Mentre gli otto vajrapani, come il racconto ha narrato, scortavano il monaco cinese sulla strada del ritorno, si presentarono alla pusa Guanyin i rivelatori dei cinque orienti, i quattro protettori del tempo, le sei divinità del giorno e le sei della notte, e i difensori della dottrina. Essi le dissero rispettosamente: "Pusa, abbiamo segretamente assicurato per vostro ordine la protezione del monaco cinese. Ora che la sua missione è compiuta, come voi vi proponete di rendere al Buddha il suo ordine in lettere d'oro, permetteteci di restituirvi quello che abbiamo ricevuto da voi."
"Avete il mio consenso" rispose lieta Guanyin. "Come si sono comportati i quattro pellegrini, strada facendo?"
"La loro determinazione e la loro devozione non possono essere sfuggite alla vostra perspicacia. Il monaco cinese è stato assoggettato a indicibili sofferenze. Abbiamo scrupolosamente annotato tutte le disgrazie e calamità nelle quali è incorso durante il viaggio. Eccone il registro completo."
La pusa lo lesse da capo a fondo:
In conformità della missione affidata, i rivelatori hanno preso nota delle prove del monaco cinese, annotandone l'esatto numero:
I prova: bando di Cicala d'Oro.
II prova: al momento della nascita, sfugge per poco alla morte.
III prova: all'età di un mese, viene gettato nel fiume.
IV prova: vendetta e ricerca di un parente.
V prova: all'uscita dalla città, si imbatte in una tigre.
VI prova: cade in una fossa e viene separato dalla sua scorta.
VII prova: alla Montagna della Doppia Forca.
VIII prova: sulla cima del Monte delle Due Frontiere.
IX prova: cambio del cavallo sulla montagna.
X prova: arso dal fuoco durante la notte.
XI prova: perde il kasâya.
XII prova: assoggettamento di Porcellino.
XIII prova: insidie di Vento Giallo.
XIV prova: richiesta d'aiuto a Lingji.
XV prova: difficile traversata delle Sabbie Mobili.
XVI prova: assoggettamento di Sabbioso.
XVII prova: apparizione di quattro santità.
XVIII prova: tempio delle Cinque Fattorie.
XIX prova: difficoltà nel riportare in vita l'albero di ginseng.
XX prova: bando della scimmia dello spirito.
XXI prova: perso nella Foresta del Pino Nero.
XXII prova: missiva recata nel paese degli Elefanti Sacri.
XXIII prova: trasformato in tigre durante l'udienza.
XXIV prova: incontro con i diavoli sulla Cima Piatta.
XXV prova: appeso nella Grotta dei Fior di Loto.
XXVI prova: salvataggio del re di Gallo Nero.
XXVII prova: trasformazione di diavoli.
XXVIII prova: incontro malefico sul Monte del Singhiozzo.
XXIX prova: rapito da una burrasca.
XXX prova: la scimmia dello spirito è messa alle strette.
XXXI prova: richiesta d'aiuto a un santo.
XXXII prova: naufragio nel Fiume delle Acque Nere.
XXXIII prova: arrivo a Carrolento.
XXXIV prova: la grande burla.
XXXV prova: i preti respinti, i monaci riabilitati.
XXXVI prova: cammino sbarrato da un gran fiume.
XXXVII prova: caduto nelle acque del Fiume Comunicante con il Cielo.
XXXVIII prova: compare la nassa per pesci.
XXXIX prova: incontro malefico sul Monte del Cappuccio d'Oro.
XL prova: gli dèi non riescono ad assoggettare il mostro.
XLI prova: bisogna rivolgersi al Buddha per conoscere le origini del mostro.
XLII prova: contaminato dall'acqua bevuta.
XLIII prova: trattenuto nel Paese delle Donne a scopo di matrimonio.
XLIV prova: torture nella Grotta del Pi Pa.
XLV prova: secondo bando della scimmia dello spirito.
XLVI prova: due scimmie difficili da distinguere.
XLVII prova: cammino sbarrato dai Monti di Fuoco.
XLVIII prova: cerca il ventaglio di foglie di banano.
XLIX prova: il re diavolo viene legato.
L prova: spazza la pagoda della città.
LI prova: ricupera il tesoro e salva i monaci.
LII prova: recita poesie nella Foresta dei Rovi.
LIII prova: il Piccolo Monastero del Colpo di Tuono.
LIV prova: cattura degli dèi.
LV prova: ostacolato dal sentiero dei Cachi Marci.
LVI prova: medico nel Paese di Viola Porpora.
LVII prova: salvato dalla consunzione.
LVIII prova: la regina liberata dal mostro.
LIX prova: sviato dai sette sentimenti.
LX prova: colpito dal mostro con mille paia d'occhi.
LXI prova: cammino sbarrato da Cammello Leone.
LXII prova: le creature divise in tre colori.
LXIII prova: colpito dalla disgrazia nella città.
LXIV prova: il Buddha è chiamato alla riscossa.
LXV prova: salva i bambini nel paese di Bhiksu.
LXVI prova: il vero distinto dal perverso.
LXVII prova: salva un mostro nella foresta.
LXVIII prova: malato in una cella del convento.
LXIX prova: prigioniero nell'Abisso Senza Fondo.
LXX prova: sosta nel paese Distruzione della Legge.
LXXI prova: incontra i diavoli sul Monte Spandinebbia.
LXXII prova: invocazione della pioggia a Fengxian.
LXXIII prova: sottrazione delle armi.
LXXIV prova: festa del rastrello.
LXXV prova: in difficoltà sul Monte dei Nodi di Bambù.
LXXVI prova: sofferenze nella Grotta Fior di Mistero.
LXXVII prova: cattura dei rinoceronti.
LXXVIII prova: scelto come genero in India.
LXXIX prova: imprigionato nella prefettura Terrazza di Bronzo.
LXXX prova: liberato dal corpo carnale al passaggio del Tocca Nuvole.
Le prove subite dal santo monaco lungo questo percorso di diciottomila li sono quelle chiaramente annotate nel presente registro.
Conclusa la lettura, Guanyin esclamò: "Manca qualcosa! Il numero che conduce alla verità, per la scuola del Buddha, è nove volte nove. Il monaco ha subito una prova di meno." E ordinò ai rivelatori: "Rincorrete i vajrapani e ditegli di organizzare l'ottantunesima prova."
Essi corsero un giorno e una notte per raggiungere i portatori di folgore, cui bisbigliarono all'orecchio: "Fate così e così; ordine della pusa, da eseguire senza indugio."
I vajrapani fecero una frenata tanto brusca, che i poveri pellegrini che li seguivano li urtarono nella schiena e caddero giù come pere: loro, il cavallo e i sutra che portavano. Certo che
La via del vero per il doppio nove
È scomoda ed esige sacrifici,
Coi diavoli che stan sempre in agguato,
Mentre la giusta Legge si rimpiatta.
Se pensavate che ottenere i sutra
Fosse facile, adesso constatate
Che quel povero monaco ne passa
D'ogni colore. La Triplice Unione
È assai sofisticata; la riuscita
Dell'elisir rimane appesa a un filo.
Tripitaka, che aveva preso gusto al volo sulle nuvole, sentì di sorpresa la terra sotto i piedi. Porcellino si mise a ridere: "Benone! Imbocchi una scorciatoia che allunga il cammino."
"Si correva molto svelti" notò Sabbioso. "Avranno voluto far tappa per lasciarci riposare."
"Dice il proverbio" ricordò Scimmiotto: "In un giorno navighi su nove banchi di sabbia; sul decimo banco ti incagli dieci giorni."
"Zitti, chiacchieroni!" ordinò Tripitaka. "Guardate piuttosto dove siamo."
Sabbioso si guardò intorno: "Sentite che rumore di acqua corrente!"
"Ti farà ricordare casa tua" disse il Novizio.
"Siamo sul Fiume delle Sabbie Mobili?" domandò Porcellino.
"Ma no!" rispose Sabbioso. "Questo è il Fiume Comunicante con il Cielo."
"Guardate bene su quale sponda ci troviamo" raccomandò Tripitaka.
Scimmiotto balzò in cielo e osservò attentamente il paesaggio, facendosi solecchio con la mano: "Maestro, siamo sulla sponda occidentale."
"Ricordo bene. Ci eravamo fermati dai Chen, sulla riva orientale, e avevamo salvato i loro bambini, tanto che per riconoscenza volevano fabbricarci una barca. Invece facemmo la traversata su una tartaruga bianca. Ricordo comunque che sulla riva occidentale non si vedevano abitati. Come faremo?"
"Credevo che questi scherzi cretini fossero roba da mortali un po' tocchi" brontolava Porcellino, "e non da vajrapani al servizio del Buddha. Lui in persona aveva ordinato di portarci nell'Est, e loro ci piantano a metà strada. Siamo in un bel pasticcio."
"Non prendertela, fratello" lo consolò Sabbioso. "Il nostro maestro ora ha ottenuto la Via, ha lasciato il suo corpo carnale nel Tocca Nuvole e non è più troppo pesante da sollevare. Penseremo noi a tirarlo su e a fargli fare la traversata per via aerea."
"Non credo che ce la faremo" commentò Scimmiotto, ridendo sotto i baffi.
Vi chiederete perché. Il maestro aveva già avuto accesso al recondito mistero della levitazione; con i suoi discepoli avrebbe dovuto essere in grado di attraversare mille e un fiume come quello. Ma Scimmiotto si rendeva conto che il suo maestro non aveva ancora superato nove volte nove prove, e che il motivo per cui erano caduti in quel luogo consisteva proprio nella necessità di completare il numero.
Mentre discutevano proseguivano il cammino, e presto furono in riva al fiume. Una voce li chiamò: "Da questa parte, santo monaco cinese!" I quattro pellegrini si guardarono intorno stupiti, perché non si vedeva traccia di presenza umana. Ed ecco comparire sull'acqua la grossa tartaruga bianca dal cranio calvo, che tendeva il collo verso di loro: "Finalmente siete di ritorno, caro maestro! Sono tanti anni che vi aspetto!"
"Cara vecchia tartaruga!" la salutò Scimmiotto sorridendo. "Finalmente ci si rivede, dopo tanto tempo dall'ultima volta che ci aiutasti."
Tutti la festeggiarono. Scimmiotto la esortò: "Se vuoi renderci un servigio, salì sulla sponda."
La tartaruga si arrampicò all'asciutto. Il cavallo fu issato al centro del carapace; Porcellino si accoccolò presso la coda del cavallo. Tripitaka si collocò a sinistra del collo e Sabbioso a destra. Scimmiotto, al centro, con un piede posato sulla sua testa, le gridò: "Avanti tutta! E mi raccomando, non rollare."
La tartaruga allargò le zampe e incominciò a nuotare pianamente, diritta verso la riva orientale.
Il mistero profondo di non dualità
Rivela il cielo e mette in fuga ogni demonio.
Si mostra il viso autentico, ogni causalità.
Usando i tre veicoli, liberamente circola
Il sublime elisir nove volte mutato.
Puoi dirti fortunato, se questa tartaruga
Con le tue carabattole ti porta all'altra riva!
Navigarono per buona parte della giornata. Verso sera, mentre si stavano accostando alla riva orientale, la tartaruga chiese: "Caro maestro, l'ultima volta che ci vedemmo vi pregai di porre per me una domanda al Buddha del Paradiso dell'Ovest, sulla mia conversione e sugli anni che mi restano da vivere. Quale risposta vi ha dato?"
Il fatto è che il reverendo, dopo il bagno preso nel Tempio della Verità di Giada, e ancor più dopo essersi disfatto del corpo carnale al passaggio del Tocca Nuvole, non aveva avuto altro per la testa se non le cerimonie con il Buddha e con tutti i santi monaci e pusa che lo circondavano, nonché la ricerca delle scritture. Aveva completamente scordato i problemi di longevità della tartaruga. Ora non voleva mentire e non osava dire la verità: perciò restò zitto. La vecchia tartaruga capì benissimo di essere stata trascurata; si indispettì e, senza preavviso, si tuffò verso il fondo e scomparve, abbandonandoli tra i flutti.
Meno male che Tripitaka aveva ottenuto la Via e pesava meno del solito, altrimenti sarebbe affogato. Scimmiotto lo ripescò e lo portò a riva, mentre gli altri (buoni nuotatori, compreso il cavallo-drago) provvedevano a sé stessi. Naturalmente i sacchi dei sutra, gli abiti e la sella si inzupparono ben bene.
Mentre maestro e discepoli guadagnavano la riva e ricuperavano le loro cose, si scatenò un'incredibile tempesta, che oscurò il cielo, fece rotolare le pietre e volare la sabbia, fra bagliori di fulmini e rombare di tuoni.
Colpo di vento
Da sconvolger cielo e terra.
Colpo di tuono
Da scuoter fiume e montagna.
Fulmine,
Fuoco volante che lacera nubi.
Nebbia spessa
Copre tutta la terra.
Il vento ruggisce, il tuono rimbomba, i fulmini rigano di rosso il cielo brumoso.
La burrasca riempie gli occhi di sabbia e di polvere, si nascondono tigri e leopardi all'ira del cielo, stridono gli uccelli in preda al panico, gli alberi scompaiono nella nebbia.
Il vento solleva i flutti del fiume che comunica con il cielo, il tuono terrorizza draghi e pesci, il fulmine squarcia le tenebre, le sponde sprofondano nella nebbia.
Che vento! Da rovesciare pini e bambù, e fin le rupi su cui crescono.
Che tuoni! Da far tremare i potenti.
Che fulmini! Serpenti d'oro nel cielo, che illuminano distese selvagge.
Che nebbia! Da oscurare lo spazio e nascondere i nove cieli.
Tripitaka, terrorizzato, proteggeva con il suo corpo i sacchi di sutra; Sabbioso aveva il suo daffare a coprire i bagagli e Porcellino si curava del cavallo. Quanto a Scimmiotto, impugnò la sua sbarra a due mani e la mulinò incessantemente contro nemici invisibili, a destra e a sinistra.
Era chiaro che la tempesta era segno di creature delle tenebre che volevano impadronirsi delle scritture. Infuriò tutta la notte, e solo verso l'alba accennò a placarsi. Inzuppato da capo a piedi e tutto tremante, il reverendo gridava: "Consapevole del Vuoto, che cosa sta succedendo?"
"Maestro, non capite?" rispose Scimmiotto ansante. "Ottenere i sutra è un'impresa che toglie al cielo e alla terra i loro poteri di trasformazione. Voi conseguite una durata pari all'universo, una luce pari al sole e alla luna, la longevità di un'eterna primavera e un corpo imputrescibile nel dharma. Il cielo e la terra non possono sopportarlo. Abbiamo scatenato l'invidia di diavoli e dèi, che ora vorrebbero togliervi i sutra. Ma l'acqua che li inzuppa li appesantisce e il vostro corpo dharmico li protegge: non ci sono tuono, folgore o nebbia che ve li possano strappare. E la sbarra del vostro vecchio Scimmiotto, puro yang, protegge voi. Ora si leva il giorno e ascende il soffio yang: ormai siete al sicuro."
Tripitaka e gli altri capirono che cosa era accaduto e ringraziarono calorosamente Scimmiotto. Quando il sole salì in cielo, portarono i sacchi dei sutra in cima a una rupe e li aprirono per far asciugare i rotoli. Ancor oggi si vede la roccia su cui i testi furono stesi al sole. Anche vestiti e calzature furono messi ad asciugare, e i pellegrini saltellarono intorno per riscaldarsi.
Ama il sole lo yang, tiene lontano
Ogni mostro notturno. Le scritture
Zuppe d'acqua non temono la folgore,
Né vento o fuoco. Non li può fermare
Nessuno. Là dove furono stesi
I sutra ad asciugare, e ne permane
La traccia, mai potranno ritornare
I demoni del buio e dell'orrore.
Mentre i quattro pellegrini svolgevano ed esaminavano i loro testi, vennero alla spicciolata diversi pescatori, che li videro e li riconobbero. Uno chiese: "Non sareste per caso i reverendi maestri che passarono il fiume anni fa, mentre andavano in cerca di sutra nel Paradiso dell'Ovest?"
"Proprio così" rispose Porcellino. "Tu che ne sai? Come ci hai riconosciuto?"
"Lavoro dai Chen."
"Abitano lontano da qui?"
"Una ventina di li verso sud."
"Maestro" propose Porcellino, "che ne direste di portare i sutra a casa loro per farli asciugare? Sarebbe più pratico, avremmo un tetto sopra la testa e troveremmo qualcosa da mangiare. Potremmo chiedere anche un po' di amido per i nostri vestiti."
"No" rispose Tripitaka; "vediamo di non perdere tempo. I sutra asciugheranno qui, noi li raccoglieremo e riprenderemo la strada del ritorno."
Ma i pescatori si imbatterono in Chen Cheng: "Signor cadetto, i maestri che avevano liberato i vostri figli dal sacrificio, tanti anni fa, sono di ritorno."
"Dove li avete visti?"
"Stanno sulle rocce in riva al fiume, e stendono sutra al sole per farli asciugare."
Chen Cheng corse da loro, seguito dai suoi mezzadri, e si inginocchiò per supplicarli: "Monsignori, ora che avete compiuto la vostra missione e ritornate con le scritture, non potete restar qui all'aperto e rifiutare la mia ospitalità. Vi prego, venite subito nella mia povera capanna!"
"Verremo da voi quando i sutra saranno asciutti" rispose Scimmiotto.
"Come si sono bagnati?"
"Ricordate la tartaruga bianca che ci aveva fatto attraversare il fiume? L'abbiamo nuovamente incontrata, e ci ha traghettato anche questa volta. Ma quando ha saputo che avevamo dimenticato di porre al Buddha certi quesiti per conto suo, ci ha buttato in acqua e se n'è andata."
Chen Cheng era tanto insistente che Tripitaka si dovette rassegnare a dargli retta. Raccolse quindi i suoi sutra, ma non si accorse che le estremità di alcuni rotoli di quello sulla vita del Buddha si erano incollate alla roccia, e le strappò inavvertitamente. Questo è il motivo per cui, ancor oggi, il testo è lacunoso; mentre quelle rocce conservano tracce dei preziosi caratteri.
"Che peccato!" si desolò Tripitaka. "È colpa nostra: dovevamo metterci più attenzione."
"Non importa" ribatté Scimmiotto ridendo. "Nemmeno il cielo e la terra sono completi. Potete star certo che, se il sutra si è strappato, vuol dire che il grande enigma dell'incompiutezza voleva così. Non ci sono né forza né volontà umana che possano farci niente."
Mentre seguivano Chen Cheng verso casa sua, la notizia del loro arrivo correva di bocca in bocca: in breve si videro venire incontro tutti gli abitanti del paese, giovani e vecchi. Chen Qing aveva già fatto preparare una tavola di offerte alla porta di casa e aveva arruolato una banda musicale. Venne quindi sull'uscio ad accoglierli, rinnovando i suoi ringraziamenti per il salvataggio dei bambini. Quando furono introdotti venne servito il tè, mentre si preparava il pranzo.
Tripitaka non sopportava più il nutrimento terrestre, dopo aver assaggiato la divina cucina del Buddha e aver abbandonato il proprio involucro carnale. L'ostinazione dei due vecchietti fu messa a dura prova per fargli accettare qualche boccone, giusto per complimento.
Scimmiotto, che del resto non era mai stato un gran mangiatore di cibi cucinati, presto respinse il piatto e disse: "Ne ho abbastanza." Anche Sabbioso si fermò dopo pochi bocconi.
La cosa incredibile fu che Porcellino non sembrava più lui, e posò la ciotola.
"Non hai appetito, bestione?" chiese il Novizio.
"Non mi era mai capitato, ma mi sento lo stomaco debole."
Sparecchiata la tavola, si avviò la conversazione con molte domande sulla conclusione della cerca dei sutra, cui seguì il minuzioso racconto dell'avvenuto. Infine Tripitaka voleva congedarsi. Ma i vecchi e le loro famiglie non volevano lasciarli ripartire. "Non sapevamo come sdebitarci della profonda gratitudine che vi dobbiamo per la salvezza dei nostri figli, e non abbiamo trovato di meglio che costruire un santuario, chiamato Salvataggio della Vita, nel quale vi dedichiamo un culto."
I ragazzi Protetto di Guan e Bilancia Colma d'Oro si vennero a prosternare, e li invitarono a visitare il santuario. Quando vi giunsero, scoprirono che i Chen vi avevano organizzato un altro banchetto; si sedettero a tavola, e già ricevevano un altro invito a pranzo; impugnarono le bacchette, e giunse un terzo invito. E così via: Tripitaka non osava dir di no per non deludere nessuno.
Il santuario comprendeva un bell'insieme di edifici:
Un lindo vialetto di ghiaia rossa, grazie agli sforzi dei donatori, porta a una torre e a una terrazza, poste in risalto da due ali laterali. Riquadri e battenti vermigli, un tesoro di sette piani finemente traforato. Effluvi profumati salgono al cielo, una pura luce illumina il luogo.
Ai giovani cipressi occorrono ancora abbondanti annaffiature; i piccoli pini formeranno un boschetto. Dalla rupe una cascata scende a mescolare le sue acque con il Fiume Comunicante con il Cielo. Sullo sfondo, la catena di montagne si estende fino a raggiungere il drago della terra.
Per concludere la visita salirono sulla torre e ci trovarono quattro statue che li rappresentavano. Porcellino mormorò a Scimmiotto: "Il tuo ritratto è proprio somigliante."
"Anche il tuo" disse Sabbioso. "Quello del maestro, forse, è un po' idealizzato."
"Va benissimo" ribatté Tripitaka. "È somigliante anche il mio."
Quando scesero, trovarono allestito sotto il portico un nuovo banchetto.
"Che ne è stato del Tempio del Grande Re, che c'era una volta?" chiese Tripitaka.
"Lo demolimmo subito" risposero i vecchi. "Da quando abbiamo costruito questo santuario, abbiamo goduto ogni anno di raccolti abbondanti, grazie alla benefica protezione delle vostre signorie."
"Noi non c'entriamo; è merito del cielo" commentò ridendo Scimmiotto. "Questo non significa che non penseremo a proteggere tutte le famiglie del villaggio, per assicurare numerosi discendenti, la riproduzione dei sei animali domestici e le condizioni del tempo più adatte per la campagna."
Tutti ringraziavano e si prosternavano. Si era formata una lunga coda di persone che volevano offrire frutta e altri cibi.
"Dov'è finita la mia buona fortuna?" esclamava Porcellino. "Quand'ero di buon appetito, non ricevevo più di dieci inviti per volta. Ora che sono diventato inappetente, gli inviti non finiscono più."
Ed esercitava la sua inappetenza a vuotare otto o nove piatti di verdure, e divorare qualche diecina di grandi pani.
Non ne potevano più, ma la gente continuava ad affluire per invitarli.
"Siamo confusi da tante attestazioni di affetto" ripeteva Tripitaka, "ma vi prego: per questa sera basta così. Ci rivedremo domattina."
La notte era già avanzata. Tripitaka si installò in atteggiamento di meditazione ai piedi della torre, con i suoi preziosi sutra davanti agli occhi. Verso la terza veglia bisbigliò a Scimmiotto: "Come dice l'adagio: L'uomo vero non si mostra, chi si mostra non è l'uomo vero. Temo che, se ci lasciamo invischiare da questa gente, possiamo compromettere l'essenziale."
"Avete ragione, maestro. Approfittiamo della notte, mentre tutti dormono, per filarcela con discrezione."
Porcellino e Sabbioso erano pronti; persino il cavallo sembrava condividere i loro pensieri.
Dunque si alzarono senza fare rumore, caricarono il cavallo, misero in spalla i bilancieri e si diressero verso l'uscita. Il portone era chiuso, ma Scimmiotto lo aprì usando la magia che scioglie le catene. Quando uscirono e si misero in cerca della strada verso l'est, gli otto vajrapani li chiamarono dal cielo: "Ehi, fuggiaschi! Da questa parte!"
Il reverendo si sentì sollevare da un turbine di vento profumato. È il caso di dirlo:
L'elisir ti consente
La tua forma verace.
Con corpo sano e forte
Saluterai il sovrano.
Se poi non sapete come avvenne l'incontro con l'imperatore dei Tang, ascoltate il prossimo capitolo, che sarà l'ultimo.