Mentre i nostri pellegrini si adattavano a passare una notte penosa sotto la pioggia, fra le rovine del Tempio di Splendore Fiorito, una banda di malandrini si riuniva nella città di Diling. Era composta da una trentina di malviventi, che avevano dilapidato il proprio denaro in bevute e cattive compagnie; esaurita ogni altra risorsa, si erano associati per darsi al brigantaggio.
Si riunirono per stabilire una lista delle famiglie più ricche della città, da svaligiare per rimpannucciarsi. Uno disse: "Non occorrono tante informazioni né lunghi calcoli: al primo posto c'è il ricco e generoso signor Kou, quello che oggi ha accompagnato i bonzi cinesi. Una notte piovosa come questa è un'occasione da non perdere: per le strade non ci sono né guardie notturne né ronda di pompieri. Se ne approfittiamo, avremo di che divertirci per un bel pezzo e ci porteremo a letto quante ragazze vorremo. Non è una buona idea?"
I briganti accolsero il suggerimento con entusiasmo: si armarono di pugnali, manganelli, randelli, bastoni chiodati, corde e torce, e corsero sotto la pioggia alla casa del signor Kou. Sfondarono il portone e corsero dentro urlando come ossessi e seminando il panico. Giovani e vecchi, uomini e donne, correvano a nascondersi negli angoli bui; la signora si nascose sotto il letto, suo marito dietro un uscio. Kou Liang, Kou Dong e gli altri giovani scappavano qua e là terrorizzati. I briganti, armi alla mano, forzarono cofani e panieri e, a lume di torcia, si impadronirono di tutto quello che trovavano: oro, argento, gioielli, abiti, vasellame, oggetti di casa.
Kou non poté resistere e, a rischio della vita, sbucò dal suo nascondiglio per implorare: "Prendete quello che vi serve, signori; ma lasciate a questo povero vecchio qualche vestito per i suoi ultimi giorni."
I briganti non furono dell'avviso. Lo gettarono a terra e lo presero a calci, finché le sette anime uscirono dall'infelice per scendere all'inferno, e i suoi tre spiriti abbandonarono questo basso mondo.
Compiuto il colpo, i ladri scelsero di calarsi dal muro di cinta in un vicolo con l'aiuto di una scala di corda, e fuggirono sotto la pioggia che continuava a cadere.
Prima di uscire dai loro nascondigli, i domestici aspettarono di essere ben sicuri che se ne fossero andati. Quando ricomparvero, trovarono il loro padrone stecchito sul pavimento. "Santo cielo, l'hanno ammazzato!" E si affollarono piangendo intorno al cadavere.
La vedova passò il resto della notte ad arrovellarsi. Ripensava al rifiuto del monaco cinese di accettare le ripetute offerte di ospitalità, ed era convinta che lo sfoggio di ricchezza mostrato in pubblico alla sua partenza avesse attirato la disgrazia. Il rancore la spinse a tramare per perderlo. Alla quarta veglia chiamò i figli e disse loro: "Smettete di piangere, figli miei. Chi avrebbe mai detto che il voto di vostro padre sarebbe stato adempiuto dando ospitalità ai suoi assassini?"
"Che cosa intendi dire?" chiesero i ragazzi.
"Quando quei feroci briganti hanno invaso la mia camera, mi sono nascosta sotto il letto; benché tremassi di paura, li ho guardati alla luce delle torce. Chi credete che fossero? Il monaco cinese reggeva il lume, Porcellino impugnava il coltello, Sabbioso raccoglieva oro e argento; ed è stato Scimmiotto a uccidere vostro padre."
I figli presero tutto per oro colato: "Se li hai visti, non si può sbagliare. Evidentemente, nei quindici giorni che hanno trascorso da noi, sono stati tentati delle ricchezze che si vedevano intorno e hanno studiato la disposizione della casa. Alla fine hanno approfittato del buio e del maltempo per commettere l'assassinio. Che infami! Dobbiamo preparare subito la denuncia."
"Come scriviamo?" chiese Kou Dong.
"Come ha detto la mamma" rispose Kou Liang. E scrisse:
"Il monaco cinese reggeva il lume, Porcellino incitava alla violenza, Sabbioso saccheggiava oro e argento, Scimmiotto ha ucciso nostro padre."
Tutti in casa erano in effervescenza. Chi correva a informare i parenti, chi preparava la bara; Kou Liang e il fratello si recarono dal prefetto del capoluogo. Il magistrato di Terrazza di Bronzo era un uomo retto ed eminente.
Buono e semplice, aveva sempre vissuto nella rettitudine. Da ragazzo era povero e d'inverno studiava alla luce riflessa dalla neve. Aveva affrontato l'esame di stato ancora in giovane età. Giusto e leale, mescolava sempre ai suoi pensieri pietà e compassione.
Gli annali lo glorificano: fu come Gong e Huang. Il suo nome viene ricordato nei tribunali accanto a quelli di Zhuo e Lu(80).
Egli sedette sul seggio, prese le disposizioni sugli affari correnti e ordinò di distribuire le tavolette ai querelanti. I fratelli Kou si presentarono, mostrando la tavoletta ricevuta, si prosternarono e gridarono: "Eccellenza, ci quereliamo per un grave fatto di sangue e di furto con effrazione."
Il magistrato ricevette il loro memoriale, lo lesse e disse: "Mi hanno detto che avevate adempiuto il vostro voto di nutrire monaci accogliendo quattro eminenti bonzi, arhat giunti dalla corte dei Tang nelle terre dell'Est; poi li avete accompagnati sulla loro strada attraversando Diling in pompa magna, con stendardi e fanfare. Come ha potuto avvenire quello che dite?"
"Eccellenza" rispose Kou Liang battendo la fronte al suolo, "mio padre Kou Hong aveva nutrito monaci per ventiquattro anni; questi ultimi ospiti completavano la cifra prevista di diecimila. Sono rimasti nella nostra casa per quindici giorni, mentre festeggiavamo il compimento del voto; in questo modo hanno acquistato familiarità con il luogo. La sera del giorno stesso in cui li avevamo accompagnati sono ritornati indietro, approfittando del buio e del maltempo, muniti di torce e di bastoni, e hanno forzato la porta di casa per saccheggiare ogni cosa. Quando si sono trovati davanti nostro padre, lo hanno abbattuto. Supplichiamo vostra eccellenza di rendere giustizia all'umile gente del popolo."
Il magistrato convocò la polizia a piedi e a cavallo che, fra coscritti e volontari, raccoglieva centocinquanta uomini muniti d'armi da punta e da taglio. Essi uscirono dalla porta occidentale e si lanciarono sulle tracce dei quattro pellegrini.
Maestro e discepoli, che avevano trascorso la notte fra le rovine del tempio, all'alba ripresero la loro strada. Anche i briganti che avevano saccheggiato la casa di Kou si erano incamminati verso l'ovest e avevano corso fino all'alba, superando di una ventina di li il Tempio di Splendore Fiorito e nascondendosi in una valletta fra le montagne per dividersi il bottino.
Mentre erano intenti alla divisione, videro i quattro pellegrini che venivano verso di loro. Con insaziabile avidità, si additarono a vicenda i viandanti ed esclamarono: "Guardate! Sono i quattro bonzi che ieri hanno lasciato la città. Vengono al momento giusto. Recare offesa al cielo è il nostro mestiere. Questi bonzi vengono da lontano e hanno passato molto tempo dai Kou: il loro bagaglio sarà ben fornito. Ora li fermeremo, gli strapperemo il viatico, ruberemo il cavallo e aumenteremo il nostro bottino: è un lavoretto che sarebbe un peccato trascurare."
I briganti impugnarono dunque le armi e corsero gridando sulla strada. Si disposero di traverso, sbarrando il passaggio, e intimarono: "Fermi, bonzi! Se tenete alla pelle, pagate il pedaggio senza discutere. Se invece state a pensarci su, vi convinceremo a coltellate."
Tripitaka, atterrito, tremava come una foglia. Porcellino e Sabbioso si rivolsero a Scimmiotto: "Vedi che scalogna! Dopo la brutta notte che abbiamo passato sotto l'acqua, incontriamo i malandrini sulla strada. Si può ben dirlo: Le disgrazie non vengono mai sole."
Scimmiotto sorrise: "Non prendetevela. Aspettate che faccia loro qualche domanda." Strinse alla vita il suo gonnellino di pelle di tigre e si fece avanti giungendo le mani sul petto: "Signori, qual buon vento vi porta?"
"Hai un bel coraggio a venircelo a chiedere!" urlò un bandito. "Non ti rendi conto che ti stai giocando la pelle? Sembri cieco: non vedi che non siamo dei signori? Sganciate il pedaggio, e potrete andare dove vi pare."
"Dunque siete dei briganti da strada" considerò Scimmiotto con un sorriso radioso.
"Accoppa! Accoppa!" ruggirono i briganti incolleriti.
"Grandi re!" rispose Scimmiotto, fingendosi spaventato. "Sono un povero bonzo di campagna e non mi so esprimere bene; portate pazienza, se vi ho offeso. Se volete il pedaggio, è inutile che vi rivolgiate a quei tre là: dovete chiederlo a me, perché sono io che tengo i conti. I soldi per i sutra che recitiamo, oboli, elemosine e regalie, tutto ciò che entra nel sacco passa per le mie mani e viene segnato nel mio registro. Quello che vedete sul cavallo è il nostro maestro: ha dimenticato piaceri e dispiaceri dei sensi, recita sutra e non sa nient'altro. È completamente in bolletta. Il moro che vedete l'ho ingaggiato perché s'intende di cavalli; quello con il grugno lungo è un facchino. Lasciateli perdere: è tutta gente che non può darvi soddisfazione. Provvederò io a regalarvi i nostri bagagli, compresi ciotola e vestiti."
I banditi confabularono: "Il bonzo sembra una persona sensata." "Va bene, per questa volta non ti ammazziamo. Fagli mettere giù i bagagli, e che se ne vadano pure."
Scimmiotto si volse ai suoi e strizzò l'occhio. Sabbioso lasciò cadere le sacche, prese il cavallo per la briglia e si incamminò seguito da Porcellino.
Il Novizio si chinò, come per aprire le sacche, raccolse una manciata di terra e la gettò in aria. Quindi gridò: "Ferma!" E i trenta componenti della banda restarono immobilizzati come pali, con le bocche aperte, gli occhi spalancati, le mani a mezz'aria, senza poter fare un movimento né dire una parola. Scimmiotto urlò: "Maestro, ritornate qui!"
"Si mette male!" si spaventò Porcellino. "Non ha soldi e ci fa ritornare per consegnare il cavallo. Ci spoglieranno anche dei vestiti."
"Non dire sciocchezze!" rise Sabbioso. "Il fratello ci sa fare. Ha riportato sulla retta via i peggiori diavoli; non sarà qualche fottuto brigantello a metterlo in difficoltà. Se ci chiama, avrà qualcosa da dirci: andiamo a sentire."
Il reverendo acconsentì, e mentre si avvicinavano gridava: "Eccoci, Consapevole del Vuoto. Che cosa vuoi?"
"Venite a divertirvi con i nostri amici briganti!"
Porcellino si avvicinò a uno di loro e lo urtò gridando: "Che fai, brigante? Non ti muovi più?"
L'uomo restava immoto e privo di parola.
"È muto e istupidito" ridacchiò Porcellino.
"Scherzi di magia" spiegò Scimmiotto.
"Ma immobilizzare il corpo non chiude la bocca. Come mai non parlano?"
"Maestro" rispose Scimmiotto, "smontate da cavallo e sedetevi. Come dice l'adagio: Puoi sbagliare quando arresti, ma non farlo quando liberi. Fratelli, rovesciate a terra questa gente e legatela bene. Li faremo confessare, e vedremo se sono delinquenti incalliti o semplici pivelli."
"Non abbiamo corde" obiettò Sabbioso.
Scimmiotto si strappò qualche pelo e, con il suo fiato magico, ne ricavò trenta lunghezze di corda. Tutti si misero all'opera, e in breve i banditi si trovarono legati come salami. Scimmiotto recitò l'incantesimo per liberarli dalla paralisi, ed essi pian piano si ripresero.
Scimmiotto pregò il maestro di sedere al posto d'onore, in mezzo ai discepoli. Poi apostrofò i briganti: "Da quanti anni fate questo mestiere, bestiacce? Che cosa avete rubato? Avete commesso omicidi? È la prima volta? La seconda? La terza?"
"Grazia, signorie!" strillavano i banditi.
"Non strillate! Confessate tutto!"
"Eccellenza, non siamo briganti incalliti, ma figli di famiglia. Per pigrizia e incuria, abbiamo dilapidato i nostri patrimoni in vino, gioco, donne e divertimenti; così ci siamo ridotti senza mezzi. Quando abbiamo saputo del grande patrimonio accumulato dal signor Kou, ci siamo riuniti per approfittare della notte e del maltempo e spogliare la sua casa. Vi abbiamo visto arrivare mentre ci dividevamo il bottino. Vi abbiamo riconosciuto come gli ospiti del signor Kou, e abbiamo pensato che foste ben provvisti, con il vostro cavallo bianco e quelle grandi sacche. Sapete che gli uomini non si accontentano mai: l'ingordigia ci ha spinto a sbarrarvi la strada. Non sapevamo che vostra eccellenza avesse poteri straordinari e che ci saremmo trovati ammanettati. Ci raccomandiamo alla vostra commiserazione: prendete tutto, ma lasciateci la vita!"
Tripitaka fu sconvolto dalle notizie e balzò in piedi vibrando di indignazione: "Com'è possibile, Consapevole del Vuoto, che una simile disgrazia sia capitata proprio al vecchio signor Kou, un uomo così squisito?"
"Ha messo troppo in mostra la sua squisitezza quando ci ha accompagnato: lo sfoggio di lusso ha risvegliato l'attenzione di questi marioli. Per fortuna li abbiamo incontrati e abbiamo ricuperato la refurtiva."
"Io sono rimasto commosso dalla generosità dei Kou; li abbiamo disturbati per ben quindici giorni. Riconsegnare le loro cose non è il minimo che possiamo fare?"
Scimmiotto ne convenne. Si recò con Porcellino e Sabbioso nella valletta dov'era raccolta la refurtiva e la caricò sul cavallo. Un altro carico di metalli preziosi toccò a Porcellino, mentre Sabbioso si occupò dei loro bagagli. Scimmiotto ebbe la tentazione di lasciare ai briganti un ricordo della sua sbarra, ma temette i rimproveri di Tripitaka; ricuperò i suoi peli e li guardò balzar su, non appena liberi, e scappare a gambe levate, ben contenti di uscirne vivi.
Fu così che Tripitaka ritornò indietro con i suoi per restituire i beni rubati. Non sapeva di comportarsi come la falena, quando vola verso la fiamma che le brucerà le ali. Lo attesta il poema:
La bontà, cari amici,
Di rado ha ricompensa,
E più spesso le accade
Di attirare il bastone.
Hai notato qualcuno
Che è caduto nell'acqua
E vuoi tirarlo su?
Tu pensaci due volte,
E se proprio vuoi farlo
È a tuo rischio e pericolo!
I pellegrini camminavano verso la città carichi di oggetti preziosi, quando videro arrivare una folla di gente armata di lance e di sciabole.
"Discepoli!" gridò Tripitaka. "Che cosa significa tutta quella gente armata che ci viene incontro?"
"Disgrazia!" squittì Porcellino. "I briganti hanno raccolto grandi rinforzi e si sono armati meglio per darci una lezione!"
"Fratello, guarda bene" replicò Sabbioso. "Ti sembrano briganti?"
"La stella della disgrazia non è tramontata sul capo del maestro" mormorò Scimmiotto. "È chiaro che questa gente sta inseguendo i briganti, e noi ci troveremo in una posizione delicata."
I sopraggiunti accerchiarono i pellegrini: "Bonzi del malanno! Avete la sfacciataggine di aggirarvi ancora da queste parti, dopo esservi dedicati alle vostre ruberie."
Circondarono Tripitaka, lo strapparono dal suo cavallo e lo legarono. Poi fu la volta dei discepoli. Una volta legati, i prigionieri vennero appesi a pertiche passate nei nodi delle funi, e ciascuno di loro fu portato da due uomini. Si impadronirono anche del bagaglio, si spinsero davanti il cavallo e li portarono nel capoluogo della prefettura.
Tripitaka piangeva e aveva perduto la parola. Porcellino brontolava risentito; Sabbioso si sentiva disorientato. Scimmiotto, noncurante, si preparava a mostrare le sue capacità.
Le truppe si presentarono al tribunale e annunciarono: "Eccellenza, i coscritti hanno catturato i malviventi."
Il magistrato li ricompensò della pena che si erano data, verificò la refurtiva e la restituì alla famiglia Kou. Poi ordinò la comparizione di Tripitaka e dei suoi compagni.
"Pretendete di venire dalle terre dell'Est e di andare nel Paradiso dell'Ovest a rendere omaggio al Buddha; ma in realtà questa non è che la copertura della vostra attività di briganti."
"Vostro onore" rispose Tripitaka, "permettetemi di dichiarare quanto segue: l'umile monaco che vedete non è un bandito e non si è certo permesso una simile impostura. Lo prova il passaporto che troverete fra le nostre cose. Proprio perché il signor Kou ci ha ospitato generosamente per quindici giorni, la gratitudine ci ha spinto a togliere la refurtiva ai briganti, che avevamo incontrato sulla nostra strada, e a riportarla al legittimo proprietario. Mentre lo facevamo, siamo stati arrestati e scambiati per i ladri; ma in realtà non lo siamo. Preghiamo vostro onore di procedere a un attento esame dei fatti."
"Siete abili a invocare la gratitudine, ora che vi hanno preso" replicò il magistrato. "Ma se vi siete imbattuti nei briganti, perché non li avete assicurati alla giustizia? Ve lo impediva la vostra gratitudine? Come mai abbiamo trovato solo voi quattro? Ecco qua: la querela di Kou Liang fa appunto i vostri nomi, uno per uno, e sembra fondata."
Tripitaka si sentì come una barchetta nell'oceano in burrasca. "Consapevole del Vuoto!" gridò. "Che cosa aspetti per assumere la difesa?"
"Che posso fare?" rispose Scimmiotto. "Il bottino testimonia contro di noi."
"Proprio così. Osereste negare la presenza del bottino?" esclamò trionfante il magistrato. E ordinò alle guardie: "Portate il cerchio per stringere la testa e applicatelo alla zucca pelata del capo banda. Poi gli somministreremo le verghe."
Scimmiotto pensava: "Anche se il destino del maestro prescrive questa prova, non posso lasciargli subire le torture." E quando vide le guardie preparare la corda per stringere il cerchio dichiarò: "Vostro onore, quel bonzo non c'entra. Nella rapina contro i Kou io tenevo la torcia, stringevo il coltello, rubavo e uccidevo. Il capo banda sono io; se c'è qualcuno da mettere alla tortura sono io. Gli altri non c'entrano."
"Allora incominciate da lui" ordinò il magistrato.
Le guardie si misero all'opera: incoronarono Scimmiotto e tirarono la corda, finché si ruppe con uno schiocco. Misero una corda nuova e ricominciarono a tirare: nuova rottura. Esaminarono le pelle del cranio di Scimmiotto, ma non vi trovarono nemmeno un graffio. Senza capire che cosa non funzionasse per il suo verso, si procurarono una terza corda e stavano per ricominciare, quando giunse l'annuncio: "Sua signoria il Secondo Protettore Chen sta giungendo dalla capitale, e prega vostra eccellenza di andargli incontro nei sobborghi."
Il magistrato ordinò al capo della camera di giustizia: "Mettete in cella questi banditi e fate buona guardia. Riprenderemo l'interrogatorio quando avrò ricevuto il mio superiore."
I pellegrini furono chiusi in carcere.
"Discepoli miei" si lamentava Tripitaka "come faremo?"
Scimmiotto rideva: "Adesso venite al fresco: è un posticino tranquillo, dove non troverete cani che vi abbàino. Vi divertirete."
Gli infelici furono spinti su letti di tortura, dove una cinghia serrava il ventre, un'altra il petto e una terza la testa. I carcerieri li vennero a frustare. Tripitaka soffriva il martirio e ripeteva: "Consapevole del Vuoto, come faremo? Come faremo?"
"Ci battono per spillarci un po' di soldi" fece notare Scimmiotto. "Come dice l'adagio: La vita è bella finché è sana; quando stai male, sputa la grana. Al momento il problema è tutto qui."
"Ma noi non abbiamo soldi."
"Vanno bene anche i vestiti. Dategli il vostro kasâya."
La proposta fu una coltellata per il cuore di Tripitaka; ma non ne poteva più e si dovette rassegnare: "Come vuoi, Consapevole del Vuoto."
"Signori ufficiali" gridò Scimmiotto, "è inutile che vi affatichiate. In una di quelle sacche troverete un abito orlato di broccato che vale mille pezzi d'oro. Aprite e prendetevelo."
I carcerieri frugarono nelle sacche. Gli abiti di stoffa ordinaria non valevano gran che; ma si resero conto che quella cosa fosforescente avvolta nella carta oleata doveva costare un sacco di soldi. Aprirono l'involto e scoprirono
Le lunghe file di perle brillanti
Ed un tesoro di pagliuzze d'oro,
Draghi allacciati in squisiti ricami
Ed orli di broccato con fenici.
Mentre si spingevano per guardare, il rumore che facevano attirò l'attenzione del capo, che venne a vedere: "Che cos'è questo baccano?"
Le guardie si inginocchiarono: "Stavamo battendo questi bonzi briganti di strada, e loro ci hanno ceduto le loro sacche. Abbiamo trovato questa cosa che non sappiamo come utilizzare: romperla per dividere sarebbe un peccato; ma se uno solo la prende, gli altri non avranno niente. Per fortuna arrivate voi: aiutateci a dividere."
L'ufficiale esaminò il kasâya e il restante contenuto delle sacche. Vide un sacchetto di tela, lo aprì e ne tolse il passaporto, pieno di sigilli e di scritte di molti paesi. Esclamò: "Queste non sono cose da briganti! Per fortuna mi sono cadute in tempo sotto gli occhi, altrimenti avremmo rischiato di metterci nei pasticci. Non toccate niente. Domattina, quando sua grandezza riprenderà il processo, sapremo come regolarci."
Il tamburo dalla torre annunciò il cadere della notte; la ronda dei pompieri iniziò il suo giro. Per i pellegrini fu anche questa una notte inquieta. Verso la quarta veglia, finalmente, Scimmiotto non udì più i gemiti dei compagni: si erano addormentati. Pensava: "Fra le prove imposte al maestro c'era evidentemente anche questa notte in prigione. Perciò mi sono tenuto in disparte e mi sono astenuto da difese e da interventi magici. Ma ora che la notte e la prova stanno per finire, sarà bene che prepari ogni cosa per farlo uscire di qui al levar del giorno."
Guardate che bravo: si rimpicciolì per liberarsi dalle cinghie che lo legavano al letto, si trasformò in un moscerino e fuggì da un interstizio fra le tegole del tetto. Era una bella notte serena; luna e stelle splendevano ancora. Si guardò intorno per orientarsi e prese il volo verso Diling e la strada dove abitavano i Kou. Lungo la via brillava una luce: si accostò e constatò che si trattava del laboratorio di un fabbricante di formaggio di soia. Il padron di casa attendeva alla cottura al fornello, mentre sua moglie pressava gli ingredienti. Lui diceva: "Mamma, il signor Kou aveva fortuna e figli; ma gli è mancata la lunga vita. Da piccoli eravamo compagni di scuola; avevo cinque anni più di lui. Suo padre si chiamava Kou Ming. A quel tempo non possedevano più di mille mu di terreno agricolo, e faticavano a farsi versare la rendita. Quando ebbe vent'anni, suo padre morì e lui dovette assumere l'amministrazione del patrimonio. La sua fortuna fu di sposare la figlia di Zhang il Ricco, che allora chiamavamo Spingi L'Ago: quello fu l'inizio della sua prosperità. Da quando entrò in casa sua, la resa dei terreni migliorò e i crediti furono ricuperati. Qualunque affare intraprendesse, gli portava un buon guadagno. Nel tempo ha accumulato una fortuna di centinaia di migliaia di sapeche. A quarant'anni si è volto al bene e ha fatto voto di nutrire diecimila monaci. Ed ecco che i briganti lo hanno ucciso a calci. Che sfortuna! Aveva sessantaquattro anni e possedeva tutto ciò che serve per godersi la vita. Era un uomo buono. È mai possibile che, invece di godere i suoi meriti, abbia dovuto finire così? Che triste vicenda!"
Scimmiotto non perse una parola. Ormai era la quinta veglia, le quattro del mattino. Egli volò nella casa dei Kou. Il feretro era stato collocato nella sala principale, con una lampada accesa, bastoncini d'incenso, candele e offerte di frutta. La vedova, seduta su un cuscino, piangeva. Entrarono i figli accompagnati dalle nuore, che portavano offerte di riso. Scimmiotto si posò sulla bara e tossicchiò. Le nuore corsero via spiritate agitando le braccia; i figli si prosternarono e non osarono muoversi da terra. La moglie, più coraggiosa, batté la mano sulla bara e domandò: "Vecchio mio, stai per caso tornando in vita?"
"No" rispose Scimmiotto imitando la voce del vecchio Kou.
I figli batterono la fronte sul pavimento cantilenando: "Oh padre, oh padre, oh padre..."
La moglie batteva i denti, ma tenne duro e chiese: "Se sei morto, come mai parli?"
"Il re dell'inferno Yama mi ha fatto accompagnare qui dagli spettri perché dica una cosa: la mia vecchia Spingi L'Ago ha usato la sua lingua velenosa per rovinare gli innocenti."
Chiamata con l'antico soprannome, la vecchia si prosternò: "Vecchio mio, alla tua età ricordi ancora il mio soprannome da ragazza. Quali innocenti avrei rovinato con lingua velenosa?"
"Non prendermi in giro!" urlò il Novizio. "'Il monaco cinese reggeva il lume, Porcellino incitava alla violenza, Sabbioso saccheggiava oro e argento; Scimmiotto ha ucciso vostro padre.' Queste calunnie hanno precipitato delle brave persone nelle torture. I quattro maestri della corte dei Tang si erano imbattuti nei briganti, avevano ricuperato la refurtiva e la stavano riportando qui per mostrarsi grati. Che bell'idea quell'accusa falsa! Ora gli innocenti sono chiusi in carcere per la querela presentata dai nostri figli. Il dio del carcere, il tudi e la divinità delle mura e dei fossati sono corsi pieni di indignazione a informare Yama. Il re dell'inferno mi ha mandato qui sotto buona scorta fantasma per dirvi di farli liberare immediatamente. Altrimenti, la mia missione è di restare in questa casa per un mese e di metterla sottosopra in modo che nessuno sopravviva, nemmeno i cani e le galline."
"Padre" supplicavano Kou Liang e suo fratello, continuando a prosternarsi, "vi supplichiamo, ritornate da dove venite e non fate del male a nessuno! Appena farà giorno, correremo al tribunale e presenteremo l'istanza di scarcerazione. Riconosceremo i nostri errori. Noi cerchiamo solo di stare in pace con i vivi e con i morti."
"Va bene, me ne vado" disse Scimmiotto. "Voi bruciate carta moneta."
Tutta la famiglia corse ad ardere biglietti di carta moneta.
Scimmiotto volò via e ritornò nel capoluogo, alla residenza del magistrato. Il giudice era già sveglio, come si vedeva dalla luce che brillava nella sua camera. Scimmiotto volò nella sala principale, dov'era appeso alla parete un rotolo che rappresentava un mandarino a cavallo di un leardo pomellato con la sua scorta: un uomo che reggeva un parasole azzurro, un altro che recava una sedia pieghevole. Senza avere idea di chi fosse il personaggio rappresentato, si posò nel bel mezzo del ritratto e quando vide comparire il magistrato, che ancora non si era lavato la faccia né pettinato, diede un colpetto di tosse. Quello si rifugiò spaventato in camera sua. Dopo un po' ricomparve: aveva fatto la sua toilette, indossato l'abito da cerimonia e reggeva due bastoncini d'incenso accesi: "Sacra immagine del mio onorevole zio Qiang Qianyi, il vostro filiale nipote Qiang Kunsan ricopre attualmente il posto di magistrato nella prefettura Terrazza di Bronzo, grazie alla protezione della virtù dei suoi antenati, che gli ha permesso di superare gli esami nel gruppo dei primi laureati. Non ho mai trascurato di offrirvi incenso mattina e sera. Perché oggi mi fate questo scherzo? Vi supplico di non terrorizzare la gente di casa con manifestazioni di rumori diabolici."
Scimmiotto ridacchiava fra sé: "Dunque è la sacra immagine dell'onorevole zio." E colse l'occasione: "Saggio nipote, certo hai onorato i tuoi antenati esercitando la tua carica senza farti corrompere. Ma come hai potuto spingere la tua ignoranza fino a imprigionare dei santi monaci come se fossero dei briganti? Il tudi, il dio del carcere e quello delle mura e dei fossati se ne sono lamentati con il signore Yama, che mi ha fatto accompagnare qui. Devi riesaminare il caso e liberare i monaci senza indugio. Altrimenti sarai convocato all'inferno per chiarire come stanno le cose."
Il magistrato, tremando di spavento, rispose: "Vi prego, caro zio, ritornate da dove venite. Appena arriverò in tribunale, li farò liberare."
"Porterò la tua risposta al signore Yama. Da parte tua, non trascurare di bruciare carta moneta per me."
Il magistrato accese altro incenso e molta carta moneta, inchinandosi per ringraziare.
Scimmiotto svolazzò all'aperto e ritornò a Diling. Spuntava l'alba, mentre i funzionari si riunivano negli uffici della sottoprefettura.
"Se si accorgessero che chi parla è soltanto un moscerino" pensava il Novizio, "nessuno mi prenderebbe sul serio, e griderebbero all'imbroglio."
Assunse quindi dimensioni gigantesche, e mise avanti un piede che bastava a riempire l'aula d'udienza. "Funzionari, ascoltate: sono un dio ambulante, e ho ricevuto un incarico dall'Imperatore di Giada. Egli vi accusa di aver chiuso e malmenato nella vostra prigione un figlio del Buddha in cerca di scritture; ciò ha fatto sensazione fra gli dèi dei tre mondi. L'incarico che ho ricevuto è di ordinarvi di rimetterlo subito in libertà. Come potete immaginare, ho un altro piede delle stesse dimensioni di quello che vedete; se non mi date retta lo abbasserò sulle vostre teste, e non resterà gran che dei funzionari di questa misera sottoprefettura. Poi farò una passeggiata sulla città e la pesterò ben bene, fino a ridurla in cenere e polvere."
Terrorizzati, i funzionari si gettarono a terra: "Vostra eminente santità non dubiti: sottometteremo immediatamente il caso al magistrato, chiedendogli di ordinare la scarcerazione. Piano con i piedi, per carità! Ci farete morire di paura!"
Scimmiotto tornò a trasformarsi in moscerino; questa volta volò sul tetto della prigione, entrò dallo spiraglio che aveva utilizzato per uscire e si rimise a letto; dove, malgrado le cinghie, si addormentò.
Intanto il magistrato salì in cattedra. Non appena furono distribuite le tavolette, i fratelli Kou corsero a inginocchiarsi con alte grida davanti alla porta. Quando furono introdotti e presentarono l'istanza di scarcerazione dei detenuti, il magistrato si irritò: "Ieri vi eravate querelati per il furto dei vostri beni. Ho fatto arrestare i ladri e voi avete ricuperato la refurtiva. Che cosa significa questa istanza?"
"Eccellenza" replicarono i ragazzi piangendo, "questa notte l'anima di nostro padre si è manifestata per rimproverarci di aver fatto incarcerare ingiustamente il santo monaco, che ci stava riportando il bottino tolto ai briganti. La cosa ha indignato le divinità locali, che si sono presentate a rapporto dal re Yama. Ci ha ordinato di chiedere la liberazione degli innocenti, sotto pena delle peggiori disgrazie. Ecco perché ci siamo ripresentati, con la speranza che vostra eccellenza accolga la nostra istanza."
Il magistrato rifletteva: "Non è poi tanto strano che il fantasma di un morto ammazzato si mostri inquieto per qualche giorno, finché il cadavere è ancora caldo e ci sono misteri da risolvere. Ma mio zio è morto cinque o sei anni fa, e dovrebbe giacere in pace. Che cosa sta succedendo?"
In quel momento entrarono in folla i funzionari di Diling, capeggiati dal sottoprefetto: "Vostro onore, guai in vista! L'Imperatore di Giada ci ha mandato un dio ambulante per esigere l'immediata liberazione di quelle brave persone che sono state incarcerate. Quei bonzi non sono briganti, ma figli del Buddha in cerca di scritture. Se tardiamo, schiaccerà noi e ridurrà in polvere la nostra città."
Il magistrato ascoltava, livido di spavento. Ordinò subito al cancelliere della camera di giustizia di redigere un mandato di comparizione per i detenuti, e li mandò a prelevare.
Porcellino si chiedeva inquieto quali nuove torture avrebbe portato la giornata. "Stai tranquillo" gli disse ridendo Scimmiotto. "Nessuno ti toccherà: ho sistemato le cose. Non inginocchiatevi, e aspettate invece di essere invitati a sedere al posto d'onore. Vedrete: reclamerò la restituzione del cavallo e dei bagagli, e se qualcosa mancherà, gliele darò io le botte!"
Quando entrarono nell'aula del tribunale, il magistrato, il sottoprefetto e i funzionari di ogni ordine e grado andarono loro incontro: "Ieri non abbiamo potuto approfondire l'inchiesta per l'arrivo del nostro superiore; e d'altronde il ritrovamento della refurtiva ci aveva indotto in errore."
Tripitaka giunse le mani, si inchinò e ripeté la propria versione dei fatti. I funzionari non sapevano come scusarsi: "Eravamo fuorviati, siamo caduti in un errore increscioso. Vogliate scusarci!" Chiesero quindi se in carcere avessero subito danni o perdite.
Scimmiotto si fece avanti con gli occhi sgranati per la collera e dichiarò con voce tonante: "Un tizio del tribunale si è impadronito del nostro cavallo bianco; i nostri bagagli sono finiti nelle mani dei carcerieri. Adesso ce li dovete restituire senza indugio. Questa volta tocca a me interrogarvi: avete idea di quale sia la pena per avere arrestato delle persone innocenti, facendole passare per briganti?"
I funzionari, spaventati, si affrettarono a far portare cavallo e bagagli, e ad accertare che non mancasse nulla. Ma poiché i discepoli non sembravano disposti ad accontentarsi, la colpa dell'errore fu attribuita alla famiglia Kou. Tripitaka cercava di metter pace: "Discepoli, i funzionari hanno ragione. Se volete saperne di più, non potete prendervela con loro. Andremo dai Kou, li interrogheremo e stabiliremo chi dice di averci visto agire come briganti."
"Buona idea" acconsentì Scimmiotto. "Interrogherò il morto: saprà ben dirci chi l'ha ucciso."
Sabbioso issò a cavallo il reverendo in mezzo all'aula di giustizia, e tutti i presenti si avviarono verso la sottoprefettura e la casa dei Kou. I fratelli li accolsero pieni di paura, prosternandosi senza tregua, e li condussero nella camera ardente, dov'era riunita la famiglia in lutto.
"Ecco qui una madre di famiglia che fabbrica calunnie a danno della brava gente" disse Scimmiotto alla signora Kou. "Smetti di piangere. Ora interrogherò tuo marito: provvederà lui a smentirti."
Naturalmente i funzionari credevano che Scimmiotto scherzasse. Ma lui disse: "Signori, vi prego, fate compagnia al mio maestro. Porcellino e Sabbioso, state all'erta. Io torno fra poco." E d'un balzo salì in cielo.
L'azzurro sopra l'edificio si coprì di un velo di nubi iridate: un soffio di buon augurio proteggeva l'anima primordiale. Infine la gente vide e comprese che si trattava di un immortale che cavalcava le nuvole, di un santo capace di ridar vita ai morti. Va da sé che tutti pregarono e bruciarono incenso.
Con una capriola il grande santo raggiunse il mondo delle tenebre ed entrò nella Sala della Rete della Foresta, seminando il panico
fra i giudici infernali, che lo accoglievano giungendo le mani, mentre gli assessori dei cinque orienti si prosternavano.
I mille alberi-spade erano sconvolti, la montagna dei Diecimila Coltelli era spianata. Nella città delle vittime di malamorte i farfarelli si convertivano; sotto il Ponte Senza Appello i fantasmi ritornavano in vita.
Un raggio di luce divina, come una celeste amnistia, illuminava il dominio delle tenebre e splendeva dappertutto.
I dieci giudici accolsero il grande santo e, dopo le cortesie d'uso, gli chiesero quale fosse lo scopo della visita.
"Chi di voi ha aperto la pratica del fantasma di Kou Hong, quello che nutriva monaci nella sottoprefettura di Diling? Fatemi il piacere di rintracciarla subito."
"Kou Hong è una persona perbene. Non abbiamo mandato a prenderlo noi, ma è venuto da solo. Ha incontrato un paggio abito-d'oro al servizio di Dizang, che l'ha accompagnato a visitare il suo padrone."
Scimmiotto si congedò per recarsi al Palazzo delle Nuvole Smeraldine, dove chiese del pusa. Dopo i saluti, Scimmiotto espose il caso, e il suo ospite rispose cortesemente: "Il destino di Kou Hong era di non superare in anni d'età il numero degli esagrammi(81), e di finire la sua vita senza imbrattare le lenzuola del suo letto. Perciò ha lasciato il mondo terrestre in quel modo. Viste le sue referenze, mi era sembrato adatto per assumerlo come segretario generale del registro dei destini propizi. Ma per riguardo a voi, posso prolungare la sua vita terrestre di un ciclo di dodici anni. Lo facciamo chiamare, così ripartirà con voi."
Il paggio abito-d'oro lo accompagnò nella sala; quando vide Scimmiotto, esclamò: "Maestro, per carità, salvatemi!"
"Non so se vi rendete conto della situazione. Certi briganti vi hanno ucciso prendendovi a calci. La persona che vedete è il direttore generale dell'inferno, Dizang. Io sono venuto qui a riportarvi fra i vivi, perché la vostra testimonianza è necessaria per mettere in chiaro le circostanze della vostra morte. Il pusa è tanto gentile da concedervi, diciamo, un'aspettativa: ritornerete qui fra una dozzina d'anni."
Il signor Kou si profuse in prosternazioni. Scimmiotto ringraziò il direttore e soffiò sul fantasma trasformandolo in vapore. Si infilò quindi quel vapore in una manica e lasciò l'inferno per ritornare nel mondo dei vivi, dove una nuvola lo portò in breve alla casa dei Kou.
Porcellino aprì la bara e Scimmiotto tolse l'anima dalla propria manica e la introdusse nel corpo. Subito il morto respirò, e in breve si riprese tanto da balzar fuori e prosternarsi davanti ai quattro pellegrini: "Ah, maestri! Ero morto prematuramente, e devo a voi se sono ritornato dall'inferno."
Mentre li ringraziava calorosamente, si accorse dei funzionari che affollavano la sala e si prosternò anche a loro: "A che cosa è dovuta la vostra presenza nella mia umile dimora?"
"I tuoi figli avevano accusato i santi monaci" spiegò il magistrato. "Perciò li avevo fatti inseguire dalle guardie, che li trovarono carichi della refurtiva perché, per caso, si erano imbattuti nei ladri, l'avevano ricuperata e volevano restituirla. Per sbaglio sono stati arrestati, e un'inchiesta non abbastanza approfondita li ha fatti finire in carcere. Ma la notte scorsa è successo un pandemonio: qui si è manifestata la tua anima, a casa mia quella del mio defunto zio, nella sottoprefettura un dio ambulante. Ho dovuto liberarli subito, e loro sono venuti a risuscitarti."
"Eccellenza" rispose il signor Kou restando in ginocchio, "avete fatto davvero un grave torto a questi santi monaci. I ladri erano una trentina di briganti; quando li vidi frugare la mia casa non potei resistere all'impulso di cercare di farli ragionare, e loro mi presero a calci fino a spedirmi all'altro mondo. Figuriamoci se c'entravano i quattro pellegrini!" E chiamò sua moglie: "Tu sapevi! Come hai osato presentare una falsa accusa? Ora sua eccellenza ti metterà sotto processo."
Tutta la gente di casa, vecchi e giovani, non faceva che prosternarsi. Ma il magistrato magnanimamente risparmiò loro altre accuse. Kou Hong ordinò di preparare un grande banchetto per ringraziarlo, ma i funzionari non accettarono e se ne tornarono al loro yamen.
I pellegrini trascorsero finalmente una notte tranquilla nella casa, e il giorno dopo Kou Hong ritornò a battere il chiodo di nutrir monaci e a insistere perché Tripitaka rimanesse suo ospite; ma egli si rifiutò fermamente.
L'accompagnamento della folla di amici e parenti, con stendardi e baldacchini, si ripeté con lo stesso fasto della volta precedente.
Il Cielo non abbandona
L'uomo dabbene. I malvagi
Non possono farci nulla.
Proseguon con fermo passo
Nella cerca del Beato,
Al Monte degli Avvoltoi,
Dov'è la gioia assoluta.
Se poi non sapete che cosa avvenne quando incontrarono il Buddha, ascoltate il prossimo capitolo, che vi fornirà ogni particolare.