro cammino li portò attraverso un mercato, dove la gente li guardava stupita, faceva crocchio intorno a loro e si spingeva per vederli meglio. Il reverendo mormorava: "Niente incidenti! Niente incidenti!", e i discepoli camminavano piano a testa bassa, senza osare di levar gli occhi.

All'angolo indicato trovarono il grande viale verso sud, e a un incrocio scorsero la torre con le tigri coricate davanti all'ingresso e una grande targa con quattro caratteri:

BENVENUTI I DIECIMILA MONACI!

"Terra di Buddha!" esclamò Tripitaka. "Guardate come la gente è onesta e precisa. Temevo che quei vecchi esagerassero in ottimismo; e invece le cose stanno proprio come dicevano loro."

Quel cafone di Porcellino si avviò all'ingresso senza indugio, ma Scimmiotto lo fermò: "Dove vai, bestione? Per entrare, bisogna aspettare che esca qualcuno e chiedergli il permesso."

"Giusto" approvò Sabbioso. "Potremmo offendere il donatore, entrando senza volere nel suo appartamento interno."

Dunque deposero a terra i bagagli e sostarono accanto alla porta. Dopo un po' ne uscì un vecchio canuto, che portava un paniere e una bilancia. Quando vide i visitatori, lasciò cadere gli oggetti che recava in mano e corse dentro a riferire: "Padrone, sono arrivati quattro monaci di strano aspetto."

Il ricco mercante, che passeggiava per il giardino, appoggiandosi a una canna e borbottando preghiere al Buddha, si fece sull'uscio e, senza spaventarsi per la bruttezza dei pellegrini, si rivolse loro: "Vogliate accomodarvi, prego!"

Tripitaka e compagni si fecero avanti con circospezione e modestia. Il loro ospite li guidò attraverso l'arco di ingresso fino a un edificio di due piani: "Al piano di sopra" spiegò, "ci sono la sala di preghiera consacrata al Buddha, la biblioteca e la sala da pranzo dove sarete accolti; la famiglia del vostro discepolo abita al piano inferiore."

Tripitaka si complimentò con lui e si appartò per indossare il kasâya, prima di entrare a pregare il Buddha. Entrarono nella sala di preghiera e videro

alla luce delle candele accese salire spire d'incenso; dorature e decorazioni colorate, dovunque sete e fiori.

Un riquadro vermiglio fa da sfondo a una campana d'oro puro; un supporto laccato regge un tamburo decorato. Numerosi stendardi sono ricamati con gli otto tesori; i mille buddha sono rivestiti d'oro. Bruciaprofumi e vasi di bronzo antico, tavolini e scatole di legno scolpito e laccato.

Nei bruciaprofumi arde l'aloe, nei vasi i fiori di loto mostrano il loro splendore. Sui tavolini sono disposti dei freschi cinque nuvole, le scatole sono colme di petali profumati. Una vasca di vetro è piena di acqua limpida. Lampade di cristallo bruciano olio profumato dalla fiamma chiara. La pietra d'oro vibra senza fine.

Il luogo rivaleggia con le torri sacre, al disopra della polvere del mondo: una sala da preghiera privata, che non ha nulla da invidiare a quelle di eminenti monasteri.

Il reverendo si purificò le mani, accese un bastoncino di incenso, si prosternò e pregò a lungo. Alla fine si rivolse al suo ospite per salutarlo nelle dovute forme. "Vi prego" gli disse lui, "andiamo a fare le presentazioni nella sala dei sutra."

Negli alti scaffali si stipano i testi sacri; scatole metalliche raccolgono lettere e documenti. Su tavole scolpite e laccate si trovano servizi per scrivere della migliore qualità, con carta, inchiostro e pennelli.

Davanti a una cortina profumata sono disposti libri, pitture, liuto e scacchiera: gli strumenti dei veri piaceri raffinati.

Si vedono appese una lieve pietra sonora di giada preziosa, legata in oro, e una barba di drago decorata di luna, che protegge dalle correnti d'aria. L'atmosfera pura rinvigorisce lo spirito; il cuore liberato dagli affanni si immerge serenamente nella Via.

Il reverendo voleva eseguire il cerimoniale dei saluti, ma l'ospite lo pregò di mettersi prima a suo agio levandosi il kasâya. Dopo i saluti, il signor Kou ordinò di portare foraggio al cavallo e di collocare i bagagli dei pellegrini sotto il portico. Infine si procedette alle presentazioni.

"L'umile monaco che vedete" spiegò Tripitaka, "è inviato in missione nella vostra nobile contrada dai grandi Tang delle terre dell'Est, per visitare il Monte degli Avvoltoi, incontrare il Buddha e sollecitarne le autentiche scritture. Poiché ho saputo che nella vostra onorevole prefettura si tengono i monaci in alta considerazione, mi sono permesso di venirvi a salutare e a supplicare l'elemosina di un pasto di magro. Poi riprenderemo senza indugio il nostro cammino."

"L'umile nome del vostro discepolo" espose a sua volta l'ospite, con la larga faccia ridente, "è Kou Hong, Hong dello Scialo. Mi chiamo anche Dakuan, che significa 'grande liberalità'. Ho vissuto sessantaquattro inutili anni. A quarant'anni feci un voto, che avrò adempiuto quando avrò ospitato diecimila monaci. Da ventiquattro anni la mia cucina è aperta ai monaci, e io tengo il conto su un registro. Quando ho tempo tiro le somme, e così ho verificato ultimamente che ho già offerto ai monaci 9996 pasti: per raggiungere la cifra tonda ne mancano solo quattro. Vi manda il Cielo a permettermi di adempiere il mio voto! Vi prego di dirmi i vostri rispettabili nomi, perché li scriva nel registro, e di accordarmi l'onore di restare da me almeno un mese, perché abbia il tempo di celebrare degnamente l'avvenimento. Penserò io a farvi accompagnare attraverso la montagna, con palanchino e cavalli. Dovete sapere che il Monte degli Avvoltoi non è lontano da qui: non più di ottocento li."

Tripitaka, contento come una pasqua, acconsentì senza fare resistenza. I servitori, grandi e piccoli, si misero subito in movimento per raccogliere fascine, attingere acqua, portare riso, farina e verdure, allo scopo di preparare il pranzo.

La signora Kou, moglie del padron di casa, sorpresa da tanta agitazione, si informò: "Da dove vengono i monaci che provocano tutto questo subbuglio?"

"Sono monaci eminenti inviati dai grandi Tang" rispose uno sguattero. "Nessuno in cucina sa dove siano questi Tang. Il padrone dice che sono scesi dal cielo, e ci ha ordinato di sbrigarci a mettere in tavola."

La vecchia signora si rallegrò e chiamò una cameriera: "Svelta, portami un vestito adatto: anch'io voglio vedere gli ospiti."

"Signora" precisò lo sguattero, "uno di loro vale la pena di vederlo; ma gli altre tre sono orrendi."

"Voi non capite niente di queste cose. Gli esseri celesti discesi sulla terra possono avere le facce più strane e bizzarre. Dì al padrone che vengo anch'io."

Il ragazzo corse in biblioteca e annunciò: "Anche la signora vuole vedere e salutare queste persone delle terre dell'Est."

Quando essa entrò nella sala notò il nobile volto e il portamento elegante di Tripitaka, che si alzava per salutarla. Ma gli altri tre erano proprio insoliti: anche a volerli discesi dal cielo, c'era da spaventarsi. La signora cadde in ginocchio, un po' per salutarli e un po' perché sentiva le gambe molli di paura.

Tripitaka restituì prontamente la cortesia: "Siamo confusi di avervi scomodata per questi omaggi che non meritiamo."

"Perché i quattro maestri non sono seduti tutti insieme?" chiese la signora a suo marito.

"Il fatto è che noi tre siamo i discepoli" rispose Porcellino alzando il grugno. La sua voce cavernosa aveva risonanze da ruggito di tigre negli anfratti della montagna; la signora sentiva aumentare la propria apprensione.

Un domestico venne ad annunciare: "Arrivano i giovani signori."

Si fecero avanti due giovani diplomati(79), che si inchinarono fino a terra per salutare il reverendo; il quale voleva render loro la cortesia, ma ne fu impedito dal signor Kou: "Questi sono i miei figli, Kou Liang e Kou Dong, che rincasano da scuola per il pranzo. Hanno saputo dell'onore che ci fate e sono venuti a salutarvi."

"Sono giovani saggi!" esclamò Tripitaka. "Come dice l'adagio: Nobile casa attraverso il far bene; buoni figli attraverso gli studi."

"Da dove vengono questi signori?" chiesero i ragazzi al padre.

"Vengono da molto lontano" rispose sorridendo il signor Kou; "dalle terre dell'Est, nel continente meridionale."

"Ho letto nell'Enciclopedia della foresta dei fatti che in tutto l'universo ci sono quattro continenti" commentò uno di loro. "Il nostro è il continente occidentale, Aparagodânîya; ce n'è anche uno dell'Est, che si chiama Pûrvavideha. Immagino che per venire fin qui da quello del Sud, Jambûdvîpa, siano occorsi anni di viaggio."

"Certo" rispose ridendo Tripitaka. "Tenete conto che abbiamo incontrato molte creature diaboliche e abbiamo dovuto superare molte prove. È stato maggiore il tempo perduto a causa delle difficoltà, di quello impiegato in cammino. Per fortuna i miei tre discepoli mi hanno protetto. Nell'insieme sono trascorsi quattordici inverni e altrettante estati, prima che riuscissimo a giungere nel vostro nobile paese."

I ragazzi erano stupiti: "Dovete proprio essere dei monaci divini."

Un piccolo servitore venne a invitarli a tavola. Il signor Kou rimandò la moglie e i figli nei loro appartamenti, e accompagnò i quattro pellegrini nella sala da pranzo, dove il pasto fu impeccabilmente servito.

Tavole laccate d'oro e seggiole laccate di nero. La prima portata è costituita da alte costruzioni multicolori, abilmente montate in molte forme da pasticceri alla moda. La seconda da cinque piatti di verdure, la terza da cinque tipi di frutta fresca e la quarta da stuzzichini. Tutto è delizioso e appetitoso: zuppa di magro, riso, timballi cotti al vapore, grandi sfere di pane, piattini piccanti, odorosi, caldi, croccanti e abbondanti.

Sette od otto servitori vanno e vengono così svelti da non lasciare un momento di requie ai quattro o cinque cuochi.

Chi versava la zuppa, chi riempiva le ciotole di riso: correvano come comete che caccino la luna. Porcellino vuotava ogni ciotola in un boccone, con la furia di una burrasca.

Quando ebbero mangiato a sazietà, il reverendo si alzò per ringraziare l'ospite e propose di rimettersi in cammino. Ma il signor Kou lo trattenne: "Maestro, ricordate la vostra promessa di restare un po' di tempo! Come dice il proverbio: Incominciare è più facile che portare a conclusione. Aspettate che abbia celebrato l'adempimento del mio voto; poi provvederò io stesso ad accompagnarvi."

Tripitaka dovette cedere alla sua insistenza generosa e sincera.

Occorsero sette od otto giorni perché il signor Kou riunisse ventiquattro monaci dei dintorni per celebrare l'adempimento del voto. I religiosi occuparono tre o quattro giorni per redigere i testi delle preghiere, e infine fissarono la data della cerimonia; la liturgia non era diversa da quella in uso presso i Tang.

Stendardi spiegati davanti ai volti dorati dei buddha disposti in fila, presentazione di offerte e di incenso a lume di candela; il tutto con accompagnamento di musica di cembali e tamburi, flauti a becco e organi a fiato, gong e flauti traversi.

Battono un colpo, soffiano una nota e intonano i sutra all'unisono. Dapprima invocano pace per il tudi, poi evocano il dio guerriero. Bruciano biglietti di preghiera e meditano davanti alla statua del Buddha.

Leggono un passaggio del sutra del Pavone: ogni versetto allontana disgrazie e calamità. Accendono la lampada del Guaritore: la sua fiamma brilla chiara.

Per dissipare ogni rancore e querela, celebrano la contrizione con l'acqua. Salmodiare l'Avatamsaka sûtra allontana ogni biasimo e calunnia.

La meravigliosa Legge dei tre veicoli è delle più perfette: nella liturgia, uno sramana vale l'altro.

La cerimonia si concluse dopo tre giorni e tre notti.

Tripitaka, che non pensava ad altro che al Monastero del Colpo di Tuono e voleva ripartire, ritornò a ringraziare e a prendere congedo. Il signor Kou gli disse: "Maestro, la vostra ansia di lasciarmi mi fa temere di avervi trascurato, in questi giorni di sacre funzioni; è questo che mi volete rimproverare?"

"Quali rimproveri potrei muovervi, mentre non so come scusarmi per il disturbo che vi ho dato? Vedete: quando la sacra persona del mio imperatore mi affidò la missione, mi chiese quando sarei ritornato; e io ebbi il torto di rispondere che mi sarebbero occorsi tre anni. Non mi aspettavo certo di impiegarne quattordici per il solo viaggio di andata. Senza considerare che non so se otterrò i sutra; e che il ritorno potrebbe richiedere altri dodici o tredici anni. Voi capite che non posso venir meno all'ordine sacro che ho ricevuto: sarebbe un delitto imperdonabile. Vi supplico di lasciarmi compiere la mia missione. Quando avrò ottenuto le scritture, niente mi impedirà di ritornare da voi e di fare un'altra sosta."

Porcellino non seppe trattenersi dal dire la sua, strillando: "Maestro, voi proprio non avete considerazione per i sentimenti degli altri. Dal momento che questo signore è ricco sfondato, tanto da aver nutrito tutti quei monaci, e ci chiede con assoluta sincerità di restare, che noia vi dà accettare e fermarvi per un anno? Perché dovremmo partire a tutti i costi e correre le strade mendicando, quando qui si mangia tanto e bene? Si direbbe che sulla strada maestra vi stia aspettando vostra nonna."

"Stupido!" s'indignò Tripitaka. "Tu pensi solo a mangiare; non ti curi delle cause che condannano alla trasmigrazione. Tu grufoli nel truogolo fino a farti scoppiare lo stomaco, e non pensi ad altro. Se siete prigionieri della vostra ghiottoneria, ripartirò da solo."

Vedendo la faccia alterata del maestro, Scimmiotto afferrò Porcellino per il collo e lo riempì di botte sulla testa, brontolando: "Questa bestia spinge la sua incoscienza a metter su il maestro contro di noi."

"Ben fatto!" approvava Sabbioso ridendo. "È già insopportabile quando sta zitto; figuriamoci se apre la bocca per far vedere che gli manca il buon senso."

Il povero bestione ansimava e soffriva, senza più osare di proferir verbo.

Il signor Kou, messo a disagio da quello scontro fra maestro e discepoli che si svolgeva davanti a lui, aveva stampato sulla faccia un sorriso più largo che mai: "Maestro, non vi inquietate. Pazientate per oggi: farò preparare tamburi e stendardi, e avvertire i parenti e i vicini. Domani vi accompagneremo alla partenza."

Ed ecco ricomparire la vecchia signora: "Maestro, niente può costringervi a sottrarre alla nostra umile capanna l'onore della vostra presenza. Da quanto tempo siete da noi?"

"Sono ormai quindici giorni, signora."

"Siete stati ospiti di mio marito. Anch'io ho accumulato il mio piccolo capitale con un'attività di sartoria; vi voglio ospitare anch'io per quindici giorni."

Stava ancora parlando, quando sbucarono Kou Dong e il fratello: "In ventiquattro anni che nostro padre ospita monaci, non ne ha mai incontrati di importanti come voi. E poi ha potuto adempiere il suo voto, e la nostra capanna ne è tutta illuminata. Noi siamo giovani e poco esperti del concatenarsi delle cause e degli effetti, ma conosciamo il detto: Raccogli ciò che hai seminato; se non hai seminato, non raccogli. I nostri genitori vi invitano, perché desiderano migliorare il loro karma: perché dovreste rifiutare? Anzi, romperemo i nostri salvadanai e vi ospiteremo anche noi, per altri quindici giorni."

"Per carità, ragazzi! Vi siamo molto obbligati, ma se non possiamo accettare l'ospitalità di vostro padre, come potremmo accettare la vostra? Dobbiamo assolutamente partire. Non dovete pensare che rifiuti per malizia. Io rischio di non rispettare i limiti assegnati alla mia missione, e se lo facessi volontariamente non basterebbe nemmeno la pena capitale a riscattare la mia colpa."

La madre e i ragazzi si seccarono: "Perdiamo il nostro tempo! Se non capisce che vorremmo trattenerlo con le migliori intenzioni del mondo, se ne vada dove gli pare." E gli voltarono le spalle.

Porcellino ritornò alla carica: "Maestro, non esagerate. Dice l'adagio: Non imporre la tua presenza, resta se ti trattengono. Che fretta abbiamo? In un mesetto soddisferemmo le richieste della madre e dei figli."

Il monaco cinese emise un brontolio da bestia feroce. Il bestione si appioppò due schiaffi da solo e disse: "Zitto, scemo! Ricominci?" Scimmiotto e Sabbioso scoppiarono a ridere.

Tripitaka se la prese con il Novizio: "Tu di che cosa ridi?" Era tanto irritato che fu sul punto di recitare l'incantesimo di costrizione del cerchio. Scimmiotto, preso dal panico, si inginocchiò: "Maestro, fermo! Non dite niente! Non ho nessuna voglia di ridere!"

Al signor Kou non restò che rinunciare a insistere, per non alimentare il dissidio fra maestro e discepoli: "Non litigate! Resta inteso che domani vi accompagnerò."

Uscito dalla sala dei sutra, ordinò al suo segretario di spedire un centinaio di biglietti a vicini e parenti, per invitarli ad accompagnare l'indomani i maestri cinesi in partenza per l'Ovest. Commissionò ai cuochi un banchetto d'addio, incaricò il maggiordomo di far confezionare venti paia di stendardi colorati, di ingaggiare una banda musicale e di invitare i monaci del Monastero della Venuta del Sud e i preti taoisti del Tempio del Picco dell'Est. Tutto doveva essere pronto l'indomani mattina alle dieci.

Caduta la sera, cenarono e si ritirarono per dormire.

Sul villaggio isolato si vedon macchie nere

Di corvi in volo; in cima alla torre lontana

Rintoccano campane e rullano tamburi.

Si spengono le luci; le strade son deserte.

L'ombra dei fiori si agita sotto il chiaro di luna,

Le stelle rendon pallido il gran fiume d'argento.

Il pianto del cuculo si sprofonda nell'ombra;

Sotto il gran cielo muto, la terra si è velata.

Già fra la terza e la quarta veglia, fra le due e le tre del mattino, i domestici si alzarono per fare i preparativi. Chi doveva cucinare si affrettava verso la cucina; chi doveva invitare monaci e preti si metteva in cammino; chi doveva procurare i musici trattava le condizioni dell'ingaggio; coloro che preparavano palanchini e cavalli si scambiavano richiami da lontano. Tutti correvano qua e là. Fu un bell'andirivieni; ma verso le dieci del mattino tutto era pronto. Con i soldi si fa questo e altro.

Quando il maestro e i discepoli si alzarono all'alba, trovarono tutta quella gente al loro servizio. Il reverendo ordinò di chiudere i bagagli e di sellare il cavallo. Quando constatò che si partiva davvero, il bestione si imbronciò e si mise a brontolare, ma non aveva scelta: dovette ficcare nelle sacche la ciotola e le altre suppellettili, ricuperare il bilanciere e appendervi i carichi.

Sabbioso strigliò il cavallo, lo sellò e mise le redini; poi rimase in attesa. Scimmiotto mise in mano al maestro il bastone da pellegrino con nove anelli, prese la borsa che conteneva il passaporto e se la mise sul petto. Quando furono pronti, il signor Kou li invitò ancora una volta nella sala grande. Vi era stato preparato un banchetto molto diverso da quelli serviti nella sala da pranzo.

Fra alti tendaggi, entro una cerchia di paraventi, è appesa al centro una pittura che rappresenta una montagna di longevità su un mare di felicità. Ai lati si allineano quadri che rappresentano le quattro stagioni. Da un bruciaprofumi a coda di gazza si levano effluvi di buon augurio. Dappertutto vasi di fiori freschi dai colori vivaci. Sulle tavole allineate si accumulano ori e piramidi di dolciumi a forma di leoni e di immortali.

Si danza davanti ai gradini al ritmo dei tamburi; si vedono distese di piatti e di frutta come un tappeto di broccato. Zuppe di riso di straordinaria purezza, tè e ricchissimi vini profumati.

Questa casa di un popolano non cede in nulla a quelle dei principi. E dappertutto gioiosi suoni, da rallegrare il cielo e la terra.

Mentre il reverendo scambiava complimenti con il signor Kou, un domestico venne ad annunciare che erano giunti gli invitati. C'erano il vicino di sinistra e quello di destra, i cognati maggiore e minore, mariti della sorella maggiore e di quella minore. Non mancavano pii amici della parrocchia e uomini dabbene di sicura fede buddista: tutti venivano a salutare il reverendo.

Dopo i saluti presero posto. Allora la musica si fece più forte: tamburi, liuti, organi a fiato, alti canti accompagnati da cetre, mentre si serviva il vino. Porcellino era tutt'occhi per quel banchetto sontuoso, e diceva a Sabbioso: "Fratello mio, dobbiamo mangiare e bere più che possiamo: non troveremo mai più un'accoglienza fastosa come nella casa del signor Kou."

"Ma che cosa dici!" rispose Sabbioso ridendo. "Dice il proverbio: Il sapore più raffinato non riempie la pancia meglio del riso bollito. Quando avrai mangiato, sarà finita lì; la pancia non conserva provviste."

"Non te ne intendi. Quando io ho mangiato proprio a sazietà, non sento più fame per tre giorni."

"Bestione mio" esortò Sabbioso, "non fartela scoppiare, quella pancia. Sai che la strada ci aspetta."

Chiacchierando e mangiando, il sole saliva verso lo zenit. Tripitaka depose le bacchette e recitò un sutra per concludere il pasto. Porcellino, per paura di trovarsi a corto di risorse, non si alzò da tavola prima di aver fatto scomparire le cinque o sei ciotole di riso di riserva, vuotando ogni ciotola in un boccone, e si riempì le maniche di pani, gallette, timballi e dolciumi. Il reverendo ringraziò l'ospite e i suoi invitati, e si avviò all'uscita. Davanti alla porta, gli stendardi erano allineati intorno a un prezioso baldacchino con accompagnamento di musica. Monaci e preti arrivarono in quel momento. Il signor Kou disse loro sorridendo: "Mi dispiace, amici miei; voi arrivate tardi e il maestro ha una gran fretta di partire. Per ora non posso offrirvi nulla; ma al ritorno vi esprimerò la mia gratitudine."

La folla si aprì per lasciar passare i quattro pellegrini. A piedi, a cavallo o in palanchino, tutti cedevano loro il passo. Fra il baccano della banda, che faceva vibrare il cielo, e lo spiegamento di stendardi, da nascondere il sole, una folla immensa si accalcava per vedere il signor Kou che accompagnava il monaco cinese. Un tale dispiegamento di ricchezze superava palizzate di giada e perle, non la cedeva in nulla a tende di broccato che coprono la primavera.

Li seguirono oltre le mura della città, mentre i monaci intonavano inni al Buddha e i preti arie taoiste. Giunti al chiosco del decimo li, si disposero panieri di cibo e vasi di dense bevande per una refezione prima di separarsi. Il signor Kou non si rassegnava: "Maestro" diceva trattenendo a stento le lacrime, "al ritorno vi dovrete fermare nella mia umile dimora per alleviare il gran dispiacere del mio cuore."

Tripitaka, commosso, lo consolava: "Se il Buddha mi riceverà al Monte degli Avvoltoi, voi sarete il primo di cui gli parlerò, per lodare la vostra virtù. Certo che al ritorno vi verrò a trovare! E vorrò ringraziarvi e prosternarmi molte volte davanti a voi."

Conversando percorsero altri due o tre li; poi il reverendo insisté perché si separassero. Il signor Kou scoppiò in singhiozzi, ma finì per lasciarsi convincere e ritornò indietro. È il caso di dirlo:

Per il suo voto di nutrire monaci

Va verso il Gran Risveglio; ma il destino

Per ora non lo porta avanti al Buddha.

Prima che scendesse la sera, i quattro pellegrini percorsero quaranta o cinquanta li. "Si fa tardi. Dove cerchiamo riparo?" domandò il reverendo.

Porcellino ricominciò: "Lo vedete? Abbiamo sdegnato buon cibo abbondante e camere fresche e pulite, per correre la strada senza fissa dimora; come i diavoli che piantano il banchetto del funerale per rincorrere l'anima del defunto e portarsela all'inferno. E se si mette a piovere, come faremo?"

"Brutto animale, smettila!" inveì Tripitaka. "Dice il proverbio: Chang'an è una bella città, ma non è posto per te. Aspetta che il nostro destino ci abbia condotto dal Buddha e mi abbia consentito di ottenere le scritture. Quando torneremo in Cina, chiederò all'imperatore di lasciarti vivere nelle cucine imperiali a mangiare avanzi quanto vorrai, finché finalmente schiatterai e diventerai un fantasma obeso."

Al bestione passò la voglia di insistere. Scimmiotto alzò lo sguardo e vide più avanti lungo la strada un complesso di edifici: "Andiamo a riposarci là" propose al maestro. Si avvicinarono e videro un arco sfondato che recava un vecchio pannello orizzontale, su cui ancora si leggeva in quattro grandi caratteri scoloriti dal tempo e coperti di polvere:

CORTE PROVVISORIA DI SPLENDORE FIORITO

Il reverendo mise piede a terra e spiegò: "Il pusa Splendore Fiorito era discepolo del buddha delle Fiamme dai Cinque Splendori. Per aver ucciso il re diavolo del Fuoco Avvelenato fu degradato e nominato ufficiale trascendente delle Cinque Manifestazioni. Ci sarà pure, un guardiano del santuario!"

Ma entrando non trovarono che portici in rovina e muri crollati, senza alcuna traccia di presenza umana fra rovi ed erbacce. Avrebbero voluto liberare dalle malerbe almeno il sentiero che attraversava la corte, ma il cielo si coprì di nuvole nere e cadde un violento temporale. Non restò che cercare tra le rovine un rifugio contro la pioggia e il vento. Se ne stavano zitti, perché temevano di richiamare l'attenzione di qualche creatura malefica. Un po' seduti, un po' in piedi, passarono la notte in bianco. Ahimè!

Felicità e disgrazia

Fra loro si avvicendano.

Se poi non sapete che cosa avvenne all'alba, quando ripresero il cammino, ascoltate il prossimo capitolo.