第001回 RE DI SCIMMIE · DALLA GESTAZIONE DELLA RADICE MISTICA ESCONO LE SORGENTI ORIGINARIE. DALLA COSTANTE COLTIVAZIONE DEL CUORE E DELLO SPIRITO NASCE LA GRANDE VIA. Ce lo insegna la strofa: Erano cielo e terra sottosopra Prima che il buio caos fosse dissolto. Quando Pan Gu spezzò l'immensa nuvola Diede l'urto iniziale al nostro mondo. Si separarono il torbido e il puro, Ogni vita ne fu sollecitata Ed ogni essere giunse a compimento. Se del tempo conoscere le imprese Volete e non sapete risalire Fino al caos degli inizi, qui leggete Le vicende del Viaggio in Occidente. Perché sembra che un ciclo dell'universo conti centoventinovemila e seicento anni. Se lo si divide in dodici momenti - che corrispondono ai rami terrestri di topo, bue, tigre, lepre, drago, serpente, cavallo, ariete, scimmia, gallo, cane e porco - la durata di ogni momento dev'essere di diecimila e ottocento anni. Eccone la successione in una giornata terrestre: all'ora del topo scompare ogni influsso solare, a quella del bue canta il gallo, all'ora della tigre albeggia, a quella della lepre si alza il sole; all'ora del drago si fa colazione; si è pronti al lavoro all'ora del serpente; il sole è allo zenit all'ora del cavallo e declina verso ovest l'ora dopo; si fa merenda nell'ora della scimmia e, a quella del gallo, il sole tramonta; cade il crepuscolo all'ora del cane e l'uomo si riposa in quella del porco. In un grande ciclo la sequenza è simile: a metà del momento del cane, l'universo si oscura e ogni cosa si dissolve. Dopo cinquemila e quattrocento anni incomincia il momento del porco, che si chiama caos perché è fatto di tenebre, in cui non esistono più né terra né cielo né uomo né niente. Dopo altri cinquemila e quattrocento anni quel momento finisce, si leva il segno della virtù e si avvicina il primo momento di un nuovo ciclo, che a poco a poco riporta la luce. Come dice Shao Yong: Nell'inverno del topo immobile il cuore e freddo il cielo. Ma si muove lo Yang Ancor prima che nascano creature. È in questa situazione che il cielo mette radici. Trascorsi cinquemila e quattrocento anni, quando si giunge a metà del momento del topo, incomincia a esistere l'azzurro puro e leggero, provvisto di sole, luna, astri e stelle: le quattro figure del firmamento. Perciò si dice che il cielo si apre nel segno del topo. Ancora cinquemila e quattrocento anni e il momento del topo lascia il posto a quello del bue: le cose incominciano a prendere consistenza. Come dice il Classico delle mutazioni: Quanto è grande il segno originale del firmamento, com'è perfetto il segno originale della terra! Essi contengono il germe di ogni cosa, secondo la volontà del Cielo. È allora che la terra incomincia a solidificarsi. Altri cinquemila e quattrocento anni e si arriva a metà del bue, quando si condensa il torbido pesante che forma acqua, fuoco, montagne, rocce e terra: le cinque forme. Perciò si dice che la terra incomincia sotto il segno del bue. Passano cinquemila e quattrocento anni, si compie il momento del bue e spunta la tigre, che fa nascere gli esseri e le cose. Come ripetono i calendari: Scende soffio di cielo, sale soffio di terra. Dalla loro unione nasce la folla delle cose e dei viventi. È allora che si uniscono il puro cielo e la fervente terra, Yang maschio e Yin femmina. Con altri cinquemila e quattrocento anni si è in piena tigre, quando nascono uomini, bestie e uccelli; a questo punto sono al loro posto le tre entità: cielo, terra e uomini. Perciò si dice che l'uomo nasce nel segno della tigre. Toccati dall'iniziativa di Pan Gu, i tre Augusti ordinarono il mondo e i cinque Imperatori stabilirono le regole delle relazioni sociali. Così l'universo fu diviso in quattro grandi continenti: Est, Ovest, Sud e Nord. In questo libro parleremo solo dell'Est(1). Al di là dei mari si trovava il paese di Aolai, proprio in riva all'oceano, dove si innalzava il famoso Monte di Fiori e Frutti, che costituiva la catena principale di dieci isolotti e il gran drago di tre isole. Esso era sorto quando il puro si era separato dal torbido, dopo la divisione della nuvola primordiale. Era proprio una bella montagna, come testimoniano questi versi: Domina il vasto oceano, soggioga il mare di diaspro. Riceve il tributo dell'oceano Quando le onde spingono i pesci nelle sue grotte marine. Riceve il tributo del mare Quando le spume le portano strane conchiglie. Da sud-est, presso il Bosco di Fuoco, salgono le alture, Si slanciano verso il mare orientale. Scogliere rosse, rocce bizzarre, scarpate e picchi. Cantano sugli scogli variopinte fenici. Dorme l'unicorno nei cavi delle scarpate. Si ode sui picchi il grido del fagiano dorato. Nelle grotte rocciose si avvicendano i draghi. Nel bosco vivono l'antico cervo e la volpe immortale. Sui rami, uccelli leggiadri e nere gru. Primavera perpetua offre fiori Che mai appassiscono, verdi pini, cipressi alteri. Maturano le pesche degli immortali. Nei bambù s'impigliano le nuvole. Erba novella, liane e viticci tappezzano ogni dove. È il pilastro del cielo, sbocco di mille fiumi, Asse immutabile della terra per diecimila kalpa. Al sommo di questa montagna, proprio nel bel mezzo, si trovava una rupe di immortali. L'altezza era di trentasei piedi e cinque pollici, il circuito di ventiquattro piedi: le dimensioni corrispondevano ai trecentosessantacinque gradi dell'eclittica e alle ventiquattro divisioni del calendario. Era scavata da nove cavità e perforata da otto fori, come le nove case e gli otto trigrammi. Non era ombreggiata da alberi, ma qua e là l'adornavano angeliche e orchidee. Ora, dall'inizio del mondo, giorno dopo giorno, essa era stata impregnata dalla limpidezza celeste e dal rigoglio terrestre, dai vigorosi raggi di sole e dal dolce chiaro di luna. Così a lungo accarezzata, finì per essere penetrata da un pensiero, si ritrovò divinamente incinta e un bel giorno si spaccò, partorendo un uovo di pietra grande come un pallone. Esposto all'aria aperta, esso si trasformò in una scimmia provvista dei cinque sensi e munita delle quattro membra. Imparò subito a camminare e ad arrampicarsi, e salutò i quattro orienti. Nel far ciò il suo sguardo scintillante dardeggiò due raggi d'oro fino al Palazzo della Stella Polare. Ebbe un soprassalto l'Imperatore di Giada, il Gran Compassionevole delle alte sfere celesti, che troneggiava nella sala preziosa delle Nuvole Misteriose del Palazzo dell'Arco d'Oro, fra immortali e ministri. Vedendo il lampo d'oro fiammeggiante, ordinò a Occhio Mille Leghe e a Odi Buon Vento di andare ad aprire la porta celeste del Sud per vedere che cos'era capitato. Deferenti alla direttiva imperiale, i due capitani uscirono, e videro così bene e udirono con tanta chiarezza, che ritornarono subito a far rapporto: "In conformità dell'ordine di Vostra Maestà, i vostri servitori hanno individuato con la vista e l'udito il luogo da cui viene il lampo d'oro: al margine del piccolo paese di Aolai, all'est del mare del continente orientale, si trova il Monte di Fiori e Frutti. Sulla cima una rupe d'immortali ha prodotto un uovo che, sotto l'effetto del vento, si è trasformato in scimmia. Essa si è inchinata ai quattro orienti e dagli occhi ha lanciato un raggio fino al Palazzo della Stella Polare. Ma è una luce che si spegnerà subito, perché ora la scimmia mangia e beve acqua." L'Imperatore volle accondiscendere a mostrare la sua compassione dicendo: "Questi esseri di Sotto non hanno niente di speciale..." La nostra scimmia, sulla montagna, sapeva camminare, correre, saltare, nutrirsi di erbe, bere alle sorgenti e ai ruscelli, cogliere fiori alpestri, spiccar frutti dagli alberi, unirsi alle bestie selvagge, tigri o pantere, fare amicizia con daini e cervi, entrare in confidenza con gibboni e macachi. Passava la notte sotto le scogliere e al mattino sgambettava tra picchi e grotte. È proprio il caso di dirlo: Non conta il tempo sulla montagna Quand'è finita la stagione fredda. Una mattina di caldo torrido si riparava, in branco con le scimmie, giocando all'ombra dei pini. Guardate come si divertivano: Qualcuno salta di ramo in ramo alla ricerca di fiori e frutti. Altri si lanciano i sassolini o con la sabbia fanno pagode. Caccia libellule, acchiappa lucertole. Chi sembra rendere omaggio al Cielo, chi con le liane fa pagliericci. Ed i servizi: caccia alle pulci, liscia pellicce, netta le unghie. Sfregano, grattano, tirano e spingono di qua e di là. Liberi giocano fra i pini azzurri, liberi sguazzano nell'acqua verde. Per completare il divertimento, la banda delle scimmie si andò a bagnare nel torrente. L'acqua correva via spumeggiando e spruzzando. Come dice l'adagio: ogni bestia ha il suo linguaggio. Le scimmie dicevano: "Donde viene tutta quest'acqua? Oggi non abbiamo altro da fare: risaliamo il torrente e cerchiamo la sorgente, tanto per divertirci!" Lanciarono un sol grido e partirono tutte insieme correndo, chiamandosi e tirandosi, maschi e femmine, grandi e piccini. Scalarono la montagna seguendo il corso d'acqua senza fermarsi fino all'origine, che risultò essere la magnifica cascata che vedete: Volano spruzzi di neve Come bianchi arcobaleni. S'acquatta la luna Sotto il fresco soffio che fende le falde verdi Umide di piccole gocce. La cascata è un fuggevole sipario. Le scimmie battevano le mani per l'ammirazione: "Che bell'acqua! È dunque da qui che scorre via fino al mare." Dicevano: "Chi fosse capace di scivolarci a trovare il punto preciso da cui sgorgano le acque, e di ritornarne sano e salvo, lo faremmo re." Lo avevano ripetuto tre volte quando, a un tratto, la scimmia di pietra balzò fuori dal gruppo e gridò: "Vado io, amici, vado io!" Che brava scimmia! Non è appunto il momento in cui Brilla la sua fama, È giunta la sua ora? Qui l'attende il destino: Entra da re nel suo palazzo. Ecco che chiude gli occhi, si raccoglie e balza al di là della massa d'acqua che cade: alza la testa, sgrana gli occhi e che vede? Né onde né flutti là dentro, ma un ponte scintillante. Si fermò per concentrarsi meglio e guardò attentamente: era un ponte di liste di ferro; l'acqua, che sgorgava da una cavità della roccia, ricadeva mascherandone l'accesso. La scimmia, avanzando a schiena curva e guardandosi intorno, ebbe l'impressione di entrare in un luogo fatto per abitarci, davvero un bel posticino. Vedete un po': Azzurra nebbiolina sotto la bianca giada, con luci arcobaleno. Le grandi stanze vuote dalle calme finestre; fiori sui banchi lisci. Stalattiti-mammelle versan perle di drago su strane concrezioni. Ci sono vasi e coppe, piatti e tazze di pietra su tavole rugose. Le pentole e i fornelli serban tracce di fuoco. Leggiadre panche e letti. Svetta il bambù, fiorisce qualche ramo di prugno. I pini azzurri Lucidi nella pioggia. Non sembra forse una dimora umana? Dopo aver lungamente contemplato, saltò sul ponte e, osservando a destra e a manca, scoprì nel mezzo una stele che recava nella parte superiore una colonna di grandi caratteri in calligrafia quadrata: TERRA BENEDETTA DEL MONTE DI FIORI E FRUTTI PARADISO CAVERNOSO DELLA GROTTA DEL SIPARIO TORRENZIALE La scimmia di pietra non stava in sé dalla gioia; fece dietro-front per uscire, si raccolse, chiuse di nuovo gli occhi e balzò d'un tratto oltre lo sbarramento acquatico. Rideva e gridava: "Che occasione inaudita! Che fortuna!" "Che cosa c'è là dentro?" chiedeva la folla delle scimmie che la circondava. "È profonda l'acqua?" "Non c'è acqua! Non ce n'è affatto! C'è invece un ponte di liste di ferro. E accanto un patrimonio che è dono del cielo e regalo della terra." "Quale patrimonio?" "Tutta quest'acqua passa sotto il ponte attraverso la roccia e, ricadendo, nasconde l'ingresso", spiegava allegra la scimmia di pietra. "Presso il ponte ci sono alberi e fiori, e una casa di pietra con forno e focolare, piatti e tazze, letti e sedili di pietra, e nel mezzo una stele su cui è incisa l'iscrizione Terra benedetta del Monte di Fiori e Frutti, Paradiso cavernoso della Grotta del Sipario Torrenziale: proprio così! Un posto in cui saremo ben riparati. Ed è spazioso, potremo facilmente abitarci in cento e mille. Andiamo a sistemarci e risparmiamoci le bizze del cielo venerando! Perché una volta là dentro Non ci raggiungerà il vento, Né pioggia ci bagnerà. Non temeremo il gelo, Più non udremo il tuono. Come una stufa, caldo vaporoso. D'anno in anno verdeggiano i bambù E brillano ogni giorno nuovi fiori." Il discorso riempì tutti di gioia, nella folla delle scimmie. Gridarono in coro: "Va avanti e guidaci!" La scimmia di pietra si raccolse di nuovo chiudendo gli occhi e saltò gridando: "Seguitemi tutti, entrate!" I più audaci avevano saltato, ma i meno arditi allungavano il collo, poi incassavano la testa nelle spalle, si grattavano le orecchie, si strofinavano le guance, strillavano; dopo qualche incertezza, entrarono tutti. Quando ebbero passato il ponte, andarono a gara nell'afferrare i piatti, impadronirsi delle tazze, monopolizzare il forno, occupare il letto, sposta questo, spingi quello, senza fermarsi un momento, come vuole il carattere giocoso e dispettoso delle scimmie: si fermarono solo quando non ne poterono più. Allora la scimmia di pietra, da una posizione dominante, li arringò solennemente: "Amici! A che serve un uomo che non mantiene la sua parola?(2) Non avevate detto che avreste fatto re chi fosse capace di entrare e di uscire sano e salvo? Io non solo l'ho fatto, ma ci sono ritornato con voi, e vi ho mostrato una caverna in cui potrete riposare, amici, e dormire del tutto sicuri. Che cosa aspettate per prestare omaggio al vostro re, ora che abbiamo tutti la fortuna di metter su casa?" A queste parole le scimmie, unanimi, si prosternarono rispettosamente senza protestare. Ciascuno si allineava secondo l'età e il rango. Giunsero le mani in omaggio al loro sovrano e gridarono tutti insieme: "Viva il nostro gran re!" Da allora, salendo sull'eminente trono reale, la scimmia abbandonò il nome di scimmia di pietra, e prese quello di Bel Re Scimmia. Lo testimoniano i versi: Quando nacque la vita dal Supremo Tre-Yang, Rupe d'immortali raccolse vigore astrale, E d'uovo in scimmia giunse al Grande Tao Sotto un nome qualunque realizzato. Dell'introspezione essa ignora il noumenico, Solo conosce l'atto fenomenico. Fa a modo suo, non dà retta a nessuno, Come mostrano a volte anche i più saggi. Alla testa della truppa di gibboni, macachi e babbuini, tra cui aveva nominato i propri servitori e consiglieri, il Bel Re Scimmia passeggiava il mattino sul Monte di Fiori e Frutti, e la sera si coricava nella Grotta del Sipario Torrenziale. Viveva in pace e accordo con i suoi sudditi, senza impicciarsi del volo degli stormi di uccelli, né seguire la corsa delle bestie selvagge, da monarca libero e indipendente, in felicità senza pari. Fu così che La primavera vivevan di fiori, Mangiavano d'estate dolci frutti, D'autunno raccoglievano castagne, E d'inverno sbarcavano il lunario. Il Bel Re Scimmia aveva goduto della generosità della natura per tre o quattro secoli, magari cinque, quando un bel giorno, durante un allegro banchetto, d'improvviso gli cadde addosso la tristezza e si mise a piangere. Le scimmie, allarmate, gli chiesero inchinandosi profondamente: "Perché si tormenta vostra maestà?" "Ho un bel vivere nella gioia, non posso scacciare il pensiero del futuro: è questo che mi tormenta." "Vostra maestà non è facile da accontentare" risposero ridendo le scimmie. "Noi ci riuniamo allegramente ogni giorno in questa terra benedetta della montagna degli immortali, in questa antica caverna e su questo divino continente. Nessuno ci ha mai assoggettato, né liocorno, né fenice, né monarca umano. La libertà e la spensieratezza sono felicità che non hanno prezzo; perché caricarsi di pensieri?" "Certo, oggi non siamo soggetti alle leggi di re umani, né temiamo le minacce di animali; ma prima o poi, quando saremo decrepiti, non cadremo forse nelle mani del vecchio Yama, nel regno delle ombre? Quando il nostro corpo perirà, non risulterà inutile la nostra vita in questo mondo, se non potremo abitare indefinitamente fra gli esseri divini?" A questo discorso ogni scimmia si coprì la faccia e si mise a singhiozzare pietosamente, tanto erano tutte oppresse dal pensiero della caducità. D'un tratto salta fuori dai ranghi un gibbone dalle lunghe braccia, che con forte voce si rivolge al re: "Che un tale pensiero assalga vostra maestà significa in verità che il suo spirito incomincia ad aprirsi al Tao. Fra le cinque categorie di creature, solo tre non sono soggette alla giurisdizione del re degl'Inferi." "Sai quali sono?" "Quelle di buddha, di immortale e di santo(3), che si sottraggono al ciclo della trasmigrazione, non nascono e non muoiono. Esse godono della stessa longevità del cielo e della terra, dei fiumi e delle montagne." "Dove abitano queste tre categorie?" "In questo mondo, in grotte antiche e sulle montagne di immortali." Le spiegazioni rimisero di buon umore il re scimmia, che dichiarò: "Domani stesso vi saluterò e scenderò dalla montagna. Dovessi anche correre come una nuvola in capo al cielo o al mare, troverò qualcuno che appartenga a queste tre categorie, per imparare a restare giovane e vivere indefinitamente, e sfuggire per sempre alle imboscate che ci tende il Signore Yama." Sarà bastata questa semplice frase per farlo immediatamente uscire dalla rete della trasmigrazione e fargli raggiungere la posizione di Grande Santo Uguale al Cielo. Le scimmie battevano le mani in segno di ammirazione: "Che bellezza! Domani scaleremo la montagna e scenderemo sull'altro versante in cerca di frutti, per offrire a sua maestà un grande banchetto d'addio." Il giorno dopo le scimmie colsero pesche e frutti rari, andarono in cerca di semplici alpestri, scavarono radici di rabarbaro, colsero pistilli profumati di angeliche e di orchidee: in breve ogni specie di pianta preziosa e di fiore raro. Quando li ebbero accuratamente ordinati, disposero tavole e panche di pietra e vi posero in bella mostra vini e piatti divini. Vedete un po': Sfere d'oro e sferette di perle, Rossi scarlatti, gialli maturi, Spiccano le ciliege selvatiche. Prugne profumate ed asprette. Manghi carnosi di buccia sottile. Litchi di fuoco dal piccolo nocciolo. Verdi mele selvatiche su rami. Nespole gialle avvolte nelle foglie. Pere testa-di-lepre, datteri come cuori, Allontanan la sete, gli affanni e gli effetti del vino. Pesche odorose, mandorle tenere Più deliziose di elisir preziosi. Artemisie dolce-aspre come iogurt. Polpe rosse dai neri semi dei meloni maturi. Petali gialli coprono i grandi cachi. Spacchi di melograno in cui brillan rubini. Castagne dalle carni come agata dorata. Candide noci e mandorle col tè, Con cocco ed uve si prepara il vino. Piatti di frutta secca. Sopra i tavoli Kumquat, canna da zucchero ed agrumi. Le patate alla griglia, Ben cotte le radici di rabarbaro, Polline di ninfea; Nelle pignatte cuoce lento il brodo. Possono i nostri cibi ricercati Paragonarsi alle raffinatezze Di scimmie di montagna? Le scimmie onoravano il loro re pregandolo di presiedere al banchetto, in cui occupavano i posti inferiori secondo l'età e il rango, offrendogli ciascuno vino, fiori e frutta. Per tutto il giorno si abbandonarono a copiose libagioni. L'indomani, alzandosi di buon'ora, il Bel Re Scimmia ordinò: "Figli miei, tagliatemi del legno di pino e costruitemi una zattera. Trovatemi un ramo di bambù che mi serva da pertica per governarla, e raccoglietemi un po' di frutti e cibo. Voglio partire." Eccolo che sale sulla zattera, la spinge a tutta forza e, trascinato dalla corrente e aiutato dal vento, fila dritto fra le onde dell'oceano e lo attraversa, grazie a un soffio divino, fino alla costa del continente meridionale. Ecco la sua partenza: Scimmia immortale di nascita divina Dalla montagna parte con la zattera. Oltre l'oceano essa cerca la Via, Con volontà tesa alle grandi imprese. Ed un esperto vorrebbe incontrare Che riveli il segreto delle origini. Fu un'occasione venuta al momento giusto che, da quando era salito sulla zattera, soffiasse un forte vento di sud-est, che lo condusse sulla costa nord-ovest del continente meridionale. Esplorando il fondo con la sua pertica, constatò che l'acqua era poco profonda. Abbandonò la zattera, saltò a terra e vide sulla riva gente che pescava, altri che cacciavano oche selvatiche; chi dissotterrava conchiglie, chi raccoglieva sale. Si avvicinò loro e si mise a dar spettacolo, facendo smorfie tali che la gente scappò a gambe levate, abbandonando reti e panieri. Egli afferrò un tizio paralizzato dalla paura, lo spogliò degli abiti e li indossò a imitazione di quello che vedeva. Passava da borgo a capoluogo, copiando nelle fiere e nei mercati gesti e parole degli uomini, e dandosi molte arie. Che riposasse la notte o pranzasse a mezzogiorno, pensava una cosa sola: come incontrare un buddha, immortale o santo e ottenere la ricetta di lunga vita e di eterna giovinezza. Ma vedeva solo gente che voleva far parlare di sé e far soldi, nessuno che si preoccupasse di come sarebbe andato a finire. Finirà questa caccia a cose vane? In piedi all'alba, ti corichi a notte E libero non sei. Trotti sul mulo E sogni un palafreno. Sei un ministro, Ti sogni duca o re. Ammucchi denaro Dimenticando il timore di Yama. Voglion lasciare gloria e soldi ai figli, Ma nessuno si ferma per riflettere. Il re scimmia era dunque in cerca di immortalità, ma non era ancora destinato a incontrarla. Attraversò grandi città e molti villaggi del continente meridionale. Dopo otto o nove anni si trovò inattesamente sulla riva dell'oceano occidentale. Convinto che al di là del mare avrebbe pur trovato qualche immortale, si costruì una zattera simile alla precedente e navigò sul mare dell'ovest fino al continente occidentale. Quando fu sbarcato, errò a lungo prima di imbattersi in un'alta e bella montagna, nascosta alla base da una folta foresta. Senza temere lupi, né tigri o pantere, egli la scalò fino alla cima per godersi il panorama, che era proprio magnifico: Mille picchi come alabarde Rette da diecimila guardie. Pioggia rinfresca le cime, Riflessi di sole attraversano le brume. Alberi antichi le liane rinserrano, Scorron ruscelli lungo i sentieri, Fiori nell'erba folta e selvaggia, Bambù giganti sotto gli abeti: Verde e fresca la terra benedetta. Il gorgoglio delle sorgenti suona Come il corteggio di timidi uccelli. Burroni tappezzati di orchidee, Dappertutto licheni e muschi morbidi. Vene di drago che salgono e scendono: In un monte così si cela un Grande. Contemplava la veduta, quando udì una voce umana dal folto della foresta. Si infila fra gli alberi e tende l'orecchio. Era qualcuno che cantava: "Con la scure abbatto gli alberi, Imputridisce il manico durante la partita(4). In capo alla valle, presso le nuvole, Scambio fascine con vino, a piacere Lo bevo e mi rallegro. Sul glauco sentiero Nell'autunno avanzato poso il capo sul ceppo Del pino per dormire. Quando all'alba mi sveglio Riconosco ogni fronda. Mi arrampico sul monte, Scure alla mano, e taglio liane secche. Porto il ruvido carico al mercato vicino Lo scambio con tre litri di riso o di granaglie. Questo è il prezzo corrente. Io non so calcolare Né intrigare. Non servo e non sono servito. Perdura la mia vita nella tranquillità. Solo incontro talvolta gli immortali: Espongono gli arcani della Corte Gialla." Le parole della canzone riempirono di gioia il re scimmia, che si disse: "Ci sono dunque immortali nascosti da queste parti." Balzò subito avanti nella foresta e, osservando con attenzione, scoprì un boscaiolo che alzava l'ascia per tagliare un albero. Com'era conciato! In testa un cappello di foglie fresche di bambù. Sul dorso una tunica di tela leggera, tessuta con cotone locale. Alla vita una cintura di una strana seta, sputata da qualche vecchio bruco del bosco. Ai piedi sandali di paglia legati con foglie di carice arrotolate. Teneva in mano un'ascia di acciaio fino, fissata al manico da una corda di canapa. Chi meglio di questo boscaiolo saprebbe spezzare alberi morti e abbattere pini? Il re scimmia si avvicinò per interpellarlo: "Salute, venerabile immortale! Il vostro discepolo giunge le mani!" Sorpreso da lasciar cadere l'ascia, il boscaiolo si volse per rendere il saluto: "Sono un pover'uomo che fatica a nutrirsi e vestirsi. Come oserei lasciarmi trattare da immortale?" "Se non sei un immortale, perché parli come loro?" "Che cosa posso aver detto?" "Sul bordo della foresta ti ho sentito cantare: 'Solo incontro talvolta gli immortali, espongono gli arcani della Corte Gialla.' Ora, la Corte Gialla contiene le parole veridiche del Tao e della Virtù. Come dunque non saresti un immortale?" "Ti dirò" rispose ridendo il boscaiolo: "questi versi cantati sull'aria della Corte piena di profumi li ho effettivamente imparati da un immortale. Abita non lontano dalla mia capanna. Poiché mi vedeva penare, e spesso di cattivo umore, mi ha insegnato a recitare i versi quando ho qualche noia, per distendere lo spirito e superare le difficoltà. Un momento fa mi sentivo un po' preoccupato e mi son messo a cantarli, senza sapere che tu mi ascoltassi." "Dal momento che hai questo vicino, perché non ti fai suo discepolo per imparare la ricetta dell'immortalità? Non ti farebbe comodo?" "Il fatto è che la mia vita è sempre stata dura: devo ai miei genitori di avermi cresciuto fino a otto o nove anni, ma ero appena in grado di capire qualcosa quando mio padre morì e lasciò vedova mia madre. Poiché non ho né fratelli né sorelle, non c'ero che io a vegliare su di lei. Ora che è vecchia, ne ha un bisogno ancor maggiore. E poi la nostra terra è sterile e incolta, non abbiamo di che nutrirci e vestirci. Io posso soltanto tagliare fascine e portarle al mercato, per cavarne qualche sapeca di merce e qualche litro di riso, che cuocio e preparo con le mie mani per servirlo alla mia vecchia madre con un po' di tè. Ecco perché non mi è possibile coltivare il Tao." "A quanto vedo sei un bravo figlio, pieno di pietà filiale. Questo ti sarà certo messo in conto. Ma spero che tu mi dica dove abita l'immortale, perché possa vederlo." "Non è affatto lontano. Questa montagna si chiama Monte della Terrazza degli Dei di un Pollice Quadrato - vale a dire il cuore; l'immortale vive nella Grotta della Luna Pendente e delle Tre Stelle, e si chiama il patriarca Subhûti. In vita sua ha avuto innumerevoli discepoli. Al momento ce ne sono quaranta o cinquanta che praticano sotto la sua guida. Segui questo sentiero, cammina verso sud per sei od otto li e sarai arrivato." "Amico" insisté il re scimmia trattenendo il boscaiolo per la mano "vieni con me. Se ne ricavo beneficio, non dimenticherò la bontà che avrai avuto di accompagnarmi." "Non te l'ho appena detto? Non vuoi capire! Non ti entra nella zucca? Se vengo, chi lavorerà per me? Chi si occuperà della mia vecchia madre? Io devo raccogliere le fascine. Vacci tu, se vuoi." Il re scimmia non poté che congedarsi. Uscì dalla fitta foresta, cercò il sentiero, discese il fianco della montagna e, sette od otto li più lontano, scorse una dimora rupestre. Il posto era superbo: Tavolozza cangiante di brume e nebbioline Rende di sole e luna i riflessi dorati: Mille cipressi, diecimila snelli bambù! Vecchi cipressi dipingono in verde La metà dello spazio. Bruma azzurra Sfuma dentro la gola le canne dei bambù. Un broccato di fiori si distende all'ingresso. Come profuma all'imbocco del ponte L'erba di diaspro! Sopra i bordi sporgenti cresce scuro lichene. I muschi verde giada fino al bordo del cielo. La gru degli immortali fa sentire il suo grido, S'alzano le fenici dispiegando le ali. Passa il nero gibbone, corrono bianchi cervi, Leoni ed elefanti son signori del luogo. È terra benedetta, meglio del paradiso! La porta della dimora sotterranea era solidamente chiusa, tutto era calmo e silenzioso, senza alcuna traccia di presenza umana. Volgendo la testa, vide in cima alla rupe una lastra di pietra alta tre tese e più, larga otto piedi. Vi si allineava in dieci grandi caratteri la seguente iscrizione: MONTE DELLA TERRAZZA DEGLI DEI DI UN POLLICE QUADRATO GROTTA DELLA LUNA PENDENTE E DELLE TRE STELLE Al colmo della gioia, il Bel Re Scimmia si disse: "Brava gente si incontra in questi posti! L'informazione era precisa!" Guardò per un bel po', senza osar di bussare; poi finì per saltare su un ramo e si divertì a cogliere pigne, sgranocchiarne i pinoli e gettare i gusci qua e là. A un certo punto si udì un cigolio, la porta della grotta si aprì e ne uscì un ragazzino immortale, pieno di grazia e dignità, dal volto straordinariamente puro: niente in comune con i soliti marmocchi. Eccolo qua: Doppio nastro di seta gli annodava i capelli, Abito a larghe maniche lievi come pensieri. Portamento distinto come dà un cuore vacuo. È lontano dal mondo il fanciullo dei monti. È netto da ogni polvere, non conosce intemperie. Appena uscito, si mise a gridare: "Chi è venuto qui a far baccano?" Il re scimmia saltò giù dall'albero, si avanzò e si presentò inchinandosi: "Ragazzino immortale, sono un discepolo in cerca del Tao e dell'immortalità, e mi guarderei bene dal far baccano." "Tu saresti in cerca del Tao?" chiese il ragazzino sorridendo. "Sì." "Il maestro si era appena alzato dal giaciglio per salire in cattedra e parlare del Tao; ma ancor prima di annunciare il tema mi ha detto di aprire la porta: 'È arrivato un aspirante del Tao e aspetta fuori; va a riceverlo!' Suppongo che sia tu." "Certo che sono io!" scoppiò a ridere il re scimmia. "Sono proprio io!" La nostra scimmia si rassettò gli abiti e, con aria dignitosa, seguì il ragazzo nelle profondità della grotta, ammirando di passaggio file d'alcove profonde e torri d'agata, palazzi di perle e celle di madreperla, senza parlare di graziosi angolini che non si finirebbe mai di descrivere. In breve, fu condotto dritto alla pedana di diaspro su cui sedeva solennemente il patriarca Subhûti, circondato da una trentina di immortali di rango inferiore, che si tenevano in disparte ai due lati. In effetti il maestro era Immortale d'oro del Grande Risveglio, Subhûti, meraviglia in occidente. Al di là della morte e della nascita, Capace delle tre concentrazioni, Ogni cosa comprende e compatisce. Vuota e cangiante, libera e spontanea, Tutto può far la sua propria natura. Possiede forza, età, maestà del cielo, Maestro della Legge, Illuminato! Alla sua vista il Bel Re Scimmia si gettò a terra per prosternarsi e battere la fronte al suolo innumerevoli volte, ripetendo: "Maestro, maestro! Io, tuo discepolo, ti rendo omaggio con cuore sincero; gli omaggi di un cuore sincero!" "Da dove vieni? Dimmi nome, cognome e provenienza; che capisca bene! Poi potrai continuare a salutare." "Il tuo discepolo viene dalla Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti, nel paese di Aolai del continente orientale." "Buttatelo fuori!" gridò il patriarca. "È uno dei soliti imbroglioni. Quale Tao potrebbe mai conseguire?" "Il tuo discepolo è semplice e onesto, senza ombra di furberia" affermò il re scimmia in preda allo sgomento, continuando a prosternarsi. "Se ti pretendi onesto, come puoi dire che vieni dal continente orientale? Ci sono di mezzo due vasti oceani. Come pretenderesti di averli attraversati?" "Mi sono lasciato portare dalle acque" replicò il re scimmia battendo la testa per terra; "e ho dovuto viaggiare dieci anni, dopo lo sbarco, per arrivare fin qui." "Va bene, supponiamo che tu sia venuto con le tappe che ci volevano e mettendoci il tempo dovuto. Qual'è il tuo carattere?" "Non ho carattere. Se mi insultano, non me la prendo; se mi picchiano, non protesto, saluto e me ne vado. Mai avuto carattere." "Non parlavo di questo, ma del carattere che indica il nome di tuo padre o di tua madre." "Non ho padre né madre." "Non sarai mica cresciuto sugli alberi." "Non sugli alberi, ma dentro una pietra; ricordo solo una rupe di immortali, sul Monte di Fiori e Frutti, che a suo tempo si aprì e mi mise al mondo." "Come dire che ti hanno concepito il cielo e la terra" commentò il patriarca, rallegrandosi dentro di sé. "Alzati e fammi vedere come ti muovi." La scimmia si mise a saltellare, stiracchiandosi qua e là, e fece due o tre giri zoppicando. Il patriarca si mise a ridere: "Bisogna dire che non sei bello, Ma infine non sei che una scimmia mangia-pinoli. Ti troverò un nome che convenga alla tua persona. Pensavo a hu, che significa scimmia: se dal carattere si leva il radicale degli animali, restano i due elementi antico e luna, che significano donna vecchia, perché antico è il vecchio, e luna è il femminile. Ma una donna vecchia non farebbe figli. Sarà meglio usare un altro nome della scimmia, per esempio sun. Se si leva il radicale degli animali, restano gli elementi ragazzo e cordone, il cordone ombelicale. Ciò corrisponde perfettamente alla teoria fondamentale del fanciullo androgino. Dunque ti chiamerò Sun, Scimmiotto." Compiaciuto a questo discorso, il re scimmia si prosternò davanti al patriarca: "Bravo! Mi piace! Solo oggi conosco finalmente il mio nome. Maestro, mi aspetto tutto dalla tua bontà. Poiché ora ho un nome, ti prego di darmi anche un soprannome per chiamarmi correntemente." "Abbiamo dodici caratteri fra cui scegliere soprannomi. Ora, tu sei il decimo dei miei discepoli." "Quali sono questi dodici caratteri?" "Sono largo, grande, saggio, avveduto, vero, conforme, naturale, mare, vivo, consapevole, completo e risveglio. Ti tocca dunque consapevole. A partire da questa parola, ti do il nome in religione di Wukong, Consapevole del Vuoto, Sun Wukong." "Che bellezza! D'accordo: ormai mi chiamerò Scimmiotto Consapevole del Vuoto", esclamò ridendo il re scimmia. È il caso di dirlo: Restava senza nomi la fine del caos primordiale. Per spezzarla occorreva la coscienza del vuoto. Se poi non sapete quali risultati ricaverà Scimmiotto da tutte queste austerità, vi converrà venire ad ascoltare il seguito, che li descriverà. 第002回 A SCUOLA DI IMMORTALITÀ · COMPLETA COSCIENZA DELLA VERITÀ MERAVIGLIOSA DELL'ILLUMINAZIONE; UNIONE DELL'ANIMA ATTRAVERSO DISTRUZIONE DEI DEMONI E RITORNO AL PROPRIO INTIMO. Il nostro Bel Re Scimmia fu così felice di ricevere nome e soprannome che si mise a saltare di gioia, indirizzando a Subhûti molte riverenze per esprimergli la propria gratitudine. Il patriarca ordinò dunque alla comunità di condurre Scimmiotto negli appartamenti interni e di insegnargli ad annaffiare e scopare, obbedire e rispondere, avanzare, ritirarsi e volgersi di qua e di là, secondo le regole della buona creanza. Per la notte egli fu provvisoriamente sistemato sotto il portico. Nei giorni successivi continuò la sua educazione nel comportamento e nel linguaggio. Inoltre discuteva delle Scritture e del Tao, si esercitava nella calligrafia e bruciava incenso. Nei momenti liberi scopava il pavimento e si occupava del giardino, piantava fiori e potava alberi, raccoglieva legna e accendeva il fuoco, attingeva acqua e la metteva a bollire. Trascorse così nella grotta sei o sette anni, senza rendersi conto del tempo che passava. Un giorno il patriarca montò in cattedra sull'alta pedana, convocò tutti i discepoli e parlò loro del Grande Tao. Era proprio di un'eloquenza Da far piovere fiori celesti, Da far sbocciare dorati fior di loto! La sottile dottrina dei tre veicoli Scende nel più riposto della Legge. Cadon perle dalla coda di yak, Alla voce di tuono il cielo trema! Parla della meditazione e della Via, Le tre dottrine in una. Vi riconduce alla sana ragione, All'arcano che esclude la reincarnazione. Scimmiotto era tanto contento di ascoltare il sermone che continuava a grattarsi le orecchie e stropicciarsi le guance, sgranava gli occhi e faceva smorfie allegre, mentre mani e piedi si muovevano al ritmo delle parole. Il patriarca se ne accorse e lo interpellò: "Tu, laggiù, che cosa ti ha preso per agitarti come un matto, invece di ascoltare?" "Il vostro discepolo ascolta con tutto il cuore, ma nei punti più sublimi del sermone, maestro, non sta in sé dalla gioia: le mie gambe si muovono da sole. Perdonatemi, venerato maestro!" "Va bene, poiché comprendi queste cose sottili, ti farò una domanda: da quanto tempo sei arrivato alla grotta?" "Il vostro discepolo confessa la sua innata stupidità: non so più da quanto. Ricordo solo di avere scoperto una collina piena di peschi magnifici, mentre raccoglievo legna da ardere dietro la montagna, e di esserci andato sette volte a rimpinzarmi di pesche." "Si chiama il Monte delle Pesche Mature. Se ne hai mangiate sette volte, sarai qui da sette anni. E allora che cosa vuoi imparare da me?" "Ciò che mi vorrete insegnare, venerato maestro: purché ci sia qualcosa del Tao, il vostro discepolo si impegnerà senza risparmio." "Ci sono trecentosessanta porte secondarie per entrare nel Tao, e tutte conducono al giusto frutto. Non so quale ti interessi." "Quella che mi suggerite, venerato maestro. Il vostro discepolo è tutto obbedienza." "Ti devo insegnare l'arte della magia? Che ne pensi?" "Che cos'è la magia?" "Consiste per esempio nell'evocare gli immortali, cavalcare le fenici, tirare le sorti con l'achillea. Saresti capace di evitare le disgrazie e di andare verso la felicità." "Così si può ottenere lunga vita?" "Nemmeno per sogno!" "Allora non mi interessa." "Vuoi che ti insegni la via delle correnti?" "Quale cerimoniale occorre per la porta delle correnti?" "Sono le correnti di pensiero delle diverse scuole: confucianesimo, buddismo, taoismo, scuola dello Yin e dello Yang, mohismo, medicina. Un po' si leggono le Scritture, un po' si prega Buddha, ci si occupa dello zen, si evocano i santi e altre cose del genere." "E si ottiene lunga vita?" "Se si vuole la lunga vita, questo è come mettere un pilastro nel muro." "Maestro, io sono un sempliciotto, non me la cavo con il gergo del mercato" confessò Scimmiotto ridendo. "Che cosa vuol dire mettere un pilastro nel muro?" "Be', quando si costruisce una casa, se la si vuole salda, si inserisce un pilastro nel muro. Ma quando la casa diventerà vecchia da crollare, anche il pilastro sarà marcito." "Dunque non è una cosa che duri; non mi interessa, non mi interessa!" "Ti devo insegnare l'atarassia?" "A che cosa conduce?" "Consiste nel rinunciare ai cereali, mantenersi in puro riposo con la non-azione, dedicarsi a meditare accovacciati come i sarti, misurare le parole, mangiare di magro, guadagnare meriti in sonno e in veglia, immergersi nella totale concentrazione o nel completo isolamento, e così via." "E questo dà lunga vita?" "Sono tegole crude davanti al forno." "Maestro, questo è turco! Ve l'ho detto che il gergo del mercato non lo capisco. Che cosa vuol dire tegole crude davanti al forno?" "I mattoni e le tegole davanti al forno, hanno un bell'essere modellati; finché non hanno passato la prova del fuoco e dell'acqua, basta la pioggia per scioglierli e disperderli." "Dunque neppure così si arriva lontano: non mi interessa." "E se ti insegnassi il movimento?" "In che cosa consiste la porta del movimento?" "È praticare il fare e l'agire, aspirare lo Yin per rinforzare lo Yang, tendere l'arco e caricare la balestra, stropicciarsi l'ombelico per far passare il soffio, preparare decotti secondo le ricette, bruciare la paglia per forgiare il tripode, assorbire piombo rosso, trasmutare pietra autunnale, bere latte di donna e altre cose del genere." "Ed è un modo per ottenere lunga vita?" "Tanto vale pescare la luna riflessa nello stagno." "Ci risiamo col turco! Che cos'è pescare la luna riflessa nello stagno?" "Quando la luna sale in cielo, si riflette nell'acqua. Benché la si veda, non c'è modo di toccarla o di afferrarla, perché in fin dei conti è un'illusione." "Ah no, nemmeno questo mi interessa." A queste parole il patriarca emise un brontolio, saltò giù dalla pedana e, puntando su Scimmiotto il regolo di disciplina che teneva in mano, esclamò: "Dannato macaco! 'Questo non mi interessa, quello non mi piace!' Si può sapere che cosa vuoi da me?" Marciò su Scimmiotto stringendo il regolo, glielo picchiò in testa tre volte e, incrociando le mani dietro la schiena, se ne tornò dentro casa, chiudendo la porta centrale e abbandonando i discepoli. Gli astanti erano atterriti. Tutti ce l'avevano con Scimmiotto e si misero a rimproverarlo: "Questa canaglia di una scimmia è un bell'impudente. Come ti permetti di discutere con il maestro, invece di imparare quello che ti dice? L'hai tanto offeso che non si sa quando si farà rivedere." Tutti erano al colmo dell'indignazione e gli dimostravano ostilità. Ma Scimmiotto non se ne preoccupava e sorrideva beato. Il fatto è che il re scimmia, dentro di sé, aveva risolto l'indovinello; perciò non si imbarcava a discutere e sopportava in silenzio. Colpendolo tre volte, il Maestro gli aveva indicato di essere pronto per la terza veglia notturna; incrociando le mani dietro la schiena e chiudendo la porta, lo invitava a entrare dall'uscio posteriore per trasmettergli il Tao in segreto. Scimmiotto trascorse dunque la giornata con i condiscepoli in perfetto buonumore, alzando spesso lo sguardo al cielo davanti alla grotta d'immortali delle Tre Stelle, perché non vedeva l'ora che scendesse la sera. Al crepuscolo si ritirò per dormire con tutti gli altri, ma finse soltanto di chiudere gli occhi e di respirare profondamente, mentre invece si concentrava. Nessuno in montagna annuncia le ore notturne; perciò non sapeva l'ora e doveva stimarla contando i propri respiri. Verso la metà della notte si alzò pian piano, si vestì, aprì furtivamente la porta e uscì mentre tutti dormivano. Levò gli occhi a contemplare lo spettacolo che gli si offriva: Luna chiara e rugiada fredda e pura; Agli otto poli, non un gran di polvere! Nei boschi intorno dormono gli uccelli: Scorrono mormorando acque sorgive. Le lucciole combattono le ombre, Passano in cielo scuri stormi d'oche. Questo è il momento di cercare il Tao. Eccolo che segue il sentiero familiare verso l'ingresso posteriore. Vedendo la porta socchiusa Scimmiotto si rallegrò: "Il maestro aveva proprio l'intenzione di trasmettermi il Tao: ecco perché la porta non è chiusa." Scivolò dentro a passi felpati e si recò ai piedi del letto in cui dormiva il patriarca, tutto raggomitolato e rivolto verso la parete. Scimmiotto, che non osava disturbarlo, si inginocchiò accanto al letto. Dopo un po' il maestro si svegliò e stirò le gambe, cantilenando a bassa voce: "Difficile, difficile, Il Tao è sottile, non si deve prendere Cinabro d'oro alla leggera! Se insegni arcani a chi non è perfetto, Invano sprechi il tempo e le parole." Scimmiotto rispose: "Sono qui maestro! Il vostro discepolo aspetta da un bel pezzo." Il patriarca riconobbe la voce di Consapevole del Vuoto. Si alzò subito a sedere nella posa del sarto, drappeggiandosi la veste, e gridò: "Brutto macaco, che cosa sei venuto a fare qui, invece di dormire nel tuo letto?" "Mi avete autorizzato voi, maestro, nel sermone di ieri, davanti a tutti: mi avete detto di passare dalla porta posteriore, a mezzanotte, per imparare il Tao. Ecco perché ho osato venire dritto filato al letto di vostra eminenza." Queste parole rallegrarono il patriarca, che pensava: "Questo bel tomo è nato davvero dal cielo e dalla terra, altrimenti non avrebbe saputo risolvere il mio enigma." "Qui non ci sono orecchie indiscrete" riprese Scimmiotto. "C'è solo il vostro discepolo, caro maestro, che spera avrete la grande compassione di insegnargli l'arte di lunga vita; non dimenticherò mai la vostra bontà!" "Così vuole il tuo destino; quanto a me, sono contento di ammetterlo. Poiché hai compreso le mie istruzioni nascoste, avvicinati e ascolta attentamente: ti insegnerò la sublime via di lunga vita." Scimmiotto ringraziò prosternandosi fino a battere la fronte per terra e restò inginocchiato ai piedi del letto, con lo spirito attento e le orecchie tese. Ecco il discorso che recitò il patriarca: "Ti presento chiaro e tondo il segreto senza pari Esso- ed esoterico: Dosa e nutri in ogni istante il tuo spirito vitale, Il segreto è tutto qui! Ogni forza vien da seme, soffio ed anima: risparmiati, Fortifica le viscere. Se il tuo corpo sai proteggere, senza perdita di sorta, Il Tao spicca il volo. Con le formule appropriate puoi raggiunger la purezza E scacciare il vizio. La purezza guadagnata è una fiamma limpida Sotto il chiaro di luna Rivolta alla terrazza di cinabro. Nasconde la luna lepre di giada, Dissimula la sera un nero corvo, Tartaruga allacciata da serpente. Questo nodo consolida la vita, Loti d'oro potrete seminare Nel fuoco. I cinque elementi del cosmo Rovesciate nell'ordine, ed usateli: E diverrete buddha od immortali!" Mentre gli veniva rivelata l'Origine Radicale, l'anima di Scimmiotto conobbe la perfetta felicità. Dopo aver mandato accuratamente a memoria le formule, si inchinò al patriarca per esprimergli la sua profonda gratitudine. Poi uscì dalla porticina e vide che albeggiava. Ritornò all'entrata anteriore, spinse piano la porta, si sedette dove avrebbe dovuto dormire e, scuotendo le coperte e facendo baccano, gridò: "È giorno, sveglia, è giorno!" Gli altri discepoli, che ancora dormivano, ignoravano quale colpo di fortuna fosse toccato a Scimmiotto. Quel giorno egli si abbandonò alle solite stramberie, ma in segreto si esercitava praticando gli esercizi di respirazione, prima dell'ora del topo e dopo l'ora del cavallo. Tre anni trascorsero in breve. Infine, il patriarca montò di nuovo in cattedra per predicare. Esponeva parabole e casi insolubili, discorreva sull'apparenza esteriore del comportamento. A un tratto chiese: "Dov'è Consapevole del Vuoto?" "Il vostro discepolo è qui" rispose Scimmiotto, dopo essersi fatto avanti e inginocchiato. "Quale via hai praticato in questi ultimi tempi?" "Il vostro discepolo ha incominciato a penetrare la natura delle cose e consolida la sua conoscenza dell'Origine Radicale." "Poiché penetri la natura delle cose e apprendi l'Origine Radicale, tu sei già partecipe del corpo divino. Ma devi inoltre guardarti dalle tre più terribili calamità." Scimmiotto rifletté a lungo e intensamente prima di rispondere: "Maestro, vi sbagliate: ho sempre sentito dire che vivrà a lungo quanto il cielo chi raggiunge l'altezza del Tao e il sommo della virtù, e che non possono affliggerlo né l'acqua, né il fuoco, né alcuna malattia. Come potrei essere minacciato da tre calamità?" "Quella che pratichi non è una via ordinaria: tu hai rubato il potere di trasformazione del cielo e della terra, hai violato il mistero del sole e della luna. Quando avrai realizzato l'elisir di immortalità, dèi e diavoli non lo sopporteranno a lungo: per quanto conservi la giovinezza e prolunghi la vita, fra cinquecento anni il cielo ti colpirà con la sua folgore. Dovrai tenerti bene in guardia per evitarla. Se riuscirai, godrai di una longevità uguale a quella del cielo; altrimenti morrai. Dopo altri cinquecento anni il cielo farà cadere la calamità del fuoco per bruciarti. Non sarà fuoco del cielo, né un fuoco ordinario, ma quello che si chiama fuoco yin, un fuoco interiore; sale dalla cavità della pianta dei piedi, la cavità della sorgente zampillante, dritto fino alla sommità del cranio, il palazzo dai muri d'argilla, e riduce in cenere le cinque viscere, dissolve le quattro membra. Così mille anni di dura ascesi saranno ridotti a niente. Dopo altri cinquecento anni, farà soffiare su di te la calamità del vento. Non sarà un vento dell'est, o dell'ovest, o del nord, o del sud, e nemmeno un vento di stagione o una brezza di fiori, salici, pini o bambù, ma un vento furioso che ti entrerà dalle suture del cranio e si riverserà nei sei organi, attraverserà il campo di cinabro e uscirà dalle nove aperture, sconnettendo ossa e carne, in modo da disintegrare il corpo. Avrai bisogno di evitare tutte queste cose." Atterrito dal discorso, Scimmiotto si profuse in inchini e prosternazioni: "Spero ardentemente che vostra eminenza, nella sua grande mansuetudine, si degnerà di insegnarmi il modo per sottrarmi alle tre calamità. Saprò essergliene eternamente grato." "Non c'è niente di più facile. Solo che non te lo posso insegnare, perché sei diverso dagli altri." "Ho anch'io testa rotonda rivolta al cielo e piedi quadrati posati per terra, quattro membra e nove aperture, cinque viscere e sei organi: perché sarei diverso dagli altri?" "È vero che sembri un uomo, ma non hai guance." In effetti la scimmia aveva le guance incavate e la bocca appuntita. Scimmiotto si tastò la faccia con la mano e si mise a ridere: "Maestro, non avete fatto bene i conti. Non avrò guance, ma la mia bocca ha tasche naturali che le compensano ampiamente." "Va bene. Che metodo vuoi imparare? C'è quello dell'Orsa Maggiore, con trentasei trasformazioni, e quello degli influssi ctonii che ne ha settantadue." "Il vostro discepolo vorrebbe accumulare il più possibile: studierò le settantadue." "Se è così avvicinati, che ti insegno le formule." E gli bisbigliò all'orecchio chissà quali meravigliose procedure. Come Scimmiotto apprendeva un trucco, ne sapeva cento: ripeté a mente più volte le formule magiche, fece un po' di pratica e seppe servirsi a perfezione delle settantadue trasformazioni. Un giorno che il patriarca, con i suoi discepoli, si godeva il tramonto davanti alla grotta delle Tre Stelle, gli chiese: "Scimmiotto, hai finito?" "Maestro, grazie alla vostra bontà grande come l'oceano, il vostro discepolo ha proprio finito: posso già volare e salire fino alle nuvole." "Vediamo che cosa sai fare." Preoccupato di far bella figura Scimmiotto, di slancio, fece una capriola che lo proiettò a cinque o sei tese da terra: camminava nelle nuvole! Vi restò per il tempo della colazione e ricadde davanti al patriarca, con le mani rispettosamente incrociate, dopo aver percorso non più di tre li fra andata e ritorno: "Maestro, è quello che si dice cavalcare le nuvole!" Il patriarca si mise a ridere: "Al massimo è uno strisciarci sopra. Cavalcare le nuvole! Non si racconta forse dell'immortale che la mattina attraversa il mare del nord e al crepuscolo raggiunge Cangwu? Se ti occorre mezza giornata per percorrere meno di tre li, non puoi chiamarlo nemmeno strisciare sulle nuvole." "Che cosa vuol dire al mattino attraversa il mare del nord e al crepuscolo raggiunge Cangwu?" "Il vero cavaliere delle nuvole parte al mattino dal mare del nord e attraversa quelli dell'est, dell'ovest e del sud per ritornare a Cangwu - questo è un altro nome di Lingling, nel mare del nord. Cavalcare le nuvole è scavalcare i quattro mari in un giorno solo." "Dev'essere dannatamente difficile!" "Niente al mondo è difficile, se non manca la volontà." A queste parole Scimmiotto si profuse in inchini e prosternazioni, e supplicò: "Maestro, ciò che fai per gli altri, non farlo a metà: mostratemi senza perdere un minuto la vostra grande compassione, spiattellandomi subito l'arte di cavalcare le nuvole. Non lo dimenticherò mai." "Tutti gli immortali che cavalcano nuvole battono il piede a terra per alzarsi, e tu non l'hai fatto. Ho visto come sei partito: hai usato una capriola per prendere lo slancio. Terrò presente questa tua particolarità per insegnarti la capriola nelle nuvole." Scimmiotto si mise a riverire e supplicare il patriarca, che gli insegnò una nuova formula dicendo: "Traccia il segno, recita l'incantesimo, stringi bene i pugni, prendi lo slancio e salta: una capriola ti proietterà a cento ottomila li." A queste parole, tutti lo prendevano in giro: "Scimmiotto ha una bella fortuna. Se impara questo trucco potrà farsi assumere dalle regie poste, consegnare raccomandate, distribuire partecipazioni: saprà sempre come guadagnarsi il pane." Poiché il cielo scuriva, maestro e discepoli ritornarono nella grotta. La notte stessa Scimmiotto imparò la capriola nelle nuvole, mettendo tutta l'anima ad affinare il metodo. Già poteva godersi a proprio agio la felicità di lunga vita, senza ostacoli o pastoie, un giorno dopo l'altro. Dopo la primavera, sull'inizio dell'estate, un giorno i discepoli parlavano e discutevano fra loro. Qualcuno chiese a Scimmiotto: "In quale esistenza ti sei guadagnato il privilegio di farti bisbigliare all'orecchio dal maestro le formule per trasformarsi e per sottrarsi alle tre calamità? Le hai imparate, tutte queste cose?" "Per dirvi tutto, fratelli maggiori" rispose ridendo Scimmiotto, "grazie all'insegnamento del maestro e al culo che mi son fatto giorno e notte, questi trucchetti li conosco a menadito." "Approfittiamo del bel tempo per una dimostrazione. Facci vedere che cosa sai fare." Punto sul vivo da queste parole, Scimmiotto non stava nella pelle dalla fretta di dimostrare i suoi nuovi talenti: "Cari condiscepoli, datemi il tema: quale trasformazione volete vedere?" "Per esempio, in un pino." Scimmiotto fece un segno con le dita, recitò la formula, si scosse e diventò un albero, che era appunto un pino. Vedete voi: Sfida la chioma le quattro stagioni: Né più mostrano i lunghi rami antichi, Adatti a sostenere nevi e brine, Segno alcuno del magico Scimmiotto. Gli spettatori applaudivano, si sbellicavano dalle risa e gridavano: "Diavolo d'una scimmia, com'è in gamba!", senza rendersi conto che il fracasso disturbava il patriarca. Questi uscì a precipizio, trascinandosi dietro il bastone cui era solito appoggiarsi. "Che cos'è questo disordine?" gridò. Alla sua voce i discepoli ammutolirono e si rassettarono prima di farsi avanti. Scimmiotto, che aveva ripreso la forma originaria e si era mescolato alla folla, dichiarò: "Mi permetto di portare a vostra conoscenza, venerato maestro, che ci eravamo riuniti per discutere; nessun estraneo è venuto a portare disordine." "Ma voi stavate sbraitando e strillando" s'indignava il patriarca. "Non è il modo di fare dei praticanti del Tao! Per un praticante aprir bocca è dissipare inutilmente il suo soffio vitale, muovere la lingua è suscitare il pro e il contro. Su, ditemi che cosa avevate da ridere e da gridare?" "Non sapremmo nascondervelo, maestro" confessarono i discepoli. "È stato Consapevole del Vuoto che si è divertito a trasformarsi. Gli avevamo chiesto di diventare un pino, e lui lo ha fatto. Eravamo talmente sbalorditi che abbiamo strillato, senza renderci conto che portavamo disturbo alla vostra venerabile persona. Speriamo che avrete l'indulgenza di perdonarci." "In piedi e allontanatevi!" disse il patriarca. Poi a Scimmiotto: "Vieni qui. Ti chiedo: che senso ha mettere in mostra la propria forza spirituale? E poi per trasformarsi in che cosa? In un pino! Ti sembrano poteri fatti per divertire la platea? Se vedessi un altro che li ha, non gli chiederesti di insegnarteli? Certo che adesso i tuoi compagni continueranno a chiedertelo. Per non aver noie, finirai per accontentarli; se rifiuterai, correrai dei rischi. Ecco che hai messo la tua vita in pericolo." "Spero solo nella vostra indulgenza, maestro." "Non è che ti voglia punire, ma bisogna che te ne vada." A queste parole gli occhi di Scimmiotto si riempirono di lacrime: "E dove volete che me ne vada, maestro?" "Ritorna da dove vieni, ecco tutto." "Il fatto è che vengo dalla Grotta del Sipario Torrenziale, sul Monte di Fiori e Frutti del paese di Aolai, nel continente orientale" rispose Scimmiotto, cui tornò bruscamente la memoria. "Ritornaci subito, se hai cara la vita. Qui non puoi proprio restare." Scimmiotto riconobbe il suo sbaglio: "Permettetemi di dirlo, maestro: ho lasciato la famiglia da vent'anni e non dimentico i miei, quelli di una volta. Ma se penso all'ingratitudine per la vostra immensa generosità, non mi so decidere a partire." "Ma che ingratitudine! Basta che tu non provochi qualche disgrazia, basta che non mi ci trascini: è tutto quello che ti chiedo." Rendendosi conto che non c'era niente da fare, Scimmiotto non poté che prendere congedo e salutare i suoi condiscepoli. Il maestro gli disse: "Da questa partenza non uscirà niente di buono. Qualunque disgrazia provochi o qualunque porcheria combini, son fatti tuoi; ma ti vieto di andare in giro a dire che hai imparato da me. Alla minima indiscrezione, io lo saprò: ti strapperò la pelle e stritolerò le tue ossa di macaco, precipiterò la tua anima nelle nonuple tenebre, da cui non uscirai per diecimila kalpa." "Non avrò certo l'audacia di fare il vostro nome, maestro" promise Scimmiotto. "Dirò semplicemente che ho imparato da solo." Dopo essersi scusato, Scimmiotto si mise in disparte, tracciò il segno magico, fece una capriola e, con un balzo fra le nuvole, ritornò sul continente orientale. In meno di un'ora era già in vista della Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti. Il Bel Re Scimmia si sentiva forte e allegro, e si diceva: "Con un corpo pesante questi luoghi lasciai Alla cerca del Tao che mi rende leggero. Per sondare del mondo meraviglie e segreti, Basta volere! Dura e lunga l'andata, il ritorno veloce: Sento ancora suonare le parole d'addio E già vedo l'arrivo." Scimmiotto aveva puntato la sua nuvola dritta sul Monte di Fiori e Frutti. Camminava alla ricerca del sentiero, quando sentì versi di gru e grida di scimmie: il verso degli uccelli si sente fin sopra le nuvole, ma quello delle scimmie è come un singhiozzo, da far morire di tristezza. Scimmiotto si mise a gridare a gola spiegata: "Piccoli miei, sono tornato!" Dalle fessure della roccia ai piedi della rupe e dagli alberi dei boschi saltarono e sbucarono scimmie a migliaia, piccole e grandi; facevano cerchio intorno al Bel Re Scimmia, si prosternavano e gridavano: "Gran re! Ve la siete presa comoda! Come avete potuto stare lontano così a lungo e abbandonarci qui, mentre aspettavamo come affamati e assetati? Da un pezzo ci perseguita un demone che ci vuol togliere a viva forza la nostra grotta. Noi lo combattiamo disperatamente, ma lui ci ruba le cose e rapisce i nostri giovani; giorno e notte non possiamo mai dormire per proteggere i nostri beni. Per fortuna è ritornata vostra maestà! Altrimenti noi e la grotta saremmo caduti in preda ad altri prima della fine dell'anno." "Chi è il mostro che osa comportarsi così?" esclamò Scimmiotto, in preda a una violenta collera. "Raccontatemi tutto, perché lo trovi e vi vendichi!" Le scimmie si prosternarono: "Informiamo vostra maestà che l'individuo si dichiara Re Diavolo del Caos, e abita nel Nord." "Se è così, non abbiate paura. Divertitevi, mentre io vado a trovarlo." Il nostro buon re scimmia prese lo slancio e d'un balzo scomparve: con una capriola raggiunse il Nord e vide un'alta e ripida montagna. Che montagna! Dal picco ritto al ciel come un pennello I ruscelli serpeggiano profondi. Come freccia buca il picco le nuvole, Discendono i ruscelli agli abitati. Crescono fra due rupi alberi e fiori, Pini e bambù sono sparsi fra l'erba. A destra il drago, sottomesso e docile, A sinistra s'appiatta quieta tigre. Accanto al bue di pietra sulla riva Cresce l'erba-moneta; in mezzo agli alberi Cantano uccelli ed il sole contemplano Le fenici. Rocce polite dalle acque pazienti Mostran forme inquietanti, orride, strane. Sulle montagne dai nomi famosi S'aprono ed appassiscon fiori funebri. Questo eterno paesaggio è incomparabile, Non lo alteran solstizi né equinozi. Il Monte della Fonte Perigliosa Con le tre forme ed i cinque elementi Nutre ed accresce la Caverna Acquosa. Il Bel Re Scimmia contemplava muto la perfezione del paesaggio, quando intese un rumore di voci. Si mosse per cercarne l'origine sul sentiero che scendeva la montagna, e davanti alla ripida rupe scoprì in effetti la Caverna Acquosa. Certi diavoletti danzavano davanti all'entrata, ma se la svignarono alla vista di Scimmiotto. Lui gridò: "Fermi dove siete! Ho bisogno di voi per portare un messaggio. Sono il padrone della Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti, nel Sud. Sembra che da voi ci sia un diavolo schifoso, di non so quale caos, che è venuto più volte a rompere le tasche ai miei piccoli. Vorrei vederlo in faccia e prendergli le misure." A queste parole i diavolini si precipitarono nella grotta e corsero ad annunciare: "Gran re, disgrazia!" "Che disgrazia?" "All'entrata c'è una scimmia che si pretende padrone della Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti; dice che avete danneggiato i suoi piccoli. È venuto qui per misurarsi con voi." "Ho sempre sentito quei gaglioffi di scimmie pretendere che avevano un gran re partito per praticare il Tao: sarà lui che è ritornato. Che aspetto ha? Com'è armato?" "Non ha armi. È a testa nuda, con una veste rossa serrata da una cintura gialla, e porta stivali neri. È difficile dire se sia religioso o laico, ma non ha niente dell'immortale, né del prete taoista. Sta sull'uscio a schiamazzare a mani nude." "Portatemi armi e armatura" disse il re diavolo. I diavoletti eseguirono. Il diavolo si aggiustò elmo e corazza, impugnò la sciabola e uscì circondato dai diavoletti, urlando con voce potente: "Chi sarebbe questo padrone della Grotta del Sipario Torrenziale?" Scimmiotto lo osservò bene: Portava in testa un elmo d'oro nero Che risplendeva nei raggi del sole, Di scura seta sul corpo una tunica Che il vento intorno faceva ondeggiare. Di ferro nero robusta corazza Chiusa da cinghie solide di cuoio, Stivali doppi, ben ornati a sbalzo. Maschio guerriero di gran portamento: Almeno dieci braccia alla cintura E più di dieci piedi la statura. Lampeggiava la spada nelle mani Di quel mostro terribile e famoso. "A che cosa ti servono occhi così grandi, se non ce la fai nemmeno a vedere un amicone come me?" diceva Scimmiotto. Finalmente il re diavolo lo vide e scoppiò a ridere: "Ma se non arrivi a quattro piedi di statura! Non hai manco trent'anni, non hai niente in mano e vieni qui a fare il gradasso. Come credi di potermi prendere le misure?" Scimmiotto si mise a insultarlo: "Mostro schifoso, dove li hai gli occhi? Io sarò piccolo, ma se mi vuoi più grande non è un problema. Mi credi disarmato: ma con le mani potrei staccare la luna dal suo chiodo. Non preoccuparti, che uno scapaccione dal tuo vecchio compare non te lo leva nessuno." Prese lo slancio e fece un balzo per sferrargli un diretto sul mento, ma il diavolo parò il colpo allungando semplicemente la mano: "Sta fermo, nanerottolo. Io sono un gigante con la sciabola, e tu mi aggredisci a mani nude. Potrei farti a pezzetti, ma non voglio rendermi ridicolo. Fammi posare le armi. Vediamo come te la cavi col pugilato." "Ben detto, brav'uomo. Vieni qua!" Il re diavolo fece un affondo e colpì, mentre Scimmiotto schivava e si faceva sotto. Seguì un rapido scambio di colpi, con le mani e con i piedi. I colpi lunghi possono mancare il bersaglio, ma quelli ravvicinati sono duri e sodi. Il diavolo le prendeva da tutte le parti; qualche bello spintone sottopancia stava per metterlo a terra, quando fece un passo indietro, afferrò la larga sciabola d'acciaio e l'abbattè mirando al cranio di Scimmiotto; ma il colpo andò a vuoto, perché la nostra scimmia l'aveva schivato in tempo. Visto che diventava cattivo, Scimmiotto ricorse al metodo del corpo oltre il corpo. Si strappa un pelo, se lo ficca in bocca, mastica e lo sputa per aria gridando: "Trasformatevi!"; e subito due o trecento scimmiottini gli si affollano intorno. Il fatto è che, quando si ottiene corpo di immortale, non c'è trucco magico che non si impari a praticare: trasformazioni del corpo e uscite d'anima. Da quando il re scimmia aveva compreso il Tao, ciascuno degli ottantaquattromila peli del suo corpo poteva cambiarsi in qualunque cosa, a suo piacere. E tutti questi scimmiottini erano così vivi e così agili che la sciabola non li raggiungeva, né la lancia li toccava. Bisognava vederli balzare avanti, saltare indietro, infilarsi dappertutto, assediare il diavolo da tutte le parti: di qua ti acchiappo, di là ti agguanto. Gli scivolano tra le gambe, gli levano gli stivali. E lo prendono a calci e pugni, gli tirano i capelli, gli fanno gli occhi neri, gli tirano il naso, lo sollevano e lo buttano giù, lo battono come una bistecca. Allora Scimmiotto si impadronì della sciabola, spinse da parte i piccoli e, abbattendola sul cranio del mostro, lo tagliò in due. Poi si inoltrò nella caverna alla testa della moltitudine delle sue truppe e non diede quartiere finché non ebbe sterminato tutti i diavoli, grandi e piccini. Restavano solo le scimmiette che il diavolo aveva rapito dalla Grotta del Sipario Torrenziale. "Voi che ci fate qui?" chiese Scimmiotto. Erano una quarantina, e risposero con le lacrime agli occhi: "Dopo la partenza di vostra maestà in cerca dell'immortalità, ci sono stati anni di conflitti in cui abbiamo perso tutto. Non vedete questi utensili, queste tazze e piatti di pietra, che vengono appunto dalla nostra grotta? Ci aveva rubato tutto." "Dal momento che è roba nostra, riportiamocela via" ordinò Scimmiotto; poi mise fuoco alla caverna, che fu tutta devastata. "Venite con me, si torna a casa." "Gran re, tutto ciò che abbiamo percepito della strada, mentre venivamo, era il gran vento che ci fischiava nelle orecchie. Siamo arrivati qui navigando nello spazio. Non conosciamo la strada: come tornare indietro?" "Niente di più facile, non era che uno scherzetto magico del vostro rapitore. Chi ne conosce uno, li sa tutti. Ma me ne intendo anch'io. Chiudete gli occhi, non abbiate paura." Che bravo Scimmiotto! Recitò un incantesimo, si alzò cavalcando un violento colpo di vento e andò a posarsi su una nuvola. Dopo un certo tempo gridò: "Ragazzi, potete aprire gli occhi." Avevano appena calpestato la terraferma, che riconobbero il paese natale e, tutti contenti, si precipitarono verso l'entrata della grotta che conoscevano bene. Le scimmie che erano rimaste sul posto vi entrarono in folla con loro e, in buon ordine secondo età e rango, resero omaggio al re scimmia. Si portarono vini e frutta per festeggiare il felice ritorno. Alle rispettose domande sulla distruzione del demone e sul salvataggio dei piccoli, Scimmiotto rispose raccontando ogni particolare per filo e per segno, e raccolse interminabili applausi e manifestazioni d'ammirazione. "Dove è dunque stata a studiare vostra maestà? Non avremmo mai pensato che potesse imparare tante cose." "L'anno che vi ho lasciato, ho navigato sulle onde dell'oceano orientale finché ho raggiunto il continente del Sud, dove ho imparato le maniere degli uomini e ho indossato queste vesti e queste calzature che vedete. Ho bighellonato e vagabondato per otto o nove anni senza trovare il Tao. Poi ho attraversato un altro oceano fino alla costa del continente dell'Ovest e l'ho visitato a lungo, prima di avere la fortuna di incontrare un patriarca che mi ha trasmesso il vero potere della longevità uguale al cielo e il grande segreto dell'accesso alla lunga vita che non conosce la morte." "Che fortuna inaudita, a cercarla per diecimila kalpa!" gridarono le scimmie congratulandosi. "Figlioli miei, ho un'altra buona notizia che vi farà piacere: adesso ho un nome." "Come si chiama vostra maestà?" "Mi chiamo Scimmiotto; il mio nome in religione è Consapevole del Vuoto." Tutti batterono allegri le mani: "Se vostra maestà è Scimmiotto Maggiore, noi siamo Scimmiotto Minore, Scimmiotto Piccolo, Scimmiotto Minuscolo, Scimmiotto Minimo: una grande famiglia di Scimmiotti, un antro, un paese di Scimmiotti!" Tutti vennero a presentare a Scimmiotto Maggiore piatti e tazzine, vini di palma e d'uva, fiori e frutti divini: proprio una bella festa in famiglia. Col nome ritroviamo fondamento; Non ci resta che entrar fra gli immortali. Se poi non sapete che cosa ne derivò, venite ad ascoltare il seguito e lo saprete nei particolari. 第003回 TAFFERUGLIO INFERNALE · IN CUI MILLE MONTAGNE FRA I QUATTRO MARI SI INCHINANO IN SEGNO DI SOTTOMISSIONE, E LE DIECI SPECIE SONO CANCELLATE DAL REGISTRO INFERNALE DELLE NONUPLE TENEBRE. Parliamo del trionfale ritorno del Bel Re Scimmia al suo paese: dopo aver distrutto il covo del Re Demonio del Caos e fatto bottino della sua grande sciabola, Scimmiotto passava le giornate impegnato nelle arti marziali. Aveva dotato le scimmie giovani di giavellotti di bambù e di sciabole di legno, e insegnava loro ad avanzare e ripiegare, accamparsi, piantare palizzate; tutto a colpi di fischietto, con segnali di stendardi e bandiere. Si erano divertiti così per un bel pezzo, quando Scimmiotto, in un momento di riposo, si mise a pensare ad alta voce: "E se qualcuno prendesse sul serio questi giochetti, che cosa ci potrebbe capitare? Ho paura che qualche re di uomini, o bestie, o uccelli, potrebbe prenderne il pretesto per attaccarci, dichiarare che le nostre esercitazioni militari preparano una ribellione, arruolare un esercito e venirci a massacrare. E voi che cosa gli potreste opporre, con le vostre pertiche di bambù e le spade di legno? Ci vorrebbero armi di metallo, lance aguzze, spade taglienti, alabarde. Come si fa?" A sentirlo parlare le scimmie si allarmarono: "Vostra maestà pensa in grande, ma che cosa possiamo fare? Non abbiamo possibilità..." Mentre si esaminava l'argomento si presentarono quattro vecchie scimmie, due macachi dal culo rosso e due gibboni dalle lunghe braccia. "Gran re" dissero facendosi avanti "se bisogna procurarsi armi taglienti, non è difficile." "Che cosa avete in mente?" "A est della nostra montagna, al confine del paese di Aolai, si trova una distesa d'acqua di duecento li. Vi regna un re che possiede una città zeppa di gente e di soldati. Egli dispone sicuramente di manufatti d'oro, argento, bronzo, ferro e altri metalli. Se vostra maestà ci vuole andare, basterebbe acquistare o farsi fabbricare delle armi, e insegnarci a servircene per difendere il nostro territorio: non sarebbe questo il segreto di una durevole prosperità?" "Restate a divertirvi e aspettate il mio ritorno" rispose Scimmiotto, lieto del suggerimento. Che bravo re scimmia! Detto fatto: con una capriola nelle nuvole attraversò in un istante i duecento li d'acqua e scoprì in effetti, dall'altra parte, mura e fossati di una città con diecine di migliaia di case e moltissime porte, compartita da viali ad angolo retto che circoscrivevano ampi mercati. La folla andava e veniva sotto il sole che brillava nel cielo. Scimmiotto si disse: "Qui di armi già pronte devono essercene molte: è più economico procurarsene un po' con un trucco, che contrattare per comperarle." Fece i suoi passaggi, recitò l'incantesimo e, rivolto a sud-est, inspirò profondamente; poi espirò con tal forza che si alzò una violenta burrasca: la sabbia volava, le pietre rotolavano. Una cosa spaventosa! Trema la terra mentre tuona il cielo, Nere le nubi e turbini di polvere. S'agita l'acqua spaventando i pesci. Boschi sconvolti, tigri e lupi in fuga. Son fuggiti mercanti e portatori. Vuote botteghe, banchi abbandonati. Il re lascia la corte e si ritira, Si chiudon nello yamen gli ufficiali. La statua di mille anni è rovesciata, La torre è scossa dalle fondamenta. La bufera aveva gettato nel panico tutto il paese: dal re all'ultimo dei sudditi, tutti si erano barricati in casa. Nessuno avrebbe osato circolare. Allora Scimmiotto diresse la sua nuvola dritta sull'ingresso del palazzo. Cercò l'arsenale, trovò l'entrata dell'armeria, ne forzò i battenti e vi scoprì un visibilio di armi: sciabole, lance, spade, alabarde, azze, francesche, picche, falci, sferze, rastrelli, mazze, tavolette, archi, balestre, tridenti - insomma tutto quello che si può immaginare. Molto soddisfatto a questo spettacolo, Scimmiotto si disse: "Da solo non posso portar via gran che: converrà fare il trasloco con l'aiuto della moltiplicazione del corpo." Bravo re scimmia! Si strappò un pelo, se lo mise in bocca, lo masticò, lo sputò intorno recitando l'incantesimo e, appena ebbe gridato: "Trasformatevi!", centinaia e migliaia di scimmiottini si sparsero indaffarati nei magazzini ad afferrare e a disputarsi gli oggetti. I meglio piantati ne prendevano sei o sette, i più mingherlini due o tre. Finirono per fare piazza pulita. Allora Scimmiotto risalì sulla sua nuvola e con il solito procedimento riportò tutto quanto al suo paese. Le scimmie del Monte di Fiori e Frutti, grandi e piccole, mentre giocavano davanti alla grotta, sentirono soffiare un vento improvviso; il cielo si riempì di un immenso sciame di scimmiette. Quelle di sotto, prese dal terrore, corsero in disordine a nascondersi dove capitava. Il Bel Re Scimmia fece scendere la nuvola, la fece scomparire e con uno scrollone ricuperò il suo pelo; restarono le armi sparse qua e là ai piedi della montagna. "Figlioli!" gridava "Venite a prendere le vostre armi!" Vedendo Scimmiotto tutto solo in mezzo allo spiazzo, le scimmie accorsero a prosternarsi e a chiedere com'era andata. Scimmiotto raccontò come aveva usato il vento per impadronirsi del materiale e per trasportarlo. Le scimmie espressero la loro gratitudine e si gettarono sulle armi; chi impugnava una sciabola, chi una spada; altri brandivano asce, altri alzavano lance; questo tendeva un arco, quello caricava una balestra. Si divertirono tutto il giorno, fra grida e clamori. Il giorno dopo ripresero le esercitazioni regolari. Quando Scimmiotto le riuniva tutte, contava almeno quarantasettemila scimmie. In breve furono in grado di tenere in rispetto tutti gli abitatori della montagna: lupi, tigri, leopardi, cervi, caprioli, daini, volpi, donnole, tassi, leoni, elefanti, gorilla, orsi, antilopi, cinghiali, bisonti, camosci, lepri e tanti altri. I re di varie specie di antri diabolici, in numero di settantadue, vennero a prestare omaggio al re scimmia. Alcuni partecipavano alle manovre, altri fornivano provviste quando ce n'era bisogno. Tutto ciò in perfetta organizzazione, in modo che il Monte di Fiori e Frutti diventò una piazzaforte più solida di una botte di ferro, difesa meglio di una città con le mura di bronzo. I re diavoli delle varie province contribuivano anche con tamburi di bronzo, stendardi colorati, elmi e armature. Ogni giorno si ripeteva il clamore delle manovre e degli esercizi. Fu dunque in mezzo all'allegria generale che il Bel Re Scimmia si rivolse un giorno alla moltitudine: "Ora siete bene addestrati a maneggiare armi, archi e balestre. Ma il mio sciabolone mi ingombra: non mi piace mica. Che fare?" Le quattro vecchie scimmie si fecero avanti per fare rispettosamente notare a sua maestà che la sua natura di immortale lo rendeva inadatto a usare armi qualsiasi: "...ma non abbiamo idea se vostra maestà potrebbe camminare nell'acqua." "Da quando mi è stato rivelato il Tao, dispongo delle settantadue trasformazioni per influsso ctonio. La capriola nelle nuvole mi dà una divina e incomparabile ubiquità. Mi intendo delle arti di scomparire, nascondermi, innalzarmi e condensarmi. Conosco la via del cielo e quella del mondo sotterraneo. So camminare sotto il sole o la luna senza fare ombra, introdurmi senza difficoltà nelle pietre o nei metalli. L'acqua non mi può annegare e il fuoco non mi può bruciare. Non c'è posto dove non possa andare." "Poiché vostra maestà dispone di questi poteri divini, sappia che l'acqua che scorre sotto il ponte delle liste di ferro fluisce fino al palazzo del Drago del Mare Orientale. Se vostra maestà vuole andare a trovare il vecchio re drago, non è forse probabile che ne ottenga di soddisfare la richiesta di un'arma adatta?" "Vado e torno. Aspettatemi!" replicò Scimmiotto, felice del consiglio. Bravo re scimmia! Balza in capo al ponte, fa i suoi passaggi per aprire i flutti, si tuffa, penetra nella corrente e percorre la via nelle acque, fino a giungere in fondo al mare orientale. Se ne andava per la sua strada, quando uno yaksa di pattuglia lo fermò e gli chiese: "Tu laggiù, che ti apri l'acqua davanti, che personaggio divino sei? Presentati con chiarezza, perché ti possa annunciare!" "Sono Consapevole del Vuoto, di nascita celeste, e vengo dal Monte di Fiori e Frutti, non lontano da qui. Come mai non mi conosci?" A queste parole lo yaksa fece dietro front e corse al Palazzo Acquatico di Cristallo ad annunciare: "Maestà, c'è fuori un santo di nascita celeste del Monte di Fiori e Frutti, che si dice vicino di vostra maestà e che arriverà da un momento all'altro." Il re drago del Mare Orientale, che si chiamava Aoguang, si alzò subito e uscì incontro all'ospite, accompagnato da figli e nipoti, capitani granchi e soldati gamberetti. "Eminente immortale, entrate, entrate!" All'interno del palazzo si fecero le presentazioni. Il re drago installò Scimmiotto al posto d'onore, gli offrì il tè e poi chiese: "Quando avete ottenuto la realizzazione del Tao, eminente immortale, e di quali arti divine avete conoscenza?" "Fin da piccolo ho abbandonato la famiglia per praticare il Tao e ho ottenuto un corpo senza morte né vita. Da ultimo mi sono impegnato ad addestrare i miei ragazzi per proteggere la nostra caverna nella montagna, ma mi sono reso conto che mi manca un'arma adatta. Da un pezzo ho sentito parlare del mio saggio vicino e del suo palazzo di diaspro con le porte di madreperla: poiché dovreste possedere una bella eccedenza di armi divine, mi sono permesso di venire appunto a sollecitarne una." Rifiutare sarebbe stato imbarazzante: il re drago mandò subito un pesce persico, che esercitava un alto comando regionale, a cercare uno sciabolone da difesa che presentò rispettosamente. "Il vostro vecchio amico non si ritrova con le sciabole" disse subito Scimmiotto. "Vi prego di offrirmi qualcos'altro." Questa volta il re drago spedì un pesce siluro, che era il comandante in capo, e questi fece portare da un'anguilla gigante un tridente a nove punte. Scimmiotto saltò giù dal suo seggio, lo prese in mano e lo bilanciò: "È proprio leggerino. E poi non lo impugno bene. Non avreste qualcos'altro da propormi?" "Eminente immortale" ribatté il re drago ridendo, "il tridente leggerino pesa tremila seicento libbre!" "Ma non lo impugno bene, non mi convince." Il re drago incominciò ad aver paura: ordinò a un grasso abramide, che era alto commissario, e a una carpa generale di brigata di portare un'alabarda con l'asta decorata, che pesava settemila duecento libbre. Quando la vide, Scimmiotto si precipitò ad afferrarla: fece qualche mulinello, due o tre finte e, conficcandola a terra, dichiarò: "È inutile, non va, troppo leggera." A questo punto il re drago tremava di paura e balbettava: "Eminente immortale, credo che sia la cosa più pesante che abbiamo nel palazzo, non ho altro..." "Andiamo!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Tutti sappiamo il detto: il palazzo del drago non manca di tesori. Cercate meglio. Se trovate qualcosa che mi piaccia, lo pagherò fino all'ultimo centesimo." "Davvero non c'è altro." Mentre si scambiavano queste battute, la moglie e la figlia del drago, facendo capolino dal loro posto di osservazione dietro di lui, credettero opportuno di esprimere la loro opinione: "Maestà, non vedete che questo santo non va preso alla leggera? Non c'è forse in magazzino quel pezzo di ferro delle meraviglie, che era servito a misurare il fondo del fiume celeste? Da qualche giorno è diventato fosforescente e manda persino un profumo di buon augurio. Non vorrà dire che vuole incontrare questo santo?" "È una sbarra che servì a Yu il Grande per drenare le acque e misurare quanto erano profondi fiumi e oceani, un pezzo di ferro magico; ma che cosa può farsene?" "Che importa che cosa può farsene?" ribattè la moglie. "Daglielo, che ne faccia quello che vuole. Purché se ne vada." Il vecchio re drago seguì il consiglio e riferì la cosa a Scimmiotto, che disse: "Tiratelo fuori e vediamo!" "È una parola" replicò il drago agitando la mano. "Non si riesce a trasportarlo, e nemmeno a muoverlo, tanto è pesante. Dovreste andar voi a dargli un'occhiata." "Va bene, fatemi vedere dov'è." Il re drago lo condusse in magazzino, e là si videro di colpo brillare mille fuochi. "È lui che fa tutta questa luce" precisò il re drago mostrando il fenomeno col dito. Scimmiotto raccolse i lembi della veste, si avvicinò e lo tirò su: era un pilastro di ferro del diametro di un recipiente da uno staio, lungo più di due tese. Ci volle tutta la sua forza per sollevarlo: "È un pelino troppo grosso e troppo lungo. Se si potesse accorciarlo e assottigliarlo, andrebbe proprio bene..." Lo aveva appena detto che il tesoro si accorciò di qualche piede e si assottigliò di un dito. "Magari ancora un po' più sottile" fece Scimmiotto bilanciandolo. E la sbarra ubbidì. Al colmo della soddisfazione, Scimmiotto la portò fuori dal magazzino per guardarla meglio: a ogni estremità c'era un cerchio d'oro, e in mezzo ferro nero. Sotto uno dei cerchi era incisa questa colonna di caratteri: Randello a Piacer Vostro, cerchiato d'oro. Pesa tredicimila cinquecento libbre. "Immagino che questo tesoro si chiami così perché si adegua ai desideri del proprietario." Entusiasmato dalla scoperta, Scimmiotto camminava pensando e borbottando che il randello che teneva in mano sarebbe ancora migliorato riducendosi un altro po' di dimensioni: a questo punto la sbarra non superava una tesa di lunghezza, né il diametro di una tazza. Ecco che se ne torna al Palazzo Acquatico di Cristallo mettendo in mostra i suoi poteri magici con molte stoccate e mulinelli: il vecchio re drago continuava a tremare e i giovani principi si sentivano svenire; le tartarughe ritiravano la testa nel guscio, pesci, granchi e gamberetti si nascondevano. Con il suo tesoro in mano, Scimmiotto si risedette al posto d'onore nella sala grande del palazzo, e disse sorridendo al re drago: "Grazie mille. Sono commosso dalla vostra generosa attenzione, caro e saggio vicino." "Prego, non c'è di che." "È un bel tocco di ferraglia, non c'è che dire; tuttavia ci sarebbe un'altra cosa..." "Che cos'altro, eminente immortale?" "Se non avessi trovato questo pezzo di ferro, non sarebbe stato un problema. Ma adesso che ce l'ho, mi rendo conto che non ho niente da mettermi addosso che armonizzi: come si fa? Se per caso possedete qualcosa del genere, non fatevi scrupolo a offrirmela: non starò a mercanteggiare la mia riconoscenza." "Desolato, non ho niente del genere." "Se già hai scomodato un generoso, non ne disturbare un altro. Spiacente ma, se non avete altro, temo di non potermene andare." "Senza volervi importunare, eminente immortale, non potreste farvi un giretto in un altro mare? Magari là trovereste qualcosa." "Meglio star seduti in una casa, che correre a frugarne tre. Sul serio, fate un pensiero al mio equipaggiamento." "Vi assicuro che non ho niente. Se avessi qualcosa, ve l'avrei subito rispettosamente offerto." "Se non avete niente, pazienza. Permettete che collaudi questa sbarra sulla vostra testa?" "Per carità, eminente immortale!" gridò il re drago, che aveva perduto il sangue freddo. "Non venitemi addosso! Aspettate che veda se hanno equipaggiamenti i miei fratelli minori; li chiamo subito." "E dove stanno, questi fratelli?" "Sono Aoqin, il re drago dei mari meridionali, Aoshun che regna sul mare settentrionale, e Aojun, re dei mari occidentali." "Il buon Scimmiotto non andrà laggiù. Non ci penso nemmeno. Come dice il proverbio, meglio l'uovo oggi che la gallina domani: arrangiatevi voi a trovarmi qualcosa di bello, non chiedo altro." "Ma non occorre che vostra eminenza si muova. Ho qui un tamburo di ferro e una campana d'oro: in caso di emergenza, basta battere il tamburo e suonare la campana perché i miei fratelli arrivino subito." "E allora, spicciatevi a battere il tamburo e a suonare la campana." Un generale testuggine e un comandante tartaruga eseguirono immediatamente. Il messaggio pervenne ai re draghi degli altri mari; e subito, eccoli affollarsi all'ingresso del palazzo. "Caro fratello maggiore" chiese Aoqin, "quale affare urgente ti ha spinto a far battere il tamburo e suonare la campana?" "È una storia lunga, fratello mio. Abbiamo qui un santo nato dal cielo, di non so qual Monte di Fiori e Frutti, che è venuto con la scusa di una visita di buon vicinato e ha finito per chiedermi un'arma. Secondo lui il tridente d'acciaio era troppo piccolo, e l'alabarda troppo leggera. Infine ha sollevato quel pezzo di ferro prezioso che è servito a misurare la Via Lattea e si è messo a tirare di scherma. In questo momento se ne sta seduto dentro casa e pretende che gli dia un vestito adatto. Ma io non ne ho, e così ho fatto battere il tamburo e suonare la campana per pregarvi di venire, e chiedervi se potete aiutarmi ad accontentarlo per levarmelo di torno." Aoqin andò fuori di sé: "Fratelli, saltiamo addosso allo sfacciato e catturiamolo." "Non sai che cosa dici!" si spaventò il drago più anziano. "Una carezza di quella sbarra ti ammazza, un colpetto ti spacca in due. Solo a sfiorarla, ti porta via la pelle; a strofinarla, anche i muscoli." Intervenne Aojun, il più giovane, re dei mari occidentali: "In queste condizioni non si può mettergli le mani addosso: conviene procurargli quello che vuole e poi denunciarlo con un rapporto al Cielo, che provvederà a castigarlo." "Hai ragione" approvò Aoshun dei mari settentrionali. "Io ho qui dei sandali in fibra di loto per camminare sulle nuvole." "Io una cotta di maglia d'oro" disse Aojun. "Io un elmo d'oro rosso con ali di fenice" concluse Aoqin. Il fratello maggiore se ne rallegrò e li introdusse nel Palazzo Acquatico di Cristallo, dove incontrarono Scimmiotto e gli presentarono i loro doni. Consapevole del Vuoto si mise l'elmo in testa, infilò la cotta di maglia d'oro e i sandali. Brandito poi il suo randello di ferro come fosse uno scettro, corse via gridando ai draghi: "Vecchi rimbambiti! Non c'era niente in casa, a sentir loro. Cialtroni!" I re dei quattro mari erano indignati. Si consultarono subito per presentare una querela in alto loco. Ma per ora lasciamoli perdere. Guardate piuttosto il nostro re scimmia che si fa strada allontanando le acque e ritorna al ponte di liste di ferro, dove lo aspettavano le quattro vecchie scimmie alla testa della folla dei loro congeneri. Di colpo videro Scimmiotto che balzava fuori dall'acqua, perfettamente asciutto, e camminava sul ponte incontro a loro tutto lucente d'oro. Le scimmie si gettarono in ginocchio, tanto erano impressionate: "Gran re, che magnificenza, che splendore!" Raggiante di gioia, Scimmiotto salì sul trono e appoggiò a terra la sbarra di ferro. Tutte le scimmie, nella loro innocenza, volevano prendere in mano il tesoro, ma non riuscivano nemmeno a smuoverlo, come fossero libellule alle prese con un albero di ferro. Ansimavano e lasciavano penzolare la lingua: "Mamma mia, com'è pesante! Come hai fatto a portarlo?" Scimmiotto ci mise sopra la mano e lo sollevò. Disse ridendo alla folla: "Ogni cosa ha il suo padrone. Questo tesoro era sepolto in fondo al mare da chissà quanti millenni; ma proprio negli ultimi giorni ha emesso una luce. Il re drago non ci vedeva che un pezzo di ferro nero, che era servito per misurare la Via Lattea. Dal momento che nessuno di quei giovanotti era in grado di portarlo, e nemmeno di sollevarlo, mi hanno detto di andare a prendermelo da solo. Questo coso era lungo più di due tese e grosso come uno staio. Quando l'ho avuto in mano, l'ho trovato troppo grande: è bastato il pensiero, perché diminuisse parecchio. Ho continuato a rimpicciolirlo, due o tre volte. Guardandolo alla luce ho visto che c'è scritto: Randello a Piacer Vostro, cerchiato d'oro. Pesa tredicimila cinquecento libbre. Fatevi da parte che vi faccio vedere come si usa." Rigirando il tesoro tra le mani, gridò: "Piccolo, più piccolo!" La sbarra si ridusse alle dimensioni di un ago da ricamo, che si poteva nascondere dietro l'orecchio. Le scimmie, impressionate, si misero a gridare: "Gran re, tiratela fuori, fateci divertire ancora!" Scimmiotto esplorò dietro l'orecchio per trovare l'ago, se lo mise sul palmo della mano e ordinò: "Grande, più grande!" L'ago riprese le dimensioni di una sbarra di due tese, grossa come uno staio. Scimmiotto si fece prendere dal gioco. Uscì dalla grotta e, col tesoro stretto in mano, ricorse a uno dei suoi trucchi di magia cosmica. Gridò, facendo una riverenza: "Crescere!" e prese le dimensioni di una montagna di diecimila piedi, con la testa alta come il Taishan, la schiena come una ripida scarpata, gli occhi lampeggianti, la bocca come un lago di sangue, i denti come alabarde; quanto al bastone che teneva in mano, un capo toccava il trentatreesimo cielo e l'altro il diciottesimo inferno. L'apparizione gettò in tale spavento tigri, leopardi, lupi e le altre creature di tutta la montagna, così come i re diavoli delle settantadue caverne, che si prosternarono con la fronte a terra, tremando come foglie, con le anime sul punto di separarsi dai corpi. In un batter d'occhio, Scimmiotto riprese le sue dimensioni normali, ridusse il tesoro alle dimensioni di un ago da ricamo, lo nascose dietro l'orecchio e ritornò nella grotta a ricevere l'omaggio degli impauriti re diavoli. Fu allora che si spiegarono le bandiere, si batterono i tamburi e si fecero rimbombare i gong di bronzo. Al grande banchetto, che offriva mille rari sapori, le coppe erano sempre colme di vini di palma e d'uva. Scimmiotto festeggiò a lungo con la folla e alla fine, quando si ripresero le manovre, conferì alti incarichi di comando alle quattro vecchie scimmie. I due macachi dal culo rosso divennero i marescialli Ma e Liu, mentre i gibboni dalle lunghe braccia furono i generali Beng e Ba. Dislocazioni di accampamenti, scavi di trinceramenti, premi e punizioni, tutto era affidato a questi quattro comandanti in capo. Liberato da ogni preoccupazione, Scimmiotto poteva passare le sue giornate a cavalcar nuvole, percorrere i quattro mari e vagabondare a piacer suo nelle montagne. Andava dappertutto, a visitare guerrieri per farsi bello della sua pratica delle arti marziali, e a fare amicizia con i saggi utilizzando la sua competenza nella magia. Fu in questo periodo che entrò nella confraternita dei sette: il re diavolo toro, il re diavolo caimano, il re diavolo roc, il re cammello-leone, il re macaco e il re gibbone col pelo lungo, che facevano sette contando anche Scimmiotto. Passavano le giornate a discutere di questioni civili e militari, vuotavano le coppe, cantavano e danzavano. Partivano la mattina per rientrare la sera, non si negavano nessun piacere, superavano distanze di diecimila li come se si trattasse di attraversare il giardino. È il caso di dirlo: tremila leghe in un crollar di capo, ottocento e più tappe in un volger di schiena. Un giorno aveva ordinato ai quattro comandanti in capo di preparare un banchetto nella caverna per invitare i sei re a una bevuta, e si era abbattuto bufalo e sgozzato cavallo per i sacrifici al cielo e alla terra. La folla dei diavoletti aveva cantato e danzato a tutta forza, poi tutti avevano bevuto fino a diventare ubriachi fradici. Dopo avere riaccompagnato i sei re e distribuito le ricompense ai capi di tutti i gradi, Scimmiotto si era coricato all'ombra del pino che cresceva vicino al ponte delle liste di ferro e si era subito addormentato. I quattro generali garantivano la sua protezione, alla testa di una moltitudine che lo circondava e non osava fare il minimo rumore. Nel sonno, il Bel Re Scimmia vide due uomini che portavano un mandato di cattura al nome di Consapevole del Vuoto. Si avvicinarono e, senza aprir bocca, impacchettarono la sua anima e la portarono, legata stretta e ancora barcollante per le bevute, presso le mura di una città. Scimmiotto, che incominciava a svegliarsi, alzò la testa, e che vide? Su una targa di ferro appesa alle mura, le tre parole: Mondo delle Ombre. La sbornia gli passò di colpo. Chiese: "Ma il mondo delle ombre non è il soggiorno del re Yama, giudice degli Inferi? Io che ci vengo a fare?" "Il tempo della tua vita fra i viventi è scaduto, e noi abbiamo avuto ordine di portarti qui." "Ma io, il vostro vecchio Scimmiotto, ho trasceso i tre mondi e sono uscito dal ciclo dei cinque elementi. Non sono più soggetto al giudice degli Inferi: come si può essere così stupidi da farmi arrestare?" I due uscieri dei morti avevano troppo da fare a spingerlo e tirarlo, per ascoltare quello che diceva; si preoccupavano solo di portarlo dentro, volente o nolente. Scimmiotto incominciò a trovare la situazione spiacevole; liberò i polsi, strappò le corde, cavò il suo tesoro da dietro l'orecchio, lo ingrandì al diametro di una tazza e diede agli uscieri un colpetto, che li spiaccicò. Poi entrò in città mulinando il suo bastone. I diavoli testa di bue, e anche quelli muso di cavallo, scappavano da tutte le parti, cercavano un rifugio, mentre coorti di fantasmi si precipitavano verso il Palazzo della Rete della Foresta delle Apparenze ad annunciare: "Sciagura, maestà! Sciagura! C'è fuori un dio del tuono con la faccia pelosa, che si sta facendo largo fin qui." Allarmati, i dieci giudici infernali rassettarono le vesti e vennero a vedere che cosa succedeva. Alla vista di quella faccia feroce e minacciosa, si misero in fila e gridarono tutti insieme: "Eminente immortale, dichiarate le vostre generalità! Prego, favorite i documenti!" "Se non mi conoscete nemmeno, come vi permettete di farmi arrestare?" "Non ci permetteremmo mai. Dev'essere uno sbaglio degli impiegati..." "Io sono Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il santo nato dal Cielo, della Grotta del Sipario Torrenziale sul Monte di Fiori e Frutti. E voi chi siete?" "Noi siamo i re delle dieci corti di giustizia infernali" risposero inchinandosi. "Apparteniamo al Figlio del Cielo del mondo delle tenebre." "I nomi, e svelti, se non volete legnate!" "Noi siamo il re di Qinguang, il re del Fiume Chu, il re dell'Imperatore Song, il re dei Mandarini Ribelli, il re Yama, il re dell'Uguaglianza, il re del Taishan, il re della Capitale, il re della città di Bian e il re della Ruota del Destino." "Se aveste davvero sangue reale, sareste sensibili e intelligenti; invece vi siete dimostrati dei veri ignoranti. Perché farmi arrestare, se ho ottenuto il Tao e una longevità uguale al Cielo, ho trasceso i tre mondi e sono uscito dal ciclo dei cinque elementi?" "Eminente immortale, calmatevi: c'è al mondo tanta di quella gente che porta lo stesso nome. Probabilmente gli uscieri hanno sbagliato indirizzo." "Balle! Scemenze! Non dice anche il proverbio: Si sbaglia il mandarino, ma non il fattorino? Filate a cercarmi il registro dei vivi e dei morti, che voglio dare un'occhiata." A queste parole, i dieci re lo pregarono di entrare nel palazzo per vedere ciò che desiderava. Impugnando il bastone come uno scettro, Scimmiotto entrò dritto filato e andò a sedersi al centro della sala, con la faccia rivolta a sud, al posto d'onore. I dieci re ordinarono al giudice degli incartamenti di portare i registri per una verifica. Il preposto non si fece pregare, corse in una stanza laterale e ne riportò una mezza dozzina di grossi pacchi di carte legati con lo spago e i registri delle dieci specie di creature. Scimmiotto li esaminò pagina per pagina: bestie senza pelo, bestie con pelo, bestie con piume, insetti, bestie con gusci o scaglie... Il suo nome non figurava. Poi verificò il registro dei primati. La nostra scimmia, benché simile all'uomo, non era nella lista delle creature umane; benché simile alle creature pelose, non era una di loro. Era simile agli animali che camminano sulla terra, ma non rientrava nell'amministrazione del liocorno; non era nemmeno sotto la giurisdizione della fenice, benché avesse qualche tratto delle creature che volano. C'era però un registro speciale che Scimmiotto esaminò lui stesso; infine scoprì il suo nome sotto l'anima n.° 1350. C'era annotato: Scimmia di pietra prodotta dal cielo. Età prevista: 342 anni. Finirà di morte naturale." Scimmiotto disse fra sé: "Non mi ricordo quanti anni ho. Ma sarà meglio che cancelli il mio nome." "Portatemi un pennello!" ordinò. Il giudice si affrettò a portargli un pennello intinto d'inchiostro. Scimmiotto si impadronì del registro e ne approfittò per cancellare tutti i nomi della categoria delle scimmie. Poi gettò il quaderno ed esclamò: "Tutto a posto! La cosa è sistemata: non ho più niente a che fare con la vostra amministrazione." E brandendo la sua sbarra si aprì il passaggio per uscire dal mondo delle ombre. I dieci re si guardarono bene dal fare resistenza, e preferirono recarsi al Palazzo delle Nuvole Turchese per presentare tutti insieme i loro omaggi al pusa Dizang e discutere con lui un rapporto da presentare al Cielo di Sopra, di cui il nostro racconto parlerà altrove. Aprendosi il passaggio fuori della città, Scimmiotto inciampò in un groviglio di erbe secche, barcollò... e si svegliò di colpo: era stato un sogno. Si stirava per svegliarsi meglio, quando sentì esclamare dai quattro generali e dalla folla delle scimmie: "Vostra maestà ha dovuto berne, di vino, per dormire tutto questo tempo! Non sarebbe ora di alzarsi?" "Dormire non è niente, ma ho sognato due persone che venivano proprio qui ad arrestarmi, e che mi hanno condotto durante il sogno nella città del mondo delle ombre. Con i miei poteri magici sono riuscito a fare un bel casino fin dentro il Palazzo della Rete della Foresta delle Apparenze, e ne ho dette quattro ai giudici dei dieci Inferni. Mi sono fatto mostrare il registro dei vivi e dei morti che ci riguarda, e ho cancellato tutti i nomi. Non ci possono più far niente." Le scimmie si prosternarono in segno di gratitudine. Ecco perché molte scimmie di montagna non invecchiano mai. Quando il Bel Re Scimmia finì di raccontare i fatti, i quattro comandanti li portarono a conoscenza dei re diavoli delle varie caverne. Tutti vennero a felicitarsi. Qualche giorno dopo, fu la volta dei sei fratelli giurati di Scimmiotto. Tutti furono estasiati dalla storia di come aveva cancellato i nomi. Ogni giorno si facevano allegri convegni, di cui non diremo altro. Parliamo piuttosto del Gran Compassionevole e santo supremo dell'alto firmamento, l'augusto Imperatore di Giada: un giorno che aveva riunito all'udienza del mattino i suoi immortali, ministri civili e militari, nella Sala delle Nuvole Misteriose del Palazzo delle Nuvole dell'Arco d'Oro, l'uomo vero Qiu Hongji venne improvvisamente ad annunciare: "Vostra imperitura maestà, Aoguang, il re drago del mare orientale, attende i vostri ordini davanti alla Sala Traslucida, al fine di presentare un rapporto." L'Imperatore di Giada fece trasmettere l'ordine di introdurlo. Aoguang fu condotto ai piedi della Sala delle Nuvole Misteriose: quando ebbe finito di presentare i suoi omaggi e rispetti, il valletto immortale incaricato di trasmettere i rapporti, che si teneva da una parte, ricevette l'istanza e la presentò all'Imperatore di Giada, che ne incominciò la lettura dall'inizio. Eccola: Il vostro umile servitore Aoguang, povero draghetto dei mari dell'Est del continente orientale, nella sfera inferiore del mondo acquatico, fa rispettosamente sapere al Supremo Padrone del Cielo, il nostro eminente Imperatore, quanto segue: a seguito della sua nascita sul Monte di Fiori e Frutti e della sua residenza nella Grotta del Sipario Torrenziale, l'immortale perverso Scimmiotto Consapevole del Vuoto ha preso in giro e umiliato il vostro umile drago, è entrato di prepotenza nella sua residenza acquatica, gli ha sottratto un'arma con la forza e ha usato l'intimidazione per estorcere capi di abbigliamento, senza risparmiare minacce e violenze, terrorizzando la gente acquatica e mettendo in fuga tartarughe e coccodrilli. Al drago del mare del Sud è venuto un attacco di brividi, quello del mare dell'Ovest ha avuto un principio di paralisi, quello del mare del Nord ha incassato la testa fra le spalle, rassegnato a sottomettersi; il vostro umile servitore Aoguang l'ha dovuto salutare proprio con moltissima deferenza. Gli abbiamo offerto un bastone di ferro delle meraviglie, un elmo d'oro con piume di fenice, una cotta di maglia e un paio di sandali per camminare sulle nubi. Poi l'abbiamo cortesemente riaccompagnato. Ma lui ha continuato le sue dimostrazioni di forza e di magia, e ci ha trattati da rimbambiti e da cialtroni. Naturalmente non siamo stati in grado di affrontarlo e di ricondurlo alla ragione. Perciò mi permetto di esprimere umilissimamente la mia speranza nella vostra santa giustizia. Vi supplichiamo di inviare le vostre armate celesti a sottomettere quel mostro perverso, al fine di ristabilire la tranquillità su mari e monti, la pace e la prosperità nella sfera inferiore del mondo acquatico. Alla fine di questa lettura, il santo e sacro Imperatore decretò: "Che il dio drago ritorni ai suoi mari. Invierò senza indugio i miei generali a catturare e arrestare l'immortale perverso." Il vecchio re drago ringraziò con la fronte a terra e se ne andò. Ma il celeste precettore, il venerabile immortale Ge, venne subito ad annunciare: "Vostra imperitura maestà, c'è qui il re Qinguang, giudice degli Inferi, venuto a presentare un'istanza del pusa Dizang, papa del mondo delle ombre." Dall'altro lato si teneva la fanciulla di giada incaricata di trasmettere i documenti. Essa prese il foglio e lo portò all'Imperatore di Giada, che lo scorse da capo a fondo. Ecco che cosa diceva l'istanza: Il mondo delle ombre appartiene alla giurisdizione yin della terra. Secondo le disposizioni del ciclo dello yin e dello yang, come gli dèi nel cielo, così sono i fantasmi sotto terra. Così nascono gli uccelli e muoiono le bestie, muoiono e rinascono maschi e femmine. La vita è continua trasformazione, la femmina incinta forma un maschio: tale è l'attività combinatoria della natura, che non si può modificare. Ed ecco che è comparsa una scimmia perversa nata dal cielo, Consapevole del Vuoto della Grotta del Sipario Torrenziale sul Monte di Fiori e Frutti, che si dedica al male e pratica la violenza, rifiutando di sottomettersi ai nostri mandati e convocazioni. Usando trucchi di magia, essa ha distrutto i nostri inviati fantasma delle Nonuple Tenebre; abusando della sua posizione di forza, essa ha terrorizzato i dieci compassionevoli re degli Inferi, ha provocato gravi perturbazioni nel Palazzo della Rete della Foresta delle Apparenze e ha cancellato a viva forza nomi numerati! Ne risulta che la specie scimmiesca sfugge a ogni controllo e che la genia dei macachi fruisce di una vita troppo lunga. La scimmia ha inceppato la ruota della trasmigrazione, sopprimendo la morte e la rinascita per ciascuna di queste creature. Il miserabile monaco che io sono ha creduto suo dovere assumersi il rischio di disturbare Vostra Celeste Maestà presentando questo rapporto. Egli vi supplica di voler inviare le vostre divine milizie a catturare e assoggettare questo essere perverso, al fine di ristabilire l'ordine dello yin e dello yang e di ripristinare per sempre la pace negli Inferi. Rispettosamente vostro. Finita la lettura, l'Imperatore di Giada decretò: "Il principe delle tenebre ritorni pure agli Inferi. Farò arrestare quel mostro senza indugio." Anche il re Qinguang ringraziò con la fronte a terra e ripartì. Il supremo dio del cielo chiamò a consiglio i suoi immortali ministri civili e militari, e chiese loro: "Ma quando è nata questa scimmia perversa e da chi, per riuscire a impadronirsi del Tao fino a questo punto?" Uscirono subito dai ranghi Occhio Mille Leghe e Odi Buon Vento, e gli ricordarono: "Si tratta della scimmia di pietra prodotta dal cielo trecento anni fa. Allora non le avevamo dato molta importanza, perciò ignoriamo come sia pervenuta all'immortalità in questi pochi anni, né come la sua capacità di domare tigri e draghi le abbia consentito di correggere a viva forza il registro dei morti." "Un volontario, che scenda giù per ridurlo alla ragione!..." Senza attendere che l'Imperatore di Giada finisse la frase, il dio del pianeta Venere uscì dai ranghi, si prosternò e suggerì: "Vostra Maestà che regna sui tre mondi, tenga presente che ogni essere provvisto dei nove orifizi può pervenire all'immortalità. Questa scimmia - con il suo corpo plasmato dal cielo e dalla terra, portato a compimento dal sole e dalla luna, con il suo cranio puntato verso il cielo e i suoi piedi appoggiati sulla terra - in che cosa differisce da un essere umano? Tanto più ora che ha ottenuto il Tao dell'immortalità e la facoltà di sottomettere tigri e draghi. Il vostro servitore si permette dunque di suggerire a Vostra Maestà di considerare con benevola compassione queste incarnazioni che avvengono senza intervento di genitori, e di promulgare un sacro editto di pacificazione, che convochi la persona in questo mondo di Sopra per conferirgli qualche incarico, non importa se maggiore o minore. Sarà iscritto sui registri e potremo tenerlo d'occhio. Se ottempera agli ordini celesti, sapremo ricompensarlo facendogli far carriera. Se disubbidisce, lo avremo sottomano e sarà facile farlo arrestare. Coglieremo due piccioni con una fava: ci risparmieremo una costosa e penosa spedizione militare, e d'altronde ricupereremo un immortale che possiede il Tao." "Sia fatto come propone il nostro ministro" tagliò corto l'Imperatore di Giada, persuaso dal suggerimento. Fece redigere il decreto dal dio della letteratura e incaricò quello del pianeta Venere di portarlo a Scimmiotto. In conformità della consegna ricevuta, il messaggero uscì dal portale celeste del sud cavalcando una nuvola di buon augurio, e la diresse dritta sulla Grotta del Sipario Torrenziale. Qui si presentò alla folla delle scimmiette: "Sono un inviato del Cielo, latore di un sacro editto che invita il vostro gran re a recarsi nel mondo di Sopra. Correte a farglielo sapere!" Le scimmiette che giocavano intorno alla caverna si passarono parola, finché il messaggio giunse finalmente in fondo alla grotta: "Gran re, fuori c'è un vecchietto che porta una lettera. Secondo lui, è il Cielo che vi invita nel mondo di Sopra." A Scimmiotto la notizia piacque molto: "Ci stavo pensando in questi giorni, di fare un giretto in Cielo. Mi vien proprio a fagiolo. Fatelo entrare." Scimmiotto si rassettò gli abiti e si fece incontro all'ospite. Il dio entrò e, tenendosi diritto in piedi con il viso rivolto a sud, dichiarò: "Sono il pianeta Venere dell'Ovest, portatore di un editto di pacificazione emanato dall'Imperatore di Giada. Sono disceso per invitarvi da parte sua a salire in cielo, per ricevere rispettosamente una carica di immortale iscritta nei registri." "Sono molto commosso dalla grazia che mi fate" rispose sorridente Scimmiotto. Poi ordinò: "Figlioli, preparate un banchetto per ricevere degnamente il nostro ospite." "Non oserei attardarmi quando sono in servizio" protestò il dio. "Devo pregare vostra maestà di accompagnarmi: avremo ampio agio di conversare insieme dopo la vostra gloriosa promozione." "L'onore è tutto mio. Mi dispiace di lasciarvi ripartire a mani e pancia vuote" replicò Scimmiotto. E convocò subito i quattro comandanti per far loro le raccomandazioni: "Non allentate la vigilanza nell'addestramento dei miei ragazzi; aspettate che sia salito in cielo e abbia dato un'occhiata intorno, per vedere se si può andare ad abitarci tutti quanti." I quattro solidi generali acconsentirono. Scimmiotto e il dio del pianeta Venere, montati ciascuno sulla sua nuvola, furono presto alti nel cielo. È il caso di dirlo: Tiene un bel posto di immortale celeste Con il suo nome scritto nel registro. Se poi non sapete quale incarico e onore ricevette, ascoltate il seguito che lo descriverà. 第004回 UN CELESTE EQUIPUZIO · IL POSTO DI ISPETTORE DELLA SCUDERIA NON LO SODDISFA. NEMMENO IL TITOLO DI UGUALE AL CIELO LO ACCONTENTERÀ. Il dio del pianeta Venere e il Bel Re Scimmia uscirono insieme dalla grotta e presero il volo, ciascuno sulla sua nuvola. Ma la capriola nelle nuvole, in cui si era specializzato Scimmiotto, non era cosa da tutti: gli permetteva una velocità fuori dal comune. Del dio di Venere non si dava pensiero, ci mise poco a seminarlo e giunse per primo al portale sud del Cielo. Dopo aver dissolta la sua nuvola si apprestava a entrare, quando fu fermato da Anima Lunga, il re celeste preposto alla guardia del quartiere sud, alla testa di una banda di forzuti celesti armati di picche, spade, sciabole e alabarde. Gli impedivano l'entrata, e Scimmiotto si arrabbiò: "Bel buggerone, il vecchietto del pianeta Venere! Prima ti invita, e poi ti fa sbarrare la strada dai poliziotti!" Protestava rumorosamente, quando sopraggiunse il dio di Venere. Scimmiotto gli lanciò uno sguardo da incenerirlo: "Mi hai preso in giro, vecchio mio. Come mai tutta questa gente rifiuta l'ingresso al vecchio Scimmiotto, mentre tu dicevi che mi aveva convocato l'Imperatore di Giada?" "Calmate la vostra collera, grande re" replicò ridendo il dio. "Non siete mai stato in paradiso, e qui non vi conosce nessuno. Come volete che le guardie celesti si prendano la responsabilità di lasciarvi entrare? Quando Sua Santità vi avrà ricevuto, voi avrete l'iscrizione nel registro degli immortali, con numero di matricola, titolo e funzione: allora potrete andare e venire a vostro piacere. Nessuno oserà impedirvelo." "Grazie tante, ho capito come gira e ci rinuncio." "Ma no, ma no, entrate con me" insisteva il dio tirandolo per la mano. Mentre si avvicinavano al portale del Cielo, il dio del pianeta Venere gridò forte e chiaro: "Guardiani della porta celeste, ufficiali e soldati, lasciate passare! Ho ricevuto il sacro ordine dell'Imperatore di Giada di condurgli il qui presente immortale del mondo di Sotto." Solo allora Anima Lunga e le sue guardie abbassarono le armi e si fecero da parte. Scimmiotto si convinse della buona fede dell'inviato del pianeta Venere ed entrò con lui passo passo, guardandosi intorno. Era proprio la prima volta Che saliva nel mondo di Sopra Ed entrava diritto in paradiso. Arcobaleni con pagliuzze dorate, Nubi vermiglie e brezze augurali. Il portale maestoso: Lapislazzuli blu e giada preziosa. Schiere di guardie imponenti Con spade snudate sotto variopinti pennoni. Gli dèi hanno armature dorate, Le armi diverse secondo i reggimenti. Superata la cinta, Che meraviglia! Ad enormi pilastri si avvolgono Dragoni rossi dalle scaglie d'oro. Turbinano in cielo i colori Delle fenici in volo. Nubi brillanti riflettono il sole, Vela le stelle una bruma azzurrina. Ci sono in Cielo trentatré palazzi(5) Ornati in cima da chimere d'oro. Ci son settantadue sale preziose Adorne di colonne di liocorni. Sulla Terrazza della Lunga Vita Fiori teneri in boccio di mille anni. Erba verde perenne Intorno al Forno di Trasmutazione. Parato il padiglione degli omaggi Con seta rilucente; ibischi d'oro, Spille di giada, sandali di perle, Ricchi ornamenti e nobili cinture. Al rintoccar delle campane d'oro Sfilan gli dèi dei tre dipartimenti. Al rullare dei tamburi celesti I saggi si prosternano. La sala delle Nubi Misteriose: I battenti di giada, d'oro i cardini, Danzan fenici su lacca vermiglia. Fenici e draghi sotto le tettoie Di portici adornati di trafori. Sovrasta una gran cupola di porpora, Rotonda e luminosa Come un'immensa zucca. Piccole fate intorno ci sventagliano: Le fanciulle di giada Servono tovagliette e stuzzichini. Ma la corte del Cielo ha feroci guardiani, Con ufficiali molto contegnosi. Al centro, in una vasca di cristallo, Son predisposti gli elisir in pillole, E rami di corallo in vasi d'agata. Molte cose pregiate sono in Cielo Di cui in terra nessun vide l'uguale: Portici d'oro, campanelle d'argento, Di porpora i palazzi, fior di giada, Ed erbe di smeraldo e boccioli di diaspro. Lepre di giada viene a rendere omaggio, Svolazza il corvo d'oro sulle teste Pelate dei sapienti. Era destino della nostra scimmia Salire al cielo dal fango del mondo. Il dio del pianeta Venere si diresse alla Sala delle Nubi Misteriose conducendo Scimmiotto. Senza aspettare di essere convocato entrò e, giunto davanti al trono, fece i saluti prescritti. Scimmiotto gli stava accanto senza prosternarsi; si limitava ad allungare le orecchie per ascoltare quello che diceva il dio di Venere: "Il vostro servitore ha eseguito l'ordine di Vostra Maestà e informa che l'immortale perverso è qui." "E qual è questo immortale perverso?" chiese l'Imperatore di Giada da dietro la tenda. Scimmiotto ritenne giusto intervenire. Fece una specie di inchino di sghembo e disse: "Sono io, il vecchio Scimmiotto!" Tutti gli immortali ministri, colti di sorpresa, impallidirono di emozione: "Che selvaggio! Invece di prosternarsi, si permette insolenze: 'io, il vecchio Scimmiotto'. Impiccarlo, impiccarlo!" "Il detto Scimmiotto è un immortale perverso del mondo di Sotto che si è umanizzato da poco tempo" decretò l'Imperatore di Giada. "Non conosce ancora l'etichetta della corte: per questa volta bisogna perdonarlo." "Ringrazia, ringrazialo della sua bontà!" esclamavano i cortigiani; in effetti Scimmiotto acconsentì a tirar giù una gran riverenza. L'Imperatore di Giada incaricò i ministri preposti alla scelta dei funzionari civili e militari di cercare qualche carica vacante per conferirla a Scimmiotto. Essi trasmisero la consegna al Signore della Stella Militare, presente in sala, che si fece avanti e si mise a rapporto: "Nel palazzo del Cielo non c'è scarsità di funzionari: ne abbiamo in ogni edificio, stanza, angolo e angolino. Soltanto il servizio delle scuderie non dispone di un gestore della stalla centrale." "Gli sia conferito il titolo di equipuzio" decretò l'Imperatore di Giada. "Ringrazialo dei suoi favori!" ordinavano gli alti funzionari della corte; Scimmiotto tirò giù un'altra gran riverenza. L'Imperatore di Giada incaricò il dio del pianeta Giove di accompagnarlo al suo posto di sorveglianza delle stalle imperiali. Scimmiotto ci andò tutto allegro e il dio di Giove, a missione compiuta, ritornò nel suo palazzo stellare. Il nuovo sorvegliante convocò il suo vice, gli assistenti, foraggiatori, stallieri e altri addetti, di tutti i gradi possibili, per esaminare lo stato del servizio. Non c'era più di un migliaio di cavalli celesti. Erano: Hualiu e Qiji, Verde Orecchio e Siepe Fine, Bazzica Draghi e Rondinella Porporina, Spiega l'Ali e Nitri Brina Bianchi Zoccoli e Sauro Volante, Lepre Rossa e Più Svelto della Luce, Salta Scoppio e Vasto Orizzonte, Inseguivento e Nube in Cielo [...](6). Dalle quattro estremità della terra Palafreni e destrieri del remoto Ferghana, I cavalli migliori di tutto l'universo: Più rapidi del lampo, nitriscono nel vento Ed il loro vigore li porta al firmamento [...]. Scimmiotto esaminò il registro e contò le bestie. Il servizio dei foraggiatori consisteva nel rifornire le mangiatoie; gli stallieri strigliavano e lavavano, tritavano la paglia, abbeveravano e preparavano le razioni; il vice e gli assistenti collaboravano alla sorveglianza. L'equipuzio vegliava sui cavalli con tale impegno da non trovar tempo per dormire, né di giorno né di notte. Di giorno si lasciava che facessero qualche salto, ma di notte bisognava sorvegliarli con attenzione. Appena si addormentavano, li si svegliava per farli mangiare. Se si imbizzarrivano, li si inseguiva per riportarli alle poste. I cavalli celesti, quando vedevano Scimmiotto, rizzavano gli orecchi e scalpitavano; ma erano belli grassi, sani, col pelo lustro. Dopo un paio di settimane, il personale di servizio approfittò di una mattina di calma per offrire al capo un banchetto di benvenuto. Si beveva allegramente quando, di colpo, Scimmiotto posò la tazza e chiese: "Che rango ha questo incarico di equipuzio?" "È il nome della funzione." "Ma che livello ha questa funzione?" "Non ha nessun livello." "Magari è fuori organico perché è la più alta che ci sia?" "Nemmeno per sogno. Non è in organico e basta." "Come sarebbe a dire che non c'è?" "È sotto l'ultimo scalino. È l'incarico più modesto che ci sia: si tratta solo di occuparsi di cavalli. Vostra eccellenza, per aver tenuto il posto e dopo essersi dato tanto da fare per allevare le bestie, non ci guadagnerà che un modestissimo benservito. Se però i cavalli saranno un po' magrolini, sarà colpa vostra; se qualcuno andasse perduto, subireste ammende e processi." A Scimmiotto montava il sangue alla testa nell'udire queste notizie. Digrignava i denti, preso da un'immensa collera: "Umiliare così il vecchio Scimmiotto, re e patriarca del Monte di Fiori e Frutti! Mi hanno preso in giro. Mi hanno fatto venire fin qui per pulire la cacca dei loro cavalli: un lavoro da bambini, da mozzi di stalla. È il modo di trattare? Lascio perdere tutto e me ne vado." Patatrac! Rovescia il tavolo, cava da dietro l'orecchio il suo tesoro, lo ingrandisce al diametro di una tazza e, mandando a pezzi quello che trova lungo la via, si fa largo fino alla porta meridionale del Cielo. Le guardie celesti non osarono sbarrargli la strada e lo lasciarono uscire; d'altronde era iscritto sul registro in qualità di equipuzio. Un momento dopo atterrava con la sua nuvola sul Monte di Fiori e Frutti. I suoi quattro solidi comandanti erano occupati ad addestrare le truppe in compagnia dei vari re diavoli delle caverne. Gridò a gola spiegata: "Figlioli! È tornato il vostro vecchio Scimmiotto!" L'orda delle scimmie al gran completo corse a prosternarsi e lo accompagnò in fondo alla grotta, dove pregarono il re scimmia di accomodarsi sul trono, mentre si preparava il banchetto di benvenuto. "Come siamo contenti, maestà! Questa diecina d'anni trascorsi nel mondo di Sopra vi avrà dato delle soddisfazioni; certo vi sarete coperto di gloria." "Ma se sarò partito da una diecina di giorni! Che storia è questa della diecina d'anni?" "In Cielo, gran re, non vi siete reso conto del tempo che passava: un giorno in Cielo vale un anno quaggiù. Permetteteci di chiedere: quale alta carica occupavate?" "Non me ne parlate, c'è da morire di vergogna" rispose Scimmiotto agitando la mano. "L'Imperatore di Giada non sa valutare la gente. Si è basato sul mio aspetto e mi ha fatto equipuzio, cioè dovevo tenergli i cavalli: una funzione che non fa nemmeno parte della gerarchia mandarinale. Quando l'ho accettata non lo sapevo; e magari in scuderia mi divertivo. Ho saputo solo oggi quale affronto mi aveva fatto, quando i miei colleghi me l'hanno spiegato. Sono andato su tutte le furie: ho rovesciato tutto e son venuto via. Ed eccomi qua." "Ben tornato, è una fortuna per noi! Vostra maestà è il re di questa terra benedetta, dov'è amato e rispettato; perché dovrebbe andarsene a servizio per fare lo stalliere? Beviamo, amici, e dissipiamo la tristezza del nostro buon re!" Scimmiotto beveva appunto allegramente, quando vennero ad annunciare: "Maestà, all'ingresso ci sono due re diavoli unicorni che chiedono di voi." "Fateli entrare." I diavoli controllarono il proprio abbigliamento, entrarono solleciti e si piegarono a terra in un saluto molto rispettoso. "Che volete da me?" chiese il Bel Re Scimmia. "Da molto tempo avevamo sentito dire che vostra maestà preferiva ricevere i sapienti, e questo non ci dava la possibilità di chiedere udienza. Ma oggi abbiamo appreso il vostro glorioso ritorno dopo avere ottenuto l'iscrizione nel registro dei funzionari celesti, e siamo venuti per congratularci e presentarvi una veste giallo ocra. Se non respingete le nostre vili persone e acconsentite a ricevere i vostri indegni servitori, vi serviremo con l'abnegazione di cani e di cavalli." Scimmiotto, molto soddisfatto, si infilò la veste, mentre tutti si mettevano allegramente in fila per rendergli omaggio. I re diavoli ebbero il titolo di comandanti dei distaccamenti d'avanguardia. Ringraziarono e chiesero: "Che posizione ha ottenuto in Cielo vostra maestà, che c'è restata così a lungo?" "L'Imperatore di Giada non sa neanche che cos'è un saggio! Mi aveva conferito non so quale funzione di equipuzio." "E perché occuparsi dei suoi cavalli, quando vostra maestà possiede poteri magici? Perché non prendete piuttosto il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo?" suggerirono i re diavoli. Al colmo della gioia, Scimmiotto esclamò: "Giusto! È quello che mi ci vuole." Convocò i suoi quattro marescialli: "Fatemi subito preparare degli stendardi su cui scriverete in grandi caratteri GRANDE SANTO UGUALE AL CIELO. Piantate delle pertiche per spiegarli. Ormai tutti mi dovete chiamare così; niente gran re o vostra maestà. Trasmettete la consegna a tutte le caverne, perché la ricevano tutti." Ma ritorniamo all'Imperatore di Giada. All'udienza del giorno dopo si presentò il precettore celeste Zhang, che conduceva con sé il vice e gli assistenti delle stalle imperiali. Costoro dichiararono: "Vostra Maestà, Scimmiotto Consapevole del Vuoto, l'equipuzio recentemente nominato, ieri ha disertato il Palazzo del Cielo, perché stimava la sua posizione troppo modesta per lui." Mentre dicevano così, si fece avanti a testimoniare anche Anima Lunga, alla testa delle guardie del portale meridionale: "L'equipuzio è uscito dalla nostra porta. Non ne conosciamo il motivo." A queste parole, l'Imperatore di Giada decretò: "I due capi ritornino alle loro responsabilità. Manderò truppe celesti a catturare quel mostro." Fra i cortigiani riuniti in assemblea spiccavano il brillante re celeste Li Jing, detto Porta Pagoda, e suo figlio, il terzo principe ereditario Nata. Essi uscirono dai ranghi per presentarsi volontari: "Vostra Maestà, benché indegni del nobile incarico, vi preghiamo di ordinare a noi di sottomettere quel mostro perverso." Entusiasta, l'Imperatore di Giada conferì subito al re celeste Li Jing il titolo di generalissimo atterratore di demoni, e a Nata quello di grande divinità dell'assemblea vasta come il mare dei tre podii, con mandato di organizzare senza indugio una spedizione nel mondo di Sotto. Li e Nata si prosternarono, presero congedo e, tornati alla loro residenza, arruolarono tre corpi d'armata. Furono nominati capi all'avanguardia Potente Efficacia, e alla retroguardia Pancia di Pesce. Le truppe, sollecitate dagli yaksa, uscirono dalla porta meridionale del Cielo e marciarono dritte sul Monte di Fiori e Frutti. Scelsero un terreno pianeggiante per porre l'accampamento. Potente Efficacia ebbe l'ordine di attaccare battaglia. Egli verificò la sua armatura e si avviò alla Grotta del Sipario Torrenziale roteando la sua ascia Pioggia di Fiori. Vide una gran folla di mostri, come lupi, tigri, leopardi e altri, che brandivano lance e impugnavano spade, saltavano e danzavano, emettendo urla e ruggiti. "Genia del peccato!" gridò Potente Efficacia. "Correte subito a notificare al vostro equipuzio che io, gran maresciallo del Cielo di Sopra, ho ricevuto dall'Imperatore di Giada l'ordine di scendere a catturarlo; ditegli di venire subito a fare atto di sottomissione, se volete evitare il completo sterminio." I mostri si precipitarono alla rinfusa nella grotta ad annunciare: "Disgrazia! Disgrazia!" "Che disgrazia?" si informò Scimmiotto. "Alla porta c'è un guerriero celeste che si dice di alto rango, mandato dall'Imperatore per sottomettervi. Vuole che vi arrendiate prima che sia troppo tardi, se vogliamo scampar la pelle." "Portatemi il mio equipaggiamento" replicò Scimmiotto. Si mise in testa l'elmo d'oro rosso, infilò la cotta di maglia d'oro, infilò i piedi nei sandali per camminare sulle nuvole, impugnò il suo randello A Piacer Vostro cerchiato d'oro e guidò le sue truppe fuori dalla grotta per disporle in ordine di battaglia. Potente Efficacia sgranava gli occhi sullo spettacolo offerto dal nostro bravo Scimmiotto: Corazza d'oro risplendente, In testa l'elmo scintillante, Ha nella mano la potente sbarra, I suoi piedi camminano sul vento. Occhi strani e brillanti come stelle, Lunghe le orecchie sue sino alle spalle. Egli sa trasformar persino i peli. Vibra la voce come pietra sonora. Mostra i denti scimmieschi l'equipuzio: Si sente Grande Santo Uguale al Cielo! "Miserabile scimmia" gridò Potente Efficacia con voce di tuono "non mi riconosci?" "E tu da dove sbuchi? Sarai una mezza divinità di qualche paesello di provincia" ritorse Scimmiotto. "Non mi pare di averti mai visto. Spicciati a dire come ti chiami!" "Te la farò vedere io, brutto macaco! E così, non mi conosci! Io sono il generale celeste Potente Efficacia e comando l'avanguardia agli ordini del re celeste Li Porta Pagoda, che è venuto qui per ordine dell'Imperatore di Giada a ricevere la tua sottomissione. Deponi subito le armi, se non vuoi che le creature di tutta la montagna subiscano il castigo supremo. Se osi rifiutare, ti faccio arrosto." "Dio dei miei stivali!" gridò Scimmiotto incollerito. "Chiudi il becco! Te la faccio ingoiare io, la tua linguaccia chiacchierona. Ti avrei già spiaccicato con una botta, se non avessi bisogno di te per rispondere al mittente: non ti ammazzo, solo perché ritorni di corsa in cielo e dica a quell'augusto coso di giada che non sa valutare la gente. Il vecchio Scimmiotto ha immensi talenti, ma lui lo manda a occuparsi di cavalli. Guarda che cosa c'è scritto sui miei stendardi: solo se avrò una promozione corrispondente rinuncerò a usare le armi e tornerà la calma. Ma se lui rifiuta, porterò la guerra fin nella Sala delle Nuvole Misteriose e gli impedirò di posar le chiappe sul trono." Potente Efficacia guardò in alto e in effetti, in cima alla lunga pertica piantata accanto all'ingresso, vide lo stendardo con i quattro grandi caratteri, Grande Santo Uguale al Cielo. Fece una risata feroce e disse sarcastico: "Macaco meschino! Che pretese, che impudenza! Ti piacerebbe diventare un grande santo uguale al Cielo. Per incominciare, assaggia un po' la mia ascia." E cercò di abbattergliela sulla testa. Ma Scimmiotto, con la flemma di un esperto, parò il colpo con la sua sbarra. Fu un combattimento memorabile: La sbarra A Piacer Vostro, L'ascia Pioggia di Fiori. Nell'urto quale prevarrà Non lo si sa. Botte da dritta e da mancina. Uno dissimula magia divina, L'altro grida bravate. Sputa uno densa nebbia E l'altro getta fango. Fa i suoi passaggi il guerriero del Cielo, La scimmia si trasforma in ogni cosa. Guizza il randello come drago in acqua, Sibila l'ascia come una fenice. Ma il generale rinomato in Cielo Non è all'altezza del rivale: Quel bastone di ferro, chi lo ferma? Potente Efficacia si trovò in difficoltà: Scimmiotto gli calò un fendente sulla testa; lui parò in qualche modo il colpo con l'ascia, ma il manico andò in pezzi. Si disimpegnò a precipizio e cercò scampo nella fuga. Scimmiotto lo scherniva: "Sacco di merda! Buono a nulla! La vita te l'avevo già risparmiata, sbrigati a portare il mio messaggio!" Ritornato all'accampamento, non restò a Potente Efficacia che presentarsi al re celeste Porta Pagoda e inginocchiarsi ansimante: "L'equipuzio dispone di immensi poteri magici. L'indegno guerriero che sono non è riuscito a batterlo e ritorna vinto a implorare il vostro perdono." "Questo imbecille mi abbassa il morale della truppa" replicò il re celeste, irritato. "Portatelo fuori e tagliategli la testa." Il principe Nata fece un passo avanti e dichiarò rispettosamente: "Il mio real padre calmi la sua collera. Concedetegli il perdono finché vostro figlio abbia fatto una ricognizione, che vi consenta di verificare come stanno le cose." Il re accolse il suggerimento e fece portar via Potente Efficacia in attesa di decisioni. Il principe Nata si aggiustò l'armatura, balzò fuori dai quartieri e si precipitò verso la Grotta del Sipario Torrenziale. Scimmiotto aveva appena finito di riordinare le sue armi che vide avvicinarsi l'impetuoso e feroce Nata. Che principe coraggioso! Corti capelli in crocchia sul cocuzzolo, Spirito vivo, attento e intelligente, Prestante e di una nobile eleganza: È certo figlio di unicorno in Cielo, Una fenice fra le nubi. Seme di drago, non uomo comune, Giovane d'alta fortuna. Adopera sei tipi di armi magiche, Sa trasformarsi, balzare, volare. Per volontà del Sovrano di Giada Nella vasta assemblea dei tre podii. Scimmiotto gli si fece incontro e gli chiese: "E tu chi sei, ragazzino? Che cosa ti ha condotto a bazzicare da queste parti?" "Dannato macaco perverso, non mi riconosci? Sono Nata, terzo principe del re celeste Porta Pagoda. Ho la missione di catturarti per ordine di Sua Maestà l'Imperatore di Giada." "Mio caro principino" rispose ridendo Scimmiotto, "hai delle belle pretese, per essere un bebè con i denti di latte che sta ancora asciugando le piume. Io, però, non voglio farti del male e non ti toccherò. Guarda bene che cosa è scritto sul mio stendardo e va a salutare da parte mia l'Imperatore di Giada: se mi conferisce questo titolo, non avrò altro motivo di alimentare disordini. Mi riconcilierò con lui. Ma se non mi dà soddisfazione, stia sicuro che lo andrò a cercare fin dentro la Sala delle Nuvole Misteriose." Nata, alzando il capo e vedendo i quattro caratteri Grande Santo Uguale al Cielo, esclamò: "Di che straordinario potere dispone questo esecrabile macaco, per osare di assumere un titolo come questo? Sta sicuro: assaggerai la mia spada." "Sono qui e non mi muovo; vediamo se riesci a buttarmi giù." Ardente d'ira, Nata urlò: "Trasformazione!" E si cambiò in un mostro con tre teste e sei braccia, che brandiva minaccioso un'arma in ciascuna mano: la spada per decapitare gli esseri perversi, la sciabola per trucidarli, la corda per legarli, la mazza per schiacciarli, la palla chiodata e la ruota di fuoco. Si avventò con gran fracasso. Messo sul chi vive, Scimmiotto si disse: "Questo ragazzino un po' se ne intende." "Farai bene a guardarti: ora ti mostro i trucchi che so io." Com'è in gamba Scimmiotto! Gettando lo stesso grido, si trasformò anche lui in un mostro a tre teste e sei braccia. In un batter d'occhio riprodusse per tre la sbarra cerchiata d'oro: ogni coppia di mani ne reggeva saldamente una. Fu una battaglia da scuotere le montagne e da far tremare il suolo. Che finimondo! Il principe Nata con sei braccia E di fronte il Bel Re Scimmia Sono avversari di vaglia. Davvero si equivalgono, Uno in missione dal Cielo, L'altro rotto a ogni battaglia. Com'è tagliente la spada! La sciabola fa spavento. La corda come un serpente. La mazza sibila in aria. La ruota di fuoco sfavilla. Va e viene la palla chiodata. Ma con le sbarre Scimmiotto Da ogni colpo si ripara. Né vincitore né vinto, Ma lo scontro non ha tregua. Il principe si accanisce Contro Scimmiotto che ride E niente lo intimorisce. Da uno a migliaia, a milioni: Lo spazio si riempie di draghi. Fuggono elfi e folletti; I diavoli si nascondono. La lotta rimbomba furente, Si abbatte la sbarra di ferro, Risuonano grida di guerra, Sventolano le bandiere. Gli avversari si equivalgono, Non si sa chi può prevalere. Lo scontro si era già ripetuto una trentina di volte. Le sei armi del principe ereditario si erano trasformate in migliaia e milioni, ma anche le sbarre di ferro cerchiate d'oro si moltiplicavano con lo stesso ritmo. Una pioggia di meteore sembrava riempire lo spazio, ma non si delineavano né vittoria né sconfitta. Ora, il più svelto di mano e il più attento era Scimmiotto. A un certo punto si strappa un pelo, grida: "Trasformazione!" e ne fa una copia di sé stesso, debitamente armata di randello; così si procura il cambio per fronteggiare Nata e ne approfitta, con una scossa, per trasferire la sua vera persona alle spalle dell'avversario. Cala una botta sulla sua spalla sinistra. Nata, impegnato nei suoi passi d'arme, sente sibilare la sbarra e balza da lato, ma troppo tardi per evitare il colpo. Toccato, si piega in due dal dolore e fugge via. Ripresa la propria forma e ricuperate le armi, ecco che se ne torna sconfitto. Dai bordi del campo di battaglia, dove si teneva, il re celeste Li si era reso conto che suo figlio si trovava in difficoltà. Avrebbe voluto soccorrerlo, ma ecco che gli ricomparve davanti tutto tremante: "Real padre! È vero che l'equipuzio è pieno di risorse. Nemmeno la potenza divina di vostro figlio è riuscita a venirne a capo: mi ha ferito alla spalla." "Se questo individuo dispone di tali poteri, come vincerlo?" esclamò il re celeste impallidendo di paura. "Davanti alla sua grotta ha alzato uno stendardo, su cui sono scritti i caratteri Grande Santo Uguale al Cielo" riprese Nata; "un titolo che si è inventato da sé. Promette di porre fine all'incidente se l'Imperatore di Giada glielo conferisce ufficialmente; in caso contrario, minaccia di andare a combattere fino nella Sala delle Nuvole Misteriose." "Poiché le cose stanno così, è inutile proseguire la lotta: saliamo prima nel mondo di Sopra a riferire la proposta. Ci sarà sempre tempo di chiedere rinforzi per catturare questo energumeno." Anche il principe, che soffriva troppo per riprendere a combattere, ritornò in Cielo con il padre per fare rapporto, come vedremo. Quando il re scimmia ritornò vittorioso dai suoi, come potete immaginare, vennero a congratularsi tutti i settantadue re diavoli delle grotte e i sei fratelli giurati; furono giubili e abbuffate senza precedenti nella terra benedetta della caverna. Scimmiotto diceva ai suoi sei compagni: "Dal momento che il vostro fratello minore si dichiara Grande Santo Uguale al Cielo, perché non lo fate anche voi?" "Parole sante, saggio e caro fratello!" rispose col suo vocione il re diavolo toro. "Da parte mia, mi dichiaro Grande Santo Pacificatore del Cielo." "Io, Grande Santo Sopra gli Oceani" dichiarò il re diavolo caimano. "Io, Grande Santo Mani in Pasta col Cielo" soggiunse il re diavolo roc. "Io mi dichiaro Grande Santo Porta Montagne" propose il re cammello-leone. "E io, Grande Santo Buon Vento" intervenne il re macaco. "Quanto a me, sarò il Grande Santo che Caccia gli Dei" concluse il re gibbone a pelo lungo. A quel tempo i sette grandi santi potevano fare quello che volevano e attribuirsi i titoli che gli piacevano. Si divertirono insieme tutto il giorno, prima di separarsi. Ritorniamo a Li, il re celeste, e a suo figlio, il terzo principe. Alla testa dei loro ufficiali, si recarono dritti alla Sala delle Nuvole Misteriose per presentarsi a rapporto: "In conformità del sacro ordine di vostra maestà, i vostri servitori hanno effettuato una spedizione nel mondo di Sotto allo scopo di sottomettere l'immortale perverso Scimmiotto Consapevole del Vuoto, ma non avevano previsto la portata dei suoi poteri magici e non sono riusciti a riportare vittoria; speriamo che vostra maestà ci conceda dei rinforzi per sterminarlo." "Ma quali sono le capacità di questo incredibile macaco, perché occorrano addirittura dei rinforzi?" "Il vostro servitore, che merita la morte, spera nella clemenza di vostra maestà" rispose il principe. "Questa scimmia perversa si serve di una sbarra di ferro con cui prima ha messo in fuga Potente Efficacia e poi mi ha ferito a una spalla. All'ingresso della sua grotta ha piantato uno stendardo che porta l'iscrizione Grande Santo Uguale al Cielo. Afferma che cesserà le ostilità e presterà sottomissione se gli viene accordato questo titolo; altrimenti minaccia di attaccare addirittura la Sala delle Nuvole Misteriose." "Quella scimmia perversa osa spingere la sua impudenza a questo punto!" esclamò l'Imperatore di Giada allarmato. "Ordine a tutta l'armata di punirlo immediatamente!" Mentre diceva così, ancora una volta il dio del pianeta Venere fece un passo avanti per far osservare: "Questa scimmia perversa non ha alcuna sensibilità per il rango degli interlocutori cui si rivolge. Se la combattiamo con rinforzi di truppe, temo che non ne verremo a capo in breve tempo. Le nostre armate potrebbero anche esaurirsi prima. Sarebbe meglio che vostra maestà mostrasse la sua immensa mansuetudine e gli notificasse la sua intenzione di concedergli la pace, se si sottomette, e di nominarlo Grande Santo Uguale al Cielo, che è un titolo puramente onorifico, senza emolumenti." "Come sarebbe, un titolo senza emolumenti?" chiese l'Imperatore di Giada. "Sarà nominato Grande Santo Uguale al Cielo, ma non avrà né incarichi né stipendio. Lo faremo vivere sul territorio celeste, per aver presa sul suo spirito perverso e per impedire che commetta altre stravaganze: l'universo ritroverà la calma e gli oceani la tranquillità." "Si faccia come propone il nostro ministro" tagliò corto l'Imperatore di Giada. E ordinò di promulgare un'ordinanza, che il dio del pianeta Venere fu incaricato di portare a Scimmiotto. Il dio uscì dal portale meridionale del Cielo e andò dritto alla Grotta del Sipario Torrenziale sul Monte di Fiori e Frutti. L'aspetto dei luoghi era molto diverso dalla volta precedente. Gravava una pesante atmosfera di morte, soffiava un vento minaccioso che dava i brividi. C'erano tutte le specie possibili e immaginabili di mostri e diavoli; chi brandiva la spada, chi agitava la lancia, chi roteava il bastone, chi trinciava l'aria con la sciabola, fra grida, ruggiti, salti e balzi. Alla vista del dio del pianeta Venere, gli si lanciarono contro per mettergli le mani addosso. Ma lui disse: "Vengano avanti i capi! Fatemi la cortesia di annunciarmi al vostro grande santo. Sono inviato dall'Imperatore di Giada e gli porto un invito che gli farà piacere." I diavoli corsero a riferire: "C'è alla porta un vecchio che si dice inviato dal mondo di Sopra e vi porta un invito." "Arriva al momento giusto, benvenuto! Suppongo che sia il dio di Venere dell'altra volta. È vero che mi aveva invitato per una posizione indegna, ma mi ha comunque dato l'occasione di farmi un giretto in Cielo e di imparare la strada della porta meridionale. Sono sicuro che viene con una buona intenzione." Ordinò agli ufficiali di battere il tamburo, spiegar bandiere e schierare un picchetto d'onore per l'accoglienza. Tirandosi dietro la sua banda di scimmie, il grande santo si affrettò all'ingresso, con l'elmo in testa, l'armatura addosso, infilata la veste giallo ocra e calzati i sandali per camminare sulle nubi. Si inchinò cortesemente e disse a voce forte: "Entrate, mio caro. Scusatemi se non sono uscito per ricevervi." Il dio di Venere avanzò a lunghi passi, entrò e, con il volto rivolto a sud, dichiarò: "Ecco, grande santo, l'annuncio che vi devo fare. Scontento della modestia della vostra posizione, avete un tempo abbandonato la sorveglianza delle stalle imperiali. Gli ufficiali del servizio presentarono rapporto all'Imperatore di Giada, che decretò: 'Tutti i neo designati alla carriera mandarinale iniziano con modeste posizioni, prima di ottenerne di più importanti. Di che cosa si lamenta?' Ne è seguito questo combattimento con Nata, che il re celeste Li aveva condotto nel vostro mondo di Sotto, perché ignorava i poteri magici del grande santo. Dopo averli sperimentati, è ritornato a presentare rapporto sulla vostra aspirazione che vi si tratti da grande santo uguale al Cielo. Il corpo degli ufficiali aveva qualche esitazione, ma io mi sono assunto il rischio di difendere il vostro punto di vista, per evitare la mobilitazione generale delle forze armate, e di proporre che vi venisse assegnato il titolo che sollecitate. L'Imperatore di Giada ha approvato la proposta e io sono venuto a invitarvi." "Dopo i fastidi che vi ho dato l'altra volta" rispose ridendo Scimmiotto "vi devo anche quest'altra dimostrazione di amicizia. Grazie, grazie davvero! Ma mi chiedo se esiste, nel Cielo di Sopra, un titolo come Grande Santo Uguale al Cielo." "Avrei forse l'audacia di venirvi a comunicare questa ordinanza, se il titolo sollecitato non avesse ricevuto l'approvazione imperiale? Se la promessa non è seguita dai fatti, me ne prendo la responsabilità, ecco tutto." Entusiasta, Scimmiotto avrebbe voluto trattenerlo a pranzo, ma dal momento che rifiutava lo seguì su una nuvola di buon augurio, che li portò entrambi al portale meridionale del Cielo. Guardie e ufficiali li salutarono rispettosamente. Andarono dritti alla Sala delle Nuvole Misteriose, dove il dio di Venere salutò e annunciò: "In conformità dell'ordine di Vostra Maestà, ho convocato il qui presente equipuzio Scimmiotto Consapevole del Vuoto." "Che Scimmiotto si avvicini! Ti dichiaro oggi Grande Santo Uguale al Cielo, il più alto livello mandarinale. Ma ti avverto di non ricominciare a fare stupidaggini." La scimmia si accontentò di fare una riverenza e dire: "Grazie delle vostre bontà." L'imperatore di Giada ordinò ai responsabili dell'attività edilizia, Zhang e Lu, di costruire per il grande santo una residenza sul terreno a destra del frutteto delle Pesche di Immortalità. La residenza includeva due servizi: l'uno di Pace e Tranquillità, l'altro di Animo Inalterabile, entrambi con abbondante personale, capi e vicecapi. Gli dei delle cinque costellazioni furono incaricati di accompagnare Scimmiotto alla sua nuova residenza. Inoltre l'Imperatore di Giada gli accordò la gratificazione di due bottiglie di vino e di dieci fiori d'oro, rinnovando la raccomandazione di starsene tranquillo e di non ripetere certe impennate. Scimmiotto ne prese nota e il giorno stesso entrò nella nuova casa con gli dei delle cinque costellazioni, stappò le bottiglie e se le bevve in compagnia. Quando lo lasciarono solo, Scimmiotto poté abbandonarsi senza freni all'immensa gioia che riempiva il suo cuore. Nel suo palazzo celeste godeva davvero di una felicità senza nubi. È il caso di dirlo: Scritto il nome nel libro della vita, Mai più potrà cadere nell'oblio. Se poi non sapete ciò che avvenne dopo, ascoltate il seguito che lo descriverà. 第005回 LA FESTA DELLE PESCHE · IN CUI IL GRANDE SANTO DISTURBA LA FESTA DELLE PESCHE, RUBA L'ELISIR E SI RIBELLA AL CIELO, COSTRINGENDO GLI DÈI A PERSEGUIRLO Avrete constatato che il Grande Santo Uguale al Cielo, in fondo, era davvero un macaco perverso, ignorante tanto di gerarchie e titoli mandarinali quanto di stipendi. Si era accontentato di farsi scrivere nel registro. Era accudito da mane a sera dal personale dei due servizi della sua residenza, e non si occupava d'altro che di mangiare tre volte al giorno e di dormire nel suo comodo letto. Senza impegni com'era, passava il tempo incontrando amici, passeggiando e facendo nuove conoscenze. Se incontrava uno dei tre Puri, lo chiamava venerabile; i quattro imperatori erano vostre maestà; tutti gli altri - le ventotto case, i quattro grandi re celesti, le dodici ore, i cinque vecchi dei cinque elementi, gli dèi delle varie stelle e della Via Lattea - erano semplicemente fratelli. Le sue passeggiate si dirigevano qualche volta a ovest, qualche volta a est, come una nuvola errabonda. Un giorno, a un'udienza del mattino dell'Imperatore di Giada, l'uomo vero Xu Jingyang fece un passo avanti, si prosternò e disse: "Ora abbiamo fra noi questo Grande Santo Uguale al Cielo, che non fa altro che passeggiare e scambiar visite con gli dèi delle stelle e delle costellazioni. È portato a trattare tutti su un piede di parità, senza riguardo alle gerarchie, come se tutti fossero suoi pari. Temo che dal suo ozio nasca qualche incidente. Non sarebbe opportuno dargli un'occupazione, per prevenire altre noie?" L'Imperatore di Giada lo fece immediatamente convocare. Scimmiotto arrivò tutto pimpante e chiese: "Vostra Maestà ha da darmi qualche promozione? Dite, dite!" "Vedo che non hai niente da fare e, per non lasciarti nell'ozio, voglio assegnarti delle responsabilità. Per il momento ti occuperai del Frutteto delle Pesche di Immortalità. Abbine cura!" Il grande santo se ne rallegrò, ringraziò e si ritirò con un inchino. Non stava in sé dalla voglia di ispezionare il posto, e ci entrò subito. Il dio locale del frutteto, il tudi, lo fermò e gli chiese: "Dove va vostra santità?" "L'Imperatore di Giada mi ha incaricato di occuparmi del frutteto. Sono venuto a fare un'ispezione." Il tudi gli rese omaggio e si precipitò a convocare i giardinieri che stavano zappando, annaffiando, potando e rastrellando. Vennero tutti a prosternarsi davanti al grande santo, poi il tudi lo guidò all'interno. Ecco che cosa si vedeva: L'albero splende coperto di fiori, Ritto e superbo ogni tronco, ogni ramo. Ripiega il forte ramo sotto i frutti; Come grandi ornamenti i frutti pendono, Fiori come belletto su begli occhi. Dal fiore al frutto occorrono mille anni, Ed il frutto matura in diecimila! Pesche mature hanno le guance rosse Come fanciulle che han bevuto troppo. Le acerbe vellutate e verdoline, Smorte in ombra, ma belle sotto il sole. Crescon sotto le piante erbe immortali, Petali eternamente colorati. Padiglioni leggiadri, torri snelle S'alzan fino alle nubi. Quel frutteto Non è cosa volgare, ma appartiene Dello Stagno di Diaspro alla Regina. Scimmiotto prese gusto a contemplare a lungo le meraviglie del frutteto. Poi si rivolse al dio locale: "Quante piante ci sono qui?" "In tutto tremilaseicento. Milleduecento sul davanti, a fiori piccoli e frutti che maturano in tremila anni, ora sono un po' acerbi; mangiarli dà l'immortalità e la comprensione del Tao, senza contare la buona salute e il corpo agile. I milleduecento alberi del settore di mezzo, con i fiori grandi a cascata, dànno pesche particolarmente zuccherine che maturano in seimila anni; basta mangiarne una per avere la giovinezza garantita a tempo indefinito e volare come una nuvola. Dietro si trovano altri milleduecento alberi con i frutti venati di porpora e la polpa tenera e gialla; maturano in novemila anni e rendono longevi come il cielo e la terra, o come il sole e la luna." Il grande santo ascoltava con piacere, e non se ne andò prima di avere visitato tutto minuziosamente, compresi padiglioni e gazebo. In seguito ritornò ogni tre o quattro giorni a godersi le amenità del frutteto, e diradò visite e passeggiate altrove. Un giorno, a vedere quelle belle pesche ben mature sui rami degli alberi più vecchi, gli venne una gran voglia di assaggiarle. Ma come fare, con quel dio locale, i giardinieri e il personale della residenza, che gli stavano sempre alle costole? Gli venne in mente uno stratagemma: "Vorrei schiacciare un sonnellino in questo gazebo; aspettatemi fuori." Quando gli immortali si furono allontanati, Scimmiotto si levò veste e berretto, s'arrampicò sull'albero più grande e si mise a scegliere le pesche più mature. Ne colse parecchie e ne fece l'uso che andava fatto, seduto comodamente su un ramo. Quando ne ebbe abbastanza, saltò giù, si rivestì in fretta, richiamò il suo seguito e rientrò dignitosamente alla residenza. Le pesche gli erano molto piaciute; perciò nei giorni seguenti ripeté il giochetto più volte. Una bella mattina la regina madre fece spalancare tutti i suoi preziosi padiglioni, per preparare la Festa delle Pesche sullo Stagno di Diaspro, che comportava un grande banchetto. Essa inviò le proprie figlie a cogliere le pesche, che erano la grande attrazione della festa e le davano il nome. Vennero al frutteto con i loro panieri: la signorina immortale in rosso, e quelle in blu, in bianco, in nero, in malva, in giallo e in verde. Giunte all'ingresso, le sette ragazze videro raggruppati davanti al portale il dio locale, i giardinieri e il personale dei due servizi della residenza Uguale al Cielo. Si avvicinarono timidamente: "Abbiamo ricevuto il sovrano ordine della Regina Madre di venir qui a cogliere le pesche per il banchetto." "Mi dispiace, stelline" replicò il dio locale. "Non è più come l'anno scorso: l'Imperatore di Giada ha nominato un direttore, il Grande Santo Uguale al Cielo, e noi dobbiamo fargli rapporto prima di autorizzare qualcuno a entrare." "Dov'è il grande santo?" "È in giardino, ma era stanco e si è messo a dormire in un gazebo." "Andiamo a cercarlo, per favore, non ci fate far tardi!" Il dio entrò con loro. Andarono al gazebo dei fiori, ma non trovarono nessuno. Però i vestiti c'erano. Che cosa poteva essergli accaduto? Cercarono da tutte le parti, ma inutilmente. In effetti Scimmiotto, che se l'era spassata e aveva mangiato parecchie pesche, si era mutato in omuncolo alto due pollici e dormiva su un ramo, nascosto tra le foglie. "Noi siamo venute per ordine espresso della regina" protestavano le ragazze. "Non possiamo permetterci di rientrare a mani vuote. Perché non si trova il grande santo?" "Dal momento che le graziose immortali sono venute per augusto ordine, non c'è alcun dubbio su quanto è accaduto" suggerì uno dei funzionari che si teneva in disparte. "Il nostro grande santo ha l'abitudine di passeggiare: penso che sia uscito dal frutteto per far visita a qualche amico. Le fanciulle potrebbero fare ugualmente la loro raccolta. A lui spiegheremo la situazione quando ritornerà." Le ragazze non se lo fecero ripetere, e si addentrarono fra gli alberi a cogliere le pesche. Riempirono due panieri nella parte anteriore e tre nella parte mediana; ma dovettero constatare che nella parte posteriore di pesche ce n'erano ben poche, e quelle poche - verdi e pelose - erano ancora immangiabili (le pesche mature le aveva mangiate Scimmiotto). Scrutando ramo per ramo, le ragazze finirono per scoprire su un ramo rivolto a sud un unico frutto abbastanza commestibile, per quanto più bianco che rosso. La ragazza in blu piegò il ramo verso il basso, quella in rosso colse il frutto, e il ramo fu rilasciato. Scimmiotto dormiva proprio lì. Risvegliato bruscamente dalle scosse, riprese la propria statura, tolse dall'orecchio la barra cerchiata d'oro, la ingrandì minacciosamente in un baleno e brontolò: "Da dove vengono queste diavolesse, per osare di rubare le mie pesche?" "Non vi arrabbiate, grande santo!" gridarono sgomente le sette ragazze, gettandosi tutte in ginocchio. "Non siamo spiriti maligni. La regina madre ci ha mandato a cogliere le pesche per la festa che si fa quando si spalancano i padiglioni preziosi. Prima abbiamo incontrato il dio e gli altri addetti al frutteto, che vi hanno cercato inutilmente. Temevamo di non riuscire a eseguire in tempo l'ordine che avevamo ricevuto, perciò ci siamo messe al lavoro senza aspettare vostra santità. Speriamo che ci perdonerete." A queste parole, l'irritazione di Scimmiotto svanì. Disse allegro: "Alzatevi, cocchine belle! E chi sarebbero gli invitati a questo banchetto della regina madre per l'apertura dei padiglioni preziosi?" "All'ultima festa, secondo il protocollo tradizionale, c'erano il Buddha del Paradiso dell'Ovest, i pusa, i santi monaci, gli arhat, la Guanyin del sud, il Santo Imperatore di Eminente Compassione dell'est, i venerabili immortali dei dieci continenti e delle tre isole, lo Spirito Cupo del Nord e il grande immortale dal Corno Giallo del centro. E poi i cinque anziani dei cinque orienti, gli dèi delle cinque costellazioni, i tre puri delle otto Grotte Superiori, i quattro imperatori, gli immortali celesti del Supremo Uno, l'augusto di Giada delle otto Grotte Mediane, i nove protettori, gli dèi e gli immortali dei picchi e degli oceani, il papa delle Tenebre delle otto Grotte Inferiori e gli immortali terrestri del mondo di Sotto. In pratica le divinità, importanti o insignificanti, di ogni palazzo e di ogni sala, si erano presentate tutte alla Festa delle Pesche di Immortalità." "Ci sarà un invito anche per me?" si informò Scimmiotto con il suo miglior sorriso. "Veramente, il vostro nome non è stato menzionato." "Ma io sono il Grande Santo Uguale al Cielo! Perché la riunione non dovrebbe essere onorata dalla presenza del vecchio Scimmiotto?" "Noi conosciamo solo le regole del banchetto precedente. Non sappiamo che cosa si farà questa volta." "Giusto, non è colpa vostra. Aspettatemi qui, belle figliole, mentre vado in cerca di notizie per sapere se sono invitato." Fece i suoi passaggi, recitò la formula e, rivolto verso le ragazze, gridò: "Ferme! Non muovetevi!" Aveva usato il procedimento che immobilizza le persone: le sette immortali rimasero immobili sotto i peschi, con gli occhi fissi davanti a sé, mentre il grande santo balzava su una nuvola di buon augurio e correva a tutta velocità verso lo Stagno di Diaspro. In breve era già in vista dei muri di cinta e degli edifici. Su nel cielo radioso passano senza fine Le nuvole dorate. Vibra nei nove cieli Il grido delle gru. Appare un immortale Con il viso gioviale, l'andatura un po' strana. Alla propria cintura reca appesi registri. Alla festa si reca. Così suona il suo nome: Grande Immortale dai Piedi Nudi. Avvicinandosi all'Immortale dai Piedi Nudi, Scimmiotto andava architettando uno stratagemma per levarselo di torno, affinché non lo tradisse mentre si introduceva di soppiatto alla festa. Gli chiese: "Dove andate, caro amico?" "Vado alla lieta Festa delle Pesche di Immortalità, su gentile invito della regina madre." "Sappiate che l'Imperatore di Giada mi ha incaricato di avvertire tutti gli invitati di passare prima dalla Sala della Penetrazione Illuminante, per addestrarsi al cerimoniale prima di unirsi al banchetto. Ha incaricato me, perché la capriola nelle nuvole mi permette di battere chiunque in velocità." Il grande immortale gli credette sulla parola - perché era una persona generosa e senza malizia - ma si meravigliò un po': "Ci si è sempre addestrati allo Stagno di Diaspro. Perché passare prima dalla Sala della Penetrazione Illuminante?" Comunque girò la sua nuvola nella direzione della sala. Da parte sua, Scimmiotto recitò una formula, si diede una scossa e si metamorfosò appunto in questo Immortale dai Piedi Nudi. Si affrettò quindi verso lo Stagno di Diaspro, raggiunse i padiglioni preziosi, scese dalla nuvola ed entrò circospetto. Si vedevano Salire in spirale fragranze preziose, Stagnare vapori di buona speranza. Colori e profumi si alleano alla festa. Tra fiori dorati e puri pistilli Fenici compongono mai viste figure. Le nuvole rosse sul gran paravento, Sgabelli sottili dagli otto tesori, I tavoli d'oro e seta cangiante, Bei fiori nel verde in vasche di giada. La tavola offriva i piatti più rari: Di drago c'è il fegato, dell'orso la zampa, E della fenice è offerto il midollo Con labbro di scimmia. Sapori preziosi! Tutto era disposto con grandissima cura, ma nessuno degli invitati era ancora arrivato. Scimmiotto non si saziava di curiosare dappertutto, quando un delizioso profumo di vino gli solleticò il naso. Girando il capo, vide nel lungo portico adiacente all'edificio, sulla destra, vari addetti alla fabbricazione e gli uomini di fatica che macinavano il malto. C'erano portatori d'acqua, addetti al fuoco, addetti a lavare le giare e strofinare i vasi, mentre il prezioso liquido si formava dalla fermentazione come un succo di giada, odoroso e torbido. Il gran santo aveva l'acquolina in bocca, tanto che gliene sfuggiva un filo dalle labbra; ma come sbarazzarsi di tutti quegli importuni? Ricorse a uno dei suoi trucchi: si strappò alcuni peli, li masticò e li sputò intorno gridando: "Trasformatevi!" Essi si trasformarono in tante piccole mosche del sonno, che volarono tutte sul volto a quella gente. Ed ecco che le mani diventano molli, le teste si reclinano, le palpebre si abbassano irresistibilmente e gli occhi si chiudono: tutti abbandonano il loro lavoro e si addormentano. Scimmiotto si mise all'opera, abboffandosi di piatti squisiti e di rarissime vivande; poi passò nel portico, si insinuò tra giare e vasi, e si mise a bere come lo scarico di un lavandino. Quando, a tempo debito, si trovò finalmente sazio e ubriaco fradicio, cercò come poteva di raccogliere le idee: "Così non va. L'ho fatta grossa! Gli invitati arriveranno da un momento all'altro, e saranno guai: se la prenderanno con me. Se mi acchiappano, come ne uscirò? Mi conviene filarmela e tornare a dormire a casa mia." E bravo Scimmiotto! Barcollando, zigzagando, urtando in ogni spigolo, con le sole forze che gli venivano dall'alcool ingoiato, prese subito la strada sbagliata: non verso casa sua, ma verso il Palazzo del Paradiso dei Beati. Quando se lo trovò davanti, si accorse dello sbaglio: "Il Palazzo dei Beati è sopra il trentatreesimo cielo, nel paradiso di chi ha abbandonato ogni risentimento, dove abita l'altissimo signore Laozi: come è capitato qui? Tanto meglio. Ho sempre avuto voglia di fare una visita al buon vecchietto, e questa è la prima occasione che mi capita: ne approfitterò." Si aggiustò l'abito ed entrò senza bussare. Dentro non c'era nessuno. Laozi era impegnato nel giardino dietro casa in una predica sul Tao, in compagnia del vecchio Buddha Infiamma Lampade. La gente di casa e altri, immortali, ufficiali, garzoni, mandarini e funzionari di ogni specie, stavano tutti ritti in piedi ad ascoltare intorno al pulpito. Esplorando la casa deserta, Scimmiotto giunse nel laboratorio in cui si preparava il cinabro: il fuoco ardeva nel forno e intorno erano disposte cinque zucche piene di cinabro d'oro già pronto. "Questo è il tesoro supremo degli alchimisti dell'immortalità" si disse Scimmiotto, rallegrandosi. "Fin da quando ho compreso il Tao e penetrato la ragione dell'identità dell'interno e dell'esterno, volevo fabbricare anch'io cinabro d'oro per soccorrere l'umanità sofferente, ma non ho mai avuto tempo. È il destino che mi ha fatto capitare qui. Approfittiamo dell'assenza di Laozi per assaggiarne qualche pillola e sentire che sapore ha." Rovesciò con uno scapaccione le zucche, che versarono il loro contenuto sul pavimento, e ingoiò tutto il cinabro a manciate, come se fossero noccioline. L'elisir di cui si era ingozzato disperse subito i fumi del vino; ridivenne lucido a un tratto: "Se l'Imperatore di Giada viene a sapere che cosa ho fatto, mi procurerà tutti i guai che potrà. Gambe! È meglio che me ne torni di Sotto, nel mio piccolo regno." Uscì di corsa dal Palazzo dei Beati e, per far perdere le tracce, fece un lungo giro e lasciò il Cielo dal portale ovest, utilizzando a ogni buon conto anche il procedimento che rende invisibili. Diresse la sua nuvola verso il Monte di Fiori e Frutti, e presto vide sventolare bandiere e stendardi, e scintillare alabarde e partigiane: i quattro comandanti e i re diavoli delle settantadue caverne guidavano le solite esercitazioni militari. Il grande santo gridò: "Figlioli, eccomi qua!" Scimmie e mostri lasciarono cadere le armi e si prosternarono esclamando: "Vostra santità prende le cose alla leggera! Ci ha piantato in asso per un bel pezzo, senza nemmeno dar notizie." "Non esageriamo, non è stato un tempo così lungo." Entrarono nella grotta, che i quattro comandanti mantenevano ben pulita. Dopo saluti e prosternazioni, gli chiesero: "Quale alta posizione è poi stata accordata a vostra santità in questi centodieci anni?" "Veramente mi pareva che non fossero trascorsi nemmeno sei mesi." "Vostra santità dimentica sempre che un giorno in cielo è un anno in terra." "Comunque devo dire che questa volta l'Imperatore di Giada mi ha conferito davvero il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo, e mi ha fatto costruire la residenza Uguale al Cielo. Era molto confortevole e includeva anche due servizi, quello di Pace e Tranquillità e quello di Animo Inalterabile, con i loro funzionari e impiegati. Poi, vedendomi inoperoso, mi ha affidato la sorveglianza del frutteto delle Pesche di Immortalità. Da ultimo, visto che la regina madre non mi aveva invitato alla grande Festa delle Pesche, ci sono andato per conto mio e mi sono mangiato tutti i loro piatti immortali. Venendo via ho fatto confusione e sono finito per sbaglio in casa del signore Laozi; lì ho svuotato le sue zucche. A questo punto ho preferito sloggiare, perché temo che l'Imperatore di Giada se la prenda a male." Scimmie e mostri si rallegrarono molto e prepararono un grande banchetto di benvenuto. Presentarono a Scimmiotto una tazza di pietra colma di vino di palma, ma quando lo assaggiò fece una smorfia mostrando i denti: "È spaventoso! Che schifo!" "Il fatto è che vostra santità si è abituato a cibi e bevande degli immortali in paradiso" gli fecero notare i comandanti Beng e Ba. "Ecco perché il vino di palma non è più di vostro gusto. Ma, come dice il proverbio, soddisfi o no le attese, è il vino del tuo paese." "Anche voi, soddisfacciate o no le attese, siete del mio paese. Mentre trincavo stamane, allo Stagno di Diaspro, ho visto nel grande portico un bel po' di giare e bottiglie piene di quella divina ambrosia che non avete mai assaggiato. Aspettate che vado a sgraffignarne qualche bottiglia, perché possiate berne tutti un bicchiere. Vi darà lunga vita senza mai invecchiare." Le scimmie erano entusiaste. Il grande santo uscì dunque dalla grotta e, con una capriola, ritornò alla Festa delle Pesche, utilizzando il procedimento che rende invisibili. Si intrufolò nel Palazzo dello Stagno di Diaspro e constatò che preparatori, macinatori di malto, portatori d'acqua e fuochisti continuavano a ronfare pacificamente. Afferrò due bottiglioni e se li mise sotto le ascelle, altri due nelle mani, fece dietro-front e ritornò dalle sue scimmie. Ebbero così l'occasione di celebrare una festa del vino di immortalità, in cui ciascuno vuotò diversi bicchieri. Ma lasciamoli ai loro passatempi. Ritorniamo alle sette fanciulle immortali, paralizzate dalla magia di Scimmiotto, che riuscirono a liberarsi solo in capo all'intera giornata. Ripresero i loro panieri e ritornarono dalla regina madre. Riferirono: "Il Grande Santo Uguale al Cielo ha usato la magia per trattenerci: perciò siamo tanto in ritardo." "Quante pesche avete colto?" chiese la regina madre. "Due panieri di pesche piccole e tre di medie. Delle pesche grandi del settore posteriore non ne sono rimaste: deve averle rubate e mangiate il grande santo. È comparso all'improvviso proprio mentre ne cercavamo. Si è comportato da villano, ci ha minacciate, e poi ci ha chiesto chi erano gli invitati al banchetto. Quando gli abbiamo raccontato chi aveva partecipato all'ultima festa, ci ha immobilizzate e se n'è andato chissà dove. Siamo riuscite a liberarci solo adesso." A queste parole, la regina madre corse dall'Imperatore di Giada. Mentre lo metteva al corrente dell'incidente, si presentarono i mandarini che sorvegliavano la squadra dei vinificatori. Venivano a riferire quanto segue: "Un infame individuo ignoto si è permesso di sconvolgere i preparativi della grande Festa delle Pesche di Immortalità, rubando a man salva l'ambrosia succo di giada, che ha bevuto quasi tutta, e i cibi, che ha mangiato o guastato." Poi fu la volta dei quattro grandi precettori celesti, che annunciarono l'arrivo del supremo patriarca del Tao. L'Imperatore di Giada e la regina madre uscirono subito per riceverlo. Dopo aver presentato i suoi rispetti, Laozi espose il motivo della visita: "Il vostro umile vecchio prete aveva elaborato, nel suo palazzo, un po' di cinabro d'oro nove volte trasmutato, in vista della grande Festa del Cinabro Primordiale che Vostra Maestà dovrà presiedere. Ho il dolore di informare Vostra Maestà che esso è stato inopinatamente rubato." L'Imperatore di Giada era annichilito. Poco dopo vennero i funzionari della residenza Uguale al Cielo. Si prosternarono e, fronte a terra, annunciarono: "Il grande santo non esercita più le sue funzioni: ieri era uscito a passeggio e non lo si è più rivisto. Non sappiamo nemmeno da quale parte si sia diretto." La perplessità dell'Imperatore di Giada raggiunse il colmo. Infine fu la volta del Grande Immortale dai Piedi Nudi, che a sua volta si prosternò e disse: "Ieri il vostro servitore, mentre accorreva all'invito della regina madre, ha incontrato il Grande Santo Uguale al Cielo. Mi ha detto di essere stato incaricato da vostra maestà di indirizzarci alla Sala della Penetrazione Illuminante, per addestrarci nel cerimoniale prima di raggiungere la sede della festa. Ho fatto come mi aveva detto ma, giunto alla Sala, non ho visto i carri e le vetture di vostra maestà. Perciò mi sono affrettato a ritornare qui per ricevere istruzioni." L'Imperatore di Giada era fuori di sé: "Quel pirata arriva a dare ordini falsi a mio nome e si burla dei miei saggi ministri! Che il Maestro di Perspicacia del servizio di ispezione me lo scovi!" L'ufficiale uscì immediatamente dalla sala per ottemperare agli ordini, svolgendo una vasta inchiesta che gli permise di raccogliere tutti i particolari. Ritornò a presentare il suo rapporto: "L'autore di tutti i crimini non è altri che il Grande Santo Uguale al Cielo." E presentò una completa ricostruzione dei fatti. Furente, l'Imperatore di Giada spedì i quattro re celesti con la missione di catturare senza fallo il pernicioso individuo e di assicurarlo alla giustizia. Essi dovevano collaborare con il re celeste Li e il principe Nata, che organizzarono una mobilitazione generale: le ventotto costellazioni, i nove luminari, le dodici ore, i rivelatori di verità dei cinque orienti, i quattro protettori del tempo, le costellazioni dell'est e dell'ovest, le divinità del nord e del sud, quelle dei cinque picchi e quattro fiumi, tutti i corpi celesti del cielo. In tutto centomila guerrieri, che dispiegarono diciotto reti celesti e disposero altrettante nasse terrestri sul mondo di Sotto, accerchiando strettamente il Monte di Fiori e Frutti. L'immensa armata fu mobilitata seduta stante. Che spettacolo la sua partenza! Da turbini di vento l'atmosfera è oscurata, Una bruma giallastra si stende sulla terra. Mille sante coorti discendono nel mondo Per la perversa scimmia che va sfidando il cielo. I quattro re del cielo sono l'alto comando, Cinque rivelatori conducono i rinforzi. Il comandante al centro è Li Porta Pagoda Ed il feroce Nata cammina all'avanguardia. Râhu il Divoratore in testa fa l'appello; E Ketu, la Cometa, dietro chiude la marcia. Galvanizza le anime la stella della notte, Il sole risplendente fuoco e fiamma sprigiona, Son guerrieri invincibili i cinque elementi in lotta, I nove luminari amano la battaglia. Le ore, poderose combattenti del cielo, Sono schierate accanto a cinque epidemie. Di notte e giorno marciano, schierati sei per sei; Draghi dei quattro fiumi separan l'alto e il basso. Ranghi serrati seguono delle ventotto case: Jue, Kang, Di e Fang comandano, Con Kui, Lou, Wei ed Ang. Fan rotear le lance le schiere minacciose, Ed eccole che sbarcan dalle nubi sulla terra E dispongono il campo di fronte all'avversario. Lo dicono anche i versi: Nata dal cielo, scimmia portata ad imitare E ladra di cinabro riposa nella grotta. Ma per aver turbato la Festa delle Pesche Centomila guerrieri le tendono una nassa. Il re celeste Li impartì l'ordine di mettere il campo e di circondare il Monte di Fiori e Frutti, così stretto da non lasciar filtrare nemmeno una goccia d'acqua. Spiegate le diciotto reti celesti e le nasse terrestri, i nove feroci luminari si fecero avanti per ingaggiare battaglia. Le loro truppe avanzarono sull'ingresso del covo, dove giocava e saltava una banda di scimmie grandi e piccine. "Mostriciattoli!" gridò con voce di tuono un ufficiale, "dov'è il vostro grande santo? Siamo dèi che hanno ricevuto dall'alto la missione di catturare il ribelle: andate immediatamente a dirgli di sottomettersi. Se osa esprimere il minimo dubbio, sarete tutti sterminati." Spauriti, i mostriciattoli corsero dentro a riferire l'intimazione: "Disgrazia! Catastrofe! Ci sono fuori nove divinità ferocissime, mandate dal cielo a catturare vostra santità." Il grande santo continuava a spartire l'ambrosia di immortalità, in ripetute libagioni, con i quattro comandanti e i re diavoli delle settantadue grotte. Alla notizia, prese un'aria olimpica: "Beviamo, amici, finché basta il vino; ed il resto lasciamolo al destino." Prima che finisse la frase, arrivarono trafelate altre scimmie che strillavano: "Le nove divinità feroci ci coprono di parolacce e cercano di venire alle mani!" Scimmiotto ci rise sopra: "Non badate a quella gente. Sol nel vino e nei versi trovi dolce riposo; seguir la fama è invece mestiere faticoso." Nuova ondata di scimmie: "I nove dèi feroci hanno sfondato la porta e vengono avanti!" "Che maleducati!" esclamò questa volta Scimmiotto arrabbiato. "Bisogna insegnargli le buone maniere. Io non gli ho mai rotto le tasche; perché vengono a disturbarmi a casa mia?" Ordinò al re diavolo unicorno di schierare i settantadue capi caverna, mentre lui e i quattro comandanti si sarebbero tenuti alla retroguardia. Il re diavolo avanzò impetuoso ma, preso in un'imboscata all'altezza del ponte di liste di ferro, non riuscì nemmeno a raggiungere l'uscita. Il grande santo si gettò in mezzo alla mischia urlando: "Fatevi da parte!" e in un attimo ingrandì la sua sbarra di ferro al diametro di una tazza e alla lunghezza di dodici piedi. Spezzò l'accerchiamento e si spinse avanti. Nessuno dei nove luminari osava affrontarlo; per il momento batterono in ritirata. Tornati all'aperto, riordinarono i ranghi e lo apostrofarono: "Miserabile equipuzio, che non sai niente della vita e della morte! Ti sei reso colpevole dei dieci misfatti più orribili: hai rubato le pesche, poi il vino, gettato nel caos la Grande Festa delle Pesche e aggravato la tua posizione con il furto dell'elisir di nostro signore Laozi. E non è tutto: ti sei portato a casa l'ambrosia, per godertela a tuo piacere. Questo è accumulare crimine su crimine, non lo sai?" "I fatti che dite sono effettivamente avvenuti. È tutto vero. Ma voi, adesso, che cosa ci potete fare?" replicò Scimmiotto ridendo. "Noi abbiamo ricevuto dall'Imperatore di Giada l'ordine, più prezioso dell'oro, di condurre qui le armate per catturarti. Arrenditi subito, se vuoi risparmiare la vita di queste creature. Altrimenti la montagna sarà rasa al suolo e la grotta scoperchiata." "Che dèi compassionevoli!" disse Scimmiotto che si sentiva crescere la collera. "Su quale potenza magica potete far conto, per dire tutte queste scemenze? State lì e non scappate, che vi faccio assaggiare il mio bastone." I nove si lanciarono avanti tutti insieme, ma il Bel Re Scimmia, imperturbabile, si mise a roteare il randello dagli anelli d'oro, coprendosi a destra, parando a sinistra, così a lungo e così bene che alla fine i nove luminari ne furono spossati. L'uno dopo l'altro trovarono scampo nella fuga, trascinandosi dietro le armi che non riuscivano più a brandire. Si precipitarono nella tenda del capo del corpo d'armata centrale, per riferire al re Porta Pagoda: "L'intrepidità del re scimmia è incredibile. Non siamo riusciti a tenergli testa, ci ha battuto." Li Porta Pagoda ordinò ai quattro comandanti e alle ventotto case di congiungere le forze e dar battaglia. Senza perdere il sangue freddo, Scimmiotto fece schierare in ordine di battaglia davanti alla grotta il re diavolo unicorno, i re delle settantadue caverne e i suoi quattro comandanti. Che mischia spaventosa! Guardate un po': Soffia il vento su questa strana bruma. Sventolan gli stendardi colorati, Brillano minacciose le alabarde, Brulican elmi, dilagan corazze. Raggi di sole sopra gli elmi incidono Come colpissero pietre sonore. Le corazze d'argento al sole brillano Come un fiume di ghiaccio. Larghe sciabole Come lampi nel cielo. Lance pallide Perforano le nuvole. Foreste Di alabarde e rotondi mazzafrusti Come frutti chiodati. Spade e vanghe Coi loro ferri fanno sbarramento. Le frecce di archi curvi e di balestre Uccidono e feriscon torno torno. Il grande santo rotea la sua sbarra. E fu tanto feroce questa lotta Che gli uccelli scomparvero, ed i lupi E le tigri si corsero a nascondere. Da sabbia e pietre fu oscurato il mondo, Botti da far tremare l'universo! La battaglia, iniziata all'alba, continuò con mischie confuse finché il sole scomparve dietro le colline dell'ovest. Il diavolo unicorno e quelli delle settantadue caverne furono tutti catturati dagli dèi; riuscirono a scappare solo i quattro comandanti e la loro armata di scimmie, che si rifugiarono in fondo alla Grotta del Sipario Torrenziale. Ma il grande santo continuava a tener testa, da solo, alle quattro grandi divinità guardiane del Cielo, a Li Porta Pagoda e al principe Nata. Combattevano per aria da un bel pezzo, quando Scimmiotto, constatando che il cielo scuriva, si strappò un pelo, lo masticò, lo sputò intorno e gridò: "Trasformatevi!" Allora centinaia e migliaia di grandi santi, tutti armati di randelli dagli anelli d'oro, respinsero il principe Nata e misero in rotta i cinque re celesti. Scimmiotto, vittorioso, ricuperò il suo pelo e fece dietro-front per mettersi al riparo nella grotta. Al ponte delle liste di ferro gli si fecero incontro i quattro comandanti e le loro truppe. Si prosternarono ed emisero prima tre grandi gemiti, poi scoppiarono a ridere tre volte. "Che cosa vi succede?" chiese Scimmiotto. "Perché, quando mi avete visto, vi siete messi prima a piangere e poi a ridere?" "Nei combattimenti di stamane sono stati catturati il re diavolo unicorno e tutti quelli delle settantadue caverne" spiegarono i quattro comandanti. "Solo noi siamo riusciti a sfuggire: non è il caso di piangere? Ma non è anche il caso di manifestare gioia, vedendo che vostra maestà è ritornata vittoriosa e indenne?" "Vittorie e sconfitte sono la sorte del soldato" rispose Scimmiotto. "Come dicevano gli antichi, per diecimila dei loro, tremila dei nostri. E poi i capi catturati sono tigri, leopardi, lupi, tassi, daini, volpi. Della nostra razza non c'è nemmeno un ferito. Comunque, ora non c'è tempo di disperarsi. Li ho respinti con la magia che moltiplica i corpi, ma il loro campo resta dov'era, ai piedi della montagna. Dobbiamo montare una guardia attentissima, mangiare a sazietà e dormir bene per ricuperare tutte le energie. All'alba vedrete che begli scherzetti farò, per impadronirmi di questi generali celesti e per vendicarvi." I quattro comandanti e la truppa delle scimmie si sentirono rassicurati e vuotarono qualche tazza di vino di palma prima di coricarsi. Lasciamoli dormire. Quando i grandi re celesti, alla fine del combattimento, ebbero riordinato le truppe, ciascuno fece rapporto sui propri successi: gli uni avevano catturato tigri e leopardi, gli altri leoni ed elefanti, oppure lupi e volpi; ma fra i prigionieri non c'era una sola scimmia. Il campo fu spostato in luogo più forte e protetto con alte palizzate. Gli ufficiali che avevano riportato successi furono ricompensati; si ordinò ai soldati che vigilavano sulle reti celesti e le nasse terrestri di mantenere lo stretto accerchiamento della montagna, agitando campanelli e gridandosi parole d'ordine; non restava che attendere la grande battaglia dell'indomani. Ciascuno eseguiva con diligenza la consegna ricevuta. Insomma: La scimmia perversa turbò cielo e terra, Ma ormai giorno e notte la rete la serra. Se poi non sapete come si sistemarono le cose il giorno dopo, venite ad ascoltare il seguito, che lo racconterà. 第006回 COLPO DI GRAZIA DI LAOZI · IN CUI GUANYIN SI RECA AL BANCHETTO PER INFORMARSI DEGLI INCIDENTI ED ERLANG, IL PICCOLO SANTO, RIESCE A SOTTOMETTERE IL GRANDE. Abbandoniamo per un momento il grande santo e gli dèi occupati ad assediarlo. Parliamo della compassionevolissima e piissima salvatrice del monte Potalaka nei mari del Sud, l'efficacissima Guanyin, grande liberatrice dalla sventura e dalle difficoltà. Anch'essa rispose all'invito della regina madre alla grande Festa delle Pesche di Immortalità, in compagnia del suo eminente discepolo, il novizio Hui'an, e si recò ai padiglioni preziosi sullo Stagno di Diaspro, dove trovò tutto nella desolazione e nel disordine. Immortali in giro ce n'erano, ma nessuno si era seduto; tutti discutevano e gesticolavano in capannelli. Quando ebbe salutato tutti e si fu fatta raccontare l'accaduto, suggerì: "Dal momento che non si può fare una festa in cui scambiarci le coppe, venite con me a trovare l'Imperatore di Giada." Gli immortali la seguirono con sollievo. Davanti alla Sala della Penetrazione Illuminante la aspettavano i quattro grandi precettori celesti, l'Immortale dai Piedi Nudi e parecchi altri, che le riferirono come l'Imperatore di Giada si fosse infuriato e avesse inviato le truppe celesti alla cattura dell'essere perverso; sfortunatamente, le truppe non erano ancora ritornate. "Vorrei incontrare l'Imperatore di Giada" disse Guanyin. "Mi fareste la cortesia di annunciarmi?" Il precettore celeste Qiu Hongji entrò nella Sala delle Nuvole Misteriose e ne uscì subito per annunciarle che era attesa. Il signore Laozi, l'altissimo, sedeva al posto d'onore con la regina madre alle sue spalle. Guanyin entrò con la folla che l'aveva seguita. Presentò i suoi omaggi all'Imperatore di Giada, salutò Laozi e si sedette. "Com'è riuscita la nostra magnifica Festa delle Pesche di Immortalità?" chiese. "Ogni anno ne facciamo la nostra gioia" rispose l'Imperatore di Giada. "Ma questa volta è stata una grande delusione, per colpa di quel macaco perverso e dei suoi saccheggi." "Da dove viene questa odiosa scimmia?" "È nata da un uovo di pietra del Monte di Fiori e Frutti, nel paese di Aolai. Quando nacque, i suoi occhi gettarono un raggio che raggiunse la Residenza della Stella Polare. Da principio non gli avevamo fatto attenzione, ma ha finito per diventare uno spirito pericoloso, che sottomette draghi e tigri. Andò persino a cancellare il suo nome dal registro dei morti. I re draghi e Yama, il giudice infernale, me ne fecero rapporto. Volevo farlo catturare, ma la Stella di Lunga Vita mi fece notare che, nei tre mondi, tutti gli esseri dotati di nove aperture sono in grado di diventare immortali. Perciò gli concessi il beneficio di essere rieducato per raggiungere la saggezza, convocandolo nel nostro mondo di Sopra e conferendogli il posto di equipuzio nel servizio delle stalle imperiali. Ma quel brigante trovò il posto troppo poco importante, e si ribellò. Inviai subito Li Porta Pagoda e il principe Nata a sottometterlo e riportarlo qui; fui conciliante e gli concessi il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo, un posto senza emolumenti. Dal momento che non aveva niente da fare e bighellonava tutto il giorno, perché non mi combinasse altri disordini, lo incaricai di occuparsi del frutteto delle pesche. Ma ancora una volta si è mostrato indisciplinato: ha rubato tutte le pesche degli alberi più vecchi per mangiarsele. E così si arriva a quest'ultimo banchetto. Lui non è stato invitato, perché fa parte del personale senza stipendio. Allora trova il modo di burlarsi dell'Immortale dai piedi Nudi, ne assume l'aspetto e divora cibi e bevande destinati al banchetto. Ruba l'elisir di Laozi e si porta via un bel po' di ambrosia, che si va a bere con le scimmie sulla sua montagna. È una cosa molto preoccupante; perciò ho mobilitato centomila uomini con reti e nasse per catturarlo, ma non so come procedono le operazioni." A queste parole Guanyin ordinò al novizio Hui'an: "Per favore, scendi subito al Monte di Fiori e Frutti a informarti della situazione militare. Se ci sono combattimenti in corso, puoi dare una mano. In ogni caso, qui abbiamo bisogno di notizie precise." Il novizio Hui'an si aggiustò l'abbigliamento, impugnò una canna di ferro, salì su una nuvola, uscì dal portale più vicino e si diresse al monte. Reti e nasse erano disposte in modo da non lasciar passare una goccia d'acqua, mentre le sentinelle si gridavano parole d'ordine e sonavano campanelle. Hui'an si fermò e si rivolse a una sentinella: "Fatemi il favore di annunciarmi: sono il principe Moksa, secondo figlio del re celeste Li, e sono il principale discepolo di Guanyin dei mari del sud. Il mio nome in religione è Hui'an. Sono stato inviato espressamente per informarmi sulla situazione militare." I soldati celesti dei cinque picchi sacri trasmisero la notizia al campo, e le costellazioni del Topo, del Gallo, del Cavallo e della Lepre la recarono senza indugio alla tenda del comando centrale. Il re celeste Li trasmise il segnale che ordinava di aprire le reti e di far passare. Intanto l'oriente incominciava a illuminarsi. Hui'an seguì il plotone al campo e andò a prosternarsi davanti a suo padre e agli altri quattro re celesti. "Da dove vieni, figliolo?" "Il vostro stupido figlio accompagnava la pusa alla Festa delle Pesche. Quando essa ha visto la devastazione di quel magnifico banchetto e la desolazione dello Stagno di Diaspro, ci ha condotti dall'Imperatore di Giada. Egli ci ha spiegato come vi aveva incaricato di scendere a catturare la scimmia perversa. Poiché si era senza notizie e non si aveva idea a che punto fossero le operazioni, la pusa mi ha chiesto di venir qui a constatare come vanno le cose." "Dopo che ieri avevamo posto il campo, i nove luminari hanno ingaggiato battaglia, ma quel brigante ha usato così bene i suoi poteri magici che li ha messi in fuga. Poi ho condotto personalmente le truppe contro di lui. Anche questa volta ha dato prova di una forza considerevole. Abbiamo attaccato in centomila, fino a sera; alla fine si è protetto la ritirata con il procedimento che moltiplica i corpi. Quando abbiamo raccolto le truppe e fatto i conti dei risultati, abbiamo constatato che avevamo catturato solo lupi, tigri e leopardi, ma non una sola scimmia. Oggi la battaglia non è ancora ripresa." Mentre Li Porta Pagoda parlava, un uomo si affacciò all'ingresso per annunciare: "Là fuori il grande santo getta grida di guerra e si tira dietro la sua banda di scimmie." Mentre i quattro re celesti discutevano il piano d'attacco con Li e il principe Nata, il secondo figlio Moksa propose: "Padre, ho avuto la consegna di chiedere notizie, ma la pusa ha detto che una mano la potevo dare. Al vostro figlio senza talento piacerebbe di partecipare ai combattimenti, e farsi un'idea più chiara di che stoffa sia questo grande santo." "Ragazzo, suppongo che tu abbia imparato qualcosa in tutti questi anni trascorsi con Guanyin; ma tieni gli occhi aperti!" Che principe in gamba! Si aggiustò la tunica ricamata e balzò fuori dal campo, roteando la sbarra di ferro e gridando con voce forte e chiara: "Chi è il Grande Santo Uguale al Cielo?" "Sono io, il vecchio Scimmiotto!" rispose il grande santo brandendo il randello A Piacer Vostro. "E tu che chiedi, chi sei?" "Sono Moksa, secondo figlio del re celeste Li, in religione Hui'an, discepolo di Guanyin e difensore della legge presso il suo trono prezioso." "A che pro mi sei venuto a trovare, invece di proseguire i tuoi studi nei mari del Sud?" "In effetti ero venuto soltanto per chiedere notizie, ma a vederti così scatenato nella sedizione ho cambiato idea, e conto proprio di catturarti." "Pretendi più di quello che puoi fare. Non andartene, se vuoi assaggiare il mio bastone!" Moksa si avanzò intrepido, opponendo a due mani la sua sbarra di ferro. Si affrontavano sul pendio davanti al campo, e fu uno scontro memorabile: Armi simili, ma guerrieri diversi: L'una sei dèi forgiaron giorno e notte Al risuonare di mille martelli, L'altra di tutti i mari sondò il fondo. È l'uno il grande santo fuorviato, Mentre l'altro è il seguace di Guanyin. Fra i contendenti oscilla la battaglia. Questa sbarra, in mani agili, è letale E si abbatte più rapida del vento. L'altra riempie lo spazio roteando, Para ogni colpo. Le bandiere sventolano Al rullar dei tamburi. Son migliaia I guerrieri accalcati ad osservare, E migliaia le scimmie della grotta. Cala nebbia sinistra; oggi anche l'aria È nociva. Se ieri la battaglia Fu ben dura, oggi è peggio. Ma guardate Questa forza tenace che non cede: Anche Moksa, alla fine, è posto in fuga! Al cinquantesimo o sessantesimo scontro, Hui'an si sentì braccia e spalle così indolenzite che non poté reggere più a lungo l'avversario: fece un'ultima finta, si disimpegnò e volse le spalle in fuga. Scimmiotto se ne tornò dalle sue scimmie e le dispose ordinatamente a guardia della grotta. Davanti al campo dei re celesti, i soldati si fecero incontro al principe per aprirgli la via fino alla tenda del comando, dove giunse ansimante e sfiatato: "Che valoroso combattente, quel grande santo! E che formidabili poteri magici! Vostro figlio non è riuscito a tenergli testa e ritorna anche lui sconfitto." Che delusione per Li Porta Pagoda! Fece subito redigere una richiesta di rinforzi e la affidò al re diavolo Granforzuto e al principe Moksa. I due attraversarono subito gli sbarramenti e, con le loro nuvole, raggiunsero in un istante la Sala della Penetrazione Illuminante, da cui i quattro grandi precettori celesti li introdussero nella Sala delle Nuvole Misteriose. Là fu consegnata la richiesta di Li. Intanto Hui'an passò a salutare Guanyin, che chiese: "Ti sei informato? Come vanno le cose?" "In conformità dei vostri ordini, mi sono recato al Monte di Fiori e Frutti; mi sono fatto aprire un passaggio attraverso gli sbarramenti e ho spiegato a mio padre a quale scopo ero stato inviato. Mi ha precisato che durante la battaglia del giorno precedente non avevano catturato scimmie, ma solo tigri, leoni, leopardi e simili. Mentre parlavamo, il nemico è uscito per ingaggiare battaglia. Il vostro discepolo lo ha affrontato in una sessantina di scontri, senza riuscire a prevalere. Ho dovuto fuggire e ritornarmene al campo. Perciò mio padre mi ha inviato con Granforzuto a chiedere rinforzi." Guanyin abbassò il capo riflettendo. Intanto l'Imperatore di Giada aveva aperto il dispaccio. Vedendo che si trattava di una domanda di rinforzi, si mise a ridere nervosamente: "Ma non è possibile! Come fa questa scimmia a tener testa a centomila uomini? Per di più Li vuole dei rinforzi: e io dove li vado a prendere?" In quel momento gli si presentò Guanyin, giungendo le mani, e gli suggerì: "Vostra Maestà si rassicuri. So io chi può catturare quel macaco." "E chi sarebbe?" "Vostro nipote Erlang, il Vero Signore di Illustre Santità, che risiede nell'Isola delle Libagioni, alla foce del fiume che ha lo stesso nome, e vi riceve le offerte del mondo di Sotto. Ha abbattuto otto mostri in una volta. Inoltre può contare sui suoi fratelli del Monte dei Susini e su milleduecento divinità con la testa vegetale, che hanno immensi poteri magici. Ma credo che non risponderebbe a una semplice convocazione; ci vorrà un ordine di mobilitazione. Promulgate un decreto che chieda il suo intervento, e il mostro sarà catturato." L'Imperatore di Giada seguì il consiglio e inviò Granforzuto a notificare il decreto di mobilitazione. Montato su una nuvola, il re diavolo si recò alla foce del Fiume delle Libagioni. In meno di un'ora giunse al tempio del vero signore Erlang. Il giudice fantasma di turno alla porta andò ad annunciare: "C'è un messo celeste che porta un editto imperiale." Erlang e i fratelli si fecero incontro al messaggero per ricevere l'editto, che lessero rispettosamente ad alta voce mentre si bruciava incenso. Sua Maestà scriveva: La scimmia perversa del Monte di Fiori e Frutti si è ribellata. Ha rubato nel nostro palazzo pesche, vino ed elisir, e ha disturbato la Grande Festa delle Pesche. Abbiamo inviato centomila uomini e accerchiato il suo covo per catturarlo, ma non ci siamo ancora assicurati il successo. Ordino al mio saggio nipote e ai suoi fratelli giurati di darci manforte per distruggerlo. Chi compirà l'impresa riceverà promozioni e alte ricompense. Erlang, contento, rispose: "Ritornate pure, messo del cielo. Interverrò immediatamente." Il messaggero se ne andò. Erlang si rivolse ai suoi sei fratelli del Monte dei Susini, i marescialli Kang, Zhang, Yao e Li, e i generali Guojia e Zhijian, e propose loro: "Andiamo e ritorniamo insieme da questa spedizione!" I fratelli approvarono allegramente. Senza perdere tempo, passarono in rivista le truppe e attraversarono l'oceano orientale sulle ali di una violenta bufera, con falconi ammaestrati, cani al guinzaglio, archi e balestre tese. Giunti al Monte di Fiori e Frutti, si fermarono davanti agli sbarramenti. Erlang gridò agli ufficiali di guardia: "Sono io, il Vero Signore di Illustre Santità, venuto per ordine dell'Imperatore di Giada a catturare la scimmia perversa: aprite subito e fateci passare." Un momento dopo entravano in fila nel campo. I quattro re celesti e Li Porta Pagoda si fecero loro incontro per riceverli. Dopo i saluti d'uso, discussero della situazione militare, che fu esposta dal re celeste Li. "Ora che è arrivata la mia umile santità" disse ridendo Erlang, "bisogna scatenargli addosso una guerra di trasformazioni. Signori, stringete bene le reti intorno, ma lasciatemi un'apertura in alto per permettermi di tentar la fortuna. Se perdo è inutile che mi soccorriate, ci penseranno i miei fratelli. Se vinco, penseranno loro a legare il prigioniero. Prego soltanto re Li di reggermi ben fermo nello spazio lo specchio che rivela gli esseri perversi. Temo che il mostro, anche se lo batto, trovi il modo di scivolar via: bisogna tenere lo specchio in modo che lo inquadri sempre chiaramente e lo privi della possibilità di nascondersi." I re celesti presero posizione ai quattro orienti, mentre i soldati ricostituivano le loro formazioni. Erlang uscì dal campo per ingaggiar battaglia alla testa dei quattro marescialli e dei due generali; sette in tutto, contando anche lui. Gli altri ufficiali ricevettero la consegna di proteggere la base e di trattenere cani e falconi. Anche le divinità con la testa vegetale avevano le loro consegne. Giunto davanti alla Grotta del Sipario Torrenziale, Erlang constatò che le truppe scimmiesche erano disposte a regola d'arte, nella formazione a drago acciambellato. Al centro del dispositivo si alzava lo stendardo con i quattro caratteri: Grande Santo Uguale al Cielo. Erlang esclamò: "Come può una scimmia pidocchiosa pretendere una posizione uguale al Cielo?" "Rimandiamo i commenti" proposero i sei fratelli del Monte dei Susini "e diamoci sotto." Alla vista del vero signore Erlang, le scimmiette all'ingresso corsero a riferire a Scimmiotto. Il re scimmia prese la sua sbarra cerchiata d'oro, si aggiustò l'armatura d'oro, infilò i sandali per camminare sulle nuvole, si calcò in fronte l'elmo d'oro rosso e balzò all'aperto. Spalancando gli occhi, squadrò il vero signore: era un tipo strano e, a suo modo, seducente. Grande prestanza e nobile eleganza, Lunghe le orecchie sue fino alle spalle, Occhi brillanti, un berretto tre monti, Ai suoi piedi stivali e calze d'oro. Alla cintura dagli otto tesori È appesa una flessibile balestra. Un aguzzo tridente regge in mano. Fendendo un monte liberò la madre, Abbatté due fenici in un sol colpo, Sottomise otto mostri in una volta. Sul Monte dei Susini ha i suoi fratelli. Per fierezza sdegnò il soggiorno in Cielo E sulla terra preferì restare. È un santo perspicace e sempre attivo, Erlang, l'incanto delle Mura Rosse. Quando lo vide, Scimmiotto sogghignò e, brandendo la sua sbarra cerchiata d'oro, lo interpellò: "Da dove sbuchi, tapino, per avere l'audacia di venirmi a sfidare?" "Non devi avere le pupille in mezzo agli occhi per non riconoscermi. Sono io, Erlang, nipote dell'Imperatore di Giada che mi ha conferito il titolo di Principe Illustre e Perspicace. Sono venuto per ordine suo a catturarti, macaco d'un equipuzio rivoluzionario. Il tuo destino è segnato, caro mio!" "Ma sì, ricordo che la sorella minore dell'Imperatore di Giada, anni fa, si innamorò di un certo signore di Yang, un mortale del mondo di Sotto, si unì a lui e mise al mondo un bambino. Così saresti stato tu a spaccare in due con un colpo di scure il Monte dei Susini. Mi piacerebbe rifilarti qualche insulto come si deve, ma non ho niente contro di te: che fare? Ti potrei appiattire a bastonate, ma sarebbe un peccato. Non voglio farti del male. Tornatene a casa, ragazzo mio, e dì ai quattro re celesti che siano loro a farsi vedere più da vicino." Il discorso irritò violentemente Erlang: "Macaco schifoso! Basta con le insolenze! Te lo faccio assaggiare io, il mio tridente!" Scimmiotto si piegò per schivare il primo colpo, e ne appioppò uno a sua volta con la sbarra. Ragazzi, che botte! Si misurano Erlang il perspicace, Il grande distruttore di ogni male, E l'astuto ed ombroso grande santo. Ciascuno è abituato a dominare Ogni scontro, ma oggi giocheranno Tutto per tutto. Sbarra di ferro val drago volante, Tridente vale fenice danzante. Parata a destra, botta a sinistra, Finta in avanti, parata a lato. I sei fratelli e i quattro comandanti, Sostenitori, gridano e incoraggiano. Grida, suoni di gong e di tamburi, Bandiere al vento. Così veloce è il gioco delle armi Che si vedono appena. In ogni indugio È mortale pericolo. Se manchi un colpo, la sorte è segnata! Il combattimento si sviluppò in più di trecento scontri senza concludersi. Erlang raccolse tutta la forza magica di cui disponeva e, scuotendosi, si trasformò in un gigante alto mille tese, come una vetta del Monte Hua, la faccia verde dalle zanne sporgenti sotto capelli rosso fiamma, brandendo la sua lancia-tridente a doppio taglio. E l'abbattè sulla testa di Scimmiotto con una smorfia brutale. Ma il grande santo non restava indietro, quanto a trucchi magici: assunse le stesse dimensioni di Erlang e ne imitò la faccia terribile. La sua sbarra cerchiata d'oro si sarebbe detta un pilastro del cielo, sulle cime dei monti Kunlun. Il colpo di Erlang fu arrestato. I marescialli Ma e Liu erano tanto spaventati da quelle apparizioni, che ne tremavano da non riuscire nemmeno a tener alte le bandiere; i generali Beng e Ba ne erano paralizzati da non reggere più le spade. Ma i sei fratelli ordinarono alle divinità dalla testa vegetale di lanciare cani e falconi: avanzarono tutti insieme, tendendo archi e balestre, per accerchiare l'ingresso della Grotta del Sipario Torrenziale. I quattro infelici comandanti scimmieschi furono messi in rotta, e due o tremila creature perverse furono catturate. Le scimmie gettavano armi e corazze, correvano qua e là strillando: chi si arrampicava su per la montagna, chi cercava rifugio nella grotta; come se un gatto, nella notte, avesse sorpreso una popolazione di uccelli, facendola levare in volo nel cielo stellato. Insomma i fratelli vincevano, non c'era altro da dire. Ritorniamo ai due avversari, che avevano assunto dimensioni cosmiche. Mentre combattevano, Scimmiotto si rese improvvisamente conto che i suoi si sbandavano. Si sentì cogliere dal panico, riprese la sua forma originaria, volse la schiena e si mise a fuggire. Erlang lo inseguiva a gran passi gridando: "Dove vai? Arrenditi prima che sia troppo tardi, se vuoi salva la vita." Ma Scimmiotto non aveva alcuna intenzione di riprendere a combattere: pensava solo a correre più presto che poteva. All'ingresso della grotta si imbatté nei quattro marescialli e due generali dell'esercito nemico, che gli bloccarono il passo alla testa dei loro eserciti e lo apostrofarono: "Dove vai, miserabile macaco?" Preso alla sprovvista, Scimmiotto ridusse la sua sbarra alle dimensioni di un ago da ricamo, la nascose dietro l'orecchio, con una scossa si trasformò in un passerotto e si posò cheto su un albero. I sei fratelli di Erlang si misero a cercarlo da tutte le parti con crescente agitazione, esclamando: "Ci è scappato, quel mostro di scimmia, è scomparso!" Sopraggiunse Erlang e chiese: "Dov'è?" "Eravamo riusciti a incastrarlo, ma è scomparso." Scrutando con i suoi occhi di fenice, Erlang riconobbe Scimmiotto, tramutato in passero e appollaiato sull'albero. Allora posò tridente e balestra e si trasformò in sparviero. Spiegò le ali e stava per piombare sul passero quando Scimmiotto, rendendosi conto del pericolo, diede un colpo d'ala e si trasformò in un grosso cormorano, che si alzò pesantemente a volo nel cielo. Erlang divenne una gru marina gigante, capace di salire fino alle nuvole più alte e pronta ad attaccare col lungo becco. Scimmiotto ridiscese, si tuffò in un torrente e, con uno sciacquio, si trasformò in un pesciolino. Erlang l'aveva inseguito ma, giunto in riva all'acqua, non ne vide più traccia e si fermò a riflettere: "Il macaco è certo entrato nell'acqua. Sarà un gambero, un pesce o qualcosa di simile. Con una trasformazione adatta, lo acchiapperò." Infatti si trasformò in aquila pescatrice e planò rasente alla superficie dell'acqua, osservando e vagliando. Scimmiotto, da pesce, si lasciava portare dalla corrente quando vide volare l'uccello. Sembrava un falco nero, ma le piume erano nere solo da una parte; poteva essere un cormorano, ma non aveva ciuffo in testa; ricordava anche la cicogna, ma non aveva zampe rosse. "Questo è Erlang che mi cerca" si disse Scimmiotto, e cambiò bruscamente direzione. Ciò provocò sulla superficie dell'acqua un'increspatura, che non sfuggì all'attenzione di Erlang: "Quel pesce che guizza sembra una carpa, ma non ha la coda rossiccia; o magari una perca, ma il disegno delle scaglie dovrebbe essere diverso. Ha pure qualcosa dell'anguilla, ma le manca la stella sulla testa. Magari sarà un abramide; ma dove sono le barbe delle branchie? E perché quando mi ha visto ha fatto dietro-front? Questo è il macaco." Lo raggiunse e lo sfiorò con un colpo di becco. Scimmiotto scivolò fuori dall'acqua, si mutò in biscia, strisciò sulla riva e si nascose nell'erba. Erlang non era riuscito ad afferrarlo col becco, ma aveva sentito l'acqua gorgogliare e aveva visto la biscia che ne usciva. Capì che era il grande santo e, con una giravolta, divenne una gru grigia dalla testa scarlatta, che tendeva un lungo becco simile a una pinza di ferro appuntita. Si gettò sulla biscia, ma questa, d'un balzo, si trasformò ancora: una poiana picchiettata che se ne stava immobile e solitaria fra le piante di rabarbaro. Quando Erlang vide che si era trasformato in ciò che vi è di più vile - infatti fra gli uccelli non c'è creatura più spregevole della poiana picchiettata, né più depravata: si accoppia con chiunque, fenice, avvoltoio o corvaccio - non pensò di avvicinarsi, ma lo mandò a farsi benedire, riprese la sua forma e andò a cercare la sua balestra per tenderla a dovere. Scimmiotto ne approfittò per scivolare dietro una rupe e là, fuori vista, si trasformò in un piccolo tempio dedicato alle divinità locali. La bocca spalancata era la porta, i denti erano i battenti, la lingua una statua del dio, gli occhi le finestrelle. Ma la coda era difficile da nascondere: la trasformò in un'asta di bandiera, piantata dietro l'edificio. Quando Erlang ritornò con la balestra, giunto ai piedi della rupe, non trovò più l'uccello, ma solo un piccolo tempio isolato. Lo esaminò attentamente con i suoi occhi penetranti, notò l'asta piantata sul retro ed esclamò: "Diavolo di un macaco! Non mi infinocchia. Di templi ne ho visti tanti, ma mai con l'asta della bandiera da quella parte. Mi tende una trappola: se mi avesse attirato all'interno, mi sarei trovato sotto i suoi denti. Ma io non ci casco: incominciamo con il buttar giù i battenti della porta e rompere le finestrelle." A queste parole Scimmiotto si impaurì: "Non ci sto! I battenti sono i miei denti, le finestre sono i miei occhi: non posso lasciarmi fare a pezzi!" Con un balzo da tigre, scomparve nell'aria; non c'era più. Erlang stava frugando dappertutto quando sopraggiunsero i sei fratelli: "L'hai preso?" "Il macaco ha cercato di imbrogliarmi: si è trasformato in un tempio. Stavo per rompere le finestre e abbattere la porta, quando è scomparso senza lasciare traccia. È proprio un tipo imprevedibile." Sorpresa generale, ma per quanto si frugasse dappertutto non si trovava niente. "Fratelli" disse Erlang "restate qui a sorvegliare e pattugliare, io salgo un momento a esplorare dall'alto." Saltò su una nuvola e salì a mezza altezza. Vide più in alto il re celeste Li che reggeva lo specchio per rivelare i mostri, accompagnato da Nata, e gli chiese: "Vostra altezza ha visto il re scimmia?" "Da qui non è salito; non l'ho visto nello specchio." Dopo aver loro raccontato i vari trucchi di magia e trasformazione, nonché la cattura della truppa delle scimmie, Erlang spiegò: "Si era cambiato in tempio e, mentre stavo per colpirlo, è scomparso." Il re Li esplorò di nuovo con lo specchio in tutte le direzioni e scoppiò a ridere: "Svelto, non c'è tempo da perdere! Quel sacripante di macaco ha attraversato gli sbarramenti rendendosi invisibile e si sta dirigendo a tutta velocità verso casa vostra, alla foce del Fiume delle Libagioni." Erlang raccolse immediatamente il suo divino tridente e riprese l'inseguimento dirigendosi verso casa. Intanto Scimmiotto era arrivato. Con una scossa si trasformò in un sosia perfetto del santo padre Erlang e, abbassata la nuvola, entrò tranquillamente nel tempio che gli era dedicato. I giudici infernali, che non potevano riconoscerlo, l'accolsero mettendosi in fila e prosternandosi. Lui si installò al centro e si dedicò all'esame delle offerte: le tre carni sacrificali portate da Li la Tigre, gli ex voto promessi da Zhang il Drago, la supplica di Zhao Jia per avere un figlio e il voto di pronta guarigione di Qian Yi. A questo punto qualcuno annunciò: "Ecco che arriva un altro santo padre!" I giudici infernali si precipitano a vedere; nessuno sa più che pesci pigliare. "Non s'è visto per caso passare di qui un certo Grande Santo Uguale al Cielo?" chiede Erlang. "Grandi santi non se n'è visti, ma c'è un altro santo padre che sta facendo l'inventario delle offerte." Erlang irruppe all'interno. Vedendolo, il grande santo riprese il proprio aspetto e gli gridò: "Giovanotto, non facciamo chiasso. Questa è casa mia." Erlang levò la sua lancia a tre punte e doppio taglio per colpirlo alla gola, ma Scimmiotto schivò e in un baleno estrasse e ingrandì la sua sbarra; con quella tenne testa all'avversario. Combattendo e insultandosi, finirono per uscire dal tempio e ripercorrere fra nebbie e nubi, sempre senza mollare la presa, tutta la strada fino al Monte di Fiori e Frutti. Là li aspettavano eserciti e re celesti, non troppo efficienti ma sempre sul chi vive. I turni di vigilanza furono raddoppiati, e i marescialli Kang e Zhang accolsero il fratello Erlang e corsero a dargli manforte. Ritorniamo al mondo di Sopra, dove Granforzuto se n'era ritornato dopo aver trasmesso a Erlang e ai suoi fratelli l'ordine di cattura del mostro. L'Imperatore di Giada, nella Sala delle Nuvole Misteriose, discuteva con Guanyin, la regina madre e i suoi ministri; diceva: "Come mai continuiamo a non avere notizie, quando Erlang è partito da un pezzo?" "Posso permettermi di suggerire a Vostra Maestà" rispose Guanyin a mani giunte "di andare di persona a dare un'occhiata, uscendo dal portale meridionale del Cielo in compagnia del patriarca del Tao Laozi?" "È una buona idea" ammise l'Imperatore di Giada. Fece preparare le carrozze e partì verso il portale sud con Laozi, Guanyin, la regina madre e tutta la corte. Guardie e soldati celesti si affrettarono a spalancare il cancello. Si vedevano in lontananza le reti, distese da tutte le parti, e lo specchio magico tenuto dal re Li e dal principe Nata ritti nello spazio. Erlang aveva spinto il grande santo al centro del campo e lo attaccava furiosamente per l'ennesima volta. Guanyin si rivolse a Laozi: "Che ne pensate di questo Erlang che mi sono permessa di raccomandare? Un certo potere magico deve averlo, per essere riuscito a mettere in difficoltà il grande santo, anche se non l'ha ancora catturato. Gli daremo una mano, così riuscirà." "Aiutarlo come?" chiese Laozi. "Che arma pensate di usare?" "Tirerò in testa alla scimmia il mio vaso immacolato con dentro il ramo di salice. Magari non lo ammazza, ma lo farà almeno barcollare, ed Erlang potrà approfittarne." "Ma è un vaso di porcellana. Magari, se la mira è giusta, potrebbe funzionare. Ma se lo mancate, o se urtate la sbarra di ferro, andrà in pezzi. Lasciate perdere, ci penso io." "E voi che arma pensate di usare?" "Ce l'ho qui nella manica." In effetti frugò nella manica sinistra e ne cavò fuori un grosso anello, dicendo: "È acciaio speciale. L'ho forgiato con cinabro trasmutato, nutrito di energia trascendente. È facile da trasformare, inossidabile, ha una temperatura di fusione molto alta e può stringere tutte le cose. Si chiama braccialetto, oppure trappola, di vajra, cioè diamante. Quando attraversai il passo di Hangu per andare a convertire i barbari e diventare buddha, mi rese grandi servigi e mi assicurò la migliore protezione. Proviamo a tirarglielo addosso." Laozi scagliò l'anello dall'alto della porta del Cielo: esso cadde nel mezzo dell'accampamento del Monte di Fiori e Frutti, e precisamente sulla testa di Scimmiotto. Assorbito dal duro combattimento che stava sostenendo contro i sette fratelli, del tutto ignaro di quest'arma che cadeva dal cielo, quando essa gli colpì il cranio incespicò e cadde. Si rialzò subito e si mise a correre, ma il levriero di Erlang lo morse al polpaccio e lo fece cadere di nuovo. A terra, se la prendeva col cane: "Brutta bestia, prenditela con il tuo padrone, invece che col vecchio Scimmiotto." Stava rialzandosi quando i sette fratelli lo inchiodarono a terra tutti insieme, lo legarono con le corde e gli forarono la clavicola con un colpo di roncola, perché non potesse trasformarsi. Laozi ricuperò il suo anello e invitò l'Imperatore di Giada a ritornare nella Sala delle Nuvole Misteriose con tutta la corte. Di sotto, gli dèi riponevano le armi e smontavano le palizzate. Si fecero intorno a Erlang per congratularsi: "È finita bene grazie a voi, Piccolo Santo." "Nemmeno per sogno: è merito dell'immensa grazia dei venerabili celesti e del prestigioso potere degli dèi. Non è certo merito mio." "Caro fratello, è inutile discutere. Portiamo su questo sacripante perché compaia davanti all'Imperatore di Giada, e preghiamolo di decidere che cosa ne dobbiamo fare." "Saggi fratelli, voi che non figurate sul registro celeste e non potreste presentarvi a corte, assicuratevi che sia tenuto sotto buona guardia dalle truppe, mentre salgo per mettermi a rapporto insieme ai re celesti. Poi procedete al rastrellamento della montagna e, quando avrete finito, tornate al Fiume delle Libagioni. Al mio ritorno festeggeremo la vittoria, quando avrò ottenuto i debiti riconoscimenti e ricompense." I quattro marescialli e i due generali eseguirono. Erlang e gli altri salirono in cielo su nubi trionfali, intonando canti di vittoria. Quando furono davanti alla Sala della Penetrazione Illuminante, il precettore annunciò: "I quattro grandi re celesti hanno catturato la scimmia perversa con la collaborazione delle nostre armate. Sono venuti a sollecitare i vostri ordini." L'Imperatore di Giada promulgò un editto che ordinava a Granforzuto e ai suoi uomini di condurre immediatamente il prigioniero sul palco delle esecuzioni capitali degli esseri perversi, e di ridurne il cadavere nei più minuti pezzettini. Ahimè, così sia! Alla fin della storia l'impudenza è punita. L'impeto di eroismo ha una breve durata. Se poi non sapete che ne fu, della vita di Scimmiotto, non avete che da ascoltare il seguito. 第007回 UN OSSO DURO MESSO SOTTO CONTROLLO · IN CUI IL GRANDE SANTO RESISTE AL FORNO DEGLI OTTO TRIGRAMMI, E L'INQUIETO SI CALMA SOTTO IL PESO DEL MONTE DEI CINQUE ELEMENTI. Sarete ricchi, felici, onorati Secondo incarnazioni precedenti. Voi tenetevi in guardia da bassezza: La bontà e la lealtà daranno frutto. La tracotanza sarà castigata Presto o tardi: chiedetene al signore Dell'Est. Perché castighi così duri? Perché l'orgoglio che passa misura Ogni norma sconvolge. Come il racconto ci ha annunciato, il Grande Santo Uguale al Cielo fu trascinato dai soldati celesti ai piedi del palco delle esecuzioni capitali. Fu legato al palo dei vinti. Eppure, chi lo crederebbe? Sciabolato, bucato, lacerato, tritato, il suo corpo restava intatto. Indignata, la costellazione del Cucchiaio ordinò al dipartimento del fuoco di incenerirlo, ma non si riuscì nemmeno a scottarlo. I servizi del tuono si provarono a fulminarlo: non gli bruciarono un pelo. Granforzuto e i suoi colleghi lo riferirono a Sua Maestà: "Non sappiamo da dove venga questa invulnerabilità del grande santo. Sciabole, asce, fulmini non servono a niente; non siamo riusciti a fargli nemmeno una scalfittura." "Che creatura impossibile! Che cosa si può fare di una creatura così impossibile?" "Con tutto quello che ha mangiato!" fece notare Laozi l'altissimo. "Pesche di immortalità, ambrosia a bottiglioni, il mio elisir - cinque zucche che ne avevo preparato, cotto o crudo che fosse: tutta questa roba è passata nella sua pancia. Il fuoco del samâdhi l'ha forgiato in una massa di diamante, che niente può intaccare. Datelo a me: lo metterò a cuocere nel mio forno degli otto trigrammi, dove sarà esposto a temperature civili e militari. Quando avrò finito di preparare l'elisir di cinabro, lui non potrà che essere ridotto a un mucchietto di cenere." A queste parole, l'Imperatore di Giada fece subito staccare Scimmiotto dal palo e lo fece consegnare dalle sei guardie e dai sei vigili a Laozi, che partì per eseguire l'ordine imperiale. Intanto l'illustre santo Erlang aveva intascato la sua ricompensa: cento fiori d'oro, cento bottiglie di ambrosia, cento pillole di cinabro trasmutato, e poi perle e pietre preziose da dividersi con i suoi fratelli giurati. Erlang ringraziò e se ne tornò al Fiume delle Libagioni. Giunto nel suo Palazzo del Paradiso dei Beati, Laozi slegò Scimmiotto, estrasse la roncola che gli perforava la clavicola e lo mise nel forno. Il taoista che lo sorvegliava e il fuochista si diedero da fare per alzare al massimo la temperatura. In effetti, gli otto trigrammi del forno corrispondono a distinti scompartimenti: Scimmiotto si infilò in quello chiamato Xun, il vento. Dove c'è vento, non c'è fuoco. C'era però molto fumo: Scimmiotto ne ebbe per sempre gli occhi arrossati e infiammati. Gliene sarebbe infatti rimasto un disturbo oculare cronico, che gli sarebbe valso l'epiteto di occhi di fuoco dalle pupille d'oro. In verità i giorni e le notti passano in fretta. In men che non si dica trascorsero i quarantanove giorni, cioè sette volte sette giorni, occorrenti per completare l'igneo procedimento. Arrivò quindi il momento in cui si doveva aprire il forno per estrarne l'elisir. Scimmiotto si fregava gli occhi e lacrimava abbondantemente, quando sentì un rumore in alto. Spalancò gli occhi e la luce lo accecò in modo insopportabile; saltò fuori dal forno, rovesciandolo con un fracasso spaventoso, e si diede alla fuga verso la porta. Gli addetti al forno restarono terrorizzati; le guardie si provarono a trattenerlo, ma vennero scagliate tutto intorno, come se una tigre dalla fronte bianca fosse stata presa da un attacco di epilessia, o un drago unicorno fosse diventato matto. A Laozi riuscì di acciuffarlo, ma ne ricevette uno spintone così rude che fece un capitombolo a culo in aria e testa sotto, e si ritrovò come una cipolla piantata nell'orto, mentre Scimmiotto infilava la porta. Trasse la sbarra miniaturizzata da dietro l'orecchio e la ingrandì in un baleno. Ancora una volta Scimmiotto seminava il peggior disordine in paradiso, senza darsi pensiero delle conseguenze. Colpiva con tal foga, che i nove luminari si tapparono in casa e i quattro grandi re celesti scomparvero dalla circolazione. Curiosa e valorosa scimmia, però! Lo testimonia anche la poesia che riportiamo: Certo è un resto del caos originario Nel cosmo, questa vita smisurata Che i millenni non posson logorare. Vita che sfugge alle reincarnazioni, Disprezza i tre rifugi e i cinque freni. Oppure quest'altra: Al buon piacer di chi la tiene in mano La sbarra è corta o lunga, ma possente, Ed è veloce come un raggio di luce. C'è anche quest'altra: Corpo di scimmia come cuore d'uomo. Irrequieto è lo spirito dell'uomo Come una scimmia. E quella del racconto Voleva esser davvero Uguale al Cielo. Scimmia e cavallo son cuore e pensiero[_1]: Difficile tenerli coordinati, Ricondurli alla sola verità Qual'è incarnata dal Beato Buddha. Stavolta il re scimmia abbatteva la sua sbarra di ferro all'impazzata, a destra e a sinistra, senza sosta né discriminazione: niente lo fermava. Si aprì la strada fino alla Sala della Penetrazione Illuminante, si avvicinava a quella delle Nuvole Misteriose. Per fortuna era di turno Wang il perspicace, aiutante di campo del Vero Signore della Santità Soccorrevole. Vedendo il grande santo scatenato, tirò fuori il suo staffile di metallo e si fece avanti per sbarrargli la strada: "Dove vuoi andare, miserabile macaco? Sono qui io, non facciamo sciocchezze!" Scimmiotto alzò la sbarra per colpire, senza altre spiegazioni, ma Wang gli oppose il manico dello staffile. Fu una bella mischia, davanti alla sala del sovrano degli dèi. Fa il suo dovere il soldato leale, Il ribelle conferma la sua fama Deplorevole. Scontro memorando Di cui l'esito è incerto. Se la sbarra È brutale, veloce è lo staffile: Sono entrambe armi magiche e provengono Da divine armerie. La scimmia punta Ad espugnare il Palazzo Polare, L'altro difende il mondo cui appartiene. Il duello si prolungava, ma intanto il Vero Signore della Santità Soccorrevole non aveva tardato a inviare un appello di emergenza ai servizi del tuono: trentasei guerrieri arrivarono tutti insieme, circondarono Scimmiotto e lo aggredirono da tutte le parti. Il grande santo non fece una piega, come se giocasse a scherma, parando davanti e di dietro, a destra e a sinistra. Quando gli ufficiali del tuono si provarono a far piovere colpi più tosti, di sciabole, lance, spade, alabarde, staffili, mazze ferrate, uncini, batacchi, martelli, asce, falci e picconi, lui trovò più pratico trasformarsi con una scossa, dotandosi di tre teste e sei braccia; moltiplicò le sbarre, impugnandone una per ogni coppia di mani, e si mise a girare alla velocità di un arcolaio. Avvicinati se puoi! È proprio vero: Palla che rotola, Fiamma che splende, Inimitabile Eternità. Nulla lo tocca, Fuoco né acqua, Picca né sciabola Lo ferirà. Buddha o ribelle, Il bene o il male Egli può scegliere Come vorrà. Un guastafeste Sempre mutevole. Contro ogni sforzo, Inafferrabile. Gli dèi circondavano Scimmiotto, ma non si potevano avvicinare. I rumori del tumultuoso combattimento allarmarono l'Imperatore di Giada, che inviò a ovest il suo Ispettore Perspicace e il Vero Signore della Santità Soccorrevole, perché pregassero il venerabile Buddha di intervenire di persona a riportare il mostro sotto controllo. Ricevuta l'ordinanza imperiale, i due inviati si recarono dritti al magnifico sito del Monte degli Avvoltoi e si presentarono davanti al Monastero del Colpo di Tuono. Pregarono i quattro divini guardiani armati di folgore e gli otto pusa di volerli annunciare. Questi salirono alla Terrazza dei Preziosi Fior di Loto per farlo sapere al Beato, che invitò i messaggeri a entrare. Essi fecero le tre prescritte riverenze e restarono rispettosamente ritti ai piedi della Terrazza. Il Beato chiese: "Che cosa spinge l'Imperatore di Giada a darvi la pena di farmi l'onore di questa visita?" "Sul Monte di Fiori e Frutti nacque tempo fa una scimmia dedita alla magia e a gettare il mondo nel disordine con la sua banda di macachi. L'Imperatore di Giada le aveva concesso un decreto di pacificazione e le aveva conferito il titolo di equipuzio, ma la scimmia non lo trovò sufficiente, si ribellò e se ne andò. Il re celeste Li e il principe Nata non riuscirono a catturarla; perciò fu necessario cedere ancora e conferirle il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo, una carica senza emolumenti. Quando le si affidò la gestione del Frutteto delle Pesche di Immortalità, rubò la frutta; poi andò allo Stagno di Diaspro e rubò vino e cibo, gettando la festa nello scompiglio. Non ancora sazia, si intrufolò nel Palazzo dei Beati e rubò l'elisir di Laozi; infine lasciò il paradiso da ribelle. Questa volta l'Imperatore di Giada spedì centomila soldati celesti, ma non si riuscì a catturarla nemmeno così. Guanyin, per riparare all'inconveniente, raccomandò di valersi di Erlang e dei suoi fratelli giurati, che in effetti l'hanno inseguita attraverso molte trasformazioni. Finalmente Erlang ha potuto catturarla grazie all'anello di diamante che Laozi le aveva gettato in testa. Sua Maestà l'ha condannata alla decapitazione, ma non c'è stato verso di eseguire la condanna. Laozi ha chiesto allora l'autorizzazione a occuparsene e l'ha messa a cuocere nel suo forno alchemico. Ma quando lo si è aperto, dopo quarantanove giorni, la scimmia ne è balzata fuori, ha respinto le truppe celesti e si è introdotta nella Sala della Penetrazione Illuminante, minacciando quella delle Nuvole Misteriose. Wang il perspicace l'ha fermata e la sta combattendo duramente con l'aiuto di trentasei guerrieri del servizio del tuono; ma non è possibile impadronirsi di lei. La situazione è così tesa, che l'Imperatore di Giada sollecita un vostro personale intervento." A questo discorso, il Beato disse ai suoi pusa: "Voialtri restate quieti e seduti nella Sala della Legge: niente deve alterare la vostra postura di meditazione. Io esco un momento per esorcizzare questo demonio e soccorrere il trono." Il Buddha si fece seguire dai venerabili discepoli Ânanda e Kâsyapa, uscì dal monastero del Colpo di Tuono e stava giungendo alla porta della Sala delle Nuvole Misteriose quando sentì grida e baccano: erano i trentasei guerrieri che circondavano il grande santo. Il Buddha fece loro pervenire il seguente ordine: "Abbassino le armi, interrompano il combattimento e non ostacolino il grande santo, perché io possa interrogarlo sulla natura dei suoi poteri." I guerrieri si ritirarono. Scimmiotto si rivolse al Buddha e gli gridò, arrogante e rabbioso: "Tu chi sei, impiccione, per interrompere il combattimento e pretendere di interrogarmi?" "Sono il venerabile Sâkyamuni del mondo della beatitudine assoluta dell'Ovest" rispose il Buddha ridendo. "Salve, Buddha Amitâbha, sarei io. Ho saputo dei tuoi eccessi e delle tue ripetute sedizioni contro il Cielo. Ma non so da dove vieni, né come hai ottenuto il Tao, né perché scegli la violenza." "Io sono" rispose Scimmiotto "Nato dal cielo e dalla terra, Scimmiotto del Monte dei Fiori, Dimoravo in una grotta E inseguivo il supremo Mistero. Ho appreso trasformazioni E come allungare la vita. Trovo piccolo il mondo, Trovo breve la vita. Voglio viver nel Cielo infinito. Si avvicendano i re: è il mio turno! Che i potenti mi cedano il posto: Osa solo l'eroe!" Il Buddha rise: "Mio povero amico, non sei che una scimmia, anche se ti sei elevato fino allo spirito. Come puoi presumere di togliere il trono all'Imperatore di Giada? Non sai che lui vi si è preparato fin da bambino, e ha trascorso millesettecentocinquanta kalpa di severo apprendistato? Un kalpa comprende centoventinovemila anni: fa un po' il conto di quanto gli ci è voluto. E tu, che sei una bestia appena salita fino all'umanità, parli proprio da fanfarone. Che vergogna! Non è una prova di buon senso, e ti accorcerà la vita. Ripensaci, prima che sia troppo tardi, e smetti le insolenze! Temi invece la mano che potrebbe concludere in un istante il tuo destino; e allora sarebbe tanto peggio per la tua buona natura originaria." "Anche se si è preparato fin da piccolo, non è un buon motivo perché resti sempre allo stesso posto. Lo dice anche il proverbio: Di essere sovrano ciascuno il turno avrà; ed entro l'anno prossimo il mio turno arriverà. Se sloggia e mi cede il palazzo, non pretendo altro. Ma se insiste, peggio per lui: continuerò a procurargli guai, non avrà mai pace." "A parte i tuoi poteri di lunga vita e le tue trasformazioni, quali titoli avresti per occupare questo trono prezioso?" "So tanti di quei trucchi! Settantadue trasformazioni, longevità di diecimila kalpa, capriola nelle nuvole (un salto da cento ottomila li!). Che cos'ha lui che io non ho?" "Facciamo una scommessa. Dal momento che sai fare tante cose, ti riuscirà pure di saltar fuori dal palmo della mia mano destra. Se ci riesci vincerai, e non occorreranno armi né guerre: inviterò semplicemente l'Imperatore di Giada a venire a stare da me, e a cederti il suo palazzo. Se invece non sei capace di uscire dalla mia mano, ti accontenterai di ritornare nel mondo di Sotto a vivere la tua vita di essere perverso. In seguito, magari, potrai ritornare qui a presentare i tuoi reclami, ma solo quando ti sarai del tutto perfezionato spiritualmente, diciamo fra qualche altro kalpa." Scimmiotto, ascoltandolo, sghignazzava fra sé: "Che scemo, questo Buddha! Faccio salti da cento ottomila li, e dovrei aver problemi a saltar fuori dal palmo della sua mano, che è meno di un piede quadrato." E chiese precipitosamente: "Lo hai detto e lo farai?" "Si capisce" rispose il Buddha, e aprì la sua mano destra, che era grande come una foglia di loto. Scimmiotto raccolse la sua sbarra, balzò sulla mano del Buddha e gridò: "Pronti, via!" Si sarebbe detto che filasse alla velocità della luce. Ma gli occhi sapienti del Buddha lo vedevano girare in tondo come un mulino a vento, mentre credeva di avanzare. A un tratto Scimmiotto vide stagliarsi cinque colonne rosa, che si perdevano in alto nella bruma azzurrina. "Sarà la fine della strada" si disse. "È tempo di ritornare. Il Buddha dovrà ammetterlo: adesso tocca a me sedere sul trono nella Sala delle Nuvole Misteriose." Poi rifletté: "Calma. Converrà lasciare un segno del mio passaggio, in modo da evitare contestazioni." Si strappò un pelo, ci soffiò sopra e ordinò: "Cambia!" Il pelo divenne un pennello imbevuto d'inchiostro. Allora Scimmiotto scrisse, in grandi caratteri, sulla colonna di mezzo: IL GRANDE SANTO UGUALE AL CIELO È STATO QUI Poi ricuperò il suo pelo. Infine, senza troppo rispetto, annaffiò della sua pipì di scimmia la base della prima colonna. Con una capriola fra le nuvole in direzione inversa ritornò al punto di partenza e, ritto sul palmo del Buddha, gli disse: "Andato e tornato. Adesso dì all'imperatore di levarsi dai piedi." "Diabolica scimmia pisciona!" imprecò il Buddha. "Ma tu non sei mai uscito dal palmo della mia mano." "Non lo sai? Sono arrivato in capo all'universo, dove cinque colonne rosa sostengono una bruma azzurrina. Ci ho anche lasciato un ricordino. Vieni a vedere." "Non occorre andare a vedere da nessuna parte: china la testa e guarda." Scimmiotto abbassò la testa e sbarrò i suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro. Sul dito medio della mano era scritto: IL GRANDE SANTO UGUALE AL CIELO È STATO QUI D'altronde, dalla forcella formata dal pollice e dall'indice veniva un acre odore di pipì di scimmia. "Che storia è questa? Com'è possibile?" esclamava Scimmiotto fra sé. "Avevo scritto quelle parole su un pilastro del cielo; come fanno a trovarsi sul dito? Che specie di mago senza bisogno di achillea è mai questo? Non ci credo, non è possibile: bisogna che torni sul posto a vedere." Il bravo Scimmiotto prese la rincorsa e stava per saltare quando il Buddha, con un manrovescio, lo gettò lontano, fuori dalle porte del paradiso. Le cinque dita si mutarono in una catena di cinque montagne, corrispondenti ai cinque elementi: metallo, legno, acqua, fuoco e terra. Esse si ripiegarono dolcemente ma pesantemente su di lui, e lo imprigionarono sotto le loro enormi masse. Gli dèi del tuono, Ânanda e Kâsyapa applaudirono, gridando: "Bene! Bravo!" Da quando uscì dall'uovo e apprendeva saggezza, Tendeva il suo volere verso scopi ambiziosi. Se di tranquillità visse mille stagioni, Infine in un sol giorno dissipò la sua vita. Volle sfidare il Cielo mirando al primo posto, Violò con noncuranza le cinque relazioni, Ed i santi insultò. Quando la coppa è colma, Una goccia è bastante per farla traboccare. Ora nessuno sa quando avrà remissione. Eliminata la scimmia perversa, il Buddha chiamò Ânanda e Kâsyapa per ritornare a casa. Ma gli corsero incontro due messaggeri che venivano dalla Sala delle Nuvole Misteriose: "Preghiamo il Beato di voler attendere un istante: la carrozza del nostro signore sta arrivando." Il Buddha si volse e vide in effetti arrivare la Carrozza Imperiale a otto Colori, coperta da un baldacchino adorno di nove tesori luminosi. Rallegravano il corteo canti sublimi e una musica meravigliosa, si gettavano petali di fiori e si spargevano grandi flaconi di costoso profumo. L'Imperatore di Giada giunse davanti al Buddha e lo ringraziò: "Siamo debitori alla potenza della vostra Legge di aver soggiogato il mostro. Speriamo che ci farete l'onore di trattenervi, perché i nostri immortali possano festeggiarvi partecipando a un banchetto di ringraziamento." "Il vostro umile vecchio monaco è venuto per ordine della vostra Venerabile Persona Celeste" rispose giungendo le mani il Buddha, che non osava rifiutare. "La potenza della nostra Legge non c'entra: il merito è dell'immensa buona fortuna che voi e i vostri dèi mi avete portato. Non ho certo titolo alla vostra riconoscenza." L'Imperatore di Giada, attraverso i servizi del tuono, fece subito diramare gli inviti a partecipare a un'assemblea di ringraziamento in onore del Buddha. Furono invitati i tre puri, i quattro vetturini (come si chiamano popolarmente i quattro imperatori), i cinque anziani, i sei sorveglianti, i sette primordiali, gli otto poli, i nove luminari, i dieci ministeri, e migliaia e diecine di migliaia di santi e di perfetti. I quattro grandi precettori celesti e i nove immortali ebbero l'ordine di spalancare i cancelli della Capitale di Giada, i portoni del Palazzo del Mistero Supremo e quelli degli Uffici dello Yang Penetrante. Il Buddha fu invitato ad assidersi su un alto palco ornato di sette tesori, mentre ciascuno prendeva posto secondo il suo rango e si servivano fegato di drago, midollo di fenice, succo di giada e pesche di immortalità. Gli invitati si presentavano uno dopo l'altro, nella magnificenza del Vuoto Primordiale, fra stendardi e baldacchini allineati, le mani colme di rari tesori di perle scintillanti, di fiori esotici e di frutti di longevità, che venivano portati come offerte al Buddha. Tutti lo salutavano dicendo: "In riconoscenza della potenza infinita della Legge del Beato, che ha permesso di domare la scimmia perversa; in ringraziamento del banchetto offerto dal Sommo venerabile celeste. Preghiamo il Buddha di dare un nome a questa memorabile riunione." "Se proprio dobbiamo dargliene uno" rispose il Buddha, cedendo all'insistenza degli dèi, "chiamiamola Grande Assemblea del Cielo Pacificato." "Che nome ben scelto, Grande Assemblea del Cielo Pacificato!" approvarono a una voce le divinità. Ciascuno prese posto per lo scambio delle coppe e dei fiori da infilare fra i capelli, mentre suonavano musiche allegre: fu proprio un magnifico banchetto. Lo attestano anche i versi: La Festa delle Pesche fu turbata, Ma l'Assemblea del Ciel Pacificato Di tutte è la più splendida ed allegra: È ricca di colori e dolci brezze Di bei canti e di musiche divine. All'assemblea, su effluvi profumati, In pace rende omaggio l'universo. La festa era al culmine, quando la regina madre portò una schiera di splendide ragazze, che si inchinavano al Buddha e si muovevano con grazia. La madre presentò i suoi rispetti e disse: "Devo alla vostra potente Legge se è stata incatenata quella scimmia perversa, che aveva sconvolto tutti i miei preparativi. Non ci è rimasto molto da offrire per celebrare una Grande Assemblea così bella, ma ecco le poche pesche che mi è riuscito di scovare nel frutteto." Erano pesche Un po' rosse, un po' verdi, dal profumo inebriante, Che le antiche radici hanno rese opulente Raccogliendovi succhi per migliaia di anni. Con le pesche più belle che trovate al mercato, Anche se di Wuling, non c'è proprio confronto. Dove trovare al mondo le tinte delicate, Quelle vene violette, quel sapor zuccherino? E poi cambiano i corpi e prolungano gli anni. Non tutti han la fortuna di poterle assaggiare! Il Buddha ringraziò a mani giunte. La regina madre fece allora cantare a danzare le ragazze, con grande piacere dell'assemblea, che non lesinava gli elogi. Erano Di sottile fragranza onda su onda, Profusione di petali e pistilli. Portali d'oro, immensi tesori E un'età senza fine, sempre giovani: Vedi gli oceani trasformarsi in prati, E poi prati in oceani nei millenni, E tu osservi curioso e non ti scomodi. Mentre le ragazze danzavano e si vuotavano le coppe, improvvisamente Solletica le nari uno strano profumo, Gli dèi posan le coppe in cornalina, Levan gli occhi in attesa. Appare un vecchio che esce dalle nuvole E reca in mano il fungo dei chirurghi; Porta una zucca piena di elisir. Il suo nome nel libro dei celesti È sbiadito dal tempo. La sua grotta contiene cielo e terra, Nel suo vaso distilla sole e luna. Percorre il mondo con gioia serena E si riposa nelle dieci isole. È intervenuto a feste innumerevoli Delle pesche immortali. Ha una gran testa Sopra un piccolo corpo rinsecchito. È la Stella Polare Della Longevità. Arrivava appunto il Dio della Longevità. Salutò l'Imperatore di Giada e si presentò al Buddha per esprimergli la sua gratitudine: "Ero convinto che avremmo ricuperato la pace, quando ho saputo che Laozi si era portato quell'incredibile scimmia nel suo Palazzo del Paradiso dei Beati per trasmutarla. Non avrei mai creduto che riuscisse a sopravvivere. Per fortuna voi avete avuto la bontà di sottomettere quel mostro. Appena ho sentito di questo banchetto, sono venuto per testimoniarvi anch'io la nostra comune riconoscenza. Non ho altro da offrirvi che questo fungo dei chirurghi violetto, questa erba di diaspro, questa radice di loto smeraldino e questo cinabro d'oro." Come dicono i versi: Loto e cinabro offerti al saggio dei Sakya, Il Beato, più antico delle sabbie del Gange. I tre veicoli offrono gioia eterna E lunga vita sana i nove gradi. È il maestro che rifiuta di distinguere, Domina il Cielo vuoto, patriarca dell'universo. È nostra fonte di vita e di gioia, Alto sedici piedi. Il Buddha ricevette i ringraziamenti con piacere; il Dio della Longevità prese il suo posto a tavola e le coppe ricominciarono a girare. Arrivò poi l'Immortale dai Piedi Nudi, si prosternò davanti all'Imperatore di Giada e si rivolse al Buddha: "Vi siamo profondamente riconoscenti della potenza della legge, che vi ha consentito di vincere la scimmia perversa. Da parte mia non posso offrirvi, con i miei rispetti, che queste due pere e questi datteri." Ne parlano i versi: Datteri e pere profumate Per il Beato Amitâbha. Sopra l'incrollabile terrazza Splende il suo trono di broccato Dai mille fiori d'oro. L'età del cielo e della terra, Vasta felicità come l'oceano, Longevità e felicità vi attendono In calma beatitudine nell'Ovest. Il Buddha ricambiò attestando la propria gratitudine, e affidò le offerte ad Ânanda e Kâsyapa; poi presentò all'Imperatore di Giada i propri ringraziamenti per l'ospitalità. Quando gli invitati si trovavano ormai un po' tutti beatamente sbronzi, l'ispettore Wang il Perspicace venne ad annunciare: "Il grande santo mette fuori la testa!" "Non è grave, non c'è pericolo" disse il Buddha, ed estrasse dalla manica un nastro con sei caratteri d'oro: Om mani padme hûm. Lo tese ad Ânanda e gli raccomandò di fissarlo sulla cima della Montagna dei Cinque Elementi. La montagna si assestò e si radicò, i cinque elementi si fusero insieme saldamente, lasciando al prigioniero solo un minimo spazio per respirare e muovere di poco il capo e le braccia. Ânanda ritornò ad annunciare che il lavoro era compiuto. Allora il Buddha prese congedo dall'Imperatore di Giada e dagli altri dèi, e lasciò il Cielo in compagnia dei due discepoli. Cedendo a un moto di compassione, recitò un incantesimo per convocare la divinità del luogo. La incaricò di sorvegliare la Montagna dei Cinque Elementi con l'aiuto dei rivelatori dei cinque orienti; quando il mostro avesse fame gli avrebbero dato pillole di ferro, e per la sete sugo di bronzo fuso. Compiuto il tempo della penitenza, qualcuno sarebbe venuto a liberarlo. Così sia! La scimmia perversa al Cielo ribelle La mano del Buddha ha infine sconfitto. Può ber solo bronzo, si nutre di ferro, A cui non può aggiunger né miele né sale. Il cielo la stritola, ma non la distrugge. Se mai il suo valore potrà dimostrare, Obbedirà al Buddha con cuore fedele. Ci sono anche altri versi: Fiera del suo potere, venuto il suo momento, Ha usato delle proprie perverse facoltà Per introdursi a forza dentro il mondo celeste E compiere ogni specie di furto e iniquità. Il vaso è traboccato, ha dovuto pagare. Ma la buona radice mai non viene tagliata: Dalla mano del Buddha finirà per sfuggire, Se attende con pazienza fino al tempo dei Tang. Se poi non sapete anno, mese e giorno in cui la sua penitenza cesserà, continuate ad ascoltare. 第008回 I TRE PANIERI · IL BUDDHA HA CREATO LE SCRITTURE PER BEATIFICARCI. GUANYIN RICEVE LA MISSIONE DI RECARSI ALLA CAPITALE. Dove conduce la meditazione? Dopo un lungo macerarsi, Spesso, a invecchiare invano. Fin dall'inizio, è facile sviarsi: Far riserva di neve che si scioglie, Lustrar mattoni per cavarne specchi(7). Dentro un grano di senape È contenuto il mondo, Un pelo può assorbir tutti gli oceani, Quando Kâsyapa ci sorride(8). Chi ha compreso è al di là dei tre veicoli E delle dieci tappe. Gli altri perdono il tempo Imprigionati dentro le sei strade E quattro forme di reincarnazione. Ai piedi di scogliera senza canne O ritto sotto l'albero senz'ombra, Come sopporti il canto del cuculo? Stretto sentiero risale il Caoqi, Fitta la nebbia sul monte Lingshan: La voce dell'amico ne vien spenta. Il burrone profondo mille tese, Loto di cinque petali, Vecchio tempio impregnato d'incenso: Hai la rivelazione delle Origini, Vedi i gioielli del drago sovrano. Questi versi si cantano sull'aria Suwuman Parliamo del nostro Buddha che, dopo essersi congedato dall'Imperatore di Giada, ritornò al suo ritiro del monastero del Colpo di Tuono. Sul santo Monte degli Avvoltoi, all'ombra dei due boschetti di sâla, si erano schierati per accoglierlo - con stendardi, preziosi baldacchini, rari tesori e fiori immortali - tremila buddha, cinquecento arhat, otto grandi re armati di folgore e i quattro incommensurabili pusa. Il Beato, ritto su una nuvola di buon augurio, disse loro: "Contemplo In abissale prajnâ L'insieme dei tre mondi. Essenza delle cose, In fondo, è l'estinzione. Il nulla è vuoto, Ciò che è non esiste. Non fu cosa da poco Piegare la scimmia perversa: Ogni esistenza è rivelata Da nome, nascita e morte." Il Buddha tacque ed emise una luce di sante reliquie, che riempì lo spazio di quarantadue arcobaleni bianchi, da nord a sud. La folla si inchinò e pregò. Poi, quando si furono raccolte brume e nebbie di buon auspicio, il Buddha salì sul palco e si accomodò sul trono di loto. Buddha, arhat, portatori di folgore e pusa salutarono, giunsero le mani e chiesero: "Chi ha turbato il paradiso e la Festa delle Pesche di Immortalità?" "Una scimmia perversa del Monte di Fiori e Frutti. Ha commesso innumerevoli crimini, più grandi del cielo. Vari guerrieri celesti non riuscirono a sottometterla, ma Erlang finì per catturarla e Laozi la mise nel forno alchemico; tuttavia niente riusciva a distruggerla. Quando sono arrivato, stava mostrando il suo valore militare e i suoi poteri spirituali in mezzo agli addetti al servizio del tuono, che non riuscivano nemmeno ad accostarla. Quando ho fatto cessare il combattimento e l'ho interrogata, mi ha detto che disponeva del potere di trasformarsi e di fare una capriola nelle nuvole di cento ottomila li, nientemeno! Ho scommesso con lei che non sarebbe stata capace di sfuggire dalla mia mano e l'ho imprigionata: le mie dita si sono mutate nel Monte dei Cinque Elementi, che l'ha racchiusa e sigillata. L'Imperatore di Giada, per ringraziare, ha aperto i suoi parchi di diaspro e cancelli d'oro perché onorassi una Grande Assemblea del Cielo Pacificato. Mi sono appunto congedato poco fa." Tutti si congratularono e gli fecero i complimenti, poi ciascuno in ordine di rango si ritirò per dedicarsi ai fatti suoi e godere in comune della verità celeste. Infatti Nebbie felici coprono l'India: È circondata da arcobaleni. La prima terra pura dell'Ovest, Porta reale di indistinzione. Gibboni neri offrono frutti, Le cerve recano dei fiori in bocca, Danzan fenici, cantano uccelli, Striscian nei secoli le tartarughe, Le gru immortali beccan l'angelica. Dolce è godere del Jetavana E passeggiare in riva al Gange. Sbocciano nuovi fiori ogni giorno, Ad ogni istante maturan frutti. Immersi in quieta meditazione Là non si cresce e non si cala, Là non si nasce e non si muore. Per quanto corrano le nubi in cielo E si avvicendino il caldo e il freddo Là si dimenticano gli anni che passano. Dicono qualcosa di simile anche altri versi: A tuo piacere cammini o stai, Non hai pensieri, non hai paure; Terra felice priva di ostacoli, Il tempo scorre senza stagioni. Un giorno il Buddha convocò buddha, arhat, pusa, portatori di fulmine, guardiani, monaci e suore per dir loro: "Non so quanto tempo sia passato dopo che l'assoggettamento di quella scimmia perversa ha ricondotto la pace in cielo. Suppongo che, per i mortali, sarebbe un buon mezzo millennio. Visto che oggi è il 15 del primo mese di autunno, ecco un vaso prezioso colmo di fiori e frutti rari di ogni specie, per festeggiare la festa di Ullambana; che ve ne pare?" Ciascuno giunse devotamente le mani e fece tre rispettosissime riverenze in segno di assenso. Il Buddha incaricò Ânanda di ricevere i fiori e i frutti, e Kâsyapa di distribuirli. Ciascuno ne fu vivamente commosso e compose versi di ringraziamento. Poi pregarono il Buddha di rivelare i fondamenti e di spiegare le origini. Il Beato dischiuse la sua bocca misericordiosa ed espose l'eminente Legge e il giusto frutto; mentre parlava delle sottili scritture dei tre veicoli, dei cinque aggregati e del Sûrangamâ sûtra, in cielo volteggiavano draghi e piovevano fiori. È il caso di ricordarlo: Lo spirito è più chiaro che luna su mille fiumi, Il sé nella sua natura è più vasto del cielo. Quando il Buddha concluse il sermone, indirizzò queste parole alla folla che lo ascoltava: "Ho notato che le qualità morali delle creature sono diverse in ciascuno dei quattro continenti. La gente dell'Est è rispettosa, cortese, franca e pacifica. Nel Nord si uccide facilmente, ma per nutrirsi; torpidità di spirito e sensibilità ottusa limitano i danni che ne potrebbero derivare. Da noi nell'Ovest cupidità e assassinio sono sconosciuti; la gente è modesta e di umore costante; vive a lungo, anche se non sa che cosa sia la perfezione. Ma il Sud! È il regno del lucro e della concupiscenza; là ci si compiace solo della malvagità, si litiga e ci si ammazza; come si dice: maldicenza a piene mani, un oceano di peccati. Al momento ho tre panieri di scritture veridiche, che insegnerebbero a quella gente a praticare il bene." I pusa si inchinarono giungendo le mani e si fecero avanti per chiedere: "Quali sono questi tre panieri che possedete?" "Il paniere della Legge, che parla del cielo; quello dei trattati, che esaminano la terra; e quello dei sutra dedicati alla salvezza dei dannati. I tre panieri contengono quindicimila centoquarantaquattro rotoli distribuiti in trentacinque sezioni: sono scritture che consentono di coltivare la verità, che è la porta del bene. Vorrei offrirle in particolare alle terre orientali, ma i suoi abitanti non sono abbastanza intelligenti: denigrano la verità delle nostre parole, ignorano i principi della Legge e bistrattano l'ortodossia dello yoga. Bisognerebbe trovare qualcuno animato dalla Legge che vada nell'Est a trovare un buon credente. Lo sottoporrebbe alla dura prova di attraversare mille fiumi e montagne per venir qui a cercare le autentiche scritture e diffonderle nelle terre orientali: convertire quella gente sarebbe una benedizione più alta di una montagna, un bene più profondo del mare. Chi sarebbe disposto?" Allora Guanyin si avvicinò al trono di loto, si inchinò tre volte e disse: "Il vostro indegno discepolo si presenta volontario per recarsi nell'Est, a scegliere un uomo che parta alla ricerca delle scritture." Tutti fissarono gli occhi su di lei. La pusa aveva Corpo dorato pieno di saggezza, Manifestava le quattro virtù. Frange di perle e giade, Cordoncini dorati e braccialetti, Le chiome pettinate con sapienza, La preziosa cintura crepitante, Bianca la veste con botton di giada E gonnella in broccato ornata d'oro. La circondava un'aura profumata Di buon augurio. Sopracciglia arcate Come luna nascente, occhi di stelle. Gioia perenne rischiara il suo viso, Le labbra sono disegnate in rosso. Il vaso sempre pieno di rugiada Reca un ramo di salice. Con infinita compassione libera Le persone dagli otto impedimenti. Sul Taishan è il suo regno e la dimora Nel mar meridionale. Essa risponde Ad ogni invocazione di infelici, È pronta ad esaudirla. Son le sue piante il violaceo bambù E il glicine odoroso. Guanyin del monte Laka e della Grotta Del Fragor di Marea. Il Buddha si rallegrò fra sé, dicendosi: "Nessun'altro avrebbe saputo compiere questa missione. Mi occorreva proprio la venerata Guanyin dalla vasta penetrazione spirituale." "Quali sono le vostre istruzioni?" chiese la pusa. "Dovrai osservare la strada da vicino e non tenerti sulle nuvole. Potrà andar bene la quota delle brume e delle nebbie, per osservare monti e acque e prendere diligente nota delle varie tappe, in modo da istruire il pellegrino. Poiché suppongo che non potrà evitare serie difficoltà nel viaggio, ti affido cinque tesori da consegnargli." Ordinò a Kâsyapa e Ânanda di portare una lunga veste di broccato e una lunga canna dalla cima ricurva con nove anelli, e spiegò a Guanyin: "Potrai dare veste e bastone al pellegrino per suo uso personale. Se acconsente a effettuare il viaggio, gli basterà indossare la veste per sottrarsi al ciclo delle reincarnazioni. Niente potrà danneggiarlo finché avrà il bastone ricurvo che gli mando." Guanyin si inchinò per prendere congedo. Il Buddha le diede ancora tre larghi anelli: "Questi tre cerchi serrano e imprigionano. Sono simili fra loro, ma si differenziano per le formule con cui si usano: Strizza, Spezza, Schizza. Se il pellegrino alla ricerca dei sutra incontra un demone di grandi poteri magici, può costringerlo a far penitenza e a diventare suo discepolo. Se il demone resiste, basta mettergli in testa uno di questi cerchi: gli si fisserà nella carne e, con l'incantesimo adatto, il demone sentirà gli occhi schizzargli dalle orbite e il cranio rompersi in mille pezzi. Piuttosto sarà ben felice di lavorare per noi." Udite le ultime istruzioni, Guanyin salutò e si ritirò. Chiese al suo discepolo, il novizio Hui'an, di partire con lei; era un'eccellente guardia del corpo, con la sua sbarra di ferro da mille libbre. Fece un fagotto della veste di broccato e lo diede da portare al discepolo, nascose i tre cerchi, impugnò il bastone e si mise in cammino, scendendo dal Monte degli Avvoltoi. Da questa partenza sarebbe derivato Che il figlio di Buddha il suo voto compirà E che Cicala d'Oro diverrà Legno di Sandalo(9). Giunta ai piedi della montagna, Guanyin fu trattenuta alla porta del Tempio della Verità di Giada dal Grande Immortale Testa d'Oro, che la invitò a bere il tè. Ma la pusa temeva di far tardi e si scusò: "Il Buddha mi ha ordinato di andare nell'Est a cercare un pellegrino che venga qui a prendere i sutra." "Quando arriverà?" "Non è ancora stabilito. Fra due o tre anni, suppongo." Si congedò e viaggiò alla quota delle brume e delle nebbie per prendere nota del percorso. Lo attesta la poesia: Cerca di mille leghe, si capisce, È faticosa da portare a termine. Trovare l'uomo giusto non è facile, Né si può fare a caso. Predicare la Legge è una follia Se non si ha fede: son parole vane. Tuttavia essa confida nella sorte, Pronta a sacrificarsi per gli amici. Maestro e discepolo proseguivano per la loro strada, quando videro una distesa di acque basse larga più di tremila leghe: era la regione delle sabbie mobili. "È un passaggio molto difficile" osservò Guanyin. "Come farà ad attraversarlo il pellegrino, con corpo e ossa di comune mortale?" "Secondo voi, maestro, che possibilità ci sono di aggirarlo?" chiese Hui'an. Guanyin fermò la nuvola per vedere meglio, e osservò che Ad est raggiunge le dune del mare, Ad ovest passa ogni paese barbaro, Giunge a sud nel paese di Wuyi Ed entra a nord fra i Tartari. Larga ottocento li, lunga un milione! Vanno scorrendo le acque senza fine, Ribollono qua e là. Distesa immensa Che si sente scrosciare da lontano. Non vi naviga zattera, nemmeno Potrebbe galleggiare un fior di loto. Sulle sponde si impigliano erbe e rami. Incupiscono gli argini al tramonto. Non vi è passaggio per le carovane, Non vi è riparo per il pescatore. Non vi si posa mai l'oca selvatica. I gridi dei gibboni son remoti. Si vedon solo fiori di rabarbaro, Aleggia odore di piante palustri. Guanyin era tutta presa dalla contemplazione, quando si udì un grande tonfo e il più orribile dei mostri uscì dall'acqua. Che aspetto aveva? Verdognolo, bluastro il brutto muso, O forse nero. Non grande né piccolo. Un corpo muscoloso e piedi nudi. Occhi di brace, Come lucerne accese sotto il forno. Bocca piegata agli angoli e scarlatta Come tazza di sangue. Denti aguzzi, Taglian come coltelli. Una gran zazzera Di capellacci rossi scompigliati. Fa un grugnito profondo come il tuono. E i suoi piedi lo portano sull'acqua Alla velocità dell'uragano. Il mostro, che impugnava un gran bastone, corse sulla riva e si precipitava sulla pusa, quando Hui'an gli si fece incontro con la sua sbarra di ferro e gli gridò: "Non un passo di più!" Ma il mostro non si fermò. Ne seguì un feroce e terribile scontro sulla rive del Fiume delle Sabbie Mobili. Proteggeva la Legge la sbarra di Moksa. Il bastone opponeva una grande potenza. Danzano sulla riva come draghi d'argento Il monaco divino e l'avversario. Dispiega l'uno i propri selvatici talenti, Mentre l'altro si fonda sulla forza dell'ordine. Solleva l'uno i flutti e rimescola le onde, Oscura nebbia e fumo l'altro intorno produce. I flutti sollevati oscuran cielo e terra, E nebbia e fumo velano anche la luna e il sole. Come una tigre bianca il randello dell'uno, Il bastone dell'altro come un drago in agguato. Se l'uno schiaccia l'erba per scovare il serpente, L'altro abbatte il sambuco e sa spaccare il pino. Lottarono fra loro finché cadde la notte E le stelle brillarono sopra le oscure nebbie. La ferocia dell'uno regnava sopra le acque, L'altro è alla prima prova dopo la sua partenza. Si erano scontrati diecine di volte, scendendo e risalendo lungo la sponda, senza vincitore né vinto, quando il mostro, mentre parava un colpo della sbarra di ferro, chiese: "E tu, monaco, da dove vieni per opporti a me?" "Sono il secondo figlio del re celeste Porta Pagoda e mi chiamo Moksa, in religione Hui'an. Proteggo il mio maestro che va nell'Est a cercare un pellegrino che parta alla ricerca dei sutra. E tu, che mostro sei per avere l'audacia di ostacolarci?" "Ricordo che seguivi gli studi presso la Guanyin dei mari del Sud, nel boschetto di bambù. Ma che ci fai qui?" "Non è appunto il mio maestro, là sulla riva?" A queste parola il mostro balbettò scuse, abbassò il bastone e si lasciò guidare da Moksa davanti a Guanyin, che salutò a testa bassa. Dichiarò: "Compassionevole pusa, scusate il mio sbaglio e consentitemi di spiegare. Non sono un mostro, ma l'ufficiale superiore delle cortine arrotolate, addetto al carro imperiale, in servizio nella Sala delle Nuvole Misteriose. A una Festa delle Pesche di Immortalità mi sfuggì di mano una tazza di cristallo e si ruppe; l'Imperatore di Giada mi condannò a ottocento frustate e all'esilio nel mondo di Sotto. Ogni settimana mi mandano spade volanti, che mi pungono i fianchi più di cento volte prima che le richiamino. Ecco come mi sono ridotto in questo misero stato. La fame e il freddo mi tormentano, e io mi difendo come posso: ogni due o tre giorni devo uscire dall'acqua e trovarmi un viandante da mangiare. Mi dispiace di non avervi riconosciuto: non avrei mai pensato di incontrare la grande compassionevole in un posto così." "Tu sei stato bandito per una colpa contro il cielo, ma in questo modo peggiori la tua situazione, accumulando crimini contro gli esseri viventi. Il Buddha mi ha dato l'incarico di cercare un pellegrino. Tu potresti aggregarti, convertirti al bene e diventare discepolo di questo pellegrino, quando andrà verso il Paradiso dell'Ovest a pregare il Buddha e a sollecitare il dono delle scritture. Il tormento delle spade volanti lo farò cessare io. I tuoi meriti cancelleranno le tue colpe, e tu potrai essere reintegrato nel servizio. Che ne pensi?" "Non saprei augurarmi di meglio. Non ho tenuto il conto della gente che ho mangiato da quando sono qui. Mi ero abituato a gettare le teste nelle sabbie mobili, dove affondavano subito. Nemmeno una piuma d'oca galleggerebbe, da queste parti. Eppure le ossa di nove pellegrini sono rimaste a galla e non vogliono affondare. La cosa mi è sembrata buffa e ho infilato uno spago in queste ossa per divertirmi, in mancanza di meglio. Ho paura che queste cose dissuadano il vostro pellegrino dal passare di qui, e che il mio avvenire sia compromesso." "Non è il caso che ti preoccupi. La collana di ossa puoi mettertela al collo, mentre aspetti il pellegrino; vedrai che gli tornerà utile." "Se è così, resto in attesa di istruzioni." Guanyin gli posò la mano sulla testa, gli impartì le otto proibizioni e gli diede il nome di Sabbioso, in religione Consapevole della Purezza, Sha Wujing. Egli accompagnò Guanyin nella traversata del fiume, purificò il cuore e la mente, rinunciò a nuocere agli esseri viventi e restò ad aspettare l'arrivo del pellegrino. Dopo averlo lasciato, la pusa si affrettò a est in compagnia di Moksa. Viaggiavano da tempo, quando videro un'alta montagna infestata da tali miasmi infetti che era impossibile salirvi. Si preparavano a scavalcarla, montando su una nuvola, quando un violento turbine portò un altro mostro, di aspetto ancor più feroce e pericoloso. Guardatelo: Gran labbra accartocciate come foglie, Sono gli orecchi ventole di giunco E gli occhi son d'acciaio. Ha le zanne affilate come lame, La bocca spalancata come un forno, Stringe le guance il soggolo d'un elmo, Serpenti senza scaglie son le cinghie Della corazza. Artigli penetranti Di drago sono i denti del rastrello, L'arma che impugna. Reca alla cintura Anche l'arco ricurvo. E un'arroganza Da schiacciare gli dèi sotto il disprezzo. Si lanciò sui viandanti e alzò il rastrello, senza preavviso, per colpire la pusa. Ma il novizio Moksa, parando il colpo, gridò: "Ti insegno io la buona creanza, sudicio mostro! In guardia!" "Misero monacello, vuoi proprio lasciarci la pelle: bada al mio rastrello!" E scambiavano colpi in una serie di scontri senza vincitore né vinto. Feroce il mostro, il monaco potente; Sfonda il torace la sbarra di ferro, Ma può il rastrello squarciare la gola. Sale in alto una nuvola di polvere, Volano pietre e sabbia dappertutto. Brillano i nove denti del rastrello, Vibrato a tutta forza e risonante. La nera sbarra di ferro volteggia. Un principe celeste difensore Della legge sul monte Potalaka, Ed un grande guerriero e fiero mostro: Non si sa chi prevale nella lotta. Sul più bello Guanyin, dall'alto, gettò alcuni fiori di loto per liberare la sbarra dai denti del rastrello. Allarmato il mostro esclamò: "Ma chi sei, monaco, per farmi questi giochetti del fiore nell'occhio?" "Maledetta e volgare creatura, sono il discepolo della pusa dei mari del Sud. I fiori li getta il mio maestro, non vedi?" "Ma la pusa dei mari del Sud non è Guanyin la salvatrice, che libera dai tre flagelli e salva dalle otto disgrazie?" "Si capisce." Il mostro gettò il rastrello e, salutando umilmente, supplicò: "Buon fratello, dov'è la pusa? Ti prego di presentarmi." Moksa alzò gli occhi: "Eccola lassù." Il mostro si prosternò in quella direzione e gridò: "Perdono, perdonatemi!" Guanyin scese dalla nuvola, si accostò e gli chiese: "Spirito malefico di cinghiale o di vecchia troia che tu sia, come ti permetti di ostacolarci?" "Non sono né una cosa né l'altra, bensì l'ammiraglio dei canneti celesti della Via Lattea. Una volta che avevo bevuto troppo mi lasciai andare a tastare un pochino il sedere della dea della luna; perciò l'Imperatore di Giada mi condannò a duemila vergate e al bando fra i mortali. La mia vera natura cercava rifugio in un seno accogliente, ma sbagliai indirizzo e finii nel ventre di una troia, che mi mise al mondo come mi vedete. Quella bestia l'ho uccisa a morsi con i suoi porcelli. Mi arrangio a vivere mangiando la gente. Non avrei mai sperato di incontrarvi; vi prego, salvatemi, se potete." "Che nome ha questa montagna?" "Si chiama Poggio Benedetto, e ci si trova la Caverna della Passerella delle Nuvole. Ci abitava la mia seconda sorella Piccola Cogliona. Aveva constatato che me la cavavo nelle arti marziali, e perciò mi invitò a dirigere la casa o, come si dice da noi, a infilare i piedi a rovescio. Morì qualche mese dopo e mi lasciò in eredità la grotta e i suoi arredi. Con l'andar del tempo, in mancanza di altri mezzi per sopravvivere, ho dovuto rimettermi a mangiare i passanti. Confido che mi perdonerete." "Come dicevano gli antichi, chi confida nell'avvenire, non si deve comportare come se non ne avesse. Hai commesso un'infrazione nel mondo di Sopra e, invece di pentirti e di rinunciare alla brutalità, distruggi creature viventi e ti abbandoni al peccato. Così i tuoi crimini aumentano e richiameranno altri castighi." "È un bel consiglio, ma come mangerò? Devo inghiottire vento? Lo dice anche il proverbio: il mandarino ti fa morire di legnate, il Buddha ti fa morir di fame. Lasciate perdere! Me la caverò meglio acchiappando qualche altro viandante e magari concedendomi qualche signora grassottella. Che differenza volete che faccia qualche delitto in più?" "Il cielo non abbandona l'uomo di buona volontà: se ritorni a un comportamento che meriti il giusto frutto, non ti mancherà di che vivere. I cinque cereali sono perfettamente sufficienti a calmare la fame. Perché dovresti invece mangiare la gente?" Al mostro sembrò di uscire da un sogno. Disse a Guanyin: "Vorrei seguire la buona strada, ma chi accumula delitti contro il cielo non può nemmeno pregare." "Il Buddha mi ha incaricato di trovare un pellegrino nel paese dell'Est. Tu potresti accompagnarlo come discepolo e, col merito del viaggio al Paradiso dell'Ovest, potresti riscattare i tuoi peccati: ti garantisco che saresti liberato da questa calamità." "Certo che voglio seguirlo!" sbraitava il mostro, come se non avesse abbastanza bocca per gridare. Guanyin gli posò la mano sulla testa, gli impartì gli otto divieti e gli diede il nome di Porcellino, in religione Consapevole delle Proprie Capacità, Zhu Wuneng. Obbedendo ai precetti della sua conversione, d'ora in poi si astenne dai cinque cibi forti e dalle tre carni ripugnanti, dedicandosi all'attesa del pellegrino. Guanyin e Moksa si congedarono da Consapevole delle Proprie Capacità e ripresero il viaggio fra terra e nuvole. Mentre viaggiavano, videro un drago incatenato in aria che chiedeva aiuto. La pusa si avvicinò e chiese: "Chi sei, e perché subisci questo castigo?" "Sono figlio di Aojun, il re drago dei mari occidentali. Mio padre mi ha denunciato alla corte celeste per ribellione contro l'autorità paterna, perché avevo dato fuoco alla sua sala e certe perle erano andate perdute nelle fiamme. L'Imperatore di Giada mi ha fatto incatenare per aria e mi ha condannato a trecento frustate. Ma adesso procederanno all'esecuzione capitale. Vi imploro, salvatemi se potete!" Guanyin si precipitò con Moksa alla porta meridionale del Cielo. I precettori celesti Qiu e Zhang li ricevettero subito e chiesero chi volevano incontrare. "Avrei bisogno di vedere l'Imperatore di Giada" rispose Guanyin. I due precettori inoltrarono la richiesta e l'Imperatore scese dal suo trono per andar loro incontro. Dopo i saluti, la pusa spiegò: "Per ordine del Buddha stavo cercando un pellegrino nel paese dell'Est. Abbiamo incontrato sulla nostra strada un drago malvagio, incatenato in aria. Sono venuta a pregarvi di lasciarlo vivere e di assegnarmelo: risolverei il problema del mezzo di trasporto per il pellegrino." L'Imperatore di Giada promulgò subito un decreto di amnistia, e spedì i suoi ufficiali a slegare il drago e consegnarlo a Guanyin. Lei espresse la sua gratitudine e ritornò indietro. Il giovane drago si prosternò per ringraziarla di avergli salvato la vita, e si mise a sua disposizione. La pusa lo mandò ad aspettare il pellegrino dentro un torrente di montagna. Il suo momento di acquistar meriti sarebbe venuto quando, trasformato in cavallo bianco, avrebbe condotto il suo nuovo padrone al Paradiso dell'Ovest. Il giovane drago si andò a nascondere secondo le istruzioni ricevute. Guanyin riprese con Moksa la via dell'est. Avevano ripreso il viaggio da non molto, quando videro copiosi raggi d'oro e scie di vapori di buon augurio. "Maestro" disse Moksa "quello che emette questa luce è il Monte dei Cinque Elementi; si vede l'iscrizione del Buddha che ne sigilla la cima." "È dunque chiuso là sotto il Grande Santo Uguale al Cielo, quello che sconvolse la Festa delle Pesche di Immortalità e provocò tanti disordini nel palazzo celeste?" "Proprio così" confermò Moksa. Salirono la montagna e contemplarono la scritta delle sacre parole Om mani padme hûm. La lettura strappò molti sospiri alla pusa, che compose questi versi: Si era sviata la scimmia infelice: Fu presa da follia di dominare. Le pesche derubò, violò il palazzo, Né cento armati poteron fermarla. Scosse col suo prestigio i nove cieli E solo il Buddha la poté domare. Potremo noi contare sul suo aiuto? Presto la conversazione fra maestro e discepolo destò la reazione di Scimmiotto dentro la montagna. Gridò: "Chi si diverte, lassù, a mettere in versi la mia ignominia?" A queste parole Guanyin discese il fianco della montagna per cercare di vederlo. Ai piedi dello sperone roccioso si trovavano la divinità del luogo e i guardiani posti dal Cielo al grande santo. Tutti si fecero incontro alla pusa, si inchinarono e la guidarono dov'era Scimmiotto. Essa vide che, nella scatola di pietra in cui era chiuso, poteva parlare ma quasi non si poteva muovere. "Mi riconosci, Scimmiotto?" chiese Guanyin. Il grande santo aguzzò gli occhi di fuoco dalle pupille d'oro, piegò la testa e gridò: "Come non riconoscerti? Tu sei la compassionevole e buona pusa Guanyin del Potalaka dei mari del Sud, che ci leva dalle disgrazie e dalle calamità. Grazie di essermi venuta a trovare. Qui i giorni sembrano anni, della gente che conoscevo non ho rivisto nessuno. E tu da dove vieni?" "Il Buddha mi ha incaricato di cercare un pellegrino nel paese dell'Est. Passavo di qui e mi sono fermata per vederti." "Mi ha conciato a dovere, il Buddha! Cinquecento anni che sono schiacciato da questa montagna, senza potermi muovere. Ti prego, se puoi, tirami fuori." "Ne avevi combinate tante. Se ti faccio uscire, potresti ricominciare. Sarebbe un bel guaio." "Ma ora so che cos'è il pentimento. Se la compassionevole vuole mostrarmi la strada, sono pronto a migliorarmi con una vita pia." Perché le cose vanno così: Non c'è in un cuore d'uomo alcun pensiero Che la terra ed il cielo non conoscano. Se non si retribuisser bene e male Sarebbe il mondo preda di ingiustizia. Le parole di Scimmiotto riempirono di gioia Guanyin, che rispose: "Quando è detta una buona parola, dicono le nostre sante scritture, le si risponderà da mille leghe. Ma anche una parola cattiva provoca una reazione da mille leghe. Se la tua intenzione è quella che dici, aspetta che arrivi al paese dei grandi Tang nell'Est, e che trovi il pellegrino che partirà alla ricerca dei sutra. Gli raccomanderò di liberarti. Diventerai il suo discepolo, lo accompagnerai, diventerai buddista, sgranerai il tuo rosario e praticherai le azioni che portano al giusto frutto. Che ne pensi?" "Ci voglio andare, sta sicura che lo voglio!" ripeteva Scimmiotto. "Vedo che sei sulla buona strada. Ti darò un nome in religione." "Ne ho già uno, mi chiamo Consapevole del Vuoto." "Che fortuna! Ho appena convertito due creature e ho dato loro nomi in religione della forma Consapevole di. Il tuo nome ha la stessa forma. Allora non c'è altro da dire; me ne posso andare." In questo modo, cosciente della sua natura e con lo spirito illuminato, Scimmiotto accettò l'insegnamento del Buddha; e Guanyin ripartì per la sua ricerca. Ben presto essa giunse con Moksa a Chang'an, la capitale del grande impero dei Tang. Maestro e discepolo dissolsero la loro nuvola e si trasformarono in monaci mendicanti, coperti di tigna e di rogna. Entrarono in città al cader della notte. Camminando lungo un grande viale, riconobbero un santuario dedicato alla divinità locale e vi entrarono, allarmando e riempiendo di panico la divinità e le sue guardie fantasma. Il fatto è che avevano subito riconosciuto la pusa e corsero a prosternarsi. Il dio locale partì di corsa per annunciare l'illustre visita alla divinità protettrice delle mura e dei fossati, a quella del suolo e a tutti i templi di Chang'an. E tutti vennero a presentare le loro scuse: "Perdonateci se abbiamo tanto tardato a presentarci per augurare il benvenuto." "Guardatevi bene dal far filtrare la notizia. La missione di venir qui me l'ha affidata il Buddha, perché trovi qualcuno che vada in cerca delle scritture. Approfitterò della vostra ospitalità per pochi giorni. Appena avrò trovato la persona adatta, me ne andrò." Le divinità ritornarono nei luoghi di loro competenza, dopo aver mandato il dio locale ad abitare provvisoriamente con quello delle mura e dei fossati, in modo che maestra e discepolo potessero più facilmente mantenere l'incognito. Se poi non sapete se alla fine riuscirono a trovare il loro pellegrino, ascoltate il seguito. 第009回 IL DRAGO E L'INDOVINO · IN CUI L'IMPECCABILE CALCOLO DI UN INDOVINO IMPARZIALE INDUCE UN DRAGO ALLA COLPA DI INFRANGERE L'ORDINE DEL CIELO. Come dice il poema: La capitale val certo una visita! Serpeggiano otto fiumi fra colline. E quanti imperatori dominarono Da questo luogo noto con il nome Pace Perpetua! Parliamo della città di Chang'an, nella provincia dello Shaanxi, luogo di cui tanti re e imperatori fecero la loro capitale. Dai tempi dei Zhou, Qin e Han i tre fiumi principali vi dispiegano la loro bellezza e gli otto affluenti circondano le mura della città. Il solo quartiere di piacere ha trentasei strade fiancheggiate da salici e ornate di fiori, con settantadue padiglioni sempre risonanti di musica. Sulle mappe dei cinesi come dei barbari, questo è il posto più importante del mondo. Regnava allora Wen, il Colto, imperatore dei grandi Tang. Aveva dato alla sua era imperiale il nome di Contemplazione della Virtù, Zhenguan; i posteri lo avrebbero poi chiamato Taizong. Correva l'anno jisi, il tredicesimo del suo regno. Noi però non ci occuperemo degli eroi che pacificarono il paese e consolidarono lo stato per il trono imperiale, né dei prodi che affermarono il suo dominio combattendo alle frontiere. Rivolgiamo invece l'attenzione a due saggi che vivevano fuori porta, sulla sponda del fiume Jing. L'uno era un pescatore e si chiamava Zhang Shao; l'altro un boscaiolo di nome Li Ding. Appartenevano a quella specie di dottori che non hanno superato alcun esame: montanari che sapevano leggere. Un giorno che erano andati in città a vendere, uno la sua legna, che portava in spalla, e l'altro il suo paniere di carpe, entrarono insieme in un'osteria. Dopo una bella bevuta, con la testa un po' annebbiata, se ne tornarono passo passo lungo il fiume Jing, ciascuno con la sua bottiglia in mano. "Fratello Li" disse Zhang. "Pensavo a quelli che lottano per farsi un nome e ci lasciano la pelle, a quelli che periscono nella ricerca del profitto. Chi riceve un titolo, dorme fra le zampe della tigre; chi ottiene favori, passeggia con un serpente nella manica. Tutto sommato non hanno la nostra fortuna, di vivere liberi e spensierati fra montagne azzurre e acque limpide. Noi accettiamo il nostro destino e apprezziamo il gusto insipido di un'esistenza semplice." "Hai ragione, fratello Zhang, ma le tue acque limpide non valgono le mie montagne azzurre." "Saranno le montagne azzurre che non valgono le acque limpide! Lo dicono anche certi versi che si cantano sull'aria di La farfallina vola tra i fiori: Una barca galleggia Su mille leghe di acque brumose, Vela isolata nel calmo riposo; Intorno come un canto di sirene. Con il cuore mondato dai pensieri Di fama e di denaro, colgo giunchi E fiori, conto i gabbiani che volano E mi riposo nella cala ombrosa Con moglie e figli. Quando ci svegliamo Non spira vento, l'acqua scorre liscia. Senza gloria Passa la vita, ma anche senza noie E senza umiliazioni." "Le montagne sono un'altra cosa" replicò il boscaiolo. "Ci sono versi anche per quelle, sempre sull'aria della Farfallina: Nella fitta abetaia ascolto nel silenzio Il canto del rigogolo, struggente come un flauto. La dolce primavera si abbiglia in verde e rosso; Presto verrà l'estate, col tempo che trascorre, Poi l'autunno mutevole con i suoi frutti gialli. Poi, da un momento all'altro, è l'inverno severo. Mutano le stagioni, ma in tutte io sono libero!"[...] Recitandosi versi a vicenda, i due compari giunsero dove le loro strade si separavano. Mentre si inchinavano per salutarsi, Zhang disse: "Sii prudente! Sta attento alle tigri mentre sali sulla montagna. Se mai dovesse capitarti qualcosa, avrei un amico di meno al mondo." "Ma sei un furfante, non un amico!" si indignò il boscaiolo. "Come puoi augurarmi una cosa simile? Se devo essere ucciso da una tigre, che tu possa colare a picco con la tua barca!" "Io non colerò mai a picco." "La disgrazia è inattesa come l'uragano: come puoi essere così sicuro?" "Fratello Li, se parli in questo modo è perché fai un mestiere più imprevedibile del mio: io so per certo che non mi può capitare niente." "A un lavoro sull'acqua non mancano certo imprevisti e pericoli. Figuriamoci come si farà a cautelarsi!" "Non ti ho detto tutto. A Chang'an c'è un indovino che abita nel viale della porta ovest. Ogni giorno gli porto una carpa dorata, e lui si cava dalla manica un oroscopo per me. I posti dove mi consiglia di pescare sono sempre quelli giusti; li azzecca al cento per cento. Ci sono stato anche oggi, e mi ha detto di tendere le reti all'estremità est della baia del fiume Jing e di gettare la lenza dalla sponda ovest: sono sicuro che, come al solito, rientrerò a pieno carico di pesci e di gamberi. Quando domani torneremo in città, avrò di che comprarmi il vino e riprendere la conversazione con te, vecchio mio." E i due si separarono. Dice il proverbio: attento a quel che dici, anche l'erba ha orecchie. Uno yaksa di pattuglia nella corrente del Jing aveva sentito la conversazione sull'infallibilità dell'indovino. Ritornò di corsa al palazzo di cristallo del suo padrone e annunciò al re drago: "Disgrazia! Calamità!" "Quale calamità?" chiese il drago. "Mentre facevo la ronda vicino a riva ho sorpreso la conversazione fra un pescatore e un boscaiolo. Ho avuto notizie inquietanti. Il pescatore diceva che a Chang'an c'è un indovino infallibile; ogni giorno gli regala una carpa e si fa indicare dove tendere le reti a colpo sicuro, garantito al cento per cento. Non finirà per catturare tutta la nostra popolazione acquatica? Come potrà vostra maestà sostenere il suo prestigio, senza creature che popolino il palazzo e saltino in mezzo alla corrente?" Il re fu preso dall'ira, sguainò la spada e voleva correre senz'altro a castigare l'indovino di Chang'an. Figli draghi e nipoti draghetti, che si tenevano ai lati, ministri gamberi, ufficiali granchi, il generale agone, il vicedirettore perca e il presidente carpa lo invitarono unanimi alla prudenza: "Dominate la collera! Dice il proverbio: Parola detta per via non è degna di fede. Se vostra maestà esce di casa in questo stato, la seguiranno nuvole e piogge torrenziali, che spaventeranno tutta la popolazione di Chang'an. Il Cielo di Sopra vi riterrà responsabile. Vostra maestà sa trasformarsi e dissimularsi in tanti modi; perché non prende un aspetto qualsiasi, per esempio di letterato, e non va in città a interrogare l'indovino? Se le affermazioni del pescatore sono vere, ci sarà tutto il tempo di prendere le nostre misure. Se non fosse così, non rischieremmo di uccidere sconsideratamente un innocente?" Il re drago si dominò. Lasciò a casa la spada preziosa e comparve sulla sponda senza provocare nubi né piogge. Con una scossa si trasformò in un letterato biancovestito. Distinto portamento, alta statura Viene avanti con passo dignitoso. Kong e Meng son presenti nei suoi detti; Sembra l'incarnazione del re Wen, Vestito in giada candida e turbante. Percorse a gran passi il viale che partiva dalla porta occidentale. Una folla vociante e colorata si accalcava intorno a un uomo che parlava con enfasi e autorità: "Quelli del drago seguiranno il loro destino, quelli della tigre si trovano in conflitto. I quattro segni del vostro oroscopo sono in armonia, ma temo che oggi interferiranno con il pianeta dell'anno." Il drago capì che l'indovino era lui. Si fece largo tra la folla e diede un'occhiata dentro la bottega: Rare calligrafie, belle pitture Appese a tutti i muri. Arde l'incenso In un porta profumi a forma di anatra. Acqua pura nei vasi in porcellana. Qui Wang Wei, là il ritratto di Guigu. Una pietra da inchiostro di Duanqi, Grandi pennelli di pelo di martora. Perle di vetro, libri di Guo Pu E nel posto d'onore tutti i classici Di scienze occulte. L'uomo certo è pratico Di esagrammi, trigrammi, dèi e diavoli. La sua mano dispone sul vassoio Con sicurezza i segni. Nella testa Ha lo schema preciso dei pianeti, E le costellazioni al loro posto. Limpido come luna in uno specchio Può veder ciò che è stato e che sarà. Egli sa ciò che annuncia la disgrazia Oppure la fortuna; morte o vita. Provocano i suoi discorsi venti e piogge, I suoi pennelli inquietano gli dèi. La tavoletta reca scritto il nome Dell'indovino: Yuan Sempre Sincero. Quest'uomo era Yuan Shoucheng, zio del maestro Yuan Tiangang che a quel tempo presiedeva la commissione imperiale di astronomia. Era un uomo di bella presenza e dalla fisionomia non comune. Era rinomato in tutto il grande paese e la sua arte imperava a Chang'an. Il re drago entrò e salutò il maestro, che lo invitò a sedere al posto d'onore e gli offrì il tè. Dopo che il garzone lo ebbe servito, l'indovino chiese: "Che cosa vi occorre di sapere?" "Ditemi che tempo farà." L'indovino consultò i suoi foglietti e concluse: "Nuvole coprono le cime, Nebbia nasconde gli alberi: Domani sicuramente Pioverà in abbondanza." "A che ora pioverà, e quanto esattamente, in piedi e pollici?" volle sapere il drago. "Il cielo si coprirà all'ora del drago, tuonerà all'ora del serpente e pioverà verso mezzogiorno; la pioggia cesserà all'ora dell'ariete e in tutto sarà di tre piedi, tre pollici e quarantotto gocce." "Dite sul serio?" fece il drago ridendo. "Non dovreste scherzare con queste cose. Se domani pioverà davvero all'ora e nella quantità che dite, vi darò cinquanta tael d'oro. Ma se non pioverà, o l'ora o la quantità saranno diverse, vi avverto: vi butterò giù la vetrina, farò a pezzi l'insegna, vi caccerò da Chang'an e vi insegnerò io a imbrogliare la gente." "Come volete" rispose l'indovino con un sorrisetto divertito. "Non fate complimenti! Ci rivedremo domani dopo la pioggia." Il re drago si congedò e rincasò in fondo al fiume. Le varie divinità delle acque gli chiesero: "Com'è andato l'incontro di vostra maestà con l'indovino?" "Tutto fatto, tutto a posto. È proprio un imbroglia-stagioni pieno di presunzione. Gli ho chiesto quando pioverà; mi ha risposto: domani. A che ora? Mi ha risposto che il cielo si coprirà alle sette, tuonerà alle dieci, pioverà verso mezzogiorno e smetterà alle tre: tre piedi, tre pollici e quarantotto gocce d'acqua. Gli ho promesso cinquanta tael d'oro, se tutto va come dice lui; ma se ha sbagliato, anche di poco, gli rompo tutta la bottega e lo butto fuori da Chang'an." Tutti gli acquatici si misero a ridere: "Vostra maestà è la più alta autorità degli otto fiumi. Sorvegliate voi le piogge, solo voi potete sapere se pioverà o no. Come ha osato dire queste sciocchezze? Povero ciarlatano, ha già perso la scommessa." Figli e nipoti del drago non la smettevano di ridere e di scambiare battute sull'argomento con i ministri pesci e i letterati granchi. Ma di colpo si sentì risonare una voce: "Decreto imperiale all'attenzione del re drago del fiume Jing." Tutti alzarono la testa: una guardia vestita d'oro, che recava in mano un'ordinanza dell'Imperatore di Giada, entrava nella residenza acquatica. Il re drago si diede precipitosamente un contegno e fece mettere incenso a bruciare per ricevere l'ordinanza. La guardia vestita d'oro fece la consegna e volò via. Il re drago ringraziò l'imperatore dei suoi favori, aprì la busta e lesse: Si ordina con la presente al comandante degli otto fiumi di procedere a far rullare il tuono e a lanciare i fulmini, al fine di far godere domani la città di Chang'an del beneficio della pioggia. Il documento stabiliva con assoluta precisione orari e quantità, ed erano gli stessi che l'indovino aveva predetto. Il drago ebbe uno svenimento. Quando si riebbe, disse debolmente alla genia acquatica: "È mai possibile che in questo basso mondo di polvere viva un uomo così perspicace? È davvero capace di penetrare le leggi del cielo e della terra: con lui il perdente sono io!" "Maestà, rassicuratevi" intervenne l'agone che comandava le truppe. "Non sarà difficile vincere la scommessa: il vostro umile servitore vorrebbe proporvi un modesto piano che basterà a fargli abbassare la cresta." Il drago chiese di che cosa si trattava, e l'agone spiegò: "Sbagliate un po' sull'ora, lesinate sulla quantità, e la predizione non risulterà esatta. Non potete perdere! E allora sarà giustificato che gli strappiate l'insegna e lo buttiate fuori." Il re drago decise di seguire il consiglio e si tranquillizzò. Il giorno dopo convocò il conte del vento, il duca del tuono, il mozzo delle nuvole e la madre dei fulmini, e tutti insieme si recarono alla nona nuvola sopra la città di Chang'an. Aspettò le nove per incominciare a diffondere le nuvole e mezzogiorno per far suonare il tuono; la pioggia incominciò a cadere verso l'una e cessò alle quattro; ne caddero solo tre piedi e quaranta gocce. Le operazioni erano state ritardate di un'ora, la quantità ridotta di tre pollici e otto gocce. Dopo la pioggia rispedì a casa i suoi collaboratori, discese e riprese l'aspetto del letterato vestito di bianco. Giunto sul viale della porta occidentale, irruppe nella bottega di Yuan Soucheng e, senza lasciargli il tempo di spiegarsi, gli spaccò in mille pezzi insegna, pennelli e scrittoio. Il maestro restava seduto sulla sua seggiola, impassibile, senza abbozzare un movimento. Il drago, che aveva strappato un battente della porta, si mise a rotearlo minaccioso: "Maledetto stregone che predice a vanvera, canaglia imbrogliona! I tuoi calcoli erano sbagliati. Non hai azzeccato né l'ora della pioggia, né la quantità, e adesso te ne stai lì seduto con un'aria di superiorità. Farai meglio a levarti dai piedi prima che sia troppo tardi, se vuoi salvare la pelle." L'indovino non dava il minimo segno di timore; scoppiò in una risata sarcastica, levando gli occhi al cielo: "Non mi fate proprio paura. Non io, ma voi, temo, avete commesso un delitto passibile della pena capitale. A me non la fate! So benissimo chi siete: non un letterato, ma il re drago del fiume Jing. Avete violato un ordine dell'Imperatore di Giada; avete modificato l'ora e ridotto la quantità della pioggia, rispetto alle istruzioni che avete ricevuto. Stanno per affidarvi al carnefice, sul patibolo dei draghi. E avete ancora la faccia di venirmi a insultare!" La replica lasciò il drago paralizzato dal terrore, con tutti i peli ritti. Lasciò cadere il battente, si ricompose, si prosternò davanti al maestro e piagnucolò: "Non me ne vogliate, maestro. Un momento fa scherzavo, senza pensare che poteste prendermi sul serio. In effetti ho violato l'ordine del Cielo; e ora che cosa devo fare? Vi imploro di aiutarmi a cavarmi dai guai, altrimenti non vi mollerò più, nemmeno da morto." "Tutto ciò che posso fare per voi è di suggerirvi una strada che potrebbe salvarvi la vita." "Istruitemi, vi prego!" "Domani, al terzo segno dell'ora wu, comparirete davanti a un mandarino del mondo degli uomini, Wei Zheng, che vi condannerà alla decapitazione. Se proprio volete vivere, non vi resta che parlarne subito all'imperatore Taizong. Wei Zheng è il suo primo ministro. Se otterrete la sua intercessione, potreste cavarvela." A queste parole il drago si congedò rispettosamente e corse via con le lacrime agli occhi. Il sole tramontava: Si addensa la foschia sopra i monti violetti, I viaggiatori stanchi si fermano agli alberghi. Si posano le oche sopra i banchi di sabbia. Nel cielo la Via Lattea come un fiume d'argento Sembra sollecitare l'ora della clessidra. Le lampade al villaggio rilucon senza fiamma. Una brezza disperde il fumo del camino. L'uomo si disorienta dietro ad ambigui sogni. Dei fiori rampicanti resta l'ombra che striscia Sopra la balaustra. Al chiaror delle stelle Un orologio ad acqua si sente chioccolare. Scivola cheto il tempo verso la mezzanotte. Il re drago del fiume Jing, senza nemmeno rincasare, aspettava per aria che la mezzanotte disperdesse brume e nebbie. A quell'ora discese al portale del palazzo imperiale. In quel momento il sovrano sognava di essere uscito dal palazzo per passeggiare sotto la luna, in mezzo ai fiori. D'un tratto il drago, in forma umana, si fece avanti, si inginocchiò e gridò: "Maestà, vi prego, salvatemi!" "Chi sei?" chiese Taizong. "Ti prometto il mio aiuto." "Il vero drago siete voi, maestà; io non sono che un prodotto sbagliato della reincarnazione. Ho violato gli ordini del Cielo e devo essere condannato alla decapitazione dal vostro saggio ministro Wei Zheng. Perciò sono venuto a supplicare vostra maestà di tentare di salvarmi." "Ne ho certo la possibilità, se è Wei Zheng che ti deve giudicare. Puoi stare tranquillo, va pure." Il drago, felice, ringraziò prosternandosi e se ne andò. Taizong si svegliò, ma continuava a pensare a quel sogno. Giunse presto il terzo segno dopo la quinta veglia, l'ora di udienza imperiale, che riunisce i funzionari civili e militari. Ecco qui: Dal portale di giada sale fumo fragrante, Il profumo di incenso monta alto fino ai tetti Dove si muove al vento la bandiera imperiale Nella luce dell'alba, e una nube la sfiora. Relazioni armoniose, come con Yao e Shun, Rituali imponenti, come con Han e Zhou. In coppie colorate, cortigiani coi lumi, Signore con ventagli. Dentro la vasta sala Dell'unicorno, ornata da grandi paraventi Con fiammanti pavoni, brilla la viva luce. Ai tre schiocchi di frusta, si inchinano gli astanti Davanti alla corona. Si vedono nel parco I salici sugli argini chinarsi dolcemente Al suono della musica. Fra i tendaggi di perle E le stuoie di giada il ventaglio del mondo Riposa sopra il carro del potere imperiale. Valorosi ufficiali e saggi mandarini, Ciascuno al proprio rango, con i sigilli d'oro E cinture di porpora. Un milione di autunni È la loro durata: dureran quanto il mondo. I funzionari sfilarono per rendere omaggio, e poi presero posto. Il sovrano Tang aprì gli occhi di fenice dalle pupille di drago e, passandoli in rassegna, riconobbe Fan Xuanling, Du Ruhui, Xu Shiji, Xu Jingzong e Wang Gui tra i funzionari civili; Ma Sanbao, Duan Zhixian, Yin Kaishan, Chen Yaojin, Liu Hongji, Hu Jingde e Qin Shubao fra i mandarini militari; tutti d'aspetto degno e imponente. Ma non si vedeva il primo ministro Wei Zheng. L'imperatore fece avvicinare Xu Shiji e gli disse: "Ho fatto un sogno strano stanotte: mi compariva davanti un uomo, che si diceva il re drago del fiume Jing; raccontava di dover subire l'esecuzione capitale a cura di Wei Zheng, per aver violato un ordine del Cielo, e mi supplicava di salvarlo. Io glielo promettevo. Come mai proprio Wei Zheng non è fra voi?" "Se il sogno è verace, bisognerà convocare a corte Wei Zheng e trattenerlo tutto il giorno; trascorsa la giornata, il drago che avete visto in sogno avrà salva la vita." Soddisfatto della risposta, l'imperatore ordinò di mandare un messo in vettura alla ricerca di Wei Zheng. Intanto il primo ministro si trovava nella propria residenza. La notte precedente, mentre osservava i segni del firmamento e bruciava incenso, aveva inteso il grido delle gru e un messaggero celeste gli aveva portato l'ordine scritto dell'Imperatore di Giada di procedere in sogno alla decapitazione del drago del fiume Jing, al terzo segno dell'ora wu. Il primo ministro ringraziò il Cielo della sua considerazione, restò ritirato in casa, osservò le astinenze, fece le debite abluzioni e affilò la sua spada magica. Perciò non si era recato a corte. La convocazione imperiale lo piombò in un grande imbarazzo. Ma non osava tardare a rispondere all'ordine del suo signore, perciò si vestì in fretta, accompagnò il messaggero e andò a prosternarsi davanti all'imperatore scusandosi per il ritardo. "So che non è colpa tua" rispose il sovrano. Poco dopo si ordinò di arrotolare le cortine e di togliere la seduta; ma Wei Zheng fu trattenuto. Salì sul carro imperiale per raggiungere una sala più comoda, e vi dovette restare a discutere sulla politica da seguire per assicurare la pace e la tranquillità dell'impero. Mentre finiva l'ora del topo e iniziava quella del cavallo, cioè alle undici, l'imperatore fece portare una grande scacchiera: "Vorremmo giocare una bella partita con il nostro saggio ministro." Le concubine imperiali la sistemarono sulla tavola. Wei Zheng ringraziò il suo signore della distinzione che gli concedeva e si mise a giocare. Se poi non sapete chi vinse la partita, ascoltate il seguito. 第010回 VIAGGIO INFERNALE DELL'IMPERATORE · IN CUI DUE GENERALI PROTEGGONO IL PALAZZO DAI FANTASMI, E L'ANIMA DELL'IMPERATORE TAIZONG RITORNA DAGLI INFERI. Parliamo di Taizong, che aveva iniziato una partita a scacchi con Wei Zheng nella sala di riposo. I loro piani di attacco si conformavano al Classico degli scacchi: L'arte degli scacchi richiede rigore e attenzione. Al centro i pezzi migliori, ai lati i più deboli, agli angoli quelli intermedi: questi sono i principi del giocatore di scacchi. La regola dice: meglio perdere un pezzo che un vantaggio. Coprire la destra se si attacca a sinistra; vigilare davanti se si opera dietro. Si opera dietro quando si ha il controllo davanti, e inversamente. Ci si guardi dal fare tagliar fuori le due ali: bisogna conservarle mobili senza mescolarle. Una formazione larga non dev'essere troppo aperta, né una stretta troppo concentrata. È meglio sacrificare pezzi per vincere, che proporsi di vincere difendendoli tutti. È meglio consolidare le proprie posizioni prima di attaccare, che affidarsi alla fortuna attaccando con pezzi isolati. Se l'avversario vi supera per numero di pezzi, il vostro problema è difendervi. In caso contrario, conviene sfruttare il vantaggio. Chi è in vantaggio non diventa aggressivo, lo stratega non eccede nelle strategie, l'attaccante si guarda dagli attacchi e chi è in svantaggio non si perde d'animo, perché gli scacchi incominciano con un dispiegamento canonico, ma finiscono con una vittoria inattesa. Se l'avversario si trattiene a consolidare posizioni, ha l'intenzione di attaccare. Se abbandona un pezzo minore senza cercare di salvarlo, mira in alto. Se gioca d'impulso, non sa costruire un piano. Reagire senza riflettere è la strada della sconfitta. Come dice il Classico della poesia: "Con spirito inquieto e cauto, come se ti avvicinassi a un precipizio..." Lo attestano i versi: I pezzi sono il cielo, la scacchiera la terra, Il bianco e il nero sono yin e yang; Il gioco è l'universo. Alle sue sottigliezze L'immortale sorride divertito. Era questa la scacchiera su cui giocavano sovrano e suddito. Al terzo segno dell'ora wu la partita non era ancora conclusa, ma Wei Zheng reclinò la testa sul petto e si assopì. L'imperatore sorrise: "Il nostro saggio ministro si è tanto affaticato per sostenere il trono, che non riesce più a reggersi dal sonno." E lo lasciò dormire senza cercare di destarlo. Poco dopo Wei Zheng si svegliò di soprassalto, balzò su e si prosternò precipitosamente: "Il vostro servitore merita proprio mille morti! Non so che cosa mi ha preso, come uno stordimento... Spero che vostra maestà vorrà perdonare questo crimine di lesa maestà." "Ma che crimine! Àlzati, sbarazziamo la scacchiera e ricominciamo daccapo." Wei Zheng ringraziò l'imperatore della sua bontà e prese un pezzo degli scacchi fra le dita, quando improvvisamente si sentì un clamore alla porta del padiglione. Entrarono Qin Shubao e Xu Mougong, e mostrarono una testa di drago grondante di sangue: "Si son visti fiumi inaridirsi e il mare mutarsi in una pianura, ma non si era mai visto niente di così incredibile." "Che cos'è quella roba?" gridarono Taizong e Wei Zheng inorriditi. "Questa testa è caduta dal cielo a sud del portico dei mille passi, all'incrocio dei sentieri. I vostri umilissimi servitori non hanno osato omettere di informarne vostra maestà." "Che cosa significa?" chiese allarmato l'imperatore, rivolgendosi a Wei Zheng. Questi si prosternò di nuovo: "Il vostro servitore ha dovuto procedere a un'esecuzione capitale in sogno." Il sovrano esclamò stupefatto: "Ma mentre dormivi non ti sei mosso, e non avevi sciabola né spada: come l'hai decapitato, il drago?" "Maestà, il vostro servo Mentre restava qui in vostra presenza, Nel sogno fu portato assai lontano. Pesavano le palpebre, nel vuoto Si perdevano gli occhi. Sulle nuvole Mi fu assegnato un compito assai ingrato. Il drago che vedete era legato Sopra il patibolo. A lui mi rivolsi: "A morire sei stato condannato perché infrangesti un ordine celeste. A me tocca troncare la tua vita." Questo drago piangeva, e piegò il capo. Io mi armai di coraggio e sollevai Una lama di ghiaccio. Un colpo secco, E la testa nel vuoto rotolava." Taizong era combattuto fra la gioia e la tristezza. Si sentiva fiero di avere al suo servizio un uomo come Wei Zheng; con un ministro della sua tempra, la sicurezza del paese non destava preoccupazioni. Ma lo rattristava di aver promesso al drago di salvargli la vita e di non aver previsto che le cose potessero andare in quel modo. Fu penoso per lui dare a Qin Shubao, come pure doveva, l'ordine di esporre la testa sulla piazza del mercato, a edificazione del buon popolo di Chang'an. Si congratulò con Wei Zheng, e i cortigiani uscirono. Quella sera, ritirandosi, l'imperatore si sentiva molto depresso, ripensando al drago che lo aveva così pietosamente implorato in sogno per aver salva la vita. Come sventare le trappole del destino? Sarebbe stato difficile sottrarlo alla disgrazia. A forza di pensarci e ripensarci, si sentiva fisicamente indisposto e moralmente spossato. Verso la seconda veglia sentì dei singhiozzi alla sua porta e la sua inquietudine aumentò. Tuttavia si assopì, ma in sogno gli apparve il drago del fiume Jing, che reggeva in mano la propria testa grondante di sangue e gridava: "Taizong, rendimi la mia vita! Mi avevi promesso di salvarmi. Come hai potuto mandare il tuo giudice a decapitarmi? Alzati, vieni! Ti voglio citare davanti a Yama." Afferrava Taizong e voleva trascinarlo con sé. L'imperatore stringeva i denti e si dibatteva, si sentiva in una situazione senza uscita; il corpo gli si copriva di sudore. A un tratto si alzarono da sud nubi colorate e si sparse un profumo d'incenso: un'immortale avanzò e colpì il drago senza testa con un ramo di salice; esso scomparve verso nord ovest con desolati lamenti. Era la pusa Guanyin, ospitata provvisoriamente nel tempio della divinità locale della capitale. Aveva sentito nella notte quei pianti e lamenti dell'al di là, ed era intervenuta per liberare l'imperatore dal drago malefico. Ma il drago, come vedremo, presentò ugualmente la sua denuncia ai tribunali infernali. Intanto Taizong si svegliò e si mise a gridare: "Al fantasma, al fantasma!" Le imperatrici dei tre palazzi e le concubine delle sei corti, come gli eunuchi del servizio privato, ne furono tanto allarmate che per quella notte persero il sonno, e non facevano che tremare. Al terzo segno della quinta veglia, gli ufficiali civili e militari si affollarono alle porte in attesa dell'udienza imperiale. Aspettarono fino all'alba, ma il sovrano non compariva e tutti si chiedevano, inquieti, che cosa stava accadendo. Solo quando il sole fu alto nel cielo, fu proclamato: Siamo indisposti. Siete dispensati dall'udienza. Trascorsero cinque o sei giorni di incertezza. L'inquietudine era tale che i mandarini erano sul punto di forzare le porte per aver notizie certe sulla salute imperiale, quando la prima imperatrice convocò a palazzo il medico di corte. La folla si accalcava alle porte per aver notizie. Il medico, uscendo, dichiarò: "Il polso dell'imperatore è irregolare, ora lento e ora rapido. Divaga e vede fantasmi. Ho inoltre notato che nei cinque visceri c'è scarsità di soffio vitale, e una battuta d'arresto ogni dieci movimenti. Entro sette giorni potrebbe accadere qualcosa che non si potrebbe tener nascosto." L'annuncio lasciò sbigottita la folla degli ufficiali. Taizong convocò Xu Mougong, il duca Yuchi e il Protettore dello Stato Qin Shubao. I tre dignitari si recarono immediatamente negli appartamenti privati. Taizong, evidentemente affaticato, dichiarò loro sforzando la voce: "Miei saggi ministri, da quando avevo diciannove anni ho condotto i miei eserciti nelle spedizioni, al nord come al sud, ho respinto i nemici all'est e li ho cacciati all'ovest. Per tanti anni ho condotto dure campagne senza soffrire il minimo inconveniente. E adesso ho visto un fantasma!" "Voi che avete soppresso tante vite umane per fondare l'impero, perché dovreste aver paura di un fantasma?" si meravigliò il duca Yuchi. "Non mi crederete ma, quando scende la notte, alla porta della mia camera si fa un baccano incredibile di grida, singhiozzi, lancio di tegole e mattoni: una cosa impossibile. Di giorno, ancora, è sopportabile; ma di notte, non ce la faccio più." "Vostra maestà si rassicuri" rispose Qin Shubao. "Stasera monterò la guardia con Yuchi Jingde. Vedremo di che specie di fantasma si tratta." Taizong approvò. Xu Mougong si ritirò dopo avere ringraziato degli imperiali favori. La sera i due si armarono di tutto punto e si misero davanti alla porta con ascia e mazza in mano. Erano dei temibili guerrieri. Ecco com'erano vestiti: In testa gli elmi scintillanti, Corazze di scaglie di drago Dalle gran piastre rilucenti Commesse da nodi leonini, Cinture di cento colori. Con le pupille lampeggianti Che fan tremare le fenici. Esperti e carichi di gloria, Son protettori del paese, Nostri guardiani della porta. I due alti ufficiali restarono tutta la notte ai lati della porta, e non vi furono apparizioni. Taizong passò una notte tranquilla. All'alba chiamò i due generali e li ringraziò caldamente della pena che si erano data: "Da quando mi sono ammalato non dormivo da parecchi giorni, ma grazie alla vostra imponente presenza ho passato una notte davvero riposante. Vi prego di ritirarvi e di prender respiro, prima di ritornare a montare la guardia stasera." I due ringraziarono e uscirono. Per due o tre notti tutto restò quieto. Ma l'imperatore perdeva l'appetito e la sua malattia si aggravava. Inoltre gli dispiaceva che i suoi ufficiali si dessero tanta pena. Perciò convocò i ministri e disse: "Negli ultimi tempi ho ritrovato la quiete, ma al prezzo di tener svegli i miei due generali tutte le notti. Penserei di convocare qualche buon pittore che faccia loro dei ritratti somiglianti, e di appendere alla porta questi ritratti. Che ne dite?" Secondo le istruzioni, si scelsero due artisti capaci di dipingere con molto realismo, che ritrassero ciascuno dei due ufficiali in tenuta di guerra(10). Per qualche notte, i ritratti appesi alla porta ebbero lo stesso effetto delle presenze reali e impedirono ogni incidente. Ma una volta il lancio di tegole e mattoni si ripeté dalla porta posteriore. L'indomani l'imperatore convocò nuovamente i suoi ministri: "Per fortuna tutto continua a essere tranquillo alla porta principale, ma la scorsa notte il baccano è ripreso alla porta posteriore. Non c'è forse da spaventarsi a morte?" "Qin Shubao e Yuchi Jingde hanno protetto la porta davanti" disse Xu Mougong. "Affidiamo a Wei Zheng la protezione dell'altra porta." Taizong approvò, e così giunse a Wei Zheng l'ordine di montare la guardia. Egli indossò l'armatura e restò di fazione davanti alla porta posteriore impugnando la spada castiga-draghi. Un nobile eroe! In testa un copricapo in seta verde, Stretta alla vita cintura di giada, Maniche sventolanti al vento gelido, Neri stivali di morbida nappa, Il portamento altero di Lü o Shu. Regge la lama che taglia i malvagi, Rotea gli occhi severo da ogni parte: Nessun demonio oserebbe mostrarsi. E infatti durante la notte nessun essere malefico si mostrò. Ma la ritrovata pace notturna non arrestava il progredire della malattia dell'imperatore. Venne il giorno in cui la prima imperatrice dovette convocare i ministri per prendere le disposizioni sui funerali e sulla successione. Da parte sua, Taizong chiamò al suo capezzale Xu Mougong e gli fece le ultime raccomandazioni sugli affari di stato e sul figlio che gli sarebbe succeduto, con clausole simili a quelle che aveva stabilito Liu Bei, il sovrano di Shu. Quando ebbe finito, prese un bagno, si mutò d'abito e restò in attesa della sua ora. Wei Zheng, che era rimasto da parte, si avvicinò all'imperatore e gli tirò la manica: "Vostra maestà si rassicuri. So come garantirgli lunga vita." "E come si può fare, al punto a cui siamo arrivati?" "Darò a vostra maestà una lettera per i tribunali infernali; dev'essere consegnata a Cui Jué, giudice a Fengdu." "Chi è questo Cui Jué?" "Era un ministro dell'imperatore vostro defunto padre. Fu prefetto di Cishou, e poi vice presidente del ministero dei riti. Quand'era vivo, eravamo amici intimi. Da morto è diventato giudice a Fengdu, e tiene i registri dei vivi e dei morti. Lo rivedo spesso in sogno. Se gli consegnerete la lettera, per riguardo al vostro umile servitore vi lascerà certo ritornare. Troverà il modo di restituirvi al mondo dei vivi e di far ricomparire il vostro nobile volto nella capitale imperiale." Taizong prese la lettera, se la fece scivolare nella manica, poi chiuse gli occhi e morì. Le imperatrici e le concubine dei tre palazzi e delle sei corti, il principe ereditario e i funzionari civili e militari, tutti presero il lutto, mentre la spoglia imperiale riposava nel feretro nella sala della Tigre Bianca. Ma lasciamoli alle loro cerimonie. L'anima di Taizong si incamminò attraverso il parco, uscì dalla Torre delle Cinque Fenici e incontrò un gruppo di cavalieri della guardia imperiale vestiti di bianco. I cavalieri proposero una partita di caccia. Taizong li seguì volentieri. Tutti i contorni erano incerti e sfumati, si camminava a lungo, a lungo, finché uomini e cavalli non si videro più. Vagava solitario in una steppa desolata e senza fine, in cui non appariva alcun segno di cammino. Una voce soffocata chiamò: "Da questa parte, imperatore dei grandi Tang!" Taizong aguzzò gli occhi nella nebbia e vide un uomo Col nero copricapo mandarino E una cintura di rinoceronte. Scendono dal berretto cordoncini E fibbia d'oro ferma la cintura. Veste seta cangiante e calzature D'alta suola. Tavolette d'avorio Regge con una mano, mentre l'altra Stringe il registro dei vivi e dei morti. Cavalca nubi e disperde le nebbie, I capelli gli ondeggiano nel vento E la gran barba al mento. Fu ministro Dell'impero dei Tang, serve ora Yama. Mentre Taizong gli andava incontro, si inginocchiò nella polvere ed esclamò: "Maestà! Vogliate perdonare al vostro servitore di non esservi venuto incontro a una maggiore distanza." "Chi sei? Che cosa ti spinge a venirmi incontro?" "Quindici giorni fa il vostro indegno servitore ha udito, nella Sala della Rete della Foresta delle Apparenze, la querela del fantasma del drago del fiume Jing, per promessa non mantenuta da vostra maestà, che lo avrebbe fatto giustiziare invece di salvarlo. Il grande re Qin Guang ha inviato gli uscieri fantasma per convocare vostra maestà davanti ai Tre Servizi, interrogarla e metterla a confronto. Reso edotto di questo, sono venuto qui ad aspettarvi, ma purtroppo giungo in ritardo. Vi supplico di volermi perdonare!" "Quali sono il tuo nome e il tuo incarico?" "Il vostro indegno servitore, da vivo, servì il precedente imperatore, prima come prefetto di Cishou e poi come vice presidente del ministero dei riti. Mi chiamo Cui Jué. La mia posizione attuale è di giudice istruttore nella capitale dei morti." Felice di saperlo, Taizong lo aiutò a rialzarsi con le sue stesse mani imperiali: "Vi siete dato fin troppo disturbo. A proposito, ho una lettera per voi da parte del mio ministro Wei Zheng. Sono molto contento di avervi incontrato." Il giudice espresse la propria riconoscenza e chiese di vedere la missiva. Taizong se la tolse dalla manica e gliela tese. Cui Jué la prese rispettosamente, l'aprì e lesse: Il tuo fratello minore Wei Zheng, immeritevole del tuo affetto, si permette di indirizzare rispettosamente questa missiva a te, fratello giurato, eminente giudice Cui. Quando penso ai nostri incontri di un tempo, mi sembra di riascoltare la tua voce e di rivedere il tuo volto. Da tanti anni ormai non vengo edificato dalla tua elevata conversazione. Ti posso solo presentare le mie offerte nelle ricorrenze, senza nemmeno sapere se ti sono gradite. Ma sono felice che tu non mi abbia abbandonato e mi visiti in sogno. Così ho saputo dell'alta promozione del mio caro e rispettato fratello. Ahimè! i mondi della luce e delle tenebre sono separati da un tale abisso, che ci vieta di incontrarci. Oggi ti scrivo in occasione della morte improvvisa di Taizong, l'imperatore Wen. Suppongo che debba comparire davanti ai Tre Servizi, e dunque lo incontrerai. Ti prego, in nome della nostra amicizia di una volta, di consentirgli di ritornare fra i vivi, se esiste la minima possibilità. Sarebbe un'eccezionale testimonianza del tuo affetto, di cui ancora ti ringrazio. Credimi, tuo... La lettura riempì di gioia il giudice, che disse: "So che Wei Zheng ha proceduto in sogno all'esecuzione capitale del drago, e lo ammiro per questo atto di giustizia. Inoltre gli sono obbligato per la cura che si è preso dei miei figli e nipoti. Dopo avermi dato questa lettera, vostra maestà può rassicurarsi: il vostro indegno servitore garantisce che ritornerete fra i vivi e salirete di nuovo la soglia del vostro palazzo." Taizong espresse la sua gratitudine. Mentre parlavano si accostarono due valletti vestiti di blu, che reggevano uno stendardo e un prezioso ombrello. Essi gridarono: "Invito del re Yama! Invito!" Taizong si mise dunque in cammino con il giudice e i due valletti. Giunsero ai piedi di alte mura; sulla porta era appesa una grande targa con l'iscrizione in lettere d'oro: PREFETTURA DEL PAESE DELLE TENEBRE - PASSAGGIO DEI FANTASMI Uno dei valletti si pose alla testa del corteo, agitando il suo stendardo, ed entrarono in città. Mentre percorrevano una via, Taizong riconobbe il suo predecessore Li Yuan, il defunto fratello maggiore Jiancheng e il minore Yuanji; essi si fecero avanti gridando: "Portano Li Shimin! È arrivato Li Shimin!" I due fratelli lo aggredirono, e volevano colpirlo e chiedergli ragione della loro morte. Taizong non sapeva come evitarli, e sarebbe rimasto nelle loro mani se il giudice Cui non avesse chiamato in aiuto un demonio dal muso azzurro armato di spaventosi uncini. Esso abbaiò l'ordine di stare lontani da Taizong, che poté liberarsi e proseguire per la sua strada. Dopo qualche li, giunsero a un magnifico edificio di vari piani con ampie terrazze, coperto di tegole verdazzurre. Nuvole colorate in alti cumuli Son mescolate con rossastre strie, Circondando gli strani musi in pietra Sul tetto scintillante allineati. Le porte son chiodate d'oro rosso Ed è la soglia un blocco in bianca giada. Dalle finestre sporgono bandiere, Pendono stuoie di tutti i colori. Torri snelle si innalzano nel cielo E gallerie tortuose le collegano. Spire d'incenso salgon dai tripodi, Dietro le imposte brillano lanterne. Sono di guardia diavoli feroci, Testa di bue o muso di cavallo. Targhe e insegne contengono segnali Per smistare le anime dei morti. L'edificio contiene il tribunale Infernale, dove giudica Yama. Mentre Taizong contemplava l'edificio e il va e vieni della folla, scesero dalle scale - fra un tintinnio di pendenti di giada e di metallo, ed effluvi di incenso - due file di inservienti con candele in mano, seguiti dai dieci giudici infernali. Venivano dalla Sala della Rete della Foresta delle Apparenze per ricevere Taizong, al quale si inchinarono. Per modestia l'imperatore voleva rifiutarsi di prendere la testa del corteo, ma i dieci giudici dicevano: "Vostra maestà è re fra i vivi, come noi lo siamo fra i morti. Ciascuno al suo posto, perché tanti complimenti?" "Io, che vi ho offeso, come avrei l'audacia di discutere di precedenze tra vivi e morti?" Dopo interminabili manifestazioni di modestia, Taizong accettò di camminare in testa al corteo e di entrare nella Sala della Rete, dove fu collocato al posto d'onore dopo avere scambiato con i suoi dieci ospiti altri complimenti. Si avanzò quindi il re Qin Guang, giungendo compitamente le mani, e gli disse: "Il drago fantasma del fiume Jing si è querelato contro vostra maestà per rottura di promessa. Ci potete dire come stanno le cose?" "Ho sognato che il buon drago mi chiedeva di salvargli la vita, e in effetti gliel'ho promesso. Era incorso sconsideratamente in una grave colpa e doveva essere punito: il mio ministro Wei Zheng era stato incaricato di decapitarlo. Ho convocato Wei a palazzo per giocare a scacchi, senza immaginare che l'esecuzione potesse avvenire in sogno. Si è trattato di uno stratagemma divino; e del resto non c'è dubbio che il re drago doveva scontare il proprio delitto con la morte. In che cosa consiste la mia colpa?" I dieci re si inchinarono e ammisero: "Ancor prima della sua nascita, era scritto nel registro dei morti della costellazione del Cucchiaio che questo drago sarebbe perito per mano di un giudice umano. Lo si sapeva, ma egli ha insistito moltissimo perché vostra maestà venisse chiamata personalmente a rispondere davanti ai Tre Servizi. Del resto l'abbiamo già spedito al Mulino della Trasmigrazione e siamo molto spiacenti di avervi disturbato pregandovi di onorarci della vostra presenza. Speriamo che vostra maestà consideri con indulgenza le nostre insistenze." Chiesero quindi al giudice che teneva il registro dei vivi e dei morti di verificare il corso della vita accordata dal Cielo a sua maestà. Il giudice Cui corse subito in ufficio per cercare lo specifico registro dei sovrani di tutti i paesi dell'universo, e prese a sfogliarselo in privato. Rimase sconcertato nel constatare che il termine del regno dell'imperatore Taizong dei grandi Tang del Jambudvîpa, il continente del sud, era fissato appunto al tredicesimo anno dell'era Contemplazione della Virtù. Prese un grosso pennello imbevuto di inchiostro e aggiunse due tratti al primo carattere, poi andò a consegnare il registro ai dieci re. Questi incominciarono a sfogliare lentamente dalla prima pagina, e quando giunsero a Taizong lessero che doveva regnare trentatré anni. Il re Yama, sorpreso, chiese: "Scusate, maestà, da quanti anni regnate?" "Oggi sarebbe proprio l'anniversario della mia ascesa al trono, avvenuta tredici anni fa." "Vostra maestà si rassicuri: avete ancora vent'anni da vivere. Ormai il caso è chiarito e non vi sono obiezioni al vostro ritorno fra i vivi." Taizong s'inchinò e ringraziò. I dieci giudici incaricarono Cui e il maresciallo Zhu di riaccompagnarlo. Prima di uscire dalla sala, Taizong levò in alto le mani giunte e chiese: "Che prospettive di vita hanno i miei, nel mio palazzo?" "Stanno tutti bene; salvo, temiamo, la vostra giovane sorella, che sembra non dover vivere eternamente." Taizong rinnovò i ringraziamenti: "Che cosa potrò offrirvi, ritornando fra i vivi, per esprimervi la mia gratitudine? Forse dei meloni..." "Ci faranno molto piacere" risposero soddisfatti i giudici. "Qui abbiamo meloni dell'Est e dell'Ovest, ma non del Sud." "Ve li farò mandare appena arrivo a casa" promise Taizong. Con altri inchini, si lasciarono. Il maresciallo apriva la marcia reggendo lo stendardo guida-anime, mentre il giudice Cui la chiudeva per coprire le spalle a Taizong. Dovevano uscire dal regno delle tenebre; Taizong supponeva di dover ripetere a ritroso il percorso dell'andata, ma la strada gli risultò sconosciuta. "Non ci stiamo per caso sbagliando?" chiese al giudice. "No. C'è una strada per entrare negli Inferi e un'altra per uscirne. Dobbiamo far passare vostra maestà dal Mulino della Trasmigrazione; così si farà un'idea degli impianti e percorrerà la strada della reincarnazione." Taizong non aveva altra scelta che di seguire le sue guide. Dopo qualche li, raggiunsero un'alta montagna coperta di cupe nubi, che scendevano fino alle pendici più basse formando una nebbia fitta. "Maestro Cui, come si chiama quella montagna?" si informava Taizong. "È il Monte Porta delle Tenebre del Mondo delle Ombre." "E come si può superare?" chiese inquieto Taizong. "Vostra maestà non si preoccupi; siamo qui per guidarla." Taizong tremava. Giunto alla sommità di una rupe, contemplò il panorama: Forme aspre, tormentate e contorte, Ripide più delle montagne di Shu, Con strapiombi profondi più che a Lu. Non montagne famose in questo mondo, Ma tormenti del mondo tenebroso: Mostri nei boschi di arbusti spinosi E diavoli all'agguato in ogni anfratto. Non vi è canto di uccelli. Solo volano Nere forme spettrali avanti agli occhi. Vento di morte spinge nera nebbia. Nel buio i diavoli stridono e ansimano. Mancan forme e colori nello spazio Indefinito. Vi son picchi e grotte, Alte cime ed i letti dei torrenti. Ma non cresce erba, i picchi non si stagliano Nel cielo blu, nessuno si arrampica Sopra le cime, né ospitan le grotte Nuvole azzurre, il letto dei torrenti È privo d'acqua. Dovunque all'aperto Formicolano spettri; nelle grotte Stanno annidati diavoli selvaggi, Nel letto dei torrenti si aggrovigliano Le anime in pena come serpi viscide. Teste di bue e musi di cavallo Vanno vociferando, mentre gemono E piangono i fantasmi affamati. Il giudice trasmette brusco gli ordini, Nella sua borsa il cacciatore d'anime Moduli e carte getta indifferente. Nebbia e tormenti! Taizong, sperduto, si sentiva interamente nelle mani del giudice Cui. Camminando passavano davanti ai recinti di numerosi yamen; ne venivano urla stridule, mentre ripugnanti apparizioni facevano capolino dalle porte. "Dove siamo?" chiedeva Taizong. "Questi sono i diciotto inferni dietro il Monte delle Tenebre." "Sono proprio diciotto?" "Certo. Permettetemi di enumerarli: "Ci sono l'inferno lacera-tendini, quello della buia pena e quello della fossa di fuoco: non contengono che tormenti e desolazione; vi sono castigati coloro che hanno commesso parecchi tipi di peccati. "Ci sono l'inferno della Capitale, quello tenaglia-lingua e quello scortica-vivo: lì pianti, gemiti, scoraggiamento e prostrazione; vi si puniscono la slealtà e l'empietà che offende la religione; ci cadono gli ipocriti con la bocca di buddha e il cuore di serpente. "Ci sono l'inferno trita-mulino, quello macina-pepe e quello spiaccica-ruota: la pelle scoppia, le carni sono disintegrate, i denti digrignano; ci vanno imbroglioni e adulatori. "Poi ci sono l'inferno di ghiaccio, quello delle mutilazioni e quello degli sbudellamenti: lì la gente è sporca e scarmigliata, corruga la fronte, strizza gli occhi; ci va chi turlupina la gente semplice, imponendole falsi pesi e falsi vincoli. "Ci sono l'inferno olio-bollente, quello delle tenebre e quello del monte dei coltelli: si trema e ci si lamenta. Ci cade chi affligge i buoni con la violenza e la brutalità; i condannati curvano la schiena e incassano la testa fra le spalle, ma non possono sottrarsi ad atroci sofferenze. "Infine ci sono l'inferno lago-di-sangue, quello forno-senza-perdono e quello del flagello-e-bilancia: lì si scortica fino all'osso, si frantumano le membra e si strappano i tendini; ci cade chi uccide per cupidigia, o massacra gli animali. "Difficile uscire, anche dopo mille anni. Là dentro si intristisce eternamente, senza speranza di remissione. Si è legati e incatenati, in balia di diavoli dai capelli rossi e dalle facce nere, armati di lunghe lance e corte spade. Teste di bue e musi di cavallo picchiano a sangue con le loro mazze di bronzo e verghe di ferro. Chiedere pietà non serve a nulla: qui non ascoltano né il cielo né la terra. "La coscienza non si può ingannare, e gli dèi non perdonano. Il bene e il male vengono sempre retribuiti: che avvenga prima o poi, è solo questione di tempo." Taizong si sentiva gelare di paura. Più avanti incrociarono una squadra di soldati fantasma con bandiera e gagliardetti. Si inginocchiarono e annunciarono: "Siamo le guardie dei ponti, venute ad accogliervi." Il giudice ordinò loro di rialzarsi e di ripartire. Continuando il cammino, fece attraversare a Taizong il Ponte d'Oro. Si vedeva a qualche distanza il Ponte d'Argento, su cui passava gente leale, pia, saggia e buona, animata da giustizia e rettitudine, inquadrata anch'essa da bandiere e gagliardetti. C'era anche un altro ponte avvolto in gelidi venti di tormenta, sotto il quale scorrevano mugghiando onde di sangue, mentre risonavano gridi disperati e singhiozzi. "Come si chiama quel ponte?" chiese Taizong. "È il Ponte Senza Appello. Cercate di ricordarvene, quando sarete di ritorno, e fatelo conoscere. Questo ponte Sopra le acque mugghianti Via stretta e perigliosa, Supera un fiume sinistro Su cui nessuno naviga. Ne giunge un soffio di morte, I miasmi ti dan la nausea. Piedi nudi, scarmigliati, Sulle tavole sconnesse Non circolan che dannati. Lunghezza di molti li, Altezza di cento piedi, Ma privo di corrimano. Se cadi, son pronti a coglierti I mostri più ripugnanti; Dai rami di quei cespugli Pendon brandelli di carne. Lungo le sponde si annidano Sanguinarie megere; Cani e serpenti si disputano Le membra dei disgraziati. Chi cade non ha salvezza. Lo testimoniano anche i versi: Pianti e lunghi singhiozzi Si elevano a mille tese Sopra i flutti di sangue. I démoni infernali Orribili montan la guardia Sopra il ponte dei morti. Taizong ascoltava e guardava, ammutolito dalla paura; si limitava a scuotere il capo e sospirare. Depresso e angosciato seguiva i suoi compagni. Attraversarono il sinistro corso del Senza Appello e l'amara regione del Lago di Sangue. Quando giunsero alla città di Malamorte, si sentì gridare intorno: "Arriva Li Shimin! Arriva Li Shimin!" Le grida terrorizzarono definitivamente Taizong. Una folla di demoni gli sbarrava la strada; chi non aveva gambe, chi era privo di testa. "Rendici la nostra vita!" urlavano, "rendici la nostra vita!" Preso dal panico, Taizong cercava inutilmente di sottrarsi e gridava con voce bianca: "Maestro Cui, aiuto! Salvatemi!" "Maestà" spiegava il giudice, "questi erano i vagabondi e i briganti dei trentasei distretti, gli accoliti di ogni specie di caporioni e capibanda, tutti votati alla mala morte senza nessuno che si occupasse di loro. Poiché non hanno risorse né viatico, sono fantasmi sbandati, abbandonati al freddo, alla fame e alla solitudine. Per salvarsi da loro, bisognerebbe distribuire un po' di denaro." "Ma io sono venuto qui a mani vuote, come posso fare?" "Vostra maestà, un vivente ha accumulato qui un cospicuo deposito. Se vostra maestà volesse firmare una cambiale, io la potrei avallare. Dovreste prendere in prestito un intero magazzino e distribuirlo a questi fantasmi affamati; sono certo che così riusciremmo a passare." "Di chi si tratta?" "È un certo Xian Liang, e abita nella prefettura di Kaifeng, nel Henan. Qui ha tredici magazzini pieni d'oro e d'argento. Il debito si può estinguere anche nel mondo dei vivi." Rinfrancato, Taizong firmò contratto e cambiale, preparati dal giudice. Il maresciallo provvide a vuotare interamente il magazzino d'oro e d'argento. Il giudice si rivolse allora ai fantasmi: "Dividete in parti uguali, e lasciate stare questo Padre degli eminenti Tang. Non ha concluso il corso della sua vita. Lo sto riaccompagnando dai vivi per ordine dei dieci giudici, e gli chiederò di far celebrare per la vostra salute una grande Cerimonia dell'Acqua e della Terra. Non facciamo storie! Circolare!" I fantasmi si fecero da parte per contare i soldi. Il giudice raccomandò al maresciallo di tenere ben alto il suo stendardo guida-anime e condusse Taizong oltre la città di Malamorte. Presto raggiunsero una strada pianeggiante, larga e luminosa, e proseguirono comodamente. Se poi volete sapere dove portava quella strada, ascoltate il seguito. 第011回 LA SCELTA DI XUANZANG · IN CUI IL SOVRANO DEI TANG, RITORNATO IN VITA, PRATICA IL BENE; E XIAO YU, PREOCCUPATO PER LA SALVEZZA DELLE ANIME IN PENA, GIUSTIFICA LA PORTA DEL VUOTO. Attesta il poema: Passano gli anni come scorre l'acqua, Dura la vita non più della schiuma: Ieri un volto di pesca, Oggi le tempie grigie. Fu il tuo passato un sogno di formiche(11), La nostalgia d'un canto di cuculo. Ma atti segreti che piacciano al Cielo Sono fonte di vita. Ritorniamo a Taizong, che seguiva il giudice Cui e il maresciallo Zhu dopo essere sfuggito alle vittime di ingiustizie che chiedevano riparazione. Marciarono a lungo, finché giunsero all'inizio dei Sei Cammini della Trasmigrazione. Un flusso ininterrotto di monaci, suore, preti taoisti, laici, bestie, uccelli, demoni e diavoli veniva trascinato in alto fino alle nuvole o portato giù nell'abisso dalla ruota della trasmigrazione, che spingeva ciascuno sul cammino assegnato. "Che cosa significa?" chiese l'imperatore. "Maestà" rispose il giudice "ora che il vostro spirito illuminato percepisce la sua natura di buddha, dovete porre attenzione a ciò che vedete e farlo conoscere ai vivi. Questi sono i Sei Cammini della Trasmigrazione: chi ha praticato il bene, sale e diventa un immortale; chi è stato leale fino in fondo, rinasce fra gli onori; i pii rivivono seguendo il cammino della felicità; i giusti si reincarnano come uomini, i virtuosi come ricchi, i malvagi sprofondano nel cammino demoniaco." L'imperatore scosse il capo sospirando, e disse: "Il bene porta bene, È felice chi lo fa. Brutt'affare l'astuzia E i cattivi pensieri. Gli dèi ci attribuiranno meritato compenso." Il giudice accompagnò Taizong alla porta del Cammino degli Onori e lo salutò dicendo: "Maestà, uscirete seguendo questo cammino. Qui l'umile giudice che sono deve salutarvi e ritornare indietro. Ma il maresciallo Zhu vi accompagnerà per un'altra tappa." "Sono desolato, maestro, di avervi costretto a percorrere tanta strada." "Mi raccomando, quando vostra maestà sarà ritornata fra i vivi, non manchi di far celebrare la Grande Cerimonia dell'Acqua e della Terra in suffragio delle anime abbandonate. Fatelo a ogni costo. Se verranno tacitate le rimostranze del mondo delle tenebre, il mondo della luce godrà della Grande Pace. Se sarete instancabile nel riformare i costumi e guiderete tutti con il buon esempio, siate sicuro che vostra maestà sarà la gloria delle generazioni future, e il vostro dominio terrestre ne risulterà consolidato." L'imperatore approvò le esortazioni, si congedò dal giudice e oltrepassò la porta in compagnia del maresciallo Zhu. Subito vide un cavallo baio dalla criniera nera, riccamente bardato. Zhu lo aiutò a montare in sella, e il cavallo partì come una freccia. Giunsero sulla riva del fiume Wei e videro una coppia di carpe dorate che saltavano a gara sull'acqua. L'imperatore si fermò a osservare: lo spettacolo lo affascinava. "Maestà!" gridava Zhu. "Dobbiamo entrare in città prima che sia troppo tardi!" L'imperatore, intento allo spettacolo, non si muoveva. Il maresciallo lo afferrò per un piede, gridò: "Che cosa aspettate?" e lo rovesciò nel fiume con un tonfo. Fu così che Taizong sfuggì al mondo delle ombre e si ritrovò in quello dei vivi. Intanto, alla corte dei Tang, gli alti dignitari civili e militari si erano riuniti nel palazzo dell'est per assistere e proteggere il principe ereditario, che celebrava il lutto nella Sala della Tigre Bianca con l'imperatrice, le concubine imperiali, le dame di corte e il capo dei servizi. L'opinione unanime era che si dovesse proclamare il lutto in tutto l'impero e procedere a incoronare il principe ereditario. Ma intervenne Wei Zheng: "Signori, non lo fate! Non si deve! Mettere in allarme le province potrebbe avere gravi conseguenze. Aspettate un giorno: il sovrano ritornerà in vita." "Il nostro ministro non sa quello che dice!" esclamò Xu Jingzong. "Dice l'adagio: non puoi raccogliere l'acqua versata, non può tornare chi è dipartito. A che pro queste affermazioni bizzarre, che possono turbare gli spiriti? È insensato." "Maestro Xu, sappiatelo: il vostro umile collega si è istruito sin da fanciullo nelle arti dell'immortalità. I miei calcoli sono chiari: sua maestà non è morta." Mentre si discuteva, si udì una voce ripetere gridando: "Mi affoga! Mi ha affogato!". Veniva dal feretro. Tutti furono presi dal panico: i mandarini civili e militari perdevano la testa, l'imperatrice e le altre spose imperiali tremavano come foglie. Ciascuno aveva Il volto scolorato come foglie di gelso Dopo l'autunno, Ed il corpo accasciato come ramo di salice Avanti primavera. Il principe non si reggeva in piedi, Gli cadeva il bastone dalle mani. Il capo dei servizi non sapeva Più in che mondo vivesse. Come fiori Da bufera distrutti eran le dame. Tremanti, a bocca aperta, i cortigiani. Come un ponte crollato era la sala, La gran pedana delle cerimonie Era come pagoda scoperchiata. Tutti volevano allontanarsi dalla bara, la sala finì per vuotarsi. Il nobile Xu Mougong, il coraggioso Qin Qiong e il temerario Hu Jingde si avanzarono verso il feretro gridando: "Vostra maestà ci faccia sapere che cosa lo opprime; ma per favore non terrorizzi i suoi parenti giocando ai fantasmi." "Non gioca ai fantasmi" tagliò corto il lucido Wei Zheng. "Semplicemente, è ritornato in vita. Ci occorrono delle leve per alzare il coperchio." Aprirono il feretro, e infatti Taizong non ci stava disteso, ma seduto; e gridava: "Mi voleva affogare! Chi mi ha tirato fuori?". Xu Mougong lo sostenne: "Svegliatevi! Non avete nulla da temere. Siamo tutti qui per proteggere vostra maestà." Infine l'imperatore aprì gli occhi e disse: "Che brutta esperienza! Quando ero appena sfuggito ai diavoli orrendi dell'inferno, mi hanno voluto affogare." "Vostra maestà si rassicuri. Ma che cos'è questa storia dell'affogamento?" "Cavalcavo in riva alla Wei, guardavo due carpe dorate che giocavano nell'acqua, quando il maresciallo Zhu mi ha gettato in acqua a tradimento per affogarmi." "Vostra maestà sente ancora l'alito dei fantasmi" concluse Wei Zheng, e fece portare un decotto calmante. Gli diedero anche pappa di riso, e dovette mangiarne parecchia prima di ritornare in condizioni normali e riconoscere cose e persone. Fra la morte dell'imperatore e il suo ritorno erano trascorsi tre giorni e tre notti. Come dicono i versi: Ne accadono al mondo di tutti i colori, Successi, insuccessi, e mille stranezze. Ma niente di simile è mai stato visto. Al cader della notte gli alti dignitari raccomandarono all'imperatore di andare a coricarsi negli appartamenti privati, e si ritirarono. L'indomani indossarono, invece degli abiti di lutto, vesti di colore vivace, mantelli scarlatti con berretti neri, cinture di porpora con fibbie d'oro, e si recarono al portale delle udienze. Taizong, che aveva goduto di un lungo sonno riparatore, si era alzato al mattino pieno di energia e aveva ritrovato tutta la sua dignità: Grande corona in capo, con veste ocra e rossa, La cintura di giada azzurra di Lantian, Con i piedi calzati da stivali imperiali, Oggi impugna di nuovo del potere le redini Con rinnovato ardore e grande maestà. Un grande imperatore di pace e di giustizia, Li, dal mondo dei morti ritornato alla vita. Il sovrano salì alla Sala Preziosa delle Campanelle d'Oro e riunì in assemblea i funzionari civili e militari. Dopo averlo applaudito, ciascuno prese posto secondo il suo rango. L'imperatore ordinò: "Coloro che devono presentare comunicazioni si facciano avanti; gli altri possono ritirarsi." I dignitari, da destra e da sinistra, avanzarono fino ai gradini di giada bianca, si prosternarono e chiesero: "Come mai vostra maestà ha tardato così a lungo a risvegliarsi dal suo ultimo sogno?" "Quel giorno, quando Wei Zheng mi diede la lettera, la mia anima uscì dalla sala. Alcune guardie della Foresta di Piume mi invitarono a caccia. Procedemmo per un buon tratto, ma esse scomparvero senza lasciar traccia. Incontrai il mio defunto padre e i defunti fratelli, che mi aggredirono; non sapevo come liberarmene, ma un uomo in abito nero gridò loro di allontanarsi: era il giudice Cui Jué. Gli consegnai la lettera di Wei Zheng. Due valletti vestiti di blu, che reggevano uno stendardo, mi condussero nella Sala della Rete della Foresta delle Apparenze, dove sedevano i dieci giudici infernali. Mi esposero il caso dell'infondata querela del drago del fiume Jing, che mi accusava di averlo lasciato giustiziare dopo che gli avevo promesso di salvarlo. Spiegai com'erano andate le cose. Mi dissero che il caso era già stato esaminato e archiviato dai Tre Servizi. Poi si fecero portare dal giudice Cui il registro dei vivi e dei morti, per verificare il tempo assegnato della mia vita. Il re Yama disse che il Cielo mi concedeva trentatré anni di regno; poiché ne erano trascorsi solo tredici, ne rimanevano altri venti. Perciò incaricarono il giudice Cui e il maresciallo Zhu di riaccompagnarmi. Al momento del congedo promisi ai dieci giudici di inviar loro dei meloni per attestare la mia gratitudine. Lasciata la sala, visitai gli inferni, dove i traditori, gli empi, gli ingiusti, i truffatori, i ladri e gli stupratori subiscono i peggiori supplizi e sono pestati, bruciati, tagliati, fritti, scorticati e impiccati: mille scene indimenticabili. Poi arrivai nella città di Malamorte, abitata da una quantità incredibile di anime in pena, briganti e banditi, che mi sbarrarono la strada. Per fortuna potei prendere in prestito, con l'avallo del giudice Cui, un intero magazzino d'oro e d'argento da un certo Xian Liang del Henan; con quel denaro mi riscattai dai fantasmi e proseguii il viaggio. Al momento di lasciarmi, il giudice Cui mi raccomandò molto di far celebrare, al mio ritorno fra i vivi, una grande cerimonia in suffragio delle anime abbandonate. All'ingresso dei Sei Cammini della Trasmigrazione, il maresciallo Zhu mi invitò a montare un cavallo che mi portò di volo sulle rive del fiume Wei. Mentre mi divertivo a osservare le evoluzioni di una coppia di pesci nell'acqua, il maresciallo mi ci gettò dentro. Fu a questo punto che ritornai in vita." Tutti i cortigiani si felicitarono. Si scrisse una relazione sui fatti e la si inviò ai funzionari delle prefetture e sottoprefetture di tutto l'impero; e anche loro si felicitarono. Taizong proclamò un'amnistia generale. Inoltre promosse un'indagine sulle condanne a morte; i giudici redassero un elenco di oltre quattrocento criminali condannati all'impiccagione o alla decapitazione dal ministero della giustizia. Taizong permise loro di ritornare a casa, per dire addio a parenti e amici, e per disporre del loro patrimonio prima di essere condotti al luogo del supplizio; in questi casi non si applicava l'amnistia, ma l'esecuzione della pena veniva ritardata di un anno. I condannati ringraziarono del beneficio. Un altro editto fu promulgato per aiutare gli orfani. Infine l'imperatore ordinò che tremila seicento donne di ogni età, chiuse nel palazzo imperiale, fossero maritate a soldati. Si instaurò il regno del bene, all'interno come all'esterno. Lo attestano i versi: Il sovrano dei Tang è d'immensa virtù, Dona prosperità ben più di Yao e Shun. I condannati a morte son stati liberati, Le ragazze rinchiuse han lasciato il palazzo. Gli fanno i mandarini voti di lunga vita E felicitazioni i ministri alla corte. Il cielo non potrà che soddisfare ai voti E rendere felici venti generazioni. Un proclama fu affisso in tutto l'impero: Nulla sfugge né al sole né alla luna Che rischiarano ogni angolo del mondo. I malvagi non sono tollerati. A ciascuno si dà secondo il merito. Segui il destino, non esser violento, Pratica il bene. A che leggere sutra, Se poi si nuoce al prossimo? In tutto l'impero tutti praticavano il bene. Si affisse anche un avviso di ricerca di saggi che si incaricassero di portar meloni all'altro mondo. Hu Jingde fu inviato a Kaifeng, nel Henan, a visitare Xian Liang per rimborsarlo. Per la missione dei meloni si presentò un volontario: un certo Liu Quan di Junzhou, un milionario. Sua moglie si chiamava Li Cuilian, cioè Loto Azzurro Li. Un giorno, mentre guardava dalla porta di casa la gente che passava, aveva dato in elemosina a un monaco una spilla d'oro. Il marito l'aveva rimproverata perché si era permessa di uscire dagli appartamenti interni, e aveva continuato per un po' su quel tono. Lei ne era rimasta indignata e sconvolta al punto da impiccarsi. Aveva lasciato due bambini, che piangevano giorno e notte. Liu Quan non poteva sopportare lo spettacolo desolante e non vide altra soluzione che di rinunciare anche lui alla vita. La ricerca del portatore di meloni per l'altro mondo gli offriva l'occasione; perciò strappò dal muro il manifesto e si presentò all'imperatore. Questi lo spedì al Servizio del Padiglione d'Oro, dove gli misero sulla testa un paio di meloni, nella manica qualche biglietto di moneta dei morti in carta gialla, e in bocca un farmaco adatto. Liu Quan morì avvelenato. La sua anima arrivò, con i meloni in testa, alla frontiera dei fantasmi. Il diavolo di guardia gridò: "Chi sei, per avere l'audacia di presentarti qui?" "Per ordine di sua maestà imperiale Taizong dei grandi Tang, ho la missione speciale di portare meloni destinati ai dieci re dei tribunali infernali." La guardia, allora, lo accolse gentilmente e lo guidò fino alla Sala della Rete della Foresta delle Apparenze. Liu Quan fu ricevuto dai giudici e consegnò i meloni dicendo: "A nome del sovrano dei Tang, sono venuto da lontano per offrirvi questi frutti, in ringraziamento della vostra generosa ospitalità." "Il vostro Taizong è un uomo per bene e di parola" esclamò soddisfatto Yama. Fece riporre i meloni e chiese al messaggero da dove veniva e qual'era il suo nome. "Vengo da Junzhou, dove sono registrato come popolano, e mi chiamo Liu Quan. Mia moglie si è impiccata lasciando i suoi bambini, e io ho accettato di abbandonare la famiglia e di sacrificare la vita apposta per portarvi i meloni." I giudici ordinarono di mettere gli sposi a confronto. L'usciere fantasma andò a cercare la moglie e la condusse nella Sala della Rete. Liu Quan ringraziò i dieci re e li aggiornò a sua volta sui fatti più recenti. Yama fece verificare il registro dei vivi e dei morti; quando seppe che i due sposi vi figuravano per una vita poco meno che immortale, li volle rispedire via immediatamente. Ma il cancelliere fece notare che la donna stava all'inferno da troppo tempo e il suo cadavere si era guastato: "Dove la dobbiamo mettere?" "Deve morire Li Yuying, la sorella minore dell'imperatore; ecco dove puoi metterla" rispose Yama. Il funzionario annuì e condusse le due anime fuori dal mondo delle ombre. Un vortice di burrasca infernale li portò dritti alla porta principale di Chang'an, depositò il marito nel Padiglione d'Oro e soffiò dentro la corte interna del palazzo portandovi Loto Azzurro. La principessa passeggiava lentamente sull'erba, quando il vortice la investì e la gettò a terra; quindi le strappò l'anima e le ficcò in corpo quella di Loto Azzurro. Poi se ne andò per i fatti suoi. Le cameriere si precipitarono nella Sala delle Campanelle d'Oro per annunciare all'imperatrice dei tre palazzi: "Sua altezza la principessa è caduta morta!" L'imperatrice, spaventata, fece avvertire Taizong, che scosse tristemente il capo: "Me l'aspettavo. Quando avevo chiesto ai giudici infernali notizie sulla salute delle persone di casa, mi avevano risposto che tutti stavano bene, ma che temevano che la vita della sorellina non durasse a lungo. È andata come avevano detto." Tutti accorsero afflitti, ma quando giunsero alla corte interna constatarono che la principessa respirava ancora, seppur debolmente. "Non piangete! Non la spaventate!" ingiungeva l'imperatore. Si avanzò per sollevarla con le sue mani, mentre la chiamava: "Sorella, svegliati, svegliati!" La principessa si volse bruscamente a occhi chiusi e gridò: "Aspettami, non correre così svelto!" "Sono io, sorellina" diceva Taizong. Lei alzò il capo, aprì gli occhi, lo guardò ed esclamò: "Ma chi sei? Perché mi metti le mani addosso?" "Sono tuo fratello, l'imperatore; e questa è tua cognata, l'imperatrice." "Ma via! Non ho né fratelli né cognate che vi assomiglino. Sono una Li, mi chiamo Loto Azzurro" affermava la principessa, "e mio marito si chiama Liu Quan. Siamo di Junzhou. Tre mesi fa mio marito mi diede della svergognata, soltanto perché avevo dato una spilla d'oro in elemosina a un monaco; mi offesi tanto che mi impiccai a una trave con un cordone di seta bianca, abbandonando i miei due bambini. Quando mio marito fu inviato dall'imperatore a portar meloni all'altro mondo, il re Yama ebbe compassione di lui e ci rispedì sulla terra tutti e due. Lui camminava davanti; io cercavo di tenergli dietro, ma sono inciampata. Comunque non vi potete permettere queste familiarità con me, non ci conosciamo nemmeno." Taizong commentò con il suo seguito: "Suppongo che abbia la testa confusa dopo lo svenimento." Ordinò che la corte di medicina le somministrasse una pozione e l'accompagnò al coperto sorreggendola. Più tardi, mentre l'imperatore era nella sala delle udienze, un ufficiale di servizio inaspettatamente gli annunciò: "Maestà, l'uomo dei meloni, Liu Quan, è ritornato in sé e attende i vostri ordini alla porta." Stupefatto, l'imperatore ordinò di farlo entrare. Quando l'uomo si fu prosternato, gli chiese: "Com'è andata la consegna dei meloni?" "Il vostro servitore è andato dritto alla frontiera dei fantasmi con i meloni in testa. Di là mi hanno condotto alla Sala della Rete della Foresta delle Apparenze, dove mi hanno ricevuto i dieci re infernali. Io ho consegnato i meloni esprimendo profusamente il vostro desiderio di attestare la più profonda gratitudine. Ne sono rimasti commossi e il re Yama vi ha elogiato: 'Che uomo per bene e di parola, l'imperatore Taizong!'" "Hai visto niente di interessante, all'altro mondo?" "Non mi sono mosso gran che e non ho visto niente di speciale. Però il re Yama mi ha chiesto come mi chiamavo e da dove venivo. Gli ho raccontato che mi ero presentato volontario perché mia moglie si era suicidata. Lui l'ha fatta cercare e ci siamo incontrati. Poi lui ha fatto guardare nel registro e ci ha detto che ne avevamo ancora per un bel pezzo, prima di morire. Perciò ci ha rimandati sulla terra. Mia moglie camminava dietro di me; l'ho persa di vista e non so dove sia finita." "Per caso il re Yama ti ha detto qualcos'altro, a proposito di tua moglie?" inquisì Taizong sempre più stupito. "A me il re Yama non ha detto altro, ma ho sentito il messaggero dei morti riferirgli che il cadavere di mia moglie non era più utilizzabile. Yama gli ha risposto che Li Yuying era più o meno in punto di morte, e che si poteva prendere in prestito il suo corpo per metterci l'anima di Loto Azzurro. Non so chi sia questa Li Yuying, Sorella dei Tang, secondo Yama. O forse sarà di una località chiamata Sorella dei Tang. Mi dovrò informare." Queste parole permisero finalmente all'imperatore di comprendere la situazione. Si volse ai suoi ufficiali e disse: "Quando mi congedai dal signore Yama, gli chiesi notizie sul nostro palazzo. Mi rispose che tutti stavano bene, salvo la mia sorella minore. Era davvero caduta morta sull'erba. Mentre mi precipitavo per rialzarla e lei stava ritornando in sé, gridava: 'Marito, aspettami!' Pensavo che delirasse dopo lo svenimento. Ma quando la interrogai, il suo racconto corrispondeva esattamente a quello di Liu Quan." "Se sua altezza imperiale ha perso momentaneamente la vita e poi l'ha ripresa parlando così" intervenne Wei Zheng, "dev'essere perché l'anima della moglie di Liu Quan è ritornata al mondo nel suo corpo. Sono cose che càpitano. Invitiamo qui la principessa e sentiamo che cos'ha da dire." "Non so come stia adesso. Avevo ordinato di curarla alla corte di medicina" rispose l'imperatore; e mandò una dama di corte a cercarla. La principessa era fuori di sé dall'agitazione. Urlava: "Che cosa sono queste medicine? Non le voglio! Questa non è casa mia! Noi stiamo in una bella casetta di mattoni, fresca e pulita. Niente a che vedere con questa baracca gialla come l'itterizia(12), con le imposte impiastrate di colori sgargianti. Fatemi uscire! Voglio andarmene!" A questo punto entrarono quattro o cinque dame di corte e la portarono nella sala delle udienze, con l'aiuto di due o tre eunuchi. "Sapresti riconoscere tuo marito?" le chiese l'imperatore. "Che domanda!" esclamò la principessa. "Siamo stati promessi fin da bambini, e gli ho dato un figlio maschio e una femmina. Credo bene che lo saprei riconoscere!" Taizong la fece accompagnare da un eunuco. Ai piedi dei gradini di giada bianca vide Liu Quan e gli si aggrappò: "Marito, perché non mi hai aspettato? Io ero caduta, e mi sono ritrovata in mezzo a questi matti che mi stanno sempre intorno e dicono cose senza senso. Si può sapere che cosa sta succedendo?" Liu Quan la sentiva parlare come sua moglie, ma il viso era un altro, e non osava riconoscerla. "È proprio il caso di dirlo!" esclamò l'imperatore, "Ho visto nascer monti e terre sprofondare, Ma giammai con un morto un vivo rimpiazzare!" Il generoso sovrano offrì a Liu Quan il corredo di sua sorella, con abiti e gioielli, come se gliela desse in moglie. Inoltre lo esentò in perpetuo dalle tasse e gli permise di portarsela via. Gli sposi ringraziarono sua maestà dei suoi favori e ritornarono al loro paese tutti contenti. Lo attestano i versi: Sono predestinati vita e morte. Ciascuno ha il proprio numero di anni. Lui è ritornato nel mondo dei vivi, Lei si è incarnata dentro un corpo altrui. Nella città di Junzhou ritrovarono i figli e i propri beni. Va da sé che vissero proclamando i meriti delle buone azioni. Occupiamoci del duca Yuchi, che era andato a visitare Xian Liang, nel Henan. L'uomo si guadagnava da vivere come venditore d'acqua e sua moglie, nata Zhang, vendeva vasellame sull'uscio di casa. Delle poche sapeche che guadagnavano usavano soltanto lo stretto indispensabile; il resto lo davano in elemosina ai monaci e bruciavano interi capitali di moneta dei morti, in biglietti gialli e argentei. Era così che avevano accumulato tanti meriti: tra i vivi erano poveri diavoli, ma nell'altro mondo Xian Liang era un grande banchiere. Quando videro un duca presentarsi alla loro porta con tanto denaro vero, i due restarono tramortiti. Per di più, intorno alla loro capanna, si accalcavano tutti i funzionari della prefettura con grande affollamento di carrozze e cavalli. I due vecchi, ammutoliti per lo stupore, si inginocchiarono e non sapevano fare altro che prosternarsi con la fronte a terra. "Alzatevi, buona gente" disse Yuchi. "Sono un inviato imperiale, ma quello che vi porto da parte del mio signore è solo un rimborso." "Noi non abbiamo mai avuto soldi da prestare a nessuno" rispose il vecchio, tremando. "Non potremmo mai accettare questa inspiegabile fortuna." "Lo vedo che siete poveri. Ma aiutate i monaci e bruciate molta moneta dei morti; in questo modo avete accumulato una grande fortuna all'Inferno. Il nostro imperatore Taizong è morto, e poi è risuscitato dopo tre giorni; mentre visitava l'Inferno ha preso in prestito tutto l'oro e l'argento di uno dei vostri magazzini. È questo il denaro che vi restituisco. Dovreste rilasciarmi una ricevuta, in modo che io possa completare la mia missione." I vecchi ringraziavano il cielo, ma non osavano accettare. "Se accettiamo questi soldi moriremo presto. Magari il nostro credito sarà grande, per la carta moneta che abbiamo bruciato, ma è pur sempre roba del mondo delle tenebre. A pensarci bene, preferiamo non averci a che fare. D'altronde, che prova ha sua maestà di avere ricevuto questo prestito? Non possiamo accettare, non se ne parla nemmeno." "Sua maestà mi ha detto che il giudice Cui ha avallato il suo debito: lui può testimoniarlo. Non potete rifiutare." "Ci dispiace ma non siamo d'accordo, a nessun costo!" Visto che non veniva a capo della loro ostinazione, il duca Yuchi dovette spedire un dispaccio alla capitale. Taizong capì che Xian Liang non avrebbe mai accettato il denaro. "È proprio un pio vecchietto" pensò. Così ordinò a Yuchi di destinare la somma alla costruzione di un monastero, che avrebbe compreso un santuario dedicato a quei due, e di affidarlo a buoni monaci: ciò poteva equivalere al rimborso. Yuchi ritornò alla capitale, ringraziò l'imperatore dei suoi favori e fece conoscere al pubblico la decisione. La somma servì per acquistare un terreno di cinquanta mu in città, in luogo che non danneggiasse né l'esercito né la popolazione. Iniziarono subito i lavori e il monastero ebbe il nome di Xiangguo, Eretto per ordine imperiale. Una stele portava l'iscrizione: Costruito con la supervisione del duca Yuchi. È il grande monastero Xiangguo, che esiste ancor oggi. Taizong si compiacque della conclusione dei lavori. Convocò poi molti funzionari e fece affiggere un proclama che invitava i monaci a celebrare una grande Cerimonia dell'Acqua e della Terra, in suffragio delle anime in pena nel mondo delle tenebre. Il proclama ordinava ai mandarini di scegliere i monaci più eminenti, perché si recassero a Chang'an a officiare la cerimonia. Nel giro di un mese la capitale si riempì di religiosi. La selezione finale di coloro che avrebbero organizzato il servizio buddista fu affidata al grande annalista e astrologo Fu Yi. Ma costui, appena ricevuto l'incarico, presentò un rapporto che denigrava il Buddha, e addirittura ne contestava l'esistenza: La legge dei paesi dell'Ovest ignora i rapporti fra sovrano e suddito, come fra padre e figlio, e con le sue teorie allontana i semplici di spirito dalle tre strade e dai sei cammini. Essa si appoggia sugli sbagli del passato, in attesa di felicità che dovrebbero venire nel futuro. Chi passa il tempo a salmodiare in sanscrito, non ha voglia di lavorare. A credere a questi lazzaroni, si dovrebbe lasciar fare tutto al Buddha. Ma se vita, morte e longevità dipendono dalla natura, premi, castighi, onori e dignità dipendono invece dalla volontà degli uomini. Ai tempi dei cinque imperatori e dei tre re questa legge buddista non c'era, eppure i sovrani non sono mai stati tanto illuminati, i sudditi tanto ubbidienti, i regni tanto prosperi e tanto lunghi. Il culto di questo dio barbaro è stato fondato non prima del regno dell'imperatore Ming dei Han, e allora se ne occupavano soltanto degli sramana provenienti dall'Ovest, che si davano da fare per diffondere la loro dottrina. È una vera aggressione straniera contro la Cina, che non dovrebbe trovare alcun credito. Taizong fece distribuire questo rapporto di rimostranza ai suoi ministri e aprì la discussione. Si fece avanti il primo ministro Xiao Yu e fece rispettosamente notare: "La Legge del Buddha, da varie dinastie, si indirizza a promuovere il bene e combattere il male. Essa è utile alla prosperità dello stato, perciò sarebbe irragionevole abolirla. Il Buddha, quanto meno, era un sant'uomo. Per denigrarlo bisogna essere persone senza scrupoli: propongo che a questo contestatore sia inflitto un severo castigo." Fu Yi se la prese con Xiao Yu, facendo notare che i riti poggiavano sul servizio ai genitori e al sovrano, mentre il Buddha aveva abbandonato famiglia e parenti. In sostanza si era ribellato per egoismo, tanto al Figlio del Cielo, negando i servizi dovuti allo stato, quanto al suo prossimo, trascurando di assicurarsi dei posteri. Xiao Yu, dopo tutto, non era nato nemmeno lui sotto un cavolo, per prendere sul serio una dottrina senza padri. Era il caso di dirlo: Chi denigra la pietà, non ha certo alcun papà. Xiao Yu si accontentò di giungere le mani e di rispondere: "L'inferno esiste proprio per le persone come costui." Taizong convocò anche il presidente della Corte degli Equipaggi Imperiali, Zhang Daoyuan, e il gran segretario Zhang Shileng, per sapere che cosa ne pensavano del buddismo e dei suoi vantaggi o svantaggi. Entrambi risposero: "Il buddismo è basato sulla purezza, la compassione, il giusto frutto e il vuoto. L'imperatore Wu dei Zhou ha stabilito l'ordine delle tre dottrine. Il maestro di meditazione Dahui ha elogiato ciò che è oscuro e lontano. Quanti monaci illustri, riveriti da intere generazioni! E Bodhidharma ci visitò, il quinto patriarca nacque fra noi. Non si è sempre detto che le tre dottrine sono molto rispettabili, che non si può distruggerle né abolirle? Preghiamo umilmente vostra maestà di esercitare il proprio giudizio con santo e lucido equilibrio." "Avete parlato secondo ragione" concluse persuaso Taizong. "Sia punito chiunque ritorni sull'argomento." Scelse quindi Wei Zheng, Xiao Yu e Zhang Daoyuan perché invitassero i monaci a predisporre le cerimonie e ne nominassero uno di grande virtù a presiederle. Gli incaricati si prosternarono per ringraziare e si ritirarono. Fu decretato il taglio del braccio come punizione per chi attentasse al buddismo o all'integrità personale di un monaco. L'indomani i funzionari delle tre corti riunirono i monaci sul Podio dei Monti e Fiumi, li passarono in rassegna e scelsero un religioso eminente di grande merito. Sapete chi era? Era chiamato Cicala d'Oro. Ad un sermone fu disattento, Perciò dal Cielo venne esiliato E nella rete delle illusioni Del basso mondo restò impigliato. Il padre e il nonno, grandi ufficiali. Ma egli fu vittima di tradimenti E di sfortune prima di nascere. Fu abbandonato in riva al fiume E trascinato al Monte d'Oro, Un'isoletta, dove Qian'an, Un santo monaco, lo raccoglieva. A diciott'anni incontrò sua madre E partì in cerca del proprio nonno. Partecipava alla spedizione Contro i pirati di base a Hongzhou Di cui suo padre era prigioniero. La spedizione ebbe successo E padre e figlio si ricongiunsero. L'imperatore li ricevette E li colmava di grandi onori. Ma il figlio volle restare monaco E consacrarsi a santi scopi. Figlio del Buddha, egli fu chiamato "Tratto dalle acque" e in religione "Porta misteri". Era Chen Xuanzang(13). Quel giorno fu nominato pubblicamente Maestro della Legge. Era monaco sin dall'infanzia, aveva mangiato di magro e osservato i comandamenti dal momento in cui era venuto al mondo. Il nonno materno, Yin Kaishan, era alla corte come comandante in capo di un'intera provincia. Il padre, Chen Guangrui, primo laureato, era stato promosso gran letterato, addetto al Padiglione della Fonte dei Documenti. Xuanzang disprezzava onori e gloria e si dedicava tutto alle pratiche che conducono al nirvana. L'inchiesta rivelò che era di ottima famiglia e di elevata condotta morale. Non c'era un solo sutra fra tante migliaia che non conoscesse alla perfezione, né un inno, né una sola sillaba che avesse a che fare con la religione, che egli non fosse in grado di pronunciare. I tre ministri lo condussero davanti all'imperatore. Dopo il balletto degli omaggi, eseguito in conformità dell'etichetta di corte, Xiao Yu dichiarò: "I vostri servitori, secondo il vostro sacro comando, hanno scelto un monaco eminente di nome Chen Xuanzang." "Non sarà per caso il figlio del grande letterato Guangrui?" chiese Taizong. Il monaco si prosternò e rispose: "Lui in persona, per servirvi." "Devo dire che la vostra scelta non è affatto cattiva" esclamò lieto Taizong. "È un monaco di grande virtù e di profonda meditazione." "Ti conferisco la carica di superiore generale di tutti i monaci dell'impero, quelli di destra come quelli di sinistra, e il titolo di grande predicatore della legge." Xuanzang si prosternò per ringraziare del favore. L'imperatore lo gratificò di una veste monacale multicolore, intessuta d'oro, e del berretto detto di Vairocana. Gli raccomandò di salutare da parte sua i monaci illuminati e di ripartire gli incarichi fra gli âcârya. In conformità della volontà imperiale, si doveva recare al Monastero delle Trasformazioni e stabilire un giorno e un'ora fausta per la lettura dei sutra che dava inizio alla cerimonia. Xuanzang ubbidì all'ordine e riunì nel monastero mille duecento monaci di buona reputazione, di varie età, suddivisi in tre sale: alta, media e bassa. Chi fabbricava banchi di meditazione, chi decorava le pedane dei meriti, chi metteva a punto la musica. Tutto fu predisposto con molta cura. Il giorno fausto scelto per dare inizio alla Grande Cerimonia dell'Acqua e della Terra fu il terzo del nono mese; la festa doveva durare sette volte sette giorni, cioè quarantanove giorni. Taizong, alla data annunciata, accompagnato dai mandarini civili e militari, dalla famiglia imperiale e dai parenti acquisiti, si recò a offrire incenso e poi ad ascoltare il sermone. Ma se, in fin dei conti, non sapete come si svolse la cerimonia, ascoltate il seguito. 第012回 LA MISSIONE DI TRIPITAKA · IN CUI XUANZANG CELEBRA LA GRANDE CERIMONIA, E GUANYIN SI MANIFESTA PER CONVERTIRLO ALLA NOBILE MISSIONE. Nell'anno tredicesimo di regno Convocava i suoi sudditi il sovrano. Troneggiava la Legge nella sala Come in un reliquiario luminoso. Cicala d'Oro da lui consacrato Fa voto di viaggiare verso l'Ovest Per espandere il bene, per salvare Le anime dei dannati, stabilire La vera fede e a tutti predicare Della reincarnazione la dottrina. Il terzo giorno della nona luna del tredicesimo anno dell'era Contemplazione della virtù, nell'anno jisi secondo l'ordine ciclico, nella propizia ora mattutina guimao, il maestro della legge e gran predicatore Xuanzang riunì mille duecento eminenti monaci nel Monastero delle Trasformazioni, nella città di Chang'an, e iniziò l'esposizione dei testi sacri. Al termine dell'udienza del mattino l'imperatore, accompagnato dai suoi mandarini civili e militari, uscì dalla Sala delle Campanelle d'Oro e, sul suo carro di draghi e fenici, si recò al monastero per offrire l'incenso. Che aspetto aveva il corteo imperiale? Era Cielo incendiato di effluvi augurali, Pieno di luce nel sole magnifico, Con migliaia di illustri mandarini In costumi sontuosi, le bandiere Delle truppe schierate sui due lati, I soldati che impugnano le lance. Grandi lanterne rosa ed incensieri Imperiali si avanzano solenni. Il drago vola, danza la fenice, Si slancia il falco, e l'aquila plana: Dritto il Figlio del Cielo, santo e illustre, Nobili i suoi leali servitori. Pace e felicità per mille anni! Vedete i grandi ombrelli a curvi manici, I draghi ricamati sulle stoffe, I riflessi di specchi, di fenice E di giada i ventagli agitan l'aria, Brume di buon auspicio. Sono ornati I berretti di perle e le cinture Sono di giada. Proteggono il carro Mille squadroni coi loro ufficiali. L'imperatore riverisce il Buddha, Offre l'incenso con pietà sincera. Il grande corteo giunse davanti al monastero. Il sovrano fece tacere la musica e discese dal carro, seguito dagli alti funzionari, per recarsi a pregare. Fecero le tre riverenze e contemplarono lo spettacolo della cerimonia: Fremono al vento stendardi e bandiere, Oscillano preziosi baldacchini; Le bandiere fan nubi colorate, Mille riflessi rossi i baldacchini. La statua d'oro del Beato è in mezzo Circondata dai volti degli arhat. Fiori immortali disposti nei vasi, Mentre il sandalo fuma nei bracieri. Fiori come foresta di broccati, Pura fragranza del legno di sandalo. Vasi di lacca contengono frutti, Su tavole si allineano dolcezze. Van salmodiando i monaci eminenti Per salvare i dannati dalle pene. Taizong e il seguito offrirono l'incenso, pregarono la statua d'oro del Buddha e resero omaggio agli arhat; quindi il superiore generale e maestro della legge Xuanzang venne a salutare il sovrano dei Tang alla testa dei suoi monaci. Poi ciascuno prese posto nella sala. Il maestro della legge presentò all'imperatore la supplica per la liberazione delle anime in pena: Insondabile è la virtù suprema, come lo è il nirvana della setta di meditazione. La purezza circola nei tre mondi. Le mille e una trasformazioni sono governate dallo Yin e dallo Yang. L'autentico permanere della sostanza e della sua funzione è inesauribile. Considerate queste anime orfane, quanto sono meritevoli di commiserazione! Su sacro ordine di Taizong, abbiamo riunito questi monaci per meditare e predicare la Legge. Spalanchiamo le porte della liberazione, lanciamo i vascelli della compassione per salvare tutti coloro che sono immersi nel mare della sofferenza, per risparmiare loro di ricadere nelle sei destinazioni! Vi ricondurremo sulla buona strada verso il godimento universale dell'immenso. L'inattività o atarassia vi farà partecipi della pura essenza. Approfittatene, noi vi invitiamo a entrare nella città del piacere della purezza. Salite sul veicolo della nostra vittoriosa assemblea per uscire dalla gabbia infernale che vi imprigiona, salite al cielo della gioia suprema, venite a Ovest con noi! Lo attestano i versi: Noi bruciamo l'incenso per salvarvi E srotoliamo talismani e sutra; Proclamiamo la Legge senza limiti E invochiamo per voi grazia dal Cielo. Siano aboliti crimini e peccati, Le anime liberate dall'inferno! Ma ricambiate restando propizi, Perché il nostro paese sia felice, Goda di lunga pace e sia protetto Dai suoi nemici. Taizong apprezzò la lettura e rivolse ai monaci queste parole: "Siate diligenti nelle vostre devozioni, servite il Buddha senza posa. Quando avrete compiutamente realizzato i vostri meriti e ciascuno nel paese potrà raccoglierne le benedizioni, io vi ricompenserò generosamente. Vi assicuro che non ci rimetterete." I mille duecento monaci si prosternarono di slancio al regale cliente. Dopo un pasto di magro, che era il terzo della giornata, l'imperatore se ne andò via; sarebbe ritornato alla cerimonia solenne del settimo giorno, per offrire altro incenso. Anche i vari dignitari se ne andarono, mentre scendeva la sera, come potete vedere: La luce del tramonto si diffonde Nelle strisce di bruma. Corvi neri Vanno ad appollaiarsi sopra i rami. Nelle vie di città scende la quiete E i lampioni si accendono. Pei monaci È questa l'ora di concentrazione. Le celebrazioni ripresero il giorno dopo. Ma ritorniamo alla pusa Guanyin. Non era facile, nemmeno in una città grande come Chang'an, di trovare una persona che fosse davvero in possesso di tutte le virtù richieste per impegnarsi nel viaggio alla ricerca delle scritture. Dopo parecchi giorni di inutili indagini, si venne a sapere che Taizong voleva diffondere la conoscenza dei meriti che si acquistano con le buone azioni, e promuoveva una grande cerimonia che avrebbe fatto affluire i monaci più eminenti. Risultò che avrebbe presieduto la cerimonia proprio quel monaco che, appena nato, era stato salvato dalle acque. In effetti era un figlio del Buddha disceso dal Paradiso della Gioia Suprema; a suo tempo Guanyin si era occupata personalmente della sua incarnazione. Finalmente, la pusa si sentì sulla buona strada; prese i tesori che il Buddha le aveva affidato e, in compagnia di Moksa, andò a venderli in città. Forse non ricordate quali erano i tesori: una lunga veste monacale di broccato, rara e preziosa, e un bastone da pellegrino con nove anelli; quanto ai tre cerchi Strizza, Spezza, Schizza, se li tenne nascosti in attesa di usarli al momento opportuno. Per ora si accontentò di offrire in vendita la veste e il bastone. C'era un monaco molto ottuso, che non era stato scelto per la grande cerimonia. Errava per le strade di Chang'an e possedeva qualche biglietto bisunto di carta moneta. Quando vide la pusa, che appariva come un monaco rognoso vestito di stracci, a capo e piedi nudi, e offriva in vendita quegli oggetti di gran lusso, si avvicinò e chiese: "Tu, rognoso! Quanto vuoi della tua gabbana?" "La veste vale cinquemila tael; il bastone duemila." "Ma sono matti, questi pretonzoli pidocchiosi!" sogghignò lo stupido personaggio. "Figuriamoci, chiedono settemila once d'argento per questa robetta da mercato! Non le varrebbe nemmeno se bastasse toccarla per diventare immortali. Tenetevela, non la comprerà mai nessuno." Guanyin, senza darsi la pena di discutere, riprese il suo cammino con Moksa. Passo passo giunsero alla porta est del palazzo imperiale e si imbatterono nel primo ministro Xiao Yu che ne usciva dopo l'udienza. Le guardie gridavano di circolare, ma Guanyin, invece di farsi da parte, restò in mezzo alla strada e si diresse verso l'alto dignitario. Il ministro trattenne il cavallo per osservarla e, notata la sontuosa veste monacale, fece segno a uno dei suoi di chiederne il prezzo. "La veste vale cinquemila tael, il bastone duemila" rispose la pusa. "Che cos'hanno di speciale questi oggetti per costare così cari?" si stupì Xiao Yu. "La veste ha un pro e un contro. Costa cara e non costa nulla." "Qual'è il pro e quale il contro?" "Chi indosserà questa veste non potrà annegare, né finire all'Inferno, né cadere vittima di violenti, di tigri o di lupi: questo è il vantaggio. Lo svantaggio è che la veste può mettere in seri guai un monaco sciocco, concupiscente o cattivo, o un religioso che non rispetti la disciplina, o un laico che distrugga i sutra e dica male del Buddha." "E perché costa cara e non costa nulla?" "Chi non segue la Legge del Buddha e non rispetta i tre gioielli, se vuole la veste e il bastone, deve pagarli settemila tael, che è molto denaro. Ma sono pronto a regalarli a chi ne sia degno, onori i tre gioielli, si compiaccia del bene e confidi nel nostro Buddha: a una persona così questi oggetti non costerebbero nulla, e ci legherebbero a un destino benefico." A queste parole Xiao Yu si rasserenò, perché comprese di avere a che fare con una persona buona. Scese da cavallo e salutò rispettosamente la pusa. "Venerabile maestro della Legge, scusatemi! Il nostro imperatore ama il bene e tutti alla sua corte lo praticano. Si sta celebrando una grande Cerimonia dell'Acqua e della Terra. Questa veste andrebbe a pennello al grande predicatore che la presiede, il maestro della legge Xuanzang. Verreste con me a palazzo per incontrare sua maestà?" La pusa lo seguì volentieri. Il ministro ritornò sui suoi passi ed entrarono insieme dalla porta est. L'ufficiale di servizio andò ad annunciarli ed ebbe ordine di introdurli nella Sala Preziosa. Alla vista dei monaci pidocchiosi che sostavano accanto al ministro, ai piedi della scala, l'imperatore chiese: "Che c'è di nuovo, Xiao Yu?" "Ho incontrato questi monaci mentre uscivo dalla porta est" spiegò Xiao Yu, dopo essersi prosternato. "Vendevano una veste monacale e un bastone da pellegrino. Mi è sembrato che l'abito fosse adatto al maestro della legge Xuanzang, perciò mi sono permesso di introdurli." Taizong guardò il kasâya e ne chiese il prezzo. Guanyin e Moksa, ritti ai piedi del trono, senza nemmeno prendersi la cura di inchinarsi di nuovo, risposero: "Cinquemila tael la veste, duemila il bastone." "Che cos'ha di straordinario questa veste per costare tanto?" "Questo kasâya" rispose Guanyin "Se ne portasse il drago un solo filo, Impedirebbe al roc di divorarlo, E la gru volerebbe in paradiso. Se l'indossi, ciascun ti rende omaggio, Ti seguono in corteggio i sette buddha. Bozzoli di cristallo per la seta, Svolti da straordinari filatori; Immortali bellezze l'han tessuto, È un broccato cucito dalle fate. Sono più luminosi i suoi colori Dei più belli tra i fiori. Se l'indossi Spandi rossi bagliori; se lo levi Si alzano intorno nubi colorate." Lo dicono anche i versi: Onorate la Via dei Tre Gioielli, Che giudicando va le quattro vite Nei sei cammini. Il cuore illuminato Del ciel come degli uomini le leggi Sa comprendere. È in grado di trasmettere Di saggezza la lampada; è il suo corpo Protetto dal potere del diamante, Ed è l'anima calma come ghiaccio Racchiuso dentro una brocca di giada. Da quando il Buddha ha creato il kasâya, In mille kalpa nessuno oserebbe Su quel monaco stendere le mani. Il discorso piacque all'imperatore. "E il bastone, monaco, che cos'ha di straordinario?" chiese ancora. "Il mio bastone" rispose la pusa "è fatto così: Nove anelli di ferro ageminati Di rame rosso, viticci divini Color di eternità. Se preso in mano Infonde giovinezza nelle ossa Più vecchie e stanche, e fa leggero il passo. Salì nel Cielo con Maudgalyâyana In cerca della madre, e dell'Inferno Ha spezzato le porte. Non vi è polvere Che al mio bastone mai possa aderire: Fino al Monte Yushan potrà seguire Allegramente il passo del buon monaco." L'imperatore ordinò di avvicinargli la veste e l'esaminò con attenzione in ogni particolare: era senza dubbio un accurato e magnifico manufatto. "Venerabile maestro della legge" disse, "non ve lo nasconderò. Negli ultimi tempi ho diffuso largamente la dottrina del bene e ho seminato senza risparmio i campi di benedizione. Molti monaci si sono riuniti nel Monastero delle Trasformazioni per recitare i sutra ed esporre la legge. C'è fra loro un uomo di grande merito che si chiama Xuanzang. Vorrei acquistare questi due preziosi oggetti per destinarli a lui. Qual'è l'ultimo prezzo?" Guanyin e Moksa giunsero le mani e lodarono il Buddha. La risposta fu: "Il destinatario è effettivamente un uomo virtuoso, perciò l'umile monaco che sono vuole fargli un dono. Non voglio denaro." E Guanyin volse la schiena per andarsene. L'imperatore chiese subito a Xiao Yu di fermarla, si inchinò profondamente e disse: "Voi chiedevate settemila tael, e quando ho dichiarato di voler comprare non chiedete più nulla. Non potrei certo abusare della mia posizione di sovrano per sottrarvi questi oggetti. Offriamo precisamente il prezzo che chiedevate: non potete rifiutare." "Il vostro umile monaco deve adempiere un voto che ha fatto" replicò Guanyin. "A chi riverisce i tre gioielli, ama il bene e si rifugia nel nostro Buddha, io queste cose le devo donare: non posso accettare denaro. A maggior ragione dal momento che anche vostra maestà illustra la virtù, si attiene al bene, rispetta la nostra dottrina e per di più fa diffondere la grande legge da religiosi eminenti, pieni di virtù e di merito. Offrendo questi oggetti a vostra maestà adempio un dovere; dunque ve li lascio e vi saluto." L'imperatore apprezzò molto la sua rispettosa insistenza e diede ordine alla corte dei banchetti di preparare almeno un grande pranzo di magro per ringraziamento. Ma la pusa rifiutò fermamente anche quello e se ne andò, desiderosa di tornare a rifugiarsi nell'incognito dentro il tempio della divinità locale. L'imperatore, nell'udienza di mezzogiorno, incaricò Wei Zheng di invitare a corte Xuanzang. Questi, riuniti i suoi monaci, era appena salito sul pulpito per cantare inni e sutra, ma non appena ricevette l'ordine imperiale discese, si aggiustò l'abito e seguì Wei Zheng. "Vi ho molto incomodato chiedendo la vostra collaborazione per questa liturgia e non vi ho ancora dimostrato la mia gratitudine" gli disse Taizong. "Stamane Xiao Yu ha incontrato due monaci disposti a offrirmi una straordinaria veste monacale di broccato e un bastone con nove anelli. Vi ho convocato per darli a voi, perché ne facciate il miglior uso." Xuanzang si prosternò per ringraziare. "Poiché non li rifiutate, maestro, posso pregarvi di provarli, per vedere l'effetto che fanno?" Il reverendo spiegò dunque il kasâya, lo indossò, impugnò il bastone e si mostrò a sua maestà e ai suoi ministri per il loro piacere ed edificazione. Sembrava proprio un vero figlio del Beato Buddha. Sembra fatta la veste su misura, Ed il maestro un vero figurino! Quale splendida luce, e che colori! Sullo sfondo intessuto in filo d'oro Si allineano i riflessi delle perle, Dovunque sono strisce di broccato Dai ricami più rari disegnate. Gli otto tesori formano i bottoni, Stelle del cielo adornano il colletto Serrato da un gancetto di velluto Con un anello d'oro. È destinato Certamente Xuanzang a grandi cose Per ricevere doni sì preziosi. Come un arhat sceso dal Paradiso Dell'Ovest dentro il mondo dei viventi. Suonano i nove anelli del bastone, Ricco berretto ricopre il suo capo: Egli è proprio del Buddha il degno figlio, Più grande della bodhi, non vi pare? I mandarini civili e militari emettevano gridolini di ammirazione, Taizong era tutto contento. Fece scortare il maestro della legge da due compagnie di guardie d'onore e da molti dignitari, dalla porta del palazzo giù per la strada principale della città fino al monastero, come se fosse il corteo per festeggiare il successo di un primo laureato. Una processione sensazionale. Nelle vie tutti sgomitavano per farsi avanti a vedere lo spettacolo, mercanti e facchini, principi e figli di papà, scrivani e letterati, grandi e piccini, uomini e donne. Ed esclamavano: "Che bel maestro della legge! Sembra un arhat disceso sulla terra, un buddha vivo tra i mortali." I monaci vennero incontro a Xuanzang per onorarlo. A vederlo indossare quel kasâya, con quel bastone in mano, si dicevano che era il pusa Dizang che veniva a visitarli. Xuanzang salì alla sala, bruciò incenso, pregò Buddha e raccontò a lungo all'uditorio quali e quanti favori aveva ricevuto dalla sacra persona dell'imperatore; poi ciascuno ritornò al suo atteggiamento di meditazione. Presto il sole tramontò. Entro la bruma gli alberi si perdono, I lampioni si accendono; si odono I tre rintocchi di campana; al terzo Diradano i passanti nelle strade E subentra il silenzio. Dentro il tempio Ardon lampade; è il momento propizio Della meditazione, per nutrire La tua natura e vincere i demoni. Rapido è l'avvicendarsi della luce e del buio; giunse presto il momento della grande cerimonia del settimo giorno. Xuanzang rinnovò l'invito all'imperatore per l'offerta dell'incenso. Taizong fece preparare le vetture e non tardò a recarsi al monastero con il suo seguito. Tutti gli abitanti della città, grandi e piccoli, nobili e umili, si recarono ad ascoltare il sermone. Vi si volle recare anche Guanyin, che disse a Moksa: "Oggi si tiene la grande cerimonia dei sette giorni: mescoliamoci alla folla, per vedere come va la festa, per verificare se la reincarnazione di Cicala d'Oro è dotata di ispirazione benedetta, e per controllare dalla sua predica a quale scuola di pensiero appartiene". Dunque entrarono nel monastero: Sono incontri voluti dal destino, Ritorni della prajña alla sua sede. Lo spettacolo era certo degno del grande paese, anzi della corte celeste, più imponente del sad-varsa, più bello del Jetavana, il parco di Srâvasti, per nulla inferiore al Supremo Monastero dei Quattro Orienti. Risuonavano nella sala la musica divina e le litanie del Buddha. La pusa si mise presso il podio dai molti tesori. Riconosceva il volto di Cicala d'Oro dal sapere illuminato. Come dicono i versi: Dall'alto pulpito Xuanzang, Mente sgombra da ogni errore, Attira le anime in pena E intenditori di alto rango [...]. Il maestro della legge recitò un passaggio del sutra della Salvezza dei trapassati, poi spiegò il Tesoro celeste per la pace delle nazioni e infine predicò sull'Esortazione ad acquisir meriti(14). Guanyin si avvicinò, batté le nocche sul pulpito e gridò a squarciagola: "Ehi, monaco! Ci parli solo degli insegnamenti del Piccolo Veicolo. Perché non ci parli un po' del Grande Veicolo?" Xuanzang, a queste parole, sentì il suo cuore rallegrarsi, scese dal pulpito, salutò la pusa a mani giunte e rispose: "Maestro, perdonate al vostro discepolo di non aver prestato attenzione. Tutti i monaci che conosco insegnano solo il Piccolo Veicolo. Quello Grande non lo conosco." "I tuoi insegnamenti del Piccolo Veicolo non sono sufficienti per salvare i trapassati e mettono in confusione i profani. Noi abbiamo a disposizione tre panieri di scritture del Grande Veicolo: esse sì, possono far salire in cielo i dannati, levare le pene degli afflitti, dare longevità illimitata e porre fine alle reincarnazioni." Mentre discorrevano, l'ufficiale di picchetto si precipitò a informare l'imperatore: "Il maestro è stato levato dal pulpito da due monaci rognosi, che parlano a vanvera." Il sovrano ordinò di arrestarli, ma già la folla li stava spingendo verso la sala di fondo. Alla vista di Taizong uno dei monaci lo guardò dritto in faccia, senza salutare né giungere le mani: "Che cosa vuole da me vostra maestà?" Taizong lo riconobbe: "Non sei il monaco che mi ha portato il kasâya?" "Proprio così" rispose Guanyin. "Se sei venuto ad ascoltare il sermone, non ti potresti accontentare di partecipare al pranzo, invece di prendertela con il mio maestro della legge, far disordine in sala e disturbare la funzione religiosa?" "Il tuo maestro della legge conosce solo gli insegnamenti del Piccolo Veicolo, che non bastano per ricondurre in cielo le anime perse, mentre noi abbiamo a disposizione tre panieri di scritture della legge del Buddha, che le possono liberare dalle pene e rendere i corpi indistruttibili." "Dov'è questa legge del Buddha secondo il Grande Veicolo?" chiese Taizong. "Presso il nostro Beato Buddha, nel grande Monastero del Colpo di Tuono, in India, nel Grande Paradiso dell'Ovest. Essa può risolvere mille ingiustizie e riparare da ogni calamità." "E tu hai in mente questa legge?" "Certo!" "Che il maestro della legge lo conduca con sé e lo preghi di salire sul pulpito!" concluse Taizong, lieto della risposta. Ma la pusa, con Moksa, volò in alto sopra il podio e salì su una nuvola di buon augurio che montò in cielo; lassù riprese la sua forma di salvatrice, con il vaso e il ramo di salice; alla sua sinistra il vigoroso Moksa, in religione Hui'an, con il bastone in mano. Pieno di gioia, il sovrano dei Tang si rivolse al cielo pregando, mentre i suoi ufficiali civili e militari si inginocchiavano e bruciavano incenso. Monaci, suore, preti taoisti, laici, artigiani e mercanti, tutti esclamavano: "La pusa, la pusa!" Lo attesta la canzone: Velata di brume, protetta da luce, Nel fiume di stelle è apparsa la Vera. In capo essa porta dorato berretto, I fiori di giada scintillano al sole Su file di perle. Si è messa una tunica Celeste, adornata di draghi e fenici. Sul petto un ricamo con gli astri del cielo. Profumi e gioielli, collane di giada. Trattiene un cordone la gonna a ricami, Con mari di diaspro e nubi dipinte, Frangiata di seta e di fili d'oro. Ha un pappagallino di chiari colori Col becco scarlatto, del mare orientale. In mano essa tiene il vaso prezioso Col ramo di salice: dispensa le grazie E toglie i dolori, elimina nebbie E fa terso il cielo. Cammina sui fiori, È andata e venuta in soli tre giorni, Guanyin salvatrice. Taizong dimenticava le cure del suo impero, i funzionari trascuravano addirittura l'etichetta di corte. Tutti ripetevano: "Namo Guanshiyin pusa!" Taizong ordinò subito che un buon pittore disegnasse il ritratto autentico della pusa. Ne fu incaricato Wu Daozi, pittore di dèi e di santi, artista di alta e vasta visione; lo stesso che, in seguito, fu incaricato di ritrarre i servitori emeriti dell'impero per il Padiglione delle Nubi Eteree. Con il suo meraviglioso pennello fece subito uno schizzo di Guanyin che si allontanava in un alone di nuvole di buon augurio. Intanto scese ondeggiando dal cielo un biglietto redatto in questi termini: Al sovrano dei Tang offriamo con rispetto Le sublimi scritture che l'Ovest custodisce. Di quel Grande Veicolo tutti gli insegnamenti Si offrono gentilmente a chi li venga a prendere A centottomila li. I sutra riportati Nel nobile paese salveranno i dannati E istruiranno la gente con edificazione. Chi li verrà a cercare avrà il suo tornaconto: Ne otterrà il giusto frutto ed il corpo dorato. Visto il biglietto, l'imperatore ordinò ai monaci: "La cerimonia è sospesa, perché voglio inviare qualcuno a cercare i sutra del Grande Veicolo. La riprenderemo al suo ritorno, con sincera devozione." Tutti i mandarini approvarono e l'imperatore chiese seduta stante: "Chi accetta di andare al Paradiso dell'Ovest per sollecitare dal Buddha queste scritture?" Subito si fece avanti il maestro della legge, si prosternò e disse: "L'umile monaco che sono è senza talenti, ma è pronto a sopportare le fatiche di una bestia da soma pur di riportare a vostra maestà le scritture autentiche, e consentirle così di consolidare per sempre il suo impero." Soddisfatto, Taizong sollevò il monaco con le sue stesse mani imperiali, dicendogli: "Maestro, se siete davvero disposto a testimoniarmi una tale lealtà, attraversando fiumi e montagne senza timore dell'enorme distanza, io voglio salutarvi come fratello." Xuanzang tornò a prosternarsi. Da sovrano di parola, Taizong si recò davanti alla statua del Buddha e salutò quattro volte Xuanzang come "caro fratello e santo monaco". Xuanzang era tanto commosso che non sapeva come esprimere la gratitudine: "Quali virtù, quali capacità dovrebbe avere il vostro umile servitore per meritare tali segni di favore da vostra maestà? Dovrò impegnarmi senza risparmio a raggiungere il Paradiso dell'Ovest. Se non dovessi ottenere le vere scritture, meglio morire piuttosto che ritornare a mani vuote, meglio sprofondare all'Inferno." E lo giurò bruciando incenso davanti alla statua del Buddha. L'imperatore ordinò il ritorno a palazzo del corteo, in attesa del giorno fasto e dell'ora propizia alla consegna delle credenziali e alla partenza. La gente si disperse. Xuanzang, da parte sua, si ritirò nel Monastero della Vasta Benedizione. Monaci e novizi vennero a vederlo e a chiedergli se era vero che aveva giurato di andare al Paradiso dell'Ovest. "È vero" rispose Xuanzang. "Maestro" si inquietava un discepolo, "ma ho sentito che la strada è lunga, e infestata da diavoli e fiere selvagge. La vostra vita sarà sempre in pericolo: potrebbe essere un viaggio senza ritorno." "Ho giurato solennemente, possa sprofondare all'Inferno, di riportare le scritture autentiche. D'altronde i favori che devo al sovrano mi obbligano a votarmi senza riserve al mio paese. Certo, non so che cosa mi aspetterà e mi rendo conto che il viaggio è pericoloso. Cari condiscepoli, quando sarò partito da un po' di tempo (forse due o tre anni, forse sei o sette), tenete d'occhio i pini che fiancheggiano il portale del monastero: quando i rami si volgeranno a est, il mio ritorno sarà vicino. E se i rami non si volgeranno mai, non contate che torni." I discepoli scolpirono queste parole nella memoria. Nell'udienza del mattino successivo, Taizong incaricò i suoi collaboratori di redigere credenziali e passaporti per la ricerca dei sutra, che furono timbrati con il sigillo di libero passaggio. Il direttore dell'ufficio astrologico presentò questo rapporto: "La congiuntura astrale è propizia oggi stesso all'inizio di un viaggio in terre lontane." L'imperatore ne fu contento. L'ufficiale di guardia alla porta gialla venne ad annunciare: "Vostro fratello, il maestro della legge, attende i vostri ordini alla porta." Taizong lo fece introdurre nella Sala Preziosa e gli disse: "Caro fratello, oggi è un giorno propizio alla partenza. Questi sono i vostri passaporti. Ecco una ciotola per mendicare di oro zecchino. Ho scelto due persone per accompagnarvi e vi dono un cavallo per il viaggio. Potete senz'altro partire." Felice di saperlo, Xuanzang ringraziò l'imperatore e ricevette doni e documenti senza fare obiezioni. Erano pronte in attesa anche le vetture con cui l'imperatore e il suo seguito dovevano accompagnarlo fino alle porte della città. Là lo attendevano monaci e discepoli del monastero, che gli avevano portato abiti estivi e invernali. Taizong fece imballare i bagagli e caricare i cavalli; poi fece portare del vino per brindare alla partenza. Levando la coppa, l'imperatore chiese: "Caro fratello, qual'è il vostro elegante soprannome?" "L'umile monaco che sono ha abbandonato il mondo e non ha soprannomi." "La pusa ci ha raccontato dei tre panieri di scritture; tre panieri si dice, in sanscrito, tripitaka. Perché non adottate Tripitaka come soprannome?" Xuanzang ringraziò l'imperatore, ma all'offerta del vino disse: "Vostra maestà, la proibizione dell'alcol è la prima fra quelle che i monaci devono rispettare. E poi non ne ho mai bevuto." "Ma questa partenza è un avvenimento senza precedenti. E rassicuratevi: questo è un vino non alcolico. Dovete berne almeno una coppa per augurare il compimento del voto che voglio formulare." Tripitaka non osava rifiutare. Prese la coppa e si accingeva a bere, quando Taizong raccolse da terra un pizzico di polvere e lo gettò nella bevanda. Tripitaka non capì e restò interdetto. Taizong rise: "Caro fratello, questo viaggio vi condurrà al Paradiso dell'Ovest; quando sarete di ritorno?" "Penso che tre anni basteranno." "I giorni si seguiranno, e poi gli anni. La strada è lunga e i monti lontani. Bevete quel vino, fratello: un pizzico del suolo natale vale più di tutti i tesori del mondo." Tripitaka capì e bevve. Poi prese congedo, oltrepassò la barriera e si mise in viaggio, mentre il sovrano dei Tang ritornava indietro. Se poi, in fin dei conti, non sapete che cosa avvenne dopo la partenza, ascoltate il seguito. 第013回 INIZIA IL VIAGGIO IN OCCIDENTE · CADUTO NELLA FOSSA DELLE TIGRI, LIBERATO DAL PIANETA DEL METALLO, IL MONACO È TRATTENUTO DA UN CACCIATORE SULLA MONTAGNA DELLA DOPPIA FORCA. L'eminente sovrano, con decreto ufficiale, L'ha inviato a cercare le fonti dello zen. Xuanzang va alla ricerca della Grotta del Drago, Ben deciso a salir il Picco degli Avvoltoi. Lascia l'imperatore e a Occidente si avvia, In viaggio alla scoperta del vuoto sconfinato. Come abbiamo raccontato, Tripitaka ebbe l'insigne favore di essere accompagnato alla barriera daziaria della città di Chang'an dall'imperatore in persona, con grande seguito, tre giorni prima della metà della nona luna del tredicesimo anno dell'era Contemplazione della Virtù. Dopo due giorni di buon trotto, Tripitaka e i due compagni che gli erano stati assegnati giunsero al Monastero della Porta della Legge. Il superiore lo accolse alla testa dei suoi cinquecento monaci debitamente schierati, e gli offrì il tè. Poi fu servito un pasto di magro, che si prolungò sino al cuore della notte. La Via lattea è un'ombra impalpabile, La luna netta senza un gran di polvere. Gridano da lontano oche selvatiche, In cucina rumori familiari. Posan gli uccelli sugli alberi spogli. I monaci discutono seduti Comodamente su stuoie di giunco; In sanscrito si senton cicalare Fin verso mezzanotte. Alla luce delle lampade i monaci conversavano della dottrina del Buddha e della decisione di andarne a cercare le scritture fino al Paradiso dell'Ovest. Chi parlava degli immensi corsi d'acqua da attraversare e delle montagne da scalare, chi di tigri e pantere che infestavano la strada. Chi pensava che le maggiori difficoltà sarebbero venute da picchi e scarpate, chi da esseri malefici e diavoli perversi. Tripitaka taceva; ogni tanto scuoteva il capo e additava il proprio cuore. I monaci giunsero le mani per chiedergli che cosa voleva significare: "Maestro, perché scuotete il capo e additate il vostro cuore?" "I diavoli sono prodotti dal nostro spirito, nascono e muoiono con lui. Il vostro discepolo ha fatto un solenne giuramento davanti al Buddha; in realtà compiere la mia missione dipende solo da me. A ogni costo devo giungere nel Paradiso dell'Ovest, vedere il Buddha e avere i sutra. Allora la nostra ruota della legge girerà, e l'augusto territorio del nostro sacro sovrano sarà prospero." I monaci non lesinavano espressioni di ammirazione: "Che lealtà! Che coraggio!" E gli offrirono un comodo letto augurandogli buon riposo. All'alba, quando il suono delle bacchette di bambù annunciò la quinta veglia, i monaci si alzarono per riscaldare l'acqua del tè e preparare la colazione. Xuanzang indossò il suo kasâya, salì alla sala principale e pregò davanti all'immagine del Buddha: "Il tuo discepolo è partito in cerca delle scritture, ma la vista offuscata e limitata dei suoi occhi carnali ignora la vera forma del Buddha vivente. Faccio voto di bruciare incenso in ogni monastero che incontrerò sul mio cammino, di pregare tutti i buddha che incontrerò, di nettare la soglia di tutti gli stupa. Ma voglia il Buddha dimostrarmi la sua compassione, rivelandomi al più presto il suo corpo dorato alto sedici piedi e donandomi i sutra autentici, perché si diffondano e vengano conservati nella terra dell'Est." Poi fece colazione nella cella del superiore; e i suoi compagni sellarono i cavalli e sollecitarono la partenza. Sulla porta del monastero Tripitaka si congedò dai monaci; essi erano tanto dispiaciuti di vederlo partire che lo accompagnarono per dieci li e se ne ritornarono trattenendo a stento le lacrime. Tripitaka proseguiva la strada verso l'Ovest. Era la fine d'autunno: Gli alberi del villaggio sono spogli, Sparse dell'acero le foglie rosse, Rari i passanti sotto piogge e nebbie, Fioriscon crisantemi malinconici. Non ti stupir se cade un po' di neve. Vola lontano un'anitra isolata, Dall'orizzonte vengono le nubi, Migran le rondini. Le oche selvatiche Lanciano stridi rochi e laceranti. Con qualche giorno di cammino, il maestro e i suoi compagni raggiunsero Gongzhou, dove mandarini e funzionari li accolsero e li accompagnarono in città. Ne ripartirono il mattino dopo. Dedicando solo il tempo indispensabile al cibo e al sonno, due o tre giorni dopo raggiunsero Hezhou, città di frontiera al confine dell'impero dei Tang. Il comandante della guarnigione e i monaci locali, buddisti e taoisti, vennero a presentare i loro rispetti al maestro della legge, fratello imperiale, inviato al Buddha in missione ufficiale. Si riposarono al Monastero della Sorgente di Felicità. Quando ebbero consumato il pasto di magro, Tripitaka raccomandò ai suoi compagni di dare al cavallo una razione abbondante in vista della partenza all'alba. Quando i galli cantarono, bevuto il tè, si misero in cammino e oltrepassarono la frontiera. In effetti, traditi dall'impazienza, si erano alzati troppo presto. In autunno avanzato i galli cantano prima del solito, piuttosto alla quarta veglia che alla quinta. I tre uomini e il cavallo camminavano sul terreno ghiacciato al chiaro di luna; dopo qualche li, riconobbero una catena montuosa. Si camminava fra gli sterpi, avanzare sul pendio era sempre più difficoltoso, tanto da far dubitare di aver perso la strada. Mentre si muovevano incerti e a fatica, il terreno mancò loro sotto i piedi: uomini e cavallo precipitarono in una fossa. Tripitaka era sconvolto, i suoi compagni battevano i denti dalla paura, quando si sentì una voce selvaggia come un ruggito urlare: "Portatemeli qua!" Sull'orlo della fossa comparvero parecchi mostri che li tolsero dalla trappola. Basito di paura, il povero maestro della legge si azzardò a sbirciare per vedere che cosa accadeva: al posto d'onore troneggiava un orrendo re dei diavoli. Un gigante da dar la pelle d'oca: Ghigno feroce da farti svenire, Occhi che fulminano, voce di tuono, Denti come una sega e grandi zanne, Radi mustacchi come fil di ferro Ed artigli affilati come lame. Semi vestito con lusso barbarico. Anche a chi fosse assai più coraggioso Di Tripitaka farebbe paura, Questo gran capo dei monti del Sud. In effetti Tripitaka credeva di morire e i suoi compagni si squagliavano come burro. Il re urlò l'ordine di legarli, che venne subito eseguito. La banda arrotava i denti e sembrava disporsi a usarli sulle carni dei malcapitati, quando qualcuno venne ad annunciare: "Arrivano il signore di Monte Orso e l'eremita Zebù." Tripitaka vide avanzarsi un forzuto di pelo scuro: Corpaccione coraggioso Pien di forza e pien di foga, Fitto bosco od acqua in piena Non trattengon la sua corsa. Visto in sogno, dà fortuna. Scala gli alberi, o li spezza. Sa che tempo fa domani. È il signor della montagna. Lo seguiva un altro bestione ben piantato: Grandi corna ben aguzze, Grande gobba sulla schiena, Pelo nero, indole docile, Viene avanti a passi lenti. Questo è l'utile zebù. Le due creature fecero un ingresso solenne e il re diavolo le accolse con riguardo. Il signore di Monte Orso diceva: "Generale Yin, a quanto vedo siete in buona salute; mi felicito." E l'eremita Zebù: "Siete proprio più in forma che mai, generale Yin, ne sono lietissimo." "E voi, signori, come ve la passate?" "Come al solito" rispose il signore di Monte Orso. "Secondo il tempo che fa" soggiunse l'eremita Zebù. Si sedettero a chiacchierare e a ridere. Uno dei compagni di Tripitaka si lasciò sfuggire un gemito, perché la corda che lo legava stretto gli faceva male. "E questi da dove escono?" chiese il forzuto. "Gente che si è presentata volontaria" sogghignò il re diavolo. "Non potreste servirli ai vostri ospiti?" suggerì l'eremita, scoprendo i denti in una risata. "Ma certo, con piacere." "Non bisogna dar fondo alle provviste senza criterio" obiettò il signore di Monte Orso. "Ne mangiamo due e mettiamo in dispensa il terzo, d'accordo?" Il re diavolo acconsentì e fece chiamare il cuoco, che strappò il cuore e svuotò delle interiora i compagni di Tripitaka, e poi ne tagliò le carni a pezzetti. Teste, cuori e fegati furono offerti agli invitati, gli arti al padron di casa e il resto fu diviso fra gli altri. Gli ossi scricchiolavano sotto le mascelle, come quando una tigre divora un agnello: in pochi minuti furono masticati e inghiottiti. Il reverendo era morto di paura; e questa era soltanto la prima delle prove terribili che lo attendevano da quando era partito da Chang'an. Mentre l'angoscia lo torturava, incominciava appena ad albeggiare. I due esseri malefici se ne andarono solo all'aurora, scambiando abbracci e dicendo: "Ci avete convitato magnificamente; la prossima volta ci permetterete di ricambiare." Mentre il sole rosso saliva in cielo, Tripitaka era rimasto in un tale stato di sbalordimento, che non sarebbe riuscito a distinguere la destra dalla sinistra. Mentre se ne stava lì tutto istupidito, gli comparve davanti un vecchio che impugnava un bastone. Bastò che sfiorasse i suoi legami, perché si spezzassero. Ma Tripitaka ritornò in sé solo quando il vecchio gli alitò in volto. Allora si inginocchiò: "Grazie, nobile vegliardo, di aver salvato la vita all'umile monaco che sono." "Alzati" rispose il vecchio. "Non ti pare di aver perduto qualcosa?" "La mia scorta è stata divorata. Dovrebbero rimanere il cavallo e i bagagli, ma non so dove sono." "Là" fece il vecchio indicando con il bastone. "Quelli non sono un cavallo e due fagotti?" Tripitaka volse la testa e si consolò vedendo che non aveva perduto tutto. Chiese al vecchio: "Che posto è questo? E voi come vi ci trovate?" "Si chiama Montagna della Doppia Forca. Come vi è venuto in mente di venirvi a ficcare in questo rifugio di tigri e lupi?" "Siamo partiti dal posto di frontiera di Hezhou al canto del gallo, ma era più presto del dovuto. Ci siamo aperti la strada come potevamo sul ghiaccio, e siamo caduti in una fossa. Un diavolo orribile ci ha fatto legare, me, il vostro umile monaco, e i due compagni che avevo. Poi sono comparsi un forzuto di pelo scuro, che si diceva signore di Monte Orso, e un grassone, l'eremita Zebù. Si rivolgevano al diavolo chiamandolo 'generale Yin'. Hanno divorato i miei compagni e, al sorgere del sole, si sono separati. Non avevo più speranza di avere l'inaudita fortuna di essere soccorso." "L'eremita è lo spirito malefico di un toro selvaggio, il signore della montagna quello di un orso e il generale Yin quello di una tigre. I loro seguaci sono spiriti della montagna, fantasmi degli alberi e strane bestie. Il motivo per cui non hanno mangiato te è che non potevano farlo, per la chiarezza originaria della tua natura fondamentale. Vieni con me: ti condurrò sulla strada giusta." Sommerso dalla gratitudine, Tripitaka caricò i fagotti e seguì il vecchio, tirando il cavallo per la briglia. Ritornati sulla strada, Tripitaka legò il cavallo a un arbusto e si girò per salutare il vecchio; ma questo, leggero come un alitar di brezza, inforcò una gru bianca con la testa rossa e scomparve in alto nel cielo. Scese ondeggiando un bigliettino, che recava la seguente quartina: Sono la candida Stella dell'Ovest Inviata dal Cielo per salvarti. Se sul cammino trovi degli ostacoli, Non volercene; noi ti aiuteremo. Tripitaka si volse al cielo e pregò: "Ti sian rese grazie, Venere, pianeta d'oro, per avermi cavato da questi pericoli." Riprese la briglia del cavallo e proseguì il suo faticoso cammino, solo nel paesaggio desolato. Sui monti non c'erano che Venti ghiacciati, alberi gocciolanti, Le acque impetuose dei torrenti, Inebrianti profumi di fiori Selvatici, massi pericolanti. Daini e caprioli si vedono a volte, Tribù di scimmie strillano sugli alberi, Cantano uccelli. Nessuna orma umana. Il viaggiatore inquieto intirizzisce E trema; il cavallo s'avanza a fatica. Persuaso di doverci lasciare la pelle, Tripitaka si arrampicò sulla ripida cima. In capo a mezza giornata di cammino non aveva incontrato anima viva, né visto intorno l'ombra di un villaggio. La fame lo tormentava, il suolo accidentato lo spossava. A questo punto, ecco due tigri che gli sbarrano il cammino ruggendo. Alle sue spalle si avvolgevano le spire di giganteschi serpenti, a destra brulicavano bestie velenose, a sinistra esseri malefici. Il monaco non aveva altra scelta che di abbandonarsi alla volontà del cielo; mentre il cavallo zoppicante ed esausto finiva per cadere in avanti, piegando le zampe anteriori, e si rovesciava sul fianco. Non ci fu verso di farlo alzare: tirarlo per le briglie o batterlo non serviva a nulla. Il povero maestro della legge si sentì perduto. Ma non c'è pericolo disperato, che non trovi il soccorso appropriato. In questa situazione senza uscita, a un tratto, le bestie velenose fuggirono, le creature malefiche volarono via, le tigri voltarono la schiena e i serpenti strisciarono a nascondersi. Tripitaka alzò la testa e vide un uomo armato di un tridente d'acciaio, con arco e frecce legate alla cintura. Era un pezzo d'uomo che sbucava dal fianco della montagna: Berretto di leopardo maculato, La tunica tessuta in lana e seta, Alla vita un fermaglio col leone, Ai piedi calzature di capriolo. Occhi dalle pupille spiritate, Arruffata e selvatica la barba. Ha un turcasso di frecce avvelenate E un tridente d'acciaio di gran pregio. Fuggono gli animali a perdifiato, I fagiani atterriti si dileguano, Nell'udire la sua voce sonora. Quando Tripitaka lo vide avvicinarsi, si inginocchiò sul bordo della strada, giunse le mani e gridò: "Mahârâja, aiuto, aiuto!" Il pezzo d'uomo si avvicinò al monaco fuori di sé, posò il tridente, lo fece alzare da terra e gli disse: "Rassicuratevi, reverendo. Non sono mica un brigante, ma solo un cacciatore. Mi chiamano Grande Protettore Pacificatore della Montagna, ma il mio nome è Liu Boqin. Mi imbatto in voi mentre ero in cerca di cacciagione. Mi dispiace di avervi spaventato." "Io sono un monaco inviato dall'imperatore al Paradiso dell'Ovest per pregare il Buddha e cercare le scritture. Mi trovavo circondato da serpenti e da bestie feroci che, quando vi hanno visto arrivare, sono scappate: mi avete salvato la vita, non so come ringraziarvi." "Le bestie hanno paura di me, perché vivo abbattendole e catturandole; da queste parti non ci sono molte altre risorse. Visto che venite dalla corte dei Tang, siamo compatrioti. Questo territorio è ancora soggetto ai Tang; viviamo sulle terre del medesimo sovrano. Non abbiate paura, e venite con me. Anche il vostro cavallo potrà riposare nella mia capanna, e domattina vi riaccompagnerò sulla buona strada." Rinfrancato da queste parole, Tripitaka lo seguì tirandosi dietro il cavallo. Mentre camminavano sul fianco della montagna, il vento portò un ululato. "Reverendo, sedetevi qui e non muovetevi. Questo rumore indica la presenza di una lince: aspettate che la catturi, ve la servirò a pranzo." Tripitaka si sentiva il cuore in gola, figurarsi se si sarebbe mosso. Il cacciatore brandì il tridente e mosse a gran passi verso la fiera, una specie di tigre picchiettata che si acquattava nell'erba. Alla vista dell'uomo, fece dietro-front e scappò. "Dove scappi, bestiaccia?" tuonò Boqin. Inseguita, la fiera si rivoltò e gli balzò addosso sguainando gli artigli, ma il cacciatore le oppose il tridente brandito a due mani. Tripitaka era inchiodato dal terrore; da quando era uscito dal ventre di sua madre non aveva mai assistito a gesta simili. Il gran protettore e il felino sul pendio della montagna, la lotta fra l'uomo e la belva: che scontro! Ira crescente e violento uragano. L'ira accresce l'audacia al cacciatore, Violenza senza freni è nella belva. Se l'uno cerca il colpo decisivo, L'altra sfodera artigli e mostra zanne. Brillan le punte acute del tridente, Nubi di sabbia solleva la coda. L'un punta al cuore e l'altra al buon boccone. Se vuoi salvarti, tientene lontano, O ti aspetta una visita all'Inferno. Senti come ruggisce questa belva, E che voce di tuono il cacciatore! Ruggiti da spaccare le montagne, Grida da lacerar le nubi in cielo. Gli occhi sembrano uscire dalle orbite, Il duro sforzo fa scoppiar la milza. Uomo e tigre si batton per la vita: Chi sbaglia un colpo è sicuro di perderla. Dopo due ore buone, il felino diradò gli assalti; quando diede segno di accasciarsi, il cacciatore gli affondò il tridente nel petto e lo abbatté. Povera bestia! Gettava sangue come una fontana; il cacciatore l'afferrò per le orecchie e la trascinò sulla strada. Lui non aveva nemmeno il fiato grosso, né il suo viso aveva cambiato colore. Si volse a Tripitaka: "Ci è andata bene. È un gatto di montagna bello grasso, può sfamarci per un giorno intero." "Siete veramente il dio della montagna!" esclamò Tripitaka, e si profuse in elogi. "Che cosa posso aver fatto per meritarmi lodi così eccessive? Semplicemente, mi avete portato fortuna. Venite che lo scuoiamo e lo mettiamo a cuocere per offrirvi un pasto decente." Andava avanti per mostrare il cammino, reggendo il tridente in una mano e trascinando la fiera con l'altra. Tripitaka lo seguiva tirando il suo cavallo per la briglia. Quando ebbero aggirato il fianco della montagna per un sentiero serpeggiante, si offrì al loro sguardo una piccola tenuta alpestre. All'ingresso Alberi antichi, alti fino al cielo, Sentieri invasi dalle erbe selvatiche. Da mille gole soffia un vento freddo. Su dalle erbe esalano profumi. Le macchie di bambù son verde cupo. La capanna e la corte con le siepi Certo meriterebbero un quadretto. Muri sbiancati a calce, un ponte in pietra. L'autunno ha preso un volto chiaro e fresco: Nubi bianche sonnecchian sulle cime, Foglie gialle sui bordi del sentiero. All'uscio addormentato va guaendo Un cagnolino. Le galline chiocciano Dentro il folto degli alberi. Giunto all'uscio, Boqin gettò a terra la carcassa del felino e gridò: "Dove siete, figlioli?" Tre o quattro ragazzi brutti e deformi uscirono di casa. Sollevarono la bestia e la portarono dentro. Boqin raccomandò loro di scuoiarla senza perder tempo e di prepararla per l'ospite, poi ritornò da Tripitaka e lo introdusse in casa. Dopo i saluti d'uso, il monaco rinnovò i ringraziamenti per avergli salvato la vita, e per la compassione e generosità che aveva dimostrato. "Non mi ringraziate, fra compatrioti era il minimo che potessi fare!" Si sedettero, bevvero il tè e una vecchia, accompagnata da una donna più giovane, si fece avanti a salutare. "Queste sono mia madre e mia moglie." "Pregate la vostra signora madre di occupare il posto d'onore, perché l'umile monaco che sono possa presentarle i suoi rispetti." "Venite da lontano, reverendo" disse la vecchia. "Restate comodo, non fate complimenti!" "Mamma, è stato mandato dal sovrano dei Tang a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Ci siamo incontrati sulla montagna e, dal momento che siamo compatrioti, l'ho invitato a casa. Così farà riposare il suo cavallo, e domani lo accompagnerò per un tratto." "Bravo, càpita proprio al momento giusto. È l'anniversario della morte di tuo padre: chiediamo al reverendo di acquistargli meriti recitando qualche passo di sutra. Vorrà dire che lo accompagnerai dopodomani." Liu Boqin, benché fosse un uccisore di tigri e si fregiasse del titolo di Grande Protettore Pacificatore della Montagna, non era privo di pietà filiale. Colse al volo il suggerimento di sua madre, corse a preparare incenso e carta moneta e insisté per trattenere Tripitaka. Nel tardo pomeriggio, mentre stavano ancora conversando, i giovani domestici disposero tavola e sgabelli, e servirono piatti fumanti di carne di tigre. Il cacciatore invitò Tripitaka a servirsi; poi sarebbe venuto il riso. "È molto gentile da parte vostra, ma non posso nascondervi" confessò Tripitaka giungendo le mani sul petto "che sono un monaco che non ha mai mangiato carni, fin dalla nascita." Boqin rifletté a lungo prima di rispondere: "Reverendo, la nostra povera famiglia, per quanto si risalga nelle generazioni, non è mai vissuta osservando una dieta vegetariana. Anche se combinassimo il pranzo, diciamo, con qualche germoglio di bambù, delle orecchiette, dei legumi secchi e preparassimo del formaggio di soia, dovremmo poi cuocere tutto con grasso di cervo o di tigre, che non sono proprio ingredienti di magro. Le due pentole che abbiamo sono tutte incrostate di grassi del genere. Come facciamo? Mi dispiace, ho avuto torto a invitarvi." "Non vi date pena, servitevi, vi prego! Posso benissimo sopportare la fame per tre o quattro giorni. Ma non potrei mai violare la regola che vieta il consumo della carne." "E se vi trovaste sul punto di morir di fame?" "In ogni caso vi sono molto grato di avermi tolto dalle unghie di quelle belve: morir di fame è sempre meglio che essere divorato da una tigre." Ma la madre del cacciatore esclamò: "Ragazzo mio, non discutere con il reverendo monaco. Gli combino io un pasto di magro." "E come ti procurerai l'occorrente?" "Non preoccuparti, ho tutto quello che serve." Si rivolse alla nuora, le fece portare la pentola piccola, la mise al fuoco per bruciare il grasso e la grattò e raspò a lungo, la lavò e rilavò, prima di rimetterla sul fornello. Poi preparò un infuso di foglie d'olmo, e vi fece cuocere sorgo e miglio; preparò anche dei legumi secchi e versò tutto in due tazze che posò sulla tavola. Quindi si rivolse a Tripitaka: "Servitevi, reverendo. È cibo della massima purezza che abbiamo preparato con le nostre mani, mia nuora e io." Tripitaka scese dal seggiolone dove stava seduto, la ringraziò e si mise a tavola. Boqin gli teneva compagnia, fra tazze e piatti di carni di tigre, daino muschiato, pitone, volpe e lepre, senza sale né salsa, oltre a fette di carne essiccata. Si era appena seduto e impugnava le bacchette, quando Tripitaka giunse le mani e recitò una preghiera. Il cacciatore ne fu tanto sconcertato che abbandonò le bacchette e balzò in piedi. Il monaco recitò pochi versi e invitò la compagnia a mangiare. "Siete un monaco specializzato in sutra cortissimi." "Non era un sutra" spiegò Tripitaka, "ma solo la formula che si recita prima di un pasto di magro." "Certo che ne inventate di complicazioni, voialtri monaci. Persino prima di mangiare, c'è la formula!" Concluso il pasto e dopo che si fu sparecchiato, Boqin guidò Tripitaka a visitare la proprietà. Percorsero un sentierino che li condusse a una capanna coperta di stoppie. Ne spinsero la porta: ai muri erano appesi pesanti archi e potenti balestre; molti turcassi colmi di frecce vi erano appoggiati. Dalla trave pendevano due pelli di tigre stese ad asciugare, puzzolenti e sporche di sangue raggrumato. Negli angoli erano appese lance, forche, spade e randelli. Due seggiole erano collocate in mezzo alla stanza, e Boqin invitò Tripitaka a sedersi. Ma l'ambiente minaccioso e ripugnante non incoraggiava a prolungare la visita. Quando uscirono raggiunsero un ampio giardino con aiuole di crisantemi gialli e ricche chiome di aceri dalle foglie rosse. Con un fruscio, sbucarono dagli alberi una diecina di cervi ben nutriti e un intero gregge di daini, che non mostravano alcun timore della presenza umana. "Sono animali che avete addomesticato, suppongo?" chiese Tripitaka. "Come i ricchi di Chang'an ammucchiano capitali e gli agricoltori il grano, così noi cacciatori alleviamo animali selvatici, per premunirci dalle carestie." Mentre passeggiavano chiacchierando scese la notte, ed essi rientrarono in casa. La mattina successiva tutti in casa, giovani e vecchi, si alzarono e si diedero da fare per preparare un pasto di magro per il reverendo, prima di invitarlo a recitare i sutra. Tripitaka si lavò le mani e, in compagnia del grande protettore, bruciò l'incenso e pregò davanti all'altare di famiglia. Poi, percuotendo il pesce di legno, recitò le parole della purificazione della bocca e le formule della pulizia del corpo e dello spirito, prima di svolgere il rotolo dei sutra per la salvezza dei morti. Quando ebbe finito di salmodiare, il cacciatore lo pregò di redigere una supplica per raccomandare il defunto. Poi Tripitaka recitò il sutra del Diamante e quello di Guanyin. Aveva una voce alta, chiara e distinta. Dopo il pasto di magro del mezzogiorno, passò al sutra della Buona Legge e a quello di Amitâbha. Proseguì con un capitolo del sutra del Pavone e concluse con la storia della guarigione del monaco mendicante da parte del Buddha(15). Ridiscese la sera. Durante tutta la giornata era stata offerta ogni sorta di incenso e bruciate le offerte di carta moneta, insieme alla supplica per la liberazione del trapassato. La cerimonia buddista si concluse e tutti andarono a letto. L'anima del padre di Boqin, che durante la giornata era stata salvata dalla perdizione, apparve in sogno a tutta la famiglia, giovani e vecchi: "Mi sarebbe stato difficile sottrarmi alle sofferenze del mondo delle ombre, non me la sarei cavata tanto presto. Ma grazie al santo monaco e alle sue preghiere, che hanno cancellato le mie colpe, il re dell'Inferno Yama mi rimanda sulla terra benedetta della Cina, dove rinascerò in una famiglia eminente. Ringraziate il reverendo, mi raccomando, non mancate! Io me ne vado." Il fatto è che Di ogni fenomeno il significato È liberare i morti dal peccato. Quando la famiglia si risvegliò, il sole era già alto. La moglie del cacciatore disse al marito: "Ho sognato che il suocero era tornato a casa. Il santo monaco aveva cancellato i suoi peccati, e lui ci raccomandava di trattarlo con rispetto. Noi cercavamo di trattenerlo, ma non ci riuscivamo. Poi mi sono svegliata e mi sono resa conto che era stato un sogno." "È strano: ho fatto lo stesso sogno anch'io. Parliamone alla mamma." Ma la vecchia li anticipò, chiamando: "Boqin, vieni qui, ti devo dire una cosa." Era seduta sul letto e raccontò: "Ho fatto un bel sogno. Papà era ritornato a casa; grazie al reverendo i suoi peccati erano stati cancellati, diceva; adesso doveva rinascere in Cina, in una famiglia importante." La coppia si mise a ridere: "Abbiamo fatto tutti lo stesso sogno, anche noi te lo volevamo raccontare." Svegliarono l'altra gente di casa per ringraziare tutti insieme Tripitaka e fare i preparativi per la sua partenza. Gli si presentarono davanti: "Non sappiamo come ringraziarti del grande beneficio che ci hai fatto: hai liberato il nostro defunto padre." "L'umile monaco che sono non merita tanti ringraziamenti. Di quale potere potrei mai vantarmi?" Boqin raccontò il sogno che tutti avevano fatto, e anche Tripitaka se ne rallegrò. Gli offrirono un pasto di magro e un tael, per dimostrare la propria gratitudine; ma per quanto insistessero, lui non volle accettare nemmeno una sapeca. Tuttavia disse: "Basterebbe che mi dimostraste la vostra compassione accompagnandomi per una sola tappa. Questo grande segno di amicizia mi farebbe molto piacere." Boqin, la madre e la moglie non poterono fare altro che preparare in fretta e furia gallette di farina e altre provviste secche. Le donne pregarono il figlio e marito di partire con lui per accompagnarlo il più a lungo possibile. Tripitaka accettò con sollievo. Boqin portò con sé due o tre giovani domestici, muniti di trappole per i conigli selvatici, e si mise in via con il monaco. Camminando non si stancavano di contemplare l'aspetto selvaggio della montagna e il gioco del vento e del sole sulle cime. Dopo mezza giornata di cammino, giunsero ai piedi di una montagna immensa, alta da toccare il cielo, ripida e minacciosa. Il cacciatore si arrampicava svelto come se avesse camminato in pianura. Arrivati a mezza costa, Boqin si fermò e disse: "Reverendo, qui vi devo lasciare e ritornare indietro." Tripitaka quasi cadeva di sella: "Un'altra tappa, vi supplico, se potete darvene la pena!" "Voi non sapete, reverendo, che questo è il Monte delle Due Frontiere: il versante orientale è ancora sotto la giurisdizione dei Tang, ma quello occidentale appartiene ai Tartari. Lupi e tigri dall'altra parte non sono più sotto il mio controllo; e comunque non ho passaporto: ci dovrete andare da solo." Tripitaka era così inquieto che lo tratteneva per la manica e si mise a piangere a calde lacrime. Proprio nel momento di questa straziante separazione, si udì salire dalle viscere della montagna una voce di tuono che gridava: "Finalmente il mio maestro è arrivato!" Tripitaka restò impietrito, ma anche Boqin si mise a tremare. Se poi, in fin dei conti, non sapete chi gridava, ascoltate il seguito. 第014回 SCIMMIOTTO · QUANDO LA SCIMMIA DEL CUORE E DELLO SPIRITO RITORNA ALL'OVILE, I SEI BRIGANTI DEI SENSI PERDONO LA BATTAGLIA. Abita il Buddha in cuore, perché il cuore è il Buddha. Che Buddha e cuore contino, questo tutti lo sanno. Ma vero cuore e Buddha, e corpo della Legge, È solo chi comprende che essi non esistono. Buddha e Legge non hanno una forma oggettiva, Sono sfera di luce che assorbe ogni fenomeno. I corpi fenomenici non hanno realtà, Son corpi incorporali i soli corpi autentici. Ciò che non è, è l'autentico; il reale è irreale. Non vi è vuoto né pieno; l'andata ed il ritorno Non avvengono mai. Uguale e differente, Essere e nulla, il prendere ed il lasciar, non sono. Si diffonde una luce uguale dappertutto, Contiene un gran di sabbia tutto il regno del Buddha E racchiude migliaia e migliaia di mondi. Il cuore di un sol corpo vale tutti i fenomeni. Chi comprende si astiene da qualsiasi pensiero E si conserva puro da contaminazioni. Cessar di incatenarsi al bene come al male: Per il saggio dei Sâkya è questo il vero omaggio. Il cacciatore e Tripitaka, impauriti, udirono di nuovo gridare: "Il maestro è arrivato!" "A gridare dev'essere la vecchia scimmia chiusa nel cofano di pietra ai piedi della montagna" suggerirono i giovani domestici. "Si capisce, dev'essere proprio lei" esclamò il cacciatore. "Di quale vecchia scimmia si tratta?" chiese Tripitaka. "Una volta questo monte si chiamava Montagna dei Cinque Elementi. Il suo nome è stato cambiato in Monte delle due Frontiere dopo le campagne militari che il nostro imperatore ha condotto in Occidente per assicurare i confini del paese. I vecchi raccontano che moltissimo tempo fa, al tempo in cui Wang Mang usurpò il trono dei Han, questa montagna cadde dal cielo per imprigionare una scimmia divina. Non soffre né il caldo né il freddo, non mangia e non beve; se ha fame, la divinità locale che l'ha in custodia le dà biglie di ferro, se ha sete bronzo fuso. Eppure è sopravvissuta fino ad ora. Di certo è lei che grida. Non abbiate paura, reverendo. Scendiamo la montagna e andiamo a vederla." Tripitaka lo seguì tirandosi dietro il cavallo. Bastò una marcia di pochi li per portarli dove si vedeva una scimmia che spingeva il naso e sporgeva le dita dagli interstizi di un cofano di pietra, agitandosi disperatamente ed esclamando: "Maestro, ce ne avete messo di tempo! Comunque, meglio tardi che mai: benvenuto! Tiratemi fuori di qui, e vi scorterò fino al Paradiso dell'Ovest." Il monaco si avvicinò per vederla meglio. Che aspetto aveva? Appuntita la bocca, guance cave, Occhi di fuoco con pupille d'oro; Muschi e licheni le copron la testa E le liane le spuntan dagli orecchi. Sulle sue tempie cresce l'erba verde E carici sul mento a mo' di barba, Del fango in fronte, terra dentro il naso. È assai depressa, non ha bella cera. Mani piene di calli e di sporcizia Con dita intorpidite. Va ancor bene Se ha possibilità di muover gli occhi. Certo la lingua nessuno la ferma, Ma quel povero corpo è paralitico. È il nostro buon Scimmiotto, il grande santo, Che dopo cinque secoli di pena Ormai scontata, è pronto per uscire. Il cacciatore era talmente audace che si accostò fino a levarle la vegetazione che le cresceva sulle tempie e sul mento, e le chiese: "Che cos'hai da dire?" "A te niente. Fa venir qui il maestro della legge, che devo parlare con lui." "Che cosa vuoi da me?" chiese Tripitaka. "Non saresti per caso la persona che il grande re delle terre dell'Est ha inviato a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest?" "Sono proprio io. Perché me lo chiedi?" "Io sono il Grande Santo Uguale al Cielo. Ne avevo fatto di casino in Cielo, cinquecento anni fa! Per qualche scherzetto ai superiori, niente di più, il Buddha mi ha incastrato qua sotto. Ultimamente la pusa Guanyin è passata di qua mentre, per ordine del Buddha, andava nell'Est a scegliere qualcuno che partisse in cerca delle scritture. Le ho chiesto di fare qualcosa per me, e lei mi ha impegnato a rinunciare alla violenza, a seguire la legge del Buddha e a proteggere il pellegrino, accompagnandolo nell'Ovest a rendere omaggio al Buddha. Un'impresa così non può che farmi bene. Perciò sono rimasto all'erta giorno e notte, con il cuore che mi batteva mattina e sera, ad aspettare che arrivaste e mi tiraste fuori, maestro. Sono pronto a proteggere la vostra ricerca e a diventare vostro discepolo." "Il tuo è un buon proposito e gli ordini della pusa sono sacri" gli rispose Tripitaka, lieto della sua buona disposizione. "Ma io non ho strumenti per liberarti." "Non ce n'è bisogno. Basta che vogliate, e da qui mi libererò da solo." "Certo che voglio; ma tu come farai?" "In cima alla montagna c'è un sigillo con lettere d'oro del beato Buddha. Basta che vi ci arrampichiate e leviate il sigillo: allora uscirò." Tripitaka acconsentì e si rivolse al cacciatore: "Gran protettore, andiamo su a vedere di che cosa si tratta." "Ma sarà vero?" replicò Boqin. "Certo che è vero!" strillò la scimmia. "Figurarsi se ho voglia di dir bugie!" Boqin chiamò i giovani domestici e affidò loro il cavallo; poi, sorreggendo Tripitaka, ricominciò l'ascensione della montagna. Raggiunsero la cresta, aggrappandosi ai cespugli, e scoprirono che da un certo punto provenivano raggi d'oro ed effluvi di buon augurio. Lì c'era una grande lastra di pietra cui era applicato un sigillo in lettere d'oro, con la scritta: Om mani padme hûm. Tripitaka si inginocchiò e si inchinò più volte alle lettere d'oro della lastra; poi, rivolto a ovest, pregò: "Il vostro discepolo Chen Xuanzang ha ricevuto da voi la missione di cercare i sutra; se la scimmia divina è davvero destinata a divenire mio discepolo, che mi sia dato di togliere il sigillo e di liberarla, e di salire con lei il Picco degli Avvoltoi. Se invece non è che un mostro pericoloso, che mi inganna e non aiuterebbe la nostra impresa, che mi sia impossibile di levare il sigillo." Dopo la preghiera si chinò sulla lastra e sollevò senza sforzo l'iscrizione in lettere d'oro. Una brezza profumata gli fece volar via tra le dita il nastro che la recava, mentre una voce diceva: "Sono il guardiano del santo. Ora che la sua punizione è scontata, ritornerò dal Buddha a rendergli il sigillo." Tripitaka, il cacciatore e i loro accompagnatori erano così sorpresi, che per qualche minuto rimasero a discutere ad alta voce con lo spazio vuoto. Ridiscesero al cofano di pietra e annunciarono alla scimmia: "Il sigillo è stato tolto, puoi uscire." Scimmiotto gridò tutto allegro: "Fatevi in là, per favore! Non vorrei spaventarvi." Il gruppo s'incamminò verso oriente. Si fermarono dopo sei o sette li, ma la scimmia gridò: "Un po' più in là, continuate!" Tripitaka aveva continuato il cammino per allontanarsi, quando sentì un boato spaventoso, come se la terra si aprisse e la montagna vi sprofondasse. Erano inchiodati dal terrore, quando la scimmia comparve davanti al cavallo del monaco. Si inginocchiò, nuda come un verme, gridando: "Maestro, eccomi qua!" Si inchinò quattro volte a Tripitaka e fece una grande riverenza anche al cacciatore: "Fratello, grazie di esserti dato la pena di scortare il mio maestro, e anche di avermi diserbato la faccia." Poi andò ad armeggiare con i bagagli. Il cavallo, a sentirselo vicino, tremava tutto e abbassava la testa: Scimmiotto, come antico equipuzio dei cavalli-drago del Cielo, aveva su tutti gli equini una tale autorità, da intimidirli al solo accostarsi. Visto che sembrava pieno di buone intenzioni e aveva il piglio di un vero sramana, Tripitaka gli chiese: "Qual'è il tuo nome, caro discepolo?" "Mi chiamo Scimmiotto." "Ti darò un nome in religione, che convenga meglio al nostro uso." "Grazie della generosa iniziativa, ma ho già anche quello; il mio nome completo è: Scimmiotto Consapevole del Vuoto." "Un nome molto adatto alla nostra scuola. Ma con la tua aria di piccolo dhûta ti vorrei dare anche il soprannome di Novizio. Ti va?" "Va benissimo!" Da allora Scimmiotto si chiamò anche il Novizio. Boqin, visto che Scimmiotto dava segno di voler partire, si rivolse a Tripitaka per salutarlo: "Reverendo, avete avuto la fortuna di trovare questo ottimo discepolo. Congratulazioni! Io, a questo punto, me ne tornerei indietro." "Vi ho portato molto lontano da casa e vi sono infinitamente grato" rispose Tripitaka inchinandosi e profondendosi in complimenti. "Al vostro ritorno, salutatemi le signore, che ho tanto disturbato. Spero che le rivedrò, sulla strada del ritorno, per rinnovare i miei ringraziamenti." E con molte cerimonie si separarono. Scimmiotto invitò Tripitaka a montare sul cavallo, da cui aveva tolto i bagagli per metterseli in spalla, e partì a gran passi, tutto nudo. Mentre valicavano il Monte delle Due Frontiere, si fece loro incontro una tigre feroce che ruggiva minacciosa. Dall'alto del cavallo Tripitaka tremava, ma Scimmiotto gli disse allegramente: "Niente paura, è quello che ci voleva: il garzone del sarto mi consegna i pantaloni." Posò i bagagli, da dietro l'orecchio estrasse un ago che trasformò in una grossa sbarra di ferro, e la guardò sorridendo: "Quanti anni che non ti adopero, vecchio tesoro! Ma oggi mi devi procurare qualcosa da mettere addosso." Eccolo che si fa avanti a grida: "E tu, bestiaccia, dove vai?" La belva si accuccia nella polvere e non osa muoversi. Ma il randello le sfiora appena il cranio, che il suo cervello vola intorno in mille petali sanguinosi, e i denti schizzano via come sassolini di giada bianca. Il monaco fu tanto esterrefatto da cadere da cavallo. "Santo cielo!" borbottava. "Il cacciatore Liu, l'altro giorno, venne a capo del felino picchiettato dopo ore di combattimento. Scimmiotto non ha nemmeno combattuto: ha menato un colpo, ed ecco la tigre cucinata. È il caso di dirlo: a forzuto, forzuto e mezzo!" Il Novizio ritornò trascinando la bestia: "Maestro, sedetevi un momento, che levo il vestito a questa tigre e me lo metto io; poi riprenderemo la strada." "Ma non ha vestiti." "Non preoccupatevi, so io come fare." Il bravo re scimmia si strappa un pelo, ci soffia sopra e lo trasforma in un coltello tagliente a orecchio di bue. Taglia la pelle a partire dal ventre e la strappa via tutta intera. Taglia le zampe, stacca la testa, riduce la pelliccia a un rettangolo e la soppesa: "È un po' larghetta, si può tagliare in due." Riprende il coltello, la taglia a metà, arrotola e ripone una parte, si cinge l'altra intorno alla vita; sul bordo della strada taglia una liana e la annoda solidamente come cintura. Coperta in questo modo la parte inferiore del corpo, dice: "Per ora può andare, possiamo ripartire. Quando ne avremo l'occasione, mi farò prestare ago e filo, e cucirò questo perizoma." Quanto alla sbarra di ferro, aveva ripreso le dimensioni di un ago ed era stata rimessa dietro l'orecchio. Si mise in spalla i bagagli e pregò il monaco di risalire a cavallo. Mentre camminavano, Tripitaka chiese: "Consapevole del Vuoto, che ne hai fatto dalla sbarra con cui hai ucciso la tigre?" "Maestro" rispose ridendo Scimmiotto, "voi non sapete la storia del mio randello: viene dal palazzo del drago dell'oceano orientale. Si chiama Prezioso ferro magico per sondare il fiume celeste, o anche Bastone a Piacer Vostro cerchiato d'oro. Gli devo molto: l'anno che mi ribellai al Cielo mi rese molti servizi. Si può ingrandire e rimpicciolire. Ora ne ho fatto un ago da ricamo e me lo sono infilato dietro l'orecchio. Lo tiro fuori solo quando occorre." Tripitaka continuò: "Come mai, poco fa, la tigre si era acquattata e non si muoveva? Si è lasciata colpire con tutto comodo. Che cosa significa?" "Non posso nascondervi che a vedermi, non dico una tigre, ma nemmeno un drago oserebbe fare lo spiritoso. Il vostro vecchio Scimmiotto sa sottomettere tigri e draghi, sa far risalire le correnti dei fiumi e sollevare gli oceani. So leggere le facce e penetrare il senso di ogni rumore. Posso ingrandirmi come l'universo e ridurmi più piccolo di un pelo. So fare una quantità di trasformazioni, scomparire e riapparire. Scorticare questa tigre non è stato niente di speciale. Vedrete i miei talenti quando ci troveremo in difficoltà." Il discorso rasserenò Tripitaka, che si sentì così sollevato dai suoi perpetui timori, da arrivare a spronare il cavallo per affrettarne il passo. Mentre maestro e discepolo camminavano e chiacchieravano, scendeva la sera: Raggi obliqui di luce son riflessi Dalle nubi che vengon dall'oceano. Stormi d'uccelli cercano rifugio Dentro i boschi levando i loro stridi. Riparano le fiere nelle tane. Giovane luna come falce in cielo Spicca fra mille stelle scintillanti. "Maestro, allunghiamo il passo, si fa tardi! Quel boschetto laggiù ha l'aria di appartenere a una fattoria: ci converrà cercare rifugio da quella parte." Spronando di nuovo il cavallo, Tripitaka seguì l'indicazione. Giunsero presto alla tenuta e Scimmiotto, messi a terra i bagagli, si fece avanti gridando: "Ehi, aprite!" Un vecchio appoggiato a una canna di bambù incominciò ad aprire la porta cigolante, ma quando vide l'orrido aspetto del Novizio, con la pelle di tigre cinta alla vita e la voce da dio del tuono, si sentì tremare le gambe e balbettò: "Un diavolo, questo è proprio il diavolo!" Tripitaka si fece avanti per sorreggerlo: "Non temete, caro donatore, è il mio discepolo, non è un mostro." Il vecchio, rassicurato dai lineamenti straordinariamente puri del monaco, chiese: "Da quale monastero vieni, per portarti dietro questa orrenda creatura?" "Vengo dalla corte dei Tang e vado al Paradiso dell'Ovest per cercare le scritture. La nostra strada passa da qui. Poiché si sta facendo tardi, ci permettiamo di sollecitare l'elemosina di una notte da passare nella vostra residenza. Ripartiremo domattina, prima dell'alba. Speriamo proprio che ci concederete questa piccola agevolazione." "Vedo che tu sei un cinese dei Tang, ma quello lì, il tuo spaventoso compagno, non lo è di sicuro." "Eh, caro il mio vecchio, stai proprio diventando cieco!" gridò Scimmiotto con voce tonante. "Si capisce che il mio maestro è della corte cinese, e io non sono né cinese né cortese(16). Io sono il Grande Santo Uguale al Cielo. I tuoi mi conoscono benissimo, e ho già visto anche te." "E dove mi avresti visto?" "Da giovane non mi venivi sotto il naso, in cerca di legna e di erbe?" "Che scemenze! E dove avremmo abitato, quando cercavo legna ed erbe vicino al tuo naso?" "Proprio non ci arrivi! Tu non mi riconosci, ma io sono il grande santo del cofano di pietra del Monte delle Due Frontiere. Guarda meglio!" "Be', è vero che un po' gli assomigli; ma come ne saresti uscito?" esclamò il vecchio, che finalmente incominciava a capire. Scimmiotto gli raccontò per filo e per segno come era stato reclutato da Guanyin per la buona causa, e liberato con l'intervento del monaco cinese che aveva tolto i sigilli. Finalmente il vecchio si decise a salutarli e a invitarli a entrare, chiamando moglie e figli perché si facessero vedere. Raccontò loro com'erano andate le cose e li fece divertire. Poi fece servire il tè e disse a Scimmiotto: "Grande santo, anche tu ormai dovresti avere una certa età." "Tu che età hai compiuto quest'anno?" "Sono cresciuto in età, ma non in saggezza, fino a cento trent'anni." "Potresti essere il bisnipote del mio bisnipotino. Non ricordo nemmeno quando sono nato; solo il tempo passato sotto questa montagna, è mezzo millennio." "Sì, sì, ricordo le storie del mio bisnonno: la montagna era caduta dal cielo e aveva imprigionato una scimmia divina; e non ne sei uscito che oggi. Ti ho visto quand'ero un ragazzino: avevi la faccia piena di fango, ti cresceva l'erba in testa. Allora non mi facevi paura. Sembri un po' smagrito, senza fango né erbe in testa. Con questa pelle di tigre intorno alla vita, come si fa a distinguerti da un mostro?" A questa osservazione tutti risero. Il vecchio, che non era privo di saggezza, fece servire un pasto di magro. "Qual'è il vostro nome?" chiese Scimmiotto quando ebbero finito di mangiare. "Ci chiamiamo Chen" rispose il vecchio. Tripitaka si alzò e levò le mani giunte: "L'umile monaco che sono ha in comune con voi gli illustri antenati, caro donatore." "Maestro, ma voi vi chiamate Tang" intervenne Scimmiotto. "Come potete avere gli stessi antenati?" "La mia famiglia d'origine è Chen, della Tenuta dei Saggi Riuniti nella commenda di Honnong a Haizhou, nell'impero dei Tang(17). Il mio nome in religione è Xuanzang. Se porto il nome di Tang è perché l'imperatore Taizong, degli eminenti Tang, mi ha accordato di divenire suo fratello adottivo con il nome di Tripitaka." Il vecchio era molto contento di sapere che avevano lo stesso cognome. "Mio caro vecchio Chen, ho un altro disturbo da darti: non faccio il bagno giusto da cinquecento anni. Non ci potresti far preparare l'acqua calda? Te ne saremo molto riconoscenti." Il vecchio fece scaldare l'acqua, portare le tinozze e accendere un braciere. Dopo il bagno, mentre erano seduti davanti al braciere, Scimmiotto riprese: "Non ho ancora finito. Vecchio Chen, avresti ago e filo da prestarmi?" "Ma certo!" La vecchia moglie portò ago e filo, e li tese a Scimmiotto. Questi aveva l'occhio attento; aveva notato che il maestro, per prendere il bagno, si era tolto una tunichetta diritta di tela bianca, e ancora non l'aveva indossata. Se la tira vicino e l'infila, mentre si toglie la pelle di tigre; di quest'ultima riunisce i bordi con la piega detta testa di cavallo, se la rimette alla vita fermandola con una striscia di giunco e si presenta a Tripitaka: "In questo modo il vecchio Scimmiotto non ha un'aria più decente?" "Molto bene: ora sembri davvero un novizio. Se la tunica non ti sembra troppo vecchia e consunta, la puoi tenere." "Grazie del regalo" rispose Scimmiotto, facendo una riverenza. Procurò fieno al cavallo e poi, quando ciascuno finì le proprie incombenze, maestro, discepolo e ospiti se ne andarono a dormire. Il giorno dopo Scimmiotto si alzò di buon'ora e pregò il maestro di rimettersi in cammino. Mentre Tripitaka si vestiva, il Novizio rassettava la stanza e raccoglieva i bagagli. Il vecchio portò acqua calda per lavarsi il viso e una colazione di magro; partirono dopo averla consumata. Tripitaka cavalcava dietro il Novizio. Mangiando e bevendo secondo le necessità, riparandosi la sera e ripartendo all'alba, giunsero insensibilmente all'inizio dell'inverno. Erano Ricoperte di brina rosse foglie cadute, Ma sempre verdeggianti i cipressi ed i pini. Sfiorite le corolle di ninfee e crisantemi. Il ghiaccio copre il ponte sull'acqua gorgogliante. Sotto pallide nubi che galleggiano in cielo, Una brezza stizzosa ci tira per la manica: Come sopporteremo il freddo della notte? Maestro e discepolo viaggiavano da molto tempo quando, dal ciglio della strada, sbucarono urlando sei uomini armati di lunghe picche e spade corte, armi da taglio e robusti archi. "Tu monaco, laggiù, dove credi di andare?" tuonavano. "Lascia il cavallo, molla i bagagli; e sbrigati, se ti vuoi portar via la pelle!" Tripitaka, smarrito, cadde giù dal cavallo e non poteva articolar parola. Scimmiotto lo rialzò e gli disse: "Maestro, non preoccupatevi. Non c'è niente da temere. Questa brava gente ci porta viatico e vestiti per continuare il viaggio." "Consapevole del Vuoto, devi avere le orecchie turate: ci ordinano di consegnargli cavallo e bagagli, e tu credi di poter chiedere qualcosa a loro?" "Voi badate alla nostre cose e lasciate fare a me; vedrete come cambieranno idea!" "Mano possente non vale due pugni, due pugni non valgono quattro mani: sono sei, e sono grandi e grossi; tu sei un piccoletto, come pensi di cavartela?" Non era l'audacia che faceva difetto a Scimmiotto. Senza rispondere si fece avanti e salutò i sei uomini con le mani sul petto: "Signori, perché vorreste impedire al nostro povero monaco di continuare il suo cammino?" "Noi siamo i briganti della strada maestra, i re di queste montagne, sempre pronti a prenderci cura dei viaggiatori. Siamo famosi da un bel pezzo, anche se tu hai l'aria di non saperlo. Mettete giù la vostra roba senza esitare, e potrete passare. Altrimenti vi tagliamo a pezzetti." "Anch'io sono signore delle montagne da un bel po'. Ma i vostri illustri nomi non li ho mai sentiti." "Se non li sai, eccoli qua: Occhio cui Tutto Piace, Orecchio che Sente la Collera, Naso che Annusa e Brama, Lingua che Gusta e Pregusta, Pensiero Vorace e infine Corpo che Soffre." "Siete una bella banda di ladruncoli!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Ma non vi rendete conto che in questo campo noi monaci, anche se ci siamo ritirati dal mondo, possiamo insegnare a chiunque? E ci vorreste fermare! Tirate fuori tutto quello che avete sgraffignato: se ce lo spartiamo in sette parti uguali, voi e io, vi perdono e vi lascio andare." L'effetto del discorso fu che, dei briganti, l'allegro rise, l'irritabile si arrabbiò, l'avaro divenne cupido, il voglioso concupiscente, il riflessivo invidioso e l'impressionabile inquieto. Si precipitarono avanti vociando: "Monaco impudente! Lui, che non ha un bel niente, vorrebbe dividere con noi!" Si slanciano agitando le picche e brandendo le spade per colpire Scimmiotto: giù botte, per settanta od ottanta riprese. Consapevole del Vuoto se ne stava tranquillo in mezzo a loro, come se non se ne accorgesse nemmeno. "Che zucca dura, questo dannato monaco!" gridò un brigante. "Cominciate a capire" replicò ridendo Scimmiotto, "e magari vi sentite le manine un po' stanche. È tempo che tiri fuori il mio piccolo ago e vi faccia divertire un po'." "Fa l'agopuntura, questo monaco? Ma noi non siamo mica malati: che cos'è questa storia dell'ago?" Scimmiotto si levò l'ago da dietro l'orecchio, gli diede le dimensioni di una sbarra bella grossa e invitò: "Non andatevene adesso! Il vostro vecchio Scimmiotto vuol vedere se per caso non ha perso la mano a certi giochi." I sei briganti terrorizzati fuggivano in tutte le direzioni ma, balzando di qua e di là, Scimmiotto li raggiunse uno dopo l'altro e li ammazzò tutti quanti. Poi li spogliò, si impadronì degli oggetti di valore e ritornò indietro dicendo con un largo sorriso: "Ecco qui, possiamo ripartire. I briganti non ci sono più, li ha sistemati il vecchio Scimmiotto." "Ma può esserci una creatura più disastrosa di te?" gemette Tripitaka. "Erano dei bruti che ci volevano svaligiare, ma il magistrato non li avrebbe condannati a morte. Eri in grado di metterli in fuga; perché non li hai lasciati scappare e hai voluto ucciderli? Vuol dire attentare senza motivo alla vita degli altri. Come si può fare il monaco in questo modo? Noi che ci siamo ritirati dal mondo, dobbiamo stare attenti a non danneggiare le formiche quando spazziamo il pavimento, e metter garze sulle lampade per amore delle falene. Come hai potuto rompergli la testa senza necessità né processo? Sei proprio privo di qualunque compassione. E ci va bene che siamo in mezzo alle montagne e non ci sono testimoni. Se in città qualcuno ci si mette di traverso, e tu lo tratti in questo modo, io ci resterò coinvolto fino al collo, non potrò mica fare la parte del terzo che non sa niente." "Maestro, se non li avessi battuti a morte, vi avrebbero ammazzato loro." "Anche se fosse, per noi monaci è meglio morire che praticare la violenza. Se fosse toccata a me, ci sarebbe stato un morto solo, mentre così sono sei. Come si può giustificare? Se fosse un caso portato davanti al magistrato, non te la passeresti liscia neppure se il giudice fosse tuo nonno." "Maestro, non vi posso nascondere che cinquecento anni fa, quando ero re del Monte di Fiori e Frutti, di gente ne ho ammazzata un bel po'. Se mi fossi comportato come dite voi, non sarei mai diventato Grande Santo Uguale al Cielo." "Ma è stato proprio perché non ti sapevi controllare, e ti scatenavi in violenze quaggiù e in folli oltraggi lassù in Cielo, che ti è stata inflitta questa punizione di cinquecento anni. Ora che sei entrato nell'ordine come novizio, se continui a comportarti come poco fa e a distruggere vite, non potrai né diventare monaco né arrivare al Paradiso dell'Ovest. Il fatto è che sei troppo cattivo." Scimmiotto non aveva mai sopportato le paternali. A sentire le invettive di Tripitaka, non ne poté più ed esplose: "È così che la mettete: non posso diventar monaco, né arrivare al Paradiso dell'Ovest? Non c'è bisogno che mi rintroniate le orecchie. Me ne vado per i fatti miei, e tanti saluti." E prima che Tripitaka potesse rispondere, si scrollò e scomparve, gridando ancora: "Me ne vado!". Il monaco ebbe un bel guardarsi intorno da tutte le parti; notò soltanto che il breve grido si allontava verso est. Abbandonato, scosse la testa sospirando, profondamente afflitto e ferito: "Quel ragazzo! Come si può essere così ribelli al proprio direttore spirituale? Avevo appena aperto bocca, che è filato via senza lasciar traccia. Tanto peggio. Si vede che è il mio destino di non saper istruire discepoli e di restare solo come un cane. Del resto, anche volendo, dove lo potrei cercare adesso? Non resta che andare avanti." Era pronto a procedere verso l'Ovest anche a costo della vita, a prendere tutto su di sé senza contare su alcun aiuto. Ricaricò i bagagli sul cavallo e s'incamminò tristemente a piedi, reggendo le briglie in una mano e nell'altra il suo bastone da pellegrino. Camminava da un po', quando vide venirgli incontro sul sentiero di montagna una vecchia, che reggeva rispettosamente una veste di broccato su cui era posato un berretto ricamato. Quando furono vicini, Tripitaka si fece da parte per lasciarla passare. "Da dove venite, reverendo" chiese lei, "che camminate solo soletto?" "Il vostro discepolo è inviato al Paradiso dell'Ovest dall'eminente sovrano delle terre dell'Est, per salutare il Buddha vivente e chiedergli i veri sutra." "Il Buddha dell'Ovest abita nel grande Monastero del Colpo di Tuono, in India, ed è lontano cento ottomila li. Solo con il cavallo, senza compagni né discepoli, come pensate di arrivarci?" "Un discepolo lo avevo, ma con un carattere così tremendo e intrattabile che, per qualche parola di rimprovero, invece di accettare la lezione, si è eclissato." "Questa tunica di broccato e questo berretto ricamato d'oro appartenevano a mio figlio, che sfortunatamente è morto giovane, dopo essere stato monaco per tre soli giorni. Sto appunto ritornando dal monastero, dove l'ho pianto. Quando mi sono congedata, il padre superiore mi ha dato questi abiti in memoria del mio ragazzo. Reverendo, dal momento che un discepolo lo avete, permettetemi di offrirli a voi." "Vi ringrazio della generosa offerta, ma come vi ho detto il mio discepolo se n'è andato; non posso accettare." "E da che parte è andato?" "A giudicare da un grido che ha gettato, è partito verso est." "Abito proprio a est, non lontano da qui. Vedrete che si fermerà a casa mia. Conosco un incantesimo che si chiama Autentiche parole di fissazione dello spirito, o anche Formula del cerchio che stringe. Imparate la formula a memoria, in modo da non dimenticarla mai, e mi raccomando, tenetela per voi, non fatela conoscere a nessun altro. Io ve lo acchiapperò e lo convincerò a ritornare da voi. Gli farete infilare la tunica e mettere in capo il berretto. Se dovesse disubbidirvi di nuovo, recitate a bassa voce l'incantesimo: vedrete che si guarderà bene dall'insistere e non oserà più abbandonarvi." Tripitaka si inchinò per ringraziare. La vecchia si trasformò in un raggio di luce dorata e disparve a est. Egli comprese che a insegnargli l'incantesimo era stata la pusa Guanyin, si affrettò a raccogliere un pizzico di polvere dal suolo, a mo' d'incenso, e si inchinò rivolgendosi a est con rispettosa devozione. Poi nascose veste e berretto nel suo sacco e si sedette sul ciglio della strada, a esercitarsi nella recitazione della formula di fissazione dello spirito. La ripeté finché la seppe a memoria e fu certo di non poterla più dimenticare. Intanto Scimmiotto, lasciato il maestro, con una capriola nelle nuvole era balzato nell'oceano orientale. Sceso dalla sua nuvola, separando le acque era filato dritto al Palazzo Acquatico di Cristallo, e aveva messo in allarme il re drago, che gli uscì incontro per accoglierlo. Dopo averlo fatto accomodare e avere scambiato i complimenti d'uso, il re drago disse: "Ho sentito dire ultimamente che le vostre prove erano finite: scusate se non mi sono ancora congratulato con voi. Suppongo che avrete ripreso il controllo della montagna degli immortali e sarete ritornato a stabilirvi nella vostra grotta." "Pensavo appunto di fare in questo modo, ma invece mi sono fatto monaco." "Come sarebbe a dire, monaco?" "La pusa dei mari del Sud mi ha arruolato per fare il bene e conseguire il giusto frutto, accompagnando il monaco Tang inviato al Buddha dell'Ovest. Sono entrato nell'ordine come sramana, perciò mi chiamo anche Novizio." "Come sono contento! Una decisione proprio commendevole: pentirsi, seguire la retta via, dominare le cattive inclinazioni, indirizzarsi al bene... Che belle cose mi dite! Ma se dovete andare a ovest, perché invece ritornate a est?" "Il fatto è che quel monaco cinese non capisce niente di psicologia" rispose Scimmiotto con una risatina imbarazzata. "Per strada ci avevano fermato certi ladruncoli, e quando me ne sono sbarazzato lui ha incominciato a rimproverarmi e a farmi prediche che non finivano più. Ti pare che il vecchio Scimmiotto sia capace di sopportare certe rotture di scatole? Perciò l'ho lasciato perdere e sono venuto qui a farti una visitina e ad accettare una tazza di tè." "È un grande onore, grazie di essere venuto." Figli e nipoti del drago vennero a servire del tè profumato. Vuotata la tazza, mentre si guardava intorno, Scimmiotto scoprì un quadro appeso al muro che raffigurava la presentazione dei sandali presso il Ponte di Terra. Il Novizio chiese: "Di che cosa si tratta?" "È un episodio che non conoscete, perché è più recente dei tempi vostri. Il titolo è La tripla presentazione dei sandali al ponte di Yi." "E che cosa sarebbe la tripla presentazione dei sandali?" "Il fatto si svolge all'epoca dei Han. L'immortale è Huang Shigong e il ragazzo Zhang Liang. Huang si era seduto sulla spalletta del ponte e uno dei suoi sandali cadde di sotto. Allora chiese a Zhang Liang di andarglielo a cercare, e il giovanotto lo fece - è quello che si vede lì inginocchiato davanti a lui. La scena si ripeté tre volte, senza che Zhang Liang mostrasse alcun segno di indolenza o insolenza. Shigong apprezzò la sua sollecitudine, gli insegnò seduta stante il Libro celeste e ne fece il sostegno del fondatore della dinastia Han. In seguito Zhang Liang divenne un eminente stratega e, nella sua tenda di comandante, prese le decisioni che condussero a vittorie di mille li e oltre. Quando si ristabilì la pace, rinunciò al suo posto, ritornò fra le montagne e realizzò il Tao dell'immortalità seguendo Pinolo Rosso nei suoi vagabondaggi. Grande santo, senza offesa, voi non lo state proteggendo, quel monaco cinese; se non fate del vostro meglio e non ubbidite alle istruzioni, resterete sempre un immortale perverso, e il giusto frutto non lo otterrete." Consapevole del Vuoto rimase zitto. "Grande santo" riprese il re drago, "bisogna che decidiate qualcosa; non dovreste compromettere il vostro avvenire per il gusto di prendervela comoda." "Va bene, va bene, basta così. Ritornerò a prenderlo sotto la mia protezione." "Se è così" replicò allegro il re drago "mi guarderò bene dal trattenervi ancora: vi prego di manifestare la vostra compassione non prolungando di un minuto di più la solitudine del vostro maestro." In effetti Scimmiotto balzò dal rifugio acquatico verso occidente. Strada facendo incrociò la pusa, che lo apostrofò: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto! Come ti permetti di non dare ascolto al tuo maestro e di bighellonare da queste parti, invece di proteggerlo?" Il Novizio, pieno di imbarazzo, spiegò: "Credetemi, vi sono grato delle vostre buone parole. In effetti è arrivato il monaco cinese e ha levato il sigillo; mi ha salvato la vita e io sono diventato suo discepolo. Però a un certo punto si è messo a rimproverarmi il mio carattere: questo è il motivo per cui l'ho piantato in asso un momentino. Ma come vedete sto ritornando da lui a tutta velocità." "Sbrigati, prima di cambiare idea." E ciascuno proseguì verso la sua meta. Un momento dopo Scimmiotto vide Tripitaka seduto tristemente sul ciglio della strada, e si avvicinò: "Maestro, perché ve ne state seduto invece di continuare a camminare?" "Dov'eri andato?" chiese il monaco levando la testa. "Mi hai lasciato qui solo ad aspettarti, senza che osassi muovere un passo di più." "Sono andato a bere il tè da un mio amico, il re drago dell'oceano orientale." "Discepolo! Un religioso non deve mai mentire. Sono due ore scarse che mi hai lasciato, e pretenderesti di aver bevuto il tè con il re drago?" "Non vi posso nascondere, maestro" replicò Scimmiotto ridendo "che so fare una capriola nelle nuvole con cui supero in un balzo cento ottomila li. Perciò mi è bastato così poco tempo." "Magari sono stato troppo duro con te, poco fa, quando ti sei indispettito e mi hai lasciato solo. Però tu, con i poteri che hai, puoi andartene a bere il tè quando ti pare; mentre io, che non mi posso muovere, resto qui a soffrire la fame. Ti dovresti sentire un po' in colpa, no?" "Maestro, per carità, se avete fame vado subito a mendicare del cibo." "Non occorre chiedere l'elemosina. Ho ancora nel sacco le provviste che mi ha dato la madre di Liu, il cacciatore. Prendi la tazza e cercami dell'acqua. Ripartiremo dopo aver mangiato." Scimmiotto aprì il sacco e ci trovò qualche galletta, che tese al maestro. Ma, vedendo scintillare la tunica e il berretto ricamato d'oro, chiese: "Sono vestiti che avete portato con voi dall'Est?" "Li portavo da ragazzo" mentì disinvolto Tripitaka. "Chi porta questo berretto, recita i sutra senza fare nemmeno la fatica di impararli; chi indossa la veste, pratica tutto il cerimoniale senza bisogno di esercitarsi." "Siate gentile, fatemeli provare!" "Non so se ti vadano bene; comunque puoi indossarli, se vuoi." Scimmiotto si tolse la tunica di tela bianca e indossò quella di broccato: manco a dirlo, sembrava fatta su misura. Poi si mise il berretto. Quando Tripitaka glielo vide in testa, si mise a recitare sottovoce l'incantesimo del cerchio che stringe. "Che mal di testa! Ma è tremendo, non ne posso più!" gemeva Scimmiotto. Il maestro continuava a ripetere la formula, e il povero Novizio si rotolava per terra dal dolore e strappava i ricami dal berretto, senza riuscire a sfilarselo. Infine Tripitaka smise, solo per paura che il cerchio potesse rompersi. Subito il dolore scomparve. Scimmiotto si tastò cautamente la testa: un sottile filo d'oro ne serrava la sommità, e non c'era verso di levarlo né di spezzarlo; faceva tutt'uno con la pelle. Prese il suo ago e cercò di infilarlo sotto il cerchio per sollevarlo. Temendo che ci riuscisse, Tripitaka riprese a borbottare l'incantesimo. Lo stesso spaventoso dolore aggredì nuovamente la scimmia, facendola balzare e capitombolare qua e là all'impazzata. Aveva le orecchie paonazze, la faccia cianotica, gli occhi che schizzavano dalle orbite, si sentiva mancare. Finalmente Tripitaka, vedendolo in quello stato, si trattenne dal continuare, e il dolore cessò. "Siete voi, maestro, che gettate un incantesimo sulla mia testa!" "Ho recitato il sutra del cerchio che stringe; non è un incantesimo." "Vediamo che cosa succede, quando recitate questo genere di sutra." Tripitaka riprese a borbottare. Scimmiotto strillava disperatamente: "Fermo, fermo, basta! Fa male fin dal primo momento. Ma che roba è?" "Li ascolterai adesso i miei insegnamenti?" "Finalmente ho capito!" "Ti comporterai ancora male?" "Per carità, me ne guarderò davvero!" Ma le intenzioni erano le più nere. All'improvviso ingrandì la sbarra e si provò ad assestarla sulla testa di Tripitaka, che fece appena in tempo a borbottare qualche parola. Bastò perché la scimmia lasciasse cadere il randello e gridasse pietosamente: "Maestro, fermatevi! L'ho imparata, la lezione!" "Come puoi concepire l'idea di colpirmi?" "Ma no, non avrei mai osato! Chi ve l'ha insegnato, questo trucco?" "È stata una vecchia che ho incontrato poco fa." "Non occorre dire altro, è tutto chiaro" gridò il Novizio, furioso. "Chi sarà mai quella vecchia strega, se non Guanyin? Ma perché ce l'ha tanto con me? Io vado nei mari del Sud e la riempio di botte." "Se ha insegnato il trucco a me, lo conosce anche lei. Lo userà, e questa volta non ne uscirai vivo." Scimmiotto dovette riconoscere che l'obiezione era fondata, e non sapeva più che pesci pigliare. Non gli restava che fare marcia indietro e chiedere clemenza in ginocchio: "È l'imbroglio che ha inventato per mettermi a posto e costringermi a seguirvi nell'Ovest. Io ci starò, al mio posto, ma non pensate di prendere quell'incantesimo per un proverbio da citare quando viene in mente. Vedrete che vi proteggerò senza ripensamenti e senza venirvi meno." "Se è così, aiutami a montare a cavallo." Questa volta il Novizio aveva detto quello che pensava. Raccolse le energie, si aggiustò la tunica, si mise il bagaglio sulle spalle e i due si incamminarono nuovamente verso ovest. Per sapere che cosa avvenne, dopo questa partenza, ascoltate il seguito. 第015回 IL CAVALLO-DRAGO · IN CUI GLI DÈI PRESTANO SEGRETAMENTE IL LORO AIUTO SUL MONTE DEL SERPENTE ACCIAMBELLATO, E IL CAVALLO DEL PENSIERO VIENE FINALMENTE DOMATO PRESSO IL TORRENTE DEL DOLORE DELL'AQUILA. Il Novizio e il monaco cinese progredivano verso l'Ovest. Da vari giorni camminavano sotto il cielo freddo dell'ultimo mese dell'anno. Un penetrante vento di tramontana soffiava sul ghiaccio scivoloso. Avanzavano su un sentiero ripido, fra alte rupi e precipizi scoscesi, in un ambiente di montagne maestose le cui cime allineate riempivano tutto l'orizzonte. Tripitaka, montato sul suo cavallo, sentì mugghiare acque scroscianti. Si volse a gridare: "Consapevole del Vuoto, da dove viene questo rumore?" "Mi pare che da queste parti ci sia il Torrente del Dolore dell'Aquila, che cade dal Monte del Serpente Acciambellato." Presto giunsero infatti in riva all'acqua. Tripitaka tirò le redini per contemplare lo spettacolo che si offriva: L'acqua gelida cade tra le brume Della corrente rosseggiante al sole. Dalla cascata si solleva schiuma, Vola alta l'onda in frammenti di giada. Strepita come cavalli al galoppo Che fuggano lontano, verso nebbie Dove non osan uomini o gabbiani. Maestro e discepolo osservavano appunto il torrente e la cascata, quando con grande fragore ne uscì un drago, che fendendo le acque si dirigeva dritto sul reverendo. Scimmiotto, spaventato, lasciò cadere i bagagli, strappò il maestro dal suo cavallo e corse via. In mancanza di meglio, il drago inghiottì in un boccone cavallo, sella e finimenti, poi si rituffò nell'acqua e scomparve. Scimmiotto, che intanto aveva depositato il maestro su una terrazza rocciosa a qualche distanza e ve lo aveva fatto sedere, ritornò di sotto per ricuperare cavallo e bagagli; i bagagli erano lì, ma il cavallo era scomparso. Riportò quindi a Tripitaka quanto aveva trovato e gli disse: "Maestro, quell'ignobile drago se n'è andato, ma ha spaventato il cavallo e l'ha fatto scappare." "E ora come faremo a ritrovarlo?" "Non vi inquietate. Aspettate che dia un'occhiata in giro." Scimmiotto fece un balzo in aria e puntò i suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro nelle quattro direzioni, facendosi solecchio con la mano; ma del cavallo non c'era traccia. Ritornò giù e annunciò: "Non lo si vede da nessuna parte. A quanto pare, quello stupido si è fatto divorare dal drago." "Ma via, non è possibile che quella creatura abbia una gola così grande da inghiottire un cavallo bardato. Si sarà spaventato, avrà corso a briglia sciolta e sarà finito in qualche anfratto. Guarda meglio." "Voi continuate a non rendervi conto delle mie capacità. Vedo a mille leghe, anche con poca luce; nel raggio di mille li non mi sfuggirebbe un'ala di libellula: e volete che non veda un cavallo?" "Ma se l'ha mangiato, come farò a continuare il viaggio? Povero me! Come farò a superare queste migliaia di montagne, ad attraversare queste diecine di migliaia di corsi d'acqua?" E si aggirava sperduto, con le mani sul viso, versando un torrente di lacrime. Scimmiotto era seccato e non si poté trattenere dall'alzare la voce: "Maestro, smettetela di fare lo scemo! Seduto! Seduto e basta! Il vecchio Scimmiotto andrà da quel marcantonio, gli farà sputare quel ronzino del diavolo, e tutto finirà lì." "Ma dove lo cercherai?" gemeva Tripitaka, aggrappandosi a lui. "Magari si è messo in agguato per mangiare anche me. E allora come farai, quando avrai perduto cavallo e cavaliere?" "Bestia incapace!" tuonò Scimmiotto, che aveva completamente perduto le staffe. "Buono a niente! Lui vuol posare le chiappe sul suo cavallino, ma non mi lascia nemmeno andare a cercarlo. Finché restate seduto a frignare davanti alle valigie, il vostro cavallo lo potete aspettare per il resto dei vostri giorni." Scimmiotto si scaldava sempre più, quando si udirono voci nell'aria che li chiamavano: "Calmatevi, grande santo! E voi, imperiale fratello dei Tang, cessate di piangere! Siamo inviati segreti di Guanyin, con il compito di proteggere il pellegrino in cerca dei sutra." A queste parole il reverendo si gettò precipitosamente a genuflettersi. "Ma chi siete di preciso?" li interpellò Scimmiotto. "Fuori i nomi!" "Siamo i sei vigili delle tenebre e le sei guardie della luce, i rivelatori di verità dei cinque orienti, i quattro protettori del tempo e i diciotto difensori di monasteri. Prestiamo servizio a turni." "Oggi chi è di turno?" "Primo turno i vigili, secondo i protettori, terzo i difensori. Noi, rivelatori dei cinque orienti, pattugliamo giorno e notte, escluso Testa d'Oro." "Allora, per piacere, chi non è di turno si levi dai piedi. I turnisti sorveglino il maestro, perché mi dia il tempo di andar giù al torrente a trovare il drago e a fargli sputare il cavallo." Gli dèi ubbidirono. Tripitaka si sentì un po' rassicurato, si sedette sulla rupe, e a ogni buon conto raccomandò a Scimmiotto di essere prudente. "Niente paura" rispose Scimmiotto. Che re scimmia in gamba! Strinse alla vita la tunica di broccato con il gonnellino di pelle di tigre e si diresse deciso dentro la gola, impugnando la sbarra di ferro cerchiata d'oro. Tra nebbie e brume sollevate dalla cascata, gridava a squarciagola: "Vieni fuori dal fango, brutto lumacone, e restituiscimi il cavallo!" Il drago, dopo aver mangiato il cavallo bianco di Tripitaka, si era acquattato in fondo al torrente a digerirlo tranquillamente. Ma a sentire che si reclamava il cavallo con insulti sanguinosi si irritò e balzò di slancio dall'acqua tuonando: "Chi è questo intruso che viene a far baccano?" Quando Scimmiotto lo vide strillò: "Fermo lì, tira fuori il cavallo!" Il drago gli si gettò addosso sfoderando i lunghi artigli e spalancando le mascelle, ma ebbe il suo daffare davanti a quella sbarra che volteggiava. Davanti alla cascata impegnarono un tremendo combattimento. Ecco qua: Sfodera il drago le unghie taglienti, Leva la scimmia la sbarra di ferro. Fili di giada bianca nella barba Pendono all'uno; negli occhi dell'altro Si vede lampeggiare l'oro rosso. L'un dalla bocca sputa fuoco ardente, L'altro fa un uragano col randello. Il primo fu punito da suo padre, L'altro, mostro perverso, sfidò il Cielo. Ciascun ricorda le sue dure prove E a tutti costi vuol vincer lo scontro. Combatterono a lungo, andarono e vennero, girarono e rigirarono, finché il drago non ce la fece più e fu preso dai crampi. Incapace di resistere, fece dietro front, scivolò nell'acqua e andò ad acquattarsi sul fondo, guardandosi bene dal metter fuori la testa. Il re scimmia ebbe un bell'insultarlo in tutti i modi: il giovanotto faceva orecchio da mercante. Il Novizio fece una corsa da Tripitaka per metterlo al corrente della situazione: "Maestro, ero riuscito a far uscire il mostro insultandolo ben bene, e abbiamo combattuto a lungo, finché la fifa l'ha fatto scappare. Adesso si è nascosto nell'acqua e non vuole più uscire." "Non sappiamo se ha davvero divorato il cavallo." "Figuriamoci! Secondo voi, se non lo avesse mangiato, avrebbe risposto alle mie provocazioni?" "L'altro giorno, quando avevi rotto la testa a quella tigre, mi avevi detto che eri capace anche di sottomettere i draghi. Come mai oggi non ti riesce?" Scimmiotto non era persona da incassare e star zitto, e le parole di Tripitaka lo punsero sul vivo. Montò su tutte le furie e gridò: "Non una parola di più! Vi farò vedere io chi la spunterà!" Il re scimmia ritornò a gran passi sulla riva del torrente e usò i poteri magici che consentivano di far risalire i fiumi e di sollevare gli oceani. Le acque limpide che scorrevano nella gola del Dolore dell'Aquila sollevarono grandi ondate fangose, violente come quelle del Fiume Giallo dai Nove Meandri quando è in piena. Sul fondo del torrente non si poteva stare in pace, né seduti né coricati. Il drago pensava: "La fortuna non ti sorride mai due volte, e le disgrazie non vengono mai sole. Sono sfuggito per un pelo a una condanna a morte, nemmeno un anno fa, e pensavo di starmene qui a vivere tranquillo, quando mi viene a cercare questo fanatico attaccabrighe." Più ci pensava e più si arrabbiava. Alla fine non ce la fece più; saltò fuori dall'acqua digrignando i denti e urlando: "Ma insomma, maledetto, da dove sbuchi per perseguitarmi così?" "Che cosa ti importa, da dove sbuco? Ridammi il cavallo, e i conti sono pari." "Ma l'ho mangiato, il tuo cavallo, sta dentro la mia pancia. Come faccio a rendertelo? E se non te lo do, che cosa succede?" "Se non me lo dai, succede che assaggi il mio bastone. In cambio della vita del cavallo ammazzerò te, e i conti saranno pari lo stesso." Ripresero a combattere, ma presto il giovane drago si sentì esausto; allora si scrollò e si trasformò in una biscia, che strisciò via tra le erbe della riva. Il re scimmia lo inseguì con il suo randello, ma per quanto frugasse tra l'erba non trovava traccia del piccolo rettile. Era tanto indispettito che le sue tre divinità parassite interne scoppiarono e mandavano fumo dalle sette aperture del suo corpo. Recitò l'incantesimo della sillaba om per convocare la divinità locale e il dio della montagna; entrambi si vennero a inginocchiare davanti a lui e dissero: "Eccoci!" "Preparate la schiena, che voglio somministrarvi cinque randellate a testa di benvenuto, tanto per sfogare la bile del vostro vecchio Scimmiotto." "Ci auguriamo che vostra santità avrà l'indulgenza di permettere alle nostre umili divinità di spiegarci" supplicarono gli dèi battendo la fronte a terra. "Che cos'avete da dire?" "Vostra santità è rimasta imprigionata per tanto tempo, e noi non sapevamo quando sareste uscito: perciò non abbiamo potuto accogliervi come si deve; formuliamo l'ardente auspicio che vorrete perdonarci." "Va bene, se le cose stanno così non vi picchierò. Ma ho una cosa da chiedervi: da dove viene questo drago malefico del Torrente del Dolore dell'Aquila, e perché si è mangiato il cavallo bianco del mio maestro?" "Vostra santità non ha mai avuto maestri o padroni e, come Autentico Supremo del Caos Originario, non si è mai sottomesso né al cielo né alla terra; come potete parlare di un vostro maestro?" "Voi non sapete tutto: per quella faccenda di ingiurie ai superiori mi avevano dato cinquecento anni di pena, che sono durati fino a pochi giorni fa. Mi ha liberato la pusa Guanyin, che mi ha convertito al bene e ha fatto venire dalla corte dei Tang un certo monaco per tirarmi fuori. Però mi ha chiesto di seguirlo come discepolo fino al Paradiso dell'Ovest, per salutare il Buddha e cercare le scritture. Il cavallo perduto appartiene a questo monaco." "Ecco dunque come sono andate le cose. Non c'erano mai state manifestazioni diaboliche in questo torrente. La sua sola caratteristica insolita è l'estrema limpidezza dell'acqua. A volte i grandi uccelli che la sorvolano, vedendo riflessa la propria immagine, la scambiano per un congenere, e per raggiungerlo si tuffano e affogano; da ciò viene il nome del dolore dell'aquila. L'anno scorso la pusa Guanyin, mentre era in viaggio per scegliere un cercatore delle scritture, ha salvato un drago condannato a morte e l'ha mandato qui ad attendere il pellegrino cercatore. Non è autorizzato a far danni, ma solo a catturare qualche uccello, o daino, o antilope, e solo per nutrirsi. Come avrà potuto diventare tanto incosciente da prendersela con vostra santità?" "Dapprincipio aveva proprio la pretesa di sfidare il vecchio Scimmiotto. Ma poi, per quanto chiamassi e insultassi, non riuscivo più a cavarlo dal suo buco. Ho dovuto intorbidare tutto il torrente per farlo uscire. Ha fatto ancora un tentativo di combattere, perché non si rendeva conto che il mio randello pesa troppo per lui; poi, non riuscendo a reggere il peso, si è trasformato in una biscia e si è nascosto nell'erba. Non riesco più a trovarlo." "Vostra santità non sa" replicò la divinità locale "che il torrente comunica con acque profonde e lontane attraverso un'infinità di buche e crepacci. Sarà scivolato là dentro. Ma non occorre che vi arrabbiate o vi affatichiate a catturarlo. Basta chiedere l'intervento di Guanyin, e lui verrà di corsa a costituirsi." Scimmiotto ritornò da Tripitaka, accompagnato dagli dèi, e lo aggiornò sulla situazione. "E se parti per invitare la pusa, quanto ci terrai a ritornare?" s'inquietò il monaco. "E io come farò a sopportare il freddo e la fame, mentre non ci sarai?" Prima che finisse di parlare si udì nell'aria la voce del rivelatore Testa d'Oro: "Grande santo, non occorre che ti scomodi. Posso invitarla io da parte tua." "Grazie, grazie!" rispose allegro Scimmiotto. "Allora va subito, e sbrigati!" Testa d'Oro, sulla sua nuvola, si slanciò verso i mari del Sud. Il Novizio chiese alle due divinità di assistere il monaco, e al protettore del giorno di procurare un po' di cibo adatto, mentre lui pattugliava la zona del torrente. Testa d'Oro scese dritto nel Bosco dei Bambù Porporini del Monte Potalaka e chiese al dio di servizio, in armatura d'oro, e a Moksa Hui'an di chiedere udienza per lui alla pusa. "Che accade?" chiese Guanyin. "Il monaco cinese ha perso il suo cavallo al Torrente del Dolore dell'Aquila, sul Monte del Serpente Acciambellato. Il grande santo Scimmiotto non sa come cavarsela. Gli dèi locali dicono che il cavallo è stato mangiato dal drago perverso che avete messo voi nel torrente. Il grande santo mi ha incaricato di riferirvelo e di pregarvi di intimare al drago la restituzione del cavallo." "Certo, è il figlio di Aojun, il drago dei mari occidentali. Suo padre l'aveva accusato di empietà, per aver bruciato le Perle Luminose del palazzo, e la corte celeste l'aveva condannato a morte. Ho ottenuto personalmente il suo perdono dall'Imperatore di Giada, a condizione che servisse da mezzo di trasporto al monaco dei Tang. Come si è permesso di ingoiare un collega? Se è accaduto questo, vengo subito." Guanyin discese dal piedistallo di loto, uscì dalla Grotta degli Immortali e, salita sopra un bagliore di buon augurio, attraversò i mari del Sud in compagnia di Testa d'Oro. Lo testimoniano i versi: Dei tre panieri aveva detto il Buddha E Guanyin ne diffuse la novella. Scritti sublimi che van dritti in cielo! Gnosi che salva le anime dannate! Cicala d'Oro uscì dalla crisalide E riprese a studiar come Xuanzang. Il drago che sbarrava la sua strada Lo aiuterà mutandosi in cavallo. La pusa e il rivelatore giunsero presto sul Monte del Serpente Acciambellato. Arrestando la loro nuvola a mezz'aria, guardarono giù e videro Scimmiotto che lanciava insulti e provocazioni dalla riva del torrente. Guanyin gli inviò Testa d'Oro. "È arrivata la pusa" annunciò a Scimmiotto. Egli d'un balzo salì fino alla sua nuvola e l'apostrofò: "Eccola qua, la tutrice dei sette buddha e fondatrice del culto della compassione. Che invece non fa altro che giocarmi tiri mancini." "Impudente mozzo di stalla, screanzato, culo rosso, te la farò vedere io!" si arrabbiò Guanyin. "Mi sono fatta in quattro per trovare qualcuno che andasse in cerca dei sutra, l'ho pregato di salvarti la pelle, ma tu non mi ringrazi, sai fare solo scenate." "Balle! Va bene, mi hai fatto liberare; ma a che cosa serve, se non mi posso nemmeno divertire un po'? Quando ci siamo visti l'altro giorno, per mettermi a posto vi bastavano due parole, raccomandarmi di servire il monaco meglio che potevo. E invece gli avete dato quel maledetto berretto ricamato e gli avete insegnato come farmelo mettere in testa a forza di perfidie. È colpa vostra se adesso ho questo cerchio piantato nella testa; e gli avete insegnato voi le stregonerie per farlo stringere: quando le recita impazzisco dal dolore. E poi mi dirai che non ce l'hai con me!" "Benedetta scimmia!" replicò Guanyin mettendosi a ridere. "Se non ti pieghi all'ubbidienza, non raggiungerai mai il giusto frutto. Senza questa costrizione, non credi che avresti ricominciato a passare alle vie di fatto contro il Cielo e contro i tuoi superiori? Tu non distingui il bene dal male, non ne hai la minima idea. E se ricominciassi a provocare calamità come una volta, chi ti riporterebbe sotto controllo? Vedrai che arriverai allo yoga, prima o poi; ma sarà proprio per merito di questo scherzetto che ti ho combinato." "Chiamiamolo scherzetto... E come chiamiamo l'aver appostato qui il drago criminale che ci ha mangiato il cavallo? C'è di peggio che valersi dei malvagi e delle loro furfanterie?" "Proprio io personalmente ho sollecitato l'Imperatore di Giada per portare qui quel drago, ma è stato soltanto per procurare un mezzo di trasporto al cercatore delle scritture. Rifletti: potrebbe un normale cavallo delle terre dell'Est superare tutte queste montagne e corsi d'acqua? Potrebbe mai farcela a raggiungere la terra del Buddha e il Monastero del Colpo di Tuono? Solo un cavallo-drago ci può riuscire." "Ho capito. Ma come si fa? Quella bestia ha una tal paura del vecchio Scimmiotto, che non c'è verso di stanarla." Guanyin si rivolse al rivelatore: "Va in riva al torrente, chiamalo e digli: terzo principe del re drago Aojun, esci, la pusa dei mari del Sud è qui." Il dio eseguì. Il giovane drago uscì immediatamente dall'acqua, assunse forma umana e si alzò in aria, camminando sulle nuvole, per venire a salutare Guanyin: "Vi sono riconoscente di avermi salvato la vita. Finora non ho saputo nulla del pellegrino in cerca delle scritture." "E quello non è appunto il primo discepolo del pellegrino?" disse la pusa additando Scimmiotto. "Santo cielo, il mio avversario!" esclamò il drago. "In effetti avevo molta fame fin da ieri, e ho mangiato il suo cavallo. Lui ha approfittato della sua forza per picchiarmi ben bene; quando non ne ho potuto più, ho dovuto sbattergli la porta in faccia e sono corso a nascondermi. Però non mi ha parlato di ricerche di scritture." "E tu mi hai chiesto qualcosa? Non mi hai chiesto nemmeno come mi chiamo" obiettò Scimmiotto. "Che cosa avrei dovuto raccontarti?" "Te lo avevo chiesto da dove venivi, tu che mi trattavi da brutto lumacone. E tu dicevi: che t'importa da dove sbuco? e pensavi solo al cavallo. Mica parlavi di Tang e di Cina." "Questa benedetta scimmia è capace soltanto di adoperare la forza, e non è mai disposta a considerare i meriti degli altri" concluse Guanyin. "Per piacere, ficcati bene in testa che nel corso del viaggio si dovranno unire a voi altre persone. Se qualcuno vi chiede qualcosa, incominciate sempre dicendo: cerchiamo le scritture. Non occorrerà menar le mani, si metteranno al vostro servizio spontaneamente." Scimmiotto acconsentì di buon grado. Guanyin si avvicinò al drago, strappò le perle lucenti che portava al collo, lo asperse della dolce rugiada contenuta nel suo vaso e lo sfiorò con il ramo di salice. Poi soffiò su di lui il suo fiato magico e gridò: "Trasfórmati!" Il drago divenne un cavallo, dal mantello simile a quello che aveva ingoiato. Guanyin gli fece le sue raccomandazioni: "Devi applicarti a vincere ciò che può ostacolare la tua salvezza. Quando avrai accumulato meriti sufficienti, avrai superato il normale stato di drago, e sarai sulla strada buona per ottenere il giusto frutto del corpo dorato di un buddha." Il giovane drago beveva entusiasmato ogni parola. La pusa incaricò il re scimmia di condurlo da Tripitaka e li salutò: "Ritorno ai miei mari!" Ma Scimmiotto si aggrappava alla sua manica e non la lasciava partire: "Io ne ho le scatole piene, non ce la faccio più. Ci sono troppi ostacoli sulla strada dell'Ovest, per superarli con quella pappina di monaco. Ne ho abbastanza di badare a me stesso! Come potrei acquistar meriti in queste condizioni? Io ci rinuncio, lascio perdere." "Prima di entrare nella via dell'umanità" gli fece notare Guanyin "eri pronto a tutto, pur di conquistare l'illuminazione. E ora che te la sei cavata con i castighi che ti eri attirato dal Cielo - proprio ora vuoi rinunciare? Occorrono fede e atti meritevoli per realizzare la verità attraverso il nirvana. Se doveste trovarvi in pericolo mortale, ti autorizzo a rivolgerti al Cielo, e il Cielo ti risponderà; a rivolgerti alla Terra, e la Terra non resterà indifferente. Se le difficoltà saranno insolubili, ti soccorrerò io stessa. Avvicinati, c'è ancora un potere che ti devo conferire." Guanyin strappò tre foglie dal suo ramo di salice, le posò sul capo di Scimmiotto e gridò: "Trasformatevi!" Le tre foglie divennero tre peli d'emergenza, ed essa spiegò: "Se vi trovaste in casi senza uscita e senza speranza, questi peli possono trasformarsi in modo da salvarvi dal pericolo imminente." Finalmente Scimmiotto si indusse a ringraziare la misericordiosa e compassionevole pusa. In un turbine di brezze profumate e brume colorate, essa se ne tornò al Potalaka. Il Novizio scese dalla nuvola, afferrò il cavallo-drago per la criniera e lo portò da Tripitaka: "Ecco il cavallo!" "Sembra ingrassato, questo cavallo. Dove l'hai trovato?" chiese Tripitaka, tutto contento di vederlo. "Maestro, voi dormite in piedi! Testa d'Oro ha portato qui la pusa, che ha trasformato in cavallo bianco il drago del torrente. Il mantello ha lo stesso colore, ma come vedete mancano sella e finimenti. Non vedete che ve l'ho condotto tenendolo per la criniera?" "E la pusa dov'è?" inquisì il monaco, molto sorpreso. "Aspetta che la saluti e la ringrazi." "A quest'ora sarà già a casa sua: andava di fretta." Tripitaka si accontentò di raccogliere un pizzico di terra in luogo di incenso e di inchinarsi verso sud. Poi si prepararono a ripartire. Scimmiotto diede licenza al dio della montagna e a quello locale, conferì con i protettori e i rivelatori per dar loro istruzioni, e invitò il maestro a montare a cavallo. "Come faccio a cavalcare questa bestia, senza sella né finimenti?" protestò Tripitaka. "D'altronde la cosa più urgente sarà trovare una barca per attraversare il torrente. Alla sella penseremo dopo." "Maestro, non sapete proprio dove vivete, non avete senso pratico. Dove volete trovarla una barca, in queste montagne selvagge? Questo è un cavallo che con l'acqua ci sa fare: vi farà lui da barca. Montatelo e vedrete." Tripitaka non aveva scelta, seguì il consiglio e cavalcò a pelo. Scimmiotto portava i bagagli. Quando giunsero in riva al torrente, videro un vecchio pescatore che manovrava una zattera di legno tarlato con un remo da bratto giù per la corrente. Scimmiotto gli fece segno: "Ehi, accosta qui, pescatore! Siamo gente dell'Est in cerca di sutra. Il mio maestro ha dei problemi a passare, vieni a dargli una mano!" Il pescatore accostò. Il Novizio invitò il maestro a smontare da cavallo e lo aiutò a salire sulla zattera; poi ci caricò i bagagli e ci condusse il cavallo. Il pescatore spinse la zattera, che in un baleno tagliò di sbieco la corrente e approdò all'altra riva. Tripitaka raccomandò a Scimmiotto di aprire la sacca e di cavarne qualche sapeca in moneta cinese da dare al traghettatore. Ma lui allontanava già l'imbarcazione dalla riva, dicendo: "Non voglio denaro." Raggiunse il centro della corrente e scomparve. Tripitaka, imbarazzato, continuava a giungere le mani e a dichiarare la propria gratitudine. "Maestro, non vi date pena" disse il Novizio. "Non l'avete riconosciuto? È il dio del torrente. Non mi era venuto a salutare, e questo avrebbe dovuto valergli una bella bastonata. È fin troppo contento di averla evitata, come volete che chieda soldi?" Tripitaka, incerto se doveva prenderlo sul serio, ritornò a cavalcare a pelo e seguì Scimmiotto fino alla strada che portava a ovest. Salire l'altra riva del vasto Noumeno E, con cuore sincero, il monte benedetto. Maestro e discepolo proseguivano il cammino, mentre il sole tramontava e il cielo incupiva. Nubi sottili velano la luna, La fan tremare nel cielo di ghiaccio. Il vento soffia freddo e penetrante. Dalle basse colline, solitario Vola un uccello, e si perde lontano. S'ode gridare un gibbone sperduto Nella foresta, fra gli alberi spogli. Nella notte le strade son deserte. Tripitaka, che scrutava l'orizzonte dall'alto del cavallo, a un tratto credette di riconoscere una fattoria. "Consapevole del Vuoto, abita gente laggiù! Potremmo chiedere di passarci la notte per ripartire domattina." "Maestro, non credo che ci abiti gente" replicò Scimmiotto dopo aver alzato la testa. "E perché no?" "Perché una fattoria non avrebbe un tetto con il fastigio adorno di pesci volanti e di chimere coricate: sarà un tempio o un eremitaggio." Mentre chiacchieravano giunsero alla porta. Tripitaka smontò da cavallo e notò sull'ingresso tre grandi caratteri: Santuario del Dio del Suolo. Entrarono. Venne loro incontro, a mani giunte, un vecchietto con qualche perla al collo: "Maestro, vogliate entrare a sedervi." Tripitaka gli rese premurosamente il saluto, entrò nella sala e andò a inchinarsi davanti alle immagini dei santi. Il vecchio fece servire il tè da un ragazzino. Bevendo il tè, Tripitaka chiese: "Perché questo tempio si chiama santuario del dio del suolo?" "Qui siamo nel paese di Hami, dei barbari dell'Ovest. Il santuario è stato costruito dagli abitanti di un villaggio qui accanto. Il suolo è quello del villaggio, il dio è la divinità locale. Nei momenti dell'aratura di primavera, della sarchiatura estiva, della mietitura autunnale e della stivatura invernale del raccolto, ciascuno prepara le tre carni per il sacrificio e le offerte di fiori e di frutta per portarle al santuario e ottenere stagioni favorevoli, buon raccolto e prosperità nell'allevamento dei sei animali domestici." "Non è il caso di dire: a tre li da dove stai, nuove usanze troverai?" esclamò Tripitaka, scuotendo la testa pieno di meraviglia. "I nostri usi non sono altrettanto buoni." "Maestro, dove si trova il vostro paese d'immortali?" "Il vostro umile monaco viene dal paese dei grandi Tang, nell'Est, e ha ricevuto la missione imperiale di andare in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Poiché la nostra strada passava accanto al vostro prezioso edificio e si faceva tardi, ci siamo permessi di rifugiarci nel vostro santuario benedetto per chiedervi di passarci la notte. All'alba ripartiremo." Il vecchio ne sembrò molto contento e non smetteva di ripetere: "Scusatemi se non so accogliervi meglio." Ordinò al ragazzino di preparare il pasto, di cui Tripitaka lo ringraziò cerimoniosamente. Scimmiotto si guardava intorno; adocchiò una corda per stendere ad asciugare la biancheria, tesa sotto la tettoia, la spezzò con un colpo secco e se ne servì per impastoiare le zampe del cavallo. Il vecchio si mise a ridere: "Dove l'avete rubata, quella bestia?" "Ehi, vecchio, non sai con chi parli! Ti pare che dei santi monaci come noi, che riveriscono il Buddha, possano essere ladri di cavalli?" "Se non l'avete rubato" fece notare il vecchio, che continuava a ridere, "come mai non ha sella né finimenti, tanto che per legarlo dovete rompere la mia corda della biancheria?" "È tanto birbante, quanto impulsivo e suscettibile" si scusò Tripitaka. E se la prese con Scimmiotto: "Se vuoi legare il cavallo, puoi chiedere per favore una corda al nostro ospite, senza rompere quella della biancheria. Venerabile fratello maggiore, non gliene vogliate. In effetti questo non è un cavallo rubato. Ieri, venendo dall'est, avevo un cavallo bianco che era bardato di tutto punto. Purtroppo al Torrente del Dolore dell'Aquila il drago del posto, divenuto un malfattore, se l'è mangiato. Per fortuna il mio discepolo ha usato i suoi poteri per commuovere la pusa Guanyin, che ha catturato il drago e l'ha trasformato in un cavallo bianco simile al mio. Ne ho bisogno per farmi portare al Paradiso dell'Ovest, a incontrare il Buddha. Abbiamo appunto attraversato quel torrente oggi stesso, e non abbiamo avuto il tempo di procurarci un'altra bardatura." "Maestro, non vi offendete, mi piace scherzare. Non pensavo che il vostro eminente discepolo mi prendesse sul serio. Da giovane, quando avevo qualche soldo, mi piacevano i cavalli. Ma con gli anni ho avuto la mia razione di miserie, lutti e incendi. Ora non ho altra risorsa che gestire questo santuario. Per fortuna, le elemosine dei donatori del villaggio mi dànno di che vivere. Mi sono rimasti una sella e dei finimenti che mi sono molto cari, tanto che non li ho mai venduti nonostante la mia povertà. Ma ora che ho appreso la vostra storia, maestro, e come la pusa abbia trasformato il drago in un cavallo per trasportarvi, non mi posso certo sottrarre al dovere di fare la mia parte. Domani andrò a prendere la bardatura e sarò lieto di offrirvela quando partirete, sperando che vorrete accettarla con un sorriso di indulgenza." Tripitaka si profuse in ringraziamenti. Poco dopo il ragazzino servì il pasto di magro della sera e portò le lampade. Poi preparò i letti e ciascuno si ritirò per dormire. La mattina seguente Scimmiotto, alzandosi, incitò: "Maestro, il gestore del tempio ci ha promesso la bardatura. Andate a chiedergliela senza debolezze!" Mentre finiva di parlare, il vecchio si presentò con sella, cuscinetti, redini, staffe, in breve tutti i finimenti di una bardatura completa. Posò tutto sotto la tettoia dicendo: "Maestro, ecco i finimenti." Tripitaka li accettò con piacere e chiese a Scimmiotto di metterli al cavallo per verificare se si adattavano. Il Novizio li esaminò uno per uno e constatò che erano di ottima qualità. Lo testimoniano i versi: La sella è ornata di stelle d'argento, Brillano fili d'oro sul suo seggio. Cuscinetti di feltro in molti strati. Redini triple colorate in porpora; Terminano le strisce in grandi fiori Con disegni animali a tratti d'oro. Di fine acciaio è il morso, e dagli anelli Pendon ghiande di lana zuppe d'acqua. Soddisfatto Scimmiotto mise sella e redini al cavallo: sembravano fatte su misura. Quando Tripitaka si inchinò al vecchio per ringraziare, questi si schermì premurosamente: "Mi confondete, non è il caso di ringraziare!" Comunque l'ospite non insisté per trattenerli e invitò il monaco a montare a cavallo, cosa che Tripitaka fece aggrappandosi all'arcione. Il Novizio si mise i bagagli in spalla. Il vecchio estrasse dalla manica un frustino dall'impugnatura di giunco rinforzata da strisce di cuoio, cui era fissata una sferza di tendini di tigre annodati. La presentò sulle mani tese, dicendo: "Ho anche un buon riga-dritto, che mi pregio di offrirvi." "Mille grazie della vostra offerta" rispose Tripitaka ricevendolo. Voleva fargli il saluto buddista con le mani giunte, ma il vecchio era scomparso. Si volse a guardare il santuario, ma non vide che terreno incolto. Una voce dallo spazio disse: "Santo monaco, sono desolato per la modestia dell'accoglienza. Sono il dio del Monte Potalaka, incaricato da Guanyin di portarvi sella e finimenti. Fatevi coraggio nel vostro viaggio a occidente, non demordete!" Tripitaka scese di sella per prosternarsi nella direzione della voce: "Con i suoi occhi mondani e il suo misero retaggio di comune mortale, il vostro indegno discepolo non ha saputo riconoscere la vostra divinità e il vostro venerato aspetto: vi supplica di perdonare l'errore, e vi prega di esprimere da parte sua alla pusa la profonda riconoscenza per il suo aiuto." E si mise a battere la fronte per terra un incredibile numero di volte. Sul bordo della strada il re scimmia schiattava dalle risa. Dopo un po' venne a tirare il monaco per il vestito: "Maestro, tanto vale che vi alziate. Chissà dov'è a quest'ora quello là: non è certo rimasto ad ascoltare le vostre preghiere e a guardare le vostre prosternazioni. A che cosa servono tante moine?" "Che cosa significano queste sghignazzate sul bordo della strada, invece di mostrare almeno un po' di rispetto mentre io mi prosterno?" "Secondo me continuate a non capire niente. Il vecchietto ha recitato una farsa, e perciò meriterebbe un fracco di botte. Non gliele ho date per riguardo alla pusa; e mi pare che basti. Non pretenderà mica di farsi fare i complimenti dal vecchio Scimmiotto. Io sono schietto e non faccio salamelecchi a nessuno. Non ho mai fatto più di un saluto dignitoso neppure all'Imperatore di Giada o al signore Laozi." "Infatti sei un bel maleducato. Basta con le chiacchiere. Non perdiamo altro tempo." E ripresero il cammino. Nel corso dei due mesi successivi continuarono a viaggiare senza che accadesse nulla di notevole. Ogni tanto incontravano Lolo o Huihui, oppure lupi, tigri o leopardi. Il tempo vola: si ritrovarono all'inizio della primavera. Le foreste di montagna si coloravano di giada e di broccato, alberi e cespugli si coprivano di gemme. Poi caddero i fiori dei susini e crebbero le foglie del salice. Un giorno si godevano lo sbocciare della primavera, al tramonto del sole. Tripitaka arrestò il cavallo per scrutare lontano: fra i monti si vedeva un gruppo di torri, padiglioni e altri edifici: "Guarda là, Consapevole del Vuoto: che posto può essere?" "Se non è un tempio, dev'essere un monastero. Affrettiamo il passo e raggiungiamolo, per chiedere rifugio per la notte." Tripitaka approvò e spronò il suo cavallo-drago, che si slanciò avanti. Se poi non sapete, in fin dei conti, in quale posto si stavano dirigendo, ascoltate il prossimo capitolo. 第016回 LA VESTE CONTESA · IN CUI IL KASÂYA, CONCUPITO DAI MONACI DEL MONASTERO DI GUANYIN, È RUBATO DAL MOSTRO DEL MONTE DEL VENTO NERO. Il maestro, che spronava il cavallo, e il discepolo giunsero davanti al portale e constatarono che si trattava proprio di un grande monastero. Ecco qua: File e file di padiglioni, Gallerie in ogni direzione, Un baldacchino colorato Sopra l'ingresso della Sala Delle Cinque Felicità. Si allineano pini e bambù, Profuma il bosco di ginepri. Pini e bambù allineati: Pura bellezza senza età. Bosco fragrante di ginepri: Aspetto e modi civettuoli. Vedi la torre del tamburo, Come s'innalza la pagoda! I monaci van meditando, Intorno cantano gli uccelli. Non v'è quiete senza purezza, Né il vuoto giunge ad efficacia Senza la Via. Lo ricordano i versi: Un luogo verde e vasto Come il gran Jetavana. Nei più bei posticini Trovi annidati i monaci! Il reverendo smontò dalla sua cavalcatura, mentre il Novizio posava il suo carico. Mentre si avviavano al portale, ne uscì un monaco. Che aspetto aveva? Eccolo qui: Il copricapo agganciato a sinistra, Drappeggiato di veste immacolata, Con grandi anelli di bronzo alle orecchie. Serra la vita cintura di seta, Va spedito nei sandali di paglia. Regge il pesce di legno ovunque vada, Borbottando preghiere senza tregua In perenne ricerca di saggezza. Vedendolo Tripitaka si fermò e congiunse le mani. Il monaco gli rese premurosamente il saluto e disse sorridendo: "Scusate, vi stavo mancando di rispetto. Da dove venite? Vogliate entrare nella mia cella a prendere il tè." "Il vostro discepolo è un inviato imperiale delle terre dell'Est, incaricato di chiedere le scritture al Buddha nel Monastero del Colpo di Tuono. Poiché il cielo scuriva quando siamo arrivati da queste parti, avremmo voluto approfittare del vostro eminente monastero per trascorrervi la notte." "Entrate a sedervi, prego!" Tripitaka fece segno al Novizio di entrare con il cavallo. Il monaco notò allora l'aspetto di Scimmiotto e chiese allarmato: "E quello chi è? quel coso che conduce la bestia". "Zitto, per carità! È un tipo irritabile; se vi sente chiamarlo coso si arrabbierà. È il mio discepolo." "Prendersi per discepolo un tipo così ripugnante, così strano!" esclamò il monaco mordendosi le dita e rabbrividendo. "Non bisogna badare alle apparenze; per quanto sia brutto, mi ha reso grandi servigi." Il monaco li accompagnò nel recinto, dove l'edificio principale portava sulla facciata la scritta in grandi caratteri: CORTE DI MEDITAZIONE DI GUANYIN Tripitaka se ne rallegrò ed esclamò: "Il vostro discepolo ha goduto molte volte della santa grazia di Guanyin, senza avere la possibilità di ringraziarla. Trovarsi nel suo monastero è un po' come incontrarla di persona: una bella occasione per esprimerle la mia gratitudine." Il monaco fece aprire le porte da un inserviente e invitò Tripitaka a pregare. Scimmiotto legò il cavallo, mise a terra i bagagli e lo accompagnò. Tripitaka, lungo disteso, batteva la testa per terra davanti all'immagine di Guanyin, mentre il monaco percuoteva il tamburo e Scimmiotto suonava la campana. Prostrato davanti all'altare, Tripitaka riversava il suo cuore nelle preghiere. Quando finì, il monaco depose il tamburo, ma il Novizio continuava a scampanare senza fermarsi, ora a tutta forza, ora piano. "La preghiera è finita, non serve più suonare" gli disse l'inserviente. Infine il Novizio si decise a posare il batacchio di legno e rispose ridendo: "Non capisci niente. Applico il proverbio: chi fa il monaco, batte campana." Intanto tutto il monastero era sottosopra; giovani e vecchi, monaci e monacelli, reverendi delle celle di sopra e di quelle di sotto, tutti uscirono al gran fracasso chiedendo: "Chi è questo selvaggio che sta pestando campane e tamburi?" Scimmiotto balzò fuori dalla sala e sbottò a ridere: "Sono io, il nonnetto delle vostre mogli, che mi diverto a suonarvi le campane." Non appena lo videro i monaci furono presi dal panico, tremavano, cadevano a terra e rotolavano da tutte le parti, gridando di paura: "Il Cielo ci scampi, è nostro signore il padre del tuono!" "Veramente il tuono è solo il mio bisnipotino" rispose Scimmiotto. "In piedi, alzatevi! Siamo dei signori venuti dal paese dei grandi Tang, nell'Est." I monaci si decisero a salutarlo, ma si sentirono un po' rassicurati solo quando videro Tripitaka. Fra loro avanzò il superiore del monastero e li invitò a bere il tè nella sua cella, sul lato posteriore. Il Novizio slegò il cavallo, lo prese per la briglia e, sollevando i bagagli, vi si recò aggirando l'edificio principale. Ciascuno si sedette secondo il rango. Dopo il tè fu servito un pasto di magro, benché fosse ancora presto per mangiare. Mentre Tripitaka porgeva i suoi ringraziamenti, comparvero due ragazzi che reggevano un vecchissimo monaco; ecco in quale stato era: In capo un berretto alla Vairocana Sormontato da un gran crisoberillo. La tunica di lana e di broccato Con frange d'oro e piume colorate. Brillan gli otto tesori sulle scarpe. Pietre stellanti incrostano il bastone. Reca più rughe in volto che la strega Dei Monti Li; i suoi occhi son più torbidi Di quei del drago dei mari dell'Est. Bocca sdentata aperta a tutti i venti, Schiena storta, gibbosa e rattrappita. "Ecco il nostro patriarca" annunciarono i monaci. Tripitaka s'inchinò e gli disse: "Venerato maestro del monastero, il vostro discepolo vi saluta umilmente." Il vecchio monaco gli rese la cortesia e ciascuno si sedette. Prese la parola il patriarca: "I ragazzi mi hanno detto che vostra signoria viene dalla corte dei Tang, nelle terre dell'Est; perciò sono accorso a salutarvi." "Abbiamo invaso senza complimenti il vostro prezioso ritiro, vogliate perdonarci." "Prego, prego! Vostra signoria, quanto è lunga la strada da qui alle terre dell'Est?" "Da Chang'an al Monte delle Due Frontiere, dove ho trovato il mio discepolo, ci sono più di cinquemila li. Per arrivare qui abbiamo dovuto percorrere altri cinque o seimila li, in due mesi di viaggio, attraversando il paese di Hami, abitato dai barbari." "Sono dunque diecimila li. Il vostro discepolo è vissuto invano, perché non è mai uscito dalle mura di questo monastero. È il caso di dirlo, si è accontentato di restar seduto a contemplare il mondo dal fondo del pozzo. Sono proprio un inutile pezzo di legno marcio." "Qual'è il numero dei vostri nobili anni?" "Ho raggiunto il duecento sessantesimo anno, senza perdere la mia innata stupidità." "Fate conto di essere un mio nipotino della decimillesima generazione" intervenne Scimmiotto. Tripitaka lo guardò di traverso: "Bada come parli. Non si apostrofano così le persone, senza riguardo al loro rango." Il patriarca si rivolse a Scimmiotto: "E la vostra età qual'è?" "Non oso dirvela." Il vecchio credette che fosse uno scherzo e, senza insistere, ordinò il tè. Un ragazzo recò, su un vassoio di giada candido come grasso di montone, tre coppe franche damaschinate d'oro. Un altro ragazzo reggeva una teiera di metallo bianco; ne versò un tè profumato, più vellutato dei boccioli di melograno e più fragrante dei fiori di cannella. "Che begli oggetti! E la bevanda è degna del recipiente!" esclamava Tripitaka lodandoli senza fine. "Sono oggetti che offuscano la vista e imbrattano lo sguardo" rispose modestamente il patriarca. "Non mancano certo prodotti rari e preziosi nel paese della corte celeste da cui vengono le vostre signorie. Questi recipienti non meritano tanti elogi. Non avete da mostrare qualche tesoro del nobile paese da cui venite?" "Sono desolato, le nostre terre dell'Est non hanno alcun tesoro degno di menzione. E se ci fosse, la strada sarebbe troppo lunga per portarselo dietro." "Maestro" interloquì Scimmiotto "non è un tesoro il kasâya che sta nel vostro sacco? Perché non glielo fate vedere?" Alla menzione di un kasâya non vi fu monaco presente che trattenesse un risolino di disprezzo. "Perché ghignate, voialtri?" scattò Scimmiotto. "Bisogna ammettere che è buffo considerare un kasâya come un tesoro" spiegò il superiore. "Se stiamo parlando della veste monacale, nessuno qui ne ha meno di venti o trenta; non parliamo poi del nostro patriarca, monaco da duecento sessant'anni, che ne avrà almeno sette od ottocento." Poi comandò: "Portateli qui, facciamo dare un'occhiata." Per il vecchio monaco era una bella occasione di farsi valere: fece aprire il magazzino dall'inserviente e fece portare i cofani dai dhûta; ne furono allineati dodici nella corte. Si portarono attaccapanni e si tesero corde tutto intorno, mentre venivano aperte le serrature. I kasâya venivano tolti, scossi e appesi uno a uno. Poi si invitò Tripitaka a esaminarli. Tutta la sala era piena di squisiti ricami, le pareti erano coperte di finissime sete. Scimmiotto li guardò attentamente: abiti di broccato dai magnifici disegni, ricamati in oro. "Belli, belli! Metteteli via. Adesso vi mostriamo il nostro." Tripitaka lo tirò per la manica e gli disse in un orecchio: "Discepolo, non conviene competere con gli altri in ricchezza. Siamo in paese straniero, soli e senza scorta, tu e io. Ho paura che tu abbia fatto uno sbaglio." "Che male c'è a mostrare il kasâya?" "Tu non hai compreso il detto degli antichi: non esporre cose belle e rare alla vista di chi è cupido e perfido. Gli occhi guardano, lo spirito si mette in agitazione ed escogita progetti. Per evitare il peggio, sei costretto a cedere, o puoi avere grossi guai, fino a perdere la vita. Non prendere il pericolo alla leggera." "Calma, state tranquillo. Ci penso io." Scimmiotto va ad aprire il sacco, dove la veste splendeva attraverso il doppio strato della carta oleata che l'avvolgeva. Apre l'involucro e toglie il kasâya; non appena lo scuote e lo dispiega, un rosso splendore riempie e illumina la sala. I monaci sono pieni di meraviglia e ne cantano le lodi. Che superbo kasâya! C'erano sopra Di chiare perle lucidi pendenti, I tesori del Buddha in mille modi, Barbe-di-drago di seta leggera E gli orli di broccati sontuosi. Solo a indossarlo fa fuggire i diavoli, Distrugge tutti gli esseri perversi. Le mani delle fate l'han cucito, Sol può indossarlo un monaco modesto. In effetti il vecchio patriarca, alla vista di un simile tesoro, fu agitato da cattivi pensieri. Si fece avanti, si inginocchiò davanti a Tripitaka e gli disse con le lacrime agli occhi: "Il vostro discepolo non ha proprio fortuna." "Che volete dire, venerato maestro?" gli chiese Tripitaka aiutandolo a rialzarsi. "Questo tesoro che esponete ai nostri occhi, non riesco a vederlo bene con i miei occhi malati, ora che è caduta la sera. Non è una sfortuna?" "Fate portare delle lampade." "Ma è già un tesoro splendente. Se accendessimo lampade mi accecherebbe, e non lo vedrei più del tutto." "E allora come lo volete vedere?" "Se aveste la generosità di accordarmi questo favore, dovreste lasciarmelo portare in camera mia: passerei la notte a esaminarne tutti i particolari. Domattina, prima che ripartiate, ve lo restituirei. Che ne dite?" La proposta riempì di inquietudine Tripitaka, che se la prese con Scimmiotto: "Hai visto? Colpa tua!" "Non ci farà mica paura quello lì" replicò Scimmiotto. "Aspettate che lo riavvolga nella carta, perché lo prenda e se lo guardi finché vuole. Ci penso io. Se ci sarà qualche manovra losca, metterò tutto a posto." Tripitaka non poteva rifiutare e acconsentì che il kasâya fosse consegnato al vecchio monaco: "Guardatelo a vostro piacere, ma domattina me lo dovete rendere. Vi raccomando di non sporcarlo né danneggiarlo in alcun modo." Mentre un giovane domestico portava via l'abito, il vecchio monaco, soddisfatto, fece spazzare la sala di meditazione anteriore, vi fece portare due letti di bambù e disporre coperte e lenzuola, per metterla a disposizione degli ospiti. Diede anche ordine che l'indomani, prima della partenza, fosse servito un pasto di magro. Ci si separò. Maestro e discepolo chiusero l'uscio della sala e si addormentarono. Il patriarca, dopo averli indotti ad affidargli la veste, l'aveva fatta portare nella sua camera. Ora stava ritto sotto le lampade di fronte al kasâya e singhiozzava. Il superiore, preoccupato, non osava ritirarsi. Uno dei ragazzi, che non sapeva il motivo di quei segni di dolore, andò ad annunciare agli altri monaci: "Il nonno continua a piangere; è la seconda veglia, e non ha ancora smesso di singhiozzare." Due giovani discepoli, fra i suoi beniamini, gli andarono a chiedere: "Patriarca, perché piangete?" "Piango sulla sfortuna di non poter contemplare il tesoro del monaco cinese." "Nonno, alla vostra età siete un po' svanito. Il kasâya è qui davanti a voi: basta aprire l'involucro e lo si può guardare finché si vuole. Che bisogno c'è di piangere?" "Quest'anno compio duecento sessant'anni, e mi son dato inutilmente la pena di procurarmi qualche centinaio di kasâya. Come posso diventare proprietario di questo? Come posso diventare monaco cinese?" "È una pazzia. Il cinese è un monaco mendicante che ha abbandonato il suo pozzo e il suo villaggio. Voi avete avuto la fortuna di vivere tanti anni; non è meglio? Che ci guadagnereste a diventare monaco mendicante come lui?" "È vero che ho un comodo riparo per la mia vecchiaia; ma non ho il suo kasâya da indossare di tanto in tanto. Se lo potessi avere, anche solo per un giorno, morirei senza rimpianti; sarebbe il compimento della mia vocazione di monaco in questo mondo." "Ma è assurdo!" gridavano i monaci. "Mettetevelo quel vestito, che cosa ve lo impedisce? Li tratterremo un giorno di più, e voi lo porterete per tutto il giorno; se volete, li tratterremo dieci giorni, ecco tutto. Perché ridursi in uno stato simile?" "Anche se li tratterrete un anno, io non l'avrò che per un anno. In fondo non sarebbe una soddisfazione durevole. Quando se ne andranno, lo dovrò restituire. Come posso fare per tenermelo indefinitamente?" Un giovane monaco, di nome Vasta Sapienza, suggerì: "Nonno, se è questo che volete, non è difficile." "Figlio mio" replicò il patriarca tutto contento; "quale eminente consiglio mi proponi?" "I due monaci cinesi percorrono una lunga strada e si affaticano molto: perciò dormono sodo. Credo che i più robusti di noi potrebbero armarsi di picche e coltelli, forzare la porta della sala di meditazione e assassinarli. Basterebbe sotterrarli nella corte posteriore, e nessuno all'infuori di noi ne saprebbe niente. Ci guadagneremmo anche il cavallo bianco e i bagagli. Il kasâya resterebbe il nostro tesoro, da tramandare di generazione in generazione. Non è un piano che darebbe vantaggi anche ai nostri bisnipoti?" Il patriarca fu entusiasta della proposta, asciugò le lacrime ed esclamò: "Bravo, è proprio quello che ci vuole." E senz'altro prepararono le armi. Ma un altro giovane monaco, condiscepolo di Vasta Sapienza e che si chiamava Vasto Progetto, si fece avanti a dire: "Non è un piano sicuro. Prima di ammazzarli bisogna analizzare la situazione: con quello dalla faccia pallida sarebbe facile, ma con quello dalla faccia pelosa credo proprio di no. Se dovessimo fallire, non ci attireremmo le peggiori disgrazie? Vi propongo un modo per raggiungere lo scopo senza usare le armi. Qual'è la vostra rispettabile opinione?" "Ragazzo mio, che cosa ci proponi?" chiese il patriarca. "A mio umile avviso, dovremmo riunire tutti i residenti dell'ala est, giovani e vecchi, e chieder loro di portare ciascuno una fascina di legna secca. Sacrifichiamo la sala di meditazione mettendola a fuoco: se blocchiamo le porte, non avranno via d'uscita e moriranno tutti e due, più il cavallo. Quando gli altri nel monastero lo vedranno, basterà dire che sono stati i pellegrini a incendiare e distruggere per negligenza la nostra sala di meditazione. Quei due saranno ridotti in cenere, non vi pare? E chi s'è visto s'è visto. Il kasâya resterà il nostro tesoro, da tramandare di generazione in generazione." Tutti i monaci si rallegrarono e approvarono il suggerimento: "Ancor meglio! Questo è il piano migliore." I responsabili delle celle portarono la legna: un bel progetto, che avrebbe posto fine alla lunga vita di un patriarca dall'età tanto veneranda, e ridotto in cenere tutto il monastero di Guanyin. C'erano settanta od ottanta celle, in cui vivevano un paio di centinaia di persone. Quella notte ammucchiarono legna tutto intorno alla sala di meditazione, in modo da intercettare ogni via d'uscita, e si apprestavano a darvi fuoco. Tripitaka e il suo discepolo dormivano. Ma il Novizio aveva facoltà soprannaturali; anche dormendo manteneva lo spirito concentrato per esercitare il respiro, e gli occhi erano all'erta sotto le palpebre semichiuse. Sentì andare e venire all'esterno, la legna scricchiolare, il vento soffiare; e gli venne qualche sospetto: "Perché tutti questi passi a quest'ora di notte? Non ci saranno in giro dei briganti?" Balzò in piedi, e avrebbe aperto la porta per vedere che cosa accadeva, se non avesse temuto di svegliare il maestro. Eccolo che usa i suoi poteri magici, si dà uno scrollone e si trasforma in un'ape. È il caso di dirlo: Bocca di miele, coda di veleno, Piccola taglia con un corpo lesto, Va tra salici e fiori come freccia, Coglie polline e insegue ogni profumo. Piccolo corpo reca grandi carichi, Ali leggere ronzano nel vento. L'ape scivola via da una fessura E osserva tutto col suo sguardo limpido. Vide i monaci tutti indaffarati a portare legna e paglia, di cui avevano circondato l'edificio; non restava che di darvi fuoco. Scimmiotto se la rideva sotto i baffi: "È proprio come diceva il mio maestro. Ci vogliono ammazzare per impadronirsi del kasâya. Potrei fargli assaggiare il mio bastone, ma al primo tocco resterebbero spiaccicati, poverelli; e il maestro tornerebbe a rimproverarmi di violenza. Va bene. Ritorciamo lo stratagemma contro di loro; come si dice: se il montone si è smarrito, tanto vale che lo porti a casa tua. Gli renderemo dura la vita." Bravo Scimmiotto! Con una capriola raggiunse la porta sud del Cielo. I guardiani della porta si allarmarono; gli uni si inchinavano, gli altri curvavano la schiena. Tutti esclamarono: "Catastrofe! Riecco qua l'autore di tutti i disastri di una volta." Scimmiotto fece segno con la mano di lasciar perdere: "Lusingatissimo, cari miei, ma non vi spaventate. Cercavo semplicemente il Re Celeste Vasto Sguardo." Immediatamente si presentò il devarâja e lo accolse con queste parole: "Non ci siamo più visti da un pezzo. Ho sentito che Guanyin aveva fatto una scappata dall'Imperatore di Giada per farsi prestare protettori, vigili delle tenebre, guardie della luce e rivelatori di verità, per proteggere un monaco cinese che doveva cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Lei diceva che tu eri diventato discepolo di questo monaco. Come hai trovato il tempo di venirci a visitare?" "Non me ne parlare! Il monaco si è imbattuto in una banda di malfattori che vogliono bruciarlo vivo: è un caso di emergenza. Sono venuto a chiederti in prestito il coperchio ignifugo, mi occorre per cavarmi dall'impiccio. Corri a cercarmelo. Appena avrò finito, te lo restituirò." "Ti stai sbagliando. Se devi spegnere un incendio ti servirà dell'acqua, non il coperchio." "Non sai cosa c'è sotto. Se usassi l'acqua spegnerei tutto, e gli farei un piacere. Con il coperchio proteggerò solo il mio monaco; il resto vada pure in cenere, son fatti loro. Dài, sbrigati! Al minimo ritardo, mi rovini tutta l'operazione." "Diavolo di una scimmia, che carogna sei!" replicò ridendo il devarâja. "Lui pensa solo ai suoi, e gli altri vadano a farsi friggere." "Insomma, sbrigati, abbiamo chiacchierato abbastanza. Mi rovini un'operazione importante." Il re celeste non si poteva sottrarre, e tese il coperchio a Scimmiotto. Il Novizio lo afferrò, salì su una nuvola, atterrò sul tetto della sala di meditazione e dispose la protezione di Tripitaka, del cavallo bianco e dei bagagli. Poi si andò a sedere sul tetto della cella del patriarca, per proteggere anche il kasâya. Quando vide i monaci accendere il fuoco, fece un passaggio, recitò un incantesimo e incominciò a soffiare rivolto a sud ovest. Ciò provocò un vento così violento, che il fuoco divampò subito in enormi fiammate. Che incendio, che falò notturno! Ecco qua: Da colonne di fumo scaturiscono fiamme, Rossi bagliori contro il cielo senza stelle. Son serpenti dorati, poi cavalli di sangue. I tre venti del sud vanno soffiando a gara. Il grande dio del Fuoco mostra la sua potenza. Quando le fiamme giungono alle porte oleate Si sprigiona il calore più che nel forno alchemico. Si diffonde l'incendio doloso con violenza: Il crimine è aiutato, invece di impedirlo. Il fuoco è secondato dalla forza del vento: Fiamme salgono al cielo per più di mille tese, Le ceneri ricadono di là dall'orizzonte. Si odono scoppi come petardi a capodanno E rimbombi che sembrano dei colpi di cannone. Alle fiamme non sfuggono le immagini del Buddha Né degli dèi guardiani. È un incendio peggiore Che del Palazzo Epang o della Rupe Rossa! È il caso di ricordarlo: una scintilla può bruciare diecimila arpenti. Le fiamme attizzate dal vento avevano trasformato l'intero monastero di Guanyin in un rogo rosseggiante. I monaci cercavano di mettere in salvo cofani e panieri, spostavano tavoli, gettavano stoviglie; si udivano dappertutto gemiti e lamenti. Scimmiotto copriva la residenza del patriarca nella parte posteriore, mentre il coperchio ignifugo proteggeva la sala di meditazione in quella anteriore. Tutto il resto bruciava allegramente fino a riempire il cielo di rossi bagliori e perforare i muri con vampe dorate. Lo scoppio dell'incendio attirò l'attenzione di un mostro della montagna. A venti li dal monastero, in direzione sud, si trovava il Monte del Vento Nero, dove una caverna con lo stesso nome serviva da rifugio all'essere malefico. Mentre si rigirava nel sonno, i bagliori colpirono i suoi occhi; li aprì credendo che si levasse il sole. Ma quando uscì a vedere, scoprì che si trattava di un grande incendio che ardeva a nord. "Quello è il Monastero di Guanyin che ha preso fuoco. Sono così negligenti quei monaci! Andiamo a vedere se posso dar loro una mano." Che bravo mostro! Si alzò su una nuvola e giunse subito sul posto: si erano dovuti abbandonare tutti gli edifici della parte anteriore, e il fuoco infuriava nelle gallerie. Il mostro avanzò a gran passi e aveva l'intenzione di forzare l'ingresso e di gridare che si portasse acqua, quando si accorse che sul tetto di un edificio posteriore, che non aveva preso fuoco, qualcuno provocava tutto quel vento. Incominciò a farsi un'idea di che cosa stava accadendo, e si introdusse in quell'edificio. La stanza era illuminata da alcune lampade, e sul tavolo era appoggiato un pacco avvolto in carta oleata. Lo aprì e vide che conteneva un kasâya di broccato come non ne aveva mai visti; si rese conto che doveva essere un raro tesoro della setta del Buddha. Nessuno resta insensibile alla vista della ricchezza. Abbandonò l'idea di aiutare a domare l'incendio e di chiedere acqua, afferrò l'oggetto e, approfittando della confusione per passare inosservato, risalì sulla sua nuvola e se ne tornò a casa. Il fuoco non si spense prima dell'alba. I monaci avevano perso tutto; piangendo e gemendo frugavano nelle ceneri in cerca di resti di bronzo o ferro, di frammenti d'oro o argento. Chi cercava di erigere un riparo di fortuna appoggiato a un resto di muro calcinato, chi di disseppellire una pignatta in cui cuocere un po' di riso, sempre lagnandosi della sorte iniqua, nel disordine e nella confusione che potete immaginare. Scimmiotto prese il coperchio ignifugo e, con una capriola, lo andò a riportare alla porta sud del Cielo, per restituirlo al devarâja Vasto Sguardo: "Grazie del prestito." "Sei una persona seria, grande santo" disse il devarâja riprendendo l'oggetto. "Mi stavo giusto chiedendo come avrei fatto a ritrovarti, se non me lo avessi riportato. Sono proprio contento di ricuperarlo senza problemi." "Il tuo vecchio Scimmiotto non giuoca mai brutti tiri. Non si dice forse: chi rende il prestito non avrà difficoltà a ottenerne un altro?" "È tanto che non ci facciamo due chiacchiere. Vieni dentro a bere il tè." "Son cambiati i tempi: il vecchio Scimmiotto non ha più tempo di sedersi sulla panca tarlata per abbandonarsi ad alte e sublimi considerazioni. Devo badare al mio monaco cinese, e non ho un momento di respiro. Scusami tanto!" Con questo saluto frettoloso, discese sulla sua nuvola. Sorgeva il sole quando giunse davanti alla sala di meditazione; si scrollò e si mutò in ape per entrare. Una volta dentro, riprese la propria forma. Il monaco cinese dormiva ancora profondamente. "Maestro" gridò il Novizio, "sveglia, si fa giorno!" "Vedo, vedo" rispose Tripitaka girandosi dall'altra parte; ma dopo qualche altro appello si svegliò. Quando si fu vestito e aprì la porta, non si trovò davanti che pochi mozziconi di muri. "Dove sono gli edifici e le torri? Come mai non si vedono che questi muretti calcinati?" "Non vi siete ancora svegliato bene. Il fatto è che qui, stanotte, c'è stato un incendio." "Come mai non ne so niente?" "Dormivate, non vi ho voluto disturbare. D'altronde la sala era protetta." "Se potevi proteggere la sala, perché non hai protetto anche il resto?" Scimmiotto si mise a ridere: "Ve lo devo spiegare, maestro: come dicevate voi, questa gente si è effettivamente innamorata del kasâya, e per averlo contavano di bruciarci vivi. Se non me ne fossi accorto, a quest'ora saremmo ridotti in cenere." "Vuoi dire che l'incendio è stato attizzato da loro?" chiese Tripitaka allarmato. "E da chi altri?" "Non ci sarà sotto qualche tuo maneggio, per vendicarti che non ti trattavano con riguardo?" "Sarei forse un vagabondo capace di far cose simili? Il fuoco l'han messo loro, ve lo assicuro. Semmai, quando mi sono accorto che erano malintenzionati, non li ho aiutati a spegnerlo e ci ho soffiato sopra un pochino di vento." "Santo cielo, contro il fuoco si usa l'acqua, non il vento!" "Conoscerete il proverbio: la tigre non aggredisce l'uomo che non vuol farle del male. Se non avessero acceso l'incendio, io non avrei fatto soffiare il vento." "E adesso il kasâya dov'è? Non sarà mica bruciato!" "No, no: la cella in cui era la veste non si è incendiata." "Sarebbe tanto peggio per te!" esclamò Tripitaka esasperato. "Se è successo qualcosa al mio kasâya, per poco che sia, recito l'incantesimo e ti ammazzo." "Fermo, fermo, maestro!" gridò il Novizio spaventato. "Ve la riporto, la vostra veste, aspettate che vada a cercarla. Così ci rimettiamo in viaggio." Tripitaka prese la briglia del cavallo e Scimmiotto tirò su i bagagli. Uscirono dalla sala di meditazione per recarsi alla cella del patriarca. I monaci in preda ai lamenti videro emergere dalle rovine e venire verso di loro il maestro, che conduceva il cavallo, e il discepolo con le sacche. Sul punto di venir meno dal terrore, urlavano: "I fantasmi! Le anime in pena vengono a vendicarsi!" "Ma quali anime in pena!" gridò loro Scimmiotto. "Forza, tirate fuori il kasâya!" I monaci caddero in ginocchio e si prosternarono: "Ogni misfatto ha il suo colpevole, come ogni debito il suo creditore. Le vostre signorie non devono chieder conto a noi delle loro vite; noi non c'entriamo. È tutto un intrigo del patriarca e di Vasto Progetto. Non chiedeteci le nostre vite." "Dannate bestie" gridò Scimmiotto. "Che ce ne facciamo delle vostre vite? Datemi il kasâya, che ce ne andiamo." "Signori!" risposero due monaci più coraggiosi degli altri. "Voi siete morti bruciati nella sala di meditazione, non è vero? Ma se reclamate il vestito - siete dei vivi o dei fantasmi?" "Che banda di bestiacce viziose!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Là il fuoco non è arrivato. Andate a vedere e sappiatemi dire." I monaci si alzarono e andarono a vedere nella parte anteriore del monastero: nella sala, sulle porte e sulle finestre non c'era la minima traccia di bruciatura. Stupefatti, riconobbero finalmente in Tripitaka una qualche specie di monaco divino, e nel suo discepolo un protettore della legge. Ritornarono a prosternarsi: "Dovevamo essere ciechi per non riconoscere in voi dei perfetti scesi sulla terra. Il vostro kasâya è là dietro, dal patriarca." Tripitaka oltrepassò sospirando tre o quattro file di resti fumanti di muri, prima di raggiungere la residenza del patriarca, che in effetti era indenne. I monaci sgomitavano per farsi avanti ad annunciare: "Nonno, il monaco cinese è un dio! Non è bruciato. Al contrario, ci abbiamo rimesso noi. Restituitegli subito la sua veste!" Il vecchio monaco era tutto afflitto e pieno delle più nere inquietudini: il monastero era bruciato, e il kasâya era scomparso. Non sapeva più che cosa fare, per quanto rimuginasse non vedeva via d'uscita. Con la schiena piegata in due, ecco che si slanciò di corsa con la testa contro il muro e se la fracassò, spargendo a terra sangue e cervella mentre le sue anime lo abbandonavano. Rese l'ultimo respiro e giacque nel suo sangue. Lo attestano i versi: Ebbe quest'uomo una sorte pietosa, Pur raggiungendo un'età veneranda. Voleva impadronirsi della veste A costo di coprirsi di vergogna. Chi si comporta senza alcuno scrupolo Incontra prima o poi la sua disfatta. A che valgon gli astuti stratagemmi? Alla lunga gli inganni non ti premiano. I monaci piangevano: "Il patriarca si è suicidato e noi non troviamo più il kasâya; come possiamo fare?" "Suppongo che lo abbiate rubato e lo teniate nascosto. Uscite tutti!" ordinò Scimmiotto. "Adesso voglio una lista completa dei nomi, farò l'appello e voglio esaminarvi uno per uno." Il superiore portò la lista dei monaci, dhûta, domestici e servi, in due registri che recavano duecento trenta nomi in tutto. Scimmiotto fece sedere Tripitaka su un seggio elevato, e fece l'appello e la perquisizione. Ciascuno si doveva spogliare, ma non si trovò nulla. Si frugò con la massima cura ogni cofano e paniere, senza trovar nulla. Sempre più contrariato, Tripitaka dall'alto del suo seggio incominciò a recitare l'incantesimo. Il Novizio cadde subito a terra stringendosi la testa, tanto il dolore era insopportabile. Supplicava: "Smettete, smettete! Ve lo troverò il kasâya!" Persino i monaci, tutti tremanti, si gettarono in ginocchio per intercedere in suo favore. Tripitaka acconsentì a chiudere la bocca. Scimmiotto balzò in piedi, trasse il suo randello da dietro l'orecchio e l'avrebbe usato sui monaci, se Tripitaka non l'avesse fermato gridando: "Scimmia zuccona, non hai paura che te lo faccia ritornare, il mal di testa? Stai attento! Non muoverti e guardati dal far male a chiunque. Lascia che li interroghi di nuovo." I monaci si prosternarono e pregarono Tripitaka di risparmiarli: "Non lo abbiamo proprio visto. È tutta colpa di quel vecchio diavolo. La notte passata non smetteva di piangere guardando il vostro kasâya. Guardarlo non gli bastava, voleva a tutti i costi appropriarsene e farne un tesoro ereditario. Voleva farvi morire nelle fiamme, ma quando il fuoco si accese si alzò un vento violento. Ciascuno di noi pensava solo a mettere in salvo quello che poteva. Che ne sia stato del kasâya, nessuno di noi ne ha la minima idea." Furioso, il Novizio ritornò nella cella del patriarca, ne portò fuori il corpo, lo spogliò degli abiti e lo esaminò attentamente: niente. Fece scavare nella stanza fino a tre piedi di profondità: ancora niente. Scimmiotto si fermò a riflettere e chiese: "Non c'è per caso da queste parti qualche mostro che sia divenuto uno spirito malefico?" "Se non lo aveste chiesto, non mi sarebbe venuto in mente" rispose il superiore. "In effetti a sud est c'è il Monte del Vento Nero, dove si trova una grotta con lo stesso nome; ci vive un mahârâja nero. Il nostro vecchio diavolo lo andava a trovare ogni tanto. Quello è uno spirito malefico; non ce ne sono altri qui." "Quanto è lontana la montagna?" "Non più di una ventina di li. È la cima che potete vedere laggiù." "Maestro, rassicuratevi, è inutile continuare a discutere" esclamò Scimmiotto sorridendo. "Di sicuro lo ha rubato questo mostro nero." "Ma è lontano venti li" obiettò Tripitaka. "Come fai a dire che è stato lui?" "Non avete notato che di notte un incendio come questo si scorge a mille li, i bagliori salgono fino al terzo cielo? Altro che venti li! Tutto intorno è illuminato fino a duecento li. Il mostro avrà visto la luce dell'incendio e sarà venuto qui di nascosto. Si sarà reso conto che il nostro kasâya era un tesoro e avrà approfittato della confusione per portarselo via. Lasciate che vada a stanarlo." "Ma se ti allontani, di chi mi posso fidare?" "State tranquillo. Avete la protezione occulta degli dèi, e quanto ai servizi materiali convincerò questi monaci a renderveli." Infatti li chiamò e ordinò loro: "Qualcuno di voi sotterri questo vecchio diavolo. Gli altri si mettano a disposizione del mio maestro e governino il cavallo bianco." I monaci acconsentirono. Scimmiotto aggiunse: "Non bisogna dire di sì, e poi cambiare idea quando volterò la schiena. Il mio maestro va servito sorridendo amabilmente; il cavallo bianco deve avere la giusta proporzione di acqua e di fieno. Se non farete esattamente così, assaggerete il sapore del mio bastone: vi faccio una dimostrazione." Con una sola botta del randello colpì uno dei muri sopravvissuti all'incendio, in modo che volò a terra facendo cadere in rapida successione altri sette od otto muri in fila. Ai monaci, basiti dalla paura, tremavano le gambe. Si inginocchiarono e si prosternarono piangendo a calde lacrime: "Partite tranquillo, ci occuperemo di sua signoria con tutte le forze e con tutto il cuore. Ci guarderemo dalla minima negligenza." Il bravo Scimmiotto! Con una piccola capriola fu sul Monte del Vento Nero, in cerca del kasâya. Cicala d'Oro in viaggio verso l'Ovest Sulla sua strada trova tigri e lupi Molto più che mercanti o pellegrini. La forza del gran santo lo sostiene Contro l'avidità di un bieco monaco. Un incendio ha distrutto il monastero E l'abito ha rubato un orso nero. Se non sapete se il kasâya fu ritrovato e che cosa ne seguì, ascoltate il seguito. 第017回 UN MOSTRO ELEGANTE · IN CUI SCIMMIOTTO FA IL DIAVOLO A QUATTRO SUL MONTE DEL VENTO NERO, E GUANYIN SOGGIOGA IL MOSTRO PLANTIGRADO. Sappiate dunque che, quando Scimmiotto partì con la sua capriola nelle nuvole, i monaci giovani e vecchi, dhûta, servitori e domestici ne furono tanto impressionati che esclamarono: "Signoria, siete proprio una divinità discesa sulla terra, che cavalca brume e nuvole. È chiaro che il fuoco non vi poteva danneggiare. E dire che quella vecchia canaglia non lo aveva capito, e ha fatto di tutto per attirarci questa sciagura." "Signori, alzatevi" disse Tripitaka. "Non prendetevela con il vostro patriarca. Scimmiotto è partito in cerca del kasâya: se lo ritrova, tutto sarà dimenticato. Devo ammettere che, in caso contrario, non so che cosa sarà di voi, considerato il caratteraccio del mio discepolo. Temo proprio che nessuno di voi gli potrà sfuggire." Queste parole provocarono il panico: tutti imploravano il Cielo, con il cuore tremante, che la veste fosse ritrovata e le loro vite preservate. Quanto a Scimmiotto, giunse subito sul Monte del Vento Nero. Scese dalla sua nuvola e osservò con attenzione il paesaggio, che era magnifico in quel tempo di primavera. Eccolo qui: Cadono a gara le acque dei torrenti, Mille rupi si slanciano nel cielo. Cantan gli uccelli nascosti fra i rami, Cadono i fiori esalando profumi. Dopo la pioggia l'azzurro è più limpido, Formano i pini una quinta di giada. Si apron fra l'erba i fiori di montagna Risalendo i pendii, regno del glicine. Sull'altopiano magnifici boschi Che il taglialegna non ha mai toccato. Bevono nel ruscello fianco a fianco Le gru dal lungo collo; sulle rupi Folleggiano scimmiette. Lunghe liane Di un verde cupo pendono dagli alberi Nella limpida luce delle altezze. Scimmiotto stava contemplando il paesaggio, quando sentì voci risuonare sul pendio erboso. A passi cauti si andò a nascondere dietro una roccia, per osservare senza esser visto. Sul prato erano seduti tre mostri, uno grosso e di pelo scuro al posto d'onore, un prete taoista a sinistra e un letterato vestito di bianco a destra. Erano immersi in un'animata conversazione su fornelli e calderoni, preparazione del cinabro ed elaborazione del mercurio: neve bianca e gemme gialle, il Tao di una setta eterodossa. A un certo punto, quello grosso disse sorridendo: "Dopodomani sarà l'anniversario delle doglie di mia madre; mi farete l'onore di una visita?" "Tutti gli anni celebriamo il vostro compleanno, mahârâja. Potremmo forse mancare?" replicò il letterato vestito di bianco. "La notte passata mi sono imbattuto in un tesoro, una lunga tunica buddista di broccato, una cosa superba. Ne approfitterò per allietare la celebrazione del mio compleanno festeggiando anche il ritrovamento di questa veste con un grande banchetto, che incomincerà dopodomani e a cui inviterò tutte le divinità taoiste della montagna. Lo chiameremo il Convegno dell'Abito Buddista. Che ne dite?" "Benone!" rispose il taoista sorridendo. "Domani verrò a presentarvi gli auguri e dopodomani ritornerò per partecipare al banchetto." Scimmiotto si convinse che l'abito buddista di cui si parlava era il kasâya. Non riuscì a contenere la collera e saltò fuori brandendo a due mani la sbarra cerchiata d'oro. Urlava: "Ve la faccio vedere io, banda di mostri ladri! L'hai rubato tu il nostro kasâya, e adesso vuoi farci sopra delle feste. Tiralo fuori, invece, prima che sia troppo tardi!" Poi, tuonando: "Guai a chi si muove!", roteò il randello e voleva assestarlo sulle loro teste, quando il moro trovò scampo nella fuga, trasformandosi in una corrente d'aria, e il taoista si rifugiò sulle nuvole. Non restava che il letterato vestito di bianco, che ci lasciò la pelle. Quando Scimmiotto esaminò il cadavere, vide che si trattava di un serpente picchiettato di bianco. Lo tagliò a pezzetti, lo gettò nel burrone e partì alla ricerca del moro. Aggirando picchi aguzzi e seguendo ripidi pendii, scoprì ai piedi di una roccia un'abitazione rupestre. Era così: Foresta fitta e cupa. La porta è circondata Di pini e di cipressi. Per entrar si attraversa La tavola di legno. Ovunque cresce il glicine. Gli uccellini amoreggiano Sui grandi alberi intorno. La brezza è profumata. Sul salice cinguetta Il rigogolo; vola La farfalla fra i peschi. Questo è un luogo selvaggio, Ma val bene un giardino! Scimmiotto giunse all'ingresso, e lo trovò solidamente chiuso da due battenti di pietra. Sopra la porta una targa di pietra recava sei grandi caratteri tracciati con cura: GROTTA DEL VENTO NERO DEL MONTE DEL VENTO NERO "Aprite!" gridò Scimmiotto roteando il suo randello. Il diavoletto portinaio aprì e chiese: "Tu chi sei, per osar di bussare alla nostra grotta di immortali?" "Brutto mostro! Che cosa ci sarebbe in questo buco per farlo considerare una grotta di immortali? Per caso saresti tu l'immortale? Sbrigati ad annunciarmi a quel pelo scuro del tuo padrone e digli di restituirmi subito il kasâya: se no butterò per aria tutta la baracca." Il diavoletto corse ad annunciare: "Mahârâja, non si potrà più fare il convegno dell'abito buddista. C'è alla porta un monaco con la faccia pelosa e una voce da duca del tuono, che vuole farselo restituire." Il moro era appena rientrato dopo essere stato messo in fuga dal Novizio, e a stento aveva avuto il tempo di sedersi. Si chiese da dove poteva uscire quel cafone che si permetteva di far cagnara alla sua porta. Si fece portare l'armatura, la indossò e uscì impugnando una lancia con un guidone nero. Scimmiotto si era ritirato a una certa distanza e teneva gli occhi ben aperti: in effetti il mostro aveva un aspetto temibile. L'elmo di ferro ha cupi riflessi, È tutto corazzato d'oro nero Con tunica di seta a larghe maniche, Cintura verde-nera a lunghe ghiande, Nero guidone sulla lunga lancia E porta neri pure gli stivali. Lampeggiano le sue pupille d'oro. È Vento Nero, il re del monte chiaro. Scimmiotto rise fra sé: "Il giovanotto sembra un carbonaio, a meno che lavori invece in una fornace. Suppongo che si guadagni la vita scavando carbone; altrimenti, perché sarebbe così nero dalla testa ai piedi?" "Che razza di monaco sei, per portare la tua impudenza a passeggio da queste parti?" gridò il mostro con forte voce. Scimmiotto si fece avanti impugnando il randello: "Restituisci un po' il kasâya al tuo nonnino." "Dove hai perduto la tua palandrana, per venire a reclamarla da me?" "Il nostro kasâya era in deposito presso il patriarca del monastero di Guanyin, pochi li a nord. Gli edifici hanno preso fuoco e tu, caro mio, hai approfittato della confusione per darti allo sciacallaggio. Non puoi negarlo. Volevi addirittura festeggiare il tuo compleanno con il convegno dell'abito buddista. Sbrigati a restituirmelo, se vuoi salvare la pelle. Osa dire di no, e ti rovescio in testa il tuo Monte del Vento Nero, squarcio la grotta e polverizzo tutta la tua banda diabolica." Il mostro rise sarcastico: "Che furfante! Sei stato tu ad attizzare il fuoco. Ti ho visto sul tetto a far sortilegi per alzare il vento. Un camicione l'ho preso: e allora? Che cosa ci vuoi fare? E poi, da dove vieni, come ti chiami, quali poteri hai per fare tutte queste minacce?" "Piccolotto, non riconosci più tuo nonno? Il nonno è discepolo del maestro della legge Tripitaka, fratello di sua maestà nell'eminente paese dei grandi Tang. Mi chiamo Scimmiotto, in religione Consapevole del Vuoto, di soprannome il Novizio. Vuoi sapere i miei poteri: se te li dicessi, le tue anime ti uscirebbero dal corpo e tu cadresti stecchito." "Intanto continuo a non sapere niente di questi poteri. Sentiamo." "Tienti stretto, bambino" rispose Scimmiotto ridendo, "e ascolta bene. Io Sapevo trasformarmi per istinto Fin da bambino per dote divina. Coltivai il vero, nutrii la natura E uscii dal ciclo della morte impura. Camminai verso il Tao con cuor sincero Sopra il Monte Lingtai cogliendo i semplici. Su quel monte viveva un immortale In età di diciottomila anni. Io lo pregai di prendermi apprendista E di insegnarmi l'immortalità. Mi rivelò che stanno in noi quei farmaci Che nessun farmacista ci prepara. Da lui appresi le formule immortali E le basi per renderle efficaci. Illuminato da luce interiore, Ho realizzato impavido equilibrio. Mi volsi al Nulla, lasciai i desideri, Purificati i sensi rafforzai Il corpo ed imboccavo alfin la strada Di santità. Se trattieni energia Dopo tre anni avrai corpo divino, Che la gente comune non può offendere. Ho corso tutti i dieci continenti Fino all'estremità di mare e cielo. Vissi così più di trecento anni, Prima di pervenire nell'empireo. Ottenni questa sbarra a cerchi d'oro Da un drago soggiogato in fondo al mare. Governai il Monte dei Fiori e dei Frutti Riunendo molti mostri nella grotta. L'Imperatore di Giada mi diede Il titolo più alto: Grande santo. Turbai più volte la sua residenza, Rubai le pesche alla regina madre. Fui attaccato da centomila uomini E mi difesi senza spaventarmi. I re celesti furono respinti, Nata fuggì subendo la disfatta. Solo Erlang non riuscivo a superare. L'imperatore e Guanyin assistevano Al mio duello alla porta del Cielo. Intervenne Laozi con un trucchetto, Che ad Erlang diede infine il sopravvento. Catturato e legato mi trovai Al palo del supplizio, ma nessuno Con nessun'arma poteva ferirmi. Si cercò di bruciarmi con il fulmine, Ma Scimmiotto conosce tanti trucchi Che non riuscì nemmeno di inquietarlo. Il buon signor Laozi mi mise in forno Perché gli dei del fuoco mi arrostissero. Finita la cottura uscii più vispo Di prima da quel forno, e col randello Corsi qua e là per tutto il paradiso. Niente mi resisteva; sottosopra Misi i trentatré cieli ed altro ancora. Il Buddha, col potere della legge, Di persona dovette intervenire E mi schiacciò sotto una gran montagna. Restai là sotto cinquecento anni, Finché non mi raggiunse Tripitaka. Son ritornato sulla buona strada E faccio questo viaggio verso l'ovest Indirizzato alla Luce di Giada. Va e chiedi ai quattro angoli del mondo Se mai ci fu un demonio più famoso!" A questo discorso il mostro si mise a ridere: "Così tu saresti il famoso equipuzio, che fece quella baraonda in paradiso." Niente contrariava Scimmiotto più che il sentirsi trattare da equipuzio. Andò su tutte le furie, gli si rizzarono tutti i peli e berciò: "Stronzo! Non mi restituisci il kasâya e per di più mi insulti! Aspetta, che ti faccio vedere!" Il moro saltò da lato per schivare il colpo, brandì la lancia e partì a sua volta all'attacco. Seguì una bella mischia: La sbarra a piacer vostro, la lancia col guidone: S'affrontano i guerrieri all'ingresso dell'antro. Se l'uno mira al cuore, l'altro mira alla testa; L'uno sa roteare, l'altro colpire dritto. Balza la tigre bianca sfoderando gli artigli, Il drago acciambellato si srotola e colpisce. Lanciano fumo e fiamme quei mostri imprevedibili, Gran Santo Uguale al Cielo e Re Nero malefico. Guarda che guerra avviene per la veste buddista! Il mostro e Scimmiotto si affrontarono una diecina e più di volte senza esito. Il sole saliva allo zenit quando il moro, opponendo la lancia alla sbarra di ferro, propose: "Ohé, Novizio, fermiamoci un momento. Riprenderemo a combattere quando avrò fatto uno spuntino." "Sei un bel guerriero, brutta bestia! Forse che un guerriero ha bisogno di farsi un panino, dopo nemmeno mezza giornata di lavoro? E io che sono stato cinquecento anni sotto la montagna, senza una goccia d'acqua o di minestra, mi lamentavo forse per la fame? Niente scappatoie. Se vuoi mangiare, restituisci il kasâya." Ma il mostro fece una finta, riuscì a disimpegnarsi e si precipitò nella grotta, sbattendo la pesante porta di pietra. Chiamò a raccolta i suoi diavoletti e li incaricò di preparare il banchetto e di recapitare i biglietti di invito a tutti i re diavoli della montagna. Lasciamolo là. Da parte sua Scimmiotto, non potendo forzare la porta, era ritornato al Monastero di Guanyin. I monaci avevano dato sepoltura al patriarca ed erano indaffarati intorno a Tripitaka, che da poco aveva fatto colazione. Ora gli stavano servendo il pranzo. Mentre cambiavano l'acqua in tavola e portavano la zuppa, videro il Novizio scendere dall'alto: tutti lo circondarono per salutarlo e per condurlo dal monaco cinese. "Eccoti qui, Consapevole del Vuoto" disse Tripitaka. "E il kasâya?" "So dov'è. Per fortuna non ce la siamo presa più di tanto con questi monaci, perché in effetti lo ha rubato il mostro del Monte del Vento Nero. Lo avevo sorpreso a conversare in un prato con un taoista e un letterato, e ho ascoltato in pratica una confessione spontanea. Voleva invitare i mostri dei dintorni per il suo compleanno, e raccontava di essersi procurato nella notte un abito di broccato, che gli avrebbe permesso di qualificare il suo banchetto come convegno dell'abito buddista. Quando ho abbattuto il mio randello, c'è rimasto solo il letterato, che è risultato un serpente picchiettato di bianco; gli altri due si sono eclissati. Ho inseguito il ladro fino alla porta di casa sua e l'ho sfidato. Lui ha raccolto la sfida e ci siamo battuti per mezza giornata, senza vinto né vincitore. Poi gli è venuta fame, si è chiuso nel suo antro e si è rifiutato di metter fuori il naso: ha paura di riprendere il duello. Io sono tornato per informarvi, maestro. Ora che sappiamo dov'è il kasâya, niente paura, ce lo faremo restituire." A questo racconto i monaci si misero a pregare, gli uni giungendo le mani, gli altri prosternandosi: "Namo Emituofo! Ora che si sa dov'è, siamo salvi." "Non godete mica troppo!" li avvertì il Novizio. "Io non ci ho ancora messo le mani sopra, e il maestro è sempre qui. Aspettate che abbiamo ricuperato il kasâya, poi ci accompagnerete alla partenza come si deve, e solo dopo ritornerete tranquilli. Alla minima mancanza, constaterete che il vecchio Scimmiotto non è un padrone comodo. L'avete servito bene, il maestro? Ha avuto fieno buono, il cavallo?" "Ma certo, ma certo!" risposero i monaci a una voce. "Abbiamo applicato scrupolosamente tutta la nostra diligenza al servizio di sua signoria." "Da quando mi hai lasciato stamane" precisò Tripitaka "mi hanno servito il tè tre volte e il pasto due volte. Non ho fatto che mangiare e bere, sono stati diligenti. Ma il mio vestito me lo devi assolutamente riportare." "Non c'è fretta, l'importante è sapere dov'è. Ve lo garantisco: catturerò il malfattore e vi riporterò la refurtiva. Non vi inquietate, state tranquillo." Il superiore del convento invitò anche Scimmiotto a tavola. Il Novizio sgranocchiò qualcosa, risalì sulla sua nuvola e riprese le ricerche. Mentre era in giro, vide un diavoletto che stringeva sotto l'ascella un cofanetto di legno di pero e se ne veniva giù per la strada maestra. Indovinando che la scatola doveva contenere un messaggio, spiaccicò il malcapitato con un tocco, lo gettò nel fosso e aprì il cofanetto: in effetti c'era dentro un biglietto di invito. Si leggeva: L'Orso vostro servitore si inchina profondamente al venerato e rispettabilissimo superiore della Camera di Cinabro dello Stagno d'Oro: vi sono profondamente riconoscente dei favori insigni che in più occasioni mi avete accordato. La notte scorsa ho osservato che avete subito un incendio e sono desolato di non avervi potuto aiutare. Spero che vorrete perdonarmi e che non abbiate subito altri danni. Il caso ha posto nelle mie mani un abito buddista, che mi auguro possa dare occasione a un convegno elegante. Ho rispettosamente preparato bevande, che amerei offrire al giudizio del grande intenditore. Vi supplico di volerci fare l'onore e il piacere di una visita quando vorrete, considerando che l'invito viene portato a vostra conoscenza, per la presente, con due giorni di anticipo. Scimmiotto rideva come un matto: "Che bella canaglia! Ha ben meritato la fine che ha fatto. Faceva comunella con il mostro, ecco perché è vissuto duecento sessant'anni. Suppongo che il mostro gli avrà suggerito qualche trucchetto per alimentare il respiro. Ricordo benissimo il suo aspetto: mi metamorfoserò per fare un sopralluogo nella grotta e annusare dove è nascosto il kasâya. E se mi dovesse venire sotto mano, lo sgraffignerò senz'altro e mi risparmierò un mucchio di fatica." Bravo Scimmiotto! Recitò un incantesimo, rivolto al vento, e si trasformò nel sosia del patriarca. Nascose la sua sbarra di ferro, si diresse a grandi passi verso la grotta e gridò: "Aprite!" Il diavoletto aprì e corse ad annunciare: "Mahârâja, c'è il Superiore dello Stagno d'Oro." "Che strano, gli ho spedito il cartoncino un momento fa" esclamò il mostro meravigliato. "Come fa a essere già qui? Il piccolo non ha nemmeno avuto il tempo di arrivare a destinazione. Scommetto che Scimmiotto gli avrà chiesto di venire a reclamare il kasâya. Maggiordomo, va subito a nascondere questo vestito. Non lo deve vedere." Scimmiotto entrò dalla porta principale e si trovò in una corte in cui pini e bambù mescolavano le fronde, peschi e susini rivaleggiavano in bellezza; le piante erano in fiore, le orchidee spandevano il loro profumo: quella grotta era un incanto. Sugli stipiti della porta interna si leggevano queste iscrizioni parallele: NELLA PACE DELLA MONTAGNA PROFONDA RIFUGIO DELLA GIOIA SENZA OMBRE "Questo mostro è un ragazzo che sa vivere" si disse Scimmiotto. Dopo la porta interna, attraversò una terza porta; dappertutto pilastri scolpiti, travi decorate, porte e finestre ariose. Il moro comparve in veste da camera di seta verde e nera, con una cappa di damasco nero corvino ricamata a colori vivaci, in capo un berretto scuro a tre corni e ai piedi morbidi stivaletti neri di capretto: un figurino. Quando vide Scimmiotto, rassettò l'abbigliamento e discese i gradini per andargli incontro dicendo: "Mio vecchio amico dello Stagno d'Oro, mi siete molto mancato. Ve ne prego, vogliate accomodarvi a vostro agio!" Scimmiotto rese la cortesia. Poi si sedettero e presero il tè. Dopo il tè, il mostro fece un bell'inchino rispettoso e chiese: "Stavo appunto inviandovi due parole di invito per dopodomani. A che debbo il piacere di una vostra visita fin da oggi, mio vecchio e venerato amico?" "Venivo a presentarvi i miei rispetti, quando ho casualmente trovato per via il vostro messaggio così ben tornito. Voi parlavate di festeggiare un abito buddista, e io mi sono affrettato a venir qui nella speranza di poterlo ammirare." "Temo che vi sbagliate, amico mio" replicò il mostro sorridendo. "Il proprietario del kasâya è appunto quel monaco cinese che è ospite vostro. Dunque dovreste averlo già visto, senza bisogno di venire da me." "È vero che lo avevo preso in prestito, ma era notte e voi lo avete portato via prima che io potessi aprire il pacco ed esaminare il contenuto. D'altronde sapete bene che il monastero è stato devastato da un incendio, abbiamo perduto tutti i nostri beni. Nella confusione l'abito era scomparso, non si trovava più. Dal momento che avete avuto voi la fortuna di ritrovarlo, sono venuto ad ammirarlo qui da voi." Mentre conversavano amabilmente, un diavoletto di pattuglia sulla montagna venne ad annunciare: "Disgrazia, grande re! Il messaggero che doveva recapitare gli inviti è stato ucciso dal Novizio, che ne ha approfittato per prendere l'aspetto del patriarca e venir qui a prendervi in giro." Il mostro si disse: "Ecco il perché dell'arrivo così rapido. È lui!" Afferrò la lancia e balzò su Scimmiotto, che estrasse il randello e riprese il proprio aspetto. Parò il colpo e si gettò dalla sala nella corte, continuando a combattere fino alla porta principale e terrorizzando tutti gli abitanti della caverna. Giovani e vecchi si sentivano morire di paura. Questa terribile battaglia sulla montagna non si può paragonare alla precedente. Che botte da orbi! Audace l'uno sotto finte spoglie, Prudente l'altro nascose l'oggetto. Conversano con tatto e abilità, Ma quel kasâya quando si vedrà? Fa il diavoletto una rivelazione Che spinge il nero mostro a dimostrare Tutta la sua potenza in una lotta Senza quartiere, lancia contro sbarra. Trasformazioni inedite si vedono, E trucchi di magia d'alto livello. Uno tiene a quell'abito allo scopo Di festeggiare il proprio compleanno; Ma l'altro non ha scelta, deve renderlo Al proprietario, o male gliene incoglie. Dura è la lotta fra i due contendenti, Nemmeno il Buddha li può separare. Lottarono dall'entrata della grotta fino al sommo della montagna, e poi dalla montagna sulle nuvole, sputando vento e nebbia, sollevando la sabbia, rotolando le pietre. Continuarono a battersi finché il sole tramontò, senza vincitore né vinto. "Fermati Scimmiotto" gridò il mostro. "Si fa tardi, non è più l'ora di battersi. Vattene via. Se vuoi torna domattina dopo le otto." "Ragazzo mio, non se ne parla nemmeno. Chi vuol combattere, combatte sul serio, senza tirare in ballo l'orologio." E Scimmiotto fece piovere una gragnola di colpi senza badare dove cadevano, ma il moro si mutò in corrente d'aria e sgattaiolò a rinchiudersi in casa, rifiutandosi di aprire. Scimmiotto non aveva alternativa, e ritornò al Monastero di Guanyin. Scese dalla nuvola e chiamò: "Maestro!" Tripitaka, che lo aspettava con impazienza, fu felice di vederselo davanti. Ma la gioia si mutò in delusione vedendo che ritornava a mani vuote: "Come mai, ancora una volta, non riporti il mio kasâya?" "Maestro" rispose Scimmiotto cavandosi dalla manica il cartoncino di invito, che tese a Tripitaka. "Il mostro e quella vecchia canaglia dannata, di fatto erano amici. Il patriarca è stato persino invitato alla festa dell'abito buddista. Il vostro vecchio Scimmiotto, dopo aver liquidato il messaggero, si è introdotto in casa del nemico facendosi passare per il patriarca. Ci ho guadagnato una tazza di tè, ma non c'è stato verso di farmi mostrare il kasâya. Mentre ci si intratteneva, uno di pattuglia è venuto a rompere le uova nel paniere. Allora abbiamo combattuto, ed è andata avanti fino a poco fa, senza esito. Quando si è fatto tardi, quello si è rintanato in casa. Per il momento non mi restava che ritornare qui." "Sei in grado di spuntarla con lui?" "Non sono molto più forte di lui; a forza press'a poco ci possiamo equivalere." Tripitaka lesse il cartoncino e lo tese al superiore: "Il vostro patriarca non sarà stato anche lui un essere malefico?" "Certo no, era un essere umano" rispose il superiore gettandosi in ginocchio. "Aveva rapporti amichevoli con il Re Nero, perché esso era pervenuto al Tao dell'umanità, veniva spesso a discutere di sutra e gli insegnava l'arte di alimentare il respiro." "Non mi pare che questa banda di monaci puzzi di mostro" tagliò corto il Novizio. "Hanno tutti la testa tonda in aria e i piedi quadrati in terra: non sono esseri malefici, anche se sono poco furbi. Guardate il cartoncino, si parla di un orso: quello lì è un orso bruno divenuto spirito malefico." "Ho sentito dire che, secondo gli antichi, orso e scimmia vengono dalla stessa radice. Comunque sono entrambi animali; come possono diventare spiriti?" "Anche il vostro vecchio Scimmiotto è un animale" replicò ridendo il Novizio, "eppure è diventato Grande Santo Uguale al Cielo: che differenza fa? Come regola, tutte le creature del mondo provviste delle nove aperture possono coltivarsi e raggiungere l'immortalità." "Dicevi che è forte come te. Come farai a vincerlo e a riportarmi il mio kasâya?" "Di questo non vi date pensiero. Io so che cosa devo fare." Mentre conversavano, i monaci portarono la cena e invitarono maestro e discepolo a mangiare. Tripitaka chiese delle lampade e si ritirarono nella sala di meditazione. I monaci dormivano sotto ripari di fortuna, lasciando ai superiori le comodità dell'unico edificio rimasto in piedi nella parte posteriore. La notte era quieta: L'ombra della Via Lattea Nella volta immacolata. Le stelle brillano in cielo, Mormora l'acqua che scorre: Solo rumor che si sente Nella notte silenziosa. Taccion gli uccelli. Ogni fuoco È spento in riva al ruscello. Dalla pagoda distrutta Non s'è udita la campana Che suona l'ultima ora. Riposavano nella sala di meditazione. Ma Tripitaka pensava al kasâya. Come trovar sonno? Si girava e rigirava nel letto, finché si accorse che spuntava l'alba: si alzò a sedere sul letto e gridò: "Consapevole del Vuoto, è giorno, corri a cercare il kasâya!" Il Novizio fu subito in piedi. Vedendo i monaci che scaldavano l'acqua disse loro: "Prendetevi cura del maestro. Io vado." Tripitaka si gettò giù dal letto, lo trattenne afferrandogli un lembo della veste e chiese: "Che cosa conti di fare?" "A pensarci bene, le nostre difficoltà derivano dall'incuria della pusa Guanyin. Ha qui un monastero in cui la gente le viene a offrire l'incenso, e lei tollera la vicinanza di un mostro come quello. Vado da lei nei mari del Sud, per parlargliene e per chiedere che venga lei a reclamare il nostro kasâya dal mostro." "E quando tornerai?" "Se va bene dopo colazione; al più tardi a mezzogiorno, quando tutto sarà sistemato. Monaci, prendetevi cura di lui!" E scomparve senza lasciar traccia. Giunto nei mari del Sud, fermò la sua nuvola per guardarsi intorno: non poteva saziarsi di quel bel paesaggio. La vasta distesa dell'oceano Congiunge le acque col cielo. Luce che avvolge l'universo Illumina fiumi e montagne [...] Scimmiotto diresse la nuvola verso il boschetto di bambù, dove le divinità lo accolsero meravigliandosi del suo arrivo: "La pusa è stata così contenta di annunciarci la tua conversione al bene! Come hai trovato il tempo di venir qui, mentre devi proteggere il monaco cinese?" "Sono qui proprio per quel motivo. Abbiamo avuto un incidente lungo il cammino. Fatemi il piacere di annunciarmi." Gli dei si recarono dunque all'ingresso della grotta e Guanyin lo invitò a entrare. Scimmiotto avanzò sino ai piedi del prezioso piedistallo di loto e la salutò. "Che sei venuto a fare?" chiese la pusa. "Il mio maestro ha trovato sulla sua strada un monastero dedicato a voi. Ma mentre ci ricevete l'omaggio della gente, vi tenete per vicino un orso bruno malefico, e gli avete permesso di rubare il kasâya del mio maestro. Ora non ce lo vuole restituire, e io sono qui per reclamarlo da voi." "Che insolente questa scimmia! Se il kasâya te l'ha rubato l'orso, perché te la prendi con me? È la tua solita impudente mania di attaccar briga. Dì la verità: hai avuto la tua parte nel distruggere con l'incendio uno dei miei insediamenti. E hai anche la faccia di venirmi a fare scenate." Constatando che sapeva tutto, Scimmiotto batté subito in ritirata, s'inchinò e disse: "Avete ragione, perdonate l'offesa del vostro discepolo. Ma non mi posso rassegnare al rifiuto di quel mostro, perché il maestro si vendica recitando l'incantesimo che mi procura un mal di testa insopportabile. Ecco perché mi sono permesso di importunarvi. Spero che sarete tanto compassionevole da aiutarmi a catturare il mostro e a ricuperare l'abito, perché possiamo proseguire il nostro viaggio." "In effetti i poteri magici di quel mostro sono grandi, non inferiori ai tuoi. Va bene, farò un giretto con te; ma è solo per riguardo al monaco dei Tang." Il Novizio si inchinò di nuovo in segno di gratitudine, e pregò la pusa di seguirlo. Salirono insieme su una nuvola e si recarono al Monte del Vento Nero, dirigendosi all'ingresso della grotta. Mentre camminavano videro sull'altro lato della strada un taoista, che recava due pillole di cinabro di immortalità su un vassoio di vetro. Scimmiotto gli si avventò contro, trasse la sua sbarra di ferro e gli spaccò il cranio con un colpo, facendo schizzare intorno le cervella. "Benedetta scimmia, sempre così impulsiva!" esclamò spaventata Guanyin. "Non te l'ha rubato lui il kasâya, non lo conosci nemmeno, torti non te ne ha fatto. E tu perché lo ammazzi?" "Non sapete chi era: un amico dell'orso bruno. L'altro giorno parlava con lui e con un letterato vestito di bianco. Quel moraccio li invitava al convegno dell'abito buddista per festeggiare il suo compleanno. Il taoista diceva che oggi gli avrebbe fatto gli auguri e domani avrebbe partecipato alla festa. Ecco chi era. Di sicuro si stava recando a fare gli auguri." "Se le cose stanno così, va bene." Scimmiotto esaminò il cadavere e vide che si trattava di un lupo grigio. Sugli orli del vassoio erano graffiati i caratteri: FABBRICATO DAL MAESTRO DEL VUOTO TRASCENDENTE Vedendoli, Scimmiotto si mise a ridere: "Ma guarda che fortuna! Va proprio bene, per il vecchio Scimmiotto; e anche per voi, pusa, che farete poca fatica. Questo è meglio di una resa spontanea, e ci risparmia di menar le mani. È incastrato ben bene." "Consapevole del Vuoto, che cosa vai dicendo?" "A me piace molto il proverbio: a furbo, furbo e mezzo; ma non so se sarete d'accordo." "Parla." "Vedete, pusa, su questo vassoio ci sono due pillole: saranno il nostro biglietto d'ingresso in casa del mostro. L'iscrizione ci servirà per adescarlo. Se mi date retta, il piano che vi propongo ci risparmierà le fatiche di una campagna militare: il mostro sarà in tali pasticci, che l'abito buddista ricomparirà senza indugio. Se invece non vi sta bene, separiamoci: voi andate a ovest, io a est. E rimpiangete pure il kasâya, non lo rivedrete più: e tanto peggio per il monaco cinese." Guanyin rise: "Sei una scimmia con la lingua sciolta." "Me ne guardo bene; ma un piano ce l'ho." "Sentiamo." "L'iscrizione dice: Fabbricato dal Maestro del Vuoto Trascendente. Suppongo che fosse il nome del taoista. Se siete d'accordo, voi, pusa, assumete il suo aspetto; quanto a me, mi mangio una delle pillole e trasformo in pillola me stesso: mi farò leggermente più grosso di quella che rimane. Voi gli presenterete il vassoio come regalo di compleanno e gli offrirete la pillola più grossa. Quando l'avrà ingoiata e sarò dentro, mi impegno io a cambiare le sue intime disposizioni: se non ci renderà subito l'abito buddista, ne fabbricherò un altro con le sue budella annodate." Guanyin non poté che approvare con un cenno del capo. "Allora, si va?" fece Scimmiotto ridendo. Con la forza illimitata della sua immensa compassione, la sua infinita capacità di trasformarsi, la congruenza del suo spirito con la sua volontà, nonché della sua volontà con il suo corpo, in un istante essa assunse l'aspetto del taoista, l'Immortale del Vuoto Trascendente. Svolazza la sua cappa in piumino di gru, Si avanza a passi aerei, come stesse danzando; Il volto mostra gli anni del pino e del cipresso: Benché non abbia età, la carnagione è fresca. Il tempo non dà tregua, lo stesso è differente; Tutto va ritornando ad un'unica Legge Dalla qual ci separa perversa incarnazione. "Siete proprio una bellezza!" sghignazzò Scimmiotto a quella vista. "E ditemi: sareste una pusa-mostro, oppure un mostro-pusa?" "Consapevole del Vuoto" replicò sorridendo Guanyin, "mostro o buddha non sono che prodotti del pensiero; la loro realtà sfocia nel nulla in entrambi i casi." Scimmiotto ci pensò su; poi toccò a lui di trasformarsi in pillola di immortalità. Rotola e dondola Tonda ed instabile. Tre più tre: unione di Goulou. Sei più sei: formula del giovane-vecchio. Guanyin mise la nuova pillola sul vassoio, prese nota delle dimensioni lievemente maggiori, e si avviò alla grotta del mostro. Vedeva: Cime e burroni, catene di monti Da vaporose nubi incoronate; Il vento soffia tra i pini e i cipressi. Abitan mostri fra cime e burroni, Vanno eremiti fra pini e cipressi. Se risali alla fonte del torrente E ascolti il canto dell'acqua che sgorga, Le tue orecchie saran purificate. Cervo su rupe, gru nella foresta Si offrono incantevoli alla vista. Quest'incontro con la compassionevole Nel destino del mostro stava scritto. Guanyin si rallegrava dello spettacolo: "Se questa creatura malvagia abita luoghi così sereni, significa che è destinata alla salvezza." E già si sentiva incline a compatire. Davanti alla grotta, i diavoletti di servizio credettero di riconoscere l'Immortale del Vuoto Trascendente. Alcuni lo precedettero per annunciarlo, altri l'accompagnarono. Gli venne incontro il mostro: "Vi ringrazio di esservi dato la pena di onorare il mio umile abituro con la vostra preziosa presenza." "L'umile taoista che sono" rispose Guanyin "vi presenta pillole di immortalità con i migliori auguri di lunga vita." Terminati i saluti si sedettero, e il mostro portò la conversazione sugli incidenti del giorno prima. Guanyin, che non sapeva cosa rispondere, ricorse al vassoio: "Degnatevi di accettare questo modesto segno di affetto del vostro amico taoista." E spinse verso il mostro la pillola più grossa: "Possa il gran re vivere mille anni!" Il mostro le offrì l'altra pillola: "Amerei dividerle con voi, maestro del Vuoto Trascendente." Quando il mostro accostò la sua pillola alla bocca, essa vi entrò da sola e gli rotolò in fondo alla gola e dentro le viscere. Qui giunta riprese la sua forma originaria e incominciò a combinarne di tutti i colori; il mostro si rotolava per terra dal dolore. Guanyin si rivelò e reclamò l'abito buddista. Presto Scimmiotto, che stava stretto e non vedeva nulla in quel buio viscerale, non ne poté più e uscì da una narice. Ma la pusa, che non si sentiva sicura del buon esito della lezione, appoggiò destramente sulla testa del mostro uno dei suoi cerchi costrittori. Il mostro si poté rialzare e afferrò minaccioso la sua lancia, ma Guanyin si mise a recitare l'incantesimo. Il mostro lasciò cadere l'arma e si rotolò per terra peggio di prima. Quel gaglioffo del re scimmia guardava e rideva. "Creatura malvagia!" disse Guanyin "ti vuoi convertire?" "Di tutto cuore! Basta che la smettiate!" gridò il mostro. Scimmiotto pensò che poteva essere una scusa per prendere tempo, e alzò la mano per colpirlo; ma Guanyin lo fermò: "Non lo toccare. Mi serve." "A che serve conservare un mostro simile?" "Ho giusto bisogno di un guardiacaccia per un boschetto sul versante posteriore del Monte Potalaka; lo voglio assumere come aiutante della divinità locale." "Siete la solita santa misericordiosa e salvatrice" replicò Scimmiotto. "Se l'avessi io, la formula di quel mal di testa, ci fotterei ben bene lui e tutta la genia degli orsi bruni." Il mostro si inginocchiò supplicando: "Non ascoltatelo, vi prego, risparmiatemi la vita e mi convertirò al giusto frutto." Guanyin gli posò la mano sul capo e gli fece promettere di rispettare i cinque divieti; poi gli chiese di prendere la sua lancia e di seguirla. Quel giorno l'orso bruno vedeva Estinta l'ambizione divorante, Domata la sfrenata ostinazione. "Consapevole del Vuoto, tu puoi ritornare dal monaco cinese. Mi raccomando, abbine cura e non provocare altri guai!" "Vi ringrazio di essere venuta ad aiutarmi da tanto lontano. Il mio dovere è di riaccompagnarvi." "Ma non è necessario." Scimmiotto prese allora rispettosamente in consegna il kasâya, si prosternò per congedarsi e se ne andò. Guanyin ritornò nei mari del Sud con il suo orso bruno. Lo attestano i versi: [...] Venne per aiutare la ricerca Delle scritture e a casa ritornò. Il mostro convertito l'accompagna Ed il kasâya vien ricuperato. Se poi non sapete che cosa avvenne dopo, ascoltate il prossimo capitolo. 第018回 PORCELLINO · DOPO AVER LIBERATO TRIPITAKA DALLA PROVA DEL MONASTERO DI GUANYIN, IL GRANDE SANTO SCACCIA DALLA TENUTA DEL VECCHIO GAO UN MOSTRO DI ORIGINE SUINA. Scimmiotto, preso congedo da Guanyin, appese il kasâya a un odoroso albero della canfora, levò il randello da dietro l'orecchio e si precipitò dentro il covo di Vento Nero. Dei diavoletti, era scomparsa ogni traccia. Quando avevano visto apparire la pusa, e il loro capo e padrone dapprima rotolarsi per terra, poi definitivamente sconfitto, si erano dispersi ai quattro venti. Ma l'umore vendicativo di Scimmiotto cercava uno sfogo: accatastò legna secca dappertutto, alle entrate, alle uscite, davanti e dietro, e vi mise fuoco; il Vento Nero diventò Vento Rosso. Poi raccolse l'abito buddista, salì sulla sua nuvola e la diresse a nord. Tripitaka attendeva il Novizio con impazienza crescente, e si chiedeva se Guanyin si fosse per caso rifiutata di intervenire, o se magari quel furbacchione avesse colto l'occasione per svignarsela. Mentre ipotesi e timori lo tormentavano, apparve in cielo una nuvoletta colorata, ne discese Scimmiotto e corse a inginocchiarsi ai piedi della scala: "Maestro, ecco il kasâya." Tripitaka si sentì finalmente sollevato, e gli altri monaci ancora di più: "Evviva! Meno male! Ora siamo sicuri di averla scampata." "Consapevole del Vuoto" domandò Tripitaka prendendo l'abito, "stamane, alla tua partenza, mi avevi promesso di ritornare entro mezzogiorno. Come mai ritorni soltanto quando il sole volge al tramonto?" Scimmiotto gli raccontò l'accaduto, con molti particolari, e il ruolo sostenuto da Guanyin. Tripitaka si fece portare un altare per l'incenso e pregò rivolto a sud; poi disse al suo discepolo: "Ora che abbiamo ricuperato il vestito, raccogliamo le nostre cose e andiamocene." "Quanta fretta! Presto scenderà la sera, non è il momento di mettersi in cammino. Lo faremo domattina di buon'ora." I monaci si inginocchiarono a insistere: "Signoria, ha ragione Scimmiotto, è tardi. E poi noi avevamo fatto un voto. Poiché abbiamo ritrovato la pace e il tesoro, ci auguriamo che, per adempiere questo voto, vogliate officiare una cerimonia di ringraziamento." "Giusto. Concesso." acconsentì Scimmiotto. I monaci vuotarono tasche e sacche, il poco che avevano salvato dall'incendio, e offrirono l'occorrente per preparare un banchetto, bruciare carta votiva per implorare pace e protezione, e recitare sutra per scongiurare ogni disgrazia e calamità. La cerimonia fu senz'altro celebrata. La mattina seguente i pellegrini strigliarono il cavallo, lo sellarono, fecero fagotto e uscirono dal convento. La folla dei monaci li accompagnò per un bel pezzo; Scimmiotto camminava in testa. La primavera era in fiore: Sull'erba tenera, tracce di zoccoli; I fili d'oro pendono dai salici, Sono fioriti peschi ed albicocchi, Scompaiono i sentieri sotto l'erba. Dormono al sole anitre mandarine In coppia sulla sabbia accovacciate. I profumi stordiscon le farfalle. Si viaggiò nell'autunno e nell'inverno, Ora la primavera è alla metà: Quando sarà finito il lungo viaggio? Maestro e discepolo camminavano da cinque o sei giorni in una regione desolata quando, al calar del sole, videro in lontananza un cascinale. "Consapevole del Vuoto" suggerì Tripitaka, "guarda quei casolari laggiù ai piedi della montagna: potremmo farci ospitare per la notte e ripartire domattina. Che ne pensi?" "Prima di decidere, lasciatemi controllare se è tutto in ordine." Il maestro tirò le redini e il Novizio concentrò lo sguardo per esaminare attentamente il luogo. C'erano Le siepi di bambù, tetti di stoppie, Le grandi chiome d'alberi all'ingresso, Case riflesse nel rivo sinuoso. Il salice sul bordo della strada È verde tenero. I fiori sbocciati Riempion tutta la corte di profumi. Nel crepuscolo cantano gli uccelli. Rientrano gli armenti. Sale il fumo Dalla cucina. Nello stabbio dormono I maiali. Sonnecchian le galline Sopra i trespoli. Giù per il sentiero Viene il vecchio vicino che ha bevuto Un po' troppo e canticchia filastrocche. Conclusi i suoi rilievi, Scimmiotto dichiarò: "Può andare. È certo brava gente, ci possiamo passare la notte." Il reverendo spronò il cavallo. Presto giunsero a un crocicchio, dove incontrarono un giovanotto che recava in testa un turbante di cotone; indossava una giacchetta bianca, teneva un ombrello sottobraccio, sacco in spalla, pantaloni rimboccati e ai piedi sandali di paglia a tre orecchie. Si stava allontanando in fretta dall'abitato, a passi decisi. Il Novizio lo agguantò: "Dove corri? Ti devo chiedere una piccola informazione: come si chiama questo posto?" "Non potete chiedere a qualcun altro?" gridò l'uomo cercando di liberarsi. "Lasciatemi stare!" "Non prendetevela, caro donatore" replicò il Novizio con un sorriso largo da un'orecchia all'altra. "Aiutare gli altri, non è come aiutare se stessi? Che male ci sarebbe a spifferarmi il nome di questo posto? Magari il problema che vi affligge lo posso risolvere io." "Non me ne va una dritta!" gridava il giovanotto pestando i piedi per la rabbia e cercando senza successo di sfuggire alla presa di Scimmiotto. "Prima mi frega il padrone, e poi mi capita addosso questa zucca pelata che gioca a fare la madonnina infilzata." "Se sei capace di farmi aprire questa mano, ti lascerò andare" propose Scimmiotto. L'uomo gliela torse da una parte e dall'altra, ma non riuscì a smuovere un dito, manco fosse la morsa di una pinza d'acciaio. L'uomo, esasperato, gettò fagotto e ombrello per liberare le braccia e cercò di tempestare di pugni il Novizio, che si limitava a tenerlo a distanza con una mano, mentre con l'altra reggeva i bagagli. Il giovanotto non riusciva a mettere un colpo a segno. Tripitaka si sentì in dovere di intervenire: "Consapevole del Vuoto, sta arrivando un'altra persona. Chiederemo a quella. Lascialo andare, che senso c'è a trattenerlo per forza?" "Non capite, maestro" replicò il Novizio ridendo. "Non serve a niente interrogare un altro. È proprio lui che fa al caso nostro." Poiché Scimmiotto non mollava, il giovanotto dovette sputare il rospo: "Qui siamo nel Tibet, e questa è la tenuta del vecchio Gao, perché la maggior parte della gente del posto si chiama Gao. E adesso lasciatemi andare." "Equipaggiato come sei, non stai certo facendo due passi nel vicinato. Dimmi dove vai e che cosa cerchi. Quando mi avrai detto anche questo, ti lascerò." "Mi chiamo Gao Cai. In casa nostra la figlia più giovane del padron di casa, che ha appena compiuto vent'anni e non è ancora sposata, da tre anni è stata accaparrata da un mostro. Fa la parte del genero, questo mostro, ma il padrone ne è scontento perché, dice, la situazione non può durare. Ne soffre la nostra reputazione e si perde la possibilità di imparentarsi con un'altra famiglia. Il padrone se ne vorrebbe sbarazzare, ma non c'è verso. Anzi, il mostro ha sequestrato la ragazza nella sua capanna e da sei mesi non la lascia uscire, nemmeno per vedere i suoi. Il padrone mi ha affidato qualche tael d'argento, perché vada in cerca di un esorcista capace di scacciarlo. È un pezzo che vado e vengo; ho portato qui tre o quattro persone che non hanno saputo risolvere il problema: monaci buddisti fannulloni, o preti taoisti balordi. Mi ha coperto di rimproveri, mi ha dato un altro mezzo tael e mi ha mandato a cercare un maestro della legge che sia capace di vincere questo fottuto mostro. Mi ci mancava soltanto di restare bloccato per strada! Ecco i miei problemi. Non ho tempo per essere più gentile. Non immaginavo che tu avessi una presa così forte, e ti ho raccontato tutta la storia perché mi lasci andare. Soddisfatto?" "Questa volta sei stato fortunato: sono io quello che fa per te. Puoi vantarti che ti è uscito il numero buono, il quattro col sei. È inutile che tu vada in giro a spendere soldi. Noi non siamo né monaci fannulloni, né taoisti balordi. Per scacciare mostri, siamo provetti. Puoi proprio dirlo: sei gentile col medico, e ti guarisce l'orzaiolo. Ritorna in casa e dì al tuo padrone che siamo santi monaci, fratelli dell'imperatore delle terre dell'Est, incaricati di pregare il Buddha e di cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest, e specializzati nel soggiogare mostri e incatenare diavoli." "Non raccontarmi balle, ne ho fin sopra la testa! Se mi prendete in giro e non sapete acchiappar mostri, la colpa sarà di nuovo mia." "Ma te lo garantisco, non racconto storie. Su, accompagnaci dentro." Gao Cai non poté che raccogliere fagotto e ombrello, e ritornare sui propri passi per condurre maestro e discepolo all'ingresso. "Reverendi, sedetevi un momento su questa panca, mentre avverto il padrone." Solo a questo punto Scimmiotto lasciò la presa, posò i bagagli e sostò accanto al maestro, che si era seduto accanto alla porta. Quando Gao Cai entrò in casa, il vecchio Gao lo coprì di invettive: "Pezzo di somaro, che cosa fai qui, invece di essere in viaggio per la tua ricerca?" "Lasciatemi parlare, padrone" replicò il giovanotto posando sacca e ombrello. "Mentre partivo ho incontrato due monaci, uno a cavallo e l'altro a piedi con i bagagli; quest'ultimo mi ha afferrato stretto e mi ha chiesto dove andavo. Io non volevo rispondere, ma lui non mi ha mollato finché non gli ho raccontato i fatti di casa. Lui si è rallegrato e ha detto che garantisce la cattura del mostro." "Da dove vengono, quei due?" "Si tratterebbe di santi monaci, fratelli dell'imperatore delle terre dell'Est che li ha incaricati di andare a chiedere le scritture al Buddha nel Paradiso dell'Ovest." "Se vengono davvero da tanto lontano, questi monaci, devono pur avere qualche potere. E adesso dove sono?" "Aspettano alla porta." Il vecchio corse a riceverli, accompagnato da Gao Cai e trattandoli da reverendi. Udendo questo appellativo, Tripitaka si volse e si trovò davanti un vecchietto con un copricapo di raso nero, un abito di broccato del Sichuan bianco cipolla, stivali di vitello conciato e una cintura verde-nera. Sorrideva e diceva: "Saluto rispettosamente il reverendo." Tripitaka ricambiò la cortesia, ma Scimmiotto se ne stava sulle sue. Il suo aspetto ripugnante dissuase il vecchietto dal rivolgersi anche a lui. "E il vecchio Scimmiotto non ha diritto al saluto?" Il padron di casa se la prese con Gao Cai: "Mi hai giocato un altro tiro mancino, pendaglio di forca. Già ci dobbiamo sbarazzare di quel brutto genero con la testa bislacca, e tu mi porti anche quest'altro duca del tuono per terrorizzarci." "Questa è mancanza di giudizio. Temo che il vecchio Gao sia invecchiato inutilmente. Eppure l'hai avuto, il tempo di imparare che è sbagliato giudicare la gente dalla sua faccia. Il tuo vecchio Scimmiotto, per brutto che sia, qualcosa sa fare. Per esempio, catturare il mostro, levarti di torno il genero, restituirti la figlia; per te non sarebbe male, vero? E allora perché ti lamenti del mio aspetto?" Il vecchietto si intimidì; dovette raccogliere tutto il coraggio che poté per gridare: "Vogliate entrare!" Scimmiotto lasciò i bagagli a Gao Cai ed entrò con Tripitaka. Senza curarsi delle buone maniere, si tirò dietro il cavallo per la briglia e lo legò a un pilastro della sala, si impadronì della poltrona di lacca opaca del padron di casa per farvi accomodare il suo maestro, e le avvicinò una seggiola su cui si sedette. "Ma bene, il giovane reverendo si sente proprio a casa sua!" esclamò il vecchio signor Gao. "Se mi tieni qui altri sei mesi, mi sentirò proprio a casa mia" replicò il Novizio. Quando si furono sistemati, prese la parola il vecchio Gao: "Reverendi, mio figlio mi ha detto che venite dalle terre dell'Est." "È così" rispose Tripitaka. "La corte ci ha affidato la missione di raggiungere il Paradiso dell'Ovest per salutare il Buddha e cercare i sutra. Perciò ci siamo permessi di passare dalla vostra nobile tenuta, nella speranza di ottenere un rifugio per la notte e ripartire domani all'alba." "Dunque stavate semplicemente cercando un posto per dormire. E allora, perché avete detto che sapete catturare i mostri?" "Dal momento che siamo qui per passare la notte" intervenne Scimmiotto, "tanto vale che tiriamo l'ora di andare a letto facendo fuori qualche mostro. Posso spingere l'indiscrezione fino a chiedere quante creature di quella specie mantenete nella vostra nobile residenza?" "Santo cielo, quante ne dovrei mantenere? Da solo, quel genero mi ha già ridotto in rovina." "Raccontatemi da principio tutta la storia del mostro, e spiegatemi quali sono i suoi poteri, perché possa acchiapparlo a ragion veduta." "Per quanto so e ricordo, nella nostra proprietà non si erano mai visti demoni, diavoli o mostri. La disgrazia del vecchio ottuso che sono è di non avere figli maschi. Ho avuto solo tre figlie: Orchidea Profumata, la maggiore; Orchidea di Giada, la seconda; e la beniamina, Orchidea Azzurra. Le due più grandi erano fidanzate già in tenera età a persone del villaggio, ma per la minore avrei voluto un genero che fosse disposto a vivere con noi: qualcuno che fosse attivo, capace e servizievole, e si prendesse cura della mia vecchiaia. Tre anni fa capitò qui un tizio che, devo dire, si presentava abbastanza bene; diceva di chiamarsi Porcellino e di venire dai monti Fuling. Non aveva più genitori, né fratelli; perciò era disposto a entrare in famiglia come genero. Mi pareva appunto il tipo di persona che mi occorreva, senza altri obblighi né legami. Nei primi tempi lavorava molto: arava ed erpicava senza attrezzi né bufali, mieteva senza falce. Si alzava all'alba e rientrava a notte. Non si può dire che andasse male. L'unico inconveniente era quella faccia, specialmente la bocca, che a poco a poco cambiava." "Cambiava come?" chiese Scimmiotto, interessato. "All'arrivo era un discreto pezzo d'uomo, un moro; ma un po' per volta prese un aspetto da scemo, con un grugno lungo lungo e orecchie larghe; dietro la nuca gli sbucarono certe lunghe setole rade. Il corpo prese proporzioni enormi. La testa, in poche parole, è quella di un grosso maiale. E l'appetito! In un pasto si mangia quattro o cinque moggi di riso. Solo per la prima colazione, gli occorrono un centinaio di focacce. E grazie al cielo che mangia di magro! Se chiedesse carne e vino, nel giro di sei mesi al vecchio stupido che sono non resterebbe niente, di tutta la produzione delle sue proprietà." "Non sarà che mangi semplicemente in proporzione al lavoro che fa?" chiese Tripitaka. "Ma quanto mangia non è il peggio. Ha imparato a giocare col vento, sale sulle nuvole, solleva sabbia e fa rotolare pietre; terrorizza noi e tutti quanti qui intorno, i vicini di destra e quelli di sinistra. Non si vive più tranquilli. E soprattutto ha sequestrato la mia Orchidea Azzurra nella baracca in fondo al cortile; non l'ho più vista da sei mesi, non so nemmeno se sia ancora viva. Queste sono cose da mostro. Ci occorre un esorcista, un maestro della legge, che lo cacci via, lo levi di torno." "Niente paura!" replicò il Novizio. "Lo acciuffo questa notte stessa, ve lo garantisco. Volete che lui vi firmi un atto di rinuncia al matrimonio, prima di restituirvi la figlia?" "Le formalità non fanno differenza, ma pensate che danno per la nostra reputazione, quanti parenti hanno rotto i rapporti con noi. Se lo catturate, non mi importa di aver firme. Basta che sradichiate questa radice di tanti guai" rispose soddisfatto il vecchio Gao. "È facilissimo, ve l'ho detto; vedrete il risultato questa notte." Il vecchio si sentiva alle stelle; fece preparare la tavola e disporre le sedie per un pasto di magro. Dopo cena, mentre calava la notte, il vecchio chiese: "Quali armi vi occorrono? Quanta gente devo riunire per spalleggiarvi? Converrà che ci prepariamo." "Ho già tutto quello che mi serve" rispose Scimmiotto. "Ma fra tutti e due avete soltanto un bastone da pellegrino; con quello il mostro non lo vincete." Il Novizio si cavò allora da dietro l'orecchio un ago da ricamo, e lo trasformò in un baleno in una grossa sbarra di ferro cerchiata d'oro. Poi chiese, rivolgendosi al vecchio Gao: "Che ne dite di questo randello? Varrà pure le armi che potete avere voi. C'è di che picchiare anche un mostro, non vi pare?" "L'arma l'avete; ma non vi occorre gente?" "Non per aiutarmi. Vorrei però che qualche persona molto anziana e virtuosa tenesse compagnia al mio maestro e lo intrattenesse, mentre sono occupato. E voi aspettate che catturi la creatura malefica e la costringa a una pubblica confessione dei suoi misfatti, in modo da sbarazzarvi una volta per tutte da questo malanno." Il vecchio mandò subito i garzoni della fattoria a cercare amici e conoscenti, che presto giunsero. Dopo le presentazioni, Scimmiotto disse: "Maestro, voi mettetevi comodo, devo andare." Brandì la sua sbarra di ferro e si tirò dietro il vecchio Gao: "Portatemi a quella baracca in fondo al cortile, che veda com'è fatta." Il vecchio Gao lo guidò alla porta della baracca. "Tirate fuori la chiave." "Se avessi la chiave, non avrei bisogno di voi." "Vecchio mio" gridò Scimmiotto ridendo, "arrivare alla vostra età senza imparare a capire una burla! Scherzavo, e voi mi prendete sul serio." Si fa avanti tastoni e constata che la serratura è rafforzata da colate di bronzo. Perde la pazienza, picchia con il randello e sfonda i battenti. All'interno regna la completa oscurità. "Venite qui, chiamate. Dovrebbe esserci vostra figlia." Raccogliendo tutto il suo coraggio, il vecchio gridò: "Mia piccola terza!" La ragazza riconobbe la voce di suo padre e rispose con un debole mormorio: "Sono qui, papà." Dilatando le sue pupille d'oro, Scimmiotto scrutò nelle tenebre. Che aspetto aveva la ragazza? mi chiederete. Ecco qui: La crocchia dei capelli spettinata, Il viso non conosce più il sapone, Solo il cuore è rimasto inalterato. La sua bellezza è dolce ma sciupata, Pallide labbra, la schiena s'incurva, Le pene stampan rughe sulla fronte. Appare magra e tanto indebolita Che la voce si spezza quando parla. Si fece avanti, riconobbe il vecchio signor Gao, gli si appese al collo e incominciò a singhiozzare. "Non è il momento di piangere, adesso. Rispondi invece a una domanda" disse Scimmiotto. "In che direzione si è allontanato il mostro?" "Non lo so. In questi ultimi tempi parte sempre all'alba e ritorna di notte. Va per nuvole, non si vede che direzione prende. Fa così perché è sempre in guardia, sa che mio padre lo vuol far cacciare dagli esorcisti." "Va bene, è inutile discuterne. Portate in casa vostra figlia e confortatela; io resto qui ad aspettare. Se non rientra, non è colpa mia; ma se mostra il suo grugno, l'erba sarà tagliata e la radice estirpata." Il vecchio signor Gao, tutto contento, portò la figlia in casa. Scimmiotto si trasformò nel sosia della ragazza e si sedette solo soletto nella stanza ad aspettare il mostro. Dopo un po', un colpo di vento sollevò la sabbia e fece rotolare le pietre. Proprio un bell'uragano! Sembra all'inizio una brezza leggera, Ma in breve prende forza sibilando. Corre la terra e non conosce ostacoli, Spezza il salice, sradica le piante Come cogliesse cavoli nell'orto. Solleva l'acque, inquieta cielo e terra. Alla cerva cancella ogni sentiero, Disorienta i va e vieni delle scimmie. Sul Buddha fa crollare la pagoda, Danneggia il tetto, abbatte le bandiere, Scuote i pilastri dalle fondamenta: Tegole volan via come le rondini. Dentro il battello che rischia il naufragio Tremante il barcaiolo per salvarsi Promette sacrifici di montoni. Perfino i draghi fanno una preghiera. Al termine dell'uragano, scese dall'alto un mostro proprio brutto: aspetto scuro e setoloso, muso lungo, orecchie larghe. Indossava una lunga tunica diritta di tela grossolana, di incerto colore scuro, stretta alla vita da una fascia di cotone a fiori. "Dunque devo vedermela con questo qui" pensò Scimmiotto ridendo dentro di sé. Il bravo Novizio non si gettò addosso al mostro, ma si stese sul letto e gemette, fingendo di sentirsi male. Ignorando come stavano le cose, la strana creatura entrò nella stanza, lo prese in braccio e si provò a dargli un bacio sulla bocca. "Così, il vecchio Scimmiotto ti alluzza con le sue grazie!" E approfittò della presa che gli offriva il lungo grugno del mostro per fargli fare quella che si chiama piccola capriola, scaraventandolo sul pavimento. "Tesoro, perché oggi ce l'hai con me?" chiese il mostro aggrappandosi al letto per rimettersi in piedi. "Forse perché torno troppo tardi?" "Ma io non ce l'ho con te" rispose Scimmiotto. "Se non ce l'hai, perché mi respingi così?" "Ma si può essere tanto balordi da buttarsi ad abbracciare una persona che si sente male? Se no mi sarei alzata e ti sarei venuta incontro. Spogliati e vieni a letto." Senza indovinare le sue intenzioni, il mostro incominciò a spogliarsi. Ma il Novizio balzò su e si accomodò sul vaso da notte. Il mostro si provò ad allungare una palpatina, ma nel letto non trovò nessuno: "Stellina, dove sei? Dài, spogliati anche tu e vieni a letto." "Tu per primo. Io la sto facendo." Il mostro si coricò. "Bella fortuna che ho!" borbottava Scimmiotto. "Come, non avresti fortuna? Di che cosa ti puoi lamentare? Da quando sono entrato in famiglia, avrò consumato un po' di tè e di riso, ma non ho certo mangiato a ufo. Alla prosperità della tenuta provvedo io: per voi ho spazzato e rastrellato, portato tegole e mattoni, costruito terrapieni, alzato muri, arato ed erpicato, seminato il grano, piantato il riso. Non è forse di broccato, adesso, il tuo vestito? Non porti oro fra i capelli? In ogni stagione non ti mancano né fiori né frutta. Nelle otto feste trovi in cucina le tue verdure fresche. Che cosa ti manca, per lamentarti e borbottare?" "Non si tratta di queste cose. Dall'altra parte del muro i miei non fanno che rimproverarmi." "Ma perché?" "Dal momento che ci siamo sposati, pensano che dovresti fargli da genero, e non mancargli completamente di riguardo come fai. E poi, uno così brutto, senza uno straccio di zio, nemmeno un parente acquisito! Sempre a bighellonare sulle nuvole! Non si sa da dove vieni, né come ti chiami: c'è da rovinare il buon nome della famiglia. Queste sono le cose che non mi piacciono, di questo mi lamento." "Può darsi che non sia una bellezza, ma se volevano un elegantone potevano cercarselo. Quando sono arrivato qui ho parlato schiettamente, e sono entrato in famiglia perché erano d'accordo; adesso non possono cambiare idea! Una famiglia ce l'ho anch'io. Vengo dalla Grotta della Passerella di Nuvole sui monti Fuling e mi chiamo Porcellino: un nome che mi si adatta, come del resto il cognome, Setole Rade. Se i tuoi parenti lo vogliono sapere, diglielo." "Bravo mostriciattolo!" pensava Scimmiotto. "Non occorre poi torturarlo, per farlo cantare. Ora che so nome e indirizzo, non mi scappi più." "Vogliono chiamare un maestro della legge per catturarti" riprese Scimmiotto rivolto al mostro. "Vieni a letto" replicò lui ridendo. "Dormiamo, lasciali perdere quelli là! Conosco tante trasformazioni quante sono le stelle dell'Orsa Maggiore, e col mio tridente a nove punte non c'è maestro della legge, monaco buddista o prete taoista che vorrebbe fare i conti. Se il tuo vecchio è così pio, si provi a far scendere dal nono cielo il Patriarca Ammazza Diavoli: ma anche lui è un vecchio amico, e non mi farebbe niente di male." "Parlano di chiedere aiuto al Grande Santo Uguale al Cielo, un certo Scimmiotto, che cinquecento anni fa fece una bella cagnara in paradiso." "Se è questo che dicono, vado via" replicò il mostro allarmato. "Mi dispiace, ma non possiamo più restare insieme." "Perché scappi via così?" "Ma non capisci? Questo equipuzio, che combinò il parapiglia nel palazzo celeste, ha poteri con cui non posso competere; non ho intenzione di fare cattiva figura." Si riveste in fretta e furia, e infila l'uscio. Scimmiotto lo agguanta e riprende il suo normale aspetto. "Dove vai, giovanotto? Dammi un po' un'occhiata." Il mostro si vede davanti la fila di denti candidi nella bocca ghignante, gli occhi di fuoco con le pupille d'oro, la testa appuntita e il muso peloso: sembra il dio del tuono. Si sente le gambe molli, le mani paralizzate, ma con la forza della disperazione dà uno strattone, che lascia in mano a Scimmiotto il vestito strappato, si trasforma in un turbine di vento e vola via. Scimmiotto lo insegue, tira fuori il suo randello e mena gran colpi al vento. Trasformato in una miriade di raggi di fiamma, il mostro si avventa verso i suoi monti. Scimmiotto lo tallona su una nuvola e grida: "Dove vuoi andare? Se sali in Cielo, ti verrò a cercare fin nella casa del Cucchiaio, o in quella del Toro. Se ti infili sotto terra, ti inseguirò fino agli Inferni di Malamorte." Che galoppata! Se in fin dei conti non avete idea dell'esito dell'inseguimento, ascoltate ciò che ne dirà il prossimo capitolo. 第019回 IL SUTRA DEL CUORE · SCIMMIOTTO CATTURA OTTO DIVIETI NELLA GROTTA DELLA PASSERELLA DI NUVOLE, E SUL MONTE DELLO STUPA TRIPITAKA RICEVE IL SUTRA DEL CUORE. Raggi di fiamma inseguiti da una nube multicolore: il mostro inseguito da Scimmiotto. All'improvviso apparve davanti a loro un'alta montagna. I raggi di fiamma si raccolsero insieme, il mostro riprese la sua solita forma, si precipitò in una grotta e ne uscì un momento dopo armato di un rastrello a nove punte. "Maledetta creatura!" gli gridò il Novizio. "Da dove sbuchi, mostro perverso? Come hai saputo il mio nome? Che poteri hai? Confessa la verità, se vuoi risparmiare la pelle." "Ignori i miei trascorsi e le mie virtù? Avvicinati e tienti forte: ti racconterò tutto. Da giovane il mio spirito era ottuso, Mi piaceva poltrire e mangiar molto. Senza pensieri passavo il mio tempo: Certo non praticavo la virtù, Né alimentavo in me natura e spirito. Fu un immortale che incontrai per caso A indirizzarmi sulla retta via. Mi esortava a riflettere, spiegava Che la vita è il peggiore dei peccati. "Quando sarà compiuto il tuo destino, Gli impedimenti renderanno vano Rimpiangere occasioni ormai perdute." Mi convinse, mi spinse ad imparare E a praticare. Riconobbi in lui Il maestro che mi era destinato Per insegnarmi la terra ed il cielo. Cinabro nove volte trasmutato Preparai, lavorando giorno e notte: Ero impegnato dalla testa ai piedi. Dentro il lago fiorito che si trova Sotto la lingua va l'acqua dei reni E rende caldo il campo di cinabro. Bianca fanciulla con fanciullo alchemico: Son Yin e Yang, che uniti insieme vanno Come mercurio e piombo, luna e sole. In miscela armoniosa drago e tigre, La tartaruga succhia tutto il sangue Del corvo d'oro. I tre fiori riuniti La comune radice qui ritrovano. I cinque soffi cospirano in uno. Esperto in queste pratiche, potei Salire al Cielo e rendermi immortale. Sotto i miei piedi nascevano nuvole, Lieve il mio corpo sulla Porta d'Oro. L'Imperatore di Giada invitava A un gran banchetto le divinità Secondo il rango. Ricevetti il titolo Di Ammiraglio dei Canneti Celesti. Quando la grande Festa delle Pesche Fu celebrata allo Stagno di Diaspro, Eccedetti nel bere, la mia testa Restò confusa, persi ogni controllo. Mi trovai nel palazzo della Luna, Che prende nome Castità Glaciale, Dove vidi una splendida ragazza Che svegliò in me gli istinti di una volta. Senza pensare alla classe sociale, Su quella smorfiosetta virtuosa Allungavo le mani, e le proposi Senza riguardi di portarla a letto. Essa si rifiutò tre o quattro volte, Mi respingeva, correva a nascondersi, Era proprio seccata. Io mi sentivo Una gran voglia, non mi contenevo, Avrei buttato giù tutte le porte. Le mie allegre schermaglie non sfuggirono A quel brutto impiccione di Maestro Di Perspicacia, che andò a riferire Come stavo insidiando la virtù Della dea, nientemeno, della Luna! L'Imperatore di Giada decise Della mia sorte; mandò a circondare Tutto il palazzo senza vie d'uscita: Fui catturato con le braghe in mano. Alla corte imperiale fui tradotto, E certo sarei stato condannato A morte, se non fosse intervenuto Impetrando la grazia il dio di Venere. Mi diedero comunque senza indugio Ben duemila vergate: le ossa rotte, Le carni lacerate e sanguinanti. A stento ne uscii vivo. Fui bandito Dal Cielo e in questi monti ebbi rifugio. Se mi incarnai così modestamente, Dentro spoglie suine, ciò è dovuto Al crimine che ho appena raccontato." "Dunque tu sei l'avatara della divinità acquatica dei Canneti Celesti!" esclamò Scimmiotto. "Non mi stupisce che conoscessi il mio nome." "Accidenti a te, equipuzio della malora, sapessi quante noie dovemmo subire l'anno in cui provocasti tutti quei disordini! E adesso ci riprovi. Se non righi dritto, dovrò farti assaggiare il mio rastrello." Scimmiotto, al momento, non si sentiva di umore tollerante; perciò alzò la sbarra di ferro e la calò mirando alla testa. Incominciò un duello che si prolungò nella notte scura. Che botte, avi miei! Gettano lampi le pupille d'oro Di Scimmiotto; del mostro gli occhi tondi Fan crepitare dei fiori d'argento. Nuvole colorate emette l'uno, La nebbia rossa va sputando l'altro. Sbarra contro rastrello in forti mani. L'uno Ammiraglio, l'altro Grande Santo: Gente che è stata in Cielo, in vita sua! Benché l'uno per scarsa correttezza Sia divenuto un mostro, mentre l'altro Superate le prove è divenuto Il compagno del monaco cinese. Graffia il rastrello come unghie di drago, Sfonda ogni cosa la sbarra di ferro. L'uno grida: "Tu rompi un matrimonio: Peggio che un parricidio!" L'altro replica: "Metto fine a uno stupro! Ed è un reato Che per te, a quanto pare, è abituale." Grida e tumulto. I colpi vanno e vengono. Il duello continua fino all'alba, Quando il mostro si sente le ossa rotte. Si batterono dalla seconda veglia fino al primo albeggiare. Poi il mostro non ne poté più, ritornò a trasformarsi in vento di uragano per poter riguadagnare la grotta e ci si chiuse dentro. Sulla porta Scimmiotto notò una targa con l'iscrizione: GROTTA DELLA PASSERELLA DELLE NUVOLE Vedendo che il mostro non ricompariva e che ormai era sorto il sole, il Novizio si disse: "Il maestro sarà impaziente: converrà che ritorni un momento da lui. Tanto questa creatura non mi può sfuggire." Perciò ritornò alla casa del vecchio Gao. Tripitaka aveva passato tutta la notte conversando con gli anziani del presente e del passato. Si stava appunto domandando che ne fosse stato di Scimmiotto, quando lo vide ritto nella corte. Il Novizio fece sparire la sbarra di ferro, si rassettò ed entrò nella sala gridando: "Maestro, eccomi qua!" Presi alla sprovvista, gli anziani si inchinarono premurosamente, ringraziando senza saper di che: "Quanta pena dovete esservi dato!" "Consapevole del Vuoto" chiese Tripitaka, "dov'è questo mostro? L'avrai ben catturato, visto che ci hai impiegato tutta la notte." "Maestro, quella creatura non è un mostro qualsiasi, né una qualche strana bestia di montagna. È l'ammiraglio in capo dei Canneti Celesti, anche se ha una strana testa di cinghiale, dovuta a qualche incidente di percorso durante la reincarnazione. Ma non ha dimenticato la sua natura spirituale, e dice di chiamarsi Porcellino Setole Rade solo per l'aspetto che ha preso per sbaglio. Quando ho impugnato il mio randello, nella baracca in fondo al cortile, si è trasformato in uragano ed è fuggito. Ho legnato ben bene l'uragano, e lui si è trasformato in raggi di fuoco, è tornato al suo rifugio e ne è uscito con un rastrello a nove denti. Abbiamo combattuto tutta la notte. All'alba ha gettato la spugna e si è rifugiato nella sua grotta. Avrei potuto provarmi a forzare l'ingresso per decidere lo scontro, ma ho temuto che voi foste in ansia. Perciò ho preferito rientrare un momento a riferire." Il vecchio signor Gao si fece avanti e si inginocchiò: "Che devo dire, reverendo? Scacciato, lo avete scacciato; ma se ritorna quando sarete partiti, che cosa potremo fare? Scusatemi se insisto a chiedervi di catturarlo. Saremo tranquilli solo quando questa disgrazia sarà estirpata dalla radice. Credetemi, saprò dimostrare la mia riconoscenza. Dividerò con voi in parti uguali i miei beni e le mie proprietà: sono pronto a garantirlo per iscritto, con la testimonianza di amici e parenti. Basta che salviate il buon nome della nostra famiglia, sarchiando l'erbaccia con la sua radice." "Questo vecchio non sa riconoscere a ciascuno il suo" replicò Scimmiotto ridendo. "Ne ho ben parlato con il mostro: certo ha una fame robusta e si è divorato un bel po' di riso e di tè; ma è molto di più quello che ha fatto per voi. In questi ultimi anni hai guadagnato molto, ed è solo merito suo. Non è certo vissuto a sbafo. Ti converrà davvero di cacciarlo via? A starlo a sentire, è un dio venuto qui apposta per aiutarvi; a parte il fatto che finora a tua figlia non ha torto un capello. A conti fatti non è un genero da buttar via, non rovina il buon nome di nessuno e non c'è proprio da vergognarsene. Non sarebbe meglio ripensarci?" "Reverendo, non mi lamento della moralità di quel signore, ma certo una buona fama non ce la procura. La gente dice: 'Hai visto che mostro, il genero dei Gao?' Non si può andare avanti così." "Consapevole del Vuoto" intervenne Tripitaka, "quello che ti impegni a fare lo devi portare a conclusione." "Mi divertivo a metterlo alla prova" replicò il Novizio. "Ve l'ho detto che ho fatto un salto qui solo per informarvi. Ora ritorno sul posto, lo catturo e ve lo porto." Si rivolse a Gao: "Tu bada al mio maestro, io me ne vado." Subito scomparve e, d'un balzo, era già sulla montagna e giungeva all'ingresso della grotta. Impugnò la sbarra di ferro, colpì i battenti della porta e li fece volar via in minute schegge. "Sacco di segatura, vieni fuori a misurarti con il vecchio Scimmiotto!" Il mostro russava pacificamente in fondo alla caverna. Quando udì quel baccano all'uscio e si sentì chiamare sacco di segatura, lo prese una gran collera; raccolse tutte le sue energie e corse fuori con il rastrello. "Maledetto equipuzio, sei peggio della peste!" gridava. "Che cosa ti ho fatto io, perché tu mi venga a rompere la porta? Dài un'occhiata ai codici: l'effrazione di una porta d'ingresso principale è punibile con la pena capitale." "Povero fesso" replicava Scimmiotto. "Certo che ho rotto la tua porta, ma c'è una giusta causa. Tu invece ti sei impadronito di una ragazza senza testimoni né mezzana, e senza celebrare i riti del tè e del vino; questo sì, è punito con la pena capitale: zac, giù la testa!" "Tutte balle! Bada piuttosto al rastrello del vecchio Porcellino!" "Col tuo rastrello ci puoi giusto raspare la terra del vecchio Gao e piantargli l'insalatina" schernì Scimmiotto parando il colpo. "Non crederai mica di farmi paura con quel ferrovecchio." "Si vede che non te ne intendi. Altro che ferrovecchio! Sta a sentire: Un'arma forgiata con l'arte più fine In ferro temprato con ghiaccio divino. Laozi di persona batteva il martello, A lui il dio del fuoco porgeva il metallo. Poteri vi misero i cinque orienti, Sapere vi infusero il giorno e la notte. Preziosi i suoi denti son come la giada In oro legata. Ornato di stelle, Presenta le quattro stagioni dell'anno Nonché le otto feste. Le sue proporzioni Conformi alla terra e al cielo, ubbidiscono Del nostro universo all'ordine arcano. Quest'aureo rastrello, supremo tesoro, All'Imperatore di Giada fu offerto. Fu quando alla corte io fui ricevuto E fui nominato Ammiraglio imperiale, Che l'arma celeste mi fu conferita. In alto brandito, esso fa fuoco e fiamme; Se invece lo abbassi, fa vento con neve. Lo temono in Cielo i grandi guerrieri, E sa spaventare i sovrani infernali. Acciaio migliore al mondo non trovi, Né un'arma che possa con questa competere. L'ho avuta compagna in ogni vicenda, Disposta a esaudire ogni mio desiderio. Ormai da molti anni l'ho sempre al mio fianco, Che mangi o che dorma, la tengo con me. L'avevo alla corte celeste, alla festa In cui bevvi troppo e fui condannato, Con me la portai nell'esilio del mondo. Non l'abbandonai quando a viver mi diedi Mangiando i passanti, né quando pentito Mi presi una moglie, pur senza rituale. Con essa ho frugato il fondo del mare, I lupi e le tigri ho trafitto nel covo. Mi è cara quest'arma, per me nessun'altra Può sostituirla. È facile vincere Con questo rastrello; non lascia nemmeno Fierezza al guerriero: fa tutto da solo. Avessi la testa di bronzo ed il corpo Di ferro, sta in guardia: lui ti piegherà!" "Non sei stufo di ciaccolare, babbeo?" gridò Scimmiotto abbassando il randello. "Ecco qua la mia testa, provaci, mena un colpo del tuo rastrello e sta a vedere che cosa riesce a piegare." Il mostro levò l'arma più alta che poté e l'abbattè a tutta forza. Bam! Il rastrello rimbalzò in un gran fascio di scintille, ma non riuscì nemmeno a graffiare la pelle del cranio di Scimmiotto. Porcellino restò lì con le mani indolenzite e le gambe molli a ripetere: "Dio, che cranio!" "Resti a bocca aperta, eh? Quando avevo messo in subbuglio il paradiso rubando pillole di immortalità, pesche e vino della riserva personale di sua maestà, il piccolo santo Erlang mi catturò e mi portò al Palazzo della Stella Polare, dove gli dèi si provarono a tritarmi, spiaccicarmi, sbudellarmi, trapanarmi, incendiarmi, folgorarmi, senza riuscire a farmi nemmeno il solletico. Laozi mi mise nel forno degli otto trigrammi, il fuoco divino doveva pur avere ragione di me; il risultato fu che, effettivamente, mi sono rimasti gli occhi un pochino irritabili. Ma per il resto: pupille d'oro, testa di bronzo e braccia di ferro. Se non sei convinto e pensi di poter combinare qualcosa, prova ancora senza complimenti." "Scimmia incredibile! Mi ricordo che a quel tempo abitavi la Grotta del Sipario Torrenziale, sul Monte di Fiori e Frutti, nel paese di Aolai del continente orientale. Da allora non si è più sentito parlare di te. Come sei arrivato qui ad attaccar briga con me? Possibile che ti sia davvero venuto a scovare mio suocero?" "No, no, è stato un caso. Io sono tornato sulla buona strada, abbandonando il taoismo per il buddismo, con il compito di proteggere un monaco; si tratta di un certo Tripitaka, fratello del grande imperatore dei Tang nelle terre dell'Est. Viaggiamo verso il Paradiso dell'Ovest per chiedere al Buddha le scritture, e ci è capitato di passare verso sera dal villaggio dei Gao. Il vecchietto è venuto a parlarci di te e mi ha pregato di salvare sua figlia dalle tue grinfie, sacco di segatura che non sei altro!" A queste parole il mostro lasciò cadere il rastrello, fece una grande riverenza e chiese: "Dov'è questo pellegrino in cerca delle scritture? Ti sarò molto grato se mi vorrai presentare a lui." "Perché lo vuoi vedere?" "Di fatto sono tornato anch'io sulla buona strada, per intervento della pusa Guanyin, che mi ha detto di restar qui, di fare una dieta vegetariana e di aspettare quest'uomo in cerca dei sutra per seguirlo al Paradiso dell'Ovest, in modo da rimediare ai miei sbagli, acquistar meriti e conseguire il giusto frutto. In realtà aspetto da vari anni, senza notizie. Visto che sei il suo discepolo, potevi dirmelo prima, invece di picchiarmi e di buttar giù la mia porta." "Non cercherai mica di abbindolarmi raccontando frottole? Se vuoi proprio accompagnare il monaco cinese, senza inganno, giuralo davanti al Cielo. Solo a questa condizione ti porterò dal mio maestro." Il mostro si gettò in ginocchio, rivolto a ovest, e si mise a battere la fronte per terra al ritmo di un pestello che batte nel mortaio: "Amitâbha, namo Buddha, se non ho parlato sinceramente e con ferma intenzione, se ho violato le leggi divine, possa il mio cadavere essere disperso in mille pezzi." "Se le cose stanno così" dichiarò Scimmiotto vedendolo giurare a quel modo, "dà fuoco alla tua residenza e vieni con me." Il mostro ammucchiò molte fascine e le incendiò, trasformando la Grotta della Passerella di Nuvole in una specie di forno da vasaio. "Ecco, ho rotto ogni legame: puoi portarmi con te" disse il mostro a Scimmiotto. "Passami il rastrello." Il mostro glielo tese. Scimmiotto si strappò un pelo e lo trasformò in una grossa corda di canapa tre volte ritorta, per legargli le mani dietro la schiena. Il mostro lasciava fare. Poi lo afferrò per un'orecchio e se lo tirò dietro gridando: "Via, di corsa, di corsa!" "Vacci piano! Hai la mano pesante, l'orecchio mi fa male!" "Come si fa a usare la mano leggera con te? Lo dice anche il proverbio: a buon grugno, mal pugno. Aspetta di aver visto il mio maestro; poi, se il tuo cuore è sincero, ti lascerò libero." Fra nubi e brume ripercorsero la strada verso la casa dei Gao. Sempre stringendo in una mano il rastrello e tirando l'orecchio con l'altra, Scimmiotto disse al mostro: "Guarda giù nella sala: quello che è seduto diritto in poltrona è il mio maestro." Il vecchio Gao, i parenti e gli amici videro improvvisamente comparire il Novizio, che teneva per l'orecchio il mostro con le mani legate dietro la schiena. Tutti si precipitarono loro incontro allegramente nella corte: "È proprio lui, reverendo, è il genero!" Il mostro si fece avanti, cadde in ginocchio e si prosternò, benché avesse le mani legate, gridando: "Maestro, perdonate se il vostro discepolo non è venuto ad accogliervi. Se avessi saputo che eravate ospite di mio suocero, sarei subito venuto a rendervi omaggio e mi sarei risparmiato molte noie." "Consapevole del Vuoto, come hai fatto per condurlo qui a rendermi omaggio?" Finalmente Scimmiotto lasciò andare l'orecchio, gli diede un colpetto con il manico del rastrello e gli disse: "Dài, scemo, parla!" Il mostro narrò in tutti i particolari come Guanyin l'avesse arruolato sulla via del bene. Tripitaka ne fu molto contento e chiese in prestito al vecchio Gao la tavola per bruciare l'incenso. Gao si affrettò a fargliela portare. Tripitaka si purificò le mani, accese l'incenso e si rivolse a sud per pregare e ringraziare Guanyin. Gli anziani si unirono alla preghiera. Poi Tripitaka ritornò a sedersi al posto d'onore e chiese a Scimmiotto di liberare il genero di Gao; egli si scrollò per ricuperare il suo pelo, e la corda cadde da sé. Il mostro rinnovò gli inchini a Tripitaka e dichiarò di volerlo seguire nel viaggio a ovest. Poi salutò il Novizio come fratello maggiore, perché lo aveva preceduto come discepolo del medesimo maestro. "Dal momento che hai deciso di seguirmi per ottenere i frutti del bene come mio discepolo" dichiarò Tripitaka, "devo assegnarti un nome in religione, con il quale d'ora in poi ti chiameremo." "Maestro, la pusa me ne ha già dato uno, quando mi ha posato la mano sulla testa e mi ha fatto accettare i divieti: mi chiamo Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità." "Va bene" esclamò sorridendo Tripitaka. "Il tuo condiscepolo si chiama Consapevole del Vuoto, e tu Consapevole delle Proprie Capacità: in effetti sono nomi corrispondenti all'uso della nostra setta." "Maestro" precisò Consapevole delle Proprie Capacità, "quando ho promesso alla pusa la pratica dei divieti, ho rinunciato ai cinque cibi forti e alle tre carni ripugnanti e ho sempre rispettato una dieta vegetariana, anche presso mio suocero. Ora che vi ho incontrato, maestro, permettetemi di abbandonare la dieta." "Non se ne parla nemmeno!" rispose Tripitaka. "Dal momento che non mangi i cinque cibi forti né le tre carni ripugnanti, ti darò un altro nome in aggiunta a quelli che hai già: sarai Otto Divieti." "Come volete voi" rispose la bestia. E ricevette il nome di Porcellino Otto Divieti. Il vecchio signor Gao, a vederlo rinunciare al male per seguire il bene, fu ancora più contento, e ordinò ai domestici di preparare un banchetto di ringraziamento per il monaco cinese. Otto Divieti lo prese da parte: "Papà, invita la mia umile sposa a venire a salutare lo zio e il prozio; d'accordo?" "Mio saggio fratello" commentò Scimmiotto ridendo, "ora sei un monaco della comunità del Buddha. Non la puoi mica avere, adesso, un'umile sposa. Solo i preti taoisti continuano a tenersi una famiglia. Lo hai mai visto un bonzo sposato? Piuttosto sediamoci e mangiamo questo pasto di magro; dovremo rimetterci in cammino di buon'ora verso il Paradiso dell'Ovest." Il vecchio signor Gao fece disporre le seggiole e offrì a Tripitaka il posto d'onore; il Novizio e Otto Divieti lo affiancarono. Poi si accomodarono i parenti. Il vecchio Gao sturò un orciolo di vino da libazioni e ne riempì una tazza, che offrì al cielo e alla terra prima di presentarla a Tripitaka; ma questi si scusò: "Non posso nascondervi, nonno, che praticavo l'astinenza già nel ventre di mia madre. Non ho mai assaggiato cibi forti." "Lo so, reverendo maestro. Conosco la vostra purezza e non mi permetterei mai di offrirvi cibi del genere. Ma questo è vino da libazioni: vi prego, una coppa non può farvi male." "Non oso bere vino. Per noi monaci del Buddha è il primo divieto." "Maestro!" s'inquietò Consapevole delle Proprie Capacità, "non ho rinunciato al vino, quando ho incominciato a rispettare le astinenze." "Il vostro vecchio Scimmiotto, per quanto non sia un gran bevitore (tutta una giara non la saprei vuotare), non ha mai rinunciato a bere nemmeno lui." "E allora, discepoli miei" concluse Tripitaka, "voi potete berlo, un po' di questo vino da libazioni. Ma è vietato ubriacarsi e comportarsi male!" I due ne accettarono dunque una coppa come aperitivo; poi ci si sedette a tavola e fu servito il pasto di magro. L'abbondanza di piatti e manicaretti sfida ogni descrizione. Alla fine del pasto, il vecchio Gao fece portare un vassoio laccato rosso cinabro su cui erano ammucchiate duecento once in pezzi d'oro e d'argento, offrendolo per le spese di viaggio dei tre monaci, insieme a tre cappe di seta. "Ma siamo monaci vaganti, che vivono di elemosina nei villaggi lungo il cammino" protestò Tripitaka. "Come accettare metalli e tessuti preziosi?" Il Novizio si avvicinò al vassoio, prese una manciata del suo contenuto e si rivolse a Gao Cai: "Ieri ti sei preso la pena di condurre qui il mio maestro, ciò che oggi gli ha procurato un nuovo discepolo. Poiché non abbiamo altro mezzo per ringraziarti, prendi questo oro e argento come ricompensa dei tuoi servigi. Di certo ti ci puoi comprare dei sandali nuovi. Se poi in futuro scoverai altri mostri e me li segnalerai, qualche modo per ringraziarti lo troverò sempre." Gao Cai accettò e ringraziò prosternandosi. "Maestri" riprese il vecchio Gao, "se non accettate denaro, almeno potrete accettare con un sorriso di indulgenza questi abiti grossolani, modesta espressione della mia riconoscenza." "Noi che abbiamo abbandonato le nostre famiglie" replicò Tripitaka "rischieremmo di perdere il beneficio di mille kalpa di devozioni, se accettassimo un solo filo donato indebitamente. Invece vi saremmo grati se ci offriste i resti del banchetto come provviste di viaggio." "Maestro" intervenne Otto Divieti "e tu, rispettato condiscepolo! Se voi non volete niente, son fatti vostri. Ma io qui ho fatto da genero per anni. Il mio lavoro non vale certo meno di tre moggi di grano. Caro suocero, il mio condiscepolo ieri mi ha strappato la tunica: datemi un kasâya nero. E i miei stivali sono sfondati: datemene un paio nuovo." Il vecchio Gao non osò rifiutare, e procurò a Porcellino un paio di stivali e una tunica, in modo da rivestirlo a nuovo. Messo in ghingheri e tutto vanitoso, Otto Divieti tirò giù un bell'inchino al vecchio Gao e gli disse: "Vogliate comunicare da parte mia alla suocera, alla prozia, alla seconda zia, allo zio acquisito, allo zio materno e a tutti gli altri parenti che io me ne vado a fare il monaco. Non se la prendano se non li saluto di persona. Caro suocero, la mia ex moglie trattatemela bene perché, in caso di imprevisti che mi riportino al laicato, conto senz'altro di ritornare vostro genero." "Bestione!" gli gridò Scimmiotto. "Hai finito di parlare a vanvera?" "Scusa tanto, ma sto solo usando il buon senso. Se qualcosa andasse storto, perché dovrei perdere tutto: sia la carriera di monaco, sia la moglie?" "Piantala, che dobbiamo partire!" Fecero i bagagli, e Otto Divieti se li caricò sulle spalle. Si sellò il cavallo bianco, e Tripitaka lo montò. Scimmiotto apriva allegramente la marcia con la sua sbarra di ferro appoggiata alla spalla. Congedatisi dal vecchio Gao e dai suoi, ripresero la strada verso l'Occidente. Lo testimoniano i versi: Il monaco buddista con gran pena Percorre boschi e valli sotto il vento. Calma la fame mendicando il riso, Trema nel suo vestito rappezzato. Egli non cessa mai di stimolare Il suo cavallo della volontà, E non lascia la scimmia dello spirito Correre e sgambettar come vorrebbe. Natura e sentimento amalgamati: Luna piena dorata divien calva(18). Il viaggio proseguì per un mese senza incidenti. Avevano superato il confine del Tibet orientale, quando si trovarono di fronte a un'alta montagna. Tripitaka lasciò il frustino e trattenne il cavallo: "Consapevole del Vuoto, Consapevole delle Proprie Capacità, state attenti: quella è un'alta montagna!" "Bella novità!" fece Porcellino. "È il Monte dello Stupa, ci vive il maestro di meditazione del Nido dei Corvi. Mi è già capitato di incontrarlo." "E che cosa fa lassù?" chiese Tripitaka. "Pratica il Tao, e non è certo un principiante. Mi voleva assumere, ma non ci sono andato." Mentre chiacchieravano, si avvicinavano alla montagna. E che montagna! Guardate un po': A sud pini azzurri, ginepri smeraldo; A nord peschi rosa e salici glauchi. Intenso brusio: gli uccelli conversano. Le danze nell'aria: son gru di immortali. Profumi e fragranze: son fiori a distesa. I verdi diversi: ogni sorta di alberi. È verde anche l'acqua che cade dall'alto. S'impiglian le nuvole in cima alle rupi. È proprio un paesaggio di rara bellezza, Un calmo ritiro lontano dagli uomini. Guardando lontano, dall'alto del suo cavallo, il maestro notò un nido di erbe e rami secchi in cima a un odoroso ginepro insolitamente alto. Da sinistra, cervi portavano fiori; da destra, scimmie di montagna offrivano frutta. Sul ginepro cantavano in coro fenici azzurre, gru nere e fagiani dorati. "Quello dovrebbe essere il Nido dei Corvi del maestro di meditazione" disse Porcellino. Tripitaka stimolò il cavallo col frustino, e presto giunse ai piedi dell'arbusto. Il maestro di meditazione, che lo aveva visto avvicinarsi, ne discese. Tripitaka era smontato da cavallo per salutarlo, ma il maestro di meditazione lo trattenne e disse: "Alzatevi, vi prego, e scusatemi di non esservi venuto incontro." "Saluti, maestro!" fece Porcellino. "Guarda chi si vede: Porcellino Setole Rade dei Monti Fuling" si stupì il maestro. "Come hai ottenuto l'inaudita fortuna di accompagnare il santo monaco?" "Mi ero impegnato a seguirlo come discepolo già da qualche anno, per esortazione della pusa Guanyin." "Ne sono proprio contento" approvò il maestro di meditazione. Poi puntò il dito su Scimmiotto e chiese: "E questo chi è?" "Com'è che il vecchio Chan conosce lui" replicò il Novizio ridendo "e non conosce me?" "Perché non mi pare di aver mai avuto il piacere di fare la vostra conoscenza." "È il mio discepolo più anziano, Consapevole del Vuoto" precisò Tripitaka. "Vi porgo le mie scuse" disse sorridendo il maestro di meditazione. Tripitaka rinnovò gli inchini e si permise di chiedere notizie sulla distanza da percorrere per arrivare al Monastero del Colpo di Tuono. "È ancora molto, molto lontano. E la strada è infestata da tigri e da leopardi: non è facile da percorrere." "Ma quanti li ci saranno, di preciso?" insisté rispettosamente Tripitaka. "Per quanto lunga sia la strada, un giorno o l'altro ci arriverete. Difficili da disperdere sono gli ostacoli del demone dell'illusione. Ho qui un rotolo del Sutra del Cuore, in cinquantaquattro versi e duecentosettanta caratteri. Quando quel demone vi ostacolerà, sarà sufficiente recitarlo per evitare ogni danno." Tripitaka si prosternò per chiedere di conoscerlo, e il maestro di meditazione glielo trasmise recitandolo. Ecco quel testo: MAHÂ PRAJÑÂ PÂRAMITÂ HRDAYA SÛTRA(19) La pusa Guanyin, penetrando la perfezione della sapienza, percepì la vanità dei cinque aggregati e superò ogni sofferenza. O Sâriputra, la realtà non è diversa dal vuoto, né il vuoto dalla realtà: la realtà è vuoto, e il vuoto realtà. Ciò vale anche per le sensazioni, i pensieri, le azioni e le conoscenze. O Sâriputra, tutti i buddha sono vane apparenze, senza nascita né estinzione, senza impurità né purezza, senza crescere né ridursi. Perché nel vuoto non ci sono realtà, né sensazioni, pensieri, azioni o conoscenze, né occhi, orecchi, naso, lingua, corpo o spirito, né forma, suono, odore, gusto, tatto o fatto mentale. Passando attraverso lo stato di non-visione, si giunge a quello di non-coscienza, alla non-ignoranza, e anche all'esaurimento della non-ignoranza; si giunge allo stadio dell'assenza di vecchiaia e morte, e anche all'esaurimento di questo stadio. Non c'è né sofferenza, né estinzione, né via; non si conosce e non si ottiene. Dal non aver nulla da ottenere, si giunge allo stato di bodhisattva. Grazie alla perfezione della sapienza, lo spirito non incontra ostacoli. Grazie alla mancanza di ostacoli, è privo di ogni paura e angoscia. Allontanando sogni e illusioni, finisce per raggiungere il nirvana. Grazie alla perfezione della sapienza, i buddha delle tre ere raggiungono l'anuttara-samyak-sambodhi(20). Ecco perché la perfezione della sapienza, prajnâpâramitâ, è il supremo incantesimo divino, l'incantesimo della suprema illuminazione, l'incantesimo senza pari: può allontanare ogni sofferenza. Una vera realtà che non è vana. Perciò, per pronunciare l'incantesimo della perfezione della sapienza, dite: Gate, gate! Pâragate! Pârasamgate! Bodhisvâhâ!(21) Il maestro della legge della corte dei Tang possedeva la preparazione spirituale necessaria in un momento come quello: gli bastò ascoltare una volta sola il Sutra del Cuore per ritenerlo e trasmetterlo a tutti noi; ed è proprio quello che ancor'oggi recitiamo. Nessun sutra è più completo per coltivare la verità, nessuna porta è più sicura per diventare buddha. Il maestro di meditazione, finito di trasmettere il testo, rimise piede sulla nuvola luminosa e si apprestava a risalire al Nido dei Corvi, quando Tripitaka lo trattenne, insistendo per saperne di più sulle tappe successive del viaggio a occidente. Il maestro di meditazione si mise a ridere: "La strada non è poi tanto difficile: Fate attenzione a quello che dirò. Mille profondi fiumi e mille monti Dovrete attraversar, senza contare Gli ostacoli frapposti dai demoni. Sulle rupi celesti, non temete! Al grande precipizio Gratta Orecchi Camminate da lato e state attenti Dove posate i piedi. Giunti al bosco Del Pino Nero, altre difficoltà: Delle volpi malefiche vi attendono. Troverete città piene di spettri E montagne da mostri popolate. I giudici son tigri travestite Con lupi grigi come cancellieri. I re sono leoni od elefanti, I leopardi si fingono cocchieri. Può sembrare un facchino: ma è un cinghiale. Un po' più avanti sulla vostra strada Troverete uno spirito dell'acque. Una scimmia di pietra molto antica Covava la sua collera repressa. Chiedete a lei, che certo vi è ben nota: Lei conosce la strada d'Occidente." Scimmiotto rise sarcastico ed esclamò: "Andiamocene via, non perdiamo tempo con quello lì. Dice che basta chiedere a me." Tripitaka non capiva. Il maestro di meditazione si trasformò in raggio d'oro e dardeggiò in cima al Nido dei Corvi, mentre il monaco, rivolto verso l'alto, pregava e ringraziava. Scimmiotto, incollerito, tirava randellate al ginepro, ma riuscì soltanto a provocare l'apparizione di migliaia di fiori di loto, protetti da molti strati di nuvolette di buon augurio. Aveva la forza di sollevare i mari e di invertire il corso dei fiumi, ma a questo semplice nido non riuscì a recare alcun danno. Tripitaka, inorridito, cercava di trattenerlo e gli chiese: "Che cosa ti prende, Consapevole del Vuoto, per voler rovesciare il nido di un così esimio pusa?" "L'esimio ci stava prendendo in giro, questo è il fatto." "Ma ci parlava della strada verso il Paradiso dell'Ovest. Quando mai ti ha preso in giro?" "Secondo voi, sembra un facchino, ma è un cinghiale, chi sarebbe se non Porcellino? E la scimmia con la collera repressa, non sono forse io? Voglio fargli vedere come la reprimo, la collera!" "Calmati, caro condiscepolo" intervenne Porcellino. "Lui conosce l'avvenire come il passato. Vedremo se è vero che dobbiamo trovare per strada lo spirito dell'acque. Lascialo perdere ora." Il Novizio, che d'altronde non poteva far molto su quella barriera di fiori di loto e nuvolette, invitò il maestro a rimontare a cavallo, e insieme discesero la montagna verso ovest. La prossima tappa insegnerà loro quanto sia rara la felicità in questo basso mondo, e quanto abbondino diavoli e disgrazie sulle montagne. Ma se voi, in fin dei conti, di questa prossima tappa non sapete niente, ascoltate il seguito. 第020回 VENTO GIALLO · SUL MONTE DEL VENTO GIALLO TRIPITAKA SI TROVA IN DIFFICOLTÀ, E PORCELLINO PRENDE L'INIZIATIVA DEL COMBATTIMENTO. Prendono vita i dharma nello spirito E attraverso lo spirito scompaiono. E chi genera nascita e scomparsa? Riflettete! Se viene dallo spirito Ogni cosa, perché parlarne ad altri? Un po' d'impegno è più che sufficiente, Basta spingere il ferro al primo sangue. Convien tenere il vuoto ben legato Con guinzaglio di seta al grande albero Del non-agire, perché non ci turbi. Non prendete per figli i sensi ladri, Dimenticate lo spirito e i dharma! Non lasciate beffare il vostro io, Con i pugni stendeteli al tappeto! Lo spirito che vedi non è più, La legge che compare non è Legge. Quando l'uomo ed il bufalo scompaiono, Il cielo resta azzurro come sempre. Luna d'autunno resta sempre tonda: Come distinguerai l'uno dall'altro I mondi? L'autore di questi versi è Tripitaka, il maestro della legge Xuanzang, che li scrisse quando ebbe compreso a fondo il Sutra del Cuore e gli si aprirono le porte dell'illuminazione. Il reverendo lo recitava e lo teneva sempre presente nello spirito, penetrato dalla sua luce soprannaturale. I tre pellegrini proseguivano per la loro strada, pascendosi di vento e riposando accanto all'acqua, vestiti di stelle e coperti di luna. Presto ritornarono i paesaggi d'estate sotto il cielo torrido. C'erano Intorno ai fiori vizzi, la farfalla sperduta, Tra le chiome degli alberi, i canti di cicala, I bozzoli selvatici, melograni scarlatti, Sopra lo stagno in mostra i fiori di ninfea [...] Quel giorno, verso sera, videro dei casolari sul bordo della strada di montagna che stavano percorrendo. "Consapevole del Vuoto" disse Tripitaka, "guarda il sole che nasconde il suo specchio di fuoco dietro le colline a ovest, e il gelido disco della luna che sorge dal mare orientale. È una bella fortuna trovare un abitato sul bordo della strada. Chiediamo riparo per la notte!" "Giusto" approvò Porcellino; "tanto più che ho una bella fame: chiediamo anche qualcosa da mangiare. Ho bisogno di ristorare le forze per portare i bagagli." "Sei un marmocchio viziato" replicò Scimmiotto. "Non sono tre mesi che hai lasciato la famiglia, e già incominci a lamentarti." "Eh, fratello! Non sono capace, come te, di bere vento e masticar fumo. Se sapessi quanto mi costa seguire il maestro in questi giorni, mezzo morto di fame come sono!" "Consapevole delle Proprie Capacità" intervenne Tripitaka, "se nel tuo cuore resti tanto attaccato alla famiglia, vuol dire che non riesci ad abbandonarla; forse ti converrebbe ritornarci." "Maestro!" implorò il bestione spaventato, gettandosi ai suoi piedi, "non ascoltate le chiacchiere del mio condiscepolo. A lui piace parlar male della gente. Io non mi stavo lamentando; lo dice lui che brontolo sempre! Basta che io dica: 'ho fame, tanto vale che mendichiamo un po' di cibo', perché lui mi dia del marmocchio viziato. Maestro, mi ha precettato la pusa in persona, e voi mi avete concesso la vostra compassione: io voglio soltanto servirvi e venire nel Paradiso dell'Ovest, non rimpiango proprio niente. Non è forse quello che si dice: praticare una dura austerità? Non mi potete rimproverare di non voler abbandonare la famiglia." "Va bene, alzati; sia come tu vuoi" rispose Tripitaka. Il bestione si riprese e balzò in piedi; si rimise il carico in spalla e seguì gli altri con passo deciso, brontolando fra sé. Presto giunsero alle case. Tripitaka smontò da cavallo, lasciando redini e frustino a Scimmiotto, Porcellino posò i bagagli e tutti e tre sostarono all'ombra di un albero. Poi Tripitaka, stringendo in una mano il bastone da monaco con nove anelli e reggendo nell'altra il cappello da pioggia di giunchi e strisce di bambù, si avvicinò a un uscio socchiuso e vide un vegliardo, seduto su un letto di canna d'India, che mormorava preghiere al Buddha. Tripitaka richiamò la sua attenzione, senza osare di alzare la voce, dicendo piano: "Vi saluto, caro donatore." Il vecchio balzò giù dal letto, si abbottonò precipitosamente il vestito e venne sull'uscio a restituire la cortesia, dicendo: "Scusatemi, reverendo, non vi avevo visto. Da che regione venite? A che cosa devo l'onore della vostra visita?" "La mia umile persona è un monaco dei grandi Tang, nell'Est, che ha ricevuto la missione imperiale di recarsi al monastero del Colpo di Tuono per sollecitare le scritture dal Buddha. Poiché giungiamo nella vostra nobile contrada al calar del sole, pensavamo di chiedere riparo per la notte nella vostra magnifica dimora, nell'ardente speranza di non recarvi incomodo." "Ma non arriverete mai!" fece il vegliardo scuotendo il capo e allargando le braccia. "È molto difficile ottenere i sutra del Paradiso dell'Ovest; andate piuttosto a cercarli in quello dell'Est." Tripitaka pensava: "La pusa dice di andare a ovest; come mai questo vecchio invita ad andare a est? Non ci sono scritture da trovare, a est." Era tanto imbarazzato, che rimase in silenzio. Scimmiotto invece, con il suo temperamento impulsivo, non si contenne, si fece avanti e lo apostrofò: "Caro il mio vecchio, con tutti i tuoi anni, sei un bel babbeo. Veniamo da molto lontano e ti chiediamo asilo, e tu in risposta cerchi di scoraggiarci. Se la tua casa è troppo piccola per ospitarci, non ti preoccupare, ci arrangeremo a passar la notte sotto un albero e non ti disturberemo." Il vecchio trasse a sé Tripitaka: "Maestro, mentre voi non dite niente, come si permette il vostro discepolo di rivolgersi in questo modo offensivo a una persona anziana? Lui che ha quella faccia da ruffiano, quelle guance flosce, una gola da duca del Tuono, gli occhi rossi spiritati e l'aria da diavolo delle epidemie." "Non se ne intende proprio, questo vecchio!" replicò Scimmiotto ridendo. "Non bisogna fidarsi delle apparenze: 'bello da vedere' non è 'buono da mangiare'! Pensa per esempio quanti muscoli ha sotto la pelle un piccoletto ben piantato come me." "Immagino volentieri che tu disponga di qualche capacità." "Be', senza vantarmi, mi difendo bene." "Dove vive la tua famiglia? Perché hai preso la tonsura?" "Abitavo nella Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti, nel paese di Aolai. Ho imparato a fare il mostro fin da piccolo, con il nome di Consapevole del Vuoto. Grazie ai miei talenti, sono diventato Grande Santo Uguale al Cielo. Dal momento che l'Imperatore di Giada non mi aveva dato una sistemazione come si deve, ho provocato un bel parapiglia nel palazzo celeste, e ciò mi ha procurato noie. Le ho superate e mi sono accostato alla porta del Buddha, per ottenere il giusto frutto. Se vado nel Paradiso dell'Ovest a pregare il Buddha, proteggendo il mio maestro inviato dalla corte dei Tang, perché dovrei aver paura che le montagne siano alte, le strade pericolose e i fiumi larghi? Ma il tuo vecchio Scimmiotto è capace di atterrare mostri, soggiogare diavoli, sottomettere tigri e catturare draghi. Me ne intendo tanto di saltare in cielo, quanto di scendere in fondo al pozzo. Se per caso in casa tua ci si sente (tegole che volano, pentole che parlano, porte che sbattono senza corrente d'aria) dillo a me, che ti sistemo tutto." A questo discorso il vecchio fece una risata: "Hai una bella parlantina, per essere un monaco mendicante." "La parlantina ce l'ha tua nonna! Di questi tempi, con le fatiche del viaggio, sono troppo stanco per dire tutto quello che penso." "Meno male. Se tu fossi meno stanco, non credo che riuscirei a sopravvivere alle tue chiacchiere. Con quello che dici di saper fare, si capisce che potrete andare a ovest finché vorrete. Quanti siete? Vi prego di venirvi a riposare nella mia capanna." "Vi ringrazio, caro donatore, di non esservi offeso" rispose Tripitaka. "Siamo in tre." "Dov'è il terzo?" "Hai la vista cattiva" disse Scimmiotto. "Secondo te, chi è quello lì nell'ombra?" In effetti il vecchio non ci vedeva bene. Strizzando gli occhi, distinse la faccia di Porcellino e ne ebbe un tale spavento che corse verso la sua camera, incespicando e gridando: "I mostri!" Scimmiotto lo acciuffò: "Non aver paura, non è un mostro: è il mio condiscepolo." "A meraviglia!" esclamò il vecchio tremando come una foglia. "Siete uno più spaventoso dell'altro." "Caro signore" sentenziò Porcellino avvicinandosi, "se giudicate le persone da come sembrano, non farete che commettere uno sbaglio dopo l'altro. Per brutti che siamo, entrambi possiamo renderci molto utili." Mentre discutevano col vecchio, sopraggiunsero due giovanotti che venivano da sud, seguiti da una vecchia con tre o quattro bambini, maschi e femmine, a piedi nudi e con gli abiti rimboccati, perché erano stati a piantare insalate nell'orto. Alla vista del cavallo bianco lanciarono gridi di sorpresa e si precipitarono incuriositi a vedere che cosa stava avvenendo. Ma quando Porcellino girò la testa verso di loro, e per soprammercato scosse le orecchie ed emise un grugnito, li terrorizzò al punto che non si tenevano ritti in piedi. Tripitaka, preoccupatissimo, non faceva che ripetere: "Non vi spaventate! Rassicuratevi! Non siamo per niente pericolosi, siamo dei monaci per bene." Il vegliardo si avanzò a sostenere la vecchia e le disse: "Tirati su, mamma, non ti ridurre in questo stato. Questo maestro viene della corte dei Tang; solo che i suoi discepoli non sono molto belli: meschino aspetto, ma fermo cuore. Portate in casa i bambini." La donna entrò appoggiandosi a lui, mentre i giovanotti conducevano in casa i bambini. Sedutosi sul letto di canna d'India, Tripitaka rimbrottò i suoi discepoli: "Mi mettete in difficoltà, siete troppo brutti e troppo volgari nel parlare; per colpa vostra tutta la famiglia si è spaventata." "Maestro, non si può negare" assicurò Porcellino "che da quando sono con voi mi comporto in un modo molto più elegante del solito. Quando ero con i Gao, mi bastava alzare il naso e muovere le orecchie per far morire di spavento venti o trenta persone alla volta." "Ne hai dette abbastanza, scemo" disse Scimmiotto ridendo. "Farai meglio a darti una sistemata." "Questa è bella" replicò Tripitaka. "È nato così, come si dovrebbe sistemare?" "Per esempio potrebbe ficcare il suo grugno di porcello sotto un lembo del vestito e non farlo più vedere. Quanto a quelle orecchie grandi come ventagli di giunco, se le potrebbe tenere incollate alla testa ed evitare di muoverle. Non sarebbe darsi una sistemata?" In effetti Porcellino, ritto accanto al maestro, nascose il grugno fra le mani e abbassò le orecchie. Mentre Scimmiotto portava dentro i bagagli e legava il cavallo, il vecchio fece portare da uno dei giovanotti un vassoio di legno con tre tazze di tè, poi ordinò di servire un pasto di magro. Il giovanotto portò nella corte una vecchia tavola di legno grezzo piena di buchi e delle seggiole zoppe, e li pregò di sedersi al fresco. "Qual'è il vostro eminente nome, caro donatore?" chiese Tripitaka. "Il vostro servitore si chiama Wang." "Quanti discendenti avete?" "Ho due figli e tre nipoti." "Me ne congratulo con voi. E quanti anni avete?" "Sono cresciuto in età, ma non in saggezza, fino a sessantun'anni." "È una bella cosa" commentò Scimmiotto. "Incominciate un nuovo ciclo di vita di sessant'anni." "Caro donatore" riprese Tripitaka, "dicevate poco fa che la ricerca delle scritture nell'Ovest dovrebbe essere difficile; perché?" "Non intendevo dire che sia difficile ottenere i sutra, ma la strada è certo piena di trabocchetti e di pericoli. A trenta li da questo posto, verso ovest, ci sono i Monti del Vento Giallo, che si estendono per ottocento li e sono infestati da mostri e da esseri malefici. Sono queste le difficoltà cui pensavo. Ma dal momento che il vostro giovane reverendo assicura di poter contare su grandi capacità, supererete certo ogni ostacolo." "Si capisce, non ci sono problemi. Non c'è mostro che osi attaccar briga con il vecchio Scimmiotto e con il suo condiscepolo." A questo punto della conversazione, uno dei figli venne a portare il cibo. Posò il riso sulla tavola e disse: "Vogliate favorire!" Tripitaka giunse le mani, ma prima che iniziasse il sutra del pasto Porcellino aveva già inghiottito il contenuto di una tazza. Mentre la preghiera veniva recitata, ne inghiottì altre tre. "Stupidone, come sei vorace!" esclamò Scimmiotto. "Siamo proprio incappati nel fantasma della fame." Il vecchio Wang prese la cosa con filosofia: "Sembra che il reverendo sia davvero affamato. Sarà meglio mettere in tavola altro riso." In effetti l'appetito del bestione era enorme; senza alzare il capo dalla tavola vuotò un'altra diecina di tazze, prima che Tripitaka e Scimmiotto ne finissero due; e nemmeno questo gli bastò, ma continuò con lo stesso ritmo. "È un pasto preparato in fretta, senza piatti raffinati" riprese il vecchio Wang. "Non vorrei insistere troppo, ma vi prego di servirvi ancora." "Abbiamo mangiato più che a sufficienza" risposero Tripitaka e Scimmiotto. "Che cosa borbotta il vecchio?" bofonchiò Porcellino. "Chi se ne frega degli affinati(22)! A che cosa servirebbero tanti piatti diversi? Se c'è dell'altro riso, si porti quello, non occorre altro." In breve il bestione si mangiò tutto il riso di casa; e commentò che si era saziato a metà. Infine si sparecchiò la tavola, gli ospiti stesero le lenzuola e se ne andarono a dormire, chi sul letto di canna d'India, chi sul pavimento. L'indomani mattina, Scimmiotto sellò il cavallo, mentre Porcellino faceva i bagagli. Il vecchio Wang fece preparare dalla moglie una colazione di zuppe e stuzzichini per i tre pellegrini, ed essi ringraziarono e si congedarono. "Se doveste avere problemi insuperabili lungo il cammino, ritornate alla mia capanna" disse loro il vecchio. "Al diavolo il disfattismo!" replicò Scimmiotto. "Noi, che abbiamo lasciato le nostre famiglie, non ritorniamo mai sui nostri passi." E ripresero il viaggio. Ma, ahimè, questa volta non fu la buona strada: in effetti diavoli perversi preparavano loro gravi calamità. Dopo nemmeno mezza giornata di cammino, si trovarono davanti enormi montagne di aspetto pericoloso. Avvicinandosi alle rupi, Tripitaka contemplava il paesaggio chinandosi sulla sua preziosa sella. Grande catena Alta montagna Ripida rupe Scosceso abisso Torrente rapido Fiori olezzanti. Salivano le cime fino al cielo, Sprofondavan le gole nell'Inferno. Rocce di strane forme risalivano I pendii fino al cielo nuvoloso. Le schiere innumerevoli di rupi Torreggianti, di diecimila tese, Ti stringevano il cuore. Là si aprivano Le grotte serpeggianti dei dragoni, Dove perpetuamente l'acqua cade A goccia a goccia. Si vedevan cervi Dalle corna ramose, stolte antilopi Dallo sguardo perduto, acciambellati Gli scagliosi pitoni, pazze scimmie Dal muso bianco. Quando vien la sera Escon le tigri dalla tana, all'alba Emergono dall'acqua i grandi draghi. L'ingresso delle grotte all'improvviso Può animarsi di lotte e di rumori, A sorpresa dall'erba prende il volo Il fagiano. Si muovon circospetti Nella foresta gli animali, i cuori Tremano quando passa la gran belva [...] Il cavallo del maestro rallentava l'andatura, Scimmiotto perdeva tempo, Porcellino si curvava sotto il peso dei bagagli. Mentre si guardavano intorno, udirono rumori di temporale. "Consapevole del Vuoto, si alza il vento!" gridò inquieto Tripitaka dall'alto del suo cavallo. "Che c'è di male nel vento? È il respiro del cielo attraverso le stagioni; che ci sarebbe da temere?" replicò Scimmiotto. "Ma è troppo violento per essere naturale; questo è un vento malvagio." "Come sarebbe a dire che non è naturale?" "Osserva: Questo è un soffio brutale ed imperioso, Sembra oscurare lo spazio che invade Mentre sconquassa la foresta e mugghia. Piega i salici, strappa fiori e foglie. Fa rinforzar gli ormeggi al pescatore, Abbassare le vele e gettar l'ancore. Il viandante non vede più la strada, Il boscaiolo non regge la legna. Nel bosco si disperdono le scimmie, I cerbiatti riparano nel folto. Se bambù e pini resistono a stento, I ginepri non reggono lo sforzo. Mescola terra, solleva la sabbia, Rotola i sassi, sconvolge le acque." Porcellino si avvicinò a Scimmiotto: "Come soffia! Mettiamoci al riparo!" "Ti arrendi, fratellino?" replicò Scimmiotto ridendo. "Se ti tiri da parte perché si leva un po' di vento, che cosa farai faccia a faccia col mostro?" "Fratello, lo conosci il proverbio: temi la donna più del nemico, temi il vento più della freccia. Non c'è niente di male se ci ripariamo." "Aspetta. Fammi prendere una manciata di questo vento e sentire che odore ha." "Che cosa ti viene in mente, fratellone?" scoppiò a ridere Porcellino. "Non puoi prendere in mano il vento per dargli un'annusatina. Anche se ne prendi una bracciata intera, prova un po' a tenerlo fermo, se sei capace." "Dunque non credi che il vecchio Scimmiotto sappia acchiappare il vento." Il bravo Scimmiotto lasciò passare la testa del vento, lo acchiappò per la coda e lo annusò: esalava un sospetto di odore fetido. Dichiarò: "È proprio un vento malvagio. Ti lascia nel naso un puzzo di tigre o di qualche altra creatura malefica. Di sicuro c'è qualcosa di losco." Stava ancora parlando, che una feroce tigre scese il pendio della montagna sulle sue zampe potenti, spazzando l'aria con la coda. Per lo spavento, Tripitaka perse l'equilibrio e ruzzolò giù dal cavallo, finendo lungo disteso sul bordo della strada, più morto che vivo. Porcellino abbandonò i bagagli, afferrò il suo rastrello, balzò avanti anticipando Scimmiotto e gridò: "Dove credi di andare, brutta bestia?" E calò l'arma mirando alla testa. La tigre si alzò sulle zampe posteriori e, con un colpo degli artigli della zampa sinistra, si aprì il petto. Strappò la pelle dall'alto in basso, con uno stridore agghiacciante, se ne sbarazzò e restò ritta sul ciglio della strada. Figuratevi che spettacolo disgustoso! Ecco qua: Il corpo scorticato e sanguinante, Le tozze gambe storte ripugnanti, Conserva in testa il pelo scarmigliato Con sopracciglia rade e setolose, Zanne affilate d'un bianco accecante: L'insolente ruggito fa sentire. "Andiamoci piano!" urlava. "Sono io, sono l'avanguardia delle forze del grande re Vento Giallo. Sto pattugliando la montagna per ordine espresso di sua maestà, con la missione di riportargli qualche tipetto da sgranocchiare, come stuzzichino per accompagnare il vino. Voi monaci, come vi permettete di attaccarmi?" "Ti faccio vedere io, maledetto!" tuonava Porcellino. "Noi non siamo gente qualsiasi, ma i discepoli di Tripitaka, fratello del grande imperatore dei Tang nell'Est, che ha la missione imperiale di cercare i sutra nel Paradiso dell'Ovest. Se vuoi scamparla, ti converrà farti subito da parte e non farti più vedere, altro che spaventare il nostro maestro! Ma se continui a fare l'insolente, non sfuggirai al mio rastrello." Senza altre parole, il mostro gli corse addosso in atteggiamento minaccioso, sfoderando gli artigli e mirando al viso. Porcellino lo schivò, roteò il rastrello e lo abbatté su di lui. La creatura, che non era armata, cercò scampo nella fuga, inseguita da Porcellino. Ai piedi del pendio il mostro disseppellì due sciabole di bronzo, che erano nascoste fra le pietre, le brandì e attese Porcellino a pie' fermo. Fu lì che si batterono, con una bella successione di scontri. Scimmiotto intanto aveva aiutato Tripitaka a rialzarsi e gli diceva: "Non temete, maestro. Sedetevi qui tranquillamente, mentre do una mano a Otto Divieti per abbattere il mostro e sbarazzare la strada." Tripitaka, che tremava come una foglia, si lasciò convincere a fatica; va da sé che, seduto, non faceva che ripetere il Sutra del Cuore. Scimmiotto tirò fuori la sua sbarra e gridò al condiscepolo: "Acciuffalo, tienilo fermo!" Porcellino raddoppiava gli sforzi. Il mostro, vista la mala parata, scappò. "Non bisogna dargli quartiere!" gridava Scimmiotto. "Bisogna prenderlo!" Correvano giù per la montagna, uno roteando il rastrello, l'altro brandendo la sbarra. Il demone con una capriola riprese la sua forma naturale, che era di tigre. Naturalmente Scimmiotto e Porcellino non mollavano, decisi a distruggere l'essere malefico; stavano per raggiungerlo, quando la tigre, trovandosi nelle peste, ricorse allo stratagemma della cicala dorata che abbandona la crisalide. Si aprì di nuovo il petto, uscì dalla sua pelle e ne avviluppò una roccia, che ricordava la forma di una tigre accovacciata; da parte sua, si trasformò in un turbine di vento e risalì da dove veniva. Trovando sulla sua strada quel monaco che recitava sutra, lo rapì con sé. L'infelice Tripitaka Sventure ne incontrava dalla nascita: Accedere al nirvana non è comodo. Giunto con il monaco rapito all'ingresso della grotta, il mostro disse al portinaio: "Annuncia al grande re che la tigre d'avanguardia ha preso un monaco, e attende i suoi ordini." Furono subito introdotti. Il mostro, con le sciabole di bronzo alla cintura, si inginocchiò ed esibì Tripitaka: "Grande re, il vostro indegno ufficiale, mentre eseguiva l'ordine di pattugliare la montagna, si è imbattuto in questo monaco che è il maestro della legge Tripitaka, fratello dell'imperatore dei Tang nell'Est, mandato a cercare scritture nell'Ovest. L'ho catturato e ve lo offro, sperando che allieti il vostro pranzo." Il padrone della grotta fu molto sorpreso: "Ho sentito dire che questo Tripitaka è un monaco divino e ha un discepolo di nome Scimmiotto, dotato di vasti poteri magici e di un'intelligenza non comune. Come sei riuscito a catturarlo?" "I discepoli sono due: uno mi è venuto addosso con un rastrello a nove denti; ha una larga bocca e lunghe orecchie. L'altro impiega una sbarra di ferro cerchiata d'oro; ha occhi di fuoco e pupille d'oro. Stavano per raggiungermi, quando ho usato lo stratagemma della cicala che abbandona la crisalide. Così sono riuscito a sfuggire e a catturare il monaco che vi offro, con i miei rispetti, per il prossimo banchetto." "Non lo mangeremo subito." "Rifiutare un dono di cibo è un comportamento da brocco villano, grande re." "Ma ci hai pensato bene? Non ho certo niente in contrario a mangiarlo, ma c'è il rischio che i due discepoli vengano a far cagnara alla nostra porta; potrebbero farcelo andare di traverso. Per ora conviene legarlo controvento a un palo nel cortile posteriore, e lasciarlo là per quattro o cinque giorni. Se nessuno lo verrà a reclamare, lo potremo ripulire a comodo nostro, e valuteremo se convenga lessarlo, oppure cuocerlo a vapore, o saltarlo in padella, o magari friggerlo con la pastella. E nessuno ci impedirà di assaporarlo e di digerirlo con comodo." "Riconosco lo stratega esperto, vostra maestà" rispose soddisfatta la tigre d'avanguardia. "Sono completamente d'accordo con voi." Il padrone ordinò: "Ragazzi, portatelo via." Sette od otto accoliti, che stavano schierati lungo la parete, si precipitarono come falchi sul monaco cinese e lo legarono stretto. Mai l'ex fanciullo abbandonato dal crudele destino aveva pensato tanto intensamente a Scimmiotto, il suo novizio; mai il monaco divino aveva sentito acutamente come in questa prova la mancanza del suo discepolo Consapevole del Vuoto. Si lagnava debolmente: "Discepoli miei, non so dove siate ora ad abbattere mostri e demoni, ma intanto io sono qui prigioniero di un diavolo da cui mi aspetto il peggio. Chissà se mai ci rivedremo. Me misero! Potete ancora salvarmi, se venite subito. Altrimenti niente mi proteggerà!" Gemeva e piangeva come una fontana. Intanto Scimmiotto e Porcellino, inseguendo la tigre, credettero di vederla accovacciata ai piedi della rupe. Scimmiotto alzò il randello e lo abbassò a tutta forza, ma quello vibrò fino a fargli dolere le mani. Porcellino colpì anche lui con il rastrello, ma i denti rimbalzarono senza penetrare: era soltanto la pelle della tigre, che ricopriva una roccia dalla forma simile appunto a una tigre accovacciata. "Porca miseria, siamo caduti nel tranello!" esclamò Scimmiotto allarmato. "Che tranello?" chiese Porcellino. "È il trucco della cicala che abbandona la crisalide: la pelle è rimasta qui, ma lui è scappato. Andiamo immediatamente a controllare che il maestro non sia per caso caduto nelle sue mani." Si precipitarono nel punto in cui lo avevano lasciato, ma Tripitaka non c'era più. "Che pasticcio!" si lagnava Scimmiotto con la sua vociona. "Si sono portati via il maestro." Tirandosi dietro il cavallo, con gli occhi pieni di lacrime, Porcellino gemeva: "Santo cielo, e adesso che cosa facciamo?" "Smettila di frignare" lo rimproverò Scimmiotto. "Piangere indebolisce il morale. Dovrà pur essere da qualche parte sulla montagna: lo dobbiamo trovare." Tutti e due si lanciarono di corsa sulla montagna, valicarono colli, esplorarono ogni versante. Dopo un po' scoprirono una residenza rupestre. Si fermarono a osservare attentamente lo spaventoso paesaggio; eccolo qua: Un picco alto ed aguzzo come torre: Da quella parte serpeggia la strada, Fra pini azzurri, bambù verdeggianti E salici e sterculie; strane rocce Disposte a coppie; solo rari uccelli Volano in aria. Polisce il torrente La parete rocciosa ed ai suoi piedi Forma pozze fangose. Ricchi pascoli Sotto nubi raminghe. Lepri astute E le volpi perverse si avventurano Dove i cervi combattono a cornate. Pendon tra i rami liane millenarie, Un cedro senza età domina il luogo. Supera di grandezza il monte Hua, Fiori ed uccelli più che nel Tiantai! "Saggio fratello" disse Scimmiotto a Porcellino, "tu poserai i bagagli in quella cavità, al riparo dal vento, e farai pascolare il cavallo. È inutile che ti faccia vedere. Io vado alla porta e cerco di provocare al combattimento. Se non catturiamo il mostro, non liberiamo il maestro." "Si capisce. Non starmi a dire le cose ovvie, spicciati!" Scimmiotto si aggiustò la tunica, si strinse alla vita il grembiule di pelle di tigre, impugnò il randello e avanzò verso la porta, sopra la quale era scritto in sei grossi caratteri: GROTTA DEL VENTO GIALLO, NELLA CATENA DEL VENTO GIALLO Piantato a gambe larghe, impugnando saldamente il bastone, gridò: "Mostro! Restituisci il mio maestro prima che sia troppo tardi, se non vuoi che butti all'aria il tuo covo e distrugga la tua dimora." A queste parole, i mostriciattoli di vedetta si spaventarono e corsero tremanti ad annunciare: "Grande re, disgrazia!" "Che cosa succede?" chiese il mostro Vento Giallo, comodamente seduto sul suo trono. "Alla porta c'è un monaco con la faccia pelosa e con la bocca da duca del tuono" spiegò un mostriciattolo. "Ha in mano una grande sbarra di ferro e reclama il suo maestro." Il padrone della grotta, allarmato, convocò la tigre d'avanguardia: "In fondo mi aspettavo che acchiappassi un bufalo, o magari un cinghiale, o cervo o capriolo che fosse; ma tu mi hai portato un monaco cinese. Così hai provocato i suoi discepoli, che ora sono qui fuori a far baccano: come la mettiamo?" "Vostra maestà non si preoccupi. Può dormire fra due guanciali. Il vostro indegno ufficiale è pronto a prendere il comando di una cinquantina di uomini per catturare anche il Novizio e aggiungerlo come portata al banchetto." "Abbiamo sei o settecento uomini, senza contare gli ufficiali: scegli tu. Basta che tu riesca davvero a catturare Scimmiotto e mi faccia gustare in pace qualche buon boccone di quel monaco succulento. Se ci riesci, ti tratterò come un fratello. Ma non prendertela con me se, come temo, non ce la fai e ci rimetti le penne." "Lasciate fare a me." La tigre d'avanguardia scelse i cinquanta mostri più robusti e uscì bandiere al vento, al rullo dei tamburi, brandendo le due sciabole di bronzo e urlando minacciosa: "Che cosa cerchi, scimmia di un monaco, per avere la sfrontatezza di venir qui a fare tanto baccano?" "Scorticato schifoso! Prima mi fai il trucco della cicala per impadronirti del nostro maestro, e poi mi chiedi che cosa ci vengo a fare. Ridammelo senza storie, se non vuoi avere la peggio." "Il tuo maestro l'ho preso per servirlo in tavola al nostro grande re. Levati di torno, se hai un po' di sale in zucca, altrimenti finirai anche tu su un piatto di portata. Come si dice: l'osso di giunta." Scimmiotto vide rosso. Digrignava i denti d'acciaio, i suoi occhi di fuoco lampeggiavano. Brandì il randello urlando: "Che poteri hai tu per permetterti questo tono? Aspetta un po' che ti insegno io!" L'altro alzò le sciabole per parare il colpo. Le grandi capacità dei due avversari diedero un bello spettacolo. Che battaglia! Se quel mostro è davvero un uovo d'oca, Fa Scimmiotto da pietra all'uovo d'oca. Le sciabole che inquadrano il re scimmia Non risultano infine più efficaci Delle uova lanciate contro un muro. Colomba non fa guerra alla fenice, Il piccione non può battere il falco. Per quanto il mostro ce la metta tutta, In capo a pochi scontri si ritrova La schiena rotta, perdute le forze. Si volge per fuggire, ma Scimmiotto Al vinto non vuol certo dar quartiere. Presto il mostro non poté più sostenere gli assalti dell'avversario e si volse in fuga. Per essersi vantato vanamente, non osava rientrare nella grotta; perciò scese giù per la china, con Scimmiotto alle costole, che gridava senza tregua. Passarono accanto alla cavità dove Porcellino aveva posato i bagagli e faceva pascolare il cavallo. Otto Divieti, udendo le grida, alzò la testa e vide il mostro inseguito dal Novizio. Lasciò perdere il cavallo, alzò il rastrello, si fece incontro alla tigre d'avanguardia e glielo calò sulla testa. L'infelice Per sfuggire alla rete, Va a cader nella nassa. Il colpo di Porcellino fece schizzare il suo sangue dai nove orifizi del corpo e svuotò il cranio del cervello. Lo testimoniano i versi: Dopo il ritorno sulla buona strada, Ch'era avvenuto ormai da qualche anno, Otto Divieti, osservando i digiuni, Sincero proteggeva Tripitaka E concluse quel dì la prima impresa. Il bestione appoggiò il piede sul dorso del caduto, roteò il rastrello e lo colpì un'altra volta. Scimmiotto corse a congratularsi: "Ben fatto, fratellino. Aveva avuto l'audacia di venirmi ad attaccare con i suoi mostriciattoli. Quando l'ho battuto, invece di rifugiarsi nella grotta, è corso da questa parte, incontro alla morte. Per fortuna eri pronto a riceverlo, se no poteva scappare un'altra volta." "Dev'essere stato lui a rapire il nostro maestro, trasformato in turbine di vento." "Proprio così." "Sai dov'è imprigionato il maestro?" "Il mostro lo aveva trascinato nella grotta e voleva servirlo in tavola al suo fottuto re. Questo mi ha fatto prudere le mani e mi sono scontrato con lui; ma sei stato tu ad abbatterlo. Fratellino, te lo sei messo nel carniere. Ma adesso non potresti restar qui a sorvegliare cavallo e bagagli, mentre riporto il cadavere alla grotta e cerco di provocare uno scontro più serio? Bisognerà catturare il mostro principale, per liberare il nostro maestro." "Fratellone, hai ragione: va pure. Riempilo di botte, il vecchio diavolo; se scappa da questa parte, lo fermo io e lo ammazzo." Bravo Scimmiotto! Con la sbarra di ferro in una mano e trascinando con l'altra la tigre morta, ritornò di corsa davanti alla grotta. È il caso di ricordarlo: Lo scontro con i mostri mette a prova Il maestro della legge. L'armonia Dei sentimenti sottomette il demone Che promuove disordini e dissenso. Se poi alla fine non sapete se e come giunse a soggiogare il mostro e a liberare il monaco cinese, ascoltate il seguito. 第021回 IN CERCA D'UN OCULISTA · IN CUI IL DIFENSORE DELLA LEGGE FA SORGERE UNA FATTORIA PER DARE RIFUGIO AL GRANDE SANTO, E BUON AUGURIO DEL PICCOLO SUMERU DOMA IL RE DIAVOLO VENTO GIALLO. Ritorniamo alla cinquantina di mostriciattoli in rotta, che si riversavano nella grotta con le bandiere lacere e i tamburi sfondati. "Grande re" annunciarono, "la nostra tigre d'avanguardia non è riuscita a sostenere gli assalti del monaco dalla faccia pelosa, che la sta inseguendo sul pendio orientale della montagna." La notizia contrariò vivamente l'orco. Mentre soprappensiero rifletteva agli stratagemmi più opportuni da adottare, arrivò un altro mostriciattolo con questa notizia: "Grande re, la nostra tigre d'avanguardia è stata uccisa dal monaco dalla faccia pelosa, che ha trascinato il suo corpo davanti all'ingresso per sfidarci a combattere." "Quel giovanotto manca di buon senso!" esclamò il vecchio mostro, più contrariato che mai. "Non l'ho mica ancora mangiato il suo maestro, perché lui passi addirittura alle rappresaglie. Brutto vigliacco! Portatemi l'armatura. Lasciatelo aspettare, questo Scimmiotto detto il Novizio, di cui si parla tanto: vedremo se è proprio un monaco a nove teste e otto code. Ve lo porterò qui, perché risponda della vita della nostra avanguardia." I mostriciattoli corsero a portargli l'armatura. Dopo averla allacciata e aggiustata, egli brandì un tridente d'acciaio e balzò fuori dalla caverna alla testa dei suoi diavoli. Il grande santo lo aspettava ritto davanti all'ingresso; senza dubbio, il mostro che ne vide emergere aveva un aspetto malvagio e aggressivo. Guardate: Scintillano elmo e corazza dorati Ed è il piastrone uno specchio accecante. Gran cimiero di penne di fagiano E tunica di seta giallo chiara; È la cintura un drago acciambellato Di vividi colori. Gli stivali Di daino sono tinti con i fiori Di sofora. La gonna di broccato Reca un disegno con foglie di salice. Un aguzzo tridente tiene in mano, Simile a quello del gran santo Erlang. "Saresti tu Scimmiotto il Novizio?" gridò il mostro con voce tonante. Con il piede calcato sui resti della tigre, in mano il randello A piacer vostro, Scimmiotto rispose: "È proprio arrivato tuo nonno Scimmiotto; restituiscimi il mio maestro." Osservandolo attentamente, il mostro constatò che era deforme, con le guance incavate, e soprattutto piccolo di statura: non raggiungeva quattro piedi. Scoppiò a ridere e incominciò a prenderlo in giro: "Meschinello! Credevo di aver a che fare con qualche eroe invincibile, e mi trovo davanti un pupazzo." "Figliolo, te ne intendi poco" replicò Scimmiotto ridendo. "Il tuo nonnetto è piccolo piccolo, ma se lo picchi sulla testa con il tuo tridente, vedrai come cresce." "Se ti piace prenderle, ti accontento subito." Scimmiotto attendeva a pie' fermo. Quando il mostro gli calò in testa il tridente, si accontentò di chinare un po' la schiena e di crescere di statura di sei piedi; il mostro, spaventato, si sforzava di contrastare la crescita premendo sul tridente. "Novizio Scimmiotto" gridava, "non cercare di scapolartela con questi giochetti da fiera. Lascia perdere i trucchi da saltimbanco. Combatti lealmente, e vediamo chi vale di più." "Figliolo" replicò Scimmiotto ridendo, "tientelo per detto: quando c'è da picchiare, ogni colpo vale. Una volta che si è venuti alle mani, non è più tempo di buone maniere: e le mani del tuo nonnino sono pesanti. Ho paura che non reggerai nemmeno la prima randellata." Il mostro non era d'umore da far conversazione: vibrò il tridente dritto al petto di Scimmiotto. Questo rispose con calma di esperto, parando il colpo con la mossa detta il drago nero spazza il terreno, e indirizzò un colpo alla testa. Era feroce, il duello davanti alla Grotta del Vento Giallo! Il mostro è trascinato dalla collera, Compostamente il santo gli si oppone. La collera vorrebbe vendicare La morte della tigre d'avanguardia, Mentre il composto attacco ha l'obiettivo Di liberare il monaco cinese. Colpi inferti e parati dalle parti. Sulla montagna l'uno regna; l'altro È il Bel Re Scimmia e difende la Legge. Combattono dapprima nella polvere E continuano alzandosi nell'aria. Ben affilato è il tridente d'acciaio Ed il randello è di pesante ferro. Letale è la stoccata del tridente, Mandati a comparire dà il randello Davanti ai magistrati dell'Inferno. Prontezza e colpo d'occhio si misurano, Così come la forza e la potenza. Lotta senza quartiere, ma il suo esito Fra gli avversari resta ancora incerto. Una trentina di scontri non risultarono decisivi. Risoluto a spuntarla, Scimmiotto ricorse al metodo del corpo oltre il corpo: si strappò un ciuffo di peli, li masticò, li sputò intorno e ordinò loro di trasformarsi in un centinaio di piccoli sosia, ciascuno armato di una sbarra. La creatura malefica, circondata da tutte le parti, si spaventò e ricorse anche lei a un sotterfugio: rivolse la faccia a sud ovest e soffiò tre volte, generando un violento vento giallo. Che uragano! Questo vento gelato e sibilante Sconvolge terra e cielo con un turbine Di sabbia, senz'ombra e senza forma: Investe le foresta, abbatte i pini, Gli ostacoli rovescia. Il Fiume Giallo Viene rimescolato dal profondo, Van turbinando le acque della Xiang. Il palazzo del Toro ne vien scosso, Sembra crollare la sala Senluo. I cinquecento arhat chiedono aiuto, Gridan gli otto guardiani spaventati. Di Wenshu il gran leone è volto in fuga E l'elefante bianco di Puxian Chissà dov'è nascosto: non si trova. [...] Scricchiola l'universo, monti e fiumi Nel mondo intero vengono squassati. La tromba d'aria trascinò nel suo movimento rotatorio i piccoli Novizi risultanti dalla trasformazione dei peli di Scimmiotto, impedendo loro di avvicinarsi al nemico e di maneggiare le sbarre. Scimmiotto si scrollò, ricuperò i suoi peli e si fece avanti da solo per un nuovo scontro, brandendo il suo randello. Ma il mostro gli soffiò in faccia il suo terribile vento giallo, costringendolo a chiudere gli occhi di fuoco dalle pupille d'oro. Scimmiotto non poteva picchiare con il randello senza aprire gli occhi: perciò dovette confessarsi vinto, mentre il mostro si rintanava nel suo covo dopo avere ricuperato il vento. Intanto Porcellino, che aveva visto levarsi il vento di sabbia, e cielo e terra oscurarsi, era corso a cercare riparo con il cavallo nella cavità rocciosa in cui giacevano i bagagli; non osava nemmeno alzar la testa o aprire gli occhi, non faceva che pregare fervidamente il Buddha. Non aveva idea della riuscita di Scimmiotto, né se il maestro fosse ancora vivo. Mentre mille dubbi lo tormentavano, il vento cessò e il cielo ritornò azzurro; tese il capo in direzione dell'ingresso della grotta, ma non vide alcun movimento né udì rumore di scontri. Il bestione avrebbe voluto avvicinarsi per saperne di più, ma non sapeva a chi affidare cavallo e bagagli. Mentre era in preda alla perplessità, non sapendo che male scegliere, vide Scimmiotto arrivare di corsa da ovest. Si inchinò e disse: "Che vento ha soffiato, fratello! Tu da dove vieni?" "È successo un disastro!" esclamò il Novizio, battendo concitato le mani. "In vita mia non avevo mai visto un uragano simile. Il mostro combatteva con un tridente. Dopo una trentina di scontri, ho usato la moltiplicazione del corpo per circondarlo, ma il panico lo ha indotto a produrre quel vento: facevo fatica a reggermi in piedi, ho dovuto raccogliere le mie carabattole e venirmene via. Che vento, avi miei! Anch'io so fare pioggia e vento, ma niente di così malvagio come quel brutto diavolo." "Come lo valuti, dal punto di vista tecnico?" "È un uomo a posto. Il tridente lo sa usare perfettamente. Direi che è un avversario alla mia altezza. Con quella risorsa del vento, non sarà facile vincerlo." "E il nostro maestro, come lo salveremo?" "Bisognerà inventare qualcos'altro. Mi chiedo se non si potrebbe trovare un oculista, da queste parti, per curarmi gli occhi." "Che cos'hai agli occhi?" "Il mostro mi ci ha soffiato quella roba: sento i globi degli occhi in fiamme e continuo a lacrimare." "Vecchio mio, qui in montagna, e per di più la sera, non troveremo certo oculisti. Dovremo fare a meno anche di un riparo per dormire." "Non è detto che non si trovi. Non credo che, per il momento, l'orco osi fare del male al maestro. Ritorniamo sulla strada maestra e cerchiamo un abitato. Domattina ritorneremo a occuparci del mostro." "Giusto, sono d'accordo." Tirandosi dietro il cavallo, scesero verso il fondo valle per raggiungere la strada. Mentre il crepuscolo incupiva, sentirono cani abbaiare. Si guardarono intorno e riconobbero le luci smorte di una fattoria. Abbandonata la strada, si gettarono di corsa giù per il pendio erboso, finché giunsero al cancello. Si vedevano Muri di pietre bianche, funghi da esca Sparsi qua e là nell'erba verde, sassi Ricoperti di muschio; intermittenti Bagliori delle lucciole. Dal lato Verso il bosco, son teneri bambù Piantati di recente ed orchidee Dall'intenso profumo. In mezzo all'erba Sgorga una fonte e corre in un ruscello Sinuoso. Quel luogo è solitario, Non frequentato da viandanti. All'uscio Si vedono sbocciar fiori selvatici. Non osando prendersi la libertà di entrare, gridarono dal cancello: "Aprite! Aprite!" Comparve un vecchio, dietro il quale si teneva un gruppo di giovani contadini armati di forche, rastrelli e scope. "Chi siete? Che cosa cercate?" chiedevano. "Siamo i discepoli di un santo monaco dei grandi Tang dell'Est" rispose Scimmiotto inchinandosi. "Andiamo a ovest per chiedere al Buddha le scritture. La nostra strada passa da queste montagne, dove Vento Giallo ha rapito il nostro maestro. Non siamo ancora riusciti a liberarlo. È tanto tardi, che ci siamo presi la libertà di venirvi a chiedere il favore di ospitarci per la notte, nella speranza di non disturbarvi troppo." "Scusate se non vi abbiamo accolto come meritate" rispose il vecchio con la stessa cortesia. "In questi posti ci sono più nuvole che gente: udendo le vostre voci, abbiamo temuto che si trattasse di volpi, tigri o briganti di montagna. Perciò i miei villici hanno preso un atteggiamento aggressivo: non sapevano che si trattasse di due reverendi. Vogliate entrare." I condiscepoli entrarono, legarono il cavallo e deposero i bagagli per salutare come si deve il patriarca del luogo. Furono invitati a sedere e un servitore dalla testa canuta portò il tè, seguito da un'abbondante cena di riso al sesamo. Terminata la cena, l'ospite ordinò di preparare i letti per la notte. "Non siamo tanto stanchi da metterci subito a dormire" assicurò Scimmiotto. "Posso chiedere al nostro benefattore se nel vostro nobile paese si trova in vendita qualche pomata per gli occhi?" "Chi di voi ha gli occhi malati, reverendo?" "Devo dire, caro amico, che noi monaci che abbiamo abbandonato la nostra famiglia non ci ammaliamo mai, non sappiamo nemmeno che cosa sia una malattia degli occhi." "Perché allora cercate pomate, se i vostri occhi non soffrono?" "Mentre combattevo per soccorrere il nostro maestro, all'ingresso della Grotta del Vento Giallo, il mostro mi ha soffiato d'improvviso negli occhi un vento ardente. Ora gli occhi mi dolgono e lacrimano: ecco perché mi servirebbe un rimedio." "Via! Alla vostra giovane età, e monaco per giunta, non dovete mentire così. Il soffio del sovrano del Vento Giallo non è una brezza di primavera, o uno zefiro di pini e bambù, ma il più letale dei venti!" "Suppongo" interloquì Porcellino "che sia il vento della meningite, o dell'epilessia, della lebbra, dell'emicrania?" "È ben altro! È il vento divino del samâdhi." "Di che cosa si tratta?" chiese Scimmiotto. "È un vento che può immergere l'universo nelle tenebre, affliggere dèi e diavoli, fendere rocce e rovesciare rupi. Distrugge ogni vita umana. Se davvero l'aveste subìto, non sareste qui; solo un immortale potrebbe uscirne vivo." "Si capisce!" esclamò Scimmiotto. "Naturalmente non siamo immortali - sono troppo giovani per noi - ma per ammazzare me ci vuol altro. Questo non toglie che gli occhi mi facciano maledettamente male." "Se è come dite voi, gli appoggi non vi devono certo mancare. In questo posto fuori dal mondo nessuno vende pomate per gli occhi. Io però, che soffro di eccessiva lacrimazione, ho imparato da un forestiero la ricetta di un balsamo che si chiama dei tre fiori e nove grani: guarisce qualunque irritazione degli occhi dovuta al vento." Scimmiotto chinò rispettosamente il capo e disse: "Vi sarei molto grato se me ne procuraste e mi consentiste di provarlo." Il vecchio acconsentì, e andò a cercare in una stanza interna un vasetto di agata, di cui tolse il tappo. Ne cavò un po' di unguento con una spilla di giada e l'applicò sugli occhi di Scimmiotto, raccomandandogli di tenerli chiusi: l'indomani, al risveglio, si sarebbe trovato risanato. Poi il vecchio ripose il vasetto e si ritirò con i suoi servitori. Porcellino aprì una sacca, stese sui letti le lenzuola e invitò a coricarsi Scimmiotto, che si muoveva a tentoni, con gli occhi chiusi. "Maestro, dove hai lasciato il tuo bastone bianco?" lo burlava Porcellino. "Sacco di segatura, già mi prendi per cieco?" Il bestione continuava a ridacchiare mentre il sonno gli chiudeva le palpebre. Scimmiotto restò seduto sul letto per esercitarsi nelle arti magiche; si coricò solo alla terza veglia. Quando giunse la quinta veglia e l'alba si avvicinava, Scimmiotto si strofinò gli occhi, li spalancò ed esclamò: "Era davvero un buon farmaco! Ci vedo cento volte più chiaro di prima." Girò intorno lo sguardo: la capanna non c'era più; si vedevano solo vecchie sofore e alti salici. Erano coricati sull'erba. Anche Porcellino si svegliò: "Che ti prende, fratellone, perché fai tanto baccano?" "Apri gli occhi, e guardati un po' intorno." Il bestione si rese conto che si trovavano all'aperto, e saltò su come una molla: "Dov'è il mio cavallo?" "Non lo vedi là, legato all'albero?" "E i bagagli?" "Non sono posati lì, accanto a te?" "Certe volte la gente pensa solo ai suoi comodi: sloggiano e non ti dicono niente. Ne potevano parlare! E pensare che volevo fargli un regalo. Forse avevano noie per le tasse e gli occorreva tagliar la corda all'insaputa del capo del villaggio. Perciò se la saranno svignata nella notte. Ma noi dovevamo proprio dormire come ceppi: come avremo fatto a non sentire niente, mentre loro ci smontavano la casa sulla testa?" "Gran bestia!" replicò Scimmiotto ridacchiando. "Smettila di dir sciocchezze. Va piuttosto a prendere quel biglietto appeso all'albero." Porcellino lo prese e lo spiegò; conteneva la seguente quartina: La fattoria non era dimora di mortali, Ma asilo preparato dal protettor del cielo. Il balsamo efficace per guarire i tuoi occhi Ti è stato procurato per renderti più forte. "Quella banda di fannulloni!" esclamò Scimmiotto. "Dopo la vicenda del drago trasformato in cavallo non li ho più convocati, e loro ne approfittano per prenderci in giro." "Non è il caso di sfottere, fratello. Perché mai dovrebbero venire a chiedere a te che cosa devono fare?" brontolò Porcellino. "Fratellino, non sai niente. Devono essere stati i protettori dei monasteri; Guanyin li ha incaricati di proteggere segretamente il nostro maestro, insieme ai sei vigili delle tenebre, le sei guardie della luce, i rivelatori di verità dei cinque orienti e i quattro protettori del tempo. Da quando ti sei unito a noi non ne ho più avuto bisogno, perciò non ho più ripetuto l'appello, dopo che si erano fatti registrare la prima volta." "Se la loro missione è segreta, non si potranno mostrare nel loro vero aspetto. Perciò saranno costretti a ricorrere a questi stratagemmi; non si può biasimarli. D'altra parte hanno il merito di averti curato gli occhi, e di avermi procurato una discreta cena. Non si può negare che facciano del loro meglio. Non prendiamocela con loro, ma andiamo a portare soccorso al nostro maestro." "D'accordo, fratellino. La Grotta del Vento Giallo non è lontana. Tu resta qui nel bosco a sorvegliare il cavallo e il carico, e lasciami andare nella grotta per verificare in che stato si trova il maestro, prima di ingaggiare battaglia." "Giusto, dobbiamo essere sicuri che sia ancora vivo. Se fosse morto, ciascuno di noi se ne potrebbe andare per i fatti suoi. E in ogni caso, prima di farsi sotto e mettercela tutta, bisogna essere sicuri che serva a qualcosa." "Basta con le chiacchiere, io vado." Con un balzo, Scimmiotto fu all'ingresso della grotta, dove tutti ancora dormivano. Si guardò bene dal disturbare i loro sonni, ma fece un passo magico, recitò un incantesimo e si trasformò in una minuscola zanzara zampe fiorite, come testimoniano i versi: Piccolo il corpo, acuta la puntura, È un minuscolo tuono il suo ronzio. Scivola sotto la tenda di garza, Ama il gran caldo che ti fa sudare. I suoi nemici sono incenso, fumo E colpi di ventaglio; fuoco e luce L'attirano in un modo irresistibile. Ecco che lieve ed agile s'intrufola Nella tana dell'orco spaventoso. Scimmiotto sorprese a russare il mostriciattolo di guardia in portineria, e lo punse in faccia; quello si svegliò esclamando: "Accidenti, che zanzara enorme! Senti come gonfia la puntura!" Spalancati gli occhi, constatò che si faceva giorno e aprì la porta interna sui cardini cigolanti. Scimmiotto ci ronzò dentro, e vide il vecchio diavolo che ordinava alle guardie di preparare le armi e di sorvegliare ogni ingresso: "Può darsi che il vento di ieri non sia stato sufficiente per ammazzarlo. Certo ritornerà, se è in condizione di farlo; e questa volta bisognerà metterlo definitivamente fuori combattimento." Scimmiotto volò attraverso la sala per continuare la sua esplorazione. La porta verso l'interno era sbarrata da battenti, in cui finì per trovare una fessura. L'attraversò e si trovò in un'ampia corte deserta, salvo un palo con la banderuola per il vento, cui era legato il monaco cinese. Il maestro piangeva come una fontana, con il pensiero rivolto ai suoi discepoli Consapevole del Vuoto e Consapevole delle Proprie Capacità, chiedendosi dove fossero. Scimmiotto si posò sulla sua testa e lo chiamò: "Maestro!" Tripitaka riconobbe la voce: "Consapevole del Vuoto, muoio se non mi aiuti! Da dove parli?" "Sono sulla vostra testa, maestro. Non abbiate paura, portate pazienza: per farvi uscire da qui dobbiamo prima catturare il mostro." "E quando lo farai, caro discepolo?" "Otto Divieti ha già eliminato la tigre che vi aveva rapito. C'è solo il problema che il vecchio mostro dispone di un vento piuttosto pericoloso. La mia valutazione è che lo cattureremo in giornata. Intanto state calmo e smettete di piangere. Ora devo andare." E ronzò via verso la sala anteriore, dove il vecchio diavolo troneggiava e faceva l'appello dei suoi ufficiali. Dall'ingresso sbucò un mostriciattolo che agitava la bandiera con le insegne di Vento Giallo, e si precipitò ad annunciare: "Maestà, mentre pattugliavo la montagna davanti al portale, ho visto seduto nel bosco un monaco con un lungo grugno e grandi orecchie. Gli sono sfuggito a stento. Ma il monaco di ieri, con la faccia pelosa, non c'era." "Se non c'era il Novizio Scimmiotto, sarà perché il vento lo ha ammazzato. A meno che si sia allontanato per chiedere soccorsi." "Grande re" commentò un altro mostriciattolo, "nel primo caso, sarebbe una bella fortuna. Ma se invece fosse andato a chiedere rinforzi celesti, come faremo?" "Possiamo respingere anche truppe celesti" replicò il vecchio mostro. "Finché dispongo della forza del mio vento, non c'è nessuno da temere, salvo il pusa Buon Augurio." Quando Scimmiotto, dall'alto della trave dove si era posato, sentì questa affermazione, se ne volò verso l'uscita con il cuore pieno di gioia. Giunse nel bosco, riprese la propria forma consueta e chiamò: "Fratellino!" "Dove ti eri ficcato?" domandò Porcellino. "Un momento fa stavo cacciando un mostro che andava a passeggio con la bandiera di Vento Giallo." "Hai fatto benissimo. Grazie a te ho avuto l'informazione che mi serviva" rispose ridendo Scimmiotto. "Mi ero trasformato in zanzara per entrare nella loro grotta e aver notizie del maestro: l'ho trovato che piangeva legato a un palo. L'ho consolato e mi sono posato su una trave per origliare. Il tuo mostriciattolo è corso dentro tutto ansimante per annunciare che lo avevi inseguito. Quando ha detto di non avermi visto nei dintorni, il vecchio si è dato alle supposizioni: che forse il vento mi aveva ucciso, o forse ero partito a cercare rinforzi. E senza sapere che lo ascoltavo, il buon babbeo mi ha rivelato il suo punto debole." "Quale sarebbe?" "Dice che il suo vento è invincibile, salvo che da un certo Buon Augurio. Hai idea di dove si trovi questo pusa?" Mentre parlavano di queste cose, si vide apparire al bordo della strada un uomo anziano. Che aspetto aveva? Eccolo qui: Corpo robusto, non cerca sostegno, Candida barba, capelli di neve, Occhi vivaci dallo sguardo impavido; È magro e muscoloso. Lento viene A capo chino, intento ai suoi pensieri. Viso fresco, dai folti sopraccigli. Mostra l'aspetto di un essere umano, Ma è la Stella di Longevità. Come lo vide, Porcellino esclamò allegramente: "Caro fratello, ricorda il proverbio: chi sale chieda la strada a chi scende. Chiediamolo a quel vecchio." Scimmiotto nascose il suo randello, lisciò il vestito spiegazzato e gli andò incontro dicendo: "Vi saluto, nobile vegliardo." "Da dove vieni, monaco?" borbottò il nuovo arrivato. "Che cosa fai da queste parti?" "Siamo monaci in viaggio per cercare le scritture, ma abbiamo perduto il nostro maestro. Vorrei farvi una domanda: dove abita il pusa Buon Augurio?" "Vive nel sud. A tremila li da qui c'è un monte che si chiama Piccolo Sumeru. Su quel monte c'è il monastero dove insegna il pusa. Sono i suoi sutra quelli che cercate?" "No, non sono i suoi. Scusate se vi importuno ancora: mi sapreste indicare la strada?" Il vecchio additò il sentiero verso sud: "È in capo a quel sentiero tortuoso." Scimmiotto si lasciò sorprendere: come volse la testa per osservare la strada, il vecchio si dissolse in una corrente d'aria fresca. Sul ciglio della strada cadde ondeggiando un biglietto che recava un ditirambo in cinque versi: Risposta al Grande Santo Uguale al Cielo: Li Lunga Vita è il vecchio che incontrasti. Là dove Buon Augurio ricevette L'arma del Buddha, troverai il bastone Che reca il nome di Drago Volante. Scimmiotto raccolse il biglietto e ritornò sui suoi passi. "Fratello" disse Porcellino, "non mi pare che abbiamo molta fortuna negli ultimi tempi. È il secondo giorno consecutivo che incontriamo fantasmi. Chi era quel vecchio che si è trasformato in corrente d'aria?" Scimmiotto gli tese il biglietto. "E chi sarebbe Li Lunga Vita?" chiese dopo averlo letto. "È il nome del Pianeta Venere, l'astro dell'Ovest." Porcellino si inchinò premurosamente in quella direzione: "Grazie, benefattore! Se a suo tempo il pianeta del metallo non avesse messo una buona parola presso l'Imperatore di Giada, non credo che il vecchio Porcellino oggi sarebbe qui." "Fratellino, la gratitudine è una bella cosa; ma adesso il meglio che puoi fare è di tenerti nascosto nei boschi, sorvegliare attentamente bagagli e cavallo, e aspettare che io vada al Monte Piccolo Sumeru per pregare il pusa di intervenire." "Va bene, stai tranquillo. E tu spicciati. Quanto a me sono diventato un maestro nella strategia della tartaruga: ritirare la testa, quando non è il caso di sporgerla." Il grande santo, con una capriola nelle nuvole, balzò nello spazio a tutta velocità, in direzione sud. Nel tempo che prenderebbe una scrollata del capo, aveva percorso tremila li. Vide un'alta montagna emergere dalla bruma, con la cima circondata da nuvolette di buon augurio. Un'ampia cavità sul suo fianco ospitava effettivamente un monastero: suonavano le campane, ronzavano le pietre sonore, saliva al cielo l'incenso. Scimmiotto si diresse verso il portale e vide un religioso con il rosario al collo, che recitava preghiere al Buddha. "Vi saluto, reverendo." "Da dove venite, messere?" rispose inchinandosi il religioso. "È qui che il pusa Buon Augurio spiega i sutra?" "Proprio qui. Che cosa volete da lui?" "Vi posso chiedere la cortesia di annunciarmi? Sono discepolo del maestro della legge Tripitaka, fratello di sua maestà dei grandi Tang del paese dell'Est; il mio nome è: Novizio Scimmiotto Consapevole del Vuoto, Grande Santo Uguale al Cielo, per servirvi. Vorrei vedere il pusa per un affare urgente." Il religioso si mise a ridere: "Che nome lungo, messere! Non credo di essere capace di ricordarlo tutto." "Basterà che diciate che è arrivato Scimmiotto, il discepolo del monaco cinese." Il religioso salì alla sala della predicazione per annunciarlo. Il pusa indossò subito il kasâya e fece aggiungere incenso nel braciere per accogliere degnamente il visitatore. Scimmiotto varcò la soglia e vide Sala vasta e solenne, ornata di broccati. Recitano i discepoli il sutra della Legge, Mentre gli anziani suonano gong e pietre sonore. Sull'altare del Buddha sono disposti cibi Vegetariani e fiori di immortalità. Le candele scintillano, creando arcobaleni. Spire di fumo salgono dall'incenso che arde. Gli astanti si concentrano, ascoltato il sermone: È lo spirito libero come una nuvoletta Che candida coroni di alto pino la cima. Decapitato Mâra, viene ringuainata La spada di sapienza dentro l'alta assemblea. Il pusa si ricompose per accogliere il Novizio, lo invitò a occupare il posto dell'ospite e ordinò di servire il tè; ma Scimmiotto obiettò: "Non prendetevi questo disturbo; sono venuto soltanto per sollecitare il pusa a esercitare l'alta potenza della Legge, per abbattere un mostro e soccorrere il mio maestro in difficoltà sul Monte del Vento Giallo." "In effetti il Beato Buddha mi aveva ordinato di sottomettere questo mostro. Il Beato mi diede una pillola per fermare il vento, e un prezioso bastone chiamato Drago Volante. Dopo averlo catturato, gli avevo risparmiato la vita a condizione che si ritirasse sulla montagna e si astenesse dal nuocere ad esseri viventi e da ogni ingiuria. Non sapevo che trasgredisse i miei ordini e volesse uccidere il vostro stimato maestro: è colpa mia." Il pusa avrebbe voluto trattenere il Novizio e offrirgli un pasto vegetariano, ma Scimmiotto insisté per partire immediatamente. Perciò salirono su una nuvola, portando con sé il bastone Drago Volante, e giunsero in breve sul Monte del Vento Giallo. "Grande santo" disse il pusa, "il mostro ha una gran paura di me. Sarà meglio che io resti nascosto sulla nuvola, mentre voi lo provocherete a combattere per attirarlo all'aperto; allora potrò esercitare su di lui la potenza della Legge." Scimmiotto eseguì: scese dalla nuvola e, senza por tempo in mezzo, tirò fuori la sua sbarra e sfondò la porta della grotta, gridando: "Mostro, rendimi il mio maestro!" Il diavolino portinaio corse a riferire. "Quella maledetta scimmia non ha proprio maniere" brontolò il vecchio diavolo. "Invece di confessarsi vinta, mi viene a sfondare la porta. Ma questa volta le soffio addosso un vento, che di lei non lascerà nemmeno la cenere." Indossò l'armatura, impugnò il tridente d'acciaio e uscì. Come vide il Novizio, senza stare a discutere, mirò al petto e fece un affondo. Scimmiotto parò e lo affrontò alzando il suo randello. Dopo poche mosse, il mostro volse il capo a sud ovest e spalancò la bocca per provocare il vento; quand'ecco che, dall'alto, Buon Augurio gettò il bastone magico pronunciando un incantesimo. La cosa si trasformò in un drago dorato con otto zampe armate di artigli. Questi artigli afferrarono il mostro, lo sollevarono da terra e lo portarono a sbattere due o tre volte contro la parete rocciosa, finché il malvagio assunse il suo aspetto originario: era una grossa martora di pelo giallo. Scimmiotto la acciuffò, e stava per abbatterla con il suo randello quando il pusa lo trattenne dicendo: "Non ucciderla, grande santo! Devo farla comparire davanti al Beato. Era un roditore sulle pendici del Monte degli Avvoltoi, che aveva conseguito il Tao. Ma le piaceva sbevazzare l'olio delle lampade, tanto che una volta ne aveva fatto spegnere una. Per non essere arrestata dai guardiani armati di folgore, era fuggita da queste parti trasformandosi in mostro. Il Beato non l'aveva condannata alla pena capitale, ma mi aveva incaricato di tenerla in libertà vigilata; dal momento che non ha smesso di depredare, devo ricondurla al Monte degli Avvoltoi. Questa volta ha aggredito e rapito il monaco cinese, perciò è necessario che il Beato riesamini le sue responsabilità. Solo dopo si potrà fare il conto dei meriti acquistati." Scimmiotto ringraziò, e il pusa se ne andò nell'Ovest. Ritorniamo a Porcellino che, dentro il bosco, stava appunto pensando a Scimmiotto; a un tratto si sentì chiamare ai piedi del pendio: "Ehi, Otto Divieti, vieni giù con cavallo e bagagli!" Il bestione riconobbe la voce, caricò in fretta e furia le sacche e uscì dal bosco incontro a Scimmiotto. "Com'è andata, fratello?" "Ho chiesto aiuto a Buon Augurio, che si è servito del bastone Drago Volante per catturare il mostro. In realtà era una specie di pantegana, una martora di pelo giallo. L'ha arrestata e portata in giudizio dal Buddha. Andiamo a tirar fuori il maestro dalla grotta." Finalmente anche il bestione si poté rallegrare. Si precipitarono tutti e due nell'antro e fecero a pezzi tutti gli esseri malefici che incontrarono - lepri, volpi e cervi - l'uno con il suo rastrello, l'altro con la sbarra di ferro. Poi andarono a salutare e slegare il maestro nella corte posteriore. Quest'ultimo chiese: "Come siete riusciti a venire a capo del mostro?" Scimmiotto narrò l'intervento del pusa. Il maestro espresse la propria infinita riconoscenza. I due discepoli imbastirono un pasto di magro con il cibo che si trovava nella grotta. Dopo pranzo uscirono e ripresero la strada verso l'Ovest. Se in fin dei conti non sapete che cosa avvenne dopo, ascoltate il seguito. 第022回 SABBIOSO · IN CUI PORCELLINO AFFRONTA UN GRAN DUELLO NELLE ACQUE DEL FIUME DELLE SABBIE MOBILI, E MOKSA ASSOGGETTA CONSAPEVOLE DELLA PUREZZA PER ORDINE DELLA LEGGE E DI GUANYIN. Dice il racconto che il monaco cinese e i suoi due discepoli, superata felicemente la prova, impiegarono più di una giornata per valicare la catena montuosa del Vento Giallo e, sempre avanzando verso l'Ovest, giunsero in una vasta pianura. Nel rapido alternarsi della luce e delle tenebre, l'autunno era succeduto all'estate. Sui salici spogli sopravviveva qualche cicala intorpidita, la costellazione del Grande Fuoco volgeva anch'essa a ovest. Proseguendo il cammino, raggiunsero una vasta distesa di acque, ribollente di onde e di gorghi. "Discepoli miei!" gridò sgomento Tripitaka dall'alto della sua cavalcatura. "Guardate quell'immensa distesa di acque. Com'è possibile che non ci navighi neppure un'imbarcazione? Come faremo ad attraversarla?" "Sono acque turbolente; non meraviglia che non ci siano imbarcazioni ad affrontarle" rispose Porcellino, davanti allo spettacolo che si offriva ai loro occhi. Scimmiotto balzò per aria e, facendosi solecchio con la mano, scrutò l'orizzonte. Si spaventò anche lui: "Maestro, è un bel guaio! Se non fosse che per il vostro vecchio Scimmiotto, basterebbe un colpetto di reni per trovarsi di là dal fiume. Ma per voi, maestro, non so proprio; sembrerebbe impossibile." "Io non riesco nemmeno a vedere l'altra riva. A che distanza è?" "Non mi stupisce; bisogna attraversare ottocento li buoni." "E come lo sai, fratellone?" si stupì Porcellino. "Devi sapere, mio saggio condiscepolo, che il vecchio Scimmiotto ha un paio d'occhi che gli permettono di vedere distintamente fortuna e disgrazia a una distanza di mille li, alla luce del giorno. Dall'alto non ho potuto vedere dove sfoci questo fiume, ma ho constatato che la larghezza è appunto di ottocento li." Tripitaka, molto contrariato, sospirava e gemeva di disperazione; mentre stava per volgere indietro il cavallo, scorse sulla riva una stele. Si avvicinarono tutti e tre, e videro che la pietra recava nella parte superiore questa iscrizione in tre caratteri sigillari: FIUME DELLE SABBIE MOBILI Al centro si allineavano quattro colonne di piccoli caratteri in stile regolare normale: PER OTTOCENTO LI LE SABBIE MOBILI. PROFONDITÀ: TRE MIGLIA DI ACQUE MORTE. LA PIUMA D'OCA NON PUÒ GALLEGGIARE, FIORE DI GIUNCO COLEREBBE A PICCO. Mentre maestro e discepoli leggevano la stele, le acque si sollevarono in onde altissime e ricaddero fragorosamente. Sorse dal loro seno il più orribile dei mostri: Sulla testa un groviglio di capelli Rosso fiamma. Pupille come lampade. Fra blu e nera la faccia, color indaco. Voce di tuono, da drago notturno. Si copre il corpo di una cappa gialla Che cintura di giunchi serra in vita. Nove teschi gli pendono dal collo. Reca in mano una mazza minacciosa. Il mostro montò sulla riva come un uragano e si scagliò contro il monaco cinese. Scimmiotto, preso alla sprovvista, afferrò il maestro e volse la schiena, correndo verso le alture circostanti. Porcellino lasciò cadere i bagagli, impugnò il suo rastrello e calò un fendente sull'essere malefico; questi parò con la mazza, e i due si impegnarono a mostrare il loro valore in riva al Fiume delle Sabbie Mobili. Che duello! Rastrello a nove denti contro mazza malefica, I due si contrappongono in epico duello. Fu l'uno l'ammiraglio dei Canneti Celesti, L'altro, da generale, cortine arrotolava. Essi, che in altri tempi si incontrarono a corte, Si abbandonano adesso a lotta forsennata. Al rastrello che affonda i suoi artigli di drago La mazza contrappone la forza d'elefante. Senza tregua si attaccano con ogni loro forza, L'uno coi graffi e l'altro con i colpi robusti. Sopra le Sabbie Mobili regna uno incontrastato, L'altro si è assunto il compito di difender la fede. Sostennero venti assalti senza giungere a una conclusione. Intanto Scimmiotto assicurava la protezione di Tripitaka, che aveva portato in luogo sicuro con cavallo e bagagli. Ma a vedere i due in battaglia, digrignava i denti e stringeva i pugni. Alla fine non ne poté più e tirò fuori la sua sbarra, con l'intenzione di partecipare alla mischia: "Maestro, restatevene qui seduto, tranquillo e senza paura; io avrei bisogno di sgranchirmi un pochino giocando con i ragazzi." Tripitaka lo supplicò inutilmente di lasciar perdere; lui lanciò un sibilo e si precipitò sulla scena del combattimento nel momento più appassionante, mentre i due si impegnavano corpo a corpo. Scimmiotto roteò la sbarra e la calò sul cranio del mostro, che ebbe appena il tempo di rendersene conto e di disimpegnarsi a precipizio: scivolò nel fiume e scomparve sotto le acque. Porcellino schiumava dalla rabbia: "Stronzo, perché ti immischi? Cominciava appunto a indebolirsi e ad ansimare nel parare i miei colpi. In tre o quattro riprese lo avrei catturato. Ma quando ha visto il tuo brutto muso, non ha potuto far altro che scappare. E adesso come facciamo?" Scimmiotto si mise a ridere: "Fratellino, non te la prendere. È un mese che non faccio ginnastica, da quando abbiamo vinto Vento Giallo e abbiamo lasciato le montagne. A vedere come te la godevi ad azzuffarti con questo bel mostro, non ho potuto resistere e ho fatto un salto per giocare anch'io. Ma questo tipo non è capace di divertirsi e preferisce scappare; chi l'avrebbe detto?" Ritornarono da Tripitaka tenendosi per mano, chiacchierando e scherzando. "Lo avete catturato, il mostro?" chiese il monaco cinese. "Ha alzato i tacchi e si è rituffato nelle acque del fiume" rispose Scimmiotto. "Discepoli miei, chissà da quanto tempo il mostro vive in questi paraggi: saprà tutto sul livello dell'acqua. Per guidarci attraverso questa distesa sconfinata di acque morte, dove non c'è alcuna imbarcazione, ci occorrerebbe proprio qualcuno con la sua esperienza." "Giusto!" approvò Scimmiotto. "Lo dice anche il proverbio: rosso chi tocca il cinabro, nero chi tocca l'inchiostro. A forza di vivere qui, il mostro si intenderà per forza di problemi acquatici. Non dobbiamo ucciderlo, ma solo catturarlo e chiedergli di aiutarci a traghettare il maestro. Della sua sorte decideremo dopo." "Dài, fratellone, non perdiamo altro tempo. Lascia come al solito al tuo vecchio Porcellino il compito di badare al maestro." "Saggio condiscepolo" replicò ridendo Scimmiotto, "in questo caso, non mi potrei vantare di muovermi nel mio elemento: nell'acqua non sono del tutto a mio agio. Anche solo per camminarci dentro, devo recitare l'incantesimo che allontana le acque; oppure mi devo trasformare in pesce, gambero, granchio o tartaruga. Quanto ai trucchi, per terra, in montagna o per aria li conosco tutti e posso affrontare qualunque situazione, per quanto strana o insolita. Ma nell'acqua è meno difficile mettermi in imbarazzo." "Be', il tuo vecchio Porcellino, quand'era Ammiraglio dei Canneti Celesti, comandava qualcosa come ottantamila marinai. Un'idea di che cosa sia l'acqua me la sono fatta. Ma se arrivasse tutta la banda, giovani e vecchi, sette od otto generazioni di branchie e pinne, gusci e chele, non so se riuscirei a cavarmela. E se riuscissero a incastrarmi?" "Facciamo così: entri nell'acqua per ingaggiar battaglia, ma non ti fai agganciare più di tanto, non cerchi di batterlo ma gli lasci una certa prevalenza; poi lo attiri sulla riva, e lì si acquatta il tuo vecchio Scimmiotto e viene a darti manforte." "Hai ragione, faremo così." Si tolse abito e stivali ed entrò nell'acqua palleggiando il rastrello fra le mani. Con una tecnica che aveva appreso in altri tempi, si tuffò a testa in giù lanciando i piedi in aria, raggiunse il fondo e prese a camminarvi. Intanto il mostro messo in fuga si era riparato nella sua tana; aveva avuto giusto il tempo di riprendere fiato, quando udì il rumore dell'acqua mossa da qualche intruso; si guardò intorno e vide che era Porcellino armato del suo rastrello. "Ehi tu, monaco, dove credi di andare? Attento a te!" gli gridò il mostro brandendo la mazza. Porcellino parò il colpo con il rastrello e rispose: "E tu che mostro sei, per avere l'audacia di sbarrarci la strada?" "Così non mi conosci! Non sono né un mostro né un fantasma, e il mio nome e cognome ce l'ho anch'io." "Se non sei un diavolo, perché uccidi la gente? Su, dimmi il tuo nome, se vuoi che ti risparmi la vita." Il mostro dichiarò: "Fin da ragazzo avevo forte temperamento, Le strade percorrevo da vero giramondo. Mi sono fatto un nome e sono divenuto Dappertutto un modello per gente coraggiosa. Andavo un po' dovunque, sulla terra e sull'acqua. Con lo spirito teso ad apprendere il Tao E cercare un maestro, viaggiavo per il mondo Tendendo la fedele ciotola da elemosine. Tanto viaggiai che infine finii per ripassare Cento volte da luoghi già noti e frequentati. Quando raggiunsi il vero e la luce del Tao, Raccolsi la fanciulla ed il fanciullo alchemico, Il metallo ed il legno dai padri separai. Cola l'acqua dei reni nel lago Sala Chiara Ed il fuoco del fegato penetra in Alta Torre. Dopo tremila imprese potei vedere il Cielo Ed il viso rivolsi alla Luce Verace. L'Imperator di Giada, seduto sul suo trono, Mi fece generale delle sacre Cortine Arrotolate. Il titolo comporta grandi onori Alla porta del Cielo e fin dentro la Sala Di Nubi Misteriose. Là portavo l'emblema Della tigre e la mazza per colpir la canaglia, In capo un elmo d'oro più brillante del sole E indosso un'armatura di prima qualità. Fra le guardie del trono che intorno vanno e vengono Nel celeste palazzo, avevo il primo posto. Partecipavo un giorno ad un grande banchetto Dalla regina madre, allo Stagno di Diaspro, Là dove si teneva la Festa delle Pesche. Fra quegli ospiti illustri, con stupor generale, Ruppi una grande coppa. Fu una disattenzione. Vide l'Imperatore di Giada e si adirò: Si volse agli assessori, che emisero condanna. Subito degradato, mi vidi trascinare Al capestro. Ma volle interceder per me L'Immortale dai Piedi Nudi, per mia fortuna. Si mutò la sentenza dalla morte all'esilio Presso le Sabbie Mobili. Qui giaccio e mi riposo Quando son sazio, oppure vado a caccia di cibo. Se incontro un boscaiolo, mi prendo la sua vita; Sfortuna al pescatore: se mi vede, non torna! Quanta gente ho mangiato, quanti peccati in più! Oggi tu sei venuto a turbar casa mia, Ma ti trovo attraente dal lato gastronomico. Forse sarai coriaceo, ma ti si può tritare E insaporire usando qualche salsina adatta." Porcellino, a queste parole, vide rosso: "Brutto maleducato, figuriamoci! Porcellino è tutto polpa e sugo, e alla gente può solo far venire l'acquolina in bocca. Altro che coriaceo, da tritare, da insaporire con la salsa! Non sono mica un prosciuttello mummificato nel salnitro. Te la insegno io l'educazione: adesso ti do la rastrellata dei mortacci tuoi!" Il mostro vide arrivare il colpo e lo schivò con la mossa chiamata la fenice abbassa la testa. La lotta si andò spostando dal fondo alla superficie, fino a svolgersi sulle onde ribollenti. Il duello fu molto diverso dal precedente, come potete vedere: Generale delle Cortine Arrotolate ed Ammiraglio Dei Canneti celesti mostrano Un bel repertorio di colpi. Se rotea veloce la mazza, Il tridente non è da meno. S'innalzano le acque in tumulto, Oscuran la luce del sole, Come cadesse la cometa Della disgrazia, o infuriassero Tutti i diavoli dell'inferno. L'uno difende il monaco cinese; L'altro, acquatico mostro criminale. Ferisce nove volte ad ogni colpo Il rastrello terribile. La mazza Ti spedisce all'inferno senza avviso. Ciascun dei due è deciso a prevalere. Il pellegrino in cerca di scritture Si è trovato così nella tempesta. Perche e carpe ci perdono le scaglie, Le tartarughe il guscio; i gamberetti, Poverini, ci lasciano la buccia. Gli dèi delle acque innalzano preghiere Perché cessi il baccano. Tutto il mondo Sotto il cielo offuscato si spaventa. Lottarono per quattro ore buone, senza vincitore né vinto. Era la battaglia del catino di bronzo contro la scopa di ferro, della pietra di giada contro la campana di metallo. Intanto Scimmiotto montava la guardia accanto al monaco cinese: mentre da lontano contemplava la lotta sulle acque, la sua impazienza cresceva; ma il momento di intervenire non era ancora giunto. A un tratto vide Porcellino, dopo un colpo del rastrello andato a vuoto, fingere la disfatta e fuggire verso la riva orientale. Il mostro lo inseguiva e stava per giungere a riva quando Scimmiotto, non potendone più, abbandonò il maestro, sfoderò la sua sbarra, balzò in riva al fiume e calò un fendente sulla sua testa. Il mostro ebbe il tempo di rendersi conto della situazione e si rituffò nell'acqua. "Equipuzio di merda!" urlò Porcellino. "Sei il solito scimmione precipitoso! Se tu avessi saputo scegliere il tempo, me lo sarei tirato dietro su un'altura, in modo da tagliargli la ritirata. Adesso che hai fatto cilecca e te lo sei fatto scappare, quando pensi che si degnerà di farsi rivedere?" "Dài, bestione, non strillare" replicò ridendo Scimmiotto. "Lascia perdere. Ritorniamo dal maestro." Porcellino e Scimmiotto risalirono l'altura verso Tripitaka. "Cari discepoli, quanta pena vi date!" disse il maestro inchinandosi. "Non me ne parlate!" rispose Porcellino. "Sarebbe andato tutto bene se avessimo catturato il mostro per farvi attraversare il fiume." "Come si è svolto il combattimento?" "Il mostro è della forza del vostro vecchio Porcellino. Ho finto di perdere e di fuggire, e sono riuscito a farmi inseguire sulla riva. Ma appena ha visto il mio condiscepolo con la sbarra in mano, si è di nuovo messo in salvo nell'acqua." "E allora che cosa faremo, adesso?" "Non prendetevela, maestro" intervenne Scimmiotto, "e non preoccupatevi. Ormai è sera: restate qui mentre vado a mendicare del cibo adatto; quando avremo mangiato dormiremo, e domani riesamineremo la situazione." "D'accordo; vai e ritorna presto" concluse Porcellino. Scimmiotto balzò nelle nuvole e ritornò poco dopo con cibo di magro, che aveva mendicato nel Nord. Vedendolo ritornare così presto, Tripitaka suggerì: "Consapevole del Vuoto, perché non andiamo da questa gente che ti ha fatto l'elemosina? Non sarebbe meglio chiedere aiuto a loro per attraversare il fiume, che prendersela con il mostro?" "Ma non è gente che stia da queste parti" replicò Scimmiotto scoppiando a ridere. "Abiteranno perlomeno a sei o settemila li di distanza. Che ne possono sapere di questo fiume? Non serve nemmeno chiederglielo." "Non prenderci in giro, fratellone" fece Porcellino. "Sei o settemila li! E come avresti fatto ad andare e tornare in un baleno?" "Ma non sai che, con la capriola nelle nuvole, faccio balzi di cento ottomila li? Figurati per una distanza così corta: alzo un dito e sono andato e tornato. Per me è una sciocchezza." "Se è così facile, prenditi in groppa il maestro, alza il dito e salta dall'altra parte del fiume. Perché star qui a prendersela con i mostri locali?" "Sulle nuvole sei capace di salire anche tu. Perché non te lo porti tu dall'altra parte del fiume?" "Il fatto è che il maestro, con le sue ossa e i suoi muscoli di mortale, pesa più del Monte Tai. Non riuscirei mai a sollevarlo sulle nuvole. Ci vuole proprio il tuo metodo della capriola." "I metodi si assomigliano tutti: la differenza sta solo nella distanza che si riesce a coprire. Tu non lo puoi sollevare, e non posso nemmeno io. Non si dice forse che il Monte Tai è leggero da sollevare più di un grano di senape, in confronto allo sforzo che ci vorrebbe per togliere un mortale dalla polvere di questo basso mondo? Anche quel mostro tremendo, che sapeva soffiare quel vento impossibile di tutti i diavoli, avrebbe potuto tirarsi dietro il maestro o trascinarlo per terra - mai sollevarlo nello spazio. Eppure di trucchi ne conosco anch'io: so rendermi invisibile, accorciare le distanze, di tutto un po'. Ma occorre invece che il maestro attraversi tutti questi strani paesi, uno dopo l'altro, senza poter scavalcare l'oceano di amarezza. Perciò ogni passo ci costerà fatica. Noi possiamo soltanto fargli da guardiani, proteggere la vita e la persona. Non possiamo prendere su di noi le sue sofferenze, né cercare le scritture per lui. Se corressimo noi davanti al Buddha, non ci darebbe i sutra, né a te né a me. È il caso di dirlo: ciò che è facile da ottenere, non vale niente." Porcellino ascoltava il discorso edificante e lo approvava parola per parola. Consumarono il loro semplice pasto senza contorni, e si stesero a riposare con il maestro ai piedi di una rupe, a est del Fiume delle Sabbie Mobili. L'indomani mattina Tripitaka chiese: "Consapevole del Vuoto, oggi che cosa facciamo?" "Non mi pare che ci sia gran che da fare, salvo mandare al fiume Otto Divieti." "Come dire che non te ne vuoi più immischiare, e che devo sbrigarmela da solo, fratellone?" chiese Porcellino. "Questa volta, saggio condiscepolo, voglio frenare i bollenti spiriti. Ti lascerò il tempo di attirarlo sulla riva e di portarlo dove si possa tagliargli la ritirata. Abbiamo proprio bisogno di prenderlo." Il bravo Porcellino si strofinò la faccia, raccolse le sue energie, impugnò il rastrello, scese al fiume, ci si tuffò e ritornò alla tana del mostro. Questi si stava giusto svegliando, quando avvertì il rumore nell'acqua. Sporse il capo per vedere che cosa avveniva, e vide avvicinarsi Porcellino con il suo rastrello. Subito balzò a sbarrargli la strada gridando: "Non un passo di più, attento a te!" Porcellino parò il colpo: "Quel bastone lì è buono da portare ai funerali, dove puoi dare ordini ai tuoi bisavoli, figlio mio" motteggiò. "Povero scemo, tu non sai che cos'è questa mazza! È una mazza famosa, fabbricata Con il legno del sâla, grande pianta Che cresce sulla luna. Fu Wu Gang Che un ramo ne tagliò, mentre Lu Ban La fabbricò con tutta la sua arte: D'oro massiccio dentro mise un cuore E la legò di perle tutto attorno. Il suo nome è la Mazza Spaccadiavoli, Un'arma fabbricata per la corte. Quando fui nominato generale Mi fu affidata dall'imperatore. Si allunga o si raccorcia su richiesta, Posso farla più grossa o assottigliarla. Proteggeva il sovrano nei banchetti E vedeva inchinarsi gli immortali Davanti alle cortine arrotolate. Questa è un'arma divina, misteriosa, Non è oggetto da semplici mortali. Da quando mi cacciarono dal Cielo Sempre mi ha accompagnato fino ad oggi. Senza vantarmi posso ribadire Che nessun'arma è degna di affrontarla. Altro che quel tuo misero rastrello, Buono soltanto per raspare l'erba!" Porcellino si mise a ridere: "Brutta bestia, vedo che hai bisogno di una lezione. Lascia stare l'erba: quando l'avrò data a te, una raspatina, non saprai nemmeno dove spalmarti la pomata e schizzerai sangue da nove buchi. Se non ci lascerai la buccia, perlomeno resterai storto per il resto dei tuoi giorni." Vennero alle mani, e ancora una volta la lotta si spostò dal fondo alla superficie. Fu un duello ancor più duro del precedente. Ecco qua: Rotea la mazza, s'abbatte il rastrello: Non parole, ma fatti corpo a corpo. Non si vedono vinto e vincitore, Ma solo acque in tumulto per i colpi. L'uno brucia per l'ira, freme l'altro Di amor proprio ferito. Le prodezze Di rastrello e di mazza si moltiplicano. Sbuffano e penan nell'acqua sconvolta. Quello con il rastrello vuol portare Il nemico alla riva; mentre l'altro Tende prudente a rimanere sotto. Dentro l'acqua il tumulto è insostenibile, Dèi e diavoli corrono a nascondersi. Dopo più di trenta scontri equilibrati, Porcellino finse di nuovo di trovarsi in difficoltà e volse la schiena, e il mostro lo inseguì nuovamente verso la riva in un gran ribollire di onde e schiuma. "Vedrai, maledetto! Sali sull'argine, che te la farò vedere io!" gridava Porcellino. "Non mi prendi in giro, bello mio! Tu nascondi lì il tuo complice: torna nell'acqua! È qui che ci battiamo!" Il mostro non ci cascava: continuava a gridare e ingiuriare, ma non usciva dall'acqua. Scimmiotto, esasperato, non ne poteva più: "Maestro, restate qui seduto e lasciatemi fare il colpo dell'aquila affamata che si butta sulla preda." Si lanciò nello spazio e cadde a piombo dall'alto per afferrare il mostro. Quest'ultimo, mentre proseguiva il suo duello verbale, udì un sibilo nell'aria, alzò la testa, vide Scimmiotto che gli precipitava addosso, si tuffò a testa in giù e scomparve senza lasciare traccia. "Mi è scivolato via fra le dita!" gridò Scimmiotto a Porcellino. "Non tornerà certo a galla una terza volta. Come la mettiamo?" "Non so che dire. Di metterlo sotto non sono capace. Anche se adopero tutta l'energia che ho succhiato con il latte di mia madre, resteremo sempre pari e patta." "Andiamo a vedere il maestro." Risalirono da lui sull'altura e gli esposero le difficoltà che incontravano nella cattura del mostro. "Se siamo ridotti a questo punto, come passeremo?" gemeva Tripitaka, con gli occhi bagnati di lacrime. "Non prendetevela troppo, maestro" rispose Scimmiotto. "Naturalmente è un bel problema andare avanti con questo mostro che si rimpiatta in fondo al fiume. Tu, Otto Divieti, resta qui con il maestro e non provocare altri scontri finché non sarò ritornato dai mari del Sud." "Fratellone, che cosa ci vai a fare, nei mari del Sud?" "Vado a sentire la pusa Guanyin. L'ha inventata lei questa storia della ricerca delle scritture: tocca a lei cavarci dai guai. Il Fiume delle Sabbie Mobili ci sbarra la strada: non si può andare avanti. Come ce la caviamo, senza il suo aiuto? Aspettate che la vada a sollecitare; è più pratico che continuare a battersi con questa creatura malefica, che sul più bello ci scappa via." "Va bene, non hai tutti torti" disse Porcellino. "Quando la vedrai, non mancare di esprimerle la mia profonda riconoscenza per i suoi santi insegnamenti." "Novizio" tagliò corto Tripitaka, "se devi andare dalla pusa, non stare a perder tempo: prima parti, prima torni." Scimmiotto fece la capriola nelle nuvole e arrivò ai mari del Sud; in meno di un'ora il paesaggio del Monte Potalaka si presentava a suoi occhi. Discese davanti al boschetto dei bambù porporini, e le divinità delle ventiquattro strade gli vennero incontro. "Che cosa conduce qui vostra santità?" chiesero. "Vengo a consultare la pusa, perché il mio maestro si trova in difficoltà." "Prego, accomodatevi attendete che vi annunciamo." Il dio di servizio si recò nella Grotta del Rumore di Marea ad annunciare: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto chiede udienza per affari urgenti." Guanyin, in compagnia della principessa del Drago Porta Perle, se ne stava appoggiata al parapetto dello Stagno dei Loti Preziosi a contemplare i fiori. Ricevuto l'annuncio, ritornò alla Rupe delle Nuvole e lo ricevette. Il grande santo salutò dignitosamente. "Perché ritorni sempre qui, invece di restare a proteggere il monaco cinese?" "Al villaggio dei Gao, il mio maestro ha accettato un nuovo discepolo, che si chiama Porcellino Otto Divieti, in religione Consapevole delle Proprie Capacità, per grazia vostra. Poi abbiamo attraversato la Catena del Vento Giallo e ora siamo davanti al Fiume delle Sabbie Mobili, largo ottocento li e profondo tre miglia di acque morte. Già non è facile farlo attraversare al maestro della legge. Per di più, il fiume ospita un mostro molto competente in fatto di arti marziali. Consapevole delle Proprie Capacità gli ha dato battaglia per tre volte nell'acqua, ed è stato bravissimo, ma non è riuscito a vincerlo. Continua a sbarrarci il cammino: non possiamo attraversare il fiume. Perciò sono venuto a esporvi la situazione, sperando che nella vostra grande bontà ci vorrete dare una mano." "Benedetta scimmia, sei sempre il solito! Troppo presuntuoso! Perché non hai parlato a quel mostro della tua missione di proteggere il monaco cinese?" "Tutto ciò che volevamo da lui, era di catturarlo per farci aiutare a traghettare il nostro maestro. Io non sono pratico dell'acqua, chi è andato a cercarlo è stato Consapevole delle Proprie Capacità. Lui gli ha parlato, ma non so se abbia menzionato la ricerca delle scritture; non credo." "Questo mostro del Fiume delle Sabbie Mobili è il Generale delle Cortine Arrotolate esiliato sulla terra, che ho convertito al bene e incaricato di proteggere il pellegrino in cerca dei sutra. Se tu gli avessi detto che eravate gente dell'Est in viaggio per cercare le scritture, non vi avrebbe combattuto, ma si sarebbe messo spontaneamente a vostra disposizione." "Adesso ha paura e non vuole risalire a galla. Si è insabbiato sul fondo. Come fare a sottometterlo e a farci aiutare per traghettare il maestro di là dalle acque morte?" La pusa fece chiamare Hui'an, cavò dalla manica una piccola zucca rossa e gliela porse dicendo: "Prendila e accompagna Scimmiotto Consapevole del Vuoto al Fiume delle Sabbie Mobili. Chiamerai Consapevole della Purezza, e quando emergerà gli chiederai di mettersi a disposizione del monaco cinese. Poi unirai i nove teschi nella disposizione dei nove palazzi, e collocherai la zucca nel mezzo. Così otterrai una barca della Legge, capace di traghettare il monaco cinese." Hui'an prese rispettosamente le consegne e uscì dalla grotta in compagnia di Scimmiotto, che reggeva la zucca. Partirono dal boschetto di bambù per eseguire gli ordini ricevuti. Lo attestano i versi: Riconoscerà il maestro assegnato Ponendo gli elementi in armonia. Elaborato l'io, la base è pronta: Egli discernerà il bene dal male. Il metallo ritorna alla natura Ed il legno sollecita misura. La doppia terra assume la pienezza(23). Mescolati, acqua e fuoco non fan polvere. La loro nuvola li portò presto sulla riva del fiume. Porcellino riconobbe in Hui'an il novizio Moksa e lo condusse dal maestro. Mentre si scambiavano i saluti, Porcellino disse: "Grazie alle vostre istruzioni, ho avuto il privilegio di incontrare la pusa e, seguendo i suoi insegnamenti, ho avuto la fortuna di entrare nell'ordine monastico. Poiché siamo sempre stati in viaggio, finora mi è mancata l'occasione di esprimervi la mia riconoscenza. Vogliate scusarmi." "Lascia perdere le finezze" interruppe Scimmiotto, "dobbiamo sistemare quel bel tipo." "Di chi parli?" chiese Tripitaka. "Ho raccontato la nostra situazione alla pusa, e lei mi ha detto che il mostro non è altri che il Generale delle Cortine Arrotolate, mandato in esilio per una colpa commessa in Cielo. Diventato mostro aveva scordato la sua prima forma; ma la pusa lo ha nuovamente convertito al bene e lo ha incaricato di accompagnarci nell'Ovest. Noi però non abbiamo pensato di parlargli della ricerca delle scritture: solo per questo si è battuto con noi. Guanyin ha mandato Moksa con questa zucca, che servirà per fabbricare una barca della Legge, con cui potrete attraversare il fiume." A queste parole, Tripitaka rivolse segni di rispetto verso sud e disse a Moksa: "Reverendissimo, spero tanto che la cosa non prenda molto tempo." Moksa prese la zucca, fra nubi e brume si portò sul fiume e gridò: "Consapevole della Purezza! Consapevole della Purezza! È un pezzo che ti attendono, i pellegrini in cerca delle scritture. Che cosa aspetti a presentarti?" Sappiamo che il mostro, per paura di Scimmiotto, si era rifugiato in fondo alle acque e riposava nella sua tana. Quando si sentì chiamare con il suo nome in religione, non poté dubitare che Guanyin c'entrasse in qualche modo. Quando poi sentì dire che i pellegrini erano giunti, senza più pensare ad armi e pericoli, mise fuori la testa e riconobbe il novizio Moksa. Gli si accostò tutto contento e lo salutò dicendo: "Reverendissimo, scusatemi di non essere venuto ad accogliervi. Ma dov'è la pusa?" "Non è qui; ha mandato me a ordinarti di diventare senza indugio discepolo del monaco cinese. Mi ha anche detto di disporre i teschi che porti al collo come i nove palazzi, e di aggiungervi questa zucca in modo da formare una barca della Legge, che consenta la traversata delle acque morte." "E dove sono i pellegrini in cerca delle scritture?" chiese Consapevole della Purezza. "Eccoli là, seduti sulla riva orientale" rispose Moksa indicandoli. "Mi domando da dove venga quella maledetta creatura, che mi ha combattuto per due giorni" esclamò Consapevole della Purezza vedendo Porcellino. "Non mi ha mica parlato di ricerche di scritture." Poi riconobbe anche Scimmiotto: "E quello lì è il suo complice, un tipo molto pericoloso. Mi dispiace, ma ci rinuncio." "Uno è Porcellino Otto Divieti, l'altro Scimmiotto il Novizio. Non hai nulla da temere: sono entrambi discepoli del monaco cinese, convertiti dalla pusa. Vieni, che ti presento anche il monaco cinese." Consapevole della Purezza si decise finalmente a posare la mazza, si rassettò e balzò sulla riva per andarsi a inginocchiare davanti a Tripitaka: "Maestro, il vostro discepolo deve aver perso le pupille degli occhi per non aver saputo riconoscere il vostro venerato volto. Vi ho molto offeso, ma spero ardentemente che mi perdonerete." "Razza di scemo!" si intromise Porcellino. "Potevi pensarci prima, invece di perdere tempo ad attaccarmi. Che cos'hai da dire a tua discolpa?" "Fratellino" intervenne ridendo Scimmiotto, "non lo sgridare. È colpa nostra se non gli abbiamo parlato della ricerca delle scritture, e non ci siamo nemmeno presentati." "Vuoi tu abbracciare la nostra dottrina con cuore sincero?" domandò Tripitaka. "Mi ha già convertito Guanyin; pensando al Fiume delle Sabbie Mobili, mi ha dato il nome di Sabbioso Consapevole della Purezza. Si capisce che non voglio altro che seguirvi, maestro." "Se le cose stanno così" ordinò Tripitaka, "Consapevole del Vuoto, prendi il rasoio delle tonsure e radigli i capelli." Scimmiotto ubbidì e ridusse la sua testa tonda rasa. Poi Consapevole della Purezza ritornò a presentare i suoi rispetti, nell'ordine, a Tripitaka, a Scimmiotto e a Porcellino; e lo faceva con così distinto stile monacale, che Tripitaka gli diede il soprannome di Bonzo. D'allora in poi fu chiamato anche Sabbioso il Bonzo. "Poiché sostiene e abbraccia il nostro insegnamento, non perdiamo altro tempo" dichiarò Moksa. "Costruiamo senz'altro la barca della Legge." Sabbioso seguì le istruzioni di Guanyin, costruì l'imbarcazione con i teschi e la zucca, e pregò il maestro di montarvi sopra. Tripitaka ubbidì e si sedette al centro: il natante era comodo e sicuro come una barca leggera. Porcellino e Sabbioso nuotavano a destra e a sinistra, Scimmiotto seguiva su una nuvola con il cavallo-drago, e Moksa dall'alto vegliava su tutti quanti. Così il maestro attraversò senza intoppi il Fiume delle Sabbie Mobili, scivolando su acque rese calme e lisce. La traversata avvenne con la rapidità di una freccia: in breve sbarcarono sull'altra riva. Il maestro non aveva subito né uno schizzo, né una pillacchera; piedi e mani erano asciutti; si conservava puro e immacolato nel non-agire. Quando i pellegrini furono sulla terraferma, Moksa scese dalla nuvola per ricuperare la sua zucca. I teschi invece scomparvero, trasformandosi in nove correnti d'aria yin. Tripitaka si inchinò davanti a Moksa e gli affidò i suoi saluti e ringraziamenti per Guanyin. Fu così che Ritornò Moksa nei mari del Sud, Cavalcò Tripitaka verso l'Ovest. Se poi, in fin dei conti, non sapete quanto tempo ci volle per ottenere il frutto della loro ricerca, ascoltate il seguito. 第023回 ARTI DI SEDUZIONE DI UNA VEDOVA · IN CUI TRIPITAKA NON DIMENTICA LA SUA NATURA DI BUDDHA, QUANDO QUATTRO SANTITÀ METTONO ALLA PROVA LO SPIRITO DI MEDITAZIONE. È ben lunga la via per l'Occidente, Quando la brina fa cadere i fiori. Non allentar le briglie della scimmia, Frena il ronzino senza usar la frusta! Madre del legno, padre del metallo, Donna gialla e neonato vanno insieme. Chi è nel vero coi denti spezza il ferro: Così pervieni a perfetta saggezza. In altre parole, questo capitolo mostra che la strada della ricerca delle scritture è di quelle che richiedono alla persona di consacrarsi interamente all'essenziale. I quattro pellegrini, dopo aver compreso la verità dell'essenza delle cose, avevano spezzato le illusorie catene di polvere e varcato le sabbie mobili dell'oceano della natura che era in loro. Superati gli ostacoli, avanzavano sulla strada maestra dell'Ovest. Attraversarono innumerevoli colline azzurre e acque verdi, perdendosi nella contemplazione dei fiori selvatici e delle immense distese d'erba. Succedendosi i giorni e le notti, anche l'autunno volgeva al termine. Ecco: Aceri rossi dominano i colli. Vanno tacendo le ultime cicale, Stridono lamentose cavallette. Si apron del loto i ventagli venati, Globi d'oro ricoprono l'arancio. Stormi di oche selvatiche punteggiano In lunghe file lo spazio infinito. Mentre camminavano, venne la sera. "Discepoli miei" disse Tripitaka, "ecco che si fa tardi; dove troveremo un riparo per la notte?" "Maestro" replicò Scimmiotto, "vi sbagliate. La gente come noi, che ha lasciato la sua famiglia, vive d'aria pura e di acqua fresca, dorme sotto la luna su un guanciale di brina: dappertutto è a casa sua. A che ci serve un riparo per la notte?" "Fratellone" protestò Porcellino, "devi pur rendertene conto: tu te ne vai in giro come un ballerino, a mani vuote, e non badi ai poveri cristi che ti portano le valigie. Da quando abbiamo attraversato il Fiume delle Sabbie Mobili, so io quante salite abbiamo fatto, e per quanto mi riguarda, tutte con un bel carico sulle spalle. Dobbiamo pur trovare un posto per ristorarci e riprendere le energie: è la sola cosa sensata da fare." "Via, bestione mio" replicò Scimmiotto, "non prendere quel tono di rimprovero. Non sei mica più con i Gao, dove prendevi quello che ti faceva comodo e davi se ne avevi voglia. Adesso sei nella comunità monastica, c'è una regola da rispettare; le pene e le privazioni da sopportare fanno l'orgoglio del bravo discepolo." "Fratello, ma tu lo sai quanto pesa questa roba?" "Fratellino, siete voi che la portate, io non la tocco più da un pezzo. Non me ne ricordo nemmeno." "Ma tu fa un po' il conto: Quattro stuoie di giunco ed otto corde Più o meno lunghe, roba da proteggere Dalla pioggia. Poi aggiungi le coperte Di feltro, tre o quattro. Il tutto appoggia Su una pertica alquanto scivolosa, Benché alle estremità abbia aggiunto un chiodo. Poi c'è il bastone pastorale, in ferro Damaschinato in bronzo, che ha un bel peso. E per finire la cappa di giunco. Il tuo vecchio Porcellino pena tutti i giorni sotto questi pesi. Tu fai il discepolo elegante del signor maestro, ma io ci sto solo a fare il facchino." "Bestione!" disse Scimmiotto mettendosi a ridere. "Ma con chi stai parlando?" "Parlo con voi, signore." "Be', hai torto di prendertela con me. Io mi occupo del maestro, tu e Sabbioso dei bagagli e del cavallo. Se non fai il tuo lavoro, come gli altri fanno il loro, finirai per rimediare qualche scapaccione." "Non incominciamo a minacciare violenze, per il gusto di umiliare la gente. Figuriamoci se tu porteresti pesi, con le arie che ti dài. Il cavallo però è grande e grosso, più bestione di me, e porta solo un vecchio monaco non tanto grasso. Gli si potrebbe mettere in groppa qualcosa di più, sarebbe un segno di solidarietà fraterna fra condiscepoli." "Non vorrai mica trattarlo da cavallo! Guarda che non è un quadrupede qualsiasi: è il figlio di Aojun, il re drago dei mari occidentali, ha i titoli di cavallo-drago e di terzo principe. Aveva provocato un incendio in una sala del palazzo, e certe perle erano andate distrutte. Suo padre lo accusò di aver mancato di pietà filiale e lui fu condannato a morte: gli salvò la vita la pusa Guanyin. Rimase per parecchio tempo ad aspettare il maestro al Torrente del Dolore dell'Aquila. La pusa gli ha tolto le scaglie, levato le corna e ritirato la collana di perle per trasformarlo in cavallo, affinché adempia il voto di trasportare il maestro che va a presentare i suoi omaggi al Buddha. Ciascuno ha le sue prove e i suoi meriti; non sono fatti tuoi." "Ma è proprio un drago?" intervenne Sabbioso. "Si capisce." "Fratello" riprese Porcellino, "ho sentito raccontare che, secondo gli antichi, il drago sa soffiare nuvole, produrre nebbia, spandere polvere, sollevare sabbia; che può scavalcare montagne con un salto, invertire il corso del fiume, sconvolgere il mare. Ma allora, come mai quello lì cammina così piano?" "Perché, vuoi vederlo correre? Ti servo subito." Il bravo Scimmiotto scosse la sua sbarra cerchiata d'oro, producendo nell'aria mille scie colorate. Il cavallo, per timore di essere battuto, alzò gli zoccoli e schizzò via come il lampo. Il maestro, che non aveva la forza di trattenerlo, gli si abbandonò aggrappandosi alla criniera, finché in cima al pendio il cavallo rallentò l'andatura. Allora Tripitaka riprese fiato, alzò gli occhi e vide magnifici edifici all'ombra di un boschetto di pini: Fronde di cedri incornician le porte Degli edifici in cima al colle azzurro, Tra pini alteri e bambù variegati. Siepi di crisantemi decorate Dalla brina, dal ponte le orchidee Rosso sangue ricadono sull'acqua. In serena e maestosa architettura, Alte sale delimitano i nitidi Muri a calce. Non vi è essere vivente Nella pace d'autunno. Il maestro, appoggiato alla sella, esaminava la scena quando il discepolo Consapevole del Vuoto lo raggiunse: "Non sarete mica cascato dal cavallo, maestro?" "Maledetta scimmia, ti ho visto! Sei stato tu a spaventare il cavallo. Per fortuna sono riuscito a conservare l'equilibrio." "Maestro, non prendetevela" disse Scimmiotto sorridendo. "È colpa di Porcellino, criticava il cavallo perché camminava troppo piano. Perciò l'ho fatto andare più svelto." Il bestione, che aveva dovuto affrettare il passo sulle orme del cavallo, arrivò ansimante brontolando: "Non ne posso più! Ho la pancia vuota e la schiena rotta, sapete. Ho già un carico troppo pesante, che non riesco a portare, e per di più mi fate correre a perdifiato dietro al cavallo." "Discepoli, guardate là" invitò Tripitaka; "c'è una residenza dove potremmo chiedere di pernottare." Scimmiotto, guardando in alto, notò che gli edifici erano sovrastati da una cappa di brume di buon augurio. Capì che doveva trattarsi di trasformazioni soprannaturali predisposte da buddha e immortali, ma si guardò bene dallo svelare i celesti disegni e si accontentò di rispondere: "Va bene, andiamo a chiedere ospitalità." Tripitaka, sceso da cavallo, vide che la torre d'ingresso era decorata da spirali di loto e da trombe d'elefante, con pilastri dipinti e travi scolpite. Sabbioso teneva il cavallo, mentre Porcellino posò il carico e osservò: "È una casa di gente ricca." Scimmiotto si mosse per entrare, ma Tripitaka lo trattenne: "No! Siamo monaci, tu e io, e dobbiamo evitare qualsiasi comportamento criticabile. Non si può entrare senza permesso. Aspettiamo che qualcuno si faccia vedere, e gli chiederemo rispettosamente asilo. Non si può fare altro." Porcellino andò a legare il cavallo e si accasciò sull'erba, ai piedi del muro di cinta, Tripitaka si sedette su un tamburo di pietra, Scimmiotto e Sabbioso si appoggiarono al parapetto della terrazza. Aspettarono un pezzo, ma nessuno comparve. Scimmiotto finì per spazientirsi e, senza chiedere il parere di nessuno, entrò a esplorare: vide una grande sala a tre campate, rivolta a sud, con alti tendaggi. Sopra la porta pieghevole era appeso un dipinto di formato orizzontale, che rappresentava paesaggi di montagne di longevità e mari di felicità. Sulle colonne laccate d'oro erano appesi cartoncini scarlatti che recavano distici per l'anno nuovo, come: Esile salice dondola i rami Sul ponte sottile la sera. Nevican petali di fior di pesco Nell'ampia corte a primavera. Al centro era collocato un tavolino nero di lacca opaca, che reggeva un antico brucia profumi di bronzo in forma di animale fantastico. C'erano sei poltrone. Ai quattro angoli delle pareti erano appesi quattro pannelli che rappresentavano le stagioni. Scimmiotto stava appunto sbirciando qua e là, quando udì rumor di passi dalla porta che dava verso l'interno e vide apparire una signora di una certa età che gli chiese con voce musicale: "Chi siete? Siete entrato non invitato nella casa di una vedova." "L'umile monaco che sono" rispose Scimmiotto preso alla sprovvista, assumendo un atteggiamento contrito, "viene dal paese dei grandi Tang dell'Est e ha la missione di recarsi a ovest per sollecitare le scritture dal Buddha. Siamo quattro persone e stavamo attraversando questa nobile regione al cader della sera. Perciò ci siamo presi la libertà di accostarci alla pia dimora della nostra rispettabile donatrice, per sollecitare l'ospitalità per una notte." "Reverendo" rispose la donna con un sorriso di buona accoglienza "dove sono gli altri tre? Vi prego, fateli entrare." Scimmiotto si mise a gridare a squarciagola: "Maestro, ci pregano di entrare!" Tripitaka si decise ad avventurarsi all'interno, accompagnato da Porcellino e Sabbioso con bagagli e cavallo. La donna andò loro incontro per accoglierli; Porcellino la squadrava dalla testa ai piedi a occhi socchiusi, con aria di intenditore. Vi chiederete com'era abbigliata: Vestiva un abito di broccato tessuto in ramia, color verde mandarino, e sopra un bolero rosa; alla vita era serrata una gonna di broccato ricamata in giallo zampa d'oca, con calzature fiorite dai tacchi alti. L'acconciatura alla moda di corte, sotto un velo di garza nera, distribuiva i capelli in due chignon bicolori a forma di drago acciambellato, trattenuti da un pettine d'avorio con smalti vermigli e smeraldo. Ai lati i capelli erano fissati da due spille d'oro rosso. Le bande vaporose volavano come ali di fenice; dagli orecchini pendevano varie file di perle. Senza cipria né belletto, la bellezza naturale del suo incarnato conservava il fascino della giovinezza. Vedendoli tutti insieme, raddoppiò la sua amabilità e li invitò a entrare nella sala di ricevimento. Dopo gli scambi di cortesie, li fece sedere e li pregò di attendere il tè. Una piccola cameriera con le crocchie di capelli ricadenti comparve discreta da dietro un paravento, recando tazze di giada bianca su un vassoio d'oro: Si spande il caldo vapore del tè profumato, Strani frutti sprigionano misteriosa fragranza. Rimboccando le larghe maniche di seta dai colori cangianti, per scoprire dita sottili come le più delicate cipolline primaverili, la dama prese a due mani le tazze, una per una, per onorare ciascuno e offrirgli il tè. Poi ordinò di preparare un pranzo vegetariano. "Nobile donatrice" chiese Tripitaka giungendo le mani, "posso permettermi di informarmi sul vostro nome e sul vostro paese?" "Vi trovate nel continente Godâniya, dell'Ovest. Il nome della famiglia della vostra umile serva è Mentì(24), e quello del suo defunto marito Noncè(25). Avemmo la sfortuna di perdere i miei suoceri quando eravamo molto giovani, ed ereditammo il loro patrimonio: centinaia di migliaia di filze di sapeche, diecine di migliaia di arpenti di terreni fertili. Il destino non ci concesse figli maschi: ho avuto solo tre figlie. Da due anni la sventura mi ha colpito di nuovo, facendomi perdere il marito; il periodo di lutto si è compiuto appunto quest'anno. Questo ingente patrimonio ci è stato lasciato invano: non abbiamo altri parenti. Mi vorrei risposare, ma è difficile abbandonare tante ricchezze. La vostra visita, reverendi, oltre a onorarmi, viene al momento giusto. Anche noi, madre e figlie, siamo quattro, e ci vorremmo sposare con mariti che vengano a stabilirsi qui. Mi sembra una coincidenza davvero fortunata, ma non so ancora che cosa ne pensiate, né se acconsentireste." A queste parole Tripitaka si finse sordo e muto. Chiuse gli occhi per calmare i battiti del cuore e restò in silenzio. "Abbiamo più di trecento mu di terre irrigue" riprese la vedova; "più di trentamila mu di altre terre agricole, un'estensione non minore di foresta, prato e frutteto, mille capi di bufali gialli, mandrie di cavalli e di muli, una quantità innumerevole di maiali e di pecore. Disponiamo ai quattro orienti di una settantina di granai con le loro aie per la trebbiatura. Abbiamo scorte di granaglie per otto o nove anni, di seta per dieci, e poi oro argento che non riuscireste mai a spendere tutto nel corso di una vita intera. Non parliamo poi della freschezza primaverile celata dietro le nostre cortine di broccato, dove vi attendono bellezze ornate da due file di spille d'oro. Se acconsentite, maestro e discepoli, a mutare i vostri piani e rinunciare ai vostri voti, se accettate di entrare come mariti nella nostra umile dimora, godrete di ogni lusso, agio e voluttà. Non è meglio che penare e faticare tanto per seguire la strada dell'Ovest?" Tripitaka restava inebetito, muto come un sasso. "Io sono nata all'ora del gallo, il terzo giorno della terza luna dell'anno del porco. Quest'anno compio quarantacinque anni; il mio defunto marito aveva tre anni più di me" precisò la vedova. "La mia prima si chiama Sincerità e ha vent'anni; la seconda Amore e ha diciott'anni; l'ultima, Amata, ha sedici anni. Nessuna è fidanzata. Mi troverete brutta, ma per fortuna le mie figlie non sono male. Non c'è nessun lavoro femminile, dal ricamo alla sartoria, in cui non siano esperte. E, in mancanza di fratelli maschi, hanno ricevuto anche una cultura da maschi. Sin da piccole hanno imparato a leggere i classici confuciani, sanno recitare poemi e comporre distici. Benché vivano fra i monti, sono persone fini. Credo proprio, signori, che siano in tutto degne di voi. Basta che vi rilassiate, vi abbandoniate alla dolce vita, vi lasciate crescere i capelli, per divenire i padroni della nostra umile dimora. Non sono più comodi da indossare broccati e sete, che lana di bigello, sandali di paglia, cappelli di foglie di bambù, con la ciotola delle elemosine in mano?" Impietrito al posto d'onore, il povero Tripitaka sembrava un epilettico paralizzato dal fulmine, con qualcosa del ranocchio infradiciato: stralunava gli occhi, sembrava sul punto di traboccare per terra. Porcellino, ad ascoltare quant'erano ricche e quant'erano belle, si sentiva venire tali pruriti che non riusciva a star fermo: si contorceva sulla sedia come se avesse le natiche punte da spilli. Alla fine non ne poté più, si avvicinò a Tripitaka, lo scosse ed esclamò: "La signora vi sta parlando, maestro: vi fa nientemeno che una dichiarazione! Perché non state attento? Alle domande bisogna rispondere!" Tripitaka alzò bruscamente il capo e gettò un grido roco, che fece dare un passo indietro a Porcellino: "Bestia maledetta! Noi siamo gente che ha abbandonato la sua famiglia: sarebbe insensato che ci facessimo attirare dalla ricchezza o commuovere dalla bellezza." "Poverini, poverini!" esclamò la vedova sorridendo. "Ma perché poi si dovrebbe rinunciare a qualsiasi famiglia?" "Cara signora, e che vantaggio ci può essere a restare in famiglia?" replicò Tripitaka. "Via, rilassatevi un po', reverendo, e io vi racconterò i vantaggi che ci sono a restare in famiglia. C'è una poesia che ne parla: Abiti nuovi in seta indossi a primavera; Con altri più leggeri contempli i loti in fiore; Quando viene l'autunno, bevi vino novello; L'inverno, in nido morbido, ti ubriachi a tuo piacere. Cogli di ogni stagione i diletti che porta, Le otto feste ti recano ciascuna le sue gioie. Una notte di nozze fra piumini di seta È molto più gradevole che vagar per le strade, Mendicare e levare preghiere ad Amitâbha." "È vero, signora, in famiglia voi godete di lusso, onori e ricchezze: ed è certo una buona cosa avere di che vestire, nutrire e tenere uniti i figli" replicò Tripitaka. "Ma sembra che ignoriate i vantaggi della nostra vita di monaci vaganti. C'è un'altra poesia per descrivere anche quelli: Serve una volontà più forte del comune Per abbatter la casa dell'amore e dell'odio. Nessun disturbo esterno più muove le tue labbra E l'essere si trova in perfetto equilibrio. Di fronte all'Arca d'Oro, acquisiti i tuoi meriti, Recàti a limpidezza la natura e lo spirito, Ritorni alla tua patria. È meglio che nutrirsi Del sangue altrui e marcire nelle spoglie di carne." A questa risposta la vedova andò in collera: "Questo monaco screanzato mi manca di rispetto! Vi direi tutto quello che penso, se non veniste da tanto lontano. Io vi proponevo sinceramente di entrare nella nostra famiglia e di condividere i nostri beni, e voi mi rispondete cercando di ferirmi. Va bene, voi avete ricevuto i vostri comandamenti, fatto i vostri voti, e non volete ritornare indietro; non se ne parli più. Ma mi accontenterei di acquisire per genero uno dei vostri discepoli. Perché incatenarsi così ostinatamente alla legge del Buddha?" Tripitaka, vedendola in collera, s'intimidì e fece appello a Scimmiotto: "Che ne dici, Consapevole del Vuoto? Potresti restare qui." "Fin da ragazzo, sono sempre stato goffo in queste cose. Dovrebbe essere un'occasione attraente per Otto Divieti." "Ehi, fratello" replicò Porcellino, "non facciamo scherzi! Sarebbe un argomento da esplorare meglio." "Se nessuno dei due è d'accordo, può restare Consapevole della Purezza." "Maestro, per piacere, non è leale!" protestò Sabbioso. "La pusa mi ha convertito, ho rispettato divieti e comandamenti mentre vi aspettavo; poi voi mi avete accettato e mi avete dato i vostri insegnamenti. Dopo nemmeno due mesi che sono con voi, prima che abbia avuto modo di acquistare il minimo merito, come oserei desiderare queste ricchezze estranee? Io voglio a tutti i costi arrivare al Paradiso dell'Ovest. Non commetterò mai la perfidia che mi suggerite." La donna, constatato che uno dopo l'altro cercavano pretesti per rifiutare, voltò le spalle e scomparve dietro il paravento; si udì il rumore della porta che si chiudeva. Maestro e discepoli si videro abbandonati, senza cibo né bevanda. Non compariva più nessuno. Porcellino, che ardeva d'impazienza, se la prese con il monaco cinese: "Maestro, non siete proprio stato furbo a risponderle in modo così secco e maleducato. Che cosa vi sarebbe costato farle qualche moina e restare più nel vago, in modo da cavarle almeno qualche cosa da mettere sotto i denti, per passare una buona serata? Quanto a risponderle di sì o di no, sarebbe dipeso soltanto da me e da voi: avremmo potuto pensarci domattina. Adesso che ci ha sbattuto la porta in faccia, come la passiamo la notte, accanto alla cenere fredda del forno?" "Secondo discepolo" suggerì Sabbioso, "restate qui voi, a far da genero." "Non fare il provocatore! Bisogna pensarci su." "Pensare cosa?" intervenne Scimmiotto. "Se acconsenti, il maestro e la dama faranno da genitori alla cerimonia. Con i soldi che ha la famiglia, la sposa ti porterà un corredo con i fiocchi, e ci sarà un bel banchetto di nozze, che farà comodo a tutti noi. Tu ritorni laico e tutti saremo contenti, noi e loro." "Hai un bel dire" obiettò Porcellino. "Sarebbe un po' confuso: avrei abbandonato il secolo per ritornarci subito dopo, avrei ripudiato una moglie solo per impalmarne un'altra." "Come, il nostro secondo fratello è stato sposato?" si meravigliò Sabbioso. "Quante cose non sai!" disse Scimmiotto. "Era genero del capofamiglia dei Gao, nel villaggio del vecchio Gao, in Tibet. Per ordine della pusa e perché lo avevo catturato, non ha avuto altra scelta che di abbandonare la moglie, farsi bonzo e seguire il maestro nell'Ovest. Da allora, ho l'impressione che ci abbia ripensato spesso, alla sua mogliettina; solo a parlarne, gli deve venire l'acquolina in bocca. Dài bestione, ritorna al mestiere di genero! Chiedilo per favore, fammi un bel salamelecco, io passo la spugna e ti assolvo." "Balle, balle!" brontolò Porcellino. "La voglia ce l'avete anche voi, ma tu cerchi di mettere in imbarazzo me solo. Lo dice anche il proverbio che il bonzo è un fantasma affamato, ha tutte le voglie del mondo. Vorrei vedere chi non le ha. Facciamo tante storie e recitiamo la commedia, con il bel risultato che perdiamo le occasioni. Questa sera, per esempio, non avremo una goccia d'acqua per il tè e nessuno ci accenderà il fuoco. E poi quel povero cavallo non può stare così; noi possiamo anche passare la notte al freddo, ma lui domani dovrà camminare tutto il giorno con un uomo in groppa. Se passa la notte a digiuno, si ridurrà pelle e ossa. Voi restate qui, che vado a far pascolare quel povero animale." Il bestione si accostò al cavallo, lo slegò e se ne andò di furia. "Sabbioso, resta a fare compagnia al maestro" disse Scimmiotto, "che io vado a vedere che specie di pascolo va cercando il nostro amico." "Consapevole del Vuoto" raccomandò Tripitaka, "tienilo pure d'occhio, ma non andare a stuzzicarlo." "D'accordo." Il grande santo uscì dalla sala, con una scossa si trasformò in una libellula rossa e se la filò attraverso il portale per raggiungere Porcellino. Il bestione aveva portato il cavallo sul prato, ma invece di farlo brucare, gli gridava e lo spingeva a destra e a manca senza lasciarlo in pace; finché non lo ebbe spinto, come per caso, davanti alla porta posteriore della residenza. Qui vide la vedova e le tre figlie che si divertivano a contemplare i crisantemi. Alla vista di Porcellino, le tre bellezze scivolarono come ombre all'interno, ma la madre si accostò alla porta. "Dove va, il nostro giovane reverendo?" "Signora, portavo il cavallo a pascolare" fece il bestione abbandonando le redini e accostandosi con una riverenza. "È un bel pignolo, quel vostro maestro, con i suoi regolamenti monacali. Non sarebbe un affare migliore entrare come genero nella mia famiglia, che mendicare per tutta la strada dell'Ovest?" "Il fatto è che non osano disubbidire all'ordine sovrano del monarca dei Tang" rispose sorridendo Porcellino; "non se la sentono di prendersi questa responsabilità. Non hanno fatto altro che punzecchiare me, in quella sala: mi facevano stare sulle spine. La mia difficoltà sarebbe questa: non è, per caso, che mi troviate le orecchie troppo grandi e il grugno troppo lungo?" "Personalmente non mi sembra un problema; e poi, dal momento che siamo senza capo famiglia, è meglio avere un genero come te che non avere nessuno. Certo, può darsi che le mie figlie non ti trovino una bellezza." "Signora e cara mamma, dovreste spiegare alle vostre amate figlie che un uomo non si sceglie con questo criterio. Pensate al nostro maestro, il monaco cinese: lui sì che è bello, fine ed elegante, eppure è completamente inutilizzabile. Io invece sono brutto, non dico di no, ma accidenti se sono utilizzabile!" "Utilizzabile come?" "Io D'aspetto sono brutto, non lo nego, Ma lavorare so come una bestia. Son gli arpenti a migliaia, dici tu? Non servono né i bovi né l'aratro, Mi basteranno i muscoli e il rastrello; E vedrai le sementi come rendono! Se occorre pioggia, penso a convocarla, Se occorre vento, lo provoco io. Se la casa ti sembra troppo bassa, Le aggiungerò quanti piani vorrai. Spazzerò il pavimento quando occorre E drenerò il fossato, se si intasa. Ogni provvedimento utile in casa, Piccolo o grande, io lo realizzerò." "Se tu sei così bravo in casa, ritorna a parlarne con il tuo maestro. Se non ci sono ostacoli, ti prenderò come genero." "Perché dovrei chiedere il suo consenso? Non è mio padre, né mia madre. Qualunque decisione appartiene a me solo." "Va bene. Aspetta che ne parli alle mie figlie." Ed entrò in casa chiudendosi la porta alle spalle. Porcellino riportò davanti alla casa il cavallo, che non aveva avuto modo di pascolare. Non sospettava che Scimmiotto avesse sentito tutto. Questi volò in casa, riprese la propria forma e si presentò a Tripitaka: "Consapevole delle Proprie Capacità riconduce il cavallo alla briglia." "Lo terrà alla briglia perché non si perda." Scimmiotto scoppiò a ridere e gli raccontò il colloquio fra Porcellino e la dama con tutti i particolari. Tripitaka non sapeva se dargli credito. Un momento dopo ricomparve il bestione e legò il cavallo. "L'hai fatto pascolare?" chiese Tripitaka. "L'erba non era granché; non ho trovato un posto adatto." "Il posto non era adatto al pascolo, ma poteva andare per le proposte matrimoniali" fece Scimmiotto. A queste parole il bestione capì che sapevano tutto. Restò lì zitto, a testa bassa e collo torto, con la bocca imbronciata e le sopracciglia aggrottate. A un tratto si udì un cigolio, la porta si aprì e vennero avanti un paio di lanterne rosse e un incensiere. La signora conduceva le tre ragazze, tra effluvi profumati e tintinnio di giade. Sincerità, Amore e Amata salutarono i pellegrini in cerca delle scritture; stavano in piedi, l'una accanto all'altra, ed erano proprio carine. Guardatele: Gli occhi sono truccati con aloni Azzurrini, come ali di farfalla. Visi primaverili sotto il lieve Velo di cipria. Fan fremere i cuori Le bellezze smaglianti, che potrebbero Espugnare città. Fiori e gioielli Ne adornano le grazie, e le cinture Fan risaltar le forme delicate. Le labbra semiaperte sono rosse Come ciliege. Ad ogni loro passo Diffondono un profumo d'orchidea. Ricche le acconciature dei capelli, Con perle, giade e spilloni dorati. Reti di fiori d'oro i corpi avvolgono Che emanano gli aromi più squisiti. Chi trova bella la donna di Chu, Pupattola in confronto, od attraente La fatalona d'ovest, volgaruccia? Queste son fate venute dal Cielo, Chang'e discesa in terra dalla luna! Tripitaka teneva la testa bassa e le mani giunte, Scimmiotto faceva finta di niente e Sabbioso volgeva loro addirittura la schiena. Ma Porcellino sgranava gli occhi, tutto il suo sistema viscerale era impegnato a secernere concupiscenza. Pieno di imbarazzo, balbettò: "Grazie, signora, di esservi data la pena di mostrarci questi esseri celesti; ma ora, vi prego, fatele ritirare." Le tre ragazze scomparvero dietro il paravento, lasciando sul posto le lanterne in garza di seta. "Dunque ditemi" fece la madre; "avete deciso chi di voi quattro sposerà una mia figlia?" "Ne abbiamo discusso" rispose Sabbioso. "Toccherà a Porcellino divenire vostro genero." "Non prendermi in giro!" replicò Porcellino. "Bisogna che ci riflettiamo insieme." "Riflettere su cosa?" intervenne Scimmiotto. "Ti sei già messo d'accordo alla porta posteriore, l'hai persino chiamata mamma, figuriamoci un po'! Cos'altro vuoi riflettere? Il maestro farà da padre dello sposo, la signora il suo ruolo ce l'ha, io farò da testimone e Sabbioso da mezzana. È inutile stare a consultare l'almanacco, non si potrebbe trovare un giorno più fausto di questo. Dài, presenta al maestro i tuoi rispetti e adempi i tuoi doveri di genero." "Ma non si fa così, non è possibile! Non farò mai una cosa simile." "Bestione, smettila di far commedie! L'ha trattata da mamma, signora, signora mamma, e adesso non vuol fare queste cose. Troppo tardi! Sbrigati ad acconsentire e offrici il brindisi del festeggiamento: almeno ci guadagneremo qualcosa anche noi." Prese una mano di Porcellino, una mano della vedova, e disse: "Suocera, introducete vostro genero." Il bestione si disponeva a farsi trascinare dentro, mentre la padrona di casa ordinava a un giovane domestico: "Pulisci tavola e seggiole, servi un pasto di magro e occupati dei miei tre parenti. Io accompagno il signor genero nella sua stanza." Diede disposizioni al cuoco per il pranzo di nozze dell'indomani. I servitori ubbidirono, i tre pellegrini cenarono, distesero le coperte e si coricarono nella sala di ricevimento. Quanto a Porcellino, seguendo la suocera, superava una porta dopo l'altra, in numero incalcolabile. Quella casa era piena di soglie in cui inciampare e di stipiti in cui battere la testa. "Mamma, andate piano! Non conosco la strada, guidatemi per piacere" implorava Porcellino. "Questi sono soltanto granai, magazzini, stanze per la molitura e simili; non siamo arrivati nemmeno alla cucina." "Che casa immensa!" esclamava Porcellino. Camminò ancora per un bel pezzo, sempre procedendo a tentoni e urtando da tutte le parti, prima di giungere agli appartamenti privati. "Caro genero" disse la vedova, "ti ho invitato a entrare perché il tuo condiscepolo ha detto che non si potrebbe trovare un giorno più fausto di questo, grazie al cielo. Ma la gran precipitazione non mi ha lasciato il tempo di far venire l'astrologo, di pregare all'altare degli antenati e di gettare il riso nella camera nuziale. Accontentati di pregare il cielo; basterà che tu lo faccia otto volte." "Giusto, signora. Sedetevi al posto d'onore; io vi rivolgerò degli atti di rispetto, che serviranno da devozioni al cielo e alla terra, e insieme a esprimervi la mia gratitudine. Non è pratico, per semplificare la cerimonia?" "Va bene" fece la suocera ridendo, "sei un genero molto pratico, che sa economizzare il tempo. Sono pronta; incominciamo?" Tutta la sala scintillava di candelieri d'argento; il bestione si prosternava e pregava. Quando ebbe finito, chiese: "Signora, quale figlia mi darete?" "È una bella domanda. Se ti do la più grande, la seconda si lagnerà; ma se ti do la seconda, si indispettirà la più piccola. Se poi ti dessi la più piccola, credo che la maggiore si offenderebbe. Non so proprio come uscirne" rispose la futura suocera. "Non dobbiamo indispettire nessuno. Se temete malcontenti, datemele tutte e tre: vi risparmierete polemiche e battibecchi che rovinerebbero la pace familiare." "Nemmeno per sogno! Non vorrai accaparrarti da solo tutte e tre le mie figlie!" "Pensateci: chi, al giorno d'oggi, non ha tre mogli e quattro concubine? Io me la caverei bene anche con molte di più: fin da giovane, per le battaglie fra le lenzuola, ho avuto un'alta scuola. Vi garantisco che le soddisferò tutte alla perfezione." "Non se ne parla nemmeno, ho detto di no! Avvolgi la testa in questo panno e nascondici la faccia: faremo una scelta a caso, secondo la volontà del Cielo. Le ragazze ti sfileranno davanti, e tu sposerai quella che riuscirai ad afferrare tendendo le braccia." Il bestione si coprì la testa. Come dice il poema: Il folle non comprende i motivi profondi, E non sa che l'amore è una spada che uccide. Non segue i riti antichi, destinati allo scopo, Ma si copre la testa come un povero stupido. Quando si fu ben coperto, il bestione propose: "Signora mamma, le ragazze possono entrare." La futura suocera chiama: "Sincerità, Amore, Amata, venite qui che facciamo l'estrazione a sorte per questo matrimonio." Il bestione sente tintinnare anelli e placchette di giada, annusa effluvi di muschio e di orchidea, come se lo circondassero le fate, e tende le braccia per acchiapparne una. Si slancia a destra, poi a sinistra, ma ovunque afferra il vuoto; va, viene e gli sembra che ci siano moltissime ragazze a turbinare intorno a lui: ma nessuna si fa prendere. Da questa parte urta contro una colonna, dall'altra va a sbattere in un tramezzo di legno. Corre da tutte le parti, la testa gli gira, non si regge più sulle gambe e barcolla come un ubriaco. Davanti inciampa in una soglia, dietro urta in un muro di mattoni. Incespicando e urtando, si era tutto coperto di lividi. Alla fine cadde seduto per terra, ansimando da non poterne più: "Ma queste ragazze mi scivolano fra le mani, signora! In questo modo non riuscirò mai a prenderne una." "Genero mio" rispose la suocera sollevandogli il velo, "non è che le mie figlie scivolino fra le mani; il fatto è che sono modeste, e ti cedono l'una all'altra con bello spirito di rinuncia." "Se loro non mi vogliono, prendetemi voi." "Ma che bel genero, fa proposte anche alla suocera, senza rispetto all'età! Le mie tre figlie sono molto brave: ciascuna ha cucito una camicia di broccato ornata di perle. Te le proverai, e sposerai la ragazza che ha cucito la camicia che ti andrà bene." "Così è meglio. Portatemi queste camicie, io le proverò. Si capisce che, se riesco a infilarmele tutte e tre, sposo tutte e tre le ragazze; d'accordo?" La dama uscì dalla stanza e rientrò poco dopo tendendo una camicia a Porcellino. Il bestione si sfilò la sua tunica azzurra e infilò la camicia, ma ancor prima di averne annodato il laccio cadde a terra: il capo di vestiario era tutto pieno di cordine e funicelle, che lo strizzarono spietatamente e gli inflissero un'intollerabile tortura. Intanto le donne svanivano. Ritorniamo a Tripitaka, Scimmiotto e Sabbioso, che già riemergevano dal sonno, mentre l'oriente si andava rischiarando. Quando aprirono gli occhi, i nobili edifici e le alte sale erano scomparsi, con le loro travi scolpite e pilastri decorati. In realtà avevano passato la notte in una foresta di pini e di cedri. Tripitaka, smarrito, si mise a chiamare Scimmiotto, mentre Sabbioso esclamava: "Ci siamo imbattuti nei fantasmi, ci hanno fregato!" "Ma davvero?" fece Scimmiotto sorridendo sotto i baffi, perché sapeva benissimo com'erano andate le cose. "Ma non vedi dove abbiamo dormito?" insisteva Tripitaka. "Non ci siamo poi trovati tanto male" replicò Scimmiotto. "Mi chiedo dove quello scemo avrà ricevuto il suo castigo." "Quale castigo?" s'inquietò Tripitaka. Scimmiotto si mise a ridere: "Non avrete mica creduto alle storie di quelle donne! Madre e figlie erano delle pusa venute da chissà dove, che suppongo siano ripartite durante la notte, dopo averci ospitato e aver dato una lezione a Porcellino Otto Divieti." A sentir parlare di pusa, Tripitaka giunse le mani e si inchinò rispettosamente. Videro un biglietto che fremeva al vento, fissato a un cedro antico alle loro spalle. Sabbioso lo andò a staccare e lo portò al maestro, che vi lesse un inno in otto versi: Madre del Monte Li qui è venuta stanotte, Non di sua iniziativa, su invito di Guanyin E in buona compagnia con Puxian e Wenshu, In forma di avvenenti fanciulle delle selve. Il monaco cinese ha abbandonato il mondo, Ma Otto Divieti invero non si sa distaccare: Occorrerà che trovi il modo di correggersi, Perché non sia penosa la strada al negligente. Il reverendo, il Novizio e Sabbioso stavano cantando l'inno a tre voci, quando udirono grida provenienti dal folto del bosco: "Maestro, queste corde mi strangolano! Aiuto! Non lo farò più!" "Consapevole del Vuoto, non ti pare che sia la voce di Consapevole delle Proprie Capacità?" chiese Tripitaka. "Certo che è lui" intervenne Sabbioso. "Fratello, lascia perdere" tagliò corto Scimmiotto. "Andiamocene." "So che quel bestione persevera nella sua stoltezza, ma è un cuore semplice; e poi la forza per portare i bagagli ce l'ha" obiettò Tripitaka. "Dobbiamo inoltre considerare che la pusa ce lo aveva destinato. Leviamolo dai guai e permettiamogli di seguirci; non credo che oserà ricominciare." Mentre Sabbioso arrotolava le coperte e rifaceva i bagagli, Scimmiotto slegò il cavallo e andò con Tripitaka alla ricerca del discepolo perduto. È proprio il caso di dirlo: Per tener la via retta ti occorre la prudenza, Scordando i desideri e la concupiscenza. Ma se, in fin dei conti, non avete idea di che cosa era avvenuto a quel bestione di Porcellino, dovrete pure ascoltare il seguito! 第024回 UNA COPPIA DI RAGAZZINI IMMORTALI · IN CUI L'EMINENTE IMMORTALE FA INTRATTENERE IL SUO VECCHIO AMICO SUL MONTE DELLA LONGEVITÀ, E SCIMMIOTTO SOTTRAE FRUTTI DI GINSENG AL TEMPIO TAOISTA DELLE CINQUE FATTORIE. Si diceva che i pellegrini si addentrarono nella foresta: non tardarono a scoprire il bestione legato a un albero. Soffriva dolori insopportabili e gemeva continuamente. Scimmiotto si fece avanti ridendo: "Eccolo, il nostro bel genero! A quest'ora sta ancora lì a gingillarsi e a farsi bello, invece di alzarsi per andare a ringraziare i parenti e a portare al maestro la buona novella. E la suocera? E tua moglie? Mi pare che ti abbiano ben impacchettato, e messo al palo della tortura." Confuso e umiliato, Porcellino serrò i denti e ammutolì. Sabbioso sentì compassione per lui, posò i bagagli e si avvicinò per soccorrerlo e slegarlo. Porcellino ringraziò tutti prosternandosi fino a toccare il suolo con la fronte. Si vergognava molto. Si ricordino questi versi, da cantare sull'aria della Luna sopra il fiume dell'Ovest: L'amore è come una spada tagliente, I suoi diletti conducono a morte. Dolcissima fanciulla sedicenne Ti espone a più pericoli del diavolo. Le tue risorse sono limitate, Puoi solo spendere, non guadagnare. Gestisci il capitale con prudenza E senza sprechi, per farlo bastare! Porcellino raccolse un pizzico di terra a mo' d'incenso, e pregò rivolto allo spazio. "Avevi riconosciuto i pusa?" chiese Scimmiotto. "Mi girava la testa da non reggermi in piedi, vedevo doppio. Non avrei potuto riconoscere nemmeno mio padre." Scimmiotto gli tese il biglietto. Leggendo i versi, Porcellino si sentì ancor più umiliato e pieno di vergogna. "Il nostro secondo fratello e condiscepolo ne ha avuta proprio tanta, di fortuna!" sbottò a ridere Scimmiotto. "Non uno, ma quattro pusa son piovuti dal cielo nel suo letto!" "Non parlarne più, ti prego. Mi sento proprio avvilito, escluso dal genere umano. Non sarò mai più così sconsiderato. Dovessi rompermi le ossa e consumarmi le spalle sotto i carichi, seguirò il maestro fino al paese dell'Ovest." "Ora sei ragionevole" approvò Tripitaka. Il Novizio li guidò alla strada maestra. Dopo un bel po' che camminavano, videro un'alta montagna che sbarrava il passaggio. Tripitaka tirò le redini e posò il frustino. "Discepoli" disse, "attenti a quella montagna: temo che ospiti diavoli ed esseri malefici pronti a nuocere." "Siamo qui in tre, davanti al vostro cavallo" replicò Scimmiotto. "Quale mostro può farvi paura?" Rassicurato, il reverendo riprese il cammino. La montagna era magnifica: Alta montagna dai ripidi fianchi Che maestosa domina il paese: Le radici piantate nel Kunlun E la cima svettante nelle nuvole. Sui ginepri si posano le gru In bianche piume, ed i gibboni scuri Saltan fra i rami reggendosi a liane. Sul bosco verde chiaro si riflettono Raggi di sole e fanno evaporare Brume in lente volute. Si alza il vento Dai profondi burroni e in movimento Mette soffici nubi [...] Vedi fiori sbocciare ed appassire. È la superba cima uno spettacolo Di picchi aguzzi su cui corron nuvole. "Cari discepoli!" esclamò allegro Tripitaka dall'alto della sua cavalcatura. "Da quando sono partito per l'occidente ho attraversato molti paesaggi montuosi; ogni volta c'era almeno qualche elemento sinistro e minaccioso, niente di simile al bellissimo spettacolo che ci offre questa montagna. Può darsi che dipenda dalla prossimità al Monastero del Colpo di Tuono; se fosse così, dovremmo incominciare a prepararci per incontrare con decoro e raccoglimento il Reverendo di tutti reverendi." "Nemmeno per sogno!" rise Scimmiotto. "Ne abbiamo ancora molta, di strada da fare." "A che distanza saremo dal Colpo di Tuono?" chiese Sabbioso. "Cento ottomila li. Sì e no, avremo percorso la decima parte della distanza." "Ma per quanti anni dovremo ancora camminare?" s'inquietò Porcellino. "A voi due soli potrebbe bastare una diecina di giorni, saggi condiscepoli" rispose Scimmiotto. "Quanto a me, potrei andare e venire una cinquantina di volte in giornata, prima che scenda il buio. Ma il maestro? Lasciamo stare, non ci pensate." "Consapevole del Vuoto, dicci invece quando possiamo arrivare" insisté Tripitaka. "Se incominciaste il cammino nella prima giovinezza e continuaste fino all'estrema vecchiaia, e poi riusciste a ricuperare la giovinezza, e ciò si ripetesse mille volte: non credo che questo basterebbe per arrivare alla meta. Ma se realizzate con determinazione e sincerità la percezione della vostra natura di buddha, e vi dedicate ogni pensiero in ogni istante: questo sì, può bastare per giungere al Monte degli Avvoltoi." "Fratello maggiore" intervenne Sabbioso, "anche se questa non è la regione del Colpo di Tuono, in un paesaggio così bello e perfetto può comunque abitare soltanto gente nobile e buona." "Dici bene" approvò Scimmiotto. "Nemmeno io vedo traccia di manifestazioni malefiche. Di sicuro è il paese di qualche santo o immortale. Possiamo percorrerlo passeggiando in tutta tranquillità." In effetti il luogo si chiamava Monte della Longevità e vi si trovava un tempio taoista, detto delle Cinque Fattorie, in cui viveva un venerato immortale. Il suo nome in religione era Maestro del Primordiale Soggiogato, ma di solito lo si chiamava con il soprannome di Signore Uguale al Mondo. La specialità del tempio era la produzione di un frutto meraviglioso, che valeva più di un tesoro; la sua origine risaliva all'inizio della separazione del caos, quando la nuvola primordiale incominciava appena a prender forma, ancor prima che si separassero cielo e terra. Dei quattro continenti dell'universo, solo quello dell'Ovest, e solo in questo tempio, produce ciò che si chiama cinabro trasmutato vegetale, oppure frutto del ginseng. Il fiore richiede tremila anni per sbocciare; nel corso di tremila anni si va formando il frutto, che matura in non meno di altri tremila anni: diciamo, per prudenza, che dopo diecimila anni si può mangiare un frutto. L'aspetto è un po' strano: il frutto si presenta come un neonato con meno di tre giorni di vita, ben formato in ogni parte, con le sue quattro membra e cinque sensi. Chi ha l'inaudita fortuna di annusare uno di questi frutti, ci guadagna trecento sessant'anni di vita. Arrivare a mangiarne uno, vale quarantasettemila anni di longevità. Quel giorno il grande immortale del Primordiale Soggiogato era stato invitato dall'Imperatore di Giada nel palazzo celeste della Purezza Suprema, ad ascoltare un sermone sul frutto del caos primordiale secondo il Tao. Il grande immortale aveva addestrato nel tempo moltissimi discepoli, divenuti immortali a loro volta; ne aveva ancora con sé quarantotto, che erano tutti completamente veri e avevano conseguito il Tao. Quarantasei lo avevano accompagnato nel mondo superiore ad ascoltare il sermone, mentre i due più giovani erano rimasti a casa: Vento Puro, un ragazzo di mille trecentovent'anni, e Chiaro di Luna, un fanciullo che aveva appena compiuto mille duecento anni. Il maestro aveva detto loro: "Non mi posso sottrarre all'invito della nostra eminente e venerata divinità celeste: voi resterete tutti e due a sorvegliare la casa. Fra poco passerà di qui un mio amico: trattatelo gentilmente. Potrete cogliere e offrirgli due frutti di ginseng, per testimoniargli il mio affetto dei vecchi tempi." "Chi è questo amico? Vogliate dircelo perché possiamo riconoscerlo e trattarlo adeguatamente." "È un santo monaco al servizio dell'imperatore dei grandi Tang dell'Est. Il suo nome in religione è Tripitaka. È il bonzo che si sta recando nel Paradiso dell'Ovest per salutare il Buddha e sollecitare le scritture." "Ma Confucio non diceva che non si consulta gente che segue un'altra via?(26)" obiettarono ridendo quei ragazzi leggeroni. "Siamo noi la Porta Misteriosa dell'Unità Suprema: perché dovremmo bazzicare bonzi?" "Non capite ancora queste cose. Quel bonzo è la reincarnazione di Cicala d'Oro, il secondo discepolo del venerato Beato Buddha dell'Ovest. Feci la sua conoscenza cinquecento anni fa, a una festa Ullambana. Mi servì il tè con le sue mani, mentre i figli del Buddha mi rivolgevano segni di rispetto. Perciò lo considero un amico." Queste parole convinsero i due giovani immortali a prendere sul serio le istruzioni ricevute. Prima di partire, il maestro raccomandò: "I miei frutti sono contati. Ne potete cogliere due, non di più." "All'apertura del giardino" precisò Vento Puro "ce ne eravamo divisi due, fra tutti noi. Ne restano ventotto. Non ci permetteremo certo di sprecarli." "Naturalmente Tripitaka è un amico, ma è sempre meglio non fidarsi troppo: chissà che gente indisciplinata lo accompagna. Bisogna che non ne sappiano niente." I ragazzi promisero, e l'immortale volò via verso il Cielo con tutta la classe. Intanto i quattro pellegrini camminavano già sulla montagna. Alzando gli occhi, scorsero torri e padiglioni che sbucavano da un boschetto di pini e di bambù. "Consapevole del Vuoto, secondo te, di che cosa si tratta?" chiese Tripitaka. "Tempio taoista o monastero buddista" rispose Scimmiotto, dopo aver esaminato i luoghi. "Ancora pochi passi, e lo sapremo di preciso." Infatti giunsero presto al portale, dove si vedeva Fresco e ombreggiato il pendio sotto i pini, Sentiero solitario fra i bambù. Le gru candide andavano e venivano, Salivano e scendevano i gibboni. Sullo stagno le lunghe ombre degli alberi, Dentro le fenditure cresce il muschio. [...] Avresti contemplato senza fine Scene ispirate al Tao ed alla virtù, Vasta dimora di immortali e dèi. Smontato da cavallo, Tripitaka notò a sinistra dell'ingresso una stele con dieci grossi caratteri: TERRA BENEDETTA DEL MONTE DELLA LONGEVITÀ CIELO DELLA GROTTA DEL TEMPIO DELLE CINQUE FATTORIE "In effetti, discepoli, è un tempio taoista" concluse Tripitaka. "Maestro" insisté Sabbioso, "a giudicare da com'è bello e fresco questo posto, deve abitare qui un uomo nobile e buono. Perché non entriamo a vedere? E quando saremo sulla strada del ritorno, sarebbe bello ritornare da queste parti." "Ben detto" approvò Tripitaka. Perciò entrarono tutti insieme, e sopra la seconda porta videro il seguente distico di capodanno: Residenza di eterna giovinezza, Casa taoista di età uguale al Cielo. Scimmiotto si mise a ridere: "Questo taoista si vanta per impressionare la gente. Quando buttai per aria tutto il paradiso, cinquecento anni fa, non trovai tante pretese nemmeno alla porta del signore Laozi." "Lascia stare" intervenne Porcellino, "entriamo! Non si sa mai, questo taoista potrebbe anche avere acquisito qualche virtù." Sulla porta della seconda corte vennero loro incontro due giovanotti. Che aspetto avevano? Lindi e puri fino all'osso, i musetti assai carini, Aria vispa, in testa portano due ciuffetti di capelli. Si direbbe che le tonache non racchiudano che nuvole, Tanto vanno svolazzando, e le maniche fan vento. I fermagli alle cinture sono teste di dragone, Le scarpette lievi legano delle stringhe in vera seta. No, non son gente qualsiasi; son speciali e assai eleganti, Introdotti negli arcani: Vento Puro e Chiar di Luna. I due ragazzi corsero loro incontro curvando la schiena e si inchinarono profondamente a Tripitaka, dicendo: "Reverendo maestro, vi preghiamo di scusarci. Vogliate accomodarvi all'interno." Lietamente sorpreso dall'accoglienza, Tripitaka li seguì nella sala grande, guardandosi intorno. Era una vasta sala a cinque campate, orientata a sud, con le pareti completamente ricoperte di pannelli scolpiti, pieni in basso e traforati in alto. I ragazzi ne aprirono parecchi e pregarono il monaco cinese di entrare. Al centro erano appesi i due grandi caratteri Cielo e Terra, ricamati in cinque colori. Su un tavolino da incenso in lacca rossa riccamente decorato era posato un brucia profumi a forma di vasetto, e accanto incenso della qualità più fine. Il monaco cinese si avvicinò, prese con la mano sinistra alcune bacchette d'incenso e le mise nel brucia profumi; poi si prosternò tre volte. Si rivolse quindi ai giovani immortali: "Il vostro tempio delle Cinque Fattorie è certo un grande centro di spiritualità nell'Ovest. Ma come mai non offrite culto ai tre puri, ai sovrani dei quattro orienti, alle divinità che governano il cielo, ma vi limitate a bruciare l'incenso ai due caratteri del Cielo e della Terra?" "Non vi possiamo nascondere, maestro" rispose sorridendo uno dei due ragazzi, "che, anche di questi caratteri, solo il primo merita il nostro omaggio. Il secondo non dovrebbe nemmeno annusare il profumo del nostro incenso, benché il nostro maestro lo abbia messo lì per adularne l'amor proprio." "Come sarebbe a dire, adulare l'amor proprio?" "I tre puri sono amici di famiglia, i quattro sovrani vecchi conoscenti, i nove luminari giovani colleghi e la divinità del Nuovo Anno, quando la invitiamo, è comunque un ospite di rango inferiore." All'udire queste parole, Scimmiotto si piegava in due dalle risate. "Cosa c'è da ridere, fratello?" domandò Porcellino. "Ho sempre sostenuto che, come sbruffone, nessuno poteva competere con il vecchio Scimmiotto. Ma adesso trovo qui queste fighette taoiste, che son più brave di me ad acchiappare vento e tritarlo fino fino." "Il vostro maestro dov'è?" inquisì Tripitaka. "Non è in casa, è partito, perché l'Imperatore di Giada lo ha invitato al palazzo celeste della Purezza Suprema, ad ascoltare un sermone sul frutto del caos primordiale." Questo fu troppo per Scimmiotto, che esplose: "Voi, merdoline taoiste, la sapete riconoscere la gente che incontrate? Ma lo sapete a chi state raccontando queste stronzate? E chi sarebbe questo famoso immortale dei castelli in aria, che ha invitato il vostro don Pisellone per predicargli sa il cacchio che cosa?" Tripitaka si spaventò; sapeva che, se i ragazzi si fossero provati a replicare, poteva uscirne un finimondo al di là di ogni possibilità di controllo. Perciò credette necessario intervenire: "Consapevole del Vuoto, per favore, non aggredire. Andarcene via appena arrivati sarebbe segno di una deplorevole mancanza di sentimento ecumenico. Anche il proverbio dice che cane non mangia cane. Il loro maestro non è nemmeno qui, perché prendersela con loro? Vai a far pascolare il cavallo. Intanto Sabbioso sorveglierà i bagagli. Dovresti dire a Porcellino di aprire il sacco del grano e di farsi prestare forno e pignatte per cuocere il cibo. Quando ripartiremo, pagheremo qualche sapeca per la legna che avremo consumata, e questo è quanto. Fate come vi ho detto e lasciatemi qui a riposare un po'. Dopo mangiato, ripartiremo subito." I tre, in effetti, se ne andarono a svolgere i compiti assegnati. Chiaro di Luna e Vento Puro erano rimasti impressionati: "Che bonzo energico! È un vero santo del Paradiso dell'Ovest, disceso in terra senza offuscare la sua natura originaria. Il nostro maestro ci aveva incaricato di offrirgli il ginseng per testimoniare la sua vecchia amicizia, ma ci aveva anche messo in guardia contro i suoi servitori: in effetti sono molto rozzi, e che facce patibolari! Per fortuna li ha allontanati. Se fossero rimasti qui, di ginseng non si sarebbe potuto nemmeno parlare." "Fratello" mormorò Vento Puro, "in realtà non ci siamo ancora accertati che questo bonzo sia proprio l'amico del nostro maestro. Sarà meglio che glielo chiediamo, per essere sicuri di non commettere sbagli." I due ragazzi si fecero nuovamente avanti: "Permetteteci di chiedere se siete voi Tripitaka dei grandi Tang, che si reca al Paradiso dell'Ovest in cerca delle scritture." "Sono proprio io" rispose Tripitaka, restituendo il saluto. "Ma voi come sapete il mio umile nome?" "Prima di partire il nostro maestro ci aveva raccomandato di venirvi incontro per strada. Ma voi siete arrivato così presto, che non abbiamo avuto modo di adempiere l'incarico. Vogliate sedervi, maestro, e consentire ai vostri discepoli di servirvi il tè." "Mi confondete con le vostre squisite cortesie." Chiaro di Luna corse a preparare una tazza di tè profumato e venne a servirla al reverendo. Bevuto il tè, Vento Puro disse al condiscepolo: "Andiamo a raccogliere la frutta: dobbiamo ubbidire alle istruzioni del nostro maestro." I due ragazzi chiesero licenza a Tripitaka e ritornarono nella propria camera, dove l'uno prese un martelletto d'oro e l'altro un vassoio da cinabro, di cui coprì il fondo con fazzoletti di seta. Poi uscirono nel giardino, dove Vento Puro si arrampicò sull'albero per battere i frutti con il martelletto, mentre Chiaro di Luna, ai suoi piedi, li riceveva nel vassoio. In un momento, l'uno staccò due frutti e l'altro li prese in consegna. Rientrarono nella sala grande e li offrirono al monaco cinese: "Il nostro tempio delle Cinque Fattorie è sperduto in mezzo a montagne senza risorse; non abbiamo altro da offrirvi che questi due frutti, semplici prodotti locali, che forse potreste trovare dissetanti." Tripitaka fremette d'orrore e fece precipitosamente due passi indietro, esclamando: "Bontà divina! Eppure quest'anno il raccolto non è stato tanto cattivo da ridurci alla fame e al cannibalismo. Come potete pensare che mi disseti mangiando neonati?" "Questo bonzo" pensò Vento Puro "vive tutto nello spazio in cui combattono labbra e lingua, è immerso nell'oceano del bene e del male: le sue percezioni sono volgari, non sa riconoscere questo tesoro eccezionale della nostra casa di immortalità." Chiaro di Luna cercò di spiegare: "Questo prodotto si chiama frutto di ginseng e non c'è alcuna controindicazione a mangiarne. Assaggiatene uno!" "Ma via! Chissà quanto avranno sofferto i genitori che lo hanno concepito e messo al mondo. Voi glielo rapite, prima che abbia tre giorni, e me lo servite come un frutto commestibile. È criminoso!" "Scusate, ma questa cosa è cresciuta su un albero" precisò Vento Puro. "Che incredibili sciocchezze! Forse che i bebè spuntano sugli alberi? Portate via questa infamia!" Di fronte al veemente rifiuto, i ragazzi portarono il vassoio nella propria camera. Bisogna ammettere che quella è frutta strana: non si può conservarla, perché presto indurisce e diventa immangiabile. Perciò non poterono far altro che sedersi sul bordo del letto e mangiarsela. Ahimè, chi avrebbe immaginato il disastro imminente! Il fatto è che la loro camera era accanto alla cucina, e le pareti erano molto sottili: si udivano anche i bisbigli. Porcellino stava appunto preparando da mangiare, e già aveva ascoltato le loro battute sul martelletto e sul vassoio da cinabro, prendendone nota. Ora li udì di nuovo che discutevano del monaco cinese, che non aveva riconosciuto i frutti di ginseng e li aveva costretti a portarli via per mangiarseli da soli. La conversazione fece venire l'acquolina in bocca a Porcellino: "Quanto mi piacerebbe assaggiarli!" si diceva. Ma siccome era un balordo, non sapeva far nulla senza averne prima discusso con Scimmiotto. Non faceva più attenzione ai fornelli, tendeva continuamente il collo per vedere se il condiscepolo fosse di ritorno. In effetti dopo un po' lo vide ritornare e legare il cavallo a un albero di sofora. Scimmiotto si stava dirigendo verso il retro, quando vide Porcellino che faceva segni disperati dalla finestra della cucina e gridava: "Vieni da questa parte!" Scimmiotto fece dietro front e si affacciò alla porta della cucina, esclamando: "Che c'è, bestione, perché gridi? Avrai poco riso, suppongo. Preparane per il vecchio secondo il suo appetito; noi ne mendicheremo dell'altro nelle case che ci sono più in là lungo la strada, ecco tutto." "Vieni dentro. No, non è questione di riso. Lo sai che in questo tempio c'è un tesoro?" "Che tesoro sarebbe?" "So come si chiama, ma non l'ho mai visto" sghignazzò Porcellino. "E anche tu, se te lo portassero, non ci capiresti niente." "Mi prendi in giro, scemo? Ho cercato il Tao per cinquecento anni, ho vagabondato ai quattro angoli dell'universo. Non ci dovrebbe essere molta roba che io non abbia mai visto." "Li hai mai visti i frutti del ginseng?" "No, è vero, non li ho mai visti; ne ho solo sentito parlare. Sarebbero il cosiddetto cinabro trasmutato vegetale, e dovrebbero essere il non plus ultra per procurare longevità. E dove si trovano?" "Si trovano in questo posto. Quei ragazzi ne hanno offerto due al maestro, che li ha scambiati per neonati e non ha osato mangiarli. I ragazzi ne hanno approfittato per spassarsela. Se il maestro non li voleva, avrebbero dovuto offrirli a noi; invece si sono chiusi nella loro camera e ne hanno fatto una scorpacciata. Figùrati che li sentivo succhiare di gusto, mi han fatto venire una voglia! Vorrei sentire anch'io che sapore hanno, ma non sapevo come fare. Ho pensato a te, che sei sempre pieno di risorse. Vai nel giardino a sgraffignarne qualcuno, così ce ne facciamo un'idea. Ti va?" "Niente di più facile. Aspetta qui, che te ne porto subito." Mentre si volgeva bruscamente e stava per andarsene, Porcellino lo trattenne: "Dì, fratellino, quelli là parlavano di un martelletto d'oro che occorre per farli cadere. Bisogna seguir le regole, perché poi non si accorgano di niente." "So, so!" Quando il grande santo, resosi invisibile, penetrò nella cella, i due ragazzi non c'erano più; dopo aver mangiato i frutti, erano ritornati nella sala a conversare con il monaco cinese. Scimmiotto cercò in tutti gli angoli qualcosa che assomigliasse a un martelletto d'oro, e finì per scoprire una piccola barra di oro rosso, lunga un paio di piedi e grossa un pollice, appesa al graticcio della finestra; a un capo s'ingrossava alle dimensioni di una testa d'aglio, l'altro capo era forato e vi passava una funicella di lana verde, che serviva appunto per appenderla. "Sarà questo il martelletto d'oro" si disse Scimmiotto; lo prese e uscì dalla cella. Corse dietro l'edificio, spinse una porta e si trovò in un bel giardino. Eccolo qua: Le barriere vermiglie, le balaustre preziose, Minuscole colline, vallette deliziose, Fiori rari e svettanti bambù nel cielo azzurro. Lo snello padiglione quasi scompare immerso Fra i rami traboccanti di un gigantesco salice. Terrazza della luna, che alti pini colorano. L'erba verde è trapunta di rosse melagrane. L'orchidea delle sabbie dà riflessi azzurrini All'acqua del ruscello, che scorre inesauribile Riflettendo le grandi chiome che la proteggono [...] Luogo più incantatore non potresti trovare: È certo il più bel parco fiorito d'Occidente. Scimmiotto non si stancava di contemplare. Poi scoprì un'altra porticina e, spingendola, si trovò nell'orto: Si trovano i legumi delle quattro stagioni: Spinaci, porri, bietole, con sedani ed epatiche, Germogli di bambù, zenzero, agli e cipolle, Coriandolo e scalogno, le zucche ed i meloni. Carfani ed artemisie, lagenarie e piantaggini, Come le melanzane, attendono il trapianto. Carote, rape e tuberi crescono sottoterra. Senapi ed amaranti crescon qua e là fra i cavoli. Scimmiotto pensava: "A questo taoista piace mangiare ciò che semina." Attraversato l'orto, c'era una terza porticina, che spalancò: al centro dello spazio che si apriva, c'era un solo albero gigantesco, dalla chioma foltissima e aromatica. La forma delle foglie ricordava il banano, ma esse salivano a mille piedi di altezza. Il tronco aveva una circonferenza di sette od otto tese. Appoggiandosi all'albero, Scimmiotto guardò su e vide un frutto di ginseng pendere da un ramo rivolto a mezzogiorno; sembrava davvero un neonato, con il picciolo che spuntava come una piccola coda. A vederlo dondolare lassù, si sarebbe detto che il bebè agitasse disperato braccia e gambe, scuotesse la testa e strillasse al vento che lo agitava. Scimmiotto si sentì pieno di soddisfazione e si congratulò con sé stesso: "Ecco una bella e buona cosa, che non si vede tutti i giorni." Nessuno vale una scimmia, per arrampicarsi su un albero a rubare frutta. Appena sfiorato dal martelletto d'oro, il frutto si staccò e cadde. Scimmiotto saltò giù e lo andò a cercare nell'erba, ma non ne trovò traccia; frugò a lungo inutilmente. "Che cosa strana!" si disse Scimmiotto. "Ha delle specie di gambe, supponiamo pure che sappia usarle per camminare; ma come avrebbe fatto a scavalcare un muro così alto? Credo di capire: l'avrà raccolto la divinità locale del giardino, per impedirmi di rubarlo." Tracciò un incantesimo e recitò la sillaba om, per costringere il dio del giardino a presentarsi. Questi comparve, s'inchinò e chiese: "Mi avete chiamato, grande santo? Che cosa posso fare per servirvi?" "Non sai che il vecchio Scimmiotto è il più famoso ladro solitario di tutto l'universo? L'anno in cui rubai le pesche di immortalità, saccheggiai le riserve di vino di Sua Maestà e depredai le pillole di elisir, nessuno osò pretendere di dividere con me. E tu, per qualche misero pezzo di frutta che stavo sgraffignando, pretenderesti di avere la prima scelta? La frutta che spunta sugli alberi, può beccarla ogni uccello che passa. Non sono nemmeno sicuro che sia un furto. Ma tu come ti sei permesso di portarmela via, dopo che l'avevo fatta cadere?" "L'umile divinità che sono è accusata a torto, grande santo. Quel tesoro è un prodotto di immortali terrestri, mentre io sono un immortale del mondo dei fantasmi. Non avrei mai l'audacia di impadronirmi di quella roba, non mi sono mai permesso nemmeno di annusarla." "Se non l'hai presa tu, come ha fatto a scomparire?" "Forse voi conoscete soltanto l'efficacia di quel prezioso prodotto per acquistare longevità, ma non sapete le sue origini." "Perché, che origini ha?" "Questo prezioso prodotto richiede tremila anni perché il fiore si schiuda, altri tremila per formare il frutto, e almeno altri tremila perché maturi. In diecimila anni, l'albero ne produce solo trenta. Chi ha la fortuna di annusarli vive trecento sessant'anni; chi ne mangia, quarantasettemila anni. Tuttavia il prodotto teme i cinque elementi." "E che cosa vuol dire?" "Se lo tocca il metallo, il frutto cade; se lo tocca il legno, si dissecca; nell'acqua si dissolve; il fuoco lo calcina; la terra lo assorbe. Per questo motivo lo si bacchia con uno strumento di metallo; ma occorre poi raccoglierlo su un vassoio foderato di fazzoletti di seta. Se si usasse il legno, il frutto si disseccherebbe, diventerebbe immangiabile e comunque inefficace. Per consumarlo, semmai, si può scioglierlo in una tazza di porcellana riempita di acqua pura. Calcinato dal fuoco non servirebbe più a nulla. Quanto al contatto con il suolo, lo avete appena sperimentato: la terra lo ha subito assorbito, e non ne è rimasta traccia. E questa è una terra vecchia di quarantasettemila anni, una zappa di diamante non riuscirebbe nemmeno a graffiarla tanto è dura: tre o quattro volte di più del ferro forgiato. Perciò consumare quel frutto allunga tanto la vita. Se vostra santità non mi crede, provi a colpire il suolo." Scimmiotto tirò fuori la sbarra cerchiata d'oro e la batté in terra con tutte le forze. La sbarra fece un gran rimbalzo, con un rumore di tuono, ma sul suolo non restò alcun segno. "Guarda, guarda!" diceva Scimmiotto. "E pensare che la mia sbarra polverizza le rocce e lascia il segno anche sul ferro forgiato. Qui non è rimasto nemmeno un graffio. Devo ammettere che ti avevo accusato a torto; vai pure." La divinità locale tornò subito a rimpiattarsi nel suo santuario. Scimmiotto ci pensò su e trovò una soluzione: si arrampicò di nuovo sull'albero e, mentre con una mano impugnava il martelletto, con l'altra sollevava un lembo della sua lunga tunica di broccato, in modo da formare un sacco. Insinuandosi fra i rami e allontanando le foglie, riuscì a far cadere nel sacco tre frutti. Poi saltò giù e ritornò alla cucina, dove Porcellino gli chiese: "Ce l'hai fatta?" "E questi che cosa sono? Il vecchio Scimmiotto non sbaglia mai il colpo. Per frutti così rari, non possiamo dimenticare Sabbioso: dagli una voce." Porcellino lo chiamò facendo gran segni: "Consapevole della Purezza, da questa parte!" Sabbioso posò i bagagli e corse in cucina a chiedere: "Che cosa c'è, fratelli?" "Guarda qua" rispose Scimmiotto, aprendo la piega della sua tunica. "Hai un'idea di che cosa siano?" "Si capisce, sono frutti di ginseng" disse Sabbioso. "Ma allora tu conosci già questa roba. Dove li hai mangiati?" "Non li ho mai mangiati; ma quand'ero generale delle Cortine Arrotolate, e scortavo il carro di fenice dell'Imperatore di Giada alla Festa della Pesche di Immortalità, mi è capitato di vedere degli immortali d'oltremare che portavano questa roba in omaggio. Vedere, ho visto; ma senza mai assaggiare. Fratello, ne fai assaggiare un po' anche a me?" "È fuori discussione; ne ho preso apposta uno per ciascuno di noi." Così ciascuno ebbe il suo frutto da mangiare. Ma Porcellino aveva una bocca molto capace, e il ventre ancora di più. Fin da quando aveva colto la conversazione fra i due ragazzi, si era sentito come se vermi voraci gli brulicassero nello stomaco. Come vide i frutti, si buttò avanti a bocca spalancata e ne inghiotti uno tutto intero: cadde nel suo ventre con un tonfo, come un sasso nel pozzo. Poi incominciò a stralunare gli occhi con aria mortificata e chiese a Scimmiotto e a Sabbioso: "Voialtri che cosa avete lì da mangiare?" "Ginseng" disse Sabbioso. "Che sapore ha?" "Consapevole della Purezza" intervenne Scimmiotto, "non gli badare. Ha mangiato lui per primo. Dove vuole andare a parare?" "Fratello" fece Porcellino, "il guaio è che l'ho mandato giù di furia, invece di masticare bene e di assaporare come state facendo voi. Mi è scappato giù per la gola, senza che riuscissi a capire se aveva nocciolo o no. Fratello, le buone azioni non si devono lasciare a metà. Ricominciano a brulicarmi quei vermi nella pancia. Perché non me ne vai a prendere un altro, tanto perché possa sentire anch'io il sapore?" "Mai contento, mai sazio!" esclamò Scimmiotto. "Questi non sono i soliti quintali di riso o di tagliatelle di cui ti imbottisci a ogni occasione. Questa è roba che ne crescono trenta in diecimila anni. Poterne mangiare uno solo nella vita è già una fortuna incredibile, toccata a ben poca gente. Basta, piantala!" Si alzò, gettò il martelletto nella cella vicina attraverso un buco nel graticcio della finestra, e non si occupò più di Porcellino. Intanto il bestione borbottava senza posa. Quando i due ragazzi ebbero occasione di ritornare nella loro camera, lo sentirono lamentarsi di aver inghiottito il ginseng senza sentirne il sapore e di non poterne avere dell'altro. Vento Puro si mise in allarme e disse a Chiaro di Luna: "Lo hai sentito, quel bonzo grassone, che parla di ginseng? Il nostro maestro ci aveva raccomandato di guardarci da questa gente. Non sarà, per caso, che ci abbiano rubato la nostra frutta preziosa?" "C'è davvero qualcosa che non va, fratello" rispose Chiaro di Luna. "Guarda qui, il martelletto d'oro è caduto per terra. Come mai? Sarà meglio che diamo un'occhiata in giardino." Infatti vi si precipitarono, e trovarono la porta aperta. "Ma io l'avevo chiusa" si spaventò Vento Puro. "Che cos'è successo qui?" Attraversarono di corsa il giardino, e trovarono aperta anche la porta dell'orto. Si precipitarono nel posto del ginseng e, naso all'aria, si misero a contare i frutti che pendevano dall'albero. Rifecero il conto in senso orario e nell'altro senso, ma non riuscivano a vedere più di ventidue frutti. "Te ne intendi di conti?" chiese Chiaro di Luna. "La contabilità un po' la conosco" rispose Vento Puro. "Vediamo di ricapitolare. "In partenza c'erano trenta frutti. All'inaugurazione del parco, il maestro ne fece staccare due; così ne rimanevano ventotto. Due li abbiamo colti noi poco fa per il monaco cinese: dovrebbero restarne ventisei. Invece non se ne vedono più di ventidue. Questo vuol dire che ne mancano quattro, giusto? Non può essere stata che quella banda di furfanti. Andiamo a dire il fatto suo al monaco cinese." Corsero dritti dal giardino alla sala grande. Tesero contro l'interdetto Tripitaka il dito accusatore e lo trattarono di crapa pelata, di topastro rubalardo, di tutto quello che gli venne in mente; una bella litania di insulti piuttosto volgari, che Tripitaka a un certo punto interruppe dicendo: "Ragazzi miei, che cosa vi salta in mente? Cercate di calmarvi. Se avete qualcosa da dirmi, spero che potrete trovare un modo civile per farmelo sapere. Ma, di grazia, smettete di parlare a vanvera." "Sei sordo?" gridò Vento Puro. "Noi parleremmo a vanvera, come barbari? Ma tu i frutti di ginseng li hai rubati! Non penserai mica di farci tacere!" "Che cosa sono, i frutti di ginseng?" "Te ne abbiamo offerti poco fa; ti facevano impressione, sembravano neonati, no?" "Emituofo! Quella cosa orribile, che mi ha fatto fremere appena l'ho vista, l'avrei rubata per mangiarla? Ma nemmeno nel più tremendo attacco di bulimia mi verrebbe in mente di fare una cosa simile. Non si deve accusare la gente a torto." "Può darsi che non l'abbiate mangiata voi" concesse Vento Puro, "ma che lo abbiano fatto i vostri." "Questo, non saprei, è possibile; ma vi prego, non gridate. Lasciate che li interroghi. Se fosse vero, li costringerò a rifondere il danno." "Rifondere il danno!" esclamò Chiaro di Luna. "Non penserete che sia roba che si possa trovare in vendita!" "Se il danno è irreparabile, varrà il detto giustizia e bontà valgono mille monete d'oro: gli dirò di chiedere scusa, e non ci sarà altro da fare. Del resto, non sappiamo ancora se sono stati loro." "E chi sarebbe stato, se no? hanno anche bisticciato ad alta voce sulla divisione del bottino." "Discepoli!" gridò Tripitaka. "Venite qui subito! Tutti!" Udendo l'appello, Sabbioso fu preso dal panico: "Dio che disastro! Devono avere scoperto tutto. Il maestro ci vorrà interrogare, quei piccoli taoisti ci vorranno vituperare, che altro può essere?" "Sì, è molto imbarazzante" confessò Scimmiotto. "È solo una storia di roba da mangiare, ma confessare vuol dire ammettere che siamo arrivati a rubare per pura ghiottoneria. Sarà meglio negare." "Proprio così, hai ragione. Teniamo tutto nascosto, e basta" approvò Porcellino. I tre complici uscirono in fila dalla cucina, uno dietro l'altro, e si avviarono verso la sala grande ostentando un volto spensierato. Probabilmente non saprete, in fin dei conti, come negarono il loro misfatto; non vi resta dunque che di ascoltare il seguito. 第025回 IL GINSENG SRADICATO · IN CUI L'IMMORTALE DEL PRIMORDIALE SOGGIOGATO CATTURA I PELLEGRINI, E SCIMMIOTTO METTE SOTTOSOPRA IL TEMPIO DELLE CINQUE FATTORIE. Quando i tre discepoli giunsero nella sala grande, dissero al maestro: "Il riso è quasi pronto. Occorre qualcosa?" "Discepoli, non è del pranzo che vi volevo parlare. In questo tempio ci sono dei frutti particolari, che si chiamano ginseng e assomigliano a neonati. Chi di voi ne ha rubati e mangiati?" "Io non voglio storie" farfugliò Porcellino. "Io non so niente e non ho visto niente." "È stato quello che ride!" gridò Vento Puro. "È stato lui!" "Il vecchio Scimmiotto è nato allegro e ride sempre: non vorrai mica che mi metta a piangere perché tu non trovi la frutta." "Discepolo" intervenne Tripitaka "calma! Noi che abbiamo abbandonato le nostre famiglie non possiamo mentire, e non ci è consentito di godere qualsiasi vantaggio a scapito della nostra coscienza. Se avete mangiato quei frutti, dovete chiedere scusa. Che senso ci sarebbe a negarlo a tutti i costi?" L'argomentazione del maestro parve a Scimmiotto molto sensata, e si decise a dire la verità: "In realtà non è stata colpa mia. Porcellino aveva origliato la conversazione dei giovanotti di là dalla parete e gli era venuta una gran voglia di assaggiare un cibo sconosciuto; perciò mi ha mandato a coglierne tre. Ne abbiamo mangiato uno per uno. Ciò che è mangiato, non c'è più. Che ci si può fare?" "Quattro, ne hanno rubati!" protestò Vento Puro. "E secondo questo bonzo, non sarebbero dei banditi!" "Emituofo! Se ne sono scomparsi quattro, perché noi ne abbiamo visti solo tre? Uno lo avevi fatto scomparire tu!" gridò quel cretino di Porcellino, facendo un gran baccano. Dal momento che l'esito dell'interrogatorio confermava i loro sospetti, i due piccoli immortali divennero più arroganti che mai. I denti d'acciaio del grande santo stridevano di furore represso, roteava gli occhi furibondi, tastava con mani nervose la sua sbarra cerchiata d'oro con una voglia incontenibile di adoperarla: "Maledetti discoli, va bene! Gli lascio l'ultima parola. Incasso e non dico niente, ma la cosa non finisce qui: giuro che quella frutta del diavolo non la mangerà più nessuno." E bravo Scimmiotto! Si strappò un pelo dalla nuca, vi alitò un soffio magico e lo trasformò in un altro sé stesso. Lasciò questo sosia a sorbirsi pazientemente le ramanzine dei due pupattoli, e se ne andò dritto filato all'albero di ginseng. Tirò fuori la sua sbarra cerchiata d'oro e, con un solo botto tanto poderoso da rovesciare una montagna, lo abbatté. Povera pianta! Sconvolta la chioma, Mostra le sue radici a cielo aperto. L'elisir vegetale dei taoisti Con questo colpo è perduto per sempre. Rovesciato l'albero, il grande santo frugò tra le fronde in cerca dei frutti, ma non trovò niente. Il fatto è che i frutti erano caduti all'urto della sbarra di metallo, avevano toccato il suolo e ne erano stati immediatamente assorbiti. "Amen" si disse Scimmiotto. "Meglio allontanarsi." Nascose la sbarra, ritornò al punto di partenza e ricuperò il suo pelo; nessuna persona ordinaria avrebbe potuto accorgersi di queste operazioni, tanto rapidamente venivano eseguite. I due giovani immortali si stavano cavando il gusto di maledire a sazietà i poveri pellegrini, quando Vento Puro si sentì sfiorare da un dubbio: "Chiaro di Luna, hai visto come incassano tutto questi bonzi? Gliene abbiamo dette di tutti i colori, ma loro non fiatano. E se dopo tutto non avessero rubato? Se avessimo contato male noi, a quell'altezza e in mezzo ai rami? Non li vorrei insultare a torto; forse è meglio fare un'altra verifica." "Hai ragione" rispose Chiaro di Luna. Ritornano nel parco, e la prima cosa che vedono è il gigantesco groviglio delle radici rivolte al cielo; rami spezzati, foglie cadute, di frutti nemmeno l'ombra. A Vento Puro non reggono più le gambe, e cade a terra; Chiaro di Luna si sente la schiena spezzata, trema tutto, gli si odono scrocchiare le ossa. A entrambi sembra di morire. Lo testimoniano i versi: Giunsero al Monte di Longevità, Dove Scimmiotto distrusse il cinabro Vegetale. Strappata la radice Dell'immortalità, restan ghiacciati D'orrore Vento Puro e Chiar di luna. Giacevano entrambi nella polvere, balbettavano parole incoerenti e ripetevano: "E adesso che si fa? Come faremo? Il cinabro distrutto! La discendenza interrotta! Che dirà il maestro?" Chiaro di Luna fu il primo a riprendersi: "Conviene che ci sforziamo di controllarci, caro fratello e condiscepolo. Ricomponiamoci, per non allarmare prematuramente questi bonzi. Di certo sono stati loro: quello con la faccia pelosa e la voce da duca del tuono deve aver usato la magia per devastare il nostro tesoro. Se discutiamo con lui negherà, finiremo per litigare e verremo alle mani. Credi che noi due potremmo farcela, contro loro quattro? È meglio l'astuzia; diciamo loro che non manca nulla, che avevamo sbagliato il conto, e presentiamo le nostre scuse. Il loro riso sarà cotto: aspettiamo che si siedano a tavola, portiamo loro qualche piattino di contorno per prolungare il pasto e intanto ci prepariamo, io a destra e tu a sinistra dell'ingresso. Quando avranno le ciotole in mano, chiudiamo la porta e tiriamo il catenaccio, verifichiamo che siano chiuse tutte le altre porte del tempio e li mettiamo al sicuro, perché non possano fuggire. A questo punto attenderemo il ritorno del maestro: deciderà lui della loro sorte. È un vecchio amico del bonzo; se vorrà perdonarlo, sarà effetto della sua bontà. In ogni caso, avremo almeno catturato i criminali: è l'unica cosa che possiamo fare per attenuare la nostra colpa." "Mi sembra sensato, sono d'accordo" approvò Vento Puro. Perciò ritornarono nella sala grande, sforzandosi di assumere un'aria disinvolta e un viso rasserenato. Si inchinarono al monaco cinese e gli dissero: "Maestro, speriamo che ci vorrete perdonare le parole grossolane e offensive che vi abbiamo rivolto poco fa." "Che cosa intendete dire?" si meravigliò Tripitaka. "In realtà i frutti non sono scomparsi. Avevamo contato male noi, fra quel fogliame folto a grande altezza. Ora abbiamo verificato e constatiamo che i conti tornano" precisò Vento Puro. Porcellino ne approfittò subito per assumere un tono di dignità offesa: "Avete visto, pasticcioni? Questi pivelli ci sono venuti a insultare a casaccio, senza avere idea di come stavano le cose. E così ci avete accusato ingiustamente: è una bella porcheria!" Scimmiotto, che sapeva tutto, si arrovellava dentro di sé senza dir parola: "Perché parlano così? Perché mentono? I loro frutti glieli ho sistemati io una volta per tutte, a meno che sappiano come rendere la vita ai morti." "Se le cose stanno così" concluse Tripitaka, "si serva il riso; partiremo dopo pranzo." Porcellino andò a riempire le tazze, mentre Sabbioso disponeva tavola e seggiole. I due ragazzi procurarono molti piattini di verdure, melanzane e zucchini in salsa di soia, navoni in feccia di vino, fagiolini sottaceto, radici di loto marinate, cavolo rosso sotto senape. Poi recarono una teiera colma e due caraffe di vino, e si affaccendarono a mescere. Ma quando i pellegrini ebbero le loro ciotole in mano, i due ragazzi si ritirarono precipitosamente, chiusero i battenti della porta principale e li sbarrarono con un grosso catenaccio di rame a due lucchetti. "Che cosa fate, giovanotti?" esclamò ridendo Porcellino. "Sono ben strane le usanze del paese. Ci si chiude a chiave per pranzare, da queste parti?" "Proprio così" rispose da fuori Chiaro di Luna. "Apriremo quando avrete vuotato i calici fino in fondo." Ma Vento Puro perse le staffe: "Maledette zucche pelate, ghiottoni svergognati! Non vi è bastato rubare i nostri frutti di immortalità, avete anche abbattuto l'albero, avete sradicato il nostro santuario, e non vi vergognate di parlare con quel tono? E voi vorreste raggiungere il Paradiso dell'Ovest e vedere in faccia il Buddha? Ma sapete, invece, quante volte ancora dovrete spingere il carro delle reincarnazioni, e quali forme schifose dovrete assumere?" A queste parole la ciotola di riso cadde di mano a Tripitaka e un grande peso gli gravò sul cuore. I ragazzi tirarono i catenacci delle porte tutto intorno, poi ritornarono davanti alla porta principale e vi restarono fino a sera a proferire vituperi: ladri di qua, briganti di là; infine se ne andarono a cena e si misero a letto. Tripitaka se la prendeva con Scimmiotto: "Benedetto zuccone di una scimmia! Ci metti sempre nei guai. Dopo tutto la frutta l'avevi rubata davvero; potevi lasciarli sfogare, incassare gli insulti che ti eri andato a cercare e chiuderla lì. Che bisogno c'era di abbattergli l'albero? In un caso del genere, se ti citassero in giudizio, non ti assolverebbe nemmeno tuo nonno." "Maestro, non vi riducete in questo stato" replicò Scimmiotto asciugandogli la fronte sudata. "Quei ragazzotti sono andati a nanna: lasciamoli dormire. Noi intanto ce ne andremo via di qua." "Ma hanno tirato tutti i catenacci" obiettò Sabbioso; "ci hanno chiuso dentro. Come si fa a uscire?" "Non ti preoccupare, il vecchio Scimmiotto sa sempre cavarsela. Ho già in mente come fare." "Si capisce, non c'è pericolo che tu non te la cavi" replicò Porcellino. "Tu diventi un insettino e voli via da una fessura. Ma noi che non ci sappiamo trasformare, resteremo qui come fessi a prenderci tutte le colpe: noi dobbiamo pur preoccuparci!" "Non ce lo farà, lo scherzo di scappare da solo e di lasciarci qui" intervenne Tripitaka. "Perché, se ci provasse, io reciterei un certo sutra ben noto, che gli farebbe cambiare idea." "Maestro, che sutra è?" domandò Porcellino, inquieto ma a un tempo molto interessato. "Ho sentito parlare del Sûrangama sûtra, del sutra del Loto della Buona Legge, del sutra del Pavone, del sutra di Guanyin, del sutra del Diamante; il sutra Ben Noto non lo avevo mai sentito." "Fratellino, ma allora non lo sai? Il cerchio d'oro che porto in capo" spiegò Scimmiotto "è un regalo della pusa Guanyin al nostro caro maestro, che mi ha indotto con l'inganno a posarlo sulla testa, dove ha messo radici: adesso è impossibile toglierlo. Il sutra di cui parlava il maestro è un incantesimo che stringe il cerchio. Se lo recita mi fa venire il mal di testa; si tiene in mano questo mezzuccio per mettermi in difficoltà. Maestro, lasciate stare, non ho mai pensato di piantarvi in asso. Vi garantisco che ce ne andremo tutti insieme." Intanto calò la notte. "A quest'ora la musica è finita, si alza la luna in ciel; è il momento buono per filarcela" dichiarò Scimmiotto. "Ma non è il momento di prenderci in giro" brontolò Porcellino. "Come squagliarsela da tutte queste porte sbarrate?" "Ti farò vedere un'altra delle mie abilità" replicò Scimmiotto impugnando la sua sbarra. Le impresse il movimento che apre le serrature e la puntò verso la porta: con un fracasso di metallo spezzato, i catenacci caddero a terra e i battenti si spalancarono violentemente, come per un colpo di vento. "Che bel lavoretto!" esclamò Porcellino. "Nessun fabbro saprebbe far meglio." "Queste sono porte da ridere. Con una buona concentrazione, farei saltare le serrature della porta est del Cielo." Scimmiotto invitò il maestro a uscire e a rimontare a cavallo, e si lanciarono sulla strada maestra dell'Ovest, Sabbioso accanto al cavallo e Porcellino dietro con i bagagli. "Non prendetevela troppo calda!" gridò Scimmiotto. "Datemi il tempo di assicurarmi che i bambini facciano la nanna, diciamo un mesetto di sogni d'oro." "Discepolo!" s'inquietò Tripitaka. "Non devi attentare alla loro vita, altrimenti aggraverai la tua posizione: ti renderai colpevole di omicidio a scopo di lucro." "So, so" rispose Scimmiotto. Fece dietro front, rientrò nel tempio e si accostò alla cella in cui dormivano i due giovani taoisti. Portava con sé, legati alla cintura, certi insetti del sonno che aveva vinto giocando a indovinala grillo con il re celeste Anima Lunga, alla porta orientale del Cielo. Li palpò per scegliere i due più grassocci e li gettò con un buffetto attraverso un forellino della finestra. I due volarono dritti in faccia ai dormienti e li punsero; il loro sonno divenne tanto profondo, che non li avrebbero svegliati le trombe del giudizio. Scimmiotto raggiunse a gran passi Tripitaka e gli altri pellegrini, che si affrettavano lungo la strada maestra. "Questa scimmia sarà la mia morte!" gemette Tripitaka. "Per colpa della tua ghiottoneria, devo passare la notte in bianco." "Non me ne vogliate troppo. Potete riposare un po' in questo bosco lungo la strada: quando vi sentirete ristorato, ripartiremo." Al reverendo non restò che scendere da cavallo e sedersi ai piedi di un pino in posizione di meditazione. Sabbioso diede un grande sbadiglio e si addormentò subito. Così fece anche Porcellino, appoggiando il capo su una roccia a mo' di guanciale. Scimmiotto aveva altri modi di riposarsi: rimasto solo, si divertì a saltare di ramo in ramo fra gli alberi del bosco. Intanto il grande immortale, terminata la riunione al palazzo dell'Imperatore di Giada, era uscito con la sua scolaresca di giovani immortali dal paradiso Tusita, aveva attraversato il cielo di diaspro su nuvole di buon augurio e non aveva tardato a ritrovarsi al portale del Tempio delle Cinque Fattorie. Trovando la porta spalancata e il suolo spazzato, l'immortale esclamò: "Vedo con stupore che Vento Puro e Chiaro di Luna stanno scoprendo le gioie del lavoro. Di solito fanno fatica a stirarsi nel letto quando il sole è già alto tre tese. Ma oggi, che erano soli in casa, si devono essere alzati prestissimo e hanno già aperto la porta e spazzato l'entrata." Tutti i giovani immortali manifestavano il loro compiacimento. Ma quando entrarono nella sala grande, non ci trovarono nulla di pronto, né fuoco né incenso; nessuna traccia di presenza umana. Non parliamo poi di Vento Puro e Chiaro di Luna. "Avranno approfittato della nostra assenza per rubare qualcosa e scappare" suggerì qualche benevolo condiscepolo. "Che assurdità!" li rimproverò l'immortale. "Chi coltiva l'immortalità non commette certe bassezze. Piuttosto, per come li conosco, si saranno dimenticati di chiudere la porta al momento di coricarsi, e staranno ancora dormendo della grossa." I discepoli si recarono alla porta della loro cella: in effetti era chiusa a chiave, e dentro si sentiva russare. Si ebbe un bel bussare, scrollare, chiamare, gridare: quelli ronfavano come se niente fosse. Infine i giovani immortali forzarono la porta e li levarono dal letto, ma non cambiò nulla: il loro placido russare continuava imperturbato. Il grande immortale si mise a ridere: "Benedetti ragazzi! Chi diviene immortale dovrebbe impegnare tanto il suo spirito da non pensare più a dormire. Ma perché dovrebbero essere tanto stanchi? Non sono mai stati dei grandi lavoratori. Che qualcuno gli abbia giocato un brutto tiro? Portatemi subito dell'acqua!" Uno dei discepoli portò un bicchier d'acqua e lo porse al maestro. Questi recitò un incantesimo, si versò in bocca un sorso e lo spruzzò sui loro visi, liberandoli dall'influsso del demone del sonno. Aprirono gli occhi, si stropicciarono il viso, riconobbero il maestro e la folla dei discepoli chini su di loro. Presi dal panico, balzarono su e si prosternarono ripetutamente dicendo: "Maestro, il vostro amico, quel bonzo orientale(27)... Sono una banda di briganti, sono molto pericolosi!" "Cercate di calmarvi" disse sorridendo il grande immortale. "Raccontatemi per ordine che cosa è accaduto." "Maestro, poco dopo la vostra partenza, si sono presentati quattro bonzi, fra cui il monaco cinese, con un cavallo. Noi, maestro, abbiamo seguito scrupolosamente le vostre istruzioni: ci siamo accertati della loro identità e siamo andati a cogliere due frutti di ginseng, per offrirli al monaco cinese. Ma con i suoi occhi di volgare profano e il suo spirito limitato, non ha saputo riconoscere il nostro tesoro di immortalità. Rifiutava assolutamente di mangiarli, perché credeva che fossero neonati; perciò li abbiamo mangiati noi, uno a testa. Senza che ce lo aspettassimo, uno dei suoi discepoli, un certo Scimmiotto Consapevole del Vuoto, ci ha rubato altri quattro frutti. Noi abbiamo cercato di ricondurlo alla ragione, di discuterne francamente, ma lui non ha voluto saperne, deve aver usato di nascosto il procedimento di uscita dell'anima dal corpo e... è spaventoso!" A questo punto del racconto, i due ragazzi scoppiarono in lacrime. "Il bonzo vi ha picchiato?" chiedevano i condiscepoli. "No, no, ben altro! Ha abbattuto il nostro albero di ginseng!" Anche di fronte a questa terribile rivelazione, il grande immortale si dominò: "Basta, smettete di piangere. Voi non sapevate che questo Scimmiotto ha enormi poteri magici, è un immortale vagabondo dell'Unità suprema, e del resto ha già provocato gravi danni in Paradiso. Dunque il nostro prezioso albero è stato abbattuto. Sapreste riconoscerli, questi bonzi?" "Ma certo, tutti quanti" assicurò Vento Puro. "Allora venite con me. Voialtri, preparate il necessario per il supplizio che gli infliggeremo quando saremo di ritorno." I discepoli ubbidirono, mentre il grande immortale, in compagnia di Vento Puro e Chiaro di Luna, saliva su una nuvola di buon augurio e partiva all'inseguimento del monaco cinese. In un istante aveva già superato mille li. Il grande immortale era intento a guardare verso ovest, ma non trovava traccia dei pellegrini. Quando si volse a guardare a est, si rese conto di averli superati: pur camminando di buon passo fino alla sosta per il riposo, Tripitaka non era riuscito a percorrere più di cento venti li. Gli inseguitori tornarono indietro. "Maestro, eccolo là, ai piedi di quell'albero sul bordo della strada: è lui!" annunciarono i ragazzi. "Vedo" rispose il grande immortale. "Ritornate a casa e preparate delle corde. Provvedo io a catturarli." Vento Puro e il compagno ritornarono a casa. Il grande immortale scese allora dalla sua nuvola e con una scossa si trasformò in un viandante taoista della setta della Verità completamente sublimata. Com'era conciato? Un abito di cenci e di rammendi, Pieno di cinghie, alla moda di Lü; Agita in mano la coda di yak E tamburella sul pesce di legno. Calza ai piedi dei sandali a tre orecchie, Berretto a nove Yang sopra la testa. Va sventolando attorno larghe maniche E leva canti alla luna crescente. Si diresse verso l'albero e gridò al monaco cinese: "Reverendo, l'umile taoista che sono vi saluta." Tripitaka rese premurosamente il saluto: "Vi prego di perdonare la mia involontaria scortesia: non vi avevo visto." "Da dove venite, reverendo? Perché vi siete seduto sul bordo della strada?" "Il vostro umile servitore è stato inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Questa appunto è la strada che seguiamo, e io mi sono seduto per riposare un momento." "Poiché venite dall'est, sareste per caso passato dalla nostra desolata montagna?" inquisì il grande immortale, fingendosi sorpreso. "Qual'è la vostra preziosa montagna?" "La mia umile dimora è il Tempio delle Cinque Fattorie sul Monte della Longevità." A queste parole intervenne precipitosamente Scimmiotto, che aveva la coda di paglia: "No, no, siamo passati da un'altra strada." "Ti ho colto, maledetta scimmia!" replicò il grande immortale, tendendo il dito accusatore e mettendosi a ridere. "Chi credi di imbrogliare? Sei stato proprio nel nostro tempio, e hai rovesciato l'albero di ginseng. Poi siete fuggiti, questa notte stessa. Che cosa aspetti a confessare? Dove credi di trovare un alibi? Vieni qui e rendimi il mio albero, prima che sia troppo tardi." Apostrofato in questo modo, Scimmiotto fu invaso dal furore: cavò la sbarra e, senza perdere tempo a commentare, la calò sulla testa del grande immortale, che la schivò balzando da lato e subito si alzò in cielo su un alone di buon augurio. Scimmiotto lo inseguì con una nuvola. Una volta in aria, l'immortale riprese il proprio aspetto. Ecco com'era vestito: In testa una corona d'oro puro, Avvolto in una cappa di piumino Di gru, bianco splendente, gran stivali E cintura di seta. Un incarnato Di donna reca in viso, ma inquadrato Da barba e favoriti. I suoi capelli Son legati in due crocchie ala-di-corvo. Nel fronteggiar Scimmiotto, non è armato D'altro che della sua coda di yak. Scimmiotto pestava senza tanti riguardi con la sua sbarra, ma quella coda di yak con il manico di giada parava ogni colpo. Dopo avere resistito in questo modo a due o tre assalti, l'immortale ricorse al trucco detto dell'universo nella manica: dal bordo della nuvola dove si teneva ritto tese controvento la manica della sua cappa, l'aprì dolcemente e, op là! i quattro pellegrini e il cavallo vi furono aspirati e rinchiusi. "Porca miseria, dove siamo finiti?" esclamò Porcellino. "Dentro un sacco!" "Non è un sacco, scemo" disse Scimmiotto. "Ci ha infilati nella sua manica." "Allora non è grave: dò una rastrellata e faccio un buco" propose Porcellino. "Basterà che ci lasciamo cadere da lì. Lui penserà di averci perduto per disattenzione, perché non aveva badato che la manica era scucita." In effetti il bestione si mise al lavoro, ma non serviva a nulla: quel tessuto, così morbido a toccarlo, resisteva al rastrello più dell'acciaio. Il grande immortale ritornò con la sua nuvola al tempio e ordinò ai discepoli di portare le corde. Sotto gli sguardi attenti dei giovani immortali, estrasse dalla manica i pellegrini, uno dopo l'altro, come se fossero marionette: per primo il monaco cinese, che fu legato a un pilastro della tettoia all'ingresso della sala grande; poi gli altri tre, che furono legati ciascuno a una colonna; il cavallo lo legarono nella corte e gli portarono il fieno. I bagagli furono gettati a terra sotto il portico. "Discepoli" disse l'immortale, "questi bonzi sono gente che ha abbandonato la sua famiglia: non si possono usare armi bianche su di loro. Portate qui lo staffile a strisce di cuoio e dategli una bella correzione, che ci vendicherà dei frutti del ginseng." I discepoli corsero a prendere lo staffile di cuoio, che non era di vacca o montone, di camoscio o bufalo, ma di pelle di drago: quella che si chiama sette stelle, ed era stata ben imbevuta d'acqua. Un giovane immortale dei più robusti impugnò baldanzoso lo staffile e chiese: "Da chi incominciamo?" "Tripitaka è il più anziano di questa banda disonorata. Incomincia da lui." Scimmiotto pensò: "Il nostro vecchio bonzo non sopporterà la fustigazione. Se muore, non sarò forse io a portarne la responsabilità?" Perciò aprì bocca: "Maestro, vi sbagliate: i frutti li ho rubati io e li ho mangiati io; l'albero l'ho abbattuto io. Che cosa c'entra lui? Si deve incominciare da me." "Questa maledetta scimmia ha stile, a modo suo" esclamò ridendo il grande immortale. "Va bene, incominciamo da lui." "Quanti colpi?" chiese il fustigatore. "Tanti quanti i frutti dell'albero: trenta." Il discepolo levò alto lo staffile per abbatterlo a tutta forza. Scimmiotto, preoccupato dalla potenza dei mezzi di cui disponevano questi taoisti, seguiva i movimenti con attenzione per capire dove lo avrebbero colpito: vide che si mirava alle gambe. Con una scossettina, le trasformò in pezzi di ferro di forgia. Somministrati i trenta colpi a intervalli stabiliti, era passato mezzogiorno. A questo punto il grande immortale ordinò: "Ora puniremo Tripitaka per il lassismo del suo insegnamento. Il suo testardo discepolo si è scatenato sotto la sua responsabilità." Il fustigatore si apprestava di nuovo a colpire, quando Scimmiotto parlò di nuovo: "Fate un altro sbaglio, maestro. Mentre rubavamo i frutti, il nostro maestro stava conversando con i vostri ragazzi nella sala di ricevimento: non sapeva nulla dei nostri intrighi. E anche se fosse colpevole di non averci educato con sufficiente fermezza, toccherebbe a me, suo discepolo anziano, di subire il castigo per lui. Frustatemi un'altra volta." "Questa maledetta scimmia è furba e incallita nel male, ma almeno mostra qualche traccia di pietà filiale. Se è questo che vuole, frustatela ancora." ordinò il grande immortale. E il fustigatore gli inflisse altri trenta colpi. Scimmiotto, abbassando gli occhi, vide le proprie gambe lustre e scintillanti come specchi, dopo tanti colpi; ma non sentiva nulla. Quando scese la sera, il grande immortale ordinò di rimettere a mollo lo staffile nell'acqua, per riprendere la somministrazione del supplizio la mattina dopo. I discepoli ubbidirono, poi se ne andarono a cena e si ritirarono nelle loro celle per dormire. Quando i pellegrini rimasero soli, Tripitaka, con gli occhi pieni di lacrime, se la prese con i suoi discepoli: "Queste disgrazie le avete provocate voi, ma le conseguenze le pago io. E adesso come faremo?" "Non incominciate a far lagne. A che serve? I colpi li hanno dati solo a me" ricordò Scimmiotto, "e a lamentarvi siete voi, che finora nessuno ha toccato." "Non mi hanno ancora picchiato, ma sono tutto indolenzito per via delle corde che mi legano." "Maestro" ricordò Sabbioso, "siamo tutti nella stessa situazione." "Basta rugare, voialtri" tagliò corto Scimmiotto. "Dobbiamo rimetterci in cammino." "Fratello" obiettò Porcellino, "non ricominciare a fare il cacciapalle: queste corde di canapa bagnate, che si stanno asciugando e stringendo, mi fanno già abbastanza male. Qui ci vuol altro che la tua abilità di scassinatore di catenacci." "Senza vantarmi, non sono certo queste corde di canapa bagnata a tripla torsione che mi fanno paura. Del resto, anche un ormeggio di fibre di palma del diametro di una colonna mi farebbe sì e no il solletico." Mentre parlottavano fra loro, intorno regnava da un pezzo il silenzio; la quiete era calata sull'universo. Che bravo Scimmiotto! Si rimpicciolì per liberarsi dai legami e sussurrò: "Maestro, andiamocene!" Sabbioso, allarmato, diceva: "Ehi, fratello maggiore, aiuta anche noi!" "Piano! Parlate piano!" sibilò Scimmiotto, e slegò uno dopo l'altro Tripitaka, Porcellino e Sabbioso. Rivestirono le loro tuniche, sellarono il cavallo, raccolsero i loro bagagli sotto il portico e guadagnarono l'uscita. "Tagliami quattro salici giovani ai piedi della rupe e portali qui" ordinò Scimmiotto a Porcellino. "A che cosa ti servono?" si stupì Porcellino. "Mi servono e basta. Sbrigati." Il bestione non era furbo, ma era robusto. Con pochi colpi ben assestati abbatté quattro salici e li riportò sotto braccio. Scimmiotto ne tolse i rami e fece portare i tronchi nella corte dai suoi condiscepoli, che li legarono dove erano stati tenuti prigionieri. Il grande santo recitò un incantesimo, si morse la punta della lingua, sputò su ciascuno di loro una goccia di sangue e ordinò loro di trasformarsi: uno dei tronchi prese il suo aspetto, un altro diventò un convincente Tripitaka, gli altri due presero l'aspetto di Sabbioso e di Porcellino. Non solo erano somiglianti, ma sapevano rispondere se li si chiamava per nome. Poi ritornarono dal maestro e camminarono tutta la notte, per mettere la più grande distanza possibile fra loro il Tempio delle Cinque Fattorie. Tuttavia all'alba il reverendo si assopiva sul suo cavallo, e vacillava minacciando di cadere. Scimmiotto se ne accorse e lo apostrofò: "Non siete proprio all'altezza, maestro. Per chi ha lasciato casa sua, queste non sono condizioni straordinarie. Il vostro vecchio Scimmiotto potrebbe saltare il sonno per mille notti di seguito, e non accorgersene neppure. Scendete giù, che se incontrassimo qualcuno vi rendereste ridicolo. Schiacciate un pisolino al riparo dal vento, e poi ripartiremo." Mentre maestro e discepoli fanno una sosta, ritorniamo al tempio: al sorgere del giorno il grande immortale fece colazione e salì alla sala di ricevimento, ordinando di portare lo staffile: "E oggi incominciamo da Tripitaka." Il fustigatore alzò il suo strumento e gridò: "È il tuo turno!" "E allora dacci dentro" rispose il salice. Con Sabbioso accadde la stessa cosa. Poi veniva Scimmiotto. Ma allora il vero Scimmiotto, che si trovava lontano sul bordo della strada maestra, ebbe un fremito ed esclamò: "Ahi, va male!" "Che succede?" si allarmò Tripitaka. "Quando ho trasformato quei salici, pensavo che oggi non mi avrebbero battuto, dopo la doppia correzione di ieri. Ma ecco che ricominciano a frustare l'emanazione del mio corpo, e confesso che mi dà molto fastidio. Sarà meglio metter fine all'esperimento." E recitò una formula che spezzava l'incantesimo. I giovani taoisti si presero una bella paura, mollarono lo staffile e corsero ad annunciare: "Maestro, a quanto pare non stiamo battendo i bonzi, ma dei tronchi di salice." A queste parole, il grande immortale fece una risata cattiva: "Scimmiotto è pur sempre il Bel Re Scimmia! All'epoca dei gravi disordini che provocò in Cielo, si diceva che non riuscivano a fermarlo nemmeno le reti celesti: ora non stento a crederlo. Potevi limitarti a scappare, e va bene, poteva anche finire lì. Ma perché prenderti gioco di noi con questo infame trucco dei pezzi di legno? Questa non gliela perdono: dobbiamo riprenderli." Detto fatto, si lanciò sulle nuvole e, osservando in direzione dell'Occidente, vide i bonzi che avanzavano sulla strada, con cavallo e bagagli. Il grande immortale abbassò la sua nuvola su di loro e gridò: "Dove vai Scimmiotto? Rendimi l'albero di ginseng!" "Rieccolo, ci ha fregato!" esclamò Porcellino. "Maestro" disse Scimmiotto a Tripitaka "adesso per piacere mi lasciate riporre la parola bontà in attesa di tempi migliori, e non fate obiezioni se uso un po' di sana violenza; altrimenti non ne usciremo mai." Tripitaka si mise a tremare come una foglia, ma i discepoli non rimasero ad aspettare che dicesse la sua opinione: Sabbioso tirò fuori la sua preziosa mazza, Porcellino il rastrello e Scimmiotto la sbarra cerchiata d'oro. Si slanciarono tutti insieme in aria, circondarono l'immortale e incominciarono a legnare senza troppi riguardi. Fu una lotta violenta, come testimoniano i versi: Consapevole del Vuoto non capiva Il segreto del Signore Uguale al Mondo: Come egli resistesse a tre armi magiche, Maneggiate con potenza e con ferocia, Opponendovi la sua coda di yak. A gran botte, movimenti impercettibili Che le parano in qualunque direzione. Così passa buona parte del mattino: Quando mai riprenderan la loro strada? I tre condiscepoli attaccavano congiuntamente con energia; ma quando l'immortale spiegò di nuovo la sua manica, come la prima volta, non poterono farci nulla e vi furono aspirati a precipizio, con il maestro, il cavallo e i bagagli. L'immortale ritornò al suo tempio, entrò nella corte e di nuovo li estrasse dalla manica. Questa volta Tripitaka fu legato a una piccola sofora, ai piedi della scala, Porcellino e Sabbioso agli alberi che stavano a destra e a sinistra dell'ingresso della sala grande, e Scimmiotto, legato come un salame, fu gettato per terra davanti all'immortale. "Mi vorranno interrogare" pensò Scimmiotto. Poi vennero portate dieci pezze di grossa tela fabbricata in casa. "Porcellino!" disse ridendo Scimmiotto. "Guarda come sono gentili: ci vogliono confezionare vestiti con le maniche a sbuffo. Certo che potrebbero risparmiare un bel po' di stoffa con le solite tuniche a campana." L'immortale ordinò: "Avvolgeteli nelle tele." E i discepoli ubbidirono. Scimmiotto continuava a scherzare: "Guardate che bel sudario ci regalano da vivi." Quando furono ben impacchettati, l'immortale fece portare della lacca con cui i pellegrini furono interamente spalmati, salvo la testa. "Maestro" protestò Porcellino, "la testa è meno importante di quel che sembra. Ma in basso ci vuole un buco, per lasciare un po' di sfogo." A questo punto venne portato un gigantesco calderone. "Guarda che roba, Porcellino. È una pignatta su misura per il tuo appetito. Ne avremo di riso, a pranzo!" "Tanto meglio. Se prima possiamo mangiare abbastanza, non ci resterà poi la cera di fantasmi affamati." Il calderone venne posato ai piedi della scala, sopra una catasta di fascine che fecero un fuoco d'inferno. "Ora riempite la caldaia d'olio, e quando sarà a bollore ci getterete il Novizio Scimmiotto. Lo friggeremo per vendicare il nostro albero di ginseng." Scimmiotto ascoltò con piacere, e pensava: "È meglio di quanto temevo. Non prendo un bagno da un bel po', ho giusto la pelle arida che incomincia a irritarsi. Un bel bagno caldo è quello che mi ci vuole per mettermi in forma." La caldaia incominciò a bollire. Tuttavia il grande santo si sentiva inquieto: temeva che, quando fosse nell'olio bollente, il taoista gli potesse giocare qualche brutto scherzo. Perciò si guardò intorno; aveva vicino a sé, da una parte una meridiana, dall'altra un leone di pietra. Si diede una spinta per accostarsi al leone, si morse la punta della lingua e lo trasformò. Il leone prese l'aspetto di Scimmiotto, legato come un salame, mentre il vero Consapevole del Vuoto se ne volò su una nuvola e vi sedette a contemplare i taoisti. Vide i giovani immortali che annunciavano: "Maestro, l'olio bolle." E quello rispondeva: "Sollevate Scimmiotto e gettatecelo dentro." Quattro ragazzi ci provarono, ma senza risultato. Ne vennero otto di rinforzo, ma inutilmente; poi altri quattro, ma ancora non si riusciva a sollevarlo. "Questa maledetta scimmia ama tanto la terra che non si riesce a staccarla dal suolo. È piccoletta di statura, ma quanto è pesante!" commentavano gli immortali. Finalmente in venti riuscirono a portarlo ansimanti fino al calderone e ce lo buttarono dentro: fece un grande schizzo, che spruzzò olio bollente sulle facce dei giovanotti e le riempì di vesciche. Quelli che curavano il fuoco incominciarono a gridare: "Perde, perde, perde!" Il fondo della marmitta si era spezzato, e tutto l'olio si sparse intorno. Il fatto è che ci avevano buttato di peso il leone di pietra. "Ignobile scimmia!" gridò il grande immortale sconvolto dalla collera. "Com'è privo di riguardi! Scappa se vuoi, ma perché mi spacchi la caldaia? Adesso lo metto io nelle peste. Questa scimmia è inafferrabile, tanto varrebbe pretendere di trattenere la sabbia, stringere fra le dita il mercurio, afferrare l'ombra o ingabbiare il vento. Basta così. Se ne vada dove gli pare. Ma ora portate qui un'altra caldaia: per vendicare l'albero di ginseng, metteremo a friggere Tripitaka." I giovani immortali si misero all'opera per rompere la tela laccata e tirarlo fuori. Scimmiotto, per aria, sentiva tutto e si diceva: "Il maestro non sarà all'altezza della situazione: come toccherà l'olio bollente, cadrà morto stecchito; alla seconda passata avremo bonzo fritto da mettere in tavola, e alla terza bonzo carbonizzato. Sarà meglio che gli dia una mano." Che bravo Scimmiotto! Scese giù e si presentò a mani giunte: "Non friggete il mio maestro! Ci vado io nella pentola dell'olio." "Te la farò vedere io, maledetto!" tuonò il grande immortale. "Come ti sei permesso di rompere il mio calderone?" "Non sei il primo a cui mi càpita di guastare i fornelli" replicò Scimmiotto ridendo. "Che cosa ho fatto di male? Il tuo amabile invito a prendermi un bagnetto di olio bollente lo gradivo molto, ma in quel momento mi scappavano sia il bisogno piccolo, sia quello grande. Mi dispiaceva sporcare un olio così fine, non credo che poi avresti più potuto usarlo per il fritto misto. Perciò ho fatto i miei bisogni da un'altra parte e ora sono qui, bello tranquillo e pulito, come si deve quando si va a farsi friggere: lascia il mio maestro e prendi me." A queste parole, il grande immortale diede in una risata agghiacciante e si fece avanti per impadronirsi di Scimmiotto. Se non sapete quali proposte ricevette, né come le cose andarono a finire, ascoltate il seguito. 第026回 AFFANNOSA RICERCA DI UN RIMEDIO · IN CUI SCIMMIOTTO PERCORRE LE TRE ISOLE ALLA VANA RICERCA DI UN RIMEDIO, E GUANYIN RIPORTA ALLA VITA CON LA RUGIADA L'ALBERO DI GINSENG. Dice un poema: Àrmati nella vita di pazienza, Nulla potrai ottener se non perseveri; La collera è cattiva consigliera. Un uomo superiore mai non cerca La lite, ed ama il santo la virtù. Se vinci la violenza con violenza, Anche la tua violenza sarà vinta. Il grande immortale del Primordiale Soggiogato afferrò la mano di Scimmiotto e gli disse: "Conosco le tue capacità e la tua reputazione, ma questa volta hai passato il limite della ragione e hai tradito la tua coscienza. Qualunque capriola tu faccia, non mi sfuggirai. Anche se balzassi fino al Paradiso dell'Ovest ti seguirei, saluterei il Buddha e continuerei a chiederti di rendermi l'albero di ginseng. Le gare di magia qui non servono." "Caro maestro, in fondo siete un bell'avaro. Non volete altro che riavere vivo il vostro albero? Non è difficile. Vi sareste risparmiato tutti questi scontri, se me lo aveste detto prima." "Non crederai che ti possa perdonare!" "Se liberate il mio maestro, vi restituirò l'albero vivo. Che ne dite?" "Se hai questo potere, mi legherò a te con gli otto saluti e diventerò tuo fratello giurato." "Non chiedo tanto. Lasciate liberi i miei, e vi garantisco che il vecchio Scimmiotto troverà il modo di rendere la vita al vostro albero." Il grande immortale, sicuro che in ogni modo non gli potevano sfuggire, fece liberare Tripitaka, Porcellino e Sabbioso. "Maestro" disse Sabbioso, "mi chiedo che diavoleria conta di fare il nostro condiscepolo." "Che diavolerie vuoi che faccia?" intervenne Porcellino. "Quello lì usa il trucco del diavolo pentito. Non è roba che faccia tornare in vita le piante morte. Come al solito fa il grand'uomo per abbagliare la gente; poi, con la scusa di andarsi a procurare chissà quali rimedi, se la batte e non lo vediamo più. Noi siamo l'ultimo dei suoi pensieri." "Non avrà il coraggio di abbandonarci" assicurò Tripitaka. "Chiediamogli dove conta di andare." E gli gridò: "Consapevole del Vuoto, che storie hai raccontato all'immortale per indurlo a liberarci?" "Io non racconto mai storie, dico sempre la verità." "Dove conti di trovare i mezzi per mantenere le tue promesse?" "Un vecchio detto dice che la buona medicina vien dal mare. Conto di recarmi nell'oceano orientale e di fare il giro delle tre isole e dei dieci scogli per visitare i più antichi santi e immortali. Chiederò alla loro esperienza i metodi per ridare vita a ciò che è morto, e di sicuro troverò qualcosa che si adatti a quest'albero." "Quando pensi di ritornare?" "Mi basteranno tre giorni." "Va bene, avrai i tre giorni che chiedi. Tre giorni e non di più. Quando saranno trascorsi, se non sarai di ritorno, io reciterò il sutra che sai." "Ho capito, ubbidisco." Si strinse alla vita il grembiule di pelle di tigre e prese congedo dal grande immortale dicendo: "State tranquillo, messere, che sarò puntuale. Ma nel frattempo dovete provvedere al mio maestro. Non gli deve mancare niente: tre tè e sei pasti al giorno. Altrimenti, quando ritornerò, dovrete fare i conti con me; tanto per incominciare vi sfonderò tutte le pignatte di casa. Quando la sua biancheria è sporca, va lavata e inamidata. Non voglio ritrovarlo pallido né smagrito; se lo fosse, non vi sbarazzereste facilmente di me." "Ma parti, dunque!" si spazientì il grande immortale. "Sta tranquillo che non lo lascerò morir di fame." Il bravo re scimmia, con una capriola nelle nuvole, lasciò il Tempio delle Cinque Fattorie in direzione del grande oceano orientale. Attraversava lo spazio con la velocità del lampo o di una meteora, e presto raggiunse le isole Penglai, la contrada degli immortali. Un posto bellissimo, come testimoniano i versi: Sacro e vasto paese d'immortali, Isole dove convergono i flutti; Alte torri di diaspro la cui ombra Rinfresca il cielo, archi giganteschi Che si vedono splendere dal mare. Salgon spire di brume colorate Nel cielo azzurro; i nove luminari Si rifletton su tartarughe d'oro. Le bellezze fatate qui si recano Per recare in offerta ai tre immortali Pesche d'eternità. Scimmiotto attraversò il paesaggio senza potersi saziare dello spettacolo, e giunse alla Grotta delle Nuvole Bianche, davanti alla quale vide fra i pini tre vegliardi che giocavano a go. Precisamente, gli avversari erano la stella della Fortuna e quella della Ricchezza, mentre la stella della Longevità fungeva da spettatore. Scimmiotto si avvicinò e disse: "Vi saluto, fratelli maggiori." Vedendolo, le stelle respinsero la scacchiera e risposero al suo saluto: "Qual buon vento vi mena, grande santo?" "Vi sono venuto a trovare per distrarmi in vostra compagnia." "Ho sentito dire che avete lasciato il taoismo per il buddismo" commentò la stella della Longevità, "e che vi siete dedicato a proteggere il monaco cinese che va a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Quindi dovrete passare i giorni per monti e per valli: come fate a trovare tempo per distrarvi?" "Vi dirò tutto, signori. Le cose stanno come dite, ma lungo la strada per l'Ovest ho avuto qualche noia. Sono venuto a trovarvi perché vorrei chiedervi un piccolo servizio, sempre che siate d'accordo." "Che genere di noie?" volle sapere la stella della Fortuna. "In quale posto le avete incontrate? Bisogna che ci diate informazioni esaurienti, perché noi possiamo rispondere." "I guai sono avvenuti mentre passavamo dal Tempio delle Cinque Fattorie, sul Monte della Longevità." "Ma ci abita il grande immortale del Primordiale Soggiogato!" esclamarono i tre vecchi. "Non avrai per caso rubato i suoi frutti di ginseng per mangiarteli?" "E se fosse?" replicò Scimmiotto ridendo. "Benedetta scimmia, non conosce il valore delle cose! Sono frutti che dànno trecento sessant'anni di vita ad annusarli, quarantasettemila anni a mangiarne uno. Si chiamano cinabro trasmutato vegetale. Il nostro livello nel Tao è molto inferiore a quello del grande immortale: non è escluso che possieda una longevità uguale al Cielo, semplicemente per la dieta che fa. Noialtri invece ci dobbiamo impegnare in continue fatiche: nutrire l'essenza seminale, esercitare il respiro, mantenere la concentrazione dello spirito, mescolare la tigre e il drago, usare l'acqua per rafforzare il fuoco. Come puoi prendere alla leggera dei frutti così nutrienti? È una radice di efficacia senza pari al mondo." "Non parliamo di efficacia della radice: l'ho appunto sradicata." "Come sarebbe a dire, sradicata?" esclamarono spaventati i tre vegliardi. "L'altro giorno, quando arrivammo al tempio, il grande immortale non era in casa. Aveva lasciato due ragazzetti, che offrirono al nostro maestro frutti di ginseng; ma lui non capì che cosa fossero, gli sembravano dei neonati e perciò rifiutò di assaggiarli. I due ragazzi non girarono l'offerta a noi discepoli, come avrebbero dovuto, ma preferirono mangiarsi tutto loro. Allora rubai tre frutti e li divisi fraternamente con i miei compagni. Per questo i due piccoli immortali ci coprirono di contumelie, senza il minimo rispetto. Mi saltò la mosca al naso, e al primo colpetto che diedi l'albero andò lungo disteso: scomparsi i frutti, cadute le foglie, rami spezzati e radici per aria; un albero morto. Si provarono a rinchiuderci e noi fuggimmo, ma quando il messere ritornò a casa e vide l'accaduto, ci inseguì. Avemmo una discussione con qualche battuta antipatica da parte sua, cui seguì un parapiglia; ma si concluse presto, perché ci imprigionò tutti nella sua manica. La notte successiva, dopo una giornata di frustate, fuggimmo di nuovo, ma fummo riacciuffati come la volta precedente; fu un vero spettacolo vedere l'immortale, con indosso una semplice veste di casa, tenere in scacco tre eccellenti armi magiche con un semplice scacciamosche. Il maestro e i condiscepoli vennero impacchettati e laccati come anitre da cucinare, mentre io fui senz'altro messo a friggere nell'olio. Ma usai i miei mezzi per fuggire e per rompere la pignatta. Dopo tutte queste peripezie, constatando che non c'era verso di tenermi fermo, l'immortale ha incominciato a prendermi sul serio e abbiamo combinato un affare: lui ha liberato i miei, e io ho promesso di riportare in vita il suo albero. Sono venuto da queste parti, pensando che la buona medicina vien dal mare. Se conoscete ricette per riportare in vita gli alberi, vi prego di insegnarmele subito, perché è urgente liberare il monaco cinese dalle sofferenze che sta sopportando." "Benedetta scimmia, non sa proprio stare al suo posto!" esclamarono le tre divinità, molto contrariate. "Il maestro del Primordiale Soggiogato è il decano degli immortali terrestri, come noi siamo i patriarchi di quelli celesti. È vero che una posizione in Cielo ce l'hai anche tu, ma non dimentichiamo che sei fuori ruolo, nella pianta organica dell'Unità suprema non esisti nemmeno. Tu che non sei ancora entrato a far parte del vero corpo degli immortali, come puoi pretendere di prevalere su di lui? Se tu avessi ammazzato qualunque bestia, uccello, insetto o rettile, basterebbe a riportarlo in vita un gran di miglio del nostro elisir. Ma i frutti di ginseng nascono dalla radice del legno di immortalità, al quale la vita non si può rendere. La ricetta che ti servirebbe sarebbe contraddittoria, non può esistere." A una risposta così recisa, le sopracciglia di Scimmiotto si aggrottarono e la sua fronte si increspò di mille rughe. "Grande santo" aggiunse gentilmente la stella della Fortuna, "non prendertela tanto. Mettiamola così: qui non abbiamo una soluzione, ma può darsi che se ne trovino altrove." "Si capisce, potrei cercare altrove. Potrei percorrere cieli e mari da un capo all'altro; attraverserei come niente le trentasei sfere celesti. Ma la legge del mio maestro è severa, la sua indulgenza è a tempo definito: mi ha dato tre giorni. Dopo tre giorni reciterà l'incantesimo della costrizione del cerchio." "Be', non è una cattiva idea" risero le tre divinità. "Se non ti tenesse sotto controllo, saresti capace di intrufolarti di nuovo in Paradiso." "Comunque rassicùrati" aggiunse la stella della Longevità, "e non angosciarti. Il rango del grande immortale è superiore al nostro, ma ci conosce. Non ci vediamo da molto tempo, ma per aiutarti gli faremo visita e riferiremo i tuoi problemi al monaco cinese, perché non reciti quell'incantesimo. Conta pure di disporre di tutti i giorni che servono: lui aspetterà che tu ritorni con il rimedio adatto. Sino ad allora, non ci muoveremo di là." "Non so come ringraziarvi" rispose Scimmiotto. "Dunque potreste senz'altro mettervi in cammino. Anch'io parto subito." E si congedò. Le tre stelle salirono su di un'augusta luce e si diressero al Tempio delle Cinque Fattorie. La gente nella corte sentì gridare le gru nel vasto cielo: era l'annuncio che i tre vecchi del buon augurio si avvicinavano. Si vedevano Dardi di luce attraversar lo spazio, Rari profumi spiravan nel vento: Fra brandelli di brume colorate, Su alti trofei di nuvole si avanzano [...] A questo spettacolo, un giovane immortale corse trafelato ad annunciare: "Maestro, arrivano le tre stelle del mare!" Il grande immortale stava conversando con Tripitaka e i suoi discepoli. A questo annuncio, scese la scala incontro ai visitatori. Quando Porcellino vide la stella della Longevità, con il suo gran testone completamente calvo, l'afferrò per un braccio e disse ridendo: "Non hai perso nulla della tua ciccia, vecchio mio. È un pezzo che non ci vediamo. E sfidi sempre le tempeste: non porti nemmeno il berretto in capo." Le mise in testa il proprio berretto da monaco e glielo calcò ben bene, scoppiando a ridere: "Quanto ti dona! È il caso di dirlo: se gli aggiungi il berretto, arriva la Ricchezza." La stella della Longevità si strappò il berretto e borbottò: "Stupido facchino, portami rispetto!" "Io non sono un facchino; semmai un mestiere servile lo fate voi." "Misura le parole, somaro!" "Se non faceste un mestiere servile, la gente non vi ordinerebbe continuamente 'reca longevità!', 'porta fortuna!', 'procurami ricchezza!'." Tripitaka gridò a Porcellino di farsi da parte, si rassettò e venne a salutare le tre stelle; queste non vollero sedere finché non ebbero reso omaggio al grande immortale in qualità di fratello maggiore. Dopo che si furono accomodate, prese la parola la stella della Fortuna, dicendo: "Ci vergognamo di aver lasciato passare tanto tempo prima di ritornare a presentare i nostri rispetti e a contemplare il vostro volto venerato. Oggi siamo venuti dopo aver saputo che il grande santo Scimmiotto aveva disturbato il vostro ritiro." "Il Novizio Scimmiotto è dunque arrivato alle isole Penglai?" chiese il grande immortale. "Proprio così" confermò la stella della Longevità. "Ci è venuto a chiedere una ricetta per ridar vita al vostro albero di immortalità, da lui abbattuto. Non eravamo in grado di aiutarlo, ed è subito ripartito per continuare la ricerca; ma temiamo che non gli bastino i tre giorni concessi dal santo monaco sotto pena di recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio. Siamo venuti qui innanzitutto per presentare i nostri rispetti, ma inoltre volevamo chiedere un rinvio per Scimmiotto." "Per carità, mi guarderò bene dal recitare l'incantesimo" assicurò senza indugio Tripitaka. Mentre conversavano Porcellino ritornò alla carica e si mise a molestare la stella della Fortuna chiedendole caramelle. Le tastava le maniche, frugava nella sua cintura, finì per sollevarle la veste. "Porcellino, che modi son questi?" gli gridò Tripitaka, senza riuscire a trattenere le risa. "Faccio le cose a ragion veduta; è quello che si dice: sfruttare la fortuna sino in fondo." Tripitaka gli ingiunse di andarsene e Porcellino si allontanò rivolgendo uno sguardo intenso alla stella della Fortuna; questa reagì: "Somaro! Che cosa ti ho fatto, perché tu mi guardi male?" "Non ti guardo male" replicò Porcellino. "Pratico il detto: volgere il capo alla fortuna." Passando davanti alla cucina, Porcellino vide un ragazzo davanti a una credenza che stava cercando ciotole e dolci per servire il tè. Si avvicinò, si impadronì di quattro mestoli e corse nella sala grande; qui raccolse una pietra sonora e si mise a saltellare intorno percuotendola a tutto spiano con i mestoli. "Questo bonzo fa sempre peggio, ha perduto ogni dignità" s'indignò il grande immortale. "Non ho perduto la dignità" rispose ridendo Porcellino; "celebro la festa delle quattro stagioni." Mentre Porcellino faceva il buffone, Scimmiotto, partito su una nuvola dalle isole Penglai, aveva raggiunto il monte Fangzhang. Era un posto magnifico, come testimoniano i versi: Sulla montagna si alza un altro cielo, Alto luogo d'incontro di immortali. I tre puri sentieri la percorrono Su alte terrazze, tra fiori fragranti. Qui la fenice si viene a posare. Sugo di giada cola nei ruscelli. I frutti che maturano sugli alberi Mille anni di vita ti promettono. Scimmiotto vi discese, ma aveva perduto lo stato d'animo adatto a godere del paesaggio. A un tratto udì gridi di gru nere e sentì alitare una brezza profumata: un essere divino doveva trovarsi nei dintorni. [...] Porta il nome di sovrano supremo Dell'Est, fra gli immortali delle brume E nebbie occupa il posto più importante, In rapporti amichevoli col Buddha. Scimmiotto gli andò incontro timidamente: "Signore, levo le mani per onorarvi." Il sovrano supremo gli rese premurosamente il saluto: "Scusate, grande santo, se non vi sono venuto incontro. Entrate a prendere il tè nella mia umile dimora." Prese per mano Scimmiotto e lo fece entrare nel suo sontuoso palazzo di immortale: piscine di diaspro, padiglioni di pietre preziose. Quando si sedettero per prendere il tè, da un paravento di giada sbucò fuori un ragazzo. Com'era vestito? Avvolto in una tunica dai riflessi cangianti, Con la vita serrata in cintura di seta, Sandali da scalare picchi divini ai piedi Ed in capo un berretto da grande cerimonia. Uscito dal suo guscio per ascendere al vero, Realizzati i suoi meriti, viveva a piacer suo, Penetrando il segreto dello sperma e del soffio. Si teneva lontano da vanità e menzogna. Godeva eterna vita rifuggendo ogni fama: Su di lui non aveva il tempo alcuna presa. In tre occasioni in cielo aveva di nascosto Rubato ed assaggiato delle pesche immortali. Il ragazzo che allora sbucò dal paravento Altri non era che l'illustre Dongfang Shuo. Riconoscendolo, Scimmiotto rise ed esclamò: "Sei qui, furfantello! Ma nella casa del sovrano supremo non ci sono pesche da rubare." "E tu che ci vieni a fare, vecchio furfante?" ribattè Dongfang Shuo avanzandosi per rendere il saluto. "Qui non c'è da rubare nemmeno elisir." "Zitto, Manqian!" gli gridò il sovrano supremo. "Vieni a servire il tè." Manqian era il nome in religione di Dongfang Shuo. Quando il tè fu bevuto, Scimmiotto disse: "Sono venuto a chiedere un favore, ma non so se me lo farete." "Di che cosa si tratta?" chiese il sovrano supremo. "Mettetemi al corrente." "Di recente ho avuto l'incarico di proteggere il monaco cinese nel suo viaggio a ovest. Mentre passavamo dal Tempio delle Cinque Fattorie, ho perduto le staffe con i ragazzi del posto che mancavano di buone maniere e ho abbattuto l'albero del ginseng. Per questo siamo stati trattenuti. Dal momento che non saprei altrimenti come liberare il monaco cinese, sono venuto apposta alla vostra nobile residenza, sperando che non rifiuterete di insegnarmi un modo per ridar vita all'albero." "Benedetta scimmia! Provochi catastrofi da tutte le parti senza curarti delle conseguenze. Il Maestro dell'Immortale Soggiogato che vive nel Tempio delle Cinque Fattorie si onora del sacro soprannome di Signore Uguale al Mondo, perché è il decano degli immortali terrestri. Come hai osato metterti in conflitto con lui? E il suo albero di ginseng dà una specie di elisir vegetale. Non ti è bastato di rubarne, hai voluto proprio buttar giù la pianta! Non avrai mica pensato che lui potesse ingoiare un tal rospo senza reagire?" "In effetti ce l'eravamo svignata, ma lui ci ha riacchiappato e ci ha messo nella sua manica come fazzoletti. Mi son dovuto adattare a promettergli che avrei trovato un modo per ridare vita all'albero. È appunto per questo che vi sollecito." "Possiedo un grano di cinabro dell'Unità suprema nove volte trasmutato, ma può curare solo gli esseri viventi; non gli alberi, che sono spiriti della terra e del legno, benedetti dal cielo e impregnati dalla terra. A rigore qualcosa si potrebbe fare su vegetazione ordinaria; ma quel Monte della Longevità è terra benedetta più antica del cielo, il Tempio delle Cinque Fattorie è una grotta-cielo del continente dell'Ovest e i frutti di ginseng sono nati direttamente dalla radice meravigliosa da cui ha preso origine l'universo. Non si può curare un albero così, non c'è rimedio." "Se non c'è rimedio, mi congedo e vi saluto" concluse Scimmiotto. Il sovrano supremo voleva trattenerlo per offrirgli una coppa di giada, ma Scimmiotto rifiutò: "Vi ringrazio, ma ho troppa fretta, non oso trattenermi." Risalì su una nuvola e si recò nell'isola di Yingzhou. Un bel posto anche quello, come testimoniano i versi: Illumina la bruma un albero di perle, Le torri del palazzo montano fino al cielo. Dalle azzurre colline scorrono verdi acque [...] A Yingzhou Scimmiotto vide, sotto l'albero di perle, ai piedi delle rupi di cinabro, nove immortali dai volti fanciulleschi, con capelli candidi e splendenti disposti in crocchie a forma di cicogna. Giocavano a go o a scacchi, bevevano, chiacchieravano, ridevano e cantavano. Erano davvero Nubi di buon augurio che irradiavano luce, Scie di brume felici ondeggianti nell'aria, Canti melodiosi di fenici variopinte, Danze di nere gru in cima alla montagna [...] Ai vegliardi che così si trastullavano, Scimmiotto gridò: "Avete niente in contrario che mi venga a divertire con voi?" Tutti gli andarono incontro, come testimoniano i versi: Spezzata la radice dell'albero immortale, Cercava il grande santo un adatto rimedio. Dal prezioso boschetto avvolto nelle brume Uscirono ad accoglierlo i vegliardi immortali. Scimmiotto li riconobbe e disse ridendo: "Cari vecchi condiscepoli, vi trovo bene." "Se il grande santo fosse rimasto sulla buona strada e non avesse provocato disordini in Cielo, starebbe bene quanto noi. Ma infine le cose si sono aggiustate; a quanto si dice, hai scelto la parte giusta e ti stai recando nell'Ovest per prestare omaggio al Buddha. Come hai trovato il tempo di venire fin qui?" Scimmiotto spiegò che cosa cercava, e i nove anziani ne furono molto impressionati: "Tu sei sempre esagerato! Quanti danni combini! Ci dispiace, ma non sapremmo come aiutarti." "In tal caso, mi devo congedare." I nove vegliardi gli proposero una sosta per bere nettare di giada e mangiare radici di loto azzurro, ma riuscirono soltanto a fargli vuotare una coppa e assaggiare un pezzettino di radice, senza nemmeno mettersi seduto. Lasciò poi Yingzhou in direzione del vasto oceano orientale e giunse in vista del monte Potalaka. Abbassò la nube sulla sua cima e vide la pusa Guanyin, nel boschetto dei bambù porporini, intenta a predicare e commentare i sutra per le divinità guardiane del cielo, Moksa e le fanciulle-drago. Come dicono i versi: Nell'isola regnante sopra il mare Pieno d'inesauribili tesori, S'insegna come le trasformazioni A migliaia provengono da un solo Articolo di fede: il giusto frutto Di quattro sante verità ti libera. Conserva il suo profumo la foresta Di giovinezza, i frutti la dolcezza Ed i fiori risplendono scarlatti. La pusa si accorse dell'arrivo di Scimmiotto e gli mandò incontro il gran dio protettore della montagna, che uscì dal boschetto e gridò: "Dove vai, Consapevole del Vuoto?" "Orso scarruffato!" tuonò Scimmiotto. "Come ti permetti di darmi del 'tu'? Se il vecchio Scimmiotto non ti avesse risparmiato, a questo punto non saresti altro che un fantasma sul Monte del Vento Nero. Ora che hai messo su casa sulla montagna santa, vivi con la pusa e ne prendi lezioni, non ti degni più di darmi del 'voi'?" In effetti, se l'orso nero aveva conseguito il giusto frutto e acquisito il titolo di 'gran dio' come protettore del Potalaka, un po' lo doveva anche a Scimmiotto. Non seppe far altro che rispondere sorridendo: "Grande santo, dicono gli antichi: il vero gentiluomo sa dimenticare i torti. Perché ritornarci sopra? La pusa mi manda a ricevervi." Scimmiotto si diede l'aria più decente e rispettosa che poté, nel seguire il gran dio dentro il boschetto dei bambù porporini per presentare i suoi omaggi a Guanyin. "Consapevole del Vuoto" chiese lei, "a che punto è il monaco cinese?" "È sul Monte della Longevità, nel continente dell'Ovest." "Su quel monte c'è il Tempio delle Cinque Fattorie. Hai incontrato il grande immortale Primordiale Soggiogato?" "Il fatto è che non lo conoscevo" confessò Scimmiotto prosternandosi fino a terra, "e, arrivati al tempio, ho distrutto l'albero del ginseng; perciò lui trattiene il nostro maestro e ci impedisce di proseguire il viaggio." "Che maledetta scimmia, senza nozione del valore delle cose!" lo rimproverò Guanyin, che in realtà sapeva già tutto. "Il suo albero del ginseng è una radice meravigliosa che risale alle origini del cielo e della terra. E lui è il decano degli immortali terrestri; figúrati che in un certo senso, in certi casi limitati, io stessa dovrei quasi cedergli la precedenza. Come hai potuto abbattere quella pianta?" "Il vostro umile discepolo non si rendeva conto della situazione" rispose Scimmiotto inchinandosi ancora. "Lui non era in casa, quel giorno, e ci avevano ricevuto due giovani immortali. Porcellino sentì parlare di questi frutti di ginseng e gli venne una gran voglia di assaggiare un cibo sconosciuto: perciò ne rubai tre e ce li dividemmo. Quando i ragazzi lo scoprirono fecero tante di quelle storie, che persi la pazienza e gli buttai giù l'albero. Il giorno dopo l'immortale ci catturò, ci chiuse nella manica e ci fece legare, frustare e interrogare tutto il giorno. Scappammo di nuovo, ma senza fortuna. La terza volta capii che non c'era altra via d'uscita e gli promisi di guarire la sua maledetta pianta. Ho girato i mari per trovare un rimedio, ma nelle tre isole e altrove nessun dio o immortale ha saputo aiutarmi. Perciò sono venuto a salutare voi, sperando umilmente nella vostra infinita compassione, perché mi aiutiate a salvare il monaco cinese e a permettergli di riprendere il viaggio a occidente." "Perché non sei venuto subito da me, invece di perder tempo nelle isole?" Il rimprovero diede a Scimmiotto un bel sollievo: "Meno male! Dunque a venir qui non ho perso tempo." E riprese a supplicarla. "La rugiada del mio vaso immacolato è un prodotto di prima qualità, per curare piante magiche." "L'avete già messa alla prova?" "Si capisce. Una volta facemmo una scommessa con Laozi. Lui strappò un ramo del mio salice e lo calcinò nel forno del cinabro. Io me lo ripresi e lo misi nel vaso. Dopo un giorno e una notte, ritornò verde e bello come prima." "È una fortuna!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Un ricostituente che può curare una pianta ridotta in cenere, non avrà certo difficoltà a rimetterne in sesto un'altra che è semplicemente sradicata. Quindi è tutto a posto." "Tenete d'occhio il boschetto, torno subito" raccomandò Guanyin ai suoi. Prese il suo vaso immacolato e il suo pappagallino bianco, che tubava pian piano, e partì seguita da Scimmiotto. Lo dicono i versi: La veneranda immagine dorata Della Compassionevole, che visse Accanto al Buddha prima di incarnarsi Nel corpo attuale per purificare L'onda dei desideri. Dalla dolce Rugiada vien lavato da ogni polvere Il cuore e vien restituito a vita Immortale il santo albero. Il grande immortale intratteneva in conversazione i tre santi vegliardi, quando si vide Scimmiotto scendere da una nuvola gridando: "Arriva la pusa, venite ad accoglierla!" Le tre stelle e il Maestro del Primordiale Soggiogato si precipitarono fuori dalla sala, seguiti da Tripitaka e dai suoi discepoli. Guanyin fermò la sua nuvola e salutò per primo il grande immortale, poi le tre stelle. Quando si fu accomodata e furono scambiati nuovi saluti, Scimmiotto condusse a renderle omaggio Tripitaka, Porcellino e Sabbioso. Poi fu la volta degli immortali del tempio. "Su, non tergiversiamo, grande immortale" gridò Scimmiotto. "Prepara l'altare e l'incenso, e prega la pusa di rimetterti in piedi quell'albero dei miei stivali." Il grande immortale si inchinò per ringraziare: "Come avrei osato scomodarvi per così piccola cosa?" "Il monaco cinese è mio discepolo, e se Scimmiotto vi ha offeso, secondo ragione, è compito mio risarcirvi." "Se le cose stanno così" intervennero i tre vegliardi, "bando ai complimenti: preghiamo la pusa di venire in giardino a esaminare la situazione." Il grande immortale fece preparare una tavola per l'incenso e fece spazzare la corte posteriore, poi invitò Guanyin a uscire per prima, seguita dai tre anziani. Quando giunsero nel parco, seguiti da Tripitaka, dai discepoli e dalla folla degli immortali, ciascuno poté constatare che l'albero giaceva al suolo con le radici all'aria; tutte le foglie erano appassite e cadute dai rami. "Porgimi la mano, Consapevole del Vuoto" ordinò Guanyin. Scimmiotto le tese la mano sinistra. Guanyin inzuppò il ramo di salice nella rugiada del vaso e tracciò sul palmo della scimmia il segno della risurrezione. Poi gli disse di porre la mano sulle radici e di attendere che dal suolo sgorgasse acqua. Scimmiotto tastò fra le radici, finché sgorgò una sorgente di acqua pura. "Quest'acqua non deve entrare in contatto con i cinque elementi. Bisogna raccoglierla in un vaso di giada, rizzare l'albero e annaffiarlo a partire dalla sommità: allora la scorza tornerà ad aderire ai rami e al tronco fino alle radici, spunteranno nuove foglie, si gonfieranno nuovi germogli e avremo nuovi frutti." "Di corsa, piccoli taoisti, portatemi un vaso di giada!" gridò Scimmiotto. "Sul monte diseredato del vostro umile servitore non abbiamo vasi di giada" si scusò il Maestro del Primordiale Soggiogato. "In giada abbiamo solo tazze da tè e coppe da vino. Possono servire?" "L'importante è che siano oggetti di giada adatti a raccogliere l'acqua" rispose Guanyin. "Portate quello che avete, e vediamo se ha capacità sufficiente." Il grande immortale fece portare trenta tazze e quarantacinque coppe, con cui fu raccolta l'acqua pura che sgorgava sotto le radici. Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso rizzarono l'albero e lo rincalzarono nel terreno. I recipienti con l'acqua sorgiva venivano porti uno dopo l'altro a Guanyin, che aspergeva l'albero con il suo ramo di salice, recitando un incantesimo. Esaurita l'acqua disponibile, non ci volle molto perché l'albero riprendesse a verdeggiare. Portava ventitré frutti. "Ma l'altro giorno i frutti erano solo ventidue. Come mai ora ce n'è uno di più?" chiesero meravigliati Vento Puro e Chiaro di Luna. "Il tempo rende giustizia" affermò Scimmiotto. "Io ne avevo rubati tre, come avevo detto; un altro era caduto a terra e, secondo il dio del luogo, il suolo lo aveva assorbito. Porcellino mi ha tanto rotto i corbelli sostenendo che me l'ero sbafato io. Adesso è dimostrato che non mentivo." "Proprio così; il motivo è lo stesso che ha reso necessario usare per l'acqua un recipiente fatto di un materiale in cui non entrassero i cinque elementi" confermò Guanyin. Il grande immortale si rasserenò completamente e fece portare il martelletto d'oro per cogliere dieci frutti; invitava infatti Guanyin e i tre vegliardi a ritornare nella sala grande per ricevere i suoi ringraziamenti e far festa con i frutti di ginseng. I piccoli immortali disposero seggiole, tavolini e vassoi di cinabro; Guanyin sedette al posto d'onore, con i tre anziani a sinistra e Tripitaka a destra; il grande immortale teneva loro compagnia su di uno sgabello. Ciascuno consumò un frutto. Come dicono i versi: Nella grotta celeste degli antichi Tempi, van maturando del ginseng Frutti preziosi in novemila anni. Restituì la rugiada foglie e frutti All'albero che già distrutto giacque. Tre vegliardi rivedon vecchi amici, Per i monaci è un caso fortunato! Mangiare frutti di ginseng significa Gioventù senza fine e lunga vita. Tripitaka si lasciò convincere dall'esempio di Guanyin e dei tre vegliardi a mangiare quel tesoro di immortali, che dapprima gli aveva ispirato orrore. I tre discepoli e il grande immortale tennero loro compagnia. Il decimo frutto venne diviso fra gli immortali del tempio. Scimmiotto ringraziò la pusa che se ne ritornò sul Potalaka, dopo avere riaccompagnato i vecchi alle isole Penglai. Il Maestro del Primordiale Soggiogato fece servire vino e un pasto di magro, prima di giurare fraternità con Scimmiotto. È il caso di dirlo: la migliore amicizia incomincia da una lite. A notte i quattro pellegrini poterono finalmente prendersi un riposo sereno. Oltre tutto il venerabile, grazie all'elisir vegetale che aveva mangiato, aveva molto accresciuto la sua capacità di resistere alle prove che orchi e diavoli potevano infliggergli. Se poi, in fin dei conti, non sapete come si lasciarono il giorno dopo, ascoltate il seguito. 第027回 TRUCCHI DELLA SIGNORA DAL BIANCO SCHELETRO · IN CUI LA DIAVOLESSA DAL BIANCO SCHELETRO INSIDIA PER TRE VOLTE TRIPITAKA, E IL SANTO MONACO, ESASPERATO, SCACCIA IL BEL RE SCIMMIA. L'indomani all'alba Tripitaka e i suoi discepoli si prepararono a proseguire il loro viaggio. Fra Scimmiotto e il Maestro del Primordiale Soggiogato, dopo che si erano giurati fratellanza, si era stabilita una tale corrente di simpatia, che il secondo non avrebbe voluto vederli andar via così presto; anzi aveva dato disposizioni per festeggiarli cinque o sei giorni di seguito. Ma Tripitaka era divenuto irrequieto: l'elisir vegetale che aveva mangiato gli dava una sensazione di rinnovamento dalla testa ai piedi, gli rinvigoriva lo spirito e il corpo. Questa sensazione accresceva la sua determinazione nella ricerca delle scritture e alimentava l'ansia per i ritardi già subiti. Non ci fu niente da fare, non si poté trattenerlo. Maestro e discepoli si erano da poco rimessi in strada dopo gli addii, quando si trovarono davanti a un'alta montagna. "Quella montagna ha un aspetto pericoloso, ed è così ripida che forse il cavallo non riuscirà a scalarla. Stiamo ben attenti, discepoli!" "State tranquillo, maestro; conosciamo il nostro mestiere" rispose Scimmiotto. Il bravo re scimmia apriva la strada, davanti al cavallo, con la sua sbarra appoggiata di traverso sulle spalle. Dopo avere scalato un'alta rupe, si trovarono di fronte un immenso panorama: Dal picco che sovrasta le alte creste A terrazze, si vedon serpeggiare Fragorosi torrenti nei burroni; Le tigri solitarie, orde di lupi, Le famiglie dei daini e dei cinghiali, Cervi e cerbiatti in branchi, lepri e volpi Che dovunque s'aggirano. Un pitone È lungo mille piedi e un gran serpente Si srotola per diecimila tese. Sputa il pitone nebbie velenose Ed il serpente un gran vento maligno. Rovi spinosi ingombrano i sentieri Spesso interrotti da folti di pini E da alti cedri. Pendono dagli alberi Ovunque liane fino all'erba folta E la luce intercettano, creando Glauchi recessi. Regna in questi luoghi Dominati da mille picchi gelidi L'atmosfera di un mondo primordiale. C'era di che spaventare il reverendo sul suo cavallo, ma Scimmiotto mise in mostra le sue abilità agitando il randello e diede un ruggito che mise in fuga tigri e leopardi, mentre lupi e serpenti si rintanavano impauriti. I pellegrini giunsero ai piedi di un'altra rupe, ancor più ripida, e Tripitaka dichiarò: "Consapevole del Vuoto, abbiamo fatto una lunga marcia, ho fame. Va a chiedere in elemosina del cibo di magro." "Maestro" rispose Scimmiotto con un sorriso contrariato, "non è un'idea furba. Ci troviamo fra le montagne, non si vede da nessuna parte traccia di abitato. Non c'è dove chiedere cibo, né in elemosina né pagando." "Benedetta scimmia" replicò Tripitaka di malumore, "quando penso che ti ho trovato incastrato dentro un cofano di pietra, dove potevi muovere soltanto la lingua! Io ti ho salvato la vita e ti ho ricevuto fra i miei discepoli, e tu rifiuti di fare una piccola cosa per me. Non sei che un pigro." "Mi pare invece di essere diligente. Quando mai avrei mostrato il contrario?" "Ti pretendi devoto e diligente, e rifiuti di mendicare cibo per me. A pancia vuota non si cammina. In questo stato e fra queste montagne pestilenziali, non avrò mai la forza di raggiungere il Monastero del Colpo di Tuono." "Va bene, maestro, non dite altro. Conosco il vostro carattere ombroso: per poco che vi contrari, vi metterete a recitare quella roba. Smontate da cavallo e sedetevi tranquillo, mentre cerco un abitato in cui elemosinare cibo." Scimmiotto balzò su una nuvola e osservò i dintorni, facendosi solecchio con la mano. In quel tratto la strada dell'Ovest era proprio deserta; non si vedeva segno di presenza umana. È il caso di dirlo: un posto dove ci son più alberi che uomini. Però, osservando attentamente, notò sul versante esposto al sole una piccola area di puntini rosso vivo. "Maestro, qualcosa ho trovato" dichiarò scendendo dalla nuvola. Alla domanda di che cosa si trattasse, precisò: "Non ho visto gente cui si possa chiedere del riso, ma sul pendio meridionale della montagna ci sono dei punti rossi: devono essere pesche selvatiche mature. Per calmare la vostra fame, coglierò quelle." "Trovare delle pesche da mangiare è già una bella fortuna, per chi ha abbandonato la sua famiglia" commentò rasserenato Tripitaka. Scimmiotto prese con sé la ciotola delle elemosine e si catapultò nel luogo della raccolta, rapido come il lampo e lasciandosi dietro una scia di vapori. Dice il proverbio: non c'è monte senza fantasma, né vetta senza maleficio. Nelle montagne di cui parliamo viveva una diavolessa, la cui attenzione fu attratta dai movimenti di Scimmiotto. Venne a dare un'occhiata, fendendo le nubi spinta da un vento d'oltretomba, e quando vide Tripitaka che si era seduto a terra per riposare si rallegrò: "Che bella fortuna, che meraviglia! Si parla da un pezzo di questo monaco cinese che deve cercare il Grande Veicolo, e che sarebbe poi la reincarnazione di Cicala d'Oro. La sua carne è stata sapientemente coltivata attraverso dieci successive generazioni: basterà mangiarne un pezzetto per godere di longevità senza fine. Finalmente è giunto il momento tanto atteso." La diavolessa voleva farsi avanti per impadronirsi di lui senza complimenti, ma vide che due guerrieri lo proteggevano a destra e a sinistra, e sostò chiedendosi chi fossero quei grandi capi. Per quanto fossero decaduti, Porcellino era stato Ammiraglio dei Canneti Celesti, e Sabbioso Generale delle Cortine Arrotolate; essi conservavano una traccia del loro prestigio di altri tempi e ciò induceva la diavolessa alla prudenza: "Sarà più sicuro giocare d'astuzia." Ci sapeva fare, la diavolessa. Diresse a breve distanza il suo vento malefico e con una scossa si trasformò in una fanciulla in fiore, dal volto di luna. Non si finirebbe mai di descrivere com'era pura la linea dei suoi sopraccigli e com'erano vivi i suoi occhi, bianchi i suoi denti, rosse le sue labbra. Tenendo nella mano sinistra un vaso di ceramica azzurra e in quella destra uno di porcellana verde-grigia, camminò verso il monaco cinese come se percorresse la strada venendo da ovest. Mentre il monaco riposa, Si avvicina una fanciulla: Dalle maniche leggere Dita spuntano di giada, Dalla gonna pieghettata I piedini loto-d'oro. Il sudore sul suo viso È rugiada sopra un fiore, E la cipria sopra l'arco Di falena dei suoi occhi Come bruma sopra il salice. Calamita col suo incedere Ogni sguardo intorno a sé. "Porcellino, Sabbioso!" gridò Tripitaka. "Un momento fa Consapevole del Vuoto diceva che questi posti sono selvaggi e deserti. Ma non sembra anche a voi che venga una persona nella nostra direzione?" "Maestro" rispose Porcellino, "restate qui con Sabbioso. Io vado a fare un'ispezione." Posò il rastrello, si rassettò e si diresse verso la ragazza, cercando di darsi un contegno. Come si usa dire: da lontano oscuro, da vicino sicuro. La ragazza aveva La pelle di albicocca sulla lieve ossatura, Il collo delicato sopra un tenero petto. Le mandorle degli occhi come stelle fulgenti Sotto l'arco blu-notte dei fini sopraccigli. Portamento grazioso della persona snella Come un salice dove la rondine fa il nido. La voce è d'usignolo che canti nella pergola. Come rosa al mattino sotto i raggi dorati, Come peonia splendida che va aprendo i suoi petali. Alla vista della bella ragazza, il bestione si lasciò andare a pensieri profani e ad approcci galanti: "Dove siete diretta, bella donatrice? Che cosa portate di bello nelle vostre manine?" Evidentemente non era capace di scoprire con chi aveva a che fare. La giovane donna gli lanciò l'amo rispondendo: "Reverendo, nel vaso azzurro ho del riso aromatizzato, in quello verde-grigio della farina di grano finissima. Sono diretta dove possa compiere il mio voto di nutrire monaci." Entusiasmato, Porcellino corse verso Tripitaka agitandosi come un epilettico: "Maestro, è proprio vero che il cielo sa ricompensare i suoi. Qui c'è una persona che viaggia apposta per nutrire i poveri monaci. Intanto, chissà dove sarà andata a perdere tempo quella scimmia, con la scusa di cercare pesche; che d'altronde, a mangiarne troppe, fanno borbottare la pancia e procurano diarrea." "Non scherzare, balordo!" lo rimproverò Tripitaka che non poteva credergli. "Non abbiamo incontrato nessuno da quando ci siamo messi in cammino. Da dove uscirebbe un donatore?" "E invece, maestro, eccola qui." Come la vide, Tripitaka balzò in piedi e le si rivolse giungendo le mani sul petto: "Da dove venite, cara donatrice? Qual'è la vostra famiglia? Come mai avete fatto voto di nutrire i monaci?" Nemmeno il maestro era capace di scoprire con chi aveva a che fare. La diavolessa assunse un'aria ipocrita e un tono mielato: "Queste montagne, temute persino dalle belve e dai serpenti, si chiamano la Catena della Tigre Bianca. Noi abitiamo ai piedi del loro versante occidentale. I miei genitori sono dediti alla lettura dei sutra e alle opere buone, e fanno offerte generose ai monaci di passaggio. Prima che nascessi, avevano pregato lungamente gli dèi di concedere loro dei figli. Mi avrebbero trovato un buon partito lontano da casa, se non avessero temuto di restare senza sostegno nella vecchiaia; perciò hanno preferito scegliere un genero che si adattasse a entrare nella nostra casa e si impegnasse ad assisterli." "Mia cara donatrice, non è forse scritto nei santi libri? Finché i genitori sono in vita, il figlio non si allontanerà da casa; se le circostanze dovessero renderlo inevitabile, dirà almeno chiaramente dove va.(28) Non solo i vostri genitori sono in vita, ma vi hanno dato un marito; dovrebbe essere lui ad adempiere il vostro voto. Come mai camminate sola sulla montagna senza alcuna protezione? Non è il comportamento che conviene a una donna perbene." "Maestro" corresse il tiro la giovane donna con un largo sorriso, "mio marito è andato con alcuni braccianti a zappare i campi in una valle lungo il fianco settentrionale della montagna. Quello che sto portando è il loro pasto di mezzodì. Con tutti i lavori che si devono fare in questa stagione della sesta luna, non c'era nessun'altro a disposizione da mandare, e i miei genitori sono troppo vecchi: ecco perché mi sono messa in cammino da sola. Non mi aspettavo di incontrarvi, ma quando vi ho veduto ho pensato a quanto mio padre e mia madre amano le opere buone; sono sicura che, se fossero qui, preferirebbero offrire il cibo ai monaci. Perciò sarò felice di farvi questa umile offerta, se non la disdegnate." "Vi ringrazio" sospirò Tripitaka; "ma uno dei miei discepoli è andato a cogliere della frutta e ritornerà da un momento all'altro. Non oso mangiare ciò che mi offrite, perché vostro marito, se lo sapesse, ve ne farebbe rimprovero; e la colpa sarebbe del povero monaco che sono." "Maestro" insisté la giovane donna, aumentando la seduzione del suo aspetto per forzare il rifiuto di Tripitaka, "il gusto di fare elemosine dei miei genitori non è niente a paragone dell'amore del bene che anima mio marito: la sua vita è tutta consacrata a costruire ponti, riparare strade, sostenere gli anziani e compatire i poveri. Quando saprà che ho dato a voi il suo pranzo, maestro, non solo non mi sgriderà, ma mi amerà più di prima." Tripitaka non era convinto e continuava a rifiutare, ma Porcellino era esasperato. Teneva il broncio e brontolava dentro di sé: "Di tutti i bonzi della terra, questo è il peggior pappamolle. Il pasto è pronto e basta appena per tre, ma lui tira in lungo: così ritornerà la scimmia e bisognerà dividere in quattro." Perse la pazienza e andò a grufolare in un vaso, rovesciandolo a terra; stava per mettersi a tavola, senza chiedere il permesso a nessuno, quando Scimmiotto ricomparve con un balzo dal versante meridionale, recando in mano la ciotola per le elemosine e le pesche che aveva raccolto. I suoi occhi dalle pupille d'oro constatarono subito che sotto le mentite spoglie della bella donna si nascondeva un essere malefico; per cui posò la ciotola, afferrò il randello e glielo avrebbe assestato sulla testa, se Tripitaka spaventato non fosse corso ad arrestargli la mano: "Consapevole del Vuoto, non sai che cosa fai!" "Maestro, questa qui non è la brava persona che credete voi: è un fior di mostro, che sta cercando di perdervi." "Testa di legno d'una scimmia! Hai perso anche il poco buon senso che avevi, parli a vanvera. La nostra cara donatrice ci stava offrendo del cibo, e tu la tratti da mostro." "Maestro" replicò Scimmiotto ridendo, "come al solito non capite niente. Quand'ero mostro alla Grotta del Sipario Torrenziale, ne avevo anch'io di belle trovate, quando mi veniva voglia di mangiare carne umana(29): mi trasformavo in un pezzo d'oro o d'argento, o magari in belvedere adatto ad ammirare il panorama; ma le trasformazioni più correnti erano in ubriaco o, appunto, in bella ragazza. Chi era tanto stupido da venirmi dietro, finiva imprigionato nella grotta ed era nelle mie mani: di solito finiva nella pentola del lesso, oppure cotto al vapore. Se però la carne era molta, una parte la facevo essiccare al sole per metterla in dispensa, come riserva per i tempi grami. Meno male che sono ritornato in tempo; altrimenti, caro maestro, vi sareste fatto prendere e sareste finito come dicevo." Ma Tripitaka non credeva una parola e continuava a difendere la bella donatrice. "Maestro" ne dedusse Scimmiotto, "ho capito. È chiaro che vi piace. Se volete, Porcellino può abbattere qualche pianta e Sabbioso raccogliere l'erba per il materasso. Io farò da carpentiere e vi costruirò un bel nido d'amore, perché possiate cavarvi la voglia. E ce ne andremo ciascuno per la sua strada. Non è meglio così? Si vede che non valeva la pena di darsi tanto da fare per cercare quei sutra del cavolo." Tripitaka arrossì fino alla punta dei capelli; per quanto fosse la dolcezza in persona, c'erano cose che non poteva perdonare. Scimmiotto approfittò del suo imbarazzo per riprendere il randello e abbatterlo in testa al mostro. La diavolessa, però, non era priva di risorse: lo teneva d'occhio per valutare l'istante preciso in cui avrebbe colpito e a quel punto se la filò, con il trucco della liberazione del cadavere, lasciando per terra come morto un finto corpo. Il reverendo tremava tutto e borbottava: "Che scimmia senza riguardi! Ignora i miei rimproveri e distrugge vite umane senza ragione." "Non prendetevela con me, maestro; piuttosto venite a vedere che cosa c'era nei vasi." Tripitaka si avvicinò sulle gambe tremebonde, con il sostegno di Sabbioso. In realtà, al posto del riso aromatizzato si vedeva un groviglio di grassi bruchi bianchi velenosi, e la farina finissima erano rospi e ranocchie che si misero a saltare intorno da tutte le parti. Il reverendo era perplesso, ma Porcellino, pieno di rancori, fece del suo meglio per aizzarlo: "Pensate, era una brava ragazza di campagna che si recava nei campi per portare la colazione ai suoi; perché mai trattarla da mostro? Il fratellino, qui, ha la mano pesante; la voleva spaventare, e invece l'ha ammazzata al primo colpo. Poi ha avuto paura che, per castigarlo, voi recitaste il sutra della costrizione del cerchio, e ha usato i suoi trucchi per far comparire delle bestie schifose al posto del cibo che dovevamo mangiare. Ma è un imbroglio, sta solo cercando di passarla liscia." Tripitaka, che pure dava fiducia anche alle diavolesse, aveva motivi per non darla a Scimmiotto. Fece con la mano il segno adatto e recitò la formula della costrizione. "La mia povera testa!" urlava Scimmiotto. "Ferma! Se avete qualcosa da dire, parlate!" "Non ho proprio niente da dire" rispose Tripitaka. "Quelli che hanno abbandonato la propria famiglia si devono dedicare senza posa al bene altrui, essere caritatevoli in ogni istante e in ogni pensiero, prendersi cura dell'integrità delle formiche quando scopano il pavimento, mascherare le lampade per proteggere le falene; tu invece ti lasci dominare dalla violenza. Che meriti si possono acquistare nella ricerca delle scritture, se si ammazza un essere innocente del popolo di dio? Vattene!" "E dove volete che vada, maestro?" "Non sei più mio discepolo." "Se non mi tenete come discepolo, temo che non arriverete mai alla fine del vostro cammino verso il Paradiso dell'Ovest." "La mia vita è nelle mani del Cielo. Se un mostro mi vorrà lessare o cuocere al vapore, pazienza. Non sarai tu che potrai sottrarmi al limite destinato alla mia vita come a ogni altra. Non stare a discutere e vattene." "Va bene, me ne andrò. Ma non mi sono ancora disobbligato del beneficio che vi devo." "Quale beneficio?" Il grande santo si inginocchiò e si prosternò dicendo: "Il vecchio Scimmiotto era stato schiacciato dal Buddha sotto il Monte delle Due Frontiere. Ho avuto la fortuna di essere convertito da Guanyin e liberato da voi, maestro. Se non avessi accettato di accompagnarvi al Paradiso dell'Ovest sarei stato manifestamente ingrato e Chi non è grato non è gentiluomo, Anzi merita solo eterna infamia!" Tripitaka era un santo monaco compassionevole. A vedere Scimmiotto che lo supplicava con tanto ardore, cedette e disse: "Per questa volta ti perdono. Ma non ricominciare a mancarmi di rispetto. Se ci dovessi riprovare, ripeterò l'incantesimo venti volte." "Anche trenta, se vorrete; ma io mi guarderò dal colpire chiunque." Aiutò il monaco cinese a rimontare a cavallo e gli porse le pesche che aveva raccolto. Si avviarono, mentre Tripitaka, cavalcando, mangiava le pesche per quietare l'appetito. Intanto la diavolessa, che si era sottratta in tempo al colpo di Scimmiotto ed era fuggita su una nuvola, digrignava i denti furiosa contro il suo assalitore: "Avevo già sentito parlare delle sue capacità straordinarie" pensava, "e devo ammettere che non è una fama usurpata. Il monaco cinese stava già allungando le mani verso il mio riso: sarebbe bastato che lo annusasse, e l'avrei avuto in mio potere. Ma quel guastafeste mi ha rovinato l'operazione, e poco è mancato che mi prendessi una bella legnata. Se adesso lascio perdere il bonzo, mi sarò data tanto da fare per nulla. Torno giù e vedo se riesco a farli divertire in un altro modo." Che bravo mostro! Abbassò la sua nuvola sulla montagna, a qualche distanza dai pellegrini, e prese la forma di una vecchietta sull'ottantina. Si appoggiava a una canna di bambù dall'estremità ricurva e veniva avanti pian piano, piangendo a dirotto. Come la vide, Porcellino si allarmò ed esclamò: "Maestro, è un bel guaio: adesso incontriamo la madre in cerca della figlia." "Quale madre e quale figlia?" chiese Tripitaka. "Ma è la madre della donna che il nostro condiscepolo ha ammazzato!" "Non dir scemenze, fratellino" sghignazzò Scimmiotto. "La ragazza dimostrava sì e no diciott'anni, questa vecchietta ne mostra ottanta passati; secondo te, avrebbe partorito una figlia a sessant'anni e più. Fammi vedere da vicino: scommetto che è un altro imbroglio". Il bravo Scimmiotto avanzò a gran passi per esaminare meglio l'essere malefico: Ora si è trasformata in una vecchia: Coi capelli più bianchi della neve, Avanza a passi lenti e zoppicanti. È magra rinsecchita ed il suo viso, Da cui spuntano zigomi pungenti Mentre ne pende una bocca cascante, È più avvizzito di una foglia secca. Era meglio l'aspetto precedente! Scimmiotto la riconobbe subito e non si seppe trattenere: senza altre formalità processuali, la colpì in testa. Essa reagì come la volta precedente, fuggendo in forma di spirito e abbandonando un altro falso cadavere sul ciglio della strada. La scena riempì di tale orrore il monaco cinese, che cadde da cavallo come un sacco e restò per terra a recitare venti volte di fila l'incantesimo della costrizione del cerchio. La testa di Scimmiotto prendeva la forma di una di quelle zucche allungate con una strozzatura in mezzo e lui, povera bestia, si rotolava per terra e urlava: "Basta! Basta! Non è leale!" "Un monaco che ha la fortuna di ricevere un buon ammaestramento non ricade nell'inferno. Dopo tante esortazioni che ti ho fatto, perché persisti nella violenza? Avevi appena ucciso un essere del popolo di dio, e ne uccidi un altro. Dove credi di arrivare?" "Ma era un mostro!" "Questa maledetta scimmia vede mostri dappertutto. La verità è che non hai alcuna inclinazione al bene, sei portato solo alla malvagità. Vattene!" "Mi ordinate di nuovo di andarmene e lo farò, se è questo che volete. Ma c'è qualcosa che non va." "Che cosa non va?" "Maestro" intervenne Porcellino, "vuol dividere i bagagli. Vi ha accompagnato per tanto tempo e non vuole ritornarsene a mani vuote. Dategli qualche vecchia tunica, un cappello sfondato." "Gli spacco i denti, a questo cretino!" esplose Scimmiotto, irritato dalle insinuazioni. "Ho sempre osservato il voto di povertà, non sono mai stato avido né invidioso. Figuriamoci se penso ai bagagli!" "Visto che non sei avido né invidioso" replicò il monaco cinese, "che cosa aspetti a levarti dai piedi?" "Vedete" spiegò Scimmiotto, "cinquecento anni fa vivevo da gran signore, nella Grotta del Sipario Torrenziale del Monte di Fiori e Frutti: avevo sottomesso i diavoli di settantadue caverne e disponevo di un esercito di quarantasettemila mostri. Portavo in testa una corona d'oro, addosso una veste color ocra, alla vita una cintura di giada di Lantian, ai piedi calzature da calpestare le nuvole e in mano la mia sbarra cerchiata d'oro, come uno scettro. Ero qualcuno. Dopo che il nirvana mi ha condotto fuori dal peccato e ho avuto la tonsura e ho imboccato la giusta via, accompagnandovi come discepolo, la mia testa è stata serrata in questo cerchio d'oro. Non posso ritornare fra i miei in questo stato. Maestro, se non volete più saperne di me, recitate, vi prego, un incantesimo che mi consenta di levarlo. Ve lo restituirò, perché possiate metterlo in testa a qualcun altro. Non vi chiedo altro. Dopo tutto ho vissuto con voi per un bel po', credo che dovreste farmi questo piccolo favore." "Consapevole del Vuoto" esclamò allarmato Tripitaka, "la pusa mi ha insegnato solo come si stringe il cerchio; non lo so togliere." "In questo caso sarà meglio che non mi mandiate via." "Alzati!" ordinò Tripitaka, che non vedeva alternative. "Ti perdono per la seconda volta, ma bada di non ricominciare." "State tranquillo" promise Scimmiotto; aiutò il maestro a rimontare a cavallo e riprese il suo posto di battistrada. Intanto il mostro, sfuggito anche al secondo colpo di Scimmiotto, li seguiva da una nube e faceva le sue considerazioni: "Che occhio sicuro, quel re scimmia! Mi ha riconosciuta anche in quest'altro travestimento. Quei bonzi camminano in fretta: gli restano da percorrere quaranta li e poi, passata la montagna, usciranno dal mio territorio. Se un altro diavolo se li becca (che gli vadano di traverso!) sarà una bella delusione per me. Sarà meglio che ci riprovi." Un colpo di vento malefico la portò ad atterrare sul fianco della montagna, dove si trasformò in un venerabile vegliardo: Canuto più del dio della vecchiaia, Mezzo cieco e sordastro, egli si regge Con la mano tremante sul bastone. Lo avvolge un manto in piumino di gru, Sgrana il rosario e borbotta i suoi sutra. Quando Tripitaka lo vide, esclamò lietamente: "Amitâbha buddha! L'Ovest è una terra benedetta. Quel vegliardo si trascina a stento, ma non rinuncia a recitare i suoi sutra." "Maestro" fece notare Porcellino, "non rallegratevi tanto, stiamo solo incontrando nuovi guai." "Come sarebbe a dire?" "Il mio caro fratello e condiscepolo prima ha ammazzato la figlia e poi la moglie di quel vecchio. È chiaro che lui le sta cercando. Se cadiamo nelle sue mani, maestro, voi la pagherete con la pena capitale e il vecchio Porcellino sarà deportato per complicità. Sabbioso forse se la caverà con i lavori forzati, per aver eseguito ordini. E il fratello maggiore troverà il modo di svignarsela e di lasciare noi a pagare per lui." "Triplo imbecille!" gli gridò Scimmiotto. "Non spaventare il maestro con le tue scemenze. Aspettatemi che vado a dare un'occhiata." Nascose il suo randello e si fece incontro all'essere malefico salutandolo: "Emerito mandarino, i miei rispetti! Dove siete diretto? Perché pregate durante il cammino?" Il mostro, che non era all'altezza di un avversario del calibro di Scimmiotto, non seppe che riprendere le invenzioni precedenti: "I miei avi, reverendo, hanno sempre abitato da queste parti; io ho consacrato la mia vita al bene, a fare elemosine ai monaci, dir preghiere e recitare sutra. Il destino mi ha dato una sola figlia, che ho maritato con un genero disposto a vivere con noi. Stamane l'ho mandata nei campi per portare la colazione ai lavoranti, ma non l'abbiamo più rivista: temo che sia caduta sotto gli artigli di qualche tigre. Mia moglie era uscita per cercarla, ma nemmeno lei ha fatto ritorno. Non so che cosa sia accaduto, le sto appunto cercando. Se è quello che temo, non mi resterà altro da fare che raccogliere le loro spoglie e dar loro sepoltura." Scimmiotto scoppiò a ridere: "E io sono il re dei conta frottole! Non penserai mica di darmela a bere. Ti conosco benissimo, essere malefico!" Il mostro smascherato restò sbigottito. Scimmiotto rifletteva: "Se non lo colpisco, mi scappa; se lo ammazzo, il maestro recita di nuovo quella cosa. Ma se mi scappa, finirà per trovare il modo e l'occasione di rapire il maestro, e io dovrò faticare e spremermi le meningi per liberarlo. Mi conviene colpire; quando l'avrò ammazzato e il maestro reciterà l'incantesimo, troverò pure l'argomento buono per togliermi dai guai. La lingua sciolta non mi manca. E poi lo dice anche il proverbio che nemmeno la tigre più feroce mangia i suoi piccoli." Il bravo Scimmiotto borbottò un incantesimo per convocare il dio locale e lo spirito della montagna, e chiese la loro collaborazione: "È la terza volta che questa diavolessa viene a insidiare il mio maestro. Questa volta la voglio abbattere: voi dovete farmi da testimoni e badare a tagliarle la ritirata." Gli dèi acconsentirono: nessuno avrebbe osato disubbidirgli. Il grande santo impugnò il suo randello, e questa volta il colpo cadde diritto e spezzò l'esistenza del mostro. Tripitaka, terrorizzato, batteva i denti e tremava tutto senza riuscire a dire una parola. Porcellino sogghignava con aria maligna: "Ma che bravo Novizio! Tre morti ammazzati in mezza giornata." Mentre il monaco cinese si stava riprendendo e si apprestava a recitare l'incantesimo, Scimmiotto si precipitò verso di lui gridando: "Fermo, maestro, prima di recitare il sutra venite a vedere di che cosa si tratta." Giaceva a terra un mucchio biancheggiante di ossa corrose dal tempo. "Consapevole del Vuoto" esclamò Tripitaka stupefatto, "com'è possibile che sia appena morto e si presenti già ridotto in quel modo?" "Non era altro che un cadavere malefico, che si aggirava sulla montagna per sviare i viandanti e derubarli della loro identità. Quella che vedete è la sua vera forma; leggete la colonna di caratteri incisa sulle sue vertebre: si chiamava la Signora dal Bianco Scheletro." La spiegazione sembrava convincente, ma Porcellino ricominciò a insinuare: "Maestro, è cattivo e ha la mano pesante. L'ha ammazzato d'impulso e poi ha avuto paura che recitaste l'incantesimo; perciò ha inventato questa messinscena." Tripitaka era influenzabile, dava sempre retta a chi parlava per ultimo. Perciò incominciò a recitare l'incantesimo. Scimmiotto, inginocchiato sul ciglio della strada, batteva la testa per terra e gridava: "Vi supplico! Vi supplico! Parliamone!" "Scimmia testarda, non c'è più niente da dire. Chi ha lasciato la sua famiglia e pratica il bene è come la pianta nel giardino a primavera: ogni giorno cresce impercettibilmente. Chi pratica il male è come la mola, che ogni giorno si consuma. In questi luoghi deserti hai potuto uccidere tre persone, una dopo l'altra, senza che nessuno alzasse un dito. Ma se ti mettessi a roteare il tuo randello della malora in città, dove c'è tanta gente, come pensi che potrei cavarmela, io, dagli impicci provocati dalle tue malefatte? Vattene via!" "Maestro, i vostri rimproveri non sono fondati. Avete pur visto che si trattava di una diavolessa, e la sua intenzione era di uccidervi. Io vi salvo dai pericoli e voi prestate fede alle calunnie e ai sarcasmi di quel cretino, e insistete a scacciarmi. Dice l'adagio: in ogni cosa, mai più di tre volte. A questo punto potrebbe restare con voi solo un vile. Certo che me ne vado! Ma non avrete più nessuno a servirvi." "Questa scimmia è anche un bello screanzato!" esclamò indignato Tripitaka. "A sentire te, esisti tu solo; non ci sono forse Consapevole delle Proprie Capacità e Consapevole della Purezza?" A sentir rammentare i suoi condiscepoli, Scimmiotto si sentì molto depresso: "Che tristezza! Lasciata Chang'an, foste accompagnato per un tratto da Liu Boqin. Poi mi liberaste, al Monte della Frontiera, e salutai in voi il mio maestro. Da allora ho penetrato antiche grotte, mi sono inoltrato in fitte foreste, ho battuto diavoli e catturato esseri malefici. Ho arruolato Porcellino, preso in servizio Sabbioso, ho faticato e penato. E oggi, accecato, avete perduto il buon senso e mi licenziate. Così sia: abbattuto l'uccello, si getta l'arco; uccisa la lepre, si mette in pentola il cane. Non parliamone più. Ma resta l'incantesimo della costrizione del cerchio, e questo è troppo." "Non lo reciterò più" promise Tripitaka. "Si fa presto a dirlo. Ma prima o poi vi troverete in difficoltà, alle prese con chissà quali diavoli, scoprirete che Porcellino e Sabbioso non sapranno liberarvi e penserete a me, vorrete chiamarmi. Allora finirete per recitarlo, l'incantesimo, e anche alla distanza di centomila li mi sentirò scoppiare la testa. Se deve succedere qualcosa del genere, tanto vale che rinunciate ad allontanarmi." Questa insistenza portò Tripitaka all'esasperazione. Balzò giù dalla sella, chiese a Sabbioso carta e pennello, stemperò un po' d'inchiostro in acqua del ruscello e scrisse una formale lettera di licenziamento, che tese a Scimmiotto dicendo: "Tieni, zuccone, qui hai tutti i certificati che vuoi. Non voglio più saperne di te come discepolo. Se mai ti richiamassi, che io sia precipitato in fondo al diciottesimo inferno!" "Maestro, è sempre meglio non fare simili giuramenti" replicò Scimmiotto prendendo la lettera. "Dunque me ne vado." Piegò il foglio, se lo mise nella manica e fece un ultimo tentativo per ammansire Tripitaka: "Maestro, vi ho seguito fin qui anche perché me lo aveva detto la pusa Guanyin. Visto che devo andarmene senza concludere il mio compito, vi prego, almeno sedetevi e ricevete i miei omaggi, in modo che me ne possa andare più sereno." Il monaco cinese gli voltava le spalle e brontolava: "Io sono una persona perbene, non voglio l'omaggio di un malvagio come te." Se volle venirne a capo, Scimmiotto dovette ricorrere alla moltiplicazione della persona: strappò tre peli e li trasformò in altrettanti sosia. I quattro Scimmiotti (contando anche quello autentico) circondarono il maestro e gli resero omaggio da ogni parte, tanto che il reverendo non lo poté ricusare. Poi il grande santo balzò in piedi, ricuperò i suoi peli e fece le sue raccomandazioni a Sabbioso: "Caro condiscepolo, tu sei un bravo ragazzo. Non fidarti di Porcellino, che è un calunniatore, e tieni gli occhi aperti. Se un mostro si impadronisse del maestro, digli che il primo dei suoi discepoli è il vecchio Scimmiotto. Per tenere in rispetto questi diavoli pelosi, può essere utile anche solo la mia fama." "Un bravo monaco non può nemmeno pronunciare il nome di un malvagio come te" intervenne Tripitaka. "Va via!" Di fronte all'ostinata cecità del reverendo, il grande santo non poteva che partire davvero. Eccolo qua: Piangendo si prosterna e si congeda, A Sabbioso dà le ultime istruzioni E poi compie nell'aria un grande balzo Volando sopra i monti e sopra i mari. In un istante scompare ogni traccia, In un momento raggiunge la meta. Sarebbe bastata una semplice capriola nelle nuvole per raggiungere subito il Monte di Fiori e Frutti. Ma udì un rumore di acque e, guardando giù, vide che erano le onde dell'oceano orientale. Fermò la sua nuvola, ripensò al monaco cinese e versò qualche lacrima; sostò a lungo prima di riprendere la corsa. Se poi non sapete, in fin dei conti, che cosa accadde al suo ritorno, vi toccherà di ascoltare il seguito. 第028回 RITORNO A CASA · I MOSTRI DEL MONTE DI FIORI E FRUTTI TENGONO CONSIGLIO. TRIPITAKA SI IMBATTE IN UN DIAVOLO NELLA FORESTA DEL PINO NERO. Si parlava del grande santo, scacciato dal monaco cinese, che alla vista del vasto oceano orientale cadde in preda alla nostalgia. "Non facevo questa strada da cinquecento anni" pensava. Batte nelle alte ondate il polso della terra, Dai flutti salgon brume ad annebbiare il cielo: Rombando come tuono la marea va montando E sommerge le baie come un vasto uragano. Sorvolano immortali, cavalcando gru o draghi. Rive disabitate, senza città o villaggi. Son pochi i pescatori che navigan quelle acque, Che sembran rotolare neve di mille anni Sotto un vento mugghiante di bufera invernale. Non ci son barche in vista. Questo è il regno dei pesci. Lo strido dei gabbiani risuona da lontano. Stormi d'oche selvatiche vanno solcando il cielo. Infine Scimmiotto scavalcò l'oceano con un balzo e subito raggiunse il Monte di Fiori e Frutti. Abbassò la sua nuvola, scrutò il suolo, e che vide? La montagna era brulla e deserta, non ne salivano vapori né si vedevano segni di vita: rupi diroccate, foreste calcinate. Che cos'era accaduto? In effetti, durante la guerra in cui Scimmiotto era stato catturato e condotto prigioniero nel mondo di Sopra, Erlang e i suoi fratelli del Monte dei Susini avevano devastato tutta la zona, lasciandola in quello stato. Scimmiotto si sentì ancor più depresso; lo dice questa elegia in stile antico sul paesaggio desolato: Piango quando ci penso, Raddoppia la mia pena Al veder devastato Il Monte del mio cuore, Che io credevo immune Da qualunque sciagura [...] Furono i miei misfatti D'altri tempi a condurmi Al presente cordoglio. Il povero Scimmiotto affogava in un mare di tristezza. Ed ecco che dalle rocce sparse sul pendio sbucarono sette od otto scimmiette, che gli corsero incontro e si prosternarono gridando: "Grande santo! Padre! Siete qui!" "Perché stavate nascosti? A prima vista sembrava che qui non abitasse più nessuno: come mai?" Le scimmie piansero: "Dal tempo in cui foste condotto prigioniero nel mondo di Sopra, noi siamo rimasti a far da selvaggina ai cacciatori. Come possiamo difenderci dai loro archi potenti, dalle spietate balestre, da astori crudeli e cani feroci, da reti e giavellotti? Nessuno di noi osa giocare all'aperto, perché rischierebbe la vita. Viviamo in fondo alla grotta, o ci ripariamo in piccole tane. Per nutrirci ci accontentiamo dei radi ciuffi d'erba che ancora crescono qua e là, per bere scendiamo a leccare qualche goccia d'acqua alla piccola sorgente in fondo alla gola. Solo la vostra presenza ci ha incitato ad affrontare il pericolo di uscire allo scoperto, nell'ardente speranza del vostro aiuto." "Quanti siete rimasti?" domandò Scimmiotto immerso nello sconforto. "Fra grandi e piccoli, non più di mille." "Eravate quarantasettemila. Che ne è stato degli altri?" "Dopo la vostra partenza, il pusa Erlang incendiò la montagna: la maggior parte di noi finì bruciata o massacrata mentre cercava di fuggire. Chi si salvò si era calato nei pozzi, o rimpiattato in fondo alla gola, o nascosto sotto il ponte delle lastre di ferro. Quando si spense il fuoco e si disperse il fumo, uscimmo all'aperto, ma non trovammo più una vegetazione che ci assicurasse di che vivere. Metà dei sopravvissuti se n'è andata altrove in cerca di mezzi di sussistenza; metà dei rimasti è stata uccisa o catturata dai cacciatori in questi ultimi anni." "Ma perché vi dànno la caccia?" "Sono gente malvagia. Quelli che ammazzano, con frecce, giavellotti o randelli, li scorticano e disossano per cucinarli: chi finisce cotto in salsa d'aceto, chi stufato con contorno di riso, chi fritto nell'olio o infornato sotto sale. Chi è preso vivo, con reti o trappole, deve imparare giochi da saltimbanco: far capriole, camminare a testa in giù, rullare il tamburo e battere il gong per essere esibito nelle piazze." "Chi è il vostro comandante?" domandò Scimmiotto, mentre la collera incominciava a prendere in lui il posto dello sconforto. "Sono sempre i marescialli Ma e Liu e i generali Beng e Ba." "Correte ad avvertirli che sono arrivato." I piccoli mostri corsero nella grotta gridando: "Nostro padre il grande santo è ritornato!" A questa notizia, Ma, Liu, Beng e Ba si affrettarono a uscire e a prosternarsi, e poi lo invitarono a entrare. Si sedette sul suo antico trono, con tutti i mostriciattoli che si affollavano intorno per rendergli omaggio e chiedevano: "Avevamo saputo che eravate stato liberato per proteggere un monaco cinese in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Come mai siete invece di ritorno sulla vostra montagna?" "Piccoli miei, dovete sapere che quel monaco non sa distinguere un saggio da un cretino. Per un po' di tempo non ho fatto altro che catturare diavoli ed esseri malefici. Qualche mostro mi è capitato di doverlo ammazzare, e allora lui mi ha rimproverato di essere un violento, di esser dedito al male; ha rifiutato di tenermi come discepolo e mi ha scacciato. Mi ha scritto persino una lettera di licenziamento, per documentare che non mi assumerà mai più." I mostri ridevano e applaudivano: "Che bella fortuna! Non avevate niente da guadagnare a fare il monaco. Restate con noi e aiutateci a ritornare ai bei tempi. Brindiamo col vino di palma per festeggiare il vostro ritorno!" "C'è tempo per i brindisi. Ditemi piuttosto: con quale frequenza vengono qui quei cacciatori?" "Grande santo" risposero Ma e Liu, "non si può dire con certezza, ma vengono molto spesso, quasi tutti i giorni." "Oggi li avete visti?" "No, ma potrebbero venire da un momento all'altro." "Allora, ragazzi" ordinò il grande santo, "andate tutti a raccogliere sassi e schegge di roccia, e fatene dei bei mucchi regolari disposti qua e là. Ci faccio conto!" Tutti si sparsero sulla montagna come uno sciame d'api, e presto i mucchi di pietre furono pronti. Allora Scimmiotto disse: "Ora nascondetevi nella grotta e lasciate fare a me." Il grande santo si arrampicò sulla cima della montagna e vide venir su per i suoi fianchi un migliaio di uomini a cavallo, accompagnati da cani e falconi, armati di lance e spade, con accompagnamento di gong e tamburi. In effetti era gente d'aspetto marziale e feroce: Hanno spalle coperte dalle pelli di volpe Ed il torso serrato in giubbe di broccato, Le faretre contengono frecce a dente di lupo, Appesi alla cintura recano lunghi archi. Uomini più crudeli delle tigri in agguato, Cavalli come draghi, grandi mute di cani; In gran numero recano, posati sulle braccia, Falconi incappucciati ed aquile feroci. Riposte nei panieri tengon armi da fuoco, Recano centinaia di panie e di forche, Molte trappole degne dei giudici infernali, Corde che legherebbero il re Yama in persona. Si spargon numerosi come stelle in un cielo Di sciagura, lanciando dei gridi di richiamo. Tutta questa gente che veniva a spadroneggiare sulla sua montagna fece digrignare i denti al grande santo. Fece un segno con la mano, recitò un incantesimo e soffiò verso sud ovest. Che tempesta si levò! Prima si alza la polvere, poi la terra, le rocce, Alberi sradicati, la foresta distrutta. Le onde del mare si alzano come grandi montagne, Sulle rive si infrangono e tutte le sommergono. Cade il buio, le piante più robuste ruggiscono Come tigri; nel bosco dei bambù mugghia il vento Come un drago. Dà voce il cielo alla sua collera E colpisce spietato uomini ed animali. I mucchi di pietre che erano stati predisposti furono trascinati dal vento a grande velocità e colpirono gli infelici cavalieri come un'artiglieria: Vedi esploder le teste dei nobili signori, I cavalli al galoppo lascian strisce di sangue [...] Dice il poema: Gli uomini ed i cavalli mai più faran ritorno: Si aggiran nei deserti, fantasmi senza nome. Ricordiamo gli eroi, saggi o folli che fossero, Già pieni di baldanza, poi esanimi nel sangue. Scimmiotto osservò la situazione e commentò ridendo: "Che fortuna! Quand'ero bonzo, il monaco cinese diceva sempre: 'Il bene non basta praticarlo mille giorni di fila, ma il male è di troppo anche se praticato una sola volta.' Vedo che aveva ragione. In sua compagnia ammazzai pochissimi mostri, ma fu di troppo la quantità di rimproveri che ricevetti. Ora che sono tornato a casa, ho regolato in una volta sola il conto con tutta questa gente, ma non mancherò di ripeterlo se qualcun altro ci riprova." Al richiamo del grande santo le scimmie, vedendo che la tempesta era passata, corsero fuori dalla caverna. "Scendete lungo il pendio a sud e andate a spogliare i corpi dei cacciatori; laverete dagli abiti ogni traccia di sangue e li userete per proteggervi dal freddo. I cadaveri gettateli nel lago, che è profondo diecimila tese. Quanto ai corpi dei cavalli, dovete portarli alla grotta e scorticarli: con le pelli faremo scarpe, la carne la affumicheremo per conservarla nella dispensa. Archi e frecce, lance e spade ci serviranno per riprendere gli esercizi militari. Raccogliete anche stendardi e bandiere e portatemeli qui." Le scimmie ubbidirono. Tutti gli stendardi furono accuratamente lavati e cuciti insieme a formare un'immensa bandiera di tutti i colori, su cui vennero scritti quattordici grandi caratteri: RIPRISTINO DELLA GROTTA DEL SIPARIO TORRENZIALE SUL MONTE DI FIORI E FRUTTI GRANDE SANTO UGUALE AL CIELO Si drizzò un palo all'ingresso della grotta per alzare la bandiera. Ogni giorno Scimmiotto riceveva diavoli e belve, si occupava di ricostituire le scorte di grano e di foraggio, e non faceva o diceva nulla che avesse a che vedere con monaci o religione. Il suo prestigio e le sue estese relazioni gli permisero di farsi regalare acqua dolce di immortalità, con cui lavò la montagna per farla ritornare verde. Davanti piantò salici e olmi, dietro pini e cedri. Peschi, peri, giuggioli, susini, c'era un po' di tutto. La vita riprese nella calma e nella serenità. Ma ritorniamo a Tripitaka, che era stato indotto da false insinuazioni a congedare la scimmia dello spirito e cavalcava aggrappato alla sella. I pellegrini camminavano verso l'Ovest, con Porcellino come battistrada e Sabbioso in coda a portare i bagagli. Dopo aver superato le creste della Tigre Bianca, scoprirono un pendio boscoso, ricoperto di rovi e liane, pini azzurri e verdi cipressi. "Discepoli" dichiarò Tripitaka, "il pendio è ripido e ci porta a una fitta foresta. Stiamo attenti che non ci siano belve o mostri." Il bestione consegnò a Sabbioso la briglia del cavallo e, aprendosi il cammino a colpi di rastrello, li condusse nel folto della pineta. Dopo un po' il reverendo arrestò il cavallo: "Porcellino, ho troppa fame dopo questa lunga giornata di viaggio. Non mi potresti trovare qualcosa da mangiare?" "Maestro, smontate, vi prego, e aspettate che mi metta in cerca." Tripitaka smontò, Sabbioso posò il carico e porse a Porcellino la ciotola delle elemosine. "Io vado" disse quest'ultimo. "Dove conti di dirigerti?" chiese Tripitaka. "State tranquillo! Bucherei il ghiaccio per cavarne fuoco, spremerei la neve per estrarne olio: qualcosa di commestibile lo troverò." Proseguì per una diecina di li, fino a uscire dalla foresta, senza trovare traccia umana; erano posti più adatti a lupi e tigri. La marcia incominciava a costargli fatica, e Porcellino rifletteva: "Quando c'era Scimmiotto, il vecchio bonzo otteneva tutto quello che voleva. Adesso che tocca a me, è proprio vero: "Tu saprai quanto costan cibo e legna Quando avrai la tua casa. E capirai Quanto vale l'amore di tuo padre Solo quando a tuo figlio lo darai. "Non c'è proprio un buco in cui si possa mendicare un po' di cibo!" Porcellino continuò a camminare, finché si sentì assalire dal sonno e pensò: "Se adesso ritorno indietro e racconto che non ho trovato donatori, il vecchio bonzo non crederà che abbia fatto tutta questa strada. Converrà che lasci passare un paio d'ore prima di farmi rivedere. Basta! Tanto vale che schiacci un pisolino sull'erba." Il bestione posò il capo sull'erba e si addormentò. Nelle sue intenzioni doveva essere una piccola siesta; ma non si rendeva conto che, se ci si lascia andare dopo un lungo e penoso cammino, si cade in un sonno profondo. Mentre Porcellino dormiva, il reverendo si sentiva pieno di inquietudini, gli ardevano i padiglioni delle orecchie, gli bruciavano gli occhi. Si rivolse a Sabbioso dicendo: "Consapevole delle Proprie Capacità si è allontanato da un bel pezzo; perché non torna?" "Maestro, ormai dovreste conoscerlo. Per quante famiglie trovi disposte a fare elemosine, con lo stomaco che ha, a che cosa credete che pensi? Lo rivedremo quando sarà riuscito a saziarsi." "Giusto; ma se resta in giro ad abbuffarsi, come faremo a ricuperarlo? Si sta facendo tardi, e questo non è un posto raccomandabile per passare la notte. Sarebbe meglio cercare un riparo." "Portate pazienza, maestro. Restatevene qui seduto, e io lo andrò a cercare." "Va bene. Trovare un riparo è più importante del pasto." E Sabbioso seguì le orme di Porcellino. Solo nel bosco, Tripitaka era tanto stanco e depresso che dovette raccogliere tutte le energie che gli restavano per alzarsi in piedi, ammucchiare ordinatamente i bagagli, legare il cavallo a un albero, togliersi il cappello di paglia, conficcare nel terreno la punta del suo bastone da pellegrino. Peraltro si sentiva inquieto, e finì per rassettarsi e addentrarsi a passi lenti fra gli alberi, nella speranza di distrarsi e distendersi. Contemplava la vegetazione selvatica, così fitta da soffocare i pigolii degli uccelli che, fra le alte chiome, rientravano al nido. Un passo dopo l'altro, pensava di andare incontro ai suoi discepoli; ma non si rese conto che la direzione era sbagliata. Numerosi sentieri attraversavano il sottobosco in tutte le direzioni; quello che prese non andava a ovest, direzione seguita da Porcellino e da Sabbioso, ma compiva un ampio giro e si volgeva a sud. A un certo punto si trovò fuori dalla foresta e, guardando lontano, vide qualcosa che scintillava vivamente sotto i raggi del sole al tramonto. Guardando meglio, riconobbe il tetto dorato di una pagoda. Pensò: "I miei discepoli non hanno proprio fortuna, se non hanno trovato questo bell'edificio. Quando lasciai le terre dell'Est, formulai il voto di bruciare incenso in tutti i templi che avessi incontrato, di pregare il Buddha davanti a tutte le immagini che mi si fossero presentate e di scopare il pavimento all'ingresso di tutte le pagode che si fossero trovate sulla mia strada. E questo che scintilla al sole, non è appunto uno di quei preziosi reliquiari dorati? Ai piedi della pagoda, ci sarà il monastero; e nel monastero i monaci. Andiamo a vedere. Tanto, al cavallo e ai bagagli non può accadere nulla, perché da queste parti non passa nessuno. Se il luogo è ospitale, potrei aspettare là i discepoli e trascorrervi poi la notte." Ahimè, la sfortuna tendeva un tranello a Tripitaka. Egli avanza a gran passi verso lo stupa [...](30), varca la soglia, solleva la stuoia di bambù picchiettato che protegge l'ingresso, entra, e che cosa credete che trovi coricato su un banco di pietra? Un mostro. Ecco il suo aspetto: La faccia color indaco, boccaccia Con bianche zanne, alle tempie matasse Di peli irsuti di color scarlatto. Sparsa in ciuffi violetti come cespi Di litchi la sua barba. Il naso a becco Separa un paio d'occhi sfavillanti Come la stella del mattino. I pugni Grandi come scodelle da elemosina. Gli strani piedi lividi assomigliano A terrose radici. È avviluppato In un mantello giallo. Stringe in mano La sciabola snudata, benché steso Riposi sulla pietra. Egli dà ordini A giovani schierati in battaglioni Come formiche, a vecchi numerosi Come uno sciame d'api. Lo salutano Come padre ed attendono i suoi ordini Tremando. Lui beve solitario Quando splende la luna(31), e spesso esercita Grandi poteri magici. Può fare Tutto il giro del mondo in un istante. I suoi boschi abitati dagli uccelli Racchiudon antri con draghi e serpenti. Nei suoi campi coltivan gli immortali La giada bianca. Alchimisti raffinano Cinabro d'oro nella sua fornace. Se non lo si può dire il re dei diavoli, Egli è certo fra i mostri un importante Yaksa a testa di toro. A quello spettacolo, il reverendo rinculò terrorizzato, con le ginocchia tremanti, fece dietro-front e fuggì. Ma il mostro, socchiudendo i diabolici occhi dalle pupille d'oro, gridò: "Piccoli, andate a vedere chi c'è alla porta!" Un mostriciattolo diede un'occhiata fuori dall'uscio, vide il monaco con la lucente testa pelata e corse ad annunciare: "Maestà, c'è qui fuori un bonzo con la faccia larga e la testa rotonda, con le orecchie che gli cadono sulle spalle. È di carne tenera, con la pelle sottile; è proprio un monaco bello e buono." A queste parole, il mostro fece una risata cavernosa: "Come dice il proverbio: la mosca che passeggia sulla testa del serpente, ha voglia di farsi mangiare. Piccoli, acchiappatelo e portatelo qui; avrete un bel premio." I mostriciattoli si lanciarono fuori tutti insieme, come uno sciame d'api. Tripitaka avrebbe voluto fuggire correndo come una freccia, ma aveva le gambe molli dalla paura. Per di più la strada di montagna era faticosa, la foresta cupa e il sole al tramonto. Non era in grado di sottrarsi agli inseguitori: i mostriciattoli lo afferrarono e se lo portarono via, corpo e beni. Era come Il drago nello stagno assalito dai granchi, La tigre allo scoperto braccata dai mastini. Di storie avventurose se ne contano tante: Ne avete mai sentita una simile a questa? I mostriciattoli ricondussero il reverendo alla loro porta, lo misero giù davanti alla stuoia di bambù e andarono ad annunciare tutti allegri: "Grande re, vi portiamo il bonzo." Il vecchio mostro lo sbirciò di nascosto e rifletté: "Che bell'uomo! Sarà di sicuro una persona importante. Tanto più autorevole deve essere la mia accoglienza." Si diede l'aria della volpe della favola, che si fingeva il re degli animali(32), rizzò al cielo tutti i pelacci scarlatti che gli crescevano in capo, strabuzzò gli occhi e tuonò: "Portatelo qui!" "Detto fatto" dissero i mostri, e spinsero Tripitaka dentro casa. È il caso di dirlo: se entri nel canile, devi abbassar la testa. Tripitaka salutò giungendo le mani. "Da dove vieni, bonzo?" chiese il mostro, "e dove saresti diretto? Dimmelo in poche parole, che si capisca bene." "Sono un monaco che viene dalla corte dei Tang e ha ricevuto la missione imperiale di andare al Paradiso dell'Ovest a cercare le scritture. Poiché passavo per la vostra nobile montagna, ho pensato di visitare il santo che dimora nello stupa. Mi dispiace di avere involontariamente disturbato vostra eminenza; spero che mi vorrete perdonare. Quando ritornerò con le scritture nelle terre dell'Est, il vostro eminente nome sarà consegnato ai posteri, perché lo ricordino perpetuamente per loro edificazione." A queste parole l'orco si fece una bella risata: "Lo dicevo io che dovevate essere una persona importante. E infatti siete esattamente il tipo di persona che mi piace mangiare a pranzo: non potevate venire più a proposito. Difficilmente avrei potuto prendervi, se non foste stato così gentile da venire spontaneamente a consegnarvi con le vostre gambe. Ciò dimostra che è proprio il vostro destino finire i vostri giorni dentro il mio stomaco. E il destino non si contrasta; io non vorrei mai farlo, lasciandovi andare, e voi non potreste neppure se voleste." E ordinò ai mostriciattoli: "Portatelo via e legatelo bene." Essi lo legarono ben stretto al palo del riposo dell'anima. Il vecchio mostro venne a vederlo, impugnando la sua sciabola, e gli chiese: "Bonzo, quanti siete? Non mi racconterai che stavi andando da solo al Paradiso dell'Ovest!" Alla vista della sciabola, Tripitaka rispose onestamente: "Grande re, ho due discepoli che erano andati a mendicare cibo; uno si chiama Porcellino e l'altro Sabbioso. Ho anche un cavallo bianco e dei bagagli, che sono rimasti nella foresta." "Che giornata fortunata! Due discepoli, tre con te, e quattro con il cavallo. C'è da fare una bella scorpacciata." "Li andiamo ad acchiappare?" chiesero i mostriciattoli. "È inutile darsi da fare. Anzi, chiudete la porta. Quando quei due ritorneranno con le elemosine, non troveranno il loro maestro e dovranno venire a cercarlo qui. Come dice il proverbio: l'affare sul tuo uscio è più comodo da concludere. Ce ne stiamo tranquilli a casa nostra e catturiamo tutti quanti." I mostriciattoli chiusero la porta. Ritorniamo a Sabbioso, che era partito alla ricerca di Porcellino. Camminò anche lui per una diecina di li, fino a uscire dalla foresta, senza trovare casa né villaggio. Osservava i dintorni da un'altura, quando udì una voce borbottare nell'erba; allontanò l'erba con il bastone, e scoprì quel bestione di Porcellino che parlava nel sonno. Gli diede un brusco risveglio, tirandolo per l'orecchio e gridando: "Scemo, ti avevano mandato a mendicare! Perché ti sei messo a dormire?" "Che ora è, fratellino?" borbottò Porcellino aprendo gli occhi. "Tirati su! Il maestro dice di lasciar perdere il cibo, se è difficile trovarne, ma di cercargli un alloggio per la notte." Ritornarono indietro; Porcellino, con la ciotola vuota in una mano e il rastrello nell'altra, aveva ancora l'aria imbambolata. Ma, ritornati al punto di partenza, non trovarono più il maestro. "È tutta colpa tua, bestione" brontolò Sabbioso, che ce l'aveva con lui. "Dovevi ritornare senza farti cercare. Il maestro lo avrà portato via qualche essere malefico." "Fratellino, non fantasticare" replicò Porcellino ridendo. "Un bosco così bello non può essere abitato dagli spiriti. Il maestro si sarà stufato di restarsene seduto e sarà andato a sgranchirsi le gambe. Guardiamoci intorno, e vedrai che lo troviamo." Raccattarono cappello e bastone, presero i bagagli, si tirarono dietro il cavallo e si misero in cerca di tracce. Per un po' vagarono incerti, ma finirono per trovare la pista buona e, dopo un po', giunsero dove si scorgeva ancora lo scintillio del tetto della pagoda, verso sud. Si vede che, per il monaco cinese, non era ancora giunta la sua ora. "Non disgrazie, ma fortuna!" gridò Porcellino. "Lo vedi quello stupa? Il maestro sarà andato là; chi oserebbe maltrattarlo, in un posto come quello? Gli avranno servito il suo bel pasto di magro e lo tratterranno come ospite. Sbrighiamoci ad andarci anche noi, prima che si mangi tutto." "Andiamo pure, ma non ci vedo chiaro" commentò Sabbioso. Marciarono a spron battuto fino alla porta. "To', l'uscio è chiuso!" Sopra la porta si vedeva una targa di giada bianca, che recava incisi sei grandi caratteri: GROTTA DELLA LUNA MARINA, SUL MONTE DELLA TAZZA "Lo vedi, fratello, altro che monastero!" disse Sabbioso. "È un antro di mostri. Se il nostro maestro è lì dentro, andarlo a trovare non sarà tanto semplice." "Dài, fratellino, non ti spaventare. Lega il cavallo e bada ai bagagli, che io metto le cose in chiaro." Il bestione si fece avanti brandendo il suo rastrello e gridò: "Aprite! Aprite!" Il mostriciattolo portinaio aprì uno spiraglio, diede un'occhiata e corse a riferire: "Grande re, eccoli che arrivano!" "Chi arriva?" "Davanti alla grotta c'è un bonzo dal lungo grugno e dalle grandi orecchie, accompagnato da un altro con la faccia tetra. Vogliono entrare." "Sono Porcellino e Sabbioso che vengono a cercare il loro maestro" disse allegro il mostro. "Che bravi, ci hanno trovato in fretta! Ma se hanno la faccia patibolare, sarà meglio non prenderli alla leggera. Portatemi l'armatura." Una volta armato, uscì impugnando la sciabola. Porcellino e Sabbioso, davanti alla porta, ne videro uscire questo mostro dall'aspetto feroce. Come si presentava? Faccia blu e pelo rosso, inscatolato Nell'armatura d'oro, che è commessa Da cinghie ornate di conchiglie, in vita La cintura di seta. Ulula il vento Se sta sul monte; le onde si sollevano Se va sul mare. Le sue grandi mani Rudi e solcate da gran vene azzurre Stringon la scimitarra. Ed il suo nome, Famoso nei dintorni, è Veste Gialla. L'orco Veste Gialla chiese: "Da dove venite, bonzi che osate far baccano alla mia porta?" "Figliolo" rispose Porcellino, "ecco qui il tuo nonnetto, inviato dalla corte dei Tang al Paradiso dell'Ovest. Il mio maestro Tripitaka è fratello dell'imperatore. Se è in casa tua, fallo uscire prima che sia troppo tardi: mi risparmierai la fatica di farmi strada a colpi di rastrello." "Certo che abbiamo in casa un monaco cinese" rispose sorridendo il mostro, "e lo trattiamo con ogni gentilezza. Gli ho appunto fatto preparare delle polpette farcite di carne umana. Venite anche voi ad assaggiarle!" Quello scemo prese per buono l'invito e stava entrando davvero. Sabbioso dovette prenderlo per la tonaca e dirgli: "Non vedi, fratello, che ti prende in giro? E poi, da quando in qua ti sei rimesso a mangiare carne umana?" Finalmente il bestione capì, levò il rastrello e lo abbatté sul mostro; ma questo ebbe il tempo di schivare il colpo, e alzò la sua sciabola. Presto si misero a combattere a mezz'aria, usando i loro poteri magici. Sabbioso lasciò il cavallo e corse, con il suo bastone, in aiuto di Porcellino. Fu una bella mischia: La sciabola si oppone al bastone levato e para i colpi del rastrello abbassato. Forza e astuzia! Il rastrello a nove denti e il bastone per abbattere i diavoli minacciano da ogni parte, ma Veste Gialla non si spaventa. La sua sciabola d'acciaio brilla come argento, i suoi poteri magici sono grandi. Battendosi riempiono lo spazio di brume e nebbie, fendono rocce, abbattono rupi. L'orco combatte per la sua reputazione: come rinunciarvi? Gli avversari difendono il loro maestro: nulla può spaventarli. I tre ingaggiarono varie diecine di scontri senza decidere il combattimento e senza risolversi ad abbandonare il campo. Se non sapete come si conclusero le cose per Tripitaka, ascoltate il seguito. 第029回 ALLA CORTE DEL RE DEGLI ELEFANTI SACRI · IN CUI TRIPITAKA SUPERA LA PROVA E GIUNGE IN UN REAME E PORCELLINO, AFFIDATAGLI LA MISSIONE DI COMBATTERE, SCAPPA NEL BOSCO. Dice il poema: Le vane idee la forza non distrugge: Perché sempre cercar la verità? Ti basti coltivare la natura Di buddha. L'illusione fa tutt'uno Con l'illuminazione. La seconda Opera nell'istante, ma la prima Si estende per miriadi di eoni. Il sol pensiero di perfetta unione Sa cancellar peccati numerosi Come sabbia del Gange. Dopo trenta scontri con l'essere malefico, Porcellino e Sabbioso non riuscivano a spuntarla. In realtà nemmeno venti bonzi come loro avrebbero potuto uguagliare poteri e capacità di quel mostro. Se un certo equilibrio veniva mantenuto, era solo grazie al segreto aiuto di guardie della luce, vigili delle tenebre, rivelatori e protettori; e perché non era destino del monaco cinese di morire allora. Mentre i tre combattevano, Tripitaka nella grotta pensava ai suoi discepoli e si lamentava con le lacrime agli occhi: "Consapevole delle Proprie Capacità, qualche amico del bene ti avrà trattenuto chissà dove offrendoti cibo. E tu, Consapevole della Purezza, dove sarai? Avrai ritrovato il condiscepolo? E come saprete che l'orco mi ha catturato? Quando mi sarà dato di superare questa prova?" Mentre gemeva e si desolava, dall'interno della casa venne una giovane donna, che gli si avvicinò e chiese: "Da dove venite, reverendo? Perché vi hanno legato in questo modo?" Tripitaka, attraverso le lacrime che gli annebbiavano gli occhi, la guardò (dimostrava una trentina d'anni) e le rispose: "Cara donatrice, è una domanda inutile. Dal momento che devo morire per essere entrato in casa vostra, mangiatemi se volete, ma vi prego di non farmi interrogatori." "Io non sono un orco" replicò la donna. "La mia famiglia vive a trecento li da questo posto, nella capitale del Regno degli Elefanti Sacri. Sono la terza figlia del re, e mi chiamo Invidiata dei Cento Fiori. Tredici anni fa, la notte del quindicesimo giorno dell'ottavo mese, mentre contemplavo la luna piena, l'orco mi rapì in un turbine di vento. Gli sono stata moglie per tredici anni e gli ho dato figli senza mai poter comunicare con i miei; ma non ho smesso di pensare a loro. Raccontatemi anche voi da dove venite e come siete stato catturato." "Il povero monaco che sono è stato inviato a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Passavo di qui e sono entrato per sbaglio. L'orco ha detto che contava di catturare anche i miei discepoli e di farci cucinare tutti insieme." "Rassicuratevi, reverendo" disse sorridendo la principessa. "Poiché siete un pellegrino in cerca delle scritture, vi salverò. Se mi promettete di portare un messaggio ai miei genitori, chiederò grazia per voi. Il Regno degli Elefanti Sacri è lungo la strada maestra verso l'Ovest." "Donatrice" rispose Tripitaka, "se salvate la mia povera vita, porterò il vostro messaggio." La principessa andò in camera sua, scrisse una lettera alla sua famiglia e la mise in una busta. Poi slegò il monaco cinese e gli consegnò la busta, che Tripitaka rispettosamente ricevette: "Vi ringrazio infinitamente di salvarmi la vita. Non mancherò di consegnare questa lettera al re; tuttavia, dopo tanti anni, i vostri genitori potrebbero non credere che sia autentica, e mi potrebbero accusare di menzogna." "State tranquillo, mio padre non ha avuto figli maschi, che possano porre dei problemi; ha avuto solo me e le mie due sorelle. Vedrete che si prenderanno cura di voi, come latore della lettera." Tripitaka si mise la busta nella manica e si avviò verso la porta, ma la principessa lo trattenne: "Non conviene che usciate dalla porta principale: lì c'è una calca di mostri grandi e piccoli, pronti ad aiutare il loro capo che combatte contro i vostri discepoli; e intanto gridano, sventolano bandiere, rullano tamburi e battono gong. Sono più pericolosi di mio marito: se vi vedono, non ci pensano due volte ad ammazzarvi. Uscite piuttosto dalla porta posteriore; intanto io parlerò a mio marito, per convincerlo a lasciar andare con voi anche i vostri discepoli." Tripitaka si prosternò fino a terra per salutare, uscì dalla porta posteriore e si nascose nel vicino boschetto. Intanto l'accorta principessa si faceva strada tra la folla eccitata dei mostriciattoli, finché giunse in vista dei combattenti che si scambiavano colpi sulle nuvole, e gridò più forte che poté: "Messer Veste Gialla!" Questi si allontanò subito dal combattimento, abbassò la sua nuvola accanto a lei e, senza abbandonare la sua sciabola d'acciaio, le prese la mano con galanteria: "Che cosa c'è, tesoro?" "Ho fatto un sogno, ho visto un dio con la corazza d'oro." "Che cosa voleva questo dio?" "Da piccola, quando vivevo al palazzo, avevo fatto voto che, quando avessi trovato un marito saggio e nobile, sarei andata in pellegrinaggio su qualche celebre monte, per pregare e fare elemosine ai monaci. Il nostro matrimonio è così felice che non posso pensare di allontanarmi da casa; ma ora il dio con la corazza d'oro è venuto a esigere il compimento del voto. Le sue grida mi hanno svegliata, e mi sono resa conto che era stato un sogno. Mentre venivo a raccontarvelo, mi sono imbattuta in un monaco legato al palo. Se voi lo lasciaste andare per compiacermi, l'atto di misericordia potrebbe equivalere al compimento del voto. Ma non so se acconsentirete." "Certo, tesoro, non è una cosa importante. Di monaci come questo posso sempre trovarne altri, quando ne avrò voglia. Che se ne vada pure." "Può uscire dalla porta posteriore?" "Esca da dove gli pare." Poi rimontò per aria, sciabola in pugno, e gridò: "Porcellino, vattene con il tuo maestro! Sia chiaro che non mi fai paura; è mia moglie che mi chiede di lasciarvi andare. Cercate il maestro alla porta posteriore e andatevene per la vostra strada; ma non mi ricapitate fra i piedi, se tenete alla pelle." Porcellino e Sabbioso tirarono un respiro di sollievo, ripresero cavallo e bagagli e se la filarono svelti come se fossero inseguiti. Fecero il giro della Grotta della Luna Marina fino alla porta posteriore, e gridarono: "Maestro!" Tripitaka riconobbe le loro voci e rispose dal boschetto in cui si nascondeva. Sabbioso lo andò a cercare nel folto, lo prese per mano e lo aiutò a rimettersi in sella. Come a dire: Incontrò l'orco con la faccia scura, Ma la buona Invidiata lo protesse. Il pesce che si libera dall'amo Guizza lontano nell'acqua profonda. Uscirono dal boschetto e riguadagnarono la strada maestra, Porcellino in testa e Sabbioso in coda. Immaginate come si punzecchiavano e si rimproveravano a vicenda, mentre Tripitaka cercava di metter pace. Di tappa in tappa, camminando fino al calar del sole prima di cercare riparo per la notte e alzandosi al canto del gallo, percorsero in breve duecentonovanta li e si trovarono davanti a una città: la capitale del Regno degli Elefanti Sacri. Un bel posto, che non ci si stancherebbe di contemplare. [...] I tre pellegrini chiesero ospitalità nella locanda. Tripitaka si recò al palazzo reale e sollecitò un'udienza. Il preposto si presentò ai piedi dei gradini di giada bianca, per annunciare: "Maestà, c'è un monaco eminente della corte dei Tang che chiede udienza per consegnarvi un documento." Il re si compiacque di sentir parlare della grande corte dei Tang e di sentirsi sollecitare da un santo monaco di alto lignaggio. Tripitaka fu accompagnato ai piedi dei gradini dorati, ed eseguì alla perfezione e con la massima disinvoltura tutti i riti di un complesso cerimoniale. Gli ufficiali civili e militari schierati ai piedi del trono, ammirati, commentavano: "Solo una personalità di un paese di alta civiltà può comportarsi con tanta eleganza." "Quali affari vi conducono nel mio paese, reverendo?" chiese il re. "Sono un umile monaco della corte dei Tang, figlio del Buddha, e ho ricevuto dal Figlio del Cielo la missione di cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Mi sono permesso di recare disturbo a vostra maestà, uscendo dal privato riserbo, solo perché era opportuno presentare le mie credenziali fin dal momento dell'arrivo nel vostro stimato paese." "Mostratemi il messaggio del Figlio del Cielo." Tripitaka lo presentò rispettosamente sulle mani tese e lo svolse sul tavolo di sua maestà. Il messaggio diceva: Passaporto rilasciato dal Figlio del Cielo, del grande impero dei Tang nel continente del Sud, per volontà del destino: Noi, alle cui deboli forze è pervenuto un immenso retaggio, serviamo gli dèi e governiamo il popolo con attenta sollecitudine, come se camminassimo sull'orlo di un precipizio, e come se ci muovessimo su una lastra di ghiaccio. Ci accadde di venir meno all'impegno di salvare il drago del fiume Jing e le nostre dieci anime scesero negli inferi; senza la protezione della nostra imperatrice madre, saremmo rimasti ospiti dell'instabilità. Ma per grazia del sovrano infernale, considerato che la durata assegnata alla nostra vita terrena non era esaurita, siamo stati restituiti al mondo dei vivi e abbiamo celebrato il ritorno con grandi cerimonie per la salvezza dei trapassati. La molto compassionevole pusa Guanyin ci accordò il favore di apparirci nel suo corpo d'oro, per indicare l'esistenza nell'Ovest delle scritture del Buddha, che hanno la proprietà di salvare i defunti e di liberare le anime in pena. La presente lettera conferisce al maestro della legge Tripitaka la missione di viaggiare quanto occorre, attraversando mille montagne, alla ricerca di quei sutra. Quando attraverserà i vostri paesi dell'Ovest, io vi chiedo di non ostacolare la sua vocazione al bene e di lasciarlo passare. Questo è il contenuto della presente lettera, che a questo fine vi verrà presentata. Nel tredicesimo anno dell'era della Contemplazione della Virtù dei grandi Tang, in un giorno fasto d'autunno. Il documento imperiale recava nove sacri sigilli. Dopo averlo letto, il re vi aggiunse quello del suo paese e lo rese a Tripitaka, che ringraziò e lo ripose: "L'umile monaco che sono avrebbe anche un'altra incombenza: la consegna a vostra maestà di una lettera familiare." "Di quale lettera si tratta?" chiese sorpreso il re. "Mi ha incaricato di consegnarvela la signora terza principessa, che ho casualmente incontrata. Essa venne a suo tempo rapita dal mostro Veste Gialla, della Grotta della Luna Marina sul Monte della Tazza." Al re vennero le lacrime agli occhi: "Sono tredici anni che non la vedo. Per questo caso, quanti ufficiali ho allontanato dai loro incarichi, civili e militari! Quanti servitori ed eunuchi sono stati fustigati a morte! Si supponeva che si fosse allontanata dal palazzo e si fosse smarrita. Innumerevoli case furono perquisite e frugate in città, senza alcun risultato. Come sapete che fu rapita da un mostro? Certo comprenderete come non possa vincere la commozione, a questa inattesa notizia." Tripitaka si tolse la lettera dalla manica e la presentò. Il re riconobbe la calligrafia dell'indirizzo e si emozionò tanto che non riusciva a strappare la busta. Dovette chiamare in aiuto un letterato dell'Accademia della Foresta dei Documenti, che si fece avanti, l'aprì e la lesse in tono solenne, davanti all'attento uditorio degli ufficiali, dietro i quali le dame di corte si pigiavano ad ascoltare: Vostra figlia Invidiata dei Cento Fiori, così poco filiale, si prosterna cento volte davanti al Palazzo del Drago e della Fenice per salutare vostra maestà, padre virtuoso; e davanti al Palazzo Riflesso di Sole per onorare la regina sua madre, le dame dei tre palazzi, i saggi ministri e gli ufficiali civili e militari della corte. La vostra goffa figlia ha nutrito gratitudine sin dalla nascita per le mille attenzioni godute, che vi sono costate tanta pena. Da parte mia non fui capace di compiacervi e di adempiere i miei doveri di pietà filiale. Il fatto accadde tredici anni fa, il quindicesimo giorno dell'ottavo mese; in una bella nottata, mio padre ebbe la bontà di far predisporre banchetti in ogni palazzo per godere la luce della luna e celebrare le festività del firmamento. Nel bel mezzo della festa venne un diavolo dagli occhi sfavillanti, con la faccia blu e i capelli verdi, che cavalcando un turbine di vento si impadronì di vostra figlia e la portò su una montagna deserta e selvaggia. Qui ho vissuto per tredici anni, partorendo a quel mostro due figli. Senza dubbio ciò è disdicevole per le relazioni sociali, per non parlare dell'oltraggio al buon costume; è senz'altro una situazione disonorevole e io non dovrei nemmeno parlarvene, ma non ho il coraggio di tacere tutto ciò sino alla morte. Mi arrovellavo nella solitudine, miei cari genitori, quando il santo monaco della corte dei Tang fu catturato anche lui dal mio re diavolo. Ho scritto questa lettera piangendo e avrò l'audacia di liberarlo perché ve la porti, come debole testimonianza del mio affetto. Spero che il re mio padre avrà pietà di me e manderà i suoi generali a catturare il mostro Veste Gialla e a liberarmi, per ricondurmi a corte. Vi sarei profondamente riconoscente. Scusate queste righe scribacchiate in fretta: vorrei tanto vedervi e parlarvi! La vostra figlia ribelle, Invidiata dei Cento Fiori, si prosterna ai vostri piedi. Quando l'accademico terminò la lettura, il re scoppiò in lacrime, le dame dei tre palazzi piangevano come fontane, gli ufficiali civili e militari erano rattristati. Tutti esprimevano pena e cordoglio. Infine il re si soffiò il naso e chiese ai suoi ufficiali: "Chi di voi ha il coraggio di levar truppe per catturare il mostro e liberare mia figlia?" La domanda, più volte ripetuta, non otteneva risposta. Tutti restavano muti, come se fossero soldatini di legno o mandarini di terracotta. Il re, molto contrariato, ricominciò a piangere. Allora gli ufficiali, in corpo e deputazione, s'inginocchiarono e gli fecero presente: "Vostra maestà si calmi. Non sapevamo più nulla della principessa da tredici anni, dal giorno della sua scomparsa. Ora il caso le ha fatto incontrare il santo monaco, al quale ha affidato la lettera; ma noi continuiamo a saperne ben poco. Del resto, noi siamo soltanto soldati e cavalieri di questo basso mondo, e le nostre competenze si limitano all'arte classica della guerra: spiegamenti di truppe, fortificazione di accampamenti, infine ciò che occorre per proteggere il paese da aggressioni. Un orco, invece, è una creatura che va e viene sulle nuvole; come fare a combatterlo per aria? Sappiamo però che il pellegrino è un santo monaco dell'Est; un bonzo così importante dovrà pur possedere l'arte di abbattere i diavoli. Non si dice che tigri e draghi si sottomettono a chi possiede il Tao, che dèi e diavoli devono fare i conti con il peso della Virtù? Dice il proverbio: a ciascuno il suo mestiere. Il piano migliore dovrebbe essere di chiedere al reverendo di sottomettere il mostro e di liberare la principessa." Il re si volse allora a Tripitaka: "Reverendo, se la potenza della legge vi dà la capacità di catturare questo mostro, di liberare mia figlia e di ricondurmela qui, non avrete più bisogno di andare a salutare il Buddha nell'Ovest. Vi farete crescere i capelli e resterete a condividere con me il trono come fratello giurato. Ci godremo insieme onori e ricchezze, voi e io. Che ve ne pare?" Tripitaka rispose precipitosamente: "Per carità, l'umile monaco che sono ha solo una conoscenza approssimativa delle preghiere che si rivolgono al Buddha; non ho la minima idea di come si abbattano i diavoli." "Se fosse così, non avreste l'audacia di percorrere solo soletto la lunga strada verso il Paradiso dell'Ovest." Tripitaka non poté nascondere che due discepoli lo accompagnavano: "È vero, maestà, da solo non ci riuscirei mai. Ma ho due discepoli che sanno aprire passaggi nelle montagne e gettar ponti sulle acque. Sono loro che mi hanno protetto fin qui." "Non siete davvero un bonzo riguardoso" lo rimproverò il re. "Se avete dei discepoli, perché non me li avete presentati? Anche se non potrò far loro doni adeguati, avrò almeno la possibilità di invitarli a pranzo." "Il fatto è che i miei discepoli sono impresentabili a corte. Sono brutti e potrebbero risultare molto sgradevoli a vostra maestà." "Senti, senti!" disse ridendo il re. "Che buffi discorsi fa il nostro bonzo! Ma dopo tutto non credo che mi farebbero paura." "Non oso dir questo. Il mio primo discepolo si chiama Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità, ovvero Otto Divieti. Ha lungo grugno, lunghe zanne, setole rade sulla nuca e le orecchie a ventola; è grande e grosso, quando si muove provoca un forte spostamento d'aria. Il secondo discepolo si chiama Sabbioso Consapevole della Purezza; è alto due tese, le spalle larghe tre cubiti, la faccia color indaco, una bocca molto larga che sembra una bacinella di sangue, gli occhi terribili, i denti come un rastrelliera di chiodi. Insomma, portare a corte gente simile vorrebbe dire assumersi una bella responsabilità." "Se sono come li descrivete, saranno piuttosto divertenti che spaventosi. Fateli venire!" Si mandò alla locanda la piastra d'oro per invitarli. Il bestione disse a Sabbioso: "Tu, fratellino, sostenevi che quella lettera fosse meglio non recapitarla. Ma ora puoi vederne i vantaggi: il re avrà dato ordine di ospitare adeguatamente il latore. Di certo avrà fatto preparare un banchetto come si deve; il nostro maestro, che a tavola non è mai all'altezza della situazione, si troverà in difficoltà a spazzolare tutto e ci avrà fatto invitare perché lo aiutiamo. Noi lo aiuteremo, e questo ci darà vigore domattina per la prossima tappa." "Vedremo" commentò laconicamente Sabbioso. Affidarono al locandiere bagagli e cavallo, e seguirono a corte il latore della piastra d'oro, portando con sé le proprie armi. Quando furono davanti ai gradini di giada bianca, fecero un semplice saluto e rimasero in piedi. Gli ufficiali civili e militari si spaventarono. Dicevano: "Passi la bruttezza, ma questi bonzi sono veri villani! Come si permettono di comparire davanti al re senza prosternarsi? Hanno fatto un saluto qualsiasi e se ne stanno lì ritti impalati. Da non credere!" "Signori, non spettegolate" fece Porcellino sentendo il mormorio. "Siamo fatti così. Non siamo molto belli, ma ci farete l'abitudine." Il re, che era già allarmato dall'orribile aspetto, all'udire questa dichiarazione si mise a tremare come una foglia e cadde giù dal trono reale; per fortuna gli ufficiali più vicini lo risollevarono subito. Tripitaka, sconvolto, si gettò a terra e si prosternò precipitosamente più volte: "Maestà, merito mille morti! L'avevo detto che i miei discepoli erano impresentabili e che temevo recassero offesa a vostra maestà. Ed ecco che vi hanno cagionato un brutto spavento." Pur continuando a tremare, il re tese la mano a Tripitaka per farlo rialzare: "Meno male, reverendo, che me lo avevate detto. Se non fossi stato messo sull'avviso, credo proprio che sarei morto di paura." Il re mise un po' di tempo a riprendersi, ma infine chiese: "Chi dei due reverendi è il miglior distruttore di mostri?" "Io me ne intendo" fece Porcellino senza riflettere. "Che titoli avete?" "Sono l'Ammiraglio dei Canneti Celesti. Sono stato bandito in questo mondo in seguito a un'infrazione, ma poi ho avuto la fortuna di convertirmi alla retta via e di farmi monaco. Da quando abbiamo lasciato le terre dell'Est, io mi sono dimostrato il più abile distruttore di diavoli." "Se siete un guerriero celeste esiliato sulla terra, sarete esperto anche di trasformazioni." "Non diciamo esperto, ma qualcosa so fare." "Provate. Mi piacerebbe vedere un saggio." "Assegnatemi il tema della trasformazione." "Per esempio, potreste diventare un gigante." Porcellino di trasformazioni ne conosceva parecchie, precisamente trentasei. Per far bella figura, fece il gesto adatto, recitò la formula e gridò: "Cresci!" Con una torsione della schiena si allungò a otto o nove tese di statura, raggiungendo le dimensioni di una di quelle divinità che aprono i cortei dei funerali. I funzionari tremavano, monarca e sudditi erano sbigottiti. Un ufficiale si azzardò a chiedere: "Reverendo, qual'è la statura massima che potete raggiungere?" Il bestione non poté trattenersi dal rispondere con le sue solite sciocchezze: "Dipende dalla direzione del vento. Questa è una statura che va bene con il vento che soffia dall'est o dall'ovest; ma se soffiasse da sud, correrei il rischio di bucare l'azzurro del cielo." "Basta così. Sarebbe meglio che ritornasse giù" disse il re allarmatissimo. Porcellino fece il gesto di accoccolarsi e riprese la sua solita statura. "E come siete armato, reverendo?" chiese ancora il re. "Il vecchio Porcellino usa un rastrello" rispose il bestione mostrandolo. "Ma è indecente!" esclamò il re con un risolino nervoso. "Non sarebbe dignitoso per la mia casa. Qui abbiamo di tutto: fruste, sbarre, azze e mazze, sciabole, lance, alabarde, asce da guerra, spade, picche, partigiane, falci da battaglia. Scegliete quello che vi conviene, ma che sia un'arma decorosa, non un arnese da giardinaggio." "Vostra maestà non se ne intende. Vi sembrerà un'arma volgare ma, a parte il fatto che l'ho sempre usata e ci sono abituato, con questo rastrello in pugno ho comandato ottantamila marinai sul Fiume Celeste, quand'ero ammiraglio. Del resto, anche nell'accompagnare il maestro, è con questo rastrello che ho distrutto covi di lupi e tigri, e ripulito antri di draghi e serpenti." Il discorso impressionò il re, che fece segno di avvicinarsi alla nona concubina e le disse all'orecchio: "Porta di quel vino mio personale per festeggiare il reverendo che va alla guerra; puoi portare una bottiglia intera." Riempì una coppa e la porse a Porcellino: "Reverendo, vi ringrazio fin d'ora della pena che vi darete. Quando avrete catturato l'orco e ricondotto mia figlia, vi darò mille pezzi d'oro e un banchetto coi fiocchi." Il bestione prese la coppa e sfoderò quel tanto di cortesia di cui era capace; fece una gran riverenza a Tripitaka e gli disse: "Maestro, dovreste essere voi il primo a bere questo vino, ma non oso disobbedire all'ordine del re; scusatemi se vi precedo, ma mi serve per mettermi su di giri e aumentare il mio coraggio nella cattura del mostro." Bevve d'un fiato, si impadronì della bottiglia e ne riempì nuovamente la coppa per porgerla a Tripitaka. "Sai che non bevo. Dàlla al tuo condiscepolo." Sabbioso si fece avanti per prendere la coppa. Porcellino produsse una nuvoletta ai suoi piedi e se ne servì per balzare in aria. "Il reverendo Porcellino sa cavalcare anche le nuvole!" esclamò il re. Scomparso il bestione, anche Sabbioso vuotò la coppa d'un fiato: "Maestro, quando combattemmo con Veste Gialla che vi aveva rapito, ci impegnammo tutti e due senza riuscire a concludere. Dubito che Porcellino possa farcela da solo." "Hai ragione, discepolo; sarà meglio che tu vada a dargli una mano." E Sabbioso montò a sua volta su una nuvola e partì. Il re, sconvolto, afferrò il monaco cinese per una mano e implorò: "Reverendo, per favore, non volerete via anche voi! Qualcuno dovrà pur restare a farmi compagnia." "Per carità, io non saprei alzarmi nemmeno di poco." I due rimasero nella sala a fare conversazione. Intanto Sabbioso aveva raggiunto Porcellino: "Aspetta, fratello, vengo anch'io!" "Che cosa vieni a fare, fratellino?" "Il maestro mi ha raccomandato di aiutarti." "Giusto, buona idea" concluse contento Porcellino. "In due, mettendocela tutta, ce la faremo. Non sarà niente di speciale, ma qui in paese ci può dare una certa reputazione." Eccoli: Escon dalla città sulle ali del vento, Passano le frontiere su luci colorate. Per ordine del re devono catturare Ad ogni costo l'orco dentro la sua caverna. Giunti all'ingresso della grotta scesero dalle nuvole e Porcellino menò un gran fendente, con il suo rastrello, alla porta di pietra che chiudeva l'entrata: vi fece un bel buco, delle dimensioni di un recipiente da uno staio. Il mostriciattolo di guardia in portineria diede un'occhiata e corse spaventato a riferire: "Gran re, si mette male. Il bonzo con il grugno e quello tetro sono ritornati, hanno battuto alla porta e l'hanno rotta." "Il loro maestro l'ho lasciato andare. Perché mai quei due rognosi mi vengono a sfondare la porta?" "Magari hanno dimenticato qualcosa e sono tornati a cercarla" suggerì il mostriciattolo. "Cretino!" insultò l'orco. "Ti pare che per questo si debba sfondare l'uscio? La ragione sarà un'altra." Si affrettò a indossare la corazza, impugnò la sciabola e uscì a indagare: "O bonzi, che cosa andate cercando? Il vostro maestro l'ho pur liberato." "Brutto mostro, ne hai combinate di tutti i colori!" rispose Porcellino. "E che cosa avrei combinato?" "Hai rapito la terza principessa del Regno degli Elefanti Sacri e l'hai costretta a divenire tua moglie. Te la tieni da tredici anni, ma adesso è tempo di restituirla: ti vengo ad arrestare per ordine del re. Il meglio che puoi fare è di legarti da solo, così non perdiamo tempo." L'orco vide rosso. Si alza in tutta la sua statura, digrigna i denti, rotea gli occhi e, alzata la sciabola, assesta un gran fendente in testa al nemico. Ma Porcellino schiva e allunga il rastrello; Sabbioso brandisce il bastone e si unisce alla mischia. Questo combattimento fu molto più duro del precedente. Si capisce che L'ira vien scatenata dalle frasi offensive, Le intenzioni aggressive stimolano la collera. È una lunga battaglia fra i due monaci e l'orco: "Hai rapito una donna e meriti la morte." "Tu cosa ci rimetti, brutto rompicoglioni?" "Il tuo stupro è un oltraggio ad un intero regno." "Ma tu vieni da fuori, non sono fatti tuoi." In fondo si combattono solo per una lettera [...] Dopo otto o nove scontri, Porcellino si trovò in difficoltà: aveva il fiato grosso e non reggeva più gli attacchi. Perché resisteva meno dell'altra volta? mi chiederete. Perché gli dèi protettori si tenevano sempre vicini a Tripitaka, per assicurare la sua protezione; nel primo scontro si trovavano presso la grotta e davano una mano; ma questa volta erano lontani e si sorbivano le chiacchiere da salotto alla corte degli Elefanti Sacri. "Sabbioso" disse il bestione, "vado un momento a far pipì. Tu continua pure." Senza darsi altro pensiero del condiscepolo, corse a rotta di collo nel bosco e si rifugiò in un cespuglio spinoso, incurante delle spine che gli laceravano veste e pelle. Ne lasciò emergere solo un'orecchio, per ascoltare da lontano il rumore della battaglia. La fuga di Porcellino prese Sabbioso alla sprovvista; il mostro si precipitò su di lui, se ne impadronì e lo condusse prigioniero nella grotta con mani e piedi legati. Se poi non sapete se ne uscì vivo o morto, ascoltate il seguito. 第030回 TALENTI E PRODEZZE DEL CAVALLO · IN CUI IL DEMONE PERVERSO INFRANGE LA GIUSTA LEGGE, E IL CAVALLO DEL PENSIERO SI RICORDA DELLA SCIMMIA DELLO SPIRITO. Il mostro fece legare Sabbioso, ma non lo uccise, non lo percosse e nemmeno lo insultò. Sostò invece a riflettere: "Quel monaco cinese viene da un paese di grande civiltà e non ignora certo i riti e la giustizia. Dal momento che gli ho risparmiato la vita, perché lui dovrebbe mandare i suoi discepoli a cercare di catturarmi? Dev'essere stata mia moglie a mandare un messaggio al suo paese. Bisogna metter le cose in chiaro." Si diede un'aria feroce, e andò a cercare la principessa con le peggiori intenzioni. Quest'ultima, senza sospettare nulla, aveva appena terminato la sua toilette e se ne andava tranquillamente per casa, quando vide il mostro con la fronte aggrottata, che digrignava i denti e gettava sguardi furiosi. La principessa si sforzò di assumere un atteggiamento sereno e sorridente: "Signore, avete qualche noia?" "Donna vile, dal cuore di cagna!" tuonò lui. "Sei fredda come il ghiaccio. Quando ti ho portato qui, non avevi niente da ridire. Ti ho vestita di broccato, ornata d'oro, ti procuro quello che vuoi. Hai tutti i doni delle quattro stagioni e tutto il mio affetto. E tu non provi il minimo sentimento coniugale, pensi solo ai tuoi parenti." La principessa terrorizzata si gettò in ginocchio e gridò: "Marito mio, perché mi volete lasciare?" "Sono io che ti caccio o sei tu a volertene andare? Te lo chiedo. Perché il monaco cinese era stato liberato ancor prima che tu me lo chiedessi? La verità è che gli avevi affidato una lettera per i tuoi. Altrimenti, perché mai questi monaci sarebbero ritornati qui a sfondare la mia porta e a chiedere di lasciarti andare? Non mi dirai che non c'è sotto il tuo zampino!" "Signore, mi fate torto con le vostre accuse; io non ho inviato messaggi." "Non puoi negare; la persona che ho catturato è la prova di come stanno le cose." "E chi avete catturato?" "Sabbioso, il secondo discepolo di quel monaco." L'estremo pericolo può rendere intrepido chiunque. Negare tutto era l'unica risorsa che le rimanesse, perciò replicò: "Calmatevi. Andiamo insieme a interrogare quel monaco. Se parla di una lettera, uccidetemi; in caso contrario, perché dovreste commettere un'ingiustizia?" Il mostro alzò la sua manona blu, grande come un setaccio, afferrò la principessa per i bellissimi capelli, la trascinò davanti al palo dov'era legato Sabbioso e la gettò per terra. Poi, sciabola in pugno, prese a interrogare il prigioniero. "Bonzo!" tuonò. "Se avete avuto l'audacia di attaccarmi, è stato per ordine del re, al quale questa donna ha mandato un messaggio." Sabbioso, alla vista di quella grinta feroce e della sciabola levata sul capo della donna, pensava: "È vero che lei ha inviato la lettera, ma ha anche liberato il maestro. Sarebbe uno strano modo di ringraziarla dire la verità e provocare la sua morte. Basta. Non ho ancora avuto occasione di acquistare meriti: adesso correrò il rischio di finir male per dimostrarle la mia gratitudine." Perciò disse: "Non siate sconsiderato. La lettera che dite non esiste, e le circostanze in cui siamo stati mandati sono altre. Il nostro maestro, mentre era prigioniero nella grotta, aveva notato la principessa. Quando, nel paese degli Elefanti Sacri, si è recato a corte per presentare il suo passaporto, il sovrano ha chiesto se avesse notizie di lei: l'inchiesta sulla sua scomparsa non è mai stata abbandonata. Ci hanno mostrato ritratti e disegni, e la risposta del maestro è stata che l'aveva vista qui. Allora il re ci ha offerto del vino e ci ha incaricato di catturarvi e di ricondurla a palazzo. Questi sono i fatti. Se volete uccidere qualcuno, suppongo che tocchi a me, piuttosto che a una persona che non vi ha fatto niente; se colpiste lei, violereste i grandi princípi della ragione celeste." L'orco rinfoderò la sciabola e aiutò la principessa ad alzarsi: "Ti ho aggredita come un bruto e ti ho gravemente offesa. Perdonami." L'aiutò a riordinare i capelli e la riaccompagnò nelle stanze interne, sorreggendola teneramente e facendole mille carezze. Le chiese infine di sedersi al posto d'onore per ricevere le sue scuse. La principessa, che aveva il temperamento leggero di tutte le donne, a vederlo così riguardoso, ne approfittò subito con totale impudenza e gli domandò: "Signore, in nome del vostro affetto, vi posso chiedere di far legare meno stretto il monaco Sabbioso?" Il mostro ordinò senz'altro di slegarlo e di limitarsi a tenerlo sotto chiave. Sabbioso pensò: "Lo dicevano gli antichi: fare del bene agli altri è farlo anche a se stessi. Se non l'avessi aiutata, non mi troverei libero dalle corde." Il mostro fece preparare un banchetto per farsi perdonare la paura cagionata alla principessa. Mangiarono e bevvero in abbondanza, poi il marito si allontanò per indossare abiti da cerimonia e cingere una spada preziosa. Accarezzò la principessa e le disse: "Tesoro, resta qui e bevi finché ti fa piacere, bada alla casa e a far custodire il bonzo. Io voglio approfittare della presenza del monaco cinese per far visita ai miei suoceri." "Quali suoceri?" "I tuoi genitori, naturalmente. Sono pur sempre genero del re; perché non dovrei presentare i miei omaggi a mio suocero?" "Ma non potete andarci!" "E perché no?" "Il re mio padre non ha conquistato il regno in guerra, ma l'ha ereditato dai suoi avi. È salito al trono molto giovane e non è mai uscito di città; là non si sono mai veduti dei fusti gagliardi come siete voi. Se vi vede resterà terrorizzato, potrebbe venirgli un colpo. Questi convenevoli in famiglia potrebbero risultare pericolosi." "Non ci saranno pericoli. Prenderò l'aspetto di un giovanottello di buona famiglia vestito alla moda." "Vediamo che cosa sapete fare." Il bravo mostro, con una scossa, si trasformò in un bel giovanotto. Davvero: La statura rispettabile, Portamento assai elegante; Parla come un mandarino, Ma si vede che è sportivo. Del poeta Cao Zhi Egli ha la disinvoltura; Di Pan An, il rubacuori, Egli mostra la bellezza. I capelli son raccolti Nel berretto di velluto. Una tunica lo avvolge Di una garza verde giada Dalle maniche sboffanti. Gli stivali ricamati, La cintura colorata. Pien di fascino ed altero, È davvero convincente. La principessa gli girò intorno per esaminarlo accuratamente e lo trovò proprio di suo gusto. "Tesoro" disse ridendo il mostro, "pare che tu mi preferisca così!" "Devo ammettere che non siete niente male. Mio padre tiene molto ai legami familiari, vorrà trattenervi a pranzo. Mi raccomando di non bere tanto da perdere il controllo. Se venisse fuori qualcosa del vostro vero aspetto, se spuntassero gli zoccoli biforcuti da sotto il mantello, il successo che avrete andrebbe subito a gambe all'aria." "Si capisce, ci arrivo anche da solo. Starò attento." Viaggiando sulle nuvole raggiunse senza tardare il paese degli Elefanti Sacri e si presentò alla porta del palazzo. "Il terzo genero reale è venuto nella mia persona espressamente per render visita a sua maestà" annunciò al gran commissario del padiglione d'ingresso. "Vi prego di prendervi il disturbo di farglielo sapere." Il guardiano lo annunciò alla porta gialla e il preposto ai rapporti si presentò ai piedi dei gradini di giada: "Vostra maestà, il terzo genero reale è venuto a visitarvi e attende risposta alla porta del palazzo." Il re era ancora in conversazione con Tripitaka. Quando sentì parlare di un terzo genero reale, si rivolse ai suoi ufficiali: "Che storia è questa? Io ho solo due generi." "Se dice che è il terzo, sarà il mostro." "E sarebbe corretto convocarlo alla mia presenza?" "Maestà" intervenne spaventato Tripitaka, "i mostri hanno poteri soprannaturali, penetrano il passato e il futuro, cavalcano le nuvole. Temo che entrerà, se lo vuole, con o senza convocazione. Sarà prudente invitarlo, per evitare inutili discussioni e brutte figure." Il re concesse quindi l'udienza e il mostro fu introdotto ai piedi dei gradini dorati ed eseguì impeccabilmente tutto il balletto degli omaggi al sovrano. Era bello ed elegante, nessuno poteva credere che si trattasse di un orco. Agli occhi dei comuni mortali era proprio una persona come si deve. A vedere il suo aspetto dignitoso, il re pensò addirittura di poterlo utilizzare come sostegno del trono, e con questo proposito gli pose domande: "Dove risiede la tua famiglia, mio caro genero? Quali origini ha? Quando hai sposato la mia principessa? Perché hai aspettato finora a render visita ai tuoi suoceri?" L'orco si prosternò e rispose: "Signore, il vostro suddito viene dalla Grotta della Luna Marina, sul Monte della Tazza, a est della città." "A che distanza si trova questa montagna?" "Non è lontana: trecento li." "Trecento li! E come ha potuto percorrere questa distanza, mia figlia, per unirsi a te?" Il mostro presentò un'abile menzogna: "Caro suocero, il vostro umile suddito ha sempre amato cavalcare e tendere l'arco: vive da cacciatore. Una volta, tredici anni fa, mentre cacciavo con i falconi accompagnato da qualche diecina dei miei servitori, mi capitò di imbattermi in una feroce tigre maculata, che scendeva dal pendio della montagna con una ragazza sul dorso. Scoccai una freccia e abbattei la belva. Quanto alla ragazza, me la portai a casa e la feci rinvenire facendole bere pozioni calde. Le feci domande sulla sua famiglia, ma lei mi nascose di essere di sangue reale. Vi pare che avrei potuto unirmi a lei, se avessi saputo che era la terza principessa di vostra maestà? Semmai mi sarei presentato a palazzo e avrei implorato una posizione che mi rendesse meno indegno di lei. Se la trattenni al villaggio, fu solo perché mi disse di provenire da una famiglia qualsiasi. Ci sposammo per amore e abbiamo convissuto per tutti questi anni. Subito dopo il matrimonio espressi l'intenzione di uccidere la tigre rapitrice, che avevo solo ferita e catturata; ma la principessa si oppose per il motivo espresso in questi versi: 'Ci siam sposati al cospetto del cielo, Ma senza testimoni né sensali; Un filo rosso unì le nostre vite Da esistenze anteriori. Si può dire Che fu la tigre a farci da sensale.' Mi convinse, e io lasciai libera la tigre, che scappò via a coda ritta e con gli artigli sfoderati, recando addosso la cicatrice della ferita infertale dalla mia freccia. Allora non immaginavo che, negli anni successivi, quella stessa tigre si sarebbe dedicata all'ascesi e sarebbe riuscita a sublimarsi in mostro, sempre dedito comunque a fuorviare e uccidere la gente. A quanto ho sentito raccontare, pochi anni fa vennero da queste parti dei monaci in cerca di scritture, che si dicevano provenienti dal paese dei grandi Tang. La tigre li uccise, si impadronì dei loro documenti, prese il loro aspetto e pensò bene, caro suocero, di venire a corte per divertirsi un po' alle vostre spalle. Quel tizio che vedo seduto sul cuscino ricamato non è altri che la tigre che tredici anni fa rapì la principessa; altro che pellegrino in cerca di scritture!" Il sovrano era una persona molto impressionabile. Non era capace, con i suoi occhi mortali, di vedere chi veramente gli parlava ed era portato a prendere per oro colato tutte le sue menzogne. "Ma tu, mio saggio genero, da che cosa riconosci in questo bonzo la tigre che aveva rapito la principessa mia figlia?" "Caro suocero, io vivo in montagna e, per la mia attività, si può dire che di tigri mi nutro e di tigri mi vesto: vivo ogni giorno in mezzo a loro. Non è certo difficile, per me, vedere con chi ho a che fare." "Non potremmo vederla anche a noi nella sua vera forma?" "Certo che potete, non è difficile. Fatemi avere mezzo bicchiere d'acqua pura." Il re ordinò a un ufficiale di portare l'acqua. Il genero la prese, si alzò e fece i passi del trucco chiamato scurire gli occhi, fissare il corpo; recitò la formula e, con la bocca, spruzzò un sorso d'acqua in direzione di Tripitaka. Poi gridò: "Cambia!" e lo trasformò in una gigantesca tigre maculata. Il re e la corte videro con i loro occhi La bianca fronte e la testa rotonda, Corpo zebrato ed occhi lampeggianti. Dalle zampe si vedono spuntare Venti artigli taglienti e acuminati E la gran bocca lascia intravvedere Candide seghe di robusti denti. Con le orecchie appuntite essa ricorda Il gatto, ma la mole è gigantesca, Come l'ha il toro bruno di palude. I lunghi baffi son fili d'acciaio, Fetidi miasmi emana dalla gola. Nel veder la gran belva maculata Tutti i presenti son terrorizzati. Come il re la vide, sentì le sue anime abbandonarlo. Gli ufficiali, spaventati, corsero a nascondersi, salvo i militari più coraggiosi che lanciarono sulla belva i loro uomini, cercando di colpirla con armi di ogni specie: ci sarebbe stato di che fare a pezzi tutti i monaci di un monastero. Gli dèi incaricati della protezione di Tripitaka ebbero il loro da fare per impedire che venisse colpito. Si fece una bella sarabanda fino a sera e si finì per catturare la tigre viva e illesa, incatenarla e metterla dentro una gabbia di ferro, che fu chiusa a chiave in una stanza del palazzo. Il re diede ordine al servizio competente di preparare un grande banchetto per ringraziare il genero, che era arrivato appena in tempo a salvarlo dall'aggressione del finto bonzo. La sera, dopo che gli ufficiali si furono ritirati, il mostro entrò nella Sala della Pace d'Argento, in cui trovò diciotto belle ragazze scelte apposta per cantare, danzare e scherzare con lui, perché bevesse a suo agio e si divertisse. Occupò il posto d'onore, circondato soltanto da queste bellezze. Figuratevi se non ne approfittò! Verso la seconda veglia, pieno di vino fino al colletto, non ne poté più e sentì un bisogno incontenibile di mettersi a suo agio. Saltò in piedi, esplose in una gran risata sgangherata e riprese il suo solito aspetto. Poi aprì le manone grandi come setacci, acchiappò una ragazza che suonava il pi pa e le sgranocchiò la testa, con grande scricchiolar di mascelle. Le altre diciassette bellezze, folli di terrore, corsero da tutte le parti a cercare un angolo buio dove nascondersi. Vedete come fecero: Le fanciulle di corte, colpite dal terrore, Tremano come ibischi sotto un gran temporale, Sembrano le peonie squassate da un gran vento. Per salvare la vita lascian cadere flauti, Cetre e liuti e calpestano i poveri strumenti Per fuggir da ogni parte, senza badare dove. Si urtano, si graffiano, si strappano le vesti: Che si salvi chi può, ciascuna pensa a sé. Ma quel parapiglia nel cuore della notte era completamente silenzioso: nessuna osava aprir bocca per non turbare il sonno di sua maestà. Infine si nascosero tremanti al riparo di un muretto in giardino. Il mostro restò nella sala e si rimise seduto al posto d'onore, alternando bicchieri di vino e sorsate di sangue, mordicchiando bocconcini di tenere carni di fanciulla come stuzzichini. Mentre lui si dava buon tempo alla sua maniera, in città si spargeva la notizia che il monaco cinese, in realtà, altro non era che una tigre feroce. Qualcuno finì per parlarne anche nella stalla della locanda, dove il cavallo bianco mangiava il suo fieno davanti alla greppia. Ricorderete che quello non era un vero cavallo, ma il giovane re drago del mare occidentale, cui avevano tagliato le corna e levato le scaglie per punirlo di un'infrazione, e che alla fine era stato trasformato in cavallo per accompagnare Tripitaka. Quando sentì la notizia, si mise a riflettere: "So che il mio maestro è una normalissima brava persona; sarà stato quel perfido mostro a farlo apparire come una tigre. E ora che facciamo? Il condiscepolo anziano l'abbiamo mandato via, di Porcellino e di Sabbioso non si sa più nulla." Stette a rimuginare fino alla seconda veglia, quando giunse alla conclusione: "Se non do una mano io, non ci sono proprio altre risorse." Spezzò le redini e fuggì all'aperto, si diede una scossa e riprese l'aspetto di drago. Salì nello spazio per osservare dall'alto la situazione, come dicono i versi: Nel viaggio verso l'Ovest Tripitaka Ha incontrato un malefico tranello. Vicolo senza uscita: eccolo tigre. Ma il cavallo si slancia su nel cielo. C'era un gran buio, ma da lassù si vedeva la Sala della Pace d'Argento vivamente illuminata da otto candelabri. Quando vide l'orco seduto a bere smodatamente e a mangiare carne umana, il giovane drago sorrise fra sé e pensò: "Alla fine non ha più retto: ha mostrato lo zoccolo biforcuto. Divorare la gente non lo porterà lontano. Ciò mi dovrebbe aiutare a chiarire come stanno le cose, perché non si continui a scambiare fischi per fiaschi. Non vedo dov'è il maestro; ma in attesa di saperlo potrei andare a divertirmi un po' con quello lì. Se riesco a sopraffarlo, avrò poi agio di liberare il maestro." Che bravo principe drago! Si diede una scossa e si trasformò in fanciulla di corte, di figura snella ma di seno generoso, davvero seducente. Entrò di corsa e disse al mostro: "Non uccidetemi, nobile genero reale, sono venuta per servirvi da bere." "Va bene, versa pure." Il drago prese la brocca e riempì una coppa superando l'orlo di mezzo pollice senza spandere vino, perché era pratico del metodo chiamato della costrizione dei liquidi, che il mostro non conosceva. Perciò questi si mostrò molto interessato e commentò: "Che begli scherzetti sai fare!" "Se è per questo, potrei versarne ancora." "Fa vedere." Il drago continuò a mescere nella stessa coppa: il vino saliva e prendeva la forma di una smilza pagoda di tredici piani, senza che se ne spargesse una goccia. L'orco si bevve la pagoda e masticò un boccone di cadavere. Poi chiese: "Sai cantare?" "Me la cavo" disse il drago; e gli cantò un'arietta, mentre riempiva la brocca. "Di ballare sei capace?" chiese ancora il mostro. "Più o meno. Ma danzare a mani vuote non vien bene." Il mostro aprì il suo mantello, sguainò la spada che portava alla cintura e la tese al drago, che improvvisò una lunga danza della spada. All'orco piaceva molto, guardava affascinato e il suo sguardo sembrò scivolare in una fissità cui il vino doveva contribuire. Fu il momento che il drago scelse per interrompere la coreografia e indirizzargli un fendente. Ma il mostro non perdeva mai i suoi riflessi: schivò e afferrò un candelabro di ferro forgiato, che poteva pesare ottanta o novanta libbre. Anche il drago riprese la sua forma, uscirono combattendo dalla sala e continuarono lo scontro sulle nubi. Che battaglia, in quel buio notturno! Il mostro del Monte della Tazza e il drago bandito dal mare occidentale: l'uno emana una luce più chiara del lampo, l'altro emette un turbine di vento rosso cupo. Incede l'uno come un maestoso elefante dalle bianche zanne fra i minuscoli uomini, l'altro ricorda il gatto selvaggio che si avventa sul mondo sfoderando artigli d'acciaio. L'uno sostiene la colonna di giada del cielo, l'altro incornicia l'oceano di travi d'oro. Vola e danza il drago d'argento, balza e travolge il diavolo giallo. A dritta, a manca, volteggia la spada preziosa; avanti, indietro, il pesante candelabro si muove senza sosta. Dopo otto o nove scontri, il giovane drago sentiva scemare la presa delle proprie mani e aveva tutti i muscoli indolenziti, perché il vecchio diavolo era forte e vigoroso. Non poté più sostenere la lotta e scagliò la spada contro la testa del suo avversario; ma questi l'afferrò al volo con destrezza e scagliò a sua volta il candelabro. Il drago non fu abbastanza svelto da evitarlo e ne fu colpito alla gamba; la sua nuvola perse l'assetto e lo rovesciò nell'acqua del fossato della città reale. Si tuffò a testa in giù e scomparve nei flutti. Il diavolo che lo inseguiva lo perse di vista e se ne ritornò alla Sala della Pace d'Argento, con spada e candelabro, si sedette come se niente fosse e riprese a bere; in breve si addormentò profondamente. Il giovane drago si tenne nascosto sott'acqua per un'ora buona; constatando che tutto restava tranquillo, strinse i denti per resistere al dolore che la gamba gli procurava, balzò su una nuvola e se ne ritornò nella scuderia della locanda. Qui riprese l'aspetto di cavallo e si stese davanti alla greppia: la povera bestia era zuppa d'acqua e ferita a una zampa. Era un momento in cui Cavallo del pensiero e scimmia dello spirito Erano separati. Il legno ed il metallo Restavano dispersi; la vecchia donna gialla Tenuta in prigionia. Non si può fare nulla Se ragione e giustizia sono dimenticate. Nel frattempo Porcellino non era uscito dal cespuglio in cui si era rifugiato dopo aver abbandonato Sabbioso e si era stravaccato a dormire, come usano i maiali. Si svegliò a mezzanotte passata e gli ci volle tempo per rendersi conto di dove si trovava, mentre, con la testa confusa, si stropicciava a lungo gli occhi. Per quanto tendesse l'orecchio Su tutta la montagna, non un cane che abbai; Nello spazio deserto, non un gallo che canti. Dalla posizione delle stelle capì che doveva essere la terza veglia, e pensò che sarebbe stato suo dovere aiutare Sabbioso: "Ma con un solo filo non fai una corda, con una sola mano non puoi applaudire. Lasciamo stare. Andrò invece in città a vedere il maestro e a esporgli la situazione. Sabbioso lo soccorrerò domani, quando mi avranno dato gli opportuni rinforzi di truppe e di cavalleria." Il bestione ritornò in città e si recò alla locanda, sotto la luna che brillava nel cielo silenzioso. Il maestro non c'era. Trovò solo il cavallo che dormiva nella stalla, ma era tutto bagnato e aveva sul garretto un'ecchimosi del diametro di un piattino. "Per la miseria!" si spaventò Porcellino. "Come sarà riuscita questa canaglia, pur rimanendo chiusa qui dentro tutto il tempo, a fare una tal sudata e a procurarsi quella contusione? Si vede che un brigante ha portato via il maestro e ha colpito il cavallo." Il cavallo bianco si svegliò, riconobbe Porcellino e incominciò a parlargli in linguaggio umano, esordendo con un "Condiscepolo anziano!" che fece cadere a terra Porcellino per lo stupore. Si rialzò precipitosamente e voleva infilare l'uscio, quando il cavallo gli afferrò un lembo della tunica con i denti per trattenerlo, si inchinò sulle zampe anteriori e gli disse: "Fratello maggiore, non avrai mica paura di me?" "Ma perché ti sei messo a parlare?" disse tremando Porcellino. "Mi sa che c'è sotto qualche disgrazia." "Sai che il maestro si trova in difficoltà?" "Non so niente." "Non sa niente, lui! Quando facevi lo sbruffone davanti al re, e tu e Sabbioso pensavate di catturare il mostro e di guadagnarci un premio, non sospettavate che il più forte fosse lui, che non sareste risultati all'altezza e non ne sareste venuti a capo. Almeno avreste potuto correre a informare dell'accaduto. Chi è venuto, invece, è stato il mostro, trasformato in un elegante letterato, che si è fatto ricevere dal re come suo genero e ha trasformato il maestro in una tigre; in quello stato lo hanno catturato, coperto di catene e chiuso a chiave in una stanza. Per me le notizie sui tormenti che subiva erano come pugnalate al cuore. Voi eravate scomparsi e io temevo per la vita del maestro: non mi restava che cercare di soccorrerlo. Ma a corte non lo trovai; vidi invece il mostro in una sala e mi trasformai in dama di corte per avvicinarlo. Danzai per lui la danza della spada e, quando mi parve il momento buono, cercai di colpirlo; ma lui riuscì a schivare il colpo e a vincermi con un candelabro. Ecco da dove viene la contusione che mi vedi su una gamba. Mi dovetti nascondere nel fossato." "È andata proprio così?" si stupiva Porcellino. "Credi che racconti storie?" "Adesso che cosa facciamo? Tu sei in grado di muoverti?" "E se lo fossi?" "Se puoi, dovresti ritornare al tuo oceano. Io mi metto i bagagli in spalla e me ne torno dal vecchio Gao; posso sempre riprendere il mestiere di genero." Il drago non poté trattenere le lacrime e supplicò: "Condiscepolo, ti prego, non abbandonarti alla vigliaccheria." "Perché no? Sabbioso è prigioniero e io non sono in grado di battere quel mostro. Se non approfitto di questo sfascio per andarmene, che cosa dovrei aspettare?" "Fratello maggiore, non parlare di sfascio" rispose il drago. Rifletté un momento e aggiunse: "Da soli non ce la facciamo, ma dobbiamo salvare il maestro. Devi andare a chiedere aiuto." "Chi ci potrebbe aiutare?" "Vai senza perder tempo al Monte di Fiori e Frutti, e chiedi a Scimmiotto di ritornare. Lui è più forte di noi, salverà il maestro e ci vendicherà." "Fratellino, chiedilo a qualcun altro. Io e quella scimmia non siamo mai andati d'accordo. Chissà quanto ce l'ha con me, per quella volta che incitai il maestro a recitare l'incantesimo del cerchio, dopo che aveva colpito la Dama dal Bianco Scheletro sui Monti della Tigre Bianca. Io lo dicevo per ridere, non pensavo che il maestro mi avrebbe preso sul serio e lo avrebbe scacciato. Ma non credo che lui veda la cosa in questo modo, e comunque escludo che lo si possa convincere a ritornare. Sai, basta che arriviamo a scambiarci qualche parola vivace, perché lui tiri fuori quella sua sbarra maledettamente pesante. Se per distrazione mi menasse, dove credi che andrei a finire?" "Vedrai che non ti colpirà. Il re scimmia ha il senso della giustizia e della bontà. Quando lo vedi, non gli devi dire che il maestro è nei guai, ma soltanto che pensa a lui. Questa bugia lo indurrà a venire qui, e quando vedrà la situazione in cui ci troviamo non si arrabbierà. Di certo gli piacerà misurarsi con un avversario di valore come il mostro; e sono sicuro che riuscirà a vincerlo e a liberare il maestro." "Va be', ho capito. Tu metti tanto cuore in queste cose, che se non ti do retta faccio la figura non averne anch'io. Se il Novizio ritorna, verrò con lui. Ma se mi dice di no, non fate più conto su di me: non verrò nemmeno a dirvelo." "Vai, ti dico io che ritornerà!" Il bestione prese il suo rastrello, si aggiustò la tunica e balzò in aria dirigendosi verso est. Il destino che proteggeva Tripitaka gli diede vento in poppa: allargava le orecchie come vele e acquistava velocità. Presto ebbe superato l'oceano orientale, e al sorgere del sole abbassava già la sua nuvola alla ricerca della strada giusta sulla montagna. Mentre camminava, gli giunse un grande vocio. Si guardò intorno e scoprì Scimmiotto che aveva radunato i suoi mostri in una valletta. Lui era seduto su una grande rupe, e mille duecento scimmie schierate ai suoi piedi secondo il loro rango lo applaudivano e gridavano: "Viva il grande santo, nostro signore e padre!" "Che bella vita, che soddisfazione dev'essere" pensava Porcellino. "Non c'è da meravigliarsi che si sia stufato di fare il bonzo e abbia preferito ritornare a casa. Guarda che bei posti, che patrimonio, e tutte queste scimmie a servirlo. Se avessi io qualcosa di simile, a fare il monaco non mi ci terrebbe nessuno. Ma tiriamo avanti, ormai sono in ballo e devo ballare." Il bestione aveva troppa paura per farsi avanti direttamente. Si tenne nascosto fra l'erba, scivolò in mezzo alla folla delle scimmie e si prosternò con loro. Non si rendeva conto che, con le sue dimensioni, non poteva sperare di sfuggire nemmeno per un attimo all'acuto sguardo di Scimmiotto: "C'è un barbaro, là in mezzo, che si prosterna in bello stile maialesco. Da dove salta fuori? Portatemelo qui." Subito le scimmie, numerose come uno sciame d'api, circondarono Porcellino, lo spinsero avanti e lo inchiodarono al suolo. "Da dove vieni, barbaro?" chiese severamente Scimmiotto. Porcellino a testa china rispose: "Non oso accettare l'onore di essere interrogato. Però non sono un barbaro, ma uno che conoscete bene." "Qui tutti sono scimmie, tutti si assomigliano e si sentono tutti fedeli sudditi del grande santo; tu sei diverso e sei più balordo degli altri. Dunque sei un mostro forestiero. Se la tua intenzione è di fare atto di sottomissione, devi seguire le regole: prima consegni la tua carta d'identità e scrivi il nome nel registro, poi ti presenti all'appello quando e dove ti viene indicato. Come ti permetti di venirmi a rendere omaggio prima di essere stato accettato?" "Vergògnati!" grugnì Porcellino, ma sempre con la testa china e cercando di nascondere il grugno. "Siamo stati fratelli giurati per anni, e adesso pretendi di non avermi mai visto e mi tratti da barbaro." "Allora alza il muso e fatti vedere" rispose Scimmiotto ridendo. "Eccolo, il mio muso!" gridò Porcellino tirandosi su. "Se insisti a non riconoscermi, qualcosa da rinfacciarti ce l'avrò." "Quel porcellone di Otto Divieti!" esclamò Scimmiotto soffocando dalle risate. "Sono proprio io, Porcellino Otto Divieti." E intanto pensava: "Se ammette di riconoscermi, sarà più facile che mi ascolti." "Perché non te ne vai in cerca di scritture con il monaco cinese? Scommetto che l'hai offeso e ti sei fatto licenziare anche tu. Te l'ha data la lettera di licenziamento? Fa un po' vedere." "Non ho offeso nessuno, non ho lettere e non sono stato licenziato." "Ma allora perché sei qui?" "Il fatto è che il maestro pensa a te e mi ha mandato a cercarti." "Non credo né che pensi a me né che mi cerchi. Quel giorno fece giuramento davanti al Cielo e scrisse la lettera di suo pugno. Perché avrebbe cambiato idea? E del resto io non posso ritornare." "Ma è proprio vero che pensa a te, ci pensa sempre" si affrettò a ribadire Porcellino, sprofondando nella menzogna. "E come sarebbe andata la cosa?" "Mentre si camminava, il maestro gridò: 'Discepoli!' Ma io non avevo sentito e Sabbioso faceva orecchie da mercante. Allora il maestro incominciò a dire che tu eri diverso, che noi non valevamo niente in confronto, che eri più sveglio e più intelligente, che rispondevi subito quando ti si chiamava, che avevi dieci risposte per ogni domanda che ti si faceva. In quello stato d'animo mi ha mandato apposta a cercarti. Ti prego, vieni almeno a fare un giro dalle nostre parti, anche solo per non deluderlo e per non rendere inutile tutto il cammino che ho fatto." A questo discorso Scimmiotto saltò giù dalla rupe, prese per mano Porcellino e gli disse: "Saggio fratello, visto che vieni da tanto lontano, vieni con me a divertirti un po'." "La strada è lunga al ritorno quanto all'andata, e io non vorrei far aspettare il maestro. Lo sai che non ho più tempo per divertirmi." "Ma sei qui; la vorrai pur dare un'occhiata al paesaggio." Il bestione non osò rendersi sgradito con altri rifiuti e lo seguì nella passeggiata. Camminarono tenendosi per mano fino in vetta alla montagna, con un codazzo di scimmie. La montagna era bella; dopo il ritorno di Scimmiotto era stata restaurata in breve tempo ed era tornata come nuova. [...] Porcellino non poteva saziarsi dello spettacolo che aveva davanti ed esclamava: "Che meraviglia, fratello! Credo che sia la più bella montagna del mondo." "Infatti ci si può campare, saggio condiscepolo." "In questo posto benedetto dal Cielo, altro che campare!" Chiacchierarono e risero a lungo scendendo dalla cima. Lungo la strada, le scimmie venivano a offrire grappoli d'uva violetti, pere profumate, sugose nespole gialle e corbezzoli rossi. Inginocchiati sul bordo della strada, gridavano: "Grande santo, signore e padre, mangiate qualcosa!" "Mio fratello Porcellino" rispondeva Scimmiotto ridendo "ha un tipo di appetito che non si sazia con la frutta. Comunque, caro fratello, prendi qualcosa come aperitivo, e scusa se è poco." "A me piace seguire gli usi del paese, per quanto grande sia il mio appetito. Assaggerò volentieri questa frutta." Mentre assaggiavano, il sole saliva in cielo. Porcellino temeva ciò che nel frattempo poteva accadere a Tripitaka e continuava a insistere: "Fratello, il maestro è là che ci aspetta. Dovremmo andare." "Ti prego di venirti a distrarre nella Grotta del Sipario Torrenziale, saggio condiscepolo." Ma Porcellino rifiutò: "Sei proprio gentile, ma io sono preoccupato per il maestro che aspetta. Non darti il disturbo." "In questo caso non ti trattengo; salutiamoci qui." "Ma tu non vieni?" "E dove dovrei venire? Qui sono libero e sto bene, non sono soggetto né al cielo né alla terra: perché dovrei rinunciare alla mia libertà per fare il bonzo? Vacci tu, io resto dove sono. Da parte mia dovresti dire al monaco cinese di non perdere tempo a pensare a me; è lui che mi ha scacciato." A queste parole il bestione non osò replicare, per timore di rimediarci un'applicazione del randello. Non poté far altro che borbottare qualche parola d'addio e rimettersi in cammino. Scimmiotto, vedendolo partire, gli mise alle calcagna due agili scimmiette con l'incarico di ascoltare i suoi soliloqui. In effetti dopo tre o quattro li, ai piedi della montagna, Porcellino si volse indietro, tese il dito nella direzione da cui veniva e incominciò a vituperare Scimmiotto: "Scimmia del cazzo, lui preferisce fare il mostro che il bonzo! Che bel macaco! Avevo le migliori intenzioni di pregarlo di ritornare, ma non ne vuol sapere. E allora resti dov'è!" Avanzò di qualche passo e riprese le sue invettive. Le scimmiette corsero a presentarsi a rapporto: "Grande santo, signore e padre, non ci si può fidare di quel Porcellino: parla come un manovale e vi insulta a ogni passo." Scimmiotto si arrabbiò e urlò: "Portatemelo qui!" La massa delle scimmie si precipitò sul bestione per riportarlo indietro, e lo sommerse acchiappandolo per i capelli, per le orecchie, per la coda, per ogni singolo pelo. Se poi non sapete che trattamento ebbe Porcellino e se riuscì a scamparla, ascoltate il seguito: ci troverete tutti i particolari. 第031回 STORIA D'AMORE ASTRALE · IN CUI PORCELLINO SI APPELLA AL SENSO DI GIUSTIZIA DEL RE SCIMMIA, E SCIMMIOTTO ABBATTE ALLA FINE IL MOSTRO GRAZIE ALLA SUA SAGGEZZA. Quando Fraternità si ricongiunge Alla Giustizia, la Legge ritorna Alla sua fonte. Il metallo ed il legno Formano giusto frutto uniti insieme A scimmia dello spirito. Essi salgono Verso la beatitudine a varcare La porta della non-dualità(33). Sono i sutra la via di perfezione: L'anima originaria aggiunge il Buddha. Triplo legame formano i discepoli, I diavoli ed i mostri della storia Con i cinque elementi corrispondono. Troncate i sei destini menzogneri Ed al Colpo di Tuono giungerete. Le scimmie in massa si erano impadronite del bestione e lo spingevano e tiravano, tanto che finirono per strappargli la tunica. "È la fine, questa volta mi ammazza!" ripeteva Porcellino come se recitasse una litania. Presso l'ingresso della grotta il grande santo lo aspettava seduto su una roccia, e prese a inveire contro di lui: "Non sei cambiato, sei il solito sacco di segatura! Non ti bastava andartene via tranquillamente; che bisogno avevi di insultarmi?" "E chi ti insultava, fratello? Possa mangiarmi la lingua! Dicevo semplicemente che avrei dovuto informare il maestro che tu non saresti venuto: questo è quanto. Figùrati se mi sarei permesso di insultarti." "Vuoi farmi fesso? Sai che, se tendo l'orecchio sinistro verso l'alto, sento la gente che bisbiglia nel trentatreesimo cielo? E se tendo quello destro verso il basso, sento i re dell'inferno che fanno i conti con i loro assistenti? E te, che mi insultavi mentre camminavi qui vicino, non avrei dovuto sentirti?" "Ho capito, fratello; da quello spione che sei, ti sarai trasformato in qualche insetto per spiarmi." "Ragazzi!" gridò Scimmiotto. "Prendete un bastone bello grosso e cominciate ad ammorbidirlo con venti colpi sulle chiappe. Questo sarà l'antipasto. Poi gli darete altri venti colpi sulla schiena, e il resto glielo darò io con la mia sbarra." "Fratello" gridò sconvolto Porcellino, battendo la fronte al suolo, "perdonami, per riguardo al nostro maestro." "Penso che il nostro maestro sia un uomo buono e giusto." "Lasciamo perdere il maestro, fratello; perdonami per riguardo alla pusa Guanyin che risiede di là dal mare." La menzione di Guanyin ebbe qualche effetto su Scimmiotto: "Se la metti così non ti picchierò, fratellino. Ma parla sul serio e dimmi tutto; perché perdi tempo a prendermi in giro, mentre il monaco cinese è in pericolo?" "Ma no, fratello, quale pericolo? Come ti ho detto, si è ricordato di te." "Sei un sacco di segatura, buono soltanto da battere" si spazientì Scimmiotto. "Ho un bell'essere tornato a casa, il mio spirito continua a seguire il monaco passo per passo nella ricerca delle scritture. Ogni tappa ha la sua prova, ogni luogo il suo tranello. Sbrigati a parlare se non vuoi botte; ma soprattutto, parla prima che sia troppo tardi." "Fratello" rispose Porcellino prosternato, "cercavo di ingannarti proprio perché tenevo tanto a farti venire con me; non avevo fatto i conti con la tua perspicacia. Non mi punire e consentimi di alzarmi per parlare." "Va bene, tirati su." Le scimmie mollarono la presa; Porcellino saltò su e incominciò a tendere il collo da tutte le parti. "Che cosa fai?" "Guardo da che parte la strada è più larga e adatta a scappare." "E dove vorresti scappare? Ti prenderei anche se ti lasciassi tre giorni di vantaggio. Non perdiamo altro tempo; se mi farai andare di nuovo fuori dei gangheri, me la pagherai." "Ti racconterò tutto. Dopo la tua partenza riprendemmo il viaggio e, in una pineta, il maestro smontò da cavallo e mi chiese di andare in cerca di elemosine. Camminai molto senza trovare nemmeno una capanna; ero stanco e schiacciai un pisolino, senza pensare che Sabbioso sarebbe venuto a cercarmi e il maestro sarebbe rimasto solo. Sai che non ama restare seduto a lungo: si mise a passeggiare, uscì dalla foresta e vide una pagoda con il tetto dorato che prese per un monastero. Era invece la residenza del mostro Veste Gialla, che si impadronì di lui. Quando, con Sabbioso, ritornammo indietro, trovammo solo il cavallo e i bagagli: il maestro era scomparso. Lo cercammo fino all'ingresso della grotta e combattemmo con il mostro. Intanto, dentro la grotta, il maestro aveva trovato una salvatrice: era la terza principessa del re del paese degli Elefanti Sacri, rapita dal mostro, che liberò il maestro e gli affidò una lettera per i suoi genitori. Quando il re ricevette la lettera, chiese al maestro di catturare il mostro e di ricondurre la figlia. Come sai, il vecchio non sarebbe capace di sottomettere nemmeno una lucertola: perciò toccò a noi di ritornare sul posto a combattere. Ma non avevamo fatto i conti con i grandi poteri del mostro: questa volta toccò a Sabbioso di restare prigioniero; io fui vinto e scappai a nascondermi nell'erba. Il mostro prese l'aspetto di un distinto letterato, andò a corte e trasformò il nostro maestro in una tigre. Non era rimasto che il cavallo bianco, il quale riprese il suo aspetto di drago e partì in cerca del maestro. Non lo trovò da nessuna parte, ma scoprì il mostro che beveva tutto solo in una sala del palazzo. Si mutò in fanciulla di corte e cercò di colpirlo durante una danza della spada, ma fu invece colpito lui a una gamba da un grosso candelabro. È stato il drago a suggerirmi di venirti a cercare; ha detto che sei buono e giusto, che avresti dimenticato i torti passati e saresti certo venuto a soccorrere il maestro. Ora ti prego di non dimenticare l'adagio: maestro per un giorno, padre per la vita. Bisogna proprio tirarlo fuori da questo pasticcio." "Che bestia sei! Quando vi lasciai, vi avevo detto e ripetuto di far sapere, ai mostri che avessero aggredito il maestro, che il vecchio Scimmiotto era il suo primo discepolo. Perché non mi hai dato retta?" Porcellino rifletté e si disse che da un uomo di guerra si ottiene di più con le provocazioni che con le preghiere. Perciò rispose: "Magari non ti avessi dato retta! È stato proprio il tuo nome a scatenare quel mostro." "Come sarebbe a dire?" "Io gli avevo detto: 'Mostro, pochi scherzi! Giù le mani dal maestro! Bada che non ha solo noi come discepoli; il suo primo discepolo è il famoso Scimmiotto il Novizio, che ha immensi poteri e abbatte mostri come te con una mano sola. Se capitasse qui, tu faresti una brutta fine.' Ma lui diede in escandescenze: 'Credi di farmi paura con questo Scimmiotto dei miei stivali? Venga pure, che lo scorticherò vivo, gli strapperò la carne, gli romperò le ossa e gli mangerò il cuore. Se invece è troppo magro, lo taglierò a pezzetti per metterlo nella frittura mista'." Scimmiotto divenne furioso: si mise a saltellare intorno, a grattarsi le orecchie e a tormentarsi le guance: "Ma chi è questo stronzo, per insultarmi così?" "Calma, calma; erano cose che diceva questo Veste Gialla. Io mi sono permesso di ripeterle solo per informarti." "Alzati, saggio condiscepolo. Verrò anch'io, un mostro così insolente non lo voglio mancare. Cinquecento anni fa, quando provocai quei disordini in Paradiso, non c'era dio che, al vedermi, non si inchinasse profondamente e non mi trattasse con il titolo di 'grande santo'. E questo burino ha l'insolenza di prendermi alla leggera. Gliela farò vedere io; ma quando l'avrò catturato e fatto a pezzi, comunque, me ne ritornerò al mio paese." "Hai ragione, fratello; comincia con il catturarlo e vendicarti. Poi farai come vorrai." Il grande santo saltò giù dalla roccia su cui si era accoccolato e si precipitò nella grotta, per sostituire la sua tenuta da mostro con la tunica di broccato e il grembiule di pelle di tigre; in breve ritornò all'aperto con il suo randello in mano. "Grande santo, signore e padre!" gridava spaventata la folla delle scimmie, cercando di trattenerlo. "Dove volete andare? Non fareste meglio a restare qui a darvi bel tempo ancora per qualche anno?" "Ma che cosa dite, figlioli! Io ho il compito di proteggere il monaco cinese. Tutti, in cielo e in terra, sanno che Scimmiotto è il suo discepolo. Non è che mi ha abbia proprio scacciato: mi ha dato un periodo di licenza per venir qui a vedere come andavano le cose e per prendere un po' di riposo. Ma adesso c'è questa situazione d'emergenza. Mi raccomando, sorvegliate la proprietà e continuate a piantare gli alberi: bisogna aggiungere altri salici e pini. Non siate mai trascurati né approssimativi. Aspettate che abbia accompagnato quel monaco al suo destino e l'abbia riportato nell'Est; poi ritornerò qui a godermi con voi la verità della natura." Le scimmie, come sempre, accettarono i suoi comandi. Scimmiotto prese per mano Porcellino e montò su una nuvola. Stavano completando la traversata dell'oceano orientale, quando il Novizio disse: "Fermiamoci un momento. Devo scendere in mare a purificarmi." "Non c'è tempo. Farai il bagno un'altra volta." "Tu non capisci queste cose. Mi è bastato ritornare pochi giorni fra le mie scimmie per riprendere odore di mostro. Al maestro piace la gente pulita, non lo vorrei stomacare." Porcellino comprese che l'intenzione era buona. Dopo il bagno, risalirono sulla nuvola e ripresero il viaggio. Presto giunsero in vista di un tetto dorato che rifletteva i raggi del sole, e Porcellino lo additò: "Quella è la casa di Veste Gialla, dove Sabbioso è tenuto prigioniero." "Tu resta qui, mentre vado a esplorare il terreno di combattimento." "Che cosa ci vai a fare? L'orco non sarà in casa." "Lo so." Che bravo re scimmia! Abbassò la nuvola luminosa e ne scese per esplorare i dintorni della grotta. In un prato, due fanciulli giocavano a 'disputarsi il nido', una specie di volano. Uno aveva una diecina d'anni e l'altro otto o nove. Mentre erano assorti nel gioco, Scimmiotto si avvicinò alle loro spalle, li afferrò per il ciuffo e, senza perdersi a indagare se erano Pierino o Paolino, se li portò via. I bambini terrorizzati si misero a strillare e a piangere. I mostriciattoli della grotta, messi in allarme, corsero dalla principessa ad annunciare: "Signora, uno sconosciuto ha rapito i principini." Infatti erano i figli che la principessa aveva avuto dal mostro. La principessa corse fuori dalla grotta e vide Scimmiotto in cima a una rupe che stringeva i due bambini per il ciuffo e minacciava di lasciarli cadere nel vuoto. La madre, sconvolta, urlava: "Ehi lassù, non ti conosco nemmeno, perché hai rapito i miei figli? Hanno un padre feroce: se gli succede qualcosa, non credere di cavartela!" "E così tu non mi conosci. Sono il primo discepolo del monaco cinese, il Novizio, Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Il mio condiscepolo Sabbioso è chiuso nel tuo antro. Lascialo andare, e io ti rendo i bambini. Due per uno, fai un buon affare." La principessa si precipitò all'interno, gridò ai mostriciattoli di farsi da parte e liberò Sabbioso con le sue mani. "Principessa" diceva Sabbioso, "non aprite la mia prigione: quando ritornerà vostro marito se la prenderà con voi. Sarete vittima del suo furore." "Reverendo, siete il mio benefattore, mi avete salvato la vita aiutandomi a discolparmi di quella lettera. Mi chiedevo come avrei potuto rendervi il favore, quando è avvenuto un fatto inatteso. È comparso il vostro condiscepolo Scimmiotto: mi manda lui a liberarvi." Alleluia! Al nome di Scimmiotto parve a Sabbioso che ambrosia gli piovesse sulla testa, si sentì il cuore pieno di rugiada. Lo prese una gran gioia, come se sbocciasse la primavera, come se invece dell'annuncio di un arrivo lo avessero coperto di doni d'oro e di giada. Si precipitò all'aperto scuotendosi il vestito per salutare Scimmiotto: "Cadi proprio dal cielo, fratello! Dio sa se c'era bisogno di te! Aiutaci!" "Benedetto Sabbioso! Quando il maestro recitava il suo incantesimo per stringermi la testa, mezza parola avresti potuto dirla, invece di restar lì come uno scemo a bocca aperta. E poi, non dovevi proteggere il maestro? Perché stai qui a perder tempo, invece di marciare verso l'Occidente?" "Non frugare nella piaga, fratello, che non è da gentiluomo. Siamo i soldati di un esercito sconfitto, ci è rimasta solo la vergogna. Vieni a soccorrerci!" "Monta su." Sabbioso prese la rincorsa e balzò sulla rupe. Anche Porcellino abbassò la sua nuvola per salutarlo: "Bravo fratellino, hai tenuto duro!" "Da dove vieni?" chiese Sabbioso inchinandosi. "Ieri, messo in fuga, sono ritornato in città durante la notte. Ho trovato il cavallo bianco, che mi ha informato che il maestro è nei pasticci: Veste Gialla lo ha trasformato in tigre. È stato il cavallo bianco a consigliarmi di andare in cerca del nostro primo condiscepolo." Scimmiotto lo interruppe: "Basta con le chiacchiere, bestione. Ciascuno di voi prenda un bambino. Poi andrete nella città degli Elefanti Sacri a provocare il mostro per portarlo qui, che gli voglio dare una scarica di botte a modo mio." "Come lo provocheremo?" chiese Sabbioso. "Vi porterete sopra la Sala delle Campanelle d'Oro e butterete giù i bambini sui gradini di giada bianca. Se vi chiederanno di chi si tratta, direte che sono i figli di Veste Gialla e che li ho catturati io. Quando il mostro lo saprà, verrà qui di certo. Non possiamo combatterlo in città: solleveremmo un polverone e la sconvolgeremmo tutta." "Fratello" fece Porcellino ridendo, "la faccenda la conduci tu, ma incastri noi." "E come vi incastro?" "Ai bambini dev'essere già scoppiata la milza dalla paura, fin dal momento che li hai arraffati. Non riescono più nemmeno a piangere, e possono morire da un momento all'altro. Gettandoli sui gradini li ridurremo in poltiglia. Credi che il mostro non se la prenderà con noi? A noi, vorrà farla pagare; mentre tu, per ogni evenienza, ti tieni le mani pulite, senza testimoni. Non è un modo di incastrarci?" "Se dovesse prendersela con voi, combatterete ritirandovi in modo da portarlo qui, dove il campo di battaglia è spazioso. Io aspetto qui." "Giusto, fratello, è un buon piano. Andiamo!" disse Sabbioso. Confortati dalla sicurezza che dava loro la presenza di Scimmiotto, i due se ne andarono con i bambini, mentre Scimmiotto scendeva dalla rupe e si avvicinava alla pagoda. La principessa gli disse: "Sei un monaco senza scrupoli, non hai un'oncia di buona fede. Mi dovevi rendere i bambini in cambio del tuo condiscepolo: io ho fatto la mia parte, ma tu no. E adesso che cosa vuoi?" "Non ve la prendete con me" rispose sorridendo Scimmiotto. "Era tempo di far conoscere i bambini ai loro nonni." "Non fare l'insolente, monaco. Bada che mio marito non è un tipo comune. Li hai spaventati, quei bambini; bisogna consolarli e rassicurarli." "Principessa" ghignò Scimmiotto, "qual'è secondo voi il crimine più grande, per l'uomo nato fra cielo e terra?" "Lo so." "Che cosa sapete, donna volubile?" "Ho ricevuto la mia educazione a palazzo e ricordo la frase dei libri antichi: 'Tremila crimini meritano i cinque castighi, ma nessuno è grave come la mancanza di pietà filiale'." "Proprio così: "Padre mio che m'avete generato, E voi madre che m'avete nutrito; Pietà pei genitori Che tanto hanno penato...(34) "Il poema spiega che la pietà filiale è la fonte della buona condotta, il fondamento del bene. Come avete potuto accoppiarvi con un mostro, dargli il vostro corpo senza pensare a vostro padre e a vostra madre? Se questo non è un crimine contro la pietà filiale, come lo volete chiamare?" La principessa arrossì fino ai capelli, non sapeva dove nascondersi per la vergogna. Alla fine disse: "Le vostre parole sono giuste, reverendo: come potrei dimenticare i miei genitori? Il fatto è che il mostro mi ha rapito a tradimento, mi sorveglia continuamente, non permette che mi allontani. Ero lontana da loro e non avevo nessuno per inviare notizie. Avrei voluto uccidermi, ma temevo che i miei genitori mi credessero colpevole di una fuga da casa e che la vicenda non venisse mai chiarita. Ecco perché non mi restava che prolungare la mia fragile esistenza. In verità sono la peggiore peccatrice che ci sia fra cielo e terra." E si mise a piangere come una fontana. "Principessa, non vi disperate. Porcellino mi ha detto che avete salvato la vita del nostro maestro e avete mandato una lettera ai vostri genitori: questo dimostra che non li avevate dimenticati. Son qui io, signora; il vostro vecchio Scimmiotto vi garantisce che catturerà il mostro e vi riporterà a corte. Allora vi troverete un buon partito e potrete vegliare sui vostri genitori finché saranno in vita. Che ne pensate?" "Ma voi cercate la morte! Ieri i vostri condiscepoli, che pure sono degli omaccioni, non sono riusciti a prevalere su mio marito. E voi, povero diavolo sfiancato e sbilenco come un granchio, con le ossa che vi sbucano sotto la pelle, come potrete farcela?" "A quanto pare non avete occhio per queste cose" replicò Scimmiotto ridendo. "Dice il proverbio: grande vescica non pesa niente, piccolo piombo pesa un accidente. Gli omaccioni valgono meno della figura che fanno, spostano vento e non ripagano la stoffa che occorre per coprirli. Son fuochi di paglia, non valgono la minestra che mangiano. Io invece sono piccolo, ma tutto muscoli." "Credete davvero di potercela fare?" "Non avete idea di quanto possa pestare diavoli e mostri." "Per piacere, non mi tirate in qualche brutta storia." "Vi potete fidare." "Voi che siete un esperto, come pensate di fare?" "Penso sia meglio che voi non mi stiate d'attorno, potreste solo crearmi dei problemi. I vostri sentimenti verso di lui potrebbero giocarvi degli scherzi." "Ma mi ha portato qui di forza." "Lo so, ma siete stata sua moglie per tredici anni. Io avrò bisogno di muovermi senza avere intorno troppi sentimenti: un colpo dev'essere un colpo, di pugno o bastone che sia. Se non lo abbatto, non vi posso riportare a corte dal re vostro padre." La principessa seguì il consiglio e si ritirò in luogo appartato. Era destino che il suo matrimonio avesse fine, e l'incontro con il grande santo era stato disposto appunto a questo fine. Allontanata la principessa, il re scimmia si trasformò con una scossa nella sua copia identica ed entrò nella grotta ad aspettare il mostro. Intanto Porcellino e Sabbioso portarono i bambini nella città degli Elefanti Sacri e li lasciarono cadere sui gradini di giada bianca, riducendoli in poltiglia, con le ossa a pezzi e il sangue che correva tutto intorno. La corte fu presa dal panico, mentre gli ufficiali annunciavano: "Disgrazia! Disgrazia! Due persone sono precipitate dal cielo." "Questi bambini sono i figli del mostro Veste Gialla" proclamò a gran voce Porcellino, "che io e Sabbioso abbiamo portato qui." Il mostro se ne stava ancora nella Sala della Pace d'Argento a ronfare e smaltire tutto il vino che aveva bevuto, quando sentì gridare il suo nome. Corre all'aperto, guarda in su e vede Porcellino e Sabbioso che gridano da una nuvola. Il mostro si mise a riflettere: "Capisco Porcellino, ma perché è qui Sabbioso? Lo avevo lasciato prigioniero a casa mia: come è scappato? Perché mia moglie avrebbe dovuto lasciarlo andare? E che cosa c'entrano i miei figli? Porcellino avrà architettato un trucco per provocarmi. La faccia gliela spaccherei volentieri, ma ho bevuto troppo e non ho ancora smaltito il vino. Se mi prendessi una rastrellata, il mio prestigio ne risentirebbe. Sarà meglio che prima ritorni a casa e chiarisca questa storia dei bambini; la conversazione con lui posso riprenderla più tardi." Il bravo mostro non stette nemmeno a congedarsi; ritornò subito alla sua montagna e corse verso la grotta per capire che cosa stava succedendo. D'altronde a corte gli altarini erano stati scoperti, perché le diciassette compagne della ragazza che egli aveva divorato si erano presentate al re, non appena si era fatto giorno, per riferirgli l'accaduto. La sua partenza da insalutato ospite confermò la nuova opinione generale che il vero mostro fosse lui. Per ogni evenienza, comunque, il re confermò la consegna ai suoi ufficiali di tenere sotto sorveglianza la falsa tigre. L'orco entrò nella grotta come una folata di vento. Scimmiotto, falsa principessa, si produsse in un grande numero di teatro: sbatté le lunghe ciglia, schizzò intorno tante lacrime peggio di un temporale, pestò i piedi, si batté il petto e riempì la grotta di singhiozzi violenti e di tragiche lamentazioni. Il mostro strabuzzò gli occhi: non l'aveva mai vista così. Si fece avanti per prenderla fra le braccia: "Tesoro mio, che cos'è accaduto da renderti tanto disperata?" "Oh signore" rispose Scimmiotto, confezionando frottole al riparo del velo di lacrime che gli bagnava gli occhi, "lo dice anche il proverbio: marito senza moglie perde della sua casa la padrona; sposa senza lo sposo è un'infelicità che non perdona. Avreste dovuto rincasare ieri sera! Stamane non eravate qui quando è venuto Porcellino e si è portato via Sabbioso e i nostri bambini. Io lo supplicavo, ma lui diceva che doveva presentarli a corte. Non ho più visto nessuno, voi ritornate a casa e non li vedo con voi: come volete che non mi senta disperata?" "Mi stai dicendo che quelli erano davvero i nostri figli?" esclamò il mostro, assalito da un'enorme collera. "Certo che lo erano: li ha presi Porcellino." "Tanto peggio!" esclamò il mostro, torcendosi per il furore che lo attanagliava. "Ha ucciso i miei figli buttandoli dall'alto: e adesso come rendergli la vita? La farò pagar cara a quel monaco. Tesoro, non piangere più. Come ti senti? Avrò cura di te." "Sento molto la mancanza dei bambini, ho pianto tanto da averne male al cuore." "Tirati su. Ho un amuleto che devi strofinare dove ti duole, e passerà. Ma stai attenta a non ruotarlo, perché altrimenti apparirei nella mia forma originale." Scimmiotto ghignò dentro di sé: "Il maledetto è abbastanza ingenuo da passare alle confessioni senza che occorra la tortura. Vediamo l'amuleto, e lo farò ruotare ben bene per vedere di che si tratta." L'orco prese per mano Scimmiotto e lo guidò in un angolo segreto in fondo alla grotta. Qui si levò di bocca un oggetto che aveva le dimensioni di un uovo di gallina, una specie di ciondolo di cinabro interno. Scimmiotto si rallegrò: "Che bell'oggetto! Chissà quanti esercizi di meditazione, quanti anni di prove, quante sedute di unione di yin e yang sono occorsi per fabbricare questo ciondolo di cinabro interno. E l'eminente legge del destino lo consegna ora nelle mani del vecchio Scimmiotto." La falsa principessa lo afferrò e cominciò a stropicciarselo qua e là. Poi, senza parere, si apprestò a farlo ruotare su se stesso, ma il mostro stava all'erta e subito si slanciò per strapparglielo dalle mani. In fatto di astuzia e agilità non è facile farla a una scimmia. Per sottrarre l'oggetto a ogni contesa, Scimmiotto se lo mise in bocca e lo inghiottì. Il mostro alzò i pugni per colpirlo, ma Scimmiotto lo trattenne con una mano e fece con l'altra un movimento che gli restituì il suo vero aspetto: "Ohé mostro, un po' di contegno! Guardami bene: mi conosci?" "Tesoro" bisbigliò il mostro allocchito, "che cosa ti succede?" "Ma che tesoro, brutto diavolo! Non sai nemmeno riconoscere tuo nonno?" "Eppure questa faccia l'ho già vista da qualche parte" sibilò l'orco. "Rimandiamo di un momento le legnate: guarda pure a tuo agio." "Ti ho visto, ma non riesco a ricordare. Chi sei? Da dove vieni? Dove hai imboscato mia moglie, prima di venire a rubare il mio amuleto con l'inganno? Che azione infame, proprio da fetente!" "Così non mi riconosci" disse il Novizio. "Sono il primo discepolo del monaco cinese e mi chiamo Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Sono il tuo nonnetto di cinquecento anni fa." "Via, non può essere. Il monaco ha solo due discepoli, Porcellino e Sabbioso. Di uno Scimmiotto non ho mai sentito parlare. Tu sei un essere malefico piovuto da chissà dove per prendermi in giro." "Non ero con i due che conosci, appunto perché ho l'abitudine di picchiare sodo i mostri che incontro e ne avevo ammazzati un po' troppi. Il mio maestro, che è un uomo molto compassionevole, mi aveva rimandato a casa per questo motivo. E così, non conoscevi il nome di tuo nonno." "Ma che uomo sei, manchi di dignità! Il tuo maestro ti caccia via, e tu hai ancora il coraggio di mostrarti in giro." "Brutto criticone! Non conosci il proverbio: maestro per un giorno, padre per la vita; e l'altro: l'ostilità fra padre e figlio dura solo una notte? Credevi che potessi restare con le mani in mano, mentre te la prendevi con il mio maestro? E non è tutto; mi hai anche insultato dietro le spalle. Che cos'hai da dire a tua discolpa?" "E quando ti avrei insultato?" "Me l'ha detto Porcellino." "Te lo raccomando, quello là! Ha il grugno di maiale e la lingua di megera. Come puoi dar retta a quella bestia?" "Non stiamo a discutere. Mi accontenterò di farti presente che oggi ti sono venuto a trovare e tu non hai fatto buona accoglienza all'ospite venuto di lontano. Se non gli puoi offrire vino né merenda, puoi sempre offrire la tua testa: abbi la compiacenza di metterti in posa perché io ci batta sopra. E valga in luogo del tè." Il mostro si mise a ridere: "Caro Scimmiotto, se il tuo programma era di fare a botte, non avresti dovuto entrare qui dentro. Lo sai che ho al mio servizio mostri grandi e piccoli, a diecine e centinaia? Avessi pur cento mani, da qui non uscirai vivo." "Sciocchezze! Diecine e centinaia? Anche se fossero migliaia e centinaia di migliaia, non te ne lascerei uno in piedi." Il mostro gridò il segnale d'allarme. I recinti della grotta furono subito ermeticamente chiusi e barricati; tutte le truppe si armarono e corsero al posto di combattimento. Scimmiotto, compiaciuto di quella efficienza, impugnò a due mani il suo randello e gridò: "Trasformazione!" Gli crebbero subito tre teste e sei braccia, mentre la sbarra cerchiata d'oro scintillò moltiplicandosi per tre. Roteando braccia e sbarre si gettò sulla folla come una tigre in un gregge di montoni, o un'aquila nel pollaio. Poveri piccoli mostri! Le loro testoline si spappolavano al primo tocco e gettavano una quantità di sangue, mentre Scimmiotto andava e veniva senza ostacolo, come se percorresse un posto deserto. In breve non rimase che il vecchio mostro, che gli correva dietro coprendolo di insulti: "Scimmia maledetta, sei proprio una disgrazia! Perché vieni a schernire la gente a casa sua?" Scimmiotto, sulla porta, gli fece segno con la mano: "Vediamocela fra noi. Non ero venuto per loro, ma per te." Il mostro lo inseguì con la sciabola levata per fendergli la testa, mentre Scimmiotto lo fronteggiava con la sua sbarra. La battaglia si spostò sulla montagna, fra brume e nuvole. Ai magici poteri del gran santo Il mostro oppone forza non comune. Contro il randello di ferro forgiato S'alza la spada di acciaio temprato. La lama i nembi illumina, il randello Scaccia e disperde nubi colorate. Quanti attacchi fulminei, quante finte, Quante parate a protegger la testa! L'espressione dell'un cambia col vento, L'altro non mostra mai emozione alcuna. Spalanca l'uno i suoi occhi di fuoco, L'altro dimostra agilità felina. Segue la sbarra le tre strategie, Si conforma la sciabola ai sei foderi. Qui la difesa si dimostra forte, Là l'attacco è diretto a dominare. Ferocia con ferocia. Questa lotta Fino all'ultimo sangue fu ingaggiata. Dopo una cinquantina di scontri, l'esito era ancora incerto. "Vedi il maledetto!" si diceva Scimmiotto con segreto piacere. "Come sa controllare gli attacchi del mio randello! Aspetta un po': ti servirò una finta, e voglio proprio vedere se conosci questo colpo." Il bravo re scimmia alzò la sbarra a due mani, nella figura detta osservare il cavallo dall'alto. Il mostro non capì la mossa: vide il vuoto nella difesa e si gettò avanti per colpire con la sciabola; Scimmiotto deviò la lama con un impercettibile movimento, detto livellamento del grande mezzo, ed eseguì la figura detta rubar pesche sotto le foglie, assestando una potente randellata sulla testa dell'orco, che scomparve senza lasciar traccia. Scomparve e basta. Scimmiotto guardò intorno da tutte le parti, ma non trovò niente: "Ragazzo mio, sei un cattivo incassatore: una botta, e non ci sei più. Ma se fossi morto, avresti lasciato in terra del sangue, o qualche altra porcheria. Se non c'è niente, vuol dire che sei scappato." Balzò su una nuvola per scrutare l'orizzonte, ma non si vedevano movimenti in alcuna delle quattro direzioni. "Eppure ai miei occhi non sfugge nulla. Come ha potuto scomparire così? Credo di capire: il mostro diceva di avermi già visto da qualche parte; non dev'essere un mostro ordinario, ma uno spirito celeste." Deciso a metter subito le cose in chiaro, il grande santo raggiunse con una capriola la porta sud del Cielo. A vederlo con la sbarra in pugno le guardie furono prese dal panico: Pang, Liu, Gou e Bi, come Zhang, Tao, Deng e Xin si scansarono precipitosamente addossandosi ai pilastri, senza osare di contrastargli il passaggio. Egli andò difilato alla Sala della Luce Penetrante, dove i quattro grandi precettori celesti Zhang, Ge, Xu e Qiu gli chiesero subito: "A che cosa dobbiamo la visita del grande santo?" "Sapete che sono addetto alla protezione del monaco cinese. Nel Paese degli Elefanti Sacri ho combattuto con un mostro che aveva attaccato il mio maestro dopo aver sedotto una principessa. Durante lo scontro è scomparso senza lasciar traccia, perciò dev'essere uno spirito celeste. Sono venuto appunto per verificare se qualche creatura del cielo ha abbandonato il suo posto." I precettori si recarono subito a rapporto nella Sala delle Nubi Misteriose. Si ordinò di procedere all'appello delle varie categorie di divinità: i nove luminari, i dodici rami, i cinque orienti, gli dèi della via lattea, i cinque picchi, i quattro fiumi. Nessuno avrebbe osato mancare all'appello. La verifica proseguì oltre il palazzo dell'Orsa maggiore: si contarono ventisette delle ventotto case. Mancava solo la stella Kui. "Kui, l'astro del lupo e del bosco, è disceso sulla terra" concludeva il rapporto dei precettori. "Da quanto tempo manca?" chiese l'Imperatore di Giada. "È già mancato a quattro appelli ordinari, che avvengono ogni tre giorni. Quindi oggi è il tredicesimo giorno di assenza." "Tredici giorni in cielo sono tredici anni sulla terra" ricordò l'Imperatore di Giada; e diede ordine al dipartimento competente di provvedere a ricondurre il latitante nel mondo di Sopra. Per eseguire l'ordine imperiale le ventisette costellazioni uscirono dal Cielo, recitando gli opportuni incantesimi. Egli si nascondeva in un torrente di montagna, dissimulato fra i suoi vapori. Osò sporgere la testa solo quando udì gli incantesimi dei colleghi, e li seguì nel mondo di Sopra. Il grande santo gli sbarrò la strada all'ingresso del Cielo e voleva colpirlo di nuovo, ma le costellazioni riuscirono a trattenerlo e condussero il colpevole davanti all'Imperatore di Giada. L'astro tolse la placca d'oro dalla sua cintura, si prosternò ai piedi dei gradini del trono e riconobbe la sua colpa. "Kui, astro del lupo e del bosco, invece di godere l'infinito spettacolo del mondo di Sopra, sei segretamente fuggito. Perché?" chiese l'Imperatore di Giada. "Vostra maestà" rispose Kui prosternandosi, "perdonate al vostro servitore questo crimine che merita la morte. La principessa reale del Paese degli Elefanti Sacri non è una comune mortale. Era una fanciulla di giada della Sala Piena di Profumi. Mi desiderava, ma io non osai contaminare il sacro territorio del palazzo celeste. Essa pensò di prendere forma umana e scese per prima nel mondo di Sotto. Anch'io, per non tradire l'impegno, mi trasformai in mostro su una celebre montagna, la rapii e la tenni nella mia residenza, dove siamo rimasti uniti per tredici anni. Non v'è sospiro o fiato che non sia predestinato: oggi l'impresa del grande santo Scimmiotto mi riconduce alla vostra presenza." L'Imperatore di Giada decretò che fosse privato della placca d'oro e lo bandì nel Paradiso dei Beati, destinandolo come fuochista al servizio di Lao Zi; con riserva di reintegrarlo nelle sue funzioni se avesse servito con merito, o di aggravare la pena in caso contrario. Scimmiotto fu soddisfatto delle disposizioni adottate. Fece una gran riverenza e ringraziò le altre divinità della pena che si erano data. "È sempre il solito rustico, quella scimmia" commentarono ridendo i precettori. "Noi gli abbiamo catturato il mostro e lui se la cava con una riverenza." "Mi sembra già una fortuna che esca di qui pacificamente, senza combinare guai" replicò l'Imperatore di Giada. Il grande santo ritornò alla Grotta della Luna Marina a cercare la principessa. Le stava raccontando dell'avatara del mostro, quando si udirono dall'alto le voci di Porcellino e di Sabbioso che gridavano: "Fratello, lascia anche a noi qualche mostro da menare!" "Qui di mostri non ce ne sono più." "In questo caso" disse Sabbioso, "non ci sono ostacoli ad andarcene. Riportiamo a corte la principessa con la magia della contrazione del terreno." La principessa sentì per un istante il vento che le sibilava nelle orecchie, e subito si ritrovò in città. I tre la condussero alla Sala delle Campanelle d'Oro, dove salutò il re suo padre e la regina sua madre. Poi si unì alle sorelle e tutti i funzionari vennero a renderle omaggio. "Se Veste Gialla è stato sconfitto e io salvata" disse la principessa a suo padre, "il merito è tutto degli immensi poteri del reverendo Scimmiotto." "Che specie di mostro era questo Veste Gialla?" chiese il re. "Il genero di vostra maestà" rispose Scimmiotto "è la costellazione Kui del mondo di Sopra, e vostra figlia è in realtà una fanciulla di giada del servizio dell'incenso. Sono stati i loro pensieri profani a farli cadere fra gli uomini, e non è cosa da poco. La loro unione era destinata dalle loro vite anteriori. In seguito al rapporto che ho presentato all'Imperatore di Giada, è risultato che questo Kui era assente da tredici giorni, che corrispondono a tredici anni sulla terra. I colleghi del suo dipartimento sono andati a ricuperarlo ed egli è stato esiliato nel Paradiso dei Beati, dove avrà modo di riscattarsi. Così ho liberato la vostra benamata figlia." Dopo avere ringraziato Scimmiotto, il re propose: "Perché non andiamo a vedere il vostro Maestro?" I tre discepoli entrarono nella Sala del Tesoro, dove i funzionari avevano fatto portare la gabbia di ferro e tolte le catene alla falsa tigre. Agli occhi di tutti conservava quell'aspetto, ma Scimmiotto vedeva benissimo che era un uomo. L'affatturato Tripitaka aveva qualche percezione di ciò che gli accadeva intorno, ma non poteva muoversi, né aprire gli occhi o la bocca. "Maestro" gli disse Scimmiotto ridendo, "voi che eravate un bravo monaco, come avete potuto ridurvi in questo brutto stato? Mi avete cacciato via perché mi comportavo male, mentre voi volevate darvi tutto al bene. Sarebbe questo il modo?" "Fratello" intervenne Porcellino, "piantala di stuzzicarlo!" "Tu ficchi il grugno dappertutto. Visto che sei il suo discepolo preferito, perché rompi sempre le scatole al vecchio Scimmiotto, quando occorre cavarlo dai pasticci? Come avevo detto, mi dovevo vendicare del mostro perché mi aveva insultato; ora che l'ho fatto, me ne ritorno a casa." "Fratello maggiore" supplicò Sabbioso inginocchiandosi, "gli antichi dicevano: non per amor del monaco, ma per riguardo al Buddha. Dal momento che sei qui, ti prego, salvalo. Se fossimo stati capaci di farlo da soli, non ti avremmo chiesto di venire da tanto lontano." Scimmiotto gli tese le mani per aiutarlo a rialzarsi: "Se me lo chiedi così, come potrei dire di no? Portatemi un po' d'acqua." Porcellino si precipitò alla locanda, veloce come una stella filante, cercò nei bagagli la ciotola d'oro delle elemosine, la riempì d'acqua e la portò a Scimmiotto. Questi recitò una formula e spruzzò l'acqua sul capo della belva: si ruppe l'incantesimo e l'effluvio della tigre si dissipò. Il Reverendo riprese la sua forma, aprì gli occhi, riconobbe Scimmiotto e gli afferrò le mani: "Consapevole del Vuoto, da dove vieni?" Sabbioso gli raccontò i fatti per filo e per segno. Tripitaka manifestò infinita gratitudine: "Mio saggio discepolo, ti devo tutto. Questa volta speriamo di arrivare presto alla meta. Quando ritorneremo nell'Est, segnalerò nel mio rapporto al sovrano dei Tang che il più meritevole sei tu." "Lasciamo perdere" replicò ridendo Scimmiotto. "Per convincermi del vostro amore e della vostra generosità, mi basterebbe che rinunciaste a recitare quella cosa che sapete." Anche il re rinnovò i suoi ringraziamenti ai pellegrini e offrì loro un grande banchetto vegetariano. Dopo avere approfittato della regia bontà, maestro e discepoli si congedarono per rimettersi in cammino verso l'Occidente; e il re li accompagnò per un bel pezzo con i suoi funzionari. Fu così che Il sovrano ritrova sicurezza nel suo regno, E il monaco riprende il cammino del suo impegno. Se in fin dei conti non sapete che altro gli capitò, né quando raggiunse il Paradiso dell'Ovest, ascoltate il seguito. 第032回 SUL MONTE CIMA PIATTA · SUL MONTE CIMA PIATTA IL PROTETTORE FORNISCE ALCUNE INFORMAZIONI. PRESSO LA CAVERNA DEI FIOR DI LOTO PORCELLINO SI TROVA ESPOSTO ALLA SFORTUNA. Il racconto ha riferito come fu che il monaco cinese riprese Scimmiotto al suo servizio. Da allora maestro e discepolo camminavano insieme verso occidente. Era trascorso parecchio tempo da quando avevano salvato la principessa del Paese degli Elefanti Sacri e la folla dei cortigiani li aveva accompagnati per un tratto fuori della città. Avevano superato tante tappe che, a elencarle tutte, il racconto non finirebbe mai; si erano fermati solo quanto era indispensabile per il cibo e per il sonno. Ritornava la primavera, il tempo in cui Il salice risplende come seta Cangiante nella brezza. Intorno gli alberi Infoltiscono e allargano le chiome Schiudendo ovunque fiori profumati. È giunta nella corte posteriore Una coppia di rondini. Le feste Celebran la stagione. Si fa musica Con corde e fiati, fra sete e broccati, Passando in giro le coppe ricolme. Anche il maestro e i discepoli si godevano la primavera, quando incontrarono di nuovo una montagna sul loro cammino. "Discepoli, attenzione!" disse Tripitaka. "Ecco un'alta montagna: corriamo il rischio di essere ostacolati da tigri e lupi." "Maestro" replicò Scimmiotto, "chi ha lasciato la sua famiglia non deve parlare come chi vi è rimasto. Ricordate il Sutra del Cuore, che vi diede il bonzo del Nido dei Corvi. E ricordate anche questo: Libera il tuo cuore da ogni ostacolo! Senza ostacoli, lontano dalle illusioni e dai sogni che turbano, non conoscerà la paura. Ma bisogna innanzitutto spazzar via le impurità dal cuore, lavare le orecchie dalla polvere. Chi non ha subito il dolore dei dolori, non può divenire l'uomo degli uomini. Non abbiate timore; finché vi accompagna il vecchio Scimmiotto voi siete al sicuro, dovesse pure sprofondare il cielo. Non datevi pensiero di qualche meschina tigre o lupo che possiamo incontrare." Il reverendo trattenne il cavallo tirando le redini e disse: "Mentre partivo da Chang'an pensavo Soltanto che avrei visto il Buddha in viso, L'immagine dorata nel Paese Degli Avvoltoi, la bianchezza di giada Della sua fronte nell'oscuro stupa. Ora ho passato fiumi senza nome, Montagne che nessuno aveva mai Scalato, coltri di nebbia più fitte Della notte. Mi chiedo: quando mai Si giungerà alla fine del cammino?" Scimmiotto si mise a ridere: "Se aspirate al riposo, maestro, è una meta che non vi potrà sfuggire. Quando avrete adempiuto il vostro compito meritorio, le diecimila cause cesseranno di agire, tutte le cose si svuoteranno: allora avrete tutto il riposo che vorrete." Tripitaka si dovette accontentare di dominare la propria inquietudine, allentare le redini, agitare le campanelle d'argento e stimolare il drago di giada. Maestro e discepoli iniziarono l'ascesa della montagna, che era molto scoscesa. Che montagna! I picchi aguzzi sulla lunga cresta; Giù nel burrone serpeggia il torrente In fragorosi vortici. Si vede Sullo scosceso fianco della rupe Camminare la tigre di montagna Agitando la coda. [...] Il reverendo tirava le redini per sostare a osservare la ripida salita, quando vide un boscaiolo ritto su una rupe. Che aspetto aveva? Un vecchio feltro azzurro sulla testa, L'abito rozzo di bigello nero: Povera protezione contro il sole Ed il maltempo. Tiene in mano un'ascia D'acciaio lustro e trasporta la legna Sul bilanciere. Per lui primavera Dura per l'anno intero. Vive libero Ed è dalle Tre Stelle benedetto. Pago del suo destino, in casa sua Non entrano né gloria né vergogna. Il boscaiolo Tagliava legna secca sul pendio. Vede venire un monaco da oriente; Posata l'ascia esce fuori dal bosco E a lunghi passi sale sulla roccia. Gridò a Tripitaka: "Ehi voi, reverendo che andate verso occidente, fermatevi un momento! Devo avvertirvi di una cosa: su questa montagna si trova una banda di diavoli crudeli e di mostri feroci, che si nutrono dei viaggiatori come voi." A queste parole sembrò a Tripitaka che le sue anime lasciassero il corpo. Tremava tanto da faticare a restare in sella. Chiamò in fretta i suoi discepoli: "Avete sentito quel boscaiolo? Annuncia diavoli crudeli e mostri feroci sulla montagna. Chi di voi ha il coraggio di andargli a chiedere informazioni più precise?" "Rassicuratevi, maestro" rispose Scimmiotto. "Aspettate che senta che cosa si può cavare da lui." Il bravo Scimmiotto si arrampicò lesto sulla rupe e si rivolse al boscaiolo con uno stentoreo: "Fratello maggiore!" accompagnato da un breve saluto a mani giunte. L'uomo domandò: "Reverendo, per qual motivo siete venuti da queste parti?" "Siamo inviati dalle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Quello là sul cavallo è il nostro maestro, una persona piuttosto paurosa. Visto che lo avete avvertito di presenze pericolose sulla montagna, sono venuto a chiedervi qualche notizia più precisa. Da quanto tempo sono qui, questi diavoli e mostri? Son gente navigata o pivelli? Scusate il disturbo, ma mi serve saperlo per farli arrestare dal dio della montagna e dalla divinità locale." A queste parole il boscaiolo scoppiò in una risata: "Sei un bel matto di bonzo!" "Dico sul serio, non sono matto." "Se dici sul serio, come penseresti di farli arrestare?" "A sentire le balle che racconti per spaventarci e per magnificarli, devi essere un loro parente; se non un parente, un alleato; e se non un alleato, perlomeno un amico." "Sei matto e basta!" replicò il boscaiolo continuando a ridere. "Hai proprio perso la bussola. Io sono venuto ad avvertirvi del pericolo con le migliori intenzioni, perché vi teniate in guardia, e tu vuoi farmene una colpa. Mettiamo che io sappia dove si nascondono queste creature malefiche; ma tu come puoi avere l'audacia di catturarle, e dove le vorresti imprigionare?" "Se sono diavoli celesti, li consegno all'Imperatore di Giada; se sono creature ctonie, agl'inferi. Quelli dell'Ovest vanno consegnati al Buddha, quelli dell'Est ai santi, quelli del Nord a Zhenwu, quelli del Sud alla Virtù del Fuoco. I draghi sono di competenza del sovrano degli oceani, i fantasmi del re Yama. Ogni categoria ha il suo territorio e il suo oriente. Io conosco tutti e posso far spiccare un ordine di cattura urgente in qualsiasi momento, anche di notte." Il boscaiolo sogghignò beffardo: "Meschino! Girando per il mondo avrai avuto occasione di leggere qualche formuletta per trucchi di magia, incanti e aspersioni di acqua benedetta, giusto per scacciare un fantasma o esorcizzare un diavolo qualsiasi. Ma mostri così feroci, credimi, non li hai mai visti." "E che cos'hanno di tanto cattivo?" "Questa catena di montagne si estende per seicento li e si chiama Cima Piatta. Sul monte c'è una Grotta dei Fior di Loto e lì dentro stanno due capi diavoli con piani di battaglia e ritratti: hanno il nome e cognome di tutti voi, e non stanno nella pelle dalla voglia di mangiare il monaco cinese. Se veniste da un'altra parte, magari, vi lascerebbero passare; ma gente che viene dalla Cina, di qui non passa di sicuro." "Si capisce che veniamo dalla Cina, e precisamente dalla corte dei Tang." "Come ho detto, siete precisamente quelli che vogliono mangiare." "Che bella coincidenza! Chissà come faranno." "Come faranno che cosa?" "Se incominciano a mangiare dalla testa, sarà abbastanza divertente. Se invece incominciano dai piedi, molto meno." "Che differenza fa?" "Si vede proprio che non hai mai provato. Se mi mangiano la testa al primo boccone, non sentirò più niente, qualunque altra cosa gli venga in mente di fare. Se invece prima mi rosicchiano i piedi e poi mi masticano i polpacci, io starò ancora a dimenarmi quando arriveranno alle ossa del bacino. Una differenza c'è, e secondo me ci si diverte meno." "Tu credi, bonzo, che staranno a perdere tanto tempo? Appena catturato e legato, ti cuoceranno al vapore e ti inghiottiranno senza nemmeno sputare le ossa." "Questo è meglio di tutto" commentò Scimmiotto ridendo. "Non ci sarà proprio nessun inconveniente, salvo un po' di afa da sopportare durante la cottura." "Lascia stare le gigionate! Questi mostri dispongono di cinque presìdi e di grandissimi poteri. Anche se voi poteste disporre del pilastro di giada che sostiene il cielo o del ponte d'oro che scavalca gli oceani, non riuscireste a far passare il monaco cinese senza provare qualche vertigine." "Quante vertigini potranno essere?" "Diciamo che per tre o quattro volte finirai per terra." "Non è un problema. Fai conto che finisca per terra sette od ottocento volte l'anno: che differenza vuoi che facciano tre o quattro volte di più?" Che bravo Scimmiotto! Non si spaventò affatto e piantò in asso il boscaiolo ritornando di corsa da Tripitaka; proteggerlo era l'unica cosa che gli stesse a cuore. Giunse in un attimo davanti al cavallo: "Maestro, non è niente di grave. A quanto pare abita da queste parti un paio di esseri malefici, ma la gente del posto ne ha una paura esagerata. Sono qui io: non c'è da aver paura. Rimettiamoci in cammino." Tripitaka calmò le sue apprensioni ma, mentre si rimettevano in marcia, il boscaiolo scomparve. "Come mai non vediamo più quel boscaiolo che ci ha avvertito?" si inquietò Tripitaka. "La nostra fortuna è in ribasso" commentò Porcellino. "Vediamo fantasmi in pieno giorno." "Ma no, sarà ritornato nella foresta a tagliar legna" replicò Scimmiotto. "Aspettate che do un'occhiata." Caro grande santo! Aguzzò gli occhi di fuoco dalle pupille d'oro e percorse con lo sguardo il paesaggio fino alle cime più lontane, senza scoprire la minima traccia; ma quando alzò gli occhi verso il cielo, scoprì su una nuvola il protettore del giorno. Si lanciò all'inseguimento gridando: "Brutto villano! Se avevi qualcosa da dirmi, perché non lo hai fatto francamente, invece di recitare questa farsa?" "Grande santo" rispose rispettosamente la divinità, non senza spaventarsi del suo impeto aggressivo, "scusatemi se ho tardato a portarvi l'informazione. È proprio vero che quei mostri hanno grandi poteri e praticano trasformazioni di ogni genere. Ma vedo che voi siete dotato di un'astuzia superiore. State attento, vi occorrerà tutta la vostra divina perspicacia: al minimo passo falso, perderete ogni possibilità di raggiungere mai il Paradiso dell'Ovest." Scimmiotto mandò cordialmente al diavolo il protettore, ma conservò le sue parole scolpite nella mente. Mentre ritornava verso i compagni rifletteva: "Se riferisco fedelmente al maestro le parole del protettore, non sarà all'altezza della situazione e si metterà a piangere come una vite tagliata. Tanto vale tenergliele nascoste ed evitare di inquietarlo. Dice il proverbio: sai quanto è fonda la palude solo quando ti ci sei infangato. Se un mostro riesce a rapirlo, toccherà a me di darmi da fare. Non converrebbe mettere in gioco anche gli altri, e per esempio vedere come se la cava Porcellino? Se vince uno scontro, si fa dei meriti. Mal che vada, se invece lo catturano, potrò sempre andare a liberarlo, e i meriti li acquisterò io." Ma ripensandoci concluse: "È un tal pigro! Non è facile smuoverlo, e d'altronde il maestro è parziale nei suoi confronti. Bisogna inventare qualcosa per stimolarlo." L'astuto Scimmiotto si stropiccia gli occhi sino a farli lacrimare, e in quello stato va incontro al maestro. Al vederlo, Porcellino grida subito: "Sabbioso, molla i bagagli; dividiamo tutta questa roba fra noi due!" "E perché dovremmo?" "Dividi! Tu torni a fare il mostro nel Fiume delle Sabbie Mobili e io me ne vado al villaggio del vecchio Gao, a vedere che ne è stato di mia moglie. Il cavallo bianco lo vendiamo per comprare una bella bara per il maestro, e ciascuno se ne va per la sua strada. Altro che Paradiso dell'Ovest!" Il reverendo sentiva questi discorsi dall'alto del suo cavallo: "Stupido! Perché dici queste sciocchezze, mentre ce ne stiamo appunto andando per la nostra strada?" "Non sono sciocchezze" replicò Porcellino. "Non vedete con quale faccia ritorna Scimmiotto? È uno che non teme né ferro né fuoco, si fa il bagno nell'olio bollente, sale in cielo quando gli serve, si intrufola sotto terra. Se uno così piange e si spaventa, non ci sono dubbi su quanto sia pericolosa la montagna e temibili i mostri. Non ce la faremo mai a proseguire." "Aspetta, chiediamo spiegazioni." E si rivolse a Scimmiotto: "Consapevole del Vuoto, che succede? Che cosa ti preoccupa? A vederti con quella faccia piangente, mi fai paura." "Maestro, il nostro informatore era il protettore del giorno. Dice che i mostri sono molto feroci e che è difficile passare. D'altronde la montagna è troppo alta, la strada troppo ripida; non ce la facciamo ad andare avanti. Sarà meglio che aspettiamo giorni migliori." Il reverendo tremava dalla paura: "Ora che siamo a metà strada, perché dici queste parole scoraggianti?" "Io sono sempre pronto a fare meglio che posso, ma temo di restar solo e che le mie forze non bastino. Hai un bell'essere ferro, la fornace farà di te un mazzo di chiodi." "Hai ragione, discepolo, uno solo non basta. Lo dicono anche i trattati di arte militare: non affrontare il nemico che abbia forze più numerose. Ma ci sono anche Porcellino e Sabbioso: usali a tuo giudizio, per guardarti le spalle o per secondarti. Se unendo forze e menti riuscite ad aprire un passaggio e a farmi superare la montagna, otterremo il giusto frutto dei nostri sforzi." Scimmiotto aveva inscenato la commedia appunto per farsi dire queste parole. Perciò asciugò subito le lacrime: "Per attraversare la montagna, maestro, bisogna che Porcellino mi dia retta in due cose: allora avremo una probabilità su tre di farcela. Se non mi dà retta, non ne avremo nemmeno mezza e sarà meglio lasciar perdere." "Fratello" replicò Porcellino, "se è così difficile andare avanti, lasciamo perdere e separiamoci. Non mi immischiare." "Discepolo!" ingiunse Tripitaka. "Chiedi disposizioni al tuo condiscepolo e ascoltalo attentamente." "Fratello, che cosa cavolo vuoi che faccia?" chiese effettivamente il bestione. "Primo, devi badare al maestro; secondo, devi pattugliare la montagna." "Per badare al maestro, devo mettermi seduto qui dov'è lui; per pattugliare, devo andare in giro. Preferisci che vada in giro stando seduto, o che stia seduto andando in giro?" "Basterebbe che tu facessi bene una delle due cose." "Così va meglio" rispose Porcellino ritrovando il sorriso. "Però non so in che cosa consista badare al maestro, o pattugliare la montagna. Spiegami di che si tratta." "Badare al maestro: se il maestro fa i suoi bisogni, vigilare nei dintorni; se vuole camminare, sostenerlo; se vuol mangiare, mendicare il cibo. Se non ha tutto il cibo che gli serve, sarai battuto; sa ha cattiva cera, sarai battuto; se dimagrisce, sarai battuto." "No, troppo difficile!" esclamò sgomento Porcellino. "Vada per vigilare e sostenerlo, si può anche stargli alle costole e portarlo in groppa, se occorre. Ma se devo andare a mendicare nei villaggi, chi crederà che sono un santo monaco in cerca di scritture? Si dirà invece che ho l'aria di un bel porcello, sano e dell'età giusta; mi circonderanno impugnando forche e scope, mi rovesceranno per terra e mi porteranno a casa loro, dove finirò scannato e messo sotto sale a stagionare per l'anno nuovo. Non è forse peggio della peste e del colera?" "E allora pattuglia la montagna." "In che cosa consiste?" "Inoltrarsi per i sentieri e negli anfratti, cercare informazioni sulle creature malefiche (chi sono, quante sono, che cosa fanno), localizzare passaggi e grotte, in modo da conoscere il percorso che ci accingiamo ad affrontare." "È il meno che possa fare. Il tuo vecchio Porcellino andrà a pattugliare." Il bestione rimboccò la veste, si mise in spalla il rastrello e si avviò bravamente a esplorare. Camminava a gran passi, fiero e pieno di brio. Scimmiotto non poté trattenere un sogghigno. Il reverendo lo rimproverò: "Scimmia malvagia! Siete fratelli e condiscepoli, ma fra voi non c'è amore né compassione, solo gelosie. Ora l'hai indotto ad andare avanti con spregevoli astuzie, abili parole e false espressioni(35). E intanto ridi di lui." "Non sto perdendo tempo a burlarmi di lui: il senso del mio sogghigno è un altro. Vedrete: Porcellino non andrà a esplorare la montagna. Credete che oserebbe azzuffarsi con i mostri? Sarà andato a nascondersi per un po' da qualche parte, e ritornerà a raccontarci frottole." "E tu come lo sai?" "Non è che lo sappia: vedo e valuto. Se non mi credete, lasciate che lo vada a sorvegliare: se incontrasse guai lo potrò aiutare, e comunque mi potrò assicurare della sincerità della sua devozione al Buddha." "Questo si può fare, purché non gli giochi brutti tiri." Scimmiotto promise, si allontanò sul pendio e con una scossa si trasformò in un insetto jiaoliao, una metamorfosi raffinata. Guardatelo: Ali leggere portano nel vento Quell'essere affilato come un ago, Che va sfiorando i giunchi più veloce Di una stella filante e ronza lieve. È l'insetto più piccolo, elegante E pieno di risorse. Ama il riposo In fondo ai boschi, dove si nasconde Ad ogni sguardo. Ronzando raggiunse in breve Porcellino e si posò in un ciuffo di peli radi dietro un'orecchia. Il bestione, intento alla sua marcia, non poteva certo accorgersene. In capo a sette od otto li posò il rastrello, si volse nella direzione in cui aveva lasciato il monaco cinese e si mise a inveire e gesticolare: "Quel vecchio monaco rammollito, quell'equipuzio senza scrupoli, quel pulcino nella stoppa di Sabbioso, se ne stanno là a fare i loro comodi. Fanno camminare me; a loro interessano solo i meriti della ricerca delle scritture, ma il lavoro devo farlo io. Quando ci sono in giro dei mostri, è meglio non farsi troppo vedere. Nossignore, mandano avanti me perché mi faccia veder bene, e addirittura li vada a cercare. Peggio per loro. Io mi fermo e mi faccio una dormita, e quando mi sarò svegliato gli andrò a raccontare quello che mi verrà in mente sul mio servizio di pattuglia; a loro andrà bene lo stesso." Il posto era adatto: in quel punto il pendio era coperto di una morbida erba fulva. Il bestione spianò il suolo con un colpo di rastrello, ci si stese e piombò nel sonno, come cade nel pozzo il secchio pieno d'acqua quando la corda sfugge di mano. Fece appena in tempo a borbottare: "Che meraviglia! Non sta così bene nemmeno quel maledetto equipuzio." Scimmiotto, che aveva sentito tutto, decise di stuzzicarlo. Volò via e con una scossa si trasformò in un picchio, di quelli che beccano gli insetti annidati nel legno. Rosso becco di ferro, piumaggio colorato, Graffiano le sue unghie aguzze come chiodi. Scruta con gli occhi tondi fra gli alberi del bosco Ed i suoi preferiti sono i tronchi marciti, Sopra i quali si nutre picchiando allegramente. Un uccello di taglia media, che non pesava più di due o tre once, ma con becco rosso duro come il bronzo e artigli neri che sembravano di ferro forgiato. Scese in picchiata dal cielo su Porcellino, che dormiva con il capo rovesciato all'indietro, e lo beccò a tutta forza sul grugno. Il bestione si svegliò di soprassalto e balzò su spaventato: "Ecco i mostri! Mi hanno pizzicato il naso, che male!" Tastandosi si vide la mano insanguinata e si disse: "Non ho niente di bello da celebrare, perché mi mettano addosso i nastri rossi."(36) Ma sbirciando intorno da tutte le parti non vide nessuno: "Non si vedono esseri malefici. Da dove può venire questo colpo di punta?" Alzando la testa, scorse il picchio che svolazzava sopra di lui e imprecò: "Malvivente! Già mi bastavano gli scherzi da matricola dell'equipuzio: tu che cosa vuoi? Si vede che mi ha scambiato per un pezzo di legno marcio ed è venuto a cercare larve. Sarà meglio che nasconda il naso mentre dormo." E si riaddormentò in un baleno. Scimmiotto gli volò ancora addosso e questa volta lo beccò dietro un orecchio. Nuovo soprassalto: "Stupido! Perché ce l'hai con me? Avrà qui intorno il suo nido con dentro dei piccoli e vorrà tenermi lontano per proteggerli. Me ne vado, me ne vado." Si alzò, impugnò il rastrello e abbandonò l'erba fulva per rimettersi in cammino. Scimmiotto si divertiva come un matto: "Che babbeo! Ha gli occhi grandi così, ma non è capace nemmeno di riconoscere i suoi." Caro grande santo! Con una scossa riprende la forma di insetto jiaoliao e riprende il suo posto dietro l'orecchia. L'idiota si addentra nella montagna per altri quattro o cinque li e s'imbatte in tre rocce quadrate grandi come tavoli: posa il rastrello e fa una riverenza. Scimmiotto continuava a divertirsi: "Che scemo, le pietre non sono persone: non ti renderanno certo il complimento. Chissà che cosa crede di fare?" In realtà Porcellino voleva preparare il discorso che avrebbe fatto al ritorno e contava di esercitarsi davanti alle tre rocce, che stavano per Tripitaka, Sabbioso e Scimmiotto. "Quando vedrò il maestro, se mi chiede se ho visto dei mostri, gli rispondo di sì. Se mi chiede che specie di montagna è questa, credo che non farei una bella figura a dirgli che è una montagna di fango, o di polvere, o di stagno, di bronzo fuso, di acqua e farina, di cartapesta, o magari che è una montagna dipinta; sarà meglio che mi accontenti di dire che è una montagna di roccia. Anche se mi chiede della grotta risponderò così: è di roccia. E com'è la porta? Di lastre di ferro chiodate, risponderò. Se mi chiede quanto è profonda, dirò: ha tre cortili, uno dietro l'altro. Se domanderà dei particolari, per esempio quanti chiodi sulla porta, dirò che avevo fretta e non li ho contati. Mi pare che sia tutto a posto; posso ritornare a farmi due risate alle spalle dell'equipuzio." Fabbricatesi le risposte, prese la strada del ritorno tirandosi dietro il rastrello, senza sospettare la presenza di Scimmiotto dietro il suo orecchio. Visto com'era incamminato, il Novizio volò via in modo da precederlo all'arrivo dopo avere ripreso la sua forma. "Eccoti, Consapevole del Vuoto" disse il maestro. "Come mai Consapevole delle Proprie Capacità non è con te?" "Si è fermato a escogitare bugie. Presto arriverà e lo sentiremo" rispose Scimmiotto ridendo. "Con quelle orecchie che gli pendono davanti agli occhi, che cosa mai può escogitare? È troppo stupido per mentire. Sarai tu che avrai tramato qualche storia a suo danno." "Maestro, voi trovate sempre il modo di scusarlo; ma vedrete che basterà interrogarlo." E Scimmiotto raccontò come Porcellino si era steso a dormire nell'erba, come lo aveva svegliato a colpi di becco, come lo aveva visto fare riverenze alle rocce e sentito inventar mostri, grotte e porte di ferro. Ed ecco arrivare Porcellino, che andava borbottando fra sé le sue storie, per paura di dimenticarsele. "Che cosa borbotti, bestione?" gli gridò Scimmiotto. Porcellino drizzò le orecchie, si guardò intorno ed esclamò: "Ma allora, sono già arrivato!" E andò a prosternarsi davanti al maestro, che lo fece rialzare dicendo: "Sarai stanco, caro discepolo." "Naturale, chi marcia e scala le montagne si stanca." "Hai visto creature malefiche?" "Sì, un'intera banda." "Che accoglienza ti hanno fatto?" "Mi hanno salutato come grande avo porcino e nonno materno. Mi hanno offerto un pasto di magro e la zuppa di vermicelli. Poi hanno promesso di accompagnarci ad attraversare la montagna con trombe e tamburi." "Forse è il sogno che hai fatto mentre dormivi nell'erba" insinuò Scimmiotto. Porcellino abbassò le orecchie atterrito e si chiese: "Avi miei! Come avrà saputo che ho dormito?" Scimmiotto si fece avanti e lo agguantò: "Vieni qui, che ho qualche domanda da farti." Il bestione tremava in preda al panico: "Va bene, fammi domande; ma perché mi agguanti?" "Che specie di montagna è questa?" "È una montagna di roccia." "La grotta com'è?" "Una grotta di roccia." "La porta com'è?" "Di lastre di ferro chiodate." "Quanto è profonda?" "Ha tre cortili, uno dietro l'altro." "Va bene, il resto me lo ricordo. Ma per paura che il maestro non mi creda, lascialo dire a me." "Che impudente! Tu non c'eri, come puoi sapere che cosa ho visto?" Scimmiotto si mise a ridere e snocciolò: "Quanto al numero dei chiodi sulla porta, dirò che il vecchio Porcellino aveva fretta e non li ha contati. Giusto?" Il bestione si gettò in ginocchio: "Non è forse vero che ti rivolgevi a tre rocce e gli parlavi, come se fossimo noi? E alla fine hai detto: 'Posso ritornare a farmi due risate alle spalle dell'equipuzio.' Non è così?" Il bestione si prosternò ripetutamente: "Condiscepolo anziano, come hai fatto a seguirmi?" "Bel sacco di segatura che sei! Siamo in una situazione pericolosa, tu hai il compito di esplorare la montagna e invece ti rimpiatti a dormire. E ronferesti ancora tranquillamente, se un picchio non ti avesse svegliato. Ma ti sei svegliato solo per inventare tutte queste balle. Questo non è forse sabotare la nostra grande impresa? Adesso porgi la zampa e ci prendi sopra cinque legnate, così avrai qualcosa da ricordare." "Ma il tuo bastone da funerale è troppo pesante" protestò Porcellino spaventato. "Se mi sfiori mi stacchi la pelle, se mi sfreghi mi spezzi i tendini; con cinque colpi mi ammazzi!" "Se le botte non ti piacciono, perché menti?" "È stata l'ultima volta, non lo farò più." "Va be', per questa volta ti darò solo tre colpi." "Avi miei, ma io non ne posso sopportare neanche mezzo!" Il bestione si aggrappava al maestro: "Difendetemi, dite qualcosa!" "Non avevo creduto a Consapevole del Vuoto, che ti accusava di congegnare bugie; e invece vedo che aveva ragione, e tu meriti proprio di essere battuto" replicò Tripitaka. "Ma ora dobbiamo attraversare la montagna e ci occorrono tutte le nostre risorse, sempre che bastino. Per ora risparmialo, Consapevole del Vuoto; lo punirai quando avremo superato l'ostacolo." "Gli antichi dicevano: obbedire alle parole e ai desideri del padre e della madre è il primo degli atti di pietà filiale. Ti risparmio solo perché lo chiede il maestro, ma devi ritornare a esplorare la montagna. Se ricomincerai a mentire e a imbrogliare le cose, non te la passerai liscia un'altra volta." Il bestione non poté che ubbidire. Eccolo galoppare lungo la strada e veder fantasmi dappertutto, timoroso soltanto di Scimmiotto. Dopo aver camminato per qualche li si imbatte in una tigre e le dice: "Condiscepolo anziano, sei venuto ad ascoltare le mie chiacchiere? Ma te l'ho detto, non mento più." Un po' più in là scoppia una burrasca e fa cadere ai suoi piedi un albero morto. Lui si spaventa, si batte il petto e grida: "Fratello, che cosa fai? Te l'ho detto che di balle non ne racconto più. Perché ti trasformi in legno morto e cerchi di colpirmi?" Vede svolazzare una cornacchia gracchiante dal collo bianco: "Vergognati, fratello! Una volta che te l'ho detto, ti puoi fidare. A che ti serve cambiarti in una cornacchia? Mi stai a spiare?" In realtà questa volta Scimmiotto non l'aveva seguito. Ma parliamo del Monte Cima Piatta e della grotta chiamata Fior di Loto. Nella grotta abitavano due mostri, il gran re col Corno d'Oro e il gran re col Corno d'Argento. Se ne stavano seduti insieme, quando Corno d'Oro disse a Corno d'Argento: "Caro fratello, da quanto tempo non si pattuglia la montagna?" "Saranno quindici giorni." "Oggi, per piacere, dovresti fare un giro di ronda." "Perché proprio oggi?" "Vedo che non sei informato. Ho sentito dire che l'imperatore Tang delle terre dell'Est ha inviato suo fratello nell'Ovest a presentare i suoi omaggi al Buddha. Con lui viaggiano Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso, e fan quattro monaci, più un cavallo, che fa cinque. Va a vedere se sono arrivati e portameli qui." "Che ci importa di questi bonzi? Uno vale l'altro. Quando abbiamo voglia di carne umana, possiamo sempre trovarne." "Ma questa è un'occasione unica. L'anno che lasciai il mondo di Sopra sentii dire che questo monaco cinese è l'avatara del reverendo Cicala d'Oro, un uomo eccellente che si è coltivato nel corso di dieci incarnazioni senza perdere una goccia di energia. Chi mangia della sua carne, prolunga indefinitamente la propria vita." "In questo caso potremmo sbarazzarci di esercizi di meditazione, ricerca dei meriti, forgiar tigre e drago, accoppiare maschio e femmina. Lo mangeremo senz'altro, vado a cercarlo." "Calma fratello, non essere precipitoso. Se catturi a casaccio il primo bonzo che ti càpita, potrebbe non essere il monaco cinese, e commetteresti un crimine inutile. Io ho presente l'aspetto di quella gente. Te li disegnerò; tu porterai con te i loro ritratti, e li confronterai con i bonzi che incontrerai per strada." E gli insegnò anche il nome di ciascuno. Con nomi e ritratti, Corno d'Argento uscì dalla grotta, riunì una trentina di mostriciattoli di scorta e partì per la sua ispezione. Porcellino andava incontro alla sua disgrazia. Mentre camminava si imbatté in una banda di diavoli che gli sbarrarono la strada e gridarono: "Chi è questo tipo?" Il bestione li fissò, mosse le orecchie, si rese conto che erano esseri malefici e prese paura. Si disse: "Se gli rivelo che sono un monaco in cerca di scritture, mi impacchettano. Sarà meglio dire che sono un viaggiatore di passaggio." I mostriciattoli avvertirono il re che c'era un viaggiatore di passaggio. Ma alcuni di loro, che erano stati istruiti, precisarono: "Potrebbe essere Porcellino Otto Divieti." Si tirarono fuori i ritratti. Porcellino ne fu sconvolto: "Ecco perché in questi giorni mi sentivo così a terra: hanno chiuso la mia energia in un quadro." I mostriciattoli tenevano i ritratti appesi alla punta delle lance e Corno d'Argento, additandoli, spiegava: "Quello che monta il cavallo bianco è il monaco cinese. Quello con la faccia pelosa è Scimmiotto il Novizio..." Udendo queste parole, Porcellino borbottava ogni sorta di voti: "Dio dei muri e dei fossati, se mi levi dai guai ti dedico tre teste di maiale e ventiquattro libazioni." Ma il mostro continuava: "Quello con la faccia scura è Sabbioso, quello con le grandi orecchie e il grugno lungo è Porcellino." A sentirsi nominare, Porcellino chinò la testa e nascose il grugno contro il petto. "Monaco, tira fuori il naso!" gridò il mostro. "Non posso, è un difetto che ho dalla nascita." Il mostro ordinò di sollevargli il naso usando degli uncini e Porcellino, in preda al panico, subito lo protese: "Sono fatto così, guardate quanto vi pare. È inutile usare uncini." Come il mostro riconobbe Porcellino, sguainò la sciabola e lo colpì. Il bestione parò con il suo rastrello: "Giovanotto, basta con le insolenze, sta in guardia!" "Questo monaco deve aver lasciato la sua famiglia a una certa età" replicò il mostro ridendo. "Che perspicacia! Come lo sai?" "Quel rastrello che adoperi devi averlo sgraffignato nell'orto dove lavoravi prima di farti monaco." "Allora non sai riconoscere il rastrello di tuo nonno. Questo non è un rastrello fatto per l'orto. Guardalo: Ha denti più aguzzi d'artigli di drago: Son unghie di tigre temprate nell'oro. Si abbatte creando un vento glaciale, Nell'urto sprigiona le lingue di fuoco. Sul nostro cammino diretto a occidente Distrugge ogni ostacolo, cattura ogni mostro. Se rotea, la nebbia nasconde le stelle. Spaventa le tigri, rovescia montagne, Solleva gli oceani, spaventa dragoni. Per abile, mostro, che tu ti ritenga, Risparmiati nove profonde ferite Da cui perderesti il sangue e la vita!" Non era il discorso adatto per convincere la creatura malefica a desistere. Si avventò su Porcellino brandendo la Spada delle Sette Stelle. Dopo venti scontri equilibrati, Porcellino si impegnò nel combattimento con l'energia della disperazione. A vederlo sbavare, urlare, scuotere le orecchie, il mostro cominciò a temere di non riuscire a controllarlo e chiamò in aiuto le sue truppe. In singolar tenzone Porcellino avrebbe potuto farcela, ma vedendosi aggredito da tutti quei mostriciattoli fu preso dal panico, si vide sommerso dal numero; allora si sottrasse al contatto, volse la schiena e fuggì. La strada non era propriamente liscia e sgombra. Nella fuga precipitosa si impigliò nei rovi, inciampò nelle liane e cadde lungo disteso; mentre cercava di rialzarsi, un mostriciattolo lo colpì alle caviglie e lo fece nuovamente cadere col muso in terra, come un cane che mangia la propria cacca. Tutta la banda gli fu addosso e lo inchiodò al suolo. Lo afferrarono per i peli, per le orecchie, i piedi, la coda, e lo portarono prigioniero nella grotta. Ahimè, è il caso di dirlo: Se i diavoli all'assalto sono assai, Non hai modo di toglierti dai guai. Se in fin dei conti non sapete in quali impicci si trovò Porcellino, fareste meglio ad ascoltare il seguito. 第033回 IL CIELO IN PRESTITO · IN CUI NATURA-IN-VERITÀ SI PERDE PER UNA VIA NON ORTODOSSA E L'ANIMA ORIGINALE ASSISTE SPIRITO-IN-SÉ. Il mostro fece condurre Porcellino nella grotta e disse al fratello: "Ne ho catturato uno." "Fa vedere" rispose tutto contento il fratello maggiore. "È lui, no?" "Fratellino, non è quello giusto. Questo è un monaco che non serve a niente." Porcellino prese la palla al balzo: "Certo, gran re, sono un bonzo che non serve a niente. Tanto vale lasciarmi andare, siate umano!" "Non lo liberare, fratello" si inquietò il fratello minore. "Non servirà a niente, ma è Porcellino Otto Divieti e stava con il monaco cinese. Possiamo metterlo a bagno nell'acqua finché si stacchino le setole, e poi lo facciamo seccare sotto sale per farne prosciutti da accompagnare al vino nei giorni di pioggia." "Che iella" brontolò Porcellino "cadere nelle mani di orchi salumai!" I mostriciattoli portarono via Porcellino e lo gettarono nell'acqua. Intanto Tripitaka era seduto su una pietra; sentiva caldo alle orecchie, gli bruciavano gli occhi, si sentiva a disagio. Finì per gridare: "Consapevole del Vuoto, come mai non torna Consapevole delle Proprie Capacità, che è partito da tanto tempo?" "Maestro, non sapete ancora che cos'ha per la testa, quello là?" "Che cos'ha per la testa?" "Se ci fosse in giro il più piccolo mostro gli metterebbe paura, non andrebbe avanti d'un passo: farebbe un giretto qui intorno e ritornerebbe di corsa a darci annunci tragici. Si vede che di creature malefiche non ce ne sono proprio, la strada è sgombra e tranquilla e lui se ne va avanti." "Se è così, come facciamo a ritrovarlo? Questa è una distesa deserta e selvaggia, non una città in cui ci si possa dare appuntamento nella piazza del mercato." "Maestro, non vi preoccupate. Risalite a cavallo. Quel bestione è un pigro, non camminerà certo svelto. Se pungolate un po' la vostra cavalcatura, faremo presto a raggiungerlo e proseguiremo insieme." Tripitaka si rimise a cavallo, Sabbioso prese in spalla il suo carico e Scimmiotto aprì il cammino su per la salita. Nella grotta, Corno d'Oro si rivolse al fratello minore: "Se hai catturato Porcellino, il monaco cinese non può essere lontano. Ritorna a ispezionare la montagna e, questa volta, prendi quello giusto." "Detto fatto!" Chiamò una cinquantina di mostriciattoli e ritornò a battere la montagna. Mentre marciavano, videro una corona di nuvole sospinte verso l'alto da brezze di buon augurio. "Ecco che arriva il monaco cinese" ne dedusse il mostro. "Dov'è, dov'è?" chiedevano i mostriciattoli. "Sulle teste delle persone perbene si formano nuvole di buon augurio, su quelle dei malvagi vento nero. Il monaco cinese è l'avatara del venerabile Cicala d'Oro, un sant'uomo che ha praticato la virtù attraverso dieci reincarnazioni: ecco il perché di quelle nuvole di buon augurio." Poiché gli astanti non le vedevano, il mostro le additò: "Sono laggiù, non vedete?" L'orco lo additò per tre volte; ogni volta Tripitaka sentì un brivido percorrergli la schiena. "A che cosa saranno dovuti questi brividi?" chiese inquieto Tripitaka ai suoi discepoli. "Sarà colpa della digestione" opinò Sabbioso. "Ma no!" disse Scimmiotto. "Il maestro è tutto teso e preoccupato, mentre attraversa queste montagne; perciò è esposto a paure senza motivo. Ma non vi dovete impaurire. Aprirò il cammino con la mia sbarra, per aiutarvi a ritrovare la calma." Che bravo Novizio! Mentre camminavano, mulinava il suo randello ed eseguiva impeccabili esercizi di arte marziale: tre evoluzioni in alto, quattro in basso, cinque a sinistra, sei a destra. Era un bellissimo spettacolo, unico nel suo genere, e Tripitaka se lo godeva dal suo cavallo. Dall'alto della montagna, anche il mostro osservava e quasi gli venne un colpo: gli sembrava che le sue anime abbandonassero il corpo. Gli sfuggirono queste parole: "Sono molti anni che sento lodare Scimmiotto, e adesso capisco che la sua reputazione è ben meritata." "Grande re" lo rimproverarono i suoi mostriciattoli, "perché vantare la sua bravura e sminuire il nostro prestigio?" "I poteri di Scimmiotto il Novizio sono troppo grandi; ho paura che non sarà facile mangiarsi quel monaco cinese." "Grande re, se non credete di potercela fare, mandiamo subito ad avvertire l'altro grande re e a chiedergli di mobilitare tutte le nostre forze. Ne abbiamo il tempo, non ci possono sfuggire." "Avete visto quella sbarra di ferro? Con la bravura che ha, può usarla per mandare all'aria diecimila buoni guerrieri, mentre noi nella grotta non abbiamo più di quattro o cinquecento uomini. Come si fa a opporsi a quell'arma?" "Ma se non possiamo permetterci di catturare il monaco cinese, non è stato uno sbaglio catturare Porcellino? Tanto vale lasciarlo andare." "Non credo che sia stato uno sbaglio, e non c'è fretta di rilasciarlo. Il nostro scopo resta di mangiare il monaco cinese, solo che non possiamo farlo adesso." "Come dire che se ne riparlerà fra qualche anno?" "Non occorrono anni. Secondo me quel monaco non si cattura con la forza; ma con la dolcezza si può riuscire. Se ci provassimo a corrergli addosso, non riusciremmo nemmeno ad annusarlo. Dobbiamo invece commuoverlo con la nostra bontà, guadagnare la sua simpatia; solo così potremo architettare uno stratagemma che funzioni." "Contate sul nostro aiuto, non appena il vostro piano sarà pronto." "Voi ritornatevene a casa, ma non dite niente al fratello maggiore. Se glielo dite, se ne parlerà in giro e i miei piani andranno all'aria. Con le mie capacità di trasformazione magica, riuscirò senz'altro a catturarlo." I mostri si dispersero, mentre il loro capo scendeva la montagna, si trasformava con una scossa in un vecchio prete taoista e sostava fra gli alberi presso il ciglio della strada. Che aspetto aveva? Un berretto di stelle scintillanti Sopra bianchi capelli scarmigliati, Una veste di piume con cintura Di broccato; ai suoi piedi calza sandali Di corteccia. Lo sguardo è penetrante. Ricorda il dio della Longevità, Od il Taoista sul Bufalo Nero, Più che il Maestro della Tavoletta. Falsa immagine che assomiglia al vero, Artificio che imita il reale. Fingeva di essersi fatto male; una gamba gli sanguinava e lui gemeva: "Aiuto! Aiuto!" Tripitaka veniva avanti serenamente, perché le esibizioni di Scimmiotto gli avevano ridato fiducia, quando sentì questi gemiti. "Bontà divina!" esclamò Tripitaka. "Chi si lamenta in questi luoghi selvaggi, in cui non si vede villaggio né casa? Dev'essere la povera vittima di una tigre, lupo o leopardo." Il reverendo tirò le redini e chiamò: "Chi siete, voi che vi trovate in difficoltà? Fatevi vedere!" Il falso prete si trascinò fuori dal bosco e incominciò a battere freneticamente la fronte per terra davanti al cavallo di Tripitaka. Questi vide che si trattava di un prete molto vecchio e si precipitò giù dal cavallo a prenderlo per mano: "Alzatevi, vi prego!" "Ahi, come sto male!" gemeva il mostro. Tripitaka vide la gamba che colava sangue e gli chiese spaventato: "Da dove venite maestro? Che cosa avete fatto a quella gamba?" "C'è un tempio isolato a ovest di questa montagna" spiegò l'orco con bucolica mitezza. "Io sono il prete di quel tempio." "Che fate qui, invece di attendere alle funzioni religiose e di recitare sutra?" "L'altro giorno un proprietario che risiede a sud della montagna ci ha chiesto una cerimonia per propiziare gli astri e benedire la casa. Stavamo facendo tardi per recarci da lui, io e i miei due discepoli, e camminavamo in fretta quando, in una gola, una tigre feroce ci ha assalito. I miei discepoli sono stati divorati e io sono fuggito come potevo, ma sono scivolato sulle rocce e mi sono rotto una gamba. Non sapevo proprio che ne sarebbe stato di me, quando ho avuto l'immensa fortuna di incontrarvi. Maestro, spero ardentemente che, nella vostra infinita compassione, vorrete salvarmi la vita. Quando raggiungeremo il mio tempio, saprò testimoniarvi la mia profonda gratitudine, dovessi anche vendermi schiavo per averne i mezzi." Tripitaka gli credette. "Maestro" disse, "apparteniamo alla stessa corporazione, voi siete prete e io bonzo. Vestiamo in modo diverso, ma il senso delle nostre pratiche è il medesimo. Se non vi aiutassi, sarei indegno di far parte di quelli che hanno abbandonato la propria famiglia. Non chiedo di meglio che di aiutarvi, ma voi non potete camminare." "Non posso davvero, non posso nemmeno tenermi ritto." "Va bene. Vi lascerò il cavallo e proseguirò a piedi; me lo restituirete quando giungeremo al vostro tempio." "Maestro, non ho parole per ringraziarvi della vostra generosità; ma con questa ferita alla gamba non sono in grado di cavalcare." "Capisco." E si rivolse a Sabbioso: "Carica i bagagli sul cavallo e porta questo prete." "D'accordo" rispose Sabbioso. Ma il falso prete volse vivacemente il capo verso di lui, come spaventato, e dichiarò: "Maestro, sono ancora pieno di spavento dopo l'assalto della tigre. L'aspetto tetro di questo monaco mi rende ancora più inquieto: non voglio che mi porti lui." "Consapevole del Vuoto, portalo tu" ordinò Tripitaka. "Intesi, ci penso io" rispose Scimmiotto. Il mostro lasciò fare e non disse altro. "Non ha la testa a posto, il vecchio prete" sogghignò Sabbioso. "'Questo mi piace', 'Quello non mi piace'. Un momento o l'altro, quando sarete fuori vista del maestro, vedrai che scherzi ti farà, quello che ti porta!" Scimmiotto, mentre se lo caricava sulle spalle, borbottava ridendo fra sé: "Brutto diavolo, hai una bella faccia tosta a venire a provocarmi. Se ti fossi un po' informato in giro, sapresti che non sono nato dopo il temporale di ieri sera. Le tue balle van bene per il monaco cinese, ma non per me. Ti conosco, mostro di montagna: suppongo che anche tu stia tentando di guadagnarti il tuo boccone del mio maestro. Ma non è ciccia per i tuoi denti. Tanto per cominciare, avrei la precedenza io, e dovresti cedermene più di metà." "Io sono una persona perbene, non sono un mostro" rispose l'orco che aveva sentito, "anche se ho avuto la sfortuna di incappare nelle fiere." "Se è così, perché non mi reciti il sutra dell'Orsa Maggiore?" Tripitaka sorprese il battibecco e se la prese con Scimmiotto: "Maledetta scimmia! Salvare una vita umana val più che costruire una pagoda di sette piani. Portalo e sta zitto. Che ti importa del sutra dell'Orsa Maggiore o di quella Minore?" "Ha fortuna, questo stronzo!" imprecò Scimmiotto. "Il mio maestro molto compassionevole ama fare il bene e farsi infinocchiare. Chissà quanto mi sgriderebbe se rifiutassi di portarti. E allora ti porterò. Ma te lo dico chiaro: non mi pisciare addosso. Non troverei nessuno disposto a lavare e inamidare vestiti che esalino il tuo puzzo." "Ma certo, alla mia età queste cose le capisco benissimo." Scimmiotto se lo caricò sulle spalle e tutti insieme ripresero il cammino verso ovest. Dove la strada era accidentata Scimmiotto rallentava, in modo da lasciare in testa Tripitaka. Dopo quattro o cinque li, Scimmiotto perse di vista i compagni che erano scesi in una valletta. Brontolava sul conto del suo maestro: "Vecchio svanito, non capisce niente! Un lungo viaggio è scomodo anche a non portare carichi, figuriamoci che gusto c'è a tenersi addosso un mostro! E anche se, invece di un mostro, fosse un brav'uomo, alla sua età sarebbe pur sempre uno che ha vissuto troppo. Che senso c'è a portarselo in giro? Lo butterò nel primo buco che trovo." Ma mentre il grande santo si preparava a scodellarlo nel burrone, il mostro stava all'erta. Poiché conosceva l'arte di spostare le montagne e sconvolgere i mari, fece il segno magico e recitò l'incantesimo: in alto nel cielo apparve il monte Sumeru e rovinò addosso a Scimmiotto. Questi scansò la testa, in modo che la montagna appoggiasse sulla spalla sinistra, e disse ridendo: "Figlio mio, stai cercando di schiacciare il vecchio Scimmiotto sotto i pesi. Non mi lamento, ma tu sai che, se il carico è male equilibrato, diventa scomodo da portare." "Una montagna non basta a fermarlo" si disse il mostro. Recitò un altro incantesimo, che rapì nello spazio il monte Emei e lo fece cadere su Scimmiotto; il quale se lo aggiustò sulla spalla destra. Immaginatelo che corre dietro al suo maestro con due grandi montagne sulle spalle. All'orco venivano i sudori freddi: "Non si è mai vista una cosa simile" mormorava stupefatto. Infine, concentrandosi al massimo, recitò un terzo incantesimo che fece piovere anche il monte Tai sulla testa del Novizio: il quale questa volta non riuscì a reggere, lo presero i crampi muscolari. Il peso era tale che le sue tre divinità parassite viscerali squittivano pietosamente, e lui sanguinava dalle sette aperture. Che mostro in gamba! Dopo avere schiacciato al suolo Scimmiotto con questo trucco magico, montò su un gran vento per raggiungere Tripitaka. Dal bordo della sua nuvola tese la mano per rapire il cavaliere, ma Sabbioso lasciò cadere i bagagli, sfoderò il suo bastone per abbattere gli esseri malefici e lo fronteggiò. Il mostro brandì la Spada delle Sette Stelle. Che battaglia! Brillano come lampi le due armi. A veder l'uno roteare gli occhi Sembra il dio nero della morte. L'altro, Con maschera di ferro, si presenta Da vero general delle Cortine. Coi suoi grandi poteri cerca il mostro Di catturare il monaco. Ma l'altro Vuol proteggerlo a prezzo della vita. Salgono nebbie e nubi fino al cielo, Gli astri sono nascosti dalla polvere, Il sole impallidisce e l'universo Sembra precipitare nelle tenebre. Vanno e vengono in scontri ripetuti E Sabbioso va incontro alla sconfitta. Estrema era la ferocia del mostro, la sua spada era maneggiata con tale destrezza che si muoveva come una pioggia di stelle filanti. Sabbioso non poté più resistere e volse le spalle per fuggire, ma l'orco lo afferrò con mano possente e se lo mise sotto l'ascella; mentre con l'altra mano afferrava Tripitaka e il cavallo, aiutandosi con i denti a reggere la criniera, e con un piede sollevava i bagagli. Fece un passo magico, sollevando un turbine che li portò nella Grotta dei Fior di Loto, mentre gridava a squarciagola: "Fratello, eccoti i bonzi, li ho acchiappati tutti quanti!" "Vediamo, portameli" rispose il fratello maggiore, contento ma sempre diffidente. "Eccoli qua!" "Saggio fratello, ti sei sbagliato anche questa volta." "Mi avevi detto che ti dovevo portare il monaco cinese." "Certo che questo è il monaco cinese; ma Scimmiotto non lo hai catturato, ed è pieno di risorse. Come si fa a mangiare in pace il primo, se non si è catturato il secondo? Dobbiamo tenercelo in dispensa finché non avremo catturato il Novizio. Il re scimmia ha poteri e capacità di trasformazione immensi. Non si rassegnerà mai a lasciar mangiare il suo maestro. Chissà che baccano farà: non avremo più un minuto di requie." "Fratello mio" obiettò ridendo il fratello minore, "a sentir te sono bravi solo gli altri. Parli di Scimmiotto come se non avesse rivali in terra, e magari nemmeno in cielo. A me non è sembrato niente di speciale." "Hai catturato anche lui?" "L'ho incastrato sotto tre grosse montagne, è in condizioni da non poter muovere un dito. Perciò ho potuto prendermi il monaco cinese, Sabbioso, il cavallo e i bagagli in un colpo solo." Il fratello maggiore si rasserenò ed esclamò allegramente: "Allora sì! Se lo hai neutralizzato, niente ci impedirà di metterci a tavola con il monaco cinese come piatto principale." Si rivolse ai mostriciattoli: "Ragazzi portatemi subito del vino, perché possa offrire al grande re minore la coppa della vittoria." "Aspettiamo a bere, fratello. Prima i ragazzi devono togliere dall'acqua Porcellino e appenderlo ad asciugare." Così Porcellino fu appeso sotto il portico orientale, Sabbioso sotto quello occidentale e Tripitaka nella sala di mezzo. Il cavallo bianco fu portato nella scuderia e i bagagli messi da parte. "È stato un colpo da maestro, fratello mio" disse sorridendo il fratello maggiore al minore. "Ne hai presi tre in due tempi. Ma quello Scimmiotto che è rimasto schiacciato sotto le montagne, bisogna trovare il modo di metterlo in pentola con gli altri." "Ora mettiamoci comodi. Se è necessario catturarlo, non occorre che ci sporchiamo le mani. Basta mandare un paio di ragazzi con due dei nostri tesori per mettercelo dentro e portarlo qui." "Quali tesori converrà adoperare?" "Useremo la mia zucca d'oro rosso e il tuo vaso di giada color grasso di montone." Il fratello maggiore prese i due tesori e domandò: "Chi converrà mandare?" "Mi pare che vadano bene Diavolo Furbo e Bestiola Maligna." Le istruzioni furono queste: "Prendete questi oggetti e salite in cielo più alti che potete. Rivolgeteli in modo che abbiano la bocca verso terra e chiamate Scimmiotto il Novizio: se risponderà, sarà aspirato lì dentro. Allora voi sigillerete i recipienti con il nastro con la scritta: Possa il signore Laozi agire prontamente, in conformità di leggi e regolamenti. Nel giro di tre ore e mezza sarà ridotto allo stato liquido." I due mostriciattoli si prosternarono, presero i tesori e partirono alla cattura di Scimmiotto. Il grande santo prigioniero sotto le montagne, trovandosi nelle avversità, pensava intensamente al santo monaco Tripitaka e gridava: "Maestro, ricordo quando arrivaste al Monte delle Due Frontiere e mi liberaste da una prova terribile, togliendo il sigillo della mia prigione. Fu allora che abbracciai la dottrina dei monaci del Buddha. Per grazia di Guanyin ho ricevuto la pia consegna di accompagnarvi e di apprendere i vostri insegnamenti, di condividere la vostra sorte e la vostra sapienza. Quale avversità ha potuto ridurmi a questo punto, schiacciato sotto tre montagne? Pietà! Non sarete per caso destinato a morire? Ma perché dovrebbero essere coinvolti Sabbioso, Porcellino e il giovane drago mutato in cavallo? È il caso di dirlo: Pianta che ingigantisce attira il fulmine, Uomo che acquista fama ne perisce." E sospirava e piangeva. Ma non trascurò di convocare gli dèi delle montagne, la divinità locale e i rivelatori dei cinque orienti. Tutti costoro confabularono con Testa d'Oro, che chiese: "Chi si occupa di queste montagne?" "Ce ne occupiamo noi" risposero gli dèi. "Sapete chi sta incastrato là sotto?" "Non lo sappiamo." "Dunque non lo sapete. Ebbene, è il Grande Santo Uguale al Cielo, quello dei disordini nel palazzo celeste di cinquecento anni fa, Scimmiotto il Novizio; adesso si è convertito e fa il discepolo del monaco cinese. Che cosa vi è venuto in mente di mettere le vostre montagne a disposizione del mostro per schiacciarlo? Non darei un soldo per la vostra pelle. Quando uscirà, credete che ve la farà passare liscia? Se proprio fosse in vena di indulgenza, potrebbe accontentarsi di fare di voi dei nettacessi in qualche locanda; e anche noi passeremo i nostri guai." "Noi non ne sapevamo niente" protestarono impaurite le divinità. "Quel capo diavolo ha recitato le formule giuste, e noi abbiamo spostato le montagne senza sapere che cosa c'era sotto." "Rassicuratevi: non si persegua l'errore commesso per ignoranza; sta scritto nel codice. Ma vediamo come uscirne senza che ci riempia di botte." "Ma che senso ha? Perché dovrebbe riempirci di botte, se lo liberiamo?" "Non conoscete il suo caratterino, né il suo randello cerchiato d'oro. Con un colpo vi ammazza, se vi urta è una ferita grave, se vi tocca spezza i tendini, se vi sfiora toglie la pelle." Allarmatissime, le divinità si affacciarono in punta di piedi all'abisso formato dagli spigoli delle tre montagne e gridarono con voce gentile: "Grande santo, eccoci qua! Siamo gli dèi di queste montagne, la divinità locale e i rivelatori dei cinque orienti. Siamo venuti a farvi visita." Il bravo Novizio, anche nello stato in cui era ridotto, non aveva certo perduto lo smalto, e rispose con voce squillante: "Qual buon vento, ragazzi?" "Permetteteci di farvi sapere" risposero le divinità, "che stiamo per spostare queste montagne. Vi preghiamo di venir fuori da lì sotto e di volerci perdonare l'involontaria mancanza di rispetto." "Va be', per questa volta la passerete liscia". E gridò: "Esecuzione!", come per un ordine o una formula magica. Le divinità recitarono incantesimi che riportarono le montagne al loro posto e Scimmiotto balzò su come una molla. Si diede una scossa per far cadere il terriccio che lo ricopriva, si aggiustò il grembiule di pelle di tigre, si cavò l'ago da dietro l'orecchio e ordinò alle divinità di farsi avanti: "Dài, allungate le zampine e prendetevi un colpetto per uno, tanto per dissipare il malumore." Le divinità furono terrorizzate: "Un momento fa ci avevate perdonato. Come potete mancar di parola appena uscito?" "Scherzavo, giovanotti. Il vecchio Scimmiotto non ce l'ha con voi, ma solo con i mostri." "Quei diavoli" spiegò la divinità locale "sono potentissimi e possiedono incredibili arti magiche. Ogni giorno ci convocano nella loro grotta con incantesimi e ci obbligano a prestargli servizio regolare." Fu la volta di Scimmiotto di restare sconcertato: "È incredibile. Da quando il cielo e la terra si sono separati dal caos e io sono nato sul Monte di Fiori e Frutti, sono sempre andato in cerca di maestri eminenti per imparare i segreti che prolungano la vita. Molto ho imparato e molte ne ho fatte: ho sottomesso tigri, domato draghi e acquistato il titolo di grande santo mettendo il paradiso sottosopra. Ma non ho mai costretto al mio servizio delle divinità con trucchi e frode. Come si permettono questi mostri di adoperarvi come schiavi o servi? Come possono esistere creature così abiette?" Mentre il grande santo dava sfogo alla sua indignazione, si vide qualcosa che mandava un riflesso abbagliante venire da lontano su per la montagna. "Comunque, saprete tutto della grotta e dei suoi abitanti, visto che ci andate a servizio. Che cos'è, secondo voi, l'oggetto che manda quel riflesso?" "Sono tesori dei mostri" rispose la divinità locale. "Li avranno tirati fuori per cercare di impadronirsi di voi." "Credo che ci sarà da divertirsi. Un'altra cosa: che specie di amici di casa li frequentano?" "Sono dediti a fabbricare droghe ed elaborare cinabro; i loro amici sono taoisti della setta della Verità Completamente Sublimata." "Già, quello che abbiamo incontrato si era trasformato in vecchio taoista, per intrappolare il nostro maestro. Va bene, per ora le bastonate sono rimandate. Potete andare." Le divinità si alzarono a volo e scomparvero in un baleno, mentre il grande santo, con una scossa, si trasformava in vecchio taoista. Che aspetto aveva? In due crocchie riuniti i suoi capelli, La veste costellata di rammendi Con la cintura del maestro Lü, Batte un tamburo conformato a pesce. Attende i mostriciattoli a pie' fermo Per dare loro una bella lezione. Quando i due mostriciattoli giunsero all'altezza di Scimmiotto, che si teneva celato in un cespuglio, questi tese la sua sbarra cerchiata d'oro e li fece inciampare, mandandoli lunghi distesi. Solo rialzandosi si accorsero del Novizio e gli gridarono: "Dovreste fare attenzione! Se il nostro grande re non fosse in buoni rapporti con la gente della vostra specie, adesso dovreste vedervela con noi." "Veder cosa?" replicò Scimmiotto ridendo. "Il nostro è un incontro fra taoisti, tutta roba in famiglia." "Come vi è venuto in mente di mettervi a dormire in quel cespuglio? Ci avete fatto inciampare." "Quando ragazzi come voi incontrano un vecchio come me, un ruzzolone ci vuole, come omaggio di benvenuto." "Il nostro grande re, per incontrare i nuovi venuti, chiede qualche tael d'argento. Perché voi preferite i ruzzoloni? Saranno usi forestieri: voi non dovete essere un taoista di queste parti." "Certo che non sono di queste parti; vengo dai monti Penglai." "Ma è un isola del mare, ci vivono gli immortali." "E io che cosa sono, secondo voi?" I mostriciattoli passarono dal dispetto alla gioia e si fecero avanti gridando: "Egregio immortale, i nostri occhi umani non ci hanno consentito di riconoscervi subito: vogliate perdonarci, se vi abbiamo offeso." "Non ve ne voglio. Dice il proverbio: corpo di immortale non calpesta terra profana; come avreste potuto riconoscermi? Sono venuto su questa montagna per fare la fortuna di un bravo ragazzo, che voglia divenire immortale e comprendere il Tao. Chi di voi due sarebbe disposto a seguirmi?" "Maestro, vengo io!" risposero a una voce Diavolo Furbo e Bestiola Maligna. "Voi due da dove venite?" chiese Scimmiotto, pur sapendolo bene. "Dalla Grotta dei Fior di Loto." "E che cosa stavate facendo?" "Si andava a catturare Scimmiotto il Novizio, per ordine del nostro grande re." "Catturare chi?" "Scimmiotto il Novizio." "Non sarà per caso quello che accompagna il monaco cinese in cerca delle scritture?" "Proprio lui. Lo conoscete?" "È una scimmia impertinente e mi ha procurato varie seccature. Vengo con voi a catturarla, offro un modesto aiuto alla vostra impresa." "Maestro, non ci occorre aiuto. I nostri grandi re, con le loro arti magiche, l'hanno già sepolto sotto tre grandi montagne: non può muovere un dito. Noi abbiamo l'ordine di chiuderlo in due tesori." "Di che tesori si tratta?" "Il mio è una zucca rossa" rispose Diavolo Furbo, "il suo un vaso di giada." "E come ce lo metterete dentro?" "Basta rivolgere la bocca dei recipienti verso terra e chiamarlo: se risponde, ci sarà aspirato. Per impedire che esca, metteremo un sigillo con il nome del signore Laozi. In tre ore e mezza sarà ridotto a sciroppo." "Hai capito?" pensò Scimmiotto. "Il protettore del giorno parlava di cinque presìdi: questi sono due. Che cosa saranno gli altri tre?" E riprese sorridendo: "Miei cari, mi fate dare un'occhiata a questi tesori?" Gli ingenui mostriciattoli tolsero dalla manica i due oggetti e li tesero a Scimmiotto, che si rallegrò: "Che belle cose! Basterebbe un colpo di coda e op! scomparirei con un balzo, portandomeli via in regalo." Rifletté: "Ma così non risolverei niente e riuscirei solo a farmi una reputazione di ladro. Furto con destrezza alla luce del sole." Perciò li restituì dicendo: "Voi non avete visto il mio." "Che tesoro avete, maestro? Fatecelo vedere." Il bravo Scimmiotto! Si strappò un pelo, lo strofinò fra le dita e con una parola lo mutò in una grande zucca d'oro rosso di un piede e sette pollici: "Questa non l'avete mai vista." Bestiola Maligna la prese in mano, la girò da tutte le parti e concluse: "Maestro, è una zucca grande e bella; ma non serve a niente." "Come sarebbe a dire, che non serve a niente?" "Ciascuno dei nostri recipienti può racchiudere mille persone." "Capirai che risorsa, chiuderci della gente! Nella mia zucca ci posso chiudere il cielo." "Davvero?" "Si capisce." "Non sarà per caso un po' esagerato? Ci dovreste dare una dimostrazione, altrimenti è difficile da credere." "Certe volte che il cielo mi rompe le tasche, mi càpita di chiuderlo lì dentro sette od otto volte in un mese. Altrimenti possono passare sei mesi senza che la adoperi." "Fratello" disse Bestiola Maligna a Diavolo Furbo, "pensa che roba! Un recipiente per catturare il cielo! Scambiare le zucche sarebbe un grande affare." "Non credo che lui sarebbe d'accordo." "Allora ci aggiungiamo il vaso di giada." Scimmiotto, tutto contento, recitava fra sé: "Zucca per zucca, Col vaso in più. Prendi due cose Per una sola: Questo è un affare Che mi fa gola!" Tirò a sé Bestiola Maligna: "Se ti mostro come funziona, facciamo lo scambio?" "D'accordo, ma ci deve proprio entrare il cielo, come avete promesso." "Va bene, vi faccio la dimostrazione." Il bravo Scimmiotto abbassò la testa, fece un passo magico e recitò un incantesimo per convocare il dio della ronda di giorno, quello della ronda di notte e i rivelatori dei cinque orienti: "Correte a presentare un rapporto da parte mia all'Imperatore di Giada: il vecchio Scimmiotto, convertito al giusto frutto, mentre protegge il monaco cinese diretto a cercare le scritture al Paradiso dell'Ovest, si trova bloccato da alte montagne, su cui il suo maestro è sottoposto a prove terribili. Devo indurre dei mostri a consegnarmi i loro tesori e, per riuscirci, supplico di darmi in prestito il cielo per qualche minuto, perché devo rinchiuderlo in una zucca. Se l'Imperatore fa difficoltà, dovrò andare di persona a spiegargli la situazione nella Sala delle Nuvole Misteriose, e ci andrò da quel maleducato che sono, senza chiedere permesso." Il dio della ronda di giorno si precipitò alla porta sud del Cielo, fu ammesso nella sala delle udienze e presentò il rapporto. "Maledetta scimmia!" rispose l'Imperatore. "Mi si rivolge sempre in un modo... Guanyin mi aveva informato della sua missione, e io avevo mandato ad assisterlo i rivelatori dei cinque orienti e i quattro protettori. Ed ecco che ora vuole imbottigliare il cielo. Ma come diavolo si fa a imbottigliare il cielo?" Il principe Nata fece un passo avanti e gli fece notare: "Vostra maestà, dev'essere pur possibile imbottigliare il cielo." "E come?" "Quando il caos incominciò a dividersi, il puro e leggero formò il cielo, il torbido e pesante la terra. Il cielo è una massa di puro soffio, benché sostenga vari edifici e il Palazzo di Diaspro. Certo in teoria imbottigliare il cielo non è cosa facile. Tuttavia la missione di Scimmiotto, che è di proteggere di Tripitaka nella sua ricerca, sarà fonte di tali benedizioni, più alte del Monte Tai e più profonde del mare, che credo dobbiamo trovare il modo di aiutarlo." "Che cosa proponi di fare?" "Potreste promulgare un decreto che chieda a Zhenwu di mettere a disposizione il suo stendardo di piume nere. Lo spiegheremo dal portale nord al portale sud, in modo da nascondere tutti gli astri: non si vedrà più niente, il bianco non si distinguerà dal nero. Il mostro sarà ingannato e crederà che il cielo sia stato rinchiuso in bottiglia: così avremo aiutato il Novizio a compiere la sua missione." "Sia fatto come hai proposto." In conformità del comando ricevuto, il principe si recò alla porta nord, parlò con Zhenwu e definì tutti i particolari. Lo stendardo gli fu dato in consegna. Il dio della ronda di giorno scese giù a precipizio e mormorò nell'orecchio a Scimmiotto: "Ora viene in aiuto il principe Nata." In effetti il Novizio, alzando gli occhi, scorse in alto un alone di nuvole di buon augurio. Si rivolse ai mostriciattoli: "Allora, lo vogliamo mettere nella zucca, questo cielo?" "Metticelo, se sei capace, senza tanti abracadabra." "Adesso mi concentro e recito l'incantesimo." I mostriciattoli stavano in attesa con gli occhi spalancati. Scimmiotto gettò in aria la falsa zucca: pensate che era la metamorfosi di un pelo, quanto avrà potuto pesare? Presa dal vento che soffiava sulla montagna, fu trascinata qua e là per un bel pezzo, prima di ricadere a terra. Ed ecco che in alto il principe Nata, con un gran gesto, svolse tutto il nero stendardo, che coprì sole, luna e ogni minima stella. Il mondo si tinse di nero, l'universo sprofondò nella notte più cupa. I mostriciattoli rimasero a bocca aperta: "Un momento fa era mezzogiorno, e ora non c'è più niente. Che succede?" "Quando il cielo è chiuso in una zucca, non resta più niente da vedere" rispose Scimmiotto. "Ma come può essere un nero così fondo?" "Sole, luna e stelle stavano in cielo, e quindi ora sono dentro la mia zucca. Fuori resta soltanto il nero." "Maestro, ma voi dove siete? Da dove ci parlate?" "Sono qui, davanti a voi." Un mostriciattolo si provò a tastare con la mano nel vuoto: "Maestro, sento la vostra voce, ma non vedo niente. Dove ci troviamo?" "Fermi, non vi muovete! Siete in riva al mare: se fate un passo ci cadrete, e continuerete a cadere per otto giorni prima di raggiungere il fondo." "Basta, basta! Aprite la vostra zucca, per favore. Abbiamo visto come si fa. Se per sbaglio cadiamo in acqua, non rivedremo più le nostre famiglie!" Quando il bravo Scimmiotto constatò che lo prendevano sul serio, recitò una formula per avvertire il principe, che arrotolò lo stendardo. Il sole di mezzogiorno riprese a brillare. "Che meraviglia!" gridarono i candidi mostriciattoli. "Se non facessimo lo scambio con un tesoro simile, saremmo figli indegni dei nostri padri." Zucca d'oro e vaso di giada furono consegnati a Scimmiotto, in cambio della zucca falsa. Ma il Novizio voleva rendere definitivo il contratto. Si strappò un pelo, lo trasformò in una sapeca e disse a uno dei ragazzi: "Prendi questa moneta e vammi a comprare un foglio di carta bollata." "Che te ne farai?" "Dobbiamo mettere il contratto per iscritto. Dopo tutto, voi mi date due tesori e io a voi uno solo. Magari fra qualche anno potreste trovarci da ridire e piantarmi delle grane. Voglio essere sicuro di poter dimostrare che la transazione è regolare e inoppugnabile." "Ma qui non si trova carta bollata, e del resto nemmeno inchiostro e pennelli. Perché mai dovremmo impelagarci nella carta scritta? Giuriamo." "Come giuriamo?" "Noi scambiamo i nostri due tesori contro il tuo. Se ci pentiamo, che ci colga la peste." "Io non mi pentirò di sicuro" replicò ridendo Scimmiotto; "ma se lo facessi, che la peste colga anche me." Pronunciato il giuramento, Scimmiotto scomparve con un balzo; si recò alla porta sud del Cielo per ringraziare dell'aiuto il principe Nata. Questi rese lo stendardo a Zhenwu e se ne tornò a palazzo per fare rapporto. Scimmiotto rimase su nello spazio per vedere che cosa facevano i mostriciattoli. Forse voi sapete che cosa fecero, e forse no; nel secondo caso, potete sempre ascoltare il seguito. 第034回 INVITO A PRANZO DI UN'ORCHESSA · IL RE DIAVOLO, CON ABILE MOSSA, CATTURA LA SCIMMIA DELLO SPIRITO. IL GRANDE SANTO SOTTRAE IL PRESIDIO CON LA DESTREZZA. Ritorniamo ai nostri mostriciattoli, cui era rimasta la zucca falsa e che litigavano a chi dovesse provarla per primo; ma, levando gli occhi, si accorsero che Scimmiotto era scomparso. "Fratello" disse Bestiola Maligna a Diavolo Furbo, "forse anche gli immortali possono mentire. Non ci aveva detto che, dopo il baratto, ci avrebbe portato con sé per insegnarci l'immortalità? Come mai se n'è andato senza salutare?" "Fatti suoi. In ogni caso il baratto è stato a nostro favore, e di molto. Dammi quella zucca, che voglio provare anch'io a rinchiuderci il cielo." La lanciò per aria, ma ricadde giù con un tonfo sordo: "Com'è che non aspira il cielo?" disse la Bestiola allarmata. "Non sarà per caso che l'immortale non fosse che Scimmiotto travestito, per spacciarci una zucca falsa in cambio di quella vera?" "Non dire sciocchezze! Quello è incastrato sotto tre montagne: come avrebbe fatto a venirne fuori? Aspetta che ripeta un incantesimo che gli ho sentito dire, e vedrai che funziona." Diavolo Furbo gettò in aria un'altra volta la zucca salmodiando: "Dovrò andare di persona nella Sala delle Nuvole Misteriose, e ci andrò da quel maleducato che sono, senza chiedere permesso." Ma intanto si sentì un altro tonfo della fiasca. "Non se ne cava niente" strillarono i mostriciattoli. "Ci ha turlupinato!" Quando Scimmiotto constatò che la truffa era scoperta, non vide motivo di rinunciare al suo pelo; si diede una scossa e lo ricuperò. I poveri piccoli si ritrovarono a mani vuote. "Fratellino, dammi quella zucca" domandava Diavolo Furbo. "Ma l'avevi in mano tu. Cielo, è scomparsa!" Si misero a cercarla fra l'erba e nei cespugli, esplorarono le proprie maniche, si tastarono a vicenda: niente. Si guardarono atterriti: "Il grande re ci aveva affidato i tesori per imprigionare il Novizio. E ora non abbiamo né i tesori né il Novizio. Chi glielo va a dire? Ci batterà a morte!" "Scappiamo!" suggerì Bestiola Maligna. "E dove?" "Non importa dove. Se rientriamo senza i tesori, ci lasciamo la pelle." "Eppure è meno peggio ritornare" replicò Diavolo Furbo. "Bisogna che la colpa te la prenda tu: il grande re minore ti vuol bene. Se è in vena di indulgenza, non ci ammazza. E se ci ammazza, almeno moriremo a casa nostra, invece di infilarci in un vicolo cieco. Dài, vieni!" Adottarono questa decisione e ritornarono sui loro passi. Scimmiotto, che continuava a osservarli, si trasformò in una mosca per seguirli. C'era il problema di come custodire i tesori. Abbandonarli sul ciglio della strada, nascosti fra l'erba o nei cespugli, avrebbe significato abbandonarli al primo venuto ed essersi dato tanto da fare per nulla. Bisognava portarli con sé; ma come poteva farlo una mosca, più piccola di un pisello? Scoprì però che i tesori avevano in comune con la sua sbarra cerchiata d'oro la proprietà di mutare le proprie dimensioni a richiesta, e questo aggiustò le cose. Fu così che i due giovanotti ritornarono alla grotta seguiti da una mosca ronzante. I due mostriciattoli si inginocchiarono davanti ai loro capi, che se ne stavano seduti a bere, mentre Scimmiotto si posava sullo stipite della porta ad ascoltare. "Grandi re!" "Eccovi qua" esclamarono i mostri posando i bicchieri. "Eccoci." "Avete catturato Scimmiotto il Novizio?" I due si prosternarono senza osare aprir bocca. Nuova domanda, nuova prosternazione. La terza volta caddero del tutto per terra e balbettarono: "Vogliate perdonarci, meritiamo mille morti. Mentre camminavamo sulla montagna ci siamo imbattuti in un immortale dei monti Penglai. Ci ha chiesto dove andavamo, e noi abbiamo risposto: 'A catturare Scimmiotto il Novizio'. L'immortale ci ha detto che anche lui aveva un conto in sospeso e ha offerto di aiutarci, ma noi abbiamo risposto che non occorreva, perché avevamo i nostri tesori che aspiravano le persone. Anche l'immortale aveva una zucca, che poteva aspirare tutto il cielo. Mossi da un'ambizione insensata, ma per uno scopo di buona gestione domestica, abbiamo pensato che un baratto fosse conveniente. Avevamo proposto: zucca per zucca; poi Bestiola Maligna ha aggiunto il suo vaso. Chi avrebbe potuto prevedere che quell'oggetto di immortali non si potesse toccare con mani profane? Quando lo abbiamo preso in mano, uomo e zucca sono scomparsi. Speriamo ardentemente che ci potrete perdonare questo errore, anche se certo merita la morte." "Ma bene! Ma bravi!" tuonò il mostro maggiore. "Evidentemente Scimmiotto vi ha imbrogliato facendosi passare per un immortale. Questo re scimmia ha immensi poteri, conosce tutti, sa mettere in moto mezzo mondo. Mi chiedo quale sia stata la fottuta divinità che l'ha fatto uscire dalla sua prigione per scroccare i nostri tesori." "Calma la tua collera, fratello" intervenne il minore. "L'insolenza di quel macaco è incredibile. Capisco che sia scappato, se ne aveva i mezzi; ma perché derubarci? Se non mi riesce di catturarlo, che io possa perdere il mio posto di mostro sulla strada dell'Ovest!" "Come conti di fare?" "Abbiamo perso due presìdi; ma ne abbiamo altri tre, che dovrebbero bastare." "Quali sono?" "La Spada delle Sette Stelle e il Ventaglio di Foglie di Banano li abbiamo sottomano. La Corda da Tenda d'Oro la tiene nostra madre, nella Grotta del Drago Schiacciato. Mandiamo un paio di ragazzi a invitare la mamma ad assaggiare con noi le carni del monaco cinese, e chiediamole di portare la corda d'oro per catturare Scimmiotto." "Chi dobbiamo mandare, secondo te?" "Di sicuro non questi buoni a nulla" e gridò a Diavolo Furbo e Bestiola Maligna di levarsi dai piedi. "Zitto, ci è andata molto meglio del previsto" commentavano fra loro. "Ce la caviamo senza botte, e quasi senza rimproveri." "Di solito mi accompagnano Tigre Gratta Montagne e Drago di Mare: potremmo incaricare loro" suggerì il fratello minore. Furono chiamati, vennero a inginocchiarsi e ricevettero le istruzioni: "Dovrete stare bene attenti." "Staremo attenti." "Ci vuole molta prudenza." "L'avremo." "Sapete dove abita la signora nostra madre?" "Sappiamo." "Allora andateci subito, per la via più breve, salutatela da parte nostra e ditele che la invitiamo a pranzo. Troverà un piatto di carne di monaco cinese. Ditele che, da parte sua, porti la Corda da Tenda d'Oro, che ci serve per catturare Scimmiotto." I due mostriciattoli partirono immediatamente. Come avrebbero potuto sospettare che Scimmiotto era presente e non aveva perduto una parola? Infatti spiegò le ali, ronzò al seguito di Tigre Gratta Montagne e si posò su di lui. Dopo due o tre li, Scimmiotto ebbe l'idea di ammazzarli, ma ci ripensò: "Sarebbe facilissimo, ma io non so l'indirizzo di questa signora che possiede la corda d'oro. Prima di colpire, sarà bene che ne sappia di più." Il bravo Scimmiotto, con ronzio discreto, lasciò il suo mostriciattolo, attese che avanzasse un centinaio di passi e con una scossa si trasformò a sua volta in mostriciattolo, con un berretto di volpe in testa e il suo grembiule di pelle di tigre indossato al rovescio. "Ragazzi, aspettatemi!" gridò correndo dietro agli altri due. Drago di Mare volse il capo e domandò: "E tu da dove vieni?" "Fratello, non riconosci più le persone di casa?" "Tu non sei di casa." "Come no! Guardami bene." "Faccia nuova; non ti ho mai visto." "Sono del distaccamento esterno. Perciò non vi ricordate di me." "In effetti, la gente del distaccamento esterno io non la conosco. E dove stai andando?" "Vengo con voi. Il grande re mi ha detto che vi aveva inviato dalla vecchia signora per invitarla a mangiare il monaco cinese e chiederle di portare la corda d'oro per catturare Scimmiotto il Novizio. Temeva che camminaste piano e vi perdeste a giocare, in modo da compromettere la vostra missione. Perciò mi ha mandato a dirvi di affrettare il passo." Udito che sapeva tutto, i due mostriciattoli non ebbero sospetti. Affrettarono il passo e corsero per otto o nove li. "Si va fin troppo svelti!" ansimò Scimmiotto. "Quanta strada avremo percorso da casa?" "Quindici o sedici li." "È ancora lontano?" "In quella foresta, davanti a noi." La foresta era vicina. Scimmiotto si lasciò superare dai due, tirò fuori il suo randello e glielo abbatté sulla testa. Poverini, non erano fatti per reggere botte simili: si ridussero immediatamente come frittelle farcite. Dopo averli nascosti in un cespuglio sul ciglio della strada, il Novizio si strappò un pelo e lo trasformò nel sosia di Tigre Gratta Montagne, mentre lui prese l'aspetto di Drago di Mare; e in questa forma se ne andò bel bello alla Grotta del Drago Schiacciato per invitare la vecchia orchessa. Un bell'esempio Di quanto posson le trasformazioni E in quanti modi i casi si manipolano. In quattro salti fu nella foresta e scorse un portale a due ante di pietra. Era semiaperto ma Scimmiotto, per non entrare senza permesso, belò: "Aprite, aprite!" La diavolessa portinaia sbucò dalla porta e chiese: "Da dove venite, giovanotti?" "Veniamo dalla Grotta dei Fior di Loto del Monte Cima Piatta; portiamo un invito per la signora." "Venite avanti!" Superata la seconda corte, Scimmiotto allungò il collo per osservare l'interno e vide una vecchia che troneggiava in mezzo alla sala. Che aspetto aveva? Capelli bianchi in crocchie scarmigliate, Occhi vivaci nel viso rugoso, I denti malandati. Il suo colore Ricorda un vecchio tronco d'abetaia Sotto la pioggia. In testa un fazzoletto Di seta bianca; pendon dagli orecchi Grandi orecchini d'oro scintillante. Il grande santo esitò sull'uscio, fece una smorfia di disappunto e gli venne da piangere. Scimmiotto piange! La vecchia gli avrà fatto paura? Ma se provasse paura, piangerebbe? Perché piangere, dopo averne disinvoltamente combinate tante a quella gente, rubati i tesori, spiaccicati i fattorini? In vita sua gli è capitato, per esempio, di essere messo a friggere dentro una pignatta di olio bollente e di trascorrervi diversi giorni, naturalmente senza versar lacrime. Ecco che cosa gliele faceva versare in quel momento. Pensava: "Mi sono trasformato in mostriciattolo per invitare questa brutta vecchia, ma ora non posso restare ritto mentre le parlo, mi dovrò prosternare. Finora non sono mai sceso a compromessi con la mia dignità. In vita mia mi sono prosternato a tre persone: al Buddha del Paradiso dell'Ovest, a Guanyin dei mari del Sud e quattro volte al maestro, quando mi ha liberato al Monte della Frontiera. Per lui mi sono spremuto le sei viscere, oltre al fegato e ai polmoni, ho impegnato il mio cuore, con i suoi tre peli e sette buchi. Ma si vede che non basta. Quanto potranno valere quegli stracci di sutra? Ora dovrò gettarmi a terra davanti all'orchessa. Non c'è altro modo, altrimenti mangerebbe la foglia. Lo faccio proprio perché il maestro è in grosse difficoltà. Miseria, che umiliazione mi tocca subire!" Entrò risoluto e si inginocchiò: "Signora, permettetemi di prosternarmi." "Alzati, figliolo, alzati!" Scimmiotto, dentro di sé, si sentì molto sollevato: "Se lo dice lei... Meno male, mi è andata meglio di quanto temevo." "Da dove vieni?" domandò l'orchessa. "Dalla Grotta dei Fior di Loto del Monte Cima Piatta. Le loro maestà mi hanno ordinato di invitare la signora ad assaggiare carne di monaco cinese; e vi chiedono di portare con voi la Corda da Tenda d'Oro per catturare Scimmiotto." "Che bravi ragazzi, quante attenzioni per la loro mamma!" esclamò l'orchessa tutta contenta. E ordinò di preparare il palanchino. "Chi l'avrebbe detto!" pensò Scimmiotto. "Anche le orchesse vanno a spasso in palanchino." Dalla corte posteriore due mostriciattole portarono davanti alla porta un palanchino di giunco e vi appesero tendine di seta azzurra. La vecchia orchessa si alzò pesantemente, uscì dalla grotta e andò a sedersi nel palanchino. Un codazzo di mostriciattole la seguì portando specchi, fazzoletti, asciugamani, boccette di profumo e altri oggetti da toilette. La vecchia le apostrofò: "Perché mi seguite? Vado dai miei figli: credete che mi facciano mancare chi mi serva? Non ho bisogno di sentirvi starnazzare. Restatevene a casa e chiudete la porta." Rientrarono tutte, salvo le due che dovevano portare il palanchino. "Come si chiamano gli inviati dei miei figli?" chiese l'orchessa. "Lui si chiama Tigre Gratta Montagne" si affrettò a rispondere Scimmiotto, "e io Drago di Mare." "Camminate in testa, fateci da battistrada." "Mi tratta come se fossi il suo attendente" pensò Scimmiotto; ma non osò rifiutare, e fece da battistrada, gridando ai quattro orienti di liberare la strada. Dopo cinque o sei li si sedette su una roccia, e quando fu raggiunto dal palanchino propose: "Perché non ci si ferma un momento a riposare? Avrete le spalle indolenzite." Le mostriciattole, nulla sospettando, posarono il palanchino. Scimmiotto si era strappato un pelo e lo aveva trasformato in una bella focaccia dorata, che andava mordicchiando. "Signori messaggeri" chiesero le ragazze "che cosa mangiate?" "È un po' imbarazzante, ma dopo aver fatto tanta strada per portare l'invito alla signora, non ci è stato offerto niente; ci è venuta fame. Queste sono provviste portate da casa. Se potete aspettare un momento, finiamo presto." "Che bella focaccia! Potremmo assaggiare anche noi?" "Ma certo, siamo in famiglia. Prendetene quanta volete." Le innocenti mostriciattole si fecero intorno a Scimmiotto per avere la loro parte, e l'ebbero infatti. Cavato il randello, gli diede un colpetto sulla testa che ne ridusse una in poltiglia, mentre l'altra, appena sfiorata e non del tutto morta, rantolava con la testa rotta. La vecchia sentì un rumore e sporse il capo per vedere, ma Scimmiotto con un balzo le si parò davanti e sfondò la testa anche a lei. Poi tirò fuori dal palanchino ciò che ne rimaneva per scoprire di che cosa si trattasse, e vide che era una volpe a nove code. "Brutta bestiaccia!" commentò Scimmiotto ridendo. "Se ti facevi dare della 'signora', io dovrei farmi dare almeno del 'signor bisnonno'." Il bravo re scimmia frugò il cadavere finché trovò la corda d'oro, se la mise nella manica e disse allegro: "Le risorse di quei diavoli diminuiscono un altro po'; questo è il terzo tesoro che mi prendo." Con suoi peli debitamente trasformati, duplicò di nuovo Drago di Mare e le due mostriciattole portatrici del palanchino; da parte sua prese il dignitoso aspetto della vecchia signora, si sedette, e il convoglio riprese il cammino come se niente fosse accaduto. All'arrivo alla grotta, i peli battistrada gridavano: "Aprite! Aprite!" Il portinaio si affacciò alla porta: "Già di ritorno, Tigre Gratta Montagne e Drago di Mare? Avete invitato la signora madre?" "Eccola nel palanchino." "Aspettate qui, che vi vado ad annunciare." "Grandi re, la signora è arrivata" fu l'annuncio. Gli orchi fecero portare all'ingresso un tavolino per l'incenso, al fine di ricevere l'ospite degnamente. Udendo l'ordine, Scimmiotto fu molto divertito: "Che fortuna! Finalmente anch'io sono diventato qualcuno. Finora ho fatto l'inserviente e ho corso il rischio di andare a prosternarmi a una volpe. Ma adesso mi tocca la parte della madre loro: ho diritto al rituale dei quattro saluti. Non sarà niente di speciale, ma ci guadagnerò le loro teste." Il bravo Scimmiotto, sceso dal palanchino, si rassettò le vesti e ricuperò i propri peli. Seguì il portinaio a passi lenti, dandosi un contegno imponente e raffinato, con certi ancheggiamenti che aveva visto fare alla vecchia. Mostri e mostriciattoli lo accolsero in ginocchio, mentre suonava la fanfara e il fumo dell'incenso saliva da un bruciaprofumi di Boshan. Entrato nella sala principale, si sedette rivolto a sud. Gli orchi si prosternarono gridando: "Signora madre, i vostri figli vi salutano rispettosamente!" "Alzatevi, figlioli." Intanto Porcellino, appeso a una trave del soffitto, si mise a ridere. "Sei più coraggioso di quel che credevo, fratello" commentò Sabbioso. "Sei stato appeso per il collo finché risata ne segua." "Ho i miei motivi, fratellino." "E quali sono?" "C'è in giro odore di equipuzio." "Come fai a saperlo?" "Quando quella lì si è curvata per invitare i suoi figli a rialzarsi, dalla gonna le è spuntata una coda di scimmia. Io sono appeso più in alto di te e l'ho vista bene." "Zitto, ascoltiamo che cosa dicono." "Giusto; sentiamo." La falsa madre, seduta al posto d'onore, domandò: "Figlioli, per quale motivo mi avete chiesto di venire?" "Madre, sono vari giorni che non abbiamo avuto occasione di manifestarvi il nostro rispetto e la nostra obbedienza filiale. Inoltre stamani siamo riusciti a catturare il monaco cinese, e non oseremmo disporne senza di voi. Perciò vi abbiamo invitata: perché possiate vederlo da crudo, e poi assaggiarlo cotto al vapore. Vi allungherà la vita." "Figlioli, a me la carne del monaco cinese non interessa. Però ho sentito dire che le orecchie di Porcellino sono deliziose: non potreste tagliargliele e farle preparare? Le potremmo accompagnare con un bicchier di vino." "Porca miseria, è venuto a tagliarmi le orecchie" borbottò Porcellino. "Faccio male se mi metto a gridare?" Proprio in quel momento una torma di mostriciattoli si precipitò nella sala gridando: "Disgrazia! Scimmiotto ha ucciso la signora e ha preso il suo posto." A queste parole l'orco maggiore, con decisione fulminea, sguainò la Spada delle Sette Stelle e la vibrò su Scimmiotto. Ma il grande santo schizzò via riempiendo la grotta di un lampo accecante di luce rossa. Era uno scherzetto che lo divertiva molto. Per la precisione si chiamava: ciò che si concentra prende forma, ciò che si dissipa diviene soffio impalpabile. Fece su tutti quanti una grande impressione: gli orchi tremarono di spavento, le altre creature malefiche si mordevano le dita e scuotevano il capo. "Fratello" propose l'orco maggiore "si potrebbero restituire a Scimmiotto il monaco cinese e tutto il resto, per metter fine al conflitto." "Ma che ti viene in mente? Catturarli mi è costato lavoro e fatica; ora tu ti fai impressionare dai sotterfugi di Scimmiotto e vorresti rinunciare. Fuggi la spada perché hai visto la punta: non è agire da coraggiosi. Non precipitiamo le cose. Si parla tanto dei poteri magici di Scimmiotto, ma io non li ho sperimentati di persona, benché una volta l'abbia incontrato. Indosserò l'armatura e lo provocherò a battaglia per tre volte. Se supero la prova, ci terremo il monaco cinese e ce lo mangeremo. Se non la supero, ci sarà sempre tempo di restituirgli tutto." "Saggio fratello, sono d'accordo" rispose il maggiore; e mandò per l'armatura. Quando l'orco minore si fu equipaggiato di tutto punto, uscì all'aperto brandendo la spada preziosa e gridò: "Scimmiotto, dove ti sei ficcato?" Il grande santo troneggiava su una nuvola; guardò giù e vide lo sfidante: Elmo in capo più bianco della neve, Di risplendente acciaio la corazza, In vita una cintura di caimano, Gli stivali di morbida bazzana: Del grande Erlang sembra il vivo ritratto. Alza la Spada delle Sette Stelle Ed arde di furore senza freni. "Scimmiotto!" urlò l'orco. "Rendimi subito i miei tesori e mia madre! Poi con il tuo monaco potrai andare a cercarti tutte le scritture che vorrai." "Maledetto" lo insultò il grande santo, "non riconosci più tuo nonno? Sbrigati a restituirmi maestro, condiscepoli, cavallo e bagagli, e aggiungi provviste per il viaggio a occidente. Se non ti piace, compra la corda e impiccati da solo: evita almeno a tuo nonno di sporcarsi le mani." A queste provocazioni l'orco balzò altissimo sulle nuvole e discese su di lui puntando la spada per trafiggerlo, ma Scimmiotto lo fronteggiò con la sua sbarra di ferro. Intrapresero per aria un duello memorabile. Giocatore di scacchi o capitano Davanti ad avversario equivalente: L'uno sprizza di gioia e si diverte, L'altro minaccia di vincer lo scontro. I divini guerrieri si combattono Come tigri striate, o come draghi. Scintillano le scaglie nella lotta, Denti e artigli balenan da ogni parte. L'uno si muove e balza senza tregua, L'altro non dà respiro negli attacchi. Passa il randello a un sol dito dal cranio, La spada manca il cuore d'un capello. Come stella polare questo è altero, Quello è furioso come un temporale. Si scontrarono per trenta riprese senza decidere il combattimento. "Questa maledetta creatura sostiene bene gli assalti del mio randello" si disse Scimmiotto con segreta soddisfazione, "ma in questo modo perdiamo tempo. Io possiedo tre dei suoi tesori; per esempio, potrei usare la zucca per chiudercelo dentro." Ma rifletté: "Non funzionerebbe. Dice l'adagio: ogni cosa ha il suo padrone. Se lo chiamo per nome, posso aspettarmi che si guardi bene dal rispondere, e la cosa non funzionerà. Sarà meglio mettergli al collo la Corda da Tenda d'Oro." Mentre con una mano conteneva gli attacchi dell'avversario, con l'altra afferrò la corda e gliela lanciò al collo. Ma quel diavolo conosceva l'oggetto meglio di lui, e sapeva sia l'incantesimo per serrarlo, sia quello per aprirlo. Preso per il collo, recitò l'incantesimo giusto e la corda si aprì; così poté togliersela e lanciarla a sua volta al collo di Scimmiotto. Questi volle usare il metodo di rimpicciolirsi, nell'intento di sgusciarne fuori, ma l'orco pronunciò la formula di costrizione, e il povero Scimmiotto ne restò mezzo strangolato. L'orco si provò anche a spaccargli la testa con sei o sette colpi della sua preziosa spada, ma non riuscì a lasciargli nemmeno il segno. "Che testa dura ha questa scimmia! Non vorrei finire per danneggiare la spada. Ne riparleremo quando saremo nella grotta. Intanto rendimi subito gli altri due tesori." "Quali tesori vai cercando?" tergiversò Scimmiotto. Ma l'orco lo perquisì scrupolosamente e finì per scovare sia la zucca, sia il vaso. Poi afferrò il capo libero della corda e trascinò con sé il prigioniero a casa sua. "Fratello maggiore, l'ho preso." "Chi hai preso?" "Scimmiotto il Novizio. Vieni a vederlo." Il maggiore, raggiante di gioia, lo riconobbe: "È proprio lui. Legalo a un pilastro e vieni a farti festeggiare." Dopo averlo legato ben bene, se ne andarono a bere nella sala posteriore. I movimenti che Scimmiotto faceva contro il pilastro attirarono l'attenzione di Porcellino, appeso al soffitto, che quando lo riconobbe si fece una bella risata: "Fratello, a quanto pare non ce la farai a mangiarmi le orecchie." "Sta zitto, bestia. O ci stai bene, lassù? State tranquilli, mi sbrigo a liberarmi e sciolgo anche voi." "Non brilli certo per modestia. Lui salva tutti: ma intanto è legato come un salame. Lascia stare: tanto vale che moriamo tutti insieme e ci ritroviamo all'inferno." "Non dire scemenze. Vedrai che ne so uscire." "Mi piacerebbe vedere come farai." Mentre chiacchierava, Scimmiotto non perdeva d'occhio i due orchi, che bevevano nella sala contigua. Vari mostriciattoli andavano e venivano da tutte le parti, indaffarati a portare piatti e piattini, coppe e brocche di vino: la sorveglianza sui prigionieri restava allentata. In un momento in cui nessuno era vicino a lui, Scimmiotto fece cadere l'ago che teneva dietro l'orecchio, ci soffiò sopra e mormorò: "Cambia!" Esso si trasformò in una lima d'acciaio temprato. Con la lima ruppe la corda d'oro che gli stringeva la gola e si liberò. Poi si strappò un pelo, gli diede la sua forma e lo legò al suo posto; mentre prendeva le sembianze di uno dei tanti mostriciattoli di servizio. Porcellino dalla sua trave gridava: "Sorpresa! La falsità è legata, la verità appesa!" "Che cosa grida quel Porcellino?" chiese l'orco maggiore posando il bicchiere. Il falso mostriciattolo si avvicinò per servirlo e spiegò: "Porcellino istiga Scimmiotto a fuggire con qualche trasformazione. La scimmia rifiuta, e quello lassù fa il diavolo a quattro." "Si dice che Porcellino sia un ingenuo" intervenne il minore. "Vedo invece che è una bella carogna. Dagli venti vergate." Scimmiotto andò a procurarsi la verga. "Vacci piano" gli soffiò Porcellino, "oppure spiattello chi sei." "Mi sono liberato anche nel vostro interesse; perché mi vuoi sabotare? E non capisco come abbia fatto a riconoscermi: nessun altro qui si è accorto chi sono." "La testa l'hai cambiata, ma hai dimenticato il culo. E ci porti sopra due inconfondibili chiazze rosse, no?" Scimmiotto scivolò nelle cucine; in un angolo buio andò a grattare un po' di fuliggine dalle pentole, se la spalmò sulle natiche e ritornò nella sala. "Chissà dov'è andata a strofinarsi questa scimmia" sghignazzò Porcellino quando lo rivide, "per annerirsi le chiappe in quel modo." Il grande santo ci sapeva fare. Piegò il ginocchio davanti a uno degli orchi: "Grande re, quel tale Scimmiotto non fa che agitarsi: finirà per rompere la corda d'oro. Non sarebbe meglio legarlo con una fune più grossa?" "Hai ragione" rispose il mostro, e si tolse dalla vita e gli tese una cintura ornata da un motivo di barbari e leoni affrontati. Scimmiotto, sostituendo la corda d'oro, se la fece scivolare nella manica, e portò invece all'orco un suo pelo trasformato; questi lo prese distrattamente, mentre continuava a bere. Dopo aver messo le mani sul tesoro, Scimmiotto sgusciò fuori dalla grotta, riprese la propria forma e si presentò all'ingresso: "Ehi, mostro!" gridava. Accorse il portinaio: "Chi sei, per permetterti di fare questo baccano?" "Dì al tuo maledetto capo che è arrivato Scimmiotto Stravizio." Il mostriciattolo ubbidì. "Abbiamo appena catturato Scimmiotto il Novizio; da dove salta fuori questo Scimmiotto Stravizio?" si stupì l'orco maggiore. "Niente paura" replicò il minore; "abbiamo i nostri tesori: prenderò la zucca e lo aspirerò." "Stai attento!" raccomandò il maggiore. Il minore uscì con la zucca e vide la copia autentica di Scimmiotto, solo un po' più basso di statura. "Da dove vieni?" domandò. "Sono il fratello minore di Scimmiotto il Novizio. A quanto pare avete imprigionato mio fratello, e io sono venuto a regolare i conti." "L'ho preso proprio io; ora è chiuso nella mia grotta. A quanto pare sei venuto per azzuffarti, ma io non ne ho nessuna voglia. D'altronde non oseresti nemmeno rispondermi se ti chiamassi per nome." "Non mi fai mica paura. Chiamami quante volte vuoi, e stai sicuro che ti risponderò sempre." L'orco balzò in aria, aprì la zucca tenendola con la bocca rivolta verso il basso e gridò: "Scimmiotto Stravizio!" Scimmiotto non osava rispondere, per paura di essere aspirato. "Che cosa aspetti a rispondere?" chiedeva l'orco. "Non sono sicuro di aver capito bene. Ripeti, per favore." "Scimmiotto Stravizio!" ripeté il mostro. Scimmiotto almanaccava: "Quello non è il mio vero nome, ma uno pseudonimo che ho inventato. Se rispondessi al mio vero nome sarei certo aspirato, ma con il nome falso non dovrebbe funzionare." Si azzardò ad accennare di sì con il capo e si trovò immediatamente aspirato nella zucca, dove fu sigillato con un nastro di carta. Per mettere in funzione l'attrezzo magico non faceva differenza che il nome fosse vero o falso; bastava il minimo segno di consenso. Il grande santo si ritrovò nel buio assoluto. Provò a spingere in alto la testa, ma non servì a nulla: il sigillo era ermetico. Incominciò a inquietarsi: "I mostriciattoli, sulla montagna, andavano dicendo che la gente chiusa qui dentro viene liquefatta in tre ore e mezza; non farò per caso quella fine?" E rifletteva: "Non credo di correre rischi. Non sarà tanto facile dissolvere il mio corpo: il soggiorno di quarantanove giorni nel forno degli otto trigrammi, che ho fatto a suo tempo, mi ha forgiato cuore e fegato d'oro, viscere d'argento, testa di bronzo, schiena di ferro, occhi di fuoco e pupille di metallo. Come si fa a liquefarmi in tre ore e mezza? Voglio proprio vedere." L'orco minore rientrò in casa e annunciò al fratello: "Ho imprigionato Scimmiotto Stravizio nella zucca." "Bravo, saggio fratello! Ora siediti e aspetta. Non si può togliere il sigillo prima che, agitando la zucca, si senta il liquido sciabordare." Scimmiotto, che udiva tutto, pensava: "Per quanto mi agitino, non riuscirò a convincerli di essermi liquefatto. Potrei far pipì; in questo modo sentirebbero lo sciabordio, toglierebbero il sigillo e io ne approfitterei per svignarmela. Però ci sono aspetti negativi: potrebbero accorgersi del rumore che faccio urinando; e in ogni caso mi bagnerei tutto il vestito. Sarà meglio che imiti il rumore atteso con la bocca. Il vecchio Scimmiotto la scamperà anche questa volta." Lui era pronto, ma gli orchi continuavano a bere e non si davano altro pensiero. Per richiamare la loro attenzione, Scimmiotto mandò un gridò: "Oh dio, mi si stanno sciogliendo gli stinchi!" Nessuna reazione. "Accidenti, mi scompaiono le anche fino all'osso!" "Quando la liquefazione giunge alla vita" disse il maggiore, "si completa poi in un baleno: possiamo togliere il sigillo e dare un'occhiata." Udendo queste parole, Scimmiotto si strappò un pelo e lo trasformò nella metà superiore del proprio corpo. Lui stesso si mutò in un insettino e si appostò vicino all'imboccatura. Nell'istante in cui gli orchi tolsero il sigillo, volò via e riprese l'aspetto di Drago di Mare, uno dei mostriciattoli che erano andati a invitare la vecchia orchessa. Si tenne alle spalle dei due, mentre l'orco maggiore scuoteva la zucca qua e là e ci guardava dentro. Quando vide quel busto sul fondo, non stette a guardar meglio, ma gridò spaventato: "Chiudi, chiudi! C'è ancora parecchio da sciogliere." Il minore riapplicò il sigillo. Il grande santo sghignazzava dentro di sé: "Se sapessero dov'è, in questo momento, il vecchio Scimmiotto!" Il maggiore si alzò, riempì una grande coppa e la porse a due mani al minore: "Prendi e bevi, saggio fratello." "Perché queste attenzioni?" "Già non era impresa da poco impadronirsi del monaco cinese, di Porcellino e di Sabbioso. Ma in aggiunta hai legato Scimmiotto il Novizio e liquefatto Scimmiotto Stravizio. Sono imprese che meritano un brindisi in più." Il fratello minore non poteva certo rifiutare la coppa. Poiché già teneva in mano la zucca, l'affidò a Drago di Mare che gli stava accanto; e bisognava vedere con quanta precauzione e rispetto quest'ultimo la reggeva. Vuotata la coppa, il minore volle ricambiare il brindisi. "Non occorre" disse il maggiore; "basterà che ti tenga compagnia." Erano così occupati nei loro scambi di cortesie, che il mostriciattolo accanto a loro, mentre li osservava a occhi sgranati, ebbe tutto il tempo di far scomparire la zucca nella propria manica e di sostituirla con un oggetto simile ricavato dalla trasformazione di un pelo. Quando l'orco riprese la zucca, non vi dedicò attenzione; si risedettero a tavola e la bevuta continuò. Scimmiotto si allontanò quatto quatto ridacchiando fra sé: "Per furbi che siano gli orchi, anche questo tesoro ritorna in mano mia." Se poi non sapete, in fin dei conti, come giunse a salvare il suo maestro e a sterminare gli orchi, ascoltate il seguito. 第035回 SCIMMIOTTO E I SUOI FRATELLI · IN CUI L'ETERODOSSO DISPIEGA LA SUA FORZA CONTRO GIUSTA-NATURA E LA SCIMMIA DELLO SPIRITO, PADRONA DI TESORI, SOTTOMETTE DIAVOLI PERVERSI. Natura piena e chiara penetra in ogni cosa: Dalla rete d'inganni si libera d'un balzo. Le arti di trasformarsi e di vivere a lungo Non sono alla portata dei comuni mortali. Cicli di pace e guerra si ripetono sempre E il mondo ad ogni kalpa ricomincia daccapo. Negli anni innumerevoli dei molteplici eoni Del grande vuoto brilla sempre il raggio divino. Questo poema presenta segrete corrispondenze con le meraviglie della Via seguita dal grande santo Scimmiotto. Infilandosi nella manica il tesoro dell'orco, si disse allegramente: "Questo diavolaccio si è dato tanto da fare per catturarmi, e c'è riuscito come a pescare la luna nello stagno. Credo che per me, invece, metterlo in trappola sarà facile come fondere il ghiaccio con il fuoco." Scivolò all'aperto, riprese il suo aspetto e ricominciò a gridare a gran voce: "Spirito maligno, apri la porta!" "Che altro c'è?" chiese il portinaio affacciandosi. "Spicciati ad avvisare il tuo vecchiaccio schifoso che c'è qui Scimmiotto Precipizio." Il mostriciattolo corse ad annunciare: "Grande re, si è presentato alla porta un certo Scimmiotto Precipizio." "Saggio fratello" esclamò allarmato l'orco maggiore, "c'è qualcosa che non va. Ci siamo ficcati in un bel vespaio! Abbiamo già legato il Novizio con la corda d'oro e chiuso Stravizio nella zucca; ed ecco che sbuca fuori questo Precipizio. Spero che la serie dei fratelli non conti altri esemplari." "Non temere" replicò il minore. "Nella zucca c'è posto per mille persone. Dove è entrato Stravizio, possono entrare Precipizio e tutti gli altri come lui. Aspetta che dia un'occhiata e faccia piazza pulita." "Va bene, fratellino, ma sta attento." Ed ecco il fratello minore, con la zucca in mano, che si fa avanti con marziale aria di superiorità e interpella lo straniero con voce tonante: "Qual'è la tua casata, per osare di venir qui a far baccano?" "Non mi riconosci? La Grotta del Sipario Torrenziale Fu la mia casa. Per aver causato Del disordine in Cielo, pensionato Fui per parecchi anni. Ultimamente Mi sono fatto seguace del Buddha Ed al Colpo di Tuono mi dirigo In cerca di scritture. A tutti i diavoli Che incontro sul cammino do un assaggio Dei miei poteri in fatto di magia. Rendimi il mio maestro, e tu ritìrati Nei tuoi confini, non cercar conflitti; All'ira non mi spinger, se vuoi vivere!" "Vediamo. Non intendo battermi con te" replicò l'orco. "Ma tu sei capace di rispondermi, se ti chiamo?" "Se chiami risponderò; e tu sei capace di fare altrettanto?" replicò ridendo Scimmiotto. "La zucca magica, che aspira la gente quando la si chiama, è mia. Tu che cos'hai, per voler fare la stessa cosa?" "Ciascuno ha la sua zucca." "Mostrami la tua." "Guarda qui, diavolo maledetto!" rispose Scimmiotto, cavandola un momento dalla manica e rimettendocela subito, per non farsela sottrarre. Il mostro rimase esterrefatto e pensò: "Da dove verrà mai quella zucca? È la copia identica della nostra, come se fosse cresciuta sulla stessa pianta." "Scimmiotto Precipizio, da dove viene quella zucca?" Scimmiotto non ne conosceva l'origine, e indagò a sua volta: "Dimmi piuttosto da dove viene la tua." L'orco rispose in buona fede: "La nostra zucca esiste dalla divisione del caos, quando si formarono cielo e terra. Quando la dea Nüwa, trasformazione per dissoluzione del patriarca di Sopra, fabbricava pietre per riparare la volta celeste e salvare Jambu, il mondo degli umani, scoperse ai piedi del Monte Kunlun una liana immortale da cui era nata questa zucca d'oro rosso. Fu il signore Laozi a conservarla fino ai nostri giorni." "Anche la mia zucca viene da lì" rispose imperturbabile Scimmiotto, preparandosi a ricamare sul tema. "E come?" "Quando il puro si separava dal torbido e il cielo era incompleto a nord ovest, come la terra a sud est, il patriarca di Sopra si dissolse e si trasformò in Nüwa per colmare le lacune. Si trovava appunto ai piedi del Monte Kunlun quando trovò la liana con due zucche. La mia è il maschio, la tua la femmina." "Maschio o femmina, che importa? Il vero tesoro è quello che aspira le persone." "Hai ragione. Prova tu per primo." Lieto della proposta l'orco balzò in alto, rivolse la bocca della zucca verso il basso e gridò: "Scimmiotto Precipizio!" Il grande santo rispose parecchie volte, ma non ci fu niente da fare: la zucca non lo aspirava. Il mostro ridiscese disperato, battendosi il petto: "Non l'avrei mai creduto! Anche un tesoro simile ha trovato chi lo domina. Lei è la femmina, e quando vede il maschio non osa più aspirare." "Allora puoi metterla via" suggerì Scimmiotto ridendo. "Adesso è il mio turno." Con una capriola montò in cielo e, puntando la zucca sul suo uomo, gridò: "Corno d'Argento!" L'orco non osò restar zitto e, come aprì bocca, fu aspirato. Scimmiotto applicò il sigillo con la scritta: Possa il signore Laozi agire prontamente, in conformità di leggi e regolamenti, ed esclamò lietamente: "Prova anche tu, amico mio; vedrai che è un'esperienza interessante." Discese a terra, con la zucca in mano, e si diresse verso la Grotta dei Fior di Loto con il pensiero di salvare il suo maestro. Il sentiero era ineguale e pieno di buche, le gambe di Scimmiotto erano assai storte; perciò avanzava a balzelloni scuotendo la zucca qua e là, e da essa veniva uno sciabordio sempre più forte. Perché in un tempo così breve, chiederete? Il corpo di Scimmiotto, raffinato in un forno alchemico, avrebbe impiegato a dissolversi chissà quanto tempo. Ma l'orco, benché fosse in grado di cavalcare le nuvole grazie all'arte magica, non si era ancora sbarazzato del suo involucro mortale; e questo prese a dissolversi rapidamente nella zucca. Scimmiotto non lo sapeva, e si diceva ridendo: "Fratello, non so se stai pisciando o fai i gargarismi. Conosco il trucco, ma non ho nessuna fretta di aprire per vederti. Se penso come è stato facile per me uscirne indenne, credo che lascerò passare un bel po' di tempo prima di guardare che cosa è stato di te." Quando giunse all'entrata della grotta, la zucca sembrava proprio piena d'acqua. "Suona come un tubo da divinazioni. È quello che ci vuole per fare pronostici. Gli chiederò quando il maestro uscirà da questa porta." E scuoteva la zucca recitando: "Re Wen del Classico delle mutazioni, Confucio sant'uomo, Maestro del Fior di Pesco, Maestro della Valle dei Fantasmi..." I mostriciattoli di guardia corsero ad annunciare: "Catastrofe, maestà! Scimmiotto Precipizio ha messo nella zucca il secondo grande re e lo scuote per far pronostici." L'orco anziano sentì le sue anime abbandonarlo, rammollirsi le ossa e irrigidirsi i muscoli. Cadde a terra singhiozzando: "Caro fratello mio, avevamo segretamente lasciato il mondo di Sopra per godere quaggiù lusso e gloria, padroni della grotta e di queste montagne. Come avremmo potuto sapere che, per colpa di questo monaco, avresti perduto la vita e il nostro legame si sarebbe spezzato!" Tutti i mostri della grotta piangevano e singhiozzavano. In questo concerto di lamenti Porcellino, appeso alla trave, non seppe tacere: "Non piangete, mostri! Vi spiego tutto: questi vari Scimmiotti, Novizio, Stravizio e Precipizio, sono una sola persona, il mio condiscepolo. Lui conosce settantadue trasformazioni, si infila dove vuole, vi ha rubato il tesoro e ci ha messo dentro il vostro onorevole fratello. È inutile piangere tanto, visto che è morto e non c'è niente da fare. Fareste meglio a dare una pulita al forno e alle pignatte, e a mettere al fuoco agarici e porcini, germogli di soia e di bambù, glutine di grano, orecchiette e legumi; in cambio il nostro maestro potrebbe recitare il sutra dell'Accoglimento della Vita(37) in suffragio del vostro onorevole fratello minore." L'orco maggiore esclamò, pieno di collera: "Questo Porcellino, che a detta di tutti sarebbe un ingenuo, non ha proprio la testa a posto. Come può scherzare e prendermi in giro in un momento simile?" E ordinò a due mostriciattoli: "Fatelo tacere. Tiratelo giù e cuocetelo al vapore. Appena è tenero, me ne voglio prendere un'abbuffata; poi andrò a combattere Scimmiotto per vendicare mio fratello." Sabbioso se la prese con Porcellino: "Bel lavoro! Te l'ho sempre detto, di tener chiusa quella bocca. Così il chiacchierone sarà cotto e divorato per primo." Il bestione incominciava a inquietarsi, quando un mostriciattolo commentò: "Grande re, temo che non sarà facile cuocere al vapore Porcellino." "Amitâbha Buddha!" esclamò Porcellino sollevato. "Si capisce, è proprio così, non si può affatto cuocermi al vapore." "Si può facilitare la cottura scorticandolo prima" suggerì un altro mostriciattolo. "Ahi ahi!" esclamò Porcellino in preda al panico. "Cuocermi è facilissimo: appena l'acqua arriverà a bollore sarò tenerissimo, senza bisogno di scorticarmi." Mentre gemeva, venne dalla porta un mostriciattolo ad annunciare: "Scimmiotto Precipizio è ritornato alla nostra porta a insultarci." "Ragazzi" disse l'orco maggiore, "ora non c'è tempo di badare a Porcellino. Guardate quali tesori ci rimangono." "Nella grotta ce ne sono tre" rispose il mostriciattolo che in casa aveva i compiti di economo. "Quali?" "Ci rimangono la Spada delle Sette Stelle, il Ventaglio di Foglie di Banano e il Vaso Sacro." "Lasciamo perdere il vaso, che funziona come la zucca. Scimmiotto ne conosce il segreto ed è già riuscito a prevalere su mio fratello. Portatemi subito la spada e il ventaglio." L'economo portò i due oggetti all'orco, che infilò il ventaglio nel colletto della sua veste, dietro la nuca, e impugnò la spada. Chiamò all'appello trecento mostri grandi e piccoli e li fece armare di lance, bastoni, lacci e sciabole. Per conto suo, indossò una corazza ricoperta da una tunica di seta rossa fiammeggiante e si mise un elmo in capo. Si disposero in formazione di battaglia per catturare il grande santo. Scimmiotto, consapevole che il fratello minore si era da un pezzo liquefatto nella zucca, se la legò alla cintura e si preparò anche lui alla battaglia impugnando la sbarra cerchiata d'oro. Ed ecco uscire dalla porta il mostro maggiore con la rossa bandiera spiegata. Che aspetto aveva? Un elmo fiammeggiante sulla testa, Una cintura di colori chiari, Armatura con scaglie di dragone Coperta da una tunica scarlatta. Mandano lampi gli occhi spalancati, Fuma di rabbia la barba d'acciaio. Stringe l'agile spada, ed il ventaglio Gli copre a mezzo la spalla sinistra. Corre come le nubi sull'oceano E scuote il monte con voce di tuono. Capitano tremendo, sfida il cielo E guida i mostri fuori dalla grotta. Schierati i suoi mostriciattoli, il vecchio orco rivolse a Scimmiotto le sue invettive: "Scimmia maledetta, infame bruto, hai ucciso il fratello che era il mio braccio destro; ti maledico come la più odiosa creatura!" "Vai cercando la morte, essere malefico! Tu non puoi sopportare la perdita di un solo mostro disgraziato; come puoi pensare che io sopporti di perdere maestro e condiscepoli che hai appeso nella tua grotta: tre persone più il cavallo? Ti sembra sensato? Restituiscili subito, aggiungi qualche provvista per il viaggio, festeggia la partenza del vecchio Scimmiotto e tieniti la tua vita da cane." Senza altro indugio, l'orco alzò la sua spada preziosa per assestare un colpo sulla testa di Scimmiotto, che parò con il suo randello brandito a due mani. Che battaglia all'ingresso della grotta! Sbarra dai cerchi d'oro contro spada Di sette stelle gettano scintille. Oscure nubi ricoprono il cielo, Vento glaciale penetra le ossa. È l'uno dominato dalla collera Per vendicar la morte del fratello, Ma l'altro non può cedere di un passo Nella sacra missione che lo impegna. Li anima uguale determinazione, Si batton da oscurare cielo e terra E da fare paura anche agli dèi. L'uno digrigna i denti, da spezzare Chiodi di giada, l'altro lancia fiamme Dagli occhi. Vanno e vengono mostrando Alto valore ed incrociando le armi. Dopo venti scontri non decisivi, l'orco puntò la spada e gridò: "Ragazzi, all'assalto!" I trecento mostri circondarono il grande santo e si scagliarono su di lui. Il bravo Scimmiotto maneggiava freddamente il suo randello, colpendo a destra e a sinistra, parando davanti e coprendosi dietro. Ma anche i mostri avevano le loro risorse, e si infiammavano sempre più nel combattimento: piovevano da tutte le parti, come fiocchi di borra di seta, e cercavano in tutti i modi di afferrarlo, tirandogli le gambe, prendendolo alla vita. Il grande santo dovette ricorrere al procedimento della moltiplicazione del corpo: si strappò un ciuffo di peli, lo masticò, lo spruzzò intorno e gridò: "Trasformazione!" Tutti i frammenti di pelo divennero Scimmiotti: i più grandi maneggiavano le sbarre; i piccoli facevano a pugni; i piccolissimi, in mancanza di meglio, mordevano i polpacci. I mostri furono volti in fuga. Gridavano: "Grande re, si mette male! Non ce la facciamo, la montagna è piena di Scimmiotti!" Fu la volta dell'orco di trovarsi isolato in mezzo a una folla che lo premeva da tutte le parti e gli tagliava ogni via di ritirata. Preso dal panico, passò la spada nella mano sinistra e con la destra estrasse dal suo colletto il Ventaglio di Foglie di Banano. Si rivolse verso sud, direzione dell'elemento del fuoco, verso la 'casa' del corrispondente trigramma, e con un colpo di ventaglio fece scaturire dal suolo grandi fiamme; infatti la virtù di quel tesoro era di far scaturire il fuoco dovunque. Spietatamente il mostro continuava ad agitare il ventaglio: l'incendio dilagò immenso. Che rogo! Non era fuoco che cade dal cielo, O fiamma ardente dentro la fornace; Come non era il fuoco che arde il bosco, O quello che riscalda le tue pentole: È invece una scintilla derivante Dal fuoco elementare. Quel ventaglio Non è cosa ordinaria, né prodotto Da mano umana; ma è un vero tesoro Che giunge a noi dal caos originario. Ed il fuoco attizzato fiammeggiava Più rosso della folgore, bruciava In nubi iridescenti. Non saliva Nemmeno un fil di fumo, e la montagna Intera rosseggiava incandescente. I pini delle cime erano torce, I cedri sulle rupi grandi pire. Volavan via gli uccelli, gli animali Lasciavano le tane e si accalcavano Fuggendo sui sentieri. Era quel fuoco, Che riempiva lo spazio di bagliore, Tale da fonder pietre, inaridire La corrente dei fiumi, calcinare Tutta la superficie della terra. Lo spettacolo di quel feroce incendio fece tremare persino Scimmiotto, che pensò: "Si mette male! Il mio corpo ci può resistere, ma i miei poveri peli rischiano di finire fiammati come il piumino della cacciagione." Perciò li ricuperò con una scossa, tutti meno uno, che lasciò come proprio sosia in atto di fuggire per timore dell'incendio. Lui stesso fece con la mano il passaggio della protezione dal fuoco, si catapultò fuori dalle fiamme e corse alla Grotta dei Fior di Loto per soccorrere Tripitaka. Accanto all'ingresso si vedeva un centinaio di mostriciattoli feriti, con la pelle lacerata, piaghe sul corpo, gambe spezzate, gole tagliate. Alla loro vista, il grande santo non seppe trattenere la ferocia latente nel fondo oscuro della sua natura e si gettò fra loro roteando spietatamente la sua sbarra di ferro. Ahimè, i loro lunghi sforzi per conseguire forma umana furono resi vani: vennero ridotti a un mucchio informe di carni e di peli. Sterminati i mostriciattoli, Scimmiotto si precipitò all'interno per liberare il maestro, ma anche lì vide un vivo bagliore; fu preso dal panico: "Che fregatura! Se il fuoco è arrivato nella parte posteriore, non sarà facile salvare il maestro." Guardando più attentamente, si rese conto che il bagliore non veniva dal fuoco: era soltanto un fascio di luce dorata emanato dal Vaso Sacro di giada color grasso di montone. Rallegrato si disse: "Ricordo di aver già notato questo bagliore, quando il mostriciattolo portava il vaso camminando sulla montagna. È già stato nelle mie mani e mi è stato ripreso. Così è rimasto qui a emettere tranquillamente la sua luce." Si impadronisce dell'oggetto, fa dietro front e se ne va, senza più cercare Tripitaka. Uscendo si imbatte nell'orco maggiore, che viene da sud con la spada e il ventaglio in mano. Troppo tardi per evitarlo: il mostro gli assesta un gran colpo, ma il Novizio lo schiva, fa una capriola nelle nuvole e scompare senza lasciar traccia. L'orco non vedeva intorno a sé che cadaveri, la sua armata non esisteva più; sospirò penosamente e non poté trattenere il pianto. Lo testimoniano i versi: La scimmia ed il cavallo si accaniscono, Scesi dal cielo nel mondo di polvere Dietro la spinta di mali pensieri. Piange l'oca selvatica, perduto Il suo compagno. Tutto il clan dei mostri Venne distrutto. Subìto il castigo, Quando potrà il dolore avere requie? Quando potran ritornare alle origini? Sempre piangendo, entrò nella grotta. Cose e arredi erano intatti, ma regnava un grave silenzio, perché non c'era più anima viva. Solo e accasciato dalla tristezza, si sedette a un tavolo di pietra, vi posò di traverso la spada, si infilò il ventaglio nel colletto e si addormentò di un sonno pesante. Come si dice: Se la gioia ti stimola, Il dolor ti deprime. Scimmiotto, in breve, rifece la capriola in senso inverso e ritornò sulla montagna per liberare Tripitaka, tenendo il vaso legato alla cintura. La porta della grotta era semiaperta e regnava il silenzio. Egli scivolò all'interno a passi felpati e vide il mostro che ronfava, con la testa appoggiata sulla tavola; il ventaglio, che gli sbucava dal colletto dietro la nuca, in parte lo nascondeva. La Spada delle Sette Stelle era appoggiata sul tavolo. Scimmiotto si avvicinò in punta di piedi, si impadronì del ventaglio e corse via. I capelli dell'orco furono sfiorati dal manico, e ciò bastò a svegliarlo; vide Scimmiotto fuggire, impugnò la spada e si buttò all'inseguimento. Lo raggiunse all'aperto, dove si era fermato, aveva aggiunto il ventaglio ai trofei appesi alla sua cintura e impugnava a due mani la sbarra di ferro. Un'altra bella battaglia! Ebbro di furore, il maledetto re dei mostri ha tutti i capelli ritti in capo: per consolare il suo cuore dovrebbe almeno afferrare il Novizio e ingoiarlo in un boccone. Lancia feroci invettive: "Hai passato ogni limite; non contento di distruggere tutte queste vite, hai rubato il mio tesoro. La guerra fra noi è senza quartiere, fino all'ultimo sangue!" Il grande santo lo apostrofa: "Tu non sai con chi parli; sei il discepolo che vuole insegnare al maestro, l'uovo che vuol rompere la pietra!" Vengono spietatamente alle mani, spada contro sbarra. Mostrano sino in fondo tutta la loro competenza nelle arti marziali. Perché, a causa della ricerca delle scritture, Fuoco e Metallo non vanno più d'accordo, i cinque elementi sono immersi nel disordine e nel conflitto. Ciascuno mostra la propria potenza e forza magica, sollevano la sabbia e fanno rotolare le pietre. Il sole tramonta sulla lotta: il mostro è indebolito e si ritira. Dopo trenta o quaranta scontri, mentre il cielo s'incupiva nel crepuscolo, l'orco non si sentì più in grado di combattere. Fuggì, vinto, in direzione sud ovest per rifugiarsi nella Grotta del Drago Schiacciato. Scimmiotto prese terra, si introdusse nella Grotta dei Fior di Loto e slegò il monaco cinese, Porcellino e Sabbioso. Salvati dai pericoli, tutti e tre gli resero grazie e chiesero che cosa fosse accaduto degli orchi. "Il minore è finito nella zucca, e a quest'ora sarà liquefatto da un pezzo. Il più anziano le ha prese di santa ragione ed è appena scappato a gambe levate verso sud ovest, in direzione della Grotta del Drago Schiacciato. Dei mostriciattoli non rimane più niente: per la maggior parte li ho sterminati in battaglia e il resto davanti alla grotta, dove si erano raccolti, mentre venivo a liberarvi." "Caro discepolo" disse Tripitaka profondendosi in ringraziamenti, "meno male che sei stato capace di superare tutte queste prove!" "Sono state belle prove" rispose Scimmiotto ridendo. "La vostra è stata una prova sospesa, alla lettera; mentre io ho dovuto correre come un matto, le gambe sempre in moto, peggio di un corriere che recapita posta urgente. Dentro e fuori, avanti e indietro, senza un momento di respiro. Per venirne a capo, ho prima dovuto rubare i loro tesori." "Maestro e condiscepolo" gli disse Porcellino, "ci faresti vedere la zucca? L'orco minore, là dentro, sarà completamente liquefatto." Scimmiotto, nell'ordine, slegò il vaso sacro, poi tolse dalla manica la corda d'oro e il ventaglio e infine mostrò la zucca: "Ma preferisco non togliere il tappo. Anch'io sono stato chiuso lì dentro, li ho convinti ad aprire e sono riuscito a prendere il largo. Non vorrei che anche lui trovasse il modo di tirarsene fuori." Maestro e discepoli si misero allegramente alla ricerca di riso, farina e legumi, pulirono forno e pignatte, cucinarono e, dopo aver mangiato a sazietà, si coricarono per trascorrere nella grotta una piacevole notte di riposo, fino all'alba dell'indomani. Intanto l'orco maggiore aveva trovato rifugio nella Grotta del Drago Schiacciato. Riunì le orchesse, grandi e piccine, e raccontò come la loro padrona era stata uccisa, il fratello aspirato nella zucca, le truppe massacrate e i tesori rubati. Le orchesse fecero un bel chiasso di pianti e singhiozzi. Dopo che si furono sfogate, l'orco disse: "Non desolatevi. Mi resta la Spada delle Sette Stelle; vi voglio schierare insieme alle truppe dei miei parenti materni, perché ci vendichiamo catturando questo Scimmiotto." Una mostriciattola venne dalla portineria ad annunciare: "Grande re, è arrivato con le sue truppe il vostro zio materno, che abita dietro la montagna." L'orco andò di corsa a cambiarsi d'abito, per vestirsi a lutto in seta cruda, e accolse lo zio con grandi inchini. Questo zio era il fratello minore di sua madre e si chiamava Volpone VII. I suoi esploratori gli avevano riferito della morte della sorella, delle imprese di Scimmiotto, che ne aveva assunto i sembianti per rubare i tesori dei suoi nipoti, e dei combattimenti che da qualche giorno erano in corso sul Monte Cima Piatta. Aveva riunito rinforzi, con un paio di centinaia di mostri, e si era messo in cammino passando prima dalla casa della sorella per avere notizie più precise. Qui incontrò l'orco maggiore in lutto, e pianse e si lamentò con lui. Solo dopo un bel po' di lacrime, il nipote fece le debite cerimonie di saluto e gli presentò un rapporto particolareggiato. Volpone VII fu invaso dalla collera e ordinò al nipote di riprendere le armi e di abbandonare gli abiti di lutto. Salirono insieme su vento e nubi per precipitarsi verso nord est. Era prima mattina e Scimmiotto stava appunto incaricando Sabbioso di preparare la colazione, con l'intenzione di rimettersi in cammino subito dopo averla consumata, quando si udì un gran colpo di vento. Scimmiotto corse fuori a vedere che cosa succedeva, e vide le schiere dei mostri che venivano avanti da sud ovest. Grandemente sorpreso, chiamò Porcellino: "Fratellino, ritorna il mostro con i rinforzi!" "Discepoli" balbettò Tripitaka terrorizzato, "e adesso che facciamo?" "Buoni! Niente paura. Abbiamo tutti questi congegni, con cui ci possiamo divertire" rispose Scimmiotto ridendo. Si appese alla cintura vaso e zucca, infilò la corda d'oro nella manica, mise il ventaglio nel colletto, come aveva visto fare all'orco maggiore, e fece qualche volteggio di prova con la sua sbarra di ferro. Affidò a Sabbioso la custodia del maestro, al sicuro dentro la grotta, e uscì incontro al nemico facendosi accompagnare da Porcellino, che aveva ricuperato il suo rastrello. I mostri erano schierati in bell'ordine di battaglia, con il re Volpone VII alla testa. Egli aveva un viso di giada, lunga barba, sopracciglia d'acciaio e orecchie a forma di coltelli ricurvi. Portava un elmo d'oro e una cotta di maglia, impugnava un'alabarda 'a cielo quadrato'. "Te la farò vedere, impudente scimmia maledetta!" gridava a gran voce. "Come hai potuto avere l'audacia di perseguitarci così? Hai rubato i nostri tesori, ucciso i nostri parenti, massacrato i soldati, e hai anche la sfacciataggine di occupare la nostra grotta come se fosse casa tua. Porgete subito il collo tutti quanti, per ricevere il castigo che vendicherà la famiglia di mia sorella." "Mucchio di peli destinato a finir male, imparerai che cosa è capace di fare tuo nonno Scimmiotto. Non scappare senza aver assaggiato una tostata del mio bastone." Il mostro schivò balzando da lato e lo fronteggiò con la sua alabarda. Ma dopo tre o quattro scontri perse terreno, le sue forze vennero meno e dovette battere in ritirata. A Scimmiotto, che lo inseguiva, si parò davanti l'orco maggiore, che sostenne tre scontri. A questo punto anche Volpone VII, ripreso fiato, volle ritornare all'assalto, ma si trovò davanti Porcellino con il rastrello a nove denti. Entrambi i duelli continuavano senza giungere a una decisione, quando l'orco ordinò alle truppe di circondare il nemico. Intanto Tripitaka, seduto nella grotta, sentiva i clamori della battaglia che facevano tremare il terreno. Chiamò Sabbioso e gli disse: "Va a vedere a che punto sono i tuoi condiscepoli." Sabbioso uscì, armato del suo bastone per abbattere diavoli, e aggredì i mostri alle spalle con grandi grida. Volpone VII si rese conto che i suoi affari non andavano per il verso giusto e cercò di ritirarsi, ma Porcellino lo raggiunse alla schiena con un colpo di rastrello che aprì nove fori da cui il sangue zampillò: l'anima infelice ritornava allo stadio precedente. Mentre ne depredava le spoglie, Porcellino constatò che anche lui era una volpe. Vista la fine dello zio, l'orco abbandonò Scimmiotto per gettarsi su Porcellino, che si protesse con il rastrello. Anche Sabbioso si unì alla mischia levando il suo bastone. L'orco non fu in grado di sostenere il doppio assalto e si diede alla fuga verso sud, portato da vento e nubi, con Porcellino e Sabbioso alle calcagna. Scimmiotto balzò per aria, aprì il vaso sacro e gridò: "Grande re Corno d'Oro!" L'orco si credette chiamato da qualcuno delle sue truppe in difficoltà e si volse per rispondere: subito il vaso lo aspirò, e Scimmiotto vi appose il sigillo con il nome del signore Laozi. Anche la Spada delle Sette Stelle, che era caduta nella polvere, pervenne nelle mani del Novizio. "Fratello" diceva Porcellino, arrivando di corsa, "quella è la spada, ma l'orco dov'è andato a finire?" "Non c'è più, l'orco" rispose Scimmiotto ridendo. "È finito dentro il mio bel vasetto." Sbarazzarono il terreno dalle creature malefiche che restavano in giro e ritornarono nella grotta per dare la buona notizia a Tripitaka: "La montagna è ripulita, non ci sono più mostri. Se volete montare a cavallo, maestro, sarebbe l'ora di riprendere il cammino." Tripitaka non stava in sé dalla gioia. Consumarono la colazione, fecero i bagagli, sellarono il cavallo e ripresero il cammino, maestro e discepoli, sulla strada dell'Ovest. Mentre camminavano, un mendicante apparve all'improvviso sul ciglio della strada, venne avanti, prese le redini del cavallo di Tripitaka e gridò: "Monaco, dove vai? Restituiscimi i miei tesori!" "Siamo fottuti!" esclamò spaventato Porcellino. "Riecco il mostro che reclama le sue cose." Scimmiotto, che guardava attentamente, riconobbe il signore Laozi e si precipitò a salutarlo: "E voi, grande signore, dove andate?" Il patriarca montò in cielo sul suo prezioso trono di giada, e da lì ripeté: "Scimmiotto, restituiscimi i miei tesori!" "Quali tesori?" chiese il grande santo montando in aria anche lui. "La zucca mi serve come recipiente per il cinabro, il vaso per l'acqua, la spada per castigare i diavoli, il ventaglio per attizzare il fuoco e la corda d'oro è una cintura del mio guardaroba. Quei due mostri non erano altri che il garzone che sorveglia il forno dell'oro e quello che si occupa del forno dell'argento. Stavo proprio cercandoli in giro, perché erano fuggiti nel mondo di Sotto rubandomi le suppellettili di casa. Sono loro che oggi avete catturati, e ve ne sarà reso merito." "Signore, siete molto trascurato" osservò Scimmiotto, "a lasciar andare in giro persone così pericolose. Se è gente di casa vostra, la responsabilità è vostra." "Non sono fatti miei, io non c'entro per niente. È stata la pusa Guanyin a chiedermi di tollerare che si incarnassero in mostri, e ha anche insistito molto. Voleva mettere alla prova la vostra determinazione nel viaggio verso Occidente." Udendo queste spiegazioni, Scimmiotto pensava: "Che vecchia strega, quella Guanyin! Quando mi ha liberato e mi ha incaricato di proteggere il monaco cinese nella ricerca delle scritture, le dicevo che il viaggio sarebbe stato difficile e pericoloso, e lei prometteva di venire di persona ad aiutarci se fosse stato necessario. Invece è stata lei a mandare questi mostri a romperci le scatole. Che lingua biforcuta! Non per niente avrà vissuto tutta la vita da vecchia zitella!" E rivolgendosi a Laozi: "Se non foste venuto di persona, signore, non vi avrei restituito proprio niente. Ma dal momento che vi siete scomodato, e se le cose stanno come voi dite, ecco qua." Il signore Laozi ricevette i cinque presìdi, aprì zucca e vaso per lasciarne esalare lo spirito dei due immortali e, con un gesto, li materializzò in due fanciulli, d'Oro e d'Argento, che si tennero accanto a lui, uno a destra e l'altro a sinistra. Non si vide più che un fascio di mille raggi luminosi: Tornano alla dimora dei beati, Volano su nel più alto dei cieli. Se non sapete, in fin dei conti, che cosa accadde dopo, come Scimmiotto protesse il monaco cinese, e quando raggiunsero il Paradiso dell'Ovest, vi converrà ascoltare il seguito. 第036回 STILI DIPLOMATICI A CONFRONTO · LA SCIMMIA DELLO SPIRITO, IN LUOGO CHE LO RICHIEDE, ROMPE IL CICLO DELL'IGNORANZA. BRILLA DA UNA PORTICINA LA LUNA SCINTILLANTE. Scimmiotto spiegò al maestro come erano andate le cose: i mostri non erano che garzoni del signore Laozi presi in prestito da Guanyin, e Laozi aveva ricuperato i suoi tesori. Tripitaka rinnovò i ringraziamenti e riprese il pericoloso cammino verso occidente, armato di una pia determinazione più ferma che mai. Rimontò a cavallo, mentre Porcellino sollevava i bagagli e Sabbioso reggeva le briglie. Scimmiotto apriva la via impugnando la sua sbarra di ferro. Scesero ai piedi della montagna e si inoltrarono nella pianura. Non si finirebbe mai di raccontare le soste in riva all'acqua, i pasti all'aria aperta, le partenze nella brina, gli arrivi nella rugiada. Dopo lungo cammino, maestro e discepoli si trovarono di nuovo di fronte a un'alta montagna. Tripitaka esclamò: "Discepoli, guardate com'è grande e cupa quella montagna: stiamo attenti! Temo che incontriamo ancora una volta qualche insidia diabolica." "Maestro" replicò Scimmiotto, "non fatevi turbare da questi pensieri. Basta concentrarsi e mantenere lo spirito sereno, e niente potrà accadere." "Discepoli, perché è tanto difficile raggiungere il Paradiso dell'Ovest? Ricordo quando lasciai la città di Chang'an, finiva la primavera e giungeva l'estate; da allora seguirono tante stagioni, saranno trascorsi quattro o cinque anni. Perché non arriviamo mai?" Scimmiotto scoppiò a ridere: "Ma è troppo presto, non siamo ancora usciti dalla porta." "Lascia stare le tue solite panzane, fratello" intervenne Porcellino. "Non esistono a questo mondo residenze così grandi." "Il fatto è, fratellino, che noi continuiamo a girare in tondo nella stessa sala." "Caro maestro e condiscepoli" esortò Sabbioso sorridendo, "non perdetevi in stravaganze inquietanti. Se esistesse una sala così grande, dove si troverebbe una trave abbastanza lunga da reggerne il soffitto?" "Fratellino, cerca di capire il mio punto di vista: questa sala ha per tetto il cielo; sole e luna ne sono i lampadari, le cinque montagne sacre sono le colonne che la reggono. Tutto l'universo non è che una vasta sala." "Lasciamo perdere" fece Porcellino. "Ne abbiamo già percorso un bel po', di questa sala." "Basta con le chiacchiere" concluse Scimmiotto. "Seguitemi fiduciosi e non pensate ad altro." Il bravo Scimmiotto, con la sbarra di traverso sulle spalle, si spinse avanti sulla via della montagna e guidò con sicurezza il monaco cinese, che dalla sua cavalcatura osservava l'immenso e magnifico paesaggio alpestre. Salgon cime scoscese fino al cielo, Gli alberi che vi crescono si impigliano Nelle nubi. Risale la vallata Il grido lamentoso dei gibboni. Risuonano i singhiozzi delle gru. Si prendon gioco i folletti nel bosco Dei legnaioli. Antiche volpi grigie Osservano inquietanti i cacciatori. Che gran montagna! Scarpate maestose, Burroni senza fondo da ogni parte. Sembran gli abeti coperti di giada, Gli alberi morti sono soffocati Da viticci e da liane. Acqua gelata Scorre dalla sorgente; una frescura Da accapponar la pelle. Dalle creste Soffia un vento pungente. Odi il ruggito Delle tigri ed il canto degli uccelli. Balzano sulle rupi svelti daini, Orde di cervi cercano pastura. Non vedi viaggiatori sul pendio. Porta il vento l'odore acre dei lupi Acquattati in agguato. Non è certo Luogo propizio alla meditazione, Ma piuttosto dominio delle fiere. Man mano che si addentrava nella montagna, Tripitaka tremava sempre più di paura. Sopraffatto dalla tristezza dei luoghi, fermò il cavallo e gettò un grido di angoscia: "Consapevole del Vuoto! Quando pensai di salir la montagna, Il re mi accompagnò fuori città. Erbe e giuncheti incontrai sul cammino, Suonai le campanelle ad incitare Il mio cavallo. Salendo le alture E guadando i torrenti valicai Mille montagne per omaggio al Buddha. Proteggimi, che riesca a completare La lunga cerca! Quando rivedrò La corte ed il villaggio da cui venni?" "Maestro, non vi tormentate" diceva Scimmiotto ridendo allegramente. "Non c'è da preoccuparsi. Il successo viene da sé, a coronamento dei meriti." Mentre maestro e discepoli percorrevano il maestoso paesaggio, il disco del sole calava a occidente. Erano proprio Tappe di dieci li senza un passante, Al nono cielo fioriscon le stelle. Negli otto golfi ogni nave è rientrata Nei porti. Ovunque nelle settemila Città, chiuse le porte, tutto dorme. Scende il silenzio dentro i sei palazzi E nelle cinque sale. Sulle rive Dei quattro mari e dei tre fiumi, inerti Giaccion le reti. In cima alle due torri Batton campane e rullano tamburi. Splende nel cielo scuro un disco candido, Unico e solo. Guardando lontano dall'alto della sua cavalcatura, il reverendo scorse in una valletta un complesso di torri, terrazze, padiglioni e altri edifici. "Discepoli" gridò, "si sta facendo tardi, ma per fortuna vedo davanti a noi degli edifici che devono appartenere a un tempio taoista o a un monastero buddista. Chiediamo ospitalità per la notte! Riprenderemo il cammino domani." "Giusto" rispose Scimmiotto, "ma non siamo precipitosi: prima lasciatemi vedere di che cosa si tratta." Il grande santo balzò in alto per esaminare attentamente i luoghi: era davvero un monastero. Le murature di mattoni rossi Chiusi da porte a chiodature d'oro, Le terrazze che salgono a ripiani Affacciate sui monti e sulla valle. Il padiglione con i mille buddha Sta davanti alla sala del Beato, Volta verso la torre del mattino. Alta svetta la torre a sette piani Con i tre Venerati in bella vista. Di fronte all'edificio sanghârâma S'innalza la terrazza di Wenshu. Il santuario di Mile è posto accanto Alla sala del Gran Compassionevole [...] Scimmiotto confermò a Tripitaka: "È proprio un monastero; andrà benissimo per passarci la notte." Il reverendo allentò le briglie e in breve giunsero al portale. "Maestro, come si chiama questo monastero?" "Arriviamo adesso, non ho ancora tolto i piedi dalle staffe, e tu già mi chiedi come si chiama il monastero. Non hai proprio riguardi!" "Ma voi siete monaco fin dall'infanzia, avrete letto Confucio ancor prima della Legge e dei sutra. Non mi direte che siete arrivato ai vostri incarichi senza aver prima imparato bene a leggere: quei grandi caratteri sopra il portale, li comprendete o no?" "Maledetta scimmia che parla sempre a vanvera! Ho cavalcato in faccia al sole che tramontava e ne sono rimasto abbagliato. Del resto quei caratteri sono coperti di polvere. Dammi tempo, non sono ancora riuscito a decifrarli." Scimmiotto si allungò fino a superare una statura di due tese e spolverò la scritta con la mano: "Ecco qua, maestro; leggete." C'era scritto in cinque grandi caratteri: MONASTERO DEL BOSCO SACRO, FONDAZIONE IMPERIALE Scimmiotto riprese la sua statura consueta e chiese: "Maestro, chi di noi deve entrare a chiedere ospitalità per la notte?" "Ci vado da me. Voi siete così brutti, per non dire quant'è volgare il vostro linguaggio, e brutale e arrogante il vostro carattere, che sareste solo capaci di metterci in urto con tutti. Sarebbe imbarazzante vedersi rifiutare l'ospitalità per colpa vostra." "Se la mettete così, niente da dire. Entrate, prego!" Tripitaka appoggiò il bastone da pellegrino, si tolse il mantello da pioggia, rassettò i suoi abiti e passò la soglia giungendo le mani. A breve distanza dall'ingresso si vedeva una balaustra laccata di rosso, alle estremità della quale si rizzavano due imponenti statue di guardiani ghignanti, armati di folgore. Sembrano vivi, l'uno con la barba D'acciaio sulla maschera di ferro, L'altro che aggrotta grandi sopraccigli Sopra gli occhioni tondi bianco perla. Quello a sinistra stringe il grande pugno Di ferro, quello a destra apre la palma Gigantesca di bronzo. Le armature E gli alti elmi scintillano dorati. Nell'ovest, quante offerte fanno al Buddha! Quanti tripodi bruciano l'incenso! Tripitaka chinò il capo e sospirò: "Vedete, se da noi si elevassero statue altrettanto grandi e si bruciasse tanto incenso come qui, non avremmo bisogno di fare questo viaggio in Occidente." Giunse alla porta del secondo cortile e vide le statue dei quattro grandi re celesti, protettori dei quattro orienti, est, nord, ovest e sud, ciò che implicava il potere di regolare i venti e le piogge: Conservatore del Regno, Sa Tutto, Crescita e Vasto Sguardo. Entrando notò quattro superbi pini dalle ricche chiome che formavano un alto baldacchino. Là sotto c'era il santuario del Grande Eroe. Giunse le mani in segno d'omaggio, si prosternò e fece il giro dell'edificio per entrare dalla porta posteriore. Vi si vedeva una statua della Guanyin dei mari del Sud che si inchina sollecita della salvezza di tutti. I muri erano coperti di abili sculture di gamberi, pesci, granchi e tartarughe, che tendevano il collo, agitavano la coda, balzavano e giuocavano tra i flutti. Il reverendo inchinò il capo quattro o cinque volte sospirando: "Che peccato! Mentre tutti questi esseri con scaglie e gusci rendono omaggio al Buddha, esistono uomini che lo rifiutano." Mentre mandava i suoi sospiri di ammirazione e dispiacimento, si aprì una porticina ed entrò un inserviente. Questi notò la dignità fuori del comune e la finezza dei tratti di Tripitaka; perciò corse da lui e lo salutò: "Maestro, da dove venite?" "Il vostro discepolo è inviato dall'imperatore dei grandi Tang, delle terre dell'Est, in cerca di scritture nel Paradiso dell'Ovest. Poiché scende la sera, mi sono permesso di entrare in questo nobile luogo per sollecitare rifugio per una sola notte." "Maestro, non me ne vogliate, ma io sono soltanto un inserviente; i miei compiti sono di spazzare il pavimento, suonare la campana e attendere ai lavori di fatica. Se aspettate, vi annuncerò al superiore del convento. Se vorrà accogliervi, ritornerò con il suo invito; se non vorrà, cercherò almeno di non farvi perdere più tempo del necessario." "Mi dispiace di recarvi disturbo." Il servo corse nella cella del superiore: "Signore e maestro, c'è fuori una persona che attende." Il superiore si mise un berretto alla Vairocana, indossò un kasâya e aprì l'uscio. "Dov'è questo visitatore?" chiese al servo, che gli additò Tripitaka: "Vedete quell'uomo dietro la sala principale?" Tripitaka si presentava a capo scoperto, in abito alla Bodhidharma con venticinque rattoppi; ai piedi sandali infangati. Vedendolo il superiore si arrabbiò: "Non sei stato battuto a sufficienza, stupido servo? Non sai che sono un monaco pieno di responsabilità, con alti incarichi? Io accolgo soltanto i notabili che vengono dalla città a offrire incenso. Ma quello non è che un bonzo pulcioso. Vedo dalla sua faccia che non è una persona importante: è un semplice mendicante. Scommetto che viene qui a quest'ora per scroccare una sistemazione per la notte. Non lo voglio vedere. Digli di andarsi ad accucciare in qualche angolo buio, sotto i portici. Disturbare me per queste cose!" E volse la schiena. A Tripitaka si riempirono gli occhi di lacrime: "Ahimè: lungi dal tuo paese non vali niente; è un detto che ora comprendo bene. Ho abbandonato la famiglia sin da bambino, e non ho mai subito penitenze per cattivi pensieri o per aver mangiato cibi vietati. Non ho mai letto un sutra con animo contaminato dall'ira. Non ho mai gettato pietra contro la casa del Buddha, né raschiato oro dal volto delle statue. Ahimè! Mi chiedo quali colpe avrò commesso in qualche esistenza anteriore, per incontrare tanto spesso dei cattivi. Bonzo, capisco che tu non ci voglia ospitare per la notte; ma perché usare parole sprezzanti e mandarci alla cuccia negli angoli bui? Ti è andata bene che non hai usato questo tono con il Novizio; quella scimmia ti avrebbe già rotto le gambe con il suo randello." Poi si riprese: "Lasciamo stare. Come dice il proverbio: proprio dell'uomo è rispettare i riti e la musica. Andiamo ugualmente a sollecitarlo, e vediamo quali sono le sue intenzioni." Seguì il superiore verso la sua cella: si era seduto, ancora ansimante di collera, davanti a un tavolo coperto di fogli. Sutra o pia corrispondenza? Tripitaka non osò entrare, si tenne sull'uscio, s'inchinò e disse ad alta voce: "Maestro di questo monastero, il vostro discepolo vi saluta religiosamente." Il bonzo gli rese il saluto con un moto di insofferenza e chiese bruscamente: "Tu da dove vieni?" "Il vostro discepolo è stato inviato dall'imperatore dei grandi Tang al Paradiso dell'Ovest, per salutare il Buddha vivente e cercare le scritture. Poiché passavamo presso il vostro prezioso convento mentre scende la sera, sono venuto a pregarvi di offrirci ospitalità: ripartiremo domattina prima dell'alba. Spero di non recarvi disturbo." Il superiore disse: "Dunque tu sei il monaco cinese Tripitaka?" "Sono io, con il vostro permesso." "Come si può andare all'Ovest per cercare le scritture, e non conoscere la strada?" "Non ero mai passato da queste parti." "A quattro o cinque li verso ovest c'è la locanda dei Trenta Li: vende anche cibo. Quello è il posto dove dovete passare la notte. A noi non piace ospitare viandanti che vengono di lontano." "Maestro" replicò Tripitaka giungendo le mani, "non dicono forse gli antichi: tempio, romitaggio o monastero sono gli alberghi di noi religiosi; la sola vista dell'entrata vale promessa di tre litri di riso? Perché rifiutare ospitalità?" "Maledetti accattoni!" gridò il superiore con la voce alterata dalla collera. "Sapete solo abbindolare la gente." "Perché abbindolare?" "Il perché lo dicono gli antichi: se la tigre entra in città, chiudi l'uscio; anche se non ti morde, ti vuole rovinare." "Come sarebbe a dire: rovinare?" "Anni fa passò di qui un gruppo di monaci erranti. Erano poverissimi, testa e piedi nudi, abiti a brandelli; ebbi compassione di loro e li invitai a entrare e a sedersi ai posti d'onore. Offrimmo loro da mangiare e li fornimmo di abiti usati. Ma loro, avidi di cibo e di comodità, non vollero più ripartire; si installarono qui per sette od otto anni. E non è tutto. Si diedero a ogni sorta di attività sconvenienti." "Quali attività?" "Per esempio Ingannavano il tempo a lanciar sassi, A schiodarci le porte. I giorni freddi Rompevano gli assiti per bruciarli. D'estate ci smontavan le finestre Gettandole qua e là lungo i sentieri. Con i sacri stendardi, lacerandoli, Facevan mollettiere. Saccheggiavano Orto e cucina; ed era più la roba Guasta e buttata di ciò che mangiavano." Tripitaka pensava: "Per carità! E io sarei come quei bonzi senza terra né legge?" Si sentiva sul punto di piangere, ma temeva che il superiore ridesse di lui. Perciò si asciugò furtivamente le lacrime con un lembo della veste, inghiottì i singhiozzi, contenne il suo dispetto e se andò in fretta a raggiungere i suoi discepoli. Scimmiotto notò le tracce di collera sul viso del maestro e gli chiese: "Quei bonzi non vi hanno battuto, per caso?" "No." "Se non vi hanno battuto" insisté Porcellino, "perché vi trema la voce dalla rabbia?" "Vi hanno insultato?" insisté Scimmiotto. "Nemmeno." "Se non vi hanno né battuto né insultato, perché fate quella faccia contrariata? Non mi direte che è effetto della nostalgia!" "Discepoli, non hanno piacere di ospitarci." Scimmiotto si mise a ridere: "Allora saranno dei taoisti." "I taoisti vivono nei templi; nei monasteri vivono i monaci buddisti" rispose secco Tripitaka. "Il fatto è, che tanto per cambiare, non sarete stato all'altezza della situazione. Se sono buddisti, sono come noi. L'adagio dice: nella comunità del Buddha siamo tutti fratelli. Sedetevi un momento, che vado io a vedere come stanno le cose." Il bravo Scimmiotto! Si aggiustò il cerchio d'oro sulla testa, strinse il grembiule e, con la sbarra di ferro in mano, andò dritto filato alla sala del Buddha. Segnando a dito le tre statue, disse loro: "Voialtri, fango impastato travestito d'oro! Io proteggo il santo monaco che va in cerca dei sutra al Paradiso dell'Ovest, e che questa sera vi fa l'onore di cercare asilo proprio qui. Filate ad annunciarci! Se non ci fate buona accoglienza vi farò a pezzi, tornerete al fango da cui venite." Mentre dava in escandescenze, il grande santo entrò nella sala, dove un servo accendeva i bastoncini d'incenso dell'offerta serale; li stava appunto introducendo nel brucia profumi davanti al Buddha, quando un grugnito di Scimmiotto lo fece sobbalzare di spavento. Si volse, e alla vista di quella strana grinta corse via come un pazzo, inciampando a ogni passo, verso la cella del superiore: "Maestro e signore, c'è un bonzo là fuori!" "Che possiate crepare bastonati, stupidi servi! Ho già detto che possono andare ad accucciarsi sotto i portici, che bisogno c'è di disturbarmi ancora? Apri di nuovo la bocca, e prenderai venti bastonate!" "Maestro, questo bonzo è diverso. Ha un aspetto cattivo e pericoloso." "Com'è fatto?" "Ha gli occhi tondi, le orecchie appuntite, la faccia pelosa e una bocca come quella del duca del Tuono. Ha in mano una grossa sbarra di ferro e digrigna i denti con ferocia, come se volesse mordere." "Aspetta, gli darò un'occhiata." Come aprì l'uscio, vide Scimmiotto venire verso di lui. Com'era brutto! Una faccia lunga con sette gobbe e otto buche, un paio di occhiacci gialli, la fronte convessa come la testa di un martello, denti sporgenti; sembrava un granchio, con la carne di dentro e le ossa di fuori. Il monaco, impaurito, richiuse la porta a precipizio, ma Scimmiotto ne buttò giù un battente e ordinò: "Svelti, senza perder tempo: preparatemi mille camere da letto belle pulite. Il vecchio Scimmiotto vuol dormire." Rifugiatosi nell'angolo più lontano della cella, il superiore diceva al servo: "Non c'è da stupirsi che sia così brutto: si sarà deformato la bocca a forza di dire scemenze. Qui abbiamo meno di trecento stanze tutto compreso, fra sale, torri e gallerie, e lui ne vuole mille per mettersi a letto. Da dove dovremmo tirarle fuori?" "Maestro, mi scoppia la milza dalla paura. Rispondetegli voi come volete." Il superiore, tremando come una foglia, gridò: "Reverendo, questo monastero è troppo piccolo e povero per le vostre esigenze. Provate da un'altra parte." Prima di rispondere, Scimmiotto andò in mezzo al cortile, diede alla sua sbarra il diametro di una tazza e la piantò per terra: "Bonzi, se la mettete così: fuori! Sloggiare!" "Noi abitiamo qui sin da fanciulli, questi luoghi sono stati trasmessi dai patriarchi ai nostri maestri, e noi li trasmetteremo ai nostri discendenti. Si rende conto di quello che dice, quell'impudente? Figuriamoci se sloggiamo!" "Signore" rispose il servo, "è terribilmente scomodo, ma forse sloggiare è il meno peggio. Guardate che grosso palo ha con sé! Che cosa accadrebbe se lo usasse?" "Sei matto, dove vorresti andare? La nostra comunità, fra giovani e vecchi, conta cinquecento persone. Come si fa a sloggiare senza saper dove andare?" "Se non sapete dove andare" intervenne Scimmiotto che aveva sentito, "mandate qui qualcuno. Darò una dimostrazione di come lavora il mio randello." "Vai lì, vediamo come lavora il randello" ordinò il superiore al servo. "Signore" rispose questi in preda al panico, "non mi potete chiedere di finire i miei giorni sotto quel palo!" "Un'armata si monta in mille giorni e si smonta in un mattino. Non puoi rifiutarti di andare!" "Ma quel palo, solo a sfiorarmi, mi ridurrà in poltiglia." "Vai e toglilo da là! Non capisci che, se resta piantato nel cortile, quando la notte mi capita di attraversarlo per fare i miei bisogni, ci potrei inciampare e rompermi la testa?" "Maestro, se sapete che è tanto pericoloso, perché chiedete a me di andarlo a collaudare?" Mentre litigavano, Scimmiotto pensava: "Che posso fare? Se ammazzo qualcuno, il maestro ricomincerà a rimproverarmi la violenza. Bisogna che trovi un altro modo per spaventarli." Accanto all'ingresso della cella del superiore c'era un grande leone di pietra: un colpo della sbarra, e cadde in polvere. Il bonzo, che guardava dalla finestra, si sentì le gambe molli e si nascose sotto il letto. Il servo cercava di infilarsi sotto il forno e diceva: "Avete visto, signore, com'è pesante quel bastone? Diamogli retta, che altro si può fare?" "Bonzi" gridò Scimmiotto, "non vi spaventate: non vi voglio picchiare. Ma ditemi: quanti monaci ci sono in questo monastero?" "Ci sono duecento ottantacinque celle" rispose tremando il superiore, "e cinquecento monaci ordinati con certificato." "Va bene. Fai l'appello di tutti i cinquecento monaci, falli vestire da cerimonia e schierali per ricevere il mio maestro, che viene dalla corte dei Tang. A queste condizioni, non vi picchierò e vi lascerò restare." "Non ci picchiare! Dovessi portarlo in spalla, il nostro ospite, lo porterò!" "Su, non perdiamo tempo." Il superiore si rivolse al servo: "Comunque sia ridotta la tua milza - e anche il tuo cuore, se è per questo - dovrai andare a chiamare tutti per accogliere il nostro eminente signore, il monaco cinese." Il servo non poteva far altro che correre il rischio. Tuttavia non osò uscire dalla porta, ma scivolò dalla gattaiola sul lato posteriore, corse alla sala principale e si mise a batter tamburi a est e percuoter campane a ovest. I monaci dei due portici accorsero in folla: "Non è ancora scesa la sera; perché suoni tamburi e campane?" "Svelti, andate a cambiarvi e vestitevi da cerimonia" rispose il servo. "Vi dovete schierare agli ordini del superiore per fare accoglienza al gran signore che viene dalla corte dei Tang." I monaci si prepararono e si misero in fila. Alcuni si erano avvolti nel kasâya, altri portavano la tunica lunga; quelli che non avevano di meglio, si erano infilati vesti a campana; e i più poveri, che non avevano altra veste, si drappeggiavano in qualche modo nel sarong. Scimmiotto chiese: "Ma che modo di vestirsi è questo?" "Signore, non ci picchiate!" rispondevano. "Fateci spiegare: il tessuto ci è stato donato in elemosina, in città; ma qui non ci sono sarti. Li abbiamo confezionati noi come sapevamo; è quello che si dice: drappeggiarsi nella povertà." Scimmiotto se la rideva fra sé. Li portò davanti al portale e li fece inginocchiare in bell'ordine. Il superiore batteva la fronte al suolo e gridava: "Nobile signore dei Tang, entrate, accomodatevi!" "Maestro, a quanto pare era davvero colpa vostra" commentò Porcellino. "Guardate che differenza! Voi eravate tornato indietro con gli occhi gonfi di lacrime, facevate la smorfia come se vi avessero appeso un'ampolla d'olio al labbro superiore. Che astuzie avrà usato il condiscepolo, per farli arrivare addirittura alle prosternazioni?" "Bestione mio" rispose Tripitaka, "di riti non te ne intendi. Dice il proverbio: i cattivi, li teme anche il diavolo." Le prosternazioni mettevano a disagio Tripitaka, che avanzò per farle cessare. "Se vostra signoria può mettere una buona parola per noi, perché il vostro discepolo non usi il suo palo, a noi non peserà nemmeno restare inginocchiati per un mese intero." "Consapevole del Vuoto, sai che non si deve picchiare." "Non li ho proprio toccati" assicurò Scimmiotto, "e lo potete constatare: son tutti vivi." Bisognò insistere perché i monaci si alzassero: chi corse a prendere le briglie del cavallo, chi si caricò dei bagagli, chi sollevò su una sedia gestatoria il monaco cinese, chi si prese in spalla Porcellino, chi prese Sabbioso per mano. La folla li guidò all'interno, verso la residenza del superiore, dove tutti presero posto. I monaci ricominciavano cerimonie e saluti, quando Tripitaka prese la parola: "Vi prego, superiore, rialzatevi. Tregua alle cortesie, voi viziate il povero monaco che sono. Voi e io siamo pur discepoli del Buddha." "Vostra signoria è l'inviato imperiale di un paese sovrano, e io sono venuto meno ai miei doveri di ospitalità. Quando vi siete presentato sulla nostra montagna desolata, i miei occhi volgari non hanno saputo riconoscere la vostra eminente dignità, né apprezzare la fortuna di questo incontro inatteso. Mi è permesso rivolgere a vostra signoria una domanda? Durante il vostro viaggio mangiate di magro o no? Dovremmo preparare il banchetto." "Certo, mangiamo di magro." "Non così i vostri discepoli?" "Mangiamo di magro anche noi" replicò Scimmiotto, "fin da prima di nascere." "Davvero, monsignore, questi omaccioni mangiano di magro?" Un bonzo più temerario degli altri si fece avanti per domandare: "È lecito chiedere quanto riso bisogna mettere al fuoco?" "Che domande!" intervenne Porcellino. "Ne basterà un quintale, ignoranti!" I monaci si affrettarono a nettare vasi e fornelli, ciascuno si impegnò nella preparazione del pasto. Si portarono lampade accese, si disposero tavoli e seggiole, per convitare adeguatamente il monaco cinese. Quando maestro e discepoli ebbero consumato la cena, i monaci sparecchiarono la tavola e Tripitaka ringraziò: "Nobile superiore, vi abbiamo recato molto disturbo." "Nemmeno per sogno, la nostra accoglienza è stata ben modesta." "Potremo riposare qui?" "Un momento di pazienza. Lasciatemi dare le disposizioni necessarie." Si rivolse all'intendente: "Hai a disposizione i tuoi uomini?" "Certo, maestro." "Mandane due a prendere la paglia per la lettiera del cavallo di sua signoria. Gli altri devono spazzare con cura la sala di meditazione a tre arcate, disporre i letti e invitare sua signoria al riposo." I servi eseguirono, e quando tutto fu pronto invitarono il reverendo cinese a coricarsi. Maestro e discepoli lasciarono la residenza del superiore e si trasferirono nella sala di meditazione. Trovarono l'ambiente ben illuminato, con quattro letti di canna d'India disposti lungo le pareti. Scimmiotto, che aveva condotto il cavallo con sé, gli fece portare del fieno e ordinò ai servi di ritirarsi. Tripitaka si sedette al centro. I cinquecento monaci lo circondavano in due gruppi, senza osare di chiedere congedo. Tripitaka disse loro: "Vi prego di ritirarvi, perché il povero monaco che sono possa prendere qualche riposo." Ma i monaci non osavano andarsene, perché il superiore aveva loro raccomandato di accertarsi che sua signoria fosse soddisfatto di ogni cosa. Bisognò che Tripitaka confermasse: "Ho tutto quello che mi serve, potete andare." Tripitaka si alzò e uscì per soddisfare un bisogno. Vide la luna che splendeva nel cielo e chiamò: "Discepoli miei!" Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso corsero da lui. Commosso dalla limpida chiarità della luna nella volta di giada del cielo notturno, preso da nostalgia per il paese natale, egli improvvisò questo poema in stile antico: L'anima chiara si rimira Nello specchio sospeso su nel cielo: Esso illumina torri di diaspro, Ed ogni cosa avvolge Dentro un involucro d'argento. In mille luoghi si diffonde Pura luce attraverso l'aria fresca. Lente di ghiaccio appesa in cielo Nella notte più limpida dell'anno. Dietro la sua fredda finestra La guarda il viaggiatore solitario. I poemi di Yu Liang e Yuan Hong, Composti in barca nella notte, Dalla storia ufficiale son trasmessi. In languida coppa galleggia Per chi solo sta a bere. Ma la corte Ne è tutta illuminata. Canta La pi pa nella notte il suo candore. Viene stasera a rallegrarmi Al monastero. Ma mi chiedo: quando Mi accompagnerà alla mia terra? Scimmiotto fece le sue considerazioni: "Maestro, si vede dal vostro poema che voi vedete solo il chiar di luna e che vi riempie il cuore di nostalgia. Ma ignorate il significato dell'astro della notte, che è come riga e squadra dei caratteri inerenti ai fenomeni della natura ed è più antico di loro. Dopo trenta giorni, il metallo della sua anima yang, maschio e celeste, si dissipa completamente; il disco si riempie dell'acqua della sua anima yin, femmina e terrestre, e perde ogni splendore: la luna è oscurata. A questo punto si accoppia con il sole; in un periodo di due giorni la luce solare la penetra e la rende incinta. La terza notte appare una parte di yang, l'ottava notte un'altra parte: a questo punto l'anima maschio occupa metà dell'anima femmina, i due elementi sono in equilibrio come sulla corda; infatti il primo quarto si chiama 'corda superiore'. Il quindicesimo giorno lo yang è completo nelle sue tre parti; la luna è perfetta e perciò si chiama 'speranza'. Il sedicesimo giorno rinasce una prima parte di yin, e il ventiseiesimo una seconda parte. L'anima femmina occupa allora metà dell'anima maschio e gli elementi sono di nuovo in equilibrio: l'ultimo quarto si chiama 'corda inferiore'. Il trentesimo giorno è la volta dello yin di completare le sue tre parti; la luna si oscura e il ciclo ricomincia. Questo è il senso del processo che crea l'universo e che esisteva già prima di esso. Se riusciamo a nutrire in noi i due otto sino a raggiungere la perfezione del doppio nove, ci sarà facile vedere il Buddha, e anche ritornare alla nostra terra. Lo attestano i versi: Fra il primo e l'ultimo quarto Le pozioni son deboli, I soffi sono esausti. Prendi ciò che ti spetta dei prodotti del forno: Nell'Ovest giungerai con la tua volontà."(38) Tripitaka comprese il discorso e ne penetrò la profonda verità. Pieno di gioia, ringraziò calorosamente Scimmiotto. Sabbioso intervenne ridendo: "Il nostro maestro e condiscepolo ha detto molte cose dello yin e dello yang, ma non questa: Acqua e fuoco si tengono per mano, Ciascuno segue il suo destino. Terra madre decide interamente La loro unione. I tre si trovano Senza competizione né conflitto, Perché l'acqua è nel fiume E la luna è nel cielo." Anche questa fu una rivelazione per il reverendo, come se qualcuno aprisse la finestra del suo spirito. È il caso di ricordarlo: Comprendere un concetto ne apre mille, È immortale chi coglie la non-nascita. Porcellino si sentì in dovere di dir la sua. Si fece avanti, trattenne il reverendo per un lembo della veste e gli disse: "Maestro, non rischiate di perdere il sonno per ascoltare le loro divagazioni. Quanto alla luna, Se da magra divien tonda E la pancia si arrotonda, È perché nella scodella Come me va a biascicare. Cercan essi intelligenza, Ed io stupido rimango: Ma vi giuro, è sufficiente Per andare su nel cielo Agitar con diligenza Il codino sul sedere!" "Va bene" disse Tripitaka; "ora sarà meglio che andiate a letto, discepoli miei; abbiamo avuto una giornata faticosa. Io leggerò un capitolo di questo sutra." "Mi sembra strano, maestro" si stupì Scimmiotto. "Credevo che conosceste a memoria tutti i sutra disponibili, dal momento che li studiate fin da bambino; e quelli nuovi, del Grande Veicolo, non li abbiamo ancora ottenuti. Che cosa può essere questo sutra che ora volete leggere?" "Da quando ho lasciato Chang'an ho molto camminato, ma letto ben poco. Non vorrei perdere la familiarità che avevo acquistato fin da giovane con questi testi. Perciò approfitto della nostra sistemazione tranquilla e confortevole di questa notte, per dedicare un po' di tempo alla lettura." "In questo caso, non vogliamo disturbarvi." I tre si coricarono nei letti di canna d'India. Il reverendo chiuse la porta della sala di meditazione, smoccolò il lucignolo della lampada d'argento, srotolò il testo sacro e si immerse a suo agio nella lettura. Era il momento in cui Tutto tace; dall'alto della torre Batte il tamburo un colpo nella notte. I pescatori han spento i loro fuochi, Riposano i battelli nella baia. Se non sapete, in fin dei conti, che cosa può avvenire in una notte così dolce e silenziosa, vi converrà ascoltare il seguito. 第037回 NOTTE DI FANTASMI · VISITA NOTTURNA DEL RE FANTASMA A TRIPITAKA. SCIMMIOTTO, PER TRASFORMAZIONE DIVINA, ATTIRA IL FANCIULLO. Tripitaka, seduto nella sala di meditazione del Monastero del Bosco Sacro, ora salmodiava la litania dell'acqua dell'imperatore Liang, ora leggeva alla luce di una lampada l'autentico sutra del Pavone. Alla terza veglia, verso mezzanotte, mentre pensava di rimettere i rotoli nella sacca e di andarsi a coricare, si alzò uno strano vento lamentoso, che scuoteva la porta e faceva vacillare la fiamma della lampada: temette che si spegnesse e si affrettò a proteggerla con una manica. Fra le ombre inquiete che si proiettavano sulla parete, fu preso da brividi d'angoscia; ma si sentiva così stanco che finì per appoggiare il capo sulla tavola e si addormentò di un sonno agitato. Dietro gli occhi chiusi, il suo spirito restava vigile e le orecchie continuavano a percepire il sibilo di quel vento del sepolcro. Soffia, sibila e muggisce, Spazza via le foglie morte. Corrono le nubi in cielo E s'oscurano le stelle. Sulla terra si sollevano Sabbia e polvere dovunque. Prima è una gentile brezza, Va fra i pini ed i bambù. Poi uragano scatenato Che ti strappa le finestre, Disorienta i pesci in mare, Lascia tutti a bocca aperta, Dèi e diavoli. Vien spento Delle lampade ogni lume Di saggezza. Nella sala Ogni vaso è rovesciato, Cade dal brucia profumi Sul tappeto bigia cenere, Le candele son ridotte A fumare tutte storte. I tendaggi e i baldacchini Son strappati. Le terrazze E le torri sono scosse Dalle loro fondamenta. Nel torpore del sonno quel vento continuava a gemere in sogno, e portò al reverendo un mormorio sordo e triste che veniva dall'esterno e implorava: "Maestro!" Intuì che sull'uscio stava ritto un uomo zuppo d'acqua dalla testa ai piedi, che versava lacrime e ripeteva l'implorazione: "Maestro, maestro!" "Sarai una lamia, una strega o un vampiro, o qualche altro mostro perverso che è venuto a prendersi gioco di me a quest'ora della notte" diceva Tripitaka. "Ma io non sono di quelli che si macchiano d'ira, e tanto meno di concupiscenza. Io sono un monaco illustre, di immensa rettitudine; i grandi Tang delle terre dell'Est, pensa!, mi hanno incaricato di una missione ufficiale per cercare sacre scritture. E la mia meta è nientemeno che il Paradiso dell'Ovest, il Buddha! Sono accompagnato e servito da tre discepoli, nobili eroi che abbattono tigri e draghi, guerrieri valorosi che sono sperimentati nel far piazza pulita di ogni specie di mostri. Te lo dico perché sono buono: se ti vedono, ti riducono in polvere. Fuggi finché puoi, allontanati subito e non ritornare mai più!" "Maestro, io non sono né una strega, né una lamia, né un mostro" rispondeva l'uomo sull'uscio. "Se non lo sei, che cosa vieni a fare qui a quest'ora?" "Maestro, ma aprite dunque gli occhi, e guardatemi!" Tripitaka alzò il capo, spalancò gli occhi e guardò: Alta corona di sovrano in capo, La cintura di giada smeraldina, Draghi e fenici sulla ricca veste, Gli stivali di nuvole dorate. Regge scettro di giada tempestato Di stelle. Ha il portamento del Signore Di civiltà Wenchang. Ricorda in volto L'imperatore della Lunga Vita. La maestosa visione lasciò Tripitaka smarrito. Balzò in piedi, si inchinò premurosamente più volte e infine riuscì a padroneggiarsi abbastanza da chiedere: "Qual'è il vostro regno, maestà? Prego vostra maestà di volersi accomodare." Tese anche la mano per dargli sostegno, ma brancolò nel vuoto. L'uomo non si muoveva. "Parlatemi del vostro regno. Ci saranno stati disordini, rivolte; sarete stato tradito e inseguito, per costringervi a fuggire e cercare salvezza qui nel cuore della notte. Ve ne prego, raccontate." Mentre racconta va spargendo lacrime, Ed il racconto ne svela il motivo. "Maestro" rispose, "la mia residenza si trova a ovest, a quaranta li da questo monastero. Laggiù è la città circondata di mura e di fossati che era la mia capitale." "Come si chiama?" "Quando fondai il mio regno, le diedi il nome di Città del Gallo Nero." "E che cosa ha condotto vostra maestà a questa triste situazione?" "Ah, maestro! Tutto incominciò con una spaventosa siccità, che durò cinque anni: non cresceva più un filo d'erba, la gente moriva di fame." "Maestà" commentò Tripitaka scuotendo la testa e sorridendo come chi la sa lunga, "non ci dicono forse gli antichi: se il paese ben provvide, anche il cielo gli sorride? Suppongo che non avrete avuto la necessaria compassione per la popolazione. Come avete potuto abbandonarli nella carestia? Avreste dovuto aprire i vostri granai per soccorrere i sudditi, pentirvi dei vostri torti passati, ristabilire il bene, amnistiare e liberare le vittime dell'ingiustizia. Allora avreste acquistato la benevolenza del Cielo e avreste goduto di venti e piogge secondo il bisogno." "I miei granai si ridussero vuoti, i miei redditi si esaurirono. Dovetti sospendere il pagamento degli stipendi dei funzionari civili e militari, e rinunciare ad aver carne in tavola. Seguii l'esempio del re Yu quando bonificò la Cina, condivisi le sofferenze della popolazione, mi purificai e osservai l'astinenza, pregai e offrii incenso giorno e notte. Feci tutto questo per tre anni, e il risultato fu che non rimase goccia d'acqua nei fiumi e nei pozzi di tutto il paese. Comparve allora un prete della setta della Verità Completamente Sublimata, che proveniva dai monti dell'Estremo Sud e sapeva mutare le pietre in oro e provocare venti e piogge. Dapprima visitò i mandarini civili e militari, poi si presentò a me e fu incaricato di innalzare un altare. In effetti le sue preghiere furono esaudite: bastò che battesse le sue tavolette, e cadde una pioggia torrenziale. Gli avevo chiesto tre piedi d'acqua, ma lui mi assicurò che non bastavano per riportare l'umidità in un terreno tanto secco, e ne fece cadere due pollici in più. Era stato così utile e magnanimo, che gli giurai fratellanza con la cerimonia degli otto inchini." "Sarà stata una grande gioia per vostra maestà." "Perché dite questo?" "Perché quel prete era capace di dare pioggia a richiesta, ma anche di trasformare le pietre in oro. Non doveva mancarvi nulla: perché avete abbandonato la vostra città per venire qui?" "Vissi con lui due anni. Una volta, in primavera, quando fioriscono mandorli e peschi e i ragazzi di buona famiglia girano in comitiva a godersi lo spettacolo della fioritura, passeggiavamo lentamente da soli; i mandarini civili e militari se n'erano ritornati alle loro case e le spose reali si erano ritirate nei loro appartamenti. Entrammo nel parco reale e giungemmo al grande pozzo ottagonale. Lui ci gettò dentro qualcosa che ne riempì tutta la cavità di una gran luce dorata, e mi invitò a guardare; io mi sporsi e lui mi spinse giù. Caddi sino in fondo con un tonfo, e lui collocò sull'imboccatura una lastra di pietra. Coprì poi la lastra con terriccio e vi piantò un banano. Povero me! Da tre anni giaccio morto e invendicato in fondo a quel pozzo." A udirlo dichiararsi fantasma, il monaco si sentì venir meno, le gambe si piegavano e gli si rizzavano i capelli. Commentò: "Però è difficile credere a quanto dice vostra maestà. Se siete morto da tre anni, come mai non sono state fatte ricerche dai mandarini civili e militari, che dovrebbero recarsi all'udienza almeno ogni tre giorni, e dalle stesse regine dei tre palazzi?" "Maestro, è difficile incontrare al mondo una persona con i poteri magici di quel prete. Dopo avermi ucciso, assunse subito le mie sembianze e si impadronì delle mie terre e del mio regno. Né i quattrocento funzionari di corte, né le regine dei tre palazzi, né le concubine reali delle sei residenze, nessuno si accorse di nulla." "Perché vostra maestà non ha reagito?" "Come avrei potuto reagire?" "Capisco che il mostro abbia il potere di usurpare il trono senza che nessuno se ne accorga; ma voi, benché morto, vedete tutto chiaramente. Potevate querelarvi ai giudici infernali del torto che subivate." "I suoi poteri e le sue relazioni sono maggiori di quanto immaginate. Il dio tutelare della città è suo compagno di bevute, il re drago degli oceani gli è devoto, l'uguale al cielo del Picco dell'Est è un suo buon amico e i dieci giudici infernali si considerano suoi fratelli. È completamente inattaccabile." "Vedo. Mi sto chiedendo: se vostra maestà non è in grado di trovare rimedio nemmeno nel mondo in cui abita, che cosa viene a cercare in quello dove abito io?" "Maestro, non mi sarei permesso di importunarvi senza motivo, io che sono soltanto una povera anima in pena. Ma ho incontrato presso la porta di questo monastero un assembramento di divinità che seguono passo per passo il vostro cavallo. Sono state le divinità vigili della notte ad avvertirmi che i miei tre anni di prova sotto le acque sono compiuti, e a esortarmi a venire alla vostra presenza. Mi hanno detto che il vostro discepolo anziano è il Grande Santo Uguale al Cielo, grande sgozzatore di mostri e sterminatore di diavoli. Vi supplico con cuore sincero di volervi recare nel mio regno, per impadronirvi del mostro e mettere in chiaro il vero e il falso. Ve ne sarò eternamente riconoscente e saprò ricompensarvi del beneficio." "Se ben capisco, l'intenzione di vostra maestà è di incaricare il mio discepolo di eliminare il mostro." "Proprio così." "Non so che cos'altro sappia fare quel ragazzo, ma devo ammettere che catturare diavoli sembra proprio il suo mestiere. Tuttavia espletare l'incarico sarà più difficile che conferirlo." "Quali difficoltà vedete?" "Il mostro vi ha sostituito in tutto, potrà contare sull'ubbidienza dei vostri mandarini e sull'amore delle vostre mogli. Il mio discepolo non si potrà buttare sconsideratamente all'attacco (per quanto non manchi certo di aggressività). Infatti rischieremmo di essere arrestati per complotto contro lo stato, imprigionati, condannati per alto tradimento; non sarebbe allora come dipingere una tigre che sembra un cane, o scolpire un airone con l'aspetto di papero?" "A corte rimane qualcuno che tiene per me." "Bene! Suppongo che sarà qualche capo di grande famiglia, esiliato chissà dove a guardia delle frontiere?" "No, è mio figlio, il principe ereditario." "Probabilmente il mostro lo avrà bandito." "Sinora non lo ha fatto. Ma gli è consentito stare esclusivamente nella Sala delle Campanelle d'Oro o nella Torre delle Cinque Fenici; discute di libri con i letterati o si intrattiene con il prete taoista. Non vede sua madre da tre anni, l'ingresso nel palazzo della regina gli è vietato." "Come mai?" "È uno stratagemma del mostro, il quale teme che madre e figlio, conversando fra loro e mettendo a confronto le loro impressioni, subodorino la verità." "La vostra disgrazia dev'essere predestinata dalla provvidenza celeste, come quella che toccò a me. I pirati uccisero mio padre e rapirono mia madre. Io nacqui tre mesi dopo, fui affidato al mare e mi salvai perché ebbi la fortuna di essere trovato dal compassionevole maestro del Monastero della Montagna d'Oro, che mi allevò. La mia giovinezza, come quella di vostro figlio, trascorse senza i genitori: è un triste destino! Ma come si può entrare in contatto con il principe ereditario? I suoi movimenti sono controllati, non può vedere sua madre. Che scusa può consentire a un semplice monaco di avvicinarlo?" "Domattina si allontanerà dalla corte." "Dove andrà?" "Uscirà dalla città di buon'ora per andare a caccia, in compagnia di tremila cavalieri e uomini appiedati, con cani e falconi. Bisogna che lo incontriate, maestro. Se gli ripeterete ciò che vi ho raccontato, vi crederà." "Come mi potrà credere? Non ha che occhi mortali, trascorre la sua vita nel palazzo reale, vede ogni giorno il mostro e lo chiama 'real padre'." "Vi lascerò un pegno per convincerlo che dite il vero." Il re porse lo scettro di giada bianca incrostato d'oro che teneva in mano: "Questo sarà il pegno." "Sarà riconoscibile da lui?" "Certo. Quando il prete della Verità Completamente Sublimata prese il mio aspetto, gli mancava soltanto questo segno. Ritornato al palazzo, raccontò che il mago della pioggia glielo aveva sottratto ed era fuggito; l'oggetto non fu più ritrovato. Quando mio figlio lo vedrà, ricorderà chi lo portava e accetterà di vendicarmi." "D'accordo. Dove volete incontrare il mio discepolo?" "Ora mi devo allontanare. Voglio chiedere alle divinità vigili della notte di sospingermi con un colpo di vento fino al palazzo della regina: le apparirò in sogno e le raccomanderò di intendersi con nostro figlio, per agire d'accordo con voi, maestro, e con il vostro discepolo." Tripitaka acconsentì: "Così sia; andate." L'anima in pena si prosternò per congedarsi e Tripitaka si fece avanti per aiutarla a sollevarsi; ma incespicò, barcollò e si risvegliò improvvisamente alla fiamma vacillante della lampada: era stato un sogno. Chiamò febbrilmente: "Discepoli miei, vi prego!" "Nespoli miei? Quali nespoli?(39)" borbottò Porcellino aprendo gli occhi. "Bei tempi, quand'ero un allegro brigante e mi mangiavo delle belle bisteccone di carne umana! Bisognava proprio che quello lì abbandonasse la famiglia e che noi gli corressimo dietro! Mi avevan detto che sarei stato bonzo, ma sono schiavo: di giorno a portar valigie, di notte pitali; dormo ai suoi piedi e li sento puzzare. E a quest'ora lui ancora non dorme: chiama!" "Discepoli, mi ero assopito e ho fatto un sogno molto strano." Scimmiotto saltò su: "Maestro, si sa che i sogni vengono dall'immaginazione, e la vostra è inquieta per la paura. Vi basta vedere di lontano una montagna per immaginarla piena di mostri, e vi rode il timore di non saper venire a capo di una strada così lunga. Non pensate che a Chang'an e a quando ci tornerete. In queste condizioni, è naturale che facciate sogni a bizzeffe. Guardate me: vedo le cose come sono, penso solo alla nostra meta, e non sogno mai." "Caro discepolo, non ho fatto sogni di nostalgia. Appena chiusi gli occhi, in una folata di vento lamentoso mi si è presentato il re del paese del Gallo Nero: piangeva ed era zuppo d'acqua." E raccontò il colloquio a Scimmiotto in ogni particolare. "Mi pareva!" esclamò ridendo il suo ascoltatore. "Viene a trovare voi, ma il lavoro è per me. Evidentemente questo usurpatore è un essere malefico. Comunque mi sta bene di andarlo a smascherare: dove si abbatterà il mio randello tutto verrà in chiaro, qualunque sotterfugio possa tentare il mostro." "Sembra che abbia poteri magici molto estesi." "Può darsi, ma non mi fa paura. Ci metterà poco a rimpiangere di avermi incontrato." "A proposito, il re mi ha lasciato un pegno per convincere suo figlio." "Lasciate stare, non perdete la bussola! Non avevate detto che era un sogno?" Intervenne Sabbioso: "Se non credi sia dritto ciò che è dritto, guàrdati dalla malvagità di ciò che è buono: accendiamo una torcia, apriamo la porta e vediamo!" Scimmiotto aprì la porta. La luce della luna illuminava i gradini: sul bordo del primo giaceva davvero uno scettro di giada bianca incrostato d'oro. Porcellino si fece avanti per raccoglierlo: "Cos'è questa roba, fratello?" "Sarà il tesoro che reggeva il re, lo scettro di giada" rispose Scimmiotto. "Maestro, ecco qui l'oggetto; dunque il sogno era veritiero. Mi incarico io della cattura del mostro, ma vi devo chiedere di disporvi a ricevere tre colpi del destino." "C'era da aspettarselo!" s'indignò Porcellino. "Che bisogno avevate di far sogni e di andarglieli a raccontare? Scimmiotto è sempre stato bravo a mettere la gente nei guai: e adesso vi farà incassare i colpi del destino." "Di che si tratta?" domandò Tripitaka. "Dovrete portare la giara, subire la collera e prendervi la peste." "Una sola di queste cose sarebbe un bel guaio" sghignazzò Porcellino. "Come fare a sopportarle tutte e tre?" Il monaco chiese: "Spiegami il loro significato." "Per ora sarebbe inutile" rispose Scimmiotto. "Vi devo consegnare una cosa." Si strappò un pelo e lo trasformò in un cofanetto laccato di rosso e decorato d'oro, vi mise lo scettro di giada bianca e disse: "Tenete. All'alba indosserete il vostro kasâya di broccato e vi metterete seduto a recitare sutra nella sala principale. Io darò un'occhiata in città. Se si tratta davvero di un mostro, lo ucciderò e acquisteremo un merito in più. Ma se non lo fosse, dovremmo guardarci dal provocare disordini." "D'accordo" approvò Tripitaka. "Vedremo se il principe ereditario uscirà davvero dalla città, come diceva il sogno. Se lo farà, lo condurrò da voi; in caso contrario, non ci muoveremo." "Se verrà, come gli dovrò parlare?" "Troverò modo di avvisarvi. Voi solleverete il coperchio del cofanetto, perché mi ci possa introdurre: prenderò la forma di un bonzo in miniatura, alto due pollici. Arrivato al monastero, il principe verrà a pregare il Buddha, ma voi farete finta di non vederlo. Vedrete che vi farà arrestare; e voi dovrete subire quello che vorrà, anche se ordinasse di battervi, legarvi o ammazzarvi." "Ahimè! E se mi facesse ammazzare davvero?" "Restate quieto e non temete: ci sarò io a proteggervi, non vi accadrà nulla di male. Se vi rivolge domande, potrete dire che siete un monaco delle terre dell'Est in missione imperiale, che cercate le scritture e recate doni al Buddha. Se vi chiede di quali doni si tratta, risponderete che uno è il vostro kasâya di broccato, ma è un dono di terza classe, e ce ne sono anche di prima e di seconda. Trovate il modo di mostrargli il cofanetto, e ditegli che contiene un tesoro che conosce cinque secoli del passato, cinque del futuro e cinque di mezzo: dunque conosce per filo e per segno i fatti di mille cinquecento anni. A questo punto troverà me nel cofanetto, e gli dirò io ciò che avete appreso in sogno. Se mi crederà, vendicherò suo padre e catturerò il mostro; ne dovremmo pur ricavare una certa rinomanza. Se non mi crederà, provate a mostrargli lo scettro di giada bianca; ma temo che sia troppo giovane perché gli dica qualcosa." "Discepolo mio, mi sembra un bel piano. Vediamo: i doni hanno nome kasâya di broccato e scettro di giada bianca; ma a te quale nome darò?" "Mi chiamerete fabbrica re." Tripitaka ne prese nota. Per il resto della notte non riuscirono a chiudere occhio: avrebbero voluto chiamare subito il sole dal paese del fusang e disperdere in un soffio le stelle del cielo. Non appena albeggiò, Scimmiotto raccomandò a Porcellino e Sabbioso di non muoversi per il convento, a evitare qualunque occasione di attrito con i monaci: "Aspettate il mio ritorno. Quando tutto si sarà concluso come si deve, ci muoveremo e ci divertiremo insieme." Fece una capriola nello spazio e i suoi occhi di fuoco localizzarono subito la città, quaranta miglia più avanti sulla strada dell'Ovest. Osservando attentamente si rese conto che sopra di essa vari strati di miasmi diabolici ristagnavano in cielo, appena mossi qua e là da qualche soffio malefico. Commentò sospirando: "Se il vero re fosse sul trono, si vedrebbero nubi e luci di buon augurio. Solo la presenza di un usurpatore può spiegare questi oscuri vapori." Si udì un colpo di cannone, la porta verso est si aprì e ne uscirono cavalieri e uomini appiedati: una grande spedizione di caccia, delle dimensioni di un esercito. Lasciano all'alba la città proibita Ed avanzano verso la brughiera. Bianchi cavalli corrono nel vento, Rosse bandiere brillano nel sole. Rullare di tamburi, urti di lance. I falconieri avanzano con piglio Selvatico e feroce, più marziali Sono i mastri dei cani. Trema il cielo Ai colpi di cannone. C'è chi appresta Il rosso vischio; c'è chi tende l'arco E la balestra; chi stende le reti A pie' del colle; chi dispone trappole Sui sentieri del bosco. I cavalieri Vanno incalzando l'orso e la pantera Con fragore di tuono. Non è facile Salvar la pelle per l'astuta lepre, Né è sufficiente l'astuzia del cervo: Persin la volpe non ha vie d'uscita. Dove potran volarsene il fagiano Ed il gallo cedrone? La montagna Vien scrupolosamente rastrellata: Per abbatter gli uccelli taglian gli alberi. Uscita dalle mura, tutta questa gente attraversò i sobborghi orientali della città e si incamminò nella brughiera sino a un altipiano distante una ventina di li. Dominava la truppa un giovanissimo generale, con elmo e corazza, cintura fiorita di diciotto placche, una spada preziosa dalla lama di acciaio brunito e un grande arco alla cintura. Cavalcava un baio e aveva un portamento fuori del comune, da vero drago. Il nobile volto spirava dignità regale. "Non c'è da sbagliare, quello è il principe ereditario. Gli faremo uno scherzetto" si rallegrò il Novizio in osservazione sulla sua nuvola. Il bravo Scimmiotto discese a terra, si trasformò in una lepre bianca e schizzò via di corsa davanti agli zoccoli del cavallo del principe. Questi raccolse con entusiasmo la provocazione e scoccò una freccia, che raggiunse la lepre al muso. O almeno così parve; in realtà Scimmiotto era stato tanto destro e rapido da afferrarla al volo fra i denti. Convinto di aver ferito la lepre di giada, il principe spronò il cavallo e perse il contatto con i suoi. Non si rese conto che quella strana lepre regolava la sua corsa sul galoppo del cavallo, in modo da mantenere inalterata la breve distanza che li separava. Ma per quanto fossero vicini, quando giunsero davanti a un monastero, la lepre scomparve. In realtà Scimmiotto aveva raggiunto precipitosamente Tripitaka per avvertirlo: "Maestro, ecco che arriva!" e si era trasformato in un monacello non più alto di un paio di pollici, infilandosi nel cofanetto. Il giovane principe si avvicinò alla porta e vide infissa nello stipite la freccia che aveva colpito l'animale; ma della lepre di giada non v'era traccia. Si disse stupefatto: "Non ho mai visto una cosa simile. Quell'animale dev'essere la metamorfosi di un essere malefico." Strappò la freccia e alzò gli occhi alla scritta: MONASTERO DEL BOSCO SACRO, FONDAZIONE IMPERIALE "Ho già sentito parlare di questo posto. Ricordo che, vari anni fa, il re mio padre offrì ai suoi bonzi oro e seta per arredare una sala dedicata al Buddha ed erigervi delle statue. Non pensavo di capitare qui, ma dopo tutto Se a caso incontri un monaco, guadagni Il gusto, dentro l'incostante filo Dei giorni, di ciarlar mezza giornata.(40) Andiamo a dare un'occhiata." Smontò da cavallo; mentre stava per entrare, sopraggiunsero i suoi cacciatori. Tutta la grande folla si accalcò nel monastero; mentre i monaci, allarmati, correvano a riceverli prosternandosi, e li guidavano poi verso la sala principale per rendere omaggio alla statua del Buddha. Il principe si apprestava a percorrere i porticati per ammirare il paesaggio quando, guardandosi intorno, vide un bonzo seduto immobile in mezzo alla sala. "Che impudente!" esclamò indispettito. "Capisco che non ci sia venuto incontro, dal momento che siamo capitati qui senza preavviso. Ma non può restarsene seduto come se niente fosse. In me risiede metà della maestà regale: perciò è tenuto ad alzarsi e a rendere omaggio." E ordinò: "Prendetelo!" I suoi ufficiali risposero subito: "Agli ordini!"; mentre Scimmiotto, dentro il cofanetto, pregava le divinità protettrici: "Divinità che proteggete la legge, io mi propongo di abbattere il mostro, ma il principe ereditario, che non lo sa, vuole arrestare il mio maestro. Tocca a voi proteggerlo; se non lo fate, ve ne terrò responsabili." Le divinità non osavano certo disobbedire al grande santo. Circondarono Tripitaka di una barriera tale, che nessuno avrebbe potuto stender la mano a sfiorare la sua testa pelata e lustra: come se un muro lo proteggesse. Il principe ereditario si indignò: "Chi sei tu che osi sfidarmi con questi trucchi magici?" Allora Tripitaka si alzò e gli andò incontro per salutarlo: "L'umile monaco che sono non sa nulla di magia. Vengo dalle terre dell'Est e ho l'incarico di raggiungere il Monastero del Colpo di Tuono per salutare il Buddha, chiedergli le scritture e donargli i nostri tesori." "Le terre dell'Est sono la pianura centrale del mondo, ma sono povere. Che tesori sareste mai in grado di donare?" "Uno è questo kasâya che indosso; ma non è che un tesoro di terza classe. Ne ho anche di prima e di seconda classe." "Perché chiami tesoro questa veste qualsiasi, che addirittura ti lascia una spalla scoperta?" "Vi citerò alcuni versi: Solo parte del corpo è ricoperta Dall'abito del Buddha, ma le pieghe Coprono verità liberatrice. Concorrono a formare il giusto frutto Mille fili intessuti. Nove perle E otto tesori sono l'ornamento. Piamente lo cucirono fanciulle Perché purificasse il corpo indegno. Vostra altezza può esser perdonata Di non saperlo, ma lo è molto meno Per non aver vendicato suo padre." A questo punto il principe andò senz'altro in collera: "Questo maledetto bonzo parla a vanvera. Vanta finché ti pare questo stupido vestito, ma spiega meglio che cosa vuoi dire su mio padre, e perché dovrebbe essere vendicato." Tripitaka fece un passo avanti, giunse le mani e domandò: "Sapete quante grazie può ricevere l'uomo in questa vita fra il cielo e la terra?" "Quattro." "E sapete quali sono?" "Sostenerci e coprirci; questa è la grazia che ci fanno il cielo e la terra. Rischiarare e riscaldare: lo fanno il sole e la luna. E poi la grazia del suolo e delle acque del re del paese, e quella di allevarci e nutrirci che ci fanno i nostri genitori." "C'è un'imprecisione. Vero tutto il resto, ma a volte non è vero che l'uomo sia allevato e nutrito dal padre e dalla madre." "Questo bonzo vagabondo ha una bella testa tonsurata di sovversivo" replicò il principe. "Chi sarebbe l'uomo che non abbiano allevato e nutrito padre e madre?" "Altezza, l'umile monaco che sono non sa altro, ma in questo cofanetto rosso c'è un tesoro chiamato fabbrica re. Conosce i fatti di cinquecento anni del passato, altrettanti del presente e altrettanti dell'avvenire: mille cinquecento anni in tutto. Lui sa queste cose molto meglio di me, ed è lui che mi ha detto di venire qui ad attendervi." "Fa vedere" ordinò il principe. Tripitaka alzò il coperchio e Scimmiotto ne uscì d'un balzo e si mise a correre e zoppicare da tutte le parti. "Che ridicolo nanerottolo! Che cosa potrà mai sapere questo scherzo di natura?" A sentirsi disprezzato per la piccola statura, Scimmiotto si stirò e incominciò a crescere; la gente, stupita, esclamava: "Se continua così bucherà il soffitto!" Ma lui si accontentò di raggiungere la sua statura normale e si fermò lì. "Fabbrica re" disse il principe, "il monaco dice che tu sai tutto, fortune e disgrazie del passato e del futuro. Quale tecnica adoperi? Guscio di tartaruga o achillea, o magari la lettura del libro?" "Nessuna di queste cose. Il mio oracolo di fiducia è la mia stessa lingua." "Ecco un altro scriteriato. Il Libro dei mutamenti è sempre stato considerato l'arcano degli arcani, che può dare ogni indicazione e consiglio su qualunque cosa. Ma anche il guscio di tartaruga e l'achillea hanno i loro adepti. E tu affermi che queste cose non servono: la tua è una stravaganza buona soltanto a disorientare la gente." "Vostra altezza non giudichi prima di sapere. Voi siete il figlio maggiore del re del paese del Gallo Nero; è giusto? Dieci anni fa il paese fu colpito da una terribile siccità; sovrano e sudditi pregavano ardentemente che avesse fine. Dopo cinque anni venne un prete taoista dei monti dell'Estremo Sud, capace di provocare la pioggia e di mutare le pietre in oro. Il re si infatuò di lui fino al punto di giurargli fratellanza. Fin qui è tutto vero?" "Certo. Ma vai avanti." "Due anni dopo il prete della Verità Completamente Sublimata scomparve improvvisamente. Chi è dunque il re?" "In effetti questo prete viveva quotidianamente con mio padre. Tre anni fa, durante una passeggiata nel giardino reale, il taoista se ne ritornò alle sue montagne, cavalcando un vento magico e portandosi via lo scettro di giada bianca di mio padre. Questi non l'ha mai dimenticato, e ha persino chiuso il giardino, perché andarci gli avrebbe destato tristi ricordi. Ma non vedo perché il re non dovrebbe essere mio padre." Scimmiotto non rispose ad altre domande, se non con un sogghigno. Il principe perse la pazienza: "Perché non dici più nulla e non fai che sogghignare?" "Ho altro da dire, ma non davanti a tutta questa gente." Il principe dispiegò la manica per far segno ai suoi uomini di allontanarsi. Gli ufficiali li guidarono sul terreno antistante all'ingresso del monastero e ordinarono di accamparsi. Nella sala vuota, il principe sedette al posto d'onore, con il reverendo in piedi davanti a lui e Scimmiotto alla sua sinistra. Si erano ritirati anche i monaci. Scimmiotto annunciò solennemente: "Colui che fu portato via dal vento era in realtà il padre che vi ha generato; e fu il prete taoista a occupare il suo posto sul trono." "Ma è una menzogna!" s'indignò il principe. "Il re fa regnare la pace e la prosperità nel paese, con piogge propizie e venti favorevoli. E secondo te non sarebbe mio padre. Non approfittare della mia giovinezza; se mio padre sentisse i tuoi sarcasmi, ti farebbe tagliare a pezzi." Gridò a Scimmiotto di non farsi più vedere. Questi si rivolse a Tripitaka: "Lo temevo, che non mi avrebbe creduto. Ora prendete l'ultimo tesoro e mostratelo. Poi presenteremo i nostri passaporti e ripartiremo per il Paradiso dell'Ovest." Tripitaka presentò al principe lo scettro di giada bianca e restituì il cofanetto rosso a Scimmiotto, che con una scossa lo fece scomparire e ricuperò il proprio pelo. "Ah, maledetto bonzo!" esclamò quello. "Sei tu il taoista che ci rubò il tesoro di famiglia. Ora ti sei trasformato in monaco per restituircelo." E gridò a gran voce: "Catturatelo!" Il reverendo restò atterrito: "Equipuzio della malora! Sei capace soltanto di mettermi nei pasticci." Scimmiotto si fece avanti: "Non gridate, non mettete il campo a rumore prima di rendervi conto dei fatti. Il mio vero nome non è fabbrica re." "Vieni qui" disse il principe corrucciato, "e dimmelo, questo vero nome, con cui comparirai davanti alla corte di giustizia." "Sono il primo discepolo del reverendo, e mi chiamo Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Abbiamo sostato in questo monastero nel nostro viaggio verso l'Occidente. La notte scorsa, a mezzanotte, mentre recitava sutra, il mio maestro si è addormentato e ha sognato vostro padre, che gli ha narrato di essere stato ingannato da un prete della Verità Completamente Sublimata e di essere stato affogato nel pozzo ottagonale del parco reale. Il taoista prese il suo aspetto e nessuno a corte si accorse di nulla; voi stesso eravate troppo giovane per capire. L'usurpatore tiene vostra madre segregata nel palazzo, vi vieta di incontrarla e ha fatto chiudere il parco: in questo modo vuole nascondere le tracce del suo misfatto. Io stesso non ho creduto senz'altro al racconto: avrebbe potuto essere un inganno. Ma osservando dall'alto la vostra città, vi ho scorto i segni di una presenza diabolica. Proprio allora voi siete uscito a caccia, e io mi sono trasformato nella lepre che avete colpito con una freccia e che vi ha guidato qui. Questa è la pura verità. Se riconoscete lo scettro di giada bianca, non potete ignorare il vostro obbligo di riconoscenza verso vostro padre, né lasciarlo invendicato." Il principe si sentiva smarrito: "Non gli voglio credere, ma nelle sue parole ci sono molte cose giuste." Era nello stato di chi discute con sé stesso, non sa avanzare ma nemmeno ritirarsi, le parole lo stimolano e lo spirito si disorienta; quello stato da cui si esce solo con molta pazienza e lunga riflessione. A vederlo esitante, Scimmiotto aggiunse: "Altezza, non restate in preda ai dubbi: ritornate a casa e cercate di parlarne con vostra madre. Chiedetele se nel comportamento di vostro padre è mutato qualcosa, in questi ultimi tre anni. È una domanda semplice, che vi aiuterà a stabilire la verità." "Giusto!" rispose il principe. "Ne parlerò a mia madre." Balzò in piedi per andarsene, portando con sé lo scettro. Ma Scimmiotto lo trattenne: "Aspettate, se ritornate indietro con tutta la caccia, potreste destare sospetti. Ritornate da solo, senza scorta, e non entrate nel palazzo dalla Porta del Sole: sarà meglio l'ingresso di servizio. Quando incontrerete vostra madre, non siate violento né imperioso, parlatele con dolcezza. Guardatevi dal potere del mostro, che è enorme: se indovinasse qualcosa, non sarebbe facile proteggere la vostra vita e quella di vostra madre." Il principe si attenne ai consigli. Ordinò agli ufficiali: "Restate accampati qui e attendetemi, mentre regolo un affare urgente. Al mio ritorno rientreremo in città." E galoppò verso il palazzo reale come se volasse. Se poi non sapete come andò l'incontro con sua madre, ascoltate il seguito, che vi riferirà ogni parola che si scambiarono. 第038回 SPEDIZIONE IN FONDO AL POZZO · IL FANCIULLO, INTERROGANDO SUA MADRE, DISTINGUE IL RETTO DAL PERVERSO. LEGNO E METALLO PENETRANO GLI ARCANI E DISTINGUONO IL VERO DAL FALSO. Presieda l'assemblea chi sa parlare Del perché della nascita. Lo spirito Contempla dalla quiete i turbamenti Del passato e ne cava nutrimento. Per conoscere il padre devi chiederne Alla madre. Di certo scoprirai Un mondo di altre cose che non sai. Il principe ereditario del Regno del Gallo Nero giunse rapidamente in città. Evitò di farsi annunciare alla porta principale del palazzo della regina, ma si presentò a una porticina di servizio. Gli eunuchi che la sorvegliavano non osarono fermarlo. Il bravo principe irruppe nel parco a cavallo, spingendolo al galoppo fino ai piedi del padiglione di Broccato e Fragranza, dove la regina sedeva circondata da molte dame che agitavano i ventagli. Essa appoggiava i gomiti sull'ornata balaustra e piangeva. Perché era tanto triste? chiederete. L'aveva messa in quello stato un sogno che aveva fatto verso la quarta veglia; benché, come accade, lo ricordasse confusamente e ne avesse scordato una buona metà. Mentre era persa nei suoi pensieri, il principe smontò da cavallo e corse a inginocchiarsi ai suoi piedi. La regina si sforzò di sorridere: "Che gioia, figlio mio, poterti rivedere! Da tre anni studi sempre nel palazzo di tuo padre e non abbiamo potuto incontrarci: ciò mi ha dato molta pena. Come hai ottenuto il permesso di venirmi a trovare? Sembri sconvolto; che cosa ti preoccupa?" "Madre mia" disse il principe prosternandosi, "posso porvi una domanda? Chi è colui che occupa oggi il trono del drago?" "Questo ragazzo vaneggia. Occorre chiederlo?" si stupì la regina. "Il re tuo padre occupa il trono. Egli è avanti negli anni; verrà il giorno in cui il drago ritornerà nel mare di smeraldo, e la fenice raggiungerà le nuvole di cinabro; quel giorno toccherà a te di regnare." "Madre, perdonate l'audacia" insisté il principe prosternandosi di nuovo. "Era un'altra la domanda che volevo farvi; ma mi vergogno." "Che male può esserci nel porre domande a tua madre? Chiedimi quello che vuoi, se occorre ti perdono in anticipo." "Madre, che ne è stato in questi ultimi tre anni dell'amore che vostro marito aveva per voi in passato?" La regina si sentì venir meno. Abbracciò il figlio piangendo e gli chiese: "Perché corri da me affannato per chiedermi proprio questo, dopo tanto tempo che non ci vediamo?" "Madre" replicò il principe, "è importante saperlo, ve lo chiedo per gravissimi motivi." La regina ordinò alle sue dame di ritirarsi e, quando restarono soli, gli confidò in un bisbiglio: "Se non me lo avessi chiesto, mi sarei portata il segreto nella tomba. Ma dal momento che vuoi saperlo, ecco: Tre anni fa era dolce e tenero, Poi di colpo mi trascura, Freddo ghiaccio. Se sollecito, Mi risponde: Ormai mi sento Troppo vecchio per l'amore." Il principe si svincolò dal suo abbraccio e corse verso il cavallo. "Figlio mio" pregò la regina aggrappandosi a lui, "che cosa ti spinge a fuggir via all'improvviso?" Il principe si inginocchiò davanti a lei e rispose: "Stamane, mentre ero a caccia, ho incontrato un santo monaco che ha un discepolo di nome Scimmiotto il Novizio, famoso come sterminatore di diavoli. Da loro ho saputo che il re mio padre, in realtà, è morto affogato nel pozzo ottagonale del parco reale; e il prete taoista che era venuto da noi come mago della pioggia ha preso il suo aspetto e ha usurpato il trono. La notte scorsa, a mezzanotte, mio padre ha incaricato Scimmiotto di catturare il mostro. Madre, sono venuto a interrogarvi perché non osavo credere; ma quanto mi dite conferma che abbiamo di fronte un essere diabolico." "Figlio mio, come si può credere alle parole di uno straniero?" "La mia diffidenza è stata vinta da un pegno lasciato da mio padre." La regina chiese di che pegno si trattasse, e il principe tolse dalla manica lo scettro di giada bianca e glielo tese. Essa lo riconobbe subito, e pianse. "Signore e padrone!" singhiozzava. "Perché per tre anni non mi hai visitato? Perché alla fine sei apparso al santo monaco, prima che a me?" "Che cosa significa, madre?" "Anche a me stanotte è apparso in sogno tuo padre. Doveva essere la quarta veglia: mi stava ritto davanti, tutto gocciolante d'acqua. Mi ha detto di essere morto e di aver chiesto aiuto e vendetta al monaco cinese. Il resto mi si è confuso nel ricordo. Ero piena di dubbi e non potevo consultare nessuno, quando sei venuto tu, con la tua domanda e con lo scettro. Lascialo a me; tu corri dal monaco e pregalo di muoversi subito. Solo spazzando via questi miasmi diabolici e sceverando il vero dal falso avrai saldato il tuo debito di riconoscenza verso tuo padre." Il principe montò a cavallo e, per la strada da cui era venuto, abbandonò la città. Gli occhi gonfi di lacrime, lasciava La madre per tornare al monastero. Giunse al monastero verso il tramonto. Ai suoi, che lo salutavano, ordinò di restare accampati ed entrò senza seguito. Si dirigeva verso la sala principale per incontrare Scimmiotto, quando questi appunto ne uscì. Il principe si inginocchiò davanti a lui: "Maestro, eccomi!" Scimmiotto gli tese le mani: "Vi prego, alzatevi e raccontatemi che cosa avete potuto fare." "Ho posto la domanda a mia madre." E gli riferì il colloquio. "La sua freddezza fa pensare" ne dedusse Scimmiotto sorridendo "che si tratti di una creatura d'acqua. Niente di grave, ce ne sbarazzeremo. Ma oggi è tardi per mettersi all'opera. Ritornate a casa e aspettatemi domattina." "Maestro" rispose il principe prosternandosi "lasciate che resti qui. Rientrerò domani con voi." "No, sarebbe una scelta imprudente. Se entriamo insieme in città, desteremo i sospetti del mostro: penserà che mi abbiate chiamato voi, e attirerete i suoi rimproveri." "Anche se rientro ora sarò rimproverato." "E perché?" "All'udienza del mattino ho avuto l'incarico di condurre la caccia. Non mi posso presentare senza selvaggina. Sarò accusato d'inettitudine e imprigionato; e come potrò aiutarvi quando verrete in città? Né posso far conto su qualche cortigiano." "Potevate dirmelo prima: vi troverò tutta la selvaggina che volete." Il bravo Scimmiotto diede subito dimostrazione delle sue capacità: balzò su una nuvola, fece un segno magico con le dita e pronunciò l'incantesimo: "Om ram, pura sfera della legge!", che costrinse a comparire davanti a lui la divinità della montagna e il dio locale. Si inchinarono dicendo: "Ai vostri ordini, grande santo che avete convocato le nostre umili persone divine." "Il vostro vecchio Scimmiotto, che protegge il monaco cinese, ha l'incombenza di catturare un certo diavolo perverso. A questo fine il principe ereditario, che vedete lì, deve subito ritornare a corte portando prede di caccia. Perciò vi chiedo il favore di scovare per lui daini, antilopi, lepri e uccelli di ogni specie." Le divinità chiesero quante prede occorrevano per ciascuna specie. "Quante volete, non molte." Esse mandarono le proprie truppe di spiriti a stanare gli animali con una gran tempesta, e riportarono a Scimmiotto migliaia di fagiani, galli cedroni, cervi e daini, lepri e volpi, tigri e leopardi, lupi e tassi. "Non servono a me" precisò Scimmiotto. "Gli dovreste recidere i tendini e disporli lungo i quaranta li della strada verso la città, in modo che sia facile catturarli e portarseli via senza perder tempo. È un servizio che verrà annotato sul registro dei meriti." Gli dèi ubbidirono; Scimmiotto abbassò la sua nuvola e disse al principe: "Vostra altezza ritorni in città tranquillamente; lungo la strada troverà quello che le occorre." Il principe aveva visto abbastanza da credergli sulla parola; non gli restò che ringraziare, prosternarsi e prendere congedo. Quando si rimise in cammino con la sua caccia, trovarono sul ciglio della strada una quantità incredibile di selvaggina che si lasciava prendere con le mani; cani e falconi erano superflui. Gli uomini lanciavano grida di sorpresa e di ammirazione, convinti che questa bella fortuna fosse dovuta alla fausta presenza del principe; non potevano certo supporre quali oscuri intrighi e poteri soprannaturali ci fossero sotto. Immaginate che cagnara facevano! Il credito di Tripitaka e soci presso i bonzi del monastero salì ancora, se occorreva, quando videro quant'erano in confidenza con il principe ereditario. Offrirono subito al monaco cinese un nuovo grande banchetto vegetariano e lo lasciarono rispettosamente al suo riposo nella sala di meditazione. Scimmiotto, anziché dormire, andava rimuginando. Verso la prima veglia si accostò al letto di Tripitaka e chiamò piano: "Maestro!" Nemmeno il reverendo riusciva a dormire, ma temeva che quel discepolo, che pensava solo a mostri e diavoli, lo volesse intrattenere su qualche aspetto raccapricciante della sua attività; perciò tenne gli occhi chiusi. Scimmiotto dapprima gli accarezzò la testa rasata, e poi incominciò a scuoterlo: "Maestro, dormite già?" "Che domanda stupida! Adesso non dormo più. Che ti prende?" lo maltrattò il monaco cinese. "Maestro, ho un problema che devo discutere con voi." "Di che si tratta?" "Con il principe mi sono vantato che catturare il mostro sarà facilissimo, che le mie capacità sono grandissime eccetera. Ma in realtà non riesco a dormire, perché corro un grosso rischio." "Se pensi di non farcela, lascia perdere." "Non è un rischio militare. Il problema è legale." "Che discorsi da macaco! Un mostro usurpa il trono altrui: che problemi legali ci possono essere?" "Voialtri conoscete solo i sutra, le preghiere al Buddha e i centimetri del tappetino su cui vi accovacciate a meditare. Delle leggi e dei regolamenti del legislatore Xiao He, non sapete nemmeno che esistono. Dice l'adagio: non c'è ladro senza il bottino; non si può acchiappare l'uno se non si trova l'altro. Questo caso non si risolve, se non si è in grado di produrre il corpo del reato. Nessun indizio a carico del colpevole è emerso in tre anni di regno. Eppure ogni giorno è andato a letto con le dame dei tre palazzi (o ha finto di farlo) e si è intrattenuto con i funzionari civili e militari. Non è difficile arrestarlo, ma lo è accusarlo efficacemente davanti a tutte queste persone." "Non capisco." "Per stupido che sia, avrà facile difesa: 'Io sono il re del paese del Gallo Nero' dirà. 'Che offesa ho fatto al Cielo perché tu abbia l'audacia di arrestarmi?' E non basteranno prove fatte di chiacchiere." "Che cosa si deve fare, secondo te?" "Io un piano ce l'ho" fece Scimmiotto ridendo; "ma il mio problema siete voi e le vostre solite parzialità." "Come sarebbe a dire che sarei parziale?" "Ma sì, la vostra solita preferenza per quel fesso di Porcellino." "Come sarebbe a dire preferenza?" "Se non è vero, dimostratelo. Restate qui solo con Sabbioso, mentre io e Porcellino facciamo un sopralluogo privato in città, entriamo di soppiatto nel parco reale, apriamo il pozzo e cerchiamo di ricuperare il cadavere del re, che è appunto il corpo del reato. Se abbiamo in mano quello, non è più necessario fare commedie. Quando andremo ufficialmente in città, non ci presenteremo nemmeno per mostrare i passaporti. Come vedo il mostro, gli spacco la testa; e se apre la bocca per protestare, gli mostro lo scheletro e dico: 'Ecco l'uomo che hai ucciso!' E a questo punto il principe potrà piangere il padre, la regina riconoscere il marito e i mandarini rendere l'ultimo omaggio al sovrano. Perché un processo sia rapido e finisca bene, ci vuole questa specie di prove." Tripitaka era molto soddisfatto, ma non voleva darlo a vedere. Obiettò: "Temo però che Porcellino si rifiuti." "Vedete?" rise Scimmiotto. "Non lo dicevo che è il vostro preferito? Lui è di gusti delicati e non si vorrà sporcare le mani con i morti putrefatti. Invece a me, un momento fa, non volevate nemmeno rispondere e fingevate di dormire. Basta che non ci mettiate il becco: io ho una lingua lunga tre pollici, che non si stanca mai. Non c'è né Porcellino né Porcellone che tenga(41), posso convincere chiunque." "Va bene, fa come vuoi." Scimmiotto andò dritto al letto di Porcellino e lo chiamò per nome. Ma il bestione, anche nei giorni di sosta, aveva sempre il sonno del viaggiatore stanco. Non appena la testa toccava il cuscino, incominciava a russare e non era facile svegliarlo. Scimmiotto gli pizzicò le guance, lo tirò per i capelli, lo sollevò gridandogli nelle orecchie: "Porcellino!" Infine la sua vittima ebbe un soprassalto e bofonchiò: "Dormiamo, non è il momento di scherzare. Domani dovremo camminare." "Non scherzo, abbiamo un affare importante da regolare. Devi venire con me." "Che roba è?" "Sai, quel principe ereditario?" "Mai visto né conosciuto." "Il principe mi ha detto che il mostro ha un tesoro con cui può vincere diecimila guerrieri. Domani andremo a corte e non potremo evitare di batterci con lui; se dispone del suo tesoro, noi perdiamo: e sai che bella figura ci facciamo! Bisogna pensarci prima, bisogna fregargli il tesoro. Non sei d'accordo?" "Fratellino, tu tiri a fregare me, come al solito; adesso mi vuoi arruolare come ladro. Non è che non ci sappia fare: potrei dire che è il mestiere che conosco meglio. Ma diciamocelo chiaro: una volta fatto il colpo e sconfitto il mostro, non voglio storie nella spartizione del malloppo. Il tesoro me lo tengo tutto io." "Che cosa vuoi fartene?" "Io non sono un furbastro come te, non ho la tua parlantina, e non sono bravo a elemosinare. Io sono un po' balordo, parlo male e non so recitare i sutra. Quando attraversiamo i posti selvaggi, avrò pur bisogno di moneta di scambio per comperarmi di che mangiare, non ti sembra?" "Il vecchio Scimmiotto pensa solo alla gloria. Sono superiore a certe cose, ti lascio tutti i tesori che vuoi." Il bestione pensò di aver fatto un grande affare, si sentì tutto vispo, saltò giù dal letto e si vestì in un baleno. È il caso di dirlo: L'acquavite è incolore, ma è paonazza La tua faccia se ne hai bevuta troppa; E l'oro giallo fa girar la testa Anche ai più saggi. Uscirono di nascosto dal monastero e corsero dritti verso la città, guidati da un alone luminoso di buon augurio. Mentre giungevano, udirono la torre del tamburo suonare la seconda veglia: "Sono già le dieci, fratellino" disse Scimmiotto. "È il momento migliore per rubare" rispose Porcellino, "quando la gente è immersa nel primo sonno." Fecero il giro delle mura sino a una porta secondaria, da cui sentivano venire suoni di campanelle e di nacchere. "Fratellino" disse Scimmiotto, "vedo guardie anche qui. Come entriamo?" "A un ladro le porte non dicono niente" commentò con competenza Porcellino. "Si scavalca il muro, ed è fatta." Uno dopo l'altro balzarono sul muro in un punto non illuminato, scivolarono giù dall'altra parte e andarono in cerca del parco reale. Giunsero davanti a un grande portale a più piani, con triplo tetto e bandiere bianche. Ai raggi della luna scintillavano tre grossi caratteri: PARCO REALE FIORITO Scimmiotto si avvicinò a ispezionare e constatò che la serratura del cancello era coperta da vari strati di carta da sigillo. Chiamò con un cenno Porcellino perché si mettesse al lavoro; questi non fece che alzare il suo rastrello e abbatterlo sul cancello, che andò in pezzi. Scimmiotto scavalcò la soglia e i detriti e si inoltrò nel parco, ma lo si udì sospirare e lanciare esclamazioni addolorate. Porcellino gli corse dietro spaventato: "Fratello, mi farai morire! Si è mai sentito un ladro far tutto questo chiasso? Sveglierai tutti: ci trascineranno in tribunale, e se non saremo condannati a morte, verremo deportati e arruolati a forza nell'esercito, o perlomeno espulsi dal paese." "Ma non vedi, fratellino, che tristezza? Gli intonaci dipinti divorati Dalla muffa, scrostate le sculture, Padiglioni e gazebo rovinati, Rose e peonie morte e rinsecchite Fra le erbacce che invadono il terreno, L'ibisco soffocato in mezzo ai rovi. Di belle piante e di fiori pregiati Non è rimasto nulla. Fin le rocce Artificiali sono sprofondate Ed i pesci son morti nelle vasche Prosciugate. Dei pini e dei bambù Resta soltanto legna da bruciare. Domina ovunque il regno delle ortiche E le artemisie invadono i sentieri. Olea odorosa e pesco son spezzati, Ha il melograno le radici all'aria. Il ponte sul ruscello è ricoperto Di muschio. È uno spettacolo ben triste Questo giardino in stato di abbandono!" "E a te che cosa importa? Pensiamo ai fatti nostri." Scimmiotto ricordava che, secondo il sogno di Tripitaka, sul pozzo doveva crescere un banano. Ed ecco infatti spiccare fra la vegetazione un albero di questa specie, sano e lussureggiante a contrasto con le altre piante danneggiate o inselvatichite: Fu donata dal Cielo questa pianta, Con le sue grandi foglie dispiegate: Avviluppano fili smeraldini La punta rossa del cuor di cinabro. Soffre la pioggerella della sera E non ama le brezze dell'autunno. Ma possiede un vigore incontenibile E s'adatta a mille usi disparati. Piccole gocce di fresca rugiada L'avvolgono in un manto di vapori. Non dà ospitalità all'oca selvatica, Né potrebbe servire per legarvi Il nobile destriero. Ma rinfresca Quando fa caldo e nell'ombra protegge Dalla vampa del sole. Si vergogna Di non essere bella come il pesco E sta in disparte contro il muro bianco. "Al lavoro, Porcellino!" esortò Scimmiotto. "Il tesoro è sotterrato sotto il banano." Il bestione alzò il rastrello e abbatté l'albero d'un solo colpo; poi andò a grufolare nella terra e scavò a piccola profondità, finché venne alla luce una lastra di pietra. "Fratello!" gridò allegro Porcellino. "Che fortuna! Siamo già arrivati alla lastra che copre il tesoro. Non so se sia il tappo di una giara o il coperchio di un cofano." "Tira su, e vediamo." Con un'altra sgrugnata il bestione spostò la lastra, e si vide qualcosa scintillare e baluginare sotto il suolo. "Guarda che bello!" sghignazzava Porcellino, "è un tesoro che fa luce." Ma guardando meglio si rese conto che si trattava di un pozzo; la luce della luna e delle stelle si rifletteva sull'acqua tremolante del fondo. "Fratello" disse Porcellino, "quando si fa una cosa, non si devono lasciare a metà i preparativi." "Cioè?" "Se mi avessi detto prima che il tesoro era nascosto in fondo a un pozzo, avrei portato con me delle corde per calarmi giù. Non potrò certo scendere e riportare su il carico senza averne i mezzi." "Ma tu sei pronto a scendere?" "Lo sarei, se avessi le corde." "Fa conto di averle e spogliati." "È presto fatto, non ho addosso che la tunica." Il bravo Scimmiotto prese il suo bastone cerchiato d'oro, lo tirò alle estremità e gridò: "Allunga!" In effetti raggiunse subito una lunghezza di sette od otto tese. "Ora afferra un'estremità del mio bastone" disse a Porcellino, "e io ti calerò giù pian piano." "Va bene, ma ricordati che ti devi fermare quando arrivo al pelo dell'acqua." "D'accordo." Il bestione si afferrò alla sbarra e fu calato nel pozzo. Quando gridò: "Acqua!" Scimmiotto, invece di fermarsi, gli diede uno scossone che ve lo fece cadere dentro con un tonfo. Porcellino imprecava: "Brutto stronzo! Lo hai fatto apposta!" Scimmiotto ritirò la sua sbarra e chiese ridendo: "Allora, fratellino, lo vogliamo ripescare questo tesoro?" "C'è solo acqua in questo lurido posto." "Il tesoro non galleggerà mica. Bisogna scendere a dragare il fondo." Il bestione in realtà, anche per effetto del suo passato, era un eccellente nuotatore e si tuffò. L'acqua era incredibilmente profonda e fu dopo una lunga discesa che si trovò davanti un arco monumentale con l'iscrizione: PALAZZO DI CRISTALLO ACQUATICO "Che fregatura!" esclamò allarmato Porcellino. "È chiaro che in qualche punto ho sbagliato strada e sono finito in mare. Questo è un palazzo marino, non può certo stare in fondo a un pozzo." Invece si trattava proprio della residenza del re drago di quel pozzo. Mentre Porcellino borbottava le sue considerazioni, uno yaksa di servizio in portineria guardò fuori e, come lo vide, corse spaventato a riferire: "Disgrazia, maestà! È caduto nel pozzo un bonzo con lunghe orecchie e una boccaccia smisurata. Benché sia nudo e debitamente zuppo, non è affogato, anzi borbotta fra sé senza tregua." "Sarà l'Ammiraglio dei Canneti Celesti" disse il re drago. "La notte passata è venuto qui il dio della pattuglia notturna a cercare il re di Gallo Nero, per portarlo in visita dal monaco cinese e pregare il Grande Santo Uguale al Cielo di catturare il mostro. Ora saranno arrivati il grande santo e l'ammiraglio. Andiamogli subito incontro: sono persone a cui non si può mancare di rispetto." Il re drago si rassettò e uscì con il suo codazzo di gente acquatica, gridando: "Ammiraglio dei Canneti Celesti, benvenuto! Vogliate accomodarvi!" "Dunque è uno che mi conosce" si disse Porcellino rinfrancato, ed entrò nel palazzo di cristallo senza troppi riguardi. Nudo e fradicio com'era, si sedette disinvoltamente nel posto d'onore, senza il minimo scrupolo per il decoro. Parlò il re drago: "Ho saputo, ammiraglio, che vi siete convertito alla dottrina del Buddha e assicurate la protezione del monaco cinese in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Quali affari vi conducono qui?" "Si tratta appunto di un'incombenza nell'ambito della mia missione. Il mio condiscepolo anziano Scimmiotto vi manda i suoi rispetti e mi incarica di ritirare un certo tesoro che dovreste avere qui." "Che tesoro volete trovare in un posto come questo! Ai re draghi dei quattro fiumi basta fare un voletto in giro per tornare a casa carichi di tesori; ma qui siamo poveri. Figurarsi poi negli ultimi anni. Ci hanno turato addirittura il lucernario e ci hanno lasciato senza sole né luna." "Niente scappatoie! Dovete farmi vedere qualunque cosa abbiate." "Ciò che abbiamo da mostrare è intrasportabile. Acconsentireste a scomodarvi per dare un'occhiata?" "Ma certo! Andiamo subito." Il bestione seguì il re drago; uscirono dall'edificio principale del palazzo ed entrarono in una galleria, nella quale giaceva un corpo lungo sei piedi. "Ammiraglio, questo è tutto ciò che potrei chiamare tesoro" disse il drago additandolo. Porcellino si avanzò e vide che si trattava del defunto monarca: aveva in capo la corona da toccare il cielo, era drappeggiato in un abito color ocra, cingeva una cintura di giada di Lantian e calzava stivali di nuvola. Dormiva là, rigido come uno stoccafisso. Porcellino si mise a ridere: "Bella trovata! E questo sarebbe un tesoro? Ne ho sgranocchiati parecchi, di tesori così, quando facevo il mostro di montagna. Queste sono bistecche, non è un tesoro." "Caro ammiraglio, non sapete tutto. Questo è il cadavere del re del Gallo Nero. Quando cadde nel pozzo io gli applicai una perla conservante, perché non si decomponesse. Così, benché sia morto da qualche anno, è fresco come allora. Se voleste caricarvelo sulla schiena e riportarlo al grande santo - non dico che sia un tesoro - ma se vi venisse in mente di riportarlo in vita, avreste tutto quello che occorre." "Mettiamo che ve lo sgomberi. Quanto mi date per il funerale?" "Veramente di soldi non ne ho." "Così vorreste scroccare la manodopera. Niente soldi, niente sgombero." "Non occorre che lo portiate voi. Andiamo." Mentre Porcellino risaliva, il re drago fece sollevare il cadavere da due yaksa, che gli tolsero la perla e lo scagliarono nell'acqua. Porcellino, che era già fuori vista del palazzo, si sentì accanto qualcosa: allungò la mano e toccò il cadavere. Nonostante la sua disinvoltura si impressionò, balzò al pelo dell'acqua e si mise a gridare: "Aiuto! Soccorso!" "Ce l'hai il tesoro?" "Ma quale tesoro? Non c'è niente di simile nel pozzo. Il re drago mi ha rifilato un morto; io ho cercato di evitarlo, ma me lo sono trovato vicino. Tirami fuori di qui!" "Il tesoro è appunto quel morto. Devi portarlo su con te." "Non ci penso nemmeno. Ma lo sai da quanto tempo è morto?" "Se rifiuti di portarlo con te, me ne vado." "Dove vai?" "Me ne torno dal maestro, al monastero, e vado a dormire." "E io?" "Tu puoi sempre arrampicarti da solo." "Sei matto?" replicò Porcellino allarmato. "Ti rendi conto in che stato sono le pareti di questo pozzo, che oltretutto è molto largo in basso e stretto in alto? In tanti anni che non lo usano, è cresciuto il muschio più scivoloso che si possa immaginare. Nessuno ci si potrebbe arrampicare. Fratello, non roviniamoci l'amicizia: te lo porterò su, quel maledetto morto." "Va bene. Dunque incomincia col ricuperarlo." Porcellino si tuffò, trovò il cadavere e riaffiorò al pelo dell'acqua tirandoselo dietro. Gridò: "Sono pronto! Ricupero effettuato!" Scimmiotto guardò giù e calò la sbarra. Porcellino non seppe far di meglio che morderla con i denti, mentre stringeva a sé il cadavere, e fu così che vennero sollevati fino alla bocca del pozzo. Mentre Porcellino si rivestiva, Scimmiotto esaminò il morto e si rese conto che non presentava segni di alterazione. Chiese: "Fratellino, hai idea del perché questo morto non si sia decomposto in tre anni buoni?" "Il re drago mi ha detto di aver usato su di lui una perla conservante." "Si capisce; d'altronde è giusto che sia così, perché la sua morte non è stata ancora vendicata. Direi che ora il nostro successo è garantito. Rimettilo in spalla, fratellino." "Dove lo portiamo?" "Dobbiamo andare dal maestro." "Ma io non sono d'accordo, non ne posso più! Dormivo così bene, e mi sono fatto imbrogliare dalle chiacchiere di questo brutto macaco che, tanto per cambiare, mi ha messo nelle peste: da cacciatore di tesori sono diventato un becchino porta cadaveri. Mi bagnerà tutti i vestiti dell'acqua putrida e puzzolente che va sgocciolando: chi me li laverà poi? Ammesso che il vestito sia in grado di sopportare senza rompersi la lavatura che ci vorrà." "Porta il tuo carico e non preoccuparti d'altro. Quando saremo arrivati, getterai quel vestito e te ne darò un altro." "Non ti vergogni? Prometti vestiti agli altri, quando si sa che non li hai nemmeno per te." "Ora basta. O lo porti o lo metti giù." "E io lo metto giù." "Va bene così. Ma allora allunghi le zampe e ti prendi venti legnate." "Fratello" gridò Porcellino spaventato, "sai benissimo che basterà molto meno perché io faccia il paio con il morto." "Se non vuoi legnate, per me fa lo stesso. Ma allora ti carichi il cadavere e via!" Porcellino, messo alle strette, si caricò in spalla di malagrazia il cadavere e uscì dal parco strascicando i piedi. Il bravo Scimmiotto fece un passo magico, recitò un incantesimo e aspirò aria volgendosi verso sud ovest. Poi soffiò: si alzò un violento turbine di vento che li sollevò entrambi sopra la città, le mura e i fossati, per depositarli in aperta campagna. Qui ripresero la loro marcia. Il bestione rimuginava pensieri di vendetta: "Questa scimmia mi ha fatto un brutto tiro, ma la ripagherò a modo mio. Farò credere al maestro che si è vantato di far rivivere il morto. Lui negherà, e io convincerò il maestro a recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio per costringerlo a ubbidire. Gliela farò vedere io!" Mentre camminava continuava a pensare: "Ma questo qui è capace di andare dai giudici infernali a farsi rendere l'anima del defunto; così lo resuscita davvero, il morto. Dirò che si è vantato di saperlo fare senza uscire dal mondo dei vivi: è il solo modo di incastrarlo." Quando giunsero al monastero, posarono il cadavere davanti alla porta della sala di meditazione e vi entrarono: "Maestro, venite a vedere." Tripitaka non riusciva a dormire e stava appunto considerando con Sabbioso quanto durava l'assenza del Novizio e di Otto Divieti. Si alzò subito e domandò: "Discepoli, che cosa volete mostrarmi?" "Il nonno materno di Scimmiotto, che ho dovuto portare fin qui" sghignazzò Porcellino. "Sacco di segatura!" lo sgridò Scimmiotto. "Mai avuto nonni in vita mia." "Se non era tuo nonno, perché me l'hai fatto portare? Non sai quanta fatica mi è costato?" Aperto l'uscio, anche il monaco cinese e Sabbioso notarono subito le perfette condizioni del corpo e del volto del sovrano: sembrava che dormisse. Il reverendo fu preso dalla compassione ed esclamò: "Quale nemico di una vita anteriore può avere incontrato vostra maestà, per perderci la vita, lasciare le mogli, abbandonare il figlio, all'insaputa di tutti, funzionari civili e mandarini militari? E che tristezza, quelle spose e quel figlio che non sanno nulla, non vi offrono incenso, non vi portano il tè!" I singhiozzi non lo lasciarono continuare; versava un torrente di lacrime. Porcellino si mise a ridere: "Maestro, che cosa vi salta in mente? Che cosa frega a voi se è morto o vivo? Non è mica un vostro parente: perché piangete?" "Discepolo, la compassione sta alla base del comportamento di quelli che hanno abbandonato le loro famiglie, ed è ciò che li rende servizievoli. Come puoi avere un cuore così insensibile?" "Non è che abbia il cuore insensibile. Ma so che non è una cosa seria, perché il mio condiscepolo anziano ha detto che lo farà rivivere. Altrimenti non lo avrei nemmeno portato, pesante com'è." L'influenzabile reverendo prese subito per buone le parole di Porcellino e gridò: "Consapevole del Vuoto, se hai questo potere, sappi che salvare un uomo vale più che costruire una pagoda di sette piani. Varrebbe ancor più della preghiera al Buddha fatta sul Monte degli Avvoltoi." "Maestro, per piacere" protestò Scimmiotto, "non date retta alle stupidaggini che dice quel cretino. Un morto lascia definitivamente il mondo dopo tre o cinque settimane, a volte dopo sette, a seconda di quello che si lascia dietro. Ma come si fa a richiamare uno che è morto da tre anni?" "Hai ragione" rispose Tripitaka. Ma il velenoso Porcellino insistette: "Maestro, non gli credete, parla così per ostinazione. Se recitate la vostra formuletta, vedrete che troverà il modo." E Tripitaka, come altre volte, lo ascoltò e recitò la formula, procurando a Scimmiotto un mal di testa da fargli schizzare gli occhi dalle orbite. Se non sapete, in fin dei conti, come si ridà vita a una persona morta da tre anni, ascoltate il seguito. 第039回 IL CINABRO 'RICHIAMO DELL'ANIMA' · IL SOVRANO MORTO DA TRE ANNI RITORNA FRA I MORTALI, GRAZIE A UNA PILLOLA DI CINABRO OTTENUTA DAL CIELO. Or dunque, narra il racconto, Scimmiotto colto da un insopportabile mal di testa supplicava pietosamente: "Maestro, smettetela, tacete! Lasciatemi risuscitare questo disgraziato!" "Risuscitare come?" domandò il reverendo. "Non c'è che un modo: scenderò all'inferno, chiederò informazioni per sapere quale giudice segue la sua pratica e lo pregherò di lasciarmi riportare l'anima in questo mondo." "Maestro, non gli date retta" insisteva Porcellino. "A me ha detto che non occorre scendere all'inferno, che lui è capace di risuscitare la gente senza uscire dal mondo dei vivi." E Tripitaka, succube di ogni suggerimento perverso, si rimise a recitare la formula. "Basta, basta, lo rimetterò in piedi senza uscire dal mondo dei vivi!" "Non vi fermate, andate avanti con l'incantesimo!" "Brutto cretino, bestiaccia maligna!" imprecava Scimmiotto. "Che cosa ci guadagni ad aizzarmi contro il maestro con la sua malasorte?" Porcellino sghignazzava: "Fratello, fratellino bello, credevi di essere tu solo capace di combinare scherzetti agli altri? Lo vedi che ti so fregare anch'io?" "Insomma, maestro, non potete dar retta a questo mentecatto. Non mi perseguitate più, lasciatemi fare!" "E come farai, senza uscire dal mondo dei vivi?" "Farò una capriola nelle nuvole fino al portale sud del Paradiso, che non è certo nel mondo dei morti. Non perderò tempo al Palazzo del Toro e del Cucchiaio, o nella Sala delle Nuvole Misteriose, ma andrò diritto filato nel trentatreesimo cielo, alla Corte dei Beati del Palazzo Celeste Senza Rimpianto. Cercherò di Laozi e gli chiederò una delle sue specialità, il cinabro richiamo dell'anima nove volte trasmutato; dice il motto: se l'ingoi, torni subito fra noi!" "Va dunque, e torna presto" rispose Tripitaka soddisfatto. "Vediamo: è la terza veglia, intorno a mezzanotte; non potrò essere di ritorno prima dell'alba. Intanto non possiamo lasciare questo corpo lì a giacere freddo e solo. Che figura ci faremmo? Bisogna organizzare la veglia." "A buon intenditore..." fece subito Porcellino. "Il macaco vuole arruolarmi come prefica." "Temevo appunto che ti rifiutassi. Se tu non lo piangi, io non lo posso risuscitare" dichiarò Scimmiotto. "Va be', vattene per la tua strada, che io piangerò." "C'è modo e modo. Piangere, in sé, non è che sgocciolare acqua dagli occhi. Urlare è solo un esercizio delle corde vocali. Non bastano queste cose per una veglia funebre fatta come si deve: le lacrime devono essere accompagnate da strazianti singhiozzi, e gli urli devono diventare gemiti e lamentazioni che salgono dal cuore." "Adesso vi faccio vedere io" replicò Porcellino. Trasse da chissà dove un pezzo di carta, lo arrotolò tra le dita e se lo ficcò su per le narici più volte. Dapprima starnutì sonoramente, poi gli occhi gli si gonfiarono di lacrime, colò moccio dal naso e incominciò a singhiozzare; gemeva, diceva parole sconnesse, proprio come se fosse smarrito per aver perduto qualche vecchia zia. Era tanto commovente che il buon reverendo sentì una stretta al cuore, e incominciò a piangere con lui. "Può andare" disse ridendo Scimmiotto. "Se vai avanti così dovrebbe bastare, ma a condizione che non ti fermi. Sai che vedo tutto quello che fai; quando ti avrò voltato la schiena, se ti fermerai anche solo per un istante, dovrai preparare le chiappe, perché ti ci appoggerò venti bastonate." "Non preoccuparti" rispose Porcellino sghignazzando fra lacrime e moccio. "Quando mi ci metto, vado avanti come niente per due giorni di fila." L'ingenuo Sabbioso non volle restare con le mani in mano, e si procurò dei bastoncini d'incenso da offrire al morto. "A meraviglia!" esclamò Scimmiotto torcendosi dalle risa. "Ora che tutta la famiglia è all'opera, non saprei immaginare una veglia funebre più degna." Il grande santo si congedò e, con una capriola, si lanciò al portale sud del Cielo. Non fece visita al Palazzo del Toro e del Cucchiaio, né si attardò nei pressi della Sala delle Nuvole Misteriose: la bianca scia della sua nuvoletta corse senza rallentare fino al trentatreesimo cielo, e si fermò davanti al Palazzo dei Beati. Si affacciò sull'uscio e vide il signore Laozi assiso nel laboratorio di fabbricazione del cinabro, in compagnia di fuochisti e garzoni immortali che agitavano ventagli di foglie di banano per attizzare il fuoco del forno. Appena Laozi vide Scimmiotto, gridò ai suoi: "State attenti, c'è in giro il ladro di elisir!" Scimmiotto si inchinò sorridendo: "Caro vecchio signore, sono lusingato dall'attenzione, ma non la merito. Perché diffidare di me? Ormai non sarei più capace di far torto a nessuno." "Maledetto macaco, non ho dimenticato quante pillole mi rubasti cinquecento anni fa. E che baraonda in tutto il Cielo! Il santo Erlang ci mise un bel po' di tempo ad acchiapparti; e quanto carbone sprecai nel mio forno, che arse per quarantanove giorni di fila senza riuscire a bruciarti! E ora che ti sei fatto buddista e proteggi questo monaco cinese, me ne hai opposte di difficoltà per restituirmi i miei tesori, dopo che avevi abbattuto i diavoli sul Monte Cima Piatta! Che cosa sei venuto a fare qui?" "Un momento, chiariamo questa storia del Monte Cima Piatta: io ti ho restituito le tue carabattole quando tu me le hai chieste. Perché adesso mi rimproveri e mi tratti con sospetto?" "E tu, perché ti intrufoli qui invece di andare per la tua strada?" "Dopo l'ultima volta che ci siamo visti, abbiamo appunto proseguito il nostro viaggio fino a un paese detto del Gallo Nero. Un mostro ha ucciso il re del paese, ha preso il suo aspetto e ha usurpato il trono; è un tizio che si faceva passare per taumaturgo taoista e mago della pioggia. Il re morto è apparso nella notte al mio maestro, mentre leggeva le sue preghiere, e gli ha chiesto di incaricarmi di abbattere il mostro e ristabilire la giustizia contro la perversità. Con il mio condiscepolo Porcellino ci siamo procurati la prova materiale del reato, ricuperando il cadavere del re morto che giaceva intatto in un pozzo. Il mio maestro, mosso a compassione, mi ha chiesto di riportarlo in vita, ma mi ha vietato di andare a cercare la sua anima negl'inferi. L'unica alternativa me la potete dare voi. È questo il motivo della mia visita: spero nella pietà del patriarca del Tao, che mi presti un migliaio di pillole di cinabro richiamo dell'anima nove volte trasmutato, per fare quest'opera buona." "Questa scimmia delira! Mille pillole! E perché non duemila? Non sono mica grani di riso, da riempircisi il gozzo. Che cosa credi, che abbia aperto una farmacia? Qui non c'è niente per te. Vattene via!" "Va bene, va bene!" rise Scimmiotto. "Ne basterà un centinaio." "Ti ho detto che non c'è niente." "Una diecina, via!" "Questa maledetta scimmia non vuole smettere" imprecò Laozi rosso di collera. "No e poi no! Aria! Levati di torno!" Scimmiotto voltò le spalle e si mosse per uscire. Ma il signore Laozi ci ripensò: "Screanzato e delinquente! Se gli dico di andarsene e finge di darmi retta, può essere soltanto perché si dispone a ritornare indietro di nascosto a sgraffignare." "Fermati, maledetta scimmia, che ti prenda il vaiolo! Te ne do una, delle pillole che hai chiesto." "Caro vecchio signore, voi che mi conoscete bene, non fareste meglio a tirarle fuori, le vostre pilloline d'oro, e a dividerle con me in parti uguali? Non vi pare che ci guadagnereste, evitando di farvele rubare tutte quante?" Laozi rovesciò la sua zucca, e ne cadde una pillola dorata. La tese a Scimmiotto dicendo: "Non ho altro. Prendila e scompari. La pillola te l'ho data; il merito di risuscitare il morto resta tutto tuo." "Non c'è fretta" rispose Scimmiotto prendendo la pillola. "Sarà meglio che l'assaggi, caso mai fosse falsa. Non voglio mica farmi prendere in giro." E se la ficcò in bocca, mentre il patriarca atterrito si gettava su di lui per impedirglielo, lo prendeva per il collo e gli picchiava i pugni sulla testa: "No, no, disgraziato! Se la inghiotti ti ammazzo!" "Ma non ti vergogni?" rise Scimmiotto. "Quanto sei meschino! E chi la mangia, la tua caramella da due soldi? Detto fra noi, fa proprio schifo. Non senti che l'ho soltanto messa in tasca?" In effetti si sa che le scimmie hanno tasche sotto le guance; lui aveva nascosto la pillola là dentro. Laozi tastò con le dita, e quando l'ebbe sentita gridò: "Va via e non farti più vedere!" Il grande santo ringraziò l'illustre patriarca e uscì dal Palazzo dei Beati. Al sorgere del sole, ridiscese dal portale di diaspro aureolato di mille nubi di buon augurio verso la polvere del mondo. Quando giunse al Monastero del Bosco Sacro, Porcellino stava ancora piangendo con il massimo impegno. "Consapevole del Vuoto" esclamò Tripitaka, "eccoti qua! L'hai portato, quel cinabro?" "L'ho portato." "Glielo avranno dato, oppure lo avrà rubato" brontolò Porcellino. "Fratellino, non c'è più bisogno di te" gli disse Scimmiotto ridendo. "Ti puoi asciugare gli occhi, o se preferisci vai a piangere altrove." E a Sabbioso: "Portami un po' d'acqua, per favore." Sabbioso corse al pozzo che si trovava dietro l'edificio e attinse dalla secchia mezza tazza d'acqua, che portò al Novizio. Scimmiotto estrasse la pillola e la introdusse fra le mascelle irrigidite, dopo averle forzate ad aprirsi; un sorso d'acqua fece scendere il farmaco nelle viscere. Passò qualche tempo, si udirono dei borborigmi, ma il corpo non si muoveva. "Maestro" chiese inquieto Scimmiotto, "se non ce la faccio, che pena contate di infliggermi?" "Perché mai non dovresti farcela? Non c'è ragione che non torni a vivere. Se non fosse per la potenza soprannaturale del cinabro d'oro, credi che il cadavere di una persona morta da tanto tempo potrebbe inghiottire acqua ed emettere borborigmi? È segno che la circolazione sanguigna si riattiva, benché il respiro, interrotto da tanto tempo, fatichi a riprendersi. Un pezzo di ferro, dopo tre anni nell'acqua di pozzo, sarebbe coperto di ruggine; figurarsi un corpo umano! In effetti il soffio vitale è esausto; bisognerebbe fargli la respirazione bocca a bocca." Porcellino si fece avanti per provvedere, ma Tripitaka lo fermò: "Non tu! Tocca a Consapevole del Vuoto di prendersene cura." Il maestro interveniva con saggezza: l'alito di Porcellino era irrimediabilmente impuro, perché fin da piccolo si era macchiato del peccato di distruggere vite e di mangiare carne umana. Invece Scimmiotto, cresciuto a forza di pesche, pinoli e bacche di cipresso, aveva un alito puro. Pertanto Scimmiotto accostò la sua bocca da duca del tuono alle labbra del re morto e soffiò forte. L'alito passò vigoroso dall'alta torre alla sala chiara, da lì scese alla sorgente zampillante dei talloni e risalì fino al palazzo dai muri d'argilla del cranio. Il sovrano emise un forte rantolo e ritornò in sé, raccolse il fiato, agitò mani e piedi e gettò un grido: "Maestro!" Balzò su e si inginocchiò nella polvere dicendo: "Ricordo di avervi visitato l'altra notte da fantasma. Non avrei mai pensato di rivedervi stamane da vivo." Tripitaka si affrettò ad aiutarlo a rialzarsi: "Maestà, non è merito mio; dovete ringraziare il mio discepolo." "Che dite mai, maestro!" protestò Scimmiotto ridendo. "Dice l'adagio: non c'è casa con due padroni. Gli omaggi spettano a voi." Tripitaka era un po' imbarazzato. Il sovrano fu da lui preso per mano e guidato nella sala di meditazione, dove accettò di sedersi solo dopo avere rinnovato i saluti a Porcellino, Scimmiotto e Sabbioso. I monaci, sopraggiunti per predisporre il servizio della colazione, non seppero capacitarsi della grande novità: il re era tra loro, in abiti zuppi d'acqua. Si intrecciarono domande ed espressioni di meraviglia. Scimmiotto si alzò ad arringarli: "Calma, bonzi, non vi allarmate. Quello che vedete è proprio il re di Gallo Nero, vostro vero sovrano. Egli era stato ucciso da un mostro tre anni fa, e io questa notte l'ho riportato in vita. Ora dovremo ricondurlo in città per far luce sul giusto e sul perverso. Se ci avete preparato la colazione, servitela; la mangeremo e poi partiremo." I monaci portarono anche la tinozza per lavare il re e gli indumenti per vestirlo. La veste color ocra fu provvisoriamente sostituita da una tunica diritta prestata dal superiore del monastero; la cintura di giada di Lantian da una semplice fascia di seta gialla; gli stivali da un paio di vecchi sandali monastici. Quando ebbero consumato la colazione, si sellò il cavallo. "Porcellino" chiese Scimmiotto, "quanto pesano i tuoi sacchi?" "Pesano tanto, fratello, ma non ti so dire con precisione." "Bene, dividi il carico in due e danne una parte da portare al re, mentre andiamo in città a regolare questa faccenda." "Che fortuna!" esclamò soddisfatto Porcellino. "Questo re mi ha pesato addosso ben bene, quando l'ho dovuto portare. Ma almeno adesso mi dà una mano." E, da quel furbacchione che era, lasciò al re i bagagli più pesanti. "Maestà" disse ridendo Scimmiotto, "spero che non vi mortifichi andare in giro in questo modo, portando valigie." "Maestro" rispose il re inginocchiandosi, "mi avete reso la vita, per me voi siete padre e madre. Se me lo chiedete, sono pronto a seguire il reverendo fino al Paradiso dell'Ovest come bestia da soma." "Tutto ciò che ho da chiedervi è di portare questa roba per i quaranta li che ci separano dalla città. Come potrete immaginare, lo scopo non è certo di imporvi prestazioni. Il fatto è che, per riprendere l'esercizio delle vostre funzioni reali, dovrete aspettare che il mostro sia catturato; allora noi vi saluteremo e riprenderemo il nostro viaggio." Porcellino si lagnò: "Come dire che lui farà il facchino solo per quaranta li, e io per tutta la vita?" "Piantala fratellino!" tagliò corto Scimmiotto. "Ora si parte." Porcellino e il re camminavano all'avanguardia, seguiva il maestro a cavallo con Sabbioso che teneva le briglie, mentre Scimmiotto chiudeva la marcia. I cinquecento monaci si schierarono in processione, con la musica in testa, e li accompagnarono fino al portale. Qui Scimmiotto disse: "Cari bonzi, è meglio che non ci accompagnate oltre; non conviene correre il rischio di destare sospetti. Piuttosto pensate a pulire e stirare gli abiti regali, e mandateceli in città questa sera o domattina. Vedrete che il servizio sarà ricompensato." I monaci ubbidirono e Scimmiotto, che era rimasto indietro, raggiunse in due salti il suo maestro. La formula del vero esce dall'Ovest, Lo spirito affinato dal metallo E dal legno. La madre del cinabro Si perde in sogni, mentre mille guai Affliggono il fanciullo. Bisognò Ricercare il signore in fondo al pozzo E al celeste Laozi chiedere aiuto. Il percorso dal vuoto al naturale Segue l'uom destinato all'essenziale. Mezza giornata di cammino bastò per giungere in vista delle mura della città. "Consapevole del Vuoto" chiese Tripitaka, "è quella la città del Gallo Nero?" "Precisamente" rispose Scimmiotto. "Non attardiamoci, entriamo subito." Entrando percorsero strade affollate di gente e di attività, ornate da bellissimi edifici. Lo testimoniano i versi: Palazzi d'oltremare, ma degni della Cina, E canti e liete danze come nei tempi antichi. Agitano ventagli decorati di rose, Indossano vestiti color verde smeraldo. Sembrano i paraventi gran code di pavone, E dovunque stendardi e cortine di perle. È un bel quadro di pace e di prosperità. I mandarini, in fila, dicon: 'Tutto va bene!' Tripitaka smontò da cavallo e propose: "Potrei andare direttamente alla reggia a presentare il passaporto, per evitare le seccature dell'ufficio doganale." "Fate bene" approvò Scimmiotto. "Ma verremo anche noi: in molti si discute meglio." "Se volete venire vi dovete comportare bene. Prima di prendere la parola bisogna rispettare il rito di omaggio al sovrano." "Come dire che ci si dovrebbe prosternare?" "Proprio così; è il cerimoniale dei cinque saluti e delle tre prosternazioni." "Ma nemmeno per sogno!" disse Scimmiotto ridendo. "Che sciocchezza! Perché mai ci dovremmo umiliare? Fatemi entrare per primo, per farmi un'idea di come conviene comportarsi; se ci rivolgono la parola, rispondo io. Voi seguite il mio esempio: inchinatevi se m'inchino; e buttatevi pure lunghi distesi per terra, ma solo se mi ci butto io." Quel sacripante di una scimmia li guidò alla porta della reggia e si rivolse al gran ciambellano: "Siamo inviati di sua maestà imperiale dei grandi Tang delle terre dell'Est. Il nostro incarico è di recarci dal Buddha, nel Paradiso dell'Ovest, per chiedergli le scritture. Siamo qui di passaggio e vorremmo presentare il nostro passaporto. Vi prego di annunciarci, perché non vada perduta per voi l'occasione di guadagnare i meriti di una buona azione." L'ufficiale di guardia alla Porta Gialla si recò subito nella sala d'udienza, si inginocchiò ai piedi dei gradini rossi e fece rapporto: "Sono giunti alla porta cinque monaci, che si dicono inviati dai Tang alla ricerca delle scritture. Sono venuti a presentare il passaporto, ma non osano entrare senza autorizzazione." Il re diavolo ordinò di farli entrare, e i monaci si presentarono tutti insieme, seguiti dal re risorto. A quest'ultimo, mentre avanzava, sfuggiva qualche lacrima al pensiero: "Che triste situazione! Chi avrebbe pensato che quest'uomo potesse impadronirsi così delle mie terre, circondate dal bronzo, e degli altari dei miei antenati, protetti dal ferro?" "Maestà" gli bisbigliò Scimmiotto, "dominate il vostro dolore: non ci dobbiamo scoprire prima del tempo. State sicuro che già sento vibrare d'impazienza il mio randello; e vedrete come lavora! Schiacceremo il diavolo, spazzeremo via i mostri e vi faremo ricuperare il vostro regno." Il re si asciugò furtivamente gli occhi con un lembo della veste e lo seguì ubbidiente nella sala d'udienza, pronto a tutto. Sfilarono davanti a quattrocento funzionari civili e militari, che il squadravano dalla testa ai piedi, arcigni e sprezzanti. Scimmiotto per primo si presentò ai piedi dei gradini di giada bianca, dove rimase immobile e ben piantato sulle gambe. Gli ufficiali ai piedi del trono fremevano di indignazione: "Che bonzo selvaggio! Non si prosterna, non parla, non fa nemmeno un semplice inchino; che sfrontato!" E il re diavolo domandò: "Da dove viene questo bonzo?" "Siamo inviati imperiali del paese dei grandi Tang nelle terre dell'Est del continente meridionale, il Jambûdvîpa" rispose con sussiego Scimmiotto. "Il nostro incarico è di chiedere le autentiche scritture al Buddha vivente, nel Monastero del Colpo di Tuono del paese delle Indie nei territori dell'Ovest. Passando di qui, siamo venuti a presentare i nostri passaporti, come si usa." Il re diavolo montò in collera: "Qui non siamo vostri tributari e non abbiamo nemmeno relazioni diplomatiche con il vostro paese. Come osate presentarvi a corte senza attenervi al cerimoniale dei saluti?" "La nostra corte celeste nelle terre dell'Est risale all'antichità più remota" rispose sorridendo Scimmiotto, "e la sua superiorità è sempre stata riconosciuta. La vostra non è che una contrada periferica. Come dice l'adagio: sovrano del paese superiore: padre e re; sovrano del paese inferiore: figlio e suddito. Non potete rimproverare noi di scortesia: semmai avete mancato voi, che ve ne state lassù e non siete nemmeno sceso ad accoglierci." Il re diavolo, fuori di sé, ordinò ai suoi ufficiali di metter le mani addosso a quei selvaggi; e già i mandarini si slanciavano, quando Scimmiotto gridò: "Fermi dove siete!" e fece un segno con la mano. Sotto il dominio della magia immobilizzante, nessuno poté più muovere un dito. Era il caso di dirlo: Soldati sui gradini come idoli di legno E capitani in sala come statue d'argilla. Vedendo immobilizzati i suoi ufficiali, il re diavolo balzò giù dal trono per impadronirsi dell'intruso. Il re scimmia non aspettava altro. "Vieni, vieni! Anche se la tua zucca fosse di ferro o di bronzo, vedrai che buco ci farà il mio randello!" pensava. Ma prima che si arrivasse allo scontro, spuntò accanto al re diavolo la stella della sua salvezza, cioè il principe ereditario, che lo trattenne e si inginocchiò dicendo: "Real padre, calmate la vostra ira!" "Che cosa vuoi, figliolo?" "Permettetemi, padre, di farvi sapere che avevo già sentito parlare di un santo monaco inviato nell'Ovest dalla corte dei Tang: dev'essere lui. Se in un moto di collera lo fate decapitare, i grandi Tang potrebbero venirlo a sapere e certo reagirebbero. Taizong non solo ha unificato l'impero, ma ha già compiuto varie spedizioni oltremare. Se venisse a sapere della morte del suo fratello giurato, ci attaccherebbe con le sue truppe a cavallo, e noi che potremmo fare con le nostre deboli forze? Saremmo ridotti a pentirci troppo tardi. Mi permetto di suggerire di istruire un regolare processo per il crimine di lesa maestà." Il principe ereditario non conosceva le intenzioni di Scimmiotto e intendeva semplicemente difendere Tripitaka dall'attacco del mostro. Il re diavolo si fece convincere e, in piedi dov'era, gridò: "Sentiamo: quando avete lasciato le terre dell'Est? Perché il re dei Tang vi ha mandato in cerca delle scritture?" "Il mio maestro è fratello giurato dell'imperatore dei Tang" rispose Scimmiotto; "il suo nome è Tripitaka. I fatti andarono così: il primo ministro Wei Zheng aveva decapitato in sogno il drago del fiume Jing, per ordine del Cielo. L'imperatore scese nel tribunale infernale, e quando tornò in vita ordinò una grande cerimonia dell'Acqua e della Terra per la salvezza delle anime in pena e dei fantasmi perversi. Durante la cerimonia, in cui il mio maestro spiegava i sutra e predicava la compassione, la pusa Guanyin e l'imperatore gli chiesero di andare nell'Ovest. Il mio maestro fece voto con gioia di servire lealmente il suo paese. Tre giorni avanti la metà della nona luna del tredicesimo anno dell'era Contemplazione della Virtù, il mio maestro ricevette il suo passaporto e partì. Al Monte delle due Frontiere mi accolse come suo primo discepolo, con il nome di Scimmiotto Consapevole del Vuoto, detto il Novizio. Nel villaggio dei Gao, ai confini del Tibet, accolse come secondo discepolo Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità, detto Otto Divieti. Al Fiume delle Sabbie Mobili si aggiunse il terzo discepolo, Sabbioso Consapevole della Purezza. E l'altro giorno, al Monastero del Bosco Sacro, il maestro ha accettato anche un taoista vagabondo come aiutante nel portare i bagagli." L'esposizione particolareggiata non lasciava molto spazio a domande. Ma il re diavolo, con gli occhi accesi di collera, disse: "Bonzo, dopo essere partito da solo dalle terre dell'Est hai preso con te quattro discepoli. Passi per i primi tre, che son monaci; ma il quarto da dove viene? Come si chiama? Ha un certificato di ordinazione sacerdotale? Si faccia avanti a deporre." Il re tremava impaurito: "Maestro, che cosa devo dire?" Ma Scimmiotto gli bisbigliò: "Zitto, rispondo io." E infatti dichiarò: "Questo vecchio è duro d'orecchio, maestà, ed è muto. Viene con noi perché da giovane è già stato nel Paradiso dell'Ovest, e perciò conosce la strada. Posso dirvi tutto sulle sue origini e la sua vita. Con il vostro permesso, deporrò per lui." "Fallo subito, e con esattezza." Scimmiotto recitò: "Anziano si confessa l'imputato, Sordomuto, un po' tocco, ed ha perduto Tutti i suoi beni. Il suo luogo d'origine È proprio questo, dove fu colpito Dalla sciagura cinque anni fa. La siccità infuriava. Invano offriva Il sovrano preghiere e cerimonie: Non una nube, mille leghe in giro! Mentre tutti soffrivano i tormenti, A corte giunse un prete taoista, Che finalmente provocò la pioggia. Ma una sera nel parco, di nascosto, Gettò il sovrano in fondo a un pozzo oscuro Ed usurpò il suo aspetto ed il suo trono. Felicemente quando noi giungemmo Risuscitammo il defunto sovrano: E l'imputato è lui. Dentro la sala C'è un taoista che si finge sovrano; Ma lui, finto taoista, è il vero re." A questo discorso, il re diavolo sentì il cuore balzargli in petto come un cerbiatto, e il viso infiammarsi di rossi vapori. Volle fuggire ma, disarmato com'era, prima strappò la sciabola di mano a uno degli ufficiali immobilizzati dalla magia di Scimmiotto, poi salì su una nuvola e scomparve dalla finestra. Sabbioso ruggì indispettito dalla fuga, e Porcellino si scagliò furibondo contro la scimmia: "Se tu avessi controllato la lingua l'avremmo preso, e invece è fuggito. E adesso chi lo acchiappa?" "Calmatevi, fratelli, non fate baccano inutilmente" disse Scimmiotto ridendo. "Prima ci sono tante cose da fare: il principe ereditario deve presentare i suoi rispetti a suo padre, la regina e le concubine devono salutare il marito. Poi bisognerà destare dal letargo i poveri ufficiali, che devono sapere che cosa è accaduto e rendere omaggio al vero sovrano. Sbrigate queste faccende, lo andrò a prendere." Il bravo Scimmiotto fece come aveva detto. Dopo avere raccomandato alla protezione di Sabbioso e Porcellino il maestro e tutta la corte, concluse: "Ora me ne vado" e scomparve senza lasciar traccia. Con un balzò salì al nono cielo e scrutò l'orizzonte per vedere dov'era finito il diavolo. Lo vide in fuga verso est e lo raggiunse gridando: "Fermati, mostro! Dove vuoi andare?" Il re diavolo si volse furioso sguainando la sciabola: "Farabutto di uno Scimmiotto, non erano fatti tuoi se mi ero procurato un trono. Che bisogno avevi di trasformarti in poliziotto e di rompermi le uova nel paniere?" "Bestiaccia impudente!" lo sgridò Scimmiotto, che si divertiva molto. "Sei un bello sfacciato. Come ti sei permesso di fingerti re? E poi, quando mi hai visto, avresti potuto prendere il largo; invece hai voluto farti giudice di un processo tutto da ridere. La testimonianza che volevi l'hai avuta; ora sta fermo, che ti do il resto." E menò una randellata. Il diavolo schivò e cercò di colpire con la sciabola. Si avviò il duello: Il feroce re scimmia contro il forte re diavolo: Accaniti si affrontano, randello contro sciabola. I tre mondi, quel giorno, risplendono di luce Perché il vero monarca il suo trono ha ripreso. Dopo pochi scontri il diavolo non fu più in grado di sostenere gli assalti del re scimmia. Fece dunque dietro-front e ritornò per la via da cui era venuto: si precipitò dentro la sala del trono e si confuse tra le file degli ufficiali ritti ai piedi dei gradini di giada bianca. Lì si diede una scossa e si trasformò nella perfetta replica di Tripitaka, in piedi a mani giunte davanti ai gradini. Quando Scimmiotto lo raggiunse e alzò il randello per colpire, protestò: "Per l'amor del cielo, discepolo, non mi colpire! Sono io!" Scimmiotto si gettò verso l'altro Tripitaka, che disse anche lui: "No, no, per carità! Sono io!" Anche il tono della voce era il medesimo; come fare a distinguerli? Scimmiotto rifletteva: "Se il Tripitaka che ammazzo è il mostro trasformato faccio un'opera di bene; ma se è quello vero, faccio un bel pasticcio. Chi m'aiuta?" Si provò a chiedere il parere di Porcellino e di Sabbioso; ma i rapidi movimenti dei contendenti non avevano consentito loro di tenere il conto. Allora Scimmiotto fece un passo magico e convocò tutti i protettori della legge che li seguivano, più la divinità del luogo, per dir loro: "Devo ammazzare il mostro, ma non so più qual'è. Voi che siete invisibili e potete distinguere il Tripitaka vero dal falso, suggerite al mio maestro di salire i gradini; io abbatterò l'altro." L'abile mostro aveva però sorpreso la richiesta, e senza indugio fu lui a salire i gradini. Scimmiotto fece per abbassare la sua sbarra sul vero Tripitaka. Per fortuna le divinità lo avvertirono e lo fermarono in tempo; altrimenti, anche se ci fossero stati venti Tripitaka, quel colpo li avrebbe ridotti a una ciotola di passato di verdura. Quando Scimmiotto si avventò su per i gradini, il mostro ne balzò giù, afferrò Tripitaka e insieme tornarono a mescolarsi alla folla, indistinguibili l'uno dall'altro. Scimmiotto cominciava a inquietarsi, e i sogghigni di Porcellino gli facevano perdere le staffe: "Cosa ti prende, scemo? Sei così contento perché adesso hai due padroni da servire?" "Fratellino, io sarò scemo, ma anche tu stai facendo la tua parte" replicò ridendo Porcellino. "Non c'è bisogno che ti dia tanto da fare. Abbi pazienza, dovrai sopportare un po' di mal di testa. Chiedigli di recitare la formula che sappiamo; io e Sabbioso li prenderemo per mano e staremo attenti. Uno dei due non la conosce, e quello è il diavolo. Non ti sembra facile?" "Grazie, fratellino. Questa è l'idea giusta. È una formula che conoscono soltanto il Buddha, che l'ha inventata, Guanyin e il maestro. Dunque, signori Tripitaka, avanti con la formula!" Il falso Tripitaka non poté che mormorare parole a caso. "Il mostro è lui!" gridò Porcellino, e lasciò andare la mano per afferrare il rastrello; ma il mostro schizzò via su una nuvola. I tre discepoli abbandonarono il maestro e si gettarono all'inseguimento: in breve i tre bonzi inferociti circondarono il diavolo maledetto. Al vedere Porcellino e Sabbioso che correvano con rastrello e bastone per prenderlo in una tenaglia, da destra e da sinistra, Scimmiotto rise e propose: "Stiamo accorti: se io lo attacco di fronte lui, che mi ha già assaggiato, scapperà di nuovo. Se invece, mentre voi lo impegnate, io prendo quota, la mia sbarra può piombare dall'alto sulla sua testa, come in cucina il pestello sugli spicchi d'aglio." In effetti il grande santo salì al nono cielo e stava per buttarsi in picchiata quando, da una nube multicolore a nord est, si udì una voce che gridava: "Fermati, Consapevole del Vuoto!" Scimmiotto si volse da quella parte e riconobbe il pusa Wenshu. Nascose allora la sbarra e si avanzò rispettoso a salutare: "Come va, pusa?" "Vengo a catturare quel demone." "Vi ringrazio di esservi disturbato." Wenshu si cavò dalla manica uno specchio per rivelare gli esseri diabolici, e il demone vi apparve nella sua vera forma. Scimmiotto gridò a Porcellino e Sabbioso di venir su a vedere. Il re diavolo mostrava un aspetto assai feroce: Gli occhioni grandi come due scodelle, Una testona come una pignatta, Il corpo color indaco, gli artigli Candidi come il ghiaccio e acuminati, Orecchie ricadenti, lunga coda, Una rossa criniera, occhi dorati E due file di denti come seghe Di giada: quell'immagine mostrava Nient'altro che il leone di Wenshu. "Pusa" chiese Scimmiotto stupito, "quello non è il leone che vi serve da mezzo di trasporto? Perché va in giro in libertà e gioca a fare il mostro?" "Consapevole del Vuoto, non girava in libertà, era stato inviato dal Buddha." "Sarebbe a dire che il Buddha manda in giro le vostre bestie a usurpare troni? E io a chi dovrei chiedere un decreto che esenti il monaco cinese dalle vostre soperchierie?" "Non sai i retroscena. Quel re del Gallo Nero in effetti amava il bene e faceva elemosine ai monaci, tanto che il Buddha mi aveva inviato per condurlo nell'Ovest, dove gli avrebbe senz'altro concesso il corpo dorato di arhat. Io non potevo certo camminare per le strade nel mio aspetto normale, perciò presi sembianze di monaco e mi presentai a chiedere l'elemosina. Ma quando dissi qualche parola che non gli piacque, lui, ignorando che ero una persona dabbene, mi fece legare e gettare nel fossato: restai a mollo nell'acqua per tre giorni e tre notti. Meno male che alla fine le sei divinità delle tenebre mi tirarono fuori, mi diedero un'asciugata e mi accompagnarono a casa. Mi misi a rapporto dal Buddha, e lui incaricò questo mostro di gettare il re in un pozzo, perché restasse a mollo per tre anni in cambio dei tre giorni che aveva inflitto a me. Sorso o boccone, è il destino che te lo impone!" "Sorso o boccone, dite voi. In fondo è stata una vendetta privata per uno sgarbo. Non avete pensato alle vittime innocenti che potevate coinvolgere?" obiettò Scimmiotto. "Non abbiamo fatto male a nessuno. Da quando è arrivato il mostro, il corso delle stagioni nel paese è stato più clemente che mai, prospero l'andamento degli affari e in pace il popolo. Dove sarebbero le parti lese?" "Per non dir altro, è andato a letto con tutte le signore dei tre palazzi. Le ha contaminate e ha violato i grandi princìpi che reggono i rapporti umani. Non ci sarà danno, secondo voi?" "Dubito che potesse contaminare le signore: è un leone castrato." Porcellino, che ascoltava, allungò la mano per accarezzare il mostro sulla testa e disse ridendo: "Ho il naso rosso, ma bere non posso: povera bestia, non merita la sua reputazione." "Se le cose stanno come dite, riprendetevelo" concluse Scimmiotto. "State sicuro che, se non foste arrivato voi, non l'avrebbe scampata." Wenshu recitò un incantesimo e gridò: "Coraggio, sporcaccione, che cosa aspetti per ritornare sulla retta via?" Allora il diavolo riprese la sua forma originaria. Il pusa lo ammansì offrendogli da mangiare un fior di loto, gli montò in groppa e si congedò, scomparendo lontano dentro una nuvola luminosa: Verso il Monte Wutai si dirigeva Ad ascoltar le prediche del Trono. Se in fin dei conti non sapete come fu che il monaco cinese e i suoi discepoli lasciarono la città, ascoltate il seguito. 第040回 FURFANTERIE DI BIMBO ROSSO · IL FANCIULLO TURBA LO SPIRITO DI MEDITAZIONE CON GIOCHI DI TRASFORMAZIONE. SCIMMIA, CAVALLO E SPATOLA SI ADEGUANO ALLA VACUITÀ DELLA MADRE DEL LEGNO. Scimmiotto e i condiscepoli, di ritorno alla corte, trovarono il sovrano, le regine e i cortigiani schierati a riceverli per esprimere la loro riconoscenza. Fra interminabili prosternazioni degli ascoltatori, il Novizio raccontò come il pusa avesse sottomesso e portato via con sé il mostro. Mentre tutti si congratulavano, l'ufficiale della Porta Gialla venne ad annunciare: "Signore e maestro, si sono presentati alla porta altri quattro monaci." "Fratello" gridò allarmato Porcellino, "non sarà un brutto tiro di quella creatura malefica? Magari si è gabellata per il pusa Wenshu e ci ha messo nel sacco tutti quanti; e ora si ripresenta in veste di monaco e trama altri inganni." "È un'ipotesi assurda" disse Scimmiotto, e ordinò di introdurre i monaci. Quando entrarono, si vide che erano semplicemente fraticelli del Bosco Sacro con una consegna di lavanderia: portavano il real vestiario lavato e stirato. "Arrivate al momento giusto!" esclamò Scimmiotto tutto contento. Si fece consegnare gli oggetti e sostituì lui stesso il turbante sul capo del re con l'alta corona, gli fece sfilare la tunica e indossare la veste regale color ocra, gli sciolse la fascia di seta e allacciò la cintura di giada, gli tolse i sandali monacali e li sostituì con gli stivali di nuvole. Chiese al principe lo scettro di giada bianca e glielo mise in mano. Poi invitò il re a salire sul trono perché, come dice l'adagio, la corte non può stare un sol giorno senza re. Ma il re si ostinava a rifiutare. Inginocchiato sui gradini, singhiozzava: "Io che sono morto tre anni fa e sono stato salvato dal maestro qui presente, come potrei arrogarmi questo onore? Chiedete a lui di salire sul trono! Io me ne andrò con i miei a vivere fuori città, e sarò contento così." Naturalmente Tripitaka, impegnato nelle pratiche religiose e nella ricerca delle scritture, non intendeva prendere in considerazione l'offerta. Scimmiotto, sollecitato dal re, rispose: "Amico mio, se volessi regnare, credo che potrei scegliere un reame a mio gusto in tutto il mondo. Ma mi ha viziato la vita libera dei monaci. Da re dovrei farmi crescere i capelli; dovrei dormire poco: troppo presto coricarsi al crepuscolo, troppo tardi alzarsi dal letto al quinto colpo di tamburo; aspetterei con ansia ogni rapporto dalle frontiere; ogni calamità naturale mi riempirebbe di angoscia. Non mi ci adatterei. Fare il re è il vostro mestiere; il nostro, invece, è di pensare a noi stessi e acquistar meriti." Il sovrano constatò che i suoi sforzi per cedere il trono ad altri non avevano successo, e dovette adattarsi a salirvi con il viso rivolto a sud, per sentirsi proclamare l'Unico. Promulgò allora un'amnistia generale e rimandò i monaci del Bosco Sacro al loro convento con onori e doni. Si aprì il Padiglione dell'Est per celebrarvi un banchetto in onore del monaco cinese, e si convocarono i pittori perché ritraessero l'aspetto dei quattro pellegrini, in modo che si potessero conservare le loro vere sembianze nella sala delle udienze. Resa la pace al reame, maestro e discepoli non vollero attardarsi più a lungo e si apprestarono a congedarsi da sua maestà per riprendere il cammino. Il re, le dame dei tre palazzi, il principe ereditario e i cortigiani offrirono a gara oro, argento e seta in segno di gratitudine. Ma Tripitaka rifiutò ogni cosa, volle presentare il suo passaporto e sollecitò i discepoli a sellare il cavallo e a partire senza indugio. Il sovrano, molto dispiaciuto, fece preparare il carro reale e pregò Tripitaka di prendervi posto: due file di ufficiali facevano ala, mentre la famiglia reale spingeva la vettura. Tripitaka non poté scendere prima che raggiungessero i sobborghi. "Maestro" gli disse il re, "dovrete tornare a trovarci, quando percorrerete la strada del ritorno con le vostre scritture." "Certo non mancheremo." Il re tornò indietro commosso e con le lacrime agli occhi, mentre i quattro pellegrini si allontanavano su per le ampie curve della strada in salita. Era il momento in cui l'autunno trapassa nell'inverno. Splende la brina sulle foglie rosse Del bosco diradato. Il miglio giallo Sotto le piogge è giunto a maturare. Resistono le fronde dei susini, Geme nel vento il bambù di montagna. Quando avevano lasciato da quindici giorni il paese del Gallo Nero, fermandosi la notte e ripartendo all'alba, videro sorgere davanti a loro montagne alte da oscurare il cielo. Tripitaka, allarmato, tirò le redini e chiamò Scimmiotto, che rispose: "Agli ordini!" "Ecco di nuovo le montagne. Stiamo attenti, perché temo che le creature malefiche ci aggrediranno ancora." "Non vi preoccupate" disse Scimmiotto ridendo. "Andiamo per la nostra strada, e se ci aggrediranno vi difenderò." Il reverendo spronò il cavallo e si inoltrò in quello scenario di rupi e precipizi. Quant'è alta la montagna? Con la cima tocca il cielo. Quant'è fondo il precipizio? Sembra scendere all'inferno. Nubi bianche sopra i larici, Brume grigie fra i bambù. Nelle rocce si nascondono Antri oscuri di demoni, Dove l'acqua a goccia a goccia Si distilla, ed alimenta I torrenti serpeggianti. Scimmie saltano sui rami; Cervi con le grandi corna Fissan gli occhi inespressivi Sui viandanti; nella sera Va la tigre alla sua tana, E il mattino sbuca il drago Dalla pozza del ruscello. Un rumore immotivato D'improvviso getta il panico Fra i volatili e le bestie; Si domandano i viandanti Che sia stato, e intorno osservano Circospetti e paurosi, In quel mondo di granito Che le nubi azzurre velano. I pellegrini, che già erano pieni di apprensione, videro una nube rossastra che saliva da una valletta fino al nono cielo e formava una palla di fuoco. Scimmiotto, allarmatissimo, balzò avanti, afferrò il monaco cinese per una gamba e lo costrinse a smontare precipitosamente: "Fermi, quello è un mostro!" Porcellino brandì il rastrello e Sabbioso roteò il suo bastone. Tutti circondarono Tripitaka. Si trattava davvero di una creatura malefica, che da vari anni aveva sentito parlare del viaggio in Occidente di questo monaco cinese, reincarnazione di Cicala d'Oro, sant'uomo coltivatosi amorevolmente attraverso dieci successive incarnazioni. "Se potessi mangiare le sue carni, vivrei quanto il cielo e la terra" si diceva la creatura. Ogni mattina ispezionava la montagna per vedere se fosse arrivato il gran giorno. Perciò ora guardava dall'alto con grande soddisfazione e con ammirazione sconfinata quel monaco circondato dai suoi discepoli. "Che monaco bello e buono! Il sant'uomo della corte dei Tang è evidentemente quel bonzo soffice e rotondetto, con la pelle così fine e bianca. Chissà perché si terrà vicini quei materialoni con le maniche rimboccate, che tendono i pugni e agitano le armi come se volessero picchiare? Se qualcuno di loro fosse tanto perspicace da riconoscermi, non sarebbe facile giungere ad assaggiare la ciccia del buon monaco." La creatura rifletté a lungo, soppesando il pro e il contro delle varie possibilità: "Se pretendo di catturarlo con la forza, rischio di non riuscire nemmeno a toccarlo. È più sicuro se me lo faccio amico con la seduzione del bene. Una volta che l'abbia disposto amichevolmente nei miei confronti, non sarà difficile trovare l'occasione adatta per farlo cadere nelle mie mani. Andiamo giù a preparare qualche trucco." Che brava creatura malefica! Disperse la nube di fuoco, scese dal cielo sul fianco della montagna e si trasformò in un bambino di sette anni, nudo come un bruco, con le mani e i piedi legati da una grossa corda che gli arrossava la pelle. Era appeso a un ramo di pino e gridava: "Aiuto! Aiuto!" Intanto Scimmiotto vide dissiparsi la nube rossastra e scomparire la palla di fuoco; perciò disse: "Maestro, potete risalire a cavallo; andiamo avanti." "Ma non stavi dicendo che c'è un mostro?" "Certo, ho visto segni di presenza diabolica, ma ora sono scomparsi: forse era un mostro di passaggio." "Ne racconta di belle, il nostro condiscepolo!" motteggiò Porcellino. "Adesso abbiamo anche i mostri di passaggio." "Non te ne intendi" precisò dignitoso Scimmiotto. "Metti che in qualche caverna qui intorno ci sia un re diavolo che organizzi un banchetto, e ci inviti tutte le presenze malefiche della regione. Verrebbero bestiacce da ogni direzione, ma intente solo ai fatti loro, per andarsi a divertire; per noi non sarebbero mostri di passaggio?" Tripitaka non sapeva se poteva fidarsi, ma non aveva scelta; si aggrappò all'arcione e rimontò in sella per riprendere il cammino. In breve udì la vocina che chiedeva aiuto e si volse allarmatissimo verso i discepoli: "Chi può gridare così, in mezzo a queste montagne?" "Maestro" rispose Scimmiotto, "andate per la vostra strada e non occupatevi di gride e di proclami. Anche se ci fossero delle gride, non si troverebbe chi le legga."(42) "Non parlavo di questo!" si spazientì Tripitaka. "So di che cosa parlate" fece Scimmiotto, "ma vi consiglio di farvi i fatti vostri e di tirar dritto senza vedere né udire nulla." Tripitaka spronò il cavallo, ma prima che percorresse un li lo raggiunse nuovamente l'invocazione di soccorso. "Discepoli" insisté il reverendo, "questo non è il richiamo di un essere malefico: se lo fosse, non darebbe echi. Qui c'è davvero qualcuno nei guai; lo dobbiamo aiutare." "Maestro" obiettò Scimmiotto, "questi non sono posti adatti per l'esercizio della compassione. Quando avremo superato la montagna e ci troveremo di nuovo in pianura, compatirete quanto vorrete. Ma questo è un cantuccio sinistro pieno di pericoli. Sapete che gli esseri malefici prosperano come le erbacce e possono avere mille origini diverse. Basterebbe un pitone, per esempio, che abbia avuto qualche anno di tempo per perfezionarsi: vi saprà chiamare per nome e soprannome. Se non rispondete non accade nulla, ma se rispondete alla creatura dissimulata fra l'erba o annidata in un anfratto, si impadronirà della vostra anima, vi perseguiterà di notte, finirà per togliervi la vita. Camminiamo più svelti! Come dicevano gli antichi: ringraziamo dèi e mani per esserne fuori. Non date retta, non ascoltate nemmeno!" Il reverendo frustò il cavallo. Intanto Scimmiotto si chiedeva: "Dov'è nascosta questa cosa maligna che continua a strillare? Sarà meglio che ricorra al trucco geomantico alba e tramonto, in modo da tenercene lontani." Il bravo Scimmiotto chiamò Sabbioso e gli passò le redini del cavallo: "Non correte, dammi il tempo di far pipì." Li lasciò andare avanti di qualche passo e recitò un incantesimo per spostare la montagna: puntò indietro la sua sbarra cerchiata d'oro e fece in modo che il picco che dovevano superare, dove la creatura malefica li insidiava, si trovasse alle loro spalle. Mentre Scimmiotto correva a rotta di collo per raggiungerli, Tripitaka udì nuovamente le invocazioni dietro di sé: "Discepoli" si inquietò, "ecco che abbiamo superato quell'infelice: lo sentite che grida ancora là dietro?" "Un momento fa era davanti a noi" notò Porcellino. "Sarà girato il vento." "Lasciate perdere il vento" esortò Scimmiotto che sopraggiungeva. "Tiriamo diritto!" Tutti tacquero e marciarono, ansiosi di superare la catena montuosa. La creatura malefica, che non era riuscita ad attirarli, rifletteva: "Mi ero messo a tre li scarsi dal monaco cinese; a quest'ora dovrebbe essere arrivato. Avrà preso un altro sentiero." Si liberò dai legami e si alzò in cielo per osservare la situazione, sotto forma di raggio di luce rossa. Scimmiotto vide e capì che si trattava sempre della stessa insidia; perciò fece nuovamente smontare Tripitaka: "Ragazzi, attenti! Il mostro ritorna." Porcellino e Sabbioso ripresero le armi e circondarono il monaco cinese per proteggerlo. Il mostro guardava interessato e apprezzava: "Quei tre sono gente svelta. Il monaco con la faccia pallida, che stava a cavallo, l'hanno nascosto in un baleno. Sono un po' lontano per vedere bene, ma ho l'impressione che, se prima non mi sbarazzo di quello con lo sguardo penetrante, non riuscirò a concludere niente." Ridiscese e si mise in agguato come prima, appeso a un ramo di pino, a non più di mezzo li davanti a loro. Allo scomparire della luce rossa, Scimmiotto li invitò a riprendere il cammino. "Ma insomma, questo pericolo c'è o non c'è?" si irritò Tripitaka. "Come prima; un mostro ha dato segno di sé, ma è passato." "Questa maledetta scimmia ci prende in giro!" gridava il reverendo. "Quando i mostri ci sono davvero, non dice niente. Ma in queste belle montagne, fatte solo per piacevoli escursioni, continua a spaventarci gridando ai fantasmi. Ora l'ha preso la mania dei mostri di passaggio. Al primo stormir di fronde, mi afferra per le gambe e mi tira giù dal cavallo senza nessun riguardo. E se mi rompe una gamba?" "Maestro, portate pazienza. Se vi doveste far male, vi cureremo; ma se un mostro si impadronisce di voi, non so se sarebbe agevole ricuperarvi." Tripitaka, fuori di sé dalla collera, voleva recitare l'incantesimo del cerchio; Sabbioso lo dissuase a stento. Non poté che rimettersi in sella; ma era appena ripartito che udì di nuovo: "Aiuto! Aiuto!" Il maestro alzò gli occhi e vide un bambino tutto nudo appeso a un ramo d'albero. Tirò le redini e riprese a inveire contro Scimmiotto: "Che gaglioffo, quel maledetto scimmione! In lui non c'è ombra di bontà, solo il culto della violenza. Lo dicevo io che era un essere umano; e lui: 'no, no, è un mostro!' Ed eccolo qua: è un bambino appeso all'albero." Scimmiotto, fra le manifestazioni di collera che subiva e il rischio di ripiombare nel mal di testa, non sapeva che fare. Perciò se ne stette zitto a testa bassa, mentre quel furbacchione di Tripitaka si accostava all'albero e si rivolgeva al bambino: "Dove sono i tuoi genitori? Perché sei appeso lì? Dimmi tutto, perché ti possa aiutare." Il mostro, esibendo occhietti gonfi di lacrime, gli raccontò una bella storia: "Maestro, a ovest di questa montagna scorre un torrente che si chiama dell'Abete Secco; il mio villaggio è in riva a quel torrente. Mio nonno si chiamava Rosso, soprannominato Milione perché aveva fatto fortuna; morì molto tempo fa, in età avanzata, lasciando i suoi beni in eredità a mio padre. Papà spendeva molto, e presto fu soprannominato soltanto Centomila. Cercò di rifarsi prestando il suo denaro a certa gente d'ignota provenienza, grandi spacconi che promettevano lauti guadagni. Invece essi si rivelarono una banda di briganti, e mio padre si trovò a perdere capitale e interessi. Quando rifiutò di prestar loro altro denaro, vennero a casa nostra in pieno giorno con torce e bastoni, uccisero mio padre e fecero man bassa dei nostri averi. Mia madre, che non era priva di bellezza, se la portarono via per affidarle il loro covo. Lei mi portò con sé, ma quando arrivammo sulla montagna quei banditi si vollero sbarazzare anche di me. Le suppliche di mia madre mi risparmiarono di essere sgozzato: come vedete si sono accontentati di legarmi e abbandonarmi, perché morissi di fame e di freddo. Non so dove sia il covo dei banditi. Io sono appeso qui da tre giorni e tre notti, e voi siete le prime persone che passano. Non so, maestro, quali meriti acquisiti in una vita anteriore mi diano la fortuna di incontrarvi. Se nella vostra grande compassione vorrete salvarmi e riportarmi a casa mia, mi saprò sdebitare; sarei pronto a vendermi schiavo per testimoniarvi la mia riconoscenza, che durerà fino alla morte." Tripitaka si bevve tutta la storia come acqua di fonte e ordinò a Porcellino di slegarlo. Il bestione, che non era più sveglio di lui, stava per ubbidire, quando Scimmiotto sbottò: "Maledetta creatura, vedo bene che cosa sei! Non penserai di infinocchiarmi con le balle che ci racconti! Oltre tutto, la tua storia non sta insieme; come potremmo riportarti a casa tua, se non hai più né casa né famiglia? E come conteresti di sdebitarti?" Il mostro si impaurì, perché comprese che il grande santo vedeva chiaro. Si mise a tremare e a piangere, e rispose: "Maestro, è vero che ho perduto i genitori, ma le proprietà di mio padre esistono ancora, e anche i miei parenti." "Quali parenti?" "A sud della montagna c'è ancora la casa di mio nonno materno; le zie vivono a nord. Lungo il torrente abita lo zio Li Quarto, marito della sorella di mia madre. Nel bosco sta Beniamino Rosso, che è uno zio alla lontana. Maestro, mi potete portare da questi parenti. Dirò loro che mi avete salvato la vita e venderò le mie proprietà per offrirvi una grossa ricompensa." Porcellino si fece avanti e spinse Scimmiotto da parte: "Fratello, smettila di tormentare il ragazzino. Si capisce, i briganti hanno rubato i beni mobili, ma non si sono certo portati via case e campi. Lui parlerà ai suoi parenti e noi, per quanta fame possiamo avere, non riusciremo a mangiare più del raccolto di dieci mu di risaia. Ora lo tiro giù." Con l'orizzonte dei suoi pensieri circoscritto al cibo, prese il suo temperino da monaco, tagliò le corde e liberò il mostro, che corse a prosternarsi davanti al cavallo di Tripitaka. "Arràmpicati sul cavallo, figliolo" disse il compassionevole reverendo, "che ti porto con me." "Maestro, ho i crampi alle mani e la schiena indolenzita; e poi sono un contadino, non so stare a cavallo." Tripitaka chiese a Porcellino di prenderlo in spalla, ma il mostro obiettò: "Maestro, ho la pelle irritata dal freddo, non posso stare sulle spalle di quel signore; ha certe setole sul collo..." "Ti porterà Sabbioso." "Sembra uno dei banditi che hanno assaltato casa mia. Tremo di paura solo a vederlo." Tripitaka si rivolse dunque a Scimmiotto, che schiattava dalle risa: "Si capisce, lo porto, lo porto!" Il mostro, soddisfatto, si lasciò docilmente prender su da Scimmiotto, che lo soppesò: al momento non pesava più di tre libbre e dieci once. "Maledetta creatura, oggi ti spedirò all'altro mondo" sogghignò Scimmiotto. "Sei spudorato a venire a esibire i tuoi giochetti davanti a Scimmiotto. So benissimo che cosa vai cercando." "Maestro" protestò il mostro, "io vengo da una buona famiglia colpita da una grande disgrazia. Che cosa potrei andare a cercare?" "Se venissi da una buona famiglia, non peseresti così poco." "Ma sono piccolo." "Quanti anni hai?" "Sette anni." "Lo vedi! Una libbra all'anno" replicò Scimmiotto ridendo. "Dovresti pesare sette libbre, mentre non arrivi a quattro: non è un peso umano." "Mi hanno dato poco latte quand'ero in fasce." "Lascia stare. Ti porto; ma quando vuoi fare la cacca o la pipì, me lo devi dire." Tripitaka, con Porcellino e Sabbioso, riprese il cammino, mentre Scimmiotto con il bambino sulla spalla si attardava. Lo attestano i versi: Ostacolo diabolico si oppone Alla virtù: dalla meditazione Son risvegliati i démoni. Lo spirito Sovrano va seguendo via di mezzo; Folle madre del legno si smarrisce, Cavallo del pensiero non si esprime, Donna gialla s'inquieta ma non parla. È l'ospite perverso a trionfare E rallegrarsi, ma invano; alla fine Svanirà tutto ad opera del giusto. Come fu installato in spalla a Scimmiotto, il mostro aspirò aria nelle quattro direzioni ed espirò profondamente: il suo peso salì a mille libbre. "Figliolino bello" scherzò Scimmiotto, "non vorrai mica schiacciare il tuo papà?" Temendo la reazione del Novizio, il mostro lasciò il corpo sulla spalla, ma balzò con l'anima al nono cielo; intanto il peso continuava a salire. Il re scimmia perse la pazienza, prese il corpo e lo sbatté sulla roccia; poi, per maggiore sicurezza, lo strappò a pezzetti che disseminò qua e là sul ciglio della strada. La creatura, che vedeva tutto dall'alto, si indignò: "Quel bonzo è un bruto! Per quanto io sia un mostro e voglia mangiarmi il tuo maestro, tu non puoi trattarmi così, senza provocazione e senza preavviso. Per fortuna ho avuto la prudenza di tenermi lontano, sennò mi avrebbe assassinato gratuitamente. Se la tiro in lungo e non approfitto di questo momento per impadronirmi del monaco cinese, posso solo aspettarmi rischi peggiori da quel malvagio." Il bravo mostro scatenò una bufera da sollevar la polvere e far rotolare i sassi. Acre e violento turbine si leva, Oscura il cielo di neri vapori. Sradica gli alberi, divelle i rami Del susino selvatico. I viandanti Acceca il vento giallo, ed i detriti Rocciosi sul cammino fanno ostacolo. Sotto l'oscuro cielo il grande turbine Si avvolge e si srotola. Le bestie Ovunque mandan gridi di terrore. Tripitaka stentava a reggersi sul cavallo, Porcellino chiudeva gli occhi, Sabbioso camminava a testa bassa coprendosi la faccia. Scimmiotto capì chi provocava il turbine e si gettò avanti, ma la creatura, prima di essere raggiunta, afferrò il monaco cinese e lo portò via sulle ali del vento. Del reverendo non rimase traccia. Subito cessò l'ululato della bufera e il sole tornò a brillare. Quando giunse sul posto, Scimmiotto trovò il cavallo drago che tremava e lanciava lamentevoli nitriti; i bagagli gettati dal vento sul ciglio della strada; Porcellino che piagnucolava raggomitolato al riparo di una roccia; Sabbioso accucciato contro la parete rocciosa, che gemeva a sua volta. "Porcellino!" chiamò Scimmiotto. Il bestione riconobbe la sua voce e, alzando la testa, vide che la bufera era cessata. Si rimise in piedi e gli andò incontro: "Che vento, fratello!" "Era una tromba d'aria. Dov'è il maestro?" "Il vento era così forte che ciascuno di noi si proteggeva come poteva, e non si vedeva niente. Il maestro si sarà nascosto sotto il cavallo." "Ma adesso dov'è?" si inquietò Scimmiotto. "Non è una festuca, non l'avrà mica portato via il vento!" esclamò Sabbioso. "Fratelli" dichiarò Scimmiotto, "è proprio venuto il momento di separarci." "Giusto!" approvò Porcellino. "Prima lo facciamo, meglio è. Questa strada dell'Ovest non finisce mai, è meglio che ciascuno se ne vada per i fatti suoi." Sabbioso era stupito e indignato: "Ma che cosa dite? La pusa Guanyin ci ha tenuto la mano sulla testa per consentirci di riscattare i nostri peccati, e noi abbiamo accettato di osservare i precetti religiosi e ci siamo volontariamente impegnati a proteggere il monaco cinese finché arrivasse a destino. Se ora ce ne andiamo, non solo tradiamo Guanyin e perdiamo il frutto delle nostre fatiche, ma ci esponiamo al ridicolo: si dirà che non siamo capaci di portare niente alla conclusione." "Fratellino, devo darti ragione" rispose Scimmiotto. "Ma come si fa, con quella bestia di un maestro che non capisce niente? Io so benissimo che cosa è accaduto: la bufera è stata scatenata da quel ragazzino che abbiamo trovato appeso all'albero. Non ve ne siete resi conto, ma era una creatura malefica. Il maestro, che prende tutti sul serio salvo me, mi ha costretto a mettermelo in spalla, e quello ha cercato di schiacciarmi con il metodo dell'appesantimento del corpo. Allora l'ho spiaccicato su un sasso, ma lui deve essere ricorso al metodo della separazione dal corpo e ha sollevato questa bufera per rapire il nostro maestro. Ce l'ho con il maestro perché non mi vuole mai dare retta, e mi sono sentito tanto scoraggiato che ho proposto di separarci. Ma devo ammettere, saggio fratello, che le tue parole sono piene di buon senso. Tu, Porcellino, che cosa ne dici?" "Anch'io mi sono lasciato andare, ma Sabbioso ha ragione. In effetti non ci possiamo separare. Non c'è altra soluzione, fratello: bisogna trovare il mostro e liberare il reverendo." "Fratellini" gridò Scimmiotto rasserenato, "tutti per uno! Raccogliamo i bagagli, mettiamoli sul cavallo e saliamo la montagna alla ricerca del mostro e del reverendo." Percorsero una sessantina di li esplorando pendii e burroni, in cui si calavano aggrappandosi agli arbusti, ma non trovarono la minima traccia. In tutta la montagna non si vedevano né uccelli né altri animali; solo il regno vegetale era ben rappresentato da antichi cedri imponenti e da altissimi pini. Scimmiotto si spazientì. Balzò in cima a una rupe, gridò: "Trasformazione!" e si mutò in una divinità a tre teste e sei braccia, come gli piaceva fare ai tempi in cui aveva messo a soqquadro il paradiso. Anche la sbarra cerchiata d'oro fu moltiplicata per tre e, pim! pam!, incominciò a battere il terreno torno torno, in tutte le direzioni. Porcellino scosse la testa e commentò: "Andiamo male, Sabbioso. Ora ha perso la pazienza e si dedica a sfogare il malumore. Ma non sarà così che troveremo il maestro." In realtà i colpi di Scimmiotto stanarono, uno dopo l'altro, tutta una banda di divinità spelacchiate e miserande: braghe rotte, camicie a brandelli. Sbucavano fra i sassi, si inginocchiavano e gridavano: "Grande santo, gli dèi della montagna e le divinità locali vi presentano i loro rispetti!" "Come mai siete in tanti?" chiese meravigliato il Novizio. "Lasciate che spieghiamo, grande santo" risposero prosternandosi. "Queste Montagne del Singhiozzo alle Punte di Lesina si estendono per seicento li; ogni dieci li c'è un dio della montagna oppure una divinità locale: perciò siamo in tutto trenta dèi della montagna e trenta divinità locali. Già ieri abbiamo saputo del vostro arrivo, ma ci è occorso tempo per riunirci: a ciò è dovuto il ritardo che vi ha mandato in collera. Vi supplichiamo di perdonarci!" "Per questa volta vi perdonerò. Devo chiedervi una cosa: quante creature malefiche ci sono, da queste parti?" "Ce n'è una, signore e padre, ed è sufficiente per ridurci in bolletta. Di offerte di incenso e di carta moneta ci lascia ben poco, e quanto a carne che sanguini non ci lascia assolutamente nulla. Siamo ridotti alla fame, e per di più in cenci, come potete vedere. Questa montagna non avrebbe risorse sufficienti per mantenere due creature con quell'appetito." "La residenza del mostro è davanti o dietro la montagna?" "È nel bel mezzo, in una gola che si chiama del Pino Morto, in cui si apre la Grotta delle Nuvole di Fuoco. Quel re diavolo ha immensi poteri magici. Ci comanda a servire in cucina, a sorvegliare la portineria e, di notte, ad agitare le campanelle e fare la ronda. Senza dire che i suoi mostriciattoli non perdono occasione per estorcere le cosiddette mance usuali". "Ma voi immortali del mondo dei fantasmi non avete soldi." "È vero, ma gli dobbiamo procurare antilopi di montagna e cervi. Se ciò che portiamo non gli basta, vengono a saccheggiare i nostri templi, ci rubano i vestiti di dosso, ci rendono la vita impossibile. Vi supplichiamo, grande santo, liberateci da quel prepotente, salvate gli animali della montagna!" "Voi che siete costretti a recarvi spesso a casa sua, saprete il suo nome e la sua provenienza." "Per dire la verità, è una persona che conoscete anche voi. È il figlio del diavolo a testa di toro, che fu allevato da una râksasî. Dopo trecento anni di ascesi sul Monte del Fuoco, è riuscito a elaborare il vero fuoco del samâdhi, e ciò gli ha procurato il suo immenso potere. Fu suo padre a inviarlo a occupare il Monte del Singhiozzo. Si chiama Bimbo Rosso, detto Grande Santo Re Fanciullo." Lieto delle notizie, Scimmiotto ordinò alle divinità di ritirarsi, riprese la propria forma e, saltando giù dalla rupe, disse a Porcellino e Sabbioso: "Rassicuratevi, fratelli. Al maestro non accadrà niente di male: quel mostro è un mio parente alla lontana." Porcellino scoppiò a ridere: "Che balle racconti, fratello? Tu sei del continente dell'Est e qui siamo nel continente dell'Ovest: in mezzo ci sono migliaia di fiumi e di montagne, oltre a due oceani. Come puoi avere parenti da queste parti?" "La banda di scalzacani che avete visto era formata dalle divinità locali e dagli dèi della montagna. Mi hanno riferito le origini del mostro: si chiama Bimbo Rosso ed è figlio del diavolo a testa di toro. Cinquecento anni fa, ai tempi delle mie scappatelle, avevo girato il mondo in lungo e in largo, visitato tutte le montagne famose e conosciuto tutte le persone in vista. Ricordo benissimo di aver frequentato questo diavolo toro e di essere diventato suo fratello giurato in una confraternita di sette persone. Io ero il più giovane di quei re diavoli e li trattavo da fratelli maggiori. Se il mostro è figlio del mio fratello giurato, si può dire che è mio nipote. Non potrà certo uccidere il mio maestro. Andiamo a cercarlo." "Ma fratello" obiettò Sabbioso, "dice l'adagio: assenza di tre anni abolisce la parentela. Sono cinque o seicento anni che tu non vedi questa gente, non scambi inviti, non bevi con loro: che ne resterà della vostra parentela?" "Non giudicare male la gente. Ogni lenticchia d'acqua finisce nell'oceano, ogni amico prima o poi si ritrova. Che mi consideri o no un parente, almeno non potrà mangiarmi il maestro. Non pretendo che mi inviti a pranzo, basta che mi restituisca il monaco cinese tutto intero." I tre discepoli, che avevano ritrovato i pii sentimenti, ripresero il cammino, tirandosi dietro il cavallo bianco con il carico dei bagagli. Camminando giorno e notte, percorsero più di cento li e giunsero in una foresta attraversata da un torrente tumultuoso dalle acque verde smeraldo. Lo varcava un ponticello di pietra, che conduceva all'ingresso di una grotta. "Fratelli" disse Scimmiotto "la residenza del mostro dev'essere sotto quella rupe. Stabiliamo chi resta a guardia dei bagagli e chi mi accompagna." "Vengo io" disse Porcellino. "Non ho voglia di restar qui seduto." "Va bene" approvò Scimmiotto. E raccomandò a Sabbioso: "Nascondi cavallo e bagagli nel folto della foresta e sorvegliali, mentre noi andiamo alla ricerca del maestro." Sabbioso si allontanò fra gli alberi; gli altri due impugnarono le armi e si fecero avanti. È il caso di dirlo: La scimmia dello spirito e la madre del legno Vanno insieme a combattere il fuoco del fanciullo. Se poi non sapete come finì questa spedizione, ascoltate il seguito. 第041回 IL TERRIBILE FUOCO DEL SAMÂDHI · IN CUI LA SCIMMIA DELLO SPIRITO È VINTA DALLE FIAMME E LA MADRE DEL LEGNO VIENE CATTURATA DAL DIAVOLO. Ti dimentichi in breve il bene e il male E resti indifferente anche agli onori. Che differenza fa di galleggiare O affondare, se quando senti fame Tu puoi mangiare, e bere quando hai sete? Se l'anima riposa, vivi in pace! Gli spiriti confusi insidia il diavolo; Di te s'impadroniscono i fantasmi Fin dentro il bosco di meditazione, Quando i cinque elementi indebolisci Dentro il tuo corpo. Chi non sente brividi Quando si espone allo spirar del vento? Si diceva del grande santo Scimmiotto che, in compagnia di Porcellino, aveva attraversato il Torrente del Pino Morto e si dirigeva verso una rupe di strana conformazione, in cui si apriva l'ingresso di una caverna. La vista che si godeva era straordinaria: Lungo il vecchio sentiero quieto e ombroso Sotto la luna suonan misteriosi I gridi delle gru. Giù nel torrente L'acqua riflette nubi trasvolanti E scorre sotto il ponte dei pensieri Immortali. Cinguettano gli uccelli E fischiano i gibboni; l'orchidea Domina colorata la sterpaglia. Tronchi vertiginosi nella bruma, Volan fenici su pini e bambù. Come una quinta le cime lontane Circondano le grotte d'immortali. Le fonti del Kunlun lanciano draghi A beneficio dei predestinati. Una stele accanto all'ingresso recava scritto in otto grandi caratteri: GROTTA DELLA NUVOLA DI FUOCO DELLA GOLA DEL PINO MORTO SUL MONTE DEL SINGHIOZZO Una frotta di mostriciattoli sgambettava sul prato e si divertiva a maneggiare lance e spade. Scimmiotto gridò loro con voce tonante: "Piccoletti, correte a dire al vostro padrone di liberare subito il monaco cinese, se vuole risparmiare la pelle di tutti voi. Si provi a dire di no, e gli rovescio la montagna sulla testa." I piccoli si rifugiarono nella grotta, sbarrarono il portone e corsero ad annunciare: "Vostra maestà, disgrazia!" Il mostro, dopo aver portato Tripitaka nella sua grotta, si stava dedicando a preparazioni culinarie nella corte posteriore. Aveva spogliato il monaco e si era fatto portare acqua pulita al fine di dargli una bella lavata e spazzolata; lo preparava per farne uno stufato. Udendo le grida, si allontanò dal teatro delle operazioni per sapere che cosa succedeva. "All'ingresso si è presentato un bonzo con la faccia pelosa e una gola da duca del tuono, accompagnato da un altro con il grugno lungo e le orecchie larghe. Reclamano un certo monaco cinese, e minacciano di buttar giù tutto se non glielo diamo" spiegarono i diligenti mostriciattoli. "Scimmiotto e Porcellino" disse il re diavolo con un sorriso sdegnoso. "Come avranno fatto a trovarci? Ci sono quasi centocinquanta li dal punto della cattura alla nostra grotta. Ragazzi, dite agli addetti ai carri di portarli fuori." Gli addetti spinsero cinque piccoli carri verso la porta, e l'aprirono per farli uscire. Porcellino commentò: "Sembra che vogliano traslocare; si saranno spaventati." "Da come si dispongono, non sembra un trasloco" osservò Scimmiotto. In effetti i carri venivano disposti nell'ordine dei cinque elementi: metallo, legno, acqua, fuoco e terra. Mentre alcuni mostriciattoli restavano di guardia, gli altri rientrarono per mettersi a rapporto. "Fatto?" chiese il re diavolo. "Tutto a posto!" risposero loro. "Allora portatemi la lancia." Due addetti alla squadra dell'arsenale portarono un'arma lunga otto tese dalla punta di fuoco. Il re la impugnò e si avviò a lunghi passi, bilanciandola e roteandola; era a piedi nudi e non indossava altro che una piccola gonna militare di broccato ricamato, stretta alla vita. Scimmiotto e Porcellino videro comparire una creatura Col viso così bianco che sembrava incipriato, Le labbra tanto rosse che sembravano dipinte, Capelli in crocchie nere più dell'ala della notte, Archi dei sopraccigli più taglienti di una lama. Draghi e fenici sono ricamati Sulla gonnella. Nel suo fiero aspetto Ricorda Nata. Leva con due mani La lancia minacciosa e si circonda D'un alone di luce. Lancia fiamme Dagli occhi folgoranti. La sua voce Rimbomba come il tuono a primavera. Bimbo Rosso è il suo nome assai famoso. Sbucato dalla porta, Bimbo Rosso assunse un piglio autoritario: "Chi è lo spregevole individuo che si permette di far rumore davanti alla mia casa?" "Non farmi la commedia, mio saggio nipote" rispose ridendo Scimmiotto. "Ieri, quando stavi appeso a un pino, eri un bimbetto magro e spaurito con i sintomi dell'itterizia in faccia, e ti dedicavi ad abbindolare il mio maestro. Ti feci persino il piacere di portarti un po' a spasso sulle mie spalle, ma tu fabbricasti un venticello per rapire il maestro. Non crederai che basti presentarsi da grande guerriero per non farsi riconoscere. Ridammelo, il mio maestro, per non aver guai e anche per non venir meno agli obblighi che corrono fra parenti. Non vorrei farmi sgridare da tuo padre per aver castigato la tua inesperienza." "Maledetto macaco!" ingiuriò il mostro incollerito. "Che cos'ho da spartire con te? Di quale parentela vai cianciando? Da quando mai sarei tuo nipote?" "Magari non lo sai. L'anno in cui divenni fratello giurato di tuo padre, tu non eri ancora al mondo." "Questa scimmia dà i numeri! E come potresti essere fratello giurato di mio padre? Ma hai un'idea di chi sei tu e di chi sono io?" "Meglio di te, mio caro. Io sono il Grande Santo Uguale al Cielo, quello dei tafferugli in paradiso di cinquecento anni fa. Prima di quel tempo avevo corso il mondo, attraversato i mari: ero andato dappertutto. I miei gusti erano per il vino e le imprese militari. Tuo padre, il re diavolo toro, si dichiarò Grande Santo Pacificatore del Cielo; era il più anziano di una confraternita di sette membri. Il secondo era il re diavolo caimano, che si chiamava Grande Santo Sopra gli Oceani; il terzo era il re diavolo roc, l'immenso uccello, detto Grande Santo Mani in Pasta col Cielo; il quarto era il re cammello-leone, detto Grande Santo Porta Montagne. Il re macaco, Grande Santo Buon Vento, era il quinto; e il sesto il re gibbone a pelo lungo, Grande Santo che Caccia gli Dèi. Io ero il più giovane e occupavo il settimo posto con il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo. Tu non eri ancora nato a quel tempo, ma noi ci divertivamo spesso tra fratelli." Il mostro non credette una parola e allungò la sua lancia dalla punta di fuoco per trafiggere Scimmiotto. Questi parò, con calma da esperto, roteò la sua sbarra e l'apostrofò: "Villano, non sai con chi hai a che fare! In guardia!" Anche il mostro schivò il colpo: "Maledetta scimmia del tempo andato, che sa raccontare solo vecchie storie! Bada alla lancia!" Non si parlò più di parentela fra loro. L'uno e l'altro, con il viso deformato dalla collera, balzarono sulle nubi con le armi in pugno. Che battaglia! Scimmiotto ha grande fama, ma il demone è capace. L'uno oppone la sbarra con i tre cerchi d'oro, L'altro drizza la lancia con la punta di fuoco. Soffiano tanta nebbia da coprire i tre mondi, Oscurano la luce del sole e delle stelle E di grida omicide riempiono lo spazio. L'uno ignora qualsiasi norma di cortesia, E la sua parentela l'altro ha dimenticato. Sbarra come uragano, lancia fuoco selvaggio. Si scontrano la scheggia del caos originario E Sudhana, che è figlio della buona fortuna. Causa di tale scontro tra forze primordiali È il monaco cinese che al Buddha rende visita. Dopo una ventina di scontri Porcellino, che si teneva in disparte, considerò come stavano le cose: il mostro resisteva, ma era ridotto a parare i colpi con affanno crescente e non era più in grado di attaccare. Scimmiotto risultava superiore per l'uso accorto della sua sbarra, che si trovava sempre assai vicina al cranio dell'avversario. "Va male!" pensava Porcellino. "Quel fottuto Novizio, al primo sbaglio dell'avversario, gli romperà la testa e avrà vinto. E io sono qui a fare soltanto da spettatore." Non poté più trattenersi e balzò nel conflitto, brandendo il suo rastrello a nove denti; ma l'avversario si impaurì e volse la schiena. "Dài, inseguilo! Prendilo!" gridò Scimmiotto a Porcellino. Lo inseguirono fino all'ingresso della grotta, dove il mostro balzò su uno dei piccoli carri; con una mano brandiva la lancia, con l'altra stretta a pugno si colpì due volte sul naso. "Vigliacco svergognato!" gridò Porcellino. "Si dà i pugni sul naso per farne colare sangue e sporcarsi la faccia, come se lo avessimo stuprato. Dove conti di andare a querelarti che ti abbiamo fatto la bua?" Ma il mostro recitò un incantesimo, e dal naso non gli uscì sangue, bensì denso fumo, mentre la bocca incominciava a vomitare fuoco. In un batter d'occhio le fiamme si estesero tutto intorno, corsero per i pendii, salirono al cielo: l'universo era in fiamme, mentre la caverna scompariva fra nere volute di fumo. "Fratello" diceva affannato Porcellino, "ci dobbiamo levare di qui. Non si può resistere a questo fuoco d'inferno. Con sale e rosmarino, diventerò presto un arrosto da servire in tavola." E, volte le spalle, corse al torrente senza curarsi del suo compagno. Scimmiotto fece con le dita il gesto magico per resistere al fuoco e si gettò tra le fiamme a caccia del mostro; ma questi vomitò altro fuoco, più violento che mai. Che fiamme, ragazzi! Arrossano la terra ed infiammano il cielo, Girano come ruote, danzano dappertutto. Non è fuoco di legna, né quello di carbone Che arde nella fornace del signore Laozi; Non è fuoco di fulmine, non è quello che arde La prateria d'estate: è il fuoco del samâdhi. Rappresenta ogni carro un dei cinque elementi Ed il fuoco è il prodotto delle trasformazioni. Legno-fegato estende vampa di fuoco-cuore, Fuoco-cuore distende e spiana terra-milza; La terra fa il metallo, che si trasforma in acqua; Dall'acqua nasce il legno e si completa il ciclo. Nascite e cambiamenti provengono dal fuoco, Fuoco del cielo illumina tutte le cose al mondo. Diavolo che possiede il fuoco del samâdhi Domina e sottomette l'intero continente. In quel diluvio di fuoco, Scimmiotto non riusciva più a distinguere nulla: né il mostro, né l'ingresso della grotta. Dovette tirarsi indietro, e l'avversario lo vide: rimasto padrone del campo, raccolse il suo materiale incendiario e si ritirò con le truppe dentro la grotta, chiudendo i battenti di pietra del portale. Una volta al riparo, fece preparare un gran banchetto per festeggiare degnamente la vittoria. Scimmiotto, balzato fuori dalla gola del Pino Morto, abbassò la sua nuvola su un boschetto da cui veniva il clamore di una discussione tra Porcellino e Sabbioso. "Stupido!" gridò Scimmiotto a Porcellino. "È il modo di fare? Voltar la schiena e lasciarmi nelle peste per paura di un po' di fuoco! Per fortuna ho altre frecce al mio arco." "Fratello" rise Porcellino, "il mostro te l'ha detto che ormai appartieni al tempo andato. Lo dicevano anche gli antichi: ogni eroe nella sua stagione. Ti sei presentato come parente e ti sei fatto ridere in faccia. Davanti al fuoco dovevi scappare, e ti ci sei andato a ficcare dentro." "Secondo te, combatte al mio livello?" "Certo che no." "La sua scherma vale la mia?" "Nemmeno. Quando l'ho visto in difficoltà, son venuto a dare manforte con un buon colpo di rastrello. Non sapevo che fosse un lottatore così scadente da ritirarsi e da cercare rifugio nella piromania." "Dovevi restare da parte. Con altri due o tre scontri, avrei trovato l'occasione di assestargli il colpo di grazia. Non sarebbe stato meglio?" Mentre discutevano Sabbioso, appoggiato contro il tronco di un pino, era scosso da pazze risate. "Fratellino" chiese Scimmiotto quando se ne accorse, "che cos'hai da ridere? Non mi dirai che sai come catturare il mostro e vincere il suo fuoco! Se hai in mente qualcosa, parla: come dice il proverbio, il tappeto si fa con molti fili. Non sarebbe un merito da poco, se ci suggerissi come salvare il maestro." "Io non ho nessuna abilità e non so come vincere il mostro. Rido perché siete buffi, e perché i vostri discorsi sono inconcludenti." "Perché inconcludenti?" "Ma sì. Il mostro non ti sa tener testa, la sua scherma non vale la tua, dunque non è in grado di batterti. Il suo vantaggio è il fuoco. A mio umile avviso, non dovrebbe essere difficile vincere il fuoco, utilizzando il ciclo di riduzione degli elementi." Scimmiotto si batté il palmo della mano sulla fronte: "Hai ragione, fratellino. Stavamo davvero perdendo il sangue freddo. Nel ciclo di riduzione degli elementi, l'acqua vince il fuoco. Perciò salveremo il maestro procurandoci acqua a sufficienza." "È appunto quello che pensavo." "Aspettatemi e non cercate scontri" raccomandò Scimmiotto. "Vado nell'oceano orientale a procurarmi l'acqua necessaria." Sacripante di un grande santo! In un baleno era sull'oceano. Ma non era dell'umore di godersi il paesaggio marino; si immerse nelle onde, usando la magia che allontana i flutti, e si diresse verso il palazzo di cristallo del vecchio re drago. Non appena lo avvistò, uno yaksa di guardia corse ad avvertire Aoguang, che schierò figli, nipoti, soldati granchi e gamberetti per accoglierlo e invitarlo ad accomodarsi. Dopo le cerimonie d'uso, si servì il tè. "Non vi disturbate" insisteva Scimmiotto. "Scusatemi se vi importuno per un affare che mi sta a cuore. Il mio maestro, il monaco cinese, è stato rapito dal diavolo Bimbo Rosso, detto Grande Santo Re Fanciullo. Mentre cercavo di liberarlo, il diavolo si è difeso ricorrendo a un fuoco che non sono riuscito a superare. Occorre l'acqua per fargli fronte, e io sono venuto apposta per chiedervene un po'. Se voi mi faceste cadere sul posto un bell'acquazzone, quel fuoco d'inferno si spegnerebbe e il mio maestro supererebbe la prova." "Grande santo, avete sbagliato indirizzo. La pioggia non dovete chiederla a me." "Ma non siete voi il direttore delle riserve di pioggia? A chi altri mi dovrei rivolgere?" "La direzione della pioggia ce l'ho, ma non posso fare a modo mio. Mi ci vuole un decreto imperiale che indichi luogo, ora e quantità. E non basta: è indispensabile il timbro dei tre uffici perché il documento venga trasmesso, a cura del dio della Stella Polare, al duca del Tuono, alla madre del Fulmine, al conte del Vento e agli inservienti delle Nuvole. Lo dice anche il proverbio: drago senza decreto, se ne stia quieto!" "Tuoni, fulmini, vento, nuvole... A me non servono; mi basta che cada acqua e spenga il fuoco." "Capisco che alla vostra santità non servano, ma alla mia servono: da solo non posso far niente per voi. Volete che chieda ai miei fratelli se vi possono aiutare?" "E dove abitano i vostri nobili fratelli?" "Aoqin è il re drago dei mari del sud, Aoshun del mare del nord e Aojun dei mari occidentali." "Se devo andare in tutti quei mari, perderei meno tempo a rivolgermi direttamente all'Imperatore di Giada." "Vostra santità non ha bisogno di andarci. Farò battere il tamburo di ferro e suonare la campana d'oro: saranno qui in un momento." Così fu fatto, e i tre draghi arrivarono di corsa: "Fratello maggiore, che cosa ti serve?" "Come vedete mi è venuto a trovare Scimmiotto, il grande santo" rispose Aoguang. "Vorrebbe prendere a prestito della pioggia per sottomettere una creatura malefica." Scimmiotto salutò ed espose la situazione; tutti furono lieti di rendersi utili. Subito mobilitarono All'avanguardia il prode pescecane E il pesce sega dalla grande bocca. Balza sui flutti il generale carpa, Il comandante abramide fa spruzzi Ed il maggiore sgombro fa l'appello, Mentre marciano in ordine le anguille. Il grande conestabile storione Comanda il centro; intorno a lui volteggiano Cavalieri occhio-rosso e le conchiglie In schiera si dispongono all'attacco. Dovunque guardi intorno, vedi eroi, E tartarughe sottili strateghe, E saggi consiglieri caimani. Granchi coprono i fianchi con le spade Snudate, i gamberetti son gli arcieri. Il pesce gatto, naso nel registro, Scrive tutto, gli arrivi e le partenze. Lo attestano anche i versi: I quattro draghi aiutano Il gran santo a richiesta. Portan l'acqua per spegnere Il fuoco e per salvare Il monaco cinese. Scimmiotto si portò dietro tutte queste truppe nella gola del Pino Morto, nelle Montagne del Singhiozzo. "Cari amici del clan degli Ao" disse loro, "siamo arrivati: scusatemi se vi ho fatto fare tanta strada. Vi prego di restare in aria e di non farvi vedere, mentre io provoco il diavolo a battaglia. Se vinco non occorre che interveniate; se mi vedete in difficoltà, dovete sputar giù tutti insieme più acqua che potete." I re draghi acconsentirono e Scimmiotto entrò nel bosco dove lo aspettavano Porcellino e Sabbioso. "Hai fatto presto, fratello. Sei riuscito a portare qui i draghi?" "Sono tutti sulle nuvole qui sopra. Mettete al riparo i bagagli, perché non si inzuppino." "Stai tranquillo" lo rassicurò Sabbioso. "Mentre attacchi il mostro, noi nelle retrovie faremo tutto quello che occorre." Così Scimmiotto si inoltrò nella gola, si presentò all'ingresso della grotta e gridò: "Aprite!" I mostriciattoli corsero ad annunciare: "Ritorna Scimmiotto!" Bimbo Rosso rise: "La scimmia ritorna perché non crede che il fuoco la possa bruciare. Ma non sarà come l'altra volta: non mi fermerò prima di averlo ridotto in cenere." Balzò in piedi, impugnò la lunga lancia e ordinò: "Ragazzi, tirate fuori i carri." Poi uscì e apostrofò Scimmiotto: "Perché ritorni qui?" "Rendimi il mio maestro." "Hai la testa dura, maledetto macaco! Se quel monaco per te è un maestro, per me è un bello stufato da accompagnare con il vino adatto. Perché mai dovrei cederti il mio stufato?" Scimmiotto vide rosso e abbatté il suo randello; il mostro parò il colpo con la lancia. Incominciò un nuovo scontro, più feroce del precedente. Il demone è furente e la scimmia indignata. Si battono con odio e non si dan quartiere. L'uno vuol scorticare il nemico giurato, E l'altro vuol mangiarselo con la salsa piccante. Con valore e ferocia lo scontro è ripetuto Venti volte e non giunge ad una conclusione. Dopo una ventina di scontri il mostro si disimpegnò con una finta, si diede due pugni sul naso e ricominciò a vomitare fuoco, fumando dalle narici e persino dagli occhi. Scimmiotto alzò il viso al cielo e gridò: "Principi draghi, a voi!" E i draghi, con le loro schiere, sputarono giù tutta l'acqua che poterono: fu davvero una bella pioggia. Prima s'oscura il cielo e cadon goccioloni, Poi sembra che l'oceano si versi sulla terra. L'acqua cade a rovesci e corre limacciosa: Alla cima dei monti dà un alone azzurrino. Corrono nel burrone mille tese di giada, L'incrocio dei sentieri è sommerso dall'acqua. Il ruscello non forma più gli usati meandri, Ma corre dritto. Al fine di levare dai guai Il monaco cinese, cade il Fiume Celeste. Ma la pioggia torrenziale non domava l'incendio scatenato dal mostro. Questa pioggia privata dei draghi avrebbe spento qualunque fuoco, ma non quello del samâdhi; anzi sembrava attizzarlo, come fosse olio. "Devo proprio infilarmi in mezzo a quel fuoco" si disse Scimmiotto; e vi si gettò roteando la sbarra. Come il diavolo se lo trovò davanti, gli soffiò in faccia un grande sbuffo di fumo; Scimmiotto volse la testa, ma sentì bruciare così dolorosamente gli occhi che pianse a calde lacrime. Il grande santo non temeva il fuoco, ma non poteva sopportare il fumo. Quando si era trovato dentro il forno degli otto trigrammi del signore Laozi, era riuscito a evitare di essere arso; ma il fumo gli aveva irritato gli occhi ben bene, rendendoli rossi come il fuoco e con le pupille d'oro. Erano rimasti occhi facilmente irritabili. Così Scimmiotto non poté reggere un secondo sbuffo che il mostro gli indirizzò, e dovette fuggire su una nuvola. Ancora una volta il mostro ricuperò il suo equipaggiamento e si ritirò nella grotta. Fumo e fiamme avevano tanto riscaldato Scimmiotto, che sentì il bisogno impellente di tuffarsi nel torrente; ma il contatto con l'acqua gelida lo espose a un tale sbalzo di temperatura, che le sue tre anime lo abbandonarono. L'infelice giacque inanimato, senza respiro, con il petto e la lingua freddi. I re draghi si spaventarono, smisero di gettare acqua e corsero a invocare aiuto: "Ammiraglio dei Canneti celesti! Generale delle Cortine Arrotolate! Non vi rimpiattate nel bosco, venite a vedere!" Chiamati con il loro antico nome celeste, Porcellino e Sabbioso giunsero subito correndo nel fango, e videro che le acque trascinavano via un cadavere. Sabbioso si gettò in acqua, senza perdere tempo a spogliarsi, afferrò quel cadavere e lo riportò a riva: ahimè, era il corpo di Scimmiotto, con le membra irrigidite e fredde come il ghiaccio. "Povero caro condiscepolo!" gridò Sabbioso con le lacrime agli occhi. "Tu che dovevi vivere chissà quanti milioni d'anni, sei caduto vittima di un incidente di percorso." "Non frignare, fratello" disse ridendo Porcellino. "Questo furbacchione si finge morto per farti paura. Tasta qui: non ti sembra che sul petto ci sia ancora un po' di calore?" "A me sembra freddo dalla testa ai piedi." "Chi sa fare settantadue trasformazioni, ha settantadue vite. Tu tienigli i piedi, mentre lo sistemo." Sabbioso teneva i piedi e Porcellino gli sostenne la testa, lo sollevò a sedere e gli piegò le gambe nell'atteggiamento del sarto. Poi gli turò le sette aperture, si strofinò bene le mani per riscaldarle e gli praticò il massaggio con il metodo della meditazione. In effetti, il respiro di Scimmiotto era rimasto bloccato nel campo di cinabro del basso ventre, per effetto dello sbalzo di temperatura. Per fortuna, massaggiato, strofinato, manipolato da Porcellino, finì per gettare un grido: "Maestro!", perché il respiro aveva ripreso a circolare uscendo dai tre passi, passando dalla sala chiara e sturando infine le sette aperture. "Fratello" esclamò Sabbioso, "si vede che vivi solo per il maestro: anche da morto ti resta il suo nome sulle labbra. Risvegliati, siamo qui!" "Siete qui, fratelli?" disse Scimmiotto aprendo gli occhi. "Questa volta me la son vista brutta." "Già, eri svenuto" rispose ridendo Porcellino. "Se non ti avessi dato una mano, non so se l'avresti scampata. Non mi pare di averti sentito ringraziare." Scimmiotto si levò in piedi, guardò in alto e chiese: "Dove sono i fratelli Ao?" "Siamo qui, sempre al vostro servizio!" risposero dall'aria i quattro draghi. "Mi dispiace molto di avervi scomodato per nulla. Vi prego, ritornate a casa. Troverò l'occasione per rinnovarvi i miei ringraziamenti." I draghi ritornarono indietro conducendo le loro truppe acquatiche in un maestoso corteo che il racconto non descriverà. Scimmiotto ritornò nel bosco di pini appoggiandosi al braccio di Sabbioso, e sedette sotto gli alberi. Pian piano la sua respirazione si normalizzò completamente, ed egli pianse ed esclamò di nuovo: "Maestro! Ricordo quando lasciaste il paese, Mi liberaste da carcere duro. Per monti e valli abbiamo camminato E superato infiniti ostacoli. Mangiavamo le offerte nella ciotola E passavamo le notti nei boschi. Vostro solo pensiero è il giusto frutto, Ma ora non so cosa state soffrendo." "Non stare a tormentarti, fratello" esortava Sabbioso. "Dobbiamo fare un piano per trovare soccorsi." "Chi ci può soccorrere?" "La pusa Guanyin, affidandoci il monaco cinese, ci aveva promesso che al bisogno cielo e terra ci avrebbero ascoltato. Chi altri ci può aiutare?" "Quando facevo le mie in paradiso, non c'erano truppe celesti in grado di fermarmi. Questo mostro, con l'uso che sa fare del fuoco, non vale meno di me. Ciò significa che gli dèi del cielo non sono in grado di metterlo sotto, e nemmeno i geni della terra. Certo l'unica soluzione è di andare a trovare Guanyin. Io però sono troppo male in arnese per fare capriole nelle nuvole: ho la pelle scottata, i muscoli contusi, schiena e ginocchia doloranti. Come si fa?" "Agli ordini" fece Porcellino. "Ci vado io." "È un'idea, certo che ci puoi andare" rispose sorridendo Scimmiotto. "Quando ti riceverà, ricordati di non stare a fissarla come uno sfacciato, ma di salutare a capo chino. Aspetta le sue domande per informarla dove siamo, come si chiama il mostro e perché abbiamo bisogno di aiuto. Se acconsente a venir qui, quella creatura ha le ore contate." Porcellino montò senz'altro su una nuvola e si diresse verso i mari del Sud. Intanto il mostro, ritornato nella sua grotta, esultava con i suoi mostriciattoli: "Ragazzi, quel Novizio ha avuto il fatto suo. Non sarà morto, ma ne ha prese come non mai. L'unico timore è che vada in cerca di rinforzi. Apritemi la porta: sarà meglio che li tenga d'occhio." L'ordine fu eseguito e il mostro, balzato su una nuvola, scorse Porcellino che filava in direzione sud. Era una direzione preoccupante, perché portava verso Guanyin. Così egli gridò giù: "Prendete il mio sacco di cuoio e collocatelo accanto alla porta esterna. Sarà meglio sostituire lo spago che lo chiude, perché sarà vecchio e logoro. A mettere nel sacco quel porcello ci penso io: quando sarà cotto a puntino, ve ne farò assaggiare una fettina ciascuno." Quello di cui parlava era un sacco tuttofare, chiamato come tu mi vuoi. Il mostro viveva da molto tempo da quelle parti, perciò conosceva bene i posti e sapeva quale fosse la strada più breve per recarsi nei mari del sud. Prese appunto la scorciatoia, superò facilmente Porcellino e si fermò su una grande rupe; qui si diede l'aspetto di Guanyin e sedette maestosamente sulla cima. Fu così che Porcellino, che trottava di buona lena, d'improvviso si trovò davanti la pusa, molto prima di quanto si aspettasse. Non era in grado di distinguere il vero dal falso; e in fondo non era scambiare un'apparenza per un'altra? Dunque si fermò e si prosternò: "Il vostro discepolo Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità vi saluta." "Che cosa ti ha indotto ad allontanarti dal monaco cinese, che devi proteggere, per venire da me?" chiese la falsa Guanyin. "Mentre passavamo per il Monte del Singhiozzo, un mostro chiamato Bimbo Rosso ha rapito il nostro maestro. L'ho combattuto con i miei condiscepoli presso la Grotta della Nuvola di Fuoco, ma non sono riuscito a vincerlo, per l'uso che sa fare del fuoco. Ci siamo fatti aiutare anche dai re draghi per far piovere sulle fiamme, ma non è servito. Il nostro condiscepolo anziano, che non può muoversi per le scottature che ha riportato, mi ha mandato a sollecitare il vostro aiuto. Speriamo ardentemente che, nella vostra compassione, vorrete liberare il maestro da questa prova." "Il signore della Grotta della Nuvola di Fuoco non è persona che se la prenda con la gente. Dovete essere stati voi a provocarlo." "Non io, ma il mio condiscepolo Consapevole del Vuoto. Il mostro si era trasformato in un bambino appeso a un albero, per mettere alla prova il nostro compassionevole maestro. Io l'avevo staccato dall'albero e il mio condiscepolo lo portava sulle spalle: è stato lui a gettarlo nel burrone; e allora il mostro ha scatenato una bufera che si è portata via il maestro." "Alzati. Andremo insieme dal signore della grotta: io ci metterò una buona parola, tu presenterai le vostre scuse e vedrai che vi restituirà il maestro." "Mi posso anche prosternare, se volete." "Seguimi." L'ingenuo bestione se ne tornò indietro ubbidiente fino all'ingresso della Grotta della Nuvola di Fuoco. "Non aver paura" disse il mostro entrando, "il padron di casa è un mio vecchio amico; entra pure." Come il bestione fece un passo oltre la soglia, un nugolo di mostriciattoli lo assalì e lo spinse nel sacco, ce lo chiuse dentro e lo appese alla trave maestra. Il diavolo riprese il suo aspetto, si andò a sedere sul suo seggio e lo apostrofò: "Di quali capacità ti vanti, Porcellino, per pretendere di proteggere il monaco cinese e osare di chiedere aiuto alla pusa contro di me? Faresti meglio ad aprire gli occhi: non mi conosci? Io sono il Grande Santo Re Fanciullo. Ma ora sei in buone mani: resterai lì appeso a frollare per quattro o cinque giorni. Poi ti cucineremo in stufato e i nostri mostriciattoli ti mangeranno annaffiato di buon vino." "Maledetto!" imprecava Porcellino. "Brutto impudente! Mangiatemi, imbroglioni, e io vi prometto che vi riempirò di peste dalle budella al cervello!" E il bestione continuò su questo tono per un bel pezzo. Nel frattempo Scimmiotto, seduto nel bosco, si sentì alitare sul volto un soffio d'aria dall'odore putrido. Starnutì ed esclamò: "Non mi piace. Non promette niente di buono. Temo che Porcellino abbia sbagliato strada." "Se si perde, chiederà informazioni." "Ma può essersi imbattuto nel mostro." "Se così fosse, non credi che sarebbe stato in grado di fuggire, magari ritornando qui?" "Non lo so. Resta qui all'erta; io do un'occhiata dalla parte del torrente." "Ma ti fa male la schiena, potresti cadere in un'imboscata. Lascia che vada io." "Non mi fido; lasciami fare." Il bravo Scimmiotto serrò i denti per resistere al dolore, attraversò il torrente e si ripresentò davanti alla grotta, gridando: "Creatura malvagia!" Il portinaio corse ad avvertire: "Il Novizio è ritornato e grida insulti davanti alla porta." Il re ordinò di catturarlo e tutta la folla dei mostriciattoli si precipitò fuori urlando, spingendosi, urtandosi, brandendo spade e lance: "Acchiappa! Acchiappa!" Il malconcio Scimmiotto non se la sentiva di affrontare un combattimento; si nascose presso il ciglio della strada, recitò una formula e si mutò in un fagotto di tessuto ricamato d'oro. I mostriciattoli ritornarono indietro a riferire: "Maestà, il Novizio si è impaurito ed è scappato a gambe levate, abbandonando un fagotto." "Portatelo qua" disse il re ridendo. "Non conterrà niente di valore, magari qualche tunica strappata e qualche vecchio cappello. Potrete ricavarne degli strofinacci, dopo una buona lavata." Portato sul dorso da un mostriciattolo inconsapevole, Scimmiotto si diceva: "Molto bene, mi concedono il biglietto d'ingresso." Il fagotto fu gettato in un canto, e il bravo Scimmiotto creò l'imitazione dell'imitazione: trasformò un pelo in un altro fagotto identico e mutò sé stesso in una mosca; come tale andò a posarsi sullo stipite della porta. A un tratto gli giunsero grugniti e rantoli soffocati di Porcellino: sembrava un maiale preso dalla febbre porcina. Svolazzando qua e là, scoprì che stava chiuso nel sacco di cuoio e vi si posò sopra. Il borbottio indistinto divenne una litania di imprecazioni a carico del mostro: "Brutto fetente, farsi passare per Guanyin, appendermi al soffitto e minacciare di mangiarmi! Ma arriverà, il mio condiscepolo anziano! Con i suoi grandi poteri S'impadronirà di voi E il sacco mi aprirà: Quanti colpi di rastrello!" Scimmiotto se la rideva: "Sembra che il bestione si conservi abbastanza in forma, benché lì dentro debba essere mezzo soffocato. Questo mostro, bisogna proprio trovare il modo di metterlo a posto." Mentre rifletteva sul da farsi, sentì il re gridare: "Dove sono i sei potenti comandanti?" Era il titolo conferito a sei mostriciattoli che godevano dei suoi favori e si chiamavano: Nebbianuvola, Nubenebbia, Sveltofuoco, Vivovento, Scaldagriglia e Grigliacalda. I sei comandanti si fecero avanti e si inginocchiarono. "Conoscete sua maestà il vecchio re?" "Lo conosciamo." "Partite subito, viaggiate anche di notte se occorre, e andate a invitarlo. Deve partecipare al banchetto in cui gli offriremo il monaco cinese cotto al vapore: gli prolungherà la vita di mille volte." I sei mostri si ritirarono rispettosamente e si misero in cammino; Scimmiotto si staccò ronzando dal sacco di cuoio e li seguì. Se non sapete, in fin dei conti, come il vecchio re ricevette l'invito, vi converrà ascoltare il seguito. 第042回 IL TRONO DI LOTO · IN CUI IL GRANDE SANTO SI RECA RISPETTOSAMENTE NEI MARI DEL SUD, E GUANYIN COMPASSIONEVOLMENTE ACCONSENTE A CATTURARE BIMBO ROSSO. Il racconto ha narrato come i sei potenti comandanti uscirono dalla grotta e partirono sulla via del sud ovest. Scimmiotto pensava: "Questo vecchio re invitato a pranzo non può essere che il mio amico diavolo toro. Un tempo ci si incontrava spesso, ma poi le nostre strade si sono divise: io sono ritornato sulla giusta via, mentre lui è rimasto immerso nella perversità diabolica. Comunque ricordo benissimo il suo aspetto: proverò ad assumerlo, per vedere chi ci casca." Il bravo Scimmiotto sopravanzò i mostriciattoli di varie diecine di li e si mutò in diavolo toro. Una manciata dei suoi peli fu trasformata in un adeguato corteggio: avevano cani e falconi, archi e balestre, come se andassero a caccia. I sei potenti comandanti se ne andavano per la loro strada, quando si imbatterono in questo re diavolo toro circondato dai suoi. Scaldagriglia e Grigliacalda caddero in ginocchio: "Eccovi, venerata maestà!" Nemmeno Nebbianuvola, Nubenebbia, Sveltofuoco e Vivovento furono in grado di scoprire l'inganno. Tutti si prosternarono gridando: "Signore e padre! Ci ha inviato il Re Fanciullo per invitarvi a mangiare carne di monaco cinese, che prolungherà di mille volte la vostra vita." "Alzatevi figlioli, ritorniamo a casa perché mi possa mutar d'abito" disse Scimmiotto. "Se proprio lo desiderate; ma non è necessario" obiettarono i mostriciattoli. "La strada è lunga e il nostro re ci sgriderebbe se ritardassimo. Vi pregheremmo di venire come siete." "Va bene!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Fate strada, noi vi seguiremo." Si misero dunque in cammino, con i sei mostri che facevano da battistrada gridando energicamente di far largo, e in breve raggiunsero la meta. Sveltofuoco e Vivovento corsero ad annunciare: "Vostra maestà, ecco il venerabile grande re vostro padre." "Già di ritorno! Sapete essere ragazzi in gamba" li lodò il mostro. E ordinò subito ai capitani delle varie truppe di schierare i loro uomini, spiegare le bandiere e battere i tamburi per fare degna accoglienza. Tutti i mostriciattoli ubbidirono. Scimmiotto ricuperò con una scossa tutti i peli che aveva trasformato in cacciatori, prese un'aria impettita e altera, entrò a gran passi e si andò a sedere al centro della sala con il viso rivolto a sud. Bimbo Rosso si prosternò davanti a lui dicendo: "Real padre, vostro figlio vi saluta!" "Basta con le cerimonie, figliolo" disse Scimmiotto; ma il re diavolo volle aggiungere quattro grandi riverenze. "Perché mi hai chiesto di venire?" "Il vostro indegno figlio ha catturato ieri il monaco dei grandi Tang delle terre dell'Est, un uomo che si è accuratamente coltivato attraverso dieci reincarnazioni successive. Ho sentito dire che assaggiare la sua carne dà una longevità paragonabile a quella degli immortali delle isole Penglai o Yingzhou. Il vostro stupido figlio non poteva permettersi di mangiarlo da solo, e vi invita a condividere il banchetto per guadagnare mille eoni di vita in più." A queste parole Scimmiotto finse di turbarsi: "Di quale monaco cinese si tratta, figliolo?" "Quello che si recava al Paradiso dell'Ovest in cerca delle scritture." "Non sarà per caso il maestro di Scimmiotto il Novizio?" "È proprio lui." "Puoi provocare chi vuoi, ma non lui!" esclamò Scimmiotto agitando le mani e scuotendo la testa. "Forse non lo conosci? non l'hai mai incontrato? Quella scimmia ha immensi poteri: una volta tenne a bada un esercito celeste di centomila uomini con reti e nasse, che non poté fargli nulla. Come puoi avere l'audacia di mangiare il suo maestro? Rendiglielo subito, e guardati bene dal metterti in conflitto con lui! Se quella scimmia lo viene a sapere, non ha nemmeno bisogno di venirti a combattere, può forare la montagna con il suo randello cerchiato d'oro. Può addirittura buttarti fuori di qui; e io dove potrei trovarti un'altra sistemazione, alla mia età?" "Che cosa dite mai! Lodate gli altri a spese di vostro figlio. Scimmiotto e i suoi colleghi avevano condotto il monaco cinese in mezzo a queste montagne, e io con una trasformazione l'ho rapito. La scimmia è venuta qui in compagnia di un certo Porcellino a far baccano e a provocarmi; blaterava persino di sue pretese di parentela con noi, e questo mi ha portato all'esasperazione. Ho combattuto con lui e non l'ho trovato niente di speciale; a un certo punto si è immischiato anche Porcellino, e io gli ho sputato addosso il fuoco del samâdhi e li ho messi in fuga. Questo famoso Scimmiotto si è preso una tale paura che ha chiesto aiuto ai quattro draghi dei mari, ma le loro piogge non hanno spento il mio fuoco: anzi lui si è preso delle belle ustioni, che l'hanno fatto svenire. Allora ha spedito di corsa Porcellino a chiedere aiuto alla pusa Guanyin dei mari del Sud. Io ne ho preso l'aspetto e ho indotto Porcellino a venir qui: eccolo là appeso nel sacco. Lo farò cuocere al vapore e lo distribuirò da mangiare ai miei ragazzi. Il Novizio si è rifatto vivo un'ultima volta, ma quando ho mandato i miei ad acchiapparlo non ha retto e se l'è data a gambe, abbandonando il suo fagotto. È stato a questo punto, padre mio, che vi ho fatto invitare, per mostrarvi il monaco cinese crudo e per offrirvelo cotto a puntino; affinché mangiandolo otteniate vita eterna senza mai invecchiare." "Mio saggio figlio" sogghignò Scimmiotto, "tu disponi solo del fuoco del samâdhi; ma non sai che lui può contare su settantadue trasformazioni?" "Si trasformi come vuole, saprò sempre riconoscerlo. State tranquillo che qui dentro non oserà venire." "Figlio mio, se si trasformasse in qualcosa di molto ingombrante potrebbe essere riconoscibile, e magari non riuscirebbe nemmeno a passare dall'uscio; ma come lo scopriresti, se diventasse una creatura molto piccola?" "Si trasformi pure come gli pare. A ogni ingresso ho quattro o cinque portinai: come potrebbe passare inosservato?" "Tu non capisci: e se si presentasse come mosca, zanzara, pulce? oppure ape, farfalla, grillo? o se apparisse tale e quale a me? Tu dici che non passerebbe inosservato. Vorrei vedere!" "Non vi preoccupate: avesse pure cuore di bronzo e milza di ferro, non oserebbe avvicinarsi alla mia porta." "Come dire, saggio figliolo, che tu possiedi i mezzi per tenerlo sotto controllo; altrimenti non mi avresti certo invitato a banchettare con le carni del monaco cinese. Oggi, però, non le posso mangiare." "Perché non potete?" "È colpa di tua madre. Più invecchio, e più lei mi incita alle opere di bene. E io non so quale altro fioretto potrei fare, che quello di rinunciare a mangiar carne." "Avete fatto voto di astinenza permanente, real padre, o soltanto mensile?" "Né permanente né mensile; pratico il cosiddetto digiuno del tuono: solo quattro giorni per luna." "E quali giorni sono?" "Il sesto e i tre giorni contrassegnati dalla combinazione con l'ottavo tronco celeste, xin. Oggi per esempio è xinyou: xin comanda il digiuno; senza contare che nei you non si dovrebbero far visite. Aspettiamo domani. Intanto posso occuparmi io di pulirlo, lavarlo e cucinarlo, perché ce lo godiamo tutti insieme." Il re diavolo ascoltava e pensava fra sé: "Che strani pretesti! Papà ha sempre seguito una dieta di carne umana in vita sua; perché si mette in testa di mangiar vegetariano, dopo più di mille anni? Capirai quanto gli serviranno quattro giorni di digiuno, dopo tutte le porcherie che ha fatto dalla nascita in qua! C'è qualcosa sotto: questa storia non mi convince." Si allontanò con una scusa, convocò i sei comandanti e chiese loro: "Dove avete incontrato il vecchio re, quando gli avete presentato l'invito?" "Era a mezza strada da qui." "Mi pareva infatti che foste rientrati troppo presto. Il fatto è che non eravate arrivati fino a casa sua." "Infatti, è andata così." "Male. È un bell'imbroglio: questo non è il re mio padre." "Ma vostra maestà" protestarono i sei mostri inginocchiandosi, "almeno voi dovreste riconoscere vostro padre!" "Ha il suo aspetto e il suo modo di fare, questo sì; ma dice cose incredibili. Temo che qualcuno ci stia mettendo nel sacco. Stiamo in guardia: chi usa la spada la sfoderi, chi ha la lancia aguzzi la punta, chi usa sbarra o laccio li tenga pronti. Gli farò delle domande. Se è mio padre, non importa se abbia voglia o no di mangiar monaci; ma se le risposte sono sbagliate, quando ve lo dirò, vi dovrete gettare tutti su di lui." I diavoli si misero all'erta. Il re ritornò nella sala e si inchinò a Scimmiotto, che disse: "Siamo fra noi, figliolo, lascia stare le cerimonie. Dimmi che cosa hai in mente." "Il vostro stupido figlio" rispose il re inchinandosi profondamente, "vi ha invitato per il banchetto, ma anche per un altro motivo: volevo porvi una domanda. L'altro giorno ho fatto visita nel nono cielo e mi sono imbattuto nel patriarca Zhang Daoling." "Il precettore celeste?" "Proprio lui." "Bene. E che cosa ti ha detto?" "Quando ha visto che ero un giovane solido e di bell'aspetto, mi ha chiesto anno mese giorno e ora di nascita, per farmi l'oroscopo. Ma vostro figlio non ricorda con precisione. Volevo chiedervi queste cose proprio per farmi fare l'oroscopo alla prossima occasione." Udendo queste parole Scimmiotto sogghignò fra sé: "Diavolo di un mostro! Da quando faccio questo mestiere ne ho acchiappate tante, di creature malefiche della sua specie, ma mai una così astuta. Qualunque consiglio mi avesse chiesto sui fatti suoi, o sul rifornirsi di riso o di legna, gli avrei combinato qualche risposta adatta. Ma come diavolo faccio a sapere quando è nato?" Il bravo re scimmia, che non era ingenuo nemmeno lui, seduto a suo agio senza lasciar trasparire il minimo imbarazzo, inalberò un bel sorriso e rispose: "Ragazzo mio, alzati. Sto invecchiando e ho sempre la mente occupata da tante faccende; al momento non ricordo a che ora sei nato. Ma aspetta domani; quando torno a casa, lo chiederò a tua madre." "Ma padre mio, voi parlavate sempre degli otto caratteri del mio oroscopo, e raccontavate a chiunque vi volesse ascoltare che mi sarebbe toccata una longevità uguale al cielo. Figuriamoci se ora li avete dimenticati! Non è possibile, dev'essere una menzogna." Lanciò un grido e tutti i mostri in guardia si gettarono avanti per catturarlo. Scimmiotto riprese il proprio aspetto, li tenne a bada con la sbarra e apostrofò Bimbo Rosso: "Sei diventato matto, ragazzo mio, che te la prendi con tuo padre?" Il re diavolo era tanto umiliato che non osava nemmeno guardarlo. Scimmiotto ne approfittò per mutarsi in un raggio dorato e dardeggiare fuori della grotta. "Maestà, il Novizio scappa!" gridarono i mostriciattoli. "Non importa, lasciate andare; ne ha combinate abbastanza. Chiudete la porta e non curatevi di lui. Piuttosto venite a spazzolare e lavare il monaco, è tempo di metterlo a cuocere." Scimmiotto, impugnando la sbarra, era ritornato presso il torrente e si torceva dalle risate. Sabbioso, udendo il rumore che faceva, gli uscì incontro dal bosco: "Fratello, perché sei tanto allegro? Certo sei riuscito a soccorrere il maestro." "Non ci sono ancora riuscito, ma ho vinto la prima mano." "Che cosa vuol dire?" "Quella creatura malefica aveva ingannato Porcellino trasformandosi in Guanyin; infatti ora lui sta dentro un sacco appeso in cucina. Mentre cercavo il modo di aiutarlo, l'orco ha mandato i suoi comandanti a invitare a pranzo suo padre. Io, che ho conosciuto bene il re diavolo toro, ho preso il suo aspetto e sono riuscito a introdurmi in casa: mi ha trattato da paparino, dovevi vedere che riverenze! L'ho proprio trombato ben bene." "Tu ti diverti, fratello; ma mi pare che il maestro continui a correre gli stessi rischi di prima." "Non te la prendere. Farò venire la pusa, come avevamo detto." "Ma non hai mal di schiena?" "È vero, l'ho avuto, ma chi se ne ricorda più? Lo dicevano anche gli antichi: basta aver fortuna in affari, per sentirsi subito bene. Vado; tu bada al cavallo e ai bagagli." "Ma tu lo sei andato a stuzzicare, quel mostro: ora vorrà vendicarsi, e il maestro può farne le spese. Mi raccomando, fa presto." "Sarò così svelto che non gli lascerò il tempo di mettere i piatti in tavola." Che bravo Scimmiotto! Mentre ancora diceva le ultime parole, schizzò via con una capriola fra le nuvole e arrivò nei mari del Sud. In meno di un'ora planava sul monte Potalaka. Atterrò sulla rupe Raka, prese un atteggiamento rispettoso e si incamminò; presto vide le divinità dei ventiquattro sentieri che gli correvano incontro per accoglierlo. "Dove siete diretto, grande santo?" gli chiesero. Scimmiotto ricambiò i saluti e rispose: "Ho bisogno di parlare con la pusa." "Dateci solo un momento per annunciarvi." Hârîtî e gli altri dèi si recarono nella Grotta del Rumore di Marea per avvertire Guanyin: "È venuto a visitarvi Scimmiotto Consapevole del Vuoto." La pusa diede subito l'ordine di farlo entrare. Il grande santo si aggiustò, venne avanti a passettini educati e si prosternò davanti a lei. "Consapevole del Vuoto, che cosa vieni a fare qui, invece di proteggere Cicala d'Oro nella sua ricerca delle scritture?" "Permettete che mi metta a rapporto: il vostro discepolo ha assicurato la debita protezione fino a una regione in cui si trova la Grotta della Nuvola di Fuoco, nella Gola del Pino Morto del Monte del Singhiozzo. Là il nostro maestro è stato rapito dalla creatura malefica Bimbo Rosso, che porta il titolo di Grande Santo Re Fanciullo. Siamo andati a provocarlo a battaglia, il vostro discepolo e Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità; ma non siamo riusciti a vincerlo né a liberare il maestro, per l'uso che quel mostro sa fare del fuoco del samâdhi. Mi è toccato correre d'urgenza nell'oceano orientale e chiedere ai re draghi dei quattro mari di versare acqua sul fuoco: ma è un tal fuoco che è risultato inattaccabile dall'acqua. Il vostro discepolo lo ha provato di persona: per poco non ci lasciavo la buccia." "Per forza: il potere magico del fuoco del samâdhi è enorme. Perché ti sei rivolto ai draghi, invece di parlarne a me?" "Quando ho pensato di farlo, ero talmente abbrustolito e affumicato che non ero in grado di arrampicarmi su una nuvola; ho dovuto incaricare Porcellino." "Ma qui non si è visto Consapevole delle Proprie Capacità." "Si capisce. Prima che arrivasse qui, quella creatura malefica gli ha teso un tranello: ha preso il vostro aspetto e l'ha condotto con sé nella sua grotta. Ora è là appeso in cucina, in attesa di cottura." "Mi stai dicendo che quel maledetto si è permesso di prendere il mio aspetto?" gridò Guanyin uscendo dai gangheri: tanto che lanciò uno strillo di dispetto e gettò in mare il vaso sacro che teneva in mano. Scimmiotto la guardava atterrito, col pelo ritto, e balbettava: "La pusa non ha saputo controllare il suo temperamento di fuoco. È colpa mia. Non avrei dovuto parlare sconsideratamente e rovinare la sua virtù. E così ha gettato via il suo vaso immacolato: che disastro! Se lo avessi saputo! Gettare per gettare, forse potevate avere l'estrema generosità di darlo a me." Ma subito si videro le onde spumeggiare e ne emerse una strana creatura, che portava il vaso sul dorso. Scimmiotto osservava a occhi spalancati. Che aspetto aveva? Si seppe meritare titolo di Spazzino, Ma splende immacolata dentro l'acqua marina. Benché viva nascosta, conosce cielo e terra, Di diavoli e di dèi conosce ogni segreto. Fuxi l'imperatore la ricevette in dono, Al re Wen ispirava i suoi noti trigrammi. Fra le onde rotolanti sa muoversi con grazia, Non meno dei dragoni sulle nubi del cielo. Sembra il suo carapace tessuto in fili d'oro: Sul lustro sfondo verde formano grandi scaglie; Gli otto trigrammi mostrano ed i nove palazzi. Dopo una lunga vita, più capace del drago, Porta la tavoletta degli illustri antenati. Vuoi saper qual'è il nome della strana creatura? Essa è la tartaruga, nera fra le onde azzurre. La tartaruga portatrice del vaso si arrampicò sulla riva e chinò la testa ventiquattro volte in direzione di Guanyin: l'equivalente di ventiquattro inchini. Scimmiotto si disse ridendo: "E io che mi preoccupavo tanto! Qui c'è il pronto soccorso; se il vaso scompare, quella lì lo riporta subito." "Consapevole del Vuoto, che cosa stai borbottando?" "Niente, niente." "Prendi dunque quel vaso e portamelo qui." Il Novizio scese sulla spiaggia e afferrò il vaso. Ma, ahimè, non riuscì a spostarlo di un pollice: come se una libellula avesse cercato di spostare una colonna di pietra. Scimmiotto dovette tornare indietro, inginocchiarsi e confessare: "Il vostro discepolo non riesce a muoverlo." "Zucca di scimmia fanfarona! Come puoi fare il cacciatore di mostri, se non sei nemmeno capace di portarmi un vasetto?" "Per dirla tutta, credo che normalmente ci riuscirei. Ma si vede che oggi la lotta con quel mostro mi ha reso debolino." "Il fatto è che di solito il vaso è vuoto, ma ora è stato gettato in mare: è passato nei tre fiumi, nei cinque laghi, negli otto mari e nei quattro grandi corsi d'acqua. A questo punto, ha raccolto la quintessenza di tutta l'acqua che contengono. Non penserai di avere la forza di sollevare gli oceani! Ecco perché non riesci a muoverlo." "Il vostro discepolo non sapeva queste cose" riconobbe Scimmiotto interessato, giungendo le mani. La pusa venne avanti, sollevò dolcemente e senza sforzo il vaso con la mano destra e lo appoggiò sul palmo dell'altra mano. Quanto alla tartaruga, agitò la testa in segno di saluto e se andò via scivolando nell'acqua. "Così, avete addestrato quella balorda per fare la guardia al vostro vaso" commentò Scimmiotto. "Vedi, Consapevole del Vuoto, il concentrato di rugiada del mio vaso è tutt'altra cosa dalle pioggerelle che i re draghi possono mettere insieme in privato; a quello non resiste neanche il fuoco del samâdhi. Io te lo presterei, il vaso, ma tu non riesci a sollevarlo. Potrei farti accompagnare dalla fanciulla drago Buona Fortuna. Ma come faccio a fidarmi di un imbroglione come te? La ragazza è carina, il vaso immacolato ha il suo valore: mi sa che scomparirebbero l'uno e l'altra. E io dove lo troverei il tempo di venirti a cercare? Devi lasciarmi qualcosa in pegno." "Peccato che siate tanto sospettosa: il vostro discepolo fa il monaco da un pezzo, non ha più certi grilli per la testa. Che pegno vi potrei lasciare? Ho la mia tunica, ma me l'avete regalata voi. Il grembiule di pelle di tigre vale due soldi al mercato. La sbarra di ferro è l'unica arma che ho, non posso mica fare la guerra a mani nude. Sì, sì, qualcosa ce l'avrei: ho questo cerchio sulla testa. È d'oro fino! Voi recitate l'incantesimo per aprirlo e ve lo prendete; io ve lo lascio volentieri. Non saprei che cos'altro proporre." "Bell'idea. Tuttavia non voglio né vestiti, né sbarra, né cerchio. Strappati uno dei peli di emergenza che ti crescono sulla nuca." "Brava, me li avete dati voi; e se, a strapparne uno, gli altri non funzionassero più? Che cosa farei in caso di emergenza?" "Brutta scimmia!" brontolò Guanyin. "Avido come sei, figuriamoci se ti posso affidare Buona Fortuna!" "Non vi pare di esagerare con la diffidenza, pusa?" si lagnò Scimmiotto sorridendo. "Facciamola finita: non per amor del monaco, ma per riguardo al Buddha. Vi scomodi o no, bisogna togliere il mio maestro dai pasticci." Allora Guanyin Discese con grazia dal trono di loto, Si avviò sulla rupe con passi leggeri: È in grave pericolo il bonzo cinese: Bisogna salvarlo e vincere il mostro. Scimmiotto l'accompagnò lietamente, mentre le divinità si schieravano in fila sul monte Potalaka. "Avanti, andiamo a quella montagna, Consapevole del Vuoto!" "Prego, dopo di voi" replicò Scimmiotto inchinandosi. "Va tu per primo." "Il vostro discepolo non osa" insisté il Novizio. "Se faccio la capriola nelle nuvole davanti a voi, temo di mettere in mostra una parte del corpo che turberebbe la pudicizia della pusa." Guanyin apprezzò l'obiezione e spedì la ragazza drago allo stagno del loto per staccare un petalo, che prese e lasciò cadere in mare dall'alto degli scogli. "Farai la traversata per mare. Coraggio, sali sul petalo di loto" ordinò Guanyin al Novizio. "Pusa" tentennò Scimmiotto osservandolo preoccupato, "come farà un petalo a reggermi? Se ci metto piede, vado sotto. Mi preoccupo per il grembiule di pelle di tigre. L'ho conciato alla buona, con un po' di salnitro; se lo bagno, il salnitro si scioglie. E io che cosa mi metterò quando farà freddo?" "Monta e vedrai." Scimmiotto non osava disobbedire e saltò di sotto. Dall'alto il petalo gli era sembrato così piccolo e lieve, ma constatò che era diventato di un buon terzo più grande di una barca d'altura. "Accidenti, pusa!" gridò gioioso il Novizio. "Mi regge!" "E allora che cosa aspetti a fare la traversata?" "Come faccio? Non ho pertica né remo né vela. Del resto non avrei nemmeno un albero su cui issarla, una vela." "Non hai bisogno di queste cose" replicò Guanyin. Soffiò, e il petalo si allontanò dalla riva; soffiò più forte, ed esso attraversò gli amari flutti del mare del Sud e approdò alla riva opposta. Il Novizio mise piede a terra ridendo: "Alla pusa piace far vedere quanto è brava. Mandarmi a passeggio da una parte o dall'altra non le costa la minima fatica." Guanyin affidò alle divinità la custodia dei luoghi santi, fece chiudere a chiave la porta della grotta dalla fanciulla drago Buona Fortuna e lasciò il Potalaka, in compagnia di Hui'an, su una nuvola di buon augurio. Hui'an, il cui primo nome era Moksa, era il figlio minore del re divino Li Porta Pagoda; era il discepolo personale di Guanyin e non la lasciava mai. Giunti sulla costa dov'era sbarcato Scimmiotto, Guanyin si rivolse a Hui'an, che ascoltava rispettosamente con le mani giunte: "Va dal re tuo padre; sbrigati. Gli devi chiedere le spade delle stelle dell'Orsa Maggiore." "Quante ve ne occorrono, maestro?" "Tutto il servizio completo." Hui'an ubbidì, salì su una nuvola, entrò in Paradiso dal portale sud e corse al Palazzo della Torre delle Nuvole a prosternarsi davanti al re suo padre, che gli chiese: "Da dove vieni?" "Scimmiotto ha chiesto aiuto al mio maestro per abbattere una creatura malefica; Guanyin mi incarica di portarvi i suoi saluti e di chiedervi in prestito le spade delle stelle." Il re mandò Nata a prendere le trentasei spade e le fece consegnare a Moksa. "Fratello" disse Moksa a Nata, "saluta la mamma da parte mia. Ora non ho proprio tempo; ma la verrò a trovare quando riporterò le spade." Salutò in fretta e corse giù a portare le armi alla pusa. La quale, come le ebbe in mano, le gettò in aria e recitò un incantesimo: le spade si trasformarono in trono di loto a mille petali, e la pusa ci montò sopra e si assise solennemente. Scimmiotto, che osservava queste cose, sogghignò: "Vedi, vedi, che donnina economa, per non dire tirchia. Nel suo stagno ha tutto il loto che vuole; ma si vede che le dispiace sciuparlo, perché preferisce prenderne in prestito dagli altri." "Bada, Consapevole del Vuoto! Sta zitto e vieni con me" ordinò Guanyin. Partirono tutti insieme sulle loro nuvole, allontanandosi dalla costa verso l'interno. In testa volava ad ali spiegate il pappagallo bianco, in coda si tenevano Scimmiotto e Hui'an. Giunsero in breve in vista di una catena montuosa. "Il Monte del Singhiozzo è là" dichiarò Scimmiotto. "Da qui alla residenza del mostro ci saranno più o meno quattrocento li." Guanyin scese su una cima; come pronunciò la sacra sillaba Om, una folla di dèi e diavoli vennero di corsa da tutte le direzioni a prosternarsi davanti al trono di loto. "Non vi allarmate" disse Guanyin, "devo semplicemente catturare il re orco che abita da queste parti. Ripulitemi la regione: non voglio alcun essere vivente nel raggio di trecento li. Prendete anche le piccole creature nei nidi e negli anfratti, e mettetele al sicuro sulle creste più alte." Le divinità rispettosamente promisero e si ritirarono. Non occorse molto perché ritornassero ad annunciare che l'ordine era stato eseguito. "Così va bene; potete ritirarvi nei vostri santuari." Capovolse il vaso immacolato, e le acque ne uscirono ribollendo con rumore di tuono. Le acque si riversano su tutta la montagna, Aprendosi il passaggio con potenza oceanica Nel corpo delle rocce. Una gran nebbia nera Copre l'umido cielo ed il sole è velato Di freddo alone azzurro. Montan flutti di giada Assediando le rupi, ed il mare ricoprono Tutto di loti d'oro. Va mostrando Guanyin I suoi mezzi potenti; si cava dalla manica L'arte di meditare che distende lo spirito. Essa fa di ogni luogo soggiorno di immortali, Come isole nei mari del Sud. Teneri fiori Di udambara colorano questi fitti canneti E le palme dispiegano foglie fresche nell'erba Verdeggiante e odorosa. Riposan pappagalli Sui bambù porporini; le pernici cinguettano Dentro il bosco di pini. Ed a perdita d'occhio Le onde si rincorrono sotto il vento ululante All'assalto del cielo. Lo spettacolo riempì Scimmiotto di ammirazione: "È davvero una compassionevole. Se li avessi a disposizione io, mezzi di quella forza, non credo che al momento di usarli mi perderei a pensare a scarafoni e bestioline." "Consapevole del Vuoto, vieni qui; tendi la mano" ordinò Guanyin. Scimmiotto si rassettò e le tese la mano sinistra. La pusa inzuppò il ramo di salice nella rugiada del vaso e tracciò sulla palma del Novizio il carattere mi, smarrimento del cuore. Poi gli disse: "Ora chiudi il pugno e va subito a provocare l'orco a battaglia. Attento: non devi vincerlo, ma solo condurlo qui da me. Ho io i mezzi per ridurlo alla ragione." Scimmiotto ritornò all'ingresso della grotta. Teneva chiuso il pugno sinistro, agitava la sbarra e gridava: "Aprite, maledetti, aprite!" I mostriciattoli corsero subito ad avvertire. "Non badate a quello là" ordinò il re; "tenete la porta ben chiusa." "Ragazzo mio" gridava il Novizio, "non penserai di lasciare il tuo vecchio padre fuori dall'uscio! Sbrigati a farmi aprire." "Scimmiotto ricomincia con gli insulti" riferirono i mostriciattoli. "Ve l'ho detto, non gli badate" ripeté Bimbo Rosso. Visto che le parole non bastavano, il Novizio diede alla porta una botta tale da mandarla a pezzi. I mostri si spaventarono e, pur esitanti, dovettero correre a riferire: "Questa volta ha buttato giù la porta." Il re balzò su, impugnò la lancia e corse sulla soglia a coprire Scimmiotto di improperi: "Maledetta scimmia! Sei vecchio bacucco, ma non hai imparato niente, ti comporti ancora da villanzone. Ti ho lasciato andare una volta, ma non ti è bastato: ritorni a importunare. Sai che cosa meriti per avermi rotto la porta?" "E tu che cosa meriti, per aver chiuso tuo padre fuori di casa?" Vergognoso e infuriato, il mostro vibrò la lancia al petto dell'avversario, ma Scimmiotto parò e gli rese il colpo. Così vennero alle mani, ma dopo quattro o cinque scontri il Novizio, che teneva sempre il pugno chiuso, batté in ritirata. L'orco rimase sulla soglia di casa e gli gridò: "Tanti saluti, io vado a cucinarmi il mio stufato di monaco." "Ma no, ragazzo mio, che il cielo ti tiene d'occhio. Vieni a farmi compagnia!" Il mostro, con furia rinnovata, fece pochi passi avanti tendendo la lancia. Scimmiotto lo attaccò mulinando la sbarra, e dopo qualche altro scontro fuggì di nuovo, mentre l'avversario osservava: "Che ti succede, scimmia? L'altra volta ne sostenevi parecchi, di scontri; ora attacchi e fuggi. Che cos'hai in mente?" "Saggio figliolo" replicò il Novizio ridendo, "il tuo paparino è un po' preoccupato dal fuoco che potresti sputare." "Vieni qui, non lo userò." "Ma un coraggioso non ha bisogno di combattere appoggiato alla porta di casa. Vieni avanti!" Quando ripresero a battersi, Scimmiotto dischiuse il pugno e ricominciò a fuggire. La creatura malefica, senza più pensare ad altro, si pose all'inseguimento: uno filava come una meteora, l'altro lo inseguiva come una freccia. In breve giunsero in vista della pusa. "Guarda che paura mi hai fatto" disse Scimmiotto al mostro. "Mi hai fatto correre fino al paese di Guanyin, nei mari del Sud: eccola lì. Non ti pare che sarebbe ora di ritornare a casa?" La creatura non capiva più niente, stringeva i denti e pensava solo ad attaccare. Il Novizio si nascose dietro il divino alone luminoso di Guanyin: il mostro non riuscì più a scorgerlo. Si avvicinò, fissò lo sguardo torbido sulla pusa e le chiese: "Tu da che parte stai? Sei un rinforzo chiamato dal Novizio?" Silenzio. Agitò la lancia con mano febbrile e urlò: "Si può sapere da che parte stai?" Sempre silenzio. Allora il mostro vibrò la lancia al cuore della pusa; questa si trasformò in un raggio d'oro e salì al nono cielo. "Ma allora mi prendi in giro" brontolò Scimmiotto. "Ti fanno domande, e tu ti fingi sordomuta. Alla prima botta che ti danno, te la squagli; abbandoni persino il trono di loto." "Vieni su e sta zitto" si accontentò di rispondere Guanyin. "Ora vedrai che cosa succede." Scimmiotto raggiunse Moksa, su in cielo, e tutti e due stettero a guardare spalla contro spalla. Il mostro rise con sarcasmo: "Brutta scimmia, non hai capito con chi avevi a che fare. Prendere sottogamba il Re Fanciullo! Non riuscivi a mettermi sotto e hai chiesto aiuto a quel pallone gonfiato di pusa, che appena l'ho toccata è scomparsa senza lasciar traccia. Ecco qua, è rimasto a mia disposizione un bel trono: ora lo voglio provare." E infatti il bravo orco ci si andò a sedere nella posa dei pusa, con braccia e gambe incrociate. "Che bellezza!" borbottava Scimmiotto. "Qui si regalano troni di loto." "Ma che cosa vai dicendo, Consapevole del Vuoto?" si stizzì Guanyin. "Dico che regalate troni. Ora che lui ci ha posato il culo, non credo che sarà più adatto per voi." "Ma ha fatto precisamente quello che volevo." "Piccolo com'è, ci starà anche bello comodo. Più di voi, che siete una grassona." "Smettila, maligno! Osserva invece la potenza della legge." Diresse il ramo di salice verso il basso e ordinò: "Ritiratevi!" I fiori scomparvero e le decorazioni del trono svanirono: il mostro si ritrovò seduto sulle punte di trentasei spade. Guanyin disse a Moksa: "Vai giù con il bastone scacciadiavoli e dagli qualche colpo." Moksa discese e picchiò ben bene, come se compattasse un muro di terra. Il mostro era infilzato da tutte le parti e sanguinava da molte ferite. Abbandonò la lancia e si sforzò disperatamente, stringendo i denti, di togliersi dalle carni tutte quelle punte. "Vedete che mostro coraggioso" fece notare Scimmiotto. "Sopporta bene il dolore e pensa soltanto a togliersi le spade dal corpo." La pusa disse a Moksa: "Fermo! Non farlo morire." Poi abbassò di nuovo il ramo di salice e pronunciò la sillaba magica Om: le punte delle spade divennero uncini, impossibili da sconficcare. Il mostro dilaniato fu preso dal panico e incominciò a supplicare lamentosamente: "Pusa, il vostro discepolo aveva perduto le pupille degli occhi, per non saper riconoscere l'immensa potenza della legge. Vi imploro di lasciarmi la vita: risparmiatemi! Non commetterò più atti di violenza, abbraccerò la legge e osserverò i suoi precetti." Allora Guanyin scese giù con i suoi discepoli e con il pappagallo bianco: "Accetti di praticare la nostra difesa?" "Se mi lasciate la vita, accetto tutto" rispose il mostro acconsentendo col capo e piangendo. "Entrerai nella comunità?" chiese Guanyin. "Ma sì, come volete, purché mi lasciate vivere." "In questo caso, ricevi i precetti, mentre io ti terrò la mano sulla testa." Si cavò dalla manica un rasoio per tonsure, gli si accostò e lo rase al modo del Taishan: testa rasata con tre ciuffi, di cui si potevano fare trecce. "Che sfigato, il mostricino!" ghignava Scimmiotto. "Non si sa più se è un maschietto o una bambina." "Ora che ti ho ordinato con le mie mani" disse la pusa, "avrò dei riguardi per te: ti nomino il mio ragazzo Buona Fortuna. Che ne pensi?" Il mostro accettava tutto e pensava solo alla pelle. Guanyin puntò il dito e gridò ancora: "Ritiratevi!" Questa volta, le magiche spade caddero nella polvere, e lasciarono il corpo del ragazzo libero e intatto. "Hui'an!" chiamò la pusa, "raccogli quelle spade e riportale a tuo padre. È inutile che poi ritorni qui; ci rivedremo direttamente all'assemblea degli dèi sul Potalaka." E Moksa ubbidì. Quel ragazzo feroce, però, non era domato. Quando non sentì più male, si vide il corpo indenne da ferite e quei capelli ridotti a tre ciuffi, brandì la lancia e avanzò contro Guanyin: "E io sarei stato vinto dalla legge? Ma non scherziamo! Erano solo trucchi da illusionista. Non ci penso nemmeno a ubbidire agli ordini degli altri. In guardia!" E si apprestò a colpire al viso. Scimmiotto, fuori di sé, balzò avanti roteando la sbarra e stava per abbatterla su di lui quando Guanyin gridò: "Fermo, so io come castigarlo!" Sbucò dalla sua manica il terzo cerchio d'oro. "Ecco qua, è un tesoro che mi diede il Buddha in persona, quando dovevo trovare nelle terre dell'Est qualcuno che fosse in grado di mettersi in cerca delle scritture. I cerchi erano tre: Strizza, Spezza, Schizza. Spezza l'ho usato per Consapevole del Vuoto; Schizza è servito per quell'orso che ora fa il guardiano del Potalaka. Mi rimane Strizza, ed eccolo qui: andrà a beneficio di questo bell'impudente." Che brava Guanyin! Agitò il cerchio contro vento e ordinò: "Cambia!" Il cerchio si divise in cinque cerchi diversi, che si gettarono sul ragazzo e gli circondarono il collo, i polsi e le caviglie. "Fatti in là, Consapevole del Vuoto, che adesso recito l'incantesimo per stringere il cerchio d'oro." "Ma pusa" gridò Scimmiotto atterrito, "che cosa ho fatto di male? Mi pare di avervi ubbidito meglio che potevo!" "Sciocco, non reciterò la formula di Spezza, ma quella di Strizza. Ci rimetterà soltanto questo giovanotto." Scimmiotto, rassicurato, si mise da parte a fare da spettatore. La pusa atteggiò le dita nel modo prescritto e a lungo recitò a mente le sue formule. Il mostro dapprima si sfregò le orecchie, si tormentò le guance, e poi finì per gettarsi a terra e agitarsi qua e là senza ritegno. Erano di sicuro Parole che raggiungono ogni cuore, Ogni grano di sabbia; non si può Sfuggire alla potenza della legge. Se poi in fin dei conti non sapete come il mostro si sottomise alla legge, lo saprete ascoltando il seguito. 第043回 COCCODRILLO NELL'ACQUA NERA · IN CUI I MONACI VENGONO RAPITI DAL MOSTRO DEL FIUME DELLE ACQUE NERE, E IL FIGLIO DEL DRAGO DEI MARI OCCIDENTALI CATTURA COCCODRILLO. I tormenti del mostro cessarono solo quando Guanyin smise di recitare l'incantesimo. Ritornando in sé, si alzò e si rese conto di quegli anelli d'oro che gli serravano collo, polsi e caviglie; non c'era verso di levarseli, né di spostarli di un solo quarto di pelo. Quei tesori avevano messo radici: a stuzzicarli dolevano. "Mio bel fantolino" lo burlò Scimmiotto, "la buona pusa ti ha messo i braccialetti portafortuna: ne avrai bisogno, se vuoi diventare un ometto." Punto sul vivo, il ragazzo afferrò la lancia e cercò di trafiggere Scimmiotto, che si scansò, si nascose dietro la pusa e gridò: "Su, recitate l'incantesimo!" Guanyin inzuppò il ramo di salice nella rugiada del suo vaso, ne asperse il mostro e gridò: "Incrociato!" Il ragazzo lasciò cadere la lancia; le sue mani si incrociarono sul petto e restarono paralizzate in quella posizione. La si chiama ancor oggi: nodo di Guanyin. Immobilizzato, nell'impossibilità di toccare armi, il giovanotto comprese finalmente la potenza della legge del Buddha e si rassegnò ad abbassare la testa e a inchinarsi. Guanyin, rovesciato il suo vaso immacolato, recitò magiche parole per ricuperare fino all'ultima goccia le acque dei mari. "Consapevole del Vuoto" disse a Scimmiotto, "questo mostro è vinto, anche se per domare interamente la sua ferocia occorreranno altre amorevoli cure: da qui fino a casa, sul Potalaka, mi dovrà fare un inchino a ogni passo, se vorrà che alla fine lo liberi. Quanto a te, corri alla caverna e soccorri il tuo maestro." "Il vostro discepolo vi ha fatto venire da lontano; permettetegli di riaccompagnarvi." "Lascia stare; sono preoccupata dalla situazione del monaco cinese." Scimmiotto gradì la risposta, si prosternò e prese congedo. Quanto al mostro, ritornato al giusto frutto, rese ubbidienza a Guanyin, suo cinquantatreesimo maestro. Ritorniamo a Sabbioso, che per tutto questo tempo era rimasto seduto solo in mezzo al bosco, impaziente di rivedere il Novizio di ritorno. Finì per caricare i bagagli sul cavallo, impugnare in una mano il bastone per abbattere i diavoli, prendere con l'altra i lacci per legarli, e uscire dal bosco di pini dirigendosi a sud: quando vide Scimmiotto correre verso di lui con aria allegra e sorridente. "Finalmente sei di ritorno, fratello. Quanto ci hai messo! Mi hai fatto morire di inquietudine." "Sei rimasto fermo alla puntata precedente. Guarda che è tutto finito, i soccorsi sono arrivati, il mostro è stato abbattuto." E raccontò nei particolari come erano andate le cose. "Dunque corriamo a soccorrere il maestro!" concluse lieto Sabbioso. Attraversarono d'un balzo il torrente e si slanciarono verso la grotta. Legarono il cavallo all'ingresso, forzarono l'entrata (dove la porta rotta era stata rabberciata), fecero a pezzi tutti i mostri che trovarono e liberarono Porcellino, calando il sacco in cui era chiuso e appeso. Il bestione ringraziò Scimmiotto: "Dove sono quegli sporcaccioni, fratello? Non potrei menargli anch'io qualche rastrellata, tanto per sfogarmi un po'?" "Ora si pensa al maestro" disse il Novizio. I tre si precipitarono nella corte, dove trovarono il maestro nudo come un verme che piangeva legato a un palo. Sabbioso si affrettò a slegarlo, mentre Scimmiotto cercò gli abiti e lo aiutò a rivestirsi. Poi tutti e tre gli si inginocchiarono davanti: "Avete molto sofferto, maestro." "Saggi discepoli" ringraziò Tripitaka "devo aver procurato un sacco di guai anche a voi. Come vi siete sbarazzati di quel mostro?" Il Novizio ripeté il racconto dell'intervento di Guanyin e di come il mostro fosse stato assunto al suo servizio. Non è altro che la storia dell'omaggio reso a Guanyin dal ragazzo Sudhana, che ancor oggi si racconta, con i suoi cinquantatré darsana e le sue tre visite al Buddha. Tripitaka si gettò in ginocchio e s'inchinò rivolto a sud. "Non stiamola a ringraziare tanto; glielo abbiamo fatto noi il favore di trovarle un nuovo dipendente" osservò Scimmiotto. Sabbioso fu incaricato di raccogliere i tesori della caverna, mentre gli altri si procuravano riso e preparavano un pranzo in onore del maestro. Doveva la sua vita al grande santo, Solo il suo aiuto lo porta alla meta. Tripitaka uscì dalla grotta con i suoi discepoli, si rimise in sella e riprese con determinazione la grande strada dell'Ovest. Un mese dopo, mentre di nuovo stavano marciando, giunse loro a un tratto un cupo rombare di acque correnti. "Discepoli miei, da dove viene questo rumore acquatico?" gridò allarmato Tripitaka. "Caro vecchio maestro" replicò Scimmiotto ridendo, "per essere monaco, vi preoccupate troppo di ogni stormir di fronde. Siamo in quattro, ma al rumore dell'acqua badate solo voi. Non avrete per caso dimenticato un'altra volta il sutra del Cuore?" "Quando mai l'ho dimenticato? Il sutra del Cuore mi è stato insegnato oralmente dal maestro di meditazione del Nido dei Corvi, sul Monte dello Stupa. Comprende in tutto e per tutto cinquantatré stanze e duecentosettanta parole. Lo ricordo dalla prima volta che l'ho udito, e da allora non ho mai smesso di recitarlo. Qual'è il versetto che avrei dimenticato?" "Maestro" disse Scimmiotto, "avete dimenticato: né occhi, orecchi, naso, lingua, corpo o spirito. Noi che abbiamo abbandonato le nostre famiglie dovremmo avere occhi che non vedono né forme né colori, orecchie che non sentono i suoni, naso insensibile agli odori, lingua priva di ogni sensibilità al gusto, corpo che non distingue il caldo dal freddo, spirito vuoto di vani pensieri. Questo si chiama esorcizzare i sei briganti. Voi invece, nella vostra ricerca delle scritture, siete sempre in preda ai pensieri; la paura delle creature malefiche vi tiene legato al vostro corpo; volete mangiare di magro, un po' per obbligo, ma anche per gusto; vi piace il profumo dell'incenso; le vostre orecchie si allarmano al minimo rumore; volgete gli occhi qua e là, e fissate ogni cosa. Non crederete di raggiungere il Paradiso dell'Ovest e di vedere il Buddha con l'aiuto dei sei briganti?" Tripitaka si immerse a lungo nella riflessione, prima di rispondere: "Discepoli, Dall'anno che ho lasciato il mio sovrano, Giorno e notte i pericoli ho affrontato. Sandali ai piedi, sotto il mio mantello Ho sfidato il maltempo ed ho viaggiato. Strappan sospiri i gridi dei gibboni Solitari la notte; udir cantare Gli uccelli sotto il lume della luna Desta malinconia. Quando potrò Compiere il triplo oggetto della fede Ed ottenere i testi della legge?" Scimmiotto, ascoltandolo, si torceva dal ridere e batteva le mani: "Il maestro è sempre invischiato nella nostalgia di casa. Che cosa volete che sia, compiere il triplo oggetto della fede? Lo dice anche il proverbio: Tu acquista il merito, che il compimento viene da sé." "Fratello" ribatté Porcellino volgendo indietro il capo verso di lui, "che cosa cavolo vuoi che si compia, con tutte le difficoltà che si continuano a incontrare?" "Zitto, sciocco! Fa come me" mormorò Sabbioso a Porcellino. "Non provarti più a fare il contropelo al fratello maggiore, che lo fai arrabbiare. Noi siamo qui per portare i bagagli; vedrai che un giorno o l'altro arriveremo anche noi a destinazione." Mentre parlavano il cavallo trottava e i discepoli camminavano di buon passo; ma a un tratto trovarono la via sbarrata da un gran fiume di acque nere, che scorrevano a perdita d'occhio. Si fermarono sulla riva e scrutarono ansiosi lo spettacolo: Pesanti onde s'incalzano, Torbidi vortici formano. Onde pesanti di spesso fluido nero, Torbidi vortici che sembrano d'olio. Acque pesanti non danno riflessi, Ricerchi invano immagini di alberi. Quell'inchiostro ribolle, sembran cenere I flutti che instancabili si seguono. La schiuma su quel nero è una fuliggine. Né vacca né montone mai berrebbero Quell'acqua nera; fin le gazze e i corvi Ne temon l'ombra oscura. Sulle rive I canneti son prosperi, e stupisce Quanto sia verde l'erba. Laghi e fiumi Non mancan certo sulla nostra terra, Come sorgenti, torrenti e ruscelli. Chi non ne ha visti tanti, in vita sua? Ma avevate mai visto l'acqua nera? "Discepoli" domandò Tripitaka smontando da cavallo, "come mai quest'acqua è così scura?" "Sarà stata inquinata dai tintori" suppose Porcellino. "Non credo" ribatté Sabbioso; "si direbbe piuttosto che ci abbiano lavato pennelli e scrittoi sporchi di inchiostro." "Non state a elucubrare sciocchezze" tagliò corto Scimmiotto. "Pensiamo invece a come possiamo traghettare il maestro senza pericolo." "Per quanto mi riguarda" disse Porcellino, "questo fiume non è un problema: posso scavalcarlo dall'alto o attraversarlo a nuoto; ci terrei meno tempo che a far colazione." "Anche per me non vedo difficoltà" disse Sabbioso. "Non parlavo delle vostre difficoltà, ma di quelle del maestro" obiettò Scimmiotto. "Quanto sarà largo, questo fiume, discepoli?" domandò Tripitaka. "Sarà pressappoco una diecina di li." "Mettetevi d'accordo su chi mi porterà." "Portarlo! È una parola! Mica posso scavalcare il fiume mettendomelo sulla schiena: non riuscirei ad alzarmi di un pollice. Come dice il proverbio: l'uomo mortale pesa più di una montagna. A nuoto, affogherebbe lui e tirerebbe sotto anche me." Mentre stavano sulla riva a discutere, videro una barchetta che scendeva la corrente. "Guardate quella barca, discepoli!" gridò allegro Tripitaka. "Possiamo chiedere al barcaiolo di traghettarci." "Barcaiolo, vieni qui!" urlò Scimmiotto a pieni polmoni. "C'è gente che deve traversare." "Non faccio mica servizio di traghetto" rispose l'uomo. "Se dovete traversare, son fatti vostri." "In terra come in cielo, render servizi è l'atto più meritorio che ci sia. Non pretendiamo che organizziate un servizio di traghetto e non vogliamo disturbarvi più di tanto. Noi siamo figli del Buddha inviati in missione ufficiale alla ricerca delle scritture. Se ci fate la cortesia di portarci sull'altra riva, vi saremo molto grati." In effetti l'uomo accostò e, appoggiandosi al remo, fece presente: "Vedete, maestro, ho una barchetta troppo piccola per tutti voi." Tripitaka constatò che era una semplice canoa: un tronco d'albero scavato che poteva portare non più di due persone oltre il barcaiolo. "Come si fa?" chiese Tripitaka. "La canoa potrebbe fare due viaggi" suggerì Sabbioso. Porcellino, sempre pronto a sfruttare le situazioni, propose: "Voi restate qui a custodire bagagli e cavallo, mentre io parto con il maestro per assicurare la sua protezione. Sabbioso e il cavallo potranno poi seguirci con la barca, e il fratello maggiore salterà di là dal fiume per conto suo." Scimmiotto approvò: "Va bene, facciamo così." Il bestione aiutò il maestro a montare sulla canoa, montò anche lui e il barcaiolo immerse il remo e prese il largo. Quando furono in mezzo al fiume, si udì mugghiare un turbine che sollevò le nere onde fino al cielo: una bufera delle più violente. Che vento! Nubi di tuono sollevano Le ondate nere nel cielo. La sabbia sulle due sponde Vela il sole. Gemon gli alberi Strappati dal loro sonno. Tremano i draghi sul fondo. Sciupano polvere e fango I fiori di primavera. Rombo di tuono o ruggito Di tigri in cerca di preda? Giù pregano i gamberetti, Su son cacciati dal nido Gli uccelli. Con questo tempo Naufragano i marinai; Se è costretto il pescatore A perdere le sue reti, Non può riuscire a remare Il più forte barcaiolo. Dai tetti volan le tegole, Tremano i monti più alti. In realtà il colpo di vento era provocato proprio dal barcaiolo, che non era altro che un essere malefico residente nel Fiume delle Acque Nere. Sabbioso e Scimmiotto videro con i loro occhi Tripitaka e Porcellino affondare insieme al battello, senza che sulle acque restasse traccia di loro. Si dicevano: "Che iella quel maestro! Esce da un guaio e subito casca in un altro." "Si dev'essere rovesciata la barca" suggerì Sabbioso. "Non ci converrà andarli a cercare più giù, lungo il corso della corrente?" "Non si è rovesciato un bel niente" disse Scimmiotto. "Se fosse accaduto, Porcellino, che è buon nuotatore, avrebbe riportato a riva il maestro. Non mi fido di quel barcaiolo: secondo me quel bel tomo ha sollevato lui la burrasca, apposta per portarsi via il maestro sott'acqua." "Perché non lo hai detto prima?" gridò Sabbioso. "Bada al cavallo e ai bagagli, che io vado a vedere che cosa succede." "Nemmeno il colore di quest'acqua mi dice niente di buono; chissà se ci devi entrare." "Chiara o scura, è sempre acqua. Che cosa dovrebbe avere di diverso da quella del Fiume delle Sabbie Mobili? Figuriamoci se non ci devo entrare!" Il bravo Sabbioso si levò la tunica, si stropicciò mani e piedi e si tuffò, stringendo in mano il suo bastone ammazza diavoli. Scartò i flutti, si addentrò nelle acque e marciò a gran passi. A un tratto udì una voce. Sabbioso si nascose in un angolo, per osservare senza farsi vedere: si scorgeva una terrazza sormontata da un padiglione; sull'ingresso c'era un iscrizione orizzontale in otto grossi caratteri: RESIDENZA DELLA DIVINITÀ DEL FIUME DELLE ACQUE NERE NELLA VALLE HENGYANG Si sentiva monologare il padrone di casa: "Son tempi duri, ma finalmente oggi sono riuscito a mettere le mani su qualcosa di buono. Questo monaco è un brav'uomo, ha avuto tanta cura di sé per dieci esistenze successive; basta mangiarne un boccone per ottenere lunga vita senza invecchiare. Era un pezzo che lo aspettavo. Finalmente stamane la mia pazienza non è andata delusa." Lo si sentiva ordinare: "Ragazzi, andatemi a cercare la gabbia di ferro: questi due monaci vanno cotti al vapore tutti interi. Ora preparo un biglietto d'invito da recapitare al mio secondo zio; festeggeremo insieme il suo compleanno." Sabbioso a queste parole, fuori di sé dall'indignazione, balzò avanti con il suo bastone in pugno, e incominciò a tempestare la porta e a ingiuriare: "Creatura maledetta! Sbrigati a liberare il mio maestro, il monaco cinese, e il mio condiscepolo Porcellino!" Il portinaio spaventato corse ad annunciare: "Disgrazia!" "Che disgrazia?" "C'è fuori un monaco con la faccia patibolare, che picchia sull'uscio come un ossesso e reclama certe persone." Il diavolo si fece subito portare l'armatura e se la allacciò solidamente; in mano teneva una sferza formata da taglienti pezzi d'acciaio con legami di bambù. Era proprio l'immagine della violenza perversa: Faccia quadrata con occhi rotondi Che mandan lampi; nella grande bocca Le spesse labbra rosse come un lago Di sangue. Peli lunghi e radi come Il fil di ferro. Tempie scarruffate Rosse scarlatte. È lungo come il dio Anno Supremo; la sua brutta faccia Ricorda il dio del tuono incollerito. Ha l'armatura adorna di disegni, Un pesante elmo d'oro sulla testa Ed in mano la sferza; ad ogni passo Fa turbinare il vento alle sue spalle. Dell'acquatico mostro vi chiedete Qual'è il nome? Egli è il Drago Coccodrillo. "Chi osa battere alla mia porta?" gridò il mostro. "Te la farò vedere io, bestiaccia senza scrupoli" urlava Sabbioso. "Come ti permetti, brutto impudente, di giocarci il tiro mancino di rapire il nostro maestro travestendoti da barcaiolo? Rendimelo subito, se vuoi salvar la pelle." "Povero monacello in cerca di guai!" replicò il mostro scoppiando a ridere. "Si capisce che l'ho preso io, il tuo maestro, e ora lo cucinerò per servirlo ai miei amici. Vieni a misurarti con me! Se reggi tre scontri, ti restituisco il tuo maestro; altrimenti ti metterò in pentola con lui: altro che andare a zonzo in cerca di scritture." Queste parole portarono all'apice la rabbia di Sabbioso: roteò il suo bastone e lo abbatté sul cranio dell'avversario, che parò il colpo con la sferza. Si ingaggiò un feroce duello: Bastone ammazza diavoli, flagello di bambù: Ciascun cerca furioso di dare il colpo giusto, Immortale esiliato e diavolo del fiume. Uno agisce per brama di mangiar carne umana, E l'altro vuol difendere il misero maestro. Si battono nell'acqua cercando la vittoria, Seminando il terrore fra pesci e gamberetti: I granchi si nascondono, le lente tartarughe Ritirano la testa. Udite! Tutti i mostri Battono sui tamburi, urlano a perdifiato. Sabbioso, che li affronta, combatte come un prode. Tra quei flutti sconvolti, nessuno è vincitore. Sono le conseguenze guerresche di obiettivi Del tutto estranei: il viaggio del monaco cinese Per cercar le scritture e salutare il Buddha. Una trentina di scontri non bastarono e decidere il duello. "Questa creatura è un avversario alla mia altezza" pensava Sabbioso; "per quanto ci battiamo, nessuno dei due ce la farà mai a prevalere. Mi proverò ad attirarlo all'asciutto, dove il fratello maggiore ne farà facilmente una polpetta." Sabbioso finse di trovarsi in difficoltà su una parata e volse le spalle in fuga. Ma il diavolo si guardò bene dall'inseguirlo: "Ciao, bellezza, io torno a scrivere i miei biglietti di invito." Sabbioso uscì dall'acqua con il fiato grosso, e a Scimmiotto che gli venne incontro disse: "Fratello, che brutto schifoso c'è là sotto!" "A giudicare dal tempo che ci hai passato, devi aver fatto conoscenza con tutta la compagnia. Che ne è del maestro?" "È chiuso in un padiglione in fondo al fiume. Io ho origliato e ho sentito tutto: c'è un mostro che fa preparare una gabbia di ferro per mettere a cuocere il maestro e Porcellino; la sua intenzione è di invitare il suo secondo zio per festeggiarne il compleanno. Mi sono arrabbiato e ho picchiato sull'uscio, finché il mostro è uscito. Usa come arma una sferza di pezzi d'acciaio uniti da giunti di bambù. Abbiamo avuto una trentina di scontri senza esito. Sono ricorso a una finta per portartelo a tiro, ma quel maligno mi ha piantato in asso e ha preferito ritornarsene a scrivere i suoi biglietti di invito. Ed eccomi qua." "Ma chi è?" "A vederlo ricorda un tartarugone; ma si chiama Drago Coccodrillo." "E questo zio di cui parlavi, sai come si chiami?" Nel frattempo un vecchietto era uscito dalle acque del fiume e, tenendosi a debita distanza, si era inginocchiato gridando: "Grande santo, il dio di questo Fiume delle Acque Nere ti saluta e si prosterna!" "Non sarai mica quella creatura perversa che poco fa conduceva la canoa, e che sta cercando di farmi fesso un'altra volta..." "No, grande santo" rispose il vecchietto piangendo e prosternandosi. "Non sono un mostro, io; sono il vero dio del fiume. Quella carogna è arrivata qui l'anno scorso, alla quinta luna; è venuta dal mare occidentale approfittando della marea, e mi ha aggredito. Indebolito dall'età, non ce l'ho fatta a difendermi: sono stato gettato fuori di casa mia, e parecchi dei miei ci hanno lasciato pinne e chele. Che potevo fare? Ho presentato querela al servizio oceanico. A questo punto ho scoperto che il re drago dei mari occidentali è precisamente lo zio materno di questo lazzarone: la mia querela è stata respinta e ho ricevuto l'ordine di non turbare la quiete. Mi sono provato a presentare una supplica nel mondo di Sopra; ma per un dio piccolo e paesano come me, non c'è stato verso di ottenere udienza dall'Imperatore di Giada. Quando ho saputo che passava di qui vostra santità, sono accorso apposta a mettermi nelle vostre mani, con la fervente speranza che saprete raddrizzare il torto che mi è stato fatto." "Vale a dire che il drago del mare occidentale c'è dentro fino al collo. Non parliamo poi di questo lazzarone, come lo chiami tu: mi ha giusto rubato maestro e condiscepolo, e si vanta di volerli cucinare per rallegrare la festa di compleanno di suo zio. Stavo per andare a catturarlo, quando sei sopraggiunto così opportunamente con le tue notizie. Va bene; se le cose stanno così, tieni compagnia a Sabbioso, che io faccio un salto a casa dello zio drago e chiedo il suo intervento." "Sono profondamente riconoscente della grande grazia che vostra santità mi concede" rispose il dio del fiume. Scimmiotto montò su una nuvola e corse al grande mare dell'oceano occidentale; qui discese e fece il segno per separare i flutti. Mentre avanzava risoluto, si imbatté in uno spirito pesce nero che teneva un cofanetto d'oro e filava come una freccia. Scimmiotto lo inseguì e gli assestò un colpo sulla testa, facendola a pezzi e schizzando intorno le cervella: ciò che rimaneva del disgraziato salì in superficie, dove restò a galleggiare a pancia all'aria. Scimmiotto si impadronì del cofanetto e lo aprì; conteneva un messaggio redatto in questi termini: Il vostro umile nipote, Coccodrillo Integro, che si prosterna cento volte ai vostri piedi, caro e venerato zio Ao, ed è commosso dalle molte bontà che gli avete dimostrato, ha l'onore di portare a vostra conoscenza quanto segue: ho catturato due monaci delle terre dell'Est, prodotti molto rari che non oserei riservare al mio uso esclusivo. Avendo presente che è imminente il compleanno del mio venerato zio, ho disposto un modesto banchetto per augurarvi una felicità di mille anni. Ho la fervida speranza che mi vorrete fare l'onore di una visitina. Scimmiotto si mise a ridere: "Questo bel tomo mi procura al momento giusto una confessione firmata e sigillata." Fece scivolare il biglietto nella manica e riprese il cammino. In breve fu avvistato da uno yaksa di pattuglia, che corse ad annunciarlo al Palazzo Acquatico di Cristallo: "Signore, arriva Scimmiotto, il Grande Santo Uguale al Cielo." Il re drago Aojun ordinò alla sua gente acquatica di uscire ad accoglierlo: "Grande santo, venite a sedervi un momento nel nostro umile palazzo per bere una tazza di tè." "A quanto pare, siete voi che volete bere il mio vino" replicò Scimmiotto. "Ma grande santo" fece sorridendo il re drago, "da quando vi siete fatto buddista non mangiate più carne e non bevete vino. Quando mai ci avreste invitato?" "Non vi ha invitato nessuno: vi invitate da solo." "Di che cosa si sarebbe reso colpevole l'umile drago che sono?" Scimmiotto trasse il biglietto dalla manica e glielo tese. Il drago atterrito sentì le sue anime abbandonarlo; sbiancò in volto e si prosternò premurosamente: "Perdono, grande santo! Questo cattivo soggetto è il nono figlio di mia sorella. Mio cognato fu condannato dal tribunale celeste per disubbidienza (aveva ridotto la quantità della pioggia) e fu decapitato in sogno dal ministro Wei Zheng, dei servizi mandarinali del mondo di Sotto. Poiché mia sorella non aveva altre risorse, il vostro umile servitore si prese in casa il ragazzo per farne un uomo. Purtroppo mia sorella morì un paio d'anni fa e io, che non sapevo dove collocarlo, gli procurai quella sede nel Fiume delle Acque Nere, perché facesse esperienza. Non avrei mai pensato che potesse commettere simili misfatti: lo farò arrestare immediatamente." "Quanti saggi figlioli ha avuto la vostra onorata sorella? Sono creature malefiche anche gli altri?" "Mia sorella ha avuto nove figli. I primi otto sono ragazzi perbene: il primo, Giallognolo, vive nella Huai; il secondo, Neraccio, nella Ji; Schienazzurra abita nello Yangzi; Barbarossa ha messo su casa nel Fiume Giallo; il quinto, Sgobbagratis, fa il campanaro per il Buddha; il sesto, Bestialenta, ha un posto nell'altro paradiso, sorveglia il fastigio del palazzo dell'Imperatore di Giada; anche il settimo, Rispettoso, lavora lì, come guardiano della colonna commemorativa in onore del Cielo; l'ottavo, il Bivalve, sta sul Gran Picco con il mio fratello maggiore. Questo è il nono, il Coccodrillo: è molto giovane, finora non aveva fatto niente di male. È poco più di un anno che è stato assegnato al Fiume delle Acque Nere: doveva incominciare a farsi un nome, in vista della carriera. Chi avrebbe mai pensato che potesse disubbidire alle consegne e offendere addirittura vostra santità?" "Ma quanti mariti ha avuto, questa vostra sorella?" si informò Scimmiotto. "Uno solo, il re drago del fiume Jing. Da quando è stato giustiziato, lei è rimasta nello stato vedovile, e come dicevo è morta di malattia un paio di anni fa." "Come avranno fatto un maschio e una femmina a mettere al mondo tanta gente così diversa?" "C'è un detto che lo spiega: i draghi possono fare figli di nove specie." "Confesso che, dopo aver letto quel biglietto, mi eran venuti i fumi e avevo intenzione di denunciarvi alla Corte celeste per rapimento e complicità con una creatura malefica. Ma se voi dite che è una disubbidienza, per questa volta ci passerò sopra; tengo conto dei buoni rapporti che ho sempre avuto con voi e con i vostri fratelli, e d'altra parte si sa che i giovani possono essere teste calde. E poi, mi dite che voi non ne sapevate nulla. Ma ora che sapete, fatelo arrestare subito e liberate il mio maestro; decideremo in seguito sul da farsi." Aojun convocò il principe Mo'ang: "Riunisci subito cinquecento soldati pesci e gamberi per arrestare Piccolo Coccodrillo. E fa anche preparare un banchetto in onore di sua santità." "Non vi state a preoccupare. Ora che ci siamo spiegati e vi ho perdonato, il banchetto non serve. D'altronde devo ritornare subito indietro, perché il nostro maestro è in pericolo, e anche i miei condiscepoli mi aspettano con impazienza." Il vecchio drago insisteva disperatamente; comparve una fanciulla drago per servire tè profumato, di cui Scimmiotto bevve una tazza senza nemmeno sedersi. Poi salutò il re e lasciò i mari occidentali in compagnia del principe Mo'ang, che guidava le truppe. In breve raggiunsero il Fiume delle Acque Nere. "Saggio principe" disse Scimmiotto, "catturatelo a tutti i costi; io salgo ad aspettarvi sulla riva." "State tranquillo: ve lo porterò perché decidiate della sua punizione; e prima di permettermi di riportarlo a mio padre, riaccompagnerò il vostro maestro." Scimmiotto lo salutò allegramente, fece il segno che allontana le acque e prese terra ai piedi della scarpata della riva orientale. Sabbioso, in compagnia del dio del fiume, lo accolse stupito: "Come va che sei partito balzando in cielo e ritorni sbucando dal fiume?" Il Novizio raccontò del suo scontro con il pesce messaggero, del colloquio con il drago e dell'arrivo del principe ereditario con le sue truppe. Naturalmente gli ascoltatori ne furono ben lieti, e tutti attesero sulla riva il ritorno di Tripitaka. Intanto il principe Mo'ang aveva mandato avanti un esploratore ad annunciare il suo arrivo alla creatura malefica. La notizia inattesa piombò il mostro nella perplessità: "Avevo mandato Pesce Nero a invitare lo zio; il mio messaggero non s'è rivisto, e chi arriva non è lo zio ma il cugino. Che cosa succede?" Mentre stava riflettendo, uno dei suoi mostriciattoli di guardia gli venne a riferire: "Maestà, a ovest della residenza è entrato nel fiume un corpo di truppe. L'iscrizione sulle bandiere è: Giovane maresciallo Mo'ang, principe ereditario dei mari occidentali." "Mio cugino è un bell'arrogante" si disse il mostro. "Suppongo che lo zio non potesse venire e lo abbia mandato in sua vece. Ma perché condurre truppe e affaticare gli uomini, solo per darsi delle arie mentre si mette a tavola? Mah! Ci dev'essere sotto qualcosa." E ordinò: "Ragazzi state all'erta! Portate qui la mia armatura e la sferza: potrebbe succedere qualche incidente. Aprite bene gli occhi, mentre gli vado incontro per accoglierlo." I piccoli mostri si misero all'erta, strofinandosi bene occhi e scaglie. Quando uscì, Coccodrillo constatò che in effetti un corpo di truppe si era accampato sulla destra. Le bandiere e i pennoni sventolavano, Le alabarde eran fitte come nuvola; Si vedevano spade scintillanti, Lance gloriose con i fiocchi rossi, E gli archi come lune, frecce in fila Come denti di lupo delle dune, Larghe sciabole e solidi randelli. Balene, tartarughe, ostriche, cozze, Con pesci, granchi e gamberi serrati, Forman la truppa armata fino ai denti. Chi oserebbe scartare dalla fila, Se non per ubbidire ad un segnale? A quella vista, Coccodrillo si fece all'ingresso del campo e gridò: "Stimato cugino, sei invitato! Ti sto aspettando!" Una grande conchiglia di guardia corse a riferire alla tenda del comando: "Lunga vita a vostra altezza! C'è un drago coccodrillo che vi rivolge un invito." Il principe si mise in capo un elmo d'oro, si strinse alla vita una preziosa cintura, afferrò la sua arma preferita che era una mazza di sezione triangolare e uscì dal campo a gran passi: "Che cosa significa questo invito?" "Il mio invito era diretto allo zio, tuo padre" rispose gentilmente il coccodrillo. "Suppongo che non potesse venire e abbia mandato te al suo posto. Ma che bisogno c'era di mobilitare tutto un esercito per venire a un banchetto? Invece di entrare in casa mia hai messo su un accampamento; e mi vieni a salutare armato da capo a piedi. Che cosa significa?" "Perché hai invitato mio padre?" "Santo cielo, per festeggiare il suo compleanno! Sai che gli devo molto, è lui che mi ha sistemato qui, e da quando ci sono venuto non ho avuto modo di dimostrargli il mio rispettoso affetto. Ieri ho catturato un monaco delle terre dell'Est che, a quanto si dice, ha raffinato il suo corpo nel corso di dieci esistenze successive. Pare che mangiarlo faccia molto bene; perciò volevo cuocerlo al vapore e offrirlo allo zio." "Grande stupido che sei!" tuonò il principe. "Ma lo sai chi è, quel monaco?" "È un monaco che viene dalla corte dei Tang, e se ne andava a cercar scritture nel Paradiso dell'Ovest..." "Va bene, hai appurato che è un monaco cinese. Ma dei suoi discepoli che cosa sai? Hai un'idea di quanto sono pericolosi?" "Ho visto anche quelli. Anzi, un certo Porcellino Otto Divieti, che ha un grugno lungo lungo, l'ho catturato per fare il paio con il monaco. C'è anche un tipo scuro con la faccia patibolare, che si chiama Sabbioso. È venuto qui a protestare, ma l'ho cacciato via; gli ho fatto assaggiare la mia sferza e lui è scappato a gambe levate. Non mi sembrano dei tipi pericolosi." "Mi pareva! Il meglio non lo sai. C'è anche un altro discepolo, ed è il Grande Santo Uguale al Cielo, immortale d'oro dell'Unità suprema: quello che cinquecento anni fa provocò tutti quei disordini in paradiso. Ora ha appunto l'incarico di proteggere il tuo monaco cinese. E non ti dico gli appoggi che ha! È stata Guanyin del Potalaka a dargli l'incarico. Non avevi niente di meglio da fare che provocare questa catastrofe? Al tuo messaggero ha rotto la testa, si è impadronito del tuo biglietto ed è venuto al Palazzo di Cristallo a maltrattarci tutti quanti, padre e figlio, parlando di denunce per rapimento di monaci e per complicità con mostri. Adesso tu mi fai il piacere di rispedirgli immediatamente il suo monaco e anche quel Porcellino, e gli presenti tante scuse, per salvare almeno la pelle. Provati a dire di no, e vedrai che cosa ti succede." A Coccodrillo saltò la mosca al naso: "Ma come, sei mio cugino e prendi le parti di un forestiero? A sentir te è tutto facile: non c'è che da calar le braghe. Se tu hai paura di lui, perché dovrei avercela io? Vediamole, le sue capacità; venga qui a battersi, se rivuole il monaco. Se non ce la fa, vorrà dire che userò una pentola più grande e cuocerò anche lui. Al diavolo la famiglia e gli invitati! Adesso chiudo l'uscio, al posto d'onore mi ci siedo io, e i miei ragazzi faran musica. Noi ce la passeremo bene, ti assicuro; ci sbaferemo il nostro banchetto alla faccia di tutti voi." Il principe ereditario sbarrò gli occhi: "Uno scemo irresponsabile: ecco che cosa sei. Non occorre che venga qui il grande santo per metterti a posto. Oserai combattere contro di me?" "Si capisce, io non ho paura di nessuno." E gridò ai suoi: "Portatemi l'armatura!" I mostriciattoli che lo seguivano gliela presentarono subito, insieme al flagello di pezzi d'acciaio. I due avversari si fronteggiarono con grinta feroce, rullarono i tamburi e incominciò una battaglia molto diversa da quella con Sabbioso. Risplendono bandiere, scintillano alabarde, Dalle porte e dal campo accorrono i soldati. Il principe Mo'ang leva la sbarra d'oro E il prode Coccodrillo agita il suo flagello. Un colpo di cannone muove i fanti del fiume, E i rintocchi del gong le milizie marine. Gambero contro gambero e pesce contro pesce: La balena ha inghiottito una gran carpa rossa, Lo squalo mangia tinche, il luccio mostra i denti: Fuggono le sardine. La cozza si spaventa Perché vede che l'ostrica imprigiona le vongole. Va giocando di scherma il grande pesce spada, La perca fa un duello col lungo grongo nero Ed il vecchio storione caccia l'anguilla bianca. Tutto il fiume è animato dal gran combattimento, Nella lotta confusa van ribollendo i flutti. Ma lancia un grido il principe e abbatte la sua sbarra D'oro lucente: è preso il coccodrillo perfido. Il principe fece una finta da cui il mostro si lasciò ingannare spingendosi avanti. Con un colpo ben calcolato, la mazza triangolare si abbatté sul suo braccio e lo fece vacillare; aiutandosi con il piede, il principe gli fece perdere l'equilibrio e lo gettò a terra. Subito le truppe marine gli furono addosso e lo inchiodarono al suolo, lo rovesciarono e gli legarono le mani dietro la schiena; poi gli inserirono un anello di ferro nella clavicola e il principe lo condusse a riva davanti a Scimmiotto: "Grande santo, l'umile drago che sono ha catturato il coccodrillo perverso. Vogliate decidere il suo destino." Scimmiotto gli tenne questo discorso: "Bello mio, c'è poco da dire, hai disubbidito agli ordini. Tuo zio ti aveva messo qui perché ti esercitassi nelle buone maniere e ti facessi un buon nome per la carriera. E tu che cosa hai fatto? Hai buttato il dio del fiume fuori di casa sua, hai abusato della tua posizione, hai ingannato i superiori e hai rapito il nostro maestro e il nostro condiscepolo. Al vecchio Scimmiotto piacerebbe prenderti a botte con il suo randello, se non fosse che ne usciresti morto spiaccicato. Dove hai messo il mio maestro?" Il mostro si prosternava e diceva: "Grande santo, da parte mia ignoravo perfino il vostro illustre nome. Contro ogni ragione ho creduto di poter resistere con la forza a mio cugino, che mi ha arrestato. Vi sono infinitamente riconoscente che mi facciate grazia della vita. Il vostro maestro è ancora ospite della residenza acquatica: se mi fate liberare, ve lo andrò a cercare immediatamente." "Grande santo" intervenne Mo'ang, "vi avverto che è furbo e ribelle. Io non mi fiderei, se fossi in voi." "Ci penso io" intervenne Sabbioso. Si tuffò con il dio del fiume e insieme si recarono alla residenza: la porta era spalancata e non si vedevano guardiani. All'interno del padiglione trovarono Tripitaka e Porcellino nudi e ben legati: Sabbioso corse a liberare il maestro, mentre il dio del fiume si occupava di Porcellino. Poi se li presero sulle spalle e li riportarono a riva. Quando vide il mostro incatenato, Porcellino afferrò il suo rastrello e gli si avventò contro schiumando di rabbia: "Eccoti qua, brutta bestiaccia! Adesso hai cambiato idea, non mi vuoi più mangiare?" Scimmiotto lo fermò: "Lascialo stare, fratellino, in segno di amicizia con il saggio Aojun e i suoi fratelli." Mo'ang presentò i suoi saluti: "Grande santo, non oso trattenermi più a lungo. Dal momento che il vostro maestro è salvo, non mi rimane che riportare il colpevole da mio padre. Voi lo avete risparmiato, ma mio padre gli infliggerà certo una punizione. Quando avrà preso la sua decisione, verrà da voi per rinnovare le scuse." "Se le cose stanno così, portatevelo pure via e presentate i miei rispetti a vostro padre; avrò piacere di ringraziarlo di persona." Principe e prigioniero si tuffarono in acqua, e certo misero poco tempo a ritornare nei mari occidentali con tutte le truppe. Il dio del fiume, a sua volta, volle ringraziare Scimmiotto: "Vi siano rese grazie, grande santo, per avermi restituito la mia residenza!" Intanto il monaco cinese si inquietava: "Discepoli, dopo tutti questi balletti siamo ancora sulla sponda orientale del fiume: e adesso come lo attraversiamo?" "Monsignore, non datevi pensiero" rispose il dio del fiume. "Vi prego, rimontate a cavallo; penserò io ad aprirvi una strada adatta per arrivare dall'altra parte." Tripitaka in effetti si mise in sella, Porcellino teneva le redini del cavallo bianco, Sabbioso portava i bagagli e Scimmiotto sovrintendeva. Ed ecco che il dio, usando dei suoi poteri, arrestò la corrente del fiume e aprì un largo passaggio, che risultò asciutto e praticabile in breve tempo. I pellegrini vi si inoltrarono camminando tranquillamente, e in breve raggiunsero la sponda occidentale. Qui ringraziarono il dio del fiume, risalirono la scarpata che sovrastava la riva e ripresero la loro strada. È il caso di dirlo: Molti aiuti riceve il monaco cinese Ed è su terra asciutta che passa il fiume nero. Se poi, dopo tutto, non sapete come la storia si concluse, ascoltate il seguito. 第044回 BUDDISTI IN SCHIAVITÚ · IN CUI CORPO DELLA LEGGE, NEL SUO PRIMO MOVIMENTO, INCONTRA FORZA DEL CARRO E I DEMONI DI RETTITUDINE DEL CUORE ATTRAVERSANO IL PASSO SPINALE. Dice il poema: In cerca dei sutra, sfuggendo pericoli, Verso ovest per tante montagne famose, Va lepre di notte e corvo di giorno. Vien la primavera, poi torna l'autunno. Stan tremila mondi nel grano di polvere, E va il pellegrino per cento paesi. Nutriti di vento percorron sentieri Violetti e non sanno se mai torneranno. Il racconto ci ha narrato come Tripitaka fu felicemente liberato dal mostro a opera del figlio del drago, e come con l'aiuto del dio del Fiume delle Acque Nere i pellegrini poterono riprendere la strada maestra dell'Ovest. È il caso di dirlo: Cappello di luna, vestito di stelle, Camminano al vento e sfidan la neve. Dopo un lungo cammino, ritornò la primavera. Guardate: Ritorna il triplo yang, le cose brillano, Il cielo va svolgendo una pittura Sorridente e coperta di colori. Poca neve è rimasta sul susino, Tenero grano verde sopra i campi. Si liberan dai ghiacci le cascate, Boccioli intatti si aprono nel sole. Il dio di primavera sale ad est, La brezza profumata agita l'aria, I salici decorano di verde I cigli delle strade. Fresca pioggia Nutre della stagione i mille volti. Il cavallo con il maestro andava d'ambio, mentre i discepoli camminavano di buona lena sulla strada godendosi il paesaggio primaverile, quando udirono un clamore lamentoso, come se una gran folla gemesse tutta insieme. Tripitaka impaurito tirò le redini e si rivolse ansioso a Scimmiotto: "Consapevole del Vuoto, da dove viene questo baccano?" "C'è gente che grida e, mi pare, anche cavalli che nitriscono" disse Porcellino. "Non giochiamo agli indovinelli" rispose ridendo Scimmiotto. "Darò un'occhiata e vi saprò dire." Il bravo Novizio balzò sulle nuvole e vide a qualche distanza una città circondata da mura e fossati. Osservò attentamente e constatò che la sovrastava un'aureola di luminosità di buon augurio: non si vedeva traccia di brume malefiche. "Sembra un bel posto. Da dove può venire tutto quel rumore?" si chiese Scimmiotto. "Non vedo in città né stendardi né alabarde. Non si sente nemmeno sparare il cannone. Come si spiega il baccano?" Mentre se lo chiedeva e si guardava intorno, notò un terreno sabbioso fuori dalle mura dove moltissimi bonzi erano intenti a spingere un grande carro. Erano loro che ogni tanto, per raccogliere i loro sforzi, gridavano tutti insieme: "Gran re compassionevole!" Tale era l'origine del clamore che aveva allarmato Tripitaka. Scimmiotto abbassò la sua nuvola per vedere più da vicino. Il carro era carico di materiali da costruzione: mattoni, tegole, legno e zolle di terra. Esso doveva percorrere la strada che saliva diritta su una piccola collina scoscesa, fino a raggiungere lo stretto sentiero che ne seguiva la sommità e portava a una grande costruzione. Non era facile spingere un carro pesante su una strada così ripida. Quella gente era coperta di stracci. Osservando il quadro di estrema miseria, Scimmiotto pensava: "Costruiranno un monastero. Si vede che da queste parti il lavoro dei campi assorbe tutta la manodopera disponibile e non resta nessuno per i lavori occasionali; ecco perché i monaci si dovranno arrangiare da soli." Mentre faceva le sue congetture, vide uscire da una porta della città due giovani preti taoisti che si davano molta importanza. Che aspetto avevano, chiederete? Ecco: In testa un berretto di stelle, la veste di broccato ricamato: berretto scintillante e veste lucida cangiante; ai piedi calzature orlate di nuvole, alla vita una fascia di seta fine. Camminano con il portamento elegante di ospiti immortali del cielo di diaspro. Mostrano visi di luna piena, tutti finezza e intelligenza. I bonzi, quando videro i taoisti, si misero a tremare e raddoppiarono gli sforzi, tirando come disperati. Scimmiotto comprese: "Guarda, guarda! Quei monaci buddisti hanno paura dei preti taoisti; altrimenti, perché si darebbero tanta pena? Avevo sentito dire che sulla strada dell'Ovest c'è un posto dove i preti sono rispettati e i monaci perseguitati: dev'essere questa città. Ritorno a informare il maestro? Ma non ne so abbastanza, rischio di attirarmi i suoi rimproveri: sei una persona intelligente, come mai non hai chiarito il perché delle cose? Scenderò prima a fare un'inchiesta." Il bravo Scimmiotto scese a terra, ai piedi delle mura, e si mutò in un prete vagabondo della setta della Verità Completamente Sublimata, con un cesto appeso alla spalla sinistra e un tamburo di legno in mano, che batteva per accompagnare un canto taoista. Si diresse verso la porta della città in modo da incontrare i due preti che ne uscivano, e si inchinò loro dicendo: "Il vostro umile servitore del Tao vi saluta, maestri." "Da dove venite, fratello maggiore?" chiesero i taoisti rendendogli il saluto. "Il vostro umile discepolo erra dagli angoli sperduti del mare alle estremità del cielo. Arrivo adesso, e il mio intento è di trovare qualche brava persona da mettere a contribuzione. Posso permettermi di chiedervi, cari fratelli maggiori, quali sono le vie della città favorevoli al Tao e quali i vicoli ospitali per i nostri saggi? Vorrei mendicare un po' di cibo di magro." "Perché fate questi discorsi deprimenti?" "Che cosa c'è di deprimente?" "Ma scusate: state parlando di chiedere cibo in elemosina. Non è una pena?" "Non so che dire: quelli che hanno lasciato le loro famiglie vivono di elemosine. Sennò dove li trovano i soldi per pagarsi il pane?" "Si vede che venite di lontano" risero i preti, "e non siete al corrente della situazione nella nostra città. Qui tutti i mandarini civili e militari sono grandi amici del Tao. E non basta: i ricchi patrizi amano i nostri saggi, e non c'è uomo o donna, d'alto bordo o di modesta estrazione, che non ci rivolga saluti e non ci preghi di accettare offerte. Ma queste sono quisquilie. Soprattutto, sua maestà ama e rispetta il taoismo." "Non lo sapevo; io sono giovane, vengo di lontano e càpito qui per caso. Posso permettermi di chiedervi, per l'affezione al Tao che abbiamo in comune, qual'è il nome del paese e quale il motivo della simpatia del re?" "Questi sono il regno e la città di Carrolento, e il sovrano regnante è proprio uno dei nostri." Il Novizio si mise a ridere: "Mi state dicendo che è salito al trono un prete taoista?" "Non è questo. Vent'anni fa la popolazione fu colpita da una grande siccità, non cadeva goccia dal cielo. Andarono persi i raccolti, si era come sospesi fra la vita e la morte; tutti, dal re al più umile suddito, si purificavano, bruciavano incenso e pregavano per la pioggia. A quel punto scesero dal cielo tre venerandi immortali e si presero cura di questi poveri infelici." "Di quali immortali si trattava?" "Erano e sono i nostri maestri." "E come si chiamano i vostri rispettati maestri?" "Il più anziano si chiama eminente immortale per la Potenza della Tigre, il secondo eminente immortale per la Potenza del Cervo e il terzo eminente immortale per la Potenza dell'Ariete." "Di quali poteri magici dispongono, i vostri tre rispettati maestri?" "Sanno convocare in un baleno vento e pioggia; trasformano l'acqua in olio, gli basta indicarla col dito; e mutano pietre in oro con la facilità con cui voi vi rigirate nel vostro letto. È per questa loro potenza, che permette di strappare al cielo e alla terra poteri di trasformazione e di alterare i misteri delle costellazioni, che il re e i ministri rispettano tutti noi e hanno contratto con noi legami di parentela." "Una bella fortuna per il sovrano. Come dice il proverbio: la grande arte commuove i nobili e i signori. Non ci dev'essere niente da perdere a legarsi con maestri così potenti. Ahimè, non sarà l'umile prete che sono io ad avere la minima speranza di essere ricevuto da questi venerati maestri." "Se volete vederli, non è difficile" replicarono sorridendo i taoisti. "I nostri maestri amano tanto il Tao e i suoi seguaci che, se vi sapessero qui, uscirebbero ad accogliervi dalla porta grande. Se poi siamo noi a presentarvi, che siamo entrambi fra i loro più intimi discepoli, essere ricevuto vi sarà facile come soffiare sulla cenere." Scimmiotto fece loro una grande riverenza: "Vi ringrazio della vostra preziosa raccomandazione: andiamo senz'altro in città." "Aspettateci un momento; sedetevi qui, se volete. Verremo con voi quando avremo finito di occuparci di un affare di pubblico interesse." "Chi ha abbandonato la sua famiglia non ha più legami; non ha affari cui debba attendere." I preti indicarono i bonzi che si affaccendavano sulla collina: "Lavorano per noi. Dobbiamo controllare le presenze, per assicurarci che nessuno faccia il furbo. Saremo subito da voi." "Certo vi sbagliate" obiettò il Novizio sorridendo. "Buddisti o taoisti, siamo tutta gente che ha abbandonato la famiglia. Perché mai dovrebbero lavorare per noi e assoggettarsi al nostro controllo?" "Non siete al corrente della situazione. Nell'anno della siccità, quando era urgente ripristinare le regie entrate, i buddisti chiedevano la pioggia al Buddha e i taoisti alla Stella Polare. Per quanto pregassero e recitassero litanie, i buddisti non combinarono nulla; mentre furono i taoisti, con l'arrivo dei nostri maestri, a risolvere la situazione. La corte manifestò la sua insoddisfazione a questi monaci inutili facendo demolire i loro monasteri, distruggere le immagini del Buddha, revocare i certificati di ordinazione senza dare licenza ai monaci di ritornarsene al loro paese. Il re ce li assegnò tutti come servi: da noi accendono il fuoco, spazzano il pavimento, sorvegliano le porte. Poiché stiamo edificando un tempio, li mandiamo qui a portare mattoni, tegole e assi per la costruzione. Ci hanno inviato a controllare che questi fannulloni non battano la fiacca e non si sottraggano a spingere il carro." A queste parole il Novizio si mise a piangere e disse ai taoisti, tirandoli per la veste: "Ve lo dicevo che non ho fortuna, ed è proprio vero! Non potrò mai vedere i volti venerati dei vostri maestri." "Perché mai?" "Giro il mondo per due scopi: procurarmi cibo e ritrovare un mio parente." "Che specie di parente?" "Si tratta di uno zio paterno che da giovane, in seguito a una carestia, lasciò la famiglia e si fece tonsurare da monaco buddista; anche lui, per mendicare, dovette lasciare il suo paese e non ci è più tornato. La gratitudine che devo agli antenati mi ha indotto a mettermi alla sua ricerca. Magari è prigioniero in una regione come questa e non può lasciarla. Non vi posso seguire in città, se prima non lo trovo e non lo rivedo almeno una volta." "Ma è facile. Se volete prendervi la pena di andarli a controllare voi sulla collina, noi ci sederemo qui ad aspettarvi. Basta che li contiate: devono essere cinquecento; così potrete vedere se vostro zio si trova fra loro. Se lo troverete, noi lo libereremo per solidarietà taoista, e ce ne andremo tutti insieme in città. Siete d'accordo?" Scimmiotto si profuse in ringraziamenti e si congedò con un inchino a mani giunte, poi si diresse verso la collina battendo il suo tamburo di legno. Quando lo videro arrivare, i bonzi si prosternarono tutti insieme e gridarono: "Signore, ci applichiamo senza riposo! Siamo qui tutti e cinquecento, non ne manca nemmeno mezzo! E tutti impegnati a tirare il carro!" Il Novizio rise fra sé: "Che bonzi terrorizzati! Se li spaventa così un falso taoista, uno vero li farebbe morire di paura." Fece loro segno con la mano: "Alzatevi e non temete. Non sono venuto a sorvegliarvi, ma soltanto a cercare un parente." I monaci fecero cerchio intorno a lui, allungando il collo e cercando di attirare l'attenzione con colpetti di tosse: ciascuno si chiedeva chi mai potesse essere il parente ricercato, e sperava di essere inopinatamente riconosciuto. Il Novizio li guardò bene e scoppiò a ridere. "Perché ridete, signore, se il vostro parente non lo avete trovato?" gli chiesero i monaci. "Mi fa ridere la banda di inetti che mi vedo davanti. I vostri parenti devono essersi sbarazzati di voi perché eravate nati sotto una cattiva stella, o perché portavate sfortuna, o eravate d'ostacolo alla nascita di qualche fratello un po' migliore. Dovreste rispettare i tre gioielli e la legge del Buddha, leggere sutra e recitare litanie; come mai vi fate invece comandare come schiavi e lavorate per quei taoisti?" "Siete venuto per umiliarci, signore? Certo venite di lontano e ignorate in quale terribile situazione ci troviamo." "È vero, vengo di lontano e non so che cosa ci sia di terribile da queste parti." "Il re del nostro paese" spiegarono i monaci versando lacrime, "è tanto parziale quanto inumano; si compiace soltanto delle persone come vostra signoria, e detesta noialtri figli del Buddha." "Perché mai?" "Solo per una faccenda di invocazione della pioggia durante una siccità: vennero qui tre immortali che ci rovinarono la piazza e ci fecero perdere la fiducia del principe. I nostri monasteri furono abbattuti, le nostre ordinazioni revocate, non ci fu permesso né di ritornare ai nostri paesi d'origine né di trovare qualche impiego subalterno nell'amministrazione: fummo invece consegnati a discrezione ai taoisti. La nostra miseria è intollerabile. L'ultimo vagabondo taoista che passa di qui non ha che da chiederlo, e viene ricevuto e gratificato dal re. Se invece arriva un bonzo, chiunque sia, viene preso e condannato ai lavori forzati a discrezione dei superiori taoisti." "Suppongo che questi daoshi possiedano sottili poteri magici, per aver sedotto in questo modo il monarca. Non credo che basti il successo della magia della pioggia, che è un'arte minore di sette eterodosse." "Sanno trasmutare il piombo e raffinare il cinabro, praticare la meditazione per concentrare i loro spiriti, trasformare acqua in olio, pietre in oro. Ultimamente hanno costruito un tempio ai tre puri in cui, giorno e notte, leggono i sutra e celebrano cerimonie del cielo e della terra, pregando per la perenne giovinezza del re, che certo se ne compiace." "Ho capito qual'è la situazione. Che ci state a fare qui? Vi conviene andarvene." "Non possiamo, vostra signoria. I nostri ritratti autentici sono stati affissi in tutto il paese agli angoli delle strade. In tutto il regno di Carrolento non c'è prefettura, sottoprefettura, cantone, villaggio o piazza del mercato in cui non si vedano ritratti di bonzi autenticati dal pennello del re in persona: chi cattura un bonzo fuggiasco, se mandarino viene promosso di tre gradi, se privato riscuote una taglia di cinquanta once d'argento. Come si fa a fuggire? Sta diventando pericoloso andare in giro persino per la gente qualsiasi che si sia fatta tagliare i capelli, o sia calva, o magari abbia solo i capelli radi. Si sorveglia dovunque, ci sono agenti segreti e spie dappertutto. Non c'è altra soluzione che restare qui a sopportare la nostra miseria." "Che vita è? Non è meglio morire?" "Nei primi tempi, per la verità, abbiamo avuto moltissimi morti. Eravamo più di duemila, contando anche i monaci arrestati qua e là, e siamo rimasti in cinquecento. Sette od ottocento sono morti di stenti e altrettanti per suicidio. Di noi sopravvissuti, però, non riesce a morire più nessuno." "Come mai non riuscite a morire?" "Se ci impicchiamo alla trave, si rompe la corda; il coltello perde il suo taglio; ti getti nel fiume, e galleggi sulla corrente invece di affogare; il veleno non riesce a darti nemmeno il mal di pancia." "Ma è una fortuna! Il Cielo vi ha accordato la vita perpetua." "Diciamo: il castigo perpetuo. Viviamo di acqua bollita e riso grezzo. La notte dormiamo al riparo della collina, esposti alla rugiada. Gli dèi ci vengono a proteggere solo quando chiudiamo gli occhi." "Sarete così morti di fatica che vedrete i fantasmi, immagino." "Non sono fantasmi; sono le sei divinità della notte e i difensori della dottrina. Quando scende il buio ci vengono a proteggere; se uno di noi vuol morire, lo impediscono." "Non sono ragionevoli, questi dèi: non sarebbe il caso che vi incoraggiassero a morire in fretta, per permettervi di rinascere? Che vi giova la loro protezione?" "Ci incoraggiano in sogno. Dicono: Non cercate la morte, resistete! Verrà il santo monaco dei grandi Tang nelle terre dell'Est, un arhat che va in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Ha un discepolo ai suoi ordini, il Grande Santo Uguale al Cielo, che dispone di immensi poteri. Il suo cuore è buono e leale, ripara i torti e le ingiustizie fra gli uomini, soccorre chi è in pericolo o in difficoltà, aiuta le vedove e gli orfani. Aspettate che venga a manifestare il suo divino potere: schiaccerà i daoshi e ristabilirà il rispetto per la vostra comunità e per la sua dottrina." Scimmiotto naturalmente se la godeva e diceva fra sé: "Importante certo sei, Se ti annunciano gli dèi." Volse loro le spalle e, battendo il suo tamburo di legno, ritornò dai due taoisti davanti alla porta della città. Essi lo accolsero chiedendo: "Qual'è dunque il vostro stimato parente?" "Tutti e cinquecento." "Scusate, non è possibile; come potete avere tanti parenti?" "È proprio così. Cento sono miei vicini di sinistra, cento abitano sulla destra; altri cento sono parenti paterni e altrettanti materni. Gli ultimi cento sono stati miei ospiti. Verrò con voi in città se li liberate tutti; altrimenti, niente da fare." "A quanto pare, vi ha preso un colpo di sole. Quei bonzi sono doni reali: già liberarne uno non sarebbe facile. Bisognerebbe presentare ai magistrati un certificato di malattia e, dopo qualche tempo, far seguire un certificato di morte. Non c'è altro modo. Quello che dite non si può proprio fare. Senza considerare che perderemmo tutti i nostri servitori, saremmo per di più biasimati dalla corte; il sindaco che ne è responsabile può mandare in ogni momento degli ispettori. Figuratevi che qualche volta è venuta sua maestà in persona a fare l'appello. Non ci permetteremmo mai." "E così vi rifiutate?" "Certo che rifiutiamo!" Allora Scimmiotto perse la pazienza, tolse l'ago da dietro l'orecchio, lo ingrandì e gli fece fare un quarto di giro sfiorandoli appena: ed ecco i malcapitati a terra in un lago di sangue, con il collo spezzato e le cervella sparse tutto intorno. I monaci sulla collina, che avevano assistito alla scena da lontano, abbandonarono il carro e corsero in folla gridando: "Disastro, catastrofe! Ha ucciso i parenti del re!" "E chi sarebbero questi parenti?" chiese Scimmiotto. I monaci, che lo circondavano recando in mano le loro pale e i panieri, risposero: "I maestri di questi preti entrano ed escono dalla sala d'udienza senza salutare, il re li chiama fratelli maggiori. Perché sei venuto qui a provocare un tal disastro? Non sono fatti tuoi se questi discepoli venivano a sorvegliare i lavori: perché li hai uccisi? I superiori non accuseranno te, che sei taoista, ma se la prenderanno con noi. Che ne sarà di noi? Ci devi accompagnare in città e confessare che sei stato tu." "Un po' di silenzio, prego!" invitò Scimmiotto ridendo. "Guardate che io non sono un prete vagabondo della Verità Completamente Sublimata. Io sono venuto a salvarvi." "Bel modo di salvarci, con queste violenze che caricheranno ancor più il nostro fardello." "Sono io il discepolo del santo monaco dei grandi Tang, Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il Novizio, venuto apposta per levarvi dai guai." "Non è possibile; noi sappiamo che aspetto ha il nostro salvatore." "Ma non l'avete mai visto. Come potete conoscerlo?" "Ci visita sempre in sogno un vegliardo che dice di essere la bianca stella del Metallo, e ci descrive l'aspetto di Scimmiotto il Novizio, perché possiamo riconoscerlo senza errore." "E come ve lo descrive?" "Dice: Il grande santo ha fronte convessa, occhi d'oro scintillanti, testa rotonda e faccia pelosa con le guance scavate, denti serrati in una bocca appuntita, carattere capriccioso; d'aspetto è più bizzarro del duca del tuono. Sa usare a meraviglia una sbarra di ferro cerchiata d'oro, che gli è servita per sfondare le porte del Cielo. Ora però si è messo sulla retta via per proteggere il santo monaco e salvare la gente dalla disgrazia." Scimmiotto si sentiva diviso fra il compiacimento e il dispetto. Lo lusingava che i celesti gli facessero pubblicità, ma trovava seccante e imprudente che quel vecchio impunito del dio di Venere descrivesse la sua vera immagine a chiunque volesse ascoltarlo. Finì per dichiarare: "Va bene, va bene, non sono Scimmiotto ma soltanto uno del seguito; e sono venuto qui a far catastrofi tanto per passare il tempo. Ma guardate laggiù; non è lui quello che viene?" Additò l'est e, mentre essi volgevano la testa, riprese il proprio aspetto. Allora la folla dei monaci lo riconobbe e lo salutò inchinandosi fino a terra: "Non abbiamo saputo riconoscere le trasformazioni di vostra signoria, ma speriamo che non ce ne voglia. Speriamo anche che vorrà cancellare i torti che abbiamo subito, ed entrare in città per eliminare la perversità e ristabilire la rettitudine." "Venite con me." Il grande santo salì sul colle, con tutti i monaci che gli si affollavano alle calcagna, sollevò magicamente il carro fino alla cima e lo buttò giù dall'altra parte, mandandolo a fracassarsi con il suo contenuto di mattoni, tegole e assi. Poi gridò ai monaci: "Fate largo, non mi state sempre appiccicati! Domani andrò a vedere questo monarca e farò piazza pulita dei daoshi." "Vedete, vostra signoria: non osiamo allontanarci da voi, perché abbiamo paura di essere presi e arrestati. Ci batterebbero e ci venderebbero al mercato, sarebbero nuove sofferenze senza fine." "Va bene, vi procurerò io una protezione." Il bravo Scimmiotto si strappò un ciuffo di peli, li spezzò con i denti in piccoli frammenti e ne diede uno a ogni monaco con queste istruzioni: "Fatelo scivolare sotto l'unghia del dito anulare, stringete il pugno e andatevene in giro tranquilli. Se nessuno vi ferma, tanto meglio. Altrimenti non avete che da chiamare: 'Grande santo!', e io verrò a proteggervi." "Ma signoria, se sarete troppo lontano e non ci potrete udire. Come faremo?" "Anche se fossi a mille li di distanza, vi sentirei sempre." I più audaci fecero la prova. Quando chiamarono: "Grande santo!" si drizzò accanto a loro un tal duca del tuono, con una sbarra di ferro roteante, da tener lontana un'intera armata. Subito gli esperimenti si diffusero, e si vide in giro un centinaio di grandi santi in veste di tutori e protettori. I monaci si prosternarono ed esclamarono: "In effetti, signoria, è proprio un'apparizione miracolosa!" "Quando non serve più, la si fa smettere gridando: 'Riposo!'." In effetti chi aveva fatto la prova gridò: "Riposo!", e i frammenti di pelo se ne ritornarono sotto le unghie. Felici della libertà ritrovata, i monaci si dispersero. "Adesso però non esagerate, non prendete troppo il largo" raccomandò Scimmiotto. "Intanto dovete aspettare mie notizie dalla città. Eppoi, quando affiggerò un avviso per convocarvi, dovrete rendermi i miei peli." I cinquecento bonzi si separarono, chi diretto a est, chi a ovest, chi restando semplicemente dov'era. Intanto Tripitaka aveva aspettato per un bel pezzo il suo ritorno sul ciglio della strada. Quando non ne poté più, disse a Porcellino di riprendere il cammino. Videro monaci in fuga e infine, accostandosi alle mura, trovarono il Novizio che era ancora circondato da una diecina di monaci. "Dove ti eri ficcato, Consapevole del Vuoto?" gridò Tripitaka tirando le redini. "Era una faccenda così lunga informarsi sul motivo di quei clamori? Di che cosa si trattava?" Scimmiotto gli portò i suoi protetti, che vennero a salutare il monaco cinese e gli raccontarono tutta la storia. Tripitaka si allarmò: "Ma allora noi corriamo seri pericoli." "Rassicuratevi" dissero i monaci. "Il grande santo è un dio caduto dal cielo. Con i suoi immensi poteri, non corriamo più nessun pericolo. Noi apparteniamo al monastero urbano Profondità della Saggezza. Poiché è stato costruito dal fondatore della dinastia regnante e custodisce ancora la statua del defunto re, è stato risparmiato dalla distruzione, che invece ha colpito ogni altro istituto buddista nel regno, grande o piccolo che fosse. Vi preghiamo di venire a riposare nella nostra umile residenza. Il grande santo potrà poi prendere le disposizioni necessarie domattina di buon'ora." "Mi sembra un buon programma" rispose Scimmiotto. "Entriamo dunque in città." Il reverendo smontò dal cavallo e si avviarono verso la città. Il sole era già al tramonto. Attraversarono il ponte levatoio e tre porte, prima di giungere nelle strade: vedendo monaci buddisti, la gente si scansava e si voltava dall'altra parte. Raggiunsero in breve l'ingresso del monastero, sul quale un largo pannello recava l'iscrizione in caratteri d'oro: MONASTERO DELLE PROFONDITÀ DELLA SAGGEZZA, FONDATO PER DECRETO I monaci spinsero l'uscio, attraversarono la sala dei Portatori di Folgore e aprirono l'edificio principale. Prima di entrare Tripitaka indossò il suo kasâya e pregò il Buddha dal corpo dorato. "Ehi là, guardiano!" chiamarono i monaci. Comparve un vecchio bonzo, e quando vide il Novizio lo salutò dicendo: "Eccovi qua, vostra signoria." "Quale signore avresti riconosciuto in me, per salutarmi in questo modo?" "So che siete Scimmiotto, il Grande Santo Uguale al Cielo. Vi sogno ogni notte. La candida stella del Metallo mi ha assicurato molte volte che la vostra venuta ci avrebbe salvati. Ora posso constatare che il vostro riverito aspetto è uguale a quello che vedevo in sogno. Come sono contento, signore, che siate arrivato! Credo che, se aveste tardato ancora di pochi giorni, saremmo diventati tutti fantasmi." "Alzati, ti prego" disse Scimmiotto ridendo. "Vedrai che domani metteremo in chiaro le cose." I monaci prepararono il pasto di magro, che maestro e discepoli mangiarono di buon appetito, e ripulirono la cella del superiore perché potessero passarvi la notte. Scimmiotto era troppo irrequieto per riuscire a prender sonno. Verso la seconda veglia udì della musica, si alzò senza far rumore, infilò l'abito e balzò in alto per rendersi conto della sua provenienza. Verso sud si vedevano parecchie lampade e candele accese. Quando abbassò la nuvola per veder meglio, constatò che erano preti del Tempio dei Tre Puri che propiziavano le costellazioni. Si vedevano Quegli alteri edifici spirituali, Vero spazio di terra benedetta: Gli uni maestosi come paesaggi Delle isole Penghu; dotati gli altri Di una purezza misteriosa, come Il Palazzo di Gioia Trasformata. Preti soffiavan negli organi a bocca. Levavan gli officianti tavolette Di giada, recitavan litanie Che tengono lontane le sciagure E leggevan commenti al Daode jing. Sollevata la polvere più volte, Recitate le formule esoteriche, Si prosternano a udirle dette in chiaro. Con acqua benedetta inviano suppliche Tra fiamme tremolanti di candele Che sanno giungere al mondo di Sopra. Osservano astri, misurano l'Orsa. Sale il fumo d'incenso nell'empireo. Si dispongon le offerte sull'altare, Sontuoso banchetto sulla tavola. Presso l'entrata erano appesi due motti paralleli in ventidue grandi caratteri ricamati su broccato di seta gialla: Conceda vento e pioggia favorevoli L'illimitata potenza dei cieli. Durino calme e limpide le acque E a lungo gli anni al nostro amato re. Si vedevano tre vecchi preti in abito da cerimonia, che Scimmiotto suppose fossero gli eminenti immortali Potenza della Tigre, del Cervo e dell'Ariete. In lunghe file da entrambi i lati stava una folla di sei o settecento taoisti, che suonavano campanelle e tamburi, oppure salmodiavano con bastoncini d'incenso in mano. Scimmiotto si disse tutto allegro: "Che bellezza scendere giù a fare un po' di parapiglia! Ma, come dice il proverbio, un filo non basta a far la corda, una mano sola non basta ad applaudire. Sarà meglio che vada a proporre a Porcellino e Sabbioso di venirsi a divertire con me." Ritornò nella cella monastica del superiore, dove Porcellino e Sabbioso dormivano uno accanto all'altro. Scimmiotto svegliò prima Sabbioso, che chiese: "Non ti sei ancora messo a letto, fratello?" "Alzati" incitò Scimmiotto, "che ci andiamo a divertire." "Dove ti vorresti divertire a quest'ora di notte, a becco asciutto e con gli occhi che lacrimano?" "Qui in città c'è un certo Tempio dei Tre Puri, dove i daoshi stanno celebrando un servizio. Dovresti vedere quante offerte: certe pagnottone grosse come uno staio, dolci da cinquanta o sessanta libbre l'uno, piatti d'ogni genere da accompagnare con il riso e frutta fresca in quantità. Andiamo ad assaggiare." Anche in sogno Porcellino era sensibile a discorsi sul cibo. Si destò tutto arzillo e gridò: "Naturalmente devi portare anche me." "Se vuoi mangiare, zitto e mosca! Non vorrai svegliare il maestro! Coraggio, venite!" Si infilarono le tuniche, scivolarono all'aperto e montarono tutti e tre su una nuvoletta. Come giunsero in vista delle luci, Porcellino già muoveva le mascelle per masticare, ma Scimmiotto lo trattenne: "Niente furia intempestiva! Aspettiamo a scendere che se ne siano andati." "Stiamo freschi! Sono giusto all'inizio." "Vedrai che li farò finire in anticipo sulla tabella di marcia." Il bravo Scimmiotto fece un passaggio magico, recitò un incantesimo, aspirò in direzione sud ovest ed emise un soffio potente come una tromba d'aria; la indirizzò appunto nella sala dei Tre Puri, dove rovesciò vasi sacri e candelieri, strappò gli ex voto appesi alle pareti e spense tutte le luci. I preti spaventati si trovarono a tremare come foglie nel buio totale. "Sospendiamo la cerimonia, discepoli" dichiarò l'eminente immortale Potenza della Tigre. "Dal momento che questo vento divino ha spento fiamme e braci, andiamo a coricarci. Domattina ci alzeremo un po' prima del solito per completare il numero dei rotoli da recitare." E subito tutti i daoshi si ritirarono. Scimmiotto abbassò la nuvola, su cui stava con Porcellino e Sabbioso, fin dentro la sala. Subito il bestione acchiappò al volo un dolce e, senza nemmeno tastarlo per sapere se fosse crudo o cotto, spalancò la bocca per ingoiarlo. Ma il Novizio prese la sbarra e fece il gesto di dargli un colpetto sulle dita, che Porcellino ritirò immediatamente imprecando: "Accidenti, mi picchi prima ancora che possa sentire che gusto ha!" "Scòrdati queste maniere da villano! Dobbiamo sederci a tavola come si deve." "E 'come si deve' rubare? Perché è quello che stiamo facendo. Non ti vergogni? Che maniere dovremmo avere, allora, se ci avessero invitato?" "Chi sono quei pusa lassù?" Porcellino scoppiò a ridere: "Non conosci nemmeno i tre puri?" "Quali puri?" "Ma come! Al centro sta il Venerabile Celeste del Primo Inizio, a sinistra il Signore della Via del Tesoro Spirituale e a destra il Signore Laozi, l'Altissimo." "Ecco: per mangiare come si deve, dobbiamo prendere il loro aspetto" concluse Scimmiotto. Il bestione, a sentire tanti buoni odori, non stava più in sé dalla fame. Si arrampicò sulla pedana e con una sgrugnata fece cadere di sotto il Signore Laozi: "Padrone, siete stato abbastanza lì seduto, è il turno del vecchio Porcellino." E prese l'aspetto di Laozi. Scimmiotto si trasformò nel Venerabile Celeste e Sabbioso nel Signore della Via. Buttarono giù tutte le statue e Porcellino, ancor prima di sedersi, già faceva man bassa delle enormi forme di pane. "Ma che fretta hai?" brontolò Scimmiotto. "Fratello, ci siamo trasformati; che cos'altro dovremmo aspettare?" "Cari condiscepoli" affermò Scimmiotto, "rubare cibo non è grave, ma farsi scoprire lo è. Guardate quelle statue per terra: se un prete venisse qui prima del tempo, per suonare le campane o per mettere ordine, e ci inciampasse, noi saremmo subito scoperti, non vi pare? Bisogna farle scomparire." "Io non conosco il posto" protestò Porcellino; "non so nemmeno dov'è la porta. Dove vuoi che le imboschi?" "Mentre venivamo qui" rispose Scimmiotto "ho notato una porticina sulla destra. L'odore che ne esce è inequivocabile: quello è il luogo in cui i cinque cereali entrano nel ciclo della trasmigrazione. Portale là." Il bestione era imbattibile nei lavori pesanti: saltò giù dalla pedana, si caricò in spalla tutte e tre le statue e le portò fuori. Trovò effettivamente un casotto, di cui spinse la porta con il piede e si trovò davanti a una vasta fossa-latrina. Si mise a ridere: "Certo che il nostro equipuzio sa usare le parole! Chiamare il cesso luogo della trasmigrazione dei cereali è autentica eleganza taoista." Porcellino recitò una preghiera: "O tre puri, Tre puri miei, lasciatemelo dire: Siamo gente che viene di lontano E vive del mestier di ammazzadiavoli. Si vorrebbe dividere; però Mancan sedie. Prestateci le vostre Per un momento. Le avete occupate Per tanto tempo! Vi verrà il bisogno, Qualche volta, di andare al gabinetto... Voi mangiaste e beveste buone cose Da sinceri taoisti per tanti anni: Ora assaggiate quello che c'è qui, A rischio di acquistar la quintessenza Di celesti e superni dèi smerdati." Terminata la preghiera li buttò nella fossa, sollevando alti schizzi di liquame che gli spruzzarono la tunica. Poi tornò nella sala, dove Scimmiotto chiese: "Li hai nascosti bene?" "Eccome! Ma mi sono tutto inzaccherato di merda. Signori, spero di non darvi il voltastomaco." "Siamo superiori a queste cose" replicò Scimmiotto ridendo. "Vieni a tavola. Certo ci sono ormai forti dubbi che riusciamo a uscirne puliti." Il bestione riprese l'aspetto di Laozi, e tutti e tre si misero a tavola e si cavarono la voglia. Prima i grandi pani, poi gli antipasti, poi mille piattini vari, poi stuzzichini, poi grigliate, focacce, fritture, formaggio di soia cotto al vapore. Piatti caldi e piatti freddi, non guardavano per il sottile: sbafavano senza pensare ad altro. Scimmiotto, veramente, non era goloso: mangiava un po' di frutta per tenere compagnia agli altri due, che ingoiavano tutto, come meteore che scacciano la luna o come una tromba d'aria che inghiotte gli ultimi brandelli di nuvole. Quando non restò più nulla, invece di andarsene, restarono là a chiacchierare e digerire. Ahimè, il guaio doveva pur capitare! Un pretino che dormiva sotto il portico si svegliò di colpo borbottando: "Ho dimenticato la mia campanella nella sala. Domani mi sgridano, se non la porto con me." E, girandosi al compagno che gli dormiva accanto: "Tu dormi, che torno subito." Non si infilò nemmeno la biancheria, tanta fretta aveva, ma si coprì soltanto con la tonaca e andò nella sala principale a cercare la sua campanella. La cercò tastoni qua e là, e finì per trovarla. Mentre stava per ritornarsene indietro, udì qualcuno sospirare e si spaventò; si mise a correre al buio verso l'uscita, scivolò su un nocciolo di litchi e cadde lungo disteso: la sua campanella scoppiò e andò in pezzi. Porcellino non poté trattenere una risata, che terrorizzò completamente il piccolo taoista. Si rialzò come poté, si precipitò incespicando verso le celle dei superiori e incominciò a tempestare le loro porte gridando: "Maestri! Spavento! Disgrazia!" I tre anziani, che non si erano coricati, aprirono gli usci e chiesero: "Quale disgrazia?" Quello rispose tremando: "Ero andato a cercare nella sala la mia campanella, che avevo dimenticato là, quando ho sentito ridere nel buio. Sono morto di paura!" "Portate le lanterne!" ordinò uno dei superiori. "Andiamo a vedere di quale essere malefico si tratti." L'ordine gettò l'allarme fra tutti i taoisti dei due portici, giovani e vecchi: tutti si alzarono, accesero lampade e torce e si diressero verso la sala principale per vedere che cosa succedeva. Se non sapete che cosa ne venne fuori, ascoltate il seguito. 第045回 L'ACQUA BENEDETTA · NEL TEMPIO DEI TRE PURI IL GRANDE SANTO ACQUISTA FAMA; NEL REGNO DI CARROLENTO MANIFESTA L'ESTENSIONE DEI SUOI POTERI. Ritorniamo al grande santo, che diede un pizzicotto a Sabbioso alla sua sinistra, e a Porcellino alla sua destra: essi compresero benissimo che cosa intendeva e se ne restarono seduti sui loro troni a testa alta, senza muovere un muscolo, lasciando che i preti taoisti portassero torce e lampade, e guardassero intorno per ogni dove. Erano pietrificati, come tre vere statue d'argilla dorata. "Come può essere che le offerte siano state divorate e non si trovi il ladro?" si stupiva l'eminente immortale Potenza della Tigre. "Si direbbe proprio l'opera di scrocconi" aggiunse Potenza del Cervo. "Tutto ciò che aveva buccia è stato sbucciato, ogni nocciolo è stato ripulito. Ma come mai non c'è ombra del mangiatore?" "Maestri, non vi abbandonate allo scetticismo" intervenne Potenza dell'Ariete. "Sono convinto che le nostre venerate divinità si sono commosse per la sincerità del nostro cuore, la pietà delle nostre intenzioni, le cerimonie che abbiamo celebrato giorno e notte, le suppliche che abbiamo loro rivolte; e c'entrerà un poco anche il prestigio della corte. Mi sembra evidente che i tre puri ci hanno fatto l'onore di scendere sulla terra a consumare le nostre offerte. Non saranno ancora ripartiti sulle loro cicogne; perché non ne approfittiamo per chiedere loro acqua benedetta e cinabro d'oro? Se ne portassimo a sua maestà ci faremmo fior di meriti, offrendogli i mezzi per ottenere una perpetua longevità." "Hai ragione tu" concluse Potenza della Tigre. E ordinò: "Discepoli, fate musica e recitate i sutra. Portatemi i paramenti da cerimonia; voglio eseguire la danza del carro dell'Orsa Maggiore per impetrare le loro grazie." I giovani daoshi si divisero in due gruppi ed eseguirono gli ordini. Accompagnati da colpi di gong incominciarono a salmodiare il Vero Classico della Via e della Virtù della Corte Gialla. Potenza della Tigre indossò la sua grande cappa da cerimonia, levò in alto una tavoletta di giada e si mise a danzare, sollevando la polvere davanti alle tre statue e inchinandosi fino a terra per salmodiare la supplica: "Tremanti ci inchiniamo fino a terra. Noi promuoviamo la dottrina e fondiamo ogni nostra speranza sulla purezza del vuoto. Schiacciamo i vili buddisti, onoriamo i successi del Tao! In questa sala eretta per decreto reale, le offerte sono esposte a profusione. Sotto le alte bandiere del drago, ardono ogni notte le candele, ogni giorno l'incenso. Ricevete la nostra devozione, sincera e rispettosa. Poiché ci avete accordato la grazia di una visita e non siete ancora ripartiti, formuliamo la preghiera che ci doniate un poco di cinabro d'oro e d'acqua benedetta, perché possiamo presentarli a corte e assicurare al regnante una longevità pari a quella dei monti del Sud." Porcellino, preoccupato, bisbigliò a Scimmiotto: "Abbiamo avuto torto a non filarcela subito dopo il pasto. Ora che cosa rispondiamo?" Scimmiotto gli diede un altro pizzicotto, poi aprì la bocca e gridò: "Mortali, basta con le preghiere! Noi stavamo ritornando a casa da un banchetto delle Pesche d'Immortalità, e al momento non abbiamo con noi né cinabro né acqua benedetta. Quando ci capiterà di ripassare da queste parti, ve ne porteremo." Tutti i taoisti, giovani e vecchi, tremavano e battevano i denti davanti alla statua che parlava: "Maestri! Gli dèi celesti onorano di una visita questo basso mondo; non si può pensare di lasciarli andar via senza che ci regalino una ricetta di lunga vita. Bisogna ottenerla a ogni costo." Si fece avanti Potenza del Cervo e pregò a sua volta: "Il vostro misero servitore, faccia al suolo, solleva la polvere in rispettosa e sincera soggezione ai tre puri. In questa regione abbiamo assicurato il successo del Tao e scacciato i monaci buddisti. Sua maestà se ne rallegra e onora i misteri della longevità con riti grandiosi e la lettura dei sutra che si protrae per tutta la notte. Siano rese grazie ai venerati celesti per non averci abbandonato e avere illuminato la corte con la loro sacra presenza. Nell'ardente speranza di gloriosi benefici, vi supplichiamo umilmente di accondiscendere a concederci un segno di benevolenza lasciandoci un poco di acqua benedetta, che prolungherebbe la vita dei vostri discepoli." Fu la volta di Sabbioso di pizzicare Scimmiotto mormorando: "Ecco che si ricomincia. Questi non mollano, fratello." "Qualcosa gli daremo" rispose il Novizio. "Dare che cosa, se non abbiamo niente?" obiettò in un soffio Porcellino. "Guardate me: quello che gli do io, lo avete anche voi." Quando i preti finirono di battere e soffiare strumenti, concludendo la loro esecuzione musicale, Scimmiotto riprese la parola: "Giovani amici, basta con le genuflessioni e le prosternazioni! Avrei preferito tenermela, l'acqua preziosa, ma mi rendo conto che bisogna perpetuare la specie. Ne avrete quanta ne vorrete." A questa risposta i monaci si gettarono a terra battendo più volte la fronte: "Speriamo ardentemente che apprezzerete l'infinito rispetto che vi portano i vostri discepoli, e vi supplichiamo di concederci il dono. Proclameremo dovunque la Via e la Virtù, e chiederemo a sua maestà di onorare più che mai la Porta dei misteri." "D'accordo, portate i recipienti." I daoshi rinnovarono la resa di grazie con un bell'insieme di prosternazioni e corsero a provvedere. L'immortale Potenza della Tigre, che si esibiva volentieri in dimostrazioni di forza, portò nella sala una giara gigantesca. Potenza del Cervo collocò sull'altare un pignattone di ceramica. E Potenza dell'Ariete si accontentò di prendere un vaso da fiori, si sbarazzò del suo contenuto e lo collocò fra gli altri due recipienti. "Se volete l'acqua benedetta, dovete uscire un momento e chiudere la porta" dichiarò Scimmiotto. "I segreti del cielo non sono cosa da esibire in pubblico." I preti ubbidirono e andarono a inginocchiarsi sui gradini esterni, dopo aver chiuso la porta. Il nostro Scimmiotto tirò su il grembiule di pelle di tigre e riempì il vaso da fiori di pipì puzzolente. Porcellino si illuminò: "Da quando ci conosciamo ho imparato che sei un tipo sveglio; ma questa le vale tutte. Devo dire che, dopo tutto quello che ho bevuto stasera, ne avevo giusto bisogno." Anche lui tirò su il vestito e lasciò cadere nel pignattone le cascate di Lüliang. Quanto a Sabbioso, riempì la giara a metà. Poi tutti e tre si rassettarono e ripresero la loro solenne posa in trono. "Giovani amici, prendete la vostra acqua benedetta!" I preti spinsero l'uscio, vennero a prosternarsi per ringraziare, e finirono per rovesciare nella giara anche il contenuto della pignatta e del vaso da fiori. "Discepoli, portatemi una ciotola, che la voglio assaggiare." Un pretino portò una tazza da tè e la tese al superiore; questi attinse alla giara e bevve un sorso, sentendosi anche in dovere di leccarsi le labbra e schioccare la lingua. "È buona?" chiese Potenza del Cervo. "Mica tanto" confessò il suo condiscepolo facendo una smorfia. "È un po' aspra, come vino che va in aceto." "Fammi sentire" propose Potenza dell'Ariete. Ne inghiottì un sorso anche lui: "Sapete che cosa mi ricorda? Il puzzo della piscia di maiale." Scimmiotto, sul suo trono, pensò che stava diventando difficile reggere il gioco e si disse: "Completiamo lo scherzo in modo che resti bene impresso nella memoria." Alzò la voce: "In nome del Tao, in nome della Via, che cosa credevate? Che i tre puri venissero giù dal cielo apposta per voi? Vi dirò io chi siamo: noi siamo monaci dei grandi Tang di passaggio da queste parti, che in questa bella notte di primavera siamo venuti a curiosare nel vostro pollaio, perché non avevamo niente di meglio da fare. Ci eravamo mangiati le vostre offerte e stavamo facendo quattro chiacchiere in allegria. Ma voi continuavate a prosternarvi e volevate a tutti i costi l'acqua benedetta. Dove potevamo attingerla, se non nelle nostre vesciche?" A questo discorso i preti inferociti corsero a sbarrare la porta, presero forche, scope, tegole, sassi, e si precipitarono in mischia confusa verso l'altare. Scimmiotto prese per mano i compagni, Sabbioso a sinistra e Porcellino a destra, con loro si aprì un passaggio fino alla porta, salì su una nuvola e scomparve in un bagliore luminoso. Un istante dopo erano nella cella del superiore del Monastero delle Profondità della Saggezza e si coricavano zitti zitti per non svegliare il maestro. Presto giunse il terzo quarto della quinta veglia, l'ora dell'udienza mattutina, quando il re riunisce i quattrocento mandarini civili e militari. Dappertutto Brillavano le luci in lanterne di garza, Salivano profumi da preziosi tripodi. Tripitaka si svegliò e chiamò i suoi discepoli: "Devo presentare a corte il mio passaporto." I tre balzarono dal letto, si vestirono e si misero a disposizione del maestro: "Badate che questo monarca obnubilato favorisce il Tao e perseguita i monaci buddisti. Possono nascere difficoltà. Sarà bene che vi accompagniamo per prendere al bisogno le vostre difese." Il monaco cinese, soddisfatto della loro proposta, indossò il suo kasâya di broccato, affidò i documenti a Scimmiotto, la ciotola delle elemosine a Sabbioso e il bastone da pellegrino a Porcellino; bagagli e cavallo restarono affidati alle cure dei religiosi del monastero. Si recarono alla torre delle Cinque Fenici, presentarono i loro rispetti al ciambellano di guardia alla Porta Gialla e diedero nomi, provenienza e motivo della visita. L'ufficiale entrò nella sala d'udienza, si prosternò davanti ai gradini d'oro e fece sapere: "Ci sono fuori quattro bonzi, che si dicono in cerca delle scritture del Paradiso dell'Ovest per conto dei grandi Tang delle terre dell'Est. Vorrebbero presentare il passaporto e attendono la vostra decisione sotto la torre delle Cinque Fenici." "Se sono bonzi, li ha portati qui la loro sfortuna" tuonò il re. "Perché i nostri ufficiali non li hanno arrestati e imprigionati?" Il precettore, che si teneva da parte, si fece avanti per osservare: "I grandi Tang delle terre dell'Est regnano sul vasto e fiorito Paese di Mezzo, un impero che occupa tutto il continente meridionale. I monaci stessi devono disporre di poteri non piccoli, per avventurarsi su distanze di diecine di migliaia di li, lungo strade infestate da esseri malefici. Imploro vostra maestà di considerare che vengono dalla Cina, e pertanto di riceverli, vistare i documenti e lasciarli ripartire, perché le nostre relazioni diplomatiche non ne abbiano a soffrire." Il re accondiscese e ordinò che si presentassero nella sala delle Campanelle d'Oro. Maestro e discepoli si schierarono ai piedi dei gradini del trono per presentare rispettosamente il passaporto a sua maestà. Mentre il re spiegava il documento per leggerlo, l'ufficiale della Porta Gialla annunciò l'arrivo dei tre maestri. Il re abbandonò le carte, scese dal trono, fece disporre cuscini ricamati per i nuovi venuti e si avanzò ad accoglierli piegando il dorso. Tripitaka e i suoi videro gli eminenti immortali farsi avanti senza tante cerimonie, come se fossero in casa propria, dandosi un'aria di importanza e facendosi seguire da paggetti coronati da una voluminosa pettinatura. Al re non dissero nulla; fu lui a rivolgersi loro: "Maestri di Stato, siete stati gentili a onorarci con una visita non preannunziata." "Siamo qui per affari di gran momento. Chi sono quei quattro bonzi?" "Sono inviati dei grandi Tang e sono venuti a presentare il loro passaporto." I tre taoisti scoppiarono a ridere e batterono le mani: "A meraviglia, eccoli qua! Pensavamo che fossero già fuggiti." "Che volete dire, maestri?" si inquietò il re. "Quando mi sono stati annunciati, avevo pensato di farli arrestare per consegnarli a voi; ma il precettore mi ha fatto giustamente notare che le relazioni diplomatiche con la Cina esigono di riceverli e verificare i documenti. A questo punto siete arrivati voi: vi hanno per caso offeso, o si sono resi colpevoli in qualunque modo?" "Vedo che vostra maestà non è al corrente" rispose uno degli immortali sorridendo a denti stretti. "Ieri, appena arrivati, hanno ucciso due dei nostri discepoli, liberato cinquecento monaci prigionieri e fracassato il carro che spingevano. Poi, nel cuore della notte, sono penetrati abusivamente nel nostro tempio, hanno fatto scomparire le sacre immagini dei tre puri e hanno divorato le offerte, dono di vostra maestà. Sono arrivati a farsi credere divinità celesti scese sulla terra; e poiché chiedevamo acqua benedetta ed elisir al fine di prolungare la vita di vostra maestà, ci hanno dato in cambio quello che si fa nel 'bisogno piccolo'. Quando abbiamo assaggiato abbiamo capito tutto e stavamo per prenderli; ma sono fuggiti. E ora eccoli qua. È proprio il caso di dirlo: stretta è la via in cui incontri il tuo nemico!" Il re, in un trasporto d'ira, ordinò di giustiziarli tutti e quattro. Ma il grande santo giunse le mani e prese la parola con voce tonante: "Voglia vostra maestà sospendere un momento il corso della sua folgorante indignazione, per dare modo ai monaci di spiegarsi." "Avete aggredito i Maestri di Stato. Non vorrete mettere in discussione la loro testimonianza, per caso!" "Pretendono che abbiamo ucciso due loro discepoli, ma dove sono le prove? E chi di noi precisamente sarebbe il colpevole? Se anche fosse, dovrebbero essere punite non più di due persone, mentre le altre due dovrebbero essere lasciate libere. Per il carro fracassato e i prigionieri liberati, anche qui mancano le prove, e oltretutto non sarebbe un delitto da pena capitale. Quanto al preteso scandalo nel tempio, io dico che è diffamazione pura e semplice." "Come, diffamazione?" "Scusate, noi siamo dell'Est, mai venuti prima d'ora nel vostro paese. Non conosciamo nemmeno le strade e le piazze della città; come potremmo sapere che cosa fa questa gente nel suo tempio, nel cuore della notte? E se fossimo andati lì a fare, come dicono loro, il 'bisogno piccolo', perché non ci hanno arrestato subito e vengono a raccontarlo solo adesso? Di impostori, in questo basso mondo, ce ne sono tanti. Perché se la prendono con noi? Come vedete, maestà, non è il caso di lasciarsi prendere da una collera impulsiva, ma occorre un attento esame." Dopo questa arringa dell'avvocato Scimmiotto il re, testa confusa per natura, non sapeva più che pesci pigliare. Mentre era in preda ai dubbi, ricomparve l'ufficiale della Porta Gialla ad annunciare: "Vostra maestà, numerosi capi-villaggio attendono di essere ricevuti." Quando gli anziani furono entrati, in numero di quaranta, si prosternarono ed esposero: "Vostra maestà, questa è una primavera senza piogge. Se la siccità continua anche nei mesi estivi, come ci si può aspettare, ci troveremo di nuovo in grandi difficoltà con i rifornimenti alimentari. Siamo venuti a supplicarvi di chiedere ai Maestri di Stato di far cadere la pioggia indispensabile ai bisogni della popolazione." "Potete senz'altro far conto sulla pioggia, anziani. Ritiratevi pure." I capi-villaggio ringraziarono e uscirono. "Sapete voi, monaci della corte dei Tang" disse il re, "perché rispetto il Tao e sono ostile alla comunità del Buddha? Perché quando avevamo bisogno di pioggia, i miei monaci buddisti non furono capaci di farne cadere neppure una goccia. Per fortuna il Cielo ci donò questi Maestri di Stato che ci soccorsero nelle nostre afflizioni. Voi meritereste di essere castigati senza indugio per averli offesi, anche se venite di lontano. Ma dal momento che il giudizio è momentaneamente sospeso, mi chiedo se osereste misurarvi con loro nell'invocare la pioggia. Se foste capaci di ottenere un'adeguata quantità di acqua, vi concederei l'amnistia, vi restituirei il passaporto e vi autorizzerei a proseguire il vostro viaggio. Ma attenzione: se non ne sarete capaci, verrete portati sulla pubblica piazza per essere giustiziati." "L'umile monaco che sono si intende un po' anche di queste cose" rispose Scimmiotto con un sorriso sornione. Il re ordinò dunque di preparare la piazza delle cerimonie e di attaccare i cavalli al suo carro: "Verremo di persona ad assistere allo spettacolo dalla Torre delle Cinque Fenici." E si andò a sedere in cima alla torre, accompagnato dal suo seguito. I tre taoisti gli tennero compagnia, mentre Tripitaka restava ai piedi della torre con i discepoli. Dopo poco giunse galoppando a briglia sciolta un ufficiale e annunciò: "Tutto è pronto per la cerimonia. Preghiamo le vostre santità di ascendere all'altare." L'eminente immortale Potenza della Tigre si congedò dal re inchinandosi e giungendo le mani, e scese ai piedi della torre. Ma Scimmiotto si fece avanti e gli sbarrò la strada: "Dove andate, maestro?" "Salgo all'altare per invocare la pioggia." "Non si può dire che esageriate con le cortesie; non ci lasciate nemmeno la precedenza, benché siamo ospiti che vengono da lontano. Non importa. Come si dice: drago che vola non schiaccia serpe che striscia. Ma se volete incominciare voi, dovete prima dichiarare il vostro programma." "Quale programma?" "Scusate tanto: invocheremo la pioggia noi e voi. Come si farà a sapere se cadrà la vostra pioggia oppure la nostra?" Il re, che ascoltava dall'alto della torre, approvava dentro di sé: "Il giovane bonzo sa quel che dice." Sabbioso se la rideva: "E non avete ancora visto il bello!" "È proprio inutile" replicò l'immortale. "Sua maestà si renderà conto da solo." "Sarà vero, ma io vengo di lontano e non vi conosco. Se al momento buono ci fosse da ridire, chi ci guadagnerebbe? Prima di mettervi al lavoro, precisate che cosa intendete fare." "Quando salirò all'altare, basterà guardarmi: quando batterò un colpo sulla mia tavoletta: tac! si alzerà il vento. Al secondo colpo compariranno le nuvole; al terzo tuonerà; al quarto cadrà la pioggia; al quinto ritornerà il bel tempo." "Mica male!" sogghignò Scimmiotto. "Noialtri non si è mai visto niente di simile. Incominciamo!" L'eminente immortale avanzò a gran passi fino ai piedi dell'altare, seguito da Tripitaka e dagli altri. Bisognava alzare il capo per guardarlo, perché era collocato su una terrazza alta almeno tre tese, circondata da ventotto stendardi su pali piantati a terra, simboli delle ventotto case. In cima vi era un tavolo, che reggeva un brucia profumi da cui saliva una voluta di fumo d'incenso ed era fiancheggiato da due candelabri le cui fiamme ardevano vivaci nel vento. Al brucia profumi era appoggiata una tavoletta che recava il nome del duca del tuono. A terra erano allineate cinque grandi giare piene d'acqua pura; in ciascuna galleggiava un ramo di salice, e su ogni ramo una placca metallica recava un talismano con il nome di uno dei direttori del Dipartimento celeste Tuoni e Fulmini. Cinque pali piantati intorno recavano cartelli con i nomi degli incaricati del tuono dei cinque orienti; accanto a ogni palo stavano due preti taoisti, pronti a battere i loro martelli di ferro. Sotto la terrazza c'era un gran numero di daoshi intenti a scrivere; in mezzo a loro era collocato un fornello per bruciare la carta e si ammucchiavano molti personaggi in carta o seta: messaggeri, portatori di talismani, geni locali e divinità protettrici. L'eminente immortale arrivò con passo deciso, salì la scalinata e giunse sulla terrazza. Un giovane accolito gli tese fogli di carta gialla con formule di incantesimi e una spada sacra, che l'immortale levò in alto mentre recitava le formule. Bruciò un foglio alla fiamma della candela, e in basso due o tre preti, a loro volta, diedero fuoco a un'immagine di messaggero e a un documento. Tac! Si udì il primo colpo battuto sulla tavoletta e incominciò a levarsi la brezza. "Porca miseria" borbottò Porcellino. "Sono professionisti: il vento soffia sul serio." "Sta zitto, fratellino" bisbigliò Scimmiotto, "e occupati della sicurezza del maestro; io ho da fare." Quel grande santo! Si strappò un pelo e lo trasformò in un falso Scimmiotto, per restare in apparenza accanto al monaco cinese. Ma intanto si slanciò nello spazio e si mise a gridare: "Ehi, chi si occupa del vento qui?" La madre del vento, tutta spaventata, lo venne a salutare stringendosi sulla pancia il suo otre, accompagnata dal figlio che tirava i cordoni dell'imboccatura. "Sto proteggendo il monaco cinese" spiegò Scimmiotto, "e ho dovuto mettermi in competizione con certi taoisti che fanno piovere. Bell'aiuto che mi dài! A quanto pare stai dalla loro parte. Ti perdóno, ma solo a patto che metta via tutti i tuoi spifferi. Lascia che senta ancora un alito da far tremare un solo pelo della barba di quei taoisti, e ti do venti randellate delle mie." "Mi guarderò bene! Mi guarderò bene!" diceva la vecchia. Perciò il vento smise di soffiare. Porcellino si mise a strillare: "Il colpo lo abbiamo sentito, ma dov'è il vento? Scendi giù, maestro, hai perso il turno. Adesso tocca a noi." Il prete bruciò un talismano, riprese la sua tavoletta e tac! batté il secondo colpo. Il cielo si coprì di nuvole. Scimmiotto gridò: "Chi provvede alle nuvole, quassù?" Vennero avanti spaventati, inchinandosi, il ragazzo Pussanubi e il signor Spandinebbia. Scimmiotto, a modo suo, spiegò anche a loro la situazione e le nuvole scomparvero: cielo blu immacolato su mille li. "Secondo colpo, ma niente nuvole" sghignazzava Porcellino. "Bel bugiardo, quel maestro! Non ha nessun potere, sa solo imbrogliare il suo sovrano e riempire di frottole la testa della gente." Il taoista stava sulle spine: appoggiò la spada sul tavolo, si sciolse i capelli, recitò uno scongiuro, bruciò un incantesimo e batté il terzo colpo sulla tavoletta. Dal portale sud del Cielo corse Deng con il duca del tuono e la madre del fulmine; si imbatterono in Scimmiotto e lo salutarono educatamente. Questi ricominciò le sue spiegazioni e chiese: "Che furia avete? A quali ordini ubbidite?" "Quel taoista segue la procedura corretta, quella dei cinque fulmini. Ha inviato la supplica, bruciato il talismano, sollecitato l'Imperatore di Giada; questi ha emanato il decreto e lo ha trasmesso alla residenza del venerabile celeste universale del Colpo di Tuono Primordiale, nel nono cielo. A questo punto, ci è pervenuto l'ordine di contribuire con tuoni e fulmini." "Date le circostanze, vi prego, aspettate un momento e lasciatemi fare" propose Scimmiotto. In effetti non si ebbero né tuoni né fulmini. L'eminente immortale si sentiva prendere dal panico. Aggiunse incenso, recitò altri scongiuri, bruciò altri incantesimi e batté il quarto colpo sulla tavoletta. Arrivarono di corsa i draghi dei quattro mari e Scimmiotto si fece loro incontro per intercettarli, gridando: "Aoguang, dove vai?" Aoguang, Aoqin, Aoshun e Aojun lo vennero a salutare. Scimmiotto raccontò tutto daccapo, aggiungendo: "L'altro giorno avete fatto del vostro meglio, ma non è servito a molto. Spero che questa volta mi aiuterete davvero." "Ai vostri ordini" risposero i re draghi. Scimmiotto approfittò per dire ad Aojun: "A proposito, grazie ancora per l'intervento di vostro figlio, che ha salvato il mio maestro da quella creatura malefica." "Quel tipaccio è ancora incatenato in fondo al mare. Non oso disporne a mio arbitrio. Volevo appunto pregarvi di pronunciare il verdetto." "Il verdetto è che facciate voi come vi pare. Adesso ho bisogno di una spintarella per vincere questa gara. Il taoista ha già colpito quattro volte la tavoletta e non ha ottenuto niente. Adesso tocca a me; ma io non sono pratico di queste procedure: suppliche, fogli da bruciare, tavolette da battere eccetera. Mi dovreste aiutare alla buona." "Nessuno oserebbe disobbedire ai vostri ordini, grande santo" rispose il signore celeste Deng; "e d'altronde abbiamo qui tutto il necessario. Ma ci dovrete dare un segnale perché interveniamo al momento giusto; se pioggia e fulmini venissero fuori tempo, voi non fareste una bella figura." "Giusto; userò il mio randello." "Signore!" esclamò allarmatissimo il duca del tuono. "Quel randello è molto pericoloso!" "Ma no, che cosa avete capito? Non ve lo batterò in testa, il randello, ma lo punterò verso l'alto. La prima volta per chiedere vento." "D'accordo" risposero la madre del vento e il figliolo. "Avrete tutto il vento che vorrete." "La seconda volta mi servirà che si stendano le nubi." "E noi le stenderemo" dissero Pussanubi e Spandinebbia. "La terza volta si devono vedere i fulmini e sentire i tuoni." "Ma certo, si capisce" confermarono il duca del tuono e la madre del fulmine. "La quarta volta, acqua in quantità." "Agli ordini" assicurarono i draghi. "E quando punterò il randello per la quinta volta voglio un bel cielo pulito con il sole che brilla come nuovo. Attenzione, niente sbagli!" Date le sue istruzioni, Scimmiotto ritornò giù, riprese il posto e ricuperò il suo pelo. Nessuno si era reso conto della sostituzione. Si fece dunque avanti e dichiarò con voce chiara e forte: "Avete battuto quattro volte la vostra tavoletta; battere la quinta volta per far cessare una pioggia che non è mai caduta, sarebbe proprio superfluo. Prego, maestro: ora tocca a noi." Il daoshi non poteva fare altro che scendere dall'altare, e si incamminò verso la torre del re con la faccia contratta dalla rabbia. "Aspettate" disse Scimmiotto. "Lo seguo per sentire che cosa dice." Il re diceva: "Siamo stati attenti: i quattro colpi sulla tavoletta li abbiamo sentiti benissimo. Come mai non è successo nulla?" "Ma è chiaro: oggi i draghi non erano in casa" spiegò il daoshi. "Maestà" intervenne Scimmiotto a voce alta, "i draghi erano in casa, eccome! Ma il metodo del vostro maestro non è adatto per convocarli. Lasciate fare a un monaco del Buddha e sentirete un'altra musica." "Salite dunque all'altare. Quella pioggia ci serve" rispose il re. Scimmiotto si precipitò verso l'altare e, passando, agganciò Tripitaka: "Maestro, salite con me." "Ma io non m'intendo di stregonerie." "State attenti che vi tengono d'occhio" disse Porcellino, tanto per tenerli allegri. "Se continua a non piovere, finirete sul rogo; e quando vi daranno fuoco avrete il fatto vostro." "Lo so che non v'intendete di queste cose, ma nel recitare sutra fate pur sempre la vostra figura. Al resto penserò io" promise Scimmiotto. Il reverendo si lasciò convincere a salire all'altare. Arrivato in cima si sedette in posa solenne e recitò dentro di sé il sutra del Cuore. Mentre era in atteggiamento di meditazione, sopraggiunse un ufficiale al galoppo per chiedere: "Come mai questo bonzo non brucia talismani e non batte tavolette?" "Perché non serve a niente" rispose Scimmiotto. "Noi preghiamo a modo nostro e, come vedete, senza fare tanto rumore." L'ufficiale se ne andò a fare rapporto. Quando Scimmiotto comprese che il suo maestro aveva completato la recitazione, si tolse l'ago da dietro l'orecchia e lo ingrandì. Quando lo puntò verso il cielo la vecchia del vento, con l'aiuto del figlio che slacciava il cordone, diede via libera al contenuto del suo otre. Si sentì fischiare e sibilare: in città, le tegole volavano via dai tetti, i mattoni cadevano, le pietre rotolavano in turbini di polvere. Che vento! Non era una cosa ordinaria: eccolo qua. Spezza rami di salice, strappa i fiori, rovescia gli alberi. Crolla il muro della Sala dei Nove Spessori, tremano travi e pilastri della Torre delle Cinque Fenici. La sabbia mette le ali, il sole non brilla più. Davanti alla sala dello stato maggiore gli ufficiali si mettono in allarme, i mandarini dell'ufficio archivi si spaventano. Le signore dei tre palazzi sbagliano a disegnarsi le sopracciglia, non riescono più a tirare una riga diritta. Le concubine delle sei corti sono tutte spettinate: vanno in giro come streghe. Gli alti dignitari perdono le ghiande d'oro del berretto; le ali della cuffia del primo ministro sembrano una cicogna che prenda il volo. Il re sul trono non osa proseguire la conversazione; il ciambellano tiene in mano una supplica, ma non sa più dove metterla. Le fila si scompongono, i paraventi volano via, porte e finestre si rompono. Le tegole della Sala delle Campanelle d'oro mettono le ali come uccellini, la porta della Sala della Nube di Broccato è sfondata. Una bufera così tremenda da separare padre e figlio nello stesso palazzo, e da svuotare strade e piazze: ciascuno cerca riparo e si chiude in casa. Scimmiotto agitò la sua sbarra cerchiata d'oro e la puntò per la seconda volta verso il cielo. Guardate: Pussanubi dispiega la sua magia e nasconde il cielo con tali masse nere che si direbbero pesanti rocce. Spandinebbia esercita il suo potere e copre la terra di una fitta nebbia. I tre mercati sono immersi nell'oscurità, lungo i tre viali non si vede a un palmo dal naso. La terra piomba nel caos originario. Scompare nella nebbia anche l'ingresso della Torre delle Fenici. In mezzo a quelle nuvole in cielo e sulla terra, che rendevano ogni cosa indistinta, Scimmiotto puntò la sua sbarra per la terza volta. Il duca del tuono scese dal cielo fumante di rabbia, cavalcando a rovescio la sua bestia di fuoco. La madre del fulmine uscì in furia dal suo palazzo stellare, stringendo in mano serpenti d'oro. Il tuono rimbombante scuoteva il Monte della Forca di Ferro; zebrature scarlatte di seta scintillante illuminavano l'oceano orientale. Sordo rotolare di pesanti carri, schiocchi improvvisi di alti alberi che si schiantano. La natura è ravvivata dall'esplosione di mille boccioli e dal brulicare di mille insetti. Re e cortigiani sono basiti dallo spavento in questo grande baccano, che tappa la bocca persino ai positivi e disincantati mercanti. Il tuono rombava da spaccare la terra e da rovesciare la montagna. Tutti in città erano terrorizzati: non c'era casolare in cui non si bruciassero incenso e carta moneta. "Vecchio Deng" gridava Scimmiotto a squarciagola, "giacché siamo in ballo, scovami tutti i mandarini corrotti e i figli empi, ma tutti senza sbagliare, e bruciali con i tuoi fulmini!" Il tuono ruggiva ancora più forte. A questo punto Scimmiotto puntò la sua sbarra per la quarta volta. La pioggia invade l'universo come se il fiume del cielo avesse rotto gli argini, le nubi si rovesciano come se avessero ceduto le dighe. Scrosci sui tetti, finestre lavate; le strade sono invase da onde spumeggianti. È un diluvio di giare rovesciate, un ribollire di catinelle gettate. Nei villaggi fuori mano, l'acqua sale dentro le case; i fiumi sfiorano i ponti. I flutti invadono la terraferma, i campi si trasformano in immensi stagni da cui sbucano le cime dei gelsi. Si direbbe che i draghi diano manforte rovesciando giù tutto il gran fiume Yangzi. La pioggia cadde a torrenti fino a mezzogiorno; borghi e sobborghi della città ne furono inondati e sommersi. Il re fece conoscere la sua volontà: "Ora basta, o saranno più i danni dei vantaggi." L'ufficiale di fazione ai piedi della torre spronò il cavallo sfidando la pioggia e venne ad annunciare: "Santo monaco, la pioggia può bastare." Allora Scimmiotto levò per la quinta volta la sua sbarra: tuoni e vento cessarono, smise di piovere e in attimo scomparve ogni nube. Il re era tutto contento; gli ufficiali civili e militari dicevano: "Che bravo bonzo! Bisogna pur dirlo: trovi sempre chi è più forte. Fra l'altro, quando erano i nostri Maestri di Stato a fare la pioggia, restava sempre uno strascico di pioggerelle per una buona mezza giornata. Ma questi monaci, che professionalità! Vai con la pioggia! acqua a catinelle. Vai col bel tempo! cielo azzurro per mille li." Il re si fece riportare nella sala d'udienza per vidimare subito il passaporto e autorizzare la partenza del monaco cinese. Aveva appunto il timbro in mano, quando i tre taoisti si fecero avanti a sollevare difficoltà: "Maestà, quella non era pioggia buddista; è tutta da ascrivere a credito del nostro Tao." "Mi avevate detto che i draghi non erano in casa; e invece, quando è stata la volta del monaco, ha pregato per un po' in silenzio e di acqua ne è caduta tanta. Ora come potete contestare il loro merito e appropriarvelo?" "Ma vi pare che i re draghi si potessero permettere di non venire, dopo che avevo fatto tutte le pratiche necessarie: inoltrato l'istanza, bruciato l'incantesimo e battuto la tavoletta?" fece presente Potenza della Tigre. "Magari in un primo tempo saranno stati in riunione, e i cinque direttori del Dipartimento Tuoni e Fulmini si saranno trovati fuori stanza. Ma quando hanno ricevuto la mia convocazione si sono affrettati a venire; solo che a questo punto noi eravamo scesi dall'altare ed erano saliti loro. Quel bonzo ha semplicemente beneficiato della buona occasione. A considerare bene le cose, i draghi li ho chiamati io e la pioggia che è caduta è nostra." La mente confusa del re, davanti a queste argomentazioni, piombò di nuovo nell'incertezza. Scimmiotto fece un passo avanti, giunse le mani e suggerì: "Maestà, questi trucchi di magia eterodossa non vanno a credito di nessuno, né loro né nostro. La pioggia l'hanno fatta i draghi, e sono ancora là per aria: io non ho dato loro licenza di andarsene, e da soli non se la prenderebbero di certo. Se i vostri Maestri di Stato sono capaci di farceli vedere, cediamo loro il merito dell'operazione." "Ho regnato ventitré anni senza mai vedere un drago" disse il re con occhi sognanti. "Bonzi o preti, vedete voi: dovete assolutamente usare i vostri poteri per mostrarmene uno. Chi ci riesce avrà tutto il merito, e chi non ci riesce tutta la colpa." Evocare draghi non rientrava nel mestiere del prete taoista; e, se anche fosse stato, i quattro Ao non avrebbero certo osato comparire davanti al grande santo senza sua richiesta. "Va oltre i nostri poteri" ammise il daoshi. "Fate voi." Il grande santo si rivolse al cielo e con voce forte chiamò: "Dove sei, Aoguang? Vieni un po' a farti vedere con i tuoi fratelli!" I re draghi subito ubbidirono: ed ecco alti nel cielo quattro imponenti draghi, che avvolgevano le loro spire fra le nuvole in un impressionante balletto aereo, e si dirigevano verso la Sala delle Campanelle d'Oro. Con figure sempre nuove e mutevoli si slanciano, si attorcono, si srotolano maestosi fra brume e nubi. Scintillano i loro candidi artigli di giada, giocano coi riflessi come mutevoli specchi le loro argentee scaglie. I lunghi mustacchi esprimono vigore, le corna si drizzano fieramente. I grandi occhi tondi brillano sotto la fronte altera. Appaiono e scompaiono a loro piacimento. Se volete pioggia, ve la portano; se bel tempo, la pioggia subito cessa. La santa e vera immagine del drago circonda il palazzo di un'aura di buon augurio. Mentre il re bruciava incenso, i suoi ministri si prosternarono. "Vi ringrazio di esservi presi il disturbo di farvi vedere" dichiarò il re. "Rientrate pure a casa vostra, prego; uno dei prossimi giorni faremo una cerimonia di ringraziamento." "Care divinità, potete andarvene. Il re, qui, dice che vi testimonierà la sua riconoscenza un'altra volta" confermò Scimmiotto. I re draghi se ne tornarono nei loro mari, mentre gli altri dèi rincasavano in Cielo. È il caso di ricordare: La vera legge, infinito mistero, Rompe tutte le porte secondarie. Se poi non sapete, in fin dei conti, come venne sconfitta la perversità, ascoltate il prossimo capitolo. 第046回 GARE DI MAGIA · DOVE IL TAO ETERODOSSO SOTTOPONE LA GIUSTA LEGGE A DURA PROVA DI FORZA E LA SCIMMIA DELLO SPIRITO, MANIFESTANDO LA PROPRIA SANTITÀ, SCHIACCIA LA PERVERSITÀ. Dopo avere constatato de visu i poteri di Scimmiotto e la sua capacità di evocare draghi, come si è narrato, il re si apprestava ad apporre il suo sigillo ai documenti di viaggio dei pellegrini, per lasciarli proseguire sulla strada dell'Ovest. I tre taoisti erano tanto abbattuti che erano rimasti prostrati ai piedi dei gradini. Il re scese dal trono a sollevarli con le proprie mani e chiese loro: "Cari maestri di stato, perché vi abbandonate a segni di rispetto così eccessivi?" "Maestà, noi venimmo in questa città per sostenerne i sacri altari, proteggere il paese e portare la pace al popolo. Oggi vent'anni di dure fatiche sono stati distrutti dalla potenza della legge manipolata da questi bonzi. Ci hanno rovinato la reputazione. Per un disgraziato acquazzone voi perdonate i loro omicidi: fate ormai ben poco caso alle nostre persone. Noi speriamo che vostra maestà vorrà trattenere i loro passaporti e ci permetterà di ingaggiare con loro un'altra gara: vedrete i risultati!" "Che genere di gara, maestri?" chiese il re, infilandosi i documenti nella manica; era davvero poco intelligente e dava sempre ragione all'ultimo che parlava. "Propongo di giocarci una partita di meditazione" rispose l'eminente immortale Potenza della Tigre. "Siete fuori strada, maestro" obiettò il re. "Dovrebbe essere la specialità dei bonzi. Questi poi ne avranno certo approfondito tutti i segreti, prima di ricevere l'incarico imperiale di andare in cerca delle scritture. Perché sfidarli sul loro terreno?" "Loro sanno soltanto mettersi seduti. La meditazione che intendo io si chiama manifestare la santità su una scala di nuvole." "E come si manifesta la santità su una scala di nuvole?" "Si preparano pedane di meditazione, ciascuna formata da cento tavoli impilati uno sull'altro. Per salire, è vietato usare scale o aiutarsi con le mani; e bisogna restare immobili là in cima per un numero di ore prestabilito." Il re si rese conto che l'operazione non era poi tanto facile, e chiese ai bonzi: "I nostri maestri di stato vorrebbero giocare una partita di meditazione sulla scala di nuvole. Chi di voi ne è capace?" Poiché Scimmiotto stava zitto, Porcellino gli domandò: "Fratello, perché non parli?" "Ti confesso, fratellino, che mi troverei a mio agio nel fare tante cose: gettare a calci il cielo in fondo a un pozzo, sollevare mari, invertire il corso dei fiumi, spostare montagne, far scomparire la luna, giocare con le costellazioni. Non mi spaventerebbe nemmeno giocare a decapitarsi o sbudellarsi. Ma non mi parlare di restare seduto e fermo: potrei solo perdere. Dove la troverei la pazienza di star fermo? Anche se tu mi incatenassi a una colonna di ferro, troverei il modo di arrampicarmici. Non sopporterei mai di restare fermo senza far niente." Tripitaka osservò: "Io sono capace di restare seduto in meditazione." "Magnifico!" esclamò il Novizio. "Quanto potete resistere?" "Ho imparato quest'arte da ragazzo, da un maestro di meditazione girovago: se ci si concentra bene, si può restare seduti due o tre anni." "Se faceste una meditazione così lunga, tanto varrebbe rinunciare al nostro viaggio. Cinque o sei ore bastano e avanzano." "Va bene. Però non saprei come salire sulla pedana, caro discepolo." "A quello penso io. Voi fatevi avanti e accettate la sfida." Il reverendo fece un passo avanti giungendo le mani davanti al petto: "L'umile monaco che sono è capace di sedersi in meditazione." Il re ordinò di innalzare le pedane. Quello stato aveva davvero una potenza da rovesciare le montagne: in meno di un'ora le due strutture si drizzavano nella Sala delle Campanelle d'Oro, a destra e a sinistra del trono. L'eminente immortale Potenza della Tigre fece scaturire un cuscino di nuvole sotto i suoi piedi, salì diritto fino alla cima della pedana ovest e vi si sedette. Scimmiotto lasciò al suo posto una falsa immagine, fatta con un pelo trasformato, prese la forma di una nuvoletta colorata e portò Tripitaka in cima alla pedana est. Poi si trasformò in un insetto, volò nell'orecchio di Porcellino e bisbigliò: "Tu osserva il maestro, e ricordati che è inutile cercare di attaccar discorso con il mio sostituto." "Va bene, ho capito" rispose in un soffio il bestione. Potenza del Cervo, che se ne stava seduto su un cuscino ricamato, osservò per un bel pezzo i due contendenti che se ne stavano appollaiati lassù senza muoversi. A un tratto gli venne l'idea di dare una mano al suo condiscepolo: si strappò un capello dietro la nuca, ne fece una pallina e la lanciò con un colpo di pollice sulla testa del monaco cinese. La cosa si trasformò in una grossa cimice, che punse e incominciò a succhiare; al tormento successe il dolore. Ora, quando si medita, non si possono muovere le mani: il più piccolo movimento equivale a confessarsi perdente. Ma il prurito diventava intollerabile: il reverendo incassò la testa nelle spalle, cercando di strofinare la nuca contro il bordo del colletto. "Va male!" osservò Porcellino. "Al maestro succede qualcosa che non capisco." "Gli sarà venuto il mal di testa" ipotizzò Sabbioso. "Il nostro maestro è una persona onesta" intervenne Scimmiotto. "Se dice che sa meditare, è certo vero. Uno come lui non racconta balle. State zitti che vado a dare un'occhiata." Il bravo Novizio andò a ronzare intorno alla testa di Tripitaka e vide che ci aveva messo radici una cimice grossa come una fava; la tolse via e massaggiò il morso. Il reverendo, sollevato, riprese la sua postura diritta e solenne. "Sulla testa rasata dei monaci non può trovare riparo nemmeno il pidocchietto più piccolo" almanaccava Scimmiotto. "Da dove può essere venuta la cimice? Scommetto che è stato il daoshi a ricorrere a mezzi sleali. Se è quello che cerca, vediamo chi se la cava meglio." Si trasformò in una scolopendra lunga sette pollici, si infilò dentro una narice del taoista e pizzicò forte. Il malcapitato diede un sobbalzo e cadde rovinosamente al suolo; si sarebbe rotto l'osso del collo, se i soldati della guardia non lo avessero preso al volo. Il re, tutto allarmato, lo fece trasportare dal grande precettore di servizio nell'edificio dello Splendore delle Lettere, perché venisse lavato e pettinato. Scimmiotto intanto riprese forma di nuvoletta per riportare al pianterreno il suo maestro, che venne proclamato vincitore. Il re aveva giusto ripreso in mano il passaporto, quando l'eminente immortale Potenza del Cervo osservò: "Vedete, maestà, il fatto è che il mio confratello soffre di un male cronico che gli provoca capogiri: mentre era lassù, esposto al vento divino, una crisi l'ha fatto cadere. La vittoria del bonzo è dovuta solo al caso. Lasciate che lo sfidiamo a una partita al gioco di indovinelli dentro il legno." "Di quale gioco si tratta?" "Il vostro umile servitore del Tao sa indovinare che cosa si trova nascosto dentro un contenitore di legno. Vediamo se anche i bonzi ne sono capaci. Se mi vincono, se ne vadano pure. Altrimenti vostra maestà li punirà e laverà l'onta che ci hanno inflitto, perché resti senza macchia il servizio che abbiamo reso al paese per vent'anni." Quel re dalla mente confusa si lasciò convincere dalle parole fallaci e ordinò agli eunuchi di portare un cofano laccato di rosso, in cui la regina avrebbe collocato uno dei suoi tesori. Il cofano venne deposto sui gradini di giada bianca. "Confrontiamo la potenza delle vostre dottrine dalla vostra capacità di indovinare il contenuto del cofano" proclamò il re. "Discepoli miei, come faccio a sapere che cosa c'è lì dentro?" chiese inquieto Tripitaka. Scimmiotto si trasformò in insetto, volò sulla testa di Tripitaka e gli bisbigliò: "Non preoccupatevi, basta guardarci." Che bravo Scimmiotto! Volò lieve sotto il cofano, trovò una fessura nel fondo e scivolò all'interno; c'era un vassoio di lacca rosso cinabro su cui erano distesi abiti di corte: una veste di rappresentanza e una gonna da cerimonia. Li sgualcì, si morse la punta della lingua, vi sputò su un po' di sangue, e ordinò: "Trasformazione!" Gli abiti sontuosi divennero i resti stracciati di un vestituccio dozzinale. Per completare l'opera, prima di uscire, ci pisciò sopra. Quindi volò nell'orecchio del monaco cinese per avvertirlo: "Maestro, dite che è un vecchio vestito da buttare." "Ma parlavano di un tesoro; non si può trattare di stracci." "Date retta. Qualunque cosa dicessero, ciò che serve è indovinare." Il monaco cinese fece un passo avanti, ma prima che aprisse bocca Potenza del Cervo dichiarò: "Parlo prima io. Nel cofano c'è una veste di rappresentanza, su cui sono ricamati gli altari della patria, e una gonna da cerimonia ricamata con i simboli del cielo e della terra." "Non mi risulta" obiettò Tripitaka. "Nel cofano c'è un vecchio vestito a brandelli." "Che insolenza incredibile ha questo bonzo!" si indignò il re. "Si burla del nostro paese, come se fossimo nel regno degli stracci. Arrestatelo!" Le guardie si fecero avanti per impadronirsi di lui. Egli giunse le mani e protestò: "Maestà, aspettate a pronunciarvi di aver aperto il cofano. Se dentro ci fosse un tesoro, sarei colpevole. Ma in caso contrario, non subirei forse un torto?" Il re ordinò di aprire il cofano. L'ufficiale di servizio aprì e ne cavò il vassoio di lacca rossa che reggeva il misero cencio. "Chi ha messo lì dentro quella cosa disgustosa?" urlò il re indignato. "Mio signore" rispose concitata la regina scivolando accanto al trono, "ci avevo messo con le mie mani una veste di rappresentanza e una gonna da cerimonia; non riesco a capire come abbiano potuto tramutarsi in questi rifiuti." "Signora, ritiratevi! Si capisce che quella porcheria non può venire dal palazzo: qui usiamo esclusivamente seta fine. Datemi il cofano: ci metterò io un tesoro e ripeteremo l'esperimento. Questa volta, vedremo!" Il monarca uscì un momento in giardino e colse da un albero una grossa pesca di immortalità; la mise nel cofano e ordinò di riportarlo nella sala per la nuova prova. "Discepolo" mormorò Tripitaka, "si ricomincia." "Va bene" rispose il Novizio; "torno subito." Ripartì ronzando, entrò nel cofano e vide la pesca: non poteva augurarsi di meglio. Riprese la propria forma e si mangiò la pesca con gusto, lasciando al suo posto il nocciolo ripulito. Poi riprese forma di insetto e volò nell'orecchio di Tripitaka: "Maestro, è un nocciolo di pesca." "Non prendermi in giro! Hai visto che rischi ho già corso. Questa volta è ben certo che si tratta di un tesoro; e un nocciolo di frutta, che tesoro sarebbe?" "Se volete indovinare, la verità è questa." Prima che Tripitaka potesse aprir bocca, Potenza dell'Ariete dichiarò: "Hanno la precedenza gli umili servitori del Tao: il contenuto è una pesca di immortalità." "Non pesca, ma nocciolo" obiettò il monaco cinese. "Come sarebbe a dire un nocciolo? La pesca ce l'ho messa con le mie mani!" gridò il re. "Ha indovinato il terzo maestro di stato." "Che dire, maestà; apriamo e vediamo." Il preposto aprì il cofano e tolse il vassoio: altro che pesca! Non restava che il nocciolo ben ripulito. Stupefatto e allarmato, il monarca esclamò: "Maestri, rinunciate a competere con questa gente! La pesca ce l'avevo messa io; chi se la sarà mangiata? Devono avere l'aiuto di dèi o di diavoli; è meglio che se ne vadano." Porcellino commentava sottovoce con Sabbioso: "Questa gente non sa che lunga pratica ha fatto il nostro buon fratello nell'arte di mangiar pesche." Ricomparve nel frattempo Potenza della Tigre, lavato e pettinato. "Maestà" disse, "quel bonzo conosce l'arte di manipolare le cose. Fate riportare il cofano: so io come va risolta questa gara." "Maestro di stato, quale indovinello volete proporre?" "Un conto è manipolare le cose, un altro le persone. Nasconderemo nel cofano uno dei nostri adepti: vi garantisco che dovranno rinunciare ai loro sporchi scherzi." In effetti venne chiuso nel cofano un inserviente taoista, si abbassò il coperchio e lo si riportò davanti al bonzo perché indovinasse per la terza volta che cosa conteneva. "Che noia!" bofonchiava Tripitaka. "Aspettate un momento" disse Scimmiotto. Si intrufolò e trovò il ragazzino. Quello Scimmiotto! Impossibile trovare una persona più accorta, difficile trovarne una più astuta. Prese l'aspetto dell'eminente taoista e chiamò: "Discepolo!" "Maestro, da dove sbucate?" "Sono entrato grazie alla magia che rende invisibili." "Che ordini mi date?" "Il bonzo ti ha visto, sa tutto; e se indovina di nuovo, perderemo definitivamente la gara. Sono venuto per parlarne con te. La cosa migliore sarebbe che ti facessi radere la testa: diremo che qui dentro c'è un monacello buddista." "Come volete, maestro; basta che vinciamo. Se dovessimo perdere ancora, non solo ne andrebbe di mezzo la nostra reputazione, ma a corte chiunque ci mancherebbe di rispetto." "Proprio così" approvò Scimmiotto. "Vieni qui. Dopo la vittoria, sarai ben ricompensato." Trasformò la sua sbarra in un rasoio da tonsura, prese in braccio il ragazzo e gli sussurrò: "Ragazzo mio, devo raderti la testa. Se ti fa male stringi i denti: non devi fare il minimo rumore." In un momento lo rase e raccolse i capelli per nasconderli in un angolo. Poi ripose il rasoio e gli accarezzò la testa lustra: "Figliolo, la testa è da bonzo, ma l'abito non va. Levalo, che te ne darò uno adatto." Il ragazzo portava un vestito di piumino di gru bianco cipolla, orlato di broccato con ricami di fiori e nuvole. Scimmiotto vi soffiò il suo fiato magico, gridò: "Trasformazione!" e lo mutò in una tunica diritta color ocra. Quando il ragazzo l'ebbe indossata, trasformò un pelo in pesce di legno e glielo mise in mano dicendo: "Stammi a sentire: quando sentirai chiamare 'Piccolo taoista!' non ti devi muovere a nessun costo. Quando invece ti chiameranno 'Bonzo!' aprirai il cofano e uscirai, battendo il pesce di legno e recitando un sutra del Buddha. Quali sutra sai?" "Conosco soltanto il classico dei Tre Ufficiali, quello dell'Orsa Maggiore e la Congiura dei Flagelli. Di sutra buddisti non ne conosco." "Sai qualche preghiera al Buddha?" "Emituofo: quello lo sanno tutti." "Va bene, prega il Buddha in quel modo; manca il tempo di insegnarti altre cose. Fa tutto come ti ho detto. Ci rivediamo." Scimmiotto riprese forma d'insetto, uscì e volò sul lobo dell'orecchio di Tripitaka: "Maestro, dovete dire che nel cofano c'è un monaco buddista." "Questa volta vinciamo di sicuro." "Che cosa ve lo fa pensare?" "Nelle scritture i tre gioielli sono il Buddha, la legge e la comunità: dunque anche un monaco è un tesoro." Mentre si scambiavano queste parole, l'eminente immortale Potenza della Tigre dichiarò: "Vostra maestà, questa volta si tratta di un giovane taoista." Ma per quanto chiamasse, nessuno rispondeva. "Io dico invece che è un monaco buddista" affermò Tripitaka giungendo le mani. "Ma certo, dentro il cofano c'è un bel bonzo!" strillò allegro Porcellino. In effetti il ragazzo alzò il coperchio e uscì fuori, ripetendo il nome del Buddha e battendo il pesce di legno. La scena divertì molto i funzionari civili e militari, che fecero un bell'applauso; mentre i tre taoisti restavano senza parola e digrignavano i denti. "E poi venitemi a dire che questi bonzi non hanno l'aiuto di dèi e diavoli! Come è possibile che il ragazzo entri nel cofano taoista ed esca buddista? Mettiamo pure che ci sia entrato un barbiere: questo spiegherebbe la tonsura, ma non l'abito. E prega il Buddha! Ah, maestri di stato, lasciate che vadano lontano da qui!" "Maestà" insisté Potenza della Tigre, "non c'è giocatore di scacchi che non trovi un avversario del suo livello, né capitano che non trovi un nemico in grado di fronteggiarlo. Voglio gareggiare con loro nelle arti marziali che ho appreso da giovane sui monti di Zhongnan." "Di quali arti marziali si tratta?" "Tutti e tre abbiamo poteri soprannaturali. Possiamo farci tagliare la testa e ricuperarla; aprirci il ventre, cavarne le interiora e rimetterle al loro posto come se niente fosse. Ci possiamo inoltre immergere in una caldaia d'olio bollente." "Ma sono tre modi sicuri per morire!" gridò il re allarmato. "Non per noi. Ma dite bene, questa è la gara giusta: non vedo l'ora di incominciare." Scimmiotto, che andava e veniva in forma di insetto per raccogliere informazioni, sentì queste parole, riprese il suo aspetto e rise di gusto: "Che fortuna! Ce l'abbiamo fatta." "Che cos'altro abbiamo fatto, se non trovare tre giochetti da lasciarci la pelle?" replicò Porcellino. "Tu non hai mai voluto capire che cosa so fare io." "Già le tue trasformazioni, fratello, non sono niente male. Vuoi dire che ti intendi anche di queste cose?" "Io?" rispose Scimmiotto. "Io per conversare mi taglio la testa, Per darti le botte mi sego le braccia, Se vado a passeggio mi stacco le gambe, Aperta la pancia, mi arrotolo trippe: La tecnica è simile a quella del cuoco Quand'egli in cucina prepara ravioli. Bagnarsi nell'olio bollente è un piacere: Non ami pulirti in un bel bagno caldo?" Porcellino e Sabbioso ridevano a crepapelle. Scimmiotto si fece avanti: "Maestà, l'umile bonzo che sono sa separarsi dalla propria testa." "E come fai?" "Quand'ero studente un maestro di meditazione mi mostrò come si fanno queste cose. Non sono sicuro che sia un buon metodo, ma mi piacerebbe cogliere l'occasione per metterlo alla prova." "Il giovane bonzo è un bello sventato" replicò il re ridendo. "La decapitazione non è cosa da sperimentare come un nuovo gioco. La testa comanda i sei sensi: quand'è caduta, non c'è più niente da fare." "Maestà" sibilò Potenza della Tigre, "è esattamente quello che mi aspetto da lui." Il re ordinò dunque di rizzare il palco delle esecuzioni capitali sulla piazza del mercato. L'ordine fu immediatamente trasmesso e tremila uomini della Guardia della Foresta di Piume si schierarono davanti alle porte del palazzo. "Bonzo" ordinò il re, "ti tocca andare a farti tagliare la testa per primo." "Una volta tanto mi tocca il primo posto" esclamò allegro Scimmiotto. Poi giunse educatamente le mani e disse: "Scusate, maestro di stato, se ho l'insigne audacia di passarvi avanti." Mentre andava verso la porta, Tripitaka lo trattenne: "Attento, caro discepolo, non è uno scherzo!" "Niente paura, ci si rivede!" rispose Scimmiotto. Il grande santo andò dritto al luogo delle esecuzioni e il carnefice lo prese e lo legò. Gli misero il collo sul ceppo e, non appena si udì il grido: "In guardia!", sibilò la scure e cadde la testa. Il carnefice le diede un calcio e la fece rotolare come un cocomero a trenta o quaranta passi di distanza. Però dal collo non uscì nemmeno una goccia di sangue; e una voce dal ventre gridò: "Torna qui, zucca mia!" Potenza della Tigre, preoccupato dall'evidente competenza dell'avversario, recitò subito un'invocazione a dèi e spiriti dei luoghi e ordinò loro: "Trattenete quella testa finché io non abbia vinto i bonzi; in cambio chiederò al re di costruire un grande tempio al posto della vostra piccola cappella, e di sostituire le vostre vecchie statue di fango con altre di vero bronzo dorato." Le divinità non potevano disubbidire a uno che conosceva il metodo dei cinque tuoni; trattennero perciò la testa di Scimmiotto. Questi aveva un bel gridare: "Dài, testa, non farti aspettare!": sembrava che avesse messo radici, non c'era verso di muoverla. Allora il Novizio si dibatté, strappò le corde che lo legavano e gridò: "Cresci!". Si sentì un colpo di vento e gli si vide spuntare dal collo una testa nuova. Le guardie tremavano, il carnefice non sapeva più dove guardare dalla vergogna. L'ufficiale che sorvegliava la decapitazione corse a riferire: "Maestà, la testa del monaco è stata tagliata, ma ne è subito cresciuta una nuova." "Hai sentito, Sabbioso?" diceva Porcellino. "Chi avrebbe mai detto che nostro fratello avesse anche questo trucco nel suo sacco." "Uno che sa fare settantadue trasformazioni, sarà come se avesse settantadue teste" opinò Sabbioso. Intanto giunse Scimmiotto di ritorno. "Hai sofferto molto, caro discepolo?" chiese Tripitaka. "No, per niente; mi sono abbastanza divertito." "Fratello, non hai bisogno di una pomata per lenire il taglio della scure?" s'informò Porcellino. "Non ho tagli; senti, tocca qui." Il bestione tastò e sgranò gli occhi per la meraviglia: "Fantastico! È ricresciuta come se niente fosse, non c'è nemmeno una cicatrice." Mentre i discepoli davano libero corso alla loro gioia, il re li chiamò per rendere loro i documenti: "Ecco qua, i vostri reati sono amnistiati, filate via per favore!" "Certo, riprenderemo il nostro passaporto e ce ne andremo" rispose Scimmiotto. "Ma prima il maestro di stato deve farsi tagliare la testa anche lui: del resto, è un'esperienza che gli raccomando." "Eminente maestro" disse il re, "il bonzo insiste perché si vada sino in fondo. Fate la vostra parte, ma per piacere non mi procurate spaventi." Potenza della Tigre si dovette adeguare: fu preso, legato dal carnefice, gettato a terra e decapitato, e la sua testa rotolò a trenta passi. Nemmeno dal suo collo sgorgò sangue, e si udì la sua voce gridare: "Testa, ritorna!" Scimmiotto si strappò subito un pelo, vi soffiò sopra il suo fiato magico e lo trasformò in un cane giallo, che si precipitò sul palco, afferrò la testa del taoista fra i denti, corse al fossato delle mura e ve la fece cadere. L'eminente immortale aveva un bel chiamare, la testa non ritornava, e lui non sapeva farsene crescere un'altra come aveva fatto Scimmiotto. Dopo un po' il collo si gonfiò e arrossò, mostrando che stava per sanguinare. Poveretto, qui la scienza di convocare venti e pioggia non era di nessun aiuto! Come competere con un vero immortale in attesa del giusto frutto? Dopo un momento il suo corpo si afflosciò nella polvere. E allora che cosa vide la folla assiepata? Una tigre di pelo giallo, decapitata. L'ufficiale di sorveglianza tornò a riferire: "Maestà, il primo maestro di stato ha subito la decapitazione, non ha saputo farsi crescere un'altra testa ed è morto: è una tigre di pelo giallo, senza testa." A questa notizia il monarca impallidì dallo spavento e fissò i due maestri taoisti rimasti. "Evidentemente era scritto che il mio condiscepolo dovesse perdere la vita" dichiarò Potenza del Cervo. "Ma come potete immaginare che si trattasse di una tigre? Dev'essere un brutto scherzo del bonzo, che avrà usato la magia per fargli assumere un aspetto di belva. Non si può certo perdonargli la mancanza di rispetto. Voglio assolutamente continuare la gara: ventre aperto ed estrazione dei visceri." Il re si rinfrancò un poco e chiamò Scimmiotto: "Ehi, bonzo, il secondo maestro di stato vuole continuare la gara con te." "Ne sono molto contento" rispose il Novizio. "Io non mangio mai piatti cucinati, ma l'altro giorno ho ceduto alle insistenze di un donatore e ho mangiato troppo. Perciò mi è venuto mal di pancia; magari avrò i vermi. Volevo appunto chiedere in prestito un coltello a vostra maestà per aprirmi il ventre e darmi una sistemata alle budella, prima di rimettermi in viaggio." "Portateli sul palco delle esecuzioni" si affrettò a ordinare il re inorridito. Le guardie afferrarono Scimmiotto, che si divincolò: "Giù le mani, ci vado con le mie gambe. Pongo una condizione: non dovete legarmi le mani, perché mi servono per lavarmi e spazzolarmi le trippe." "Lasciategli libere le mani" ordinò il monarca. Il Novizio marciò fieramente fino al palco, si appoggiò al palo e si denudò il ventre. Il carnefice lo legò alla vita e alle gambe e, con un coltello dalla lama a orecchio di vitello, gli praticò una larga incisione. Scimmiotto ne cavò i visceri con le sue mani, li esaminò accuratamente, una sezione dopo l'altra, e li rimise a posto. Poi si curvò in avanti, prese i lembi del taglio, vi soffiò sopra il suo fiato magico e gridò: "Cresci!" Subito l'addome riprese il suo normale aspetto. Il re stupefatto gli tese di nuovo il passaporto e balbettò: "Santo monaco, si fa tardi; non manca altro, partite subito!" "Non c'è nessuna fretta. Voglio prima vedere il secondo maestro di stato che affronta la stessa operazione." "Colpa vostra, io non ci posso far niente" disse il re al taoista. "La sfida l'avete fatta voi e adesso è il vostro turno." "State tranquillo" rispose Potenza del Cervo; "io non perdo di sicuro." Ed ecco che sale anche lui fieramente sul palco, il carnefice lo lega e gli apre il ventre con un colpo della stessa lama. Anche l'eminente immortale prende in mano le proprie viscere e le esamina. Intanto Scimmiotto si strappa un pelo e lo trasforma in un avvoltoio, che apre le ali, tende gli artigli e, rapido come il vento, si porta via chissà dove i cinque organi, cuore e fegato, per mangiarseli in santa pace. Ed ecco il povero taoista ridotto allo stato di un fantasma eviscerato, di un'anima in pena sbudellata. Il carnefice va a esaminare il cadavere e trova un cervo bianco dalle lunghe corna. "Come sarebbe a dire, un cervo con le corna?" gridò terrorizzato il monarca. Intervenne l'eminente immortale Potenza dell'Ariete: "Il mio condiscepolo non era una bestia! È sempre questo bonzo che abusa della sua magia per nuocerci. Fatemi vendicare i miei condiscepoli." "Voi di quale potere disponete per vincerlo?" "Giocheremo al bagno nell'olio bollente." Il re fece portare un gigantesco calderone pieno d'olio di sesamo e li invitò a incominciare lo scontro. "Vi ringrazio dell'amabile attenzione" disse Scimmiotto. "Non faccio il bagno da un po' di tempo, e ormai incominciavo a sentire pruriti molesti. Un bel bagnetto è quello che ci vuole." L'ufficiale di servizio fece collocare legna sotto il calderone e fece accendere un fuoco d'inferno; quando l'olio giunse a bollore, invitò il bonzo a immergersi per primo. Scimmiotto giunse le mani: "Dev'essere un bagno civile o militare?" "Che differenza c'è?" chiese il re. "Nel bagno civile non ci si spoglia: ci si immerge con le mani incrociate sul petto e se ne esce dopo un'inzuppatina, ma con gli abiti puliti; chi ha la minima macchia d'olio perde. Invece nel bagno militare ci si spoglia e si sguazza a piacere: è un bagno che si fa per divertimento." Il re si rivolse a Potenza dell'Ariete: "Lo volete civile o militare, questo bagno?" "Potrebbe indossare abiti truccati, per fare il bagno civile; sarà meglio quello militare." Scimmiotto si scusò di nuovo dell'impertinenza di passare per primo, si levò tunica e grembiule e saltò allegro nel bagno, spruzzando intorno gocce di fuoco e rigirandosi nell'olio bollente come se fosse acqua tiepida. Porcellino si mordeva le dita e diceva a Sabbioso: "Non l'avevamo giudicata bene, quella scimmia; io stesso l'ho punzecchiato tante volte e ho detto sarcasmi nei suoi confronti, ma non avrei mai pensato che sapesse fare tutte queste cose." Scimmiotto li vedeva da lontano parlottare fra loro; in realtà ne dicevano ogni bene, ma lui si immaginò il contrario: "Ecco il bestione che ricomincia con le sue maldicenze. Va sempre così: Chi ha le critiche lavora, chi le fa si gira i pollici. Io mi do tanto da fare e loro stanno a guardare e spettegolare. Si meritano di prendere uno spavento." Si tuffò sul fondo, si trasformò in un chiodo non più grande di un nocciolo di giuggiola e non risalì. L'ufficiale di servizio informò il re: "Maestà, il giovane bonzo è fritto nell'olio bollente." Il monarca, tutto contento, ordinò di ripescare la frittura nel calderone. Il carnefice usò un colabrodo di ferro, ma le maglie erano troppo larghe per trattenere quel chiodino: passa e ripassa, non si trovava niente. Si dovette concludere: "Era tanto gracile e con ossa tanto tenere che si è sciolto completamente." "Arrestate quei tre bonzi!" ordinò il re. Le guardie si gettarono per primo su Porcellino, che sembrava il più pericoloso, lo gettarono a terra e gli legarono le mani dietro la schiena. Tripitaka, spaventato, gridava: "Vostra maestà, date un po' di tempo al povero monaco che sono! Il mio discepolo aveva acquistato molti meriti da quando aveva abbracciato la nostra dottrina; ora è morto nel calderone combattendo contro i maestri di stato. Chi cade per la fede va in cielo, non m'importa di morire. È naturale che sulla terra si sia soggetti all'autorità terrena: se vostra maestà vuole che io muoia, non chiedo di sottrarmi. Spero soltanto che avrete la generosità di farmi dono di mezza tazza di riso bollito e di tre cavalli di carta, perché li possa bruciare in testimonianza d'affetto per il mio discepolo, prima di essere messo a morte." "Va bene" rispose il re. "Questi cinesi non mancano di buoni sentimenti." E ordinò di dare a Tripitaka riso e carta moneta. Il monaco cinese si fece accompagnare da Sabbioso. Intanto Porcellino veniva trascinato accanto al calderone, tirandolo per le lunghe orecchie. Tripitaka recitò davanti al calderone la seguente invocazione: "Discepolo mio, Scimmiotto Consapevole del Vuoto! Da quando ricevesti la tonsura Con vera devozione mi hai protetto. Speravamo di giungere allo scopo Senza saper che saresti caduto. Poiché fosti impegnato nella cerca Fino alla morte sol pensando al Buddha, A diecimila li mi deve attendere Il tuo spirito, presso il Monastero Colpo di Tuono." "Maestro!" protestò Porcellino, "non è il modo! Tu Sabbioso offri il riso, che alla preghiera ci penso io." Dimenandosi al suolo, legato com'era, il bestione ansimò: "Sei finita, scimmiaccia maledetta, Nel calderone, stupido equipuzio Dei miei stivali: sei stato fottuto. Sei proprio fritto, equipuzio di merda! Infine il conto è chiuso: punto e basta." Scimmiotto, dentro il calderone, sentiva tutto: non potendone più, riprese la sua forma, venne a galla tutto sgocciolante d'olio e lo apostrofò: "Ma che cosa dici balordo, sacco di segatura!" Rivedendolo Tripitaka esclamò: "Ah, discepolo, vuoi farmi morire!" "Nostro fratello ha preso il vizio di fare il morto" commentò con dispetto Sabbioso. Presi dal panico, i funzionari civili e militari corsero a informare: "Vostra maestà, il bonzo non è morto. È risorto dentro il calderone." L'ufficiale di servizio temette di essere accusato di avere ingannato la corte con informazioni sbagliate, e si affrettò a dare un'interpretazione dei fatti: "Era morto un momento fa. Oggi è un giorno nefasto: il giovane monaco dev'essere tornato in veste di fantasma." L'interpretazione mandò Scimmiotto su tutte le furie. Saltò fuori dalla bagnarola, si asciugò, si vestì, impugnò il suo randello e afferrò l'ufficiale per la collottola: "Ti sembro forse un fantasma?" gli tuonò nelle orecchie. E con una botta in testa lo spiaccicò miseramente. Gli altri ufficiali, terrorizzati, slegarono Porcellino e si inginocchiarono supplicando: "Perdonateci! Fateci grazia!" Il re discese dal trono, ma Scimmiotto lo afferrò per le falde: "Nossignore! Adesso, maestà, tocca al terzo maestro di stato di prendersi il bagno." Il re, tremando come una foglia, si rivolse all'eminente immortale: "Terzo maestro di stato, salvatemi! Saltate subito nel calderone, prima che questo bruto mi uccida!" Potenza dell'Ariete si spogliò e saltò nell'olio, come aveva fatto il Novizio, fingendo di lavarsi. Scimmiotto si avvicinò, fece aggiungere legna e tuffò un dito nell'olio: era freddo. Si chiese come avesse potuto raffreddarsi, mentre bolliva un momento prima, e concluse: "Ho capito, ci dev'essere lo zampino di un drago." Balzò in cielo e pronunciò l'invocazione Om per convocare il drago del mare del Nord: "Te la faccio vedere io, brutto verme cornuto, misero lumacone con le scaglie! Come puoi consentire che il drago freddo di questo taoista gli soffi sulla minestra? Mi vuoi fare dispetto?" Il drago, atterrito, balbettò delle scuse: "Sapete bene che Aoshun non fa di queste cose. Non ne ero a conoscenza, vostra santità: questo animale perverso ha fatto i suoi progressi di nascosto. Io sapevo soltanto che era capace di usare il metodo dei cinque tuoni. Quanto al resto segue vie secondarie, chi si raccapezza con i suoi mezzucci? Certo non segue il Tao dell'immortalità. Probabilmente ha imparato alla scuola della Grande Disillusione, sul Maoshan minore. Vostra santità ha già distrutto i suoi compagni. Questa pratica del drago freddo è robetta che può far colpo sulla gente, ma non trae certo in inganno un competente come voi. Adesso glielo porto via, e vedrete che resterà calcinato fino alle ossa. Figuriamoci se fa cascare noi nei suoi trucchetti!" "E allora sbrigati, se non vuoi vedertela brutta." Il drago si trasformò in un colpo di vento e si portò via verso il mare il suo congenere freddo. Scimmiotto ritornò giù, accanto a Tripitaka, a guardare il taoista che si dibatteva nell'olio bollente e non riusciva a uscirne. Provò ad arrampicarsi sul bordo viscido, ma scivolò, ricadde e restò fritto in un momento: pelle croccante e carni tenere. "Maestà" venne ad annunciare l'ufficiale di servizio, "il terzo maestro di stato è pronto da servire in tavola." Gli occhi del monarca si riempirono di lacrime. Batté un grande colpo sul tavolo e scoppiò in singhiozzi gridando: "Buona reincarnazione è troppo rara. Per vie traverse non serve il cinabro, Né gli amuleti o talismani, o pillole Per allungar la vita. Né uno spirito Ottenebrato può trovar nirvana, Né l'astuzia può vincere il destino. Se sapessi com'è facile perdere, Preferiresti restartene quieto. È il caso di dirlo: Né l'elisir né l'oro han dato aiuto, Invocar venti e piogge è stato inutile. Se poi non sapete, in fin dei conti, che cosa fecero maestro e discepoli, ascoltate il seguito. 第047回 BAMBINI DA SALVARE · IN CUI LE ACQUE DEL CIELO ARRESTANO IL CAMMINO DEL MONACO DURANTE LA NOTTE; METALLO E LEGNO, PRESI DA PIETÀ, ACCONSENTONO A SALVARE CERTI BAMBINI. Abbiamo sentito come il re, accasciato sul suo trono, piangesse come una fontana. Continuò a singhiozzare fino al cadere del giorno, senza fermarsi mai. Scimmiotto finì per gridargli: "Smettetela! Non capite quanto siete stupido? Eppure avete davanti a voi i resti di quei supposti taoisti: uno era una tigre e l'altro un cervo. Quanto al terzo era un camoscio: se non mi credete, fate ripescare le sue ossa e vedrete che non sono umane nemmeno quelle. Erano bestie selvagge divenute spiriti maligni, e arrivate qui a complottare per distruggervi. Vedevano che la forza del vostro destino era ancora in ascesa, e questo le induceva a temporeggiare. Fra un paio d'anni la vostra forza sarebbe declinata e loro vi avrebbero aggredito, ucciso e derubato dei vostri fiumi e delle vostre colline. E voi piangete. Ma si può sapere perché piangete? Su, dateci le nostre carte che ce ne andiamo." Preso di petto il monarca cominciò a intravedere come stavano le cose. Gli ufficiali civili e militari erano tutti d'accordo: "Ma certo, i morti erano un cervo bianco e una tigre gialla, e le ossa che galleggiano nel calderone sono proprio di camoscio. Le affermazioni del santo monaco sono vere." "Se le cose stanno così, gli sarò riconoscente. Ma come si è fatto tardi!" rispose il re. E si rivolse al grande precettore: "Invitate questi signori a prendere alloggio al Monastero delle Profondità della Saggezza. Domattina farete aprire il padiglione dell'est a darete istruzione ai servizi competenti perché preparino un banchetto vegetariano per ringraziarli." I pellegrini furono dunque riaccompagnati al monastero per riposare. Il giorno dopo prima dell'alba, alla quinta veglia, il re ricevette i suoi ufficiali e ordinò di affiggere alle quattro porte della città e a ogni crocevia un bando per richiamare i monaci buddisti. Quando il banchetto fu pronto nel padiglione dell'est, il re in persona si recò al monastero a invitare Tripitaka e compagni a prendervi parte. Non appena i monaci appresero di essere richiamati, rientrarono tutti in città pieni di gioia e cercarono del grande santo Scimmiotto, per rendergli i suoi peli e per esprimergli la loro gratitudine. Dopo che il reverendo ebbe dato il segnale di alzarsi da tavola, il re riconsegnò ai pellegrini i loro passaporti e li accompagnò alla porta del palazzo con tutte le regine, concubine e ufficiali, sia civili sia militari. Davanti alla porta trovarono una folla di monaci inginocchiati sulla via, che gridavano: "Grande Santo Uguale al Cielo! Siamo i monaci che liberaste sulla collina, e abbiamo saputo che vostra signoria ha eliminato le creature perverse e ci ha salvato. Il nostro re ci ha richiamati, e noi siamo subito venuti a restituirvi i vostri peli e a ringraziarvi rispettosamente dei benefici ricevuti." "Quanti siete?" chiese Scimmiotto. "Siamo tutti e cinquecento, non ne manca uno." Scimmiotto si diede una scossa e ricuperò i suoi peli. Poi si volse verso il sovrano, i cortigiani, i monaci e la folla dei laici per tenere questo discorsetto: "Sì, sono stato io a liberare questi monaci, a fracassare il carro e a uccidere due taoisti perversi. Ma ora che i malvagi sono stati sconfitti, sappiate che il Tao è una dottrina di meditazione, non questa pagliacciata in cui molti di voi hanno imprudentemente creduto. Spero che vi renderete conto dell'unità delle tre dottrine e rispetterete tanto il buddismo quanto il taoismo, incoraggiando i talenti che vi si esprimono. Vi garantisco che in questo modo il vostro paese sarà consolidato per sempre." Il re approvò, lo ringraziò infinitamente e accompagnò i pellegrini fuori della città. Fu una partenza In cerca dei panieri delle leggi Presso la prima fonte del sapere. Partivano all'alba per sostare la notte, mangiavano e bevevano solo quando era proprio necessario. Alla primavera subentrò insensibilmente l'estate, che andò poi declinando verso l'autunno. Una sera, mentre il cielo s'incupiva, Tripitaka trattenne il cavallo e chiese: "Discepoli, dove dormiremo stanotte?" "Maestro, per chi ha lasciato la famiglia è cosa diversa da chi non l'ha lasciata" obiettò Scimmiotto. "Dormono entrambi." "Ma in famiglia a quest'ora ci si infila in un letto caldo sotto morbide coperte, stringendo il bimbo in braccio, con i piedi appoggiati alla moglie, e si dorme a proprio agio. Per noi è tutto diverso. Noi abbiamo la luna per copricapo e le stelle per mantello, ci nutriamo di vento e ci corichiamo sotto la rugiada, camminiamo finché c'è strada e ci fermiamo quando non ce n'è più." "Fratello" protestò Porcellino, "questo è il tuo punto di vista, ma non hai considerazione per gli altri: io porto un carico pesante su una strada spesso in salita; la mia marcia è faticosa ed esige un sonno adeguato per ristorare le forze. Altrimenti, il giorno dopo, non sono in grado di riprendere il cammino." "Approfittiamo del chiaro di luna per andare avanti finché possiamo" insisté Scimmiotto. "Finiremo per trovare una casa in cui fermarci." Maestro e discepoli non avevano altra scelta che di seguirlo. Ma dopo un po' sentirono un gran rumore di acqua corrente. "Ecco fatto!" esclamò Porcellino. "Di strada non ce n'è più." "Ci sbarra il cammino una gran distesa d'acqua" disse Sabbioso. "Come faremo ad attraversarla?" si inquietò Tripitaka. "Prima di tutto vediamo quant'è profonda" propose Porcellino. "Consapevole delle Proprie Capacità" esclamò Tripitaka, "non dire sciocchezze! Come farai a misurare la profondità dell'acqua?" "Mi procuro un ciottolo e ce lo butto: se l'acqua è poco profonda, spruzza intorno e fa schiuma; se invece è profonda, lo inghiotte e gorgoglia." "Proviamo" esortò Scimmiotto. Il bestione tastò per terra finché trovò un ciottolo piatto e lo gettò nell'acqua: affondò subito gorgogliando e fece qualche bolla, come se un pesce fosse salito alla superficie. Porcellino dichiarò: "È acqua profonda." "Bisognerebbe sapere anche quanto è larga" notò Tripitaka. "Questo non lo so e non ho idea di come si possa misurare" rispose Porcellino. "Darò un'occhiata" propose Scimmiotto. Balzò sulle nuvole e aguzzò lo sguardo, ma non vide che Immenso chiar di luna sulle acque Che riflettono cielo all'infinito; Inghiottì gli alti picchi la corrente In cui son mille fiumi confluiti. Alti bordi di schiuma orlan le onde. Nessuna luce vedi sulla riva, Dove garzette dormon sulla sabbia. L'occhio si perde su quella distesa Senza confini, vasta come il mare. Scese giù e disse: "Quanto è largo, maestro! Di giorno vedo circa a mille li di distanza, di notte a trecento. In questo caso non posso stimare la larghezza, perché non vedo l'altra riva." Tripitaka ammutolì dallo spavento. Dopo un po', piagnucolò con voce rotta: "E adesso che cosa facciamo?" "Non ve la prendete, maestro" lo incoraggiò Scimmiotto. "Guardate laggiù: sembra che in riva all'acqua ci sia un uomo." Corse in quella direzione con il suo randello in mano, ma non era un uomo: si trattava di una stele che recava tre grandi caratteri sigillari, seguiti da una doppia fila di segni più piccoli: FIUME COMUNICANTE CON IL CIELO SON RARI QUELLI CHE HANNO ATTRAVERSATO LA SUA LARGHEZZA DI OTTOCENTO LI "Maestro, venite a vedere!" gridò Scimmiotto. A quella lettura, Tripitaka si sciolse senz'altro in lacrime: "Discepoli miei, quando lasciai Chang'an credevo che fosse facile raggiungere il Paradiso dell'Ovest. Non avevo idea di quanti mostri e diavoli ci avrebbero sbarrato la strada, e di quante montagne vertiginose e immense distese d'acqua ci saremmo trovati davanti." "Maestro" disse Porcellino, "ascoltate! Non sentite suonare tamburi e cembali? Scommetto che è gente riunita intorno a una tavola per mangiare un bel pranzo di magro. Dobbiamo trovarli subito e farci dare la nostra parte. Domani ci informeremo sulle barche che occorrono per fare la traversata." Tripitaka tese l'orecchio e udì anche lui tamburi e cembali: "Questi non sono strumenti taoisti. Sono proprio monaci della nostra comunità che stanno celebrando una funzione. Cerchiamoli subito!" Scimmiotto prese la briglia del cavallo e tutti lo seguirono, dirigendosi verso la musica. Non c'era strada. Salirono e scesero una serie di dune finché giunsero a un agglomerato di molte graziose casette. Sul fianco della montagna, in riva al fiume, recinzioni di bambù con cancelletti di legno. È cessato sui salici il canto degli uccelli, la garzetta sogna sulla duna. S'interrompe il canto del flauto, i tamburelli non gli rispondono più. Gli alti giunchi accennano alla luna, il vento scompiglia le erbe. Abbaiano i cani del villaggio, al riparo delle siepi, senza svegliare il vecchio pescatore che dorme presso il pontile del traghetto. Rare luci, il fumo dei camini si disperde; brilla la luna come uno specchio sospeso. Passa ad un tratto un profumo di felce d'acqua, che il vento dell'ovest porta dall'altra riva. Tripitaka scese da cavallo quando giunsero all'imbocco di un sentiero che portava a una casa con la bandiera piantata davanti alla porta: si vedevano luci brillare dalle finestre e si sentivano effluvi d'incenso. "Consapevole del Vuoto, questo è un bel posticino. Potremo trovare un riparo dal freddo e dall'umidità, e dormire sicuri. Non mi accompagnate: busserò io alla porta del donatore e vi chiamerò se ci ospita. Se invece rifiuta, non fate baccano. Con le facce che avete, se vi presentate per primi non potete che spaventare la gente e provocare incidenti, a rischio di non trovare più un buco dove passare la notte." "Avete ragione" riconobbe Scimmiotto. "Andate maestro, che noi vi aspettiamo qui." Il reverendo si tolse il cappello da pioggia, si rassettò l'abito e, impugnando il suo bastone da pellegrino, raggiunse l'ingresso. La porta era socchiusa, ma non osò entrare. Dopo un po' venne a chiudere la porta un vecchio con un rosario al collo, che ripeteva il nome del Buddha Amitâbha. Tripitaka giunse le mani e gli disse: "Nobile donatore, il povero monaco che sono vi saluta." Il vecchio gli rese il saluto e disse: "Arrivate troppo tardi, buon monaco." "Che cosa intendete dire?" "A quest'ora non resta più nulla. Se foste venuto prima, oltre al pranzo, avreste ricevuto tre litri di riso, un rotolo di tela bianca e dieci sapeche. Peccato che arriviate solo a quest'ora." "Nobile donatore, non cercavo elemosine" replicò Tripitaka inchinandosi. "E allora che cosa venite a fare?" "Sono un inviato imperiale dei grandi Tang delle terre dell'Est in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Siamo arrivati qui mentre cadeva la sera, e il suono di tamburi e di cembali ci ha attirato verso la vostra casa, con l'intenzione di chiedervi riparo per la notte. Ripartiremo domani all'alba." "Monaco, chi ha lasciato la sua famiglia non deve raccontar frottole" gridò il vecchio facendo un gesto di diniego. "Da qui al paese dei grandi Tang ci sono cinquantaquattromila li di strada. È impossibile che siate arrivato tutto solo fin qui." "Avete ragione, nobile donatore: io dispongo di tre giovani discepoli che mi hanno aperto il cammino attraverso le montagne e gettato ponti sulle acque. Ho potuto arrivare fin qui grazie alla loro protezione." "Se avete discepoli, perché non sono con voi? Ma entrate, vi prego; il posto non manca." Tripitaka si volse a chiamare: "Discepoli, venite!" Si sa che la pazienza non era il punto forte di Scimmiotto, Porcellino era rozzo e Sabbioso impetuoso: quando sentirono il richiamo del maestro si precipitarono tutti e tre, uno con il cavallo, un altro con i bagagli, e si riversarono all'interno come una bufera. Il vecchio, spaventato, cadde all'indietro e balbettò: "Mostri! Sono mostri! Aiuto!" Tripitaka corse a rialzarlo e gli disse: "Ma no, caro donatore, non vi spaventate. Non sono mostri: sono i miei discepoli." "Come fa un maestro bello ed elegante come voi ad avere discepoli così orrendi?" replicò il vecchio tremando. "Forse non sono molto belli a vedersi, ma sono capaci di abbattere tigri e draghi, e di catturare diavoli e mostri." I tre bruti intanto si erano precipitati nella sala grande, avevano buttato a terra i bagagli e avevano legato il cavallo. Porcellino vide certi religiosi che stavano recitando sutra, allungò il grugno e gridò loro: "Monaci, che cosa salmodiate di bello?" Quelli alzarono gli occhi e videro Un forestiero con un lungo grugno E grandi orecchie, larghe spalle e voce Di tuono. Ancor più brutti a loro appaiono Gli altri due. Son colpiti da spavento; Cercan di continuare la preghiera, Ma il capo dà il segnale di cessare. Pietre sonore e campanelle cadono, Il Buddha è abbandonato al suo destino. Soffian sulle candele che si spengono, Ma il buio non è troppo incoraggiante. Balzano in piedi, incespicano, cadono Uno sull'altro, a stento si rialzano, Mentre corrono all'uscio urtan le teste Fra loro e negli stipiti; son come Zucche dentro la barca nel naufragio. La funzione è finita nel tumulto. I tre discepoli scoppiarono a ridere clamorosamente e battevano le mani davanti a quella confusione: ciò fece smarrire definitivamente i monaci. Fra zuccate e spintoni finirono per trovare l'uscio e si eclissarono correndo, come se fossero in pericolo di morte. Tripitaka entrò nella sala buia, in cui si sentivano ancora sghignazzare i tre compari. "Maledette creature!" si indignò Tripitaka. "Vi comportate male. Eppure vi metto in guardia ogni giorno; come dicevano gli antichi: Se non sei santo, come ti conduci Bene, se non ricevi educazione? Se la ricevi, come diverrai Buono se non sei saggio? E pertanto, se tu resti cattivo Dopo aver ricevuto educazione, Vuol dire che sei scemo. "Il vostro comportamento è il più grossolano che si possa immaginare. Entrate nella casa altrui senza riguardo per nessuno, fate cadere il nostro caro donatore, mettete in fuga i monaci che pregano, rovinate le buone azioni altrui: questo non è forse esporre al biasimo anche me?" La strigliata li ridusse al silenzio. Se non altro, il vecchio si convinse che si trattava davvero di discepoli e non di mostri. Perciò si volse a salutarli: "Non è niente di grave, la funzione stava comunque per finire." "Se è finita" tagliò corto Porcellino, "mettiamoci a tavola. A noi piace mettere qualcosa sotto i denti, prima di andare a letto." Il vecchio ordinò: "Fate luce, portate lampade!" I domestici si chiedevano sorpresi: "Che bisogno c'è di lampade? Non si stavano recitando i sutra a lume di candela?" Qualche ragazzo si affacciò a guardare, constatarono che la sala era al buio e portarono torce e lanterne. A questo punto videro Porcellino e Sabbioso. Lasciarono cadere le torce e corsero via terrorizzati a chiudersi in cucina urlando: "Sono entrati dei mostri!" Scimmiotto raccolse una torcia, la utilizzò per accendere candele e lampade e invitò il maestro a sedersi su una poltrona; i discepoli gli sedettero accanto e il vecchio di fronte a loro. Mentre iniziava la conversazione, si aprì l'uscio e si affacciò un altro vecchio appoggiato a un bastone: "Chi sono questi diavoli che vengono di notte a turbare la nostra casa?" Il primo vecchio gli andò incontro e lo trattenne dietro il paravento: "Non gridare fratello. Non sono diavoli; sono arhat in cerca di scritture: vengono dal paese dei grandi Tang. I discepoli hanno un aspetto spaventoso, ma non è forse vero che sulle montagne più selvagge abita gente per bene?" Allora il secondo vecchio posò il bastone, venne a salutarli e si sedette a sua volta ordinando: "Portate del tè! Mettete in tavola cibi di magro!" Per quanto chiamasse, gli impauriti servitori non osavano mostrarsi. Porcellino chiese: "Dove sono finiti i servitori?" "Ho detto loro di procurarsi qualcosa da mettere in tavola." "Quanti ne mettete al nostro servizio?" "Otto persone." "Otto al servizio di quale commensale?" "Di voi quattro." "Guardate: per il maestro, quello con la faccia bianca, basta una persona. Quello con la faccia pelosa e la gola da duca del tuono si può accontentare di due; otto servono per quell'altro con la faccia patibolare; e a me servono almeno venti persone" dichiarò Porcellino. "Dovete proprio essere un gran mangiatore." "Beh, vedrete." "Il personale non manca." Riunendo grandi e piccoli, il vecchio raccolse trenta o quaranta servitori. La conversazione finì per rassicurare tutti. Si misero a tavola e fecero sedere il monaco cinese al posto d'onore; poi si assegnò il posto ai discepoli, e i due vecchi si sedettero di fronte agli ospiti. Furono serviti frutta e verdure, poi pasta, riso, contorni e zuppa di vermicelli, secondo le regole. Prima di impugnare i bastoncini, Tripitaka recitò il sutra della benedizione della mensa. Naturalmente quel bestione di Porcellino, ghiotto e affamato com'era, ingannò l'attesa riempiendo di riso una ciotola di legno laccata di rosso e rovesciandosela in gola. "Attento, signore" disse il ragazzo che lo serviva. "Il riso serve per imbottire il pane; se ve lo rovesciate nelle maniche, vi sporcate il vestito." "Non l'ho messo nelle maniche, l'ho messo al sicuro nello stomaco" rispose ridendo Porcellino. "Come può essere andato nello stomaco senza passare dalla bocca?" "C'è passato, ragazzo mio. Se non ci credi, ti faccio vedere come si fa." Il ragazzo riempì la ciotola fino all'orlo e Porcellino, con una rapida mossa, se la vuotò in gola. I servitori spalancavano gli occhi e commentavano: "Signore, la vostra gola è grande come la ruota del mulino." Prima che finisse la recitazione del sutra, ingoiò così cinque o sei ciotole; alla fine, però, impugnò i bastoncini per mangiare con gli altri. Gli andava tutto bene, senza badare se fosse frutta o contorno, purché fosse accompagnato da riso in abbondanza. A un certo punto il riso finì. Scimmiotto diceva: "Mangia meno, saggio condiscepolo! Forse alla fine non ti sazierai completamente, ma pensa che avresti potuto digiunare sotto la luna." "Un corno! Dice l'adagio: Sotterra vivo il monaco, ma non impedirgli di saziarsi." "Non gli badate, sparecchiate pure" ordinò Scimmiotto. "Durante il giorno non sarebbe stato un problema" dissero inchinandosi i due vecchi; "di pance di reverendo tanto grandi avremmo potuto riempirne un centinaio. Ma dobbiamo confessare che ora è un po' tardi. Abbiamo dovuto utilizzare i resti del banchetto, e avevamo fatto cucinare uno staio di pasta, un'ottantina di litri di riso e qualche piatto di magro per condividere con vicini e parenti la benedizione che ci avevano data i precedenti monaci. Il fatto è che non vi aspettavamo. Fuggiti i monaci e in mancanza dei vicini e parenti, che non sono venuti, abbiamo servito tutto a voi. Ma se avete ancora appetito, possiamo vedere se c'è qualcos'altro in cucina." "Ma certo, mettete tutto in pentola" insisté Porcellino. Alla fine la tavola fu sparecchiata. Tripitaka si inchinò, ringraziò della generosità e si informò dello stimato nome del donatore. "Mi chiamo Chen" rispose il vecchio. "L'umile monaco che sono condivide gli stessi illustri antenati" precisò Tripitaka giungendo le mani. "Volete dire che anche voi vi chiamate Chen?" "Proprio così, era il nome della mia famiglia. Posso permettermi di chiedere quale funzione religiosa è stata celebrata?" "Maestro, a che serve fare queste domande?" interruppe ridendo Porcellino. "Sono sempre le stesse cose: benedizione del raccolto, pace e prosperità, buon esito di qualche lavoro..." "Non in questo caso" disse il vecchio. "Qual'era dunque lo scopo della funzione?" chiese di nuovo Tripitaka. "Era un servizio in attesa di un decesso." Quasi Porcellino cadde dalla sedia dal gran ridere: "Questa è bella! Guardate che avete sbagliato indirizzo: i re delle fandonie siamo noi, sappiamo costruire ponti e strade di scemenze. A noi non la si fa. Siamo monaci: le conosceremo, le funzioni religiose! Si attendono molte cose celebrando funzioni: promozioni, adempimento di voti... Ma i decessi no. Il morto o c'è o non c'è; e se non c'è, che senso ha celebrare un servizio funebre?" Scimmiotto lo apprezzava dentro di sé: "Senti il bestione, come sta imparando a ragionare." E disse a sua volta: "In effetti non si sono mai celebrate funzioni in attesa di decessi." I due vecchi si inchinarono: "Ora capirete. Possiamo chiedere perché siete passati da casa nostra, invece di proseguire per la vostra strada alla ricerca delle scritture?" "Eravamo appunto su quella strada, quando l'abbiamo vista sbarrata da una gran distesa d'acqua che non potevamo attraversare. Ci siamo guardati intorno, abbiamo sentito venire musica da questa direzione e ci siamo diretti qui a cercare riparo." "Non avete notato niente in riva all'acqua?" "Abbiamo notato una stele con il nome del fiume, nient'altro." "Se aveste risalito il fiume, circa un li oltre la stele, avreste visto il Tempio del Grande Re di Meravigliosa Efficacia. Non l'avete visto?" "No; spiegateci meglio di che cosa si tratta." I due vecchi si misero a piangere: "Signori! Il tempio è dedicato all'Efficacia, e protegge la gente a mille leghe. Ogni notte fornisce la rugiada, Ogni stagione la pioggia che occorre." "Quindi vi procura benefici. Perché fate quella faccia addolorata?" si stupì Scimmiotto. "Signore" esclamò uno dei vecchi sospirando e battendosi il petto, Quella benevolenza costa cara: Quel dio ci chiede in cambio i nostri figli, Ed è cosa da mostro e non da dio!" "Che cosa se ne fa dei vostri bambini? Li mangia?" "Precisamente." "E questa volta sarà il turno della vostra famiglia." "Sì, quest'anno è il nostro turno. Abitano cento famiglie in questo villaggio dei Chen, che fa parte del distretto di Yuanhui nel regno di Carrolento. Il grande re esige ogni anno il sacrificio di un bambino e di una bambina, senza contare le offerte di porco, pecora e bue, e le libazioni di vino. Se ubbidiamo ci garantisce la buona pioggia; altrimenti ci infligge calamità e disastri." "Quanti stimati figli avete in casa vostra?" "Ahimè, mi fate morire di vergogna! Il mio fratello minore, qui presente, si chiama Chen Qing e il vostro servitore Chen Cheng; ho sessantatré anni, e lui cinquantotto. Entrambi abbiamo trovato molte difficoltà ad avere figli. Io ero giunto a cinquant'anni senza prole; amici e vicini mi spinsero a prendere una concubina, che finalmente mi diede una figlia. Ha compiuto solo sette anni e si chiama Bilancia Colma d'Oro." "Che nome costoso!" esclamò Porcellino. "Perché lo avete scelto?" "Avevo fatto molti voti e opere buone per avere figli: feci riparare ponti e strade, feci costruire monasteri e pagode, feci offerte ai monaci, qui tre once, là cinque once. Scrivevo tutto in un registro, e quando nacque la bambina il totale era di trenta libbre d'oro: una bilancia colma." "E vostro fratello ha figli?" chiese Scimmiotto. "Ha avuto un bambino, anche lui da una concubina. Anche lui ha sette anni e si chiama Chen Protetto di Guan." "Perché si chiama così?" "In famiglia siamo devoti del santo padre Guan e lo abbiamo molto sollecitato per questo figlio. Abbiamo centovent'anni in due e soltanto questi due discendenti. Ma ora purtroppo è venuto il nostro turno e non abbiamo modo di sottrarci. Potete immaginare quanto ci costi perdere i nostri bambini. Ecco perché abbiamo fatto celebrare la funzione: volevamo assicurare loro una buona reincarnazione." Tripitaka non poté trattenere le lacrime: "Come dicevano gli antichi: cade la prugna acerba prima della matura; la sfortuna perseguita chi non ha discendenti." "Fatemi capire una cosa" chiese Scimmiotto sorridendo. "Qual'è il vostro patrimonio, nonno?" "Non siamo messi male" rispose il fratello minore. "Una cinquantina di arpenti di risaia, una settantina di altre terre, un centinaio a prato, due o trecento capi di bufali, una trentina di cavalli e asini e non so quanti maiali, pecore e gallinacei. Produciamo un'eccedenza sia di granaglie sia di stoffe. Questa è la nostra situazione." "Dunque siete ricchi. Peccato che siate tanto avari." "Perché dite che siamo avari?" "Perché abbandonare i propri figli, quando si hanno tanti beni? Un maschietto vi costerebbe cinquanta once d'argento, una bambina cento. Aggiungendo la spesa del mediatore, con meno di duecento once potreste conservare la vostra discendenza. Non sarebbe il meno peggio?" "Signore, non capite" rispose piangendo il fratello minore. "Questo grande re è molto perspicace e ci visita spesso." "L'avete visto in faccia? Che aspetto ha?" "Non si fa vedere. Quando è presente, si avverte una corrente d'aria profumata: allora tutti bruciamo incenso e ci prosterniamo nella direzione del vento. Sa tutto di noi, anche quante tazze e cucchiai teniamo in cucina; ricorda la data di nascita di ogni persona nel villaggio, giovani e vecchi. Non accetterebbe una sostituzione di persona. Non è una questione di denaro: nemmeno per un milione troveremmo bambini perfettamente identici ai nostri." "Ora ho capito come stanno le cose. Fatemi un po' vedere il vostro stimato figliolo." Chen Qing andò a cercare Protetto di Guan, lo portò tenendolo in braccio e lo fece sedere sul tavolo accanto alla lampada. Il bambino, inconsapevole dell'argomento della conversazione, si riempiva le maniche di dolci, sgambettava e si divertiva a spilluzzicare qua e là. Scimmiotto lo osservò bene, recitò dentro di sé un incantesimo e, con una scossa, prese il suo aspetto: ora erano due i bambini che giocavano alla luce della lampada, tenendosi per mano. Il vecchio, sbalordito, cadde in ginocchio ai piedi di Tripitaka, che diceva: "Avete ragione, signore, è una cosa sovrumana." "Un momento fa parlava con noi, ed ecco che non si può distinguerlo da mio figlio. Ne chiami uno e rispondono tutti e due. Restiamo senza fiato! Vi prego, ditegli di riprendere il suo aspetto." Scimmiotto ubbidì, passandosi una mano sul viso. Allora il vecchio si inginocchiò ai suoi piedi: "Quali incredibili poteri avete, signore!" "Non ti pare che fossi somigliante?" "Potete dire identico! Faccia, corpo, voce, abiti." "Non tutto si vede. Se ci aveste messi su una bilancia, avreste constato che avevamo anche lo stesso peso." "Sì, sì, tutto identico." "Credete che mi potrei presentare al suo posto?" "Ma certo! Sarebbe impossibile distinguervi." "Dunque andrò io al posto del bambino, perché resti in casa un discendente che perpetui il culto degli antenati" dichiarò Scimmiotto. Chen Qing si inginocchiò di nuovo e batté la fronte al suolo: "Se fate questo, nella vostra grande misericordia, offrirò mille once d'argento per le spese di viaggio del monaco cinese." "E per il vostro servitore, il vecchio Scimmiotto, non farete niente?" "Ma non avete detto che sostituirete mio figlio? La vostra sorte sarà di essere mangiato." "Credete che il grande re avrà l'audacia di mangiarmi?" "È quello che ci si può aspettare; o pensate che vi troverà troppo frollato?" "Vada come vuole la sorte. Se mi mangerà, sarà perché il tempo destinato alla mia vita sarà trascorso. Se non mi mangia, tanto meglio. Comunque fate conto su di me." Mentre Chen Qing si profondeva in ringraziamenti e prosternazioni, e aumentava la sua offerta di altri cinquecento tael, Chen Cheng se ne stava in un angolo e piangeva a dirotto. Scimmiotto se ne accorse, si accostò e gli chiese: "Fratello maggiore, voi certo soffrite perché non volete separarvi da vostra figlia?" "Certo, non posso sopportarlo!" rispose il vecchio inginocchiandosi. "Dovrei esservi riconoscente che salviate almeno mio nipote. Ma io non ho che questa figlia: anche lei potrebbe perpetuare il culto degli antenati. Come posso perderla?" "Non è difficile evitarlo: mettete in pentola altri ottanta litri di riso e tanta buona verdura per il mio condiscepolo dal grugno lungo. Lo convinceremo a prendere l'aspetto della bambina e verrà con me al sacrificio. Non si acquistano forse meriti segreti a salvare la vita dei bambini? Che ne dite?" Porcellino si spaventò: "Fratello, fa il pavone finché vuoi, ma non mi immischiare; io non ho nessuna voglia di rischiare la pelle." "Saggio fratellino, eppure conosci anche tu il proverbio: nemmeno i polli mangiano gratis. Ti sei mangiato un pasto sontuoso, anche se hai avuto il coraggio di lamentarti che non ti bastava; e ora non vuoi far niente per questa gente in difficoltà?" "Tu, fratello, sei capace di trasformarti, ma io no." "Andiamo! Di trasformazioni ne conosci tante anche tu; mi pare, trentasei." "Consapevole delle Proprie Capacità" intervenne Tripitaka, "il tuo condiscepolo ha pienamente ragione, quello che dice è ineccepibile. Salvare una vita umana è meglio che costruire una pagoda di sette piani, dice il proverbio. Sei tenuto a farlo per riconoscenza, e ti conviene per acquisire meriti segreti. Eppoi, scusate, è una notte fredda in cui non avete altro da fare; almeno vi divertirete." "Si fa presto a dire, maestro!" replicò Porcellino. "Io mi so trasformare in montagna, in albero, in roccia, in elefante spelacchiato, in bufalo; magari mi potrei trasformare in un ciccione all'osteria. Ma qui si tratta di una bambina. Non crediate che sia facile." "Non gli date retta" tagliò corto Scimmiotto. "Vediamo questa bambina." Chen Cheng si precipitò in un'altra stanza e ne riportò la piccola Bilancia Colma d'Oro. Quando ritornò nella sala tutta la famiglia, giovani e vecchi, mogli e concubine, venne a prosternarsi e a supplicare di salvare la bambina. Essa aveva in testa una coroncina di fiori e perle, cui erano appesi gli otto tesori. Indossava un abitino ovattato di seta e di ramia gialla cangiante, con una gonnella di seta ricamata in rosso su pantaloncini in seta e oro, e una mantelletta di satin verde imperiale con il colletto a scacchiera. Calzava scarpine di seta e ramia rosa a testa di rana. Andava a caccia di dolciumi e se ne infilava nelle maniche quanti poteva. "Ecco qua la bambina" disse Scimmiotto. "Ora assumerai il suo aspetto e ce ne andremo al tempio." "Come faccio a trasformarmi in quella cosina?" "Sbrigati; non vorrai che ti aiuti con una legnata." "Fermo, fratello!" gridò Porcellino spaventato. "Fammi provare." Il bestione recitò un incantesimo, si scosse più volte e gridò: "Trasformazione!". In effetti la sua testa prese l'aspetto della bambina, ma la sua corporatura, con quella grossa pancia sporgente, non avrebbe ingannato nessuno. "Dài, sforzati!" incitò Scimmiotto sghignazzando. "Mi puoi battere quanto vuoi, ma più di così non riesco a fare." "Via, una testa di bambina su un corpaccione di monaco! Né maschio né femmina: così non va. Danza la figura dell'Orsa Maggiore." Scimmiotto gli soffiò addosso il suo alito magico e anche il corpo, a poco a poco, prese l'aspetto della bambina. A questo punto il Novizio disse ai due vecchi: "Ora portate via i bambini. Se questo burlone volesse giocarvi un brutto tiro, non sareste in grado di distinguerci. Dategli dolci e frutta perché restino occupati e non si facciano sentire: non sarebbe il caso di destare sospetti nel grande re. E intanto noi ci andiamo a divertire." Il bravo Scimmiotto affidò Tripitaka a Sabbioso e chiese: "Come ci dovete presentare? Liberi o legati? Cotti a puntino? Ridotti in spezzatino?" "Fratello, vacci piano. Non fare scherzi di cattivo gusto; lo sai che non ho le tue capacità." "Noi ce ne guarderemmo bene" risposero i vecchi. "Vi dovete sedere nella posa del sarto su due vassoi laccati di rosso. Ciascuno sarà posato su una tavola di legno, che due giovanotti solleveranno e porteranno al tempio." "Benone!" approvò Scimmiotto. "Fuori i vassoi, facciamo la prova." I vecchi ubbidirono. Scimmiotto e Porcellino si sedettero e quattro giovanotti portarono le tavole intorno al giardino e ritornarono nella sala. "Porcellino" sghignazzava Scimmiotto, "è una meraviglia farsi portare in giro come se fossimo i superiori di un convento che viaggiano in sedia gestatoria." "Se si trattasse solo di fare giri nel giardino" brontolò Porcellino, "potremmo continuare fino a domattina. Ma andare al tempio per farmi mangiare non mi diverte affatto." "Non hai che da tenermi d'occhio. Quando quel tizio incomincerà a sgranocchiarmi, sarai libero di dartela a gambe." "Chissà che ordine seguirà la sua colazione? Se incomincia dal bambino, avrò tempo per squagliarmela. Ma se attacca con la bambina, io che cosa faccio?" Il vecchio intervenne: "Nel corso degli anni è avvenuto che i più temerari fra noi si nascondessero nel tempio per vedere che cosa accadeva; e raccontavano sempre che il grande re aveva incominciato dal bambino." "Meno male!" sospirò Porcellino. Mentre discorrevano, udirono un baccano di gong e di tamburi. La folla degli abitanti del villaggio, munita di torce e lanterne, si riversò in casa gridando: "Portate il bambino e la bambina!" I vecchi piangevano in un angolo, mentre i quattro giovanotti portavano via i condiscepoli. Se poi, in fin dei conti, non sapete che ne fu di loro, ascoltate il seguito. 第048回 MAGICA GELATA · IN CUI L'ORCO SOLLEVA VENTO GLACIALE E TURBINI DI NEVE; I PELLEGRINI, CON IL BUDDHA NELLA MENTE, SI AVVENTURANO SUL GHIACCIO. Fra grida e clamori, dice il racconto, la folla dei fedeli del villaggio della famiglia Chen portava Scimmiotto e Porcellino, con le offerte di carni di porco, pecora e bue e con il vino di riso. Giunti al Tempio di Meravigliosa Efficacia, collocarono sull'altare il bambino e la bambina. Girando intorno gli occhi, Scimmiotto guardava le candele di cera, l'incenso e le decorazioni dell'altare; non vi era alcuna immagine del dio, ma solo la scritta in lettere d'oro: DIVINITÀ DEL GRANDE RE DI MERAVIGLIOSA EFFICACIA Disposta in ordine ogni cosa, i fedeli si prosternarono davanti alla scritta e dissero in coro: "Grande re nostro signore, in quest'ora di questo mese di quest'anno, a nome di Chen Cheng, maestro del sacrificio del villaggio della famiglia Chen, e di tutti gli altri fedeli, vi abbiamo rispettosamente portato la nostra offerta annuale secondo l'uso. Offriamo al vostro regale piacere il maschio Protetto di Guan e la bambina Bilancia Colma d'Oro, con la quantità stabilita di porco, pecora, bue e vino di riso. Vogliate concederci venti e piogge propizi, e un raccolto abbondante." Terminata la preghiera, bruciarono carta votiva e se ne tornarono a casa. Quando restarono soli, Porcellino propose a Scimmiotto: "Andiamocene a casa anche noi." "Dove sarebbe la tua casa?" "Andiamo a dormire dal vecchio Chen." "Bestia, non dire sciocchezze. Hai promesso e ora devi mantenere." "Dài a me della bestia, ma lo sei tu. Non penserai di offrirti davvero in sacrificio! Li abbiamo presi in giro e ci siamo divertiti; adesso basta." "Ciò che fai per gli altri non lasciarlo a metà. Non ne verremo a capo se non aspettiamo che questo re ci venga a divorare. Altrimenti procureremmo soltanto disgrazie, faremmo un bel disastro." Mentre parlavano, si udì il vento sibilare. "Va male!" brontolò Porcellino. "Ecco il rumore che fa quel coglione quando arriva." "Zitto!" lo sgridò Scimmiotto. "Se occorre rispondere, parlo io." Dopo un istante il mostro apparve all'ingresso del tempio. Eccolo qua: Armato d'oro, con rossa cintura, Con occhi scintillanti come stelle Della notte, mostrando denti aguzzi Come seghe. Ondeggiano ai suoi piedi Brume acquatiche. Il corpo è circondato Da un umido vapore. Se cammina Muove vento malefico; da fermo Ristagna intorno a lui un'aria mefitica. È minaccioso come un capitano Del palazzo, più brutto di un guardiano Del tempio. Stagliandosi sulla porta del tempio, l'orco domandò: "Quale famiglia offre il sacrificio quest'anno?" "Sono onorato dalla vostra domanda" rispose Scimmiotto. "Quest'anno tocca alla famiglia di Chen Cheng e Chen Qing." Il mostro restò perplesso: "Com'è disinvolto questo bambino!" si diceva. "Ha la battuta pronta. Quelli che mi portano di solito sembrano muti; se ripeto la domanda svengono, se gli metto le mani addosso sono già morti. Come mai questo bimbetto risponde così bene?" Esitò ad acchiapparli e fece un'altra domanda: "E come vi chiamate voi due?" "Io mi chiamo Protetto di Guan; la bambina, Bilancia Colma d'Oro." "Secondo l'uso di questo sacrificio, devo incominciare col mangiare te." "Prego, s'accomodi." Il mostro si sentì ancor meno propenso a passare all'azione. Incominciò a urlare: "Non prendermi in giro! Ho sempre mangiato il maschio per primo, ma quest'anno voglio incominciare dalla femmina." Porcellino si spaventò e volle dire la sua: "Grande re, bisogna rispettare le usanze. Non sta bene violare le regole." Senza altre spiegazioni l'orco allungò la mano e volle impadronirsi della piccola pettegola. Il bestione saltò giù, riprese il proprio aspetto e gli assestò un colpo di rastrello. Il mostro ritirò la mano e si diede alla fuga; si udì però un rumore metallico. "Gli ho staccato un pezzo di armatura" gridò Porcellino. Scimmiotto, che aveva ripreso anche lui il suo aspetto, esaminò gli oggetti caduti a terra: erano due scaglie di pesce dall'aspetto di lastre di ghiaccio. "Prendiamolo!" gridò; ed entrambi balzarono in aria. Il mostro non aveva con sé armi d'offesa, e si era pertanto rifugiato sulle nuvole a mani vuote. Quando li vide arrivare chiese loro: "Da dove uscite, monaci, che venite a perseguitare la gente, guastare le mie offerte e rovinarmi la reputazione?" "Fa finta di niente, la maledetta creatura! Noi siamo discepoli di un santo monaco che l'imperatore dei grandi Tang ha inviato nel Paradiso dell'Ovest in cerca delle scritture. Passavamo la notte dai Chen, quando abbiamo appreso che c'era qui un essere perverso, che si faceva chiamare Meravigliosa Efficacia ed esigeva ogni anno un sacrificio di bambini. Di nostra iniziativa, mossi dalla compassione, abbiamo deciso di salvare i bambini e di catturare l'infame. Confessa finché sei in tempo! Quanti bambini hai mangiato da quando hai avuto la sfacciataggine di proclamarti grande re? Se vuoi salvare la pelle, devi confessare tutti i tuoi misfatti." Ma il mostro schivò un'altra rastrellata di Porcellino e prese la fuga, dileguandosi nel Fiume Comunicante con il Cielo. "Inutile inseguirlo adesso" disse Scimmiotto. "È una creatura del fiume. Domani troveremo il modo di catturarlo, per costringerlo ad aiutarci nella traversata." Andarono al tempio e riportarono dai Chen tutte le offerte, comprese le tavole. Il reverendo e Sabbioso, che in compagnia dei Chen attendevano notizie, li videro arrivare con il loro carico nella corte. "Com'è andata, Consapevole del Vuoto?" chiese Tripitaka facendosi loro incontro. Scimmiotto raccontò. I due vecchi, tutti contenti, fecero preparare i letti in una stanza e invitarono gli ospiti a coricarsi. Intanto il mostro era scampato nel suo palazzo in fondo al fiume. Se ne stava seduto in cupo silenzio, e la gente acquatica venne a informarsi: "Maestà, ritornate sempre allegro dai sacrifici annuali. Perché questa volta siete tanto di malumore?" "Lo vedete anche voi. Le altre volte vi portavo sempre qualcosa da mangiare, ma questa notte non ho potuto toccare cibo neanch'io. Che sfortuna! Mi sono imbattuto in un paio di avversari, e poco è mancato che ci lasciassi la pelle." "Di chi si trattava, maestà?" "Sono discepoli di un santo monaco dei grandi Tang che va nel Paradiso dell'Ovest in cerca delle scritture. Si erano messi in agguato nel tempio, trasformati in bambini: quando hanno ripreso il loro aspetto me la sono vista brutta. Avevo già sentito parlare di questo monaco cinese: è un certo Tripitaka che si è coltivato per dieci successive reincarnazioni; basterebbe mangiare un boccone della sua carne per procurarsi longevità a tempo indefinito. Non mi aspettavo che avesse certa gente al suo servizio. Mi hanno rovinato la reputazione e distrutto il culto che mi era dovuto. Mi piacerebbe tanto mettere le mani su quel Tripitaka, ma non credo di essere in grado di farlo." Una signora perca in abito rigato si fece avanti, gli fece una gran riverenza e disse: "Ma se vostra maestà ci tiene tanto, non è difficile. Non ho proprio idea di quale sarebbe la mia ricompensa, se vi aiutassi." "Se mi proponi un piano che arrivi allo scopo, mi rivolgerò a te come sorella giurata e ti godrai la preda con me, alla mia tavola." La signora perca ringraziò della promessa con un altro inchino e riprese a parlare: "Sappiamo che vostra maestà è abile nel convocare venti e piogge, sollevare il mare e invertire il corso del fiume. Per caso, ci sapete fare anche con la neve?" "Ma certo." "Se siete in grado di maneggiare la neve, suppongo che potrete provocare un freddo tale da far gelare il fiume." "Si capisce." "Dunque" concluse la signora perca ridendo e battendo le mani, "è cosa fatta." "Spiegati meglio." "Verso la terza veglia, intorno a mezzanotte, dovete sollevare un vento gelato che faccia ghiacciare l'acqua del fiume. Quelli fra noi che sanno trasformarsi prenderanno forma umana e cammineranno sul ghiaccio, con sacchi in spalla e ombrelli in mano, spingendo carrette o reggendo bilancieri, come se venissero dalla riva occidentale. Il monaco cinese sarà certo impaziente di proseguire il suo viaggio, e quando li vedrà vorrà avventurarsi sul ghiaccio anche lui. "Intanto vostra maestà se ne starà comodamente seduto a casa sua. Quando sentirà risonare i passi del monaco, spezzerà il ghiaccio e farà cadere in acqua lui e i suoi discepoli. Li prenderemo in un colpo solo." "Che bel piano!" esclamò contento il mostro. Uscì senz'altro dal palazzo e salì nelle alte sfere per procurarsi gelo e vento di neve. Nel frattempo i pellegrini dormirono pacificamente fin verso l'alba; ma a un tratto sentirono il freddo penetrare sotto le coperte e nei guanciali. Porcellino si mise a tremare e starnutire, si svegliò e gridò: "Che freddo è venuto, fratelli!" "Un po' di contegno, babbeo" brontolò Scimmiotto. "Per chi ha lasciato la sua famiglia non fa differenza se è caldo o freddo." "Tuttavia, discepoli" intervenne Tripitaka, "fa proprio un freddo glaciale." Vedete come stavano le cose: A scaldarti il piumino è insufficiente: Ti trovi ghiaccio fino nelle maniche. Sulle fronde gelate vedi crescere Dei boccioli di vetro; campanelle Di ghiaccio vedi pendere dai rami Del vecchio pino. Quell'intenso gelo Spacca il terreno e imprigiona nel ghiaccio Tutta la superficie dello stagno. Il pescatore abbandona la barca, Non dà segno di vita il monastero, Il boscaiolo va in cerca di legna, Mentre carbone al fuoco aggiunge il nobile. La barba del guerriero divien rigida Come punte di ferro. Ed il pennello Del poeta esiliato s'indurisce Come uno stelo di castagna d'acqua. Veste di cuoio diviene sottile E la pelliccia sembra più leggera. Sui cuscini la vecchia tonaca del monaco assume una rigidità cadaverica. Che protezione sottile, per il viaggiatore, quella parete divisoria di carta! Anche sotto le coperte ricamate e gli alti piumini, i brividi ti scuotono dalla testa ai piedi. Impossibile continuare a dormire. Dovettero alzarsi e vestirsi, e quando aprirono l'uscio videro un paesaggio candido e scintillante: era caduta la neve. "Per forza si sentiva tanto freddo: guardate che nevicata!" Tutti e quattro restarono in contemplazione del bello spettacolo. Guardate: Denso schermo di cupe nubi, foschia diffusa - sotto quelle nuvole urla il vento gelato, sotto quella foschia una candida neve copre ogni cosa. I fiocchi esagonali volano come fiori o gioielli; i mille alberi della foresta si adornano di giada bianca. Spolvera una gran quantità di farina, si accumulano giganteschi ammassi di sale. Il pappagallo bianco perde il suo candore, la gru diviene invisibile sullo sfondo. La neve si appropria dei mille fiumi di Wu e di Chu, eclissa il fiore del prugno del sud est. È come se centomila draghi di giada bianca in rotta riempissero il cielo di scaglie e di frammenti di armature. Non cercate qui le calzature senza suole di Dongguo, né il letto in cui congelò Yuan An, né il riflesso di luce che serviva a Sun Kang per leggere. Non ci troverete neppure la barca di Ziyou, la cappa di Wang Gong o il cappello di feltro che Su Wu finì per mangiarsi. Vedrete soltanto capanne di villaggio come blocchi d'argento, l'immenso paesaggio sotto un lenzuolo di giada bianca. Che bella neve! Come se il ponte si fosse riempito di fiocchi di salice, e i tetti si fossero coperti di fiori di pero. Sul ponte il pescatore si protegge con la sua cappa di paglia; sotto il tetto il vecchio aggiunge al fuoco grosse radici d'albero. Il viaggiatore non trova più vino con cui riscaldarsi; il servitore si scusa di non essere riuscito a procurare prugne. Turbinano i fiocchi come ali di farfalla, danzano e dondolano come piumino d'oca. Il vento spinge la neve caduta, l'ammassa fino a bloccare le strade. Le raffiche penetrano sotto le cortine troppo corte, creano correnti d'aria che si insinuano nei tendaggi. È un segno fasto che cade dal cielo promettendo un buon raccolto; è per gli umani una rara occasione da festeggiare. Cadeva neve in abbondanza, come frammenti di giada, o come borra di seta. Maestro e discepoli erano ancora perduti nella contemplazione della scena, che strappava loro sospiri di ammirazione, quando giunsero due giovani servitori mandati dai vecchi Chen a spazzare il sentiero, e altri due a portare l'acqua calda per lavarsi. Un momento dopo venivano serviti tè bollente e biscotti al burro. Infine si portarono dei bracieri nella stanza accanto, e tutti vi si riunirono intorno. "Stimato donatore" chiese Tripitaka, "voi, da queste parti, conoscete le stagioni? Primavera, estate, autunno, inverno?" "Certo viviamo in un angolo di mondo un po' appartato, dove gente, cose e costumi sono diversi che nel vostro grande paese; ma vi prego di considerare che ci copre lo stesso cielo. Si capisce che abbiamo anche noi le stagioni." "Ma allora come spiegate un freddo simile e questa grande nevicata?" "È vero che siamo ancora nella settima luna, ma ieri era il giorno della rugiada bianca, che annuncia l'imminenza dell'ottava luna. Da noi non sono troppo rare nevicate e gelo nell'ottava luna." "Da noi nell'Est è diverso" si stupì Tripitaka. "Non nevica mai prima dell'inverno." Un piccolo servitore portò in tavola della zuppa e li invitò a mangiare. Mentre facevano colazione continuava a nevicare: in breve la neve fu alta due piedi. Tripitaka piangeva dall'inquietudine. "Non ve la prendete, signore" disse il vecchio Chen. "Non badate quanto è alta la neve. Abbiamo una tale scorta di grano che potrebbe durare metà della vostra vita." "Non sapete il mio tormento, caro donatore. Quando la sacra persona dell'imperatore mi fece la grazia di affidarmi la missione e mi accompagnò personalmente, levando la coppa al banchetto d'addio con le sue imperiali mani, mi chiese quando sarei ritornato. Io non sapevo quanti ostacoli e pericoli avrei incontrato per strada, e risposi lì per lì: 'Ritornerò con le scritture in meno di tre anni.' E ora sono già passati sette od otto anni, e non ho ancora visto la faccia del Buddha. Temo di avere superato i limiti, e mi spaventano le violenze dei mostri e degli esseri malefici: perciò l'inquietudine mi rode. Dal momento che abbiamo avuto la fortuna di godere della vostra ospitalità e che la notte scorsa i miei stupidi discepoli vi hanno reso un piccolo servigio, speravo proprio che mi procuraste una barca per attraversare il fiume. Ma ora cade tutta questa neve, che finirà per bloccare le strade. Mi chiedo quando mai riuscirò a completare la mia missione e a tornare nel paese natale." "Signore, rassicuratevi. Che differenza fa qualche giorno di più o di meno? Aspettate che il ghiaccio si sciolga e che torni il bel tempo. Affronteremo ogni sforzo, ogni spesa per assicurarvi la traversata." Un ragazzo li invitò a consumare un'altra colazione nella sala grande. Dopo poco seguì il pranzo. Tripitaka si sentiva molto imbarazzato davanti a quell'abbondanza di cibi: "Poiché ci fate la grazia di ospitarci, ci dovreste trattare più alla buona." "Signore, non c'è sontuoso festino che ci possa sdebitare della gratitudine che vi dobbiamo per aver salvato i nostri bambini." Quando cessò di nevicare, la gente riprese a circolare nelle strade. L'aspetto infelice di Tripitaka indusse il più anziano dei Chen a far spazzare il giardino, recare un grande braciere e invitare la compagnia a visitare la grotta delle nevi, per distrarsi e godere dello spettacolo. La cosa fece ridere Porcellino: "Vecchio svanito! In giardino si va in primavera, nella seconda o terza luna, a godere i fiori. Bel piacere, con il freddo che fa!" "Si vede che non te ne intendi, bestione" lo punzecchiò Scimmiotto. "Un paesaggio innevato è bellissimo, ha un fascino distensivo e misterioso. Il nostro maestro ha appunto bisogno di serenità." "È proprio quello che pensavo" approvò il vecchio Chen. E li condusse nel giardino, in cui si vedevano aria e luce da fine anno in un paesaggio d'autunno. Boccioli di candida giada cresciuti sul vecchio pino; fiori d'argento pendono sui rami del salice piangente. I gradini muschiosi si sono coperti di bianco; davanti alla finestra il bambù sembra un delicato gioiello. L'acqua della peschiera è ghiacciata. Sulla sponda impallidiscono i colori dell'ibisco. Il prugno invernale sembra voler mettere rami nuovi. I padiglioni sono coperti di piumino d'oca, tanto quello delle peonie che quelli del melograno e del cinnamomo. Tutto è coperto da ali di farfalla. L'acero rosso si macchia di bianco, l'oro dei crisantemi spunta sotto la siepe. Fra tanti luoghi che il freddo glaciale rende inaccessibili, apprezzate la grotta delle nevi, che invece è resa confortevole dal grande braciere a zampe d'elefante e musi di animali, in cui arde rosseggiando un fuoco vivace. Vi sono disposte poltrone laccate ricoperte da pelli di tigre, al riparo di paraventi di carta. Ai muri sono appese antiche pitture, come i sette saggi che attraversano il passo di montagna, il pescatore solitario sul fiume ghiacciato, Su Wu che mangia il suo cappello di feltro in un paesaggio di creste innevate, spezza un ramo di prugno quando incontra il messaggero e traccia un messaggio sul ghiaccio nella foresta di giada. Non si finirebbe mai di descrivere: qui c'è il padiglione in riva all'acqua, dove si può comprare il pesce, là il sentiero di montagna perduto nella neve. Sono luoghi magici, vederli rende inutile la visita alle isole incantate. Dopo aver ammirato, la compagnia si sedette nella grotta. Si parlò della ricerca delle scritture. Poi venne servito del tè al gelsomino; dopo averlo bevuto il più anziano dei Chen domandò: "Un po' di vino, signori?" "Io non ne bevo" rispose Tripitaka, "ma i miei giovani discepoli ne possono vuotare qualche coppa." Il vecchio Chen ordinò: "Portate qualche piatto di magro e fate intiepidire il vino per riscaldare questi signori." I domestici disposero tavolini intorno al braciere e servirono cibo e vino. Quando il cielo divenne scuro, furono pregati di ritornare nella sala per la cena. Allora intesero gente per la strada che esclamava: "Che freddo! Il fiume si è ghiacciato." Tripitaka si inquietava: "Consapevole del Vuoto, come si fa, se il fiume è ghiacciato?" "È un freddo venuto all'improvviso" intervenne il vecchio Chen. "Ci sarà un po' di ghiaccio in prossimità della riva." "Per quanto è largo, è tutto un blocco di ghiaccio liscio come uno specchio" esclamavano i passanti. "C'è gente che ci cammina sopra." Quando sentì che ci si poteva camminare, Tripitaka volle andare a vedere. "Non siate precipitoso" consigliò il vecchio Chen; "domani andremo a vedere." Infatti, finita la cena, si andarono a coricare. L'indomani all'alba, quando si alzarono, Porcellino disse: "Maestro e condiscepoli, la notte è stata ancor più fredda della precedente; vedrete che ghiaccio nel fiume!" Tripitaka volse gli occhi al cielo e pregò: "Alte divinità che proteggete la dottrina, da quando il vostro servitore è partito per l'Ovest non si è mai lagnato e ha venerato il Buddha con cuore sincero per tutta la durata di questo difficile viaggio. Ora ringrazio il cielo dell'aiuto che mi dà congelando il fiume. Vi esprimo con semplicità la mia gratitudine, in attesa di potervela meglio testimoniare al ritorno, quando farò il mio rapporto all'imperatore." Terminata la preghiera, disse senz'altro a Sabbioso di sellare il cavallo per attraversare il fiume ghiacciato. Il rispettabile Chen intervenne di nuovo: "Non abbiate tanta fretta. Fra qualche giorno la neve e il ghiaccio si scioglieranno. Allora vi troverò una barca." "Non è una decisione da prendere alla leggera" disse Sabbioso. "Non conviene fidarsi del sentito dire: andiamo a vedere con i nostri occhi. Sellerò il cavallo e scenderemo al fiume." "Questo è ragionevole" concluse il vecchio Chen. "Ragazzi, andate a sellare sei cavalli per noi; il monaco cinese ha già il suo." La compagnia si recò al fiume. Di certo l'alba chiara disperde le montagne di nuvole. Il gelo imbianca i mille picchi delle frontiere, il ghiaccio brilla su laghi e fiumi. Un vento pungente soffia sul suolo scivoloso. I pesci dello stagno si rifugiano fra le alghe, gli uccelli selvatici restano appollaiati sui rami. Si battono i denti, le dita si congelano, si crepa il ventre del serpente, scrocchiano le zampe degli uccelli. Che montagne di ghiaccio! Il fiume è ridotto ad un blocco di giada. Se l'Est produce i famosi bozzoli di ghiaccio, nei ghiacci del Nord scavano gallerie i toporagni. È qui che Wang Xiang si stese sul ghiaccio per scioglierlo? È là che l'imperatore Guangwu attraversò il fiume ghiacciato? In una notte il ghiaccio ha raggiunto il fondo. L'ampio fiume comunicante con il cielo non ha più una sola increspatura: il ghiaccio scintillante è solido come la terraferma. Giunto sulla sponda, Tripitaka trattenne il cavallo per osservare: in effetti si vedeva gente che camminava sul fiume. "Dove andrà quella gente, caro donatore?" chiese Tripitaka. "Dall'altra parte del fiume c'è il paese delle donne, il regno dei Liang dell'Ovest. Quelli che vedete sono mercanti. Un prodotto che qui costa cento sapeche, là ne può costare diecimila, o viceversa. Il profitto che dànno i capitali impegnati in questi commerci è enorme; perciò la gente è disposta a rischiare la vita. Di solito sei o sette persone, a volte dieci, si imbarcano insieme per tentare la traversata. Ora che il fiume è gelato, si arrischiano a piedi." "Gloria e profitto sono le sole cose che contano, in questo basso mondo. Essi trascurano i pericoli e la morte attirati dal profitto, come noi dalla gloria. Che differenza c'è fra loro e noi?" Su queste riflessioni, Tripitaka ordinò: "Consapevole del Vuoto, vai a raccogliere i bagagli. Approfitteremo del ghiaccio per affrettare la nostra marcia verso ovest." "Maestro" obiettò Sabbioso, "come dice il proverbio: in mille giorni consumi mille litri di riso. Visto che possiamo contare sull'ospitalità dei Chen, non sarebbe più sicuro aspettare qualche giorno che il bel tempo faccia sciogliere il ghiaccio, per attraversare in barca? La fretta potrebbe essere cattiva consigliera." "Consapevole della Purezza, come puoi dire queste stupidaggini? Se fossimo nella prima o nella seconda luna, potremmo aspettare che la stagione migliori. Ma siamo nell'ottava: c'è tutto l'inverno davanti a noi. Come possiamo sperare nel disgelo? I pochi giorni di attesa non potrebbero diventare un ritardo di sei mesi?" "Non stiamo a discutere" intervenne Porcellino balzando a terra dal cavallo. "Controlliamo se il ghiaccio è abbastanza spesso." "Bestione" chiese Scimmiotto, "l'altra notte hai controllato se l'acqua fosse profonda gettando un sasso; ora che tutto è solido, come farai?" "Non te ne intendi, fratello. Gli darò sopra un colpo con il rastrello: se si rompe è troppo sottile e non ci si può fidare; se resta saldo, vuol dire che è abbastanza spesso. E allora non ci sarebbe motivo di stare qui ad aspettare." "Giustissimo" approvò Tripitaka, "mi sembra molto sensato." Il bestione rimboccò la veste, balzò sul ghiaccio e vi batté il suo rastrello a tutta forza: si intese soltanto un colpo sordo e restarono i segni dei nove denti. Il bestione gridò: "Si può andare dove si vuole. È gelato fino in fondo." Soddisfatto dell'esito, Tripitaka ritornò dai Chen con tutta la compagnia. Non restava che prepararsi e partire. I loro ospiti, dopo avere invano cercato di trattenerli, si rassegnarono a preparare per loro pane, gallette e grano grigliato. Tutti i membri della famiglia si prosternarono davanti a loro, mentre veniva offerta una tazza colma di pezzi d'oro e d'argento: "Vi siamo profondamente riconoscenti di avere reso la vita ai nostri bambini. Eccovi di che procurarvi un pasto lungo la strada, a testimonianza del nostro rispetto." Tripitaka scosse il capo e fece con la mano un gesto di diniego, spiegando che non poteva accettare: "Abbiamo lasciato le nostre famiglie e fatto voto di povertà; a che ci servirebbe la ricchezza? Non possiamo usare denaro lungo il cammino, perché dobbiamo mendicare il nostro cibo e vivere di elemosine. Però vi siamo grati di pane e grano." Poiché i due vecchi insistevano, Scimmiotto prese con la punta delle dita un pezzo di metallo di circa mezza oncia e lo tese al monaco cinese dicendo: "Maestro, prendetelo a titolo di pia donazione, per non deludere la buona intenzione di questi nobili vecchi." Con ciò si congedarono e raggiunsero la sponda del fiume. Ma gli zoccoli del cavallo scivolavano sul ghiaccio: per poco Tripitaka non cadde giù. "Maestro, non è facile avanzare in queste condizioni" si inquietò Sabbioso. "Aspettate!" gridò Porcellino. "Chiedete una balla di paglia al vecchio signor Chen." "A che serve?" si stupì Scimmiotto. "Già, come potresti saperlo? Si avvolgono nella paglia gli zoccoli del cavallo per impedire che scivoli; non c'è altro modo di evitare al maestro di fare un ruzzolone." Il vecchio Chen, che guardava e sentiva dalla riva, fece portare la balla di paglia e poterono ripartire. Dopo tre o quattro li, Porcellino tese a Tripitaka il bastone da pellegrino con nove anelli e gli disse: "Maestro, tenete questo di traverso sul cavallo." "Bestione, che cosa fai?" intervenne Scimmiotto. "Tocca a te di portare il bastone, perché lo dài al maestro?" "Tu non hai mai camminato sul ghiaccio" replicò Porcellino. "Se lo avessi fatto, sapresti che qua e là nella superficie gelata si formano dei buchi. Se ci caschi scendi giù con un bel gorgoglio, come se scivolassi in una gran marmitta di cui si chiuda il coperchio, e non riesci più a risalire. Per evitarlo, bisogna tenere in mano un oggetto troppo largo per passare dal buco." "Si direbbe che questo bestione abbia passato la sua vita sul ghiaccio" si disse Scimmiotto sogghignando. Tutti seguirono il consiglio: il reverendo con il bastone da pellegrino, Scimmiotto con la sbarra di ferro e Sabbioso con il suo randello ammazzadiavoli. Quanto a Porcellino, che già portava i bagagli appesi a un bilanciere, si legò per soprammercato il rastrello alla vita. I pellegrini avanzavano con passo sicuro. Dopo aver camminato fino a notte mangiarono un po' delle provviste, ma non osarono fermarsi a lungo: ripresero il cammino alla smorta luce della luna e delle stelle, che si rifletteva sull'immensa distesa gelata. Non chiusero occhio per tutta la notte. All'alba fecero un'altra breve sosta, mangiarono un po' di cibo e ripresero il cammino. Mentre camminavano, si udì sotto la superficie un gran rumore; il cavallo bianco trasalì e fu per scivolare. "Discepoli!" gridò allarmato Tripitaka, "che cosa significa?" "Son rumori del ghiaccio" spiegò Porcellino. "Probabilmente arriva sino al fondo e raschia il letto del fiume." Tripitaka si rassicurò e spronò la sua cavalcatura. Intanto il mostro, ritornato nella sua residenza, aveva riunito le creature acquatiche sotto il ghiaccio. Aspettarono un bel pezzo, e finalmente udirono battere gli zoccoli di un cavallo. Allora il mostro, con il suo potere magico, spezzò il ghiaccio. Al gran colpo Scimmiotto balzò in aria; gli altre tre e il cavallo furono inghiottiti. L'orco afferrò Tripitaka e rientrò in casa alla testa dei suoi spiriti malefici, gridando con voce tonante: "Dov'è la mia sorella perca?" Essa lo venne ad accogliere all'ingresso: "Maestà, sono confusa; non oso pretendere..." "Ma come, saggia sorella! Te lo avevo detto: Sfuggita la parola, non c'è cavallo che la raggiunga. Avevo promesso che, se avessimo catturato il monaco cinese, ti avrei trattato da sorella giurata. Non ritiro certo la parola ora che i tuoi piani sono risultati così efficaci e il monaco è nelle nostre mani." E ordinò: "Ragazzi, preparate la tavola e affilate i coltelli. Prima di cucinare questo bonzo bisogna aprirgli il ventre, levare le interiora, scorticarlo e disossarlo. Durante il pranzo, che consentirà a me e a mia sorella di prolungare indefinitamente la nostra longevità, voglio musica." "Non mangiamolo subito, maestà. Ci sono ancora in giro i suoi discepoli, che potrebbero far chiasso" obiettò la perca. "Pazientate due giorni: il tempo di assicurarvi che tutto sia messo a tacere. Allora lo cucineremo e pregheremo vostra maestà di sedersi al posto d'onore, circondato da tutta la sua gente acquatica che lo servirà, canterà, danzerà e farà musica. Non è meglio fare le cose nel modo più comodo e prudente?" L'orco seguì il consiglio e per il momento fece mettere il monaco cinese in dispensa, dentro un cofano di pietra lungo sei piedi che si trovava nel cortile posteriore. Porcellino e Sabbioso erano invece riusciti a risalire alla superficie, a ripescare i bagagli e a caricarli sul cavallo. Scimmiotto li vide dall'alto e chiese loro: "Che ne è del maestro?" "È andato a fondo. Per il momento è impossibile ripescarlo. Torniamo a riva e decidiamo sul da farsi." I pellegrini erano perfettamente a loro agio nell'acqua: Porcellino era l'avatara dell'Ammiraglio dei Canneti Celesti e aveva avuto ai suoi ordini ottantamila marinai, Sabbioso veniva dal Fiume delle Sabbie Mobili, il cavallo stesso era figlio del drago dei mari occidentali. Quanto a Scimmiotto, dirigeva le operazioni dall'alto. Raggiunsero rapidamente la riva orientale, strofinarono e asciugarono il cavallo e strizzarono i propri vestiti, mentre Scimmiotto scendeva a terra. Se ne ritornarono così al villaggio dei Chen. I due patriarchi si sentirono annunciare: "Delle quattro persone in cerca delle scritture, ne restano solo tre." I fratelli si affrettarono a uscire per accoglierli, li videro tutti bagnati e commentarono: "Avevamo pur insistito perché rimaneste qui. Voi avete rifiutato, ed ecco il risultato. Come mai il reverendo Tripitaka non è con voi?" "Chiamatelo piuttosto reverendo Colapicco!" brontolò Porcellino. "Poverino!" esclamarono i vecchi versando lacrime. "Poteva aspettare che il ghiaccio si sciogliesse, per attraversare in barca. Gliel'avevamo detto, ma non ha voluto, e ora ha perduto la vita." "Non ve la prendete per il vostro amico. Non è mica morto il nostro maestro, e chissà quanto vivrà ancora" disse Scimmiotto. "Sono convinto che è stato un tiro mancino di quel grande re della Meravigliosa Efficacia. State tranquilli. Fate inamidare i nostri vestiti, asciugare i documenti di viaggio e foraggiare il cavallo bianco; intanto noi cercheremo quel tizio e libereremo il nostro maestro. Vi garantisco che estirperemo la mala pianta dalla radice. Così anche il villaggio non correrà più rischi e voi potrete vivere in pace." La promessa riempì di gioia i vecchi Chen, che ordinarono di servire un pasto di magro. I tre discepoli si rifocillarono, lasciarono bagaglio e cavallo in custodia dai Chen, lustrarono le armi e ritornarono al fiume. Certo che Andar sui ghiacci non è naturale, È un'avventura che può finir male. Se poi si spezzano incontri guai E alla tua meta non giungerai! Se non sapete, in fin dei conti, come riuscirono a salvare il monaco cinese, ascoltate il seguito. 第049回 GUANYIN IN TENUTA DI CASA · IN CUI TRIPITAKA, PRIGIONIERO SOTTO LE ACQUE, VIENE SALVATO DA GUANYIN CON UNA NASSA. I tre discepoli, dopo essersi congedati dal vecchio Chen, ritornarono in riva al fiume. "Fratelli" disse Scimmiotto, "decidete chi di voi deve scendere in acqua per primo." "Noi due non siamo più forti di tanto" obiettò Porcellino. "Non sarebbe meglio che per primo scendessi tu?" "Se si trattasse di un mostro di montagna, potrei anche fare tutto da solo. Ma come sapete nelle operazioni acquatiche non mi trovo a mio agio. Per muovermi là sotto devo separare le acque, oppure trasformarmi in pesce o in granchio: ma in quelle condizioni non posso usare il mio randello, e perciò non sono in grado di battere una creatura malefica. È meglio che ci andiate voi, che avete familiarità con l'acqua." "Io certo in acqua mi muovo bene, fratello" rispose Sabbioso. "Ma le mie possibilità dipendono dalla profondità a cui si deve arrivare. Andiamoci tutti insieme. Tu potresti trasformarti in qualcosa che io possa portare facilmente, mentre andiamo alla ricerca del rifugio dell'orco. Quando lo avremo localizzato, tu andrai in avanscoperta. Se troveremo il maestro sano e salvo, uniremo le nostre forze per liberarlo. Se invece scopriremo che non è stato catturato da quel mostro, oppure che è già stato ucciso e mangiato, sarà inutile insistere e bisognerà cercare qualche altra soluzione. Non vi pare?" "Va bene. Chi di voi due mi porterà?" Porcellino si rallegrava segretamente della proposta: "Quella scimmia maledetta me ne ha giocati, di tiri! Se la porto io, avrò l'occasione di prendermi la rivincita, visto che in acqua non si sa sbrogliare." "Ti porto io, fratello" propose Porcellino, facendo un risolino torto. Scimmiotto leggeva in lui come in un libro aperto, ma fece finta di niente: "Tanto meglio, sei più robusto di Sabbioso." Così Porcellino lo prese sulle spalle ed entrarono in acqua seguendo Sabbioso, che faceva da battistrada. Percorso un centinaio di li sul fondo del fiume, il bestione volle attuare il suo piano. Ma Scimmiotto, che stava attento, si trasformò in una pulce e si attaccò solidamente a un orecchio; sulle spalle gli lasciò un sosia, ottenuto dalla trasformazione di un pelo. Il bestione fece mostra di inciampare e diede una bella spinta al suo fardello proiettandolo nella corrente, che se lo portò via. "Ma che cosa fai!" s'indignò Sabbioso. "Avrei capito che lasciassi cadere nostro fratello nel fango; ma perderlo a quel modo!" "Maledetta scimmia! Scivola via e scompare al primo scossone. Faremo a meno di lui; andiamo avanti." "Nemmeno per sogno, lo dobbiamo ricuperare. Anche se non si trova a suo agio nell'acqua, è certo più furbo di noi due messi insieme. Io non vado avanti, se non lo si ritrova." A questo punto si sentì la voce di Scimmiotto che diceva: "Andate avanti! Non l'avete mica seminato, il vecchio Scimmiotto." "Meno male" disse Sabbioso mettendosi a ridere. "Ora, bestione, passerai un brutto quarto d'ora: vedrai che cosa avrai guadagnato con i tuoi stupidi scherzi! Lo senti ma non lo vedi: che cosa conti di fare?" Porcellino spaventato si prosternò nel fango: "Sono in torto, fratello. Aspetta che abbiamo salvato il maestro e risaliamo a riva: ti presenterò le mie scuse. Ma dove sei? Mi fai morire di paura! Ti supplico, fatti vedere: ti porterò come si deve, non mi permetterò più di combinare imbrogli." "Sta tranquillo, mi stai già portando come si deve. Non ho tempo di farti paura. Dài, sbrigatevi, camminate più svelti." Porcellino si tirò su borbottando e chiedendo scusa, e riprese il cammino con Sabbioso. Dopo un altro centinaio di li videro un edificio a vari piani. Sopra l'ingresso c'era un'iscrizione in quattro grossi caratteri: RESIDENZA DELLA TARTARUGA ACQUATICA "Suppongo che il mostro abiti là" disse Sabbioso. "Ma come facciamo a provocarlo a battaglia, se non sappiamo come stanno le cose?" "Consapevole della Purezza, vedi acqua davanti alla porta?" "No, non ce n'è." "Allora nascondetevi. Andrò io in cerca di informazioni." Diavolo di un grande santo! Si staccò dall'orecchio di Porcellino e si trasformò in una signora gambero dalle lunghe zampe. Giunto in breve alla soglia, vide il mostro assiso in trono con una signora perca in abito a righe seduta al suo fianco; ai lati si tenevano file e file di gente acquatica: parlavano appunto del monaco cinese e di come cucinarlo. Scimmiotto guardò intorno, ma non lo vide da nessuna parte. Passava in quel momento sotto la galleria ovest un'altra signora gambero di corporatura matronale; Scimmiotto le andò incontro e chiese: "Signora moglie del fratello maggiore, dove sarebbe questo monaco cinese di cui si parla tanto?" "Quello catturato nel ghiaccio da sua maestà? È stato messo in dispensa, nel cofano di pietra del cortile posteriore. Domani, se non ci saranno complicazioni con i suoi discepoli, sarà il piatto forte di un festino musicale." Scimmiotto continuò a passeggiare qua e là, e finì per spingersi nel cortile posteriore, in cui trovò il cofano di pietra lungo sei piedi. Accostò l'orecchio e sentì i singhiozzi di Tripitaka. Il poveretto batteva i denti e salmodiava una lamentazione: "Detesto il mio destino che mi vuole Abbandonato alle acque. Già mi accadde Alla nascita. Ancora di recente Mi trovai imprigionato al Fiume Nero. Ed oggi ho perso ogni speranza di essere Tratto in salvo. Potrò mai rivedere La corte col mio carico di sutra?" Scimmiotto gli gridò: "Maestro, non vi lagnate dell'acqua. Dice il sutra: La terra è madre dei cinque elementi, ma l'acqua li alimenta. Nulla nasce senza la terra, nulla cresce senza l'acqua. Sono io, il vecchio Scimmiotto!" "Discepolo, salvami!" gemette Tripitaka. "State tranquillo. Aspettate che abbia catturato il mostro, e vedrete che vi caverò dagli impicci." "Fai presto. Non posso durare molto chiuso qui dentro; morirò soffocato." "Non vi inquietate, non capiterà niente di simile. Vado a provvedere." Se ne tornò indietro, uscì dalla porta e riprese il suo aspetto. Porcellino e Sabbioso gli corsero incontro per chiedere com'era andata. "Quel ghiaccio era davvero una trappola tesa dall'orco per catturare il maestro. Comunque lui sta bene; il mostro lo ha fatto chiudere dentro un cofano di pietra. Ora voi andate a provocare l'orco a battaglia e io ritorno a terra. Se vi riesce, catturatelo. Se non è possibile, fingete la fuga e attiratelo sulla riva: vi aspetterò là." "Va pure, fratello" disse Sabbioso. "Noi cercheremo di conoscerlo più da vicino." Il Novizio se ne andò allontanando le acque. Ed ecco Porcellino che si presenta alla porta e grida con voce tonante: "Maledetta creatura! Rendici il nostro maestro!" Il portinaio corse spaventato ad annunciare: "Maestà, c'è fuori uno che reclama il suo maestro." "Dev'essere quel maledetto bonzo." E ordinò di portargli le armi, che i mostriciattoli andarono subito a prendere. Quando l'orco si fu allacciato la corazza ed ebbe impugnato la sua arma, ordinò di aprire la porta e si fece avanti. Porcellino e Sabbioso poterono osservare la strana creatura. Di mille fuochi brilla l'elmo d'oro, Arcobaleno sulla sua corazza, Perle e gioielli sull'alta cintura, Gli stivali di un giallo inconsueto. Naso ritto superbo, larga fronte Come quella del drago, occhi rotondi Che lampeggiano, denti come acciaio, Corti capelli dritti e fiammeggianti, Lunga barba dorata ed appuntita. Reca in mano una mazza a nove petali. Quando s'apre il portone cigolante Fa udire la sua voce come un tuono. Raro a vedersi, un tale portamento: Meravigliosa Efficacia il suo nome. L'essere perverso avanzò seguito da un centinaio di mostriciattoli divisi in due schiere, che agitavano spade e lance, e apostrofò Porcellino: "Bonzo, da quale monastero vieni a far baccano davanti alla mia porta?" "Te la farò vedere io, maledetta creatura!" strillava Porcellino. "Già una volta l'hai scampata per un pelo. Non mi dirai che non mi riconosci! Sono il discepolo del santo monaco dei Tang. Tu imbrogliavi la gente facendoti passare per il grande re di Meravigliosa Efficacia, al solo scopo di mangiarti i bambini del villaggio dei Chen. Io ero Bilancia Colma d'Oro della famiglia di Chen Qing: non mi riconosci?" "Testa matta: accusi me di imbrogliare la gente con una falsa identità, mentre tu hai avuto il coraggio di farti passare per una bambina. Con quel brutto grugno e quel pancione! Mi hai ferito il dorso della mano ancor prima che ingoiassi un boccone. Eppure io ti ho lasciato in pace. Perché ora mi vieni a provocare?" "Bel modo di lasciare in pace! Hai suscitato un vento gelato, hai fatto cadere una gran nevicata e te la sei presa con il mio maestro. Se me lo rendi prima che sia troppo tardi, tanti saluti. Ma se dici di no, assaggerai il mio rastrello: non ti darò quartiere." "Ecco un bonzo chiacchierone" sogghignò freddamente il mostro. "Che pretese insensate! È vero che ho fatto gelare il fiume per rapire il tuo maestro. Ma non penserai che te lo renda perché sei venuto qui a far baccano. L'altra volta andavo a una funzione religiosa e perciò non ero armato; e poi mi hai colto di sorpresa. Ma questa volta, bada di non scappare. Ti propongo un torneo in tre assalti: se li reggi tutti e tre, ti restituisco il tuo maestro; altrimenti ti metto in pentola con lui." "È così che la metti? Bada al rastrello!" "Si vede bene che ti sei fatto monaco a una certa età." "Bravo, hai dell'intuito. Come lo hai capito?" "Da come maneggi il rastrello. Dovevi essere garzone di un giardiniere; lo avrai rubato al momento di andartene." "Eh, no, bello mio: il mio rastrello non è da giardiniere. Guardalo meglio: Denti più aguzzi delle unghie di drago, Manico d'oro a forma di pitone: Fa scintille se tocca l'avversario E lo riempie di brividi. S'incarica Di eliminare i mostri o catturarli. Sole e luna nasconde se lo alzo, Ma disperde le nuvole e le nebbie. Sa sconvolger l'oceano e rovesciare Il Monte Tai. Per quanto tu sia forte, Da un solo colpo avrai nove ferite." Era chiaro che il mostro non ci credeva. Abbatté la sua mazza sul capo di Porcellino, che parò il colpo con il rastrello ed esclamò: "A quanto pare, anche tu sei diventato un diavolo perverso a una certa età." "Che cosa te lo fa pensare?" "Quel martello di bronzo che maneggi. Un orafo ti avrà assunto come garzone di fucina e tu, quando ti sei trovato in mano il martello, lo hai rubato." "Questo non è martello per l'incudine di un orafo. Guardalo! È un fiore a nove petali su stelo sempreverde. Non è una cosa inerte, per la gente comune: È un'arma d'immortali. Viene da semi nati Nello Stagno di Diaspro e da fiori sbocciati Nel Lago di Smeraldo. Duro come diamante, Nessun'arma lo vince. Per quanto sian temprati I denti del rastrello, se toccan la mia mazza Ne saranno spezzati." Eccitato da questo duello verbale, Sabbioso non poté trattenersi e si fece avanti anche lui: "Maledetta creatura, hai blaterato abbastanza. Come dicono gli antichi, si giudicano le azioni, non le parole. In guardia, che ti farò assaggiare il mio bastone!" Il mostro parò il colpo con il manico del martello ed esclamò: "Ecco qui un altro bonzo dell'ultima ora." "Come sarebbe a dire?" "Tu eri il garzone di un fornaio." "Che cosa avrei, del fornaio?" "Questo bel mattarello." "Brutto infame! Tu non hai mai visto un'arma simile. È un'arma così rara che forse del suo legno Ti sarà ignoto il nome: esso è legno di sâla, Che cresce sulla luna. Fuori mostra gioielli, Dentro racchiude l'oro. Ha prestato servizio Ai banchetti celesti. Se nessun la conosce Sulla strada dell'Ovest, è ben nota nel Cielo: Randello ammazzadiavoli è il suo nome famoso. E se può ammazzar diavoli, Ti devi veder morto." Il mostro perse gusto alla discussione. Tutti e tre assunsero una grinta feroce, e si vide sul fondo del fiume una bella mischia. Combattevano mazza di bronzo contro rastrello e bastone. I due attaccano di conserva la creatura acquatica, che si difende onorevolmente. Giusta sorte e buon destino permettono di realizzare il grande Tao, che trattiene le sabbie del Gange per riduzione o produzione. La terra riduce l'acqua; quando l'acqua è asciugata, si vede il fondo. L'acqua produce il legno, che in ascesa fiorisce. Le meditazioni buddista e taoista giungono allo stesso risultato, alchimia e raffinazione del cinabro si assoggettano alle tre scuole. La terra è la madre che fa crescere il metallo, che produce l'acqua divina, che genera il fanciullo. L'acqua è la fonte che nutre la fioritura del legno, che nel suo splendore prende fuoco. I cinque elementi, che convivono fra loro, sono diversi perché si trasformano e si combattono. Guardate come sono belli la mazza di nove petali, il bastone che sembra ricamato di mille fili di seta, il rastrello dei nove luminari! Essi si urtano e si mescolano senza tregua. I discepoli sono pronti a lasciar la vita per il monaco, ignorano la morte in questa lotta per Sâkyamuni, contrastano continuamente la mazza di bronzo, ora con il bastone, ora con il rastrello. Il combattimento durò quattro ore buone senza esito. Porcellino valutò che non ne sarebbero mai venuti a capo e strizzò l'occhio a Sabbioso: finsero di sbandarsi, volsero le spalle al mostro e fuggirono. "Ragazzi!" gridò l'orco, "voi vigilate, mentre inseguo quei tipi e li catturo. Ce li porteremo in tavola." E si lanciò dietro di loro verso la superficie, come un uragano che spazza via le foglie morte, o una tempesta che strappa i fiori del giardino. Scimmiotto, sulla riva orientale, sorvegliava attentamente la superficie dell'acqua. A un tratto si sollevarono onde e vortici, poi grida e ruggiti. Sbucò Porcellino: "Arriva! Arriva!", poi Sabbioso: "Eccolo qua!", e infine arrivò il mostro gridando: "Dove credete di scappare?". A questo punto, si trovò di fronte Scimmiotto che urlò: "In guardia!" L'orco dovette parare precipitosamente una randellata. Si batterono in riva al fiume scontrandosi tre volte. Poi il mostro, vistosi alle strette, balzò nell'acqua e scomparve. Vento e onde si calmarono. Scimmiotto risalì l'argine per ringraziare i suoi condiscepoli: "È stata dura, fratelli?" "All'asciutto quella creatura non vale gran che, ma in acqua è una forza" osservò Sabbioso. "Per mantenere l'equilibrio, bastavamo a stento tutti e due insieme. Che cosa convien fare per salvare il maestro?" "Se stiamo a perdere tempo, temo che lo ammazzi e se lo mangi" obiettò Scimmiotto. "Fratello" propose Porcellino, "questa volta, quando lo portiamo a galla, non ti far vedere e aspetta per aria. Quando vedrai emergere la testa la colpirai, come il pestello sullo spicchio d'aglio: mira al cranio e picchia senza sbagliare. Se non morirà, resterà almeno intontito. Io ne approfitterò per dargli un'altra botta con il mio rastrello: e a questo punto sarà fatta." "D'accordo" approvò Scimmiotto. "È quello che si dice un'azione coordinata dall'esterno e dall'interno, il modo migliore per venirne fuori." I due si rituffarono in acqua. Intanto l'orco, che aveva trovato scampo nella fuga, era giunto alla sua residenza. Tra la folla dei sudditi che gli andava incontro, sbucò madama perca: "Maestà, dove avete inseguito quei bonzi?" "Fino alla riva, ma avevano un complice. Mi ha attaccato con una sbarra di ferro appena sono uscito dall'acqua: mi ha mancato per un pelo. Mi chiedo quanto potesse pesare quella sbarra: non c'era verso di fermarla, con la mia mazza. Ho sostenuto a stento tre scontri e ho dovuto darmela a gambe." "Vostra maestà può descrivere l'aspetto di questo complice?" "È un bonzo con la faccia pelosa, una gola da duca del tuono, orecchie aguzze, setto nasale rotto, occhi di fuoco e pupille d'oro." A questa descrizione la signora perca fu presa dai brividi ed esclamò: "Maestà! Per fortuna avete avuto la saggezza di fuggire in tempo. Se lo aveste affrontato più a lungo, di sicuro avreste perso la vita. Lo conosco bene, quel bonzo." "E chi sarebbe?" "Quando vivevo nell'oceano orientale, sentii parlare di lui dal vecchio re drago. Si tratta del Bel Re Scimmia, che cinquecento anni fa provocò gravi disordini in paradiso; è il Grande Santo Uguale al Cielo, immortale d'oro del Supremo Fastigio del mondo di Sopra, soffio del caos primordiale. Ora si è convertito alla dottrina del Buddha e protegge il monaco cinese alla ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest, con il nome di Scimmiotto Consapevole del Vuoto, detto il Novizio. Ha poteri immensi ed è capace di innumerevoli trasformazioni. Come ha potuto vostra maestà correre un rischio simile? Non c'è nemmeno da pensare a combatterlo." Mentre la signora perca parlava, arrivò di corsa il portinaio ad annunciare: "Maestà, quei due bonzi sono tornati." "Saggia sorella, il tuo consiglio è molto sensato: non uscirò più. Voglio vedere che cosa mi possono fare." E ordinò: "Ragazzi, barricate bene le porte. Come si dice: Tu chiama a perdifiato, l'uscio resta serrato. Ci assedino pure per qualche giorno; finiranno per stancarsi e levarsi di torno, e noi ci godremo con comodo il monaco cinese." I mostri portarono rocce e fango in quantità per bloccare tutte le uscite. Vedendo che grida e provocazioni non ottenevano risposta, Porcellino perse la pazienza e incominciò a picchiare rastrellate sul portone. Ci vollero vari colpi perché i battenti si rompessero; ma, quando caddero, non rivelarono altro che un grande ammasso di ciottoli e fango. Sabbioso osservò: "Quella creatura dev'essere terrorizzata; non credo che si farà più vedere. Sarà meglio che discutiamo un altro piano con il nostro fratello maggiore." E se ne tornarono a riva. Scimmiotto, che li aspettava a mezz'aria con la sbarra in pugno, li rivide ricomparire senza il mostro. Scese giù a chiedere: "Come mai quello schifoso non vi ha seguito?" "La creatura si è asserragliata in casa e rifiuta di metter fuori il naso" spiegò Sabbioso. "Porcellino gli ha sfondato la porta, ma dietro abbiamo trovato una gran barricata di terra e pietre. Non sapevamo che altro fare e siamo ritornati da te per consigliarci." "Se si comporta così, noi non ci possiamo fare niente. Restate qui a tenerlo d'occhio e a impedire che scappi via durante la mia assenza." "Tu dove vai, fratello?" "Faccio un salto sul Potalaka, per chiedere alla pusa da dove viene e come si chiama questo mostro. Individuerò il luogo d'origine e andrò a catturare i suoi familiari e i suoi vicini; a quel punto vedrete che riusciremo a prendere anche lui e a liberare il maestro." "Ma fratello" obiettò Porcellino, "è un metodo molto complicato: prenderà un sacco di tempo." "Vedrai che non sarà né complicato né lungo. Ora parto e tornerò presto." Il grande santo si allontanò su una luce di buon augurio e andò dritto nei mari del Sud. In meno di un'ora arrivò in vista del Potalaka e atterrò sulla sua cima, dove lo accolsero gli dèi dei ventiquattro sentieri, il protettore della montagna, il novizio Moksa, il ragazzo di Buona Fortuna e la figlia del drago Porta Perla. Gli vennero incontro per riceverlo e chiesero: "Qual buon vento, grande santo?" "Ho bisogno di vedere la pusa." "Fin da stamane se n'è andata nel bosco di bambù senza permettere a nessuno di seguirla. Sapeva che voi sareste venuto, e ci ha incaricato di ricevervi. Poiché non potete incontrarla subito, vi preghiamo di accomodarvi alla Rupe Turchese ad aspettare che si faccia viva e prenda le disposizioni necessarie." Il ragazzo di Buona Fortuna lo salutò con particolare gentilezza: "Devo ringraziare la vostra eminente santità della generosità che mi ha dimostrato in una certa occasione. La pusa non mi ha abbandonato e mi ha concesso il privilegio di tenermi con sé: non la lascio mai e la servo ai piedi del trono di loto. Mi colma veramente di segni di bontà." Scimmiotto riconobbe Bimbo Rosso e gli rispose sorridendo: "Allora eri stato sviato da azioni diaboliche. Ora che hai ottenuto il giusto frutto, avrai capito che il vecchio Scimmiotto, tutto sommato, non è una cattiva persona." Aspettò per un bel pezzo e poi incominciò ad agitarsi: "Vi prego, andate a sollecitarla; se perdo altro tempo, temo per la vita del mio maestro." "Non possiamo, la pusa ce l'ha formalmente proibito. Dovete aspettare che ritorni." L'impazienza di Scimmiotto divenne incontenibile: egli balzò via e si mise alla ricerca. Non c'è santo che possa controllare Impazienza e capriccio nel re scimmia. Se ne va dunque al bosco a grandi passi E vi trova Guanyin sotto i bambù In tenuta di casa. Non indossa Il lungo abito azzurro, né la sciarpa Con le decorazioni sulla spalla. Non si è lavata il viso; i suoi capelli Pendono sfatti da tutte le parti; Porta una camicetta un po' sgualcita E una gonna qualsiasi. Piedi nudi E braccia nude, fa la giardiniera E raschia delle strisce di bambù, Tenendo gli occhi fissi al suo lavoro. Quando la vide, Scimmiotto gridò gioviale: "Ehi, pusa, i miei rispetti!" "Tu aspetta fuori, brutto impiccione." "Ma pusa" insisté Scimmiotto prosternandosi, "il mio maestro è nei guai. Avrei bisogno di informazioni sulla creatura malefica del Fiume Comunicante con il Cielo." "Esci di qui e aspettami fuori." Scimmiotto non osò insistere; dovette uscire dal boschetto e ritornare dagli dèi: "Mi sembra che oggi la pusa sia tutta presa dalle faccende di casa. Perché non si è vestita e seduta come al solito sul trono di loto, invece di starsene nel bosco a tagliare strisce di canna, ringhiando ai visitatori?" "Chissà. In effetti stamane è uscita presto dalla grotta e ha persino trascurato la toilette. Poiché ci ha parlato subito della vostra visita, crediamo che il motivo sia legato ai vostri affari." Non c'era altro da fare che aspettare. Dopo un po', spuntò dal bosco Guanyin reggendo un paniere di strisce di bambù: "Su, Consapevole del Vuoto, andiamo a togliere dai guai questo benedetto monaco." "Non vorrei aver esagerato nel sollecitarvi" replicò il Novizio inginocchiandosi. "Sarà meglio che prima facciate la vostra toilette." "Ma no, non stiamo a perdere tempo." Piantò in asso la compagnia e montò su una nuvola; Scimmiotto non poteva che seguirla. Giunsero in breve in riva al fiume. Quando li videro arrivare Porcellino e Sabbioso commentavano: "Figuriamoci che casino deve aver fatto quella scimmia nei mari del Sud, per costringere la pusa a venir qui in camicia e senza darsi il rossetto." Guanyin sorvolò il fiume a mezza altezza su una nuvoletta iridata, snodò una fascia di seta che portava alla vita, vi legò il paniere, lo gettò nell'acqua e lo trascinò controcorrente ripetendo per sette volte: "Morto, parti; vivo, resta. Morto, parti; vivo, resta." Poi tirò su il paniere, e vi si vide dibattersi un pesce rosso con le branchie palpitanti. "Consapevole del Vuoto, va giù a liberare il tuo maestro." "Ma prima bisognerà catturare il mostro." "Il mostro? Eccolo qua." "Ma come, era soltanto quel pesce rosso?" chiedevano stupiti Porcellino e Sabbioso. "Certo. Si tratta di un pesce cresciuto nella mia vasca dei fior di loto. Galleggiava sempre al pelo dell'acqua per ascoltare i sutra e imparare; in questo modo ha acquisito i suoi poteri. La mazza di bronzo a nove petali non è che un bocciolo di loto di cui si è fatto un'arma prima che si dischiudesse. Un bel giorno dev'essere fuggito e sarà arrivato qui sfruttando la marea. Stamane, mentre contemplavo i fiori, mi sono resa conto che quel bastardo non veniva a presentarmi i suoi omaggi; allora ho calcolato sulle dita e sulle linee della mano che doveva essere qui, trasformato in essere malefico, e che aveva cattive intenzioni verso il vostro maestro. Perciò non ho perso tempo a imbellettarmi e ho costruito questa nassa di bambù per catturarlo." "Visto che siete qui" suggerì Scimmiotto, "restate ancora un momento: vorrei chiamare i fedeli del villaggio dei Chen perché vedano con i loro occhi il volto dorato della pusa. Per loro sarà un ricordo indimenticabile; e poi il racconto di come avete castigato l'essere malefico che li tormentava sarà il migliore incitamento perché questa brava gente vi offra il suo culto con cuore sincero." "Va bene; chiamateli pure." Porcellino e Sabbioso corsero subito per le strade del villaggio gridando: "Venite, venite tutti a vedere la pusa Guanyin in carne e ossa!" Uomini, donne, bimbi e vegliardi, tutto il paese corse al fiume, e tutti si inginocchiarono e si prosternarono senza badare al fango. Nella folla c'era anche un bravo pittore, che immortalò per i posteri l'immagine di Guanyin spettinata e con il paniere del pesce. Poi la pusa se ne tornò nei mari del Sud. Porcellino e Sabbioso si immersero fino alla residenza della tartaruga alla ricerca del maestro: tutti i mostri acquatici erano morti e imputriditi. Si recarono nella corte posteriore, aprirono il cofano di pietra, si caricarono del monaco cinese e lo portarono su in mezzo alla folla. I fratelli Chen si prosternarono davanti a Tripitaka e rinnovarono i ringraziamenti, ma non si seppero trattenere dal rinfacciargli: "Vi sareste risparmiato tutte queste prove, se aveste dato retta al nostro consiglio di restare a casa nostra." "Giusto. Ma dovete pensare" fece notare Scimmiotto "che l'anno prossimo vi sareste trovati daccapo a fare sacrifici umani; invece in questo modo il flagello del grande re è stato estirpato. Caro vecchio signor Chen, dobbiamo ricorrere ancora una volta ai vostri servigi: ci dovreste procurare una barca per attraversare il fiume." "Ma certo, provvediamo subito" assicurò Chen Qing. E mandò a comprare le assi per costruire la barca. Tutti i paesani vollero contribuire: "Io pagherò l'albero" diceva uno; "procurerò i remi" diceva un altro; "e io il cordame" un terzo; e un quarto: "assumerò i barcaioli." Ma a un tratto si udì dal fiume una voce possente, che zittì le grida e le esclamazioni sulla riva: "Grande santo, è inutile che facciate costruire una barca a spese di quella gente; provvederò io a traghettarvi." A tutti venne il batticuore: i meno coraggiosi si rifugiavano in casa, i più audaci tremavano, ma restavano per vedere che cosa sarebbe accaduto. Ed ecco accostarsi alla riva una strana creatura. Che aspetto aveva? La divina creatura ha testa quadra; Immortale delle acque, gran prudente, Può trascinar la coda per mille anni. Si nasconde sul fondo e non si muove. Talvolta nuota, sale sulla spiaggia E dorme sotto il sole. Levigata Dagli anni, è la rugosa tartaruga; Conosce l'arte di allungar la vita. "Non perdete tempo a costruire una barca" ripeté la tartaruga. "Penserò io a traghettare maestro e discepoli." "Un momento, infame creatura!" esclamò Scimmiotto brandendo il randello. "Se esci dall'acqua sei morta." "Perché ve la prendete con me mentre sto offrendo di traghettarvi, con le migliori intenzioni del mondo e per ringraziarvi dei benefici ricevuti?" "E quali benefici avresti ricevuto?" "Dunque non sapevate che la Residenza della Tartaruga Acquatica, in fondo al fiume, era la mia casa avita? Il nome gliel'avevo dato io, e l'avevo restaurata e rinnovata quando avevo raggiunto l'illuminazione della mia natura fondamentale e avevo acquistato il soffio trascendente. Ma nove anni fa quel mostro perverso, col favore della marea, venne qui ad attaccarmi con violenza inaudita. Mi uccise una quantità di figli e di parenti: non fui in grado di resistere e dovetti abbandonare la casa, in cui si installò lui. È proprio grazie al vostro intervento, anche se non lo sapevate e pensavate a tutt'altro, che ho potuto ricuperare la mia casa: finalmente ho smesso di vivere rintanata nel fango con i pochi familiari che mi sono rimasti. La nostra gratitudine è più profonda del mare, più alta della montagna. Del resto anche i paesani, qui, si sono liberati da un pesante balzello, i loro bambini ormai non corrono più pericoli. È quello che si dice: tirare un sasso e rompere due teste. Come potrei sottrarmi dal testimoniare la mia gratitudine?" "Dici sul serio?" chiese Scimmiotto, riponendo il randello e dissimulando il piacere che questa dichiarazione gli faceva. "Come oserei mentire alla vostra eminente santità, cui devo tanto?" "Se è vero, giuralo." "Che il mio corpo si sciolga in acqua, se non traghetterò fedelmente il monaco cinese." "Va bene; vieni qui" gli disse Scimmiotto sorridendo. La tartaruga si arrampicò sulla riva. La folla poté constatare che aveva un enorme carapace bianco della circonferenza di quattro tese. "Maestro" propose Scimmiotto, "montiamole dunque in groppa e traghettiamo." "Discepolo" obiettò Tripitaka, "ricordi come si scivolava sul ghiaccio, benché fosse tanto spesso? Temo che nemmeno questo carapace sia tanto sicuro." "Non temete" intervenne la tartaruga. "La sicurezza che vi offro è molto maggiore di quella della più spessa coltre di ghiaccio. In questo caso ci sono sotto io, e so che il minimo beccheggio potrebbe essere pericoloso." "Via, maestro!" insisté Scimmiotto. "Bestia che parla umano, non sa mentire. Fratelli, portate qui il cavallo." Mentre i paesani si inginocchiavano, Scimmiotto ordinò ai condiscepoli di far montare il cavallo sopra la tartaruga e collocò Tripitaka a sinistra, Sabbioso a destra e Porcellino dietro; lui stesso si mise ritto a prua. Per escludere a ogni buon conto che la tartaruga facesse impertinenze, si tolse la cintura di nerbo di tigre e ne fece delle redini; stava dunque con un piede sul carapace e uno sulla testa, sbarra in una mano e redini nell'altra. Poi gridò alla tartaruga: "Avanti piano! Se provi ad agitarti, ti do un botto in testa." "Me ne guarderò bene" rispose la tartaruga. La bestia stese le zampe e avanzò nell'acqua con maggiore agio che sulla terra. La folla sulla spiaggia bruciava incenso e si prosternava, ripetendo: "Namo Amitâbha Buddha!" È il caso di dirlo: Appare l'avatara di un arhat, È proprio un vivo pusa avanti agli occhi. La folla rimase lì e continuò a pregare finché non scomparvero dalla vista. I pellegrini compirono la traversata di ottocento li in meno di una giornata, e sbarcarono sulla riva occidentale senza bagnarsi né piedi né mani. "Cara tartaruga, quanta pena vi siete data!" disse Tripitaka giungendo le mani quando furono a terra. "Al momento non ho nulla da darvi; ma aspettateci al ritorno." "Lasciate stare. C'è una cosa a cui terrei molto. Ho sentito dire che il Buddha del Paradiso dell'Ovest ha superato la vita e la morte, e che conosce il passato e l'avvenire. Io qui mi sto coltivando da più di mille anni: ma per quanto allunghi la mia vita e alleggerisca il mio corpo, non riesco a perdere questo carapace. Dovreste chiedere al Buddha quando me ne potrò sbarazzare e ottenere un corpo umano." "D'accordo, gli porrò la domanda" promise Tripitaka. E la tartaruga ritornò in acqua e se ne andò. Scimmiotto aiutò il monaco cinese a rimontare a cavallo, Porcellino prese i bagagli e Sabbioso li seguì. I pellegrini ripresero di buon passo la strada dell'Ovest. Fu così che Per ordine imperiale il santo monaco, Sfidando mille prove sul cammino, Senza temer la morte, a cuor sincero, Varcò il fiume su quella tartaruga. Se a questo punto volete sapere quante tappe gli restavano da percorrere, e quali vicende liete e tristi gli toccarono, vi converrà ascoltare il seguito. 第050回 IL PALAZZO DEI FANTASMI · QUANDO I DESIDERI SVIANO I SENTIMENTI E DOMINANO LA NATURA, L'ANIMO TURBATO E LO SPIRITO SCOSSO INCONTRANO DIAVOLI E LAMIE. Dice il poema: Spazzalo, il pavimento del tuo cuore, Spolvera le affezioni; non accogliere In un sudicio ambiente Vairocana. Una purezza costante dell'essere A conoscenza primaria conduce. Smoccola la candela della vita, Esercita il respiro con giudizio, Cavallo e scimmia tieni controllati: Solo un lavoro quieto giorno e notte Infine ti conduce alla tua meta. Questo poema, che si canta sull'aria del Ramo del Sud, spiega come il monaco cinese poté sfuggire all'insidia nascosta nel fiume e raggiungere l'altra riva trasportato da una tartaruga bianca. I quattro pellegrini che si affrettavano verso ovest marciavano ormai in un severo paesaggio invernale. Si vedevano Il bosco illuminarsi di una bruma leggera, Oltre l'acque levarsi chiare forme di monti. Di nuovo il cammino fu reso aspro da una montagna: la strada si faceva sempre più ripida e rocciosa, faticosa per gli uomini come per le bestie. "Discepoli miei!" gridò Tripitaka tirando le redini. Scimmiotto si volse e chiese: "Che cosa vi serve, maestro?" "Ecco la montagna. Lupi, tigri o mostri ci potrebbero attaccare: fate attenzione." "Non temete, maestro. Siamo uniti tutti e tre nel pensiero e nell'impegno della nostra cerca. Tigri e lupi, o mostri che siano, non sono temibili, perché disponiamo del potere di sottometterli." Tripitaka, più o meno tranquillizzato, continuò il cammino. All'imbocco della valle spinse il suo cavallo su per il pendio: che montagna! Uno strapiombo da dar le vertigini, Creste come tagliate col coltello Bucan le nubi e nascondon l'azzurro. Quegli ammassi di rocce sembran tigri Acquattate, e gli abeti come draghi. Cantano uccelli sui rami del prugno Profumato; ai suoi piedi rumoreggia L'acqua gelata del torrente. Il picco Si copre di una nube minacciosa. Turbina neve, il vento morde; tigri Affamate ruggiscono. Dei corvi Volano neri; il cervo va cercando Un riparo. Infelice il viaggiatore Avanza con gran pena; copre il capo, Aggrotta i sopraccigli e abbuia il volto. I quattro pellegrini stavano superando questo pericoloso passo e sfidavano il freddo e la neve, quando videro da lontano edifici, terrazze e alte torri di linee pure ed eleganti: un sontuoso ritiro fra le montagne. "Discepoli!" gridò lieto il monaco cinese. "Che fortuna trovare edifici fra queste montagne, dopo una giornata di freddo e di fame! Sarà un villaggio, oppure un monastero o un romitaggio. Chiederemo l'elemosina di un pasto e ripartiremo dopo aver mangiato." Scimmiotto osservò accuratamente aguzzando gli occhi: ristagnava in cielo un vapore maligno, che formava una piccola nube scura. Si volse a Tripitaka: "Maestro, questo è un brutto posto." "Non mi pare. Guarda che belle torri e padiglioni!" "Voi che ne sapete, maestro?" replicò ridendo Scimmiotto. "Sulla strada dell'Ovest ci sono tanti mostri, diavoli e lamie espertissimi nel far comparire edifici illusori. Può capitare che le torri più belle e i più ameni padiglioni sorgano solo per ingannare la gente. Per esempio, una delle nove specie di figli che i draghi possono generare, il bivalve gigante shen, sa emettere vapori che prendono forma di un intero castello, con parco e stagno. Producono questi miraggi in riva ai grandi fiumi, quando l'aria è brumosa. Tutti gli uccelli di passaggio che si posano sugli alberi di quel parco sono inghiottiti dallo shen, anche se fossero uno stormo di migliaia o di diecine di migliaia. I miraggi sono cose pericolose: bisogna tenersi alla larga." "Stiamo dunque alla larga. La mia fame, però, non è illusoria" si lagnò Tripitaka. "Allora smontate da cavallo e sedetevi in questa radura. Andrò a mendicare cibo per voi; aspettatemi" propose Scimmiotto. Tripitaka scese da cavallo e Sabbioso posò i bagagli, aprì un sacco e ne tolse la ciotola per le elemosine, che tese al Novizio. Questi insisté: "Mi raccomando, saggio fratello, non vi muovete da qui. Assicurati che il maestro non si muova, mentre vado a mendicare. Vi muoverete solo quando sarò tornato." Sabbioso confermò, ma Scimmiotto si rivolse anche a Tripitaka: "State fermo, maestro, questo posto non promette niente di buono. Statevene lì, mentre io chiedo l'elemosina." "Ho capito, non insistere. Piuttosto cerca di sbrigarti." Scimmiotto fece per allontanarsi, ma ritornò indietro: "Maestro, so che siete impaziente e non vi piace restare seduto a lungo. Permettetemi di usare questa misura di sicurezza: lo faccio per voi." Tracciò con la sua sbarra un cerchio al suolo; invitò il monaco a mettersi al centro e Porcellino e Sabbioso ai lati, con il cavallo e i bagagli a portata di mano. Poi si rivolse a Tripitaka giungendo le mani: "Vedete, questo cerchio è più sicuro di una parete di bronzo o d'acciaio. Nessuno oserà accostarsi: né lupi, né tigri, né mostri, né lamie. Ma non ne dovete uscire. Finché sarete lì dentro vi posso garantire che non vi accadrà nulla, ma guai se mettete il naso fuori. Vi scongiuro, non dimenticatelo!" Maestro e discepoli presero solennemente la posa di un gruppo scultoreo, mentre Scimmiotto balzava su una nuvola e partiva in cerca di un villaggio. Viaggiò verso sud finché vide vecchi alberi tanto alti da toccare il cielo, che annunciavano la prossimità di un casale. Scese e vide Dei salici curvati dalla neve, La peschiera ghiacciata, dei bambù Che ondeggiavano al vento, alteri pini Verde cupo. Capanne con i tetti Imbiancati di neve, un ponticello Infarinato. L'aia è circondata Da fiori di narciso. Stalattiti Di ghiaccio pendon giù dalle tettoie. Il vento soffia disperdendo i fiori Profumati del prugno nella neve. Scimmiotto se ne veniva pian piano contemplando il paesaggio, quando udì cigolare un cancelletto: ne usciva appoggiandosi al bastone un vecchio con il berretto di pecora, che indossava una veste sdrucita e calzava sandali di paglia. "Il vento soffia da nord ovest: domani farà bel tempo" disse guardando il cielo. Alle sue spalle sbucò fuori un cagnolino tibetano(43) che si sentì in dovere di abbaiare furiosamente a Scimmiotto. Il vecchio si accorse solo allora della sua presenza e della sua ciotola. "Caro donatore, siamo monaci dell'Est incaricati di una missione imperiale di ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Poiché la nostra via passa per questa nobile contrada e il mio maestro è affamato, mi sono permesso di accostarmi alla vostra rispettabile residenza per sollecitare l'elemosina di un po' di cibo di magro." "Reverendo" rispose il vecchio scuotendo il capo e battendo a terra il suo bastone, "siete fuori strada." "Niente affatto." "La strada dell'Ovest passa a mille li da questo posto, verso nord. Che cosa aspettate a raggiungerla?" "Certo che si trova a nord" rispose Scimmiotto ridendo. "Infatti il mio maestro si è seduto là ad aspettare che gli porti qualcosa da mangiare." "Che frottole racconta questo bonzo! Se il tuo maestro ti aspetta a mille li, lo avrai lasciato sei o sette giorni fa, sempre che tu sia un buon camminatore; e per ritornare da lui ti occorre altrettanto. Non credi che nel frattempo sarà morto di fame?" "Devo dire, caro donatore" replicò Scimmiotto ridendo, "che l'ho lasciato un momento fa, e sono arrivato qui in un tempo più corto di quello che occorre a bere una tazza di tè. E adesso fatemi l'elemosina: tornerò da lui in un tempo altrettanto breve." A questa risposta il vecchio si impaurì e pensò: "Questo bonzo non può essere che un fantasma." Perciò gli voltò la schiena e fece per correre a chiudersi in casa; ma Scimmiotto lo acchiappò per il colletto: "Dove andate, caro donatore? Se avete in casa qualcosa di commestibile, sbrigatevi a darmi la mia parte." "Andate via, cercate qualcun altro." "Càpita certe volte che il donatore non capisca la situazione. L'avete detto voi che mi trovo a mille li dalla mia strada. Che cosa dovrei fare: cercare un'altra casa e aggiungere altri mille li? Allora sì che il mio maestro morirebbe di fame." "Dico la verità: in casa siamo sei o sette persone e abbiamo potuto mettere al fuoco non più di tre litri di riso, che fra l'altro non è ancora cotto. Al momento non ho niente da darvi; forse un'altra volta." "Dicevano gli antichi: meglio trovare una casa che cercarne tre. Non me ne vado." Constatando che non c'era verso di sbarazzarsi di lui, il vecchio perse la pazienza e incominciò a batterlo con il bastone. Scimmiotto si lasciava picchiare sulla testa senza nemmeno schivare i colpi, come se il vecchio non facesse che grattarlo dove gli prudeva. "Che zucca dura!" brontolava il vecchio. "Fate come vi pare, vecchio mio" rispose Scimmiotto; "ma non perdete il conto: per ogni botta che mi date, mi dovete un litro di riso." Il vecchio lasciò subito cadere il bastone e corse a chiudersi in casa urlando: "Il diavolo! Il diavolo!" Si sentì un gran trambusto là dentro; barricavano le porte e le finestre. A vedersi chiudere la porta in faccia, Scimmiotto pensava: "Quel vecchio brigante diceva che hanno messo la pentola al fuoco, ma mi chiedo se sarà vero. Come dice l'adagio: Il taoista elemosina dal saggio, il buddista dallo stolto. Entriamo a controllare." Si rese invisibile e si intrufolò in cucina, dove in effetti vide una pentola piena a metà di riso che bolliva sul focolare. Vi tuffò la sua ciotola, la riempì per bene e se ne tornò sulle nuvole. Nel frattempo Tripitaka era stato per un po' dentro il cerchio ad aspettare Scimmiotto che non tornava. Scrutava l'orizzonte con aria sconsolata e borbottava: "Dove si sarà mai ficcata a mendicare quella benedetta scimmia?" "Figuriamoci se sarà andato a mendicare!" sogghignava Porcellino. "Quello va a passeggio per divertirsi e lascia noi prigionieri nel pollaio." "Perché prigionieri nel pollaio?" "Lo sapete, no?, che gli antichi per fare un pollaio tracciavano una riga per terra. E ha avuto il coraggio di dirci che è la migliore protezione contro lupi, tigri eccetera: se ne capitassero davvero, ci troverebbero serviti sul vassoio." "E allora, Consapevole delle Proprie Capacità, che cosa proponi di fare?" "Qui siamo esposti al vento e al freddo. Io dico che ci conviene continuare per la nostra strada. Quando il condiscepolo ritornerà, farà presto a raggiungerci; e speriamo che ci porti qualcosa da mangiare. A stare qui fermi ci guadagniamo solo di congelarci i piedi." In quel momento Tripitaka doveva trovarsi sotto una cattiva stella, perché gli diede retta. Uscirono dal cerchio e ripresero il cammino. In breve giunsero ai begli edifici che avevano visti di lontano. L'ingresso era protetto da due muri convergenti, imbiancati a calce. La torre del portale aveva pianta rettangolare, era adorna di fiori di loto rovesciati e dipinta dei cinque colori. I battenti erano socchiusi. Porcellino legò il cavallo al tamburo di pietra accanto all'ingresso, Sabbioso posò il suo carico e Tripitaka si sedette nel vano della porta, al riparo dal vento. "È certo la residenza di una persona importante, un nobile o un ministro" disse Porcellino. "Qui fuori non c'è nessuno: saranno tutti dentro a scaldarsi al fuoco, con il freddo che fa. Aspettate che vado a vedere." "Abbi modo, non ti buttare sulla gente." "Maestro!" rispose il bestione. "Da quando mi sono convertito ho imparato anch'io le buone maniere; non sono più un contadinotto che viene dal porcile." Quel balordo si infilò il rastrello nella cintola, aggiustò la sua tonaca nera e andò avanti dandosi un'aria molto signorile. Si trovò in una grande sala a tre navate, dove le stuoie delle finestre erano tutte sollevate. Vi regnava il silenzio. Non v'era traccia di arredi, come tavoli, poltrone o vasellame. Aggirò il paravento che proteggeva la porta verso l'interno e proseguì la sua esplorazione. Si attraversava una galleria e si vedeva un grande padiglione: le finestre semiaperte del primo piano lasciavano scorgere all'interno grandi cortine di mussola gialla. "Saranno ancora a letto, per paura del freddo" si disse il bestione. Salì dunque le scale a gran passi, ignorando la buona regola che vieta di passare senza invito dall'area di ricevimento all'area privata della casa. Alzò disinvoltamente le cortine, ma fu colto di sorpresa: su un grande letto d'avorio giaceva un gigantesco scheletro candido, il cranio grande come un moggio, tibie e femori lunghi quattro o cinque piedi. A Porcellino girò la testa, gli caddero lacrime dagli occhi. Lasciò ricadere la cortina scuotendo il capo, e si chiese: "Chi sarà stato? Maresciallo di quale dinastia? Gran capitano di quale paese? Di vittoria in vittoria tu volavi, Ora ti sei ridotto a bianche ossa. Né donna né bambino ti accudiscono, I soldati non ti offrono l'incenso. La potenza che in vita perseguivi Ha questa conclusione desolata." Giunse agli occhi lacrimosi di Porcellino un riflesso di fiamma dietro i tendaggi. "Si direbbe che qualcuno stia bruciando incenso." Andò a vedere, ma si rese conto che era soltanto la luce del giorno filtrata dai vetri colorati di una finestra. Ai suoi piedi c'era un tavolino laccato su cui erano posate tre giubbe di broccato foderate di seta. Senza il minimo scrupolo se ne impadronì, ridiscese le scale e ritornò all'ingresso. "Maestro" disse a Tripitaka, "là dentro non c'è segno di vita: è la casa delle anime morte. Sono entrato in un padiglione e non ho visto altro che uno scheletro dietro certe cortine di mussola gialla. Di passata mi son preso queste tre belle giubbe foderate. È un vero colpo di fortuna, ci proteggeranno dal freddo. Levatevi la tonaca e infilate questa, che è molto più calda: approfittatene." "Ma non è lecito. Dice la legge: Prendere l'oggetto altrui, apertamente o surrettiziamente, è furto. Se qualcuno lo sapesse e ci portasse in tribunale, verremmo subito condannati. Rimettile dove le hai prese. Accontentiamoci di riposare qui al riparo dal vento finché non torna Consapevole del Vuoto. Un monaco non deve cedere alla concupiscenza." "Ma qui non c'è nessuno, nemmeno un cane o una gallina. Chi ci dovrebbe portare in tribunale, se lo sappiamo solo noi? E con quali prove? Questo è semplicemente raccogliere un oggetto abbandonato: si può dire che non abbiamo preso niente, né in pubblico né in privato." "Errore. Anche quando sei solo il Cielo ti vede. Lo insegna il Signore dei Misteri: Quando agisci nel buio contro la tua coscienza, lo sguardo degli dèi illumina più del lampo. Restituiscili prima che sia troppo tardi. Non si deve mostrare attaccamento ai beni male acquistati." Il bestione non voleva saperne. Disse: "Maestro, di giubbe ne ho avute tante, ma non ne avevo mai viste foderate di seta. Voi fate come vi pare, ma io una me la metto un momento per scaldarmi un po'. Quando ritornerà Scimmiotto, la rimetterò al suo posto prima di ripartire." "A queste condizioni, ne provo una anch'io" disse Sabbioso. Si spogliarono dunque delle tonache e indossarono le giubbe. Non l'avessero mai fatto! Appena infilate, esse li strinsero peggio di camicie di forza; in un istante si trovarono immobilizzati, con le mani legate dietro la schiena. Tripitaka spaventato corse a cercare di liberarli, ma non c'era niente da fare. Gridavano e gemevano tanto, che misero in allarme il diavolo nascosto dietro a questa messinscena. Conferma il racconto che tutti gli edifici non erano che una fata morgana suscitata da un orco, che viveva da quelle parti e passava il suo tempo a catturare viandanti. Udendo grida e lamenti, uscì dalla sua grotta per vedere chi era caduto in trappola. Chiamò alla riscossa i suoi mostriciattoli, fece scomparire torri e padiglioni, e ordinò di portare nella sua tana tutti quanti, compresi il cavallo e i bagagli. Il mostro troneggiava su un'alta pedana, mentre la folla dei diavoletti spingeva avanti il monaco cinese, che si prosternò nella polvere. "Da dove vieni, bonzo?" domandò l'orco. "Come ti permetti di venire a rubarmi il guardaroba?" "Il povero monaco che sono" dichiarò Tripitaka in lacrime, "è incaricato dai grandi Tang delle terre dell'Est di andare in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Mentre aspettavo il ritorno del mio primo discepolo, che è andato a mendicare cibo, sono entrato per errore nel vostro dominio. La meschina cupidigia dei miei discepoli li ha sfortunatamente indotti a impadronirsi di questi abiti, benché gli avessi raccomandato di rimetterli al loro posto. Ma non mi hanno ascoltato e hanno voluto indossarli per riscaldarsi, senza rendersi conto di cadere così nella trappola predisposta da vostra maestà, né pensare che sarei stato catturato anch'io. Ripongo tutte le mie speranze nella commiserazione di vostra maestà, perché mi lasci il poco tempo che mi resta da vivere e mi permetta di trovare i sutra che cerco. Ve ne saremo eternamente riconoscenti e canteremo le vostre lodi al ritorno nelle terre dell'Est." L'orco si mise a ridere: "Sappiamo tutti che basta mangiare un pezzetto della tua carne, perché i capelli bianchi ritornino neri e i denti caduti ricrescano. Tu capisci che, trovandoti in casa mia senza nemmeno il fastidio di invitarti, sarei uno stupido se ti lasciassi andare. Come si chiama questo tuo primo discepolo? Dov'è andato a mendicare?" Porcellino dichiarò con tono altero: "Il mio condiscepolo è nientemeno che Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il Grande Santo Uguale al Cielo, che parecchi anni fa fece un bel rumore nel palazzo celeste." L'orco non disse nulla, ma corrugò la fronte e pensò: "Certo, ho sentito parlare anche di lui e delle sue capacità; non mi aspettavo di incontrarlo." E ordinò: "Ragazzi, legate bene il monaco cinese. Poi levate le mie giubbe agli altri due e legate anche loro. Metteteli in dispensa, e vediamo di catturare anche il pezzo che manca. Poi daremo a tutti loro una bella spazzolata, li laveremo a fondo e li cucineremo al vapore." I mostriciattoli corsero a eseguire. Il cavallo bianco fu portato nella stalla, i bagagli gettati in una stanza, ed essi si dedicarono a preparare le armi per la cattura di Scimmiotto. Il Novizio, sgraffignata la ciotola di riso dai contadini del villaggio più a sud, ritornò al punto di partenza e ritrovò il cerchio, ma dentro non c'era più nessuno. Guardò verso le torri e constatò che erano scomparse: restavano solo alcune rocce di forma insolita. "C'era da aspettarselo" si disse Scimmiotto allarmato. "Quegli stupidi saranno corsi a gettarsi nella rete." E si mise a seguire le tracce degli zoccoli del cavallo sulla carreggiata. Dopo cinque o sei li vide un vecchio protetto da un mantello di feltro, con la testa coperta da un passamontagna e stivali un po' logori, che si appoggiava a un bastone dal pomo a testa di drago. Lo seguiva un giovane domestico che scendeva cantando dal pendio e reggeva un ramo di prugno fiorito. Il Novizio appoggiò a terra la sua ciotola, giunse le mani e gridò: "Ehi nonno, i miei saluti!" "Dove andate reverendo?" rispose il vecchio rendendo educatamente il saluto. "Vado all'Ovest per vedere il Buddha e cercare le scritture. Siamo quattro persone; gli altri tre mi dovevano aspettare mentre mendicavo cibo, ma al ritorno non li ho più trovati. Posso chiedervi se li avete visti?" Il vecchio ridacchiò: "Uno dei tre avrebbe un lungo grugno e grandi orecchie?" "Proprio così." "E un altro ha una faccia patibolare? Sono seguiti da un cavallo bianco che porta un monaco pallido e grassoccio." "Ma certo, sono loro." "Allora state perdendo tempo. Lasciateli stare." "Quello con la faccia pallida è il mio maestro; i due un po' strani sono i miei condiscepoli. Siamo uniti dalla pia determinazione di trovare le scritture. Non posso certo lasciarli perdere." "Il fatto è che, passando da queste parti, hanno fatto un passo falso e si sono gettati nella gola di un mostro." "Scusate il disturbo, nonno, ma mi potreste descrivere il mostro e dirmi dove abita?" "Questo è il Monte del Cappuccio d'Oro, su cui c'è una grotta con lo stesso nome in cui vive un rinoceronte. Ha poteri immensi e un prestigio militare di prim'ordine. Temo che questa volta nemmeno voi possiate fare niente per i vostri compagni. Se fossi al vostro posto lascerei perdere. Ma naturalmente non vi posso insegnare io che cosa dovete fare." "Grazie del consiglio" rispose Scimmiotto, "ma a rinunciare non ci penso nemmeno." Voleva dare al vecchio il riso della sua ciotola per ringraziarlo, quand'egli posò il bastone, prese la ciotola per tenderla al servitore, e mutò aspetto. Padrone e servitore si prosternarono: "Grande santo, le umili divinità che siamo non possono tenervelo nascosto più a lungo: siamo il dio della montagna e la divinità locale, venuti ad accogliervi. Permetteteci di conservare per voi la ciotola, perché non vi sia d'imbarazzo nell'esercizio del vostro lavoro. Ve la renderemo quando avrete liberato il monaco cinese da questa prova, perché gliela offriate dimostrando il vostro grande attaccamento." "Diavolacci da pochi soldi che non siete altro! Andate per caso in cerca di legnate?" tuonò Scimmiotto. "Se sapevate chi sono, perché non vi siete presentati subito? Che cos'è questa maniera di incassare il collo e nascondere la coda?" "Tutti sanno che la vostra eminente santità è piuttosto impulsiva. Non osavamo imporre la nostra presenza a rischio di offendervi. Perciò abbiamo preferito presentarci in incognito." "Va bene" disse Scimmiotto calmandosi, "prendo nota della correzione che vi siete meritata. Custodite bene la ciotola e aspettate che catturi il mostro." La divinità locale e il dio della montagna si ritirarono. Scimmiotto si strinse bene la cintura, rimboccò il grembiule di pelle di tigre e, impugnata la sbarra con i cerchi d'oro, si slanciò alla ricerca della tana dell'orco. Girando intorno alla rupe scoprì, contro la parete azzurrina, un ammasso di rocce su cui si disegnavano due battenti di pietra. Accostandosi vide diversi mostriciattoli che si esercitavano nel maneggio delle armi. Si vedevano cristallizzazioni di vapori di buon augurio, croste verdazzurre di licheni; corsi di rocce dalle forme strane, zigzag di ripidi sentieri; danze di fenici come nelle isole incantate; risuonavano fischi di gibboni e canti d'uccelli in un bel paesaggio. Nei luoghi più soleggiati i susini incominciano a fiorire, mille bambù verdeggiano, mentre in fondo al burrone dura ancora la neve e il torrente è parzialmente ghiacciato. La seducente foresta di pini e cedri si adorna dei fiori rossi delle camelie di montagna. Ma Scimmiotto non era nello stato d'animo di perdersi a contemplare il paesaggio. Avanzò a lunghi passi verso l'ingresso della grotta e apostrofò i mostriciattoli con voce tonante: "Filate ad avvertire il vostro padrone che sono qui: sono il discepolo del santo monaco cinese, Consapevole del Vuoto, Grande Santo Uguale al Cielo. Ditegli di liberare subito il mio maestro, se non volete che vi ammazzi." La banda dei mostriciattoli si precipitò all'interno per annunciare: "Maestà, c'è alla porta un monaco con la faccia pelosa e la bocca storta, che dice di chiamarsi Consapevole del Vuoto. È venuto a reclamare il suo maestro." L'orco si rallegrò: "Eccolo qua. Da quando ho lasciato la mia casa d'origine e sono sceso in questo basso mondo, non ho mai avuto un'occasione seria di esercitare la mia arte militare. Sono sicuro che questo è un avversario al mio livello." E ordinò: "Alle armi, ragazzi!" Tutti i diavoli dell'antro dovettero riunire tutte le loro energie per correre a portare all'orco una lancia d'acciaio lunga dodici piedi. "State pronti, ragazzi. Chi avanza sarà premiato, chi cede terreno sarà punito." E si fece sulla porta, seguito da tutti i suoi, a gridare: "Dove sarebbe questo Scimmiotto Consapevole del Vuoto?" Il Novizio, che si era defilato, constatò che il mostro aveva un aspetto spaventoso: Un unico grande corno ricurvo, occhi scintillanti; sul cranio ha una protuberanza callosa, il collo mostra una pelle nera e lustra; lunga lingua, grossi denti ingialliti allineati dentro la grande bocca. Lo ricopre un cuoio peloso dai riflessi color indaco. I muscoli sono duri come acciaio. È simile al rinoceronte acquatico, ma non vede nell'acqua; simile al bue, ma non tira l'aratro. Non è utile come il bufalo, che suda al chiar di luna, ma possiede una forza da far tremare cielo e terra. Nelle grandi mani blu dai tendini nodosi stringe minacciosa la lancia d'acciaio. Dal suo aspetto feroce, si capisce che non porta invano il titolo di Grande Re Rinoceronte. "Ecco qua tuo nonno materno Scimmiotto" ironizzò il grande santo facendosi avanti. "Rendimi il mio maestro prima che sia troppo tardi, e te la passerai liscia. Ma basta che tu abbia un momento di incertezza, per garantirti morte senza sepoltura." "Castigherò la tua temerità, brutta scimmia. Che abilità puoi avere, per vantarti tanto?" "Maledetta creatura, tu non mi hai visto all'opera!" "Il tuo maestro è venuto a rubare nel mio guardaroba: l'ho catturato e intendo cuocerlo al vapore. Tu chi credi di essere per venire a reclamarlo?" "Il mio maestro è un monaco onesto e buono; figuriamoci se è venuto a rubare i tuoi ordigni malefici. Chi vuoi che ti creda?" "Eppure il tuo maestro si è introdotto nel castello fantasmagorico che avevo suscitato sul ciglio della strada e, spinto dalla concupiscenza, mi ha rubato tre giubbe di broccato e se le è infilate. Ho in mano il corpo del reato, perciò mi sento autorizzato ad arrestarlo. Ma se pensi di farcela, vieni a misurarti con me. Se reggi tre scontri, farò grazia al tuo maestro; se no, andrai a fargli compagnia." "Maledetta creatura, lascia perdere le chiacchiere" sogghignò Scimmiotto. "Vuoi combattere? Detto fatto. Assaggia il mio randello!" L'orco non si tirò indietro e mise la lancia in resta. Che battaglia! Sbarra cerchiata d'oro contro lunga lancia: l'una scintilla come il serpente d'oro del fulmine, l'altra brilla come il drago che esce da un mare d'inchiostro. Davanti all'ingresso i mostri battono i tamburi e si danno da fare per tenere alto il prestigio della casa. Il grande santo mostra in lungo e in largo la sua bravura. La lancia è maneggiata con energia, il randello con arte consumata. Sono avversari degni uno dell'altro. Quel diavolo soffia dalla bocca volute di fumo porporino, il grande santo lampeggia fino alle nuvole lo sguardo con riflessi iridati. Si battono all'ultimo sangue pro e contro il monaco cinese. Dopo trenta riprese, lo scontro era lontano da una decisione. Il diavolo ammirava la perfetta maestria della scherma di quella sbarra: "Che scimmia in gamba! Non ha proprio perso lo smalto, dai tempi di quella famosa scorribanda nei palazzi del Cielo." Da parte sua Scimmiotto ammirava il maneggio impeccabile di quella lancia, che copriva a destra e parava a sinistra senza mosse inutili: "Com'è bravo! Dev'essere un diavolo che ha rubato l'elisir." Dopo altri dieci o venti scontri, il re diavolo puntò la lancia al suolo e ordinò ai suoi mostriciattoli di attaccare. Essi, maneggiando sciabole, lance e randelli, accerchiarono Scimmiotto che gridò: "Bravi, qui vi volevo!" e parava i colpi da tutte le parti. Poiché la gran folla gli limitava i movimenti, finì per perdere la pazienza e gettò la sua sbarra verso l'alto gridando: "Trasformazione!" Essa si trasformò in centinaia, migliaia di sbarre tutte uguali, che caddero dal cielo come una pioggia di serpenti e di draghi. I mostri, impauriti, cercavano di proteggersi la testa e correvano a perdifiato verso la caverna. Il re diavolo sogghignò: "Ora, amico scimmia, ti insegnerò un po' di educazione. Tu vedrai con quale legna faccio fuoco per scaldarmi." Levò dalla manica un candido anello e lo gettò in aria gridando: "Afferra!" L'anello sibilò, raccolse in un fascio tutte le sbarre, ne fece una sola e la riportò al suo padrone, lasciando Scimmiotto a mani vuote. Non gli restò che fare una bella capriola e darsela a gambe. I mostri fecero ritorno in corteo trionfale. Scimmiotto, questa volta, era rimasto sbalordito e non sapeva più che pesci pigliare. È il caso di dirlo: La Via sale d'un piede, e il diavolo di sei. È pur sempre possibile che lo spirito sbagli. Ahimè, quando la legge esce dal proprio perno, Pensieri e movimenti cadono nella nassa. Se in fin dei conti non sapete come la cosa andò a finire, ascoltate il seguito. 第051回 NUDO COME UN VERME · IN CUI LA SCIMMIA DELLO SPIRITO RICORRE INVANO A MILLE ESPEDIENTI: NÉ L'ACQUA NÉ IL FUOCO RIESCONO A METTERE IL DIAVOLO IN DIFFICOLTÀ. Vinto, a mani vuote, come ci ha detto il racconto, il Grande Santo Uguale al Cielo andò a sedersi sul Monte del Cappuccio d'Oro. Gli scendevano dagli occhi grosse lacrime e diceva: "Maestro, io speravo Col favore del Buddha condividere Con voi la vita, missione e destino, Pietà e pensieri. Chi avrebbe creduto Che avrei perso maestro e iniziativa? A mani vuote, come potrò vincere?" Scimmiotto si lamentò per un pezzo. Poi gli venne un pensiero: "Questo mostro mi conosce. Per apprezzare il mio modo di combattere, ha detto a un certo punto che non avevo perso lo smalto. Questa non è una creatura malefica ordinaria; sarà piuttosto una cattiva stella caduta dal cielo perché traviata da pensieri mondani. Chissà da dove viene. Mi occorrono informazioni." Mediante la riflessione, Scimmiotto ritrovò la fiducia in sé stesso e riprese l'iniziativa: con una capriola nelle nuvole si catapultò alla porta meridionale del cielo. Subito gli venne incontro il re celeste Vasto Sguardo, che si inchinò e chiese: "Dove andate, grande santo?" "Ho bisogno di vedere l'Imperatore di Giada per affari. Ma tu che fai qui?" "Faccio il mio turno di guardia." Ed ecco farsi avanti i quattro marescialli Ma, Zhao, Wen e Guan: "Scusateci di non esservi venuti incontro, grande santo. Facciamo subito preparare il tè." "Non ho tempo" rispose Scimmiotto; e si congedò da Vasto Sguardo e dai marescialli, per recarsi difilato nella Sala delle Nuvole Misteriose. Là trovò i quattro precettori celesti Zhang Daoling, Ge Xianweng, Xu Jingyang e Qiu Hongji, sei ufficiali della costellazione del Sud e i sette dell'Orsa Maggiore: tutti gli vennero incontro e lo salutarono cerimoniosamente: "Che cosa vi conduce qui, grande santo? Avete forse portato a termine il vostro incarico di proteggere il monaco cinese?" "No, è troppo presto. La strada è lunga e zeppa di diavoli: siamo solo a metà, e al momento siamo bloccati alla Caverna del Cappuccio d'Oro, sul monte che porta lo stesso nome. Un rinoceronte malefico ha imprigionato il mio maestro; ho avuto un duello con lui, ma dispone di poteri così grandi che mi ha tolto la mia sbarra cerchiata d'oro: adesso catturarlo è un bel problema. Credo che sia una cattiva stella piovuta nel mondo di Sotto, ma non so identificarla. Perciò ho bisogno di parlarne con l'Imperatore di Giada, per chiedergli ragione di questo intollerabile lassismo." "Benedetta scimmia!" esclamò Xu Jingyang mettendosi a ridere. "Siete sempre il solito insolente." "Non è insolenza. Dico quello che penso, e ho sperimentato che in questo modo è più facile venire a capo di molte cose." "Non stiamo a discutere" tagliò corto Zhang Daoling. "Vi annunciamo." "Vi ringrazio." I quattro precettori celesti lo annunciarono subito nella sala d'udienza e lo introdussero ai piedi del trono di giada. "Mi dispiace disturbarvi, vecchio mio" si scusò il Novizio tirando giù una riverenza. "Come sapete sono incaricato di proteggere il monaco cinese in cerca delle scritture al Paradiso dell'Ovest. Non vi starò a raccontare i vari fastidi che abbiamo incontrato. Al momento siamo arrivati sul Monte del Cappuccio d'Oro, dove un rinoceronte malefico ha chiuso il mio maestro nella sua tana e conta di mangiarselo, non so se ridotto a salume, bollito o cotto al vapore. Sono andato a cercarlo e ho combattuto con lui, ma quell'animale - che mi conosce ed è fortissimo - è riuscito a disarmarmi; a mani vuote mi sento proprio nudo come un verme. Sono venuto da voi perché sospetto che possa trattarsi di una cattiva stella caduta dal cielo. Supplico umilmente la vostra celeste maestà di accondiscendere, nella sua grande compassione, a esaminare il caso, decretare un'inchiesta per stabilire di quale stella si tratti e inviare truppe per rimettere le cose al loro posto. Vi scongiuro con timore e tremore." E si inchinò molto profondamente: "È quanto mi sono permesso di sottomettere alla vostra attenzione." Ge Xianweng, che si trovava accanto all'Imperatore di Giada, si mise a ridere: "Scimmia, com'è strano il tuo modo di fare! Arrogante all'inizio e rispettoso alla fine." "Mentre parlavo mi è venuto in mente che sono appunto nudo come un verme, ed è meglio che stia accorto." L'Imperatore di Giada prestò ascolto e diede al servizio di sorveglianza le seguenti istruzioni: "In conformità della supplica di Consapevole del Vuoto, condurre un'inchiesta in tutte le costellazioni e presso gli dèi sovrani di ciascuna casa, per appurare se qualcuno sia fuggito sulla terra spinto da pensieri mondani. Riferire sulla missione, non appena compiuta." Il responsabile del servizio partì immediatamente per l'ispezione, e il grande santo lo accompagnò. Incominciarono dagli ufficiali agli ordini degli dèi re delle quattro porte del Cielo; proseguirono con le divinità delle varie categorie della costellazione dei Tre Recinti minori; poi i mandarini del Dipartimento Tuoni e Fulmini, Tao, Zhang, Xin, Deng, Gou, Bi, Pang e Liu. Infine percorsero i trentatré cieli: ma era tutto in ordine. Passarono in rassegna, una dopo l'altra, le ventotto case: le sette dell'Est, le sette dell'Ovest, le sette del Sud e le sette del Nord. Non un filo fuori posto. Si spinsero fino al sole, alla luna e ai cinque pianeti, e persino ai quattro astri in soprannumero. In tutto il cielo, non un solo pensiero mondano. "Visti i risultati" concluse Scimmiotto, "vi ho disturbato per niente; sono molto imbarazzato. Ti prego, va a fare il tuo rapporto; io aspetto qui." Mentre il capo del servizio di sorveglianza faceva rapporto, Scimmiotto occupava l'attesa componendo questi versi: Felice tempo di bonaccia in cielo, Dove brillan pacifiche le stelle. Sembra la terra il regno della gioia: Le asce di guerra restan sotterrate. "Nessuna assenza da segnalare nelle costellazioni; tutte le sentinelle divine sono ai loro posti di guardia; nessuno pensa a disertare" riferì il caposervizio all'Imperatore di Giada, a conclusione della sua esauriente inchiesta. "Proponi a Consapevole del Vuoto di scegliere qualche capitano celeste per catturare questo mostro del mondo di Sotto" decise il sovrano degli dèi. I quattro precettori celesti uscirono subito dalla sala d'udienza per comunicare il decreto imperiale a Scimmiotto: "Grande santo, dal momento che non è coinvolta nessuna divinità del palazzo celeste, sua maestà ti concede l'insigne favore di invitarti a scegliere fra i capitani celesti chi possa catturare quel diavolo." Il Novizio rifletteva a testa china: "Fra questi guerrieri del Cielo, non c'è mica molta gente che arrivi al mio livello. Quando penso a quei centomila uomini, con tutte le loro reti e nasse, che non furono capaci di mettermi sotto controllo... Dovettero tirar fuori dalla manica il piccolo santo Erlang, per farmi fronte. Che aiuto potrei cavare da questi mediocri?" "I tempi cambiano" disse Xu Jingyang, che indovinava i suoi pensieri. "Ci sono tanti giovanotti in gamba. Lo dice anche il proverbio: una cosa caccia l'altra. Non vorrai disubbidire a un ordine imperiale! Fa pure le tue valutazioni, ma devi scegliere qualcuno, se non vuoi compromettere i tuoi affari." "Se le cose stanno in questi termini, esprimi la mia profonda riconoscenza a sua maestà. Mi rendo conto che sarebbe imbarazzante contravvenire alle sue direttive. D'altronde mi dispiacerebbe aver tanto viaggiato per niente. Dovresti dire all'Imperatore di Giada che mi van bene il re celeste Li Porta Pagoda e il principe Nata. Almeno loro ne hanno, di armi per abbattere mostri. Staremo a vedere. Se riusciranno a catturare quell'animale, sarà una bella fortuna; in caso contrario, decideremo sul campo." Il precettore celeste riferì all'imperatore, che ordinò a Li padre e figlio di soccorrere Scimmiotto alla testa di un'armata celeste. Quando si presentarono da lui, egli disse al precettore celeste: "Sono molto riconoscente all'Imperatore di Giada, ma avrei ancora una cosa da chiedere: mi servirebbero un paio di duchi del tuono. Capisci? Quando ingaggeremo battaglia potranno fulminare il mostro dall'alto, dandogli una botta sulla testa. Non ti sembra una buona idea?" "Ma certo. Provvediamo subito" rispose ridendo il precettore; e ne riferì all'imperatore, che ordinò agli uffici del nono cielo di inviare i duchi del tuono Deng Hua e Zhang Fan ad assistere i re celesti nella cattura del mostro. La spedizione uscì dal portale sud e in breve arrivò a destinazione. "Questo è il Monte del Cappuccio d'Oro; siamo arrivati" disse Scimmiotto. "Ora dovete decidere chi darà battaglia per primo." Il re celeste Li abbassò la sua nuvola, dispose le truppe sul fianco della montagna e, con la dovuta ponderazione, rispose: "Come sapete, grande santo, mio figlio Nata ha al suo attivo l'abbattimento dei diavoli delle novantasei caverne, è un esperto in trasformazioni ed è munito di eccellenti armi anti-diavolo. Converrà che il primo sfidante sia lui." "Va bene" rispose Scimmiotto. "Lo accompagnerò in veste di ricognitore." Nata raccolse le sue possenti energie, balzò sulla montagna e si diresse all'ingresso della grotta in compagnia del grande santo; trovarono l'ingresso deserto ed ermeticamente sbarrato. "Apri, diavolo maledetto!" gridò Scimmiotto. "Rendimi il mio maestro!" Il portinaio andò ad annunciare: "Maestà, Scimmiotto il Novizio è arrivato in compagnia di un giovanotto per sfidarvi a battaglia." "L'ho già disarmata, quella scimmia" si disse il diavolo. "Poiché a mani vuote non può combattere, avrà cercato rinforzi." E ordinò: "Portatemi le armi!" Lancia alla mano, uscì a vedere: si trovò davanti un ragazzo molto vigoroso e di straordinaria bellezza. Guardate: Bel volto come giada levigata, Candidi denti scintillano in bocca, Lanciano gli occhi fieri sguardi, riccioli Di capelli ne adornano la fronte. Ardono fiamme intorno alla cintura, Brilla il vestito dai riflessi d'oro. Reca uno specchio appeso sopra il petto, Gli stivali da guerra sono uniti All'armatura. Modesta statura, Ma di voce potente: questo è Nata Il tremendo, protettor dei tre cieli. Quando lo vide, il diavolo scoppiò a ridere: "Tu sei il terzo figlio del re Li, quel bamboccio di Nata. Perché vieni a far chiasso alla mia porta?" "Perché semini disordine, maledetto diavolo" rispose il principe. "Perché ti sei impadronito del santo monaco delle terre dell'Est. L'Imperatore di Giada mi manda ad arrestarti." "C'è sotto lo zampino di Scimmiotto" replicò il mostro infuriato. "Certo, il monaco l'ho io. Ma tu, ragazzino, che cosa credi di valere nelle arti marziali per parlarmi con tanta arroganza? Non scappare, assaggia la mia lancia." Il principe lo fronteggiò brandendo la sciabola per decapitare gli esseri malefici. Mentre venivano alle mani, gridò: "Dove siete, duchi del tuono? Fatevi sotto, datemi una mano!" Deng e Zhang si fecero subito avanti su un raggio luminoso. Quando li vide pronti a entrare in azione, il principe si trasformò in guerriero con tre teste e sei braccia, con un'arma diversa in ogni mano. Stava per abbatterle tutte su quel diavolo, quand'egli a sua volta si presentò con tre teste e sei braccia, brandendo tre lunghe lance. Allora il principe usò la sua tattica di sterminatore di mostri, gettando in aria le sue armi: sciabola per decapitare, spada per forare, laccio per legare, mazza per schiacciare, mazzapicchio traforato e ruota di fuoco. Con un potente grido le moltiplicò per dieci, per cento, per mille, per diecimila, e tutta questa roba cadeva sulla testa del mostro come una grandinata. Ma lui non perse la calma: impugnò il cerchio dal candore sfavillante e lo lanciò in alto gridando: "Afferra!" Esso ridiscese sibilando e aspirò tutto quel visibilio di armi. Nata si ritrovò disarmato e dovette cercare scampo nella fuga. Il re diavolo trionfava. Su per aria, i due duchi del tuono se la ridevano sotto i baffi: "Meno male che ci siamo resi conto in tempo della situazione, e ci siamo guardati bene dal lanciare fulmini. Se ci avesse portato via anche quelli, con che faccia saremmo ritornati davanti a sua celeste maestà?" Scesero anche loro dalle nuvole e raggiunsero il principe sul versante sud, dov'era accampato il re Li: "Quel diavolo dispone di enormi poteri!" "Ha quell'anello, nient'altro" intervenne Scimmiotto ridendo. "Chissà che cos'è quel tesoro che aspira tutto." "Il grande santo è un bell'incosciente!" gridò indignato Nata. "Abbiamo perduto le armi e siamo stati messi in rotta per colpa tua. Ci troviamo nei guai fino al collo, e tu ridi!" "Ti pare che io non mi trovi nei guai? Ma dal momento che piangere non risolve niente, tanto vale ridere." Il re celeste intervenne da moderatore: "Adesso che si fa?" "Pensateci su anche voi" disse Scimmiotto. "Il mezzo per catturarlo sarà qualcosa che quell'anello non possa aspirare." "Il meglio dovrebbero essere l'acqua e il fuoco" suggerì il re. "Dice l'adagio: acqua e fuoco, chi li ferma?" "Giusto!" esclamò Scimmiotto. "Sedetevi qui tranquilli, mentre torno a fare un giretto al piano di sopra." "Che cosa ci tornate a fare?" chiesero i duchi del tuono. "Non farò perdere tempo all'Imperatore di Giada. Andrò al Palazzo di Rosso Splendore e chiederò al signore del pianeta della Virtù del Fuoco di portare qui un fuoco che bruci il mostro, o almeno neutralizzi l'anello e ci consenta la cattura. Voi non potete ritornare a casa senza le vostre armi, e quanto a me devo tirar fuori il mio maestro da questa prova." "Non perdiamo altro tempo" disse il principe, che gradiva molto la proposta. "Preghiamo tutti il grande santo di partire senza indugio. Noi aspettiamo qui." Scimmiotto ritornò dunque alla porta meridionale del Cielo. Vasto Sguardo e i suoi quattro capi-guardia lo accolsero chiedendo: "Perché ritornate, grande santo?" "Il re Li ha mandato a combattere suo figlio, ma quel mostro ha disarmato anche lui. Voglio chiedere aiuto al signore dell'astro della Virtù del Fuoco." I quattro generali non osarono trattenerlo. Giunto al Palazzo di Rosso Splendore, le divinità del dipartimento Fuochi lo andarono ad annunciare: "Vostra Signoria, è arrivato Scimmiotto Consapevole del Vuoto, e vorrebbe essere ricevuto." Il signore della Virtù del Fuoco, Tre Soffi del Sud, si aggiustò la veste e gli si fece incontro: "Siamo già stati ispezionati dal servizio di sorveglianza; qui è tutto in ordine, nessuno ha pensieri mondani per la testa." "Non si tratta di questo. Avremmo bisogno di aiuto, io e i due Li; anche il principe Nata è rimasto disarmato." "Nata è la divinità che presiede la grande assemblea dei Tre Podii; ha immensi poteri e ha già abbattuto i diavoli delle novantasei caverne. Se lui non ce la fa, che aiuto potrebbe dare un dio insignificante come me?" "Ne abbiamo discusso con il re Li: fra cielo e terra, nessuna forza è paragonabile a quelle dell'acqua e del fuoco. Il mostro possiede un anello che strappa alla gente quello che ha in mano. Non ci posso giurare, ma dal momento che il fuoco distrugge tutto, pensavo che il dipartimento Fuochi dovrebbe riuscire a bruciare quel mostro e liberare il mio maestro da questa prova." Il signore del pianeta della Virtù del Fuoco fece l'appello delle milizie del dipartimento e accompagnò Scimmiotto sul versante meridionale del Monte del Cappuccio d'Oro, dove si trovarono con Li e con gli altri. "Grande santo" propose Li, "dovreste ritornare a provocarlo. Io ingaggerò battaglia, e quando tirerà fuori quel maledetto anello indietreggerò e lascerò il campo ai nostri amici del dipartimento Fuochi, perché facciano il loro mestiere." "D'accordo, andiamo" rispose ridendo Scimmiotto. Virtù del Fuoco si mise in agguato su un picco, con il principe e i duchi del tuono, tutti pronti a intervenire. Scimmiotto, giunto davanti alla Grotta del Cappuccio d'Oro, incominciò a gridare: "Apri! Sbrigati a rendermi il mio maestro!" Il padrone della grotta venne subito avvertito: "Ecco Scimmiotto che ritorna." Il diavolo uscì alla testa dei suoi e apostrofò il Novizio: "Brutta scimmia, chi mi hai portato questa volta?" Li Porta Pagoda tuonò: "Ma come, non mi conosci, maledetta creatura?" Il re diavolo si mise a ridere: "Ecco qua il buon re Li. Suppongo che tu venga a vendicare tuo figlio e a ricuperare le sue armi." "Proprio così; e inoltre a catturarti e a liberare il monaco cinese. Non tirarti indietro: in guardia!" La creatura evitò una sciabolata con un balzo da lato e vibrò la sua lancia. Che magnifico duello all'ingresso della caverna! Che spettacolo! Il re celeste dà fendenti di sciabola, il mostro risponde con la lancia; l'uno divinità inviata dal sovrano degli dèi, l'altro orribile creatura annidata sul Monte del Cappuccio d'Oro. L'uno dispiega la sua arte militare per opprimere la legge del Buddha, l'altro lo combatte per liberare il maestro dal pericolo. Il re celeste solleva sabbia e pietre, il diavolo terra e polvere. La terra sollevata è tanta da immergere l'universo nelle tenebre, la sabbia da intorbidare fiumi e mari. È per il monaco cinese che vuole salutare il Beato, che i due combattono con tanta energia. Visto che il duello era avviato, Scimmiotto balzò sul picco e avvertì Virtù del Fuoco: "Attenzione! Sta arrivando il momento cruciale, quando il mostro tira fuori l'anello." In effetti il re celeste balzò indietro e fuggì su una luminosità di buon augurio. Dal suo osservatorio Virtù del Fuoco trasmise agli dèi del dipartimento l'ordine di entrare in azione. Fu una scena terribile: che fuoco! Dice un classico: "Il Sud è l'essenza del fuoco." Una scintilla basta a incendiare diecimila arpenti di risaia. Perché Tre Soffi, con la sua potenza, fa scaturire il fuoco in mille posti diversi. Ci sono lance di fuoco, sciabole di fuoco, archi di fuoco e frecce di fuoco: ogni servizio ha la sua arma. In alto volano gracchiando i corvi di fuoco. Sulla montagna galoppano i cavalli di fuoco. Topi incandescenti e draghi fiammeggianti corrono in giro a coppie. Gli uni sputano fiamme ardenti che arroventano a mille leghe, gli altri soffiano un fumo denso che oscura il cielo. Vengono rovesciati i carri di fuoco e i vasi di fuoco. Stendardi di fuoco agitano tutto il cielo di nubi iridate, bastoni di fuoco incendiano la terra. Non pensate a Ning Qi che frustava i suoi buoi, o all'incendio della Rupe Rossa: è tutt'altra cosa. Questo è fuoco del cielo, ben più terribile del fuoco ordinario: persino il vento è diventato incandescente. Ma il diavolo non si scompose. Lanciò in aria l'anello, che ricadde aspirando tutto quanto in una gran succhiata: draghi, cavalli, topi, corvi, lance, sciabole, archi e frecce. Tutto ciò scomparve dentro quel cerchio magico. Il mostro raccolse le sue truppe e se ne tornò a casa in trionfo. Il signore della Virtù del Fuoco, reggendo in mano una bandiera divenuta inutile, riunì i suoi ufficiali sul lato sud della montagna per conferire con il re celeste e con Scimmiotto: "Grande santo, questa creatura malefica è unica nel suo genere. E adesso che ho perso tutto il mio equipaggiamento, chi mi salva?" "Signori, non prendetevela" rispose ridendo il Novizio. "Aspettatemi, che torno subito." "Dove conti di andare?" chiese il re celeste. "Questa creatura non teme il fuoco; ma probabilmente l'acqua gli fa un effetto diverso. L'acqua vince il fuoco, dice l'adagio. Farò un salto dal signore del pianeta della Virtù dell'Acqua, perché inondi la grotta e affoghi il mostro. Così ricupereremo la vostra roba." "Il piano è buono, ma temo che affogherà anche il vostro maestro." "Pazienza. So come rianimarlo, se affoga. Scusate, ma è meglio che non perda tempo." "Andate, andate!" esortava Virtù del Fuoco. Il grande santo, con una capriola nelle nuvole, si recò questa volta alla porta settentrionale del Cielo. Lo accolse il re celeste Sa Tutto: "Dove vai, grande santo?" "Vado al Palazzo Cupa Distesa a trovare il signore della Virtù dell'Acqua; gli devo parlare d'affari. Tu che fai qui?" "Faccio il mio turno di guardia." Comparvero i quattro marescialli celesti Pang, Liu, Gou e Bi, che salutarono il Novizio e lo invitarono a bere il tè. "Non vi disturbate" rispose lui. "Devo sistemare un affare urgente." Si congedò e corse al Palazzo Cupa Distesa, pregando gli dèi del dipartimento Acque di annunciarlo d'urgenza. "È arrivato il Grande Santo Uguale al Cielo." Il signore della Virtù dell'Acqua spedì subito tutti i re draghi a ispezionare i quattro mari, i cinque laghi, gli otto fiumi, i quattro corsi d'acqua, i tre canali, i nove affluenti, senza trascurare pozzi, ruscelli e pozzanghere. Poi si raddrizzò il berretto, strinse meglio la cintura e uscì ad accogliere Scimmiotto davanti al palazzo. Mentre lo invitava a entrare disse: "Abbiamo avuto quella richiesta di ispezione del servizio di sorveglianza, caso mai nel nostro dipartimento si trovi qualche dio con grilli mondani per la testa. La verifica è ancora in corso." "Non credo che il mio diavolo sia una divinità acquatica; ha poteri troppo estesi. Ho avuto l'aiuto di Li e di suo figlio, assistiti da due duchi del tuono, ma sono stati disarmati con un cerchio magico. In mancanza di meglio ho chiesto aiuto al signore della Virtù del Fuoco, che è venuto con i suoi; ma purtroppo quell'anello gli ha portato via draghi e cavalli. Di solito, chi non teme il fuoco teme l'acqua. Perciò vengo a chiedervi se mi potete aiutare con i vostri mezzi. Oltre a salvare il mio maestro, bisogna ricuperare tutta l'attrezzatura che è caduta nelle mani di quell'animale." Virtù dell'Acqua ordinò subito al Conte del Fiume Giallo di accompagnarli per dare aiuto. Il conte si cavò dalla manica una ciotola di giada bianca: "Questo è il recipiente per l'acqua che ho a portata di mano. Spero che basti." "Quella tazza da tè?" obiettò Scimmiotto. "Come farete ad annegarci un diavolo?" "Eminente santità, è una tazza sufficiente a contenere l'acqua di tutto il Fiume Giallo quando è in piena." "Non mi rendevo conto. Allora basterà riempirla a mezzo" rispose allegro Scimmiotto. Si recarono al fiume, riempirono la ciotola a metà e si recarono sul versante meridionale del Monte del Cappuccio d'Oro, dove ritrovarono la bella compagnia. Tutti si misero a descrivere e commentare i recenti avvenimenti. "Non stiamo a entrare in tanti particolari" tagliò corto Scimmiotto. "Adesso il conte deve venire con me. Quando griderò di aprire, non appena l'uscio si socchiude lui rovescerà l'acqua, senza stare ad aspettare altro: affogheremo tutta la nidiata. Poi io andrò a ripescare il cadavere del mio maestro e lo rianimerò." Il conte ubbidì. Girarono intorno al monte fino all'ingresso della grotta. Il portinaio, non appena riconobbe la voce di Scimmiotto, avvertì subito il padrone: "Riecco Consapevole del Vuoto." Il diavolo uscì con lancia e anello. Ma quando la porta cigolò sui cardini, il conte vuotò la sua tazza. Come vide l'acqua, il mostro lasciò cadere la lancia, impugnò l'anello e richiuse precipitosamente la porta. L'acqua si avviò ribollendo giù per il monte; Scimmiotto e il conte ebbero appena il tempo di catapultarsi sulla cima più alta. Anche gli dèi dovettero raggiungerli e rimasero a guardare lo spettacolo di quei flutti che montavano e turbinavano in modo spaventoso. Che inondazione! Sta in un cucchiaio e può riempire gli abissi insondabili; perché l'acqua, divinamente mobile e irrequieta, percorre ogni strada, scorre in ogni rigagnolo, gonfia ogni fiume. Ascoltate il suo rombo che fa tremare la vallata, guardatela prorompere fino al cielo! Il suo rumore è più imponente del tuono. Una marea alta mille tese si ingolfa nelle strade, diecimila strati di onde vanno all'attacco delle rupi, con un acciottolio di sassolini di giada, con schiocchi di corde spezzate. L'acqua si rompe contro le rocce, sputa tutti i denti e rifluisce in gorghi infiniti. Si insinua in tutte le cavità, fa di ogni burrone un torrente in piena. "Che disastro!" esclamava Scimmiotto allarmato. "Nella grotta non entra, e sta invece inondando la campagna. Che cosa possiamo fare?" E chiedeva al conte di sbrigarsi a raccogliere tutta quell'acqua. Ma lui rispondeva: "La mia umile divinità non può farci niente: la so versare ma non raccogliere. Lo dice anche il proverbio: acqua sparsa non la ripigli." Tuttavia le montagne sono alte e l'acqua cade in basso: in breve torrenti e fossi se la portarono via. A questo punto si videro ricomparire i mostriciattoli davanti alla grotta: gridavano, sgambettavano, facevano i bulletti tendendo i pugni e agitando bastoni. In breve ripresero i loro giochi in perfetto buonumore. "Abbiamo perso tempo" fece notare il re celeste. "L'acqua non li ha neanche inumiditi." Arrabbiato e incapace di contenersi, Scimmiotto corse verso la porta gridando: "Dove andate voialtri? In guardia!" I mostriciattoli, spaventati, lasciarono cadere le loro cose e corsero a rifugiarsi in casa: "Maestà, ci picchia!" Il re diavolo si fece sull'uscio con la sua lancia in mano: "Brutta scimmia sfacciata! Hai fallito in tutti i modi, non ti sono serviti né il fuoco né l'acqua. Se mi torni davanti, è proprio perché vuoi che ti spacci." "Ti sbagli, figliolo: la pelle ce la rimetterai tu, non io. Vieni qui a prendere le sberle che ti toccano." "Non imbrogliamo le carte" sogghignò il mostro. "Non hai che i pugni da opporre alla mia lancia. E sono i poveri pugni di una bestiola tutta pelle e ossa, grandi come noci secche. Va bene, lascerò da parte la lancia e ti offrirò una partita di pugilato. Ora ti do una bella lezione." "Ben detto!" fece Scimmiotto ridendo. "Fatti sotto." Il diavolo rimboccò il vestito e si mise in posizione, levando due pugni grossi come le mazze di ferro che si usano per spremere l'olio. Scimmiotto molleggiò sulle gambe e partì all'attacco con una gragnola di colpi. Che match! Volteggiano intorno, si colpiscono a piedi uniti. Mirano al petto e alle costole, colpiscono il cuore e la milza. Assumono la posizione dell'immortale che addita il cammino, poi quella di Laozi che cavalca la gru. Il più impegnativo è il colpo della tigre affamata che si getta sulla preda, il più insidioso quello del drago che si attorce nell'acqua. Il diavolo fece il caimano che si rigira, il grande santo il cervo che perde le corna [...](44) Al colpo di Guanyin col palmo della mano, il Novizio oppone il colpo di piede dell'arhat. Il diretto lungo non ha la stessa forza del gancio corto. Combattono per varie diecine di riprese con molta perizia e senza debolezze. Erano talmente virtuosi che il re Li urlava come un tifoso, e Virtù del Fuoco applaudiva. I duchi del tuono e il principe Nata, alla testa delle truppe celesti, si erano messi in posizione, pronti a lanciarsi al salvataggio di Scimmiotto. Nell'altro campo la folla dei mostri agitava le bandiere e batteva sui tamburi, pronta a soccorrere il suo re con spade e lance brandite. Resosi conto di quanto fosse tesa la situazione, Scimmiotto si strappò un ciuffo di peli, li sparpagliò intorno e gridò: "Trasformazione!" Subito una quarantina di scimmiottini si gettarono sul mostro per immobilizzarlo, tenendogli le gambe, afferrandolo alla vita, mettendogli le dita negli occhi, tirandolo per i capelli. La creatura fu colta dal panico e tirò fuori l'anello; allora Scimmiotto e il re celeste fuggirono su una nuvola e rimontarono in vetta. Il diavolo gettò in aria il cerchio, che ricadde aspirando tutti gli Scimmiotti ritrasformati in peli, e rientrò per festeggiare allegramente la vittoria. "Il grande santo è sempre il migliore!" gridò il principe. "Questo incontro di pugilato è stato un vero lavoro di ricamo, fiori su broccato. E la dimostrazione del tuo metodo di moltiplicazione del corpo è stata perfetta." "Signori, voi che vi siete trovati a fare da spettatori" chiese Scimmiotto, "che cosa pensate delle prestazioni di quella creatura confrontate con le mie?" "Pugno impreciso, gioco dei piedi più lento" rispose il re Li; "non ha la tua iniziativa e prontezza di riflessi. Quando hai usato la moltiplicazione, ha dato segni di smarrimento. Ecco perché non se la cava mai senza ricorrere alla sua risorsa segreta, quell'anello magico." "Già; se non fosse per quel cerchio, non sarebbe difficile metterlo sotto" commentò Scimmiotto. "Bisogna portargli via quella roba. Poi provvederemo noi a catturarlo" dissero Virtù dell'Acqua e il conte del fiume. "Ma come si fa? Bisognerebbe rubare." "Se c'è di mezzo il rituale del furto" fecero i duchi Deng e Zhang sghignazzando, "il nostro grande santo è la massima autorità. Ricordate come fecero sensazione a suo tempo il furto del vino imperiale, lo sgraffignamento delle pesche, il ratto del fegato di drago e del midollo di fenice, senza parlare dell'elisir del signore Laozi. Un talento incomparabile. Chi altri potremmo assumere per svolgere un lavoretto di questo genere?" "Ben detto; del resto le chiacchiere non costano niente" replicò Scimmiotto. "Se la pensate così, mettetevi seduti e io andrò a vedere che cosa si può fare." Il grande santo balzò giù dalla vetta, si avvicinò con discrezione all'ingresso della caverna e si mutò in una bella moschina molto elegante: Con ali più sottili di membrane Di bambù, con un corpo più piccino Del cuor di un fiore, zampe non più grosse Di un pelo ed occhi scintillanti. Abile A seguire gli odori, a navigare Su ogni alito di vento. Non è in grado Di far segnare un peso alla bilancia, Ma possiede il suo lato utile e amabile. Si accostò con volo leggero a una fessura e scivolò all'interno. I mostri grandi e piccoli si accalcavano là dentro, e cantavano o danzavano. Il vecchio re troneggiava in alto. Davanti a lui erano stati serviti in tavola serpenti in spezzatino, cacciagione, zampe d'orso, gobbe di cammello, verdure e frutta della montagna. Da vasi di porcellana verde celadon si versavano tazze e tazze ricolme di cumis di capra e di profumato vino di palma. Scimmiotto si mescolò alla folla dei mostriciattoli assumendo l'aspetto di uno spirito con la testa di tasso, e pian piano si avvicinò al trono: ma per quanto scrutasse in giro, non vide quel cerchio da nessuna parte. Allora sgattaiolò dietro il trono e penetrò nella sala posteriore: appesi in alto, sotto le volte, i draghi di fuoco gemevano e i cavalli di fuoco emettevano lamentosi nitriti. A un tratto scorse la sua sbarra di ferro appoggiata al muro. Corse ad afferrarla, riprese il suo aspetto e avanzò tra la folla mulinandola per aprirsi un passaggio. Tutti furono presi dal panico. Il re diavolo non fece in tempo a reagire: prima che si rendesse conto della situazione, Scimmiotto si era già aperta una via sanguinosa fino alla porta. Tanta fiducia ha in sé che di sorpresa Coglie il mostro e ricupera il randello. Se poi, in fin dei conti, non sapete come andarono le cose, ascoltate il seguito. 第052回 CAUTELE DIPLOMATICHE · DOVE CONSAPEVOLE DEL VUOTO DEVASTA LA GROTTA DEL CAPPUCCIO D'ORO, E IL BEATO BUDDHA INDICA OSCURAMENTE CHI NE È IL PADRONE. Il racconto ci ha narrato come Scimmiotto ricuperò la sua sbarra cerchiata d'oro e si aprì un cammino fino all'uscita. D'un balzo risalì sulla vetta e con aria raggiante si rivolse agli dèi. "Dunque com'è andata?" domandò il re Li. "Quando sono entrato nella grotta, i mostri cantavano, ballavano e brindavano alla vittoria; non ho trovato modo di individuare il nascondiglio di quel prezioso anello. Dietro il trono del diavolo ho sentito nitrire cavalli e gemere draghi: erano le creature del dipartimento Fuochi. Contro il muro, sulla sinistra, era appoggiata la mia sbarra cerchiata d'oro: l'ho ripresa e mi sono aperto una via fino all'uscita." "Tu hai ricuperato la tua arma; ma le nostre?" si inquietarono gli dèi. "Quando conti di metterci le mani?" "Ora è tutto più facile. Con il mio randello troverò il modo di abbattere quell'animale e di farvi riavere le vostre cose." Mentre parlavano si udì venire dal basso un clamore di gong e di tamburi, con grida da far tremare la terra. Era il grande re Rinoceronte che inseguiva Scimmiotto alla testa delle sue truppe diaboliche. "Benone!" esclamò il Novizio. "È quello che ci vuole. Voi amici restate qui; lo vado a prendere io." Diavolo di un grande santo! Brandì il randello e gli corse addosso gridando: "Dove vai, maledetta creatura? In guardia!" Il diavolo parò il colpo con la sua lancia e inveì: "Brigante di una scimmia! Impudente! Venirmi a derubare in pieno giorno!" "Ora vedrai, bestia immonda! Ti farò mordere la polvere! Il ladro sei tu, che hai rubato le nostre armi alla luce del sole con il tuo maledetto anello. Ciò che ho preso era roba mia. Non scappare, che assaggerai il randello del tuo signore e maestro." Il mostro rispose mulinando la lancia. Che battaglia! Il mostro non si sottomette alla feroce potenza del grande santo. Rivaleggiano in prodezze, nessuno dei due molla la presa. L'uno maneggia la sbarra di ferro con il vigore della coda di un drago, l'altro la lunga lancia con la forza della testa di un pitone. Sibila l'aria a ogni colpo di randello, la lancia segue ogni movimento con la scioltezza dell'acqua corrente. Annebbia la montagna un'oscura bruma colorata, la foresta freme inquieta sotto pesanti nuvole. Gli uccelli smettono di volare, gli animali si rintanano. I mostriciattoli gettano grida di incoraggiamento. Scimmiotto raccoglie le energie: l'invincibile sbarra di ferro che ha aperto per mille leghe il cammino verso l'Occidente trova il suo vero avversario in questa lancia, che regna incontrastata sul Monte del Cappuccio d'Oro; uno scontro per cui non è ammesso il risultato di parità. Combattevano da sei ore quando cadde la sera. Il diavolo drizzò la lancia e propose: "Fermati, Consapevole del Vuoto. Il cielo si va oscurando: non è più tempo di battersi. Ritorniamocene a casa e prendiamo un po' di riposo. Domattina riprenderemo il duello." "Fermo lì, brutta bestia! Incomincio adesso a scaldarmi. Che cosa importa che ora sia? Arriviamo fino in fondo!" La creatura gettò un grido, fece una finta con la lancia e scampò precipitosamente nella sua grotta, seguita dai suoi; le porte furono chiuse e sbarrate. Scimmiotto se ne tornò al campo base. Gli dèi si congratularono tutti insieme: "Che forza, che potenza! Davvero, hai una capacità senza confronti né limiti." "Via, non esageriamo" replicò il Novizio sorridendo. "Non son chiacchiere" insisté il re Li. "Che valore! In questo combattimento non hai fatto niente di meno di quanto mostravi ai tempi in cui sfidavi cielo e terra." "Non rivanghiamo quella vecchia storia. Dopo la batosta il diavolo dev'essere spossato, mentre io mi sento in piena forma. Ora voi resterete qui e io ritornerò nella grotta a riprendere le indagini sull'anello. Dovremo pur trovare il modo di portarglielo via, per ricuperare le vostre armi; altrimenti, con quale faccia potreste ritornare a casa?" "Ora si è fatto tardi" obiettò il principe Nata. "Sarà meglio che facciamo un buon sonno e che tu ci vada domattina." "Questo ragazzo è ignaro dei fatti della vita" replicò Scimmiotto ridendo. "Quando mai si è visto uno scassinatore che lavora nell'orario di ufficio? Nella nobile arte di svaligiare, gli affari migliori si fanno di notte, alla chetichella." "Principe, non vi venga in mente di insegnargli qualcosa" intervennero Virtù del Fuoco e i duchi del tuono. "Noi non ci s'intende di queste cose, mentre il grande santo è un virtuoso pieno di esperienza. Sa lui che cosa si deve fare. Quel diavolo è stanco, l'oscurità della notte rende più difficile stare in guardia. Per carità, lasciamolo andare!" Il grande santo fece un risolino soddisfatto, nascose la sbarra e saltò giù dalla vetta fino all'ingresso della grotta. Con una scossa si mutò in un grillo. Proprio così. Duri mustacchi, lunghe antenne nere, occhi lustri e zampette forcute, canta negli angoli bui quando brilla la luna sotto la brezza leggera. Nella quiete della notte, sembra una voce umana. Una voce rotta, come se piangesse nella fredda rugiada di un paesaggio desolato. Il viaggiatore pensieroso, quando lo ode dalla sua finestra, si fa malinconico. Il grillo ama scivolare sotto i letti. In tre o quattro balzi, stendendo le nere zampette, giunse alla porta ed entrò da una fessura. Acquattato in un angolo osservava la folla dei mostri grandi e piccoli, che alla luce delle lampade cenavano mostrando una fame da lupi. Scimmiotto si attardò a far sentire la canzoncina del grillo. Dopo un po' le tavole vennero sparecchiate e ciascuno preparò il suo letto e si andò a coricare. Il Novizio aspettò la prima veglia per introdursi nella camera posteriore, in cui il diavolo stava fornendo precisamente queste istruzioni: "Ragazzi, tenetevi bene svegli mentre fate la guardia alla porta. C'è il pericolo che Scimmiotto cerchi modo di intrufolarsi per derubarci, travestito in un modo qualsiasi." Quelli che montavano la guardia nel turno di notte presero a batter cucchiai e suonare campanelle tutti insieme. Ciò non ostacolava certo l'attività di Scimmiotto, che scivolò nella stanza e vide un letto di pietra. Certe lamie degli alberi e dei monti, con le brutte facce imbellettate, stavano intorno al vecchio diavolo, stendevano le coperte sul suo letto, gli cavavano gli stivali e lo aiutavano a spogliarsi. Quando si trovò a braccia nude, si vide che teneva il candido anello infilato sul braccio sinistro: lo si sarebbe detto un braccialetto di perle. Ma il diavolo non se lo tolse; anzi, prima di addormentarsi, lo spinse più su lungo il braccio perché stringesse meglio. Allora Scimmiotto si trasformò in una pulce gialla, salì sul letto di pietra e scivolò sotto le coperte, si arrampicò sul braccio e perforò spietatamente. Il mostro si rigirò nel letto brontolando: "Sudicie donnaccole! Non prendono abbastanza botte. Si sono ben guardate dallo scuotere le coperte e dallo spolverare il letto. Mi domando quale bestia possa mordere così forte." E prima di addormentarsi spinse l'anello ancora più su. Scimmiotto salì sul bracciale e punse di nuovo. Il diavolo, svegliato di soprassalto, grugnì: "Mi farà morire!" Ma non c'era verso di indurlo a levare il bracciale. Allora il Novizio scese dal letto, tornò a trasformarsi in grillo, uscì dalla camera e seguì di nuovo il rumore dei cavalli che nitrivano e dei draghi che gemevano. Draghi e cavalli di fuoco erano custoditi dietro porte chiuse con pesanti lucchetti. Scimmiotto riprese il proprio aspetto e aprì a modo suo: mormorò un incantesimo, sfiorò i catenacci e i loro anelli di ferro caddero a terra. Spinse l'uscio ed entrò: faceva chiaro come in pieno giorno, con tutti gli ordigni incendiari che erano accatastati là dentro. Fra le armi allineate lungo il muro riconobbe la sciabola per fendere diavoli, che apparteneva al principe, e gli archi e frecce di fuoco del signore astrale. Andò in giro rubacchiando dappertutto. Giunse infine a un tavolo di pietra su cui era posato un canestro intrecciato di bambù, che conteneva un ciuffo di peli di scimmia. Il grande santo li prese lietamente, ci soffiò sopra, gridò: "Trasformazione!" e ne fece una quarantina di scimmiottini, che incaricò di trasportare sciabola, spada, mazza, laccio, mazzapicchio, ruota di fuoco, nonché archi, frecce, lance, carri, vasi, corvi, topi, cavalli di fuoco; insomma tutti gli strumenti di guerra che erano stati aspirati. Montò poi sui draghi di fuoco e fece loro appiccare un incendio, dall'interno verso l'esterno, che ardeva tutto al loro passaggio. Si udivano dovunque sibili, scricchiolii, scoppi come colpi di tuono. I mostri, grandi e piccoli, presi dal panico si avvolgevano nelle coperte, si coprivano la testa, urlavano e piangevano disperati. Poiché si trovavano senza via di scampo, la maggior parte finì carbonizzata nelle fiamme. Era solo mezzanotte quando il Bel Re Scimmia fece il suo ritorno trionfale. Dall'alto della vetta, il re celeste e i suoi compagni videro erompere le fiamme dell'incendio, si precipitarono all'aperto e subito videro giungere il Novizio a cavallo di un drago, seguito da tante scimmiette. Si dirigeva verso di loro e gridava: "Venite a prendere le vostre armi!" Il principe ricuperò le sue sei armi, il signore del pianeta della Virtù del Fuoco mandò la gente del dipartimento a raccogliere l'attrezzatura incendiaria. Scimmiotto, con una scossa, ricuperò i suoi peli. Tutti gli si facevano intorno, ridevano eccitati e si congratulavano con lui. Intanto l'incendio infuriava nella Grotta del Cappuccio d'Oro: il grande re Rinoceronte era sbigottito al punto da sentir l'anima sfuggirgli dal corpo. Balzò dal letto, aprì l'uscio della camera, strinse l'anello nelle mani e lo protese verso est: il fuoco in quella direzione si spense. Allora lo protese a ovest e corse dappertutto con il suo tesoro in mano per spegnere le fiamme e riassorbire il fumo che riempiva l'antro. Cercò poi di soccorrere i suoi mostri, ma la maggior parte era perita nelle fiamme; tra maschi e femmine, ne restavano un centinaio. Infine si accorse che tutte le armi custodite nel magazzino erano scomparse. Corse in fondo alla grotta e constatò che Porcellino, Sabbioso e il reverendo stavano sempre là legati, il cavallo bianco era alla greppia e i bagagli al loro posto. "Mi chiedo chi sarà stato il cretino che ci ha dato fuoco per disattenzione e ha provocato questa catastrofe!" gridava risentito il mostro. "Maestà" affermò una guardia del corpo, "questo incendio non viene da nessuno di noi. Sarà stato il saccheggiatore che ha fatto uscire l'equipaggiamento del dipartimento Fuochi e ha rubato le armi divine." Finalmente il diavolo capì: "Ma certo, non può essere stato che quel brigante di Scimmiotto. Ecco perché non riuscivo a prendere sonno: sarà stato lui, in qualche trasformazione schifosa, che mi sarà venuto a pungere. Naturalmente avrà voluto rubare il mio tesoro, ma si sarà accorto che non c'è niente da fare, perché me lo tengo ben stretto; allora si sarà impadronito delle armi e avrà liberato i draghi di fuoco. Che brutta carogna! Ha cercato di bruciarmi vivo. Ma il tuo inganno non ha funzionato, vecchio furfante. Tu non sai di che cosa sono capace. Finché ho addosso questo anello, posso scendere in fondo all'oceano senza affogare, o gettarmi in un lago di fiamme senza scottarmi. La prossima volta, se prendo quel delinquente, lo scortico vivo: non sarò contento finché non ne avrò fatto una torcia umana." Mentre il diavolo almanaccava e si tormentava, cantavano i galli e si levava l'alba del nuovo giorno. Sulla vetta il principe Nata, ricuperate le sue armi, suggerì a Scimmiotto: "Grande santo, non perdiamo tempo: è già l'alba. Approfittiamo dello scoraggiamento del mostro: ripartiamo all'attacco con tutte le nostre forze riunite: noi ti sosterremo, insieme al dipartimento Fuochi. Questa volta l'occasione sta dalla nostra parte." "D'accordo" rispose ridendo il Novizio. "Mettiamocela tutta e caviamoci questo gusto." Ritornarono all'ingresso della grotta, marciando con aspetto marziale e imponente. "Esci fuori, maledetto diavolo!" gridò Scimmiotto. "Vieni a batterti!" I battenti della porta erano stati calcinati dal fuoco; i mostriciattoli stavano spazzando e raccogliendo polvere e ceneri. Quando videro avvicinarsi gli dèi, dallo spavento lasciarono cadere le scope, abbandonarono le pale e corsero dentro: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto ritorna a sfidarvi, alla testa di un esercito di divinità." Il rinoceronte si allarmò, ma digrignava i denti e roteava gli occhi tanto era furente. Uscì rizzando la sua lancia, senza dimenticare l'anello che portava sempre su di sé, e si diede alle imprecazioni: "Furfante di una scimmia, grassatore, saccheggiatore e incendiario, te la farò vedere io! Che poteri hai tu, per permetterti di trattarmi in questo modo?" "Maledetta creatura!" rispose il Novizio senza perdere la sua aria allegra, "se vuoi conoscere i miei poteri, vieni qui e ascolta: Le mie capacità mi resero famoso Fin da giovane. Feci pratica della Via Dell'Immortalità e ottenni la saggezza Con gioventù perenne. Io percorsi il paese Dei santi ed esplorai la terra della mente. Appresi a trasformarmi e a balzar nello spazio. Catturar tigri e draghi per me è divertimento. Il mio regno fu il Monte dei Fiori e dei Frutti, Signore della Grotta Sipario Torrenziale. Quando mi venne voglia di salir fino al Cielo Per chiedere un impiego, divenni Grande Santo. Non mi vidi invitato a un banchetto di Pesche Dell'immortalità e mi sentii offeso. Per vendicarmi giunsi allo Stagno di Diaspro, Rubai vino di giada e fegato di drago, Senza contar le pesche di mille anni di cui Mi ero già rimpinzato, e l'elisir che in seguito Ingoiai in quantità. Non mi facevo scrupoli Per ciò che mi piaceva. Per mettermi a partito Fui braccato da un grande esercito celeste. Io mandai a farsi friggere i nove luminari, Mi sbarazzai di tutti; non c'era capitano Che fosse alla mia altezza. Dovettero chiamare Erlang, Piccolo Santo, perché desse una mano. Ci scontrammo attraverso molte trasformazioni. Fu Guanyin, col suo vaso, che venne alla riscossa, E Laozi che riusciva a farmi catturare Usando il suo bracciale di diamante. Fui preso E venni condannato a decapitazione. Ma non riuscì il carnefice a tagliarmi la testa: Sul mio collo la sciabola sollevava faville. Non riuscirono a uccidermi. Il signore Laozi Infine volle chiudermi nel suo forno. Ne uscii Più duro dell'acciaio. Ne balzai fuori nero E più forte che mai. Non sapendo che fare, Il Cielo chiese aiuto al Buddha, i cui poteri Sono senza rivali, come la sua saggezza. Con lui feci scommessa di saltargli di mano, Ma mi trovai schiacciato sotto una gran montagna. Restavo imprigionato per cinquecento anni, Senza un pugno di riso né una goccia di tè. Quando Cicala d'Oro discese sulla terra, Fu inviato a recare omaggio al Buddha e a prendere I veri sutra. Allora da Guanyin fui ingaggiato Per convertirmi al bene e lasciar le pazzie. Superata la prova, me ne vado nell'Ovest A cercar sutra autentici. Maledetto demonio, Abbandona gli inganni da volpe e restituiscimi Il monaco cinese, rendi l'omaggio al Buddha!" Il mostro commentò: "La tua storia dimostra quale gran ladro sei. Assaggia la mia lancia!" Il Novizio lo affrontò maneggiando la sbarra. Quando ebbero ingaggiato battaglia, il principe Nata e il signore della Virtù del Fuoco persero la pazienza a saltarono addosso al mostro con tutte le loro armi e attrezzature. Il grande santo più terribile che mai, il duca del tuono con il fulmine, il re celeste con la sciabola, tutti si buttarono addosso al nemico senza dargli quartiere. Ma il mostro rise sarcastico, si tolse dalla manica l'anello, lo lanciò in aria e gridò: "Afferra!" E quello, con un sibilo sinistro, aspirò di nuovo tutto quanto: le sei armi divine, gli attrezzi incendiari, folgori, sciabole e la sbarra del Novizio. Tutti quanti si ritrovarono disarmati, e il mostro se ne andò dicendo ai suoi: "Ragazzi, chiudete l'ingresso con qualche pietra adatta allo scopo, raccogliete materiale per le riparazioni e cercate di rendere agibili le stanze e i corridoi. Sbrigatevi, perché poi dobbiamo cucinare il monaco cinese e i suoi due compagni, e celebrare una cerimonia di ringraziamento alla terra. Infine faremo un bel banchetto e ce li mangeremo." La folla dei mostri si mise al lavoro. Intanto il re Li e gli altri ritornarono al campo base litigando fra loro. Virtù del Fuoco se la prendeva con Nata per la sua impazienza; il duca del tuono rimproverava al re celeste l'iniziativa sconsiderata. Il conte del fiume era il solo a starsene zitto. A vederli pieni di vergogna e delusi al punto di non osare di guardarsi in faccia, Scimmiotto faceva del suo meglio per conservare l'allegria e nascondere il disappunto: "Amici miei, non state a tormentarvi. Come dicevano gli antichi: vittoria e sconfitta sono il retaggio delle armi. Quanto a capacità marziali, non è certo un avversario di cui darsi pensiero; il problema sta tutto in quell'anello. Non ve la prendete: abbiamo solo bisogno di saperne di più. Lasciate che mi vada a procurare qualche notizia sul suo conto." "Ma è stata già fatta quella grande inchiesta in tutto il mondo celeste, da cui non si è cavato niente. Dove potrai procurarti novità?" "Pensavo: la legge del Buddha non ha frontiere. Tanto vale fare un salto nel Paradiso dell'Ovest e chiedere al beato Buddha di volgere i suoi occhi sapienti sui quattro continenti della vasta terra, per sapere dov'è nato il mostro, dov'è cresciuto, qual'è la sua precedente residenza, quali sono le proprietà del suo anello. In un modo o nell'altro bisogna pur portare ad effetto il suo arresto, amici miei, e consentirvi di ritornare in cielo a fronte alta." "Se il tuo scopo è questo, non tardare!" gridarono in coro gli dèi. "Parti subito!" Che bravo Novizio! Fece una capriola nelle nuvole e giunse al Monte degli Avvoltoi. Contemplava il bellissimo panorama e ne ammirava le attrazioni, quando si sentì chiamare: "Consapevole del Vuoto, da dove vieni? E dove conti di andare?" Si volse e vide una venerabile bhiksuni. La salutò: "Venivo a trovare il Beato, dovrei appunto consultarlo per affari." "Bell'arnese che sei! Se devi andare da lui, che cosa aspetti a salire al romitaggio, invece di restar qui a guardarti intorno?" "È la prima volta che visito questo nobile luogo, mi sono permesso questa audacia..." "Dài, vieni con me." Scimmiotto la seguì fino all'ingresso del Monastero del Colpo di Tuono. Ai due lati erano schierati otto imponenti guardiani portatori di folgore. "Consapevole del Vuoto" disse la bhiksuni, "aspetta qui un momento che ti vado ad annunciare." Scimmiotto restò alla porta, mentre lei si presentava al Buddha con le mani giunte: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto vi vorrebbe parlare per un affare che lo preoccupa." Il Beato diede ordine di introdurlo e i portatori di folgore lo lasciarono passare. Quando si fu inchinato e rimase a testa bassa, il Buddha gli domandò: "Consapevole del Vuoto, ho saputo che la reverenda Guanyin ti ha liberato e ti ha convertito alla nostra dottrina, perché proteggessi il monaco cinese nella ricerca delle scritture. Come mai non vedo il monaco con te? Che cosa accade?" "Permettetemi di esporre i fatti" disse il Novizio prosternandosi. "Il vostro discepolo sta appunto seguendo il monaco cinese. Ma sul Monte del Cappuccio d'Oro abbiamo incontrato un diavolo tremendo, che si chiama grande re Rinoceronte; ha immensi poteri magici e ha chiuso nella sua grotta il mio maestro e i condiscepoli. Poiché non me li voleva restituire con le buone, ci siamo battuti. Ha un anello candido e sfavillante, con cui mi ha levato la mia arma. Pensavo che fosse un guerriero divino sceso sulla terra e ho provocato un'inchiesta nel mondo di Sopra, ma senza risultato. L'Imperatore di Giada ha avuto la bontà di darmi in aiuto i Li, padre e figlio, ma sono stati disarmati anche loro. Quando ho chiesto aiuto a Virtù del Fuoco, anche lui è stato privato di tutti i suoi attrezzi incendiari. Virtù dell'Acqua si è provato ad affogarlo, ma non c'è riuscito. Il vostro discepolo aveva ricuperato le armi, ma le abbiamo perdute di nuovo. Siamo in un vicolo cieco. Ecco perché mi sono permesso di venire a sollecitare voi, nostro Buddha: spero che avrete la misericordia di gettare uno sguardo sul vostro discepolo, per aiutarlo a sapere da dove viene questo mostro. Se lo sapessi potrei, per esempio, catturare i suoi parenti e vicini, e usarli come mezzo di scambio. Allora potremmo tutti insieme manifestare la nostra sincera devozione e riprendere a cercare il giusto frutto." Con il suo occhio di sapienza, il Buddha seppe subito di che cosa si trattava: "So chi è quel mostro, ma non te lo posso dire. Non terresti la bocca chiusa, cara la mia scimmia. Se si venisse a sapere che sono stato io a farti una soffiata, mi verrebbero a rompere le scatole fin sul Monte degli Avvoltoi, li avrei tutti addosso. Preferisco aiutarti a catturarlo con la potenza della legge." "In che cosa consisterebbe l'aiuto della potenza della legge?" domandò Scimmiotto inchinandosi per ringraziare. Il Beato fece aprire il magazzino dei tesori da diciotto arhat e ordinò loro di prendere, a sostegno di Consapevole del Vuoto, altrettante manciate di sabbia di cinabro d'oro. "Che cosa me ne faccio della sabbia?" chiese stupito Scimmiotto. "Quando sfiderai il mostro, gli arhat gliela getteranno addosso, e lui resterà paralizzato. Tu potrai fare di lui quello che vorrai." "Ma è una meraviglia!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Ci vado senza perdere tempo." Gli arhat raccolsero il cinabro e lo seguirono. Scimmiotto rinnovò i ringraziamenti al Buddha e si mise in cammino. Ma subito si accorse che i reverendi che lo seguivano erano sedici anziché diciotto. Incominciò a sbraitare: "Ma dove siamo arrivati! Anche qui si comprano le esenzioni?" "Che cosa si compra? Chi?" chiedevano gli arhat. "Me ne hanno assegnati diciotto; perché siete soltanto sedici?" Mentre finiva di parlare, Abbattidraghi e Domatigri uscirono di corsa dal monastero: "Che cosa significano queste insinuazioni, Consapevole del Vuoto? Eravamo rimasti indietro per ricevere le istruzioni del Buddha." "Non sono nato ieri. Se avessi esitato a piantare rogne, avreste fatto finta di niente e io non vi avrei più visti." Gli arhat salirono sulla loro nuvola ridendo come matti. In breve raggiunsero il Monte del Cappuccio d'Oro, dove il re Li venne ad accoglierli con i suoi compagni. Uno degli arhat interruppe il racconto che Scimmiotto faceva per aggiornare sugli ultimi avvenimenti: "Per favore, rimanda i particolari a un altro momento. Sbrighiamoci a far uscire quel mostro." Il grande santo si presentò dunque all'ingresso della grotta: "Sveglia, pentolone di minestra! Fatti vedere! Vieni a farti picchiare dal tuo buon nonno!" I mostriciattoli corsero ad annunciarlo; il re diavolo si arrabbiò: "Mi chiedo quale altro imbroglio stia tramando, quella insopportabile scimmia." "È solo, non lo accompagna nessuno" precisarono i mostriciattoli. "Il suo randello gliel'ho preso. Che cosa vuol fare da solo? Vorrà forse riprendere l'incontro di pugilato?" Impugnò la lancia, fece spostare le pietre che proteggevano l'ingresso e balzò fuori tuonando: "Faresti meglio a ritirarti, brutta scimmia, dopo tante batoste che hai subito. Che cosa ti prende di tornare qui a far baccano?" "Sei un diavolo perverso che non distingue il bene dal male. Se non vuoi più che il tuo caro zio ti venga a trovare, te lo risparmierò, a patto che tu mi presenti le tue scuse e restituisca il mio maestro con i suoi discepoli." "I tre monaci? Sono già lavati e spazzolati, pronti sul tavolo di cucina. Non lo vuoi capire? Levati dai piedi!" Scimmiotto arrossì di collera, balzò avanti e gli sferrò un pugno al petto. Il diavolo rispose allungandogli un colpo di lancia. Il Novizio saltava a destra e a sinistra per disorientare il mostro, che non si rendeva conto della trappola e lo seguiva allontanandosi dalla grotta. Allora Scimmiotto fece segno agli arhat che gettarono sul diavolo la sabbia di cinabro d'oro. Era una sabbia di meravigliosa efficacia. Come bruma o nebbia, si spande prima fino alle estremità del cielo, con un candore che acceca, con un'oscurità che smarrisce. Il boscaiolo sorpreso nel bosco perde il compagno, il cercatore di semplici non trova più la strada di casa. Ha una frazione sottile, che spolvera intorno come farina di frumento, e una più pesante che rotola per terra come grani di sesamo. Tutti i contorni diventano incerti, scompare la cima delle montagne, lo spazio sfuma, il sole si copre. Non è la polvere che sollevano il destriero o la carrozza che passa di corsa lasciandosi dietro una scia di profumi. Questa sabbia è spietata: vela, copre, nasconde, cancella. Il diavolo ha aggredito la giusta Via e gli arhat hanno ricevuto l'incarico di manifestarne la potenza. Nelle loro mani sta la perla brillante che, al momento opportuno, acceca i nostri occhi. Accecato dalla sabbia, il diavolo abbassò la testa e si rese conto che stava sprofondando in una coltre alta tre piedi. Spaventato si dibatté vigorosamente, con il risultato che la sabbia salì di altri due piedi. Messo alle strette, perso ormai l'uso delle gambe, il mostro prese affannato l'anello e lo gettò in aria gridando: "Afferra!" Quella cosa, con un sibilo, aspirò tutto il cinabro d'oro. Il mostro, sentendosi di nuovo libero, si precipitò a rintanarsi nella grotta. Gli arhat fermarono le loro nuvole una accanto all'altra. Scimmiotto si accostò e chiese: "Perché non gettate più sabbia?" "Un momento fa abbiamo sentito uno strano rumore, e il nostro cinabro d'oro è scomparso." "Vedete, è sempre quel trucco aspiratutto" concluse Scimmiotto con un risolino nervoso. "Se è invincibile fino a questo punto" si inquietava il re celeste, "come faremo a catturarlo? Chi avrà il coraggio di ritornare in cielo e di guardare in faccia l'Imperatore di Giada?" "Consapevole del Vuoto" dissero i due arhat Abbattidraghi e Domatigri, "ricordi il nostro piccolo ritardo alla partenza?" "Certo, quando vi sgridavo perché volevate tirarvi indietro." "In realtà il Beato ci stava avvertendo che questo diavolo dispone di immensi poteri magici, e ci dava un messaggio per te nel caso che avessimo perduto la nostra sabbia di cinabro. Devi andare a rintracciare le sue origini nel Palazzo dei Beati, sopra il trentatreesimo cielo, dal signore Laozi: lui potrebbe catturarvelo in un baleno." "Ma è una cosa esasperante! Il Buddha non fa che prendermi in giro: perché non me lo ha detto subito, invece di fare questa commedia?" "Comunque, se il Beato ha dato una direttiva così chiara" fece notare il re Li, "converrà adeguarsi." Il bravo Scimmiotto, con una capriola nelle nuvole, correva già alla porta meridionale del cielo. I quattro marescialli di guardia gli fecero il saluto militare e chiesero: "Come va l'affare della cattura del mostro?" "Siamo ancora in ballo. Ma questa volta ho la pista giusta." I quattro marescialli non osarono trattenerlo. Non si recò né alla Sala delle Nuvole Misteriose, né al Palazzo dell'Orsa Maggiore, ma dritto oltre il trentatreesimo cielo, al Palazzo del Paradiso dei Beati. In portineria c'erano due giovanotti. Poiché entrava senza guardare in faccia nessuno e senza dire il suo nome, i due immortali, spaventati, gli corsero dietro: "Chi siete? Dove credete di andare?" "Sono il Grande Santo Uguale al Cielo, vado dal vecchio Li." "Come potete comportarvi in modo così villano? Restate qui. Aspettate di essere annunciato." Scimmiotto non aveva la pazienza di spiegarsi. Con un grugnito tirò dritto e andò a sbattere appunto contro il signore Laozi, che in quel momento stava uscendo di casa. Scimmiotto gli fece la riverenza: "Vecchio amico, è un pezzo che non ci vediamo." "Che cosa fa qui questa scimmia, invece di andarsene in cerca di scritture?" rispose ridendo Laozi. "Le cerco giorno e notte, le scritture. Ma sono passato di qui perché ho incontrato qualche piccola noia." "Gli ostacoli che si trovano sulla strada dell'Ovest non sono fatti miei." "Lascia stare l'Ovest. Le tracce che seguo mi portano qui, non nell'Ovest." "Questo, caro mio, è il palazzo supremo degli immortali. Tutto è spolverato, qui non ci sono tracce da cercare." Ma Scimmiotto entrò e incominciò a scrutare a destra e a sinistra. Laozi lo seguiva attraverso portici e cortili, finché giunsero dove trovarono un ragazzo addormentato presso uno stabbio vuoto. "Qui ci dovrebbe essere un bufalo, vecchio amico" osservò il Novizio. "Vedi che invece non c'è? È scappato." "Quando è scappata, quella bestia maledetta?" gridò Laozi scuotendo il ragazzo addormentato. Egli saltò su, cadde in ginocchio e rispose: "Non lo so, eccellenza, mi ero addormentato. Non so quando sia accaduto." "Come ti sei potuto addormentare, buono a nulla?" lo sgridò Laozi. "Avevo raccolto un grano di cinabro caduto a terra nella stanza degli elisir" spiegò il ragazzo prosternandosi. "L'ho mangiato e sono caduto addormentato." "Sarà stato il cinabro sette volte raffinato che abbiamo preparato tempo addietro. Un grano fa dormire per sette giorni; prima non c'è verso di svegliare chi l'ha mangiato. Dev'essere accaduto sette giorni fa. Quella brutta bestia ha approfittato del tuo sonno per scappare nel mondo di Sotto. Vediamo se manca qualche altra cosa in giro." "Vi dico io che cosa manca: un anello molto pericoloso" precisò il Novizio. Il signore Laozi fece le sue verifiche, e in effetti risultò mancante un braccialetto di vajra. "Ecco che cosa ha rubato quel maledetto!" "Si tratta proprio di questo!" esclamò il Novizio. "E lo avrei dovuto riconoscere, visto che me lo tirasti sulla testa ai tempi del duello con Erlang. Fu così che vincesti il tuo vecchio Scimmiotto. Ora che è capitato nel mondo di Sotto, dovresti vedere che putiferio di cose è riuscito a rubare." "Ma dov'è quella bestia immonda?" "Abita nella caverna del Monte del Cappuccio d'Oro, dove ha chiuso il mio maestro, che ha rapito, e il mio randello, che ha rubato. Gli fanno buona compagnia le armi di chi mi aiutava: il principe Nata e il dipartimento Fuochi, che hanno perduto il loro equipaggiamento al completo. Solo il conte del fiume non si è fatto rubare niente, per quanto non sia riuscito ad affogarlo. Figurati che gli arhat inviati dal Buddha si son visti rubare la loro sabbia di cinabro d'oro, con cui dovevano immobilizzarlo. In realtà ti sei preso una bella responsabilità, anche penale, vecchio mio, a lasciare briglia sciolta a una bestia che ruba e ammazza come quella." "Quel braccialetto di vajra è un trovato che avevo realizzato in gioventù, quando attraversai il passo di Hangu per andare a convertire i barbari. Non lo batte nessun'arma, e nemmeno l'acqua o il fuoco. Anch'io non saprei come fare, se per esempio mi aspirasse il ventaglio di foglie di banano." Il grande santo seguì allegramente Laozi, che teneva in mano il suo ventaglio. Montarono su una nuvola e viaggiarono insieme. Dalla porta sud del cielo scesero dritti sul Monte del Cappuccio d'Oro, dove i diciotto arhat, i duchi del tuono, il conte del fiume e i Li padre e figlio gli raccontarono tutto per filo e per segno. "Ora bisogna che Consapevole del Vuoto lo vada a provocare un'ultima volta, perché esca all'aperto e si faccia catturare" concluse Laozi. Scimmiotto balzò giù dalla vetta e ricominciò a inveire con voce tonante: "Bestia immonda! Pentolone di minestra! Esci fuori, che la morte ti aspetta!" Messo sull'avviso e sempre chiedendosi che cos'altro potesse trovare in agguato, il mostro uscì con lancia e braccialetto. "Maledetto diavolo!" gli gridò Scimmiotto. "Vedrai che questa volta chiudiamo i conti. Per incominciare, vieni qui a prenderti uno scappellotto." Gli saltò al viso, gli diede una sventola e scappò via. Il mostro si lanciò a inseguirlo, ma udì alle proprie spalle una voce severa: "Ehi, bufalo, che cosa aspetti a ritornare a casa?" Levando il capo vide il signore Laozi e si mise a tremare come una foglia: "Come avrà fatto, quel diavolo di una scimmia, a rintracciare il mio padrone?" Laozi recitò un incantesimo e agitò il ventaglio: il mostro lasciò cadere il braccialetto e Laozi lo raccolse. Con un altro colpo di ventaglio, l'animale restò paralizzato e privo di forze, e riprese la propria forma: in realtà era un bufalo nero. Laozi soffiò il suo alito magico sul braccialetto e lo passò nelle froge dell'animale; poi sciolse la cintura che serrava la sua tunica, la legò all'anello e ne tenne in mano l'estremità. È un uso che si pratica ancor oggi; lo si chiama passare la noce di cocco. Il signore Laozi prese congedo, si sedette a cavalcioni sul bufalo e ritornò con esso al Paradiso dei Beati su una nuvola colorata. Scimmiotto e gli dèi forzarono l'ingresso della grotta e massacrarono fino all'ultimo i mostri sopravvissuti all'incendio. Ciascuno ricuperò le proprie armi. Il grande santo ringraziò il re celeste e suo figlio che tornarono in Cielo, i duchi del tuono che tornarono in ufficio, Virtù del Fuoco che rientrò in sede, il conte del fiume che si rituffò nell'acqua e gli arhat che ripartirono per l'Occidente. Poi andò a liberare Tripitaka, Porcellino e Sabbioso. Quando i tre liberati ebbero espresso al Novizio la loro gratitudine, venne slegato il cavallo, si raccolsero i bagagli, e maestro e discepoli uscirono dalla grotta dirigendosi verso la strada maestra. Mentre camminavano udirono una voce dal ciglio della strada, che diceva: "Santo monaco dei Tang, non gradireste un pasto vegetariano?" Il reverendo, colto di sorpresa, sussultò. Se non sapete chi lo chiamava, non avete che da ascoltare il seguito. 第053回 GRAVIDANZA DI TRIPITAKA · IN CUI IL MAESTRO DI MEDITAZIONE SI RITROVA DIABOLICAMENTE INCINTO, E DONNA GIALLA PORTA L'ACQUA CHE DISSOLVE IL PERVERSO CONCEPIMENTO. Compi senza rimpianto ottocento buone azioni, Accumula tremila meriti in gran segreto, Ama come te stesso il prossimo e le cose: Così sarà adempiuto il tuo voto iniziale. Il gran rinoceronte che non temeva né armi, Né acqua o fuoco, è tornato a salire nel cielo. Il signore Laozi l'ha domato; ridendo Se ne va a cavalcioni del gran bufalo nero. Chi dunque chiamava i pellegrini? Erano il dio del Monte del Cappuccio d'Oro e la divinità locale, che tendevano rispettosamente la ciotola d'oro delle elemosine: "Santo monaco, Scimmiotto aveva mendicato questo riso per voi. Non avete ascoltato i suoi buoni consigli e siete caduto nelle mani di un diavolo che ha dato molte pene al vostro discepolo. Ma poiché ora vi ha liberato, prendete questo riso prima di ripartire; non deludete il rispettoso affetto che il grande santo nutre per voi!" "Mio caro discepolo" disse allora Tripitaka, "ti devo tutto e non so proprio come ringraziarti. Se lo avessi saputo, non sarei mai uscito da quel cerchio e non ci saremmo messi in mortale pericolo." "Per dire le cose come stanno" rispose Scimmiotto, "non vi siete fidato del mio cerchio e avete subito il cerchio altrui, che purtroppo vi ha fatto soffrire molto di più." "Quale cerchio altrui?" si meravigliò Porcellino. "Zitto tu, stupido, che hai spinto il nostro maestro in questa prova con la malignità perversa della tua linguaccia. Ho dovuto smuovere cielo e terra. Quell'anello bianco aspirava tutto: armi, acqua, fuoco, sabbia del Buddha, tutti gli aiuti che riuscivo a procurarmi. Fu il Beato a lasciar intendere ai suoi arhat da dove veniva il mostro; e soltanto quando loro me lo hanno riferito, ho potuto pregare il signore Laozi di venire a sottomettere quel bufalo nero, sceso in terra a combinare guai." "Saggio discepolo" esclamava Tripitaka colmo di gratitudine, "la prossima volta seguirò le tue istruzioni per filo e per segno; puoi credermi, dopo quante ne ho passate." I quattro pellegrini si divisero il pasto; il riso era ancora fumante. "Come fa a essere caldo, dopo tutto questo tempo?" domandò il Novizio. "L'ho messo io a scaldare, quando ho saputo che il grande santo aveva concluso la sua impresa" spiegò inginocchiandosi la divinità locale. Terminato il pasto, riposero la ciotola e si congedarono dai geni del luogo. Il maestro si rimise in sella e superarono l'alta montagna. È il caso di dirlo: Lo spirito sereno ritorna consapevole. Vanno all'Ovest nutrendosi di vento e di speranza. Viaggiarono a lungo, finché incominciò a manifestarsi una precoce primavera. Si sentivano pigolare le nere rondini, cantare i rigogoli gialli, le une riempiendosi il becco, gli altri intrecciando i loro trilli. Il sole si copre di un broccato di petali, il monte si colora come un'incredibile catasta di cuscini ricamati. Sul susino verdeggiante incominciano a formarsi frutti grandi come piselli; il vecchio cedro sul ciglio dello strapiombo trattiene le nubi del cielo. Una foschia luminosa si stende sulla pianura, la sabbia si scalda ai raggi di sole. Qua e là si vedono frutteti in fiore; dappertutto la stagione rinnova i boccioli dei salici. Finirono per imbattersi in un fiumicello dall'acqua fresca e limpidissima. Il reverendo tirò le redini per contemplare a suo agio: sulla riva di fronte si vedevano tetti di capanne che superavano di poco le verdi chiome dei salici piangenti. Il novizio li additò: "Laggiù abita gente. Di sicuro ci sarà un traghetto." "Ne ha tutta l'aria, ma non si vedono barche" osservò Tripitaka. Porcellino lasciò scivolare a terra i bagagli e gridò a pieni polmoni: "Ehi, barcaiolo! Da questa parte!" Dopo qualche richiamo, una barca sbucò effettivamente da sotto i rami di un salice e si avvicinò frusciando alla riva. I pellegrini la esaminarono. Remi leggeri increspano l'acqua, lo scafo è laccato di colori vivaci. È una barca leggera, ma potrebbe navigare anche su un lago. Non ha cordami di seta né albero d'avorio; il dritto di prua è di pino e i remi di legno di cannella. Certo non vale uno di quei battelli degli dèi che superano mille leghe, ma è adatta per attraversare la larghezza del fiume: va e viene fra le rive, accostando sempre agli stessi approdi. In breve la barca toccò la riva. "Da questa parte!" gridò il barcaiolo. Tripitaka sul suo cavallo si avvicinò. Che aspetto aveva la persona ai remi? Il capo avviluppato da un turbante di velluto, i piedi calzati da scarpette di seta nera, pantaloni e veste di cotone cento volte rammendata, alla vita un grembiule mille volte ricucito. La pelle delle mani è ruvida, i muscoli rozzi, gli occhi torbidi, la fronte rugosa e il viso screpolato. Ma la sua voce conserva la dolcezza del canto del rigogolo: a guardar meglio, non c'è dubbio, è persona da indossar gonne e portare gioielli in testa. "Sei tu il traghettatore?" chiese Scimmiotto. "Sono io." "Come mai il barcaiolo è rimasto a casa e ha mandato la sua barcaiola?" La donna sorrise e non rispose. Appoggiò con le sue mani la passerella per salire a bordo, che il maestro superò con l'aiuto del Novizio; Sabbioso caricò i bagagli. Poi la barca accostò di più perché Porcellino facesse salire il cavallo. Ritirata la passerella, la barcaiola allontanò la barca dalla riva con una spinta, si mise ai remi e in breve compì la traversata. Mentre sbarcavano sulla riva occidentale, il reverendo incaricò Sabbioso di pagare qualche sapeca. La donna intascò il denaro, ormeggiò la barca a un palo che sorgeva dall'acqua e scomparve in una casetta vicina soffocando piccole risa. A vedere quell'acqua così limpida, Tripitaka provò sete e disse a Porcellino: "Prendimi una ciotola d'acqua." "Anche a me è venuta voglia di bere." Riempì la ciotola e la tese al maestro, che ne bevve un piccolo sorso e gli lasciò il resto. Quand'ebbero bevuto, Porcellino aiutò Tripitaka a rimontare a cavallo e si avviarono in cerca della strada dell'Ovest. Trascorsa meno di un'ora, il reverendo sul suo cavallo incominciò a gemere: "Che mal di pancia!" "Anche a me duole la pancia" disse Porcellino. "Sarà stata l'acqua fredda che avete bevuto" suggerì Sabbioso. Il maestro gridò più forte: "Ahi, non ne posso più!" "È un male spaventoso!" gli fece eco Porcellino. Mentre si lamentavano, i loro ventri ingrossavano a vista d'occhio. A toccarli si sentiva che c'era dentro qualcosa che premeva e si agitava senza tregua. Tripitaka stava per svenire, quando videro una capanna sul ciglio della strada; da un ramo d'albero pendevano due sandali di paglia. "Che fortuna, maestro!" esclamò Scimmiotto. "Ecco un'osteria. Andiamo a chiedere l'elemosina di un po' di acqua calda e vediamo se si trovano medici che possano curare il vostro mal di pancia." Tripitaka si sentì confortato e frustò il cavallo. Giunsero presto davanti alla porta, dove il reverendo smontò. Dentro c'era soltanto una vecchia seduta su uno sgabello di giunco, intenta a filare canapa. Il Novizio la salutò a mani giunte e spiegò: "Nonna, sono un povero monaco che viene dalle terre dell'Est; il mio maestro è fratello dell'imperatore in persona. Quando abbiamo attraversato il fiume ne ha bevuto l'acqua, ma gli ha dato mal di pancia." La vecchia scoppiò a ridere fragorosamente: "Volete dire che ha bevuto l'acqua di quel fiume?" "Ma sì, era così limpida che gliene ha fatto venir voglia" rispose Scimmiotto. "E l'ha trovata di suo gusto?" chiese la vecchia soffocando dalle risate. "Venite dentro, vi spiegherò tutto." Scimmiotto diede il braccio al monaco cinese, mentre Sabbioso sosteneva Porcellino. L'uno e l'altro non smettevano di gemere, con il ventre gonfio, il viso cereo e le sopracciglia aggrottate dalla sofferenza. Entrati nella capanna li fecero sedere, e il Novizio ripeté: "Nonna, il mio maestro ha bisogno di acqua calda. Vi saremo molto riconoscenti." Ma la donna, invece di occuparsi di loro, corse nel retrobottega a chiamare: "Venite a vedere anche voi!" Dall'interno vennero fuori zoppicando altre tre o quattro vecchie, che stettero a contemplare il monaco cinese con la bocca spalancata in un riso idiota. Il Novizio, esasperato, grugnì e arrotò i denti con aria così feroce da mettere in fuga tutta la compagnia, che spingendo e inciampando si rifugiò precipitosamente nel retrobottega. Ma Scimmiotto afferrò la vecchia per la collottola e le ripeté: "Acqua calda! E non fare la spiritosa." "Vostra signoria" rispose la donna tremando, "l'acqua calda non serve a quei due. Lasciatemi andare e vi spiegherò." Scimmiotto la lasciò andare ed essa raccontò: "Vi trovate nel territorio del regno delle donne dei Liang dell'Ovest. Il paese è abitato soltanto da donne, non ci sono uomini qui: perciò siamo tanto contente e curiose di vedervi. Certo sarebbe stato meglio che il vostro maestro non avesse bevuto quell'acqua. Il fiume da cui l'avete presa si chiama Fiume della Maternità. Da noi non si osa berne l'acqua prima di aver compiuto vent'anni; quando la si è bevuta, si sentono i dolori della gravidanza. Alle porte della nostra capitale c'è il posto di accettazione dello yang. Là una sorgente forma un laghetto in cui, tre giorni dopo aver bevuto, ci si va a specchiare: se si vede il riflesso sdoppiato, significa che si è concepito un bambino. Ma potete star certo che, se il vostro maestro ha bevuto acqua del fiume, è rimasto incinto e partorirà un bambino. Non c'è acqua calda che tenga." Tripitaka ascoltava ed era livido di spavento: "Discepoli miei, è inaudito! Adesso che cosa faccio?" Porcellino gemeva, si torceva e allargava le cosce: "Avi miei! Partorire! È facile dirlo, ma noi siamo maschi; da dove uscirà quella roba?" Scimmiotto si mise a ridere: "Melone maturo casca da sé, dicevano gli antichi. Vedrete che al momento buono vi si aprirà una fessura sotto l'ascella, e il bambino uscirà di là." La bella prospettiva diede i brividi a Porcellino; i dolori gli sembrarono più intollerabili che mai e si mise a gridare: "Facciamola finita! Io crepo, son morto!" "Non torcerti così, fratellino" lo esortò Scimmiotto ridendo. "Finirai per annodare il cordone ombelicale e provocare qualche guaio." Il bestione si spaventò ancora di più e si aggrappava al Novizio con gli occhi gonfi di lacrime: "Fratello, informati dalla vecchia se da queste parti si trova una levatrice con la mano leggera. Chiamane subito una. Sento certe fitte! Saranno i dolori del parto. Svelto, sbrigati!" "Se sono i dolori del parto, sta quieto, o finirai per perdere le acque" sghignazzava Scimmiotto. "Nonna" ansimò Tripitaka, "ci sono medici in paese? Non si potrebbe acquistare un farmaco per abortire?" "Non credo che un abortivo servirebbe a niente, ammesso che lo si trovi" rispose la brava donna. "In realtà, seguendo il viale alberato verso sud, si arriva al Monte della Liberazione dallo Yang, dove si trova la Caverna della Distruzione dei Bambini; là dentro sgorga la Sorgente degli Aborti. Per sbarazzarsi dalla gravidanza bisognerebbe bere un sorso di quell'acqua. Ma non ci si può più andare. L'anno scorso si è installato qui un taoista che si chiama Vero Immortale Come Mi Vorrai: egli ha fatto della caverna una sede dell'Unione Immortali e ha accaparrato la sorgente. Certo non cede quell'acqua per amor di dio: chi ne vuole una misera tazzina deve pagare una bella somma, e in più deve offrire carne di pecora, vino e frutta, e mostrare la più rispettosa e sincera devozione. Voi monaci mendicanti non troverete mai tutti i soldi che occorrono. Sarà meglio che vi rassegnate al vostro destino e aspettiate pazientemente il parto; non c'è altro da fare." Scimmiotto, molto interessato, domandò: "Nonna, che distanza c'è da qui a quel monte?" "Una trentina di li" rispose la donna. "Bene. Maestro, rassicuratevi: andrò ad attingere di quell'acqua." E raccomandò a Sabbioso: "Prenditi cura del maestro. Se le vecchie si comportano male, ricordati dei metodi che usavi una volta: fai le boccacce per spaventarle e tienile quiete fino al mio ritorno." Intanto la donna era andata a prendere un grosso vaso di ceramica, che gli porse dicendo: "Se poteste abbondare nel prendere quell'acqua, ci resterebbe poi una provvista per i casi urgenti." Scimmiotto prese il vaso, uscì dalla capanna e montò su una nuvola. "Avi miei!" gridò la buona donna inginocchiandosi. "Il monaco sa cavalcare le nuvole!" Corse a cercare le sue coetanee perché venissero a prosternarsi davanti al monaco cinese: lo trattarono da arhat e da pusa. Poi misero l'acqua al fuoco e prepararono un pasto da offrire ai loro ospiti. Intanto Scimmiotto, con una capriola nelle nuvole, giunse in vista di una montagna e abbassò la sua nuvola per contemplare il magnifico spettacolo: L'erba svolge un tappeto verde brillante sotto il broccato dei fiori selvatici. Liane e cespugli invadono conche e valli, la foresta ricopre le cime. Cantano gli uccelli, volano stormi di oche, il cervo beve alla fonte, il gibbone si arrampica [...] Sul versante nord si vedeva la corte di una fattoria, da cui veniva l'abbaiare dei cani. Egli scese in quel bel posticino: Un ponticello passa l'acqua viva, La capanna si addossa alla collina. Nella siepe guaisce un cagnolino. Uomini indaffarati vanno e vengono. Dal cancello Scimmiotto vide un vecchio prete taoista che se ne stava seduto nella posa del sarto su un cuscino verde. Si avvicinò, posò il suo vaso e giunse le mani per salutarlo. L'uomo del Tao gli rese la cortesia con un inchino e chiese: "Da dove venite? Quali affari vi portano al nostro umile eremitaggio?" "Sono un povero monaco inviato dai grandi Tang a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Il mio maestro è stato preso da dolori intollerabili e da una dilatazione del ventre, perché ha bevuto per errore l'acqua del Fiume della Maternità. Secondo la gente del villaggio ne sarebbe rimasto incinto, e questi dolori si potrebbero guarire solo con un sorso d'acqua della Sorgente degli Aborti, che si trova nella Grotta della Distruzione dei Bambini sul Monte della Liberazione dallo Yang. Avreste l'amabilità di farmi da guida?" Il taoista si mise a ridere: "Ma ci siete già arrivato! Questa è appunto la grotta che cercate, divenuta una sede dell'Unione Immortali. Io sono proprio il primo discepolo del Vero Immortale Come Mi Vorrai. Qual'è il vostro nome? Vi vorrei annunciare." "Sono il primo discepolo del maestro della legge Tripitaka Tang. Il mio umile nome è Scimmiotto Consapevole del Vuoto." "Dove sono i vostri doni e presenti per il banchetto e le celebrazioni?" "Non abbiamo potuto procurarci queste cose: siamo poveri monaci mendicanti di passaggio." "Siete anche dei begli ingenui" sogghignò il taoista. "Il mio riverito maestro non si sarà accaparrato la fonte per lasciare che il primo che passa ne faccia l'uso che vuole. Per essere annunciato, devi prima raccogliere il denaro necessario. Altrimenti scòrdatelo." "Relazioni amichevoli valgono più di decreti imperiali. Digli il mio nome e vedrai che sarà disposto a farmi questo favore; non è escluso che mi regali tutto il pozzo." Il taoista si rassegnò ad andare ad annunciarlo al vero immortale, che era intento a pizzicare le corde della cetra; aspettò che terminasse di suonare e gli riferì: "Maestro, si è presentato un bonzo che dice di chiamarsi Consapevole del Vuoto e di essere il primo discepolo di Tripitaka Tang; vorrebbe un po' d'acqua della Sorgente degli Aborti per il suo maestro." All'udire il nome di Consapevole del Vuoto, l'immortale montò in collera e vero odio gli tormentò la milza. Messa da parte la cetra si alzò bruscamente, sostituì il proprio abito con una veste taoista, impugnò uno scettro che terminava a uncino e balzò fuori dalla porta gridando: "Dov'è questo Consapevole del Vuoto?" Scimmiotto lo osservò: Un berretto stellato di colori cangianti, Una veste scarlatta contesta in fili d'oro, Stivali ricamati, cintura costellata Di gioielli. Sottana dal bordo in seta fine Da cui spuntano calze di velluto broccato, Le maniche di drago. Regge uno scettro d'oro Ricurvo. Volge intorno degli occhi di fenice, Denti aguzzi fan cerchia fra le sue labbra rosse. Una barba di fuoco si agita sul suo mento E i capelli scarlatti si arrotolano in crocchie. D'aspetto è più malvagio del maresciallo Wen, Per quanto differente ne sia l'abbigliamento. Il Novizio giunse le mani e si inchinò: "Il povero monaco che sono si chiama Consapevole del Vuoto." "Ma è proprio il tuo nome? Non lo avrai usurpato?" insisté il maestro. "Che cosa vi viene in mente? Gentiluomo non muta nome in casa né cognome in viaggio, come dice l'adagio. Si capisce, che sono Consapevole del Vuoto." "Tu sai chi sono io?" "Da tanto tempo salgo montagne e attraverso fiumi, per seguire la giusta Via del Buddha, che ho perso d'occhio gli amici della mia gioventù. Non li vedo da tanto tempo, che forse potrei incontrarne qualcuno senza saperlo più riconoscere. Il vostro nome l'ho sentito dalla gente che abita nel villaggio presso il Fiume della Maternità." "Va per la tua strada e lascia me sulla mia. Perché mi sei venuto a disturbare?" "Il mio maestro ha bevuto per errore l'acqua di quel fiume, che lo ha messo incinto e gli ha procurato mal di pancia. Sono venuto qui soltanto per chiedere una tazza di acqua della Sorgente degli Aborti, per liberarlo da questa prova." "E il tuo maestro sarebbe Tripitaka dei Tang?" chiese il taoista infuriato roteando gli occhi. "Proprio così." "Ti risulta di aver mai incontrato un santo re fanciullo?" insisté quello digrignando i denti. "Sarà per caso Bimbo Rosso, che viveva sul Monte del Singhiozzo? Perché me lo chiedete?" "Perché è mio nipote. Io sono il fratello di suo padre, il re diavolo toro, che mi ha scritto una lunga lettera su come Scimmiotto, primo discepolo di Tripitaka dei Tang, lo ha trattato in modo odioso e l'ha ucciso. Non sapevo come fare a vendicarlo; ma ecco che mi vieni tu stesso a cercare: e vorresti anche dell'acqua!" "Maestro, vi sbagliate. Ero un grande amico del vostro nobile fratello. Da giovani eravamo fratelli giurati nella confraternita dei sette. Mi dispiace di non avervi subito presentato i miei rispetti: non sapevo della vostra parentela. Quanto al vostro stimato nipote, in realtà gode ottima salute e ha trovato una sistemazione eccellente al servizio di Guanyin: ora è il suo ragazzo di Buona Fortuna. Se la passa certo meglio di voi e di me: e venite a rimproverarmi!" Il taoista esplose: "Sentila, la scimmia maledetta! Secondo te, mio nipote se la passerebbe meglio da schiavo in servitù che da libero re. Basta con le insolenze. Ti farò assaggiare il mio uncino." Scimmiotto parò il colpo con la sua sbarra: "Maestro, non ci accapigliamo; datemi un po' di quell'acqua e me ne vado." "Macaco maledetto! Non capisci che ti stai giocando la pelle? Se riuscirai a sostenere tre scontri, ti darò l'acqua. Altrimenti giudicherò vendicato mio nipote quando ti avrò ridotto in ragù." "Ti insegnerò io le buone maniere, creatura immonda!" gridò il grande santo. "Vuoi batterti? Ti accontento subito." E colpì con la sua sbarra, cui il taoista oppose lo scettro a uncino. Davanti all'eremitaggio dell'Unione Immortali si svolse un terribile duello. Il santo monaco aveva bevuto per errore l'acqua che fa concepire. Il novizio aveva perciò chiesto aiuto all'immortale Come Mi Vorrai. Non poteva sapere che di fatto era un essere malefico, impadronitosi della sorgente con la forza. Non parlarono di aborti, ma di vecchi risentimenti e litigarono senza cedere l'uno all'altro. Scambiandosi dure parole scaldarono gli animi, vennero alle minacce e ai propositi di vendetta. Uno voleva l'acqua per salvare la vita del suo maestro, l'altro la rifiutava perché il nipote aveva perduto la sua libertà. L'uncino dello scettro era più insidioso dello scorpione, la sbarra cerchiata d'oro più brutale del drago. L'uno dispiega la sua forza mirando al petto, l'altro dispiega l'inganno cercando di agganciare le gambe. Un colpo basso della sbarra può infliggere gravi ferite; se il gancio alza il tiro minaccia la testa. Toccato alla vita: la sbarra è falco che afferra il passero. Tre volte il cranio: il gancio è mantide che aggredisce la cicala. Avanzano e indietreggiano disputandosi la vittoria, girano intorno senza tregua, senza vinto né vincitore. Combatterono per più di dieci riprese. Il taoista non era all'altezza del grande santo, che mirava alla testa con crescente determinazione. La sbarra si abbatteva come una pioggia di stelle filanti. Il taoista si sentì troppo debole e fuggì verso la montagna con lo scettro penzoloni. Scimmiotto rinunciò a inseguirlo, ricuperò il vaso di ceramica ed entrò nell'eremitaggio in cerca d'acqua. Le porte erano state sbarrate fin dall'inizio, ma lui le buttò giù con un calcio e si precipitò all'interno, dove vide il discepolo curvo sul bordo del pozzo. Lanciò un grido e fece per rompergli la testa, ma quello corse via. Scimmiotto si accingeva ad attingere l'acqua con un secchio trovato accanto al pozzo, quando ricomparve il maestro taoista, che gli agganciò una gamba con il suo uncino e lo mandò lungo disteso sulle lastre di pietra del pavimento. Scimmiotto si rialzò subito e agitò la sua sbarra; l'altro saltava qua e là per evitare i colpi e lo scherniva: "Vediamo se sei capace di prendere la mia acqua." "Fatti sotto!" gridava il grande santo. "Avrò la tua pelle, sudicia bestia, non solo la tua acqua." Il prete si guardava bene dall'esporsi troppo; si accontentava di impedirgli l'accesso al pozzo. Scimmiotto si provò a roteare la sbarra con la mano sinistra, mentre con la destra agganciava il secchio alla corda. Ma non riuscì a evitare un nuovo sgambetto che lo fece incespicare e abbandonare la corda, la quale precipitò con il secchio in fondo al pozzo. "Questo bel tipo ha proprio bisogno di imparare l'educazione" borbottò il grande santo. Tenendo la sbarra a due mani fece partire una gragnola di colpi; l'avversario non osò resistere e prese nuovamente la fuga. Scimmiotto voleva attingere l'acqua, ma aveva perduto il secchio e temeva di essere nuovamente attaccato. Perciò si disse: "Sarà meglio procurarsi un aiuto." Ritornò d'un balzo alla capanna della vecchia e chiamò: "Sabbioso!" All'interno Tripitaka e Porcellino sopportavano i loro dolori, l'uno gemendo e l'altro grugnendo senza posa. Quando lo sentirono, gridarono sollevati: "È ritornato Consapevole del Vuoto!". Sabbioso gli corse incontro: "Hai portato l'acqua, fratello?" Scimmiotto volle entrare e fece un resoconto di come stavano le cose. Tripitaka gemeva con le lacrime agli occhi: "Discepolo, come faremo?" "Porto con me Sabbioso. Mentre combatterò con quella creatura, lui troverà il momento giusto per attingere l'acqua." "Ma noi stiamo male! Se ci abbandonate tutti e due, chi si occuperà di noi?" Intervenne la vecchia: "Reverendo arhat, rassicuratevi. Non avete bisogno dei vostri discepoli: vi cureremo noi. Ci siete piaciuti fin dall'arrivo. Ora poi che sappiamo che siete arhat o pusa, come si vede da quello lì che va e viene sulle nuvole, figuratevi se vi faremmo del male." "D'altronde che danno potreste fare, voialtre donne?" disse Scimmiotto con disprezzo. "Signori miei" replicò ridendo la vecchia, "dovete rendervi conto che avete avuto fortuna a imbattervi in persone come noi. Se foste capitati altrove, non ne sareste usciti interi." "E perché no?" borbottò Porcellino. "Noi quattro abbiamo ormai una certa età; i giochi del vento e della luna ce li siamo scordati. Perciò non vi abbiamo aggredito. Ma ci sono in giro molte donne giovani: credete che vi lascerebbero andare? Esigerebbero di congiungersi con voi; e se non foste disposti a sottomettervi, vi ammazzerebbero e vi taglierebbero a striscioline sottili, per mettervi nei sacchetti che profumano la biancheria." "Io non corro pericoli" fece Porcellino. "Loro sì, hanno buon odore, ma io puzzo di maiale; possono ritagliarmi e conciarmi finché vogliono, puzzerò sempre di maiale." "Non stancarti a parlare" ribatté Scimmiotto ridendo. "Ti devi tenere da conto per il parto." "Non state a perdere altro tempo" tagliò corto la vecchia. "Andate a prendere quell'acqua." "Mi potreste prestare un secchio?" chiese Scimmiotto. La donna ne cercò uno nel ripostiglio e vi aggiunse una misura di corda, che tese a Sabbioso. "Due misure sarà meglio" disse lui. "Non si sa quanto è profondo il pozzo." Una volta equipaggiati, i due montarono su una nuvola e partirono. In breve raggiunsero il Monte della Liberazione dallo Yang, scesero a terra e raggiunsero l'eremitaggio. "Tu resta nascosto con secchio e corda" raccomandò il grande santo a Sabbioso, "finché avrò impegnato il taoista in duello. Aspetta che noi ci siamo allontanati, vai al pozzo, attingi l'acqua e scappa via." Sabbioso promise di rispettare scrupolosamente le consegne. Scimmiotto impugnò la sua sbarra, si mise davanti all'ingresso e gridò: "Aprite, aprite!" Il portinaio corse ad annunciare: "Maestro, è ritornato Consapevole del Vuoto." "Scimmia impudente!" esclamò il taoista arrabbiato. "Avevo sentito raccontare dei suoi poteri, e oggi li ho sperimentati a mio danno. In effetti non è facile resistere a quel randello." "Maestro" fece notare il discepolo, "per forte che sia, voi non gli siete certo inferiore. Siete un avversario alla sua altezza." "Quando ci siamo scontrati, mi ha battuto." "Questo è vero, ma è stato per caso. In seguito, quando lui ha voluto attingere l'acqua, l'avete fatto ruzzolare due volte: non siete pari? Se è ritornato invece di tenersi alla larga, sarà perché Tripitaka, più gonfio che mai, lo avrà costretto con i suoi lamenti. Non ne sarà certo grato al suo maestro, combatterà di malavoglia e voi lo vincerete: ne sono sicuro." L'incoraggiamento riempì il vero immortale di euforia. Mal dominando un raggiante sorriso di vanità, si diede l'aria più importante che poté, drizzò lo scettro uncinato e uscì gridando: "Maledetto macaco! Che cosa ritorni a fare?" "Sempre per via di quell'acqua." "L'acqua è del mio pozzo. Anche principi e ministri non ne possono avere senza pagarla. A maggior ragione tu, che sei nemico. Come puoi avere l'audacia di chiederla gratis?" "Sei ben sicuro di non volermela dare?" "Non se ne parla nemmeno." "E allora bada al mio randello." Scimmiotto lo aggredì mirando alla testa. L'immortale saltò da una parte per schivare il colpo e rispose con il suo uncino. La nuova battaglia fu più accanita della precedente. Sbarra contro uncino: rabbia e rancore spingono i due. Vola sabbia, rotolano pietre; terra e polvere velano il cielo. Il grande santo chiede acqua per il suo maestro, il mostro la rifiuta a causa del nipote. I due prodigano sforzi equivalenti, senza tregua né riposo; sono così accaniti che serrano i denti e li digrignano; sono così tesi che sputano fumo in quantità, da impensierire diavoli e dèi. Le armi si urtano: il loro rimbombare fa tremare monti e colline. È un uragano da abbattere la foresta, un vento furioso peggiore di quello degli scontri di tori. La lotta eccita rabbia e gioia: combattono con ogni impegno all'ultimo sangue. Erano venuti alle mani davanti all'ingresso, ma con salti e balzi finirono per spostarsi ai piedi del monte. Sabbioso, con il secchio in mano, poté così precipitarsi dentro. Davanti al pozzo trovò il discepolo, spalleggiato da un servo, che gli sbarrò la strada apostrofandolo: "Chi sei tu che osi attingere quest'acqua?" Sabbioso non perse tempo a rispondere. Posò il secchio, cavò il bastone per abbattere i diavoli e colpì il discepolo. Il taoista non riuscì a schivare il colpo, che gli ruppe la spalla sinistra. Cadde a terra e cercò disperatamente di sottrarsi strisciando via. "Ti volevo ammazzare, bestiaccia; ma dal momento che hai forma umana, ho pietà di te. Ti risparmierò, ma levati di torno e lasciami attingere l'acqua" disse Sabbioso. Il taoista, chiamando cielo e terra a testimoni, strisciò via faticosamente. Sabbioso cavò un secchio d'acqua dal pozzo, uscì con comodo dall'eremitaggio, salì su una nuvola e gridò a Scimmiotto: "Fratello, puoi lasciar perdere. Abbiamo l'acqua." Allora Scimmiotto immobilizzò lo scettro uncinato con la sua sbarra e tenne all'avversario il seguente discorsetto: "Ascoltami bene: avevo in mente di sterminarvi tutti quanti. Ma non posso dire che tu abbia commesso dei crimini, e per conto mio non devo dimenticare i miei vecchi legami d'affetto con tuo fratello, il diavolo toro. Dopo che per due volte mi avevi impedito di attingere acqua dal pozzo, ho praticato il colpo della tigre attirata lontano dal covo: mentre io ti impegnavo a combattere, il mio condiscepolo ha preso l'acqua che ci serviva. Se mi ci mettessi sul serio non ne usciresti vivo, mio caro vero immortale; e con te nessuno dei tuoi. Ma come si dice: meglio lasciare una vita che prenderla. Ti risparmio e ti lascio gli annetti che ti restano da vivere, ma a patto che tu la smetta di praticare estorsioni a danno di chi ha bisogno di quell'acqua." Tale era l'improntitudine del mostro, che credette di poter ripetere lo scherzo dello sgambetto con l'uncino. Ma il grande santo schivò il colpo, ne sollevò l'autore e lo scaraventò per terra, dove rimase a sgambettare senza riuscire a rialzarsi. Scimmiotto afferrò lo scettro e lo spezzò in due; poi ne riprese i pezzi, li ruppe ancora e li scaraventò lontano: "Creatura immonda, ripròvati se sei capace." Il mostro, che tremava come una foglia, dovette subire l'umiliazione in silenzio. Il grande santo gli fece una risata in faccia, risalì sulla nuvola e se ne andò. Lo attesta il poema: Vero piombo ricerca vera acqua, Vero mercurio asciuga vera acqua. Né mercurio né piombo han soffio-madre: Per l'elisir servono sabbia e droga. Quando il concepimento è una follia, Per terra-madre è facile aver merito. Or l'eterodossia vien rovesciata, Il maestro dello spirito ritorna. Trasportato da fausta luce, Scimmiotto raggiunse Sabbioso e se ne ritornarono insieme, contenti di essersi procurati vera acqua. Quando giunsero alla capanna, trovarono Porcellino, con il suo pancione incinto, che gemeva appoggiato allo stipite. Scimmiotto si avvicinò a passi felpati: "Bestione mio, sei pronto per la sala parto?" "Non scherzare fratello" replicò Porcellino che era allo stremo. "Hai portato l'acqua?" Il Novizio voleva continuare a burlarlo, ma sopraggiunse Sabbioso che gridava allegro: "L'acqua è arrivata, ecco l'acqua!" Tripitaka si inchinò faticosamente, vincendo il dolore: "Vi siete dati molta pena, discepoli miei." Anche la vecchia era contenta; con le sue amiche uscì a complimentarsi: "Nobili pusa, che fortuna inaudita!" Poi cercò una tazza di porcellana decorata, la riempì a metà e la tese a Tripitaka: "Bevete piano, reverendo; basterà un sorso per interrompere la gravidanza." "A me la tazza non serve" brontolò Porcellino. "Fatemi bere dal secchio." "Ci farete morire di paura, monsignore!" esclamò la vecchia. "Se vuotate il secchio, non dissolverete soltanto il feto, ma anche le vostre budella." Il bestione ebbe una tal paura che non osò fare a modo suo e si accontentò di sorseggiare mezza tazza. In breve entrambi si sentirono rimescolare il ventre con dolori più forti che mai: si sarebbe detto che là dentro cigolasse una vecchia carrucola rugginosa. Alla fine il bestione non ne poté più: grande bisogno, piccolo bisogno, resti della gravidanza, tutto premeva per uscire con urgenza. Anche il monaco cinese cercò precipitosamente un angolino appartato in cui soddisfare le stesse necessità. "Maestro, per carità" si inquietò Scimmiotto, "non esponetevi a correnti d'aria! Badate che, se prendete freddo, vi potrebbe venire la febbre puerperale." La vecchia procurò loro due pitali, di cui fecero uso ripetutamente: il gonfiore si ridusse, man mano che la massa di carne e sangue si dissolveva, e il dolore si calmò. Allora le donne prepararono la pappa di riso bianco per riempire il vuoto. "Io, nonna, sono un macigno" dichiarò Porcellino. "Non ho bisogno di fortificanti. Piuttosto scaldatemi acqua per un bagno. Mangerò la pappa dopo essermi lavato." "Bada, fratello" obiettò Sabbioso, "non puoi fare il bagno: nel primo mese dopo il parto ogni contatto con l'acqua può provocare guai." "Ma non è mica un parto, era solo una falsa gravidanza. Non inventiamo difficoltà. Io ho bisogno di ripulirmi." La vecchia scaldò dell'acqua perché si lavassero i piedi e le mani. Mentre Tripitaka mangiava la seconda tazza di pappa, Porcellino ne aveva già vuotate dieci e reclamava l'undicesima. "Ciccione" disse ridendo il Novizio, "datti una regolata. Che aspetto avrai con il pancione a forma di sacco di pappa?" "Lascia stare, non corro rischi. Non sono mica una scrofa." Gli si dovette cuocere altro riso. La vecchia si rivolse al monaco cinese: "Reverendo maestro, date a me l'acqua che avanza." "Tu, bestione, non ne vuoi più bere?" chiese il Novizio a Porcellino. "Il mal di pancia è passato, la gravidanza dev'essere finita. Perché ne dovrei bere, se ormai mi sento bene?" "Visto che a noi non serve più, prendetela pure" disse Scimmiotto. La donna ringraziò, versò l'acqua in una giara di ceramica e corse a sotterrarla nell'orto, dicendo a chi voleva ascoltarla: "Qui c'è quanto occorre per pagarmi i funerali." Tutti erano contenti. Fu preparato un pasto di magro disponendo tavole e sgabelli. I monaci cenarono tranquillamente e andarono a riposare. L'indomani all'alba ringraziarono la gente di casa per rimettersi in cammino. Tripitaka montò a cavallo, Sabbioso si caricò i bagagli, Porcellino teneva la redini e Scimmiotto faceva da battistrada. Così sia: Pulisciti la bocca e conservati puro: Il corpo ripulito ridiventa natura. Se poi non sapete chi altri incontrarono in quel reame, ascoltate il seguito. 第054回 TENTAZIONI REGALI · DOVE LE INCARNAZIONI DELLA LEGGE PENETRANO NEL PAESE DELLE DONNE E LA SCIMMIA DELLO SPIRITO TROVA UNO STRATAGEMMA PER FUGGIRE. Lasciata la capanna, come il racconto ci ha narrato, Tripitaka e i suoi discepoli avanzarono sulla via dell'Ovest. Dopo trenta o quaranta li giunsero alla capitale del paese dei Liang occidentali. "Consapevole del Vuoto" dichiarò il monaco cinese dall'alto del cavallo, additando davanti a sé, "ci avviciniamo alle mura di quella città; sentite il rumore che viene dal mercato! Dev'essere la capitale del Regno delle Donne dei Liang occidentali. Dovrete stare attenti, osservare scrupolosamente le convenienze e tener corta la briglia ai vostri istinti, per non violare gli insegnamenti della Legge." Si trovarono sul viale che conduceva alla porta est. Andavano e venivano gonne lunghe, giubbetti corti, visi incipriati e capelli impomatati: giovani o vecchie, non si vedevano che donne, le quali vendevano o compravano ai lati della strada. Quando videro passare quei quattro, si misero a battere le mani, a ridere e a esclamare gioiosamente: "Ecco dei maschi, questa è semenza di maschi!" Tripitaka dovette tirare le redini del cavallo, perché la gente gli ostacolava il cammino; in un attimo, con suo spavento, la strada fu bloccata da quella folla che cinguettava lietamente. "Io sono castrato" proclamava Porcellino ai quattro venti. "Non sono altro che un maiale castrato." "Non occorre dir balle" considerò Scimmiotto. "Basterà che tu gli faccia vedere che bel ragazzo sei." Porcellino incominciò a scuotere la testa, a stendere e agitare le sue larghe orecchie a ventaglio, a torcere la bocca in forma di ninfea pendula e a emettere una serie di grugniti: cose che mandarono gambe all'aria dallo spavento le donne che lo vedevano da vicino. Lo attestano i versi: Passava il santo monaco dal paese dei Liang, Luogo privo di yang e abitato da donne. Contadine, artigiane, letterate, mercanti, Pescatrici e braccianti: si vedon solo femmine. Invitan civettuole e vogliono sedurre Ogni maschio che passa. Se il nostro Porcellino Non fosse tanto brutto, come resisterebbe All'insidia incantevole? L'impressione fu tale che non osavano più avvicinarsi. Curvavano la schiena e si torcevano le mani, scuotevano il capo e si mordevano le dita, ma non smettevano di contemplare il monaco cinese con tremiti e brividi. Anche Scimmiotto, per farsi largo, fece le sue smorfie e Sabbioso, il patibolare, prese un'aria ancora più tetra. Porcellino tirava il cavallo per le redini, alzando il grugno e dimenando senza posa le orecchie. Inoltrandosi lungo la strada ammiravano il bell'ordine degli edifici del sobborgo, le botteghe dalle ricche vetrine che offrivano sale e riso in quantità, le taverne e le case da tè. Le mercanzie si accumulavano sulla terrazza della torre del tamburo; padiglioni e magazzini erano chiusi da tende. Giunti in capo alla strada, una doganiera gridò loro: "Forestieri che venite da lontano, non potete entrare in città senza autorizzazione. Fatevi registrare al posto di accettazione, consegnate le vostre carte e aspettate che siano esaminate da sua maestà la regina. Non potrete ripartire senza il visto." Tripitaka smontò da cavallo e lesse su un cartello appeso alla porta di un edificio pubblico i tre caratteri: POSTO DI ACCETTAZIONE DELLO YANG "Vedi, Consapevole del Vuoto" fece notare il reverendo, "che al villaggio ci avevano informato bene? C'è davvero un posto di accettazione dello yang." "Fratello" suggerì Sabbioso ridendo, "non sarebbe prudente che ti andassi a specchiare nel laghetto, per controllare se il tuo riflesso si sdoppia?" "Non scherzare su queste cose. Non ho forse bevuto la mia dose di acqua della Fonte degli Aborti?" "Consapevole del Vuoto, guidaci tu; ma, mi raccomando, con discrezione" disse Tripitaka. Salutarono la doganiera, che li pregò di entrare, li fece sedere nella sala principale e fece servire il tè. Constatarono che il servizio era effettuato da ragazze pettinate con tre crocchie e vestite in gonna e giubbetto, tutte sorridenti e vagamente invitanti. Bevuto il tè, la doganiera fece un inchino e chiese la loro provenienza. "Abbiamo la missione di recarci a salutare il Buddha e di cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest, per ordine di sua maestà il sovrano dei grandi Tang delle terre dell'Est. Il nostro maestro, che si chiama Tripitaka, è fratello minore di sua maestà. Io sono il primo discepolo, Consapevole del Vuoto. Gli altri due sono i miei condiscepoli, Consapevole delle Proprie Capacità e Consapevole della Purezza. Siamo in cinque, con il cavallo, e vi preghiamo di verificare il nostro passaporto e di autorizzarci a ripartire." La doganiera prese nota e si inchinò profondamente: "Ci dovete scusare, monsignore. Io sono soltanto il capo del posto di accettazione dello yang, e in questa umile posizione non potevo aver idea di chi foste. Se lo avessi saputo, vi sarei venuta incontro per accogliervi." Dopo gli inchini, ordinò che si portassero cibi e bevande: "Monsignori, vogliate mettervi a vostro agio mentre vado in città a riferire alla nostra regina. Dopo l'apposizione dei visti, riceverete dei doni e vi accompagneremo verso occidente." Tripitaka era incantato. La capo posto si assettò gli abiti, entrò in città e si presentò alla Torre delle Cinque Fenici, dove dichiarò la propria identità e chiese di essere introdotta dalla regina. La ciambellana della Porta Gialla l'annunciò e ricevette l'ordine di farla entrare. "Che cosa mi devi riferire, capo posto?" "Ho avuto l'onore di ricevere il fratello del sovrano dei grandi Tang delle terre dell'Est, accompagnato da tre discepoli. Contando il cavallo sono in cinque e si recano a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Sono venuta a chiedere istruzioni, se sia opportuno vistare il loro passaporto e lasciarli ripartire." La regina si rallegrò e si rivolse alle sue mandarine civili e militari: "Questa notte ho sognato che i paraventi d'oro si coprivano di mille colori e che gli specchi di giada diffondevano un'intensa luce: era il felice presagio di questo arrivo." "E perché era un felice presagio?" chiedevano stupite le dame di corte, che si assiepavano e si inchinavano davanti ai gradini del trono. "L'uomo dell'Est è un fratello imperiale. Fin dall'inizio del mondo, nessuna regina ha mai visto un maschio giungere in questo paese. L'arrivo del fratello del sovrano dei Tang non è forse un dono del cielo? Sono pronta a cedergli tutte le ricchezze del reame, perché sia il mio re e io possa regnare accanto a lui. Ci uniremo e avremo figli e nipoti, per perpetuare il lignaggio reale. Non è forse un giorno di festa?" Le dame si profusero in riverenze e in altre dimostrazioni di assenso. "Il discorso di vostra maestà è ottimo, se si pensa alla successione al trono" fece notare la capo posto. "Ma i tre discepoli sono molto brutti, sono dei veri mostri." "Descrivimi l'uno e gli altri." "Il fratello imperiale è alto, bello, elegante, in tutto degno del suo rango; un vero figlio del fiorito impero di mezzo del continente del Sud. I tre discepoli hanno un'aria così malvagia che sembrano creature malefiche." "In questo caso" concluse la regina, "visteremo il passaporto dei discepoli, daremo loro qualche provvista e li spediremo nell'Ovest. Tratterremo qui solo il fratello imperiale. Perché no?" "Le parole di vostra maestà sono giustissime: noi ci conformeremo rispettosamente. Ma non vi è matrimonio senza intermediaria. Come dicevano gli antichi: uniti dallo scambio di foglie rosse, legati dal filo rosso del vecchio della luna." "Seguiremo il vostro suggerimento: la grande precettrice svolgerà il compito di intermediaria e la capo posto di accettazione dello yang dirigerà la cerimonia. Ma per incominciare dobbiamo proporre il matrimonio al fratello imperiale: se accetta, gli verrò incontro per riceverlo nelle dovute forme." La precettrice e la capo posto lasciarono la corte per eseguire gli ordini. Tripitaka e i suoi compagni si trattenevano piacevolmente a tavola nella sala grande del posto di accettazione, quando fu loro annunciato l'arrivo delle due donne: "La grande precettrice di sua maestà, accompagnata dalla nostra capo posto." "Che verrà a fare qui la grande precettrice?" chiese Tripitaka. "Ci porterà un invito a corte" suggerì Porcellino. "Vedrete che non sarà un invito, ma una proposta matrimoniale" disse Scimmiotto. "Consapevole del Vuoto" chiese Tripitaka, "che cosa facciamo se ci trattengono e ci vogliono costringere al matrimonio?" "Maestro, acconsentite e non preoccupatevi del resto: ci penserò io" rispose Scimmiotto. Le due funzionarie entrarono e si inchinarono al reverendo, che rese loro il saluto: "Di quale virtù o capacità può disporre l'umile monaco che sono, per meritare questo onore?" La reale precettrice si rallegrava dentro di sé nel constatare la nobiltà e dignità del reverendo. "È una fortuna per il nostro paese" diceva tra sé. "Quest'uomo è davvero degno di diventare lo sposo della nostra regina." Dopo i saluti le funzionarie rimasero in piedi, l'una accanto all'altra: "Auguri di felicità, vostra signoria!" "Io ho lasciato la mia famiglia; da dove mi potrebbe venire questa felicità?" "Nel nostro regno delle donne dei Liang dell'Ovest non era mai giunto un maschio prima d'ora. Dal momento che ci avete onorato della vostra visita, sono incaricata dalla regina di sollecitare il vostro consenso a un'unione matrimoniale." "Sono lusingato. Ma l'umile monaco che sono è solo, non ha figli in propria compagnia. Non ho che questi tre discepoli storditi: quale di loro vorreste chiedere in matrimonio?" "Quando ho annunciato a corte il vostro arrivo" spiegò la capo posto, "la nostra regina si è rallegrata e ha narrato che durante la notte aveva fatto un sogno di buon augurio: i paraventi d'oro si coprivano di mille colori e gli specchi di giada diffondevano un'intensa luce. Quando ha saputo che venivate da quel paese di superiore civiltà che è il fiorito impero di mezzo, si è detta pronta a cedervi tutte le ricchezze del regno se acconsentite a divenire il suo sposo e a salire sul trono: sarete proclamato l'Unico e lei si accontenterà di restare la regina vostra sposa. Ha decretato che la grande precettrice assumesse il ruolo di intermediaria e che io presiedessi alla celebrazione del matrimonio. Ecco l'ambasciata che vi portiamo." Tripitaka chinò il capo e ammutolì. "L'uomo di valore non si lascia sfuggire l'occasione" sentenziò la grande precettrice. "Non è raro che un uomo riceva la proposta di andare a vivere con la famiglia della moglie, ma non è certo comune che la dote sia un intero reame. Dateci senza esitare il vostro consenso, per consentirci di riferire la risposta." Sembrava che il reverendo avesse perduto la favella. Accanto a lui Porcellino levò imperiosamente il grugno per dichiarare: "Grande precettrice, riferite questo alla vostra regina: il mio maestro è un arhat che coltiva la Via da molto tempo, e non desidera le ricchezze, fossero pure un reame, né la bellezza, per quanto suprema. Rendetegli il passaporto, lasciatelo proseguire per l'Occidente e prendete me. Che ve ne pare?" La grande precettrice, atterrita, non osava rispondere. Intervenne la capo posto: "Siete un maschio anche voi; ma siete troppo brutto per piacere alla nostra regina." "Non te ne intendi" replicò Porcellino ridendo. "Come dice il proverbio, il salice non ha rami inutili: con i grossi si fanno i vagli, con i sottili le bacchette. La bruttezza non esiste." "Non dire scemenze" intervenne Scimmiotto. "Il maestro farà a modo suo: se è d'accordo lo dica, altrimenti tagli corto. Non facciamo perdere il tempo all'intermediaria." "Consapevole del Vuoto" rispose Tripitaka, "farò come tu dirai." "Secondo me, dovreste accettare la proposta. Come dicono gli antichi, gli incontri matrimoniali sono guidati da un filo invisibile a mille leghe di distanza. Non trovereste mai più un'occasione simile." "Discepolo" obiettò Tripitaka "se cupidigia di ricchezze e onori ci trattengono qui, chi andrà in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest? Non deluderemo così la speranza che il nostro sovrano, l'imperatore dei Tang, ha riposto in noi?" "Devo precisare" disse la precettrice reale, "che la volontà della regina è chiara: ella mi ha incaricato di proporre il matrimonio a voi solo. Si augura invece che i vostri tre discepoli proseguano il loro viaggio, dopo aver partecipato al banchetto di nozze, ripreso il passaporto e ricevute utili provviste." "La grande precettrice dice bene" approvò Scimmiotto. "Noi non faremo certo obiezioni: siamo ben contenti che il nostro maestro diventi marito della vostra sovrana. Ci restituirete il passaporto e noi ripartiremo per l'Ovest; quando avremo ottenuto le scritture, ripasseremo di qui a salutare padre e madre e a chiedervi un viatico per il ritorno nel paese dei grandi Tang." "Vi siamo molto grate di averci fatto la cortesia di agevolare la conclusione del patto matrimoniale" dissero inchinandosi le due funzionarie. "Precettrice, in materia di banchetti non pensate di cavarvela a parole!" protestò Porcellino. "Dal momento che siamo d'accordo, dite alla vostra padrona di far servire subito il banchetto per il brindisi del contratto. Che ne dite?" "Ma certo, faremo subito preparare i festeggiamenti." Le due donne se ne andarono, molto soddisfatte di sé, a riferire alla regina. Intanto Tripitaka tirava Scimmiotto per la tonaca e brontolava: "Testa pazza di scimmia, tu mi vuoi morto. Come puoi dire queste follie? Mi lascereste qui a sposarmi, mentre voi andreste a vedere il Buddha: non acconsentirò mai, dovessi morire!" "Maestro, rassicuratevi" rispose Scimmiotto. "So come la pensate, ma con questa gente e in questa situazione non abbiamo altra possibilità che di cavarcela con uno stratagemma." "In che cosa consiste?" "Se aveste rifiutato, la regina non ci avrebbe restituito il passaporto e avrebbe ostacolato la partenza. Magari si sarebbe davvero incattivita fino a ordinare di tagliarci a strisce e di metterci nei sacchetti per profumare la biancheria. Noi non avremmo potuto restare con le mani in mano: io avrei dovuto ricorrere ai metodi che conosco per abbattere diavoli e creature malefiche. Sapete bene che ho la mano pesante e sono bene armato: se mi ci mettessi, non ci terrei molto a massacrare tutta la popolazione del regno; e, per quanto ci stiano seccando, non si tratta di mostri ma di esseri umani. Potreste fare una scelta simile voi, che siete sempre tanto pieno di compassione e di bontà e non volete schiacciare nemmeno le formiche? Sarebbe proprio scegliere il male." "Consapevole del Vuoto" si inquietava Tripitaka, "parli come un libro stampato. Ma quando la regina mi porterà in camera sua, temo che pretenderà da me i riti che praticano gli sposi. E io come potrei rassegnarmi a disperdere il mio yang primordiale, a rovinare la virtù acquisita nella famiglia del Buddha? Se mi lasciassi sfuggire lo sperma della verità, perderei il corpo di adepto della nostra dottrina." "Dal momento che non avete fatto difficoltà e avete acconsentito, la regina seguirà di certo l'etichetta di corte e verrà ad accogliervi alle porte della città: voi continuerete a mostrarvi accondiscendente, salirete sulla carrozza di draghi e fenici, entrerete nella sala d'udienza e vi sederete con il viso rivolto a sud. Chiederete alla regina di far recare il sigillo reale e di convocarci per consegnarci il passaporto vistato e firmato. Intanto verrà preparato il banchetto di nozze, che per noi sarà anche il banchetto di addio. Quando finirà voi chiederete di attaccare la carrozza. Direte che, prima di andare con lei, volete accompagnarci alle porte della città. Poiché vi avrà sempre visto arrendevole, non nutrirà alcun sospetto e acconsentirà. Davanti alle porte scenderete dal carro reale e, mentre Sabbioso vi aiuterà a montare a cavallo, io paralizzerò tutto il seguito con la magia. Non dovremo fare altro che rimetterci sulla nostra strada; quando avremo camminato un giorno e una notte le sveglierò, e loro non potranno fare niente di meglio che ritornarsene a casa. Così non metteremo in pericolo né la loro vita né la vostra integrità. Sfuggire alla trappola con un finto matrimonio: questo potrebbe essere il nome dello stratagemma. Non sarebbe prendere due piccioni con una fava?" Per Tripitaka fu come il brusco risveglio dal sonno dell'incoscienza. Tutto gli divenne chiaro, ogni inquietudine svanì ed egli si profuse in ringraziamenti: "Sono profondamente riconoscente al mio saggio discepolo per avermi fatto partecipe delle sue lungimiranti vedute." Le due funzionarie ritornarono a corte e si recarono direttamente ai piedi dei gradini di giada bianca per annunciare: "Il sogno di vostra maestà era verace: conoscerete senz'altro la gioia del pesce nell'acqua." A questa notizia la regina fece arrotolare le cortine di perle, scese dal real giaciglio e chiese con la sua voce armoniosa e con un sorriso che rivelava i candidi denti fra le labbra di ciliegia: "Che cosa dice il fratello dell'imperatore della Cina, saggia consigliera?" "Lo abbiamo incontrato al posto di accettazione e gli abbiamo esposto l'affare nei particolari. Lui sembrava un po' reticente, ma per fortuna il suo primo discepolo lo ha liberalmente esortato ad acconsentire: da parte sua è disposto a cedervi il suo maestro come sposo e re, a condizione che gli rendiate il passaporto e lo lasciate proseguire con i suoi compagni. Quando avranno ottenuto le scritture, si propongono di ritornare a salutare i loro genitori e a chiedere un viatico per il ritorno in Cina." "E il fratello imperiale che cosa ha detto?" insisté sorridendo la regina. "Non ha detto niente, ed è ben disposto a unirsi con voi. L'unica obiezione l'hanno fatta gli altri due discepoli, ed è che vogliono bere con voi il vino del consenso." La regina fece ordinare ai servizi competenti di preparare il banchetto e di attaccare la grande carrozza per andare incontro al suo futuro sposo. Le dame di corte eseguirono gli ordini, spazzarono le sale e prepararono le camere. C'era chi predisponeva il banchetto, veloce come il lampo, e chi attaccava la carrozza, svelta come una stella filante. Dovete sapere che il regno dei Liang dell'Ovest, benché fosse un paese di sole donne, spiegava un fasto non inferiore a quello della Cina. Sei draghi avvolti in volute colorate e doppia fenice portafortuna sostengono la carrozza, che emana delicati effluvi e inebrianti profumi. Le funzionarie si affollano intorno con acconciature coperte di gioielli, fra un crepitare di giade. Ventagli di piume di anitra mandarina coprono la carrozza, protetta da cortine di perle e di giada. Una gioia senza limiti invade la sacra terrazza, l'onda della felicità monta fino al cielo. Il triplo baldacchino di garza è come un'oscillante volta celeste, gli stendardi multicolori illuminano i gradini reali. Qui dove mai fu scambiata la coppa nuziale, la regina si unirà oggi per la prima volta a un uomo. Quando la grande carrozza, uscita dalle mura, giunse al posto di accettazione dello yang, i viaggiatori ricevettero l'annuncio: "È giunta sua maestà." Tripitaka si aggiustò l'abito e uscì dalla sala con i suoi tre discepoli per presentarsi davanti alla carrozza reale. La regina fece alzare le cortine, discese e chiese quale fosse il fratello dell'imperatore della Cina. "È quello che regge il brucia profumi e indossa un abito lungo" informò la grande precettrice. Socchiudendo gli occhi di fenice e alzando le sopracciglia di falena, la regina lo scrutò con attenzione. Non era certo un tipo comune. Eccolo qua: Portamento prestante, dignità del volto, denti candidi come argento da cesello, bocca ben tagliata con labbra rosse, sommità del capo piatta, fronte larga e tempie piene, occhi limpidi sotto la linea pura delle sopracciglia, lungo mento. I lobi delle orecchie recano contrassegni di vera eminenza; dalla testa ai piedi non ha nulla di volgare, un'eleganza sostenuta dall'intelligenza, degno per ogni aspetto della grazia seducente della prima dama del regno dei Liang. Mentre lo contemplava con delizia e rapimento, la regina si sentì dominata da desideri impudichi. Socchiudendo le graziose labbra di ciliegia si rivolse a lui: "Nobile fratello dell'imperatore dei Tang, che cosa aspettate per montare sulla fenice e cavalcare il drago?" A questa proposta Tripitaka arrossì fino alle orecchie, troppo imbarazzato per alzare gli occhi. Accanto a lui Porcellino divorava quella donna con gli occhi. La sua bellezza era fragile e delicata: Sopracciglia di piume di martin pescatore, pelle che ha la dolcezza della giada più fine, guance di fior di pesco, capelli avvolti in fenice d'oro. L'onda autunnale del suo sguardo vi avvolge nel suo fascino, i germogli primaverili delle sue dita si muovono con grazia. Sulla sua cintura sono i mille colori della seduzione, l'alta capigliatura brilla di perle e di smeraldi. Non parliamo di Wang Zhaojun, per quanto superi la Xi Shi d'altri tempi. A ogni movimento del suo busto di giovane salice tintinnano i ninnoli d'oro, a ciascuno dei suoi passi leggeri si indovinano le sue gambe di giada. Non sembra una donna mortale: non oserebbero paragonarsi con lei né la dea della luna né le fate del nono cielo. Sembra la regina madre dell'Ovest presso lo Stagno di Diaspro. A sbirciarla negli angolini più interessanti il bestione si sentiva venire l'acquolina in bocca, il cuore gli batteva come un cerbiatto impazzito, sentiva le gambe molli e i muscoli rigidi, fondeva come neve al fuoco. La regina si fece avanti, tirò Tripitaka per la manica e gli sussurrò: "Gentile fratello, sali con me in carrozza e andiamo a unirci nella Sala delle Campanelle d'Oro." Il reverendo tremava così forte da reggersi a stento; sembrava istupidito o ubriaco fradicio. "Su, maestro" gli sibilava Scimmiotto, "non fate tanto il sostenuto, montate in carrozza con lei. Affrettate il visto del passaporto perché possiamo proseguire." Il reverendo era incapace di rispondere, brancolava e non riuscì a trattenere le lacrime. "Non inquietatevi, maestro! Non tiratevi indietro al momento di godere gli onori e le ricchezze che vi toccano." Tripitaka non aveva scelta. Asciugò le lacrime, cercò di darsi un contegno e seguì la regina a passetti forzati. La mano nella mano, presero posto nella vettura reale. La regina, piena di gioia, con il pensiero rivolto a unione e matrimonio; il reverendo, pieno di inquietudine, ha in testa soltanto il Buddha. L'una pensava solo a folleggiare alla luce delle candele fiorite della stanza nuziale; l'altro non aspirava che al Monte degli Avvoltoi. Lei era sincera, lui fingeva. Lei sperava di vivere e invecchiare con lui in armonia condivisa; lui restava deciso a perfezionare solo sé stesso. Lei si rallegrava di quell'uomo che desiderava abbracciare; lui temeva ogni specie di bellezza femminile, non vedeva l'ora di fuggire dalla trappola e di riprendere il suo cammino. Mentre salivano sulla carrozza, chi avrebbe detto che il cuore del monaco cinese fosse tanto lontano? A vedere la coppia, le funzionarie civili e militari sorridevano intenerite. Il corteo si avviò verso la città. Scimmiotto affidò i bagagli a Sabbioso e seguì tirando il cavallo bianco per la briglia. Porcellino corse come un pazzo in testa a tutti per arrivare primo alla Torre delle Cinque Fenici. "Come volete voi! È una bella coppia, ma non si concluderà niente! Niente si può concludere finché non avremo brindato alle nozze" gridava. "Se prima non si trinca, gli sposi non entrano!" Le funzionarie che reggevano le insegne in testa al corteo, spaventate, si presentarono alla carrozza regia: "Vostra maestà, quello con le grandi orecchie si è messo davanti alla Torre delle Cinque Fenici e reclama da bere." La regina appoggiò la sua tenera spalla a quella del reverendo, premette la guancia di pesca contro la sua e socchiuse la bocca profumata per dirgli con voce tenera: "Dolce fratello, è un tuo eminente discepolo quel tipo dal lungo grugno e dalle larghe orecchie?" "È il mio secondo discepolo. È nato con un ventre enorme, pensa solo a mangiare: sarà meglio accontentarlo prima di ogni altra cosa." "Il servizio dei banchetti ha preparato tutto, sì o no?" chiese impaziente la regina. "Certamente, ogni cosa è pronta nel padiglione est. Sono stati preparati un menu con carni e uno vegetariano." "Perché due menu?" "Temevamo che il fratello dell'imperatore della Cina e i suoi eminenti discepoli avessero abitudini vegetariane, ma non ne eravamo certe." La regina si strofinò ancora contro il reverendo con mille risatine e gli chiese se fosse vegetariano. "Sì" rispose Tripitaka, "ma il vostro umile monaco non pratica ancora l'astensione dal vino di magro: per accontentare il mio secondo discepolo, bisognerà vuotarne qualche coppa con lui." La precettrice reale venne ad annunciare: "Vogliate prendere posto al banchetto nel padiglione est. Questa è la sera di un giorno fasto e pertanto potrete sposare sua signoria nell'ora favorevole. Domani avrà inizio la via gialla dell'eclittica, propizia all'ascesa al trono di sua signoria e all'inizio di una nuova era." La regina si rallegrò dell'oroscopo, prese subito il reverendo per mano e scese con lui dalla carrozza reale per varcare la soglia del palazzo. Risuona dalle torri la musica divina Mentre la gran carrozza attraversa le corti. I portali si aprono su interni illuminati Da vive luci. Salgono le volute d'incenso Dentro la grande sala, dove emerge dall'ombra Il ricco paravento ornato di pavoni. Sono splendori degni di paese sovrano, Ed altrettanto ricchi gli aerei padiglioni. Quando giunsero nella sala del banchetto, udirono musiche melodiose di canti e flauti, e furono accolti da due file di fanciulle riccamente abbigliate. Nel mezzo erano disposte due sontuose mostre: a sinistra di piatti vegetariani, a destra di piatti di carne, seguite da due file di tavole. La regina sollevò le maniche rivelando le dita sottili, prese a due mani una coppa di giada e si dispose a distribuire gli invitati. Scimmiotto fece notare: "Noi siamo tutti vegetariani, maestro e discepoli. Converrà invitare prima il nostro maestro a prender posto a sinistra; e noi, come discepoli, dovremmo sedere nei tavoli successivi." "Perfetto!" approvò la grande precettrice. "Il rapporto fra maestro e discepolo è come quello fra padre e figlio; perciò non devono sedere accanto." Le dame si affrettarono a ridistribuire convenientemente le seggiole. Mentre assegnava i posti, la regina offriva a ciascuno un boccale. Scimmiotto fece segno a Tripitaka che doveva rendere la cortesia. Egli fece dunque accomodare la regina per porgerle una coppa di giada. Le funzionarie civili e militari ringraziarono la sovrana della grazia che ricevevano, prima di prender posto secondo il loro rango. Poi la musica tacque e incominciarono i brindisi. Porcellino pensava solo a riempirsi la pancia, senza curarsi d'altro. Che si trattasse di riso grano di giada, di focacce al vapore, di dolci ricoperti di zucchero, di funghi neri, porcini, germogli di bambù, orecchiette, cavolfiori, gelatine, rape, colocasia, patate o zafferano: tutto quanto veniva rumorosamente ingoiato. Dopo aver vuotato sei o sette coppe per sciacquarsi la bocca, si mise a gridare: "È ora di incominciare a bere. Datemi da bere! Portatemi un bel boccalone, che lo vuoti due o tre volte prima che ciascuno se ne vada per gli affari suoi." "Tu lo lasceresti, questo bel festino, per andare per l'affare tuo?" gli chiese Sabbioso. "Come dicevano gli antichi" rispose ridendo il bestione, "l'arco all'arcaio, la freccia al frecciaio. Quelli che si sposano vanno a letto e quelli che cercano scritture vanno per strada, senza compromettere la loro missione per qualche bicchiere di troppo. Sarà meglio che ci restituiscano subito il nostro passaporto. È il caso di dirlo: finché il capo è dritto e tosto, ognun tiene il proprio posto." La regina, che li sentiva, fece portare grandi coppe. Le funzionarie del servizio privato si affrettarono a presentare dei nappi a foggia di pappagallo, dei calici a forma di cormorano, boccali d'oro, tazze d'argento, coppe di vetro, caraffe d'ambra, grandi ciotole di cristallo e altre più piccole dette di Penglai. Tutti questi recipienti furono riempiti di densi liquidi e aromatici, e ciascuno ne ebbe la sua parte. Poi Tripitaka si alzò, si inchinò giungendo le mani e disse alla regina: "Vi siamo molto grati, vostra maestà, di questo sontuoso festino. Abbiamo molto bevuto. Ora vi prego di riprendere le vostre funzioni per vistare il passaporto dei miei discepoli, in modo da permettermi di accompagnarli tutti e tre fuori della città senza altro indugio." La regina acconsentì, prese il reverendo per mano e, dopo avere congedato i convitati, salì alla sala di udienza. Voleva cedere il trono a Tripitaka, ma egli protestò: "No, non è opportuno. Come ha detto la grande precettrice, solo domani entreremo nella via gialla. L'umile monaco che sono non si può permettere di montare prematuramente sul trono per proclamarsi l'Unico. Oggi tocca a voi apporre il vostro sigillo sul passaporto per congedare i miei discepoli." La regina prese quindi posto sul giaciglio del drago, dopo aver fatto collocare a sinistra una poltrona dorata su cui invitò il monaco a sedersi. I discepoli furono convocati per procedere all'esame del documento. Il grande santo chiese a Sabbioso di prenderlo dalla sacca e lo presentò rispettosamente reggendolo con le due mani. La regina lo lesse attentamente: in alto si vedevano i nove preziosi sigilli dell'imperatore dei grandi Tang, e sotto quelli del paese degli Elefanti Sacri, del regno del Gallo Nero e di quello di Carrolento. "Dunque vi chiamate Chen, caro fratello!" esclamò la regina con una graziosa risatina quando ebbe finito di leggere. "Chen era il mio nome laico di famiglia; in religione mi chiamo Xuanzang. Mi chiamano anche Tang, perché il sovrano dei Tang mi ha concesso l'insigne favore di considerarmi suo fratello minore." "Perché i nomi dei vostri eminenti discepoli non figurano su questo documento?" "I miei tre stupidi discepoli non appartengono alla corte dei Tang." "E se non vi appartengono, come hanno acconsentito a seguirvi?" "Il più anziano viene dal paese di Aolai, nel continente orientale; il secondo da un villaggio tibetano del continente dell'Ovest e l'ultimo dal Fiume delle Sabbie Mobili. Tutti e tre hanno commesso crimini e trasgredito i regolamenti celesti; la pusa Guanyin dei mari del Sud li ha liberati dalle pene che erano state loro inflitte e li ha convertiti e riportati al bene. Hanno acconsentito a fornire la mia protezione nella ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest, per acquisire meriti che riscattino le loro colpe. Il loro nome non è scritto sul passaporto, perché tutti e tre sono divenuti miei discepoli dopo la partenza, nel corso del viaggio." "Aggiungerò i loro nomi, volete?" "Sia fatta la volontà di vostra maestà." La regina fece portare scrittoio e pennello, strofinò l'inchiostro sulla pietra sino a formarne uno strato spesso e odoroso, vi intinse le setole del pennello finché ne furono ben intrise e aggiunse in fondo al foglio i nomi di Scimmiotto Consapevole del Vuoto, Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità e Sabbioso Consapevole della Purezza. Poi prese il sigillo reale e lo impresse con cura, aggiunse la sua firma e fece riconsegnare il passaporto a Scimmiotto. Questi a sua volta lo diede a Sabbioso da riporre. La regina fece quindi portare un vassoio di pezzi d'oro e d'argento, scese dal trono e li offrì a Scimmiotto: "Questi vi aiuteranno a sostenere le spese di viaggio, perché possiate giungere al più presto nel Paradiso dell'Ovest. Quando sarete di ritorno, vi dimostrerò la mia gratitudine con maggiore generosità." "Siamo monaci" protestò il Novizio, "e non possiamo accettare né oro né argento. Dobbiamo mendicare il nostro cibo lungo il cammino." Vedendoli fermi nel rifiuto, la regina fece portare dieci rotoli di broccato: "Avete tanta fretta" disse al Novizio, "che manca il tempo di farvi confezionare degli abiti. Prendeteli per provvedere lungo il cammino, in modo da proteggervi dal freddo." "Un monaco non veste di broccato; per coprirci bastano le nostre tonache di tela." Dopo aver constatato che non accettavano nemmeno la seta, la regina fece portare tre litri di riso: "In mancanza di meglio, ne farete un pasto lungo il cammino." Alla vista del riso, Porcellino saltò su e lo infilò immediatamente nel suo sacco. "Fratellino, i bagagli erano già tanto pesanti: dove troverai la forza per portarli?" motteggiò Scimmiotto. "Tu non te ne intendi" rispose ridendo Porcellino. "Il riso va consumato fresco: domani non ne resterà un solo chicco." Poi giunse le mani per ringraziare. "Mi posso permettere di importunare vostra maestà, pregandola di voler venire con me ad accompagnarli fuori dalla città?" propose Tripitaka. "Mi occorrerà giusto il tempo per fare le ultime raccomandazioni per il seguito del viaggio, e ritornerò a condividere per sempre la vostra gloria. Per godere liberamente del piacere delle fenici allacciate, bisogna prima sbarazzarsi da queste preoccupazioni." La regina non sospettò l'inganno e ordinò di preparare la carrozza reale, su cui salì appoggiandosi a Tripitaka. Attraversarono dunque la città: dappertutto lungo le strade si riempivano le coppe d'acqua pura e i brucia profumi dell'incenso più fine. Si gioiva tanto del passaggio della regina, quanto di questa inaudita presenza maschile. Giovani e vecchie si erano pettinate, truccate e incipriate per l'occasione. Presto il corteo giunse fuori dalla porta occidentale. Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso, tutti insieme, si aggiustarono i vestiti, si recarono accanto alla carrozza e gridarono forte: "Che la regina non si dia pena di accompagnarci oltre. Noi ci congediamo qui." Il reverendo discese dal veicolo, giunse le mani e disse alla sovrana: "Ritornate, signora, e vogliate lasciar proseguire nella ricerca delle scritture l'umile monaco che sono." La regina impallidì e si aggrappò al monaco: "Caro fratello, per avervi come sposo ho acconsentito a darvi tutto il mio regno. Domani salirete al trono e sarete proclamato re. Ho accettato di essere la vostra sposa, abbiamo celebrato il banchetto di nozze: ora non potete cambiare idea!" Porcellino uscì dai gangheri; torcendo il grugno da tutte le parti e sbattendo le orecchie all'impazzata, corse alla carrozza gridando: "Noi monaci dovremmo sposare uno scheletro incipriato come te? Lascia andare il mio maestro!" La povera regina, sotto l'urto brutale di quest'ultima aggressione, sentì le sue anime abbandonarla e svenne dentro la carrozza. Sabbioso liberò Tripitaka dalla folla e lo aiutò a montare in sella. Ma proprio allora si vide ergersi sul ciglio della strada una figura di donna, che gridava: "Dove vai, fratello dell'imperatore dei Tang? Vieni a divertirti con me al gioco del vento e della luna!" "Furfante, sporcacciona!" urlò Sabbioso, e brandì il suo bastone per assestarglielo sulla testa. Ma la donna sollevò un turbine di vento che si portò via il monaco cinese senza lasciarne traccia. Ahimè, è il caso di dirlo: Sfuggire ad una trappola, almeno dilettevole, Per diventare vittima di un'orca spaventevole! Se non sapete, in fin dei conti, se la donna fosse umana o malefica, né se il maestro ci lasciò o meno la pelle, ascoltate il prossimo capitolo. 第055回 LO SCORPIONE INNAMORATO · IN CUI LA PERVERSA DISSOLUTEZZA CARNALE CERCA DI APPROFITTARE DI TRIPITAKA, MA LA SUA GIUSTA E SERENA NATURA PRESERVA L'INTEGRITÀ DEL SUO CORPO. Come ci ha narrato il racconto, Scimmiotto e Porcellino, mentre si apprestavano a ricorrere alla magia per immobilizzare le dame di corte, udirono all'improvviso il mugghiare del vento e il grido di Sabbioso. Volsero la testa, e il monaco cinese era scomparso. "Chi lo ha portato via?" chiese il Novizio. "Una donna ha sollevato il colpo il vento e ha rapito il maestro" rispose Sabbioso. Scimmiotto balzò sulle nuvole e scrutò nelle quattro direzioni facendosi solecchio con la mano: verso nord ovest vide un turbine di polvere che si allontanava. "Fratelli!" gridò subito. "Venite su, inseguiamoli!" Porcellino e Sabbioso gettarono precipitosamente i bagagli sul dorso del cavallo e tutti insieme con un sibilo salirono in cielo. La dame del regno dei Liang dell'Ovest, sbigottite, caddero in ginocchio nella polvere: "Sono arhat che salgono in cielo in pieno giorno: vostra maestà ha visto con i suoi occhi. Quel fratello imperiale dev'essere un monaco della Meditazione che ha conseguito il Tao: i nostri occhi terrestri non hanno saputo riconoscerlo, e l'hanno scambiato per un bell'uomo qualunque del paese di mezzo. Ci siamo sbagliate, le nostre speranze non avevano fondamento. Vogliate risalire in carrozza; sarà meglio che ritorniamo a casa." E la regina, piena di vergogna, se ne tornò nella sua città, dove noi la lasceremo. Intanto Scimmiotto e i suoi compagni inseguivano il turbine; lo videro giungere a un'alta montagna, dove il vento cessò e la polvere ricadde. Non avevano individuato il preciso rifugio dell'essere malefico e perciò, scesi dalle nuvole, si diedero a perlustrare i dintorni. In breve notarono sul pendio una grande roccia di granito che rifletteva il sole al tramonto e aveva la forma di un grande paravento; la aggirarono, tenendo il cavallo alla briglia, e scoprirono che nascondeva una porta a due battenti su cui erano scritti sei grandi caratteri: MONTAGNA DEL NEMICO MORTALE - GROTTA DEL PI PA Porcellino corse avanti, da quello sventato che era, per sfondare i battenti a colpi di rastrello; ma Scimmiotto lo trattenne in tempo: "Calma, fratellino. Abbiamo seguito il turbine in questa zona e abbiamo scoperto questa porta, ma non siamo sicuri che ci sia un nesso fra le due cose. Se sfondassimo la porta sbagliata, non ne caveremmo che grane. Prima di metterci all'opera, converrà che voi ritorniate con il cavallo al di là dello schermo di pietra e aspettiate che io raccolga informazioni." "Giusto!" esclamò Sabbioso. "È quello che si dice pestar duro con finezza, affrettarsi con comodo." I due ritornarono indietro con il cavallo. Scimmiotto fece un passo magico, recitò un incantesimo e con una scossa si trasformò in un'ape. Eccola: Ali sottili che il vento scompiglia, Livrea splendente, una tromba curiosa Ed indiscreta, polline sul dorso, Un aculeo aggressivo e velenoso. Costa lavoro fabbricare miele! Vola e torna, modesta e infaticabile. Ma quest'ape ha un suo piano di battaglia, Mentre vola danzando verso l'uscio. Scimmiotto si insinuò attraverso una fenditura del battente, superò anche la porta interna e vide il mostro femmina seduto sotto un chiosco fiorito e circondato da servette in abiti ricamati a vivaci colori, pettinate con i capelli in due crocchie. Tutte cianciavano allegre di chissà che cosa. Scimmiotto si posò discreto sullo stipite della porta, donde poteva ascoltare a suo agio, e vide giungere due ragazze con i capelli in disordine, raccolti evidentemente in fretta e furia. Ciascuna portava un piatto caldo di panini cotti al vapore: "Signora, questi sono farciti di carne umana, e quest'altri di formaggio di soia." "Ragazze, accompagnate qui il fratello imperiale" disse sorridendo l'orchessa. Varie servette si diressero verso il fondo e ne ritornarono sostenendo il monaco cinese. Il maestro aveva il volto cereo, le labbra pallide e gli occhi rossi gonfi di lacrime. "Santo cielo, me lo avrà avvelenato" sospirò Scimmiotto. L'orchessa gli andò incontro e lo prese per un braccio, scoprendo le sue dita fini come cipolline primaverili: "Rinfrancatevi. Qui non possiamo offrirvi il lusso e la ricchezza del palazzo della regina dei Liang, ma troverete tutta la quiete necessaria per pregare il Buddha e leggere i sutra. Con la mia compagnia, avrete cent'anni garantiti di vita armoniosa." Tripitaka taceva. "Smettete di tormentarvi" riprese l'orchessa. "So che al banchetto della regina non avete bevuto né mangiato, ma ora dovete rimettervi in forze. Scegliete fra questi piatti quello che preferite: uno è vegetariano, l'altro non lo è." Tripitaka era irresoluto: "Devo tacere e rifiutare di mangiare? Ma questa non è la regina, che se non altro era una persona di buone maniere; questa è un'orchessa, a cui potrebbe saltare il ticchio di ammazzarmi. Che fare? I miei discepoli non sanno neppure in che mani sono caduto. Se mi uccide, non avrò sprecato la mia vita per niente?" Per quanto si arrovellasse, non vide altra soluzione che raccogliere tutto il suo coraggio e aprir bocca: "Di che cosa sono imbottiti?" "I panini vegetariani sono imbottiti di soia, gli altri di carne umana." "Il vostro povero monaco preferisce il piatto vegetariano." "Ragazze" disse l'orchessa sorridendo, "portate del tè caldo e servite a monsignore i panini di magro." Una delle servette pose rispettosamente davanti al reverendo una tazza di tè profumato. L'orchessa ruppe un panino e glielo porse. Lui rese la cortesia offrendole un panino non vegetariano, ma senza spezzarlo. La sua ospite si mise a ridere: "Perché non lo spezzate, fratello imperiale?" "Come monaco, non oso spezzare un pane che contiene carne." "Quando vi davate da fare nel Fiume della Maternità eravate meno scrupoloso. E io ho pur tastato il colaticcio di soia che mangiate voi." "Va nel fiume acqua lustrale" rispose Tripitaka; "e la soia non fa male."(45) A sentire la piega che stava prendendo la conversazione, Scimmiotto temette che il maestro finisse per mettere in pericolo la sua vera natura. Perciò riprese la propria forma, brandì la sua sbarra e tuonò: "Bestia immonda, un po' di contegno!" Come lo vide l'orchessa sputò un pennacchio di fumo che riempì tutto il chiosco e ordinò alle ragazze di portar via Tripitaka. Afferrò quindi un tridente d'acciaio e lo aggredì urlando: "Scimmia svergognata! Ti infili in casa mia a fare il guardone. Ora sta fermo e prenditi una bella forchettata dalla tua vecchia mamma!" Il grande santo parò il colpo e combatté arretrando, in modo da attirarla all'aperto. Porcellino e Sabbioso aspettavano davanti allo schermo di pietra. Quando vide che lo scontro era incominciato, Porcellino passò la briglia al compagno e gli disse: "Sabbioso, sorveglia bagagli e cavallo, che io vado a dare una mano." Il bravo bestione alzò il rastrello a due mani e partì alla carica gridando: "Fatti in là, fratello; fammi picchiare questa puttanona." La quale, alla vista del nuovo avversario, ricorse a un trucco: gettò un grido, lanciò fumo dalla bocca e fuoco dalle narici, e venne avanti roteando il suo tridente con una tale velocità che non si capiva quante mani avesse. Gli assalti di Scimmiotto e di Porcellino si arrestarono davanti a quel visibilio di colpi di punta e di taglio. "Sei un bell'imbranato, Consapevole del Vuoto" gridava l'orchessa. "Io so chi sei, ma tu non mi conosci. Non lo sai che mi teme anche il tuo Buddha del Monastero del Colpo di Tuono? Poveri meschini, che cosa credete di fare? Fatevi sotto, che riceverete una batosta come si deve!" Fu uno scontro memorabile: La forza dell'orchessa si contrappone alla collera di Scimmiotto. L'Ammiraglio dei Canneti Celesti, avido di gloria, mostra le sua capacità con il rastrello. Lei fa fuoco e fiamme, e rotea il tridente con molte mani; gli avversari balzano nelle nuvole veloci e potenti. Tutto ciò perché l'orchessa cerca un compagno, mentre il monaco non acconsente a cederle la sua essenza primaria. È la lotta senza quartiere dello yin e dello yang mal assortiti. Lo yin, nutrito nella quiete e nel buio, si agita perché aspira alla gloria; invece lo yang aspira alla quiete, evita i desideri e si mantiene puro. Fra i due non c'è concordia; il tridente gioca il tutto per tutto contro il rastrello e la sbarra. Il rastrello è potente e la sbarra ancor più, ma il tridente d'acciaio della donna rende dente per dente. Nessuno vuol cedere sul Monte del Nemico Mortale, non si dà quartiere nella Grotta del Pi Pa! Lei si rallegra di aver trovato un compagno nel monaco cinese, ma loro sono ben decisi a ricondurre il reverendo alla ricerca dei veri sutra. Una battaglia che muove cielo e terra, oscura gli astri di giorno e di notte, fa tremare le stelle. Lo scontro a tre proseguì per un bel pezzo senza vinti né vincitori, finché la creatura ricorse al colpo segreto del dardo che rovescia il cavallo: diede un balzo e colpì Scimmiotto sotto la pelle del cranio, senza che lui se ne rendesse conto. "Ahi!" urlò il ferito; e l'insopportabile dolore lo costrinse a rompere il contatto e a fuggire. Porcellino vide che le cose si mettevano male e batté in ritirata anche lui, trascinandosi dietro il rastrello. L'orchessa vittoriosa ripose il suo tridente. Scimmiotto si stringeva la testa fra le mani, con la fronte aggrottata e il viso deformato dal dolore. Gemeva: "Che male tremendo!" Porcellino gli chiese: "Fratello, che cosa ti è successo per tirarti indietro nel bel mezzo del tafferuglio?" "Sapessi che male mi fa" diceva Scimmiotto stringendosi la testa. "È un attacco di emicrania?" "Nemmeno per sogno." "Ma non sei ferito. Da dove viene, il tuo mal di testa?" "Non ne posso più!" gemeva Scimmiotto. "Quando si è vista in difficoltà con il tridente ha fatto un balzo e mi ha punto la testa, non so come. E mi ha provocato un dolore tale che mi sono dovuto ritirare." "Altre volte ti sei vantato della tua zucca dura trasmutata" osservò ridendo Porcellino. "Come mai questa volta non sai resistere a una punzecchiatura?" "La mia testa è stata trasmutata davvero; e quando in cielo volevano decapitarmi, ce la misero tutta, con sciabola, ascia, mazza, spada; poi Laozi mi mise a cuocere in forno per quarantanove giorni, e io ne uscii senza fare una piega. Mi chiedo che cos'abbia fatto quella donna alla mia testa." "Togli la mano, fammi vedere. Non c'è niente di rotto?" "Non mi pare." "Torno giù nel regno dei Liang a procurarmi qualche pomata lenitiva." "A che servono le pomate? Non ho gonfiori né tagli." "Fratello" replicò Porcellino sghignazzando, "me la cavavo meglio io quand'ero incinto. A me si gonfiava la pancia, a te si gonfia la testa; forse perché tu sei più intelligente." "Non è il caso di scherzare" intervenne Sabbioso. "Nostro fratello è ferito alla testa, non sappiamo nemmeno se il maestro è ancora vivo e sta scendendo la notte. Che facciamo?" "Il maestro non ha niente" riferì Scimmiotto. "Mi ero trasformato in ape e ho trovato la donna seduta in un chiosco fiorito. Due servette hanno portato dei panini al vapore, altre hanno accompagnato il maestro perché mangiasse qualcosa e si rassicurasse. Lei gli ha fatto una dichiarazione. Prima il maestro non rispondeva e non toccava il cibo, poi ha aperto bocca per dire che preferiva i panini vegetariani. Può darsi che le belle parole incominciassero a far breccia. La donna ha spezzato un panino imbottito di soia e glielo ha offerto, e il maestro di rimando ne ha offerto a lei uno di carne. 'Perché non lo spezzate?' ha chiesto lei. Lui ha risposto che, come monaco, non osava spezzare pane non vegetariano. Lei ha ribattuto che si era pur dato da fare con le acque del Fiume della Maternità, ma il maestro non ha capito il doppio senso e le ha risposto con degli adagi. Mi è parso che corresse il rischio di farsi infinocchiare e, per interromperli, ho ripreso la mia forma e ho attaccato. Il maestro è stato portato nelle stanze interne. Il resto lo avete visto." Sabbioso si mordeva le dita e commentava: "Non so come, ma quella sudiciona doveva seguirci da un pezzo, perché sa tutto quello che ci è capitato." "E allora" disse Porcellino, "non è il caso che ce ne stiamo con le mani in mano. Bisogna andare alla sua porta e provocarla a combattere; giorno e notte bisogna urlare e picchiare, per tenerla occupata e impedirle di farsi il nostro maestro." "Per conto mio ho troppo mal di testa" rispose Scimmiotto. "Mi dispiace, ma non posso." "Non è necessario tenerla sotto pressione" assicurò Sabbioso. "Da un lato nostro fratello ha mal di testa, d'altro lato il maestro è un vero monaco e non si farà certo sedurre dalle vanità del sesso. Sarà meglio che ci troviamo un cantuccio riparato dal vento e che ricuperiamo le forze. Quando si farà giorno discuteremo sul da farsi." I tre condiscepoli legarono il cavallo bianco, scaricarono i bagagli e si stesero a dormire. Intanto l'orchessa raccomandò alle servette di chiudere e vigilare bene le porte: due di loro dovevano dare l'allarme al minimo rumore sospetto. Poi prese un'aria mondana e ordinò: "Ragazze, preparate la mia camera da letto, accendete le candele e riempite d'incenso il brucia profumi. Poi portatemi il monaco cinese: voglio darmi bel tempo con lui." Quando le portarono il reverendo, l'orchessa assunse un'aria seducente, lo prese per mano e gli disse: "Conoscerai il detto: in confronto al piacere più bello, l'oro non vale un ravanello. Divertiamoci da marito e moglie." Il reverendo stringeva i denti. Avrebbe voluto scappar via, ma temeva di spingerla al delitto e si rassegnò a seguirla in camera tutto tremebondo. Stava muto e inebetito, incapace di alzare gli occhi, cieco agli arredi, ai begli oggetti e alle comodità. Le proposte impudiche di quella creatura non le sentiva nemmeno. Che bravo monaco! Non vedevano gli occhi quanto il male è attraente, Le orecchie non udivano le parole lascive. Oro, perle, broccati, il viso che lusinga Per lui son spazzatura. La sua sola passione Nella vita è votarsi alla meditazione. Mai non lasciò il suo Buddha; come potrà apprezzare Pelle liscia di giada e profumo di donna, Lui capace soltanto di coltivar sé stesso? Se lei, piena di vita, da mille desideri Viene agitata, lui se ne sta tetro e inerte. Lei tutta tenerezze, lui solo stoppa e ceneri. Lei sul letto nuziale si offre lascivamente, E lui guarda il soffitto, serrando la sua tonaca. Lei, petto contro petto, vuole allacciar le cosce Come fenici in estasi; lui sente il desiderio Di restar faccia al muro dentro una buia cella E sfidar Bodhidharma nell'immobilità. La donna si spoglia per far apprezzare la sua pelle dolce e profumata; il monaco cinese si copre meglio, per nascondere le sue rozze carni. "Guarda quanto posto c'è sul guanciale e sotto le lenzuola. Perché non ti vieni a coricare?" chiede l'orchessa. "Il mio cranio è tonsurato, vesto l'abito monastico: non posso tenerti compagnia" risponde il monaco cinese. "Sono pronta a fare come fece nell'antichità Liu Cuicui" dice lei. "Il povero monaco che sono non è l'âcârya Chiar di Luna" risponde lui. "Sono più bella di Xi Shi" replica l'orchessa. "La conseguenza fu che il re di Wu morì e fu sepolto" dice il monaco cinese. "Ricordi" dice lei, "i versi: Meglio morir tra i fiori Che in qualsiasi altro luogo, Ed essere un fantasma Col gusto della vita." "Il mio autentico yang non è tesoro che io possa sprecare per te, scheletro imbellettato." Continuarono queste schermaglie fino a notte avanzata, ma Tripitaka non dava segno di cedere. Per quanto l'orchessa tirasse e spingesse con ogni impegno, non c'era verso di smuovere il reverendo dal suo rifiuto. A mezzanotte lei perse la pazienza e gridò: "Ragazze, portatemi le corde." Lo legò come un salame e lo fece appendere sotto la tettoia. Poi si spensero le luci, ciascuno si coricò e il resto della notte trascorse tranquillo. Il gallo aveva già cantato tre volte, ma nella grotta non lo avevano sentito. Fuori sulla montagna, Scimmiotto si stirò dicendo: "La testa mi ha fatto male per un pezzo, ma ora è rimasto soltanto un po' di prurito." "Per far passare il prurito servirebbe un'altra puntura. Che ne dici?" sogghignò Porcellino. "Sei il solito maligno codardo" brontolò Scimmiotto sputando. "Codardo?" rise Porcellino. "Sarà il maestro che si sarà rotto la coda." "Basta con i litigi" esortò Sabbioso. "È giorno: non perdiamo tempo e andiamo a catturare la creatura malefica." "Resta dove sei, fratello" disse Scimmiotto, "e occupati del cavallo. Andremo noi." Il bestione raccolse le energie, si strinse alla vita la tunica di cotone nero e seguì il Novizio. Con le armi in pugno balzarono sulla rupe e giunsero in breve davanti allo schermo di pietra. "Aspettami qui" disse Scimmiotto. "L'orchessa questa notte avrà teso le sue insidie al maestro, e sarà bene che ci informiamo dell'esito. Se ha vinto, lui ha perduto il suo yang primordiale e la sua virtù è distrutta: in questo caso sarebbe inutile continuare il viaggio. Se invece lui ha respinto l'attacco, bisognerà che continui a resistere finché riusciremo ad ammazzare l'essere malefico." "L'alternativa non esiste" sogghignò Porcellino. "Dice il proverbio: il pesce secco non è cuscino per il gatto. Comunque siano andate le cose, è impossibile che lei non abbia potuto arraffare nemmeno un bocconcino." "Smetti di malignare! Vediamo piuttosto come sono andate le cose." Il grande santo scomparve dietro lo schermo di pietra e tornò a trasformarsi in ape, volò dentro la porta e vide le due servette che dormivano con la testa appoggiata sulle loro raganelle da guardiano notturno, come se fossero guanciali. Fece una ricognizione nel chiosco fiorito: tutte le servette, che avevano fatto chiasso fino a mezzanotte, dormivano ancora una accanto all'altra e non si rendevano conto che era già giorno chiaro. Scimmiotto volò verso le stanze interne e udì la voce di Tripitaka: lo trovò legato e appeso sotto la tettoia. Gli si posò sulla testa e chiamò piano: "Maestro!" "Sei tu, Consapevole del Vuoto?" rispose il maestro riconoscendo la voce. "Tirami fuori da qui, salvami la vita!" "Tutto bene, la notte passata?" "Piuttosto morire che commettere cose simili" sibilò Tripitaka serrando i denti. "Ieri mi pareva tenera e affettuosa con voi. Perché ora vi tratta così?" "Mi ha perseguitato per metà della notte, senza che io slacciassi la cintura o mi accostassi a lei. Quando ha visto che non ero disposto a sottomettermi, mi ha fatto legare in questo modo. Ti supplico, liberami; dobbiamo ripartire per la nostra ricerca." Il rumore della conversazione svegliò l'orchessa che, per quanto crudele, non poteva risolversi a rinunciare al monaco. Emergendo dal sonno aveva udito solo le ultime parole: 'per la nostra ricerca'. Balzò giù dal letto e chiese: "Quale ricerca ti induce a rifiutare la felicità coniugale?" Scimmiotto, allarmato, volò subito via e uscì all'aperto, dove riprese il proprio aspetto e chiamò Porcellino. Il bestione girò intorno allo schermo roccioso e chiese: "Allora, l'ha sverginato o no?" "Non ancora" rispose ridendo Scimmiotto. "Lo ha stuzzicato ben bene ma poi, visto che non ci stava, lo ha legato e appeso a un chiodo." "Che dice il maestro?" "Dice che non ha slacciato la cintura e non si è accostato. Mentre mi raccontava queste cose, l'orchessa si è svegliata e io sono filato via." "Bene: è ancora un vero bonzo. Dunque andiamolo a salvare." Il bestione, irruente come sempre, non aspettò altro, levò il rastrello e lo abbatté sulla porta con tutte le sue forze: i battenti volarono in mille pezzi con un terribile schianto. Le ragazze che dormivano sulle loro raganelle, risvegliate di soprassalto, corsero verso la porta interna urlando: "Fateci entrare! Quei bruti hanno sfondato la porta!" L'orchessa uscì dalla sua camera, mentre quattro o cinque servette correvano da lei: "Signora, quei due orribili omaccioni hanno demolito la porta d'ingresso." "Ragazze" rispose la creatura, "preparate l'acqua del mio bagno e portate il fratello imperiale, legato com'è, nella stanza sul retro. Aspettate che faccia piazza pulita di quei fannulloni." Brava orchessa! Uscì brandendo il suo tridente e gridando: "Scimmia maledetta! Porco maiale! Brutti maleducati! Come vi permettete di sfondarmi l'uscio?" "Puttanaccia bisunta!" gridò di rimando Porcellino. "Ti permetti di lamentarti dopo aver trattato in quel modo il nostro maestro? Tu che l'hai intrappolato con l'intenzione di farne il tuo scaldapiedi! Restituiscilo prima che sia troppo tardi! Provati a dire di no, e spiano te con tutta la tua montagna." Senza altri scambi di vedute l'orchessa raccolse le forze e, con lo stesso procedimento del giorno prima, incominciò a buttare fumo e fiamme. Alzò il tridente per colpire Porcellino, che schivò e le rispose con un colpo di rastrello, mentre Scimmiotto lo appoggiava con la sua sbarra. La creatura parava magicamente i colpi da tutte le parti e sembrava dotata di un numero incredibile di mani. Dopo quattro o cinque scontri, fu Porcellino a ricevere una puntura al labbro. Con quale arma? Mistero. Il bestione cercò scampo nella fuga, mordendosi la parte ferita e trascinandosi dietro il rastrello, con i segni del più vivo dolore. Scimmiotto, preoccupato, fece una finta con il randello e si disimpegnò a sua volta. L'orchessa tornò indietro in trionfo e ordinò alle ragazze di disporre pietre per bloccare l'ingresso. Sabbioso faceva pascolare il cavallo sul declivio, quando udì singhiozzi e piagnucolii, e vide arrivare Porcellino che gemeva e si copriva la bocca con le mani. "Che cosa ti è capitato?" "È spaventoso, mai sentito un dolore simile." Ed ecco sopraggiungere Scimmiotto: "Bravo bestione!" sogghignò. "Ieri ti divertiva la mia bozza sulla testa, ma oggi sei tu che ti sei preso una bella peste sulle labbra." "Non ce la faccio più!" ansimava Porcellino. "È un dolore insopportabile." Mentre i tre si trovavano nei guai, si vide comparire una vecchina che reggeva in mano un paniere verde di bambù. "Fratello" suggerì Sabbioso, "guarda quella vecchia: le potremmo chiedere informazioni su questa creatura, chi è e come fa a colpire in questo strano modo." "Resta qui, la interrogo io" disse Scimmiotto. Ma osservandola attentamente notò l'aureola di nubi sopra il suo capo e l'alone profumato che la circondava. "Fratelli!" gridò il Novizio quando la riconobbe. "Che cosa aspettate? Venite a prosternarvi: è la nostra pusa!" Porcellino, malgrado il dolore, si gettò in ginocchio; Sabbioso si inchinò tenendo il cavallo per le briglie e Scimmiotto si inginocchiò anche lui a mani giunte: "Salve, efficientissima pusa Guanyin, sempre misericordiosa e compassionevole!" Dal momento che l'avevano riconosciuta, Guanyin montò sulle nuvole e a mezz'altezza riprese la sua forma, quella con il paniere dei pesci. Il Novizio la raggiunse per aria e dichiarò rispettosamente: "Scusate i vostri discepoli se non sono venuti ad accogliervi. Eravamo impegnati nei nostri sforzi per togliere il maestro dai guai e non sapevamo che ci avreste fatto l'onore di una visita. Speriamo ardentemente che ci aiuterete nella prova a cui ci sottopone questa diavolessa, che non è facile da maneggiare." "Anzi, è un mostro dei più temibili" rispose Guanyin. "Il suo tridente è fatto di due pinze che fin dalla nascita formano le sue zampe anteriori. Sulla coda ha un pungiglione ricurvo che infligge punture dolorose e si chiama dardo che rovescia il cavallo. Si tratta di uno spirito scorpione che ha sentito predicare il Buddha nel Monastero del Colpo di Tuono; il Beato la respinse con la mano, e lei lo punse al pollice. Anche lui ne ebbe un dolore intollerabile e la fece arrestare dai guardiani portatori di folgore. Poi fu liberata e venne qui. Ma non chiedete aiuto a me per salvare il vostro maestro, rivolgetevi a qualcun'altro: io non sopporto le punture degli scorpioni." "Ditemi allora a chi mi devo rivolgere" chiese Scimmiotto, "in modo che possa chiedere il suo intervento." "Va alla porta est del Cielo e sollecita il preposto alla costellazione delle Pleiadi, che risiede nel Palazzo della Chiarità: con il suo aiuto potrai sconfiggerla." E si trasformò in un raggio luminoso che dardeggiò verso i mari del Sud. Scimmiotto discese a informare Porcellino e Sabbioso: "Rassicuratevi fratelli; una costellazione ci aiuterà a salvare il maestro." "Di quale costellazione si tratta?" chiese Sabbioso. "La pusa dice di rivolgersi alle Pleiadi. Aspettatemi qui, vado e torno." "Fratello" fece Porcellino torcendo la bocca dolorante, "chiedi anche un farmaco per calmare il male." "Non occorrono farmaci; ti passerà durante la notte, come è accaduto a me." "Basta con le chiacchiere. Vai!" esortò Sabbioso. Che bravo Novizio! Con un balzo nelle nuvole si catapultò alla porta orientale del Cielo, dove incontrò il guardiano Anima Lunga che lo salutò: "Dove andate, grande santo?" "Nel viaggio verso l'Occidente, in cui sono incaricato della protezione del monaco cinese, abbiamo incontrato una diavolessa pericolosa; devo passare dal Palazzo della Chiarità per parlarne con l'ufficiale delle Pleiadi." Si fecero avanti per informarsi anche i grandi marescialli Tao, Zhang, Xin e Deng. "Stamane l'ufficiale delle Pleiadi ha avuto dall'Imperatore di Giada la consegna di ispezionare la Terrazza della Contemplazione delle Stelle." "Ne siete sicuri?" "Siamo usciti insieme a lui dal Palazzo dell'Orsa Maggiore" rispose il maresciallo Xin. "Non avremmo certo l'audacia di mentire." "Ma è partito da un pezzo e non dovrebbe tardare a rientrare" soggiunse il maresciallo Tao. "Provate a recarvi al Palazzo della Chiarità, grande santo; se non ce lo trovate, potrete raggiungerlo alla Terrazza." Scimmiotto ringraziò delle informazioni e se ne andò. In effetti al Palazzo della Chiarità non c'era nessuno. Ma quando stava per allontanarsi, vide marciare a ranghi serrati un plotone militare seguito dall'ufficiale delle Pleiadi, che portava ancora l'abito da cerimonia dell'udienza imperiale, intessuto di fili d'oro. Guardate: Le cinque punte d'oro scintillan sul berretto, Regge alta nella mano un'insegna di giada, Sette stelle del Nord son trapunte sull'abito, La sua cintura reca un disegno d'ottagoni. Numerosi pendenti ad ogni movimento Si urtano rimandando suono di campanelle. Il ventaglio di piume turchese viene aperto, Fumano nel braciere le braci dell'incenso E giunge nella corte l'importante ufficiale. I soldati della prima fila corsero subito a riferirgli: "Signore, il grande santo è qui." L'ufficiale astrale dissolse la sua nuvola, si aggiustò il costume da cerimonia e si fece avanti per salutare e chiedere: "Che cosa vi conduce qui, grande santo?" "Sono passato a salutarvi e a importunarvi per aiutare il mio maestro, che è in difficoltà." "Dove si trova?" "Nella Grotta del Pi Pa, sulla Montagna del Nemico Mortale, nel Regno dei Liang dell'Ovest." "Quale mostro abita quella grotta, perché vi serva l'aiuto dell'umile divinità che sono?" "La pusa Guanyin dice che si tratta di uno scorpione e ha raccomandato di rivolgersi a voi come all'unico che possa porvi rimedio. Ecco perché vi sono venuto a sollecitare." "Avrei preferito fare prima rapporto all'Imperatore di Giada. Ma dal momento che siete qui e che non vorrei fare cattive figure con Guanyin, proporrei di partire subito, senza bere nemmeno una tazza di tè, per limitare i rischi. Distruggiamo senza indugio questa creatura; il mio rapporto lo presenterò a cose fatte." Uscirono insieme dalla porta orientale del Cielo e subito raggiunsero il paese dei Liang dell'Ovest. "Ecco la montagna" disse il Novizio indicandola. Presero terra ai piedi dello schermo roccioso. Quando li vide arrivare Sabbioso disse a Porcellino: "Alzati, arriva nostro fratello con chi ci deve aiutare." "Scusate tanto" balbettò a fatica il bestione, che aveva ancora il labbro gonfio. "Sono malato, perciò non vi posso salutare come si deve." "È strano, per un monaco praticante" si stupì l'ufficiale astrale. "Quale malattia avete contratto?" "Stamane quella bestia mi ha punto sul labbro, mentre stavo combattendo con lei; e ancora mi duole." "Venite qui, che vi curo." Il bestione tolse la mano con cui copriva la bocca e balbettò: "Vi prego, guaritemi. Quando l'avrete fatto vi saprò ringraziare." L'ufficiale astrale palpò il labbro, ci soffiò sopra e il dolore scomparve. Porcellino, felice, si inchinò profondamente: "Che meraviglia!" "Potreste dare un'occhiata anche alla mia testa?" chiese Scimmiotto ridendo. "Perché? Voi non siete stato punto." "Sì, ieri è accaduto anche a me, e c'è voluta tutta la notte perché il dolore si attenuasse. Ma sento ancora prurito e non vorrei che stasera ricominciasse a dolere. Sarebbe meglio che guariste anche me." L'ufficiale astrale fece le stesse operazioni sulla testa di Scimmiotto e dissipò gli ultimi effetti del veleno. "E adesso andiamo a schiacciare quella maledetta sudiciona" gridò Porcellino pieno di baldanza. "D'accordo" approvò l'ufficiale astrale. "Fatela uscire dal suo covo: ad abbatterla penso io." Scimmiotto e Porcellino aggirarono lo schermo roccioso. Il bestione, senza mai smettere di gridare insulti, distrusse con il suo rastrello la barriera di pietre che era stata accumulata davanti alla porta rotta e si sbarazzò dei detriti usando le mani come panieri. Attaccò poi la porta interna, che volò in pezzi al primo colpo di rastrello. Le servette, ali ai piedi, corsero ad annunciare: "Signora, sono ritornati i bruti e ci hanno sfondato anche la porta interna." L'orchessa stava appunto liberando il monaco cinese dai suoi legami per servirgli un pranzetto di magro; udendo la notizia, balzò fuori dal chiosco e si lanciò contro Porcellino roteando il tridente. Lui l'accolse con il rastrello, mentre Scimmiotto lo spalleggiava con la sua sbarra. L'orchessa li incalzava allo scopo di portarsi a distanza utile per praticare il suo velenoso giochetto, ma i due compagni, che sapevano che cosa si potevano aspettare, volsero le spalle e fuggirono. La creatura li inseguì sulla montagna; quando ebbe superato lo schermo roccioso, il Novizio gridò: "Pleiadi, dove siete?" L'ufficiale astrale era salito in alto sul pendio e aveva assunto il suo vero aspetto, che era quello di un gigantesco gallo a doppia cresta: dritto sulle zampe era alto sei o sette piedi. Lanciò un possente chicchirichì non appena vide il mostro, che riprese anche lui il suo vero aspetto: era un enorme scorpione, grande come un pi pa. Al secondo chicchirichì la creatura si contorse fra gli spasimi e morì. Lo attestano i versi: Cresta fiorita, floridi bargigli, Taglienti artigli e speroni possenti, Fissa gli occhi furiosi e attacca impavido Coi suoi gridi di guerra. Non è un pollo, Questo, di bassa corte: fra le stelle Ha un posto di rilievo. Lo scorpione Cerca invano rifugio in forma umana, Ma deve rivelar le sue fattezze. Porcellino le pose il piede sull'addome: "Bestiaccia immonda, il tuo dardo ha finito di rovesciar cavalli." E il corpo già immoto della creatura fu spiaccicato a colpi di rastrello. L'ufficiale astrale si concentrò in un raggio luminoso e ritornò ai propri affari, mentre Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso rivolti al cielo esprimevano la loro gratitudine: "Vi abbiamo dato molto disturbo! Passeremo a trovarvi uno dei prossimi giorni, per esprimervi la nostra riconoscenza." Quando i tre penetrarono nella grotta, le servette grandi e piccole si prosternarono dicendo: "Signori, noi non siamo creature malefiche, ma donne del regno dei Liang che l'orchessa aveva rapite. Il vostro maestro se ne sta tutto solo nel salottino posteriore, e non fa che piangere." Scimmiotto osservò attentamente l'atmosfera e constatò che in effetti non conteneva più miasmi malefici. Perciò si inoltrò fino alle stanze posteriori chiamando: "Maestro!" A vederseli davanti il monaco cinese non stava in sé dalla gioia. Disse loro: "Saggi discepoli, in quanti guai vi ho coinvolto! Ma che ne è di quella donna?" "Quella là? Non era una donna, ma un grosso scorpione femmina" spiegò Porcellino. "Il fratello maggiore, grazie alle indicazioni della pusa Guanyin, ha ottenuto dall'ufficiale delle Pleiadi che venisse ad abbatterla, e io l'ho spiaccicata coscienziosamente. Perciò abbiamo potuto spingerci avanti senza pericolo per rivedere il vostro volto." Il monaco cinese si profuse in ringraziamenti. Trovarono riso e tagliatelle, con cui prepararono un pasto vegetariano che consumarono di buon appetito. Dopo pranzo accompagnarono le ragazze rapite ai piedi della montagna e mostrarono loro la strada per ritornare a casa. Quando la grotta fu vuota, accesero una torcia e appiccarono il fuoco in vari punti, in modo che l'incendio distruggesse tutto. Poi invitarono Tripitaka a rimontare a cavallo per riprendere la strada maestra dell'Ovest. È il caso di dirlo: Rotti i legami mondani, Respinte le tentazioni, Rifiutato il mare d'oro: Quest'è la meditazione. Se poi non sapete, in fin dei conti, quanti anni ci vollero per raggiungere e realizzare la Verità, ascoltate il prossimo capitolo. 第056回 INCONTRO CON I BRIGANTI · IN CUI LA SCIMMIA DELLO SPIRITO, IN PREDA AL FURORE, PUNISCE I BRIGANTI; E LA VIA, OTTENEBRATA NELLA PERSONA DEL MAESTRO, LA SCACCIA. Come si esprime il poema: Diciamo puro il vuoto basamento Dello spirito, sgombro da pensieri. Alla briglia la scimmia ed il cavallo, Non cercar gloria: scaccia i sei briganti E attendi ai tre veicoli. Ogni ostacolo Caduto, giungi all'illuminazione. Vinta per sempre la sensualità Gioia assoluta avrai nell'Occidente. Il racconto ha detto come Tripitaka conservò intatto il suo corpo con una determinazione che gli avrebbe consentito di mordere chiodi e masticare ferro, e come Scimmiotto e compagni uccisero lo scorpione e lo liberarono. Nelle tappe successive non incontrarono accidenti degni di nota, e presto ritornò l'estate. Era quando La brezza è profumata d'orchidee E l'acquazzone rinfresca il bambù. Invade l'artemisia le colline, Fiori e canneti coprono i ruscelli. Sono attirate le api vagabonde Dal melograno; si affolla di uccelli L'ombra dei salici. Come scambiarsi I dolci triangolari della festa Del Doppio Cinque e godersi la gara Delle barche, lontano da ogni fiume? Maestro e discepoli camminavano godendosi questo paesaggio del trionfo dello yang, mentre trascorreva la festa del solstizio d'estate, quando videro un'alta montagna sorgere sulla loro strada. Il reverendo tirò le redini e volse la testa per ammonire: "Consapevole del Vuoto, su una montagna simile bisogna stare attenti: temo che incontriamo altre creature malefiche." "Maestro, rassicuratevi. Abbiamo abbracciato con sincerità la nostra fede, in essa rimettiamo il nostro destino e perciò non abbiamo niente da temere." Confortato da queste parole, il reverendo frustò il suo cavallo drago per riprendere il cammino. Giunsero in breve sull'orlo di una rupe e guardarono davanti a sé: che spettacolo! [...] L'ascesa fino alla vetta fu lunga e faticosa; discesero poi lungo il versante occidentale, dove trovarono un tratto pianeggiante soleggiato. Porcellino, che voleva far mostra di energia, diede i bagagli a Sabbioso e corse a incitare il cavallo agitando il suo rastrello. Ma esso mantenne il suo ambio pacifico, senza farsi impressionare dagli urli e dalle minacce del bestione. "Perché vuoi farlo correre, fratellino?" intervenne Scimmiotto. "Lascialo andare a modo suo." "Il fatto è che si fa tardi e mi è venuta una gran fame, dopo tutta quella arrampicata. Sbrighiamoci a trovare un abitato dove si possa mendicare cibo." "Se è questo che vuoi, ci penso io." Bastò che lanciasse un grido e agitasse il suo randello, perché il cavallo si mettesse a galoppare veloce come una freccia. Perché il cavallo temeva il Novizio e non Porcellino? chiederete. Il motivo era che cinquecento anni prima Scimmiotto era stato equipuzio nelle scuderie dell'Imperatore di Giada. È una tradizione che dura ancora: i cavalli hanno paura delle scimmie. Le redini sfuggirono al reverendo, che dovette aggrapparsi alla sella. Il cavallo bianco riprese l'ambio solo dopo aver galoppato per una ventina di li. D'un tratto si udì un colpo di gong e, dai lati della strada, sbucò una trentina di uomini armati di lance, sciabole e bastoni: sbarravano il cammino gridando: "Dove credi di andare, bonzo?" Tripitaka si spaventò; tremava tanto che cadde da cavallo, e rovesciato nell'erba balbettava: "Pietà, risparmiatemi, grandi re!" "Non ti toccheremo" gli dissero due omaccioni che dovevano essere i capi, "a patto che tu ci dia il tuo viatico." Solo allora il reverendo si rese conto di essere incappato nei briganti di strada. Si alzò in piedi e li guardò: Uno ha la faccia vinosa e i denti in fuori, eclisse della stella della disgrazia; l'altro, con i globi sporgenti dei suoi occhiacci, promette funerali. Irti capelli rossi incendiano le loro tempie; setolosi peli giallastri costellano di spine il loro mento. Berretti di pelle di tigre calcati in capo, gonnelle da battaglia di martora cinte alla vita; uno stringe un bastone armato di denti di lupo, l'altro appoggia sulla spalla uno staffile nodoso di giunchi. Fanno pensare alla tigre di montagna e al drago che sorge improvviso dall'acqua. Davanti a quei ceffi patibolari, Tripitaka giunse le mani davanti al petto e implorò: "Grandi re, il povero monaco che sono è inviato dal sovrano dei Tang delle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Ho lasciato Chang'an da tanti anni, che non mi resta nulla del mio viatico. Noi che abbiamo lasciato le nostre famiglie viviamo di elemosine. Come potremmo avere denaro con noi? Ripongo ogni speranza nella vostra misericordia: lasciate andare l'umile monaco che sono!" "Il nostro è mestiere da tigri" risposero i due capi. "Non blocchiamo la strada maestra per divertirci, ma per far grana. Non perdere tempo a sviolinare di misericordia: se non hai soldi spogliati, lascia i vestiti e il cavallo, e potrai passare." "Emituofo!" supplicò Tripitaka. "Ho mendicato questo vestito pezzo per pezzo: chi mi ha dato la stoffa, chi ha donato le cuciture. Se mi spogliate mi condannate a morte. Non avete che questa vita per agir bene, nella prossima rischiate di trovarvi mutati in bestie selvagge." Uno dei briganti si innervosì e alzò un gran randello per assestargli un colpo in testa. Il reverendo pensava: "Infelice! Credi di avere un buon randello, ma non hai visto quello del mio discepolo." Davanti al bastone levato il reverendo, che in vita sua non aveva mai mentito, si lasciò andare a un trucchetto di bassa lega: "Non toccarmi! Mi seguono dei discepoli: sono loro che portano i soldi, parecchi tael d'argento. Prendete quelli." "Non c'è gusto a picchiare questo bonzo meschino, che andrebbe subito fuori combattimento. Legatemelo bene." I briganti si gettarono su di lui, lo legarono e lo appesero al ramo più alto di un albero. Intanto i tre discepoli inseguivano il cavallo. "Il maestro è partito a tutta birra, mi chiedo se gli verrà in mente di fermarsi ad aspettarci" diceva Porcellino ridendo. Quando vide il maestro appeso all'albero esclamò: "Guardate che roba! Non gli bastava aspettare, si è arrampicato su una pianta e fa l'altalena con le liane." "Scemo!" disse Scimmiotto. "Non vedi che qualcuno l'ha legato? Avanzate piano, che io vi precedo per osservare la situazione." Salì su un'altura e vide che si trattava di una banda di briganti. "Che bellezza! Finalmente trovo un'occasione di divertirmi." Con una scossa si trasformò in un bonzetto sui sedici anni, vestito di nero e con la bisaccia azzurra sulle spalle. Andò a gran passi sotto l'albero, guardò su e chiese al maestro: "Che cosa significa? Chi sono questi cattivi?" "Discepolo, non fare tante domande, tirami giù." "Ma questa gente chi è?" "Sono briganti da strada che mi hanno fermato e vogliono soldi. Visto che non ne avevo, mi hanno appeso qui per aspettarvi: altrimenti avrei dovuto cedergli il cavallo." "Maestro" si mise a ridere Scimmiotto, "come al solito non siete all'altezza della situazione. Non sarà facile trovare altri bonzi malleabili come voi. Voi siete mandato in missione da Taizong, imperatore dei Tang: nessuno vi può privare del vostro cavallo drago." "Caro discepolo, che ci posso fare? Vedi come mi hanno appeso. E se si fossero divertiti a picchiarmi?" "Voi che cosa avete detto?" "Mi hanno fatto perdere il sangue freddo; ho dovuto parlare di te." "Avreste potuto divagare. Che bisogno c'era di tirarmi in ballo?" "Per non farmi picchiare ho detto che tu avevi denaro, è stato un sotterfugio per causa di forza maggiore." "Va bene, non parliamone più. Grazie di avermi raccomandato a questa gente. Anche se lo faceste ventiquattro volte al mese, il vostro vecchio Scimmiotto non potrebbe che ringraziarvi." Vedendo il Novizio in conversazione con il maestro, i banditi si fecero avanti e li circondarono: "Ehi, bonzettino! Tu tieni la grana sotto la cintura, ce l'ha detto il tuo maestro. Sgancia tutto, se volete uscirne vivi! Provati a farfugliare mezza scusa, e vi facciamo a pezzi tutti e due." "Signori ufficiali" rispose Scimmiotto posando il sacco, "è inutile far baccano. Certo che ho qui qualche riserva. Non è gran che: una ventina di lingotti d'oro e altri venti o trenta d'argento, senza contare gli spiccioli. Se li volete prendetevi il sacco, ma non toccate il mio maestro. Come dicono gli antichi libri: la virtù è fondamentale, le ricchezze sono secondarie; sono una cosa senza importanza. Noialtri monaci abbiamo sempre la risorsa di mendicare. Quando incontriamo uno spettabile donatore, ci dà vesti e regali: non manchiamo mai di niente. Tirate giù il maestro e prendete pure quello che vi pare." Alla banda questa arringa piacque molto. Dicevano: "Il vecchio è uno spilorcio, ma il giovanotto è di larghe vedute." E calarono Tripitaka dall'albero. Il reverendo si sentì rivivere, balzò a cavallo, lo frustò e partì al galoppo nella direzione da cui era venuto, senza curarsi di Scimmiotto. "Sbagliate strada!" gli gridò il Novizio, e prese il sacco per corrergli dietro. Ma i due capi briganti lo impedirono: "Dove credi di andare? Il sacco lo lasci qui, se non vuoi che ti tostiamo a modo nostro." "Visto che siamo fra gente che parla fuori dai denti" replicò ridendo Scimmiotto, "dividiamo i fondi in tre." "Che bonzetto furbacchione!" disse uno dei due. "Vuol tenersi qualcosa all'insaputa del maestro. Va bene: tu sgancia e facci vedere. Se i soldi sono tanti come dicevi, ti daremo la mancia per comperarti le caramelle." "Non avete capito niente, belli miei" replicò Scimmiotto. "Che cosa credete? Io non ho un soldo. I fondi da spartire sono quelli che avete ammucchiato voi, facendo il vostro mestiere." La proposta mandò i briganti fuori dai gangheri. Soffocando di rabbia urlavano: "Sfacciato! Bonzo impunito! Non vuol mollare niente e si aspetta che lo facciamo noi! Sta fermo e vedrai che cosa ti molliamo!" Uno dei due capi picchiò con il suo staffile sette od otto volte il cranio rasato di Scimmiotto, che non fece una piega e con un bel sorriso disse: "Amici miei, potete continuare a picchiare fino alla prossima primavera, ma non serve a niente." "Che testa dura, questo bonzo!" esclamò meravigliato il brigante. "Mi confondete" disse Scimmiotto ridendo. "Non merito tanti complimenti, ma devo ammettere che me la cavo." I briganti gli saltarono addosso riempiendolo di botte. "Calma, signori" disse Scimmiotto; "ho qualcosa da farvi vedere." Si tastò dietro l'orecchio e ne cavò un ago da ricamo: "Signori, noi monaci siamo poveri: non ho altro da offrirvi che questo ago." "Che scalogna! Ci siamo lasciati scappare il bonzo ricco e c'è rimasto in mano questo pidocchioso ciuco tonsurato. Che ce ne facciamo del tuo ago?" Scimmiotto se lo rigirò fra le mani e lo trasformò in un grosso randello. "Il giovincello ci sa fare, con la magia!" esclamò allarmato uno dei capi. Scimmiotto piantò il randello per terra e dichiarò: "Lo do a chi riesce a prenderlo." I due capi si fecero avanti ma, poveretti, non riuscirono a spostarlo di un pelo: come libellule alle prese con una colonna di marmo. Non potevano sapere che la sbarra cerchiata d'oro pesava trentatremila libbre sulle bilance del Cielo. Scimmiotto si accostò, la sollevò senza sforzo e la puntò sui malfattori, danzando la figura del pitone che si attorce e si srotola: "Che guaio vi càpita, siete incappati proprio nel vecchio Scimmiotto! Oggi non avete fortuna..." Un bandito tornò alla carica scaricandogli addosso una sessantina di colpi alla disperata, ma il Novizio rise: "Ti stanchi le mani; ti restituirò un colpetto solo, col mio bastone, senza calcare troppo la mano." Roteò la sbarra dandole il diametro di una vera di pozzo e un'ottantina di piedi di lunghezza. Uno dei capi briganti ne fu sfiorato, cadde nella polvere e non si mosse più. L'altro si mise a gridare: "Questa canaglia di monaco esagera! Invece di sganciare i soldi, ha ammazzato uno di noi!" "C'è tempo a tutto" replicò sorridendo Scimmiotto. "Uno per volta, troverete tutti quello che vi spetta." Un altro tocco della sbarra uccise anche il secondo capo; il resto della banda, terrorizzato, scappò da tutte le parti abbandonando le armi. Intanto Tripitaka, che galoppava verso est, incontrò Porcellino e Sabbioso che trattennero il suo cavallo: "Dove andate, maestro? Sbagliate direzione." "Discepoli" disse il reverendo, "correte ad avvertire il vostro compagno prima che sia troppo tardi; ditegli di tener ferma la sua sbarra e di non uccidere i briganti." "Aspettatemi qui: vado e torno" disse il bestione, e rifece di corsa la strada gridando a squarciagola: "Fratello, il maestro ti ordina di non ammazzare!" "Non ho ammazzato nessuno" bofonchiò Scimmiotto. "E allora i briganti dove sono?" "Quei due là si sono addormentati, gli altri se la sono data a gambe." Porcellino si mise a ridere: "Li prenda la peste! Quei due devono essersi dati ai bagordi tutta notte, per cadere addormentati senza cercare neppure un posto adatto per dormire." E andò a guardarli da vicino: "Fanno come me, dormono con la bocca spalancata e sbavano." "Il fatto è che gli ho spremuto il formaggio di soia dalla testa." "Quale formaggio avrebbe in testa la gente?" "Gli ho fatto schizzare un pochino di cervella." Quando Porcellino intese che avevano la testa sfondata, ritornò di corsa da Tripitaka ad annunciare: "I briganti si sono sbandati." "Molto bene. Da che parte sono fuggiti?" "Sono rimasti sul posto: hanno preso una tale randellata che li ha fatti secchi. Dove potevano fuggire?" "Perché mi hai detto che si erano sbandati?" "Be', sono morti ammazzati: non è anche quello un modo di sbandarsi?" "Come li ha ammazzati?" "Gli ha fatto un buco in testa." "Apri il sacco, prendi un po' di soldi e va subito a comprare una pomata." "Scherzate, maestro. La pomata cura bernoccoli e ferite dei vivi. A che serve spalmarla su un cadavere?" "Li ha proprio uccisi?" brontolò Tripitaka contrariato; e si mise a borbottare varie osservazioni poco lusinghiere sulle scimmie. Si recarono tutti insieme nel luogo dove giacevano i cadaveri coperti di sangue. Lo spettacolo era insopportabile per il reverendo, che ordinò a Porcellino: "Scava una fossa per seppellirli, mentre io recito il sutra dei morti." "Sbagliate indirizzo, maestro" protestò Porcellino. "Li ha ammazzati Scimmiotto; tocca a lui bruciarli o sotterrarli. Perché dovrebbe essere il vecchio Porcellino a fare il beccamorti?" Il Novizio, messo di cattivo umore dai rimproveri del maestro, gridò: "Brutto fannullone! Sotterrali e non stare a discutere. Se la fai lunga, ti farò assaggiare il mio randello." Il bestione si impaurì. Scavò con il suo rastrello una fossa profonda tre piedi in fondo al pendio; raggiunse così uno strato roccioso in cui il suo attrezzo non aveva presa, lo abbandonò e si mise a frugare col grugno. Scoprì un punto in cui la roccia era spezzata e in pochi colpi approfondì la fossa di altri cinque piedi. Poi vi calò i corpi, li ricoperse e vi ammucchiò sopra un tumulo. "Consapevole del Vuoto" disse allora Tripitaka, "vammi a cercare incenso e ceri, per la cerimonia e la recitazione dei sutra." "Non vi rendete conto che siamo in mezzo alle montagne!" esclamò Scimmiotto con una smorfia di disappunto. "Qui non ci sono né villaggi né botteghe. Anche se avessimo soldi, dove potremmo procurarci ceri e incenso?" "Spostati, scimmia zuccona" brontolò Tripitaka furioso. "Sostituirò l'incenso con un pizzico di terra." In lutto il santo monaco, Spinto dalla bontà, Recita sulla tomba Solitaria una prece. "Vi saluto, uomini coraggiosi, e vi prego di ascoltare la mia preghiera e di intendere le mie ragioni. Ricordate che io sono un cinese inviato in missione dall'imperatore Taizong per cercare i testi dei sutra nel Paradiso dell'Ovest. Mentre passavo per questo territorio, ho incontrato per caso la banda che avevate formato fra le montagne; io non vi conoscevo, non so nemmeno da quale cantone o prefettura venite. Vi ho supplicato con dolci e civili parole, ma non mi avete ascoltato e avete risposto alla bontà con l'ira. Allora vi siete imbattuti nel Novizio e siete caduti sotto i colpi della sua sbarra. Per pietà dei vostri cadaveri esposti alle intemperie, li ho fatti seppellire sotto un tumulo, ho usato rametti di bambù verde a guisa di bastoncini d'incenso e ho messo tutto il mio cuore in questa povera cerimonia. Non posso offrirvi che pietre insensibili e insipide, ma lo faccio con sincerità. "Quando giungerete davanti al tribunale infernale, e si sradicherà l'albero per giudicarne le radici, ricordate che lui si chiama Scimmiotto e io mi chiamo Chen: sono nomi diversi, ciascuno ha il suo. Ogni torto al suo autore, ogni debito al suo debitore: non vi querelate contro di me, il monaco in cerca delle scritture!" "Maestro" commentò Porcellino ridendo, "siete bravo a discolpare voi stesso, ma nemmeno noi due eravamo sul posto quando sono stati colpiti." Tripitaka riprese la preghiera raccogliendo un altro pizzico di terra: "Se vi querelate, uomini coraggiosi, denunciate solo Scimmiotto: Porcellino e Sabbioso non c'entrano." Il grande santo sogghignò amaramente: "Grazie, maestro, apprezzo la dimostrazione di amicizia. Per conto mio mi sono prodigato tante volte, mi sono dato tanta pena per voi in questa ricerca, e voi ora incitate queste due canaglie di briganti a denunciarmi. Li ho uccisi per proteggere voi. Non sarei qui e non mi sarei trovato in questa necessità, se non foste partito alla ricerca delle scritture e se io non fossi divenuto vostro discepolo. Anch'io voglio fare un'invocazione a modo mio." Batté tre volte la sua sbarra sul tumulo e dichiarò: "Vi prenda la peste, briganti! Mi avete picchiato davanti e di dietro; non mi sono certo messo a piangere, ma mi avete fatto perdere la pazienza: la vostra sfortuna ve la siete andata a cercare. Ora che i miei colpi vi hanno ammazzato, potete andare a raccontare tutto quello che volete: non farete certo paura al vecchio Scimmiotto. "L'Imperatore di Giada mi conosce, i re celesti mi dànno retta, le ventotto case mi temono, i nove luminari hanno paura di me. Si inginocchiano davanti a me gli dèi delle mura e dei fossati di ogni prefettura e sottoprefettura. Uguale al Cielo del Picco dell'Est trema quando mi vede. I dieci giudici dell'Inferno sono stati al mio servizio, gli dèi dei cinque cammini della fortuna si rivolgono a me come a un fratello maggiore, i cinque direttori dei tre mondi e i ministri dei dieci orienti sono tutti vecchie conoscenze e buoni amici. Andate a fare tutte le denuncie che volete." Tripitaka fu impressionato dalla violenza di questo discorso e si credette in dovere di aggiungere: "Discepolo, con la mia preghiera intendevo soltanto inculcarti la virtù del rispetto della vita, perché tu diventi buono e caritatevole: non dovevi prendermi sul serio." "Non mi sembra un'occasione adatta per gli scherzi" rispose Scimmiotto. "Comunque si sta facendo tardi; dobbiamo cercare riparo per la notte." Il reverendo non poté far altro che dissimulare il proprio risentimento e risalire a cavallo. Scimmiotto si sentiva ingiustamente offeso, a Porcellino e Sabbioso non era ignota la gelosia: sotto l'apparente armonia, una sorda ostilità divideva maestro e discepoli. Mentre camminavano lungo la strada maestra, videro al nord una fattoria. Si presentava bene: Invasi i sentieri dai fiori selvatici, ombreggiato il portale da begli alberi. Dalla rupe lontana precipita una cascata, nei campi pianeggianti crescono frumento e girasoli. Giuncheti umidi di rugiada circondano l'aereo padiglione, salici e pioppi mossi dalla brezza dànno sostegno agli uccelli stanchi del volo. Il turchese dei cipressi rivaleggia con lo smeraldo degli abeti. L'erigeron scarlatto domina il poligono in una gara di profumi. I cani del villaggio abbaiano, i galli della sera cantano, vacche e montoni rientrano dal pascolo nella stalla. Il fumo dei focolari su cui cuoce il miglio si confonde con le brume serali: è il momento in cui la casa alpestre va sfumando nel crepuscolo. Il reverendo, che precedeva i compagni, vide un vecchio uscire da una capanna e lo salutò giungendo le mani. "Da dove venite, monaco?" "Sono inviato dall'imperatore dei grandi Tang delle terre dell'Est alla ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Poiché la nostra strada passa da queste parti e scende la sera, mi sono permesso di venirvi a chiedere se potrei pernottare nella vostra residenza." "Il vostro nobile paese è talmente lontano da qui" si stupì sorridendo il vecchio, "che è difficile credere che abbiate potuto superare da solo tanti fiumi e montagne." "Avete ragione. Sono accompagnato da tre discepoli." "Dove sono i vostri eminenti discepoli?" "Eccoli laggiù, sul ciglio della strada maestra" rispose Tripitaka additandoli. Il vecchio alzò lo sguardo e, alla vista di quelle facce spaventose, voleva correre a rinchiudersi in casa. Ma Tripitaka lo trattenne dicendogli: "Rispettabile donatore, vogliate avere l'immensa compassione di darci un giaciglio per la notte." Il vecchio tremava, faceva di no con la testa e agitava le mani, mentre i suoni gli uscivano a stento dalla gola serrata: "Non hanno aspetto umano... Sono mostri..." "Non temete, caro donatore" insisté Tripitaka sorridendo. "I miei discepoli non sono mostri; sono fatti così fin dalla nascita." "Ma, reverendo, sono uno yaksa, un diavolo a muso di cavallo e il duca del tuono!" Questi epiteti fecero arrabbiare Scimmiotto, che urlò a squarciagola: "Eccolo qua Scimmiotto, duca del tuono! Lo yaksa è il mio pronipote e il diavolo a muso di cavallo il mio bis pronipote!" Il vecchio sentì le sue anime abbandonarlo e pensava solo a rifugiarsi in casa. Tripitaka lo accompagnò verso la capanna sostenendolo e dicendogli: "Caro donatore, non dovete aver paura di loro; sono semplicemente delle persone grossolane, che non sanno parlare educatamente alla gente." Mentre così lo confortava, comparve una donna che teneva per mano un bambino di cinque o sei anni. "Babbo, che cosa ti spaventa tanto?" "Prepara il tè, mamma" articolò a fatica il vecchio. La donna lasciò il bimbo e rientrò per preparare il tè. Dopo averlo bevuto, Tripitaka si alzò dalla seggiola su cui si era seduto, per salutare la donna: "L'umile monaco che sono è inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est alla ricerca dei sutra. Quando siamo giunti nel vostro nobile paese, ho sollecitato il favore di poter passare una notte nella vostra residenza. Ma il brutto aspetto dei miei tre discepoli ha provocato questo timore ingiustificato del venerato capo famiglia." "Tanta paura solo perché sono brutti?" si stupì la donna. "Che ti succederebbe se vedessi una tigre o una pantera?" "Mamma, non sono tanto le loro facce a terrificarmi, quanto il loro modo di parlare. Ho detto che sembravano uno yaksa, un diavolo a testa di cavallo e il duca del tuono; allora l'ultimo dei tre mi ha risposto che si chiamava Scimmiotto, e che gli altri erano i suoi discendenti. È questo che mi ha fatto paura." "Ma no!" disse Tripitaka. "Scimmiotto è il mio discepolo anziano. Porcellino, il secondo, è quello che può far pensare a un diavolo a testa di cavallo; e quello che vi sembra uno yaksa si chiama Sabbioso. Per quanto siano brutti, sono monaci che osservano la dottrina e compiono buone azioni per raccoglierne i frutti. Non sono affatto creature malefiche, e non è il caso di averne paura." Venendo a sapere che erano monaci e che avevano un nome, la vecchia coppia si sentì rassicurata: "Dunque fateli entrare, prego!" Il reverendo uscì a chiamare i discepoli, e prima che entrassero raccomandò: "Comportatevi bene e mostrate un po' più rispetto delle persone di quanto fate di solito. Il vecchio, a vedervi, si è preso una bella paura." "Io sono bello e gentile" disse Porcellino. "Semmai è il mio primo condiscepolo che è impulsivo e zotico." "Certo che potresti essere un bel ragazzo" commentò Scimmiotto ridendo. "Basterebbe tagliarti via quel grugno, le orecchie larghe e la testaccia schifosa." "Non cominciate i battibecchi" intervenne Sabbioso, "non è il momento di fare dello spirito. Entriamo." Con bagagli e cavallo entrarono dunque nella sala comune della capanna, fecero una bella riverenza e si sedettero. La saggia moglie si portò via il bambino e andò a ordinare che si mettesse il riso al fuoco per servire un pasto di magro. Quando maestro e discepoli ebbero mangiato, poiché cadeva la notte, si portarono lampade per continuare la conversazione alla loro luce. "Qual'è il vostro stimato nome, caro donatore?" chiese il reverendo. "Mi chiamo Yang." E alla richiesta dell'età: "Ho settantaquattro anni." "Quanti figli avete?" "Uno solo. Quello che la mamma ha portato con sé è il mio nipotino." "Pregate vostro figlio di venire qui. Mi piacerebbe poterlo salutare." "Non lo merita proprio; ho la sfortuna di non averlo saputo educare. D'altronde non è in casa." "Dove vive?" Il vecchio scosse il capo e sospirò: "Ahimè, se si accontentasse di vivere pacificamente in qualche posto, sarei felice. Ma pensa solo al male: invece di esercitare il suo mestiere di contadino, non fa che saccheggiare case, rapinare viaggiatori, ammazzare e incendiare. Fa lega solo con i cani e con le volpi. Da cinque giorni è partito e non lo si è più visto." Tripitaka pensò, senza osare di dirlo: "Magari è uno di quelli che Consapevole del Vuoto ha ucciso." Si sentì a disagio e s'inchinò per dire: "Bontà divina! Com'è possibile che genitori tanto saggi abbiano un figlio malvagio?" Scimmiotto si avvicinò: "A che vi serve, vecchio signore, un figlio simile? Un malvivente ladro e violento rischia di coinvolgere anche i suoi genitori. Ve lo andrò a cercare e lo sopprimerò, per rimettere tutto a posto." "Qualche volta sono stato io stesso sul punto di farlo" rispose il vecchio. "Ma non ho altri figli: per cattivo che sia, dovrà pensare lui a seppellirmi." Sabbioso e Porcellino si misero a ridere: "Fratello, non ti immischiare. Noi non siamo mica la polizia; se quello si comporta male, non sono fatti nostri. Chiedi piuttosto al nostro donatore una balla di paglia e un angolo per dormire. All'alba dovremo ripartire." Il vecchio si alzò, guidò Sabbioso nella corte posteriore alla ricerca di due balle di paglia e li sistemò per la notte in un capanno di stoppie. Scimmiotto legò il cavallo, Porcellino portò dentro i bagagli e tutti entrarono con il reverendo per mettersi a letto. Bisogna sapere che il figlio del vecchio Yang faceva proprio parte della banda di briganti che Scimmiotto aveva disperso quel giorno. Verso la quarta veglia, alle due del mattino, i banditi giunsero alla porta e bussarono. Il vecchio si infagottò nella veste e disse alla moglie: "Mamma, ecco i ragazzi." "Apri e falli entrare." Tutta la banda si precipitò dentro gridando: "Abbiamo fame, dacci da mangiare." Il figlio del vecchio Yang si precipitò nelle stanze interne, svegliò sua moglie e le ordinò di cuocere il riso e di mettere in tavola. Poiché in cucina mancavano fascine, uscì a prenderne nella corte posteriore e rientrando chiese alla moglie: "Da dove viene quel cavallo bianco?" "È di un bonzo dell'Est in cerca di scritture. Passa la notte qui da noi. I nonni gli hanno offerto la cena e l'hanno messo a dormire nel capanno." Il marito corse dai suoi soci ridendo e battendo le mani: "Che fortuna, ragazzi! Il nostro nemico è venuto ad alloggiare proprio qui." "Quale nemico?" "Il bonzo che ha ammazzato i nostri capi: ora dorme nel capanno." "Magnifico! Adesso li prendiamo, quei ciuchi tonsurati, li facciamo a pezzi e li mettiamo in salamoia. Vendichiamo i nostri capi e ci guadagniamo i bagagli e il cavallo." "Non precipitiamo le cose. Aspettate che sia pronto il riso, e intanto affilate i coltelli. Quando saremo a pancia piena, andremo tutti insieme." E si misero al lavoro: chi affilava le sciabole, chi la punta delle lance. Il vecchio, che li aveva sentiti, scivolò nella corte posteriore e svegliò i pellegrini: "Mio figlio è arrivato con la sua banda. Hanno saputo che siete qui e vi vogliono uccidere. Non posso certo permetterlo, se penso come venite da lontano. Raccogliete i vostri bagagli: vi farò uscire dal cancello verso la campagna." Tripitaka si prosternò, tutto tremante, per ringraziare il vecchio, ordinò a Porcellino di prendere il cavallo, a Sabbioso di portare i bagagli e a Scimmiotto di reggergli il bastone da pellegrino. Il vecchio aprì il cancello dei campi perché fuggissero e, a passi felpati, ritornò nel suo letto. Era trascorsa la quinta veglia quando finirono di affilare le armi e di mangiare. Allora si precipitarono tutti nella corte, ma scoprirono che la preda era scomparsa. Cercarono intorno con torce e lampade, e videro aperto il cancello dei campi. "Sono scappati di là!" gridarono i briganti. "Inseguiamoli!" E corsero via come frecce. Scorsero il monaco cinese quando ormai si alzava il sole: egli si volse e vide venti o trenta persone che correvano verso di lui agitando sciabole e lance. "Discepoli, i briganti ci hanno raggiunto; che cosa facciamo?" "State tranquillo" rispose Scimmiotto, "ve ne sbarazzo io." "Consapevole del Vuoto, puoi fargli paura, ma niente di più. Non li devi uccidere." Il Novizio non era d'umore da badare a queste raccomandazioni. Brandì la sua sbarra e si volse ad accoglierli: "Dove andate, signori?" "Canaglia tonsurata, pagherai cara la vita dei nostri capi!" gridavano i briganti. Circondarono Scimmiotto e fecero piovere i loro colpi su di lui. Il grande santo roteò la sua sbarra dandole il diametro di una tazza, e in pochi colpi disperse la banda come una nuvoletta nel vento ai quattro angoli del cielo. Chi riceveva un colpo moriva subito, chi ne era sfiorato se la cavava con le ossa rotte e la pelle lacerata. Pochi furbi erano fuggiti in tempo; gli altri furono presto in viaggio per visitare i giudici dell'Inferno. Tripitaka, a cavallo, vide cadere tutti quegli uomini e si spaventò: partì al galoppo verso l'occidente, con Porcellino e Sabbioso alle calcagna. "Dov'è il figlio del vecchio Yang?" chiese Scimmiotto a un ferito. "Monsignore, è quello con la veste gialla" gemette il brigante. Scimmiotto gli si accostò, afferrò la sua sciabola, gli mozzò il capo e se lo portò via sotto braccio, grondante sangue. In pochi balzi raggiunse Tripitaka: "Maestro, ecco il figlio ribelle del vecchio Yang: questa è la sua testa." Tripitaka divenne livido e cadde da cavallo: "Maledetto macaco, vuoi farmi morire di paura! Porta via quella cosa, non farmela vedere!" Porcellino lanciò la testa con un calcio al bordo della strada e la coprì di terra con il suo rastrello. Sabbioso posò il carico e andò ad aiutare il maestro a rialzarsi. Il reverendo ritornò in sé, seduto per terra, e incominciò a recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio. L'infelice Novizio si rotolava per terra, con le orecchie rosse, la faccia scarlatta e gli occhi fuori dalle orbite, e gridava: "Basta, Basta!" Ma il reverendo ricominciò per una diecina di volte. Scimmiotto si contorceva e si rotolava dal dolore, urlando: "Maestro, perdonatemi! Ditemi quello che avete da dire, ma smettetela!" Infine Tripitaka smise e gli rispose: "Non ho niente da dirti. Non ti voglio più, ritorna da dove vieni." "Maestro" pregò il Novizio prosternandosi malgrado il dolore, "perché mi scacciate?" "Maledetta scimmia, la tua violenza sorpassa ogni limite, ed è indegna di un pellegrino in cerca delle scritture. Ieri ti avevo rimproverato la tua crudeltà, quando avevi ucciso i capi della banda. Dobbiamo la cena e il riposo della notte a quel vecchio, che ci ha salvato la vita facendoci fuggire. Che suo figlio fosse un delinquente non era affar nostro: tu non potevi decapitarlo, e ancor meno distruggere tante vite e attentare continuamente all'armonia dell'universo. Ti ho tanto esortato, ma non è servito a nulla: in te non c'è un'oncia di bontà. A che cosa servi? Vattene via, se non vuoi che ricominci a recitare l'incantesimo." "Lasciate stare, me ne vado!" gridò Scimmiotto spaventato. E con un balzo nelle nuvole scomparve senza lasciare traccia. Ahimè, è il caso di dirlo: Non prepara cinabro cuor violento, E non compie la Via spirito instabile. Se in fin dei conti non sapete dove andò il grande santo, ascoltate il seguito. 第057回 LA FALSA SPEDIZIONE IN OCCIDENTE · IN CUI SCIMMIOTTO ESPONE LE SUE LAGNANZE SUL POTALAKA, E IL FALSO RE DELLE SCIMMIE LEGGE IL RESCRITTO IMPERIALE. Si è detto in quali circostanze partì il grande santo Scimmiotto. Si sentiva depresso e contrariato: dove andare? Poteva ritornare alla Grotta del Sipario Torrenziale, sul Monte di Fiori e Frutti; ma temeva che i suoi andirivieni sarebbero apparsi ai suoi mostriciattoli ridicoli e indegni di un prode. Cercare rifugio in Cielo? Avrebbe corso il rischio che non autorizzassero un soggiorno prolungato. Le isole del mare? Davanti agli immortali delle tre isole si sarebbe vergognato. La residenza dei draghi? Sarebbe stato insopportabile comparire in veste di postulante. Non sapeva proprio che fare di sé stesso, e si disse con amarezza: "Tanto peggio. Per conseguire il giusto frutto, non c'è che ritornare dal maestro." Dunque abbassò la sua nuvola e ricomparve davanti al cavallo di Tripitaka: "Maestro, per questa volta dovete perdonare il vostro discepolo. Non ricomincerò; ormai non ricorrerò più alla violenza e accetterò ogni vostro precetto. Vi supplico, lasciate che ritorni a proteggere il vostro viaggio a Occidente." Ma il monaco cinese, invece di rispondere, si mise a recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio, e lo ripeté per una ventina di volta, mentre il grande santo si contorceva per terra e il cerchio gli entrava di un buon pollice nel cranio. Infine gli chiese: "A che pro sei venuto a importunarmi?" "Non lo recitate più, vi prego! Potrei stabilirmi altrove, ma temo che senza di me non riuscirete mai a raggiungere il Paradiso dell'Ovest." "Quante volte mi hai coinvolto nei tuoi massacri e distruzioni di vite, macaco!" esclamò Tripitaka trasportato dalla collera. "Adesso basta, non voglio più saperne di te. Che io arrivi o no alla meta del mio viaggio, non ti riguarda. Vattene via! Se mi resti dattorno, ricomincio a recitare l'autentica formula; e non mi fermerò prima di averti fatto schizzare il cervello fuori dal cranio." Scimmiotto si rese conto che non c'era modo di far mutare avviso al suo maestro; in preda a dolori insopportabili, rifece la capriola nelle nuvole. A un tratto gli venne un'idea: "Poiché il bonzo non vuole più saperne di me, andrò sul Potalaka a parlarne con la pusa Guanyin." In meno di due ore raggiunse i mari del Sud e atterrò dritto sul Monte Potalaka. Mentre si inoltrava nel Boschetto dei Bambù Porporini, vide venirgli incontro il novizio Moksa che lo salutò chiedendo: "Dove andate, grande santo?" "Ho bisogno di vedere la pusa." Moksa lo guidò all'ingresso della Grotta del Rumore di Marea, dove fu ricevuto dal ragazzo di Buona Fortuna, che lo salutò: "Che cosa vi conduce da queste parti, grande santo?" "Ho subito dei torti di cui mi vorrei querelare con la pusa." Il ragazzo scoppiò a ridere: "La nostra scimmia è la solita furbacchiona. Ricordo bene quanti imbrogli mi facesti, al tempo in cui mi ero impadronito del monaco cinese. La nostra pusa misericordiosa e compassionevole ha fatto voto di soccorrere ogni pena e ogni dolore con il Grande Veicolo, nella sua santa bontà senza fine né limiti. Che cosa non ti piace, perché tu possa querelarti contro di lei?" Scimmiotto era già di malumore. A queste parole esplose con una tale violenza che quasi fece cadere a terra il ragazzo di Buona Fortuna: "Come sei zotico, ragazzetto ingrato e stupido! Quando facevi il mostro, fui io a pregare la pusa di prenderti al suo servizio e di rimetterti sulla retta via; se hai avuto felicità eterna, libertà e longevità uguale al Cielo, a chi lo devi se non al vecchio Scimmiotto? Eppure mi vieni a insultare. Io mi lamento di fatti per cui devo chiedere aiuto alla pusa; come puoi dire che mi lamento di lei?" "La nostra scimmia è sempre stata uno zolfanello" replicò sorridendo il ragazzo. "Scherzavo. Non prendere tutto sul serio!" Il pappagallo bianco venne a svolazzare intorno a loro: compresero che la pusa li convocava. Moksa e Buona Fortuna lo condussero ai piedi del trono di loto; Scimmiotto levò rispettosamente gli occhi su Guanyin e si inchinò fino a terra, senza riuscire a trattenere lacrime e singhiozzi. La pusa ordinò a Moksa e a Buona Fortuna di aiutarlo a rialzarsi: "Consapevole del Vuoto, dimmi chiaramente che cosa ti dà tanta pena. Non piangere: ti toglierò questo dolore e lo sopprimerò." "Non avevo mai subito un torto simile" disse Scimmiotto piangendo e inchinandosi di nuovo. "Da quando mi avete liberato dal castigo del Cielo, mi sono comportato da sramana fedele all'insegnamento del Buddha, ho protetto il monaco cinese nella sua ricerca dei sutra, ho rischiato la vita per salvarlo dagli ostacoli demoniaci. Ma è stato come togliere una lisca dalla gola della tigre, o sollevare scaglie sul dorso del drago. Ho riposto ogni speranza nel ritorno alla verità e nel conseguimento del giusto frutto, ho fatto di tutto per redimermi dai miei peccati e per liberarmi dai cattivi pensieri. Non avrei mai creduto che il reverendo si mostrasse così ingrato, compromettesse ogni possibilità di migliorare il mio destino e mi infliggesse il dolore di non distinguere il bianco dal nero." "Spiegati meglio, ti ascolto." Scimmiotto raccontò nei particolari come si era trovato ad ammazzare i briganti di strada e ciò che ne era seguito. Spiegò come tutti quei morti ammazzati avessero mosso la bile del monaco cinese, al punto che, senza distinguere il bianco dal nero, si era messo a recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio e l'aveva ripetutamente scacciato. Non sapendo dove andare, né in cielo né in terra, era venuto appunto per riferire i fatti alla pusa. "Tripitaka viaggia per incarico imperiale. È un monaco che coltiva il bene con tutto il suo cuore e non può tollerare che si attenti in qualunque modo a qualsiasi forma di vita. Con i poteri che hai, che bisogno avevi di battere a morte quei briganti? Sono dei malvagi, ma sono pur sempre esseri umani che non si devono uccidere. Se ammazzi mostri, lamie o altre creature malefiche acquisti meriti; ma se uccidi uomini, dimostri solo la tua inumanità. Per liberare il maestro ti sarebbe bastato di metter loro paura. A mio imparziale avviso, il torto sta dalla tua parte." Il Novizio si prosternò trattenendo le lacrime: "Anche se ho fatto male, avrei potuto riscattarmi in seguito con buone imprese; non meritavo di essere scacciato così. Vi supplico, nella vostra grande misericordia, di recitare l'incantesimo che apre il cerchio, in modo che possa togliermelo dalla testa e rendervelo. Lasciatemi ritornare a vivere nella Grotta del Sipario Torrenziale." "Fu il Beato in persona a insegnarmi l'incantesimo della costrizione del cerchio" replicò sorridendo Guanyin. "L'anno in cui mi mandò nell'Est a cercare qualcuno che potesse compiere questa ricerca, mi diede tre tesori: il kasâya di broccato, il bastone da pellegrino con nove anelli e i cerchi Strizza, Spezza, Schizza. Mi insegnò a metterli, ma non a toglierli." "Allora permettetemi di congedarmi." "Dove vuoi andare?" "Vado al Paradiso dell'Ovest a parlarne con il Beato; lui saprà come togliere il cerchio." "Aspetta: voglio prima verificare se le sorti sono favorevoli o no." "Per me è inutile; la mia sorte mi sta bene così com'è." "Non la tua, ma quella del monaco cinese." La brava Guanyin, seduta sul trono di loto, passava in rassegna tutto l'universo con il suo sguardo sapiente, facendolo scorrere sui tre mondi uno dopo l'altro. Quindi disse: "Consapevole del Vuoto, il tuo maestro sta per affrontare una prova che metterà in pericolo la sua vita: non tarderà a cercarti. Resta qui, mentre io vado a parlargli e gli chiedo di riprenderti con sé per realizzare il giusto frutto della sua ricerca." Scimmiotto dovette acconsentire e restarsene lì buono e tranquillo, rinunciando a combinarne qualcuna delle sue. Intanto il reverendo, scacciato Scimmiotto, aveva affidato il cavallo a Porcellino e i bagagli a Sabbioso. Avevano percorso insieme una cinquantina di li a buona andatura, quando Tripitaka tirò le redini: "Discepoli, abbiamo lasciato il villaggio prima dell'alba, e le contrarietà che mi ha dato l'equipuzio contribuiscono ad accrescere fame e sete. Chi di voi vuol mendicare qualcosa per nutrirmi?" "Smontate da cavallo, maestro. Vedrò se si trova qui intorno qualche villaggio in cui chiedere l'elemosina." Tripitaka smontò e Porcellino salì su una nuvola; ma per quanto scrutasse, non vedeva che picchi e montagne senza traccia di abitato. Porcellino ritornò a terra e disse a Tripitaka: "Non si vede neppure una capanna, non c'è nessun segno di possibili donatori." "Se non si possono trovare elemosine, cercami almeno dell'acqua per calmare la sete." "Andrò in cerca di un ruscello verso sud." Sabbioso gli tese la ciotola delle elemosine e Porcellino ritornò sulle nuvole. Il reverendo aspettava, seduto sul ciglio della strada, ma il bestione non si rivedeva; l'infelice soffriva la sete, con la lingua e la gola riarse. Lo attesta il poema: Per proteggere l'anima, va nutrito il respiro: Sentimenti e natura non fanno differenza. La malattia proviene da turbe dello spirito: Quando il corpo declina, la Via deve perire. È vana la fatica, se tu perdi i Tre Fiori, Inutile la lotta se subiscono danno Le Quattro Grandi Cose. Senza terra né legno, Soffron metallo ed acqua. Il corpo della legge Non si compie in mancanza dell'operosità. Sabbioso vedeva le sofferenze di Tripitaka, e alla fine non ne poté più: legò il cavallo, nascose i bagagli e propose: "Maestro, restate qui comodo, che io vado a sollecitarlo." Il reverendo, trattenendo le lacrime, acconsentì con un cenno del capo. Sabbioso balzò su una nuvola e scomparve anche lui verso sud. Il maestro lasciato solo ad aspettare, arso dalla sete, era in preda alle peggiori sofferenze. Si sentiva ridotto alla disperazione, quando a un tratto udì un rumore accanto a sé che gli fece alzare la testa di soprassalto: Scimmiotto era inginocchiato accanto a lui e gli tendeva una tazza di ceramica. "Maestro" disse, "come vedete, senza il vostro vecchio Scimmiotto, non potete nemmeno togliervi la sete. Bevete questa buona acqua fresca e aspettatemi, che vi andrò a mendicare del cibo." "Non voglio la tua acqua. Preferirei morir di sete. Non voglio più saperne di te, va via!" "Ma senza di me non raggiungerete mai il Paradiso dell'Ovest." "Che ci arrivi o no, non è affar tuo. Maledetto macaco, perché mi vieni a tormentare?" Il volto del Novizio arrossì di collera. "Questa testa rapata del malanno non ha sentimenti e mi ha insultato gravemente!" gridò nelle orecchie del reverendo, facendo roteare la sua sbarra e gettando via la tazza. Mentre Tripitaka cadeva svenuto, si impadronì dei sacchi di feltro nero e scomparve per aria portandoli con sé. Nel frattempo Porcellino, con la ciotola delle elemosine in mano, aveva disceso il pendio e scoperto in una valletta una capanna, che il fianco della montagna aveva fino allora nascosto alla vista. Avvicinandosi pensò: "Il mio muso spaventerà questa gente; avrò faticato per nulla e non mi faranno l'elemosina. Sarà meglio che mi trasformi." Il bestione fece un passo magico, recitò un incantesimo e, con qualche scossa, si trasformò in un grosso monaco dalla faccia gialla e malaticcia, che biascicava preghiere. Si fermò sull'uscio e gridò: "Donatori, se in cucina avanza un po' di riso, sappiate che c'è gente affamata sulla strada. Il povero monaco che sono viene dalle terre dell'Est e va al Paradiso dell'Ovest in cerca delle scritture. Il mio maestro è affamato e assetato: se vi avanzasse in fondo alla pentola un pugno di riso freddo e ce ne donaste un po', ci salvereste la vita." Gli uomini di casa erano tutti al lavoro in campagna; c'erano solo due donne che avevano appunto cotto il riso e ne stavano riempiendo due scodelle da portare nei campi. In fondo alla marmitta restava un po' di riso incrostato. A vedere quell'aria malata e a sentirlo vaneggiare di viaggi dall'est all'ovest, pensarono che delirasse e temettero che gli cadesse morto davanti alla porta di casa. Perciò si affrettarono a raschiare il fondo della pentola per riempire la sua ciotola. Quando fu piena, il bestione se ne tornò da dove era venuto. Mentre camminava si sentì chiamare: "Porcellino!" Alzò la testa e vide Sabbioso che gridava dall'alto della rupe: "Vieni da questa parte!" Poi gli venne incontro e domandò: "Dov'eri andato, invece di attingere l'acqua limpida di questo ruscello?" "Mentre venivo qui" rispose Porcellino, "mi sono accorto che nella valletta abita gente e sono andato a mendicare una ciotola di riso." "Serve anche quello, ma ora il maestro muore di sete; dove mettiamo l'acqua?" "È facile: raccogli il riso in un lembo del tuo vestito, e io riempirò la ciotola d'acqua." Ma quando ritornarono, videro Tripitaka giacere nella polvere con la faccia rivolta al suolo, mentre il cavallo bianco nitriva e scalpitava con i finimenti sciolti, e i bagagli erano scomparsi. Porcellino, spaventato, si batteva il petto e gemeva: "Non occorre dirlo, sono ancora quei briganti che Scimmiotto aveva scacciati: i superstiti sono ritornati a uccidere il maestro e a derubarci." "Va a riprendere il cavallo" gli disse Sabbioso. E si tormentava: "E adesso che cosa facciamo? È il disastro, non ci resta che abbandonare la corsa." E gridava: "Maestro!" con singhiozzi da spezzare il cuore. "Non piangere, fratello" diceva Porcellino. "Al punto in cui siamo, la ricerca delle scritture è finita. Tu veglia il corpo del maestro, che io monto sul cavallo e vado a cercare una bottega o un mercato dove possa venderlo per qualche tael, e comperarci una bara per seppellire il maestro. Poi non ci resterà che andarcene, ciascuno per la sua strada." Sabbioso, che non poteva rassegnarsi, ritornò accanto al corpo dell'infelice monaco cinese per cercare di riscaldargli il viso. Singhiozzava: "Che amaro destino, maestro!" Ma si accorse che un po' di fiato caldo usciva ancora dalle narici, e che qualche calore risiedeva ancora nel petto. Si mise a chiamare: "Vieni qui, Porcellino. Il maestro è ancora vivo." Anche Porcellino si avvicinò per sostenerlo, e pian piano il reverendo riprese i sensi. Dapprima gemette e poi si mise a vituperare 'quel maledetto macaco che l'aveva battuto a morte'. "Quale macaco?" chiesero Porcellino e Sabbioso. Il reverendo serrava le labbra e sospirava. Dopo che gli ebbero inumidito la gola con un po' d'acqua, disse finalmente: "Discepoli, mentre eravate via mi è venuto a importunare Consapevole del Vuoto. Poiché rifiutavo fermamente di riprenderlo, mi ha colpito col suo randello e si è portato via i due sacchi di feltro nero." A queste parole Porcellino digrignò i denti, con il cuore arso di indignazione: "Maledetta scimmia, come ha osato comportarsi così?" E si rivolse a Sabbioso: "Tu bada al maestro, che io vado da lui a reclamare i nostri sacchi." "Non perdere il sangue freddo. Sosteniamo il maestro fino a quella capanna nella valletta e chiediamo a quella gente un po' d'acqua calda per il riso che ti hanno dato. Sistemiamo prima il maestro, e poi partiremo per la ricerca." Porcellino seguì il consiglio e aiutò Tripitaka a montare a cavallo. Tutti e tre si diressero alla capanna, dove trovarono soltanto la vecchia, che a vederli arrivare cercò di nascondersi. "Buona signora" disse Sabbioso giungendo le mani, "siamo inviati della corte dei Tang delle terre dell'Est in cammino per il Paradiso dell'Ovest. Il nostro maestro non sta bene: ci occorrerebbe un po' di acqua calda per riscaldargli il riso." "Poco fa è passato di qui un monaco tisico che veniva dall'Est anche lui, e gli ho fatto l'elemosina di cibo. Qui non c'è nessun'altro in casa; vi prego, andate a cercare altrove." Il reverendo, con l'aiuto di Porcellino, scese da cavallo e si inchinò alla vecchia: "Cara signora, avevo tre discepoli che mi proteggevano nella ricerca delle scritture presso il Buddha del grande Monastero del Colpo di Tuono, nel divino paese dell'India. Ho dovuto separarmi dal mio primo discepolo, perché è dedito alla violenza e non segue la via del bene. Non mi aspettavo che ritornasse di nascosto, mi colpisse con il suo bastone e mi derubasse dei bagagli. Ora devo mandare uno dei due discepoli che mi restano a ricuperare le cose rubate. Ma la strada non è un luogo adatto per una lunga attesa: perciò siamo venuti alla vostra residenza per pregarvi di ospitarci. Non appena avremo ricuperato i nostri bagagli ce ne andremo." "Quel grosso monaco malaticcio che è venuto poco fa diceva anche lui di essere dell'Est. È possibile che si trovi in giro qui intorno un'altra comitiva come la vostra?" "Ero io" replicò ridendo Porcellino. "Con le orecchie larghe e il grugno lungo che ho, temevo di spaventarvi e di sentirmi rifiutare l'elemosina: perciò mi ero trasformato. Se non mi credete, guardate il riso che il mio condiscepolo porta con sé." La vecchia riconobbe il suo riso e li invitò a entrare. Poi mise l'acqua al fuoco e ne tese una ciotola a Sabbioso perché vi riscaldasse il riso; al maestro offrì del tè che lo rinfrancò. "Chi di voi andrà in cerca dei bagagli?" chiese il monaco cinese. "Io sono già andato una volta alla Grotta del Sipario Torrenziale" disse Porcellino. "Conosco la strada, e quindi tocca a me." "È meglio che tu non vada. Non ti sei mai inteso con il macaco, e il tuo modo di fare, o qualche parola pesante che finirà per sfuggirti, possono facilmente irritarlo e indurlo a batterti. Manderò Consapevole della Purezza." "Va bene, parto subito" disse Sabbioso. "Quando arriverai" raccomandò il reverendo, "valuta bene la situazione. Se ti rende i bagagli, fingi gratitudine. Altrimenti non stare a discutere; vai diritto dalla pusa dei mari del Sud, raccontale l'accaduto e pregala di aiutarci." Sabbioso ascoltò e promise, poi fece a sua volta le sue raccomandazioni a Porcellino: "Tu non brontolare e abbi cura del maestro. Non strapazzare la gente, o non ti daranno più riso. Io ritornerò presto." "Va bene, ma sbrigati" rispose Porcellino scuotendo la testa. "Torna subito, che tu ottenga i bagagli o no, altrimenti le nostre perdite si aggraveranno: se il bilanciere ha le estremità appuntite, le fascine cadono da una parte e dall'altra." Sabbioso montò sulle nuvole e si lanciò verso il continente dell'Est. È il caso di dirlo: Se l'anima è sfuggita, la casa resta vuota, Fornello senza fuoco non trasmuta cinabro. Donna gialla abbandona il padrone e va in cerca Del suo vecchio Metallo, mentre Madre del legno Resta nella capanna a curar Guance glabre. Dopo questa partenza, quando sarà il ritorno? È difficile dirlo. Finché resta lontana La scimmia dello spirito, viene sconvolto il ciclo Con cui i cinque elementi si creano e si distruggono. Occorsero a Sabbioso tre giorni e tre notti per raggiungere il grande oceano orientale. Udì il rumore delle onde e vide la nera bruma velare il cielo di oscuri vapori, la schiuma delle onde raccogliersi intorno al sole nell'aria fredda dell'aurora. Ma non era d'umore da godersi il paesaggio, mentre sorvolava le isole degli immortali intento alla sua meta: il Monte di Fiori e Frutti. Benché portato da venti favorevoli, volò ancora a lungo prima di scorgere in lontananza gli alti picchi, come una schiera di alabarde rizzate sopra drappi sospesi. Quando raggiunse il picco più alto atterrò e cercò il sentiero che scendeva alla Grotta del Sipario Torrenziale. Si sentiva un vasto brusio, che ad avvicinarsi risultò causato da innumerevoli scimmie convenute da tutte le parti. Sabbioso riconobbe Scimmiotto, seduto su un'alta terrazza rocciosa, che reggeva un foglio di carta e salmodiava queste parole: "Noi, Li, imperatore dei grandi Tang delle terre dell'Est, abbiamo convocato alla nostra presenza il nostro fratello minore, il santo monaco maestro della legge Chen Xuanzang, e gli abbiamo comandato di recarsi in India a salutare il Buddha nel grande Monastero del Colpo di Tuono sul Monte degli Avvoltoi - shapo! - e a sollecitare dal Beato le scritture. "Colpiti da una malattia improvvisa che aveva condotto la nostra anima a vagare nella dimora infernale, noi abbiamo avuto la fortuna di veder prolungare la durata della nostra vita e di essere rimandati dal giudice delle tenebre nel mondo dei vivi. "Per ringraziare di questa concessione, abbiamo ordinato grandi cerimonie per la redenzione dei trapassati. "Guanyin, salvatrice e misericordiosa, ci ha fatto la grazia di mostrarci il suo corpo dorato e di informarci che l'Occidente racchiude sutra capaci di garantire la liberazione delle anime ottenebrate; perciò inviamo il maestro della legge Xuanzang perché attraversi mille montagne con la missione di cercare e sollecitare queste scritture. "Possano i paesi dell'Occidente da cui dovrà passare non rendere vano questo pio proposito e agire in conformità di questo rescritto, promulgato nel tredicesimo anno dell'era Contemplazione della Virtù dei grandi Tang. "Dopo aver lasciato il grande impero, ha attraversato molti paesi e ha raccolto lungo il cammino tre discepoli: il primo è Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il secondo Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità e il terzo Sabbioso Consapevole della Purezza." Dopo aver letto ad alta voce dal principio alla fine, ricominciò daccapo; tanto che Sabbioso, riconosciuto il testo, non si poté trattenere dall'esclamare: "Che cosa significa? Fratello, perché leggi in pubblico il passaporto del maestro?" Udendolo il Novizio levò di scatto la testa, lo fissò e gridò: "Prendetelo!" La folla delle scimmie lo accerchiò, lo spinse e lo tirò davanti a Scimmiotto, che urlò: "Chi sei tu, per osare di avvicinarti alla nostra grotta?" Di fronte a questo atteggiamento, Sabbioso si rassegnò a salutare rispettosamente: "Permettimi, fratello maggiore, di fare appello alla tua equità. È vero che il nostro maestro è andato in collera, ti ha rimproverato ingiustamente e ingiuriato, ed è arrivato a scacciarti. Non eravamo ancora riusciti a fargli cambiare opinione e ci eravamo allontanati per cercare acqua e cibo, quando tu sei ritornato in modo inatteso, forse spinto da un buon impulso. Ma poi lo hai colpito, e quando è svenuto ti sei portato via i bagagli. Sono venuto a visitarti per parlarti di queste cose, fratello maggiore. Se non sei giunto a detestare il nostro maestro, se non hai dimenticato la liberazione che gli devi, prendi i bagagli e ritorna con me, perché andiamo insieme al Paradiso dell'Occidente a conseguire il giusto frutto del nostro pellegrinaggio. Se invece il tuo rancore ti impedisce di ritornare con noi, ti prego, rendici almeno i bagagli. Ciò non ti impedirà di godere le gioie agresti del ritiro fra queste montagne, se così preferisci." Scimmiotto sogghignò: "Saggio fratello, il tuo bel discorso non quadra con le mie intenzioni. Se ho colpito il monaco cinese e gli ho rubato i bagagli, non significa che mi sia ritirato in campagna e abbia rinunciato a raggiungere l'Occidente. Imparo a memoria le parole che mi hai sentito leggere, perché mi serviranno per rivolgermi al Buddha e chiedergli le scritture da riportare nelle terre dell'Est. La gloria di queste gesta la voglio tutta per me; la gente del continente meridionale la perpetuerà e mi onorerà come suo grande antenato." "Il tuo progetto non regge, rispettato fratello" obiettò Sabbioso con un sorriso. "Non si è mai sentito di una ricerca delle scritture condotta dal Novizio Scimmiotto. La ricerca è affidata alla persona prescelta dalla pusa Guanyin per incarico del Buddha; il nostro compito è solo di proteggere quella persona lungo il viaggio con tutte le nostre forze. Sai chi è il prescelto: un discepolo del Beato, chiamato Cicala d'Oro, bandito dal Monte degli Avvoltoi perché si era mostrato disattento a una predica del Buddha e rinato nell'Est. L'adempimento di questa missione gli consentirà di ritrovare la Via. Il Buddha non consegnerà mai i sutra ad altri che al monaco cinese: il tuo sogno è insensato." "Saggio fratello minore" rispose il Novizio, "non sei mai stato una testa forte. Consideri solo un lato delle cose e non ne vedi gli altri. Continui a mettermi davanti il tuo monaco cinese: ma credi che sia difficile trovare alternative? Il monaco che occorre me lo fabbrico io, certificato e brevettato, e domani mi metto in viaggio con lui. Chi me lo può impedire? Se non mi credi, te lo mostrerò." E ordinò: "Ragazzi, dite al maestro di farsi vedere." Le scimmie corsero nella grotta e ne ritornarono con un cavallo bianco montato da un altro Tripitaka, accompagnato da un altro Porcellino con i bagagli e da un altro Sabbioso con il bastone da pellegrino. Per Sabbioso questo era troppo; gridò furente: "Io non voglio cambiare identità, nemmeno in sogno! Non esiste un altro Sabbioso! Basta con le impudenze! Te la faccio vedere io!" E ruppe con una randellata la testa del falso Sabbioso, che cadde morto: si vide allora che non era altro che una di quelle scimmie del malanno. La folla scimmiesca circondò Sabbioso, e il Novizio roteò la sua sbarra cerchiata d'oro; ma l'assediato si aprì un varco a bastonate, riuscì a montare su una nuvola e fuggì dicendo fra sé: "Quella scimmia maledetta è così insolente, che non resta altro da fare che denunciarla a Guanyin." Il Novizio, da parte sua, non si impegnò nell'inseguimento; fece scorticare la scimmia uccisa e la fece cucinare e servire in tavola, accompagnata da vini di palma e d'uva. Poi un'altra scimmia della banda fu trasformata in Sabbioso e si riprese l'addestramento in vista del pellegrinaggio a occidente. In capo a un giorno e una notte, Sabbioso raggiunse i mari del Sud e fu in vista del Monte Potalaka, dove prese terra e contemplò il paesaggio. Che meraviglia! Questo territorio contiene tutti i misteri dell'universo: vi affluiscono tutti i fiumi, vi si bagnano il sole e le stelle, vi si congiungono tutte le creature, qui nasce il vento e tremola il riflesso della luna. Quando monta la marea, il leviatano compie le sue trasformazioni; sotto le onde che si incalzano, nuota la tartaruga gigante. Qui si mescolano le acque di tutti mari e di tutti gli oceani, e ogni isola ha i propri palazzi di immortali. Lasciate perdere le Isole Felici, contemplate la grotta fra le nubi del Potalaka: che magnifico paesaggio! L'energia primordiale plana sulle nuvole iridate delle cime, cristalli lunari galleggiano sulle acque sotto la grande scogliera. Nel boschetto dei bambù porporini volano i pavoni, sui rami dei verdi salici ciangottano i pappagalli. Qui nascono fiori di giada e di diaspro, e vi prospera il loto d'oro. Quante volte la bianca gru viene ad appollaiarsi sulle cime, e la fenice a cercare riparo nel chiosco sulla montagna! Persino i pesci coltivano la loro vera natura prestando ascolto alla predicazione dei sutra, mentre corrono e balzano fra le onde. Mentre Sabbioso s'inoltrava passo passo, perduto nella contemplazione del magico paesaggio, si vide venire incontro Moksa, che gli chiese: "Consapevole della Purezza, che cosa vieni a fare qui, invece di proteggere il monaco cinese nella ricerca delle scritture?" "Dovrei parlare di certe faccende alla pusa" rispose Sabbioso, dopo averlo salutato. "Avreste la cortesia di condurmi da lei?" Moksa capì che si trattava di Scimmiotto, ma non fece commenti e andò ad annunciarlo a Guanyin: "È arrivato il più giovane dei discepoli del monaco cinese, Consapevole della Purezza, e vorrebbe presentarvi i suoi omaggi." Scimmiotto, che se ne stava ai piedi del trono, sorrise: "Se Sabbioso viene qui, significa che il monaco cinese si trova in difficoltà." Guanyin ordinò di introdurlo. Sabbioso si inchinò fino a terra, ma quando alzò gli occhi vide Scimmiotto: senza una parola di spiegazione, brandì il suo randello e glielo assestò sulla testa. Il Novizio schivò il colpo, ma non diede segno di reagire. "Vedrai, scimmia maledetta che ha commesso i dieci crimini!" inveì Sabbioso. "Sempre qui a imbrogliare la pusa!" "Consapevole della Purezza, tieni a posto le mani e la lingua!" gridò Guanyin. "Dimmi piuttosto perché sei venuto qui." Sabbioso abbassò il bastone, rinnovò gli inchini e, ansando d'indignazione, dichiarò: "Questa scimmia non fa che commettere violenze. Giorni addietro il maestro lo rimproverò perché aveva ucciso due briganti; e lui, la mattina seguente, sterminò tutta la banda e portò al maestro una testa mozzata che grondava sangue. Il maestro si spaventò tanto che cadde da cavallo, e poi lo rimproverò aspramente e lo mandò via. In seguito al maestro venne sete e noi ci assentammo per cercare acqua; intanto Scimmiotto ritornò, colpì il maestro e rubò le nostre sacche. Sono andato alla Grotta del Sipario Torrenziale per chiedere i bagagli in restituzione: lui dapprima ha finto di non riconoscermi, e poi mi ha detto che non intendeva più proteggere il maestro e che avrebbe organizzato un altro viaggio in Occidente per conto proprio, allo scopo di attribuirsene tutto il merito. Io ho obiettato: 'Come potrai ottenere i sutra senza il monaco cinese?' E lui mi ha mostrato un altro maestro con tutto il seguito, il cavallo bianco, Porcellino e me. 'Ma Sabbioso sono io' ho detto, 'e non può essercene un altro al mondo!' Ho ucciso questo falso Sabbioso, e ho visto che era una scimmia malefica. Allora lui ha voluto impadronirsi di me, ma io sono fuggito per venir qui a riferirvi la situazione. Non pensavo che la sua arte della capriola nelle nuvole gli avrebbe consentito di precedermi. Chissà quali falsità vi è venuto a raccontare!" "Non devi accusare le persone alla leggera, Consapevole della Purezza. Consapevole del Vuoto è qui da quattro giorni, perché l'ho trattenuto io. Come avrebbe potuto reclutare nel frattempo un altro monaco cinese e organizzare un'altra ricerca delle scritture?" "Ma ho visto con i miei occhi Scimmiotto nella sua grotta. Come potrei mentirvi?" "Non lasciarti trasportare dalla collera. Andrai con Consapevole del Vuoto sul Monte di Fiori e Frutti per vedere come stanno le cose. La verità è una, e l'errore non la può alterare: quando sarete laggiù, ci vedrai chiaro." Dunque il grande santo e Sabbioso presero congedo da Guanyin, per un viaggio destinato A chiarir cos'è bianco e cos'è nero, A sceverare il retto dal perverso. Se voi, in fin dei conti, non sapete come giunsero a questo risultato, ascoltate il seguito. 第058回 UNA LEZIONE DI ZOOLOGIA COSMICA · IN CUI LO SPIRITO DUPLICATO GETTA IL DISORDINE IN TUTTO L'UNIVERSO, E IL CORPO UNICO FATICA A REALIZZARE LA VERACE ESTINZIONE. Scimmiotto e Sabbioso si congedarono da Guanyin, salirono su un raggio luminoso e lasciarono i mari del Sud. Scimmiotto era molto più veloce, ma Sabbioso lo trattenne dicendo: "Fratello, non è il caso che tu ci dia sotto a testa bassa e mi mostri soltanto la tua coda, per correre avanti a sistemare le cose prima del mio arrivo. Aspettami, che possa vedere anch'io." Per quanto Scimmiotto fosse animato dalle migliori intenzioni, Sabbioso restava diffidente. I due navigarono dunque di conserva e presto giunsero in vista del Monte di Fiori e Frutti, dove atterrarono. Scrutando di lontano, videro in effetti l'altro Scimmiotto che continuava a troneggiare e si dava alla pazza gioia tra la folla delle scimmie. Era proprio identico al grande santo: pelo fulvo, cerchio d'oro in capo, pupille folgoranti negli occhi di fuoco. Indossava la lunga tunica di broccato e recava stretto alla vita il grembiule di pelle di tigre; impugnava anche lui la sbarra di ferro cerchiata d'oro e recava ai piedi le stesse calzature scamosciate. Stessa faccia pelosa, stessa gola da duca del tuono, tasche sotto le guance, orecchie appuntite, larga fronte, zanne sporgenti. Il grande santo, a quello spettacolo, fu preso dall'indignazione e piantò in asso Sabbioso per gettarsi avanti brandendo la sua sbarra. Inveiva: "Che essere perverso sei tu, per permetterti di usurpare il mio aspetto, ingannare i miei ragazzi, intrufolarti nella mia grotta e farti bello del mio prestigio?" L'altro Novizio rispose alla sfuriata con il silenzio e si preparò allo scontro. Nella mischia era assolutamente impossibile distinguere il vero dal falso: che confusione! Due sbarre e due scimmie: avversari di gran levatura! Ciascuno pretende di essere il protettore del fratello imperiale, di imporre i suoi meriti, di fondare la sua gloria. Quello vero ha pronunciato i voti monastici, l'altro non può essere un figlio del Buddha: ma a vederli, dotati come sono degli stessi poteri di magia e di trasformazione, l'uno vale l'altro: non si distingue il vero dal falso. Uno è il soffio del Caos delle origini, il Grande Santo Uguale al Cielo; l'altro è lo spirito riduttore della terra, affinato da una lunga ascesi. Qui la sbarra cerchiata d'oro A Piacer Vostro, là il bastone di ferro Secondo il Tuo Cuore. Parano, fintano, tirano fendenti, senza vincitore né vinto. Sono venuti alle mani davanti all'ingresso della grotta; ben presto, eccoli scontrarsi sulle nubi del cielo. Salirono sempre più in alto, mentre lottavano, finché giunsero al nono cielo. Sabbioso li seguiva, ma non osava intervenire perché non era in grado di distinguere chi aiutare e chi combattere. Avrebbe voluto colpire per aiutare il condiscepolo, ma temeva invece di danneggiarlo. Dopo aver atteso per un bel pezzo nell'incertezza, scese all'ingresso della grotta, mise in rotta i guardiani, rovesciò i banchi di pietra, ruppe le suppellettili e frugò dappertutto; ma fu inutile, i bagagli non si trovavano. La grotta del Sipario Torrenziale doveva il suo nome a una cascata che ne nascondeva l'ingresso interno. Sembrava un bianco sipario: solo accostandosi si capiva che era un velo d'acqua. Sabbioso non era pratico del luogo e non fu in grado di spingere più a fondo la sua esplorazione. Perciò risalì al nono cielo e roteò il suo bastone: ma su chi abbatterlo? "Sabbioso" disse il grande santo, "qui non mi puoi aiutare. Ritorna dal maestro e riferiscigli che cosa sta accadendo. Io intanto porterò questa creatura malefica sul Monte Potalaka, perché la pusa distingua il vero dal falso." L'altro Scimmiotto disse le stesse cose, parola per parola, con la stessa voce e nello stesso tono. Sabbioso non poté che seguire il consiglio e ritornare dal monaco cinese. Intanto i due Scimmiotti, azzuffandosi con grandi urla e rumore, se ne andavano a sud finché giunsero sul Monte Potalaka, senza dar tregua ai colpi e agli insulti. Il baccano allarmò i guardiani celesti protettori della legge, che si affrettarono a recarsi nella Grotta del Rumore di Marea per annunciare: "Pusa, sono arrivati ben due Consapevoli del Vuoto, e si stanno battendo fra loro." Guanyin scese dal suo trono, uscì dalla grotta accompagnata da Moksa, dal ragazzo di Buona Fortuna e da Figlia del Drago, e gridò: "Dove vai, animale perverso?" "Pusa, questo bel tomo assomiglia molto al vostro discepolo" risposero i due, parlando insieme e continuando ad azzuffarsi. "Non abbiamo smesso di batterci da quando ci siamo scontrati davanti alla Grotta del Sipario Torrenziale, ma non sono ancora riuscito a vincerlo. Gli occhi di Sabbioso non erano abbastanza penetranti e la sua forza non era di alcuna utilità; perciò il vostro discepolo lo ha rimandato sulla strada dell'Ovest ad assistere il maestro. Ho portato qui questo sconosciuto, perché il vostro occhio sapiente distingua il vero dal falso e separi il giusto dal perverso." Ma per quanto Guanyin e le altre divinità osservassero con attenzione, non furono capaci di riconoscere l'autentico. "Smettete di battervi e venite qui, uno per parte" propose Guanyin. "Voglio esaminarvi meglio." Essi le ubbidirono, ma uno diceva: "Io sono il vero!", e l'altro replicava: "Lui è il falso!" Guanyin chiamò accanto a sé Moksa e Buona Fortuna, e bisbigliò loro: "Teneteli fermi, e io reciterò in segreto l'incantesimo della costrizione del cerchio: chi soffrirà sarà il vero Scimmiotto." Così fecero, ma quando la pusa recitò con la mente l'autentica formula, entrambi gli Scimmiotti urlarono di dolore, si strinsero la testa fra le mani e si rotolarono a terra gridando: "Basta! Basta!" Quando la pusa smise, ritornarono ad azzuffarsi e a insultarsi. Guanyin non sapeva che altro fare; i guardiani celesti e Moksa avrebbero voluto intervenire, ma non sapevano chi aiutare. "Consapevole del Vuoto!" chiamò Guanyin. Entrambi risposero. "Quand'eri equipuzio" disse la pusa, "e facesti tutti quei disordini in Cielo, eri molto popolare e tutti gli dèi ti conoscevano. Va dunque nel mondo di Sopra; lì si troverà qualcuno in grado di distinguervi." Il grande santo la ringraziò della sua bontà, e altrettanto fece il suo sosia. Spingendosi e tirandosi giunsero davanti alla porta meridionale del Cielo, senza smettere di battersi e di vituperarsi. Vasto Sguardo sbarrò loro il passaggio, alla testa dei quattro marescialli celesti Ma, Zhao, Wen e Guan e delle loro coorti di divinità maggiori e minori in assetto di guerra: "Dove andate, voialtri? Vi sembra questo il posto per battervi?" "Ero stato scacciato da Tripitaka, il monaco che proteggo, per aver ucciso dei briganti di strada; mentre mi trovavo sul Potalaka per chiedere aiuto a Guanyin, questo mostro ha usurpato il mio aspetto, battuto il mio maestro e rubato i bagagli. Sabbioso lo ha scoperto sul Monte di Fiori e Frutti, dove aveva occupato la mia grotta. Da un pezzo sto combattendo con lui; mi assomiglia tanto che nemmeno la pusa è riuscita a distinguerci. Perciò l'ho trascinato fin qui, perché mi aiutiate con la potenza dei vostri sguardi a distinguere il vero dal falso." Questo discorso fu pronunciato insieme dai due Scimmiotti. La folla degli dèi li esaminava attentamente, ma nessuno riusciva a distinguerli. "Se non ne siete capaci" urlarono i due, "fateci passare. Andremo dall'Imperatore di Giada." Gli dèi non erano in grado di opporsi: aprirono la porta e li accompagnarono alla Sala delle Nuvole Misteriose. Il maresciallo Ma si precipitò dentro con i quattro precettori celesti Zhang, Ge, Xu e Qiu per presentare rapporto: "Due Scimmiotti del mondo di Sotto, identici fra loro, hanno forzato l'ingresso e pretendono di vedere vostra maestà." Mentre ancora parlavano, i due irruppero nella sala vociferando, a tal punto che l'Imperatore, allarmato, scese dal trono e li apostrofò: "È uno scandalo! Come vi permettete di urlare alla mia presenza? Volete che vi faccia mettere a morte?" "Maestà" dicevano i due Novizi, "sono un monaco soggetto alla disciplina monastica, non oserei certo disturbare i miei superiori. Ma questo mostro ha preso il mio aspetto." Ed esposta in lungo e in largo la situazione, conclusero: "Spero che mi concederete la grazia di distinguere il vero dal falso." L'Imperatore di Giada ordinò subito al re celeste Li Porta Pagoda di portare il suo specchio rivelatore dei mostri, per distruggere il falso e salvare il vero e autentico. Re Li ubbidì e invitò l'Imperatore e tutte le divinità a osservare l'operazione: il riflesso dei due Scimmiotti apparve nello specchio al completo, sbarra, abito e smorfie, senza un pelo di differenza. L'Imperatore stesso non avrebbe saputo come distinguerli, e perciò li fece mettere alla porta. Uno sogghignava, l'altro sghignazzava. Si afferrarono l'un l'altro alla gola e ricominciarono a battersi. Dalla porta del Cielo ricaddero sulla strada dell'Ovest, ripetendosi l'un l'altro: "Adesso andiamo dal maestro." Nel frattempo Sabbioso, dopo un viaggio di tre giorni e tre notti, era ritornato alla capanna che ospitava il monaco cinese, cui narrò gli ultimi avvenimenti. Tripitaka era pieno di rimorsi: "Ho creduto che fosse Consapevole del Vuoto a colpirmi e derubarmi; non avrei mai sospettato che fosse invece la trasformazione di un essere malefico." "Quella creatura perversa ha prodotto un altro reverendo con il cavallo bianco, un altro Porcellino con i nostri bagagli, e perfino un altro me stesso. Questo non l'ho potuto sopportare, e l'ho steso morto con una bastonata: allora ho visto che si trattava di una di quelle scimmie malefiche. Sono andato a riferire tutto alla pusa, che mi ha mandato con il condiscepolo anziano a smascherare l'impostore; ma si assomigliavano talmente, che io non sapevo chi aiutare. Ecco perché sono ritornato a informarvi." Sotto l'impressione del racconto, Tripitaka era livido. Porcellino se la ridacchiava: "Com'è divertente! Aveva ragione la nostra donatrice: c'è proprio in giro un'altra squadra di cercatori di scritture." Vecchi e giovani di casa vennero a chiedere a Sabbioso: "Dove siete stato in questi giorni? Forse a cercare fondi per il vostro viaggio?" "Prima sono andato a cercare i nostri bagagli nel continente orientale" rispose sorridendo Sabbioso. "Poi sono andato a salutare la pusa Guanyin sul Monte Potalaka, nei mari del Sud; e infine sono tornato qui passando dal Monte di Fiori e Frutti." "Fra andata e ritorno, che distanza sarà?" domandò il padron di casa. "Circa duecentomila li." "Monsignore! Una distanza simile in pochi giorni! Queste cose le fa soltanto chi viaggia sulle nuvole!" "E questo non è niente" aggiunse Sabbioso. "Il mio condiscepolo anziano non avrebbe impiegato più di un giorno o due." La gente che li ascoltava era convinta di trovarsi di fronte a immortali. "Nemmeno per sogno" diceva Porcellino. "Gli immortali, in confronto a noi, sono piccoli mocciosi." Mentre discorrevano, sentirono in cielo il clamore di una contesa. Tutti si precipitarono allarmati all'aperto: erano i due Scimmiotti, sempre impegnati nella zuffa. Porcellino si sentì prudere le mani: "Lasciate fare a me; ci provo io a distinguerli." Il bestione si raccolse per balzare in cielo, annunciando: "Non gridare, fratello. Arrivo subito!" "Bravo fratellino, vieni su e pesta sodo questo mostro" risposero a una voce i due Scimmiotti. Divisi fra il piacere e la paura, i contadini dicevano: "Che onore! Questi arhat che cavalcano le nuvole hanno scelto proprio casa nostra come luogo di convegno. Nemmeno se avessimo fatto voto di nutrir monaci, ci troveremmo in casa degli ospiti così distinti." Non risparmiavano né il riso né il tè, e si sforzavano di prevenire i desideri degli ospiti. Ma dicevano anche: "Da questa guerra fra i due Scimmiotti non verrà niente di buono. Finiranno per provocare disgrazie e per sconvolgere l'universo." Tripitaka si rese conto che il viso lieto e lusingato del padron di casa nascondeva molta ansietà, e gli disse: "Caro donatore, non vi tormentate, rassicuratevi. Quando avrò ricuperato il mio discepolo e lo avrò ricondotto al bene, vi sapremo dimostrare la nostra gratitudine." "Non oserei certo pretenderlo" rispondeva con effusione il vecchio. Sabbioso li interruppe: "Maestro, usciamo da questo vicolo cieco. Voi vi sedete qui e noi cercheremo di portarveli davanti. Allora voi reciterete per un momento la cosa che sapete: chi sentirà male sarà il vero, e l'altro il falso." "Giusto" approvò Tripitaka. Sabbioso salì in alto e propose loro: "Fermatevi, voi due: venite dal maestro, perché provi lui a distinguere il vero dal falso." Entrambi i grandi santi si arrestarono. Sabbioso ne afferrò uno per il bavero e gridò a Porcellino: "Fratello, prendi l'altro e portiamoli giù." Quando scesero davanti alla capanna, Tripitaka recitò l'incantesimo e i due scoppiarono in lamenti e gridarono: "Mi sono già battuto duramente, non recitate l'incantesimo! Fermatevi, vi supplico!" Il reverendo, che era di temperamento misericordioso, si fermò; ma gli riusciva impossibile distinguere l'uno dall'altro. Entrambi si scrollarono dai loro custodi e ripresero ad azzuffarsi. "Condiscepoli, voi badate al maestro, mentre io vado a chiedere l'aiuto del re Yama" annunciarono l'uno e l'altro Novizio. E subito scomparvero, spingendosi e tirandosi l'un l'altro. "Nella Grotta del Sipario Torrenziale" disse Porcellino a Sabbioso, "tu hai visto il falso Porcellino che portava i nostri bagagli. Perché non glieli hai presi?" "Quando ho colpito il falso Sabbioso, sono stato circondato e aggredito: ho dovuto fuggire a precipizio. In seguito, quando sono ritornato alla grotta con il Novizio, ho perlustrato e messo tutto a soqquadro, ma i bagagli non li ho trovati, e ho dovuto ritornare a mani vuote." "Lo vedi che non sei pratico del posto? Quando ero andato io alla grotta per convincere Scimmiotto a ritornare con noi, ricordo benissimo che era andato a cambiarsi d'abito passando attraverso una cascata d'acqua: la cascata cela un passaggio, che in realtà è la porta interna della grotta. Probabilmente quella creatura ha nascosto i nostri bagagli là dietro." "Dal momento che conosci i luoghi" intervenne Tripitaka, "potresti approfittare della circostanza che ora la grotta sarà deserta, per ricuperare le nostre sacche. Così potremmo proseguire la nostra strada; anche se Scimmiotto ritornasse, non avremmo più bisogno di lui." "Vado senz'altro" rispose Porcellino. "Fratello, ci sarà qualche migliaio di scimmie sul posto. Da solo ti potresti trovare in difficoltà." "Quelle non mi fanno paura" replicò Porcellino ridendo. Uscì di corsa, si lanciò su una nuvola e partì per il Monte di Fiori e Frutti alla ricerca dei bagagli. Intanto i due Scimmiotti gridavano e si colpivano sul Monte delle Tenebre, terrorizzando i fantasmi di tutta la montagna, che correvano a nascondersi in tutti i buchi. Alcuni si precipitarono verso i tribunali infernali, per recare la notizia al Palazzo della Rete della Foresta delle Apparenze: "Maestà, sul Monte delle Tenebre sono arrivati due Grandi Santi Uguali al Cielo." Il re della prima sezione, allarmato, trasmise la notizia a quello della seconda, e così via fino alla decima e ultima. In breve i dieci re si riunirono e mandarono ad avvertire d'urgenza il loro collega e patrono Dizang. Se ne stavano chiusi nel Palazzo della Rete, mobilitando tutte le truppe per catturare tanto il falso quanto l'autentico. Si udì mugghiare un vento violento, ed ecco in un turbine di nera nebbia i due Scimmiotti rotolare avvinghiati dentro la sala. I sovrani delle tenebre si avanzarono per sbarrare il passaggio: "Per qual motivo, grandi santi, venite a turbare la nostra cupa dimora?" "Mentre proteggevo il monaco cinese nel suo viaggio in cerca delle scritture, sulle montagne del paese dei Liang dell'Ovest, mi è capitato di uccidere certi briganti che volevano rapinare il mio maestro. A lui non è garbato, e mi ha scacciato; perciò mi sono allontanato, per chiedere aiuto alla pusa dei mari del Sud. Questo mostro, non so come, ha avuto sentore della cosa, e in mia assenza ha assunto il mio aspetto, ha aggredito il maestro e gli ha rubato i bagagli. Quando Sabbioso lo è andato a trovare sulla mia montagna per reclamare i bagagli, ha preteso addirittura di prendere il posto del mio maestro nella ricerca delle scritture. Sabbioso è corso anche lui a chiedere aiuto alla pusa e mi ha trovato ai piedi del suo trono. Siamo ritornati insieme sul Monte di Fiori e Frutti e abbiamo trovato questa creatura: la pusa non è stata in grado di distinguerci; allora siamo andati in Paradiso, ma nemmeno gli dèi hanno saputo risolvere il problema. Ritornati dal maestro, i suoi tentativi di riconoscerci non hanno avuto successo. Ecco perché sono venuto a turbare la vostra cupa dimora: spero che nei vostri registri voi possiate scoprire l'origine del falso Scimmiotto, metterlo senza indugio sotto processo e risparmiarci i disordini dello sdoppiamento dello spirito." Naturalmente il discorso fu pronunciato a una voce da entrambi. I sovrani degli Inferi convocarono il giudice responsabile dei registri perché esaminasse i nomi uno a uno: ma il 'falso Scimmiotto' non risultava. Fu esaminato anche il registro delle creature pelose, dove le centotrenta rubriche concernenti le scimmie erano state cancellate appunto da Scimmiotto, nell'anno in cui aveva conseguito il Tao e aveva messo sottosopra i tribunali infernali. Da allora non figurava più alcun nome della specie scimmiesca. Dopo avere compulsato e analizzato gli elenchi, il giudice venne a presentare il suo rapporto. "Grandi santi" risposero solennemente i sovrani infernali, impugnando gli scettri, "non ci sono altri registri da esaminare, presso di noi; dovrete risolvere il vostro problema nel mondo dei vivi." Ma mentre parlavano, si fece udire il pusa Dizang: "Aspettate un momento. Incarico Orecchio Fino di distinguere il vero dal falso." Orecchio Fino era una bestiola che stava abitualmente accucciata sotto la scrivania del pusa; orecchio al suolo, era in grado di distinguere i buoni dai cattivi e i saggi dai matti, fra bestie glabre, a scaglie, pelose, piumate e con guscio, come fra gli immortali terrestri, celesti, divini, umani e fantomatici. Per ordine di Dizang, la bestiola si andò ad acquattare in mezzo alla corte della Rete. Appoggiò l'orecchio al suolo, lo rialzò e disse al suo maestro: "So il nome della creatura, ma non posso dirlo in sua presenza, né partecipare alla sua cattura." "Che cosa accadrebbe, se tu lo dicessi?" "Temo che la creatura diventerebbe cattiva, turberebbe gravemente il sacro palazzo e provocherebbe seri guai nella residenza delle Tenebre." "E che cosa ti impedisce di collaborare a catturarlo?" "I poteri di questo mostro non cedono in nulla a quelli del grande santo Scimmiotto. La forza della legge di cui dispongono i giudici infernali non basta a catturarlo." "Se questa è la situazione, che cosa si può fare?" "La legge del Buddha non conosce limiti." Dizang disse perciò ai due Novizi: "Avete entrambi lo stesso aspetto e gli stessi poteri. C'è un solo modo per stabilire chi è ciascuno di voi: dovete recarvi al Monastero del Colpo di Tuono, dal Beato dei Sâkya." "Avete ragione!" gridò ciascuno dei due. "Ora ti trascinerò nel Paradiso dell'Ovest, per chiedere al Buddha di condannarti." I dieci giudici li accompagnarono all'uscita, presentarono a Dizang i loro ringraziamenti e si asserragliarono nel Palazzo delle Nuvole Turchese, raddoppiando la guardia a tutti gli accessi. Vedete dunque i due Scimmiotti che si accapigliano senza sosta fra le nuvole che corrono in cielo nella direzione del Paradiso dell'Ovest. Lo attestano i versi: Un cuore doppio conduce al disastro: Il dubbio invade l'universo intero. Si vuol denaro e pompa; i ranghi a corte Non contano al disotto del più alto. Spedizioni nel sud, campagne al nord, Senza sosta o riposo. Folle vita. Ben altra cosa è praticar lo zen Ed il soffio vitale coltivare. Tirandosi, spingendosi, afferrandosi, scuotendosi, progredivano nel loro viaggio aereo senza smettere di lottare e di gridare, fino all'ingresso del Monastero del Colpo di Tuono, sul Monte degli Avvoltoi nel Paradiso dell'Ovest. I quattro eminenti pusa, gli otto grandi portatori di folgori, i cinquecento arhat, i tremila rivelatori di verità, i monaci e le monache mendicanti, bhiksunî e bhiksu, upâsaka e upâsikâ, tutta la folla dei santi era riunita ai piedi del trono di loto dei sette tesori ad ascoltare il Buddha che esponeva la legge. Stava appunto spiegando questo passaggio: "L'essere è nel non essere, il nulla nel qualcosa, La forma nell'informe, la vacuità nel pieno, E l'essere non è, il nulla non è il nulla, Ha forma il senza forma, è vuoto ciò che riempie. Vuoto e forma non sono nient'altro che sé stessi, Ma forma non ha forma, è nient'altro che vuoto, E il vuoto non ha un termine, non è altro che forma. Il vuoto non è vuoto, la forma è senza forma. Solo dire parole rischiara l'indicibile." La folla, a testa china in segno di ubbidienza, cantava i versi in coro, mentre il Beato faceva piovere dal cielo fiori a profusione. A un tratto egli si alzò dal trono e disse alla moltitudine: "Voi che siete uniti nel cuore e nello spirito, guardate venire lo spirito sdoppiato che lotta contro sé stesso." Tutti alzarono gli occhi e videro i due Scimmiotti entrare nel sacro territorio del monastero, urlando da scuotere il cielo e la terra. Gli otto portatori di folgori, allarmati, si fecero avanti per fermarli: "Dove credete di andare?" "Questo mostro ha preso il mio aspetto: devo recarmi ai piedi del trono perché sia il Buddha a distinguere il vero dal falso." Era impossibile trattenerli. Avanzarono entrambi, continuando la baruffa, finché giunsero davanti al Buddha, si inginocchiarono e dissero rispettosamente: "Il vostro discepolo, che ha l'incarico di proteggere il monaco cinese in cerca delle autentiche scritture in questo sacro monastero, si è prodigato molte volte per sormontare le insidie che diavoli e mostri gli tendono lungo la strada. Negli ultimi tempi ci siamo imbattuti in una banda di briganti e, a due riprese, ne ho uccisi alcuni. Il maestro me lo ha rimproverato e mi ha scacciato: non vuole più che lo accompagni a rendere omaggio al corpo dorato del Beato. Non potevo far altro che correre nei mari del Sud per lagnarmene con Guanyin. Intanto questo mostro ha inopinatamente usurpato il mio aspetto e la mia voce, ha battuto il maestro e ha rubato i bagagli. Il mio condiscepolo Consapevole della Purezza l'ha seguito fino alla mia montagna, dove la creatura perversa ha cercato di fargli credere che c'era un altro santo monaco in cerca delle scritture. Sabbioso è corso anche lui nei mari del Sud a informare Guanyin, che mi ha ordinato di ritornare in sua compagnia. Da quando ci siamo scontrati non abbiamo smesso di batterci, in questa lotta fra il vero e il falso. Nessuno, dai palazzi del Cielo alle sedi infernali, è stato in grado di distinguerci. Ecco perché ho l'estremo ardire di supplicarvi di esercitare la vostra bontà, di concedermi la vostra commiserazione e di discernere finalmente il giusto dal perverso; in modo che io possa riprendere ad accompagnare fino a voi il monaco cinese, e assicuri eterna gloria alla nostra eminente dottrina portandone i sutra nelle terre dell'Est." A sentirli dire le stesse parole con la stessa voce, nessuno nella folla sarebbe stato in grado di distinguerli. Solo il Beato sapeva. Era sul punto di parlare, quando apparve da sud una nuvola colorata: era Guanyin che veniva a salutare il Buddha. Questi giunse le mani e le chiese: "Cara Guanyin, di questi due Scimmiotti che vedi, a tuo giudizio, qual'è il vero e qual'è il falso?" "Io non sono stata capace di distinguerli, quando sono passati dalla mia misera residenza; e nessuno è riuscito a farlo, in Cielo e all'Inferno. Sono venuta qui appunto per pregarvi caldamente di chiarirci come stanno le cose." "Per quanto sia vasta la potenza della legge" rispose sorridendo il Buddha, "voi non siete in grado di fare altro che passare in rassegna gli avvenimenti dell'universo; ma non potete conoscere tutto ciò che esso contiene, né aver notizia di tutte le specie che esistono al mondo." Guanyin lo pregò di esporne la classificazione. "Come sapete ci sono cinque specie di immortali" spiegò il Beato; "cioè: quelli del cielo e della terra, gli dèi, gli uomini e i fantasmi o diavoli. Ci sono inoltre cinque categorie di animali: glabri, a scaglie, pelosi, piumati e col guscio. Tuttavia esistono quattro specie di scimmie che non rientrano in alcuna di queste classificazioni." "Posso chiedere di quali scimmie si tratta?" "La prima è la scimmia di pietra; ha grandi capacità, conosce a fondo le trasformazioni, le stagioni del cielo e le risorse della terra; sa muovere le stelle e convocare le costellazioni. La seconda è il macaco con la schiena rossa; è esperto tanto del gioco dello yin e dello yang, quanto delle vicende degli uomini; è capace di entrare e di uscire, di evitare la morte e di prolungare la vita. La terza è il gibbone dalle lunghe braccia; sa afferrare il sole e la luna, rimpicciolisce le montagne, distingue il favorevole dal nefasto e gioca di destrezza in cielo e in terra. La quarta e ultima è il macaco a sei orecchie, che ha un meraviglioso udito e penetra le leggi della natura, il passato e l'avvenire: conosce ogni cosa. Queste quattro specie di scimmie non rientrano nelle dieci specie di creature e non figurano nella lista degli esseri viventi celesti e terrestri. Secondo me, il falso Scimmiotto non è altri che il macaco a sei orecchie. Dovunque si trovi, egli è in grado di sapere ciò che avviene a una distanza di mille li, e ascolta ogni suono o parola. Perciò si dice che il suo udito è meraviglioso e che egli penetra l'ordine della natura, il passato, il futuro e ogni cosa." Quando la scimmia udì il Beato rivelare la sua identità, prese paura e si raccolse per balzar via e fuggire lontano; ma il Buddha ordinò alla folla di gettarsi su di lei. Fu perciò circondata dai quattro pusa, dagli otto portatori di folgori, dai cinquecento arhat, dai tremila rivelatori, da bhiksu e bhiksunî, da upâsaka e upâsikâ, da Guanyin e da Moksa; anche Scimmiotto volle essere della partita. "Non lo toccare, Consapevole del Vuoto" disse il Buddha. "Ora lo catturerò." Il macaco terrorizzato, con il pelo ritto, comprese di non avere via d'uscita; perciò si trasformò in ape e volò via. Ma il Beato prese la sua ciotola d'oro delle elemosine e gliela rovesciò sopra; ciò avvenne così rapidamente che nessuno se ne rese conto, e tutti credettero che fosse fuggito. "Zitti" disse il Buddha sorridendo. "Il mostro non è fuggito: sta sotto la mia ciotola." Tutti si accostarono fissando gli sguardi intenti, e il Buddha sollevò la ciotola: ecco in effetti il macaco a sei orecchie, che aveva ripreso il proprio aspetto. Scimmiotto non riuscì a trattenersi: gli calò sulla testa un fendente del suo randello e lo uccise. Fu così che la specie si estinse; ai nostri giorni non si vedono più macachi a sei orecchie. "Bontà divina!" scappò detto al Beato. "Non dovreste perdere tempo a impietosirvi di lui. Ha battuto il mio maestro, ci ha rubato i bagagli: a norma di legge era passibile di decapitazione, per furto alla luce del giorno con violenze e lesioni." "Sarà meglio che ritorni dal monaco cinese e ti sbrighi a condurmelo qui a prendere le scritture." "Vi devo informare" obiettò il grande santo prosternandosi, "che il maestro non vuole più saperne di me. Io ci ritornerei; ma non serve a niente, se non mi vuole. Se non chiedo troppo, dovreste recitare la formula che apre questo cerchio d'oro, in modo che io possa levarmelo dalla testa e restituirvelo. Dopo di che, non mi resterà che ritornare allo stato laicale." "Non lasciarti sviare dai disordini del pensiero e non fare capricci. Ti accompagnerà Guanyin, e non correrai nessun rischio che il monaco rifiuti di riprenderti con sé. Tu lo devi proteggere, comunque vadano le cose. Quando l'impresa sarà compiuta, verrà anche per te il momento di trovare la gioia suprema e il tuo posto sul trono di loto." A queste parole del Buddha, Guanyin giunse le mani e ringraziò per lui; poi se andò via con Scimmiotto, Moksa e il pappagallo bianco. Presto furono in vista della capanna che ospitava Tripitaka; quando Sabbioso li vide venire, chiamò il maestro perché uscisse a riceverli. "Monaco cinese" gli disse Guanyin, "colui che ti ha colpito era un falso Scimmiotto, il macaco a sei orecchie. Per fortuna il Buddha lo ha saputo smascherare, e Consapevole del Vuoto lo ha ucciso. Bisogna che tu riprenda in servizio Scimmiotto. Sul cammino ci sono altri ostacoli demoniaci, e la sua protezione ti è necessaria se vuoi raggiungere il Monte degli Avvoltoi, vedere il Buddha e ottenere i sutra. Non gli essere ostile!" "Obbedirò rispettosamente alle vostre istruzioni" rispose Tripitaka prosternandosi. Mentre si scambiavano i convenevoli, giunse da oriente un turbine di vento. Tutti volsero gli occhi in quella direzione, e videro Porcellino che ritornava con le due sacche sulle spalle. Alla vista della pusa il bestione si prosternò per salutarla: "Il vostro discepolo ha trovato nella Grotta del Sipario Torrenziale un falso monaco cinese e un falso Porcellino. Li ho uccisi entrambi: non erano che scimmie. Ho ritrovato i bagagli e ho verificato che non mancasse niente. Ma non ho idea di dove siano andati a finire i due Scimmiotti." Guanyin gli raccontò lo smascheramento della creatura malefica. Il bestione si rallegrò e ringraziò ripetutamente. Maestro e discepoli espressero la loro gratitudine inchinandosi a Guanyin, prima che se ne ritornasse a casa. Ostilità e motivi di attrito si erano dissipati: essi avevano ritrovato il buon accordo di un tempo. Ringraziarono la gente di casa, misero in ordine i bagagli, sellarono il cavallo e ripartirono in direzione della strada maestra dell'Ovest. È il caso di dirlo: Se la separazione turba i cinque elementi, La lotta contro i mostri di nuovo li riunisce. Rientrata in sede l'anima, ci si può concentrare E, sconfitti i sei sensi, l'elisir realizzare. Se poi non sapete quando Tripitaka ottenne il privilegio di contemplare il Buddha e di ricevere le scritture, non vi resta che ascoltare il seguito. 第059回 I MONTI DI FUOCO · IN CUI IL CAMMINO DI TRIPITAKA È SBARRATO DAI MONTI DI FUOCO, E SCIMMIOTTO AGITA PER UN MOMENTO IL VENTAGLIO DI FOGLIE DI BANANO. Unica la natura delle diverse specie Ed immenso l'oceano che tutte in sé le accoglie. Vani i pensieri, vane le pene che vi assalgono: Nel mezzogiorno in cui conseguirete i meriti, La legge sarà il sole che brillerà allo zenit. Non vagare ad oriente, e nemmeno a occidente: Férmati dove sei, la varietà dei casi Respingi e ignora. Dentro il forno del cinabro Concentra vita semplice, scaldala al calor rosso Che anima il corvo d'oro. Raggiungerai bellezza, Fascino e seduzione. Ti si vedrà viaggiare Sull'ali del dragone. Tripitaka riprese con sé Scimmiotto, secondo le istruzioni di Guanyin, come il racconto ha riferito; e la comitiva riprese il cammino verso occidente dopo aver posto fine a ogni sdoppiamento mentale, tenendo alla briglia la scimmia e il cavallo dello spirito, unendo le forze in una comune volontà. Non si finirebbe mai di raccontare il rapido avvicendarsi della luce e del buio, del sole e della luna. Al cielo torrido dell'estate subentrò il gelo del tardo autunno. Guardate: Rare nuvole lacera il vento d'occidente, Sul broccato di brina la gru grida remota. Il paesaggio di gelo si stende interminabile, Volano oche selvatiche verso i passi del nord. Neri uccelli ritornano ai sentieri del sud. Nel suo mantello scuro, il viaggiatore sente Un brivido percorrerlo, tanta è la solitudine. Tuttavia, man mano che avanzavano, i quattro pellegrini sentivano la temperatura sempre più calda, fino a diventare soffocante. "Da dove può venire questo caldo, in una stagione così avanzata?" si stupì Tripitaka tirando le redini. "Non sapete" rispose Porcellino, "che nell'Ovest c'è il paese di Sihali, detto comunemente Estremità del Cielo? È il posto dove scende il sole al tramonto. Al crepuscolo il re fa battere i tamburi e suonare le trombe sulle mura, per coprire il rumore del gran ribollire che fa l'acqua dell'oceano. Infatti quando il sole, che è tutto fuoco yang, si tuffa nell'acqua, essa stride e sibila al suo contatto. Senza quel baccano di trombe e tamburi, i bambini del paese morirebbero di convulsioni. Scommetto che sentiamo tanto caldo perché stiamo arrivando nel paese dove tramonta il sole." Udendo queste elucubrazioni, il grande santo scoppiò a ridere: "Bestione, tu parli a vanvera. Sei già arrivato a Sihali! Ma il maestro, col suo passo, non riuscirebbe ad arrivarci in tre vite, anche se le impiegasse a camminare dal giorno della nascita a quello della morte." "Se questo non è il posto dove tramonta il sole, fratello, sentiamo come spieghi il caldo torrido." "Ci dev'essere qualcosa che va storto nel ciclo delle stagioni" intervenne Sabbioso. "A quanto pare l'estate sta sopraffacendo l'autunno." Mentre discutevano, videro al bordo della strada una fattoria dai muri di mattoni rossi, coperta da un tetto rosso, con porta rossa e finestre rosse: tutto rosso. Tripitaka smontò da cavallo: "Consapevole del Vuoto, va in cerca di notizie e informati perché fa così caldo." Il grande santo nascose la sua sbarra cerchiata d'oro, si aggiustò gli abiti, si diede l'aria più distinta che poté e si avviò alla porta della fattoria; la quale si aprì, lasciando uscire un vecchio. Indossava un abito di leggera tela di pueraria dal colore aranciato, portava un cappello di strisce di bambù color blu scuro e si appoggiava a una canna di bambù. Sul viso rosso come il rame spuntava la bianca barba. Sopracciglia cespugliose sovrastavano occhi azzurri e il suo sorriso scopriva denti d'oro. Quando vide Scimmiotto fu colto di sorpresa, e gridò: "Da dove vieni, strana creatura? Che vieni a fare alla mia porta?" "Caro anziano donatore" rispose educatamente Scimmiotto, "non temete, non sono una strana creatura. Il povero monaco che sono è inviato in missione imperiale dalle terre dell'Est a cercare le scritture nell'Ovest. Siamo una comitiva di quattro pellegrini e, mentre attraversavamo la vostra nobile regione, abbiamo notato una temperatura insolitamente alta per questa stagione. Del resto non conosciamo nemmeno il nome del paese. Mi presento a voi per salutarvi e per chiedere informazioni in proposito." "Non me ne vogliate, reverendo" rispose sorridendo il vecchio rassicurato, "se con la vista debole della mia tarda età non mi sono reso conto di chi foste." "Prego, non c'è di che." "Dov'è il vostro rispettato maestro?" "Eccolo laggiù, all'angolo della strada maestra." "Pregatelo dunque di venire." Scimmiotto fece allegramente segno di avvicinarsi, e Tripitaka venne avanti con Porcellino, Sabbioso e il cavallo bianco; tutti salutarono il vecchio. Questi osservava l'aspetto dignitoso del monaco e le insolite grinte dei suoi discepoli, diviso fra il piacere e il timore. Non poté comunque sottrarsi dall'invitarli a entrare, mentre ordinava ai suoi di servire il tè e di preparare il pasto. Tripitaka ringraziò e chiese: "Posso permettermi, nonno, di farvi una domanda? Come mai l'autunno avanzato è tanto caldo da voi?" "Il nostro paese si chiama Monti di Fuoco e non conosce stagioni: qui fa sempre caldo." "Dove si trovano questi Monti di Fuoco? Non saranno per caso lungo la strada dell'Occidente?" "L'occidente? Non potete continuare in quella direzione. Le montagne si trovano precisamente sulla strada maestra, a sessanta li dalla mia casa. Sono ottocento li di fuoco e fiamme, senza ombra di vita né di vegetazione. Anche se aveste la testa di bronzo e il corpo di acciaio, sareste liquefatti dal calore prima di arrivare a metà strada." Tripitaka impallidì e tacque. Intanto passava un giovanotto, che spingeva un carrettino rosso e gridava: "Dolci! Comprate dolci!" Quando si fermò davanti alla porta, Scimmiotto uscì, trasformò un pelo in una moneta di bronzo e comprò un dolce. Il giovanotto prese per buona la moneta, aprì un sacchetto fumante di vapore e ne trasse il dolce, che gli tese. Scimmiotto lo prese, e gli sembrò di tenere in mano un pezzetto di brace incandescente, o un chiodo che uscisse allora da un forno al calor rosso. Se lo palleggiava da una mano all'altra borbottando: "Scotta! Scotta! Scotta! Come si fa a mangiare questa roba?" Il giovanotto rideva: "Se il caldo vi fa paura, non dovevate venire qui. Tutto scotta, da queste parti." "Ragazzo mio, quello che dici è senza senso. Dice l'adagio: senza caldo e senza freddo, niente cereali. Se qui fa solo caldo, da dove viene la farina di cui è fatto il dolce?" "Per sapere da dove viene la farina, bisogna chiederlo alla immortale Ventaglio di Ferro." "Che fa questa immortale?" "Possiede un ventaglio di foglie di banano. Se è disposta a prestarvelo, il primo colpo spegne il fuoco, il secondo fa soffiare il vento e il terzo fa piovere; a questo punto noi seminiamo a aspettiamo la crescita dei cinque cereali che occorrono per vivere. Senza il ventaglio, qui non crescerebbe un filo d'erba." Soddisfatto delle informazioni, Scimmiotto rientrò in casa per offrire il dolce a Tripitaka: "Maestro, non vi state sempre a tormentare al pensiero di che cosa accadrà un altr'anno: su con la vita! Quando avrete mangiato il dolce, vi racconterò qualcosa." Il reverendo prese il dolce e si rivolse all'ospite: "Vogliate accettarlo, caro signore." "Non mi permetterei di accettare il vostro dolce mentre non è stato ancora servito il tè." "Non prendetevi il disturbo di offrirci tè o cibo" disse Scimmiotto. "Mi basta sapere una cosa: dove abita la immortale Ventaglio di Ferro?" "A che proposito?" "Il venditore di dolci mi ha detto che essa possiede un ventaglio di foglie di banano che al primo colpo spegne il fuoco, al secondo solleva il vento e al terzo provoca la pioggia; e che voi in paese ve lo fate prestare per coltivare i cereali. Vorrei andarla a trovare per chiederle anch'io in prestito il ventaglio, che ci permetterà di attraversare i Monti di Fuoco." "Ciò che dite è vero, ma sarà difficile che sua santità acconsenta, se non le offrite i doni opportuni." "Quali doni occorrono?" chiese Tripitaka. "La gente di qui la va a sollecitare ogni dieci anni. Facciamo un bagno rituale e poi ci rechiamo sulla montagna pregando con devozione, per invitarla a uscire dalla sua grotta e a venir qui a esercitare i suoi poteri. Le offriamo quattro maiali, quattro montoni, fiori, carta moneta, incenso, frutta, oche, polli e buon vino." "E la montagna dove si trova?" chiese Scimmiotto. "Come si chiama? Quanti li è lontana? Lasciate che provi a chiederlo, quel ventaglio." "La montagna è a sud ovest e si chiama Monte delle Nuvole Turchese; la caverna si chiama Grotta del Banano. I suoi fedeli impiegano un mese per l'andata e il ritorno, perché bisogna coprire una distanza di millequattrocento sessanta li." "Va bene" concluse Scimmiotto ridendo. "Vado e torno." "Aspettate! Bevete il tè e mangiate, mentre prepariamo le provviste. Dovrete avere un paio di compagni: la strada è infestata da tigri e lupi. Non sarà uno scherzo, è un viaggio lungo e pericoloso." "State tranquillo, non mi serve niente" rispose Scimmiotto ridendo. "Torno presto!" E scomparve. "Avi miei!" esclamò il vecchio allarmato. "Ma è una persona divina, che monta per aria e cavalca le nuvole!" E mentre quella gente raddoppiava le attenzioni di cui circondava il monaco cinese, Scimmiotto giunse in un batter d'occhio al Monte delle Nuvole Turchese. Arrestata la sua nuvola, esplorava il posto per trovare l'ingresso della grotta, quando udì colpi d'ascia cadenzati: un boscaiolo tagliava legna nel bosco. Il Novizio si rivolse nella sua direzione, e avvicinandosi lo udì canticchiare: "Riconosco il mio bosco dalle nuvole: Fra l'erba folta scompare il sentiero. Sulle colline ad ovest vedo piovere: Sarà profondo il guado, questa sera." Il Novizio si avvicinò e giunse le mani: "Ti saluto, fratello boscaiolo." Quello appoggiò l'ascia per rendere il saluto e chiese: "Dove andate, reverendo?" "Ti posso chiedere, fratello boscaiolo, se questo è il Monte delle Nuvole Turchese?" "Proprio quello." "E dov'è la Grotta del Banano della Immortale Ventaglio di Ferro?" "C'è una Grotta del Banano" rispose ridendo il boscaiolo, "ma di immortali non ne conosco; c'è solo la principessa Ventaglio di Ferro, che si chiama anche Râksasî." "Dicono che possieda un ventaglio di foglie di banano che spegne le fiamme dei Monti di Fuoco; è lei?" "È proprio lei. Il possesso di quel tesoro consente alla santa e saggia persona di spegnere il fuoco e di proteggere la gente che ci vive vicino, che perciò la chiama immortale Ventaglio di Ferro. La gente di qui non ha bisogno di lei e la conosce sotto il nome di Râksasî; d'altronde non è altro che la moglie del re diavolo toro Granforzuto." Scimmiotto fu colto di sorpresa: "Mi imbatto in un'altra nemica" si diceva. "Dev'essere la madre di Bimbo Rosso. Già lo zio, che incontrai nella Caverna della Distruzione dei Bambini sul Monte della Liberazione dallo Yang, mostrava intenzioni vendicative e voleva rifiutarmi l'acqua che mi serviva. Figuriamoci se la madre sarà disposta a prestarmi il ventaglio!" Vedendo il Novizio, immerso nella riflessione, sospirare amaramente, il boscaiolo si mise a ridere: "Reverendo, voi che avete abbandonato la famiglia, quale preoccupazione potete avere? Seguite quel sentiero verso est e sarete alla grotta fra cinque o sei li. Non vi state a tormentare!" "Ti dirò, fratello boscaiolo: io sono il primo discepolo del monaco cinese che la corte dei Tang delle terre dell'Est ha inviato a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Due anni fa ho avuto da ridire con il figlio della Râksasî, Bimbo Rosso. Sono inquieto perché penso che lei me ne voglia e si rifiuti di prestarmi il ventaglio." "L'uomo di valore sa leggere sul volto: non inventate pretesti per chiedere il prestito e non datevi pensiero dei vecchi rancori. Vedrete che riuscirete a ottenerlo." Scimmiotto si inchinò profondamente: "Fratello boscaiolo, ti sono grato dei tuoi consigli. Vado." Si congedò dal boscaiolo e si recò alla Grotta del Banano, dove trovò la porta serrata. Che bel paesaggio, tutto intorno! Le rocce, essenza della terra, formano l'ossatura della montagna. La bruma conserva l'umidità della notte, il muschio rinfresca il verde [...] È certo un luogo millenario, che reca le tracce dell'immortale [...] Il Novizio gridò: "Fratello toro, aprimi la porta!" E i battenti cigolarono sui cardini e si aprirono. Ne uscì una ragazza che reggeva un paniere di fiori e recava in spalla una piccola zappa; non aveva trucco né gioielli, ma un bel viso vivace che rifletteva lo spirito del Tao. Il Novizio le andò incontro, giunse le mani e disse: "Figliola, posso pregarti di annunciarmi alla principessa? Sono un monaco in cerca delle scritture, in viaggio per l'Ovest. Poiché è difficile attraversare i Monti di Fuoco, vengo a chiedere rispettosamente di avere in prestito per poco tempo il ventaglio di foglie di banano." "Di quale monastero siete? Come vi chiamate? Chi devo annunciare?" "Vengo dalle terre dell'Est e mi chiamo Scimmiotto Consapevole del Vuoto." La ragazza rientrò nella grotta e andò a inginocchiarsi ai piedi della Râksasî: "Signora, c'è alla porta un monaco dell'Est, Scimmiotto Consapevole del Vuoto, che vorrebbe vedervi per chiedere in prestito il ventaglio; gli servirebbe per attraversare i Monti di Fuoco." Il nome di Scimmiotto ebbe sulla Râksasî l'effetto del sale sulla fiamma, o dell'olio versato sul fuoco: divenne rossa paonazza e una furia devastatrice le infiammò il cuore: "Scimmia maledetta! Finalmente è capitata qui. Portatemi la corazza e le armi." Indossò subito l'armatura, impugnò in ciascuna mano una spada dalla lama azzurrina e uscì in gran tenuta. Il Novizio, che si era defilato, la osservava: Avvolto il capo in un fazzoletto a fiori, indossava una lunga veste di broccato a disegni di nuvole, da cui pendeva l'orlo ricamato di una gonna; la vita era serrata da una doppia cintura di nerbo di tigre. Le scarpette dalle punte ricurve a becco di fenice non erano più lunghe di tre pollici; le gambiere terminavano in barbe di drago dorate. Protendeva le spade e gettava alte grida di collera, con smorfie feroci come quelle della donna della luna. "Dove sei, Consapevole del Vuoto?" Scimmiotto si fece avanti con un rispettoso salamelecco: "Cara cognata, vi presento i miei omaggi." "Cognata?" esplose la Râksasî. "Non lo sono mai stata e non so che farmene dei tuoi omaggi." "Sono fratello giurato del vostro rispettabile marito, il re diavolo toro; facevamo parte di una confraternita di sette persone. Come dovrei trattare vostra altezza, sua sposa legittima e principale, se non da cognata?" "Scimmia maledetta! Come puoi protestare questi vincoli di fraternità, dopo che hai gettato mio figlio in un'orribile trappola?" "Chi è vostro figlio?" "Mio figlio è Bimbo Rosso, il grande santo re fanciullo della Grotta delle Nuvole di Fuoco nella Gola del Pino Morto sul Monte del Singhiozzo, e tu lo hai distrutto. Non sapevamo come trovarti per vendicarci. E ora che vieni alla mia porta, credi che ti possa perdonare?" "Cognata" rispose Scimmiotto esibendo un largo sorriso, "avete torto a rimproverarmi senza esaminare il caso. Il vostro benamato figlio aveva acchiappato il mio maestro e lo voleva cucinare, non ricordo se lesso o al vapore. Per fortuna la pusa Guanyin levò il maestro dai guai e prese vostro figlio al suo servizio, per esercitare le funzioni di ragazzo di Buona Fortuna. Ormai gode il giusto frutto come pusa, oltre la vita e la morte, la purezza e l'impurità; condivide la longevità del cielo e della terra, del sole e della luna. Mi dovreste ringraziare di avergli procurato questo destino eccezionale, e invece mi venite a rimproverare: non ha senso." "Brutta scimmia dalla lingua bugiarda! Mio figlio non avrà perso la vita, ma non può più venire da me: come potrei rivederlo?" "Nulla vieta che mia cognata riveda il suo diletto figlio" replicò Scimmiotto, sempre sorridente. "Voi prestatemi il ventaglio: quando avrò spento le fiamme e il mio maestro avrà potuto passare le montagne, andrò nei mari del Sud a pregare la pusa di mandare Bimbo Rosso a riportarvelo. È perfettamente possibile. Potrete constatare che sta benone e non ha un graffio; se non fosse così i vostri rimproveri potrebbero essere fondati. Ma se è rimasto bello come prima, mi dovreste invece ringraziare." "Scimmia del diavolo! Smettila di blaterare e prenditi in testa un bel colpo di spada. Se lo reggi ti presterò il ventaglio; altrimenti ti spedirò da Yama, il giudice dell'Inferno." "Cognata, ogni vostro desiderio è un ordine" rispose Scimmiotto sorridendo e incrociando le mani sul petto. "Ecco qua il mio cranio indifeso, che potrete picchiare quanto volete; vi fermerete quando sarete stanca. Ma poi dovrete prestarmi il ventaglio." Senza altro indugio, la Râksasî roteò le spade e le abbatté per una dozzina di volte sulla testa di Scimmiotto. Sembrava che il Novizio ci si divertisse; la Râksasî si spaventò e volse le spalle per rifugiarsi nella grotta. "Dove volete andare, cognatina? Adesso tocca a me: datemi il ventaglio." "Il mio tesoro non lo do in prestito così facilmente." "Se rifiutate, sarà il vostro cognatino a darvi una legnata sulla testa." Che bravo re scimmia! Con una mano la tratteneva; con l'altra, cavò da dietro l'orecchia la sua sbarra e la fece crescere al diametro di una tazza. La Râksasî si liberò di lui e lo aggredì levando le spade, mentre il Novizio roteava la sbarra. Non si parlò più di parentele: si scatenò un accanito combattimento in cui si sfogavano vecchi rancori. Che battaglia! La dama era un mostro fatto e finito, e odiava Scimmiotto a causa del figlio. Il Novizio sarebbe stato disposto a fare concessioni, per conseguire lo scopo di aprire il cammino al suo maestro; aveva dapprima richiesto il prestito con buona grazia e pazienza, senza arroganza né prepotenza. Ma la Râksasî non aveva voluto saperne, e aveva risposto con le armi agli appelli alla parentela. Una donna non dovrebbe mai battersi con un uomo, perché l'uomo è più duro e finisce per spezzarla. Che brutalità in quella sbarra cerchiata d'oro, che finezza nel gelido taglio di quelle lame azzurrine! Nessuno si sottrae alla mischia accanita: con arte consumata, finta a destra, parata a sinistra! Uno affonda coprendosi le spalle, l'altro manovra a meraviglia. Il sole si avvia al tramonto e il duello giunge al suo culmine. La Râksasî ricorre al suo autentico ventaglio, e gli imprime un movimento che riempirà di timore uomini e dèi. Dopo aver sostenuto la lotta fino a sera, la Râksasî incominciò a sentire quanto pesava l'arma di Scimmiotto e a constatare che i suoi colpi divenivano più fitti. Capì di non avere altra via d'uscita: prese il ventaglio di foglie di banano, lo fece ruotare lievemente e con un piccolo movimento provocò una tale folata di vento magico che Scimmiotto non poté reggersi e scomparve all'orizzonte, senza lasciar traccia. La Râksasî se ne tornò trionfalmente in casa. Scimmiotto volava come una foglia portata dal vento d'autunno, come un petalo trascinato dall'acqua del torrente; talvolta sprofondava in tuffi vertiginosi, ma prima che toccasse terra il vento lo risollevava e lo faceva ruzzolare e capitombolare per aria, senza dargli modo di riprendere l'equilibrio. Continuò così per tutta la notte; all'alba fu spinto contro una montagna e si aggrappò a uno spuntone di roccia. Gli ci volle tempo per riprendere fiato; poi si guardò intorno e non tardò a rendersi conto che era finito sul Piccolo Sumeru. Sospirò: "Che donna tremenda! Che viaggio mi ha fatto fare! Ricordo di essere venuto qui a sollecitare l'intervento del pusa Lingji per sconfiggere il mostro Vento Giallo e liberare il mio maestro. La catena del Vento Giallo è tremila li più a sud: sono stato sospinto indietro verso il punto di partenza di chissà quante diecine di migliaia di li. Mi informerò dal pusa Lingji sul modo più rapido di ritrovare la mia strada." Mentre scendeva verso il monastero udì un colpo di gong. Il portinaio lo riconobbe e corse ad annunciarlo: "È ritornato il grande santo con la faccia pelosa, che qualche anno fa vi aveva chiesto aiuto per sottomettere il mostro Vento Giallo." Il pusa capì che si trattava di Scimmiotto, e scese dal suo trono per andargli incontro: "Vi faccio i miei complimenti! Siete di ritorno con le scritture?" "Per carità, non siamo ancora arrivati alla meta; ci manca parecchia strada." "Perché dunque ritornate sulle nostre desolate montagne, se non avete ancora raggiunto il Monastero del Colpo di Tuono?" "Da quando ci avete fatto il piacere di abbattere Vento Giallo, abbiamo incontrato tante prove lungo il cammino che non ho tenuto il conto. Giunti ai Monti di Fuoco, ci è risultato impossibile proseguire. La gente del posto mi ha parlato di un ventaglio con cui è possibile spegnere il fuoco. Lo possiede l'immortale Ventaglio di Ferro; sono andato a trovarla e ho scoperto che è la moglie del re diavolo toro, e la madre di Bimbo Rosso, di cui a suo tempo avevo fatto un paggio di Guanyin. Si è rifiutata di prestarmi il ventaglio perché, dice, non può più vedere suo figlio per colpa mia. Abbiamo combattuto, e quando si è resa conto che la mia sbarra era troppo pesante per lei, mi ha spedito fin qui con un colpo di ventaglio. Ecco perché vi piombo in casa da maleducato, senza preavviso. Mi sapreste dire a che distanza sono i Monti di Fuoco?" "Quella donna si chiama anche Râksasî" rispose Lingji sorridendo. "Il suo ventaglio è un tesoro meraviglioso, formato dal cielo e dalla terra dietro i monti Kunlun ai tempi della separazione del Caos. Le foglie sono pura essenza dello Yin supremo; è questo che gli dà il potere di spegnere qualunque soffio igneo. Un colpo di quel ventaglio provoca un tale vento yin, che un uomo viene sospinto per ottantaquattromila li prima che cessi. Dal nostro monastero ai Monti di Fuoco ci sono soltanto cinquantamila li: sarà la vostra abilità nel cavalcare le nuvole che vi ha permesso di non essere sospinto più lontano, grande santo. Chissà dove sarebbe finito un uomo normale!" "Quella donna è terribile! Mi chiedo come posso fare a condurre il mio maestro attraverso le montagne." "Rassicuratevi, grande santo. Il vostro arrivo qui era evidentemente destinato dalla Legge, che si prende cura di voi e vi garantisce il successo." "E in che modo lo garantisce?" "Vedete: quando il Beato mi aveva impartito le sue direttive e mi aveva affidato la canna Drago Volante, mi aveva dato anche una pillola per calmare il vento, che finora non ho avuto occasione di utilizzare. Ora la darò a voi: il ventaglio non potrà più niente contro di voi. Così potrete impadronirvene e compiere la vostra impresa." Il Novizio ringraziò calorosamente. Il pusa tolse dalla manica un sacchetto di broccato e ne cavò una pillola, che Scimmiotto cucì saldamente con ago e filo sotto il collo della sua tunica. "Non voglio trattenervi" disse il pusa accompagnandolo al cancello. "Troverete la montagna della Râksasî dritta a nord ovest." Il Novizio si congedò e, con una capriola fra le nuvole, ritornò subito sul Monte delle Nuvole Turchese, dove bussò con il suo randello alla porta della grotta: "Aprite! Il vecchio Scimmiotto chiede il ventaglio in prestito!" La ragazza di guardia corse ad annunciare: "Signora, è ritornato quello che chiede il ventaglio." La Râksasî si inquietò: "Non è facile sbarazzarsi di quella maledetta scimmia. Il mio tesoro scaglia la gente a ottantaquattromila li di distanza: come avrà fatto a ritornare così presto? Questa volta gli sparo una raffica di sventagliate; voglio proprio vedere se riesce ancora a trovare la strada del ritorno." Balzò in piedi, si strinse le fibbie dell'armatura, impugnò le spade e uscì ad apostrofare Scimmiotto: "Sei ancora qui; vuoi proprio che ti uccida!" "Cognata" replicò il Novizio ridendo, "non vi credevo così tirchia. Quel ventaglio dovete proprio prestarmelo. Vi assicuro che lo restituirò non appena il monaco cinese avrà attraversato la montagna: io sono una persona di parola, non sono di quelli che non restituiscono le cose ricevute in prestito." La Râksasî si infuriò più che mai: "Maledetto macaco, non hai un briciolo di buon senso né di discrezione. Mi hai levato mio figlio, non te l'ho ancora fatta pagare, e tu mi vieni a chiedere dei favori. Sarò proprio nello stato d'animo di darti retta! Ora non scappare, ma resta lì ad assaggiare le spade della tua mammetta." Il Novizio parò calmo con la sua sbarra. Incrociarono le armi a sei o sette riprese; la Râksasî fu presa dall'affanno e sentiva le braccia perdere vigore, mentre Scimmiotto andava in crescendo. Vedendosi svantaggiata, afferrò il ventaglio e lo agitò davanti al Novizio; il quale non batté ciglio, abbassò la sbarra e disse con un sorriso canzonatorio: "Questa volta non andrà come la volta precedente: agitate pure il vostro ventaglio finché vi pare." Il tentativo, ripetuto, non ebbe successo. La Râksasî perse il sangue freddo e fuggì precipitosamente dentro casa, sbattendo la porta alle sue spalle. Scimmiotto strappò dal suo colletto la pillola antivento, se la mise in bocca, e si trasformò in un insetto jiaoliao per intrufolarsi da una fessura. La Râksasî gridava: "Ho una sete terribile. Datemi subito da bere." Una cameriera le portò una teiera e versò la bevanda profumata in una tazza; il tè, agitato dai movimenti affrettati, fece un poco di schiuma. Scimmiotto, che ronzava intorno, ne approfittò per nascondersi in una bollicina e l'assetata Râksasî, quando vuotò la tazza in due o tre sorsi, inghiottì inavvertitamente anche lui. Sceso nel ventre, egli riprese il suo aspetto e gridò a squarciagola: "Cognata, prestami il ventaglio!" La donna impallidì di spavento e chiese: "Ragazze, siete sicure che la porta di casa sia chiusa?" "Ma certo!" risposero in coro le cameriere. "Eppure sento vicinissima la voce di Scimmiotto." "Parlo dal tuo stomaco, come la voce della coscienza." "Che trucco è questo, Consapevole del Vuoto?" "Non so fare giochi di prestigio" rispose Scimmiotto. "Tutto quello che faccio non è illusione, ma realtà: mi sto effettivamente divertendo dentro le tue nobili budella, rispettabile cognata; qui c'è il tuo fegato, e quelli sono i tuoi polmoni. So che sei tanto stanca e hai bisogno di stimoli: eccotene uno per cominciare." E diede un bel calcio alla parete dello stomaco: la Râksasî si piegò in due e cadde a terra gemendo. "Un'altra cosa che può servire è questa." E batté una zuccata nel cuore, provocandole un tale dolore che la fece rotolare qua e là, con le labbra sbiancate e la fronte cerea, mormorando: "Pietà, cognato!" "Eccomi dunque riconosciuto per cognato" disse Scimmiotto rinunciando ad altri colpi. "Per amore del gran fratello toro te la farò passar liscia, se ora mi presti il ventaglio." "Ma certo fratellino. Esci a prenderlo." "Prima fallo mettere a portata di mano. Non esco, se non lo vedo." La Râksasî mandò la cameriera a prendere il ventaglio e lo fece posare accanto a sé. Scimmiotto, che era risalito fino alla gola per guardare fuori, dichiarò: "Dunque, cognata, ti farò grazia e mi accontenterò di uscire dalla bocca, invece di aprirmi una strada da qualche altra parte. Ma tu devi spalancare tre volte le mascelle." La Râksasî ubbidì e Scimmiotto volò via in forma di piccolo insetto, senza che lei se ne rendesse conto. "Su cognatino, deciditi a uscire" diceva, accingendosi a spalancare la bocca per la terza volta. "Sono già fuori" rispose il Novizio, che aveva ripreso il suo aspetto ordinario e impugnava il ventaglio. "Grazie del prestito." E se ne andò a lunghi passi, mentre le cameriere si affrettavano ad aprirgli la porta per farlo uscire. Il grande santo indirizzò la sua nuvola a est e presto atterrò davanti all'edificio di mattoni rossi. "Maestro, è ritornato!" esclamò allegro Porcellino quando lo vide. Tripitaka uscì ad accoglierlo, con il padron di casa e con Sabbioso. "È il ventaglio giusto?" chiese Scimmiotto, mostrandolo al vecchio. "Proprio quello" rispose il padron di casa. "Saggio discepolo" commentò Tripitaka tutto contento, "i tuoi meriti sono davvero esorbitanti. Avrai dovuto penare molto per ottenere questo tesoro." "Non ne parliamo! Sapete chi è l'immortale Ventaglio di Ferro? Nientemeno che la moglie del re diavolo toro, la madre di Bimbo Rosso." E Scimmiotto raccontò tutta la storia. [...] Tripitaka manifestò la sua gratitudine, e poi maestro e discepoli si congedarono dal vecchio. Percorsero una quarantina di li verso occidente, e il caldo divenne sempre più soffocante. "Sento i piedi arrostiti" gemeva Sabbioso. "Mi bruciano le zampe" rincarava Porcellino. Il cavallo trottava svelto e nervoso, per tenere il meno possibile gli zoccoli a contatto del suolo, che era rovente e rendeva il cammino penosissimo. "Maestro, smontate da cavallo" propose Scimmiotto. "Fermiamoci qui. Aspettate che spenga il fuoco e provochi la pioggia: proseguiremo quando il terreno si sarà raffreddato." Il Novizio si accostò dunque al fuoco e agitò il ventaglio a tutta forza: le fiamme si alzarono più alte che mai sul fianco della montagna. Altro colpo di ventaglio: cento volte peggio. La terza volta, le fiamme salirono a mille tese e lui corse il rischio di finire in cenere: dovette ritirarsi a precipizio, con i peli delle cosce tutti strinati. Corse verso il monaco cinese: "Marcia indietro! Scappiamo via, il fuoco viene da questa parte!" Il maestro rimontò a cavallo e corse con i discepoli per una ventina di li; quando si fermarono, chiese: "Che cos'è accaduto, Consapevole del Vuoto?" "Non è mica il ventaglio giusto" brontolò Scimmiotto gettandolo via. "Quella donna mi ha fregato." Tripitaka aggrottò le sopracciglia e si sentì così addolorato che si mise a piangere: "E adesso, come facciamo?" "Fratello, perché ci hai fatto scappar via come matti?" chiese Porcellino. "Al primo colpo di ventaglio il fuoco mugghiava, al secondo ancor più, al terzo le fiamme sono salite a mille tese. Il mio pelo stava prendendo fuoco." "Ma non dici sempre che il fulmine non ti colpisce e il fuoco non ti brucia?" replicò Porcellino ridendo sarcastico. "Adesso il fuoco ti fa paura?" "Bestione incompetente che non sei altro! Per difendermi dal fuoco devo stare in guardia e prendere le mie misure. Oggi non avevo fatto il passaggio per allontanare le fiamme e non avevo adottato protezioni, perché credevo di poter spegnere tutto senza problemi: ed ecco qua le strinature che mi sono rimaste sulle cosce." "Che facciamo?" domandò Sabbioso. "Non siamo in grado di superare un fuoco così intenso." "Si potrebbe passare dove il fuoco non c'è" suggerì Porcellino. "Da dove?" chiese Tripitaka. "A est, nord e sud non c'è fuoco" rispose Porcellino. "E le scritture da che parte sono?" "Quelle stanno a ovest" concesse Porcellino. "E io voglio andare dove sono le scritture" concluse Tripitaka. "Fuoco nella direzione delle scritture; niente scritture nelle altre direzioni. È un vicolo cieco" chiosò Sabbioso. Mentre discutevano senza costrutto, una voce chiamò: "Grande santo, non vi arrovellate. Mettetevi a tavola e mangiate uno spuntino vegetariano; delle vostre difficoltà ci sarà agio di riparlare." Tutti e quattro si volsero e videro un vecchio avviluppato in un mantello ondeggiante, con in capo un berretto a mezzaluna, in mano un bastone con il pomo a testa di drago e ai piedi stivali di ferro. Lo seguiva un diavolo con un gran becco di falco e guance di pesce, che recava in capo una ciotola di rame piena di biscotti, dolciumi, miglio e riso. "Sono la divinità locale dei Monti di Fuoco" spiegò il vecchio inchinandosi. "Ho saputo che il grande santo protegge il monaco cinese e che non potete proseguire il vostro cammino; perciò sono venuto a offrirvi uno spuntino." "Il cibo è una cosa secondaria, quando si è immersi in tanti guai" replicò Scimmiotto. "Che possibilità vedete di spegnere il fuoco e di proseguire?" "Solo il ventaglio di foglie di banano può spegnere questo fuoco." Scimmiotto raccolse da terra il ventaglio, dove l'aveva gettato: "Non è questo il ventaglio? Ma ad agitarlo il fuoco si attizza: come mai?" La divinità locale esaminò l'oggetto e si mise a ridere: "Questo non è il vero ventaglio. La Râksasî vi ha turlupinato." "Come posso ottenere quello vero?" La divinità curvò il dorso e rispose con un sorrisetto: "Per avere l'autentico ventaglio, lo dovrete chiedere al re Granforzuto." Se poi non sapete il perché, ascoltate il seguito. 第060回 UNA DONNA OLTRAGGIATA · IN CUI IL DIAVOLO TORO ABBANDONA IL DUELLO PER RECARSI AL FESTINO, E SCIMMIOTTO SI PROCURA PER LA SECONDA VOLTA IL VENTAGLIO DI FOGLIE DI BANANO. "Il re Granforzuto non è altri che il re diavolo toro" aggiunse la divinità locale. "È stato lui a mettere il fuoco in queste montagne?" chiese Scimmiotto. "Nemmeno per sogno. Vi potrei dire chi è stato, grande santo; ma solo se perdonate in anticipo l'audacia dell'umile dio che sono." "Va bene, sei perdonato; sentiamo." "A mettere il fuoco in queste montagne siete stato voi, grande santo." "Ma se non sono mai passato da queste parti prima d'ora! Come puoi spacciare questa insulsa bugia?" reagì il Novizio andando in collera. "Dovrei farmi dare dell'incendiario e restare zitto?" "Voi non vi ricordate di me. Vedete, in questo posto una volta non c'erano montagne. Ricorderete quando metteste a soqquadro i palazzi del Cielo, foste catturato dall'illustre santo Erlang e consegnato al signore Laozi, che vi mise dentro il forno degli otto trigrammi. Quando il forno venne aperto, voi balzaste fuori e rovesciaste tutto quanto: le braci caddero qui e divennero i Monti di Fuoco. Io ero l'inserviente addetto a quel forno: fui rimproverato di negligenza e venni esiliato qui a esercitare le funzioni di divinità locale." "Ora mi spiego perché sei agghindato in quello strano modo" brontolò Porcellino di malumore. "Non sei una vera divinità, ma un taoista travestito." "Ma spiegami" insisté Scimmiotto, convinto a metà, "perché è necessario chiedere l'intervento del re Granforzuto." "Il re ha abbandonato la Râksasî ed è andato a vivere nella Grotta Toccanuvole del Monte Mucchio di Tuoni. Là viveva un re volpe, morto all'età di diecimila anni, che ha lasciato erede universale la figlia, la principessa Viso di Giada, ricca a milioni e senza alcun sostegno per amministrare il suo patrimonio. Un paio d'anni fa lei ha preso informazioni sulle grandi capacità del re diavolo toro e gli ha proposto di mettere i suoi beni nelle sue mani, a condizione che accettasse di vivere con lei come sposo. Perciò il toro ha piantato in asso la Râksasî. Se ora voi, grande santo, lo convinceste a ritornare, penso che la Râksasî acconsentirebbe in cambio a ogni vostra richiesta. Se voi otteneste il ventaglio, ne ricaveremmo tre grandi vantaggi: il primo è che il vostro viaggio potrebbe proseguire; il secondo, che le fiamme sarebbero spente una volta per tutte: sarebbe un bel sollievo per chi vive nel paese; il terzo, che non sarebbe più necessario che io resti qui a fare la guardia alla carbonella: potrei essere perdonato e riammesso in servizio nel palazzo del signore Laozi." "Dove si trova questo Monte Mucchio di Tuoni? Quant'è lontano?" "Tremila li verso sud." Scimmiotto affidò il maestro a Porcellino e Sabbioso, e raccomandò alla divinità locale di far loro compagnia; poi scomparve in un turbine di vento. In breve giunse in vista di una montagna alta fino al cielo; abbassò la sua nuvola e contemplò il panorama. Quant'è alta? Da toccare l'azzurro. Quanto è grande? I suoi burroni scendono fino alle Sorgenti Gialle. Le pareti sono tiepide di sole, ma la cresta è coperta di ghiaccio. Sul lato soleggiato crescono alberi che non conoscono l'inverno; dietro la cresta trovi ancora ghiaccio nel cuore dell'estate. Dal lago di draghi scende una cascata; accanto al rifugio della tigre, sotto le alte rupi, i fiori sbocciano presto. La cascata si suddivide in mille rivoli di giada. I fiori sbocciati formano un broccato. Alberi contorti sulle creste dentellate; pini svettanti sulle rupi svettanti. È quella che si dice un'alta montagna: ripide creste, rupi scoscese, profondi burroni, fiori odorosi, bei frutti, liane rosse, bambù violetti, pini azzurri, verdi salici: lo stesso immutabile aspetto attraverso il tempo, gli stessi colori dalla più remota antichità, come i draghi. Saziatosi dello spettacolo, il grande santo scese passo passo giù per la scarpata e si inoltrò alla ricerca di un sentiero. Stentava a orientarsi, quando vide sbucare dall'ombra di un pino una bella donna che teneva in mano un'orchidea profumata. Il grande santo si nascose dietro una roccia per osservarla: È dotata della bellezza che può rovesciare gli imperi, e cammina su piedini di loto. Ha il viso di Wang Zhaojun e la grazia di una ragazza di Chu: un fiore che sa parlare, una giada che emana profumo. Le crocchie dei suoi capelli sono nero-azzurrine, gli occhi sottolineati in verde. La gonna pieghettata lascia vedere scarpine a punta ricurva; maniche turchese lasciano spuntare manine affusolate, bianche come la farina. Non parlatemi di piogge della sera e di nubi del mattino, guardando quei denti scintillanti tra le labbra rosse! La sua pelle è dolce come il Fiume di Broccato, eclissa Zhuo Wenjun e Xue Tao. Quando gli fu vicina, Scimmiotto s'inchinò e la salutò dicendole con dolcezza: "Dove andate, cara pusa?" La donna restò di sale, al vedersi improvvisamente davanti una faccia tanto brutta. Se ne stava lì tremante e incapace di avanzare o retrocedere, finché riuscì a balbettare: "Da dove venite? Chi cercate?" Scimmiotto rifletté: "Potrebbe essere una parente del re toro: è prudente che non entri nei particolari. Fingerò di avere un incarico dalla famiglia." Intanto la donna si riprese dalla sorpresa e gridò: "Chi sei tu, per permetterti di rivolgermi la parola?" "Vengo dal Monte delle Nuvole Turchese" rispose Scimmiotto sorridendo e inchinandosi, "ed è la prima volta che vedo questi nobili luoghi; perciò non conosco la strada. Posso sapere se questo è il Monte Mucchio di Tuoni?" "Certo che lo è." "E da che parte si trova la Grotta Toccanuvole?" "Perché la cerchi?" "Devo invitare il re diavolo toro da parte della principessa Ventaglio di Ferro, della Grotta del Banano sul Monte delle Nuvole Turchese." A sentir parlare di Ventaglio di Ferro, la donna arrossì fino alla radice dei capelli ed esplose in ingiurie: "Quella puttana non lo vuol capire! Il re toro è venuto ad abitare qui da nemmeno due anni, e ha già mandato non so quanto oro, argento, perle e gioielli, rotoli di damasco e di satin. Ogni anno le faccio spedire la legna, ogni mese il riso. Ha tutto quello che le può occorrere, ma evidentemente non le basta: invita anche il re. Ditemi voi che cosa vuole!" Scimmiotto capì che aveva davanti la principessa Viso di Giada e assunse un atteggiamento minaccioso: "Sei tu la puttana, bella mia, che hai accalappiato il re toro a suon di quattrini. Ti dovresti vergognare. Ma lo sai chi ti permetti di insultare?" La donna sentì le sue anime abbandonarla: volse le spalle e fuggì via, inciampando nei suoi loti d'oro e tremando come una foglia. Scimmiotto le correva dietro strillando. Usciti dal bosco di pini giunsero all'ingresso di una grotta, in cui la giovane donna si rifugiò sbattendo la porta. Il grande santo ripose il randello che aveva impugnato e si guardò intorno: davvero un bel posticino. La fitta foresta si stende fra le rocce scoscese: nel groviglio delle liane penetra il profumo delle orchidee. La sorgente sgorga in un bacino di giada e scorre fra i bambù e le rocce civettuole, che si adornano di petali caduti. Le cime remote sono avvolte nella bruma che attenua la luce del sole. Ai nitriti del drago rispondono i ruggiti della tigre. Grida di gru, canti di rigogoli: regna la quiete sull'erba di diaspro adorna di fiori preziosi. La grotta regge il confronto con quella della Terrazza del Cielo, è più bella delle isole degli immortali. Mentre Scimmiotto si perdeva a contemplare il bel paesaggio, la giovane donna, sudata per l'affanno, comprimendosi il cuore agitato dallo spavento, si precipitò nella biblioteca, dove il re toro si abbandonava al tranquillo piacere di leggere libri di alchimia. Si gettò fra le sue braccia e scoppiò in singhiozzi, tormentandosi le guance e tirandosi i lobi delle orecchie. "Non tormentarti, bellezza" le disse il re toro sorridendo. "Che cosa ti succede?" Lei, tutta agitata, si lagnava: "Diavolo che sei, mi farai morire!" "Perché te la prendi con me?" chiese il re toro senza abbandonare il sorriso. "Ti avevo chiesto di proteggermi e di occuparti di me, perché ero rimasta sola al mondo. Tu avevi la reputazione di uomo capace e coraggioso: ma ora scopro che non sei altro che un misero marito terrorizzato da sua moglie." "Bellezza mia" replicò il re toro prendendola fra le braccia, "se ti ho fatto un torto dimmelo subito: non chiedo di meglio che di ripararlo." "Passeggiavo tra i fiori qui vicino e coglievo orchidee, quando mi è sorto davanti un monaco con la faccia pelosa e la gola da duca del tuono. Quando mi ha salutato, ero paralizzata dalla paura. Poi mi sono ripresa e gli ho chiesto chi fosse: lui mi ha detto che portava un invito per te da parte della principessa Ventaglio di Ferro. Non gli ho detto che due parole per metterlo al suo posto, ma lui si è scatenato e mi ha inseguito alzando un gran bastone: se non avessi corso a tutta velocità, mi avrebbe uccisa. Dimmi tu se mi procuri altro che guai, e se non posso dire che mi vuoi morta." Il re toro le presentò scuse solenni e dovette farle molte coccole, prima di riuscire a calmarla. Infine manifestò il suo disappunto: "Mia cara, non ti ho mai nascosto niente. La Grotta del Banano è in un posto fuori mano, ma libero e puro. Mia moglie è un'immortale che ha conseguito il Tao fin dalla prima giovinezza: tiene in ordine la sua casa e la moralità di chi la abita. Com'è possibile che si sia servita di un uomo come quello che mi descrivi? Penso che sia un mostro che abusa del suo nome per avvicinarmi. Aspetta che esca per mettere in chiaro le cose." Il bravo re diavolo uscì dalla biblioteca e andò in sala a indossare l'armatura e a prendere un randello di ferro lavorato. Poi si fece sull'uscio e gridò: "Chi è l'insolente che viene qui a comportarsi da villano?" A Scimmiotto, che si teneva defilato, parve che il suo atteggiamento fosse molto diverso da quello consueto di cinquecento anni prima. Ecco qua: In capo un elmo di ferro, polito e scintillante come argento, l'armatura d'oro è adorna di broccati e ricami, calza stivali di daino dalla suola bianca con le punte ricurve, porta alla vita una tripla cintura decorata col motivo del barbaro e del leone. Occhi brillanti come specchi e sopracciglia come arcobaleni; labbra scarlatte e denti di bronzo. Al suo ruggito trema la montagna, il suo fiero passo mette in fuga gli spiriti maligni. Famoso nei quattro mari, è Granforzuto, il re diavolo dell'Ovest. Scimmiotto si rassettò e si presentò con una gran riverenza: "Fratello maggiore, riconosci ancora il tuo fratello minore?" "E così sei Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il Grande Santo Uguale al Cielo" rispose il re toro rendendogli il saluto. "Quanto tempo che non ci vediamo! Ho avuto il piacere di ritrovarti, grazie alle indicazioni di una giovane donna. Mi congratulo, vecchio mio: non ti avevo mai visto un'aria tanto prospera." "Sta zitto, chiacchierone" brontolò il re toro. "Ho sentito raccontare che, dopo i disordini che provocasti in Cielo, il Buddha ti aveva sepolto sotto il Monte dei Cinque Elementi; e che ultimamente eri stato liberato e proteggevi il monaco cinese che cerca le scritture nell'Ovest. Ora spiegami perché hai aggredito mio figlio alla Grotta della Nuvola di Fuoco. Io non ti voglio più vedere; come ti è venuto in mente di venirmi a cercare?" "Caro fratello maggiore" rispose Scimmiotto inchinandosi di nuovo, "non prendertela con tuo fratello prima di considerare obiettivamente i fatti. Il tuo benamato figlio si era impadronito del mio maestro e voleva mangiarselo. Del resto, io non sono riuscito nemmeno a mettergli le mani addosso: è intervenuta la pusa Guanyin e lo ha riportato sulla buona strada. Adesso tuo figlio è il suo ragazzo di Buona Fortuna e, se permetti, si trova in una posizione più elevata della tua. Inoltre gode gioia assoluta e longevità senza limiti. Che cosa c'è in questa storia che tu mi possa rimproverare?" "Furbacchione di un macaco! Mettiamo che su mio figlio non ci sia niente da ridire. Ma è vero o no che, un momento fa, hai maltrattato la mia amata concubina? Perché l'hai minacciata e l'hai rincorsa fino a casa?" "Il fatto è che ti stavo cercando e le ho chiesto rispettosamente se mi poteva indicare la tua residenza; non sapevo nemmeno di parlare alla mia seconda cognata" rispose sorridendo il grande santo. "Lei mi ha risposto con male parole e io, devo ammetterlo, sono stato un po' rude e devo averla spinta un pochino. Ti prego di scusarmi." "Visto come metti le cose, in considerazione della nostra vecchia amicizia, sei perdonato." "Sei magnanimo, ti ringrazio molto. Oso chiedere il tuo aiuto in una faccenda molto importante per me." "Benedetto macaco impertinente! Ti ho perdonato, e tu dovresti avere il buon gusto di scomparire. Invece ricominci a rompere le scatole: che cosa vuoi?" "Devi sapere, fratello, che il monaco cinese che proteggo è bloccato nel suo cammino dai Monti di Fuoco. La gente del posto mi ha riferito che la mia rispettabile prima cognata possiede un ventaglio di foglie di banano che risolverebbe il problema. Ieri sono andato alla tua vecchia residenza a salutarla e chiederle in prestito il ventaglio; ma lei non ne vuol sapere. Questo è il mio problema. Spero che, nella tua immensa generosità, mi accompagni da lei per convincerla a prestarmi quell'oggetto; lo restituirò non appena avrò spento le fiamme per far passare il mio maestro." Il re toro divenne rosso dalla rabbia e digrignò i denti: "Ecco da dove vengono i tuoi bei discorsi: parli per interesse, vuoi solo il ventaglio. Scommetto che hai maltrattato mia moglie; lei ha rifiutato, e allora te la sei presa anche con la mia concubina. Dice il proverbio: moglie d'amico non umiliare, la concubina non sfruculiare! E tu, brutto stronzo, che cosa hai fatto? Hai umiliato l'una e sfruculiato l'altra. Adesso ti do il fatto tuo." "Se mi vuoi picchiare, fratello, accòmodati. Ma ti supplico sinceramente di non negarmi il prestito." "Reggi tre assalti, e dirò a mia moglie di dartelo. Altrimenti ti ammazzerò per lavare l'affronto." "Ben detto, fratello. Non ci vediamo da tanto tempo, per colpa mia che non ti sono venuto a cercare: non so a che punto sia arrivata la tua abilità militare. Vediamo come ce la sappiamo cavare nella scherma col bastone." Il re toro non era d'umore conversevole; alzò la sua sbarra di ferro lavorato e l'abbatté a tutta forza. Il grande santo parò. Fu un bel combattimento: Hanno i volti alterati e abbandonano il linguaggio amichevole. "Ti odio per il danno che hai recato a mio figlio, macaco!" Risponde l'altro: "Tuo figlio ha trovato la Via, non hai niente da rimproverarmi." "Come hai osato bussare alla mia porta?" "Non lo avrei fatto se non mi fossi trovato in stato di necessità." L'uno chiede il ventaglio per proteggere il monaco cinese, l'altro lo nega per avarizia. Scompare ogni amicizia in queste circostanze, resta solo la collera [...] In capo a un centinaio di scontri, la situazione era ancora indecisa. A quel punto si sentì chiamare dalla strada: "Messer toro, il nostro grande re manda i suoi omaggi e vi prega di onorare il suo banchetto con la vostra presenza." Il re toro bloccò la sbarra di Scimmiotto e gli disse: "Fermo, macaco: ora ho altro da fare. Riprenderemo la discussione quando ritornerò da questo convegno di amici." E rientrò in casa a informare la principessa Viso di Giada: "Bellezza mia, quel tizio con la gola da duca del tuono era il macaco Scimmiotto, che ho messo in fuga con qualche bella legnata. Sta certa che non si farà rivedere: puoi muoverti e divertirti in tutta sicurezza. Io vado a bere un bicchiere da un amico." Levò elmo e corazza, si infilò una giacchetta di velluto giallo canarino, inforcò la bestia dalle pupille d'oro che allontana le acque e se la filò fra il lusco e il brusco, diretto a nordovest. Il grande santo, che vedeva tutto dall'alto della montagna, si disse: "Chissà quali amici si è fatto il vecchio toro in questi ultimi tempi. Andiamo a vedere." Il bravo Scimmiotto, con una piccola scossa, si mutò in una corrente d'aria fresca e lo seguì. Giunsero su un'altra montagna, e il re toro a un tratto scomparve. Scimmiotto riprese la propria forma e si mise alla sua ricerca. In breve scoprì un profondo lago dalle limpide acque; sulla riva una stele portava questa scritta in sei grandi caratteri: LAGO DEI FLUTTI VERDI SUL MONTE DELLE ROCCE CAOTICHE "Se n'è andato là sotto" pensò Scimmiotto. "L'amico sarà un mostro acquatico: caimano, drago, pesce o tartaruga. Vediamo." Fece un passo magico, recitò un incantesimo e si mutò in un granchio, né grosso né piccolo: pesava le sue trentasei libbre. Fece un tonfo nel lago e scese sul fondo; là vide un portico con belle sculture, davanti al quale era legata la bestia dalle pupille d'oro. Oltre l'ingresso, ci si muoveva all'asciutto. Scimmiotto scivolò dentro e, tendendo l'orecchio, udì che si faceva musica. Si vedeva un palazzo di perle con archi di conchiglie, diverso dalle costruzioni di questo mondo. Tegole d'oro, travi di giada bianca. I paraventi sono di gusci di tartaruga, le balaustre di corallo. Luminose nuvole di buon augurio circondano il trono di loto; esse uniscono gli astri del cielo ai viali della terra. Non è il palazzo del Cielo né il tesoro del mare, ma rivaleggia con le più belle residenze. Nella vasta sala si trovano riuniti gli ospiti: mandarini grandi e piccoli, con berretti da cerimonia. Fanciulle di giada servono piatti d'avorio e poi suonano sui loro strumenti musiche celesti. Le cantanti sono lunghe balene, i danzatori granchi giganteschi; tartarughe suonano il flauto e percuotono il tamburo. Tavole e coppe brillano di perle luminescenti. Caratteri sigillari in forma di uccelli si allineano su tabelle di piume di martin pescatore; tendaggi di barbe di gambero pendono dalle pareti delle gallerie. Gli otto suoni si mescolano in divina armonia; le note scandite risuonano fino all'empireo. Le fanciulle che intrattengono gli ospiti, carpe dalla testa verde, pizzicano liuti di diaspro, mentre i ragazzi dagli occhi rossi suonano flauti di giada. Donne pesce servono vassoi di odorosa selvaggina recandoli in capo; le acconciature delle fanciulle drago agitano ali di fenice d'oro. Che si serve in tavola? I piatti più rari degli otto tesori delle cucine celesti. Che si beve? Succo di giada liquida delle residenze porporine. Il re diavolo toro era seduto al posto d'onore, fra tre o quattro caimani. Di fronte a lui troneggiava un vecchio drago, circondato da una numerosa famiglia. Il vecchio drago si accorse dell'intruso e ordinò: "Prendetemi quel villano di un granchio." Figli e nipoti si gettarono sul grande santo e lo immobilizzarono. Ma Scimmiotto, con voce umana, gridò: "Pietà! Pietà!" "Da dove vieni, screanzato?" tuonò il vecchio drago. "Come osi entrare nella mia sala d'onore davanti ai miei nobili invitati? Se vuoi evitare di essere punito con la morte, confessa tutto!" Il bravo Scimmiotto inventò una storiella d'occasione: "Vivo da sempre in questo lago: ci sono nato e abito in una cavità della sua sponda. Per meriti di anzianità ho conseguito il titolo di Svigna di Fianco; infatti non ho mai imparato a camminare diritto e finisco sempre per impantanarmi o impigliarmi nelle alghe. Ho offeso la vostra regale dignità senza rendermi conto di quello che facevo: vi prego umilmente di perdonarmi." Udita l'arringa, tutti gli ospiti si inchinarono al padron di casa: "È la prima volta che questo Svigna di Fianco entra nel palazzo di diaspro. Nella sua semplicità, ignora l'etichetta di corte. Speriamo che vostra altezza lo perdoni e lo lasci andare." Il vecchio drago li ringraziò e ordinò: "Lasciatelo andare. Prendete nota che gli spetta una bastonatura e fatelo aspettare fuori." Scimmiotto uscì dalla sala e si incamminò verso il portico d'ingresso, considerando fra sé: "Quel re toro è un tal bevitore! Chissà quando si deciderà a lasciare il banchetto. E l'attesa potrebbe essere inutile, perché non so come convincerlo a prestarmi il ventaglio. Mi converrà rubargli la bestia dalle pupille d'oro, prendere le sue sembianze e dedicarmi a convincere la Râksasî." Il grande santo riprese la propria forma, sciolse la bestia, balzò in sella e cavalcò lontano al galoppo. Uscito dalle acque del lago, prese l'aspetto del re toro e spronò la bestia a montare su una nuvola. In breve raggiunse la Grotta del Banano e gridò: "Aprite!" Le ragazze di guardia in portineria socchiusero l'uscio e, vedendo il re toro, corsero ad annunciarlo: "Signora, è ritornato il signore." A queste parole la Râksasî si aggiustò febbrilmente i capelli e corse ad accogliere Scimmiotto che, audace e disinvolto, smontava dalla sua cavalcatura e la legava presso l'entrata. Naturalmente lei cadde nell'inganno e lo condusse per mano dentro casa; fece preparare il tè e disporre le seggiole: tutta la gente di casa si dava da fare e manifestava il suo rispetto per il padrone. La conversazione si avviò così: "Signora, è un pezzo che non ci vediamo." "Siete il benvenuto. La vostra nuova sposa vi piace tanto che, negli ultimi tempi, avete trascurato la vostra schiava. Qual buon vento vi riporta da me?" "In realtà, non mi permetterei mai di trascurarvi. Ma da quando sono stato invitato dalla principessa Viso di Giada, ho avuto molti affari da sbrigare e molte visite da fare; sono gli inconvenienti di una seconda casa da gestire." Poi il falso re toro aggiunse: "Mi hanno detto che si stava avvicinando ai Monti di Fuoco quel Consapevole del Vuoto che protegge il monaco cinese: c'è il pericolo che si presenti qui, a chiedere in prestito il ventaglio. Naturalmente non gli posso perdonare il danno che ha recato a nostro figlio. Se si facesse vedere mi dovete avvertire, perché lo catturi e lo faccia a pezzi per vendicarci di lui." La Râksasî si mise a piangere: "Ahimè, maestà! Come dice l'adagio: marito senza moglie trascura ogni suo affare, moglie senza marito non sa che cosa fare. Poco è mancato che perdessi la vita, per colpa di quel macaco." "Dunque quella scimmia maledetta è già stata qui?" finse di indignarsi Scimmiotto. "Certo, e dev'essere ancora nei dintorni. È venuto proprio a chiedere in prestito il ventaglio; io mi sono armata e l'ho accolto a colpi di spada. Ha avuto la sfacciataggine di chiamarmi 'cognata' e di sostenere che era vostro fratello giurato." "Questo è vero: cinquecento anni fa facevamo parte di una confraternita di sette persone." "Non ha osato rispondere alle mie invettive, né difendersi dai miei colpi; infine l'ho spazzato via con un colpo di ventaglio. Ma stamane è ritornato; non so come abbia trovato modo di resistere al vento, ma non c'è stato verso di scacciarlo di nuovo. Sono tornata ad attaccarlo, ma questa volta ha reagito. Poiché la sua sbarra era troppo pesante per me, mi son dovuta chiudere in casa. Non so come abbia fatto, ma è riuscito a intrufolarsi addirittura nel mio ventre: credevo di morire! Ho dovuto trattarlo davvero da 'cognato' e consegnargli il ventaglio." "Che disastro!" gridò Scimmiotto, arrivando a battersi il petto dalla disperazione. "Come avete potuto abbandonare il nostro tesoro nelle mani di quel macaco? Mi farete morire di rabbia!" "Non ve la prendete" ribatté sorridendo la Râksasî. "Non gli ho dato il ventaglio vero, ma uno falso." "Il vero dov'è?" "State tranquillo, l'ho messo al sicuro." Ordinò alle cameriere di preparare il vino per brindare all'arrivo del padron di casa, gliene presentò una coppa e disse: "Anche fra i piaceri del vostro nuovo matrimonio, non dovete dimenticare il nostro legame. Accettate questa insipida bevanda del vostro paese!" Scimmiotto non osava rifiutare. Sollevò la coppa con una risatina: "Signora, tocca a voi bere per prima. Voglio mostrarvi la mia gratitudine per la cura che vi siete presa del nostro patrimonio, mentre ero lontano e impegnato ad amministrare altri beni." La Râksasî vuotò la coppa, la riempì nuovamente e gliela tese: "Non si è sempre detto: sposa in casa, gestione attenta? Ma il marito è il padre che la nutre. Non è il caso di ringraziarmi." Dopo queste dimostrazioni di modestia, si sedettero a bere. Mentre chiacchieravano, Scimmiotto badava di non violare i suoi divieti alimentari e si accontentava di qualche frutto. Dopo qualche giro di bicchieri, si destò la concupiscenza della Râksasî: gli mormorava paroline dolci, prendeva le sue mani, gli si strofinava contro, lo accarezzava e lo toccava. Intanto bevevano dallo stesso bicchiere, un sorso per uno, e si porgevano la frutta bocca a bocca. Il grande santo stava al gioco. Di certo nulla vale quanto il vino per disperdere ogni pena: un amo per pescare versi, una scopa per spazzare dispiaceri. Il ragazzo timido si lascia andare, la ragazza è tutta sorrisi: il suo viso si arrossa come una pesca matura, il suo corpo si piega come il salice. Essa diventa volubile e non sa più tener ferme le mani: si liscia i capelli, agita le dita delicate; muove le gambe, scuote le maniche del vestito; china il collo incipriato, torce il vitino di vespa. Mentre chiacchiera, slaccia i bottoni dorati e scopre metà del seno. Monti di giada che scivolano nell'ebbrezza, occhi d'argento da non strofinare. Quando la vide discretamente brilla, Scimmiotto, che si teneva in agguato, buttò lì: "Signora, dove avete messo il vero ventaglio? Non allentate la vostra vigilanza: Scimmiotto è abilissimo a trasformarsi e potrebbe ritornare per sottrarvelo." La Râksasî fece una risatina e sputò qualcosa non più grande di una foglia di albicocco, tendendola al compagno: "Eccolo qui!" Scimmiotto non credeva ai suoi occhi: "Com'è possibile che un oggetto così piccolo possa spegnere le fiamme? Dev'essere un altro falso." La Râksasî, vedendolo pensieroso, strofinò il viso incipriato contro il suo e gli disse: "Dài, beviamo! Metti via quella cosa. A che stai pensando?" Scimmiotto colse l'occasione per chiedere: "Come può un oggetto tanto minuscolo avere efficacia su ottocento leghe di fiamme?" Troppo ebbra per diffidare, la Râksasî disse: "In questi due anni ti devi essere dato tanto da fare con quella Viso di Giada, giorno e notte, da uscirne rimbambito. Hai dimenticato come funziona il tesoro? Basta toccare con il pollice sinistro il settimo filo di seta rossa del manico e dire Huixuhexixichuihu: allora ingrandirà di dodici piedi. Questo tesoro ha inesauribili possibilità di trasformazione. E le ottocento leghe di fiamme sa spegnerle in un colpo solo." Scimmiotto registrò tutto accuratamente nella memoria, si mise in bocca il ventaglio e si passò la mano sul volto, per riprendere il proprio aspetto. "Râksasî" ringhiò, "guardami bene! Ti sembro tuo marito? Ne ho abbastanza dei tuoi approcci amorosi: non ti vergogni?" La donna ne ebbe un tal colpo che la presero le convulsioni; cadde a terra rovesciando tavolo e seggiole e morse la polvere, sconvolta dall'umiliazione: "Questa volta morirò di dispetto!" Il grande santo tagliò corto e, senza badare se fosse viva o morta, si precipitò fuori dalla grotta. Come si dice: Un cuore libero dai desideri Porta sempre il sorriso sulla bocca. Montò su una nuvola e si fece trasportare in cima alla montagna, dove sputò il ventaglio per collaudare il procedimento magico. Toccò con il pollice sinistro il settimo filo rosso del manico e recitò la formula: l'oggetto ingrandì davvero di dodici piedi. Lo esaminò con attenzione e constatò che era molto diverso dal ventaglio falso: era circondato da un alone luminoso, raggiava vapori di buon augurio e aveva trentasei fili di seta rossa intessuti nell'ordito e nella trama. Scimmiotto aveva imparato a ingrandirlo, ma non sapeva come rimpicciolirlo: qualunque cosa facesse, il ventaglio conservava il suo grande formato. Non sapendo far meglio, se lo mise in spalla e ritornò sulla strada dei pellegrini. Intanto il re diavolo toro, uscendo dal banchetto, cercò invano la sua bestia dalle pupille d'oro che allontana le acque. Il vecchio drago riunì gli ospiti e fece un'inchiesta per stabilire chi poteva averla rubata. "Chi mai avrebbe osato?" risposero gli spiriti animali inginocchiati. "Noi eravamo tutti al banchetto a passarci cibo e bevande, ad ascoltar musica e a cantare; nessuno di noi si è avvicinato all'ingresso." "D'altronde posso garantire per i miei musicisti. Non si sarà introdotto di nascosto qualche estraneo?" "È venuto quel granchio" ricordarono draghi figli e nipoti. "Sarà lui, l'estraneo." Il re toro si batté la mano sulla fronte: "Non dite altro! Amico mio, stamane, quando ho ricevuto il vostro invito, mi stavo sbarazzando di Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Mi era venuto a chiedere il ventaglio di foglie di banano per aiutare a superare i Monti di Fuoco il monaco cinese, che è incaricato di proteggere. Io ho rifiutato e ci siamo battuti; ma ho lasciato la cosa a mezzo per venire qui. Quella scimmia maligna è piena di risorse: di certo si è trasformata in granchio per venirci a spiare, ed è stata lei a rubare la mia cavalcatura, con l'intenzione di ingannare mia moglie e rubarle il ventaglio." Tutti tremarono di paura e chiesero: "È lo stesso Scimmiotto che aveva provocato tutti quei disordini nei palazzi del Cielo?" "Proprio lui. Se vi capita di frequentare la strada dell'Ovest, farete bene a guardarvene." "Ma come ricupereremo la vostra cavalcatura?" domandò il vecchio drago. "Ci penso io" replicò sorridendo il re toro. "Grazie, signori: ritiratevi pure. Vado a catturarlo." Si aprì il cammino allontanando le acque, balzò fuori dal lago e salì su una nuvola gialla, con cui in breve raggiunse la Grotta delle Nuvole Turchese. Il gran baccano che faceva la Râksasî si udiva anche all'aperto: pestava i piedi, urlava, gemeva, si batteva il petto. Il re spinse la porta e vide subito la sua cavalcatura legata in un angolo. "Da che parte è andato Scimmiotto, signora?" gridò. Le cameriere si inginocchiarono: "Finalmente siete ritornato, signore!" La Râksasî se la prese con il marito: si prosternava battendo la testa per terra e lo malediceva: "Miserabile pendaglio di forca! Come hai potuto essere tanto trascurato da farti rubare la bestia dalle pupille d'oro da quel lurido macaco, che ha preso il tuo aspetto per venir qui a prendermi in giro?" "Da che parte è andato, il macaco?" ripeté il re toro digrignando i denti. "Mi ha derubato, ha ripreso il suo aspetto ed è fuggito" disse la donna battendosi il petto. "Morirò di vergogna!" "Non vi state a tormentare, signora. Aspettate che raggiunga quella bestiaccia, gli riprenda il tesoro, lo scortichi, gli spezzi le ossa e gli strappi le budella. Portatemi le armi!" "Le vostre armi non sono qui" gli ricordarono le cameriere. "Portatemi quelle della vostra padrona." Le ragazze gli presentarono le due spade preziose dalla lama azzurrina. Il re toro si tolse la giacchetta color giallo canarino, la sostituì con un panciotto, impugnò le spade, una per mano, e si precipitò in direzione dei Monti di Fuoco. Così L'ingrato avrà ingannato la donna innamorata, Ma sosterrà l'assalto del demone impulsivo. Se poi in fin dei conti non sapete il bene o il male che poteva venire da questo inseguimento, ascoltate il seguito. 第061回 IL GRAN TORO ACCERCHIATO · IN CUI PORCELLINO CONTRIBUISCE ALLA SCONFITTA DEL RE DIAVOLO, E SCIMMIOTTO SI PROCURA IL VENTAGLIO PER LA TERZA VOLTA. Come il racconto ha narrato, il re diavolo si diede all'inseguimento di Scimmiotto. Quando lo scorse con il ventaglio in spalla e la cera allegra e soddisfatta, il re toro si allarmò più che mai: "Si vede che il macaco è riuscito a estorcere anche le istruzioni per l'uso. Se vado a reclamare la mia proprietà, non mi dà certo retta; e se gli venisse in mente di farmi vento con quella roba, mi spedirebbe a cento ottomila li di distanza, e si sbarazzerebbe una volta per tutte di ogni intralcio ai suoi progetti. Il suo maestro, il monaco cinese, sarà sulla strada ad aspettarlo con gli altri due discepoli: quello spirito porco e quello spirito delle sabbie mobili, che mi è capitato di incontrare tanto tempo fa, quando eravamo tutti giovani mostri di belle speranze. Mi converrà assumere l'aspetto di Porcellino: Scimmiotto sarà tanto fiero del suo successo, che non si terrà troppo in guardia. È il mio turno di mostrargli che anch'io so giocare qualche tiro birbone." Le settantadue trasformazioni le conosceva anche il re diavolo, e nell'arte del duello non la cedeva a Scimmiotto; era soltanto più corpulento, e non aveva il suo mordente e la sua leggerezza. Nascose le spade di cui si era armato e, con una scossa, si trasformò nel sosia di Porcellino; quindi corse giù per la strada incontro al grande santo, gridando: "Ehi, fratello, eccomi qua!" Scimmiotto era davvero soddisfatto di sé; e, come dicevano gli antichi, gatto che vince si crede tigre. Sentiva tanta fiducia nelle proprie capacità, che non pensava a guardarsi le spalle; così, alla vista del falso Porcellino, gridò: "Dove vai, fratellino?" "Non tornavi mai" rispose il re diavolo, "e il maestro si preoccupava: temeva che il re toro ti avesse messo in difficoltà. Perciò mi ha mandato a cercarti per darti una mano." "Nessun problema" replicò Scimmiotto ridendo. "Come puoi vedere, ho tutto quello che serve." "Come hai fatto?" "Con il toro abbiamo disputato un centinaio di riprese; ma poi lui se n'è andato a una festa in fondo a un lago. Io mi sono trasformato in granchio e l'ho seguito di nascosto, gli ho rubato la sua bestia dalle pupille d'oro, ho assunto il suo aspetto e sono ritornato alla Grotta del Banano. La Râksasî mi ha scambiato per il marito, e non ha opposto resistenza a farsi rubare il ventaglio." "Ti sarai fatto una bella sudata. Chissà quanto sei stanco. Il ventaglio lo posso portare io." Scimmiotto glielo consegnò senza sospetto. Il re toro sapeva tutto del ventaglio: come lo ebbe in mano, fece il passo magico opportuno e lo ridusse alle dimensioni di una foglia di albicocco. Poi riprese il proprio aspetto e disse beffardo: "Non mi avevi riconosciuto, maledetto macaco?" A Scimmiotto sfuggì un ruggito di dispetto: "Miseria! Caccio oche selvatiche da tanti anni, e ancora mi faccio beccare dagli uccellini." E si scatenò inferocito con la sua sbarra, mentre il re diavolo cercava di spazzarlo via a colpi di ventaglio. Ma il grande santo, benché non se ricordasse nemmeno, teneva ancora in tasca la pillola antivento; per quanto le sventagliate si moltiplicassero, non ci fu verso di smuoverlo. Il re diavolo dovette mettersi in bocca il suo tesoro e impugnare le spade. Si svolse a mezz'aria un duello all'ultimo sangue: Il Grande Santo Uguale al Cielo e il re toro che semina confusione nel mondo si disputano con tutte le loro energie il ventaglio di foglie di banano. Ciò che il negligente Scimmiotto ha ottenuto con l'inganno, il re diavolo l'ha riavuto con l'astuzia. Il randello cerchiato d'oro non conosce pietà; le spade dalle lame azzurrine sono maneggiate con destrezza. Il grande santo sputa nuvole colorate, il re toro risponde con lampi luminosi. Si equivalgono per valore e per orgoglio, e dal furore digrignano i denti. Sollevano tanta terra e polvere da oscurare il cielo; dèi e diavoli si nascondono per proteggersi dalla sabbia che vola e dai sassi che rotolano. "Come hai osato imbrogliarmi?" "A morte chi inganna la moglie altrui! Qualunque magistrato ti condannerebbe alla pena capitale." L'astuto Scimmiotto e il brutale re Granforzuto non pensano a negoziare, ma solo a uccidere. Le spade parano il randello che si abbatte: la minima disattenzione può inviare ciascuno dei due a comparire davanti al giudice dell'Inferno. Lasciamoli combattere fra loro, considerato che sarebbe pericoloso cercare di separarli; e ritorniamo al monaco cinese, che se ne stava seduto sul ciglio della strada: il caldo lo soffocava, l'ansia lo rodeva, la sete lo tormentava. Si rivolse alla divinità locale: "Posso chiedervi, rispettabile divinità, quale abilità militare possiede questo re diavolo toro?" "Ha grandi poteri magici e una tal forza da farne un avversario del livello del grande santo." "Consapevole del Vuoto è un buon camminatore; sa percorrere in un momento duemila li, andata e ritorno. Come mai non è ancora qui, dopo un'intera giornata? Starà certo combattendo con quel re toro" concluse Tripitaka. Chiamò i discepoli: "Consapevole delle Proprie Capacità, Consapevole della Purezza, chi di voi vuol raggiungere il suo fratello maggiore? Se sta combattendo il nemico, avrà bisogno di aiuto. Dobbiamo far presto a ottenere quel ventaglio, se vogliamo liberarci dai nostri tormenti e ricuperare il tempo perduto." "Andrei volentieri a cercarlo" rispose Porcellino. "Ma si sta facendo tardi, e io non conosco la strada del Monte Mucchio di Tuoni." "La conosco io" intervenne la divinità locale. "Ti posso accompagnare. Lasciamo qui il Capitano delle Cortine Arrotolate a tener compagnia al maestro." "Vi stiamo procurando molti fastidi, rispettabile divinità" disse Tripitaka, contento della proposta. "Non finirò mai di ringraziarvi dell'aiuto che ci date." Porcellino raccolse le energie, si strinse alla vita la tunica di broccato nero e impugnò il rastrello; insieme alla divinità locale, salirono su una nuvola e partirono verso l'est. Mentre viaggiavano udirono i rumori di un feroce scontro e il mugghiare di un gran turbine di vento. Si fermarono per rendersi conto della situazione, e riconobbero Scimmiotto e il re toro che combattevano. "Ehi, Ammiraglio dei Canneti Celesti, che cosa aspetti a farti avanti?" gridò la divinità. "Fratello, arrivo!" urlò Porcellino brandendo il rastrello. "Grazie tante, ciccione mio, ma ormai l'operazione l'hai mandata all'aria." "Mi ha spedito qui il maestro, ma io non conoscevo la strada, si è perso tempo a discutere e il tudi ha dovuto farmi da guida. Perciò sono in ritardo. In che modo avrei mandato all'aria le tue grandi manovre?" "Non è per il ritardo. Questo toro è un vero stronzo. Ero riuscito a sottrarre il ventaglio alla Râksasî, ma lui ha preso il tuo aspetto e mi è venuto incontro; ero così contento di rivederti, che gliel'ho affidato e mi sono fatto fregare. Ed eccoci qui a pestarci di santa ragione. Perciò dico che hai mandato all'aria l'operazione." Porcellino fu colto da una rabbia violenta: "Ti colga la peste, mucchio di marciume! Te la farò vedere io! Come osi imitare l'aspetto di tuo nonno, per imbrogliare il mio condiscepolo e seminar zizzania tra fratelli?" E abbatté furioso il suo rastrello. Il re toro, dopo tanti attacchi di Scimmiotto, si sentiva stanco e temette di non poter sostenere anche la temibile arma di Porcellino; perciò volse le spalle e cercò scampo nella fuga. Ma la divinità dei Monti di Fuoco, alla testa delle sue truppe infernali, gli tagliò la ritirata e lo apostrofò: "Re Granforzuto, arrenditi! Non c'è dio che non protegga Tripitaka nella sua ricerca delle scritture, o cielo che non lo benedica. Lo conoscono i tre mondi, lo sostengono i dieci orienti. Va senza esitare a spegnere le fiamme con il tuo ventaglio, perché possa passare le montagne senza ostacolo e senza danno. Altrimenti il Cielo di Sopra ti condannerà e ti castigherà senza remissione." "La tua richiesta, tudi, non è sensata. Quella scimmia maledetta ha catturato mio figlio, ha offeso la mia concubina, ha ingannato mia moglie e non ha perso occasione per comportarsi da infame nei miei riguardi. Lo odio tanto che me lo mangerei crudo, per ridurlo in merda e darlo da annusare ai cani. Non acconsentirò mai a prestargli il mio tesoro." Mentre replicava, Porcellino gli fu addosso urlando: "Ruminante del malanno, tira fuori il ventaglio, se vuoi salvare la pelle!" Per tutta risposta, il re toro si volse e lo fronteggiò con le sue spade; Scimmiotto corse a dare manforte. Fu una battaglia di rara violenza. Uno spirito porco, un mostro toro e una scimmia che ha soggiornato in cielo: è nella natura del dhyâna di raffinarsi attraverso i conflitti, ma occorre che la terra si unisca alla causa primordiale. I nove denti del rastrello sono aguzzi e pungenti, il filo delle spade preziose è diritto e tagliente, la sbarra di ferro controlla la situazione, la divinità locale contribuisce a formare la testa di cinabro. I tre combattono mostrando la loro abilità. Aggiogate il bue e crescerà il denaro; portate al forno il maiale e dominerete il soffio del legno. Come realizzare la Via, se lo spirito la abbandona? Per difendere l'anima bisogna legare la scimmia. Armi di tre specie si urtano fra grida e richiami. Cadono rastrellate e fendenti feroci; la sbarra cerchiata d'oro non si agita invano. Lottano da oscurare le stelle e far impallidire la luna. Tutto il cielo si copre di gelide nubi. Il re diavolo si batteva con indomabile coraggio, ma continuava a ritirarsi. La lotta proseguì per la notte intera; all'alba si trovarono davanti alla Grotta Toccanuvole del Monte Mucchio di Tuoni. Fra tutti e tre, con il contributo del tudi e delle sue truppe infernali, facevano un tal baccano che la principessa Viso di Giada balzò dal letto e ordinò alle cameriere di uscire a vedere che cataclisma fosse. Un mostriciattolo corse ad annunciarle: "Il nostro signore e padrone si sta battendo all'ultimo sangue con quel tizio di ieri, quello con la gola da duca del tuono. Ci sono anche un monaco con il grugno lungo e le orecchie larghe, il tudi dei Monti di Fuoco e parecchia altra gente." La principessa ordinò a tutti gli ufficiali della guardia esterna di prendere le armi per soccorrere suo marito. Si riunì così un altro centinaio di combattenti, freschi e desiderosi di mostrare il loro valore. Agitavano lance e bastoni e gridavano in coro: "Maestà, veniamo di rinforzo per ordine della signora!" "Venite al momento giusto, benvenuti" rispose il re toro soddisfatto. I mostri si lanciarono all'attacco tutti insieme: Porcellino, sommerso dalla folla, dovette fuggire trascinando il suo rastrello; il grande santo si sottrasse all'accerchiamento con una capriola nelle nuvole; le milizie infernali si dispersero. Il toro vittorioso riunì i suoi mostri e rientrò nella grotta, di cui fece chiudere e barricare accuratamente le porte. Scimmiotto imprecava: "Che pellaccia, questo bel tomo! Ci picchiamo da ieri pomeriggio: abbiamo incominciato verso le quattro e abbiamo continuato per tutta la notte. Eppure non sembra molto provato. E non avevamo proprio bisogno di trovarci fra i piedi i suoi mostriciattoli. Ora che si sono messi tutti al sicuro, bisogna decidere il da farsi." "Ma fratello, ieri avevi lasciato il maestro verso le dieci del mattino: come mai hai incontrato il toro soltanto nel pomeriggio? Che cosa hai fatto in quelle cinque o sei ore?" "Parecchie cose. Ad arrivare su questa montagna ho impiegato un istante. Qui ho incontrato la principessa Viso di Giada, ho bisticciato con lei e l'ho messa in fuga, ho litigato e combattuto con il re toro. Dopo un paio d'ore lui se n'è andato a un banchetto in fondo a un lago; io l'ho spiato in forma di granchio, gli ho rubato la cavalcatura e ho imitato il suo aspetto per recarmi alla grotta della Râksasî e sottrarle il ventaglio. Ho imparato come si fa a ingrandirlo, ma non ero capace di farlo rimpicciolire. Me lo sono messo in spalla così com'era e me ne sono andato. Ma il re toro ha preso il tuo aspetto e mi è venuto incontro. Il resto lo sai. Ecco come ho passato le sei ore." "Come si dice: è il naufragio del battello carico di soia - parte pieno di zuppa e arriva pieno d'acqua. E adesso come la attraversiamo, quella montagna di fuoco? Ci converrà rinunciare al ventaglio e fare una deviazione, per lunga che possa essere" concluse Porcellino. "Non gettate la spugna, Canneti Celesti! E voi, grande santo, non gli date retta e non perdete la pazienza. Fare una deviazione sarebbe passare dalla porta di servizio e non cogliere il frutto del lungo lavoro" obiettò il tudi. "Come dice la vecchia massima: la strada che ti porta alla meta, non la prendi in prestito. Come potreste fare una deviazione? Il vostro maestro vi aspetta sulla giusta e buona strada, e attende con ansia il vostro successo." "Proprio così. Tu, bestione, non dire sciocchezze" esclamò convinto Scimmiotto. "Il tudi ha ragione. Dobbiamo mettercela tutta. Ho ancora tante risorse da impiegare. Da quando viaggiamo verso Occidente, non ho mai trovato un avversario del mio livello; questo re toro, in fondo, è anche lui una trasformazione della scimmia dello spirito. È tempo di risalire alla fonte: dobbiamo avere quel ventaglio prezioso. Con la sua fresca purezza estingueremo le fiamme, spezzeremo l'ostinazione del vuoto e vedremo in faccia il Buddha. A cose fatte, saliremo nel paradiso dell'assoluta felicità e ci sederemo tutti al banchetto del prossimo Buddha." A questo discorso, anche Porcellino riprese fiducia e dichiarò energicamente: "D'accordo, d'accordo, andiamo avanti: chi ci potrà fermare? Le capacità del re toro contano poco: il legno nato sotto il segno del porco, hai, riporterà il toro alla terra. Dal segno shen nasce il metallo, che è la scimmia, innocua e piena di dolcezza. Bisognerà utilizzare le foglie di banano nell'idea dell'acqua, perché estinguendo le fiamme realizzino l'equilibrio della pace. Se ci diamo da fare giorno e notte, senza risparmiarci, saremo ripagati partecipando alla festa di Ullambana." Così tutti quanti corsero all'attacco; sotto i loro colpi la porta della grotta cadde a pezzi. Il capo della guardia esterna, tremando come una foglia, si precipitò all'interno per annunciare: "Maestà, Scimmiotto ha forzato la porta con numerose truppe." Il re toro stava aggiornando Viso di Giada sull'accaduto e sfogava a parole tutta l'animosità che sentiva contro Scimmiotto. Alla notizia che aveva buttato giù la porta, il suo furore non conobbe limiti: indossò precipitosamente l'armatura, afferrò il suo randello e uscì urlando: "Macaco maledetto! Chi credi di essere? Come ti permetti di fare questo chiasso e di rompermi la porta?" "E tu, maledetta carcassa scorticata" urlava Porcellino di rimando, "chi credi di essere per misurarti con noi? Assaggia un po' il mio rastrello!" "Balordo, sacco di segatura!" urlava il re toro. "Tu sei uno zero, mandami quella scimmia." "Eccomi, ruminante abbrutito" tuonò Scimmiotto. "E dire che siamo stati fratelli giurati. Me ne vergogno; ormai siamo nemici e basta. Bada al mio randello!" Il re toro fece fronte valorosamente. Fra i tre eroi si scatenò una mischia ancor più violenta della precedente. Che battaglia! Sbarra e rastrello, alleati con la divinità che conduce le sue milizie infernali, assaltano l'antico animale sacrificale, che tutto solo si difende con potenza uguale al Cielo. Le tre armi fanno meraviglie. Nessuno vuol cedere: l'uno si dichiara avanguardia, l'altro antesignano. Le milizie del tudi faticano a distinguere legno e terra in quella mischia tremenda. "Perché non ci vuoi prestare il ventaglio?" chiedono i due. L'altro risponde: "E voi, perché avete ingannato mia moglie? Perché chiedete favori, quando devo ancora vendicare mio figlio e la mia concubina?" Uno replica: "Attento, la mia sbarra ti leverà la pelle appena ti sfiorerà." L'altro aggiunge: "Tienti alla larga dai nove denti del mio rastrello, che ti faranno in corpo nove buchi grondanti di sangue." Ma il diavolo toro non dà segno di paura e leva alto il suo randello, in cerca del momento giusto per colpire. In quel va e vieni, mentre ciascuno soffia nebbie e caligini, le nubi strapazzate dal vento di burrasca gettano pioggia. Ciascuno combatte energicamente la sua dura battaglia, con il cuore pieno di odio. Colpo alto, colpo basso: le loro parate sono impeccabili. I due fratelli uniscono gli sforzi contro un solo avversario. Combatterono dall'alba a mezzogiorno, finché il diavolo toro fu sconfitto e circondato. Lottarono ancora senza risparmio per più di cento riprese. Porcellino approfittava della copertura di Scimmiotto per abbattere in continuazione il suo rastrello; benché nella sua ostinata stupidità ripetesse sempre lo stesso movimento, il re toro si sentì sopraffatto da quella pioggia di colpi, ruppe il contatto e cercò di ripararsi nella grotta. Ma il tudi e i suoi gli tagliavano la ritirata: "Dove vai, Granforzuto? Non vedi che siamo qui noi?" Posto nell'impossibilità di ritirarsi, il toro si gettò di lato; ma vide Porcellino e Scimmiotto che accorrevano. Allora si tolse e gettò precipitosamente elmo, corazza e randello, e con una scossa si trasformò in cigno. In quella forma volò alto in cielo. Scimmiotto, che aveva seguito le sue mosse, rise e disse: "Porcellino, indovina dov'è il vecchio toro." Il bestione restò disorientato, e nemmeno il tudi si rendeva conto dell'accaduto: allungavano il collo a destra e a sinistra, frugando inutilmente con lo sguardo tutti gli angoli del Monte Mucchio di Tuoni. "Perdete il vostro tempo. Guardate in alto" suggerì Scimmiotto additando il cielo. "Si vede soltanto un cigno" replicò Porcellino. "Ma è proprio lui, il vecchio toro in una delle sue più riuscite trasformazioni." "E allora che si fa?" si inquietò il tudi. "Voi due forzate l'ingresso della grotta, sterminate tutti i suoi mostri e distruggete ogni cosa da cima a fondo, in modo da tagliargli la ritirata. Intanto io gli darò una bella battaglia di trasformazioni" propose Scimmiotto. Porcellino e il tudi seguirono il consiglio. Il grande santo ripose la sbarra cerchiata d'oro, fece un passo magico, recitò un incantesimo e con una scossa si trasformò in avvoltoio; con un gran colpo d'ali salì alto nel cielo, attraversò le nubi, e piombò sul cigno per serrare il collo fra gli artigli e beccare gli occhi. Ma il re toro se ne accorse in tempo; con un colpo d'ala, si trasformò in un grande astore e prese l'iniziativa dell'attacco. Il Novizio divenne una fenice nera, gran cacciatrice di astori; ma il toro si trasformò in gru bianca e si diresse verso mezzogiorno lanciando lunghi gridi. Scimmiotto scosse le piume e con uno stridio imperioso si trasformò in una fenice color cinabro. Questo è il re degli uccelli: non c'è volatile che oserebbe mancargli di rispetto. La gru bianca prese terra in un angolo in ombra, ai piedi di una rupe, e si mutò in un daino muschiato, che brucava timidamente l'erba. Scimmiotto vide tutto, scese anche lui e si trasformò in una tigre affamata, coda ritta e artigli d'acciaio, pronta a scattare per far preda. Il re diavolo si dovette trasformare precipitosamente in un leopardo macchiettato d'oro. Si disponeva ad attaccare la tigre, quando questa scosse la testa e divenne un leone dagli occhi d'oro, ruggito di tuono, testa di bronzo, fronte di ferro, pronto a mangiarsi qualsiasi leopardo in un boccone. Allora il re toro si trasformò in un orso gigantesco e allargò le zampe per afferrare il leone. Ma il Novizio, con una capriola, divenne un elefante dalla proboscide lunga come il pitone, con zanne come grandi getti di bambù; e levò la proboscide per stritolare l'orso. Il toro rise sarcastico, e non fece altro che assumere il proprio aspetto originale: quello di un grande bufalo bianco, dalla testa gibbosa come una catena di montagne e gli occhi lampeggianti. Le corna erano come pagode di ferro; i denti taglienti come lame. Dalla testa alla coda avrà misurato più di mille tese; ed era alto ottocento tese, dagli zoccoli alla sommità del dorso. "E adesso che cosa mi farai, maledetto macaco?" gridò beffardo a Scimmiotto. Quest'ultimo riprese anche lui il proprio aspetto, impugnò la sbarra, curvò la schiena e gridò: "Più grande!" La sua statura raggiunse diecimila tese: la testa come il Taishan, occhi come il sole e la luna, bocca come un lago di sangue, denti come battenti di portoni. Il toro cercava di incornarlo, e lui gli abbatté la sbarra sul capo. Fu una battaglia che portò terremoti fra i monti, spaventò il Cielo e scosse la terra. Lo attestano i versi: La Via cresce d'un piede, cresce di mille tese Il diavolo; ma, astuta, la scimmia dello spirito Lo sa addomesticare. Per estinguer le fiamme Si richiede la pura freschezza del ventaglio. Mentre la donna gialla sostiene il suo maestro, Madre del legno vuole fare piazza pulita. Sono i cinque elementi condotti al giusto frutto Quando, purificati, ritrovan l'armonia. Quel gran dispiegamento di magici poteri allarmava tutti gli abitatori dello spazio: divinità di ogni specie, il rivelatore Testa d'Oro, i sei dèi delle tenebre e i sei del giorno, per non parlare degli otto difensori della legge. Tutti accerchiarono il re diavolo, che peraltro teneva duro senza dar segno di timore: guardatelo che rivolge le sue corna d'acciaio scintillante ora a destra, ora a sinistra; carica a sud e poi a nord, sferza nervoso i fianchi con la lunga coda coronata da un fiocco. Scimmiotto lo affronta, mentre le divinità lo attaccano sui fianchi. Messo alle strette, il toro riprende forma umana e questa volta corre a rifugiarsi nella Grotta del Banano. Il Novizio lo insegue con tutti gli dèi, ma il diavolo si chiude là dentro e non vuol saperne di uscire. Tutto il Monte delle Nuvole Turchese viene sottoposto a un rigoroso accerchiamento militare. Mentre Scimmiotto e gli altri si apprestavano a forzare l'ingresso, udirono le grida di Porcellino e del tudi che sopraggiungevano con le loro milizie. "Come sono andate le vostre operazioni nella grotta Toccanuvole?" chiese Scimmiotto. "La moglie del vecchio toro" rispose ridendo Porcellino, "è inciampata nel mio rastrello. Quando ho spogliato il cadavere, ho visto che si trattava di uno zibetto muso di giada. Fra i mostri c'era di tutto un po': asini, muli, tori, vitelli, tassi, volpi, ratti, daini, capre, tigri, antilopi, cervi, e tanti altri ancora. Li abbiamo sterminati e abbiamo dato fuoco alla casa. Ma il tudi mi ha parlato di quest'altra residenza, e siamo venuti per distruggere anche questa." "Molto bene, saggio fratello; mi congratulo del tuo successo!" esclamò Scimmiotto. "Io non sono ancora riuscito a concludere. Il vecchio toro si era mutato in un bufalo di dimensioni incredibili, e io ho dovuto assumere la taglia dalla terra al cielo. Gli dèi hanno avuto la compiacenza di venire a darmi una mano e circondarlo; ma lui è riuscito a chiudersi là dentro." "È quella la Grotta del Banano?" "Appunto, è il posto dove abita la Râksasî." "Non li lasceremo mica là dentro a pomiciare e crescere in età e saggezza" replicò vivamente Porcellino. "Che cosa aspettiamo a spaccare tutto, ammazzare quella stronza e prenderci il ventaglio?" Il bravo bestione! Era talmente pieno di energia che, quando levò alto il rastrello e lo abbatté a tutta forza, l'intero fronte della rupe in cui si apriva la porta della grotta franò con enorme fracasso. La ragazza di servizio in portineria corse dentro spiritata: "Padre, qualcuno ha buttato giù la facciata di casa!" Il re toro stava giusto riprendendo fiato, e raccontava alla Râksasî come aveva ricuperato il ventaglio e combattuto Scimmiotto. La notizia lo riempì di furore. Si tolse il tesoro dalla bocca e lo tese alla moglie, che gli disse con le lacrime agli occhi: "Maestà, diamo il ventaglio a quel macaco e liberiamocene." "Non sia mai, signora; dove sfogherei la rabbia e il rancore? Statevene tranquilla, mentre io ritorno ad affrontarlo." Il diavolo si armò di nuovo e scelse due spade preziose. Piombò su Porcellino che continuava a colpire i detriti dell'ingresso e, senza perdere tempo in chiacchiere, gli indirizzò un colpo al petto. Lui alzò il rastrello per proteggersi e indietreggiò di qualche passo. Seguendolo, il re toro si trovò di fronte Scimmiotto che roteava la sbarra: combattendo si alzarono sulle nubi in un vento di burrasca, sopra il Monte delle Nuvole Turchese circondato dagli dèi e dalle milizie del tudi. Che battaglia! Il mondo si copre di nubi, la caligine avvolge l'universo. Mal vento sibila e rotola pietre; vento d'ira romba e solleva le onde dell'oceano. Il toro è invaso dal furore, determinato da un odio più profondo del mare, e vibra le lame affilate. Il Grande Santo Uguale al Cielo, come potete vedere, a caccia di gloria, dimentica l'amicizia di una volta. Anche Porcellino dispiega la sua forza, e gli dèi si gettano sul toro per proteggere la legge. Lui combatte senza tregua, si copre a destra, para a sinistra, con inesausto vigore. La battaglia infuria al punto che gli uccelli si vanno a posare lontano e i pesci si rifugiano in acque profonde. Nell'universo oscurato singhiozzano gli dèi, piangono i fantasmi; il sole impallidisce inquietando i draghi e terrorizzando le tigri. Il re toro resse alla disperata altri cinquanta attacchi, poi si vide perduto e fuggì verso nord. Subito lo intercettò il portatore di folgore Diffusione della Legge, dai grandi poteri, quello che risiede sulla rupe del Diavolo Segreto sul Monte Wutai. "Dove vai, toro?" gli chiese. "Il Buddha Sâkyamuni ci ha dato l'incarico di stendere reti e nasse per catturarti." Non aveva finito di parlare che sbucarono di corsa Scimmiotto, Porcellino e tutta la folla degli dèi. Il toro, impaurito, fuggì verso sud. Questa volta fu fermato dal portatore di folgore Perfezione della Vittoria, che dispone dell'immenso potere della legge e abita la Grotta di Pura Freschezza del Monte Emei. "Dove vai? Il Buddha ha ordinato di arrestarti." Il toro fu preso dal panico e si rivolse a est. Qui incontrò il portatore di folgore Grande Forza di Vaisramana, quello della rupe Gratta Orecchie sul Monte Sumeru. "Dove vai, vecchio toro? Ho l'ordine segreto del Beato di incarcerarti." Il toro sentiva le gambe molli e il cuore gli batteva a precipizio. Si gettò verso ovest, ma urtò contro il portatore di folgore Eterna Dimora, il re onorato e imperituro delle cime dorate dei monti Kunlun. "Dove credi di andare, giovanotto? Io monto la guardia per ordine personale del Buddha, e non ti lascio certo passare!" Era troppo tardi per i ripensamenti: il re toro si vedeva braccato da tutte le parti, senza via d'uscita dalla rete che lo imprigionava; e il rumore dei suoi inseguitori si faceva sempre più vicino. Montò su una nuvola e tentò la fuga verso l'alto. Nello spazio avevano piantato le tende il re celeste Li Porta Pagoda e il principe ereditario Nata, seguiti dallo yaksa Pancia di Pesce e dal generale celeste Gigantesco: "Calma, fermo lì! L'Imperatore di Giada ordina di toglierti di mezzo." Il re toro, messo alle strette, riprese l'aspetto di gran bufalo bianco e cercò di incornare il re celeste, che sguainò la sciabola. Intanto Scimmiotto arrivava di corsa. Il principe Nata gli gridò: "Scusa tanto, grande santo, se non posso farti un inchino come si deve, inguainato come sono nella corazza. Ieri, con mio padre, abbiamo incontrato il Buddha, che è venuto in visita dall'Imperatore di Giada. Ha raccontato che Tripitaka era bloccato sui Monti di Fuoco e che tu incontravi qualche difficoltà a sottomettere questo re toro. L'Imperatore ci ha mandati in aiuto." "Quel ragazzo ha una pratica di magia di tutto rispetto" osservò Scimmiotto. "Guarda che belle dimensioni è in grado di assumere." "Non c'è problema" replicò il principe sorridendo. "Ora ti faccio vedere come si fa." Gridò: "Trasformazione!" e si mutò in una creatura con tre teste e sei braccia; in questa forma balzò in groppa al toro e gli tagliò la testa con un colpo di spada. Ma quando rinfoderò l'arma, dal collo amputato spuntò un'altra testa con gli occhi fiammeggianti, che sputava dalla bocca un denso fumo nero. Per dieci volte Nata gli tagliò la testa, senza venirne a capo. Allora il principe applicò sulle corna la ruota di fuoco; si sparse un tal fuoco che la bestia muggiva impazzita, scuotendo la testa e agitando la coda. Cercava di trasformarsi in qualche modo per fuggire, ma il re Porta Pagoda glielo impediva con il riflesso dello specchio rivelatore dei mostri. Alla fine non gli restò che arrendersi gridando: "Non mi uccidete! Mi sottometto al Buddha!" "Se tieni alla pelle" rispose Nata, "tira fuori quel ventaglio." "Quello è nelle mani di mia moglie" rispose il re toro. Allora Nata gli montò in groppa e utilizzò come redini la sua corda per legare mostri. Scimmiotto si incaricò di raccogliere e ordinare tutta quella massa di gente: portatori di folgore, dèi del giorno e della notte, guardiani protettori della fede, il re celeste Porta Pagoda, il generale Gigantesco, Porcellino, il tudi e milizie varie; correndo tutti alle costole del bufalo bianco, fecero ritorno alla Grotta del Banano. "Signora!" gridò il toro. "Consegnate il ventaglio e salvatemi la vita!" La Râksasî si tolse precipitosamente i gioielli e l'abito dai vivaci colori per vestirsi come una bhiksunî, ponendosi in capo una cuffia da suora taoista: in quella foggia uscì dalla grotta offrendo sulle mani tese il ventaglio di foglie di banano. Alla vista di tutte quelle divinità si prosternò e disse: "Spero che vorrete risparmiarci. Offro volentieri questo ventaglio a mio cognato Scimmiotto, e gli auguro ogni successo nelle sue imprese." Il Novizio si fece avanti a prenderlo e poi, accompagnato in folla da tutti gli altri, montò sulle nuvole per ritornare a est. Nel frattempo Tripitaka e Sabbioso erano rimasti sul ciglio della strada senza sapere come passare il tempo, ora passeggiando nervosamente e ora sedendosi a riposare, nell'attesa impaziente che la lunga assenza di Scimmiotto avesse fine. Ed ecco che finalmente il cielo si coprì di nuvole di buon augurio, che riempivano lo spazio con riflessi di vivaci colori: si avvicinava il corteo degli dèi. "Consapevole della Purezza" chiamò spaventato il reverendo, "guarda lassù: che cosa vorrà dire tutta quella folla divina?" "Guardate, maestro" rispose Sabbioso. "Ecco i quattro grandi portatori di folgore, il rivelatore Testa d'Oro, le sei divinità delle tenebre e le sei del giorno; quelli sono i guardiani protettori della dottrina; e ce ne sono altri. Quello che tira il bufalo con la corda è il terzo principe Nata. Quello con lo specchio è Li Porta Pagoda. Guardate, ecco il condiscepolo anziano, in compagnia di Porcellino e del tudi: ha in mano il ventaglio!" Tripitaka pensò bene di vestirsi da cerimonia, infilando il kasâya e mettendosi in testa il berretto alla Vairocana, per accogliere le loro santità ed esprimere la sua gratitudine: "Quali meriti potrei mai vantare, per aver l'audacia di provocare la vostra discesa quaggiù?" "Allegro, santo monaco!" esclamò un portatore di folgore. "Il vostro eminente compito è prossimo alla conclusione. Il Buddha ci ha mandati ad aiutarvi. Da parte vostra, non risparmiate gli sforzi e impegnatevi più che potete." Tripitaka si profuse in prosternazioni e offerte di obbedienza. Scimmiotto, senza perdere tempo, si fece avanti sui Monti di Fuoco e agitò energicamente il ventaglio: le fiamme si spensero e in breve scomparvero anche i bagliori delle braci. Allora il Novizio diede allegramente un altro colpo di ventaglio, e soffiò una fresca brezza. Al terzo colpo il cielo si coprì di nuvole e cadde una sottile pioggerella. Lo testimoniano i versi: Monti di Fuoco su ottocento leghe, Celebri in ogni parte della terra. Non matura il cinabro quando bruciano Cinque passioni, è turbata la Via Se ardono i tre passi. Quel ventaglio Porta pioggia e freschezza, con l'aiuto Della corte del Cielo. È reso innocuo, Nelle mani del Buddha, il grande bufalo. Unendo fuoco ed acqua ottieni pace. Tripitaka, liberato dalla grande calura e dall'ansia, si sentiva il cuore leggero e lo spirito sereno. Tutte le varie divinità ricevettero i dovuti ringraziamenti e ritornarono alle loro sedi. Il re celeste e suo figlio condussero il bufalo nel territorio del Buddha. Non rimase che il tudi, che custodiva la Râksasî. "Ora vattene, Râksasî" disse Scimmiotto. "Spero che avrete la bontà di restituirmi il ventaglio" rispose lei inginocchiandosi. "Brutta puttana!" urlò Porcellino. "Non sai a chi stai parlando? Non ti basta che ti abbiamo lasciato viva? Adesso vuoi anche il ventaglio! Una volta passate le montagne, lo venderemo per un bel po' di soldi e ci compreremo un visibilio di ghiottonerie. Figuriamoci se ci siamo dati tanto da fare per restituirlo a te. Lévati dai piedi, non vedi che piove?" "Grande santo, voi avevate promesso di restituirmelo dopo avere spento le fiamme" ricordò la Râksasî, restando inginocchiata. "Mi dispiace per tutto quello che è successo. Tutto è cominciato perché non mi sentivo bene ed ero di malumore. La Via dell'umanità la coltivavamo anche noi, benché non fossimo giunti al giusto frutto. Ma ora che sono stata testimone del ritorno del vero corpo all'Ovest, non sarei nemmeno capace di ritornare ad agire sconsideratamente. Se mi accordaste il ventaglio, incomincerei una nuova vita di pratiche pietose, in modo da far maturare un nuovo destino." "Grande santo" intervenne la divinità locale, "questa donna è esperta nell'arte di spegnere le fiamme ed estirpare il fuoco alla radice. Se gli rendete il ventaglio, anche l'umile divinità che sono potrà vivere tranquilla, soccorrere i fedeli e godere le loro offerte. Mi fareste proprio una grazia." "I contadini di qui" ricordò Scimmiotto, "mi avevano spiegato che, spente le fiamme con il ventaglio, restava solo il tempo per produrre un raccolto; poi le fiamme si riaccendevano. Come si fa a estinguerle definitivamente?" "Basta agitare il ventaglio quarantanove volte di seguito" rispose la Râksasî. "Allora le fiamme non si riaccenderanno mai più." Scimmiotto afferrò il ventaglio e lo agitò quarantanove volte in direzione delle cime dei monti. La pioggia divenne torrenziale, ma il ventaglio era tanto preciso che faceva cadere la pioggia solo dove covava il fuoco. Maestro e discepoli, che si tenevano sulla strada, rimasero sotto il cielo limpido e non si bagnarono affatto. Passarono la notte sul posto, e il mattino successivo caricarono i bagagli. A questo punto Scimmiotto chiamò la Râksasî e le consegnò il ventaglio. "Ecco qua" le disse. "Non voglio che si dica che manco di parola. Riportalo sulla tua montagna e non provocare più incidenti. Ti sei pur perfezionata abbastanza da arrivare alla forma umana; è per questo che ti lascio andare." Quando la Râksasî lo ebbe in mano, recitò l'incantesimo per ridurlo alle dimensioni di una foglia di albicocco e se lo ripose in bocca. Poi ringraziò le loro santità e si ritirò. Avrebbe in seguito condotto una vita molto appartata e conseguito il giusto frutto, tanto da meritare perpetua memoria nei sutra del canestro. La marcia riprese sul suolo rinfrescato dalla pioggia e gradevolmente inumidito. È il caso di dirlo: Kan e Li fan l'unione primordiale, Consentono acqua e fuoco in equilibrio Il compimento della grande Via. Se poi non sapete quanti altri anni occorsero perché potessero ritornare nelle terre dell'Est, ascoltate il seguito. 第062回 LA PAGODA PROFANATA · PER NETTARE LO SPIRITO DA OGNI POLVERE BASTA SPAZZARE UNO STUPA, E COLTIVARSI PER INCATENARE I DIAVOLI E RITROVARE LA GIUSTA VIA. Ogni minuto devi ricordare Le pratiche pietose, ogni occasione Raccogliere nel corso di cinque anni, Per ciascuna delle ore che contengono: L'acqua divina non inaridisca, Né si riduca il lume della fiamma. Quando acqua e fuoco sono in armonia, Si concatenano i cinque elementi. Se sono yin e yang in equilibrio, Potrai salir la Torre delle Nuvole, Montar sulla fenice nei Palazzi Di Porpora, e inforcare la tua gru Diretta verso l'isola Yingzhou. Sono versi da cantare sul motivo di L'immortale in riva al fiume. Ci ricordano che i quattro pellegrini, Tripitaka e i discepoli, sentivano rinfrescata e purificata la loro natura, godendo l'equilibrio dell'acqua con il fuoco: acqua del prezioso ventaglio, che era puro yin, e fuoco della grande montagna. Occorsero più giorni per percorrere gli ottocento li su cui i monti si estendevano, ma il cammino verso occidente era sereno e sgombro da angosce. Finiva l'autunno e incominciava l'inverno: Cadono gli ultimi petali del crisantemo selvatico; il susino già predispone i germogli della prossima primavera. Tutti i villaggi hanno portato i raccolti al coperto; aleggia il profumo delle minestre cucinate in ogni capanna. Attraverso i rami spogli della foresta si vedono le montagne lontane, il primo ghiaccio dei torrenti, le pareti delle gole fino al fondo. È cessata ogni attività intorno ai bachi da seta. Regna la luna yin, la virtù dell'acqua è all'apogeo, la luce del sole rimane velata. Scendono i soffi della terra, salgono quelli dei cieli; non appare più l'arcobaleno, stagni e laghi sono spesso imprigionati dal ghiaccio. Fiori appassiti sul monte esaltano il verde dei pini e dei bambù irrigiditi dal gelo. Dopo aver camminato parecchio tempo, si avvicinarono nuovamente a un abitato. Il monaco cinese tirò le redini e disse: "Consapevole del Vuoto, vedi quelle torri? Che posto sarà?" Scimmiotto osservò e vide che si trattava di una città circondata da mura e da fossati. La città d'oro ha forma di drago acciambellato, oppure di tigre accovacciata. Da ogni parte giungono carri coperti da ricchi baldacchini: mille ruote segnano le carreggiate porporine. Sui parapetti dei ponti di giada si allineano chimere scolpite, su piedistalli d'oro sono erette le statue dei saggi. È proprio la capitale di un continente divino, una metropoli di diaspro, vasto e stabile dominio; possa prosperare per mille anni! I barbari vengono a rendere omaggio alla remota grazia sovrana, mari e monti si rivolgono verso il suo santo splendore. I viali e i regi mercati sono ordinati e puliti. Allegre canzoni risuonano nelle taverne e sulle torri fiorite. Dietro i palazzi, parchi con alberi di eterna primavera, che potrebbero accogliere il canto rivolto al sole dalle fenici multicolori. "Maestro" rispose Scimmiotto, "questa è evidentemente la capitale di un regno." "Una città cinta da mura sotto il cielo" osservò ridendo Porcellino, "può benissimo essere capoluogo di prefettura, oppure di sottoprefettura. Come fai a dire che è una capitale?" "Non sai la differenza fra un capoluogo di prefettura e una capitale? Non vedi che ogni lato delle mura ha più di dieci porte e supera in lunghezza i cento li? Torri e terrazze sono tanto alte da perdersi nelle nuvole. Come spiegheresti queste meraviglie, se non fosse una capitale?" "Tu te ne intendi, fratello" approvò Sabbioso; "è certo una residenza regia. Ma come si chiamerà?" "Non vedo stele, né placche o insegne" replicò Scimmiotto. "Quando entreremo in città, lo chiederemo ai passanti." Il reverendo frustò il cavallo e in breve giunsero alle porte. Attraversarono il ponte ed entrarono: nei viali e nei mercati regnavano l'abbondanza e la ricchezza; la prosperità si manifestava anche negli abiti della gente. Mentre passeggiavano, videro una decina di bonzi, che indossavano cenci miserandi, recavano al collo la canga e andavano mendicando di porta in porta. "La volpe piange la morte della lepre; sono malconci, ma solidali" sospirò Tripitaka. E ordinò: "Consapevole del Vuoto, chiedi loro perché sono ridotti in quello stato." Scimmiotto gridò: "Ehi, bonzi, di quale monastero siete? Perché vi hanno condannati a portare la canga?" "Monsignore" dissero i monaci cadendo in ginocchio, "ci hanno fatto torto. Siamo del Monastero del Lampo d'Oro." "Dov'è questo monastero?" "In fondo alla strada." "Raccontateci il torto che vi hanno fatto" disse Scimmiotto guidandoli verso Tripitaka. "Monsignori, non sappiamo niente di voi, benché abbiate un'aria familiare. Non osiamo rispondervi qui, in mezzo alla strada. Seguiteci nella nostra umile dimora, perché possiamo parlare liberamente." "È giusto" disse Tripitaka. "Seguiamoli al loro monastero." In breve giunsero all'ingresso, sopra il quale era scritto in sette caratteri d'oro: MONASTERO DEL LAMPO D'ORO, PROTEZIONE DEL PAESE, FONDATO PER ORDINE DEL RE Varcata la soglia, si offrì agli occhi dei visitatori un triste spettacolo: Fredde le lampade da incenso nell'antica sala; sotto i porticati deserti il vento spinge qua e là foglie morte. La pagoda alta mille piedi, circondata dai pini, sale a sfiorare le nuvole. Nella corte crescono fiori selvatici, nessun ospite vi entra da molto tempo. Sotto le tettoie i ragni tessono indisturbati. Il tamburo è montato, la campana è appesa, ma invano: nessuno li suona. La polvere copre i colori degli affreschi. Vuoto il pulpito; la sala di meditazione ospita solo qualche uccellino in cerca di rifugio. Desolazione che strappa un sospiro scoraggiato, triste silenzio dell'abbandono. Il brucia profumi davanti al Buddha contiene solo ceneri vecchie e qualche petalo secco. Tripitaka sentì una stretta al cuore e gli vennero le lacrime agli occhi. I monaci con la canga al collo spinsero la porta della sala principale, e vi introdussero il reverendo perché potesse pregare il Buddha. Tripitaka entrò, offrì incenso con la mente e si prosternò tre volte. Vennero poi accompagnati nella cella del superiore, dove videro uno strano spettacolo: sei o sette giovani monaci erano incatenati ai pilastri. Gli accompagnatori si prosternarono e chiesero: "Padri, i vostri volti sono diversi dai nostri; venite forse dal paese dei grandi Tang, nelle terre dell'Est?" "Ecco dei bonzi che sanno arrangiarsi a indovinare senza bisogno di achillea" rispose ridendo Scimmiotto. "Le cose stanno come dite. Ma voi come lo avete capito?" "Non siamo veggenti. Non possediamo altro che il dolore per l'ingiustizia che dobbiamo subire, senza che abbiamo avuto la possibilità di discolparci. Un giorno dopo l'altro, non possiamo far altro che invocare il Cielo e la Terra. Saremo riusciti a commuovere gli dèi di Sopra? Fatto sta che la notte scorsa abbiamo fatto tutti lo stesso sogno: stava per giungere un monaco cinese dalle terre dell'Est, a salvarci la vita e riparare i torti subiti. Perciò, reverendi, vi abbiamo riconosciuti." Tripitaka, lieto della notizia, domandò: "Diteci qual'è il nome del paese e quali sono le vostre lagnanze." "Padre" risposero i monaci inginocchiati, "il paese e la città si chiamano Jisai, che significa Gara di Offerte: è una delle contrade più importanti dell'Ovest. Un tempo i barbari dei quattro orienti le pagavano il tributo: a sud il regno di Yuetuo, Gobba di Luna; a nord Gaochang; a est il regno dei Liang dell'Ovest; a ovest il paese di Benbo. Ogni anno portavano le più belle giade e perle luminose, belle fanciulle e magnifici cavalli. Il riconoscimento come paese dominante era spontaneo, non dovuto a imprese militari." "Evidentemente il vostro sovrano possiede la Via, e i vostri ufficiali civili e militari sono buoni e saggi" suppose Tripitaka. "I funzionari civili non sono affatto saggi, e quelli militari tutt'altro che buoni. Quanto al sovrano, non ha mai cercato la Via. Il motivo era la sacra pagoda del nostro monastero. Era costantemente avvolta da nubi di buon augurio che torreggiavano nel cielo; di notte, la sua aureola iridata si vedeva chiaramente da una distanza di diecimila li; di giorno, il suo soffio profumato si spandeva in tutti i paesi vicini. Perciò i barbari consideravano la nostra città divina e benedetta dal Cielo, e si inducevano a pagare il tributo. Ma tre anni fa, nella prima notte d'autunno, a mezzanotte, cadde una pioggia di sangue. L'indomani all'alba paura e scoraggiamento turbarono ogni focolare, invasero ogni cuore. I ministri, nei loro rapporti, confessavano di non capirci niente. Si ordinò ai preti taoisti di celebrare i loro servizi, e ai monaci buddisti di recitare sutra per impetrare perdono e aiuto dal cielo e dalla terra. Chi l'avrebbe mai detto? La nostra pagoda, contaminata, perse la sua aureola e nessun paese straniero offrì più il tributo. Il nostro sovrano voleva far guerra, ma i cortigiani lo dissuasero. Dissero che era colpa nostra, che i monaci del monastero avevano rubato il tesoro della pagoda, e questa era l'origine di tutti i guai. Il nostro ottuso sovrano non indagò oltre: ci fece arrestare da quei mandarini concussionari, che ci sottomisero a interrogatori e ci torturarono in tutti i modi. Quando questa storia è incominciata, abitavano qui tre generazioni di monaci: le prime due non hanno resistito a lungo, sono morti tutti. Ora tocca a noi rispondere del crimine, con canga e catene. Lo chiedo a voi, monsignore: come avremmo osato commettere un simile delitto? Speriamo che la commiserazione per i vostri colleghi vi faccia usare la vostra immensa compassione e la potenza della legge, per salvare le nostre misere vite." Tripitaka scosse il capo sospirando: "Che oscura vicenda! Non sarà facile metterla in chiaro. È evidente che la corte non è governata come si deve; ma d'altra parte siete rimasti vittime di una calamità naturale. Dal momento che il Cielo aveva inviato quella pioggia di sangue, a essa era dovuta la contaminazione della vostra pagoda. Perché non faceste rapporto al sovrano, per prevenire le interpretazioni malevole?" "Padre, noi non siamo che comuni mortali: come potevamo interpretare le intenzioni del Cielo? Non seppero farlo nemmeno gli anziani che allora ci reggevano; e noi non siamo che i sopravvissuti." "Che ora è, Consapevole del Vuoto?" domandò Tripitaka. "Circa le quattro del pomeriggio." "Volevo recarmi a corte per presentare il passaporto; ma finché questa faccenda non mi è ben chiara, non mi sento in grado di parlarne al sovrano. Quando lasciai Chang'an, feci voto di bruciare incenso in ogni tempio che avessi incontrato sulla strada dell'Ovest, pregare il Buddha in ogni monastero e spazzare ogni stupa. Voi subite torti a causa di uno stupa. Mentre faccio le mie abluzioni, procuratemi una scopa. Entrerò nello stupa per nettarlo e indagare sulle circostanze e ragioni della sua contaminazione, che ha cagionato la scomparsa dell'alone luminoso. Quando ne sapremo di più, sarò in condizioni di difendervi davanti al re e di liberarvi dalle pene." I bonzi con la canga corsero in cucina a prendere un coltello e lo offrirono a Porcellino: "Monsignore, usatelo per spezzare le catene dei monaci legati alle colonne, in modo che possano occuparsi della preparazione del pasto e dell'acqua calda per le abluzioni. Intanto noi andremo per la città a chiedere in elemosina una scopa nuova." "Spezzare catene? È facile, e non servono né coltello né ascia" rispose ridendo Porcellino. "Ditelo al mio condiscepolo con la faccia pelosa: è uno scassinatore provetto, come ce n'è pochi." Difatti Scimmiotto si avvicinò e usò la magia che scioglie le catene: gli bastò sfiorarle perché cadessero a terra. I giovani monaci si precipitarono in cucina, lavarono e strofinarono pentole e fornelli, e prepararono un pasto vegetariano. Mentre Tripitaka cenava con i discepoli, scese la sera; con grande soddisfazione del reverendo, i bonzi con la canga ritornarono recando due scope. Restarono a chiacchierare, finché un monacello con una lanterna venne ad avvertire che il bagno era pronto. Ormai brillavano le stelle in cielo, e dalle torri di guardia i rulli di tamburo annunciavano la prima veglia. Era il momento in cui Si leva un vento freddo, in mille case Si accendono le lampade, si serrano Le porte sulla strada. Nei mercati Le merci son riposte e custodite. Ormeggiate le barche, i pescatori Si ritirano in casa. Ogni lavoro È cessato; gli arnesi son riposti. Si odono cantilene di fanciulli: Ripeton la lezione per domani. Uscito dal bagno, Tripitaka indossò una tunica a maniche corte, calzò stivali comodi, impugnò una scopa e disse ai monaci: "Prendete tranquillamente il vostro riposo. Io tornerò dopo aver spazzato lo stupa." "Quella pagoda, contaminata dalla pioggia di sangue e ridotta al buio, potrebbe essere un ricettacolo di creature malefiche" obiettò Scimmiotto. "Se non avrete altro compagno che la brezza notturna, potrebbe succedervi qualcosa. Vi dispiace se vi faccio compagnia?" "Mi sembra un'ottima idea." Presero una scopa ciascuno e si recarono prima nella sala principale, dove accesero le lampade, bruciarono incenso e s'inchinarono al Buddha. Tripitaka pregò così: "Il vostro discepolo Chen Xuanzang, in missione per ricercare le scritture, è giunto al Monastero del Lampo d'Oro del paese di Jisai. I monaci lo hanno informato che il loro prezioso stupa è stato contaminato, e che il sovrano del paese li sospetta di averne rubato il tesoro. Per questo oscuro affare, hanno subito un'ingiusta condanna. Il vostro discepolo intende spazzare lo stupa in sincerità di cuore, nella speranza che il Buddha, nella sua onniscienza, gli voglia fornire senza indugio indizi per capire il motivo della contaminazione e per liberare gl'innocenti da ingiuste sofferenze." Terminata la preghiera, entrarono nella pagoda e incominciarono a spazzarla, a partire dal piano terreno. Era proprio una pagoda che saliva a sfiorare il cielo. Era detta Stupa di vetro a cinque colori, Picco delle reliquie di mille pezzi d'oro. Al suo interno la scala sale girando, stretta come una gabbia. Il globo d'oro sulla sommità si confronta con la luna; il tintinnio delle campanelle d'oro segnala la brezza che viene dal mare. Gli spioventi ammiccano alle stelle, la punta del tetto trattiene le nuvole. I primi sembrano rocce con strane punte tra fiori e fenici; la seconda si circonda di draghi di bruma. Dalla cima, che sembra giungere al nono cielo, la vista si estende oltre mille li. Presso la porta di ogni piano c'è una lampada di vetro, ma è spenta e polverosa; sui parapetti di giada bianca ogni specie di bestiole volanti e striscianti ha ammucchiato le sue deiezioni. In mezzo allo stupa, davanti al trono del Buddha, non c'è più incenso. Le finestre destinate a dar luce alle statue delle divinità sono offuscate dalle ragnatele. I brucia profumi mandano solo puzza di ratto. Quanti infelici monaci hanno perso la vita per la misteriosa scomparsa del tesoro! Tripitaka spazza tutto energicamente, per riportare lo stupa allo splendore di un tempo. Dopo aver spazzato un piano, Tripitaka saliva a quello superiore. Alla seconda veglia, quando giunse al settimo, incominciò a sentirsi stanco. "Sedetevi un momento" gli disse Scimmiotto; "non ne potete più. Continuerò io." "Quanti piani ha la pagoda?" "Mi pare che siano tredici." "Per adempiere il mio voto, li devo spazzare tutti" rispose Tripitaka, sforzandosi di dominare la stanchezza. Dopo altri tre piani, quando giunse al decimo, gambe e schiena gli dolevano tanto che lo fecero crollare: "Consapevole del Vuoto, spazza per me i piani che restano." Scimmiotto si mise all'opera con grande rapidità. Quando fu al dodicesimo piano, udì qualcuno che conversava sul tetto. "Che strano!" pensò. "Già non è un posto per far conversazione; e poi, a quest'ora di notte! Saranno certo creature malefiche: vediamo un po'." Il re scimmia, senza far rumore, si infilò la scopa sotto il braccio, rialzò le falde della tonaca e scivolò fuori dall'uscio. Montato su una nuvola salì a vedere di che cosa si trattasse, e vide due mostri seduti al tredicesimo piano, che giocavano alla morra davanti a piatto, caraffa e bicchiere. Scimmiotto tornò indietro, appoggiò la scopa e brandì la sua sbarra cerchiata d'oro. Poi si fece sull'uscio del tredicesimo piano gridando: "E bravi mostri! Dunque siete voi i ladri del tesoro!" Le due creature, spaventate, balzarono in piedi e si provarono a bersagliare Scimmiotto con le loro stoviglie e a fuggir via. Ma lui bloccava il passaggio con la sua sbarra messa di traverso, e li strinse contro la parete. "Non tremate tanto!" diceva. "Non vi voglio ammazzare, perché mi dovete raccontare tutta la storia." "Pietà!" supplicavano loro. "Risparmiateci, noi non c'entriamo; il ladro non è qui." Scimmiotto li acchiappò entrambi con una sola mano e li portò di peso al decimo piano. "Maestro, ecco qua i ladri di tesori" annunciò. Tripitaka, che si era addormentato, si svegliò di soprassalto e accolse con gioia la notizia: "Dove li hai presi?" "Si divertivano a bere e giocare alla morra in cima alla pagoda" spiegò Scimmiotto, spingendosi davanti i mostri inginocchiati. "Ho sentito rumore e ho catturato questi uccellini senza colpo ferire. Sono stato gentile e attento a non rompergli il capino, solo perché non volevo rinunciare a divertirmi ascoltando la loro storia. Maestro, potete fargli l'interrogatorio, identificarli e scoprire dove si trova la refurtiva." I mostri non facevano che tremare e ripetere: "Pietà, risparmiateci!" Poi vennero le confessioni: "Ci ha mandati qui a ispezionare la pagoda il re drago Ognissanti, del Lago dei Flutti Verdi sul Monte delle Rocce Caotiche. Il mio compagno si chiama Benborba e io Baborben: lui è un pesce siluro, io un pesce nero. Il nostro drago Ognissanti ha una figlia, che anche lei si chiama Ognissanti ed è più bella della luna, colma di ogni talento. L'ha sposata il principe consorte Nove Teste, che dispone di immensi poteri magici. Qualche anno fa è venuto da queste parti in compagnia del re drago, e ha dato saggio dei suoi poteri facendo cadere una pioggia di sangue. Il sangue ha contaminato lo stupa e ha reso possibile di rubare le reliquie. Poi la principessa si è introdotta nel Cielo della Grande Rete e, davanti alla Sala delle Nuvole Misteriose, ha rubato l'angelica a nove foglie della Regina Madre d'Occidente. Il nostro compito è di custodire queste cose in fondo al lago, dove mandano una luce meravigliosa. In questi giorni si è sentito dire che doveva passare di qui un certo Scimmiotto Consapevole del Vuoto, in cerca di scritture nell'Ovest; questo tizio dispone di immensi poteri magici e, strada facendo, si dedica a raddrizzar torti. Ci mandano spesso qui di pattuglia, per intercettarlo e dare l'allarme, nel caso che arrivasse davvero." Scimmiotto sogghignò: "Che infame sporcaccione! Ecco perché l'altro giorno aveva convitato il re diavolo toro. Ha raccolto tutta una banda di briganti, per commettere un misfatto dopo l'altro." Mentre parlavano, spuntò Porcellino in compagnia di due o tre monaci muniti di lanterne: "Maestro, ora che avete pulito la pagoda, perché ve ne state a chiacchierare, invece di venire a letto?" "Arrivi a buon punto" disse Scimmiotto. "Abbiamo saputo che il tesoro è stato rubato dal drago Ognissanti. Lo hanno confessato questi due mostriciattoli, che erano venuti qui a spiare il nostro arrivo e che ho colto con le mani nel sacco." "Che mostri sono? Come si chiamano?" "Sono pesci; si chiamano Benborba e Baborben." "Benone: sono creature malefiche; hanno confessato; che cosa aspettiamo ad ammazzarli?" E Porcellino alzò il suo rastrello. "Sta buono; non sei pratico. Conviene che li teniamo vivi: ci servono come testimoni davanti al re, e come informatori quando andremo a caccia dei ladri, per ricuperare il tesoro." Il bestione abbassò la sua arma e tutti uscirono dalla pagoda. Le creature, saldamente afferrate l'una da Scimmiotto e l'altra da Porcellino, gridavano: "Fateci grazia!" "Si pensava giusto di cucinare una bella zuppa di pesce fresco, per rimettere in sesto i nostri monaci dopo tutti i guai che voi gli avete procurato. Gli ingredienti migliori sono pesce siluro e pesce nero" li confortò Porcellino. I giovani bonzi, tutti contenti, facevano strada al reverendo con le loro lanterne. Rientrati nella sala, corsero ad annunciare la buona notizia agli altri monaci: "Le cose si mettono bene! Rivedremo il cielo azzurro! Hanno catturato le creature malefiche che ci avevano rubato le reliquie." "Portate dei ferri" ordinò Scimmiotto. "Forategli una scapola e incatenateli qui. Mentre dormiamo, dovrete fargli la guardia. Domani decideremo sul da farsi." La guardia fu accuratissima. All'alba, quando i pellegrini si svegliarono dal sonno, Tripitaka dichiarò: "Vado a corte con Consapevole del Vuoto, per presentare il passaporto." Si mise in abito da cerimonia, con il kasâya dai bordi di broccato e il cappello alla Vairocana, e si avviò accompagnato da Scimmiotto, che portava i documenti. "Perché non porti con te anche questi due mostri ladroni?" domandò Porcellino. "Vedrai che il re li farà convocare, quando gli avremo fatto rapporto." Camminando verso il palazzo, videro una quantità di fenici rosse e di draghi gialli dipinti sugli archi vermigli della grande capitale. Tripitaka si presentò alla porta Splendore dell'Est e salutò l'alto ufficiale di servizio: "Posso importunare vostra grandezza, pregandola di voler annunciare un umile monaco, inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest? La speranza sarebbe di essere ricevuto in udienza per presentare il passaporto." L'ufficiale si recò a rapporto ai piedi del trono: "Ci sono fuori due monaci di strano aspetto, vestiti in modo inconsueto, che si dicono incaricati dai Tang di cercare le scritture. Vorrebbero presentarsi a vostra maestà per mostrare il loro passaporto." Il re ordinò di introdurli. A vedere Scimmiotto, che seguiva il reverendo, non ci fu uno degli ufficiali civili e militari che non trasalisse di spavento. Chi diceva che doveva essere una scimmia, chi affermava che aveva una faccia da duca del tuono. Ma erano tanto spauriti che non osavano fissarlo. Mentre il reverendo eseguiva il balletto delle riverenze che si usano davanti ai troni, il grande santo se ne stava dritto e impassibile, a braccia conserte. "Il vostro servitore è un monaco inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est a salutare il Buddha al Monastero del Colpo di Tuono, in India. La nostra via passa per il vostro nobile paese, e noi non avremmo osato attraversarlo senza autorizzazione. Porto con me documenti di viaggio che vi prego di vistare, prima che riprendiamo il cammino." Il re si rallegrò. Invitò il santo monaco a salire nella Sala delle Campanelle d'Oro e lo invitò a sedersi su uno sgabello, su cui fece posare un cuscino ricamato. Tripitaka salì e presentò le sue carte, prima di ringraziare del regio favore e di osare di sedersi. Il re lesse e dichiarò: "Fortunato il tuo sovrano, che al bisogno ha potuto scegliere un monaco eminente da inviare al Buddha senza temere il lungo viaggio. I miei bonzi, qui, pensano solo a rubare, rovinare il paese e rovesciare il trono." "Come sarebbe, rovinare il paese e rovesciare il trono?" chiese cautamente Tripitaka giungendo le mani. "Il nostro è il paese dominante nei territori dell'Ovest; i barbari dei quattro orienti ci pagavano il tributo, per merito della pagoda d'oro del Monastero del Lampo d'Oro, che emetteva un alone di luce. Ma quei briganti di monaci hanno rubato il tesoro della pagoda: da tre anni l'alone di luce è scomparso, e i barbari non si fanno più vedere. Non vi so dire quanto sono indignato!" "Maestà" replicò sorridendo Tripitaka, sempre a mani giunte, "deviare all'origine di un quarto di pelo porta fuori strada di mille leghe. Ieri sera, arrivando qui, ho incontrato una decina di monaci che portavano la canga. Quando ho chiesto di quale delitto fossero puniti, mi hanno risposto che erano stati ingiustamente condannati per questo affare. Mi sono recato al monastero e ho svolto accurate indagini. Ho scoperto che in effetti quei monaci non sono colpevoli: mentre spazzavo la pagoda, durante la notte, abbiamo catturato le creature malefiche responsabili del furto." "E dove sono?" chiese sorpreso il re. "I miei umili discepoli le tengono sotto scorta nel Monastero del Lampo d'Oro." Il re fece subito recare la piastra d'oro, che ordinava alla guardia in divisa di broccato di recarsi senza indugio al monastero, per impadronirsi dei ladri e sottoporli a interrogatorio alla presenza del sovrano. "Maestà" obiettò Tripitaka, "la guardia in divisa di broccato non se la caverà, senza l'aiuto del mio umile discepolo." "Dov'è il vostro eminente discepolo?" "Eccolo là, ai piedi dei gradini di giada" rispose Tripitaka additandolo. Il re, sconvolto, gridò: "Com'è possibile che voi, così distinto, abbiate per discepolo un ceffo simile?" Fu Scimmiotto a replicare ad alta voce: "Maestà, dall'aspetto è difficile giudicare tanto l'uomo, quanto la profondità del mare. Se volete servirvi soltanto di persone distinte, dovrete rinunciare a catturare mostri e ladri." Il re rise: "Avete ragione, santo monaco. Al momento non mi servono concorsi di bellezza, ma la cattura dei briganti e il ricupero del tesoro della pagoda." Mandò quindi l'ufficiale di servizio a preparare una vettura chiusa, e ordinò alle guardie di mettersi a disposizione del santo monaco. Giunse subito un grande palanchino con il parasole giallo; la guardia fornì otto portatori e quattro battistrada per sgombrare il cammino che conduceva al monastero. La gente in città era già in attesa: nessuno voleva perdere lo spettacolo di Scimmiotto con i mostri prigionieri. Porcellino e Sabbioso, quando sentirono gridare: "Fate largo!", pensarono che arrivassero inviati del re e gli andarono incontro: ma a troneggiare nel palanchino trovarono Scimmiotto. "Hai ricuperato il posto che ti spetta" commentò ridendo Porcellino. Scimmiotto saltò giù e lo acchiappò per il bavero: "Come sarebbe a dire?" "Troneggiare sotto il baldacchino di seta gialla di un palanchino da otto portatori, è appunto roba da re scimmia. Tutto qui." "Non prendermi in giro" brontolò Scimmiotto. E fece slegare i due mostri per portarli dal re. "Fratello, lascia che venga anch'io" pregò Sabbioso. "Devi sorvegliare i bagagli e il cavallo." Intervennero i monaci con la canga: "Monsignori, andate tutti a ricevere i favori della corte. Penseremo noi a custodire le vostre cose." "Va bene" acconsentì Scimmiotto. "Noi andiamo a fare rapporto; al ritorno vi libereremo." Porcellino prese in custodia un mostro, e Sabbioso l'altro; Scimmiotto risalì sul palanchino. Le due creature furono condotte per le vie della città sotto buona scorta. In breve giunsero ai piedi dei gradini di giada: "Ecco i mostri che hanno rubato il tesoro." Il re scese dal trono per esaminarli da vicino, in compagnia di Tripitaka e dei suoi ufficiali. Uno dei due aveva guance rotonde, scaglie nere, muso appuntito e denti aguzzi; l'altro, una gran pancia con la pelle liscia e lunghe barbe agli angoli della bocca. Avevano gambe e sapevano usarle, ma per il resto erano più pesci che uomini. "Da dove venite, briganti?" chiese il re. "Da dove venite, voi mostri che avete violato il nostro territorio per rubare il nostro tesoro? Quando lo avete fatto? Come vi chiamate, chi sono i vostri complici? Confessate!" Benché avessero il collo insanguinato, le due creature non davano segno di soffrire. Si inginocchiarono davanti al re e dissero: "Tre anni fa, il primo giorno della settima luna, il re drago Ognissanti portò i suoi a stabilirsi a sud est di questo paese, a un centinaio di li da questa città, in un lago detto dei Flutti Verdi sul Monte delle Rocce Caotiche. Quel re ha una figlia di grande fascino e bellezza, e l'ha data in moglie a Nove Teste, dai poteri ineguagliabili. È stato quest'ultimo, che conosceva le meraviglie della vostra pagoda, a organizzare il furto delle reliquie d'accordo con il re drago, dopo aver fatto cadere una pioggia di sangue. Ora esse illuminano notte e giorno il palazzo del drago. Anche la principessa è un'abile ladra, e ha sottratto la magica angelica della Regina Madre d'Occidente. Noi non siamo i colpevoli, ma semplici soldati della guardia del re drago. Siamo stati catturati la notte scorsa. Quanto abbiamo detto è vero, ed è tutto ciò che sappiamo." "Se avete detto tutto, come mai non abbiamo sentito i vostri nomi?" "Il mio nome è Benborba: sono un pesce siluro. Lui è un pesce nero e si chiama Baborben." Il re ordinò alle guardie di metterli in cella e decretò: "I monaci del Monastero del Lampo d'Oro siano amnistiati e liberati da canga e catene. Il servizio competente prepari subito un banchetto nella Sala dell'Unicorno, per ringraziare il santo monaco della cattura dei ladri. Invitiamo i santi monaci a procedere anche all'arresto del capo banda." Il servizio dei banchetti fece subito servire piatti di magro e non. Il re invitò i pellegrini a prendere posto nella Sala dell'Unicorno e chiese loro: "Quali sono i vostri rispettabili nomi?" "L'umile monaco vostro servitore" rispose a mani giunte Tripitaka, "ha il nome di famiglia Chen, e in religione si chiama Xuanzang. Il nostro sovrano mi ha accordato il nome di Tang e l'umile soprannome di Tripitaka." "E i vostri eminenti discepoli?" "Non hanno nomi di famiglia" rispose il monaco cinese. "Il primo si chiama Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il secondo Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità e l'ultimo Sabbioso Consapevole della Purezza: sono nomi che ha dato loro la pusa Guanyin dei mari del Sud. Essi mi onorano del titolo di maestro, e io li chiamo correntemente Novizio, Otto Divieti e Bonzo." Esaurientemente informato, il re invitò Tripitaka a sedersi al posto d'onore, con Scimmiotto alla sinistra, seguito da Porcellino e da Sabbioso. Mangiarono frutta, verdure e riso, bevendo tè, come si conveniva a un pasto di magro; mentre il re, seduto di fronte a loro, consumava un pasto con carni. Un centinaio di ufficiali civili e militari si sedettero più in basso, dopo avere ringraziato il sovrano del privilegio loro accordato. I discepoli si scusarono con il maestro, prima di sedersi ai loro posti. Poiché Tripitaka non beveva, furono loro a rispondere ai brindisi del re. Intanto strumenti a fiato e a corde suonavano armoniosamente, sotto l'egida del competente servizio musiche. Porcellino, la bocca sempre spalancata, ingoiava tutto con appetito da tigre e voracità da lupo, come potete immaginare: in breve spazzolò la tavola di ogni traccia di frutta e verdura. Si portò un supplemento di zuppa e di riso, e lui fece scomparire anche quello. Mai che rifiutasse di vuotare una coppa, qualunque bevanda ci fosse dentro. Il festino proseguì lietamente fino al pomeriggio avanzato. A Tripitaka che lo ringraziava della sua munificenza, il re disse: "Non è che l'espressione della nostra gratitudine per la cattura delle creature malefiche." E ordinò ai suoi: "Proseguiamo il banchetto nel palazzo Jianzhang, dove pregheremo i santi monaci di formulare un piano per la cattura del capo dei briganti e per il ricupero del tesoro." "Se è per questo, non datevi altro disturbo" replicò Tripitaka. "Permetteteci di congedarci e di andare senz'altro a catturare quei mostri." Il re non ne volle sapere, e insisté perché si recassero nel palazzo Jianzhang e ricominciassero il banchetto daccapo. "Chi di voi guiderà le truppe che sottometteranno i mostri e arresteranno i briganti?" chiese il re levando la coppa. "Daremo l'incarico al primo discepolo Scimmiotto" rispose Tripitaka. Il grande santo giunse le mani in segno di assenso. "Reverendo Scimmiotto" chiese il re, "quanti uomini e cavalli vi occorrono? Quando volete partire?" Porcellino non si trattenne dall'intervenire ruvidamente: "Che ce ne facciamo di uomini e cavalli? Che differenza fa un'ora o l'altra? Quando avremo finito di sbafare e non avremo più sete partiremo, e ritorneremo qui quando li avremo messi nel sacco." "Sei pieno di zelo, Porcellino!" esclamò lieto Tripitaka. "Facciamo così" propose Scimmiotto: "lasciamo qui Sabbioso a far compagnia al maestro, e noi due andiamo insieme." "Se non vi occorrono uomini né cavalli, reverendi" insisté il re, "avrete magari bisogno di armi?" "Non ci servono le armi che usate voi" rispose ridendo Porcellino. "Abbiamo con noi tutto quello che serve." Allora il re prese un grande calice per vuotarlo in onore della spedizione. "Io non bevo più" annunciò Scimmiotto. "Per favore, fate portar qui dalle guardie quei due mostri: ne avremo bisogno come informatori." Il re diede l'ordine, e in breve tutti e due, tenendo quelle creature per la collottola, montarono sulle nubi e volarono via verso sud est. Proprio così. Quando il re li vide volare, Capì con chi aveva a che fare. Se poi non sapete come avvenne la cattura, ascoltate il seguito. 第063回 UN MOSTRO A NOVE TESTE · IN CUI I DUE MONACI SCENDONO NEL PALAZZO DEL DRAGO E STERMINANO I MOSTRI, E I SANTI RICUPERANO IL TESORO SOTTRATTO ELIMINANDO LA PERVERSITÀ. Narra il racconto che il re del paese di Jisai e i suoi ministri, dal più piccolo al più grande, videro Scimmiotto e Porcellino montare sulle nubi, stringendo per la collottola i due mostri. Essi alzarono le braccia ed esclamarono: "Non sono storie! Abbiamo la fortuna di vedere con i nostri occhi che immortali e buddha viventi esistono davvero." Quando scomparvero all'orizzonte, il re si rivolse rispettosamente a Tripitaka e Sabbioso per ringraziarli: "Con i miei occhi materiali e il mio corpo di comune mortale, mi rallegravo che i vostri eminenti discepoli avessero potuto catturare quei mostri. Ma non immaginavo che fossero immortali capaci di cavalcare l'aria." "L'umile monaco che sono non possiede alcuno dei poteri che la legge può dare" rispose Tripitaka. "Ma per fortuna mi accompagnano questi tre giovani discepoli." "Vostra maestà deve sapere" aggiunse Sabbioso, "che il mio condiscepolo anziano non è altri che il Grande Santo Uguale al Cielo. Ora si è convertito; ma quando provocò quei tremendi disordini in paradiso, tanto tempo fa, non bastò un esercito celeste di centomila soldati per catturarlo: il signore Laozi era allarmato, e l'Imperatore di Giada tremava di paura. Il mio secondo condiscepolo è stato Ammiraglio dei Canneti Celesti e ha comandato ottantamila marinai della Via Lattea, il fiume celeste. Solo io non ho i poteri del dharma; ma prima di ricevere l'ordinazione buddista, sono stato Capitano delle Cortine Arrotolate. Nelle altre cose saremo stupidi e incapaci, ma se si tratta di catturare mostri, legare lamie, arrestare briganti, buttare a calci il cielo in un pozzo, sollevare il mare o invertire il corso dei fiumi - in affari di questo genere ce la caviamo bene. Non parliamo poi di robetta, come cavalcare nuvole, provocar vento e pioggia, spostare montagne, o togliere la luna dal suo chiodo." A sentire questi discorsi, il re raddoppiò la propria considerazione e volle far sedere Tripitaka al posto d'onore, chiamandolo "reverendo buddha", mentre trattava Sabbioso da pusa. Tutta la corte, civili e militari, andava in estasi. Ciascuno rendeva omaggio. Intanto Scimmiotto e Porcellino andarono dritti filati al Lago dei Flutti Verdi sul Monte delle Rocce Caotiche. Il Novizio trasformò la sua sbarra in un coltello; con esso tagliò un orecchio al pesce nero e il labbro inferiore al pesce siluro. Poi disse: "Avvertite il re drago Ognissanti che è arrivato monsignor Scimmiotto, il Grande Santo Uguale al Cielo. Se vuol salvare la sua casa dalla distruzione, ci deve consegnare il tesoro della pagoda del Lampo d'Oro. Altrimenti devasterò il lago e farò tutti a pezzi, vecchi e giovani." Le due creature furono gettate in acqua, legate com'erano; sul dolore delle mutilazioni prevaleva la gioia di ritornare a casa. "Perché siete tutti legati?" chiedevano tartarughe e granchi, allarmati. L'uno nascondeva l'orecchio mozzo, scuoteva la testa e agitava la coda; l'altro si copriva la bocca con la mano, saltellava e si batteva il petto. Corsero dentro il palazzo del drago, seguiti da un codazzo di creature acquatiche, e annunciarono: "Maestà, disgrazia!" Il re, che stava bevendo in compagnia del genero Nove Teste, posò il bicchiere e chiese di che cosa si trattasse. "La notte scorsa, mentre eravamo di pattuglia, siamo stati catturati da Scimmiotto e dal monaco cinese. Stamane ci hanno trascinato all'udienza del re del paese, e ci hanno tagliato un orecchio e un labbro. Ci mandano a dire che vogliono in restituzione il tesoro della pagoda." Il vecchio drago, a sentire che aveva da vedersela con il grande santo, fu preso dal panico. Si mise a tremare come una foglia e disse al genero: "Con chiunque altro si potrebbe studiare un piano per sbarazzarcene, ma con quello lì le cose si mettono male." "Caro suocero, non temete" rispose il genero sorridendo. "Pratico le arti marziali fin da piccolo, e posso dire che ho imparato qualcosa. Fra i quattro mari, ho combattuto con fior di campioni: non sarà certo quel tizio a farmi paura. Voi aspettate qui, mentre lo vado a trovare: vedrete che, in capo a tre scontri, dovrà ripartire a coda bassa e non oserà più alzare gli occhi." Il bravo mostro si armò di tutto punto e impugnò la sua arma preferita: uno spiedo con il manico coronato da una mezzaluna. Poi uscì dal palazzo a lunghi passi, salì alla superficie del lago e gridò: "Dov'è questo grande santo? Venga qui ad arrendersi!" Scimmiotto e Porcellino lo osservavano dalla riva: In capo l'elmo di argento scintillante, candido come neve; corazza doumou lustra come brina autunnale. Sopravveste di broccato a nuvole multicolori, stretta alla vita da una cintura ornata di corni di rinoceronte. Ha proprio l'aspetto di un pitone racchiuso in una crisalide d'oro. La mezzaluna nella sua mano riflette lampi di luce. I suoi stivali di cinghiale fendono i flutti. Man mano che si avvicina ci si rende conto che la sua testa ha occhi da tutte le parti: essa guarda nelle otto direzioni. E possiede nove bocche: il grido che mandano all'unisono fa vibrare il cielo e monta, come volo di gru, sino alla nona sfera. Non udendo risposta, ripeté: "Chi è il Grande Santo Uguale al Cielo?" "Sono io" rispose Scimmiotto brandendo la sbarra di ferro. "Da dove vieni? Come ti permetti di entrare nel paese di Jisai e atteggiarti a protettore di conventi, catturare i nostri capitani e spingere l'impudenza fino a sfidarmi sulla nostra montagna sacra?" "Vuoi dire, banditello, che non conosci monsignor Scimmiotto? Vieni qui e apri bene le orecchie: Fu patria di Scimmiotto la montagna Di Fiori e Frutti. Divenne immortale Ed il rango raggiunse di gran santo. Quando turbò i territori del Cielo Non bastarono a vincerlo gli dèi: Dovettero invocare la potenza E l'infinita sapienza del Buddha. Sfidai anche lui, ma allora le sue mani Divennero montagne e mi schiacciarono. Fui prigioniero cinquecento anni E liberato infine da Guanyin, Perché di Tripitaka proteggessi Il viaggio ad Occidente, e sconfiggessi I sortilegi sparsi sul cammino. Quando nel lungo viaggio siamo giunti A Jisai, da quei monaci in disgrazia Abbiamo udito come la pagoda Perdette la sua luce. Nella notte Abbiamo catturato i vostri pesci E ascoltato le loro confessioni. Tu fosti il ladro; il re drago e sua figlia I tuoi complici. Fu pioggia di sangue Ciò che ti consentì di sconsacrare Il luogo sacro. Le testimonianze Ripetute al sovrano han provocato L'ordine di venirti ad arrestare. Che t'importa il mio nome? Se vuoi uscirne Salvo coi tuoi, devi restituire Senza indugio il maltolto. Se rifiuti, Finirà prosciugato il vostro lago." Il genero del drago sorrise sdegnoso: "Se sei un monaco in cerca di sutra, perché cambi mestiere e vuoi fare l'investigatore? Va dal tuo Buddha a chiedere le scritture; che io mi dedichi o meno alla caccia di tesori, non è affar tuo." "Sei un brigante ottuso. Si capisce che non devo niente al re, dal momento che non mangio il suo riso. Ma la contaminazione della pagoda e il furto hanno messo nei guai i bonzi del Monastero del Lampo d'Oro, che sono dei nostri: devo pur provvedere ad aiutarli." "Se questo è il motivo per cui punti allo scontro, ricordati l'adagio: la guerra non ha pietà. Quando avrò alzato le mani su di te, non potrai sperare che mi fermi prima della fine. E alla fine tu sarai morto, e tanti saluti alla tua ricerca!" "Brutta bestia!" gridò Scimmiotto preso dalla collera. "Come ti permetti tanta presunzione? Vieni qua a farti sculacciare dal tuo signore e maestro." Il genero del drago parò freddamente il colpo con la sua mezzaluna. Sul Monte delle Rocce Caotiche incominciò una bella battaglia. Scimmiotto ha promesso al re di catturare il diavolo, che ha privato la pagoda della sua luce e rubato il tesoro. Il vecchio drago è pieno di paura e tiene consiglio con i suoi; il genero Nove Teste decide di impegnarsi in una prova di forza. Il Grande Santo Uguale al Cielo leva con rabbia la sua sbarra cerchiata d'oro. I diciotto occhi delle nove teste mandano lampi in tutte le direzioni. Il Novizio, in un'aura di vapori di buon augurio, solleva mille libbre con braccia d'acciaio; la mezzaluna scintillante sostiene l'urto. "Smetti di fare l'odioso raddrizza-torti, che ficca il naso dappertutto!" L'altro risponde: "Ladro maledetto, vergògnati e restituisci il bottino, se vuoi che ti lasci in pace." Sbarra e spiedo cercano di prevalere l'una sull'altro, in una serie di scontri senza vincitore né vinto. Dopo una trentina di scontri, mentre l'esito era incerto, Porcellino si stancò di fare da spettatore e si accostò al mostro abbattendo il suo rastrello. La sorpresa era impossibile, perché quello aveva occhi dappertutto; manovrò dunque il suo spiedo in modo da opporne un'estremità alla sbarra di ferro e l'altra al rastrello. Dopo pochi assalti finì tuttavia per trovarsi in difficoltà, e si disimpegnò con una capriola nello spazio, dove riprese la sua forma originale. Bisogna dire che era molto brutto: una bestia a nove teste, schifosa da morire. Il suo corpo è ricoperto di penne e piume, ha la taglia di una gigantesca tartaruga, un'apertura alare di dozzine di piedi e nove teste che escono da un solo collo. Il suo volo, dopo quello del roc, è il più potente che ci sia. Il suo grido è più acuto di quello delle gru degli immortali, e fa tremare il cielo. I lampi dorati degli occhi e l'aria fiera non hanno paragone in alcun altro volatile. Porcellino ebbe un brivido di spavento: "Fratello, non avevo mai visto una creatura tanto brutta. Che incrocio bastardo può aver dato origine a quella cosa?" "È proprio un animale raro e insolito. Fammelo acchiappare, che lo schiaccio" disse Scimmiotto. Il grande santo balzò su una nuvola e mirò alla testa. Ma la bestia volò via di sghembo ad ali tese e scese veloce sulla montagna. Dal ventre le sbucò un'altra testa dalla gran bocca spalancata, rossa come una bacinella di sangue; calò su Porcellino, lo acciuffò e se lo portò via nel Lago dei Flutti Verdi. Giunto nel palazzo del drago gettò a terra Porcellino, riprese l'aspetto di guerriero e gridò: "Ragazzi, dove siete?" Scampi, trote, carpe e perche corsero subito a frotte, in compagnia di tartarughe e crostacei assortiti: "L'abbiamo preso!" gridavano, facendo ressa intorno al prigioniero. "Legate per bene questo bonzo" ordinò il genero del drago. "Adesso vendicheremo i nostri sottufficiali." Mentre la folla urlante dei mostri portava via Porcellino, il re drago venne a fare le sue congratulazioni: "Mi rallegro, saggio genero! Come hai fatto a catturarlo?" Ascoltato per filo e per segno il racconto della cattura, ordinò di preparare un banchetto per festeggiare la vittoria. Scimmiotto, preoccupato per la cattura di Porcellino, si diceva: "Quel tizio è davvero pericoloso. Se ora ritorno a corte a informare il maestro, farò ridere il re alle mie spalle. Provocare un altro combattimento non è semplice: in acqua non me la cavo molto bene, e non ho più un appoggio. Sarà meglio che vada là sotto a vedere che cosa succede. Se troverò un'occasione favorevole, aiuterò Porcellino a fuggire e potremo riprendere le operazioni insieme." Si trasformò in granchio, si tuffò nell'acqua e si recò all'ingresso del palazzo: conosceva la strada, che aveva già percorso all'inseguimento del re toro. Muovendo di sghembo le lunghe zampe si avventurò all'interno, e vide il vecchio drago e la bestia a nove teste che trincavano allegramente in famiglia. Scimmiotto si tenne alla larga dalla sala e scivolò nel portico di sinistra, dove una brigata di granchi e gamberetti si dava alla pazza gioia. Per un po' ascoltò le loro chiacchiere, per mettersi in grado di imitare il loro linguaggio, e infine chiese: "Quel bonzo dal grugno lungo che sua altezza ha catturato è già morto?" "Non ancora. È legato come un salame nell'altro portico. Non senti come lagna?" Alla prima occasione, Scimmiotto si diresse con discrezione al portico di destra, dove in effetti il bestione grugniva legato a una colonna. Il Novizio si avvicinò: "Otto Divieti, mi riconosci?" "Eccome fratello! Hai visto dove sono finito?" Scimmiotto si guardò attorno con circospezione, e constatò che nessuno badava a loro. Dunque si avvicinò e tranciò le corde con le sue chele. Ma Porcellino, invece di prendere il largo, diceva: "Fratello, mi hanno disarmato: come faccio?" "Sai dove hanno messo il rastrello?" "Il mostro l'ha portato con sé." "Vai all'ingresso e aspettami là." Porcellino scivolò via, mentre il granchio rampava verso la sala del banchetto. Vide il rastrello di Porcellino che luccicava in un angolo, appoggiato alla parete; si rese invisibile, lo andò ad afferrare e si allontanò verso l'ingresso: "Otto Divieti, ecco la tua arma." Ritrovatosi in mano l'amato rastrello, il bestione propose: "Tu potresti ritornare in riva al lago. Da parte mia, farò irruzione nella sala e cercherò di catturare tutti quanti; se non ci riesco, batterò in ritirata e tu mi verrai in aiuto." Scimmiotto approvò e gli raccomandò attenzione. "Non mi fanno mica paura" rispose Porcellino. "A combattere in acqua, mi trovo a mio agio." Così l'uno tornò sulla riva e l'altro, serrata bene la cintura della tonaca, impugnò il rastrello a due mani e piombò in mezzo ai convitati lanciando grida di guerra. La gente acquatica se la diede a gambe da tutte le parti: "Catastrofe!" Anche il vecchio drago, la bestia a nove teste e tutti i parenti, presi alla sprovvista, saltarono su e corsero a nascondersi. Il bestione passava su ogni cosa come una valanga: porte, tavoli, seggiole, stoviglie, ogni cosa andò a pezzi. Lo attestano i versi: Madre del legno venne catturata Dal mostro, ma la scimmia dello spirito Presto la liberò. Nel suo furore Rompe ogni cosa. Fugge il vecchio drago, Con il genero, i figli ed i nipoti. Porte e finestre vedono atterriti Fatte a pezzi dal bruto col rastrello. Spezzato il grande paravento di scaglie di tartaruga, polverizzati i graziosi rami di corallo. A questo punto Nove Teste mise al sicuro la sua principessa, impugnò lo spiedo con la mezzaluna e si fece avanti: "Porcello balordo, come osi scompigliare così la famiglia di mia moglie?" "E tu, mostro brigante, come ti sei permesso di catturarmi? Sei tu che mi hai portato qui dentro. Se ora vuoi che me ne vada e rinunci alle ostilità, devi restituirmi il tesoro della pagoda." Figuriamoci se il mostro era d'accordo: digrignò i denti e partì all'attacco. Il vecchio drago, ritornato in sé, fece armare figli e nipoti e li fece avanzare tutti insieme. Porcellino dovette rendersi conto che da solo non ce la faceva, e si disimpegnò per fuggire. In breve sbucò alla superficie del lago, inseguito da tutta la famiglia che saltava e capitombolava sul pelo dell'acqua. Scimmiotto, in agguato, balzò subito su una nuvola e scese in picchiata agitando la sua sbarra: al primo colpo ridusse in poltiglia il cranio del vecchio drago. Povero infelice! Il suo sangue si allargava in una macchia rossa sulla superficie dell'acqua e il suo corpo andava alla deriva con tutte le scaglie scompigliate. Figli e nipoti furono presi dal panico e fuggirono. Il genero Nove Teste ricuperò il cadavere e si asserragliò nel palazzo. Scimmiotto e Porcellino rinunciarono per il momento all'inseguimento e restarono sulla riva a confabulare. "Ho fatto un bel trambusto, in quella casa" assicurava Porcellino. "Non sapevano più dove nascondersi. Ma mentre me la prendevo con il genero, il suocero ha mandato tutti gli altri alla riscossa. Meno male che gli hai dato il fatto suo. Ora si occuperanno dei funerali, ma chissà per quanto tempo non ci sarà verso di farli uscire di casa. E intanto si fa tardi; che facciamo?" "Non possiamo ritornare indietro senza ricuperare il tesoro. Si torna all'attacco." L'indolenza del bestione lo induceva a cercare scuse per tergiversare; ma Scimmiotto insisteva: "Non perdiamo tempo. Tu ritorni ad attirarli fuori dal lago, e io picchio." Mentre discutevano udirono un colpo di vento e videro avvicinarsi un cupo turbine di brume. Scimmiotto riconobbe l'illustre santo Erlang e i sei fratelli del Monte dei Susini, con cani e falconi. Avevano archi appesi alla cintura, daghe in pugno e recavano con sé la selvaggina catturata. "Porcellino, ecco dei buoni amici! Cogliamo l'occasione: invitiamoli a darci una mano. Ora o mai più." "Se sono amici, invitiamoli senz'altro." "Mi sento un po' in imbarazzo: Erlang è quello che mi ha vinto. Va tu a salutarlo. Digli: 'Il grande santo è qui e vi manda i suoi omaggi'. Vedrai che si fermerà." Porcellino ubbidì. Quando Erlang si sentì chiamare fece cenno ai suoi compagni di arrestare la loro corsa: "Dov'è il grande santo?" "Attende i vostri ordini ai piedi della montagna." "Fratelli" disse Erlang, "andate da lui e pregatelo di venire." Kang, Zhang, Yao, Li, Guo e Zhi si fecero avanti e chiamarono: "Fratello Consapevole del Vuoto, il nostro fratello maggiore ti vuol vedere." Scimmiotto uscì dall'ombra e salì con loro sulla vetta. Erlang lo abbracciò e gli disse: "Eccoti libero dalla tua lunga prova, entrato nell'ordine monastico e sul punto di compiere la tua missione e di salire sul trono di loto: mi congratulo con te." "Ancora non lo merito" replicò Scimmiotto. "Non mi sono nemmeno sdebitato nei tuoi confronti. Certo, la mia prova è finita e da un pezzo viaggio verso l'Ovest; ma non so come andrà a finire. Al momento ci troviamo a Jisai, e stiamo aiutando certi monaci in disgrazia a catturare un diavolo che ha rubato un tesoro. Visto che la buona fortuna ti ha fatto passare di qui, oso chiederti di aiutarci. Non so se i tuoi impegni te lo consentano." "Non abbiamo impegni" rispose sorridendo Erlang. "Ritorniamo semplicemente da una partita di caccia. Mi fa piacere che ti rivolga a noi e non abbia dimenticato la nostra vecchia amicizia. Quando l'obiettivo è di catturare mostri, non mi tiro certo indietro. Di chi si tratta?" "Gente che conosci: questo è il Monte delle Rocce Caotiche; ai suoi piedi si trova il Lago dei Flutti Verdi, in cui risiede il drago Ognissanti." "Non mi pare che sia nel carattere del vecchio drago di dar noia alla gente" replicò Erlang sorpreso. "Vuoi dire che adesso va in giro a rubare tesori nei conventi?" "Si è reso complice del genero, la Bestia con Nove Teste" precisò Scimmiotto. "Hanno provocato una pioggia di sangue a Jisai, per contaminare la pagoda del Monastero del Lampo d'Oro e rubarne le preziose reliquie. Il re del posto non ha capito niente, e se l'è presa con i monaci. Il mio maestro, che è un'anima misericordiosa, ha passato la notte a spazzare lo stupa, e mi ha dato l'occasione di catturare un paio di spioni che ci hanno raccontato tutto. Il re ci ha incaricato di arrestare i colpevoli. Nel primo scontro Nove Teste è riuscito a catturare Porcellino; nel secondo ho ammazzato il vecchio drago. Ora si sono chiusi in casa tutti quanti, e noi stavamo discutendo sul modo per farli uscire. Non sarà tanto facile; perciò mi sono permesso di disturbarti." "Poiché già avete eliminato il vecchio drago, è il momento giusto per portare l'azione fino in fondo." "Sì, certo" fece Porcellino; "ma ormai si fa tardi." "Dicono gli strateghi: il momento dell'attacco dipende dall'opportunità, non dall'orologio" replicò Erlang. "L'ora tarda non è un'obiezione valida." "Non c'è nemmeno una speciale urgenza, fratello" opinarono Kang, Yao, Guo e Zhi. "Quell'animale non scapperà, perché non vorrà abbandonare la moglie. Noi abbiamo per ospiti il nostro Scimmiotto e Porcellino Setole Rade, che è anche lui un collega; e abbiamo provviste e vino in abbondanza. Abbiamo tutto l'agio di accendere il fuoco, banchettare e fare quattro chiacchiere. Dopo una bella nottata trascorsa in allegria, all'alba daremo l'attacco." "Mi arrendo, saggi fratelli" concluse Erlang; e ordinò al seguito di preparare il banchetto. "Non vorrei deludere le vostre buone intenzioni. Noi ora siamo monaci" ricordò Scimmiotto, "e dobbiamo mangiare di magro." "Tutto a posto: abbiamo ogni specie di frutta, e anche il nostro vino è di magro" precisò Erlang. Gli amici levarono dunque le coppe al chiar di luna; il cielo forniva il padiglione, e il prato la tovaglia. In verità Quanto è lunga la veglia solitaria, Tanto è breve la notte in allegria. Mentre il cielo schiariva Porcellino, con entusiasmo attizzato da molti bicchieri, dichiarò: "Ormai si fa giorno. Ora vado di sotto e li provoco al combattimento." "Attento, ammiraglio" disse Erlang. "Basta attirarli allo scoperto: del resto ci incarichiamo noi." "D'accordo, ho capito" rispose ridendo Porcellino. Raccoglie le falde della tonaca, impugna il rastrello, si tuffa nell'acqua e in un momento è arrivato al palazzo in fondo al lago; qui si precipita all'interno lanciando grida di guerra. Il figlio del drago, nell'abito a lutto di canapa grezza, vegliava il cadavere del padre. Genero e nipote preparavano il vino per il pranzo funebre. Ed ecco Porcellino che sbuca urlando all'improvviso, cala il pesante rastrello sul capo del figlio e lo stende morto con nove fori sanguinanti sulla fronte. Tutti corrono qua e là come impazziti; madama drago singhiozza: "Non bastava il marito, quel brutto grugno di bonzo mi ha ucciso anche il figlio!" Al rumore, il genero corse a prendere il suo spiedo con la mezzaluna e venne all'attacco spalleggiato dal nipote. Porcellino parava i suoi colpi e si andava ritirando, finché apparvero sul pelo dell'acqua. Il grande santo e i sette fratelli si gettarono allora sul nipote del drago e lo fecero a pezzi. Vista la brutta piega che prendeva la situazione, il genero fece una capriola per aria, riprese il suo aspetto di volatile e spiegò le ali; a larghi giri, incominciò a salire alto nel cielo. Erlang lo prese di mira con il suo arco d'oro, incoccando un dardo d'argento. La creatura raccolse le ali e scese in picchiata su di lui, nell'intento di morderlo; ma quando fu vicino al suolo e mise fuori la sua testa supplementare, uno dei levrieri fece un gran balzo e gliela strappò via, sgocciolante di sangue. La creatura, con alte strida di dolore, risalì in alto e fuggì in direzione del mare del Nord. Porcellino voleva inseguirla, ma Scimmiotto lo trattenne: "Lascia stare: non inseguire il nemico che fugge. Forse non sopravviverà al morso che gli ha dato il cane. Tu piuttosto vieni con me: prenderò il suo aspetto e ritornerò nel palazzo; tu fingerai di inseguirmi. Io andrò dalla principessa e cercherò di farmi consegnare il tesoro." "Va be', non inseguiamolo" disse Erlang. "Però se sopravvive finirà per fare altri danni." In effetti ancor oggi esiste una bestia del malaugurio, che sanguina sempre e possiede nove teste(46). Scimmiotto e Porcellino inscenarono l'inseguimento nelle acque del lago. Quando il primo giunse nel palazzo, la principessa Ognissanti gli chiese: "Che accade?" "Il porco ha vinto e mi insegue! Non possiamo resistere qui dentro. Dammi il tesoro, che lo nasconda in un posto più sicuro." Tanto grandi erano il pericolo e l'urgenza, che la principessa non ebbe il tempo di pensarci su. Corse a prendere un cofano dorato e lo consegnò al supposto marito: "Questo è il tesoro dei buddisti." Vi aggiunse una scatola di giada bianca: "Tieni anche la mia angelica magica. Io vado a impegnare il porco in battaglia per trattenerlo, mentre tu nascondi tutto quanto. Quando avrai fatto, mi verrai ad aiutare." Il Novizio afferrò gli oggetti, si passò una mano sul volto e le chiese: "Che ne dici, continuo a sembrarti tuo marito?" La principessa, infuriata, si slanciò per riprendergli le sue cose; ma Porcellino, sopraggiunto alle sue spalle, l'abbatté con un colpo di rastrello. A questo punto non restava che madama drago. Mentre cercava di fuggire, Porcellino la raggiunse e stava per colpirla, quando Scimmiotto gridò: "Ferma! Sarà meglio che riportiamo con noi un testimone." Perciò ritornarono sulla riva con la preda e con la prigioniera e annunciarono a Erlang: "Grazie al vostro possente aiuto, abbiamo ripulito il paese dai briganti e ricuperato la refurtiva." "Cari fratelli, il fatto è che il re di questo paese ha una bella fortuna e la protezione del cielo, mentre le vostre capacità sono inesauribili. Io non c'entro davvero!" "Fratello Scimmiotto" dissero i fratelli giurati, "visto che il lavoro è concluso, noi ce ne andiamo." E si lasciarono dopo molti saluti e complimenti. Volando a bassa quota, Scimmiotto che portava i preziosi e Porcellino con la prigioniera giunsero in breve alla città. I monaci liberati li aspettavano alle porte e si prosternarono per salutarli, prima di accompagnarli a corte. Il re e il monaco cinese erano in conversazione nella sala d'udienza. Uno dei bonzi prese il coraggio a due mani e osò entrare per annunciare: "Maestà, i monsignori Scimmiotto e Porcellino hanno vinto i briganti e ricuperato il tesoro; eccoli che arrivano." Il re uscì loro incontro con Tripitaka e Sabbioso e li accolse con infiniti complimenti per le loro meravigliose imprese, ordinando di disporre un banchetto per dimostrare la sua gratitudine. "Non offritegli da bere!" protestò Tripitaka. "Festeggeremo quando i miei umili discepoli avranno riportato il tesoro nella pagoda." E rivolto a Scimmiotto: "Come mai ci avete messo un giorno intero?" Il Novizio raccontò tutti i particolari, con gran diletto degli ascoltatori. "E questa madama drago sa parlare un linguaggio comprensibile?" chiese il re. "Era moglie di drago" rispose Porcellino, "e madre dei suoi figli. Come potete pensare che non sappia parlare?" "Dunque ci riferisca i fatti, per filo e per segno." "Del furto, io non so niente. Fu un intrigo del genero con mio marito: sapevano delle reliquie buddiste che rendevano luminosa la pagoda, e se ne impadronirono con il trucco della pioggia di sangue." "E l'angelica come è stata rubata?" "Fu mia figlia, la principessa Ognissanti, che entrò di soppiatto nel Cielo della Grande Rete e rubò l'angelica a nove foglie. Serve a proteggere da ogni corruzione le reliquie con il suo soffio di immortalità, e a farle brillare per mille e mille anni. So che, se la si usa per spazzare il pavimento, si lascia dietro una scia di raggi luminosi con tutti i colori dell'arcobaleno. Ma ora che vi siete impadroniti di tutto e avete distrutto la mia famiglia, vi supplico, lasciatemi almeno la vita." "E perché ti dovremmo risparmiare?" brontolò Porcellino. "Era solo una parente dei colpevoli" considerò Scimmiotto. "Ti perdoneremo, a patto che ti dedichi in perpetuo a proteggere la pagoda." "Bella morte non vale misera vita: farò come volete." Il Novizio fece portare una catena e forò la scapola di madama drago. Dopo averla incatenata, si organizzò il ritorno del tesoro nello stupa. Il re venne sul suo carro con Tripitaka, tenendolo per mano, seguito dagli ufficiali civili e militari. Entrarono nel monastero e salirono fino al tredicesimo piano della pagoda, dove collocarono le reliquie e misero l'angelica in un vaso. La luce di mille fuochi riprese a fluire nelle otto direzioni, per la comune edificazione dei vicini dei quattro orienti. Quando ridiscesero, il re dichiarò: "Senza il reverendo buddha e i tre pusa qui presenti, non saremmo mai riusciti a mettere in chiaro questo difficile caso." "Maestà" osservò Scimmiotto, "il nome della pagoda non è significativo, né adatto per cosa di lunga durata: il lampo non dura che un istante, e l'oro può essere fuso. Dopo tutta la pena che mi sono dato per voi, mi permetto di suggerire di intitolare il monastero alla sottomissione dei draghi, in modo da assicurarne il perpetuo ricordo." Il suggerimento fu accolto e il re fece appendere, in luogo del vecchio, un nuovo cartello che recava la scritta: MONASTERO DELLA SOTTOMISSIONE DEI DRAGHI, PROTEZIONE DEL PAESE, FONDATO PER ORDINE DEL RE Fece quindi preparare un banchetto e convocò i pittori, perché ritraessero le vere sembianze dei quattro pellegrini; i loro nomi furono scritti nella Torre delle Cinque Fenici. Il re accompagnò poi il monaco cinese e i discepoli nel suo carro con le campanelle, e volle offrire loro oro e giada; ma essi rifiutarono fermamente, e non vollero accettare nulla. È il caso di dirlo: I diavoli abbattuti, ritornata la pace, Ritorna anche la luce che rischiara la terra. Se poi non siete informati del seguito del viaggio, non vi resta che continuare ad ascoltare. 第064回 POESIA SILVESTRE · IN CUI PORCELLINO SI IMPEGNA A FONDO SULLA CRESTA DEI ROVI, E TRIPITAKA PARLA DI POESIA NELL'EREMITAGGIO DEGLI IMMORTALI SILVESTRI. Si è narrato come i pellegrini rifiutarono oro e giada offerti in dono dal re di Jisai. Egli ordinò allora all'ufficiale di servizio di far confezionare per ciascuno di loro due abbigliamenti completi, uguali a quello che indossavano, e di fornire una provvista di cibi secchi. Dopo la restituzione dei documenti di viaggio, la partenza avvenne in pompa magna, con carri reali, corteo di funzionari, fanfara, i monaci del Monastero della Sottomissione dei Draghi e tutto il buon popolo di Jisai: i pellegrini furono accompagnati per un tratto di venti li, che i monaci allungarono di un'altra cinquantina. C'era chi voleva farsi praticante al loro servizio, e seguirli fino al Paradiso dell'Ovest. Per liberarsi dagli ammiratori, il Novizio ricorse a un trucco: trasformò una manciata di peli in tigri feroci, che sbarrarono minacciose la strada. A questo punto i bonzi si scoraggiarono e non osarono proseguire. Mentre Scimmiotto invitava il maestro a spronare il suo cavallo, i monaci ritti sul bordo della strada piangevano e gridavano: "Graziosi e nobili signori, la sorte continua a perseguitarci, se voi rifiutate di aiutarci a conseguire la salvezza." Per ogni evenienza, Scimmiotto ricuperò i suoi peli solo dopo un bel tratto di cammino lungo la strada maestra dell'Ovest. Il ciclo delle stagioni proseguiva: presto l'inverno fu sostituito dalla primavera, temperata e propizia al cammino. La strada passava su una lunga cresta montuosa. Tripitaka tirò le redini per osservare il percorso: rovi spinosi e piante striscianti lo ricoprivano, tanto che della strada restavano ben poche tracce. "Discepoli miei, come andremo avanti?" gridò il monaco cinese. "Qualcosa non va?" chiese Scimmiotto. "Non vedete? La strada scompare sotto cespugli spinosi: è un posto da serpenti, insetti e creature che strisciano. Non credo che sia facile da percorrere nemmeno per voi; ma come pensate che possa farcela il mio cavallo?" "Non è un problema" disse Porcellino. "Se volete vi spiano il cammino; basta fare come quando si raccolgono sterpi per far fuoco. Nonché a cavallo, ci potrete passare anche in portantina, se vorrete." "So che sei forte, ma non sappiamo quanto è lungo questo tratto di strada, e se le tue energie potranno venirne a capo." "Vediamo" tagliò corto Scimmiotto. "Salgo a dare un'occhiata." Balzò in alto e guardò: la distesa proseguiva a perdita d'occhio. Di certo la terra vi scompariva fino ai confini del cielo; legno morto e legno nuovo, coperto di foglie novelle, la ricoprivano di un groviglio impenetrabile. Lo sguardo non ne vedeva la fine: sembrava una nuvola spessa, verde e nera, che stormiva nel vento e brillava nel sole. Qua e là si vedevano alberi prigionieri: pini, cedri e bambù; e, più frequenti, susini, salici e gelsi. Le liane aggrediscono i vecchi alberi e ne allacciano i tronchi; formano come grandi stuoie e pannelli, qua e là colorati da fiori che diffondono nell'aria i loro profumi selvatici. Chi non ha mai incontrato spine in vita sua? Ma non ne avrà mai viste tante quante se ne trovano sulla strada dell'Ovest. Dopo aver osservato, il Novizio ritornò a terra: "Ce n'è parecchie." "Dove arrivano?" domandò Tripitaka. "La fine non si vede. Almeno a mille li." "Allora siamo nei guai!" esclamò sgomento Tripitaka. "Come facciamo?" "Non vi preoccupate" replicò Sabbioso ridendo. "Fate conto che sia un terreno da debbiare: daremo fuoco alla sterpaglia." "Non dire scemenze" obiettò Porcellino. "Il debbio si fa nella decima luna, quando erba e piante sono secche. Non si può bruciare questa roba piena d'acqua, con foglie verdi e fiori sbocciati." "Se poi prendesse fuoco, è una distesa troppo vasta per controllare un incendio: sarebbe pericoloso" aggiunse Scimmiotto. "Ma come passeremo?" insisté Tripitaka. "È semplice" disse Porcellino. "Non avete che da seguirmi." Il bravo bestione fece un passo magico, recitò un incantesimo e si curvò in avanti gridando: "Cresci!" Subito prese una statura di venti tese, e il rastrello la lunghezza di una trentina. Lo impugnò dunque a due mani e si avviò a gran passi, spazzando la sterpaglia a destra e a sinistra: "Coraggio, maestro; venite!" Tripitaka sferzò lieto il suo cavallo e lo seguì; dietro veniva Sabbioso con i bagagli, e Scimmiotto chiudeva il cammino. Camminarono per l'intera giornata, percorrendo più di cento li. A sera raggiunsero una radura in cui si rizzava una stele con tre grandi caratteri, seguiti da due colonne di caratteri più piccoli: CRESTA DEI ROVI PER OTTOCENTO LI, FOLTO DI SPINE: POCA GENTE PERCORRE LE COLLINE. Porcellino si mise a ridere: "Mancano un paio di versi. Lasciate che li aggiunga io: Se Otto Divieti fa da battistrada, Potete andare dovunque vi aggrada." "Discepoli, quanto disturbo vi ho dato!" esclamò Tripitaka con voce allegra, smontando da cavallo. "Possiamo pernottare qui; ripartiremo all'alba." "Non fermiamoci, maestro" esortò Porcellino. "Il cielo è ancora chiaro, noi siamo di buona lena: possiamo continuare anche tutta notte, per venire a capo di questo fottuto percorso." Il reverendo non poteva che acconsentire. Porcellino avanzava infaticabile, e il cavallo e gli altri dietro a lui; proseguirono tutta notte e il giorno seguente, finché cadde di nuovo la sera. Le folte sterpaglie spinose non davano segno di finire. A un certo punto si udirono stormire pini e bambù, e la strada sboccò in una spianata in mezzo alla quale si drizzava un vecchio tempio. La porta era circondata da cedri; peschi e susini rivaleggiavano in bellezza. Tripitaka scese da cavallo per ispezionare il posto. Ai piedi della rupe, sulla riva Del gelido ruscello, si rannicchia Il vecchio tempio desolato. Intorno Persin gli alberi son vecchi cadenti. Di infinite stagioni sono i muschi Che coprono i gradini. Intorno ai massi Corrosi, dei bambù tristi si chinano Senza canto d'uccelli. Si cancellano I segni umani in quella solitudine, Abbandonata anche dagli animali. "Non mi piace questo posto" dichiarò Scimmiotto annusando l'aria. "Sarà meglio che non ci fermiamo a lungo." "Hai torto, fratello" replicò Sabbioso. "Un posto come questo, abbandonato da tutti, non può ospitare nemmeno mostri o creature malefiche. Non c'è nulla da temere." Aveva giusto finito di dirlo, che sibilò il vento e apparve un vecchio vestito modestamente, con un berretto quadrato, sandali di paglia e una canna in mano; lo seguiva un servo fantasma dalla faccia blu, la barba rossiccia e i denti sporgenti, che reggeva sul capo un vassoio di focacce. Il vecchio si inginocchiò: "Grande santo, sono l'umile divinità locale della Cresta dei Rovi. Ho saputo del vostro arrivo e vi ho fatto preparare queste focacce. È tutto ciò che posso offrirvi, venerati maestri, in questo luogo solitario dove non si trova nessuna abitazione umana." Porcellino si fece avanti tutto contento per assaggiare le focacce, senza badare all'atteggiamento guardingo e ostile di Scimmiotto. Il quale gli gridò: "Non toccare niente! Questa persona non dice la verità." Poi si rivolse all'intruso: "Come ti è venuto in mente di venire a raccontare frescacce al vecchio Scimmiotto? Bada alla tua zucca!" Fece per colpirlo, ma il vecchio si trasformò in un sinistro turbine di vento, che avvolse il reverendo e se lo portò via chissà dove. Il grande santo, colto di sorpresa, non sapeva che fare. Porcellino e Sabbioso si guardavano, pallidi di paura; persino il cavallo bianco nitriva spaventato. Tutti quanti si guardavano intorno smarriti e si muovevano come sonnambuli, senza scoprire alcuna traccia che potesse aiutarli. Intanto il vecchio depose gentilmente a terra Tripitaka presso una casa di pietra, avviluppata da brume e caligini, lo prese per mano e gli disse: "Santo monaco, non vi spaventate. Non siamo dei malfattori, tutt'altro: siamo gente animata da interessi letterari, silvani della Cresta dei Rovi. In questa bella notte di luna piena volevamo invitarvi a una riunione amichevole, per parlare di poesia e passare il tempo piacevolmente." Il reverendo, che incominciava a riprendersi, spalancò gli occhi per osservare meglio il luogo: Sotto cielo notturno nuvoloso Si alza la residenza di immortali, Luogo di sogno, dove trasmutare Il corporeo elisir, o coltivare Bambù svettanti e fiori di montagna. Frequentano le gru la rupe azzurra, Cantano le ranocchie nello stagno. Meglio della montagna del Tiantai, Rivale del Huashan quanto alla flora! Se tu vuoi arare nubi o appender luna Al suo gancio, non c'è posto più adatto. Quel chiar di luna che puoi contemplare Dalla finestra, allarga i tuoi pensieri E li rende profondi come il mare. Tripitaka passava in rassegna le bellezze del luogo: gli parve di non aver mai visto luna e stelle così lucenti. Si udì conversare: "Il signor Diciotto(47) ha persuaso il santo monaco a venirci a trovare" si diceva. Il reverendo vide tre vegliardi: uno molto distinto, con la testa candida come la brina; un altro un po' meno vecchio, con una crocchia di capelli verdi; un terzo di carnagione scura, dall'aria assente. Anche il loro abbigliamento era eterogeneo. Vennero tutti e tre a salutare Tripitaka. "Di quali meriti potrò mai vantarmi, per osare di propormi all'attenzione di nobili immortali come voi?" diceva il reverendo, restituendo i saluti. "Sappiamo che voi avete conseguito la Via da molto tempo" rispose sorridendo il signor Diciotto. "Abbiamo a lungo pregustato il piacere, che oggi godiamo, di incontrarvi. Se non siete geloso dei tesori della vostra sapienza, venite a sedervi e mettervi a vostro agio, in modo che anche noi impariamo i misteri del dhyâna della vera setta." "Posso permettermi di chiedervi i vostri rispettabili nomi?" domandò Tripitaka inchinandosi. "L'amico dalla testa bianca" rispose il signor Diciotto, "si chiama Rettitudine Solitaria, quello con i capelli verdi Vacuità Eterea, e l'ultimo, quello con l'aria svanita, Sfiora Nuvole. Il vostro umile servitore si chiama Frugale." "Qual'è la vostra età?" Rettitudine Solitaria rispose: "Ho raggiunto mille anni. Tendo rami Verdi e robusti verso il cielo; reco Qualche segno del tempo, ma mi riesce Di far sbocciare ancora molti fiori. Può durar giovinezza anche da vecchi Se si coltiva il Vero nella gioia. Non è luogo di passo per gli uccelli Ordinari, la selva solitaria Dove viviamo lontani dal volgo." Vacuità Eterea sorrise e prese la parola: "Anche il mio tronco sfidò mille inverni Levando in alto i rami. Nella notte Ne piove la rugiada. Le radici Che possiede detengono il segreto Di lunga vita: con le gru ed i draghi Vivere, star lontano dalla gente E frequentare solo gli immortali." Toccò quindi a Sfiora Nuvole: "Ho sperperato mille autunni anch'io, Che mi han scurito la vecchia carcassa. Mi sono conservato estraniandomi Dal mondo polveroso. I sette saggi Son miei compagni di bevute; amici In poesia i sei eccentrici. Oro e giada Noi maneggiamo, non chincaglierie!" Quanto a Frugale, concluse dicendo: "Ho vissuto per più di mille anni, Costante e puro. Da pioggia e rugiada Cavo il mio nutrimento; dai misteri Dell'universo la mia volontà; Dalle stagioni e dai molti paesaggi Della montagna i miei piaceri. Gli ospiti Intrattengo nell'ombra della casa A giocare agli scacchi, fare musica Con il liuto e far lieti conversari." Tripitaka si congratulò con loro: "Godete tutti e quattro di un'età ragguardevole. Il reverendo Frugale supera addirittura i mille anni! Non sarete per caso i quattro canuti vegliardi dei Han?" "Ci volete proprio lusingare. Non siamo che quattro vecchi che vivono soli sulla montagna, e non abbiamo niente in comune con i nobili personaggi che dite. Possiamo permetterci di chiedervi la vostra età?" Tripitaka giunse le mani, si inchinò e rispose: "Votato alla disgrazia ancora prima Di venire alla luce, quarant'anni Or sono, giacqui abbandonato ai flutti Finché sul Monte d'Oro fui salvato. Passai tutta la vita a legger sutra E pregare devoto il nostro Buddha. Mentre per un incarico imperiale Compio un viaggio a Occidente, questo incontro Mi onora come fatto eccezionale." I quattro vegliardi fecero un concerto di elogi: "Il santo monaco si è consacrato alla dottrina del Buddha fin dalla nascita. Per forza è un bonzo eminente, che possiede la Via! Poiché abbiamo la rara fortuna di parlarvi, ci permettete di sollecitare qualche notizia sulla legge e sulla meditazione, che ci conforti per il resto dei nostri giorni?" Il reverendo, compunto, insegnava: "La meditazione è quiete, la legge è salvezza. Ma la quiete non basta alla salvezza, se non si raggiunge l'illuminazione; che si ottiene nettando lo spirito da ogni pensiero, liberandolo da ogni meschinità, abbandonando il mondo di polvere. La maggior felicità è di rinascere in corpo d'uomo nel Paese di Mezzo e aver modo di conoscere la giusta legge. La Via della perfetta virtù, senza nome né limiti(48), spazza via i sei sensi e le sei percezioni. "La bodhi non nasce e non muore, non ha lacune e non può essere superata, ingloba l'illusione come la realtà, ma si disinteressa del sacro come del profano. "Per percepire la verità occorrono pinze e martello dell'Origine primordiale; per capire la realtà bisogna cogliere il metodo del Buddha Sâkyamuni. Invia Senza Immagine(49) , calpesta il nirvana! Devi svegliare il risveglio e illuminare l'illuminazione, per ottenere la scintilla trascendente che copre la totalità. Lascia danzare la fiamma ardente che rischiara e percorre in lungo e in largo il mondo della legge! Tienti fermo nel recondito e nel sottile: la sola parola non basta a superare il passo misterioso. La nostra meditazione del grande risveglio praticato alle origini può essere perseguita solo da chi vi è destinato e lo vuole sinceramente." I quattro vegliardi pendevano dalle sue labbra e dondolavano beatamente la testa. Alla fine ringraziarono inchinandosi rispettosamente: "Santo monaco, voi possedete davvero la base dell'illuminazione contenuta nel segreto della meditazione." "Per quanto la meditazione sia quiete e la legge sia salvezza" obbiettò Sfiora Nuvole, "occorrono comunque la concentrazione dello spirito e la sincerità del cuore. Si ha un bel diventare immortali del grande risveglio(50); si può restare nondimeno sulla Via della non-vita. In questo i nostri misteri sono completamente diversi." "La Via non è cosa ordinaria, perché unisce in sé sostanza e funzione. Quale diversità può sussistere?" replicò Tripitaka. Sfiora Nuvole sorrise: "Noi siamo nati solidi e stabili, e abbiamo sostanza e funzione diversi da voi. Dobbiamo il nostro corpo al cielo e alla terra, e viviamo di pioggia e di rugiada. Non ci disturbano né il vento né la brina, attraverso i mesi e le stagioni. I nostri mille rami sfidano il tempo senza che appassisca una sola foglia. Il vuoto non ci riguarda, mentre voi andate a impigliarvi nelle parole sanscrite. La Via ha le sue radici in Cina: perché consumate i vostri sandali per andarla a cercare nell'Ovest? Mi chiedo che cosa pensate di trovare. Siete come il leone di pietra che decide di strapparsi le budella, o la volpe che consuma il molto che ha nell'ardente desiderio del poco che non ha. Trascurate i fondamenti della vostra natura nella pratica della meditazione e nella folle ricerca del frutto del Buddha. I vostri discorsi sono più contorti dei rovi che crescono da queste parti. Come si può seguire un maestro come voi? Come si può accettare il vostro punto di vista? Dovreste analizzare ciò che avete davanti agli occhi, perché nella quiete si trovano le sponde della vita: il secchio senza fondo porterà l'acqua, l'albero di ferro metterà fiori. Posate saldamente i piedi sulla cima dei Gioielli Sacri : avrete l'occasione di incontrare Mile(51)." A queste parole Tripitaka voleva prosternarsi per prendere commiato, ma il signor Diciotto lo rialzò. Vacuità Eterea si mise a ridere: "Naturalmente il discorsetto di Sfiora Nuvole fa acqua da tutte le parti. Non bisogna badare troppo alle sue chiacchiere: non ve la prendete, santo monaco. La nostra intenzione era di approfittare del chiaro di luna per qualcosa di meglio di una conversazione religiosa: si pensava di passare il tempo a cantare, a recitare versi, a conversare allegramente." "Se è questo che volete" disse sorridendo Sfiora Nuvole, "potremmo entrare a bere il tè nel nostro piccolo eremitaggio. Che ne dite?" Il reverendo si inchinò per acconsentire, e si avviarono verso la casa di pietra, che recava sulla porta la scritta in tre grandi caratteri: EREMO DEGLI IMMORTALI SILVESTRI Quando furono entrati e si sedettero, apparve un servo fantasma dal corpo rosso che servì un piatto di pasticcini di funghi e tazze colme di tè caldo e profumato. Invitato a servirsi per primo, Tripitaka esitava per diffidenza, e si decise a ingoiare due bocconi solo quando ebbe visto che gli altri mangiavano allegramente e le tazze venivano riempite una seconda volta. Egli si teneva in guardia e sbirciava qua e là di sottecchi. Una luce filtrava, come chiar di luna, dalle decorazioni traforate che ornavano le pareti. Acqua zampilla lieta al bordo della roccia, Si diffonde nell'aria il profumo dei fiori. È un ambiente elegante: non un grano di polvere. Il reverendo finì per trovarsi a suo agio, e mormorò un verso: "È la meditazione puro splendor di luna." Frugale sorrise e propose un séguito: "Il poema ispirato ricorda il cielo chiaro." Rettitudine solitaria: "Un verso ben riuscito assomiglia a un ricamo." Vacuità Eterea: "Produce il bello stile la perla senza macchia." Sfiora Nuvole: "Rivive la poesia, se abbandona gli orpelli." Tripitaka disse: "Il vostro umile discepolo, preso dall'euforia, si è lasciato andare a balbettare un verso; ma è proprio come brandire l'ascia davanti al re dei falegnami. A giudicare da quello che sento, sono in compagnia di veri maestri di poesia." "Lasciate stare" protestò Frugale; "non è il caso di scambiarci complimenti inutili. Il buon monaco porta a termine ciò che intraprende: poiché ci avete proposto il primo verso, a voi la conclusione." "Non ne sono capace" confessò Tripitaka. "Sarei grato al signor Diciotto se provvedesse lui." "Non cercate scuse! Non potete rifiutare di finire ciò che avete incominciato. Non siate tanto avaro dei vostri talenti!" Tripitaka dovette adattarsi a recitare un distico conclusivo: "Mentre sono chinato sul guanciale di brezza Ed il tè è in infusione, mi godo primavera." Il signor Diciotto applaudì: "Mi piace il guanciale di brezza!" "Frugale" lo stuzzicò Rettitudine Solitaria, "si vede la tua competenza in fatto di poesia dalla tua propensione a rimasticare i versi altrui. Perché non proponi un altro giro?" Il signor Diciotto non si fece pregare: "Vi proporrò un inizio, e voi dovrete proseguire riprendendo l'ultima parola. Lungi da primavera, nella stagione morta, Sol nubi in cielo e nebbie nell'aria ti puoi attendere." Vacuità Eterea: "Attendere l'amico, che si avanza nell'ombra." Continuò Sfiora Nuvole: "L'ombra delle colline dell'Ovest che percorro, Benché un semplice cuore del Sud nel petto porti." Rettitudine Solitaria aggiunse la sua: "Porti sulle tue spalle gli attrezzi e il materiale Che il mestiere richiede con cui campi la vita." Il reverendo si profondeva in elogi: "Che bei versi, come sono commoventi! Benché manchi completamente di talento, posso provarmi anch'io ad aggiungere un distico?" "Santo monaco, voi che siete colto e avete conseguito la Via, lasciate perdere questi giochi di società e proponete invece una poesia compiuta. Noi imiteremo il modello meglio che potremo." Tripitaka recitò la seguente quartina(52): "Sulla strada dell'Ovest, i sutra a ricercare, Cammino senza tregua e un giorno arriverò. Ambisco di recarmi il Buddha ad adorare E la sua santa legge nell'Est riporterò." I quattro vegliardi ascoltarono con attenzione e lodarono sperticatamente. Il signor Diciotto disse: "È certo temerario da parte mia, ma correrò il rischio di recitare versi che osano rimare con i vostri. Frugale solitario sul monte a troneggiare Mi tengo, e non c'è vento cui non resisterò. Un'ambra millenaria lascio a terra colare E l'intenso profumo al vento affiderò." "Ma è bellissimo!" applaudì Vacuità Eterea. "Come confrontarsi con simili modelli? Propongo versi miei solo per non interrompere il giro. Dentro le fitte fronde uccelli ad ospitare Godo, e di bianca brina la fronte adornerò. Svettante le stagioni continuo a dominare: Pur nel gelo invernale io verde resterò." "Le vostre quartine sono molto eleganti" constatò Sfiora Nuvole. "Vere borse di broccato che contengono i ricami più fini. Io sono privo di talento, ma la vostra ispirazione stimola anche il mio debole spirito. Bene: mi azzardo a recitare versi anch'io; spero che non ne riderete troppo. Fine e di pelle liscia, nel folto ad elevare Le mie braccia nel cielo sempre giovane sto. I miei pregi, son pochi che li sanno apprezzare; A chi stende le cronache, tavolette offrirò(53)." "I vostri poemi" disse Tripitaka, "sono perle cadute dal becco della fenice, al disopra di ogni elogio. Vi sono infinitamente grato della calorosa ospitalità, ma a questo punto la notte è molto avanzata; inoltre non so dove siano rimasti ad aspettarmi i miei tre giovani discepoli. Devo congedarmi e andarli a cercare. Sareste così gentili da mostrarmi in quale direzione era il mio punto di partenza?" "Santo monaco, non siate inquieto. Un'occasione straordinaria come questo incontro potrebbe non ripetersi per altri mille anni. E guardate che bel cielo! La notte profonda è rischiarata dalla luna scintillante. Mettetevi a vostro agio: in meno che non si dica giungerà l'alba. Allora vi accompagneremo oltre la cresta, e non mancherete certo di ritrovare i vostri eminenti discepoli." Mentre chiacchieravano sopraggiunsero due servette in abito celeste, che reggevano lanterne di garza di seta rosa. Esse guidavano una immortale che giocherellava con un ramo fiorito di albicocco. Si profuse in sorrisi e salutò gentilmente tutti i presenti. Che aria aveva, questa fata? Il suo incarnato, incorniciato dalla scura capigliatura, sfida ogni cosmetico. Gli occhi brillano di incontenibile vivacità sotto la linea perfetta delle sopracciglia di falena. Indossa una gonna rosa pallido a fiori di susino multicolori, e sopra un lieve bolero color fiamma nel fumo. Scarpette a punte ricurve, adorne di becchi di fenici, e calze in broccato di seta di tinta pastello. Ha il magico fascino delle ragazze dei monti Tiantai, e gareggia con la bellezza di Daji, la famosa favorita. I vecchi, inchinandosi a loro volta, le chiesero: "A che dobbiamo il piacere della vostra visita, gentile fata dell'albicocco?" "Ho saputo che avevate in programma una gara poetica con un ospite di qualità. Posso chiedervi di presentarmelo?" "Eccolo qui" rispose il signor Diciotto indicando Tripitaka. Il monaco cinese si inchinò in silenzio. "Presto, servite il tè!" ordinò la bella signora. Alle sue spalle emersero dall'ombra altre due cameriere in abito giallo, che recavano un grande vassoio rosso laccato su cui erano disposte sei tazze della porcellana più sottile e ogni specie di frutta rara; da una grande teiera di rame damaschinato di ferro bianco si diffondeva un intenso profumo. La signora versò il tè nelle tazze, rivelando dita sottili e delicate come cipolline di primavera. Servì per primo Tripitaka, poi i quattro vegliardi, e infine riempì una tazza per sé, per tener loro compagnia. "Perché non vi sedete, gentile fata dell'albicocco?" le disse Vacuità Eterea. Solo dopo l'invito ardì di mettersi seduta. Bevuto il tè, s'inchinò e chiese: "Sareste tanto gentili da riferirmi qualcuno dei bei versi che vi siete scambiati?" "Le nostre sono composizioni di gente di campagna" rispose Sfiora Nuvole. "Ma il santo monaco è davvero degno di questa età d'oro della poesia dei Tang: merita i più alti elogi." "Siate generosi, fate ascoltare anche me." I quattro vecchi ripeterono i versi del reverendo, e anche il suo discorso sulla meditazione. "Sono maldestra e dovrei star zitta" replicò la donna sorridendo, "ma non sono capace di lasciare senza risposta versi così belli. Permettete che tenti di rimare sul modello dell'ultimo poema." E recitò: "L'imperatore Wu mi volle un dì cantare, Tanta grazia e dolcezza nel mio seno trovò. Un pulpito a Confucio pur seppi procurare(54). Se son troppo matura, marmellata farò." I vecchi lodavano i versi e se li ripetevano, la signora sorrideva e si schermiva, mormorando timidamente: "Sono tanto confusa! Ma il santo monaco non vorrebbe comporre altri dei suoi versi così sottili e ingegnosi?" E si avvicinava sempre più a Tripitaka, si strofinava contro di lui, finché giunse a sollecitarlo espressamente: "Mio dolce amico senza pari, cogli la notte propizia, divèrtiti! Che cosa vogliamo aspettare? La vita è breve: quando troverai un'altra occasione come questa?" "Santo monaco" perorava il signor Diciotto, "non potete che essere lusingato dai teneri sentimenti che vi dimostra la nostra cara fata. Se non le diceste di sì, sarebbe un delitto contro il buon gusto." "Il nostro santo monaco è un uomo di grande reputazione" intervenne Rettitudine Solitaria. "Naturalmente deve salvare la forma, e noi non possiamo insistere perché la trascuri. Sfiora Nuvole e il signor Diciotto possono fare da intermediari, io e Vacuità Eterea saremo i testimoni; così sarà un matrimonio come si deve." Tripitaka divenne rosso paonazzo e balzò in piedi: "Siete una banda di pervertiti, e cercate vergognosamente di sedurmi. Passi che si stia a conversare della Via e dei suoi misteri; ma non penserete di incastrarmi con questa signorina?" I quattro vecchi guardavano spaventati il reverendo e si mordevano le dita per l'imbarazzo. Ma si fece avanti il servitore fantasma dal corpo rosso e urlò: "Bonzo meschino, non capisci l'onore che ti facciamo! Cos'è che non va nella nostra signorina? È bella, sa comporre versi, è abile in ogni lavoro di casa. È semplicemente perfetta, e tu non la puoi rifiutare. Penserò io a presiedere al matrimonio." Tripitaka divenne pallido come un morto, ricadde seduto e non diede più segno di comprendere qualsiasi cosa gli dicessero. Il fantasma concluse: "Maledetto bonzo, adesso fai il sordo. Ho una gran voglia di metterti le mani addosso: e se lo faccio, altro che prender moglie! La tua carriera, caro mio, finisce qui." Il reverendo pensava ai suoi discepoli: chissà dov'erano andati a finire e se avrebbero potuto aiutarlo. Sul suo viso impietrito corsero due lacrime. La donna gli sorrideva e lo accarezzava; trasse dalla manica un fazzolettino di seta profumato di miele e gli asciugò gli occhi dicendo: "Non ti preoccupare, dolce amico! Mescoliamo i nostri profumi, diamoci ai piaceri dell'amore! Ti divertirai!" Con un singulto di disperazione, il reverendo balzò di nuovo in piedi e corse via. Tutti lo inseguirono, lo afferravano per la tonaca, lo tiravano di qua e di là e facevano un gran baccano. A un tratto si sentì gridare: "Maestro! Dove siete? Che cos'è questo chiasso?" Infatti i discepoli, che erano infaticabilmente andati alla sua ricerca per tutta la notte, su e giù fra spine e sterpi, nella nebbia e nella guazza, percorrendo l'intera Cresta dei Rovi da un capo all'altro, erano infine giunti nel posto giusto. I vecchi, il servo fantasma, la donna e le sue cameriere: tutti quanti scomparvero in un lampo. Ed ecco i discepoli che gli venivano incontro e chiedevano: "Maestro, come avete fatto ad arrivare fin qui?" "Discepoli miei!" sospirò Tripitaka aggrappandosi a Scimmiotto. "Quante pene vi ho dato! Mi ha portato qui il vecchio che abbiamo incontrato ieri sera, che si era presentato come tudi e che tu, mio caro, volevi abbattere. Mi ha portato in una compagnia di certi vecchi che mi trattavano da 'santo monaco', avevano una conversazione colta e si dilettavano di poesia. Fino a mezzanotte abbiamo composto versi a gara; poi si è unita a noi una bella donna, che verseggiava anche lei al lume delle lanterne e mi chiamava 'dolce amico'. Le sono piaciuto e mi voleva portare a letto. Quando ho rifiutato, mi hanno perseguitato con le loro proposte di matrimonio; sono fuggito, ma mi hanno inseguito, e stavamo litigando quando voi siete sopraggiunti. Il timore del vostro intervento, o forse lo spuntare dell'alba, li ha fatti scomparire." Esplorarono il posto e scoprirono la scritta EREMO DEGLI IMMORTALI SILVESTRI incisa nella roccia. "Eravamo proprio qui" confermò Tripitaka. Scimmiotto, che scrutava attentamente tutto attorno, notò un immenso ginepro, un vecchio cipresso, un antico pino e un folto bambù. Dietro a loro si vedeva un acero rosso. A breve distanza verso la parete rocciosa stava un vecchio albicocco, circondato da due susini invernali e da due cinnamomi. "Avete scoperto la bella brigata?" chiese ridendo Scimmiotto. "Non ancora" rispose Porcellino. "Eccoli qua: erano gli spiriti di questi alberi." "Tu come lo sai?" "Il signor Diciotto era il pino, Rettitudine Solitaria il cipresso, Vacuità Eterea il ginepro e Sfiora Nuvole il bambù. Quanto al servitore rosso, era l'acero. Ed ecco lì la fata albicocco, con le sue cameriere." Porcellino, senza perder tempo, corse avanti e abbatté susini, cinnamomi, albicocco e acero a colpi di rastrello e di grugno: in effetti dalle loro radici uscivano gocce di sangue fresco. Tripitaka lo volle trattenere: "Consapevole delle Proprie Capacità, non far loro del male! In fondo non mi hanno fatto niente, benché fossero fantasmi. Lasciamoli perdere e riprendiamo la nostra strada." "Maestro" insisté Scimmiotto, "non è il caso di risparmiarli: finirebbero per diventare creature malefiche e combinerebbero un sacco di guai." Il bestione sradicò anche pino, cipresso, ginepro e bambù, e poi invitò il maestro a rimontare a cavallo. Ripresero così il cammino sulla strada maestra dell'Ovest. Se poi non sapete che cosa avvenne dopo, ascoltate il seguito. 第065回 UN PARADISO MALEFICO · IN CUI ESSERI PERVERSI SUSCITANO UN FALSO PICCOLO MONASTERO DEL COLPO DI TUONO, E I QUATTRO PELLEGRINI CORRONO GRAVI PERICOLI. Concatenare il frutto alla sua causa consiste, in questo caso, nello spingere l'uomo al bene e allontanarlo dal male. Ogni pensiero, riflesso nello specchio divino, è un'azione: che tu sia stupido o intelligente, impara che a questo non v'è altro rimedio che la cancellazione del mentale. Metti a profitto la vita coltivando la Via, senza divagare. Getta il guscio e cogli la polpa: questo ti occorre nella ricerca di lunga vita. Conserva limpida la tua coscienza, e assaggerai il sapore del burro fuso. Quando i buoni avranno attraversato i tre passi e colmato il mare nero, se ne andranno a cavallo di fenici e di gru. Per loro la tristezza si muterà in compassione, e raggiungeranno l'assoluta felicità. Come si è visto, la pietà e la sincerità di Tripitaka erano tali che gli dèi non potevano che proteggerlo; gli spiriti degli alberi gli risparmiarono persino spine e rovi, che infatti a quel punto scomparvero dal suo cammino. I quattro pellegrini ripresero il viaggio a Occidente. Camminavano nella primavera: Il cucchiaio dell'Orsa Maggiore rivolge il suo manico a est: tutto fiorisce e prospera. La terra verdeggia di piante ed erbe, ogni riva si ricopre di verdi fronde di salice. Peschi in fiore risalgono i pendii delle colline. L'umidità che evapora dai torrenti smorza i colori in una garza smeraldina. Venti e piogge agitano i cuori. Il sole ravviva la bellezza dei fiori sbocciati. Le rondini recano nel becco fili di muschio. La montagna assume i chiaroscuri della pittura di Wang Wei. La lingua degli uccelli è più dialettica del retore Jizi. Ma nessuno è presente a godersi questi paesaggi profumati, salvo farfalle danzanti e api ronzanti. Maestro e discepoli si compiacevano di calpestare l'erbetta, seguendo il cavallo che trotterellava pacificamente. Giunsero così ai piedi di una montagna alta fino al cielo. Tripitaka la indicò con il manico del suo frustino: "Consapevole del Vuoto, quanto sarà alta quella montagna? Si direbbe che arrivi a perforare il firmamento." "Ricordate gli antichi versi? Alta del ciel la rocca, nessun monte la tocca" rispose Scimmiotto. "Può salire finché vuole, ma al cielo non arriva." "Allora, perché i Monti Kunlun si chiamano pilastri del cielo?" obiettò Porcellino. "Non te ne intendi" rispose Scimmiotto. "A nord ovest, dove sorgono i Kunlun, la volta del cielo è incompiuta. Quei monti si chiamano così perché turano la falla." "Non raccontargli balle" intervenne ridendo Sabbioso. "Lui se le beve e poi le va a raccontare agli altri, come se fossero vere. Andiamo avanti. Sapremo quanto è alta la montagna quando l'avremo scalata." Il bestione corse dietro a Sabbioso, un po' offeso e un po' ridendo. Giunsero in breve ai piedi del pendio e incominciarono l'ascesa. Soffia il vento nella foresta, l'acqua ribolle in fondo al precipizio che gli uccelli non osano sorvolare: intimorisce persino gli dèi. Innumerevoli rupi a picco sui burroni, la strada svolta e serpeggia senza fine. Turbini di polvere si levano in siti inaccessibili. Lo sguardo esplora senza stancarsi quelle rocce dalle forme bizzarre. Uccelli cantano sugli alberi, i cervi brucano i funghi, le scimmie saltano sui rami cogliendo pesche selvatiche. Volpi e procioni vanno e vengono, saltano da una roccia all'altra; daini e camosci fanno brevi comparse nei luoghi impervi. Ruggisce la tigre, lupi grigi e leopardi maculati sbarrano la strada. C'era di che terrorizzare Tripitaka; ma bastava che Scimmiotto brandisse il suo randello e lanciasse un grido per gettare il panico tra le fiere e farle fuggire. Salirono un colle e ne stavano discendendo verso un altopiano, quando videro, fra luci e brume iridate, un complesso di torri, terrazze e padiglioni da cui giungevano, attutiti dalla distanza, suoni di campane e di pietre sonore. "Andate a vedere di che cosa si tratta" li esortò Tripitaka. Scimmiotto osservò accuratamente, facendosi solecchio con la mano: che bei posti! Preziosi edifici sacri, degni dei più illustri monasteri; ampia valle silenziosa, in cui si spande il profumo del cielo. Pini azzurri, inzuppati di pioggia, stanno a guardia dei superbi padiglioni; bambù verde giada trattengono le nuvole intorno alla sala della predicazione. Il palazzo del drago brilla di luce iridata, mille colori fluttuano su quel terreno sacro. Balaustre vermiglie, portali di marmo, colonne dipinte e travi scolpite. Dove si spiegano i sutra, sale l'incenso; dove viene rivelata la parola, brilla la luna dalle finestre. L'albero color cinabro risuona di cinguettii d'uccelli, alla sorgente sul bordo della roccia si abbeverano le gru. Ovunque i fiori diffondono il fascino del Jetavana, le imposte si aprono sulla luce di Srâvastî. Da torri e terrazze prospicienti la montagna vibrano lunghi suoni, lenti e pesanti, di campane e di pietre sonore. Le finestre si spalancano nella brezza, le cortine si arrotolano sulla lieve bruma. L'atmosfera monastica è improntata a quieta inattività, senza traccia di volgare impazienza. È un territorio benedetto, su cui il mondo di polvere non ha presa; terra purificata, che invita all'ascesi della Via. "Maestro" riferì Scimmiotto, "è un monastero; ma in quell'atmosfera di meditazione, che sembrerebbe così felice, c'è qualcosa di nefasto che non riesco a capire. L'aspetto sarebbe, nientemeno, quello del Monastero del Colpo di Tuono, ma non è nel posto giusto. Quando ci arriveremo, sarà meglio essere prudenti: non vorrei brutte sorprese." "Se ha l'aspetto del Colpo di Tuono, non saremo per caso arrivati sul Monte degli Avvoltoi?" gridò Tripitaka. "Non deludere l'attesa del mio cuore sincero, non tardare la realizzazione dei miei voti." "Nemmeno per sogno. Sono stato più volte sul Monte degli Avvoltoi, e non è questo." "D'accordo; ma ciò non dimostra che laggiù non viva gente perbene" osservò Porcellino. "Non perdiamo tempo a sospettare" disse Sabbioso. "La strada ci porta proprio là; quando saremo arrivati, vedremo di che cosa si tratta." "Consapevole della Purezza ha ragione" concluse Scimmiotto. Il reverendo frustò il cavallo per farlo correre. Quando giunse al portale lesse la scritta MONASTERO DEL COLPO DI TUONO e ne fu tanto sorpreso che cadde giù dal cavallo; rotolando per terra inveiva: "Maledetto macaco, tu mi vuoi morto! Siamo giunti alla meta, e me lo tenevi nascosto!" "Maestro, non vi arrabbiate" rispose Scimmiotto sorridendo a denti stretti. "Prima di rimproverarmi, dovreste guardare meglio. Avete letto solo tre caratteri, ma la scritta ne contiene quattro." Il reverendo si rialzò fremente di indignazione e rilesse; in effetti i segni erano quattro: PICCOLO MONASTERO DEL COLPO DI TUONO "Se è piccolo" borbottò Tripitaka, "ci sarà dentro un Buddha piccolo. Non penserai che tutti i tremila buddha di cui parlano le scritture abitino allo stesso indirizzo. Guanyin sta nei mari del Sud, Puxian sul Monte Emei, Wenshu sul Wutai. Anche qui vivrà un buddha, non so quale. Dice l'adagio: non c'è Buddha senza sutra, non c'è luogo senza tesori. Entriamo." "Questo posto non mi dice niente di buono" insisté Scimmiotto. "Se mi date retta, non entrate; e se lo fate, non incolpate me di quello che vi accadrà." "Se non ci dovesse vivere un Buddha, non mancherà almeno la sua statua: e io ho fatto voto di rendergli omaggio dovunque lo incontri. Che cosa mi dovrebbe accadere?" Ordinò quindi a Porcellino di cercargli il suo kasâya, si mise in abito di cerimonia, cambiò il berretto ed entrò con passo risoluto. Ma dall'interno risuonò una voce, che gridava: "Monaco cinese venuto dalle terre dell'Est per rendere omaggio al nostro Buddha, come ti permetti quel piglio tracotante?" Tripitaka si tuffò immediatamente in una prosternazione, Porcellino lo imitò e Sabbioso cadde in ginocchio. Scimmiotto li seguiva passo passo, tenendo il cavallo alla briglia, e non fece una piega. Attraversarono il secondo ingresso e videro la sala del Beato: ai piedi della sacra terrazza su cui la sala si apriva, erano schierati i cinquecento arhat, i tremila rivelatori, i quattro guardiani portatori di folgore, gli otto pusa, le bhiksuni, gli up[C2]âsaka e la folla innumerevole dei monaci e dei servi. Il reverendo e i suoi erano così impressionati da quella magnificenza, dall'incenso, dai profumi, i fiori, la magica atmosfera, che si prosternavano a ogni passo. Ma Scimmiotto non curvava la schiena e si guardava intorno. Una voce dal trono di loto gridò: "Scimmiotto Consapevole del Vuoto, perché non ti prosterni davanti al Beato?" Il Novizio abbandonò la briglia e si fece avanti gridando a sua volta: "Bestie immonde! Non vi vergognate di contraffare in questo modo il luogo sacro e di usurpare il nome del Beato?" Roteò la sua sbarra per colpire, quando dall'alto: bang! cadde una coppia di giganteschi cembali, che lo imprigionarono come l'imbottitura di un panino. Porcellino e Sabbioso, allarmatissimi, posero mano alle loro armi, ma tutta quella gente li circondò, li strinse e li malmenò, e alla fine li catturò; tutti e due, più Tripitaka, furono legati ben stretti. In effetti, a fare da Buddha sul trono di loto stava un re diavolo, e la folla lì intorno era costituita dai suoi aiutanti. Quando videro che il finto aspetto celestiale non serviva più, lo abbandonarono e ripresero le usate facce da mostri. I tre prigionieri furono chiusi in una stanza sul retro; il cavallo fu portato nella scuderia e i bagagli dentro casa, insieme al kasâya e al berretto strappati a Tripitaka. Quanto a Scimmiotto, si guardarono bene dal levarlo dai cembali che lo imprigionavano: fu lasciato dov'era, con l'intenzione di aspettare qualche giorno, finché andasse a male. Allora gli altri pellegrini si sarebbero potuti cuocere tranquillamente al vapore, dentro l'apposita gabbia di ferro. In verità: Solo l'acuta scimmia seppe vedere il vero. Il segreto del dhyâna si fermò alle apparenze; Donna gialla seguiva e non seppe vedere; Madre del legno, stupida, diede retta ai compagni. La natura è ingannata dalla perversità, Il diavolo malvagio schernisce l'uomo pio. La gran porta del male è agevole a imboccare Assai più del pertugio d'ingresso nella Via. Scimmiotto, stretto fra i cembali, si trovava immerso nella più nera oscurità e sudava come un dannato; per quanto spingesse, tirasse e battesse con la sua sbarra, non c'era verso di liberarsi. Fece il passo per crescere di statura oltre mille tese; i cembali crebbero con lui, senza aprire il minimo interstizio. Allora si ridusse più piccolo di un grano di senape: ma i cembali lo seguirono e divennero altrettanti minuscoli. Alitò sulla sbarra il suo fiato magico e la trasformò in una pertica; si strappò due peli dietro la nuca, e ne fece delle punte di trapano a forma di fiore di susino a cinque petali; montò i trapani in cima alla pertica, li applicò contro il metallo dei cembali e li fece ruotare un migliaio di volte. Le punte stridevano, ma non riuscivano a intaccare il metallo. Scimmiotto si spaventò. Fece un altro passo magico e recitò l'incantesimo: "Om, ram, per il puro mondo della legge; qian, per le origini e per la virtù della lama." Al richiamo, i rivelatori delle cinque direzioni, gli dèi del giorno e della notte e i diciotto difensori della dottrina si affollarono intorno ai cembali e domandarono: "Grande santo, che cosa vi serve?" "Il mio maestro non ha voluto darmi retta" rispose Scimmiotto. "Se questa volta dovesse crepare, sarebbe tutta colpa sua. Per ora vorrei che trovaste il modo di aprire questi cembali per liberarmi: c'è buio pesto qui dentro, e fa un caldo soffocante. Quando sarò uscito, ci consulteremo sul da farsi." Le divinità cercarono di allontanare i cembali l'uno dall'altro; ma sembravano saldati insieme, non si poté aprire nemmeno uno spiraglio. Il rivelatore Testa d'Oro disse: "Mi chiedo di quale materiale sia fatta questa roba; i cembali formano un pezzo solo. L'umile divinità al vostro servizio non riesce a separarli." "Anch'io, dall'interno, non ho combinato niente. Non c'è verso di smuoverli." Il rivelatore distribuì le forze fra la protezione del monaco cinese, la sorveglianza dei cembali e il servizio di pattuglia nei dintorni, e se ne andò in cielo, alla Sala delle Nuvole Misteriose. Entrò d'urgenza, senza aspettare di essere convocato, e fece rapporto: "Maestà, sono uno dei rivelatori delle cinque direzioni che seguono il Grande Santo Uguale al Cielo nella sua missione di protezione del monaco cinese. La comitiva in viaggio verso occidente ha trovato sulla sua strada un Piccolo Monastero del Colpo di Tuono e c'è entrata, scambiandolo per quello vero; invece si trattava solo di una trappola per acchiappare i pellegrini. Il grande santo è rimasto chiuso fra due cembali, e non ha altra prospettiva che di perderci la vita. Tanto perché vostra maestà lo sappia." "Le costellazioni delle ventotto case vadano subito a liberare i pellegrini, e catturino le creature malefiche che hanno teso la trappola." Ed ecco le costellazioni precipitarsi al falso monastero, al seguito del rivelatore. Era la seconda veglia: i mostri, grandi e piccoli, erano andati a coricarsi, dopo aver ricevuto le lodi del loro capo per la cattura del monaco cinese. Le costellazioni si introdussero a passi felpati e sgattaiolarono fino ai cembali di Scimmiotto: "Grande santo, eccoci qua; siamo le ventotto case celesti, mandate espressamente dall'Imperatore di Giada per togliervi dai guai." Lieto del loro arrivo, il Novizio chiese che spezzassero la sua prigione con i loro attrezzi. "Se battiamo su questi piatti metallici" risposero le costellazioni, "faremo un baccano d'inferno e sveglieremo tutti quanti. Sarà meglio che tentiamo di aprire un pertugio; appena vedete un filo di luce, fuggite!" "Va bene" approvò Scimmiotto. Si misero al lavoro: chi usava la lancia, chi la spada, o la sciabola, o l'ascia; e spingevano, tiravano, torcevano, raspavano: ma giunse la terza veglia senza che si vedesse alcun risultato. All'interno, Scimmiotto tendeva il collo, si contorceva, tastava qua e là; ma di spiragli non ne comparivano. Kang, il drago del metallo, disse: "Portate pazienza, grande santo. Questo è un materiale speciale, chissà quali formule ci vogliono per aprirlo. Cercate, per piacere, un punto più sottile nella saldatura; cercherò di localizzarlo anch'io e ci infilerò la punta del mio corno. Se vi trasformate in modo adeguato, potrete uscire dal forellino." Scimmiotto cercò accuratamente. Scelsero il punto, la costellazione si miniaturizzò e applicò strenuamente tutta la forza che poteva - molte migliaia di libbre - al suo corno, ridotto a un ago sottilissimo. L'estremità della punta riuscì a penetrare. Usando la magia della legge, Kang fece ingrossare il corno, e poi lo rimpicciolì nuovamente; ma il metallo seguiva tutti i movimenti, serrando sempre saldamente la punta che lo aveva attraversato, senza aprire alcuno spiraglio. Scimmiotto gridò: "Così non ce la facciamo. Mi dispiace, ma ti dovrò fare un lavoretto da dentista." Il grande santo riprese i suoi trapani, perforò la punta del corno ricavandone una minuscola cavità e ci si infilò, dopo aver preso dimensioni molto minori di quelle di un grano di senape. Quindi gridò: "Ora estrai il corno!" La costellazione dovette fare uno sforzo terribile; quando la punta del corno si sconficcò finalmente dai cembali, essa finì gambe all'aria e cadde per terra, dove restò seduta e affranta per un bel pezzo. Scimmiotto sgusciò fuori dalla cavità, riprese le sue normali dimensioni e impugnò la sbarra con tutte le sue energie. Il colpo che abbatté sui cembali diede un clangore assordante, come se battesse un gong alto come una montagna. Che peccato! L'insigne strumento della casa del Buddha volò in mille pezzi. Alle costellazioni e alle altre divinità presenti, quel rumore fece rizzare tutti i capelli che avevano in capo. I mostri, strappati dal sonno, corsero fuori come impazziti, infilandosi gli abiti, impugnando le armi, battendo i tamburi. Mentre l'alba spuntava, si riunirono ai piedi della terrazza e videro Scimmiotto e le costellazioni intorno ai resti dei cembali spezzati. Il loro capo gridò: "Ragazzi, chiudete le porte e non fate uscire nessuno!" Scimmiotto balzò in cielo per riaccompagnare le costellazioni al loro posto. Intanto il re diavolo dovette ingoiare la rabbia che aveva in corpo: fece raccogliere i frammenti metallici, schierò le truppe per sbarrare le porte del monastero e si armò di tutto punto, impugnando un bastone corto e flessibile guarnito di denti di lupo. Quindi avanzò a sfidare Scimmiotto: "Un valoroso non se ne vola via. Vieni giù e accordami uno scontro in tre riprese." Il Novizio non poté resistere al desiderio di esaminarlo da vicino e ridiscese; le costellazioni che erano con lui lo seguirono. L'avversario aveva una capigliatura arruffata, trattenuta da un sottile cerchio d'oro. Occhi brillanti sotto biondi sopraccigli corrugati, naso pendente dalle larghe narici, grande bocca quadrata dai denti aguzzi. Indossava una cotta di maglia metallica serrata alla vita da una cintura di seta; calzava morbidi stivali di cuoio e impugnava il suo bastone con denti di lupo. Benché simile a un uomo, c'era nel suo aspetto qualcosa di ferino. Scimmiotto brandì la sua sbarra e urlò: "Che specie di mostro sei? Dove hai preso l'impudenza di farti passare per il Buddha e di imitare il Colpo di Tuono?" "Lo sapevo, macaco, che non mi conoscevi: altrimenti non avresti corso il rischio di violare il mio territorio. Questo è il piccolo paradiso dell'Ovest. L'ho avuto in dono dal cielo quando, dopo lunga pratica, ho conseguito il giusto frutto. Sono il buddha dei Sopraccigli Biondi; questa gente non lo sa, e mi chiama semplicemente mahârâja dei Sopraccigli Biondi. Da un pezzo ero informato del vostro viaggio e delle tue prodezze. Ho suscitato questo miraggio per attirarvi qui, perché mi voglio misurare con te. Se mi vinci vi lascerò andare; altrimenti vi ucciderò e andrò io dal Beato a chiedere le scritture, per acquistare il merito di riportarle in Cina." "Sei un chiacchierone" commentò Scimmiotto con un sorriso beffardo. "Se la tua intenzione è di batterti, le parole sono inutili. In guardia!" Il re diavolo parò il primo colpo, e incominciò la battaglia. Entrambi sono armati di bastone, ma quelle armi sono ben diverse: l'una, della casa del Buddha, è corta e flessibile; l'altra, dal fondo del mare, è lunga e rigida. Sono entrambi grandi esperti di trasformazioni: chi vincerà? Bastone con denti di lupo o sbarra cerchiata d'oro? Lo scontro tra scimmia e diavolo, di equivalente forza e abilità, non nasce da un capriccio. Il saggio macaco, divenuto scimmia dello spirito, difende la legge; mentre la spudorata creatura, con le sue imposture, si fa beffe del cielo. Sono entrambi furenti e spietati, decisi ad arrivare fino in fondo. Fumano da oscurare il sole, sputano nebbie da coprirne tutta la montagna. I bastoni mulinano senza requie: si scontrano per la vita e per la morte a causa di Tripitaka. Dopo cinquanta scontri, l'esito era ancora incerto. I mostri avevano continuato a lanciare grida di incoraggiamento, battendo gong e tamburi e agitando bandiere. Ma a un tratto le truppe celesti si fecero avanti, gettarono un grido di guerra e circondarono i combattenti; la loro avanzata gelò il sangue nelle vene delle truppe diaboliche, che si zittirono. Il vecchio diavolo, tuttavia, non se la diede per inteso. Mentre con una mano teneva tutti quanti in rispetto maneggiando il suo bastone, con l'altra levò dalla cintura un sacchetto di tela bianca e lo gettò in aria: si udì un sibilo, e Scimmiotto, le ventotto costellazioni e i rivelatori dei cinque orienti vi furono aspirati. Quando il sacco fu pieno, il diavolo lo raccolse e se lo portò in casa, seguito dalla folla trionfante dei suoi mostriciattoli. Si fece portare cinquanta lunghezze di corde di canapa, aprì il sacco, ne cavò uno ad uno i prigionieri e li legò accuratamente: loro sentivano le ossa indolenzite, i muscoli pieni di crampi, la pelle molle e rugosa. Man mano che venivano legati, erano portati in un magazzino sul retro e gettati al suolo, uno sull'altro in un gran mucchio. Poi il re diavolo fece disporre un banchetto: si trincò allegramente dall'alba al tramonto, e infine si andò a dormire. Nella notte che seguì, dentro la stanza dove tutti i prigionieri giacevano ammucchiati si udivano singhiozzi disperati. Scimmiotto riconobbe la voce di Tripitaka, che gemeva: "O Consapevole del Vuoto! Non diedi retta, ed ora amaramente Me ne pento. Ho portato a perdizione Te nei cembali d'oro, e tutti noi Legati qui come pacchi postali Che, temo, non saranno mai inoltrati." Scimmiotto si commosse: "Come al solito non mi ha dato retta al momento giusto, ma almeno gli dispiace e pensa anche a me. Approfitterò di questo momento tranquillo, in cui i mostri dormono e non badano a noi, per liberarlo." Il grande santo si rimpicciolì, finché poté scivolare fuori dalle corde che lo legavano e si avvicinò al monaco cinese. Mormorò: "Maestro!" Il reverendo riconobbe la voce ed esclamò: "Come hai potuto liberarti e venir qui?" Scimmiotto lo aggiornò sottovoce sugli ultimi avvenimenti. "Discepolo mio" gli disse Tripitaka confortato, "liberami subito! In futuro non sarò più testardo, ti darò sempre ascolto." Scimmiotto si mise alacremente all'opera e sciolse i legami di tutta la compagnia. Poi andò a prendere il cavallo e li invitò a fuggire. Li accompagnò al portone e volle tornare indietro e raccogliere i bagagli. "Dài più importanza alle cose che alle persone!" esclamò indignato Kang, il drago del metallo. "Hai liberato il tuo maestro: che ti importa dei bagagli?" "Non è vero che dia più importanza alle cose; gli abiti e la ciotola delle elemosine servono appunto alle persone. Nelle sacche ci sono i nostri documenti, il kasâya e la ciotola d'oro; questi ultimi sono doni del Buddha: non voglio certo lasciarli per strada." "Vai, fratello" disse Porcellino. "Noi ci incamminiamo e ti aspetteremo lungo il cammino." Le costellazioni circondarono il monaco cinese e, utilizzando tutte insieme la magia del rapimento, lo sollevarono con un colpo di vento e lo portarono a qualche distanza oltre il recinto. I pellegrini e i loro accompagnatori scesero il pendio della montagna e, quando giunsero al piano, si fermarono per aspettare Scimmiotto. Era circa mezzanotte, quando Scimmiotto si avviò per introdursi a passi felpati nel monastero. Tutte le porte erano chiuse, e anche le finestre (come poté constatare arrampicandosi al primo piano) erano accuratamente serrate. Non era il caso di forzarle, per non far rumore. Si trasformò quindi in topo di immortali o, come volgarmente si chiama, in pipistrello. Che aspetto aveva? chiederete. Un capino appuntito Con occhietti brillanti Proprio da topolino. Ma le grandi ali nere Battono nella notte A caccia di zanzare. Un interstizio fra le tegole e le sporgenze delle travi gli consentì di entrare. Esplorò l'edificio volando sopra le porte, finché scorse qualcosa che baluginava in un abbaino al secondo piano; non era lampada né candela, non aveva il colore delle braci, e non era intermittente com'è il lume delle lucciole. Battendo le ali, si avvicinò a vedere: ed ecco i bagagli. La luce veniva dal kasâya, messo nella sacca senza ripiegarlo e che in parte ne sporgeva; la emettevano agate, coralli, reliquie e perle fosforescenti che lo adornavano. Scimmiotto riprese il suo aspetto e si caricò tutto sulle spalle. Nella furia, tuttavia, non si assicurò che i bagagli fossero ben legati; così, mentre si muoveva, caddero con un tonfo sul pavimento. Ahimè, ci mancava anche questa! Il vecchio diavolo si svegliò di soprassalto e balzò dal letto gridando: "Attenti, c'è qualcuno in casa!" Tutti si alzavano, accendevano lampade e torce, parlavano, giravano qua e là, esploravano ogni angolo. Qualcuno venne a dire: "Il monaco cinese è scappato!" E un altro: "Sono scappati anche il Novizio e tutti quanti!" "Bloccate tutte le porte! Emergenza! Bisogna catturarli!" Scimmiotto non aveva nessuna voglia di restare di nuovo impigliato nella rete: fece una capriola e balzò dalla finestra. Ma dovette abbandonare i bagagli. Per quanto si cercasse, non si trovò traccia né del monaco cinese né degli altri prigionieri fuggiti. Alla fine, mentre sorgeva l'alba, il mostro uscì alla testa delle sue truppe impugnando il suo bastone, e presto vide le costellazioni, i rivelatori e tutti gli altri, installati ai piedi della montagna e circondati da nuvole di buon augurio. Tutti sanno quali sono le ventotto case celesti: Kang drago del metallo, Nü pipistrello della terra, Fang coniglio del sole, Xin volpe della luna, Wei tigre del fuoco, Ji leopardo dell'acqua, Dou unicorno del bosco, Niu toro del metallo, Di tasso della terra, Xu ratto del sole, Wei rondine della luna, Shi porco del fuoco, Bi porcospino dell'acqua, Kui lupo del bosco, Lou cane del metallo, Wei maiale della terra, Mao gallo del sole, Bi corvo della luna, Zu scimmia del fuoco, Shen gibbone dell'acqua, Jing iena del bosco, Gui montone del metallo, Liu daino della terra, Xing cavallo del sole, Zhang cervo della luna, Yi serpente del fuoco, Zhen verme dell'acqua e Jué caimano del bosco. Quando il re diavolo vide quelle divinità tutte insieme, gridò con una risata sarcastica: "Dove credevate di scappare?". Emise un soffio, e in un attimo fece apparire quattro o cinquemila mostri dagli aspetti più vari, uno più robusto dell'altro. "Fratelli, ecco le creature malefiche che ci vengono addosso!" avvertì la costellazione Jué caimano del bosco. Si scatenò una mischia tremenda; solo Tripitaka e il suo cavallo bianco restavano inoperosi ai margini di quel bailamme. Che battaglia! Che può fare natura, in sé dolce e pacifica, contro la perversa malignità del demonio che la tormenta? Nessuno stratagemma può evitare tante sofferenze. Gli dèi e i santi portano aiuto. Se Madre del legno mostra qualche incertezza, Donna gialla combatte decisa. Nella mischia che spaventa il cielo e fa tremare la terra, si stendono le reti. Là si agitano le bandiere e si gettano grida di guerra; qui risuonano i gong e rullano i tamburi. Lance e sciabole si oppongono in ranghi serrati; un soffio mortale sibila sulle masse contrapposte delle spade e delle alabarde. Che possono fare i soldati celesti contro il brutale valore delle truppe dei mostri? Nubi d'angoscia nascondono sole e luna, una caligine crudele si stende sul paesaggio. Lotta accanita intorno a Tripitaka che vuole recarsi dal Buddha. Le truppe del mostro combattevano con crescente ferocia e la battaglia era indecisa, quando risuonò il grido di Scimmiotto: "Eccomi qua!" Porcellino gli chiese: "Dove sono i bagagli?" "Non me ne parlare; per poco non ci ho rimesso la pelle." "Non state a chiacchierare, voialtri; venite a menar le mani!" intervenne Sabbioso. Mentre gli dèi erano stretti in difesa, accerchiati dai mostri, il re diavolo venne ad attaccare i tre condiscepoli. Essi sostennero i suoi assalti fino a sera, ma senza riuscire a vincerlo. La battaglia durò finché l'astro del giorno tramontò dietro la montagna e quello della notte si levò dall'est. Vista l'ora tarda, il mostro fischiò per far ritirare le sue truppe e portò la mano alla cintura. Scimmiotto si accorse che afferrava il suo sacchetto bianco. "Via! Si mette male!" gridò il Novizio. E fece un balzo fino al nono cielo. Porcellino, Sabbioso e tutti gli altri non compresero in tempo l'avvertimento, e si trovarono di nuovo tutti quanti aspirati; solo Scimmiotto era riuscito a fuggire. Il re diavolo ritornò al monastero con i suoi, e ancora una volta fece portare corde per legare i prigionieri. Tripitaka, Porcellino e Sabbioso furono appesi a una trave; il cavallo bianco fu legato nella scuderia. Gli dèi furono stipati dentro la fornace dei mattoni, che venne accuratamente tappata. Scimmiotto aveva osservato i movimenti dall'alto, e ridiscese dal cielo sulla cima della montagna. Digrignava i denti e versava lacrime: "Maestro!" si lamentava. "Quante dovete averne combinate nelle vostre esistenze anteriori, per trovarvi in questa vita a incappare nei malvagi a ogni passo! Come fare a cavarvi da tutti questi guai?" Restò a lungo a sospirare, prima di ritrovare la calma dello spirito e di mettersi a riflettere: "Mi chiedo che cosa sia quel sacchetto dalle straordinarie capacità. Per combatterlo devo chiedere altri aiuti, ma non voglio farmi rimproverare dall'Imperatore di Giada, che ha già mandato le costellazioni. Mi rivolgerò a Zhenwu, il reverendo Ammazza Diavoli del Monte Wudang: chiederò a lui di venire a liberare il maestro da questa prova." È il caso di ricordarlo: Via incompiuta: Si disperdon la scimmia ed il cavallo. Spirito senza controllo: Tutti i cinque elementi si avvizziscono. Se poi non sapete, in fin dei conti, come andò a finire, ascoltate il seguito. 第066回 COMMERCIO DI MELONI · IN CUI GLI DÈI SONO VITTIME DI PRATICHE CRUDELI, E MILE FINISCE PER CHIUDERE IN UN SACCO IL DIAVOLO PERVERSO. Come si è detto Scimmiotto, messo alle strette, si recò sul Monte Wudang nel continente meridionale, per chiedere al venerabile Ammazza Diavoli un aiuto alla liberazione di Tripitaka, Porcellino e Sabbioso, e dei guerrieri celesti imprigionati con loro. Fece la sua capriola nelle nuvole e viaggiò rapidamente, finché giunse in vista del territorio dell'immortale e planò nella sua magnifica tenuta. La divina montagna alta fino al cielo domina il sud est con la sua mole maestosa, in cui spiccano la Cresta del Baldacchino Porporino e il Picco degli Ibischi. Ne discendono nove fiumi, che scorrono fino alle remote regioni di Jing e Yang; mille picchi di Yue si tendono verso le stelle. [...] Bianche gru, compagne delle nuvole, stanno appollaiate sull'antico ginepro; fenici rosse e azzurre cantano rivolte al sole. Questo territorio dell'illusione di giada è una vera terra di immortali; la compassione dei portali d'oro regna sulla soglia del mondo. Il grande patriarca, imperatore di Sopra, era nato nel palazzo imperiale l'anno 1 dell'era Kaihuang, nel primo giorno della terza luna dell'anno Jiachen(55). Era figlio del re Puro Gaudio e della regina Vincelbene, che lo aveva concepito mentre sognava di ingoiare un raggio di sole e lo aveva portato per quattordici mesi. Coraggioso e valoroso sin da fanciullo, mostrò crescendo la sua divina intelligenza e rifiutò il trono per consacrarsi a pratiche austere. I suoi genitori non poterono impedirgli di abbandonare il palazzo imperiale. Fu su questa montagna che penetrò i misteri della meditazione. Raccolti i propri meriti e compiute le pratiche, se ne volò via in pieno giorno. L'Imperatore di Giada decretò che portasse il nome di Zhenwu, Vero Marziale, presiedesse al contatto con il vuoto tenebroso e fosse servito dalla tartaruga e dal serpente. L'intero universo proclamò la sua onniscienza nelle sei direzioni. Non vi è mistero che egli non comprenda, né gloria che egli non colga. Dall'inizio alla fine di ogni kalpa, si dedica a eliminare i diavoli. Il grande santo attraversò la prima, la seconda e la terza porta della tenuta, finché giunse al Palazzo della Suprema Armonia. Qui venne circondato da una folla di cinquecento ufficiali, coronati da luminose aureole di buon augurio. "Chi siete?" gli chiesero. "Il mio nome è Scimmiotto Consapevole del Vuoto, Grande Santo Uguale al Cielo. Vorrei vedere il maestro." Gli ufficiali lo annunciarono, e il patriarca venne a riceverlo e a informarsi del motivo della sua visita. "Durante il viaggio a Occidente, in cui sono responsabile della protezione del monaco cinese, siamo arrivati su una montagna detta Piccolo Paradiso dell'Ovest, dove sorge un Piccolo Monastero del Colpo di Tuono. È la residenza di un diavolo; ma il mio maestro, ingannato dall'apparenza, vi è entrato e si è fatto catturare. Attraverso varie vicende ho avuto l'aiuto delle ventotto case celesti, inviate espressamente in aiuto dall'Imperatore di Giada; ma non è bastato. Quel diavolo possiede un sacchetto di tela bianca, con cui è in grado di aspirare e imprigionare tutti quanti, anche i guerrieri celesti. Io solo mi sono accorto che stava per usarlo e sono fuggito in tempo. Ma mi ritrovo solo e non so dove mettere le mani. Perciò, maestro, sono venuto a sollecitare il vostro aiuto." "Certo in vita mia ne ho domati tanti, di diavoli. Quand'ero in auge nel Nord, ripulii l'intero continente di tutti gli esseri perversi; era il mio mestiere, e lo facevo per ordine dell'Imperatore di Giada. Poi ho combattuto soffi neri e vapori malefici del Nord est; me ne andavo a piedi nudi con i capelli al vento, e avevo il comando di cinque capitani celesti del tuono, di draghi giganti, di leoni e di molte altre bestie feroci. Il mio committente era allora il venerabile celeste dell'Inizio Originale. Ma ora sono in pensione, e mi godo il meritato riposo. Nei continenti del Sud e del Nord l'ordine è ristabilito: non restano tracce di perversità. Può darsi che sulla strada dell'Ovest sia rimasta ancora qualche piccola cosa, ma non dovrebbe trattarsi di creature veramente pericolose. La tua richiesta di aiuto mi lusinga, grande santo; a parte l'amicizia, puoi immaginare che cosa prova il vecchio soldato quando annusa odor di polvere. Tuttavia, per muovere le truppe, dovrei avere ordini di Sopra, con le dovute autorizzazioni: altrimenti rischierei una bella lavata di capo dall'Imperatore di Giada. Ma a un amico come te non posso limitarmi a dire di no. Ti presterò il serpente e la tartaruga, e come rinforzi cinque draghi di formato grande. Vedrai che risolveranno il tuo problema." Il Novizio ringraziò il patriarca e ritornò indietro con i suoi nuovi compagni. Quando giunsero al monastero, si presentarono al portone per provocare il diavolo a combattere. Il grande re dai Sopraccigli Biondi, in mezzo alle sue truppe, stava appunto chiedendosi: "Chissà dove sarà andato a bussare per aiuti, quello Scimmiotto; sono due giorni che non si vede." Proprio allora, un mostriciattolo gli venne ad annunciare: "Il Novizio ci sfida a combattere. È accompagnato da un serpente, da una tartaruga e da certi draghi." "Strana accozzaglia ha messo insieme quel macaco" commentò il re diavolo, allacciandosi l'armatura. Quindi uscì e gridò: "Voi draghi, da dove venite per osare di violare il mio territorio?" "Maledetto!" gridarono i draghi ergendosi in tutta la loro statura. "Noi siamo al servizio del venerabile celeste Ammazza Diavoli, maestro dell'Origine del Caos nel Palazzo della Suprema Armonia sul Monte Wudang. Siamo venuti ad arrestarti. Se vuoi salva la vita, libera subito il monaco cinese e le costellazioni. Altrimenti ti faremo a pezzi e bruceremo la tua casa." La creatura malefica si arrabbiò: "Bestiacce puzzolenti, come vi permettete tanta arroganza? Vi darò io una bella lezione!" Si lanciarono tutti all'assalto brandendo le loro armi; i draghi caprioleggiavano e versavano pioggia, mentre il serpente e la tartaruga sollevavano terra e gettavano sabbia. Fu una gran mischia: Spade e alabarde mandano riflessi iridati, sciabole e lance scintillano come arcobaleni. Il bastone a denti di lupo è corto, ma potente; la sbarra cerchiata d'oro è veloce e versatile. Negli urti continui, schiocca il bambù, risuona il ferro. Acqua e fuoco vanno all'assalto della creatura malefica, i colpi piovono su di lui. Grida di guerra da terrorizzare tigri e lupi, baccano da far scoppiare la testa a dèi e diavoli. Nella mischia confusa ed ancora indecisa, il diavolo cava di nuovo dalla cintura il suo tesoro. Scimmiotto gridò: "Amici miei, fate attenzione!" Ma i suoi compagni non sapevano da che cosa dovevano guardarsi. Quando il sacchetto fu lanciato in aria li aspirò tutti quanti, salvo Scimmiotto che fece un balzo fino al nono cielo. Anche i nuovi prigionieri furono legati e gettati nel forno dei mattoni, di cui si richiuse poi l'imboccatura con ogni cura. Ed ecco il grande santo, ridisceso sulla montagna, che si grattava la testa deluso e scoraggiato: "Come acchiapparla, questa bestiaccia?" Mentre, per la concentrazione, socchiudeva gli occhi, udì un richiamo accanto a sé: "Grande santo, non è il momento di dormire. La vita del tuo maestro è appesa a un filo." Scimmiotto spalancò gli occhi e riconobbe il protettore del giorno: "Eccoti qua, divinità fottuta!" gridò. "Dove passi il tuo tempo? A pappare offerte sacrificali, immagino. E poi vieni da me a fare il terrorista. Allunga un po' la zampa, che ti ci dò qualche legnata per curarmi il malumore." "Grande santo" rispose il protettore profondendosi in riverenze, "non vi lascerete mica scoraggiare, voi che siete il più allegro di tutti gli immortali. Noi siamo comandati dalla pusa a seguire come ombre il monaco cinese, mentre voi andate e venite. Perciò non ci si vede spesso; non è colpa mia." "Se lo segui come un'ombra, saprai in quali condizioni si trova. Come sta?" "In questo momento il vostro maestro è appeso a una trave sotto il portico, insieme ai condiscepoli; invece gli altri sono chiusi in un forno. In deroga ai miei doveri ero venuto a cercarvi, perché da due giorni non avevamo più vostre notizie; non sapevo che foste andato in cerca di rinforzi. Comunque è urgente che facciate qualcosa di efficace." "Sai che a questo punto non so più dove battere la testa? Qualunque aiuto chieda, quel delinquente cattura i miei alleati: mi sono coperto di vergogna, dovunque mi rivolga." "Su con la vita, grande santo!" disse sorridendo il protettore. "Credo di potervi dare un buon consiglio. Nello stesso continente meridionale dove siete andato ultimamente, ci sono i monti Xuyi, che oggi si chiamano Sizhou. Lì vi recherete nella città di Bincheng e vi troverete un pusa precettore dello stato, che possiede grandi poteri. Fra i suoi discepoli ci sono un certo Piccolo Zhang, principe ereditario, e quattro marescialli divini, che una volta sottomisero la regina madre delle Acque. Vi aiuteranno di sicuro, e sono tanto forti che riusciranno a catturare il mostro e a liberare il maestro." "Tu ritorna da lui e proteggilo" disse Scimmiotto pieno di gioia. "Faccio un salto e torno subito." Balzò fra le nuvole e giunse in breve sul Monte Xuyi. Bei posti, come tutti quelli in cui abitano gli immortali. Fra il guado del Fiume, le acque della Huai, il mare e Fengfu, che ne segnano i confini verso i quattro punti cardinali, la montagna reca sulla cima prestigiosi edifici, e ne sgorgano ricche sorgenti. Un dedalo di rocce, fra cui sorgono pini superbi e nodosi. Ogni specie di frutta vi matura nelle quattro stagioni, mille rami vi fioriscono a primavera. La gente va e viene operosa, come schiere di formiche; le barche sull'acqua sono sempre in movimento, come stormi di oche selvatiche. Gli edifici sulla vetta sono il Tempio della Roccia di Buon Augurio, il Palazzo del Picco dell'Est, il Santuario dei Cinque Illustri e il Monastero di Monte Tartaruga, da cui salgono al cielo suoni di campane e fumo d'incenso. Ci sono anche la Sorgente di Cristallo, la Valle dei Cinque Stupa, la Terrazza degli Otto Immortali e il Giardino dei Mandorli Fioriti, che completano le attrazioni della città, sotto candide strisce di nubi, fra i canti instancabili degli uccelli. Non parlatemi dei quattro picchi sacri: questo posto vale Penglai e Yingzhou. Scimmiotto, godendosi lo spettacolo, attraversò la Huai ed entrò in città. Quando giunse al monastero, ne ammirò i magnifici edifici, i lunghi porticati dipinti e l'imponente pagoda. Mille tese d'altezza che forano le nuvole, Vaso d'oro nel cielo, che concentra la luce Che nessun'ombra offusca. La brezza fa oscillare Le mille campanelle che suonano argentine. Grandi draghi sul tetto si riscaldano al sole: Non spaventan gli uccelli che vengono a posarsi. La Huai brilla nel piano dove scorre perenne. Quando Scimmiotto raggiunse il secondo portale, uscirono a riceverlo il pusa precettore dello stato e il principe ereditario Piccolo Zhang. Dopo le cortesie d'uso, quando conobbe il motivo della visita [...], il precettore disse: "Il caso che ti porta qui è certo importante per la diffusione della dottrina del nostro Buddha: vorrei e dovrei dunque intervenire di persona. Ma al momento mi trovo in difficoltà. Ho appena sottomesso il grande santo Gibbone delle Acque. Quel furfante si mette in agitazione ogni volta che entra in contatto con l'acqua; e in questa stagione, inizio d'estate, le acque della Huai sono in piena e minacciano l'alluvione. Se il guaio avvenisse mentre sono lontano e quella bestia incominciasse a combinarne delle sue, qui non ci sarebbe nessuno capace di tenerlo sotto controllo. Faremo così: ti farò accompagnare dal mio giovane discepolo e da quattro capitani, perché ti aiutino a catturare il tuo mostro." Il Novizio ringraziò e ripartì accompagnato dal principe e da quattro guerrieri. Giunsero in breve nel Piccolo Paradiso dell'Ovest e corsero a sfidare il mostro. Piccolo Zhang era armato di una lancia bianca in legno di gelso, e i quattro capitani di spade d'acciaio kunwu. Quando i mostriciattoli gli annunciarono l'arrivo, il re diavolo fece battere i tamburi, schierò le sue truppe e uscì ad apostrofare Scimmiotto: "Eccoti di ritorno, macaco. Perché non mi presenti gli aiutanti che ti sei trovato questa volta?" Piccolo Zhang si fece avanti e gridò: "Maledetta creatura! Sei ridotto così male che non sei più in grado di riconoscermi?" "Da dove venite, guerrin meschini, per mettervi nei guai aiutando questa scimmia?" "Sono il discepolo del grande santo di Sizhou, il pusa precettore dello stato. Ho l'ordine di arrestarti, con l'aiuto di questi quattro grandi capitani." "Bamboccio!" sghignazzò il re diavolo. "E quali sarebbero le tue referenze militari?" "Se vuoi saperle, ascolta: Son nato a Sabbie Mobili, sono figlio del Re. Sotto cattiva stella, di salute malferma, Indagavo il segreto che porta a lunga vita. Lo trovai: col cinabro scacciai la malattia. Non volli più saperne della regalità, Ma volli pervenire all'immortalità E giovane per sempre conservare il mio volto. Partecipai al banchetto di Longhua; mi recai Al palazzo del Buddha. I miei grandi poteri Mi rendono soggetti il maltempo, i demoni Delle acque e dei monti, come le tigri e i draghi. Nessun mostro resiste alla mia forte lancia. Il mio stupa fu eretto sulla riva del mare. Piccolo Zhang è noto a tutti, in tutto il mondo. Vive a Bincheng, la sede della lieta fortuna. Il re diavolo commentò, con un sorrisetto sardonico: "La lunga vita che hai appreso dal tuo pusa sarà buona per attaccar briga con i pesciolini della Huai. Ma non avresti dovuto fidarti di questo Scimmiotto, che ti ha fatto attraversare monti e fiumi per venir qui a lasciarci la pelle. Vediamo che cosa te ne farai, adesso, della tua immortalità!" Piccolo Zhang, mortalmente offeso, impugnò la lancia e si gettò all'attacco, seguito dai capitani e da Scimmiotto. Il diavolo si difendeva ordinatamente: parata a destra, copertura a sinistra, botta frontale, finta di lato. Una feroce battaglia. Il piccolo principe con la lancia, i capitani con le possenti spade, Scimmiotto con la sbarra accerchiano il mostro. Ma il re diavolo ha tali poteri che non trema; quel suo bastone a denti di lupo è un tesoro del Buddha, contro il quale lancia e spade non hanno potere. Mugghia il vento, esalano soffi malvagi. Finché i tre veicoli non avranno il sopravvento, la battaglia sarà lunga e dura. Finì come altre volte. Al momento buono il mostro prese il suo sacchetto e il Novizio gridò: "Attenzione!" e balzò lontano. Il principe e i compagni si guardarono intorno e, prima di capire che cosa succedeva, si trovarono chiusi nel sacco. Scimmiotto attese a scendere che i mostri sgombrassero il campo; si sedette per terra e per un momento si abbandonò alla disperazione. Piangeva e diceva: "Da tanto tempo vado proteggendo, Maestro, il vostro viaggio verso il Buddha. Quanti ostacoli! Strada tortuosa, pensavamo, si drizza prima o poi. E invece eccoci in mano a questo mostro. Molti aiuti sollecito ed ottengo; Ma nessuno, vedete, va a buon fine." A un tratto una nube colorata apparve sulla cima della montagna, e ne cadde una fitta pioggia. Una voce dallo spazio gridò: "Consapevole del Vuoto, mi riconosci?" Scimmiotto si precipitò in quella direzione, e che vide? Una persona dalle grandi orecchie, Massiccia, spalle larghe e grosso ventre. La faccia è allegra, gli occhi scintillanti, Larghe maniche al vento, calzature Di paglia. Quel gran monaco contento E spirante energia, dal gran sorriso Stampato sulla bocca, al Paradiso Della Gioia Assoluta ha il primo posto: Si tratta addirittura del gran Mile! Scimmiotto si prosternò immediatamente e disse: "Dove andate, Buddha sovrano che venite dall'Est? Perdonatemi se mi trovo sul vostro cammino." "Vengo apposta per quel diavolo del Piccolo Colpo di Tuono." "Vi sono riconoscente della grazia immensa della vostra debordante virtù. Mi permettete un'indiscrezione? Chi sarebbe in realtà questo mostro, e che cos'è quel terribile sacchetto in cui rinchiude tutti quanti?" "È uno dei miei inservienti, Sopraccigli Biondi; è addetto alla custodia delle pietre sonore. Il giorno tre del terzo mese rimase solo a guardia del palazzo; io ero stato invitato a pranzo da Inizio Originale. Ne approfittò per rubare parecchia roba e darsi alla bella vita come essere malefico, facendosi passare per il Buddha. Il sacchetto è la mia borsa del paradiso futuro, quella che volgarmente si chiama 'borsa della semenza umana'. Il bastone dai denti di lupo mi serve per percuotere le pietre sonore." "Ridi, ridi, Mile!" commentò acido Scimmiotto. "Intanto i tuoi giovinastri vanno in giro a mettere la gente nei pasticci. Non si può dire che tu sappia tenere la disciplina." "Non hai tutti i torti. Ma tieni presente che gli ostacoli diabolici sul vostro cammino non sono ancora finiti. Certe creature scendono sulla terra a rompervi le scatole proprio perché così sta scritto: fa parte del gioco. Comunque sono venuto a riportarmi a casa il mio scavezzacollo." "Come contate di fare? Quel ragazzo è piuttosto pericoloso, e voi non siete armato." Mile rise: "Tu vallo a provocare a battaglia. Io intanto costruirò una capanna di paglia e pianterò un campo di meloni. Ricorda che devi perdere e ritirarti, in modo da attirarlo fra i miei meloni. Ne è ghiotto e vorrà assaggiarne uno; ma quando lo mangerà, ingoierà inavvertitamente te. Quando sarai nella sua pancia, avrai mano libera. Sono sicuro che lo terrai impegnato. Io ne approfitterò per sottrargli il sacchetto e chiudercelo dentro." "Vediamo se funziona. Devo guardarmi da quel maledetto sacchetto. Potrebbe non cadere in trappola e non seguirmi. E quando mi trasformerò in un melone, voi come potrete riconoscermi?" "Su quest'ultimo punto, sta tranquillo" disse Mile ridendo. "Figuriamoci se io, signore del mondo, con i miei occhi di eminente saggezza, non sarò capace di riconoscerti. Io ti vedo dentro, qualunque trasformazione ti venga in mente di fare. Ma è vero che c'è il rischio che mangi la foglia. Sarà bene che prendiamo le nostre misure. Tendimi la mano." Il Novizio tese la mano sinistra e Mile, con la sua divina saliva, tracciò sul palmo la parola Proibito. Poi gli raccomandò di chiudere il pugno e di non aprirlo che al bisogno: mostrando quel segno, il mostro lo avrebbe seguito irresistibilmente. Scimmiotto impugnò quindi la sua sbarra nella mano destra e la fece volteggiare, mentre si recava allegro e baldanzoso all'ingresso del monastero e gridava a squarciagola: "Dài, mostro! Nonno Scimmiotto è venuto a trovarti. Vieni fuori, che ti prendo le misure!" I portinai corsero ad annunciarlo, e il diavolo chiese: "Quanta gente si porta dietro, questa volta?" "È solo." Il diavolo scoppiò a ridere: "Quel macaco non sa più a che santo votarsi. Sarà la volta buona che ci sbarazziamo di lui." E uscì con la sua attrezzatura ad apostrofarlo: "Consapevole del Vuoto, questa volta non riuscirai nemmeno a batterti." "E perché no?" chiese Scimmiotto. "Perché sei rimasto senza risorse; ti metterò nel sacco e nessuno verrà ad aiutarti. Non sentiremo più parlare di te." "Grazie tante. Staremo a vedere. E intanto, in guardia!" Il diavolo vide che maneggiava la sbarra con una mano sola e lo prese in giro: "Che cosa credi di fare, con una mano sola?" "Ragazzo mio, usare due mani con te sarebbe uno spreco. Se non fosse per quel sacchetto che tieni nascosto, anche se tu avessi quattro o cinque mani, a me ne basterebbe una sola per metterti a posto." "Va bene, non userò il sacchetto. Questa volta facciamo sul serio, e vediamo chi è più forte." Quando brandì il bastone a denti di lupo e si fece avanti, Scimmiotto aprì la mano sinistra davanti ai suoi occhi. Poi si accontentò di qualche finta, e gli volse le spalle fuggendo. Il diavolo, sotto l'effetto della magica parola Proibito, non avvertì alcuna diffidenza e gli corse dietro. Quando giunsero al campo di meloni, il Novizio ci si catapultò dentro e si trasformò in un grosso melone maturo, dal dolce profumo. Il diavolo scrutava tutto intorno e non riusciva a scoprirlo. Quando vide i meloni, si incamminò verso la capanna e chiamò: "Di chi sono questi meloni?" Mile venne fuori, in veste di vecchio contadino, e disse sorridendo: "Sono miei, mahârâja." "Sono maturi?" "Ma certo." "Scegline uno che mi disseti." Mile colse il melone-Scimmiotto e lo offrì rispettosamente al re diavolo; il quale, senza altra indagine, aprì la bocca per dargli un morso. Quando Scimmiotto si vide davanti quella bocca spalancata, ci scivolò dentro tutto intero e scese giù per la gola. Ed eccolo che torce le budella, pizzica lo stomaco, danza come una libellula, cammina sulle mani: in breve, fa tutte le bizzarrie che gli frullano per il capo. Il mostro digrigna i denti, fa smorfie di dolore, piange, si getta per terra, rotola qua e là come un ossesso: in breve il campo di meloni fu devastato come un'aia dopo la battitura del grano. E il mostro gemeva: "Basta! Aiuto! Pietà!" Allora Mile riprese il proprio aspetto e gli disse: "Dunque, brutta bestia, mi riconosci?" Il mostro si mise sulle ginocchia e si prosternò battendo la testa per terra. Poi si strofinò il ventre gridando: "Pietà, mio signore! Lasciatemi vivere! Non lo farò più!" Mile lo perquisì, gli tolse la borsa del paradiso futuro e il bastone delle pietre sonore e gridò: "Consapevole del Vuoto, ti prego, per riguardo a me, lascialo vivere." Ma Scimmiotto aveva ancora molta rabbia da sfogare, e qui colpiva di pugno, là di pedata: ne faceva di tutti i colori, mentre la povera creatura veniva meno. "Via, Consapevole del Vuoto" tornò alla carica Mile, "mi pare che abbia avuto il fatto suo. Ora basta!" "Che apra la bocca" gridò infine Scimmiotto. "Voglio uscire." Al mostro restava un filo di vita addosso, ma il cuore batteva ancora; e, come si sa, Se il cuore batte La vita dura. Per quanto malconcia, la creatura spalancò subito la bocca più grande che poté, e il Novizio saltò fuori. Gli sarebbe piaciuto ripassare il suo nemico con la sbarra cerchiata d'oro, ma in men che non si dica Mile l'aveva rinchiuso nel sacchetto. Tenendolo in mano, gridava: "E i cembali d'oro che mi hai rubato, brutta bestia, dove sono andati a finire?" La voce soffocata dall'interno del sacchetto balbettò: "I cembali? Li ha rotti Scimmiotto." "Bravo, così sono rotti! Almeno, rendimi l'oro di cui erano fatti." "L'ho ammucchiato sotto il trono di loto, nella sala grande." Mile, con il sacchetto in una mano e il bastone nell'altra, si rivolse ridendo a Scimmiotto: "Vieni, Consapevole del Vuoto, che andiamo a raccattare l'oro." Quando entrarono nel monastero, trovarono i mostriciattoli - che avevano appreso della sconfitta del loro re - intenti a fare i bagagli per andarsene. Man mano che li incontrava, Scimmiotto gli rompeva la testa, anche a due o tre per volta. Finì per ammazzarli tutti quanti, e si vide che si trattava di trasformazioni di creature malefiche della montagna, uccelli e bestie varie. Mile raccolse il suo oro, recitò una formula magica e ricostruì i cembali. Compiuta la missione, si congedò da Scimmiotto, montò su una nuvola e ritornò nel Paradiso della Gioia Assoluta. A quel punto Scimmiotto andò a liberare il monaco cinese, Porcellino e Sabbioso. Il bestione era così affranto dalla fame che non disse parola, non guardò in faccia nessuno e corse a schiena curva in cucina. Quando Scimmiotto era giunto al monastero per lanciare l'ultima sfida era quasi ora di pranzo: i cibi era quindi pronti e intatti nelle pentole e sui piatti. Il bestione vuotò in privato una mezza marmitta, e ciò gli diede la forza di portare ciotole di riso anche a Tripitaka e a Sabbioso. Le domande sugli avvenimenti e il loro racconto, con l'aiuto portato da Zhenwu, dal principe ereditario e da Mile, trovarono luogo dopo il pasto. Il racconto riempì di gratitudine Tripitaka, che si raccolse in preghiere di ringraziamento. Ma gli venne un dubbio: "Dove saranno andati a finire tutti questi dèi, mio caro?" "Che bestia, me n'ero dimenticato! Dovrebbero star chiusi in un forno, a quanto mi hanno detto. Porcellino, vieni con me a liberarli." Localizzarono il forno e Porcellino, rinvigorito dal buon pasto, non ebbe difficoltà a spalancarlo con un colpo di rastrello. Gli dèi furono slegati e sfilarono davanti a Tripitaka, che per l'occasione si era messo il suo kasâya da cerimonia e li ringraziò uno per uno. Essi salutarono e se ne tornarono a casa. Maestro e discepoli si presero mezza giornata di riposo, durante la quale si limitarono a curare il cavallo e riordinare i bagagli. La mattina seguente, con una torcia, diedero fuoco a edifici, pagode, sale di preghiera e trono di loto, in modo da ridurre tutto in cenere. Poi ripresero il loro cammino. Anche da questa prova escono illesi E liberi di andar verso la meta. Se poi non sapete quando riuscirono a raggiungerla, quella meta, ascoltate il seguito. 第067回 IL SENTIERO DEI CACHI MARCI · IN CUI LA NATURA MEDITANTE SI COMPIACE DEL SALVATAGGIO DI TUOLUO, E IL CUORE DELLA VIA SI PURIFICA SFUGGENDO ALLA CONTAMINAZIONE. Lasciato il falso paradiso dell'Ovest, i quattro pellegrini proseguirono allegri per la loro strada. Un mese dopo, ormai nel cuore della primavera, si ritrovarono al crepuscolo fra boschi e giardini fioriti, mentre il cielo si incupiva e il vento sferzava la pioggia. "Discepoli" disse Tripitaka tirando le redini, "si fa tardi e il tempo è cattivo: dove troveremo riparo?" "Anche se non trovassimo alloggio per la notte" rispose ridendo Scimmiotto, "non ci mancano le risorse: alla peggio Porcellino raccoglierà erba per i giacigli e Sabbioso abbatterà qualche pino. Io mi candido come carpentiere: vi costruirò una capanna sul ciglio della strada, abbastanza comoda da trascorrervi un anno, se volessimo." "Lascia stare, fratello" replicò Porcellino. "Questo non è il posto adatto: di sicuro è infestato da lupi e fiere, e magari ci bazzicano lamie e gnomi. C'è da guardarsi le spalle di giorno; figurati i rischi che si corrono di notte." "Bestione mio" lo stuzzicò Scimmiotto, "ogni giorno che passa diventi più poltrone. Non per vantarmi: col mio bastone in mano, cadesse il cielo, mi sentirei di rimetterlo in sesto." Mentre chiacchieravano, giunsero in vista di un villaggio. "Siamo a posto!" esclamò Scimmiotto. "Ecco là il nostro alloggio." "Dove?" chiese il reverendo. "Non vedete? Là, al margine di quel boschetto" fece il Novizio additando un'abitazione. "Chiederemo riparo per la notte e ripartiremo domattina." Il reverendo spronò lieto il cavallo e ne smontò quando giunse al cancello del recinto, che era saldamente sbarrato. "Aprite! Aprite!" gridò Tripitaka bussando. Venne ad aprire un vecchio appoggiato al bastone, vestito di tela greggia, con sandali di paglia e un turbante nero in capo: "Chi fa tutto questo chiasso?" Tripitaka lo salutò inchinandosi e giungendo le mani sul petto: "Onorevole donatore, questo povero monaco, vostro servitore, è stato inviato dalle terre dell'Est in cerca dei sutra nel Paradiso dell'Ovest. Passando per il vostro stimato paese mentre scende la sera, mi permetto di formular voti perché ci diate riparo per la notte nella vostra nobile residenza. Oso sperare che non vi recheremo disturbo." "Volete andare a ovest, bonzo? Non raggiungerete mai la vostra meta. Siete nella regione del paradiso minore dell'Ovest; quello maggiore è lontanissimo, e la strada è impraticabile. Non vi sarà facile nemmeno uscire da questa zona." "Perché mai?" "Trenta li a ovest del villaggio vi imbatterete nel Sentiero dei Cachi Marci e nel Monte delle Sette Perfezioni." "Perché si chiama in quel modo?" "Il nome è dovuto al fatto che il monte è coperto di alberi di cachi; è molto grande: per giungere alla pianura sull'altro versante bisogna percorrere ottocento li. Come dicono gli antichi, il cachi possiede appunto sette perfezioni: raggiunge un'età veneranda; ha la chioma ombrosa; gli uccelli non vi fanno il nido; i parassiti non lo attaccano; le sue foglie sono molto belle sotto la brina; i suoi frutti sono superbi; le sue fronde sono ricche e folte. La montagna è poco frequentata, perché la regione è molto vasta e gli abitanti sono sparsi. Perciò quando i frutti sono maturi nessuno li coglie; essi cadono sul sentiero incassato tra le rocce e vi restano a marcire. Sono una tale quantità che formano un enorme strato di fanghiglia e mandano un lezzo pestilenziale: in confronto, la puzza dei cessi sembra gradevole. Se per il momento non lo sentite, e solo perché fortunatamente sta soffiando vento di sud est." Tripitaka se ne stava mogio e spaventato. Scimmiotto non si trattenne: "Vecchio rimbambito! Noi veniamo a chiederti ospitalità, e tu cerchi di farci paura. Se la tua baracca è troppo piccola per ospitarci, dillo, e ce ne andremo a dormire sotto un albero. Che bisogno hai di raccontarci frottole?" Il vecchio guardò quella brutta faccia e per un momento restò interdetto; poi prese coraggio, gli puntò contro il bastone e grugnì: "Guardate quella faccia scarnita con il naso schiacciato, piena di peli fino agli occhi; quel brutto fantasma impestato. Osa mancarmi di rispetto, si permette di sbraitarmi contro. Se la prende con me: un vecchio!" "Caro vecchio signore" riprese Scimmiotto con un sorriso a denti stretti, "voi non avete le pupille in mezzo agli occhi: mi date del fantasma impestato, e non vi rendete conto di chi sono io. I fisionomisti dicono: viso bizzarro è roccia che racchiude giada. Se uno giudica la gente dall'aspetto, può prendere delle grosse cantonate. Lo so che sono brutto, ma ho altre qualità." "Tu chi sei? Di che qualità ti vanti, se è lecito saperlo?" Scimmiotto si mise a ridere: "Io? Vengo dall'Est; sul Monte Fiori e Frutti Nacqui. Da buon maestro appresi l'arti Marziali, a me ben note in ogni aspetto. So rivoltare il mare, batter draghi, Scacciare il sole e sollevar montagne. Son specialista nella caccia ai diavoli. Se occorre, sposto le costellazioni. In cielo e in terra è temuta la scimmia Che si sa trasformare in mille modi." Il malumore del vecchio lasciò subito posto alla gioia. Divenne persino gentile, e s'inchinò dicendo: "Signori, vi prego, entrate nella mia umile capanna e mettetevi a vostro agio." I quattro pellegrini fecero il loro ingresso con cavallo e bagagli. Rovi spinosi circondavano la corte e coprivano il muro in cui si apriva l'ingresso della cinta interna; superato il quale videro la casa, dal tetto di tegole a tre campate. Il vecchio li introdusse, spinse delle seggiole verso di loro e ordinò di servire il tè e di preparare il pranzo. Poco dopo si misero a tavola, dove furono serviti molti piatti: glutine di grano, formaggio di soia, patate dolci, radici bianche, senape, rape, riso profumato e zuppa piccante alla malva. Di che nutrire a sazietà maestro e discepoli. Alla fine, Porcellino prese in disparte Scimmiotto e gli bisbigliò: "Perché credi che il vecchio ci abbia offerto questo festino, mentre all'inizio aveva l'aria di non volerci nemmeno ospitare?" "Non mi pare che abbia fatto niente di speciale" rispose il Novizio. "Domani gli chiederò io di procurarci dieci specie di frutta e dieci di verdure." "Sei un bello sfacciato! Devo ammettere che il tuo atteggiamento da sbruffone ci ha procurato una scorpacciata. Ma domani ce ne andremo: che cosa ci guadagnerai a essere di nuovo maltrattato?" "Sta tranquillo, ci so fare più di quello che sembra." Poiché ormai faceva buio, il vecchio fece portare le lampade. "Potrei conoscere il vostro onorevole nome?" chiese inchinandosi il Novizio. "Mi chiamo Li." "Questo sarà dunque il villaggio dei Li." "No, è il villaggio di Tuoluo, in cui vivono più di cinquecento famiglie. I patronimici sono tanti; io solo mi chiamo Li." "Caro donatore Li, quale buona idea vi ha spinto a offrirci questo pranzo sontuoso?" Il vecchio si alzò per dichiarare: "Avete detto di essere esperti nella caccia alle creature malefiche. Qui ce n'è una: se voleste darvi la pena di sbarazzarcene, sapremmo dimostrarvi la nostra gratitudine." "Mille grazie dell'incarico" rispose Scimmiotto con una riverenza. "Guardatelo un po'!" esclamò Porcellino. "È sempre in cerca di guai. Basta che qualcuno gli parli di mostri, e subito lo festeggia come un parente." "Saggio fratello, la mia riverenza significa consenso. L'affare è concluso, non occorre che il vecchio cerchi altri fornitori." "Questa scimmia pensa solo a sé stessa" intervenne Tripitaka. "E se il mostro avesse poteri più grandi dei tuoi e tu non lo potessi catturare, non avresti forse mentito? E noi monaci non abbiamo fatto voto di non mentire mai?" "Maestro" rispose ridendo Scimmiotto, "prima di rimproverarmi, aspettate di saperne di più." "Che cosa vi occorre sapere?" chiese il vecchio. "Il vostro nobile territorio è una grande regione pianeggiante e popolosa, non un angolo sperduto fra le montagne. Che specie di mostro si è azzardato a stabilirsi qui?" "Dovete sapere" raccontò il vecchio, "che nel passato in effetti questo era il posto più quieto del mondo. Ma tre anni fa, nella terza luna, si alzò all'improvviso un gran colpo di vento. Noi eravamo occupati ciascuno negli affari suoi: chi trebbiava il grano, chi trapiantava il riso. Pensammo che fosse il maltempo. Invece era un mostro che ci rubò vacche e cavalli al pascolo, rapì montoni e maiali, ingoiò in un boccone oche e polli; e mangiò vive tutte le persone che incontrava sul suo cammino. Da quella volta il mostro è ritornato spesso a far preda. Reverendo, se ne siete capace, sbarazzateci di questa sciagura. Potrete contare sulla nostra gratitudine e sul nostro profondo rispetto." "Non sarà tanto facile" obiettò Scimmiotto. "Difficilissimo!" fece coro Porcellino. "Non se ne fa nulla. Non è roba per noi, poveri monaci vaganti, che chiediamo solo un riparo per la notte e domattina ce ne andremo." "Siete i soliti monaci scrocconi" brontolò il vecchio. "Un momento fa spostavano le stelle e cacciavano i diavoli. Poi, visto che c'è bisogno di loro, non sanno più far niente." "Vecchio mio" disse Scimmiotto, "bisognerebbe che la gente del posto fosse solidale." "Che cosa vi fa pensare che non lo sia?" "Sopportate il danno da tre anni in qua: chissà quante perdite avete subito. Eppure, in cinquecento famiglie, non siete stati capaci di mettere insieme cinquecento tael per far venire un buon esorcista." "Magari fosse questione di soldi! Volete proprio farci morire di vergogna. Ogni famiglia ha speso i suoi quattro o cinque tael. Due anni fa avevamo trovato un monaco che doveva catturare il mostro, ma non ci riuscì." "Raccontatemi il suo modo di procedere." "Era un monaco del sangha e portava il kasâya. Prima recitò il sutra del Pavone e quello della Buona Legge. Bruciò incenso e agitò la campana. Il mostro si irritò, apparve nel villaggio, fra vento e nuvole, e venne a combattere il monaco. Quel bonzo sapeva solo chiacchierare. Quando il mostro se ne andò, lo lasciò a terra con la pelata spaccata nel mezzo, come un melone maturo." "Ebbe il fatto suo" sghignazzò Scimmiotto. "Lui ci perse la vita, che valeva poco; ma lasciò grossi debiti a noi. Dovemmo comprare la bara e pagare i funerali. Poi il suo discepolo volle essere risarcito: gli abbiamo dato un mucchio di soldi, ma ancor oggi non è contento e minaccia di farci causa." "Fu l'unico tentativo?" "L'anno scorso ci riprovammo con un prete taoista." "Come andò?" "Con il daoshi? Arrivò con una tiara d'oro in testa, il vestito con il collare, acqua magica alla mano; batteva le sue tavolette per costringere gli dèi a catturare il mostro. Si alzò un uragano e venne avanti una forma di nebbia spessa e scura, che si gettò addosso al prete. Combatterono tutto il giorno; noi ci eravamo rintanati per lo spavento. Infine il cielo si schiarì e noi uscimmo a vedere. Trovammo il prete annegato nel torrente; quando lo tirammo su, non era altro che il cadavere di una gallina, tutto zuppo d'acqua." Il Novizio si divertiva un mondo: "Un altro che ebbe il fatto suo." "Anche questa volta ci furono un sacco di spese e di danni da risarcire." "Non importa, non vi date pensiero. Questa sarà la volta buona." "Se davvero siete capaci di liberarci, inviterò gli anziani del villaggio a firmare un contratto con voi: se riuscite, avrete come ricompensa la somma che chiederete, non un soldo di meno. Se non riuscite, saremo indenni da qualunque responsabilità: carta canta." "Siete rimasti scottati due volte" esclamò ridendo Scimmiotto. "Ma state tranquillo: noi non siamo persone di quel tipo. Andate pure a chiamare gli anziani, se volete." Il vecchio, tutto contento, mandò subito un garzone a invitare il vicino di destra e quello di sinistra, il cugino, il cognato, alcuni parenti e amici. Vennero otto o nove persone. Fatte le presentazioni, si parlò della cattura del mostro. "Quale degli eminenti discepoli se ne incaricherà?" chiesero. "Ci penserà l'umile bonzo che vedete" rispose Scimmiotto incrociando le mani. "Non è possibile!" gridarono quelli. "Si tratta di una creatura gigantesca, fornita di grandi poteri; mentre questo reverendo è così piccolo e sparuto, che tutto intero non basterebbe a otturargli un dente." "Non avete occhio, cari signori" replicò Scimmiotto con aria canzonatrice. "Sono piccolo, ma piuttosto robusto. Sono di quelli che hanno bevuto l'acqua della macina, e così hanno imparato a macinare." Gli anziani si inchinarono: "Qual'è il vostro prezzo, reverendo?" "Non parliamo di ricompense. Dice l'adagio: parli d'oro, e ti stordisci; dell'argento, e ti abbrutisci; di sapeche, e imputridisci. Siamo monaci cui importa accumulare solo meriti; i soldi non ci interessano." "A quanto pare, siete proprio monaci eminenti che osservano i comandamenti. Ma non possiamo chiedervi di aiutarci senza corrispettivo. Noi viviamo delle risorse della terra. Poiché non volete denaro, se ci sbarazzate di quella bestia impura e liberate il paese, ogni famiglia vi darà due mu di buona terra. Ne metterete insieme mille mu e potrete costruirci un monastero, installarvi maestro e discepoli, e praticare la meditazione invece di andar vagabondi." "Peggio che mai" disse Scimmiotto scoppiando a ridere. "Non parliamo di terra! Vorrebbe dire allevare cavalli, lavorare la campagna, mietere grano e fieno, coricarsi a notte avanzata e alzarsi all'alba. Ci sarebbe da crepare di noia." "E allora che cosa possiamo darvi?" "Per noi che abbiamo abbandonato le nostre famiglie, basterà una tazza di tè e un pasto di magro." "Niente di più facile. E come contate di fare?" "Quando quella bestia si farà vedere, l'acchiapperò." "Ma è una creatura gigantesca! È alta dalla terra al cielo, arriva con l'uragano e riparte nella nebbia. Come vi avvicinerete a lei?" "Non stiamo a discutere" rispose Scimmiotto ridendo. "Io cavalco vento e nuvole; per quanto grande sia, so il modo di metterla sotto." Mentre conversavano, sibilò il vento. Gli anziani tremarono come foglie e balbettarono: "Questo bonzo ha sulla bocca il sale della maledizione. Parla del mostro, e subito compare." Il vecchio Li aprì una porticina segreta e gridò ai parenti e a Tripitaka: "Presto, entrate nel rifugio, arriva il mostro!" Nel panico generale, Porcellino e Sabbioso si avviavano con gli altri. Ma Scimmiotto li afferrò per il collo: "Siete matti? Vi dimenticate che i monaci non devono entrare nelle stanze interne delle case? Voi mi fate compagnia: si va nella corte a vedere di che cosa si tratta." "Fratello" protestò Porcellino, "a pagare il conto per scoprire di che cosa si tratta ha già provveduto questa gente. Se si alza il vento, arriva il mostro; non c'è altro da sapere. Se loro vanno a nascondersi, perché noi, che siamo degli estranei, ci dovremmo esporre?" Ma Scimmiotto non lo ascoltava nemmeno; senza mollare la presa, se li portò tutti e due nella corte. Che vento soffiava! Abbatte piante, riempie di terrore Persino i lupi. Mette sottosopra Mari e fiumi, sconvolge fin le rocce Del Monte Hua, scuotendo l'universo. I paesani si barricano in casa, I ragazzi si coprono la testa. Tutto il mondo è piombato nelle tenebre, Cupe nubi ricoprono le stelle. Porcellino si lasciò cadere tremante e infilò il grugno nel terriccio. Sabbioso non osava aprire gli occhi. Scimmiotto annusava l'aria, alla ricerca di elementi di giudizio. In breve l'uragano cessò e si videro nello spazio due deboli luci. "Ragazzi, il vento ha smesso" disse Scimmiotto. "Tiratevi su e guardate." Il bestione sollevò il grugno, ne scosse la terra e guardò in alto. Quando vide quelle luci, disse ridacchiando: "Sembra un tipo beneducato, questo mostro; dovremmo farcelo amico." "Come fai a dirlo, se non si vede niente in questo buio pesto?" chiese Sabbioso. "Ricordati il detto degli antichi: di notte cammina a lume di candela; senza candele, vattene a letto(56). Il mostro lo sa, e cammina a lume di candela." "Non si tratta di candele; quelli sono occhi che brillano." "Santo cielo!" esclamò il bestione rattrappito dalla paura, tanto che la sua statura scese di tre pollici. "Se ha occhi di quelle dimensioni, chissà com'è grande la bocca." "Non siate fifoni, saggi fratelli" disse Scimmiotto. "Vado su a vedere chi è, e qual'è il suo umore." "Fratello" balbettò Porcellino, "non dirgli che noi siamo qui." Il bravo Scimmiotto balzò per aria con un sibilo, impugnando la sbarra di ferro, e gridò a squarciagola: "Arrivo! Eccomi qua." Quando lo scorse, la creatura si mise a danzare agitando una lunga lancia. Il Novizio chiese: "Chi sei? Dove abiti?" Ma quello bilanciava la sua lancia e non faceva motto. Le domande furono ripetute, sempre senza risposta. "Sembra sordomuto" si disse Scimmiotto ridendo fra sé. "Proviamo a tastarlo un po'." Il mostro parava i colpi con la lancia e non mostrava la minima paura. Lo scontro continuò fino a mezzanotte senza vincitore né vinto. Porcellino e Sabbioso lo seguivano dalla corte dei Li: la creatura non mostrava alcuna velleità aggressiva; si limitava a parare la sbarra di Scimmiotto, che era costantemente a un pelo dalla sua testa. "Sabbioso" disse Porcellino, "tu resta qui a far la guardia. Non sembra un mostro molto pericoloso. Io salgo un momento a dare una mano, altrimenti quella scimmia, come al solito, si prenderà tutto il merito." Il bestione balzò sulle nuvole e cercò di colpire con il suo rastrello, ma il mostro gli oppose una seconda lancia. Quelle punte di lancia brillavano qua e là come lampi. Porcellino era ammirato: "Che tipo in gamba! Non è lo stile dietro la montagna, e neppure la treccia di seta. Non mi pare nemmeno lo stile dei Ma. Si potrebbe chiamare l'asta invisibile." "Che cosa blateri, bestia? Non l'ho mai sentita, l'asta invisibile." "Vedi anche tu che si serve soltanto delle punte delle lance. Le aste dove le ha nascoste?" "Magari sarà l'asta invisibile" concesse Scimmiotto. "Questa creatura non sa dire una parola. Penso che non sappia ancora prendere forma umana e sia dominata dagli umori infernali. Ho paura che, quando si leverà il sole e prevarrà l'influsso dello yang, correrà a nascondersi. Non dobbiamo farcela scappare." "Hai ragione" approvò Porcellino. Ripresero ad attaccare e continuarono per un pezzo, finché il cielo si rischiarò: a quel punto la creatura volse le spalle e fuggì. Scimmiotto e Porcellino si gettarono all'inseguimento, ma ben presto uno spaventoso fetore di corruzione li trattenne: era il Sentiero dei Cachi Marci. "Chi è venuto qui a svuotare le sue latrine?" brontolò Porcellino. "C'è un puzzo insopportabile!" "Bada al mostro! Sbrigati!" gridò Scimmiotto turandosi il naso. La creatura stava scivolando sull'altro versante della montagna e riprendeva la sua vera forma: si trattava di un gigantesco pitone a scaglie rosse. Guardate: Brillan negli occhi le stelle dell'alba, Dalla bocca la bruma del mattino Esce a gran fiotti, tra le file aguzze Dei suoi denti d'acciaio. Grandi artigli Incurvati e taglienti. Sopra il capo Reca uno strano corno, come fosse D'agata risplendente. Il lungo corpo È maculato dalle scaglie rosse. Quando lo vedi acciambellato al suolo Ti sembra una coperta di broccato; Quando vola nel cielo, arcobaleno. Si riposa in quel lezzo insopportabile, E rosse nubi intorno lo circondano. Quanto è grosso? È un gigante, da nascondere Il tuo compagno che è dall'altra parte. Quanto è lungo? Il suo corpo, se disteso, Da nord a sud traversa tutto il monte. "Dunque si trattava di un serpentone" esclamò Porcellino. "Certo, per saziare quel corpaccio, non basterebbero cinquecento persone a pasto." "Ecco spiegata l'asta invisibile: parava i colpi con la lingua bifida." aggiunse Scimmiotto. "La corsa lo ha spossato; approfittiamone per attaccarlo alle spalle." Porcellino si fece avanti e menò un fendente con il suo rastrello. La creatura si precipitò in un buco del terreno, infilandosi a testa in giù. Porcellino lasciò cadere il rastrello, afferrò la lunga coda prima che scomparisse e tirò con tutte le sue forze: "L'ho preso, l'ho preso!". Ma, per quanto tirasse, non lo smuoveva di un dito. "Dài, bestione, lascialo andare!" rise Scimmiotto. "Ci penso io. Non si dà la caccia ai serpenti tirandoli per la coda." Porcellino lasciò la presa, e la coda scomparve nel buco. "Lo tenevo in mano, tutto sommato ne avevo già catturato un bel pezzo" si lagnò Porcellino. "Adesso chi lo fa uscire da lì? Il gioco col serpente è finito." "La bestia è grossa e il buco è stretto. Non si può rigirare, lì dentro: può solo andare avanti. Di sicuro ci sarà un'uscita: tu devi trovarla e bloccarla. Io intanto andrò all'assalto dell'ingresso principale." Il bestione corse sull'altro versante della montagna, scoprì un buco e lo turò con il piede; mentre Scimmiotto, nel punto in cui il serpente era scomparso, scavava alacremente. Il serpente sbucò dalla tana con tanto slancio che colse Porcellino di sorpresa; e con un colpo di coda lo stese a terra dolorante. Scimmiotto, che non trovava nulla, corse dall'altra parte e gridò a Porcellino di mettersi all'inseguimento. Il bestione, vergognoso, si tirò su e si mise a battere colpi di rastrello tutto intorno sull'erba. "Cosa fai?" gridò il Novizio ridendo come un matto. "Che ti prende? Il serpente se n'è andato." "Seguo il detto: battere l'erba per scacciare il serpente." "Sei un bel cretino. Sbrigati, lo dobbiamo inseguire." Attraversarono di gran corsa un crepaccio, e di colpo se lo trovarono di fronte, acciambellato ma con la testa eretta e la gola spalancata per ingoiarli. Porcellino, spaventato, si fermò; Scimmiotto continuò la corsa e finì dritto dentro la bocca spalancata. Il serpente lo inghiottì in un boccone, mentre Porcellino si disperava e si batteva il petto: "Ahimè, fratello, ti ha preso!" Dal ventre della creatura, la voce soffocata di Scimmiotto gridò: "Non preoccuparti! Il gioco col serpente non è finito: ora gli faccio fare il ponte." In effetti il mostro curvò la schiena e assunse la forma dell'arcobaleno. "L'aspetto del ponte ce l'ha" concesse Porcellino. "Ma vorrei sapere chi si arrischierebbe a salirci sopra." "Adesso farà la barca. Guarda!" E mise di traverso la sua sbarra di ferro, spingendogli il ventre verso terra; con la testa drizzata, il povero mostro ricordava una chiatta fluviale. "Sembra una barca, ma gli manca la vela" scherzò Porcellino. "Fatti in là: glieli do io i mezzi di utilizzare il vento in poppa!" E gli puntò la sbarra di ferro nella schiena, allungandola di parecchie tese: sembrava l'albero maestro. La povera bestia, straziata dal dolore, si mise a correre più del vento giù dalla montagna. Dopo una ventina di li, si afflosciò nella polvere: aveva esalato l'ultimo respiro. Porcellino, che le era corso dietro, ne approfittò per batterla ben bene con il rastrello. Scimmiotto si aprì un passaggio nel fianco del mostro e sbucò all'aperto: "Non vedi che è morto? Perché lo picchi?" "Fratello, non sapevi che battere i serpenti morti è una mia specialità?" Riposero le armi, afferrarono il serpente per la coda e ripresero la via di casa. Al villaggio di Tuoluo, il vecchio Li diceva a Tripitaka: "La notte è trascorsa e i vostri discepoli non si vedono. Di certo sono morti." "Spero che la situazione non sia tanto grave. Andiamo a vedere." In quel momento giunsero Scimmiotto e Porcellino, che si trascinavano dietro l'immenso pitone, gridando di fare largo. Tutti fecero festa; giovani e vecchi, uomini e donne, tutto il villaggio si venne a prosternare: "Signori, è proprio il mostro che ci perseguitava. Con la potenza della legge ci avete liberato dalla perversa creatura. Ora potremo vivere in pace." Tutti manifestavano la loro gratitudine, invitavano i pellegrini nelle loro case e offrivano ricompense. Maestro e discepoli furono trattenuti per sei o sette giorni, e riuscirono a ripartire solo insistendo con molta fermezza. Poiché non volevano denaro, tutti offrivano provviste e frutta, caricate su cavalli e muli. Dopo il banchetto di addio, li accompagnarono in corteo con bandierine e decorazioni; era un corteo di sette od ottocento persone. Le manifestazioni di esultanza continuarono per un pezzo, finché si avvicinarono troppo al Sentiero dei Cachi Marci, perché si riuscisse a pensare ad altro che al fetore e alla sporcizia sparsa sul cammino. Tripitaka esclamò: "Consapevole del Vuoto, come faremo ad andare avanti in queste orribili condizioni?" "Non sembra facile neanche a me" confessò Scimmiotto turandosi il naso. Tripitaka si mise a piangere, ma il vecchio Li con i suoi compaesani cercò di confortarlo: "Non temete, reverendo; vi abbiamo accompagnato fin qui proprio per aiutarvi. Per ringraziarvi di averci liberati dal flagello che ci opprimeva, vi apriremo una nuova strada." "Non mi sembra un'idea molto pratica, povero vecchietto" commentò ridendo il Novizio. "Avete detto che la montagna si estende per ottocento li: come pensate di aprire una strada così lunga? Non vi crederete l'impresa stradale di Yu il Grande! Questo è pane per i nostri denti, voi non ci riuscireste mai." "Perché dici questo, Consapevole del Vuoto?" domandò Tripitaka scendendo dal cavallo. "Aprire un'altra strada sarebbe più difficile che percorrere quella che c'è: non abbiamo alternative sensate. Il problema che mi pongo sono le risorse alimentari." "Ma che cosa dite, reverendo?" si indignò il vecchio Li. "Come potete preoccuparvi di risorse alimentari, quando ci siamo qui noi a pensarci?" "Se è così, ci dovreste preparare due moggi di riso, insieme a pane e gallette cotte al vapore in quantità. Il nostro bonzo dalle larghe orecchie si trasformerà in un maiale gigante e, quando avrà riempito il suo stomaco, ci spazzerà la via con il suo grugno. Noi gli daremo una mano e il maestro ci seguirà a cavallo: vedrete che procederemo spediti." "Fratello" protestò Porcellino, "perché tutti gli altri se ne lavano le mani, e mi ci devo imbrattare io?" "Consapevole delle Proprie Capacità" esortò Tripitaka, "devi pensare quanti meriti andranno sul tuo conto, se sarai capace di farci passare di qui." "Caro maestro e cari donatori" dichiarò sorridendo Porcellino, "scherzi a parte: con le trasformazioni che so fare io, sarei costretto a tirarmi indietro solo se occorresse diventare piccolo, o leggero, o volare. Ma qui serve ingrossare, ed è la mia specialità: posso fare il bufalo, l'elefante, o addirittura la collina. Ma la mia pancia cresce in proporzione, e se non la riempio subito mi ammazza di languore." "Ci pensiamo noi!" gridarono i paesani. "Ci siamo portati dietro le provviste per offrirvele al momento di separarci. È tutto pronto, e se non basterà ne prepareremo ancora." Porcellino si levò la tonaca, appoggiò il rastrello e annunciò solennemente: "Al lavoro! Vedrete come so cavarmela, alle prese con le schifezze." In effetti il bestione fece un passo magico, si diede una scossa e si trasformò in un gigantesco maiale. Eccolo qua: Quant'è lungo il brutto grugno, Quant'è grasso quel corpaccio Ciccioluto in ogni dove! La cotenna come ferro, Quelle setole son spade, Gli zamponi son colonne. Impressiona la potenza Dei grugniti, intercalati Da gentil piagnucolio. Dopo secoli che gli uomini Allevar sanno i maiali, Mai si vide un porcellone Di una tale dimensione. Scimmiotto fece subito disporre il cibo e il bestione, senza badare che cosa fosse crudo e che cosa cotto, inghiottì tutto quanto. Appena ebbe finito, incominciò a spazzare la strada con il grugno, mentre il maestro saliva a cavallo e Scimmiotto e Sabbioso si levavano le scarpe. Prima di muoversi, raccomandarono: "Dovreste spedirci lungo la strada altro riso, perché il nostro condiscepolo abbia la forza di continuare." I paesani che erano venuti a cavallo o sul mulo (circa la metà) ritornarono di corsa al villaggio a preparare riso. Gli altri, venuti a piedi, restarono a guardare i pellegrini che si incamminavano. Il villaggio distava dalla montagna una trentina di li. Quando il riso fu pronto, i paesani con le loro cavalcature dovettero inseguire a lungo i pellegrini, che camminavano svelti. Riuscirono a raggiungerli solo sul far del giorno: "Ehi, cercatori di scritture! Rallentate il passo, per piacere. Vi portiamo il riso." In effetti Porcellino era in preda agli spasimi della fame. Si trovò davanti sette od otto moggi di cereali vari, e li ingoiò tutti quanti senza guardare che cosa fossero. A pancia piena, ricominciò a spazzare di buona lena. I pellegrini ringraziarono e continuarono il cammino. Scimmiotto abbatte diavoli, Rimuove Porcellino Spazzatura di secoli. I sei coinvolgimenti Oggi vengono rotti: Gloria al trono di loto! Se poi non sapete niente delle tappe successive e delle creature malefiche che le frequentavano, ascoltate il seguito. 第068回 A PASSEGGIO PER ACQUISTI · NEL PAESE DI VIOLA PORPORA IL MONACO CINESE PARLA DEI TEMPI ANDATI, E SCIMMIOTTO DIMOSTRA UN'ABILITÀ ECCEZIONALE COME MEDICO. Raggiunto il bene, cessata ogni causa, Giunge la fama ai quattro continenti. Da luce di sapienza son condotti Alla riva del cielo, dove nascono Le nubi. Ivi seduti eternamente Sopra i troni di diaspro, tutti i buddha Li attendono. Spezzate il sogno umano Della farfalla!(57) Cessate! Alla fine Purificati d'ogni impurità, Liberi da ogni angoscia ed inquietudine. Si è narrato come Tripitaka e i suoi, spazzato l'immondo sentiero, poterono proseguire il loro lungo viaggio. Nell'avvicendarsi dei giorni, ritornò la stagione calda. Mele granate si spaccano al sole, Foglie di loto come grandi tazze Verdazzurre, gli uccelli si nascondono Tra le fronde dei salici. Il viandante Cerca respiro agitando il ventaglio. Giunsero in vista di una città circondata da mura e Tripitaka, tirando le redini, disse: "Discepoli, che città sarà quella?" "Mi meraviglio, maestro" lo stuzzicò Scimmiotto. "La corte vi affida missioni ufficiali; ma voi, a quanto pare, non sapete nemmeno leggere." "Io faccio il monaco fin dalla prima infanzia e ho studiato a fondo classici e sutra; come ti permetti di insinuare che non saprei leggere?" "Eppure il nome della città è scritto in tre grandi caratteri sulla bandiera che si vede sventolare sulle mura. Se sapete leggere, perché non leggete?" "Scimmia maligna!" si adirò Tripitaka. "Soffia il vento; chissà quanto sventola quella bandiera, ammesso che ci sia scritto qualcosa." "Sono tutte scuse; io leggo benissimo." "Maestro" intervennero Porcellino e Sabbioso, "non badate alle diavolerie del nostro condiscepolo. A questa distanza, si distinguono appena le mura e i fossati: niente di più piccolo." "Invece si leggono tre caratteri: Regno di Viola Porpora." "Dev'essere uno dei regni dell'Ovest in cui dobbiamo presentare il nostro passaporto" concluse Tripitaka. "Si capisce" approvò Scimmiotto. Giunti alla porta della città, Tripitaka smontò da cavallo e attraversarono il ponte. Quando ebbero superato la terza cinta, si resero conto di trovarsi in un'imponente capitale. Alte torri e porte superbe, merli ben spaziati, il fossato ricco di acqua corrente, in un paesaggio di grandi montagne verso nord e verso sud. Viali e mercati mostrano abbondanza di derrate e gran commercio. Le imbarcazioni fluviali portano giada e tesori da paesi lontani. Gli edifici sono più ameni di una catena di colline, con palazzi alti fino al cielo. La tripla cinta, sorvegliata severamente, garantisce pace e prosperità. I passanti per le strade erano ben vestiti, dignitosi nel portamento, chiari nell'eloquio: un mondo per nulla inferiore alla Cina dei grandi Tang. Lo strano aspetto dei tre discepoli (la bruttezza di Porcellino, la faccia tetra di Sabbioso, quella pelosa di Scimmiotto) distolse la gente dalle sue attività commerciali e indusse molti ad accalcarsi per guardarli. "Non provocate incidenti!" gridava Tripitaka ai suoi. "Camminate a occhi bassi!" Porcellino abbassava quel suo grugno a forma di ovario di loto, ficcandoselo in petto; Sabbioso non osava alzar gli occhi. Scimmiotto, invece, camminava guardandosi intorno curioso. Chi si sapeva comportare dava un'occhiata e si allontanava. Ma non mancavano i balordi (per non parlare di una banda di monelli) che giravano specialmente intorno a Porcellino, lo burlavano rumorosamente e spinsero le manifestazioni di allegria fino a tirargli tegole e mattoni. Tripitaka sudava freddo e sibilava: "Niente incidenti, per carità!" Il bestione non osava alzare il naso. Girato l'angolo della strada, giunsero davanti a un edificio con la scritta: PUBBLICA CASA DI RITROVO "Entriamo là dentro" propose Tripitaka. "Che ci andiamo a fare?" domandò Scimmiotto. "Nella casa di ritrovo può entrare chiunque; non disturberemo nessuno e prenderemo un po' di riposo prima di recarci a corte. Appena presentato il passaporto, ce ne ripartiremo." Porcellino alzò finalmente il naso, seminando il panico fra i suoi ammiratori; una diecina di loro cadde a terra. "Avete ragione, maestro: andiamo a chiuderci là dentro e mettiamoci al riparo da questo sciame di moscerini." Entrarono dunque nella casa. I curiosi pian piano si dispersero. Il direttore dell'albergo e il suo vice, che registravano le generalità dei visitatori e in quel momento stavano accogliendo alcuni funzionari, si stupirono del loro aspetto e chiesero: "Che specie di gente siete?" "Questo povero monaco al vostro servizio" rispose Tripitaka giungendo le mani, "è stato mandato in cerca di scritture nel Paradiso dell'Ovest dall'imperatore dei grandi Tang dell'Est. Non osiamo passare in incognito dal vostro nobile paese senza far vistare il passaporto. Speriamo che ci concediate momentaneamente riparo nel vostro rispettabile yamen." I due si rassettarono gli abiti, li ricevettero formalmente, fecero preparare le stanze per loro e diedero ordini in cucina perché fosse servito un pasto vegetariano. Mentre si recavano nelle stanze per gli ospiti, Scimmiotto commentò: "Che villanzoni! Avrebbero potuto riservarci la sala grande." "Non siamo in Cina" osservò Tripitaka, "e del resto quelle persone stavano ricevendo dei funzionari di passaggio. Non ci dobbiamo stupire che non abbiano potuto assegnarci la sala grande." "Si vede che io tengo alla forma più di voi" concluse Scimmiotto. Un cameriere portò loro il cibo: una ciotola di riso, una di farina di grano, due manciate di verdura, quattro pezzetti di formaggio di soia, due focacce di glutine, un piatto di germogli essiccati di bambù e uno di orecchiette. Disse: "Potete cuocere il cibo nel forno che troverete nella stanza ovest; è pronto e pulito, basta accendere il fuoco." "Scusate" domandò Tripitaka, "sapete se a quest'ora il re riceve in udienza?" "Il re nostro signore sta appunto tenendo udienza, perché oggi è un giorno particolarmente fausto. Non lo faceva da parecchio tempo e, se doveste perdere l'occasione per presentare il vostro passaporto, chissà quanto dovreste aspettarne un'altra. Vi conviene affrettarvi." "Consapevole del Vuoto" gridò subito Tripitaka, "pensa tu a cuocere il cibo. Io vado a corte a presentare i documenti. Quando ritornerò pranzeremo, e poi ripartiremo." Porcellino gli porse le carte e il kasâya, che Tripitaka indossò per presentarsi con decoro; quindi uscì raccomandando che non andassero attorno a provocare scandali. Quando giunse alla Torre delle Cinque Fenici - in vista di edifici, torri e terrazze di cui non si finirebbe mai di lodare il magnifico aspetto - si fece annunciare dall'ufficiale di servizio, che si recò ai piedi dei gradini di giada e disse: "C'è qui un monaco inviato in missione dai grandi Tang dell'Est per rendere omaggio al Buddha nel Monastero del Colpo di Tuono e chiedergli le scritture. Vorrebbe far vidimare il suo passaporto e attende la vostra convocazione." Il re si rallegrò e disse: "Che caso fortunato! Una lunga malattia ci impedisce da tempo di svolgere le nostre funzioni. Stavamo appunto per bandire un appello ai medici, quando giunge nel nostro paese questo monaco eminente, che certo s'intenderà anche di medicina." Tripitaka fu ricevuto con ogni cortesia. Dopo che si fu prosternato, il re lo fece salire nella Sala d'Oro, gli concesse di mettersi seduto e ordinò alla corte dei banchetti di preparare per lui un pranzo di magro. Tripitaka ringraziò cerimoniosamente e presentò le sue carte, che il sovrano lesse con molto interesse. Quindi chiese: "Maestro della legge, quanti sovrani si sono succeduti sul trono dei grandi Tang? E quanti saggi ministri li hanno assistiti? E perché l'imperatore, una volta ricuperata la salute, vi ha spedito tanto lontano a cercare le scritture?" Il reverendo s'inchinò, giunse le mani e rispose: "Laggiù, nel paese del povero monaco vostro servitore, Tre augusti ressero il mondo; cinque imperatori classificarono le relazioni fondamentali fra gli uomini. Yao e Shun salirono legittimamente al trono, Yu e Tang pacificarono il popolo. Ma Cheng e Zhou ebbero molti discendenti che divisero il territorio in molti regni indipendenti: i forti conculcavano i deboli. Questi regni furono diciotto, separati da frontiere. Quando si ridussero a dodici, ci fu un periodo di pace. Ma presto ripresero ad armarsi e divorarsi fra loro. Sette stati entrarono in competizione per l'egemonia. Alla fine si arresero a Qin. Il cielo fece nascere il suo mortale nemico a Lu Pei. Monti e fiumi pervennero allora nelle mani dei Han, che stabilirono le leggi. Ai Han subentrarono i Sima, ma i Jin si divisero. Vi furono al nord dodici signori; al sud Song, Qi, Liang e Chen. Gli avi si successero finché l'unità fu ripristinata dai grandi Sui. Ma il despota inumano opprimeva il popolo. Il nostro sovrano, della famiglia Li, diede all'impero il nome di Tang. Dopo Gaozu, regna oggi Shimin. Limpido scorre il fiume, vasto si stende il mare, perché alta è la sua virtù, ampia la sua bontà. Un drago divino, spirito delle acque della città di Chang'an, aveva ridotto la quantità di pioggia prescritta e doveva essere punito con la morte. Egli sollecitò l'aiuto del nostro sovrano, che glielo promise. All'ora stabilita convocò il suo saggio ministro e lo impegnò in una partita a scacchi. Ma ciò non impedì che, a mezzogiorno preciso, il ministro decapitasse il drago in sogno." A questo punto il re fece udire un gemito e chiese: "Maestro della legge, chi era quel saggio ministro?" "Si chiamava Wei Zheng; era altrettanto competente nella geografia che nell'astronomia e nella scienza dello yin e dello yang. Grande era stato il suo contributo nella pacificazione del paese e nel consolidamento della dinastia. Il drago decapitato si appellò ai tribunali infernali per rottura di promessa. Perciò il nostro imperatore si ammalò di una malattia mortale, e Wei Zheng gli diede una lettera da consegnare, nell'altro mondo, al giudice Cui Jué della città di Fengdu. L'imperatore morì e, grazie alla previdenza di Wei Zheng, risuscitò tre giorni dopo. Infatti il giudice Cui, commosso dalla lettera, aveva alterato i registri aggiungendo vent'anni di vita. L'imperatore promosse per ringraziamento grandi cerimonie dell'acqua e della terra, e mi inviò dal Buddha a chiedere i tre panieri di sutra del Grande Veicolo: lo scopo è di ottenere la salvezza dei peccatori e di redimerli dai tormenti." Il re sospirò e disse: "Il vostro grande paese ha davvero una corte celeste; il vostro sovrano può dire di essere assistito da saggi ministri. Io invece, benché una grave malattia mi tormenti da molto tempo, non ho nessuno fra i miei cortigiani che mi sappia guarire." Il reverendo si azzardò a dargli un'occhiata, e vide che in effetti sua maestà aveva il volto cereo e scarnito, il corpo emaciato e l'aria depressa. Stava per fargli qualche domanda, quando vennero ad annunciare che il pranzo era pronto. Il re ordinò di servirlo nella Sala Colma di Profumi e di mettere in tavola anche per lui: "Pranzerò con il maestro della legge." Naturalmente Tripitaka gli manifestò la sua gratitudine. Intanto, in albergo, i tre discepoli si occupavano anche loro del pasto. Scimmiotto invitò Sabbioso a preparare tè, riso e verdure. "Per il tè e il riso non c'è problema" disse Sabbioso, "ma per la verdura non so come fare." "Che cosa ti manca?" "Non ho niente per condire: sale, olio, aceto, salsa..." "Ho qualche soldo; diamolo a Porcellino perché vada a comprare queste cose." Il bestione si voleva imboscare: "Non mi fido a uscire. Pare che io non sia abbastanza bello per la gente del posto. Se succedono guai, il maestro se la prenderà con me." "Non vai mica a rubare, e nemmeno a chiedere l'elemosina. Compri in bottega quel che ti occorre, e lo paghi. Quali guai ne dovrebbero venire?" "Non hai visto come si è spaventata la gente, prima che entrassimo qui? Varie persone sono cascate a terra dallo spavento: se andassi tra la folla del mercato, chissà che ecatombe farei." "Che bisogno hai di andare al mercato? Non hai visto quante botteghe ci sono nella strada?" "Il maestro diceva di camminare a occhi bassi, e io non ho visto niente." "C'è una quantità di botteghe di vino, riso, farine; senza parlare delle mercerie, seterie, drogherie. Belle case da tè e molti ristoranti. Tagliatelle, focacce, pani cotti al vapore; e anche verdure, spezie, piatti pronti. E tutti quei dolci esotici, timballi, fritture, confetture al miele: una quantità incredibile di buone cose. Che ne dici? Potremmo uscire insieme." Il bestione lo fissava e faceva le bave. Inghiottì la saliva, balzò su e dichiarò: "Fratello, d'accordo, stavolta offri tu. Quando avrò raggranellato qualche soldo, toccherà a me." "Tu, Sabbioso, prepara il riso; noi ti porteremo il condimento" raccomandò Scimmiotto ridacchiando fra sé. Sabbioso capì che Scimmiotto voleva burlarsi di Porcellino e stette al gioco: "Andate, comprate e non restate a becco asciutto." Porcellino portò con sé una ciotola e un piatto. Il direttore dell'albergo domandò: "Dove andate, reverendi?" "Vogliamo acquistare condimenti" rispose Scimmiotto. "Seguite la strada verso ovest e girate all'altezza della Torre del Tamburo. Lì c'è l'emporio dei Zheng, dove troverete olio, sale, aceto, zenzero, pepe, tè. Tutto quello che volete." Si presero per mano e si incamminarono. Ma davanti alle botteghe e ai ristoranti Scimmiotto tirava di lungo e non si fermava. "Fratello, per carità, fermiamoci!" si spazientiva Porcellino. "Non farmi passare davanti a questo ben di dio senza assaggiare niente." Scimmiotto non intendeva fare acquisti, ma contava solo di divertirsi alle sue spalle; perciò diceva: "Non qui, saggio fratello. Andiamo avanti! Qui i prezzi sono troppo alti; ti manca il senso dell'economia. Cerchiamo una bottega più grande." Ancora una volta la gente si spingeva per venirli a guardare. Quando giunsero alla Torre del Tamburo, una folla innumerevole, accalcata e vociferante, bloccava il traffico. "Fratello, ci rinuncio" dichiarò Porcellino. "Fanno più baccano di prima e li credo propensi a dar la caccia ai bonzi. Finiremo per essere arrestati: che ne sarà di noi?" "Balle! Fare il monaco non viola nessuna legge; perché ci dovrebbero arrestare? Andiamocene per i fatti nostri, a fare acquisti nella bottega dei Zheng." "Nemmeno per sogno; non voglio guai! In mezzo a tutta questa gente, basta che mi càpiti di agitare un po' le orecchie perché ne caschino in terra parecchi. Se poi qualcuno non si rialza, sarà colpa mia e la faranno pagare a me." "Allora fermati qui. Io vado a fare gli acquisti e ti porterò tagliatelle e focacce." Il bestione tese al Novizio i suoi recipienti e si fermò faccia al muro, volgendo le spalle agli spettatori. Non si sarebbe girato per tutto l'oro del mondo. Scimmiotto, facendosi strada tra la folla, vide che essa si era raccolta per leggere un proclama affisso alla porta della torre. Spinse anche lui per avvicinarsi, e i suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro lessero quanto segue: Da quando noi, sovrano del Paese di Viola Porpora, siamo saliti al trono, i quattro orienti sono pacificati e il popolo gode vita tranquilla. Ma negli ultimi tempi le preoccupazioni del governo ci hanno procurato una lunga malattia che ci inchioda a letto. Il reale collegio di medicina ci ha fornito molte eccellenti prescrizioni, ma il male risulta difficile da curare. Bandiamo dunque questo appello a tutti i saggi letterati dell'universo, qualunque sia la loro provenienza: ogni esperto in medicina e farmacologia è urgentemente pregato di presentarsi per ristabilire la nostra real salute. Il primo segno di guarigione sarà premiato con metà del regno; questa non sarà vana promessa. Scimmiotto si rallegrò: "Come dicevano gli antichi: mettiti per la strada, e la tua fortuna è già fatta per due terzi. Meno male che non siamo rimasti chiusi in albergo come poveri scemi. Non c'è più bisogno di fare acquisti. La ricerca delle scritture può aspettare: ora mi voglio divertire a fare il medico." Il bravo Scimmiotto abbandonò a terra ciotola e piatto, si trasformò in un piovasco ventoso e si impadronì del proclama, staccandolo dalla porta. Tornò quindi dov'era rimasto Porcellino e lo trovò che si era addormentato appoggiato al muro. Invece di svegliarlo, gli fece scivolare in grembo il foglio del proclama e se ne ritornò in albergo. La gente, alla vista del piovasco, era corsa a ripararsi. Quando la pioggia cessò, ritornarono sul posto e constatarono sorpresi che l'augusto proclama non c'era più. L'affissione era avvenuta la mattina stessa, a opera di un corteo di dodici eunuchi di palazzo e di dodici ufficiali della guardia. Quella scomparsa dopo sole sei ore poteva determinare dure punizioni: tutti si misero a cercare intorno, tremanti e timorosi. Ed ecco che il foglio spuntava dal grembo di Porcellino: "Sei stato tu a staccare il proclama reale?" Il bestione, svegliandosi, alzò il grugno e lo spianò su quella gente, che fece tre passi indietro inciampando. Ma quando Porcellino cercò di andarsene, i più audaci gli misero le mani addosso: "Fermo! Perché non vai a corte a guarire sua maestà? Sei stato tu a staccare il proclama?" "L'avrà staccato vostra sorella, e penserà lei a guarire la maestà di vostra nonna" rispose Porcellino. "Fa vedere che cosa tieni lì." Porcellino abbassò gli occhi, si accorse del foglio e masticò fra i denti: "Quel macaco mi vuol morto." Stava per stracciarlo, ma la folla lo impedì: "Non si può distruggere un proclama del re! Se tu l'hai staccato, tu lo devi guarire: vieni subito con noi!" "Siete matti, non sono stato io! Sarà stato il mio condiscepolo Scimmiotto, che me l'avrà gettato in grembo. Se volete vi porto da lui." "Non cercare scuse. Dovremmo lasciare la corda della campana che già dondola, per aspettare che il fonditore ne fabbrichi una nuova. Il proclama lo avevi in mano tu e ora non ci porti da nessuno: noi porteremo te a corte, per amore o per forza." La folla spingeva e tirava, ma Porcellino sembrava aver messo radici. Li avvertì: "Badate, non sapete con chi avete a che fare. Se mi fate arrabbiare, ve ne pentirete." Lo scandalo del proclama staccato attirava altra gente. Due attempati eunuchi di corte si fecero avanti, accompagnati da guardie, e lo apostrofarono: "Da dove vieni, signor cocciuto, con quella faccia strana e quell'accento ridicolo?" "Siamo gente dell'Est, inviati a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Il nostro capo è un maestro della legge, fratello dell'imperatore: è andato a corte a presentare il passaporto. Io passavo di qui con il mio condiscepolo anziano, diretti a far compere; quando ho visto tanta gente assembrata, non ho osato andare avanti. Dev'essere stato lui a strappare il manifesto e a gettarmelo in grembo; io non me n'ero nemmeno accorto." "In effetti poco fa abbiamo visto un bonzo grassottello, di carnagione chiara, che si presentava a corte. Sarebbe quello il tuo maestro?" "Appunto." "E il tuo condiscepolo anziano dov'è?" "Sarà ritornato in albergo. Ci siamo fermati alla Pubblica Casa di Ritrovo." "Guardie" conclusero gli eunuchi, "per ora non lo arrestate. Controlliamo prima le sue dichiarazioni." "Queste brave donne sì, che sanno come ci si comporta" approvò Porcellino. "Stupido, non vedi che sono dignitari e non donne?" lo sgridarono le guardie. "Vergognatevi" rispose ridendo Porcellino, "di capovolgere yin e yang in questo modo. Quelle sono due vecchie comari, altro che dignitari!" "Non fare sarcasmi" tagliarono corto le guardie. "Facci vedere questo tuo condiscepolo." Spinti e seguiti dalla folla, che ormai contava almeno cinquecento persone, si avviarono all'albergo. Sull'uscio Porcellino si fermò e disse: "Un momento, signori: vi devo avvertire che il mio condiscepolo non è un tipo alla mano come me. Lui prende ogni cosa maledettamente sul serio ed è irascibile. Se volete che vi riceva, vi consiglio di fargli la riverenza e di trattarlo da monsignor Scimmiotto." "Se è davvero interessato al proclama ed è in grado di guarire il nostro sovrano" risposero gli eunuchi, "è destinato a ottenere metà del regno. Comunque, per prudenza, lo tratteremo con rispetto." Scimmiotto stava appunto divertendo Sabbioso con il racconto del tiro che aveva giocato a Porcellino, quando questi entrò seguito da eunuchi e guardie e lo afferrò per il bavero: "Eccolo qui il vigliaccone che mi aveva promesso tagliatelle e focacce. Le ho aspettate un bel pezzo, ma tu ti sei limitato a mettermi negli impicci con quel proclama. È così che tratti tuo fratello?" "Guarda, bestione, che devi aver fatto una bella confusione" sghignazzò Scimmiotto. "Io ti ho portato buone cose da mangiare, ma tu eri scomparso. E di quale proclama vai cianciando?" "Ecco qui: senti un po' le guardie che erano di servizio sul posto." Si fecero avanti gli eunuchi: "Monsignor Scimmiotto, oggi il destino sorride al nostro sovrano, perché vi manda da noi a esercitare il vostro eminente talento medico. Se riuscirete a guarirlo, acquisterete metà del regno." Il Novizio si diede un contegno riservato, lesse il proclama che Porcellino gli tendeva e disse: "Suppongo che siate voi a sovrintendere a queste cose." Gli eunuchi si prosternarono: "I vostri schiavi sono funzionari della corte interna, addetti alla direzione dei riti. E queste sono guardie in divisa di broccato." "È vero: sono stato io a staccare questo appello ai medici, e a farvi guidare fin qui dal mio condiscepolo. Ricordate l'adagio: la vera medicina non è in vendita. Venga il vostro re a chiedermi ciò che gli serve. Per guarirlo mi basta tendere la mano." Gli eunuchi si meravigliavano. "Non è possibile che avanzi queste incredibili pretese senza qualche fondamento. Qualcuno di noi resti qui a pregarlo in silenzio; gli altri andranno a corte a presentare rapporto." Un eunuco e alcune guardie andarono a corte e si presentarono ai piedi del trono: "Maestà, vi annunciamo una rara fortuna." Il re, che stava concludendo il colloquio con Tripitaka, chiese: "Quale fortuna?" "I vostri schiavi hanno diffuso stamane l'appello ai medici, affiggendolo ai piedi della Torre del Tamburo; lo ha staccato un santo monaco, il reverendo Scimmiotto venuto dall'Est. In questo momento si trova nella pubblica casa di ritrovo e vorrebbe essere invitato di persona da vostra maestà. Guarisce con l'imposizione delle mani." Il re si rivolse a Tripitaka: "Maestro della legge, parlatemi dei vostri eminenti discepoli." "Il povero monaco vostro servitore ha tre stupidi discepoli" rispose Tripitaka giungendo le mani. "Chi di loro è pratico di medicina?" "Per dire la verità, i miei discepoli sono gente rozza, che ha il compito di portar pesi, guadare torrenti e guidare la mia umile persona attraverso le montagne. Nei momenti pericolosi hanno abbattuto qualche diavolo o catturato qualche mostro, sottomesso draghi o ucciso tigri; ma non sanno fare altro. Di medicina non se ne intendono." "Troppo modesto, maestro della legge! Fu sicuramente il cielo a mandarvi qui il giorno in cui eccezionalmente mi riusciva di tenere udienza. Se il vostro eminente discepolo non si intendesse di medicina, non avrebbe staccato l'avviso e non mi chiederebbe di andare ad accoglierlo personalmente. È certo capace di curare persone di stirpe reale." E ordinò: "Ministri, sono troppo debole per arrischiarmi a salire sul carro reale. Andate a mio nome dal reverendo Scimmiotto per insistere perché venga a farmi una visita medica. Trattatelo con rispetto, rivolgetevi a lui come reverendo e monaco divino, salutatelo come se fosse il vostro sovrano." Ministri, eunuchi e guardie si recarono all'albergo, e si schierarono in ordine di rango per presentare i loro rispetti. Porcellino fu tanto impressionato, che si andò a nascondere in un bugigattolo; Sabbioso si ritirò in un angolo per non far notare la sua presenza. Il grande santo troneggiava impassibile al centro della stanza. Intanto Porcellino smoccolava indignato: "Guardate che ciurmatore è quel macaco! Lo vengono a omaggiare come se fosse chissà chi, e lui non fa una piega, non si alza nemmeno da sedere, il brutto cafone." Dopo le cerimonie di saluto, i sopraggiunti dichiararono: "Ecco l'incarico che sua maestà ci ha dato presso il divino monaco, il reverendo Scimmiotto: noi, ministri del sovrano del paese di Viola Porpora, rendiamo rispettosamente nota la reale direttiva di impetrare una vostra visita a corte, per esaminare lo stato di salute del re." Infine Scimmiotto si decise ad alzarsi: "Perché il malato non è venuto di persona?" "Il nostro sovrano si sentiva troppo debole per salire sul carro reale; questo è il solo motivo per cui ha mandato noi a rappresentarlo." "In tal caso, verrò con voi." I funzionari civili e militari si avviarono per ordine di rango. Porcellino sibilò a Scimmiotto, che li seguiva: "Fratello, lasciaci fuori da questa storia!" "D'accordo. Ma dovrete ricevere i farmaci che vi porteranno." "Quali farmaci?" "Qualunque farmaco vi venga presentato." Il corteo giunse in breve a palazzo. I ministri entrarono per primi ad avvertire il re, che fece arrotolare le cortine di perle, volse intorno gli occhi di fenice dalle pupille di drago e domandò: "Chi di voi è il reverendo monaco Scimmiotto?" "Il vecchio Scimmiotto sono io!" gridò il Novizio facendo un passo avanti. Il re, spaventato dalla brutta faccia e dalla brusca risposta, si accasciò tremante sul trono; eunuchi e dame di servizio si precipitarono a portarlo via. "Mi ha spaventato a morte" bisbigliava il re. Gli ufficiali non trattennero più le proprie critiche: "È un bonzo grossolano e sfacciato! Quella mossa di strappare dal muro il proclama reale è intollerabile!" Scimmiotto sorrideva: "Signori, avete torto. Disprezzate la gente finché vi pare, ma intanto il vostro re sarà ancora malato fra mille anni." "La vita non dura mille anni." "Date tempo al tempo: da sovrano malato diventerà, dopo la morte, fantasma malato; e in seguito sarà un reincarnato malaticcio. Non vi pare che la cosa possa andare avanti mille anni?" "Bonzo insolente! Come osi dire tante sciocchezze?" "Non sono sciocchezze. Date retta: Gli arcani sottili del medico esigono: Vedere, ascoltare, tastare e raccogliere L'anamnesi; il tutto va poi meditato. Nessun elemento si può trascurare. Gli umori per primi si osservano: asciutto Oppure essudante; il grasso ed il magro; Vivace od ottuso. Secondo, ascoltare Se chiara è la voce, se parla sensato Oppure vaneggia. Si indaga per terzo Sul corso del male, su cibo, bevande E defecazioni. Il polso per quarto Si deve tastare, e svolgere indagini Se i suoi meridiani galleggian, s'immergono O son capovolti. Ciascun dei passaggi Non puoi trascurare, se vuoi risanare." Un membro del collegio reale di medicina disse: "Le affermazioni di questo bonzo sono ineccepibili. Nemmeno un immortale potrebbe esercitare la medicina senza unire i quattro metodi: l'osservazione, l'ascolto, l'inchiesta e la sfigmologia." I funzionari si arresero e trasmisero al re, attraverso il servizio intimo, il seguente messaggio: "Il reverendo desidera applicare i quattro metodi razionali per diagnosticare la malattia e prescrivere la cura." Il sovrano, steso nel letto, ansimava: "Non voglio più vedere quel diavolo straniero. Ditegli di andar via." Perciò il capo del servizio intimo uscì ad annunciare: "Monaco, il re ti ordina di andartene, perché non può sopportare la vista di un volto sconosciuto." "Se non può sopportare la mia faccia" rispose Scimmiotto, "io sono capace di sentire il suo polso anche mediante un sistema di fili." "Abbiamo sentito parlare di questa tecnica" dissero i funzionari, "ma non l'abbiamo mai vista all'opera. Fatelo sapere a sua maestà." Il capo del servizio intimo andò ad annunciare: "Maestà, il reverendo Scimmiotto vi potrebbe sentire il polso con un sistema di fili, senza farsi vedere." Il re pensò che era una novità, mai provata in tre anni di inutili interventi medici, e acconsentì. Quando Scimmiotto entrò nella sala, il monaco cinese lo aggredì: "Brutto macaco, tu mi vuoi rovinare!" "Che cosa vi viene in mente?" rispose sorridendo Scimmiotto. "Semmai sto lavorando per aumentare il vostro prestigio." "Sono anni che stai con me, e non si è mai visto che ti intendessi di medicina" inveì Tripitaka. "Non sai dove stia di casa la farmacopea, non hai mai letto un rigo di opere di medicina: che cos'altro puoi fare, se non combinare un disastro?" "Non siete al corrente, caro maestro" rispose imperturbabile Scimmiotto. "Conosco le virtù di parecchie piante medicinali. Dopo tutto, quello che conta è che abbia successo: se guarisco il re, tutto andrà bene. Se invece, poniamo, riuscissi solo ad ammazzarlo, non mi potrebbero accusare che di incompetenza: non è un reato passibile della pena capitale. Il re corre molti più rischi di noi. E adesso sedetevi e guardate come me la sbroglio con la sfigmologia." "Ma non sai niente! Non hai mai visto le Semplici domande, né il Classico delle difficoltà, né la Farmacopea, né gli Arcani del polso. Non li sai commentare, non conosci nemmeno una formula. Tu parli a casaccio, e ci vieni a raccontare che sapresti misurare il polso con i fili!" "Possiedo i fili adatti, anche se voi non li avete mai visti" rispose ridendo Scimmiotto. Si strappò tre peli dalla coda e li trasformò in tre fili d'oro lunghi ventiquattro piedi, come i ventiquattro soffi dell'anno. Quindi li tese a Tripitaka: "Vedete?" "Reverendo" intervenne l'eunuco del servizio intimo, "per favore, rimandate le discussioni a un altro momento e venite negli appartamenti privati." Scimmiotto si congedò da Tripitaka e seguì l'eunuco. È il caso di ricordarlo: Il segreto del cuore guarisce una città, Formula viscerale può dar l'eternità. Se poi non conoscete né il male che sarà diagnosticato, né il rimedio che lo guarirà, ascoltate il seguito e ne saprete di più. 第069回 SCIMMIOTTO MEDICO · IN CUI IL MAESTRO DEL MENTALE PREPARA UN RIMEDIO NELLA NOTTE, E IL SOVRANO DURANTE IL BANCHETTO PARLA DI UN MOSTRO PERVERSO. L'eunuco di servizio accompagnò Scimmiotto negli appartamenti privati. Davanti alla porta della camera da letto del re, il Novizio gli diede i tre fili d'oro con queste istruzioni: "Pregate la regina, o chi al momento l'assiste, di legarli al polso sinistro di sua maestà, nei punti detti pollice, passo e piede. Poi passatemi l'altro capo attraverso la finestra." L'eunuco ubbidì. Scimmiotto prese il capo pollice fra pollice e indice, quello passo fra pollice e medio e quello piede fra pollice e anulare e regolò la propria respirazione; quindi esaminò i quattro umori, le cinque oppressioni, i sette sintomi esterni del polso e gli otto interni, senza trascurare le nove aspettative. Passò dal lieve al medio al pesante, e poi seguì l'ordine inverso; in questo modo fu in grado di distinguere l'origine del vuoto da quella del pieno. Chiese che i fili fossero legati al polso destro e ripeté il medesimo esame sistematico; alla fine, con una scossa, ricuperò i suoi peli. Pronunciò la diagnosi con voce tonante: "Le pulsazioni pollice del polso sinistro di sua maestà sono forti e tese; quelle passo vischiose e languide; quelle piede cave e sommerse. Quelle del polso destro, al pollice sono fluttuanti e sfuggenti; al passo lente e nodose; al piede costanti e accelerate. Nell'ordine, il polso sinistro significa: vuoto interno e dolore al cuore, traspirazione e crampi, orina rossa e feci sanguinose. Il polso destro: nodosità interne e meridiani bloccati, ritenzione di liquidi, squilibrio fra pieno pesante e vuoto freddo. Ed ecco la diagnosi dell'augusto male: esso è dovuto all'ansia e alla paura, e il suo nome è la coppia di uccelli si è perduta." Il re, dalla sua camera, raccolse tutta la voce che poteva e gridò: "Bravo, avete capito tutto. Sono proprio i disturbi di cui soffro. Ora andate a prepararmi un rimedio adatto." Quando il grande santo ritornò nella sala d'udienza, si era già sparsa la notizia che il consulto aveva avuto successo. Tripitaka gli andò incontro a chiedere come si erano svolte le cose. "Ho sentito il polso e ho fatto la diagnosi" riferì Scimmiotto. "Adesso dovrò scombiccherare una terapia." "Divino monaco, avete diagnosticato la coppia di uccelli si è perduta: che roba è?" chiesero timidamente i cortigiani. "C'era una volta una coppia di uccelli" raccontò sorridendo Scimmiotto; "erano molto affezionati e volavano sempre insieme. Ma all'improvviso una bufera li separò: il maschio cerca la femmina e non la trova; la femmina cerca il maschio e non lo trova. Non è appunto: la coppia di uccelli si è perduta?" Accademici e cortigiani applaudirono: "Questo divino monaco, che gran medico!" E non finivano più di lodarlo. "Ora che avete diagnosticato il male" chiesero gli accademici, "quale terapia contate di applicare?" "Non compilerò una ricetta, ma doserò gli ingredienti quando li avrò tutti davanti." "Secondo i trattati, la farmacopea comprende ottocento sapori; mentre la patologia comprende quattrocento morbi. Non avrebbe senso utilizzare tutti i farmaci; tanto più che lo stesso malato non può essere afflitto da tutti i morbi nello stesso tempo. Come pensate di fare?" "Dicevano gli antichi: non badare alle ricette, scegli il rimedio secondo il caso. Farò come ho detto: mi occorrono tutti i farmaci, e io li doserò secondo il caso." I medici rinunciarono a discutere e mandarono gli uscieri da tutti gli erboristi e farmacisti della città, per raccogliere tutti i farmaci possibili e metterli a disposizione del Novizio. "Questo non è il posto adatto per fabbricare medicine" disse Scimmiotto. "Fatemi portare i farmaci e gli utensili per manipolarli alla Pubblica Casa di Ritrovo; potranno essere consegnati ai miei condiscepoli." I medici reali ubbidirono e fecero consegnare in albergo tre libbre di ciascuno degli ottocento sapori della farmacopea, con aggiunta di mortai, pestelli, mattarelli, setacci, imbuti, colini e altri attrezzi del genere; ogni articolo fu esaminato e inventariato in un registro. Quando il maestro si disponeva a ritornare in albergo con Scimmiotto, giunse l'ordine reale di farlo pernottare nel Padiglione Splendore della Cultura, e di tenervelo finché il re non avesse tratto beneficio dai rimedi che gli sarebbero stati somministrati. Sua maestà, non appena ristabilito, intendeva infatti ringraziarlo, vistare il suo passaporto e accompagnarlo. "Discepolo" esclamò allarmatissimo Tripitaka, "come vedi mi tengono in ostaggio! Le tue cure mettono a rischio anche la mia pelle: sarà meglio che la terapia che vai a scombiccherare sia davvero efficace!" "Maestro, voi godetevi il soggiorno in questo posto di lusso" esortò Scimmiotto, con la consueta serenità. "Sapete benissimo che me la cavo sempre." Quel diavolo di un grande santo ritornò in albergo, dove Porcellino lo accolse ammiccando con aria saputa: "Eh, fratello, io ho capito tutto." "Che cosa credi di aver capito?" "Ti sei reso conto che la ricerca delle scritture non porta da nessuna parte, e hai deciso di stabilirti come commerciante in questo ricco paese. Ma non avevi i capitali per avviare l'attività, e hai inventato uno stratagemma per rifornire il tuo nuovo negozio di erborista." "Negozio di erborista? Sei tutto scemo: non vedo l'ora di guarire il re, perché ce ne possiamo andare da questo posto." "Ma scusa: qui ci sono ottocento prodotti per tre libbre ciascuno. Non vorrai curare un povero diavolo facendogli ingoiare duemilaquattrocento libbre di roba? Per quanti anni conti di trascinare la cura?" Scimmiotto rise: "Si capisce che non sono necessarie tutte queste provviste. Me le sono fatte portare soltanto perché quei palloni gonfiati degli accademici locali non si possano raccapezzare sulla ricetta segreta che utilizzerò." Mentre conversavano, il direttore e il suo vice vennero a inginocchiarsi per annunciare: "Preghiamo i monsignori divini monaci di voler favorire a tavola. Il pranzo è servito." "Guarda, guarda!" motteggiò Scimmiotto. "Stamane ve l'eravate cavata con molto meno." "All'arrivo delle vostre signorie" risposero i due arrossendo e prosternandosi, "la cecità dei vostri umili servitori impedì loro di riconoscere la vostra eminente dignità. Abbiamo saputo che siete una celebrità nel campo della medicina, che curate il nostro sovrano e che potreste acquistare metà del regno: in tal caso ci troveremmo forse fra i vostri sudditi. Questi omaggi sono il minimo che possiamo fare." Scimmiotto apprezzò il discorsetto e andò a sedersi nella sala grande al posto d'onore, con Porcellino a sinistra e Sabbioso a destra. Mentre si serviva il pranzo, Sabbioso domandò: "Fratello, che ne è del maestro?" "Il re se l'è tenuto in ostaggio" spiegò Scimmiotto. "Lo lascerà andare quando sarà guarito." "Avrà tutto quello che gli serve?" chiese Sabbioso. "Lo credo bene, è alloggiato nel palazzo reale. Mentre uscivo, era circondato da tre alti segretari che lo invitavano a recarsi nel Padiglione Splendore della Cultura." "Certo se la passa meglio lui con i suoi alti segretari" commentò Porcellino, "che noi con questi osti pulciosi. Ma la cosa non mi guasta l'appetito." Si godettero la serata, e sul tardi Scimmiotto si fece portare olio da ardere e candele in quantità, per utilizzare la notte nella fabbricazione del rimedio per il re. Era già mezzanotte e il silenzio regnava sulla città quando si misero al lavoro. Porcellino si spazientiva: "Fratello, non perdiamo tempo con le droghe; io ho sonno." "Prendi un'oncia di rabarbaro e macinala fine" disse Scimmiotto. "Il rabarbaro è freddo, amaro e non tossico" commentò Sabbioso; "va a fondo e non galleggia, decongestiona, distende e rasserena. Ma alla fine è un lassativo: non farà male a una persona in cattive condizioni di salute?" "Tu ignori, saggio fratello" spiegava Scimmiotto, "che questa droga agevola la circolazione degli umori, e scioglie le concrezioni del caldo e del freddo nel ventre. Non criticare, lascia fare a me. Cercami un'oncia di croton, monda i grani, spremili per estrarre l'olio tossico, e poi macinali." "Il croton è acre, caldo e tossico" considerava Sabbioso. "Dissolve i depositi induriti e sgombra polmoni e viscere dal freddo sommerso. Libera le ostruzioni e favorisce la circolazione di acqua e grani. È aggressivo come un guerriero: bisogna usarlo a ragion veduta." "Tu non sai che inoltre decongestiona il cuore e l'idropisia. Preparalo; bisognerà accompagnarlo con un coadiuvante." Quando le due droghe furono ben macinate, gli aiutanti chiesero: "Fratello, quante altre droghe ti serviranno?" "Direi che basta così." "Ma come!" s'indignò Porcellino. "Di duemilaquattrocento libbre, non usi che due once. Prendi in giro la gente!" "Non rompere le scatole, saggio fratello" rispose Scimmiotto afferrando una coppa di porcellana decorata di fiori. "Prendi questa e riempila a metà di fuliggine raspata da quella vecchia pignatta." "Che cosa te ne fai?" "Mi serve per la medicina." "Non ho mai visto usare quella porcheria come rimedio" esclamò Sabbioso. "Il fatto è, ragazzi miei, che non vi intendete di farmacia. Si chiama brina di mille piante e cura tutte le malattie. Non lo sapevate?" Il bestione raspò. Poi Scimmiotto gli tese una tazza e disse: "Non è finita. Riempi questa a metà di piscia di cavallo." "Che cosa te ne fai?" "Mi serve per confezionare le pillole." "Dài, fratello, è uno scherzo!" rise Sabbioso. "La piscia di cavallo puzza: non si può metterla nelle medicine. Ho visto farmaci confezionati con i più vari materiali: pasta d'aceto, colla di riso, miele chiarificato, magari acqua pura. Ma piscia di cavallo! Un malato che l'annusi, vomiterà l'anima sua. Per di più l'accompagni con il rabarbaro e il croton: quel meschino butterà ciò che contiene da tutti i buchi. Non ci sarà da divertirsi." "Ti sfuggono i particolari: non stiamo parlando di un cavallo qualsiasi. La verità è che userò piscia di drago dei mari occidentali: quella è un vero toccasana. Certo Porcellino deve trattarlo con accortezza ed essere paziente, altrimenti non ne verrà a capo." Porcellino corse nella stalla e trovò la bestia che dormiva. Le tirò un calcio per svegliarla, le compresse la vescica e le mise sotto la tazza. Aspettò un bel pezzo, ma non usciva niente. Perciò ritornò da Scimmiotto e gli disse: "Invece di curare il re, farai bene a occuparti del cavallo. Quel pendaglio da forca è completamente all'asciutto, non c'è verso di cavarne una goccia." Il Novizio rise: "Andiamo insieme." E Sabbioso: "Vengo a vedere anch'io." Quando giunsero nella stalla, il cavallo apostrofò Scimmiotto: "Fratello maggiore, andiamoci piano con la mia orina. Sai benissimo che se facessi i miei bisogni mentre attraverso un corso d'acqua, al loro contatto i pesci diventerebbero draghi. Se ne annaffiassi l'erba della montagna, ci crescerebbe il fungo magico che dona longevità. Non penserai che distribuisca sconsideratamente i fatti miei in questo volgare mondo di polvere." "Ragioniamo, fratello" rispose Scimmiotto. "Intanto qui non sei nel volgare mondo di polvere, ma in un esimio reame dell'Ovest; e non ti chiedo affatto di fare distribuzioni sconsiderate. Come dice il proverbio: molti peli fanno la pelliccia. Per guarire il re occorre la collaborazione di tutti noi, e d'altronde il buon nome ricadrà sull'intera comitiva. Se invece non riusciamo, non sarà facile uscire di qui." "Va be', aspettate un momento" concluse il cavallo. Si spinse in avanti, si rattrappì all'indietro, strizzò gli occhi e strinse i denti tanto da farli scricchiolare; alla fine con grande sforzo riuscì a distillare qualche gocciolina. "Che delinquente!" grugnì Porcellino. "Manco pisciasse oro liquido! Non potevi farne di più?" Ma Scimmiotto disse: "La quantità può bastare, venite." Ritornati in sala, impastarono gli ingredienti con l'orina e confezionarono tre pillole. "Sono troppo grosse, cari miei" si inquietò Scimmiotto. "Non sono più grandi di una noce" obiettò Porcellino. "Toccassero a me, le ingoierei in un boccone." Le chiusero dunque in una scatolina e durante il resto della notte presero un po' di riposo. All'alba il re si adattò ad aprire l'udienza, benché non si sentisse bene. Invitò il monaco cinese presso di sé e spedì i suoi funzionari all'albergo, per presentare i suoi rispetti al divino monaco, il reverendo Scimmiotto, e sollecitare "la meravigliosa medicina". Il Novizio si fece portare la scatolina da Porcellino e gliela porse. "Come si chiama?" domandarono gli inviati. "Lo chiediamo per poterne riferire a sua maestà." "È cinabro d'oro nero in pillole." "Lo credo che quell'oro è nero!" sghignazzava di nascosto Porcellino. "Con tutta la fuliggine che ho raspato dalla pignatta!" "Quali sono le prescrizioni per l'assunzione delle pillole?" "Possono essere accompagnate in due modi. Uno richiede sei diversi ingredienti." "Quali sono?" "Vediamo: peto di corvo in volo, piscia di carpa nel torrente in piena, cipria dal viso della Regina Madre d'Occidente, fuliggine del forno di Laozi, un frammento della berretta da notte dell'Imperatore di Giada e, per finire, cinque peli dai baffi di un drago nei guai. Accompagnata in questo modo, la medicina guarirà immediatamente il vostro re." "Ahimè, sono ingredienti irreperibili in questo basso mondo. Possiamo conoscere l'altro modo?" "L'altro modo consiste nell'ingoiare le pillole con l'aiuto di acqua senza origine." Gli inviati risero: "Questo è decisamente più facile." "Perché dite che è facile?" "Basterà attingere acqua al pozzo o al fiume." "Certo no: quell'acqua avrebbe origine dal pozzo o dal fiume. Dev'essere invece acqua del cielo, che non abbia toccato terra." "Non è difficile nemmeno così: aspetteremo la pioggia e raccoglieremo acqua piovana." Quando le pillole furono portate al sovrano ed egli fu informato, fece trasmettere ai maghi di corte dal ciambellano di servizio l'ordine di provocare la pioggia. Intanto nell'albergo Scimmiotto diceva ai condiscepoli: "Mi sono fatto prendere la mano. La pioggia potrebbe farsi aspettare chissà quanto. Se vogliamo sbrigarci, sarà meglio aiutare questa gente." "Che si fa?" chiese Porcellino. "Tu mettiti alla mia sinistra e fammi da stella complementare; Sabbioso, a destra, sarà la costellazione di soccorso." Il grande santo danzò i passi dell'Orsa Maggiore, recitò un incantesimo e apparve in cielo una nuvola nera che si muoveva lentamente. Quando fu sulle loro teste, una voce dal cielo gridò: "Grande santo! Ecco Aoguang, drago dei mari orientali, ai vostri ordini." "Mi dispiace di averti scomodato; mi occorrerebbe un po' di acqua piovana." "Potevate dirmelo prima. Sapete come sono complicate queste cose. Il vostro umile drago non si è portato nessuna attrezzatura: vento, nubi, tuoni, fulmini..." "Non occorrono queste cose, e di acqua ne basterebbe un sorso, tanto da consentire al re di questo posto di deglutire certe pillole." "Se è per questo, basterà che starnuti una volta: potrete usare qualche goccia della mia saliva." "Bravo, è più che sufficiente" approvò Scimmiotto. Il re drago planò sul palazzo reale e, dalla nera nube, schizzò un getto di saliva. I cortigiani applaudirono: "Gioia inaudita, maestà! Ecco che il cielo ci manda in segno di favore una gentile pioggerella." Il re decretò immediatamente: "Tutti i funzionari di qualsiasi rango, del palazzo interno e di quello esterno, si muniscano di vasi e vasetti e raccolgano quest'acqua divina per contribuire a ristabilire la mia salute." Figuratevi la confusione: tutti i funzionari, le spose reali dei tre palazzi, le concubine delle sei corti, le tremila dame di compagnia e le ottocento affascinanti bellezze, con ciotole, vasi, coppe, bicchieri, piatti si indaffaravano intorno per raccogliere la breve pioggia. Dopo un po' il drago li abbandonò, prese congedo dal grande santo e se ne ritornò a casa sua. Riuniti tutti i recipienti, si trovò che alcuni avevano raccolto un paio di gocce, altri quattro o cinque; alcuni erano completamente asciutti. Comunque ci fu di che riempire tre bicchieri, che furono posati come offerta sulla tavola reale. Strana fragranza riempie quella sala, Un insolito effluvio li delizia. Il re si chiuse in camera sua e inghiottì una dopo l'altra le tre pillole, con l'aiuto dei tre bicchieri di acqua piovana. Alla fine la sua pancia fece udire un rumore tremendo ed egli dovette correre quattro o cinque volte di seguito a sedersi sul pitale. Poi si lasciò cadere spossato sul letto regale. Due reali spose esaminarono il contenuto del pitale: fra varie porcherie, che forse è meglio non descrivere, trovarono un bolo che sembrava fatto di riso agglutinato. Esse annunciarono al re: "La causa del male è stata espulsa." Il re volle bere un po' di acqua di riso e, pian piano, sentì allargarsi il petto e il sangue circolare con maggior vigore. Anche le sue gambe riprendevano forza: si alzò, indossò gli abiti da cerimonia e ritornò nella sala d'udienza: quando vide il monaco cinese, s'inchinò fino a terra. Il reverendo si prosternò immediatamente, ma il re lo aiutò ad alzarsi con le sue mani e disse a un segretario: "Prendete un cartoncino e scriveteci qualche formula del tipo: mi prosterno al vostro cospetto, eccetera. Dovete inoltre invitare qui i tre eminenti discepoli del maestro della legge. La corte dei banchetti deve aprire la grande sala est e preparare un pranzo di ringraziamento." Tutti i funzionari corsero a eseguire, chi alla sala est, chi alle cucine: tutto fu pronto in un momento. Si sa: lo stato ha una tal forza che rovescia le montagne. Alla vista dei messi che recavano l'invito reale, Porcellino diceva commosso a Scimmiotto: "Fratello, bisogna ammetterlo, è tutto merito tuo." "Dice l'adagio: gloria d'un solo esalta la famiglia" commentò Sabbioso. "Ciascuno di noi ha fatto quello che poteva. Non ci rimane che goderci la festa." Ed ecco i tre compari giungere a corte, accolti da una folla di cortigiani che li condusse nella grande sala est. Vi trovarono il sovrano con i suoi segretari e il monaco cinese; quando si furono inchinati, fecero ingresso tutti gli altri invitati. Nel posto d'onore erano collocate quattro tavole talmente cariche di cibi, vegetariani e non, che superavano di almeno dieci volte quanto si potesse mai sognare di mangiare. Più in basso erano disposti quattro o cinquecento tavolini individuali, apparecchiati con molta eleganza. Gli antichi dicevano: "Mille sapori dei piatti più rari, mille bicchieri di splendidi vini, crema preziosa di scelti formaggi, rosso broccato di sapide carni." Tra la profusione di decorazioni e di frutti dal delizioso profumo lottano draghi e leoni di zucchero, torreggiano dolci a forma di fenice. Il menu non vegetariano offre ogni carne: maiale, montone, pollo, oca, pesce, anitra. Le verdure vanno dai germogli di bambù, alla soia, alle orecchiette, ai boleti. Grande abbondanza di odorosa pasticceria e di dolciumi colorati. Il tenero miglio giallo rivaleggia con il candido riso brillato. Ogni specie di zuppe, piccanti e delicate, in cui l'aspetto invitante accompagna il buon sapore. Sovrano e sudditi alzano le coppe; i vasi di vino fanno il giro delle tavole. Il re volle iniziare il banchetto con un brindisi in onore del monaco cinese, che rispose: "Il povero monaco vostro servitore non può bere bevande alcoliche." "Ma questo è vino di magro, maestro della legge" insisté il sovrano. "Vi prego, vuotate almeno una coppa." "Il primo comandamento della comunità dei monaci vieta il vino." Il re si mostrò imbarazzato: "Quale altra possibilità mi lasciate di tributarvi onore?" "I miei stupidi discepoli potrebbero vuotare la coppa al mio posto." Il re, rasserenato, porse la coppa d'oro a Scimmiotto, che rivolse un saluto ai convitati e bevve di gusto. Era tanto brioso che il sovrano gli offrì una seconda coppa, e Scimmiotto vuotò anche quella d'un fiato. "Mi pare che ci sia posto per una terza coppa" disse ridendo il re. E Scimmiotto non rifiutò. "Che ne dite? In onore delle quattro stagioni" disse il re riempiendo la quarta. Porcellino, con l'acquolina in bocca, si spazientiva nell'attesa del suo turno. Visto che il primo brindisi andava per le lunghe, non poté trattenersi dall'esclamare: "Maestà, ho dato una mano anch'io a preparare la medicina. Se sapeste quante difficoltà, con quel cavallo..." Scimmiotto temette che parlasse troppo e gli passò la coppa; in effetti Porcellino la vuotò precipitosamente e si zittì. "Il divino monaco parlava della medicina e di un cavallo; di quale cavallo si tratta?" volle sapere il re. "Il mio condiscepolo ha la lingua troppo lunga" rispose Scimmiotto. "Se una ricetta funziona, lui non sa trattenersi dal raccontarla al mondo intero. Nella medicina che vostra maestà ha preso stamane sono state utilizzate capsule di aristolochia, le cosiddette sonagliere di cavallo." Il re si rivolse ai suoi: "Che sapore hanno queste capsule? Qual'è la loro virtù medicinale?" I medici del collegio reale risposero: "Maestà: È un frutto amaro e freddo; non è tossico. Molto efficace contro flegma ed asma. Libera umori e scioglie concrezioni, Dà sollievo alla tosse e mette in forze." Il re sorrise: "Sissignore, proprio quello di cui avevo bisogno. Ancora una coppa, reverendo Porcellino." Questi, senza commento, ne bevve anche una terza. Poi fu la volta di Sabbioso, e infine tutti furono invitati a sedere. Dopo che ebbero lungamente banchettato, il re fece riempire nuovamente un grande nappo e lo porse a Scimmiotto. "Non vi disturbate, maestà. Vi prometto di fare la mia parte a ogni giro di bicchieri, e di non dire mai di no." "Ho verso di voi un debito più grande di una montagna, divino monaco. Non vi ringrazierò mai abbastanza. Questa malinconia di cui soffrivo da anni, voi l'avete dissipata con un solo intervento." "Mi sono reso conto" rispose Scimmiotto, "che i disturbi di vostra maestà erano dovuti alla malinconia; ma ancora non so che cosa vi angosciasse." "Dicevano gli antichi: i panni sporchi si lavano in famiglia. Ma al nostro benefattore posso raccontare di che cosa si trattava, a patto che non ne rida." "Non mi permetterei mai. Raccontate, sono curioso." "Voi che avete attraversato tanti paesi ne avrete apprese le usanze, e saprete che di solito le regine portano dei nomi particolari." "Certo. Di solito si chiamano: Palazzo Principale, Palazzo dell'Est e Palazzo dell'Ovest." "Da noi è un po' diverso. I nomi sono: Santo Palazzo d'Oro per la sposa principale, Santo Palazzo di Giada per l'est, e Santo Palazzo d'Argento per l'ovest. Ma ora abbiamo soltanto Giada e Argento." "Dov'è finita Santo Palazzo d'Oro?" "Mi è scomparsa tre anni fa" disse il re sciogliendosi in lacrime. "Come andarono le cose?" "Era la festa del Doppio Cinque, ed eravamo andati con le regine al Padiglione dei Melograni per mangiare i dolci di riso, adornarci di rami di artemisia, bere vino con acoro e orpimento, e guardare le gare delle barche drago. All'improvviso scoppiò un uragano e apparve un mostro: dichiarò di chiamarsi Rivale del Pianeta Malefico, di abitare nella Grotta dell'Unicorno del Monte dell'Unicorno e di essere in cerca di una moglie. Aveva saputo che Santo Palazzo d'Oro era molto bella e mi ingiunse di consegnargliela. Se avessi rifiutato, avrebbe divorato me, i cortigiani e tutta la popolazione. Mi mise addosso una tale angoscia che spinsi fuori dal padiglione la mia moglie principale, e il vento se la portò via. Temo che il riso agglutinato che stamane mi è uscito dal ventre sia quello dei dolci che stavo mangiando, bloccato là dentro dalla paura. E il dolore, il tormento e il mal di ventre non mi hanno più abbandonato per questi tre anni, finché le vostre meravigliose pillole mi hanno fatto ritrovare la gioia di vivere." Scimmiotto, molto interessato, vuotò una coppa di vino e disse: "Immagino quante pene avrete sofferto. Mi chiedo se oggi il ritorno di Santo Palazzo d'Oro vi farebbe piacere." "Ma io continuo giorno e notte a pensare a lei!" esclamò il re, ricominciando a piangere. "Che ne direste se abbattessi quella creatura malefica?" Il sovrano si inginocchiò: "Se fate questo e mi restituite la regina, lascerò la città con mogli e concubine, e vi cederò il trono." Porcellino scoppiò in una risata: "Mi pare che questo re non abbia il senso delle proporzioni. A causa di una donna, arriva a inginocchiarsi davanti a un bonzo e si dice disposto a rinunciare al regno." Scimmiotto aiutò il re ad alzarsi e chiese: "Avete più rivisto quel mostro?" "Compare un paio di volte l'anno, e ogni volta si porta via una coppia di dame per il servizio della regina." "Non temete queste visite frequenti?" "Certo che le temo; non si sa mai quali possano essere le sue intenzioni. L'anno scorso ho fatto costruire un rifugio anti-mostro; quando il sibilo del vento annuncia il suo arrivo, mi chiudo là dentro con le due regine che mi restano e con le nove concubine." "Potrei vedere il rifugio?" Il re si alzò da tavola e prese Scimmiotto per mano; tutti i convitati si alzarono per seguirli. "Fratello" gridò Porcellino, "non dài prova di buon senso. Disturbi il banchetto e abbandoni un ottimo vino, solo per andare in giro a curiosare." Il re capì quali erano le preoccupazioni di Porcellino, e si fece portar dietro un paio di tavole, con cibi vegetariani e vino. Il bestione non ebbe più niente da ridire e invitò ridendo il maestro e Sabbioso: "Venite, trasferiamoci." Il corteo dei convitati si avviò verso il parco reale. Non c'erano edifici in vista, e Scimmiotto chiese: "Dov'è dunque questo rifugio?" Proprio allora due eunuchi si avvicinarono a due leve laccate di rosso infisse nel terreno e le spostarono: subito si aprì fra l'erba un'ampia botola rettangolare. "Là sotto, a una profondità di nove tese" spiegò il re, "sono state scavate nove camere. Lampade alimentate da quattro grandi giare d'olio chiaro ardono continuamente. Quando ci siamo nascosti, i cortigiani richiudono il passaggio e ne cancellano ogni traccia." "Non credo che il mostro ce l'abbia con voi" commentò Scimmiotto; "altrimenti questi mezzi non basterebbero a proteggervi." Mentre parlava soffiò da sud un vento d'uragano, che sollevava terra e polvere. "Il bonzo del malanno deve avere il sale sulle labbra" gridarono risentiti i cortigiani. "Nomina il mostro, ed eccolo qui." Tutti si dispersero; il re e Tripitaka scesero nel buco aperto ai loro piedi, e Porcellino e Sabbioso cercarono di seguirli. "Fermi lì!" esclamò Scimmiotto afferrandoli per le braccia. "Fratellini, non vi spaventerete per così poco. Facciamo conoscenza con questa creatura, e vediamo che tipo è." "Balle!" protestò Porcellino. "Tutti scappano. Perché noi dobbiamo restar qui come scemi a reggere il moccolo?" Ma i tentativi di liberarsi dalla ferrea stretta di Scimmiotto furono vani. Ed ecco comparire il mostro: Che corpo spaventoso, lungo come la fame! Occhi come fanali, orecchie da elefante E le zanne d'acciaio aguzze come chiodi. Le sopracciglia rosse come un arco di fiamma. Il gran naso protende narici come truogoli. Crescono sul suo mento pelacci aggrovigliati, Rossi sopra pellaccia corrugata e verdastra. Concludon le zampone certe manacce blu Con artigli taglienti che stringono uno spiedo. Il vestito consiste in pelle di leopardo, Piedi nudi, arruffato: è il diavolo in persona. "Sabbioso, avevi mai incontrato questo bel tomo?" domandò Scimmiotto. "Non mi pare di conoscerlo." "E tu, Porcellino?" "Di sicuro non abbiamo mai mangiato alla stessa tavola." "Mi ricorda qualcuno" suggerì Scimmiotto. "Assomiglia a quella brutta faccia del portinaio al servizio di Picco dell'Est Uguale al Cielo." "Non credo proprio che sia lui" negò recisamente Porcellino. "Come fai a escluderlo?" "Sarebbe un fantasma, e nessun fantasma si fa vedere in giro la mattina; girano solo la notte, o almeno non prima del crepuscolo. E poi non è da fantasmi cavalcar nuvole. Di vento ne sa fare anche un fantasma, ma è un refolo gelato, non un uragano come questo. Stiamo ai fatti: sarà Rivale del Pianeta Malefico." "Bravo!" sghignazzò Scimmiotto. "Certe volte sai ragionare anche tu. Restate qui, che vado a intervistarlo e ad aggiustare la faccenda della moglie del re." "Vai dove ti pare" rispose Porcellino, "purché non ci coinvolga." Scimmiotto non si degnò di rispondere e balzò per aria. Così vanno le cose: Inizia la salvezza Con una guarigione. Senza amore né odio Si difende la via. Se in fin dei conti non avete idea della contesa che ne seguì e della liberazione della bella, ascoltate il seguito che vi racconterà tutto. 第070回 LA REGINA URTICANTE · IN CUI SCIMMIOTTO SI IMPADRONISCE CON L'ASTUZIA DEL TESORO DEL MOSTRO: I SONAGLI D'ORO CHE GETTANO FUOCO E FUMO. Come si diceva, Scimmiotto balzò in aria brandendo la sua sbarra di ferro e gridò: "Da dove vieni, mostro perverso? Con quali criminose intenzioni?" "Inchìnati al ricognitore di nostro signore il grande re Rivale del Pianeta Malefico, della Grotta dell'Unicorno sul Monte dell'Unicorno!" replicò la creatura con voce tonante. "Vengo per ordine suo a prendere due damigelle del palazzo, per impiegarle al servizio di madama Santo Palazzo d'Oro. E tu chi sei, per osare di interrogarmi?" "Sono Scimmiotto Consapevole del Vuoto, il Grande Santo Uguale al Cielo. Ho saputo che la vostra banda di diavoli perversi taglieggia e umilia il re, e ho deciso di ristabilire l'ordine. Mi stavo giusto chiedendo dove trovarvi: ed ecco che ti vieni a consegnare spontaneamente nelle mie mani." Il mostro non seppe valutare chi aveva di fronte e puntò la lancia: La sbarra è uno strumento divino per sondare gli oceani, la lancia non è che ferro di forgia umana, e perde forza fin dal primo contatto. Un diavoluccio qualsiasi osa affrontare l'immortale dell'unità suprema, e rischia l'annientamento. In breve il ferro della lancia si spezzò. Il mostro fu preso dal panico e corse via come una saetta. Scimmiotto lo lasciò perdere e ridiscese sul prato: "Maestro, maestà, venite su! La creatura malefica è scacciata." Il monaco uscì dal rifugio sorreggendo il re: videro il cielo limpido, senza traccia di miasmi diabolici. Il re si avvicinò allora a una tavola, versò una coppa di vino e la offrì a Scimmiotto: "Lasciate che vi ringrazi senza indugio, divino monaco." Scimmiotto la prese, ma in quel momento un ufficiale corse trafelato ad annunciare: "Un incendio è scoppiato alla porta ovest." Invece di portare la coppa alle labbra, Scimmiotto la lanciò in aria colma com'era; l'oggetto d'oro ricadde a terra. Il re, confuso, si inchinò per scusarsi: "Mille scuse, divino monaco, dovete perdonarmi. Sono in torto. Avrei dovuto pregarvi di salire nella sala grande e porgervi i miei ringraziamenti nelle dovute forme; ma il vino era qui, a portata di mano, e io ve l'ho offerto senza riflettere. Certo è questo che volete rimproverare con il vostro gesto." "No, no, il motivo è tutt'altro" rispose sorridendo Scimmiotto. Ed ecco che vennero ad annunciare: "Che fortuna! Un improvviso rovescio di pioggia ha subito spento le fiamme dell'incendio. L'acqua ha inondato la strada, ma ha uno strano odore di vino." "Vedete?" rise il Novizio. "L'incendio è stato provocato dal mostro che avevo messo in fuga; ho lanciato in aria la coppa perché il fuoco non ardesse il sobborgo ovest della città. Tutto qui." Il re, strabiliato, voleva recarsi nella sala di stato, davanti al notaio, e ceder loro trono e regno. Ma Scimmiotto disse ridendo: "Non divaghiamo, ora mi occorre un'informazione. Il mostro che ho messo in fuga si diceva ricognitore del Rivale del Pianeta Malefico: sarà tornato a casa a riferire come sono andate le cose, ma non credo che il suo capo la manderà giù. Mobiliterà il suo esercito e lo porterà qui: la guerra, anche se vinta, reca alla gente molti danni e sofferenze. Vostra maestà, poi, ne sarebbe più terrorizzato che mai. Sarà più pratico portar la guerra in casa del nemico; ma non so in quale direzione e a quale distanza si trovi la sua residenza." "Mi è capitato di mandare spie a raccogliere notizie. Il viaggio di andata e ritorno richiede cinquanta giorni: saranno tremila li, in direzione sud." "Porcellino, Sabbioso!" gridò Scimmiotto. "Badate voi alle nostre cose; io vado e torno." "Ma aspettate, divino monaco" insisteva il re. "Riposatevi per un giorno, e dateci il tempo di preparare le provviste per il viaggio. Vi procurerò il cavallo più veloce e il denaro necessario." "Vostra maestà parla come se quei tremila li dovessi percorrerli uno a uno, a passo di rachitico. Ma io conto di essere di ritorno prima che il vino si raffreddi nei bicchieri." "Divino monaco, non vorrei essere indiscreto, ma vi prego di levarmi una curiosità. Come avete fatto, con la vostra nobilissima faccia - verbigrazia - di gibbone, a procurarvi tutte queste incredibili capacità?" Scimmiotto rispose: "Certo son scimmia, ma trovai la Via Che senza risparmiarmi praticai. Fornì la terra il focolare e il cielo Fornì il tetto. Impiegando luna e sole, yin e yang, acqua e fuoco, illuminai I misteri. La Grande Orsa mi orienta E seguendo il suo manico mi muovo. Io lavoro al fornello, attizzo il fuoco, Doso piombo e mercurio, so eseguire Le procedure richieste dai cinque, Armonizzare le quattro stagioni, Richiamare i due soffi, le tre case Raccogliere in un unico elisir. Se le mie capriole vi stupiscono, Considerate che le so eseguire Grazie alla comprensione delle leggi Di natura. Io supero d'un balzo Il Guado delle Nubi Trascendenti Come i Monti Taihang; mille catene Di montagne, o di cento fiumi il corso, Fossero larghi come lo Yangzi, Non ferman la mia corsa: in un sol balzo Diciottomila leghe ho superato." Il re si beava nell'ascolto, e alla fine riempì nuovamente una coppa e gliela tese: "Che meraviglie divino monaco! Comunque il viaggio è lungo: bevete questa, vi darà ispirazione." Ma il grande santo si apprestava a entrare in azione e non aveva più voglia di bere; perciò rispose: "Berrò al ritorno." E scomparve con un sibilo, lasciando tutti esterrefatti. In breve giunse in vista di un'alta montagna, con la vetta che si perdeva nelle brume, vi atterrò e contemplò il paesaggio. Innalza al cielo cime taglienti, affonda nella terra le sue vene minerali. La fitta pineta che la corona scherma il sole; le nuvole si impigliano fra le sue rocce. Pini sempre verdi attraverso le stagioni; rocce immutate attraverso i millenni. Nei boschi risuona il lamento del gibbone; pitoni mostruosi strisciano attraverso i torrenti. Chi vola cinguetta, chi affila le zanne ruggisce. Cervi e camosci si muovono in coppie, corvi e gazze di montagna volano in stormi. Infinite varietà di piante dànno spettacolo, le pesche celebrano il rinnovarsi della stagione. Il luogo è inaccessibile e cela pericoli: un vero rifugio di immortali perversi. Scimmiotto si strappò dalla contemplazione che lo incantava, e voleva mettersi in cerca di indizi di presenze diaboliche, quando vide scaturire da un anfratto un'immensa fiammata. Il cielo rosseggiava, e vi saliva una colonna di fumo malvagio ancor più orribile del fuoco: Luce accecante circondata da miriadi di faville. Il fumo non è di fascine o di fornace; ha cinque colori: blu, rosso, bianco, nero e giallo. Sale ad affumicare i pilastri del portale sud del Cielo, a strinare le travi della Sala delle Nuvole Misteriose. Spiuma gli uccelli nel bosco, cuoce vivi gli animali nelle loro tane. Solo a vederlo, quel fumo feroce scoraggia ogni velleità di avvicinarsi e di affrontarne il padrone. Il grande santo osservava preoccupato, quando vide scaturire un gran getto di sabbia, da oscurare il sole: Crepitando ricopre la vasta terra come una pioggia fitta, fine polvere accecante e granelli come semi di sesamo che si accumulano colmando le vallate. Il cercatore di semplici perde di vista il suo compagno, il boscaiolo smarrisce la strada di casa. La vista si annebbia: non sapreste distinguere la perla più luminosa, nemmeno se la teneste in mano. Lo spettacolo aveva il suo fascino, ma sabbia e fumo facevano starnutire. Scimmiotto dovette turarsi il naso e, con una scossa, si trasformò in falco. Mentre dal cielo scendeva in picchiata sul punto d'origine, fuoco, fumo e sabbia cessarono d'incanto. Scimmiotto riprese la propria forma e si avvicinò cautamente. Si udivano colpi regolari di gong. "Si direbbe che mi sia sbagliato e che mi stia avvicinando, non a un mostro, ma a un messo postale che percorre la strada maestra per consegnare corrispondenza. Andiamo a vedere." Ed ecco effettivamente sulla strada un mostriciattolo che camminava spedito, con una bandiera gialla sulla spalla, il sacco della corrispondenza dietro la schiena e in mano un piccolo gong che batteva senza tregua. "Ecco l'origine del rumore" si disse Scimmiotto. "Vediamo quale specie di lettere vuole recapitare." Il grande santo, con una scossa, si trasformò in una mosca e si posò discretamente sul sacco. Il mostriciattolo borbottava fra sé: "Il nostro re è proprio malvagio. Si è impadronito della regina di Viola Porpora ma, poiché non riesce a possederla, si vendica sulle ragazze che rapisce dal palazzo reale: ne ha già ammazzate quattro. Ne voleva altre, ma questa volta è caduto male: il ricognitore che ha inviato si è imbattuto in un certo Scimmiotto, e ha dovuto ritornare a mani vuote. Il mio padrone è furioso e mi invia a consegnare la dichiarazione di guerra. Di certo il re di quel paese, se non cede, finirà male e il suo regno cadrà nelle nostre mani. Ma il Cielo lo consentirà?" Scimmiotto si disse: "Ecco un mostriciattolo non privo di scrupoli, che gli fanno onore. Ma vorrei saperne di più sul conto della regina. Intervistiamolo." Si allontanò ronzando di una diecina di li e prese l'aspetto di un sacrestano taoista: Con i capelli raccolti in due ciuffi, E l'abito di toppe, regge in mano Il suo pesce di legno, mentre un inno Del Tao va canticchiando a mezza voce. Quando, come per caso, si incrociarono, levò le mani per salutare e domandò: "Soldatino, dove vai? Quali documenti devi consegnare?" Il mostro rese il saluto e rispose: "Porto una dichiarazione di guerra al paese di Viola Porpora." "Quella tizia venuta da Viola Porpora ha poi finito per andare a letto con il gran re?" "Nemmeno per sogno. Quando giunse da noi, un immortale le donò un abito nuziale di cinque colori. Quando lei lo indossò, il suo corpo si coprì di spine, pungenti e urticanti; il re non può nemmeno sfiorarla senza farsi male, altro che andarci a letto! Il nostro ricognitore, inviato a caccia di ragazze, è stato messo in fuga da un certo Scimmiotto. Perciò il re, furioso, mi manda a intimare la guerra, che comincerà domani." "Mi dici che è d'umore furioso?" "Certo. Dovresti andarlo a trovare e cantargli i tuoi inni, se ne conosci di distensivi e rasserenanti." Scimmiotto si inchinò in segno di congedo e fece per riprendere la sua strada. Ma un impulso dal fondo oscuro dell'animo lo spinse a volgersi e a dare una randellata sulla testa del messaggero, che andò in pezzi spargendo il proprio contenuto sulla strada. Il Novizio si pentì: "Sono andato troppo di furia. Prima dovevo chiedergli il suo nome." Si impadronì della dichiarazione di guerra e se la fece scivolare nella manica; bandiera e gong, li nascose nell'erba sul ciglio della via. Mentre trascinava il corpo per farlo scomparire, sentì un rumore metallico: proveniva da una targhetta d'avorio ricoperta d'oro, che il mostriciattolo portava alla cintura. C'era scritto: Messo di fiducia. Nome: Va e Vieni. Statura: piccola, circa 5 piedi. Segni particolari: faccia butterata, imberbe. Da portare sempre. Senza piastra di riconoscimento, è un impostore." Scimmiotto si mise a ridere: "Ecco qua; il mio randello gli ha cambiato nome: ora si chiama Va e Non Torni Più." Fissò la targhetta alla propria cintura e stava per sbarazzarsi del corpo, quando, ripensando alla violenza del fuoco che aveva visto, cambiò idea. Preferì raccogliere il corpo e ritornare alla base per informare su come stavano le cose. Fu così che ricomparve davanti alla Sala delle Campanelle d'Oro. Porcellino, che montava la guardia e lo vide arrivare con quel piccolo corpo in mano, si disse con invidia: "Se avessi saputo che il nemico era robetta del genere, sarei andato io a catturarlo e a prendermene il merito." Scimmiotto gettò la preda sui gradini e Porcellino si precipitò a colpirla con il rastrello, gridando: "Eccolo sistemato, sei salvo." "Che cosa dici, scemo?" "Poche storie, il merito è mio e posso dimostrarlo: guarda se non ha in corpo i nove buchi del mio rastrello." "Li avrà senz'altro, ma non vedi che è un corpo senza testa?" "To', è vero, dove ha messo la testa? Ecco perché non si è mosso quando l'ho colpito." "Dov'è il maestro?" "Nella sala d'udienza, a colloquio con il re." "Chiedigli se può uscire un momento." Quando Tripitaka uscì, il Novizio gli fece scivolare nella manica la dichiarazione di guerra: "Tenete questo, maestro, e non mostratelo al re." Ed ecco che comparve anche il sovrano, che usciva ad accoglierlo: "Ecco il nostro eroe. A che punto siamo con la cattura del mostro?" "Lo vedete ai vostri piedi, ucciso dal vecchio Scimmiotto." "È certo un mostro" constatò il re dopo averlo esaminato. "Ma non può essere Rivale del Pianeta Malefico. L'ho visto due volte: è un marcantonio alto diciotto piedi e largo come cinque colonne, con la faccia che brilla come l'oro e la voce potente come il tuono. Non ha niente in comune con questo nanerottolo." "Vedo che vostra maestà se ne intende. In effetti non è lui" rispose Scimmiotto ridendo; "è soltanto il suo messaggero in cui mi sono imbattuto. L'ho portato qui come acconto, per gloriarmene un po'." "Avete fatto bene" disse il re. "Nessuna delle mie spie mi aveva mai riportato niente di tangibile. Ma voi, divino monaco, alla prima uscita sapete già dove mettere le mani. La vostra bravura è indiscutibile; lasciate che faccia intiepidire il vino per festeggiare il vostro successo." "Questo si può rimandare a un altro momento" disse Scimmiotto. "Volevo chiedervi se Santo Palazzo d'Oro, al momento di lasciarvi, vi ha dato qualche ricordo. Se così fosse, vorrei vederlo." A questa domanda, il re sentì una fitta di dolore; senza riuscire a trattenere le lacrime, rispose: "Mia moglie fu rapita di sorpresa: Non ci fu il tempo di manifestare L'infinito dolore, né mi diede Un pegno od un sacchetto di profumi. Non mi poté nemmeno salutare. Di lei non mi rimane che il rimpianto." "Maestà, consolatevi" insisté Scimmiotto, "ma pensateci bene. Se non vi ha lasciato un dono d'addio, ci sarà pure a palazzo qualche oggetto che amava in modo particolare. Ne avrei bisogno." "A che cosa vi serve?" "Ho constatato che quel mostro possiede eccezionali poteri magici. Ho visto il fuoco, il fumo e i getti di sabbia che è in grado di fare: non sarà facile ricondurlo alla ragione. Ma se ci riesco, o se comunque mi si presenta una buona occasione, la regina non mi conosce e potrebbe rifiutarsi di seguirmi. Ho bisogno di un contrassegno che lei riconosca, con la certezza che provenga da voi." "Nel Palazzo Riflesso di Sole, nello spogliatoio della regina, c'è un paio di braccialetti che le piacevano molto e che portava sempre. Se non li aveva alla festa del Doppio Cinque, è solo perché in quella occasione si portano al polso i fili di cinque colori. Dovrebbero essere nella sua scatola dei gioielli. Io non sopporterei di vederli: mi ricorderebbero quanto era bella, temo che avrei una ricaduta nel mio male." "Non parliamone più. Spero che possiate separarvene e che qualcuno dei vostri me li possa consegnare; alla peggio, mi basterebbe di averne uno." Il re diede l'incarico di prenderli a Santo Palazzo di Giada. Quando li ebbe in mano li baciò dicendo: "Mia dolcissima signora!" e li consegnò a Scimmiotto, che se li mise al polso. Quel sacripante di un grande santo rifiutò il brindisi d'onore che gli veniva offerto e si catapultò senza altro indugio sul Monte dell'Unicorno. Mentre si muoveva nei pressi della grotta, udì un brusio, si nascose e osservò: l'ingresso era guardato, a dir poco, da cinquecento persone di ogni rango. Eccoli schierati, con le armi che brillano al sole e le bandiere che sventolano: la schiera è fitta e minacciosa. Tigri ed orsi si possono trasformare in generali e marescialli, da linci e leopardi si ricavano guerrieri di bel portamento. I lupi grigi sono ancor più feroci, e l'elefante glabro più valoroso. L'astuta lepre e il daino malizioso si armano di spade e alabarde; il lungo serpente e il grosso pitone preferiscono sciabole ed archi. L'orango, che è il più esperto nel linguaggio umano, dirige la battaglia e organizza il campo da vero esperto. Quando li vide, il Novizio ritornò indietro; non che gli facessero paura, ma gli era venuta un'idea. Ritornò dove aveva ucciso il mostriciattolo e ricuperò la bandiera e il gong, si diede una scossa e prese l'aspetto di Va e Vieni. In quella forma, camminando a gran passi e battendo il gong, si presentò all'ingresso della grotta. L'orango lo apostrofò: "Tutto a posto, Va e Vieni?" "Ho fatto." "Sbrìgati. Il grande re ti aspetta nel Padiglione degli Scorticati." Scimmiotto attraversò il portale e si inoltrò nelle alte sale racchiuse da pareti rocciose a strapiombo; vi crescevano piante e fiori rari, antichi cedri e pini alteri. In breve raggiunse il secondo ingresso e scorse un padiglione ottagonale in cui si aprivano otto finestre. Nel mezzo, su una poltrona ricoperta d'oro, troneggiava il re diavolo, di ripugnante aspetto: Luce di diaspro intorno alla sua testa, Aura di morte intorno alla figura. Sporgono i denti aguzzi dalla bocca, Lanciano i suoi capelli fuoco e fiamme. Certi mustacchi duri come frecce, Un ruvido pelame lo ricopre. Sono gli occhi brillanti come sfere Di rame, la statura fino al cielo E una mazza di ferro è la sua arma. Scimmiotto si tenne sulle sue, non diede nemmeno segno di averlo visto, e venne avanti battendo il gong. "Eccoti qua" disse il re. Il falso messaggero non rispose. "Va e Vieni!" lo chiamò il diavolo. Nessuna risposta. Allora il mostro scese dal trono e lo acciuffò per il bavero: "Si può sapere che cosa ti prende? Perché continui a battere il gong, come se fossi ancora sulla strada maestra, e non mi rispondi?" "Giù le mani!" fece Scimmiotto, gettando a terra il gong. "Ve l'avevo detto che non ci volevo andare, ma voi avete insistito. C'era un esercito incredibile, uomini e cavalli schierati. Quando mi hanno visto, hanno gridato: "Dalli al mostro!" Mi hanno legato come un salame e mi hanno trascinato davanti al re. Lui ha detto: "Tagliategli la testa!" Per fortuna c'erano dei consiglieri che obiettavano: "È un ambasciatore, per il diritto internazionale non lo si può decapitare." Almeno ho salvato la pelle; si sono accontentati di portarmi davanti ai plotoni schierati e di darmi trenta frustate sul sedere. Questa è la risposta che vi fanno avere. Non credo che ci metteranno molto ad arrivare qui." "Insomma, non mi rispondevi perché te la sei vista brutta." "E anche perché ho il sedere tutto indolenzito." "Quanti uomini e cavalli avranno?" "Come volete che li contassi? Ero morto di paura. Erano una bella massa di gente, e bisognava vedere quante armi: archi, frecce, sciabole, lance, corazze, picche, alabarde, spade, partigiane, asce, mezzelune, elmi, scudi, usberghi, panciere, spiedi, mazze, tridenti, archibugi ed elmetti. Stivaloni, vesti imbottite, armati di fruste, mazzapicchi, palle di bronzo..." Il re si mise a ridere: "Piantala con il tuo elenco! Con un soffio di fiamma farò piazza pulita di tutta quella robetta. Informa la signora Santo Palazzo d'Oro e dille di non preoccuparsi. Stamane piangeva tutte le sue lacrime, vedendomi deciso a partire per la guerra. Tu raccontale quante truppe ben armate hai visto, così la terremo buona per un po' di tempo." "Bell'idea" pensò Scimmiotto fra sé. Si diresse a una porticina e ne uscì, con la sicurezza di chi si muove in casa propria. Si trovò in vasti spiazzi circondati da grandi edifici, fra cui uno spiccava per le ricche decorazioni e il portale colorato: là abitava la dama Santo Palazzo d'Oro. Scimmiotto entrò e vide che il suo servizio era svolto da due schiere, una di spiriti volpi e l'altra di spiriti cerbiatte, tutte in aspetto di belle ragazze. La dama era seduta nel mezzo con il volto addolorato, appoggiava la guancia profumata a una mano e i suoi occhi erano gonfi di lacrime. La sua bellezza era affascinante, ma non aveva il coraggio di ungere e pettinare i neri capelli dalle crocchie disfatte. Non portava gioielli, non aveva cipria né rossetto. Serrava la bocca in una smorfia di dolore, corrugava le sopracciglia di falena e versava lacrime dagli occhi stellanti. Serrata nella rete da cui non poteva sfuggire, pensava sempre al re di Viola Porpora. Sempre fu triste la sorte delle belle, condannate a tacere e a esporre il viso al vento dell'est. Scimmiotto giunse le mani e disse: "Salve!" "Brutto insolente!" s'indignò la dama. "Se penso che a Viola Porpora ministri e grandi protettori si prosternavano nella polvere, e non osavano alzare lo sguardo su di me! Questo entra e mi dice: salve! come se fossi una sguattera. Da dove esce questo zotico?" Le cameriere spiegarono: "È un militare; calmate la vostra collera signora. Si chiama Va e Vieni, ed è il messo di fiducia che stamane ha consegnato la dichiarazione di guerra." La regina chiese: "Dunque sei andato a Viola Porpora?" "Certo. Sono entrato in città, ho visto il re e ho riportato la sua risposta." "Tu hai visto il re! Che cosa diceva?" "Fa preparativi militari e intende resistere. Comunque pensa sempre a voi, signora, e mi ha affidato un messaggio confidenziale per voi, che non potrei riferire in presenza di estranei." Volpi e cerbiatte uscirono; Scimmiotto chiuse l'uscio, si passò la mano sul volto e riprese il proprio aspetto: "Signora, non temete. Sono uno dei bonzi dell'Est incaricati di recarsi dal Buddha dell'Ovest a chiedere le scritture. Il nostro maestro è Tripitaka; io mi chiamo Scimmiotto Consapevole del Vuoto, e sono il suo discepolo anziano. Passando dal vostro paese, abbiamo visto un appello ai medici per curare la nevrastenia del re: sono stato io a guarirlo. Durante il banchetto di ringraziamento, sua maestà mi ha raccontato la vostra storia e, visto che so abbattere tigri e draghi, mi ha incaricato di liberarvi. Sono io che ho messo in fuga il ricognitore; il mostriciattolo di cui avevo preso l'aspetto l'ho incontrato per strada e ucciso. Questa grotta è ben vigilata; perciò ho dovuto prendere qualche precauzione per giungere sino a voi." La dama restava silenziosa. Scimmiotto le tese i braccialetti: "Vi chiederete se mi potete credere; guardate questi." Quando li vide, essa pianse e si alzò dal suo seggio per inchinarsi davanti a lui: "Reverendo, se davvero riuscirete a liberarmi e a riportarmi nel mio paese, non lo dimenticherò mai; vi resterò grata anche quando sarò una vecchia sdentata." "Ora mi serve un'informazione: sapete di quale tesoro si serva il padron di casa per produrre fuoco, fumo e sabbia?" "Usa tre sonagli d'oro. Agitando il primo suscita fiamme devastatrici alte trecento tese; il secondo diffonde raffiche di fumo in grado di soffocare chiunque entro un raggio di trecento tese; il terzo, nello stesso raggio, acceca il mondo con la sabbia gialla. Fuoco e fumo sono il minor male; ma la sabbia è letale per chi ne respiri." "Ho sperimentato queste cose, sono davvero terribili: sono riuscite a farmi starnutire due volte. Dove nasconde i sonagli?" "Non li ripone, li tiene sempre con sé appesi alla cintura, anche quando dorme." "Se davvero tenete a rivedere il regno di Viola Porpora e a ritrovare vostro marito, dovete fare uno sforzo. Abbandonate questo aspetto depresso e addolorato; dovete mostrarvi allegra e invitante, dovete sedurre il mostro. Al momento giusto gli chiederete di affidarvi i sonagli. Se riesco a rubarli, sarà facile vincerlo e riportarvi a casa." La dama promise. Scimmiotto riprese l'aspetto di mostriciattolo, aprì l'uscio e richiamò le cameriere. "Sbrigati, Va e Vieni" ordinò la regina. "Come ti ho detto, va nel padiglione anteriore da sua maestà, e invitalo a farmi visita. Ho molte cose da dirgli." Il bravo Scimmiotto grugnì soddisfatto e corse al Padiglione degli Scorticati: "Maestà, la dama Santo Palazzo chiede di vedervi." "Come mai oggi mi cerca, mentre di solito mi scaccia a male parole?" si meravigliò il re diavolo. "È semplice. Le ho raccontato che a Viola Porpora il re non vuole più saperne di lei, e si è preso varie nuove mogli. A questo punto le è venuto in mente di rivolgersi a voi." "Furbacchione, devo dire che sai renderti utile" esclamò contento il re diavolo. "Quando avrò conquistato il regno, ti nominerò gran ciambellano." Scimmiotto ringraziò e lo seguì al palazzo della regina. La dama fece al diavolo lieta accoglienza e volle prenderlo per mano, ma lui esitò con manifesto imbarazzo: "Signora, non oso. Non so come ringraziarvi dei vostri segni di affetto, ma c'è qualcosa... Insomma, ricordo ancora con terrore il male che sentii alla mano l'unica volta che mi permisi di toccarvi." "Prego vostra maestà di sedersi e di mettersi comodo. Parliamone, spiegherò tutto. Sono già trascorsi tre anni da quando vostra maestà mi ha fatto l'onore di scegliermi, ed è vero, da allora non abbiamo ancora condiviso il nostro letto. Il fatto è che solo ora mi appare chiaro che il destino, stabilito dalle nostre vite precedenti, vuole che siamo marito e moglie. Da parte mia sono pronta ad adeguarmici; ma non credevo che, a questo punto, poteste essere voi a tirarvi indietro. Non devo più essere un'estranea per voi; fra noi ci deve essere confidenza e intimità. Quand'ero regina di Viola Porpora, ogni tributo che venisse portato da paesi stranieri veniva esaminato dal re e poi affidato a me, che provvedevo alla sua custodia. Certo qui non ci sono oggetti di lusso; i vostri si vestono da selvaggi e si nutrono di sangue; non usate sete o perle, sui pavimenti e sulle pareti non si vedono che pelli di selvaggina. Ma infine qualcosa di prezioso lo avrete, qualche tesoro che non mi avete mostrato perché fra noi non c'era confidenza. Per esempio ho sentito parlare di certi sonagli che suppongo abbiano qualche valore, visto che li portate sempre con voi. Dateli a me: saranno custoditi con cura, e li avrete a disposizione ogni volta che vorrete. Marito e moglie fanno così. Altrimenti che cosa sarei per voi? Un'estranea?" Il re diavolo ridacchiò e si scusò: "Avete ragione, signora; non posso negare che i vostri rimproveri sono fondati. Ecco il mio tesoro: ve lo affido." E si sollevò gli abiti per cercare gli oggetti. Scimmiotto se ne stava in un angolo con gli occhi ben aperti. Vide che il mostro sollevò due o tre strati di indumenti prima di arrivare ai sonagli, che teneva a contatto della pelle. Li staccò, li avvolse in una pelle di leopardo imbottita di fiocco di seta e li tese alla regina: "Vi sembreranno oggetti di poco pregio, ma vanno conservati con ogni cura, e soprattutto non si devono scuotere." "Va bene" disse la dama prendendoli. "Li chiudo in questo cassetto della mia toilette: non li scuoterà nessuno." E chiamò: "Ragazze, servite il vino. Voglio celebrare questo felice incontro con il re vuotando molte coppe." Le cameriere disposero sulla tavola frutta e verdure con piatti di cacciagione, e servirono vino di palma. La dama si occupava personalmente del re diavolo, con modi da ammaliatrice. Intanto Scimmiotto si mise al lavoro: scivolò pian piano fino alla toilette, si impadronì dell'involto, riguadagnò cautamente la porta e si eclissò. Mentre passava davanti al Padiglione degli Scorticati si lasciò indurre dalla curiosità a svolgere la pelle di leopardo: c'era un sonaglio delle dimensioni di una tazza da tè, affiancato da altri due grossi come pugni. Incosciente del pericolo, per guardarli meglio li levò dal fiocco che li imbottiva. Subito ci fu un'esplosione, e fuoco fumo e sabbia sgorgarono incontenibili. In un attimo, un terribile incendio arse il padiglione. I mostri di guardia, terrorizzati, diedero l'allarme. Il re diavolo corse fuori dal palazzo della regina e vide Va e Vieni con i suoi sonagli in mano. Urlò: "Schiavo maledetto! Che cosa fai con quella roba?" E alle guardie: "Prendetelo! Arrestatelo!" Subito generali tigri, comandanti orsi, capitani leopardi, linci, elefanti, lupi, daini, lepri, pitoni e oranghi gli si precipitarono addosso. Scimmiotto lasciò cadere i sonagli, riprese il suo aspetto e si fece strada nella folla con la sbarra di ferro. Il diavolo si gettò a ricuperare il tesoro e ordinò: "Chiudete l'ingresso!" Chi combatteva, chi correva a chiudere i battenti. Scimmiotto scelse di trasformarsi in moscerino, e si andò a posare su un tratto di parete al riparo dalle fiamme. Nessuno più lo vedeva; corsero ad annunciare: "Maestà, il brigante è scappato." "L'avete visto uscire dal portone?" "Veramente no; quello è chiuso e sbarrato." "E allora cercate meglio" rispose il diavolo. Lasciando ad alcuni il compito di attingere acqua per spegnere l'incendio, tutti gli altri si dedicarono alla ricerca, frugando dappertutto senza trovare traccia del fuggiasco. "Chi sarà questo delinquente, così audace da venirmi a rubare il mio tesoro sotto il naso?" brontolava il diavolo adirato. "Meno male che non è riuscito a portarselo via. Sulla montagna, esposto al vento, chissà che disastro avrebbe combinato." "Il fatto è che vostra maestà ha una fortuna più alta del cielo" disse un generale tigre. "Sapete, maestà" disse un comandante orso, "chi doveva essere quel brigante? Di certo era Scimmiotto, lo stesso che ha messo in fuga il nostro ricognitore. Avrà incontrato per strada Va e Vieni, lo avrà ammazzato e avrà preso le sue cose e il suo aspetto." "Penso che tu abbia ragione" approvò il re diavolo. E ordinò: "Ragazzi, continuate le ricerche e non lo lasciate assolutamente uscire di qui." È il gioco del destino: Dopo l'astuzia, manchi di accortezza. Qui ti può salvar solo la prodezza. Se in fin dei conti non avete idea di come il Novizio si cavò dai pasticci, verrete a saperlo ascoltando il seguito. 第071回 UN CANE LUPO DI PELO GIALLO · IN CUI SCIMMIOTTO, SOTTO FALSO NOME, VINCE IL MOSTRUOSO CANE LUPO; E LA PUSA GUANYIN FA LA SUA APPARIZIONE PER SOTTOMETTERE IL RE DIAVOLO. Che la sensualità sia vacuità è risaputo; si dice anche che la vacuità è sensualità. Chi comprende questa profonda verità non ha bisogno di trasmutare polvere di cinabro. Bisogna sopportare pene e fatiche, senza rinunciare a una condotta irreprensibilmente virtuosa. Quando verrà il momento e il lavoro sarà compiuto, rivolgerai al cielo il volto dell'immortale che vive nell'eternità. Il racconto ci ha detto come Rivale del Pianeta Malefico fece sbarrare le porte prima di mettersi alla ricerca di Scimmiotto. La caccia proseguì fino a sera con grande impegno e agitazione, ma non diede frutto. Infine il re diavolo convocò le sue truppe nel Padiglione degli Scorticati per dare le consegne. Ogni porta doveva essere adeguatamente vigilata, le guardie dovevano chiedere la parola d'ordine, agitare le campanelle, battere il tamburo e schioccare le nacchere. Le ronde dovevano pattugliare con sciabola sguainata e freccia all'arco. Il moscerino Scimmiotto si era posato sull'architrave; quando li vide occupati ad adottare tante severe misure, pensò bene di andare in visita dalla regina. La trovò scoraggiata e accasciata, che piangeva e gemeva. Si posò sulla nera nube dei suoi capelli scompigliati e la sentì dire: "O signore! Di certo ci è accaduto, nelle vite anteriori, Di fare un passo falso, bruciare bastoncini Incrinati d'incenso. Dopo tre lunghi anni Che siamo separati, mi è giunto il tuo messaggio. Ma per quel malinteso sopra i sonagli d'oro È morto il messaggero, perduta ogni speranza. Eppure il mio pensiero solo a te so rivolgere." Scimmiotto si spostò dietro il lobo dell'orecchio e bisbigliò: "Rassicuratevi, dama Santo Palazzo. Sono ancora il reverendo Scimmiotto, quello che vi era stato inviato dal vostro re: non sono morto. Sono stato incauto nel maneggiare i sonagli e non sono riuscito a disimpegnarmi in tempo quando mi hanno aggredito; perciò ho preferito trasformarmi in moscerino e restare nascosto qui dentro. Che ne direste di riprovare? Non potreste trattare il mostro da moglie amorosa e portarvelo a letto? A me darebbe libertà di movimenti, e la possibilità di architettare qualcos'altro per liberarvi." La regina si spaventò; le venne il batticuore, tremava come una foglia e si sentiva svenire: "Sei uomo o fantasma?" "Né una cosa né l'altra. Al momento, come vi dicevo, sono un moscerino. Non abbiate paura; pensate a far venire qui il re diavolo." "Incubo, lasciami!" mormorò lei con un filo di voce, sbarrando gli occhi. Credeva di sognare. "Non volevo spaventarvi. Aprite la mano, che ci salto sopra e mi faccio vedere." Lei tese la sinistra e l'insetto si posò sul palmo delicato. Si sarebbe detto Un pisellino su un botton di loto, Ape sulla peonia, Un chicco d'uva in grembo ad un'ortensia, Un granello sul giglio. Santo Palazzo d'Oro levò il palmo della mano all'altezza degli occhi e chiamò: "Divino monaco!" "Eccomi qua" rispose Scimmiotto ronzando. Lei si dovette convincere e chiese: "Che cosa contate di fare, mentre distrarrò quel bruto?" "Gli antichi avevano due detti: la via dell'alcol è la più corta per giungere alla rovina; ma anche: bevi per dimenticare. In effetti l'alcol ha diversi usi. Il più efficace è di farlo bere agli altri. Chiamate una delle vostre cameriere: io prenderò le sue sembianze e potrò restarvi vicino senza destar sospetto, e agire al momento giusto." La dama chiamò: "Grazia di Primavera!", e una bella volpicina dal volto di giada venne a inginocchiarsi davanti a lei: "Ordinate, signora." "Fa accendere le lanterne di garza e bruciare muschio. Voglio invitare sua maestà a venire a letto." Sette od otto spiriti volpi e cerbiatte si munirono di lanterne e di bruciaprofumi e fecero ala alla signora, che si alzò con le mani incrociate sul petto. Nel frattempo Scimmiotto si era posato sulla bella volpicina e aveva mutato uno dei propri peli in un insetto del sonno: quando esso penetra nel naso, l'effetto è irresistibile. La ragazza si sentì invasa dal torpore e si diresse barcollando verso il letto, dove cadde riversa e ci restò a russare pacificamente. Scimmiotto prese il suo aspetto e si mise in fila con le altre cameriere. Quando un mostriciattolo informò il re diavolo che la signora veniva a trovarlo, egli uscì dal Padiglione degli Scorticati a incontrarla. "Grande re, ora che l'incendio è domato e quel brigante è scomparso, potreste venire da me a prendere un po' di riposo." "Signora" rispose lusingato il mostro, "vi sono davvero grato della vostra attenzione. Ma sono inquieto, perché quel brigante non è stato scovato ed è molto pericoloso. Non è altri che Scimmiotto Consapevole del Vuoto, che ha messo in fuga il mio ricognitore, ucciso il mio messaggero e si è fatto beffe di me in tutti i modi." "Evidentemente è riuscito a scappare. Non potete perdere il sonno per questo; venite con me!" Il diavolo era troppo tentato per rifiutare. Diede tutte le consegne di vigilanza e di prudenza, e seguì la regina nel palazzo posteriore con il corteo delle cameriere, fra cui la falsa Grazia di Primavera. "Servite a sua maestà del vino, per ristorarlo delle sue fatiche" ordinò la regina. "Mi farà piacere" disse il re diavolo. "Portatene molto, perché servirà a ristorare anche la signora." A mescere si apprestò appunto Grazia di Primavera, mentre le altre portavano tavoli e seggiole, e servivano frutta e piattini di cacciagione. Dopo il primo giro di coppe, la bella cameriera ne propose un secondo: "Questa è la prima volta che scambiate le coppe; doppio scambio porta doppia felicità." Dopo il secondo brindisi, Grazia di Primavera propose: "Maestà, per questo felice incontro con la signora, non converrà che le cameriere mostrino la loro abilità nel canto e nella danza?" Subito gli strumenti vennero accordati, e si continuò a bere fra canti e danze. Poi la signora fece ritirare le altre dietro il paravento e trattenne la sola Grazia di Primavera, che continuava a mescere. La signora mormorava paroline dolci, ed era così seducente che il re diavolo fondeva come neve al sole ed era pieno di voglie. Ma come affrontare quelle spine urticanti nascoste sotto le gonne? Il pover'uomo si trovava nella situazione del gatto che addenta una vescica: tanta eccitazione, nessuna soddisfazione. Dopo molti giochetti e risatine, la regina si arrischiò ad affrontare l'argomento che le premeva: "Il tesoro di vostra maestà non avrà subito danni?" "Non sarebbe facile danneggiare oggetti forgiati prima della separazione del cielo e della terra. È bruciata soltanto la pelle di leopardo che li avvolgeva." "E ora come li custodirete?" "Non c'è problema. Li ho appesi di nuovo alla mia cintura." Allora la falsa Grazia di Primavera, di soppiatto, si strappò alcuni peli, li ridusse in minuti frammenti e li soffiò addosso al re diavolo. I frammenti si trasformarono nelle tre specie di insetti odiosi: pulci, pidocchi e cimici. Essi si insinuarono sotto i vestiti e partirono selvaggiamente all'attacco. Il malcapitato cercò disperatamente di grattarsi, fece qualche preda e si avvicinò alla lampada per vedere di che cosa si trattasse: erano pulci belle grasse. La dama fu colta da un brivido di disgusto e osservò: "Presumo che la vostra biancheria non veda il bucato da qualche tempo." "Dio mio, non mi ero mai trovato addosso bestie come queste" esclamò il diavolo molto imbarazzato. "Hanno scelto il momento peggiore per coprirmi di vergogna." "Vostra maestà non si stia a vergognare" disse ridendo la dama. "Non si dice: anche l'imperatore ha le sue pulci, ma sono pulci imperiali? Levatevi gli abiti, vi aiuterò a ripulirli." Il diavolo si spogliò di buon grado. Grazia di Primavera osservava le bestiole che venivano alla luce a ogni successivo strato di vestiario: le pulci saltavano, le cimici succhiavano, i pidocchi formicolavano a grappoli interi. Sulla nuda carne, anche i sonagli d'oro che vi erano legati scomparivano sotto innumerevoli insetti. "Date qui, maestà" disse la cameriera, "bisogna fare piazza pulita di questa porcheria." Quando ebbe i sonagli in mano, mentre si dava l'aria di spolverarli, ne fabbricò di falsi mediante la trasformazione di un pelo e si nascose addosso quelli autentici. Poi, con una scossetta, ricuperò i peli già trasformati in insetti. Quando restituì i falsi sonagli puliti e lucenti, il re diavolo non sospettò l'inganno e li consegnò alla regina: "Mi raccomando, questa volta custoditeli con cura." La dama li prese cautamente e li depose in un cofano d'abiti, che chiuse con un lucchetto d'oro. Si trattennero a bere un altro po', finché la regina ordinò di preparare il letto d'avorio con coperte di seta: "Spero che vostra maestà vorrà dormire con me." "Magari potessi! Ma, sapete, non ho fortuna..." diceva il re diavolo. "Non oso farvi compagnia. Sarà meglio che mi prestiate una delle vostre cameriere, e che me la porti a letto nell'ala ovest." E se ne andò facendole tanti piccoli saluti gentili. Il gong e le nacchere suonavano mezzanotte. Il bravo Scimmiotto, che aveva raggiunto il suo scopo, si rese invisibile e, dopo avere ricuperato anche il pelo trasformato in insetto del sonno, si avviò al portone della grotta. Qui giunto, puntò la sua sbarra e le impresse il movimento che apre le serrature: catene e catenacci caddero a terra e i battenti si aprirono lentamente. Il Novizio uscì all'aperto, si allontanò di qualche passo e gridò con voce tonante: "Rivale del Pianeta Malefico, restituisci Santo Palazzo d'Oro!" Al grido ripetuto, la folla dei mostri grandi e piccoli fu messa in allarme e corse alla porta. I battenti erano spalancati. Prima di avvertire sua maestà, rimasero per un po' indaffarati, con le loro lanterne, a cercare e rimettere al loro posto i catenacci caduti al suolo. Le servette corsero a dire sottovoce: "Zitti, per carità! Sua maestà dorme." Per questa ragione, benché Scimmiotto facesse il diavolo a quattro, nessuno osava entrare a riferire il messaggio. Per farli decidere, il Novizio dovette picchiare la sua sbarra sul portone: a questo punto il baccano fu tale che si annunciò da sé. Il re saltò dal letto in mutande, e uscì a precipizio dalle cortine di garza per vedere che cosa succedeva. "Signore" spiegarono le servette inginocchiate, "non sappiamo chi sia. È qualcuno che passa la notte là fuori a gridare insulti, e adesso se l'è presa con il nostro portone." Ed ecco arrivare i mostriciattoli portinai, che si prosternarono e balbettarono: "Qualcuno, là fuori, ingiuria e reclama Santo Palazzo d'Oro. Abbiamo cercato di zittirlo, ma è un incredibile maleducato: risponde ai nostri rimproveri con parolacce immonde. Non vedendovi comparire, ha preso a battere sulla porta." "Non aprite! Chiedetegli chi è e da dove viene, e fatemi sapere che cosa risponde." Un mostricino tremante si accostò al portone e chiese: "Chi bussa?" "Sono il nonno! Devo riportare Santo Palazzo a Viola Porpora." Il mostro corse a riferire. Il diavolo si recò nei quartieri della signora per chiedere chiarimenti. Lei si alzò tutta spettinata e si aggiustò come poté per riceverlo, senza avere nemmeno il tempo di far toilette. Un altro mostriciattolo corse ad annunciare: "Quel signor Nonno ha buttato giù il portone." "Signora" chiese il diavolo, "c'è un certo Nonno fra i generali e capitani alla corte di Viola Porpora?" "Non ricordo davvero i loro nomi. Solo a corte c'erano quarantotto brigate e mille comandanti scelti; alle frontiere del paese, non so nemmeno quanti. Io mi occupavo solo della gestione di casa." "Questo intruso dice di chiamarsi Nonno. Non mi pare che sia un nome scritto nel Classico dei patronimici. Voi che siete più colta di me e avete avuto un'educazione nobiliare, avete mai letto o sentito un nome simile?" "Non saprei. Sarà forse nel Testo dei mille caratteri?" "Ecco, sarà citato là dentro" esclamò il diavolo soddisfatto. Andò a indossare l'armatura, schierò le truppe e andò incontro al nemico impugnando l'ascia Spandi Fiori. Gridò con voce tonante: "Dov'è questo signor Nonno che viene da Viola Porpora?" Scimmiotto si fece avanti: "Eccomi qua, saggio nipote." "Ma come!" sbottò il mostro adirato. "Dove hai trovato la sfacciataggine di venirmi a sfidare, con quell'aspetto a metà tra il fantasma e il macaco?" "Brutto imbroglione!" gli rise in faccia Scimmiotto. "Sembri avere occhi in faccia, ma non ti servono a niente. Cinquecento anni fa, quando in cielo correvo la cavallina, non c'era dio o guerriero che non mi desse dell'onorevole; sta sicuro che chiamarmi adorato nonno non può farti che bene." "Sbrigati a farmi sapere come ti chiami, e quali sono le tue referenze militari." "Male t'incoglie a chiedermelo: quando te l'avrò detto, non saprai più dove nasconderti. [...]". Udito il racconto della vita e delle gesta di Scimmiotto, il re diavolo commentò: "Dunque sei quel tizio che combinò tanti guai in paradiso. Ma se ora proteggi il monaco cinese che si dirige a occidente, perché non vai con lui per la tua strada? Che bisogno avevi di immischiarti nei fatti degli altri e di comportarti da servo del re di Viola Porpora?" "Brigante che non sei altro!" gridò Scimmiotto. "Non sai quello che dici. Il re di Viola Porpora mi rende i più alti onori. La mia dignità è molto più elevata della sua: lui mi onora come un antenato e mi serve come una divinità. Come osi darmi del servo? Tuo nonno si è proprio stufato. Ora vedrai, fellone ribelle." Il diavolo parò il primo colpo con il manico della sua ascia. Un bello scontro! Sbarra cerchiata d'oro A Piacer Vostro e ascia Spandi Fiori, più tagliente del vento; uno sprizza faville, l'altro digrigna i denti. Sputano nebbie e brume fino ai palazzi del cielo, sollevano un polverone da offuscare l'Orsa Maggiore: vanno, vengono, ribattono i colpi, girano e rigirano come saette. Uno vuol riportare la regina nella capitale, l'altro vuole tenerla per sé. Una cinquantina di riprese non decisero l'esito, ma convinsero il re diavolo che, ad armi pari, quell'avversario era un osso troppo duro per lui. Perciò propose: "Fermiamoci un momento, Scimmiotto. Non mi hai dato nemmeno il tempo di far colazione; mangio qualcosa e ritorno subito da te." Scimmiotto capì benissimo che l'intenzione era di andarsi a munire dei sonagli. Abbassò l'arma e disse: "Il prode non insegue la lepre sfiatata. Buon appetito, e torna subito a farti conciare per le feste." Il mostro rientrò in casa e corse dalla dama: "Presto, datemi il mio tesoro." "Che cosa intendete farne?" "Mi serve contro quell'imbroglione del mio avversario. Non si chiama Nonno, è il maledetto Scimmiotto. Non è facile da battere, ma se uso i sonagli lo brucio in un baleno." La dama tergiversava, ma non osò resistere alle sue insistenze per non destar sospetti; gli consegnò i sonagli e, non appena il mostro corse fuori, si sciolse in lacrime al pensiero della brutta fine che il suo paladino stava per incontrare. Il mostro si collocò con il vento alle spalle e gridò: "Guarda, Scimmiotto, che bei giocattoli ho portato." "Niente male" rise il Novizio. "Ma anch'io ho i miei." "Di che cosa si tratta? Fammi vedere." Scimmiotto, per ordine, ridusse la sua barra alle dimensioni di un ago da ricamo, se la infilò dietro l'orecchia e cavò flemmaticamente dalla cintura i tre sonagli, che tra parentesi erano quelli autentici: "Ecco qua." "Che strano!" si meravigliò il mostro. "Come mai sono identici ai miei? A fabbricarli insieme, ne uscirebbe pur sempre qualche graffio diverso o segno particolare: qui non si vede la minima differenza. Da dove vengono?" "E i tuoi da dove vengono, saggio nipote?" "I miei" rispose ingenuamente il mostro "vengono dal profondo della Via Lattea; furono Da Laozi raffinati nel forno Otto Trigrammi." "Anche i miei" rise Scimmiotto. "Come fu?" "Il patriarca del Tao, raffinando elisir, Mise a cuocere in forno anche questi sonagli. Due volte tre fa sei: sono tesori in serie. Se quelli sono i maschi, i miei sono le femmine." "Non sono mica bestie" obiettò il re diavolo. "Come si distinguerebbero sonagli maschio da sonagli femmina? La sola differenza che conta è che cosa sanno fare quando li si scuote." "Giusto, proviamoli. Comincia tu." Il diavolo li agitò uno dopo l'altro, senza ottenere niente: né fuoco dal primo, né fumo dal secondo, né sabbia dal terzo. "Che strana faccenda" borbottava preoccupato. "Saranno di quella specie di maschi che si fanno metter sotto dalle loro femmine: gli basta vederle, per non saper più che pesci pigliare." "Saggio nipote" sghignazzò Scimmiotto, "adesso è il mio turno: sta a vedere." La brava scimmia impugnò i tre sonagli e li scosse tutti insieme: ed ecco scaturire vampe scarlatte da illuminare tutta la montagna, torrenti di fumo da oscurarla, e sabbia gialla in quantità. Il grande santo si volse a sud ovest e ordinò: "Lévati, vento!" e quello incominciò a soffiare nella direzione più opportuna. Rivale del Pianeta Malefico, in mezzo all'incendio universale, si vide perduto senza via d'uscita. In quel momento, dall'alto del cielo, si udì un richiamo: "Consapevole del Vuoto, eccomi qua." Scimmiotto alzò la testa e vide la pusa Guanyin, con il suo vaso immacolato e il ramo di salice, che aspergeva le fiamme per spegnerle. Scimmiotto fece scomparire destramente i sonagli, mentre le gocce di rugiada benedetta eliminavano rapidamente ogni traccia d'incendio. "Scusate, grande compassionevole, se mi sono trovato inavvertitamente sul vostro cammino. Posso chiedervi dove siete diretta?" "Sono venuta a riprendermi questa creatura malefica." "Si può sapere chi è questo impudente, che vi costringe a mettervi in viaggio per venirlo a cercare?" "È il cane lupo di pelo giallo che adopero a volte come cavalcatura. Ha colto un momento in cui il suo custode dormiva, per spezzare con i denti la catena e fuggire quaggiù. È venuto a compiere la maledizione che gravava sul re di Viola Porpora." "A me risulta che ha umiliato il re e ha violato il buon costume cercando di stuprare la regina. In pratica, non ha fatto altro che combinare guai." "Non sai tutto. Quando l'attuale re era ancora principe ereditario, amava molto la caccia. Una volta si imbatté nei due figli, maschio e femmina, dell'illustre re e pusa Pavone e della madre-buddha dell'Ovest, e li colpì con una freccia. Il maschio ci lasciò le penne; la femmina, benché ferita, riuscì a ritornare a casa. Sua madre, addolorata, decretò che il colpevole sarebbe stato separato per tre anni dalla propria compagna, e afflitto dalla malattia che colpisce gli uccelli vedovati. Fui testimone di queste cose mentre andavo attorno a cavallo del mio cane lupo. Non mi resi conto che lui ascoltava tutto e non immaginai che si sarebbe incaricato dell'esecuzione. Ma ora i tre anni sono trascorsi e il tempo è scaduto. Tu sei arrivato al momento giusto, e per me è tempo di ricuperare il mio mezzo di trasporto." "Pusa, mettetela come volete, ma questa brutta bestia ha trasgredito un bel po' di leggi e meritato la pena di morte. Visto che siete venuta fin qui, non pretendo di arrivare a tanto, ma un castigo ci vuole. Diciamo che potrei dargli venti bastonate; dopo di che ve lo porterete via." "Consapevole del Vuoto" rispose Guanyin, "sai benissimo che, dopo venti bastonate di quelle che dài tu, mi riporterei a casa un cencio senza vita. Devi concedere l'indulgenza plenaria; fallo per riguardo a me." Scimmiotto non osò opporsi, e si accontentò di commentare: "In ogni caso sarà bene che non lo lasciate andare in giro solo: è un pericolo pubblico." "Su, brutta bestia" gridò la pusa al cane, "si torna a casa! Che cosa credi di esserti meritato?" La bestia riprese il suo normale aspetto, scosse il pelo e si avvicinò docilmente. La pusa gli sedette in groppa, ma si accorse che dal collare mancavano i tre sonagli. "Consapevole del Vuoto, tirali fuori!" "Non so di che cosa parliate." "Furfante di una scimmia, non farmi perdere la pazienza e restituisci i sonagli" si mise a urlare Guanyin. "Chi altri avrebbe messo le mani addosso a questa bestia, a rischio di farsi mangiar vivo?" "Davvero, non so dove siano finiti" insisté Scimmiotto arrischiando un sorriso di sbieco. "Ho capito. Tu non hai visto i sonagli, e io allora recito l'incantesimo del cerchio." "Ferma, per carità" supplicò Scimmiotto spaventato. "Scherzavo: eccoli, i vostri sonagli." È il caso di dirlo: Chi ha staccato i sonagli dal collare? Chi prima li attaccò lo può spiegare. La pusa sistemò il collare della sua cavalcatura e montò in alto diretta verso i mari del Sud, Dei fior di loto facendo cuscino, Col corpo avviluppato in fili d'oro. Scimmiotto, da parte sua, penetrò nella Grotta dell'Unicorno e fece piazza pulita di tutti i mostri che conteneva. Poi si rassettò e andò a invitare Santo Palazzo a ritornare dai suoi. La regina lo accolse con molte gentilezze e lui le raccontò tutti i particolari delle ultime vicende e degli antefatti. Quindi si procurò un mucchio di morbida paglia e l'annodò in forma di drago: "Ora, signora, sedetevi qui sopra e chiudete gli occhi. Non abbiate paura: la nostra destinazione è il palazzo reale, da vostro marito." Mentre Scimmiotto usava i suoi poteri magici, la dama gli ubbidiva scrupolosamente: udì soltanto il vento sibilare nelle orecchie. In meno di un'ora raggiunsero la città. Scimmiotto gridò: "Ora, signora, potete aprire gli occhi." La regina li spalancò, e riconobbe le torri e i padiglioni che le erano familiari. Piena di gioia, si alzò dal drago di paglia su cui era seduta e corse alla sala d'udienza, seguita dal Novizio. Il re scese dal trono a precipizio per andarle incontro, ma, quando tese la mano a toccarla, la ritrasse gemendo: "Dio, che male!" e cadde svenuto. Porcellino scoppiò a ridere: "Ma guarda che sfortuna! La desiderava tanto, che quando l'ha rivista è caduto morto." "Scemo" gli disse Scimmiotto, "vorrei vedere te." "Devo provare ad abbracciarla?" "A tuo rischio, caro mio. A questa signora sono cresciuti degli aculei velenosi su tutto il corpo. Il mostro che l'aveva rapita non poté mai toccarla: ci provò una volta all'inizio, e sentì un tale dolore che bastò a tenerlo alla larga per tutti i tre anni successivi." "Ma allora, come faremo?" chiedevano allarmati i funzionari, a sentire queste spiegazioni. Intanto le mogli Palazzo d'Argento e Palazzo di Giada si prendevano cura del re, lo facevano ritornare in sé e lo aiutavano ad alzarsi. Mentre tutti erano disorientati, una voce dall'alto gridò: "Eccomi, grande santo!" Scimmiotto alzò gli occhi e vide: Gru battono le ali, lanciando i loro lunghi gridi; la brezza porta spirali di luce splendente. Brume e nuvole sembrano uscire dal mantello del nuovo arrivato. Ai piedi sandali di paglia di foggia insolita; in mano uno scacciamosche di barbe di drago; alla vita una cintura di seta. Erra qua e là sulla terra, a proprio agio e arbitrio, e dovunque annoda il destino degli uomini. È l'immortale della Nube di Porpora, sceso dalle alte sfere per disperdere l'incantesimo. "Qual buon vento ti conduce qui, Zhang Ziyang?" chiese Scimmiotto andandogli incontro. "Grande santo, l'umile immortale Zhang Boduan ti porge i suoi rispetti." "Da dove vieni?" chiese Scimmiotto. "Vengo da casa. Mi ero trovato a passare da queste parti tre anni fa, mentre andavo dal Buddha per una congregazione. Vidi la prepotenza che subiva il re e m'inquietai per l'afflizione della regina: se il mostro se la fosse portata a letto, in dispregio ai buoni principi, la storia non avrebbe potuto concludersi come se niente fosse stato. Presi allora un vecchio vestito di fibre di palma e lo trasformai in un bell'abito da sposa dei cinque colori, nuovo di zecca. Lo presentai come regalo di nozze; quando la regina se lo infilò, le fibre si trasformarono in aculei velenosi rivolti all'esterno e si radicarono sulla sua pelle. Ora che ho appreso come il tuo intervento sia stato coronato dal successo, sono venuto a rimettere le cose al loro posto." "Grazie, amico mio; fai quello che devi." L'immortale si avvicinò alla regina e le puntò contro il dito: subito il vestito di fibre cadde a terra e lasciò il suo corpo più liscio che mai. L'immortale raccolse il vestito, lo scosse e lo ripiegò: "Ora scusa tanto, grande santo, devo correre via." "Aspetta; il re ti vorrà ringraziare." "Non è il caso che si disturbi" rispose ridendo l'immortale; fece una riverenza e volò via. Re, regina e cortigiani pregarono per un pezzo, rivolti al cielo. Poi si aprì il padiglione dell'est e incominciarono le feste di ringraziamento in onore dei quattro pellegrini. Mentre si mangiava allegramente, Scimmiotto gridò: "Maestro, fate vedere quella dichiarazione di guerra!" Il reverendo se la tolse dalla manica e la porse al Novizio, che a sua volta la presentò al re spiegando: "Questo documento era indirizzato a voi; lo portava il giovane messaggero cui ruppi la testa e di cui vi mostrai il corpo. Fu con il suo aspetto che mi presentai nella grotta del mostro e riuscii a giungere fino alla regina; per quanto entrare risultasse più facile che uscire." Tutti gli avvenimenti furono narrati con abbondanza di particolari. "Il felice successo" aggiunse Tripitaka a mo' di conclusione, "è dovuto in primo luogo alla fortuna che accompagna la saggezza di vostra maestà; il merito del mio indegno discepolo viene solo al secondo posto. Il banchetto che ci avete offerto si può ben dire perfetto. Vi ringraziamo, ma ora è giunto per noi il momento di prendere congedo: non possiamo ritardare ulteriormente il nostro pellegrinaggio a Occidente." Le preghiere del re di prolungare il soggiorno non ebbero successo, ed egli si decise a vistare i passaporti e a far preparare la carrozza reale; invitò Tripitaka a salirvi, mentre lui con la regina e le altre spose l'avrebbero tirata. Furono così accompagnati fino al punto in cui presero commiato. È il caso di dirlo: Purga il destino ogni malinconia, Lo spirito riposa nell'assenza D'ogni pensiero. Quali avvenimenti lieti e tristi sarebbero seguiti a questa partenza? Ascoltateli nel prossimo capitolo. 第072回 LE FANCIULLE RAGNO · NELLA GROTTA DELLE RAGNATELE I SETTE AFFETTI SVIANO LA MENTE. ALLA SORGENTE DELLA PURIFICAZIONE PORCELLINO METTE A DURA PROVA LA SUA BRUTTA FACCIA. Il racconto ci ha narrato come Tripitaka, congedatosi dal re di Viola Porpora, riprese il suo cammino. Quante montagne e pianure dovette percorrere, quanti corsi d'acqua guadare! Dopo l'autunno giunse l'inverno, che fu sostituito dalla splendente primavera. Maestro e discepoli camminavano godendo appunto il rinnovarsi della vegetazione, quando scorsero a qualche distanza un romitaggio circondato da un boschetto. Tripitaka si fermò sul ciglio della strada e smontò da cavallo. "Maestro" domandò Scimmiotto, "perché ci fermiamo? Non ci sono ostacoli in vista." "Non hai riguardo!" lo rimproverò Porcellino. "Il maestro è stanco di cavalcare, vorrà tirare il fiato." "Non è per tirare il fiato. Vedo laggiù un'abitazione, e vorrei mendicare qualcosa da mangiare" disse Tripitaka. "Vedi che non avevi capito?" rise Scimmiotto. "Andrò io a mendicare. L'adagio dice: maestro per un giorno, padre per la vita. Si è mai visto che i discepoli se ne restino seduti e mandino a mendicare il proprio maestro?" "Lasciate fare a me" replicò Tripitaka. "Una volta tanto la meta è a portata di mano: non bisogna andarla a cercare chissà dove, a distanze che non siano alla mia portata." "Maestro" intervenne Porcellino, "non sono d'accordo. Dice il proverbio: se tre persone vanno insieme, i pesi toccano al più giovane. Voi siete della generazione dei padri, noi di quella dei figli. Come dicono i vecchi libri, tocca a noi darci da fare. Lasciate che vada il vostro vecchio Porcellino." "Fratelli" li ammonì Sabbioso, "non contrariate il maestro, o gli farete passare l'appetito." Porcellino trasse dunque dalla sacca la ciotola delle elemosine e la consegnò a Tripitaka, che si diresse verso la proprietà. Era davvero un bel posticino. Sul bordo del boschetto d'alberi antichi, s'incurva l'arco di un ponte di pietra che scavalca un ruscello frusciante. Il canto degli uccelli sale dal boschetto. La piccola capanna oltre il ponte è di linee semplici ed eleganti, un vero romitaggio di immortali. La finestrella coperta di edera potrebbe ornare il più pittoresco tempio taoista. Laggiù quattro belle ragazze ricamano disegni di fenici. Il reverendo, alla vista delle ragazze, non osò farsi avanti. Evidentemente in famiglia non c'erano figli maschi. Si teneva nascosto dietro agli alberi che crescevano all'imbocco del ponte, e guardava quelle bellezze con tanto d'occhi. Esse mostravano Solido cuor di donna e natura gioiosa. Adornate di rose, con le labbra scarlatte, Sopracciglia sottili di sicuro disegno E crocchie di capelli come ali di cicala. Ferme tra i fiori, le api sarebbero venute Certo a suggerne il nettare, scambiandole per fiori. Restò lì per un'ora, senza saper che fare. C'era un gran silenzio, senza canto di gallo né abbaiar di botolo. Si diceva: "Che figura farò con i miei discepoli? Si dirà che un maestro tanto incompetente da non saper nemmeno mendicare, non può certo guidare i suoi fino al Buddha." Non trovando alternative, il reverendo finì per arrischiarsi sul ponte, benché il cuore gli dicesse che commetteva uno sbaglio. Vide allora un chiosco di legno di sandalo, in cui altre tre ragazze giocavano a palla(58); erano diverse dalle quattro ricamatrici. Sventolano le larghe maniche turchese, si agitano le gonne pieghettate. Dalle maniche spuntano ditini di giada, come teneri germogli di bambù. Le gonne svelano minuscoli fior di loto. La grazia di quei corpi è perfetta, nei movimenti vivaci. Tengono alta la testa e muovono le gambe con decoro e misura. Se avanzano, è gettar fiori oltre il muro; se indietreggiano, la grande traversata dell'oceano. Raccolgono i colpi con calma e li rinviano con precisione; sanno rinviare con l'anca e bloccare col piede. Sono vere virtuose; quando il colpo è buono, applaudono entusiaste. Ma ormai sono tutte sudate, il belletto si scioglie sul viso, gli abiti di garza sono zuppi. L'eccitazione si calma, l'attenzione diminuisce e il gioco langue. Non si finirebbe mai di descrivere il grazioso spettacolo. Ne parlano anche dei versi: Fanciulle a primavera giocano con la palla. Il sudore sui volti fa gocce di rugiada, La polvere si posa sui fini sopraccigli Come sopra le foglie del salice al ruscello. Da quelle lunghe maniche spuntan dita sottili, Le gonne pieghettate rivelano i piedini. Il gioco appassionato le lascia senza forze, Piene di seduzione coi capelli in disordine E il petto sollevato dal respiro affannoso. Tripitaka guardava e guardava; alla fine si sentì in obbligo di avanzare di qualche passo e gridare: "Care pusa, il destino del povero monaco che sono lo costringe a nutrirsi chiedendo l'elemosina." Le ragazze lasciarono subito, chi il ricamo, chi la palla, e gli vennero incontro con risa e piccoli gridi: "Scusateci, reverendo, non vi avevamo visto. Venite a sedervi: non possiamo certo offrirvi l'elemosina in mezzo alla strada." Tripitaka si diceva: "Meno male. L'Occidente è proprio terra del Buddha: anche le donne si sentono in obbligo di nutrire i monaci. Chissà quanto sarà grande la pietà degli uomini." Salutò compunto e le seguì fino alla capanna. Si accorse che, oltre a quella e al chiosco di legno di sandalo, non c'erano altri edifici. Si vedevano soltanto cime alte fino alle nuvole di una catena montuosa estesa fino al mare. Nove curve e nove meandri vegliano sulla porta oltre il ponte. Il frutteto è piantato di prugni e peschi carichi di frutti. Liane pendono dagli alberi. Si spande intorno il profumo di diecimila orchidee. Vista dall'esterno, la residenza rupestre è degna delle Isole Felici, il paesaggio montano è più bello del Monte Hua. È un ritiro lontano da ogni abitato, ma è rifugio di immortali perversi. Una delle ragazze spinse un battente di pietra della porta e invitò il monaco a entrare; il reverendo ubbidì. Dentro tutto era di pietra, anche il tavolo e i sedili; l'atmosfera era cupa e fredda. Tripitaka si sentì invadere dall'inquietudine: "Questo posto non promette niente di buono." Le ragazze erano sempre allegre e ridenti, e lo circondarono per farlo sedere. Lui ubbidì nuovamente, ma un brivido gli corse nella schiena. "Da quale monastero venite, reverendo?" chiesero le ragazze. "Perché raccogliete fondi? Dovete costruire ponti, riparare strade, fondare una pagoda, innalzare una statua al Buddha, stampare sutra? Ci fate vedere il registro delle sottoscrizioni?" "Io non sto raccogliendo sottoscrizioni." "E allora che cosa siete venuto a fare da queste parti?" "I grandi Tang dell'Est mi mandano a cercare le scritture nel Monastero del Colpo di Tuono del paradiso occidentale. Passavo per la vostra nobile regione, e la fame mi ha spinto ad accostarmi alla vostra sontuosa residenza per chiedere in elemosina un semplice pasto, con l'intenzione di ripartire subito." "Benissimo. Dice l'adagio: più strada ha fatto il monaco, più sutra ha letto. Sorelle, accontentiamo il nostro ospite: prepariamogli un pasto di magro." Tre ragazze gli tennero compagnia, e discussero dottamente con lui delle cause germinali e circostanziali del karma. Le altre si indaffaravano in cucina: rimboccarono maniche e gonne, nettarono le pentole e accesero il fuoco. Volete sapere i segreti della loro cucina? Misero al fuoco grasso umano e lo bruciarono ben bene, perché non fosse facile distinguerlo dalla pasta di glutine. Misero a friggere cervello umano per presentarlo in luogo del formaggio di soia. Poi portarono i piatti in tavola e dissero al reverendo: "Servitevi! Non abbiamo avuto il tempo di preparare un pasto più ricco, ma questo basterà a saziare l'appetito; e se non basta, ce n'è dell'altro." Il reverendo annusò quegli odori di carne corrotta, e la gola gli si serrò. Si inchinò, giunse le mani e disse: "Care pusa, io ero vegetariano ancor prima di nascere." "Ma reverendo" fecero le ragazze, scoppiando a ridere, "questi sono appunto piatti vegetariani." "Amitâbha! Se mangiassi vegetali di questa specie, non riuscirei mai a raggiungere il reverendo dei reverendi e a ottenerne le scritture." "Voi che avete lasciato la vostra famiglia, dovreste mangiare quello che vi dànno, e non fare tanto lo schizzinoso." "Non è certo la mia intenzione. Da quando sono stato incaricato della mia missione, lungo tutta la strada dell'Ovest mi sono guardato dall'attentare alla vita, anche la più umile, e non ho incontrato sofferenza che non abbia lenito. Mi sono cibato grano a grano, e vestito filo a filo. Come oserei ora fare lo schizzinoso con le mie donatrici?" "Se non siete schizzinoso" insistettero ridendo le ragazze, "perché prima vi fate invitare e poi vi lamentate dell'offerta? Certo questo è cibo grossolano e insipido, ma che cosa vi costa assaggiarlo?" "Non oso davvero, perché violerei il divieto di mangiar carne. Lasciare libero un essere vivente è ancor più meritevole che nutrirlo: spero che ve ne ricorderete, care pusa. E ora, lasciatemi andare." Ma le ragazze gli sbarrarono la strada: "Pensi che rinunciamo a un buon affare che ci è piovuto in casa senza che lo cercassimo?" gridavano. "Se ti è sfuggito il peto, non lo riprendi con le mani! Dove credi di andare?" Erano ragazze sportive, addestrate nelle arti marziali, svelte di piede e di mano. Afferrarono Tripitaka e lo gettarono giù come un vitello. Quando fu con le spalle a terra, lo legarono stretto e lo appesero alla trave maestra, nell'atteggiamento detto l'immortale mostra la via: infatti è una posizione in cui un braccio è teso in avanti, l'altro serrato contro il corpo e i piedi all'indietro. In questa scomoda posa il reverendo si trovò a penzolare dal soffitto a pancia in giù, appeso a tre corde. Tratteneva a stento le lacrime e si diceva: "Ma guarda che crudele destino! Credevo di chiedere l'elemosina a brave persone, e sono caduto nella Geenna. Discepoli miei, venite a soccorrermi o non mi rivedrete più. Se rimango per qualche ora in queste condizioni, renderò l'anima." Benché immerso nei tormenti, il reverendo osservava le manovre delle ragazze. Dopo averlo appeso, si spogliarono. Tripitaka pensava allarmato: "Dio mio, si spogliano per mettersi a loro agio e battermi, o magari mangiarmi!" In realtà le ragazze si limitarono a sbottonare le camicette e mettere a nudo l'ombelico; ciascuna ne cavò un bolo di seta grosso come un uovo d'anitra, e lo filò in mille fili argentei e sottilissimi. In breve ne coprirono tutta la porta. Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso erano rimasti sul ciglio della strada. Uno faceva pascolare il cavallo, l'altro badava ai bagagli; intanto il Novizio, da quel capriccioso che era, saltava di ramo in ramo, strappando foglie e cercando frutti. D'un tratto vide qualcosa baluginare e balzò giù dall'albero su cui si trovava gridando: "Andiamo male, il maestro è nei guai. Non vedete che cosa accade laggiù?" E con la mano indicava la capanna. Porcellino e Sabbioso guardarono, e videro al posto della porta un riquadro bianco e brillante, che splendeva più dell'argento. "Sono mostri!" gridò Porcellino. "Andiamo all'attacco!" "Saggi fratelli" li moderò Scimmiotto, "non sappiamo di che cosa si tratti. Aspettatemi, che andrò in avanscoperta." "Sta attento, fratello!" esortò Sabbioso. "So io che cosa devo fare" rispose Scimmiotto. Il grande santo si strinse alla vita la gonnella di pelle di tigre, brandì la sbarra cerchiata d'oro e in pochi lunghi passi fu sul posto: il riquadro era un tessuto di mille fili di seta incrociati, spessi come funi. A toccarli erano morbidi e appiccicosi. Senza sapere di che cosa fossero fatti, Scimmiotto levò la sua sbarra e si disse: "Butterò giù tutto, anche se i fili non fossero mille ma diecimila." Ma poi si trattenne: "Sono corde morbide e tenaci, non è detto che si rompano. Prima di compiere atti di ostilità senza sapere con chi ho a che fare, è meglio che raccolga informazioni." Da chi raccogliere informazioni? chiederete voi. Fece un passo magico, recitò una formula e convocò la divinità locale. Il vecchio tudi, nel suo tempio, si mise a girare in tondo come se fosse addetto a girare la macina. "Che ti prende, vecchio mio?" gli chiese sua moglie. "Ti agiti come un montone con il torcicollo. Férmati, che mi dài noia." "Se sapessi in che pasticcio mi trovo! È arrivato il grande santo, e non sono andato ad accoglierlo. E lui ora mi ha convocato." "Vallo a vedere, che male c'è? A che cosa ti serve girare in tondo?" "Il fatto è che ha una sbarra di ferro pesantissima, e picchia la gente per una parola in più o in meno." "Ma vedrà subito che sei un vecchio citrullo, e non ti farà del male." "Quello lì passa la vita a bere vino a credito, e di vecchi ne ha già picchiati tanti." La coppia continuò a discutere per un po', ma alla fine il tudi, in mancanza di alternative, dovette presentarsi e si inginocchiò tremante sul ciglio della strada. "Grande santo, il tudi di questo luogo si prosterna umilmente davanti a voi" lagnava con voce flebile. "Alzati" disse Scimmiotto, "e non far finta di essere premuroso, dopo che mi hai fatto aspettare un bel pezzo. Non ti ho chiamato per batterti. Sono qui di passaggio, ma ho bisogno di informazioni su questi posti." "Che strada avete seguito per arrivare qui?" "Quella dell'Ovest, venendo da est." "Avete passato una catena di montagne?" "Si capisce." "Quelli sono i Monti delle Ragnatele, e qui c'è la Grotta delle Ragnatele dove vivono sette mostri." "Maschi o femmine?" "Sono femmine." "Quali sono i loro poteri?" "L'umile divinità che sono ha un prestigio così insignificante ed è così debole che non lo sa. Tutto quello che so è che a tre leghe da qui, verso sud, c'è una sorgente di acqua calda che si chiama Purificazione. Una volta sette fate del mondo di Sopra venivano regolarmente a farci il bagno. Le orchesse, quando arrivarono, s'impadronirono della sorgente; le fate si ritirarono senza opporre resistenza. Vuol dire che i mostri erano più forti di loro." "E che cosa se ne fanno, della sorgente?" "Vanno a bagnarsi tre volte al giorno. Ci sono state alle dieci; la prossima volta sarà intorno a mezzogiorno." "Vai pure, tudi" disse Scimmiotto. "Ci penso io a quelle signore." Il vecchio tudi si prosternò di nuovo; quando tornò al suo tempio, tremava ancora di paura. Il grande santo si trasformò in una mosca e si posò su un ciuffo d'erba, in attesa. Poco dopo si udirono dei rumori: dapprima un crepitio, come di insetti che mangiano foglie, poi un rombo come quando sale la marea. In metà del tempo necessario a vuotare una tazza di tè, il tessuto lucente scomparve e la porta ricomparve come prima. Poi si sentirono stridere i cardini e vennero fuori, ridendo e scherzando, le sette ragazze. Scimmiotto le guardava dal suo nascondiglio, mentre avanzavano per strada tenendosi per mano e chiacchierando gioiose. Erano proprio carine: Lisce come la giada, profumate Come fiori dotati di parola; Sui loro volti, fini sopraccigli E bocche rosse come le ciliegie. "Hai capito che cosa attirava là dentro quel marpione del maestro?" sghignazzò Scimmiotto fra sé. "Ecco spiegato perché voleva andar solo. Devono averlo catturato, ma per il loro appetito non è una gran preda. Se lo mangiano, basta appena per un pasto; se vogliono farsi montare, non sopravviverà due giorni. Speriamo che non l'abbiano già distrutto. Sentiamo che cosa dicono e quali intenzioni hanno." Ronzò via leggero e si andò a posare sulla capigliatura della ragazza che camminava in testa. Mentre attraversavano il ponte, quella in coda gridò: "Sorelle, quel monacello carnoso sarebbe buono cotto al vapore. Quando si torna dal bagno, ci mettiamo al lavoro?" "È gente senza il senso dell'economia" si diceva Scimmiotto. "A bollirlo nel brodo risparmierebbero parecchie fascine." Le ragazze andavano verso sud; strada facendo si fermavano a cogliere fiori e a stuzzicarsi a vicenda con fili d'erba. La sorgente a cui giunsero era circondata da un bellissimo recinto. Il terreno era tappezzato da orchidee selvatiche, che mandavano un profumo intenso e inebriante. La ragazza che era in coda corse avanti per prima e spalancò la porta d'ingresso: ed ecco il bacino in cui si raccoglieva l'acqua calda fumante. Da dove veniva quell'acqua? Ascoltate: Quando il cielo e la terra si separarono, c'erano dieci soli nel firmamento. Il famoso arciere Hou Yi ne abbatté nove e lasciò in alto a brillare un solo corvo d'oro, quello che contiene l'autentico fuoco dello Yang supremo. I nove corvi abbattuti si mutarono in sorgenti di acqua calda. I loro nomi sono: Fresco Odoroso, Compagna del Monte, Acqua Calda, Orientali Uniti, Montonda, Pace Filiale, Gran Turbine e Bolliacqua, alle quali si aggiunge questa: Purificazione. Lo dice anche una poesia: Non sente né l'inverno né l'estate: Eterna primavera o sempre autunno? Le onde son calde come nel bucato, O nella zuppa che cuoce in cucina. Fan maturar le messi, se le spargi; Se ti ci immergi, nettano ogni polvere. Quando le belle vengono a bagnarsi, Ne escono con la pella fresca e liscia Come la giada: scompare ogni traccia Di stanchezza, di sonno o dell'età. Le ragazze si spogliarono, saltarono nell'acqua e giocarono a schizzarsi. Scimmiotto si diceva: "Basterebbe rimescolare il calderone con la mia sbarra, e le ammazzerei tutte quante. Come si dice: gettar l'acqua calda sui ratti, per affogare la nidiata. Ma si direbbe male di me. Come dice l'adagio: l'uomo non attacca briga con le donne. Sarebbe indegno di un militare prendersela con le ragazze. Non le toccherò; ma occorre uno stratagemma che le imprigioni là dentro e impedisca loro di uscire dall'acqua: questo ci vuole." Il bravo Scimmiotto fece un passo magico, recitò una formula e si mutò in falco affamato. Piume di ghiaccio, occhi stellanti. Quando lo vedono, la volpe perversa sente le proprie anime sfuggirle, alla lepre astuta scoppia la milza dalla paura. Artigli d'acciaio, aspetto feroce e maestoso. Afferra quello che vuole e se lo mangia. Sale e scende, percorre mille leghe in un baleno, fora le nuvole: è un signore dello spazio. Prese il volo con un gran battito d'ali e afferrò con gli artigli tutti gli indumenti delle belle, che stavano appesi agli attaccapanni. Poi si allontanò e, giunto sulla strada, riprese il proprio aspetto e si ripresentò a Porcellino e Sabbioso. Il bestione, a vederlo, si mise a ridere: "Dove è andato a finire quell'impiastro di maestro? Al Monte di Pietà?" "Perché dici così?" chiese l'ingenuo Sabbioso. "Non vedi che il nostro condiscepolo se ne viene con le braccia piene di biancheria usata?" "Sono i vestiti che portavano le streghe" spiegò Scimmiotto posandoli a terra. "Sembrano molte, queste streghe" commentò Porcellino. "Infatti sono sette." "E come hai fatto a levargli tutto in un sol colpo?" "Non le ho spogliate io. Sono andate a lavarsi a una fonte di acqua calda, con l'intenzione di cucinare il nostro maestro dopo aver fatto il bagno. Io le ho seguite e ho saccheggiato lo spogliatoio. Non mi sentivo di rompergli le ossa, perché non si dica che me la prendo con le donne. Ma si vergogneranno di andare in giro senza niente addosso e resteranno per un bel pezzo in bagnarola. Noi intanto potremo liberare il maestro e riprendere la nostra strada." "Fratello, fai sempre le cose a metà" disse Porcellino. "Invece di ammazzarle e risolvere il problema, le hai lasciate là ad aspettare la sera. Di buio il pudore non sarà più un problema, e loro si vorranno vendicare. Anche se per ora non ci inseguissero, noi dovremo ripassare da queste parti sulla strada del ritorno, quando avremo ottenuto le scritture. Come dice il proverbio: se in viaggio devi proprio lasciare conti in sospeso, meglio quelli in sapeche che quelli in pugni. E se vengono a tagliarci la strada e vogliono attaccar briga, sei sicuro che avremo la meglio?" "Che cosa proponi di fare?" domandò Scimmiotto. "Secondo me, prima dobbiamo ammazzare le streghe e poi liberare il maestro. Questo è sempre il metodo migliore: sradicare le erbacce." "Io non mi ci sporco le mani. Va tu, se vuoi." Porcellino si sentì molto onorato; concentrò le energie e partì di buon passo con il rastrello in resta. Giunse alla sorgente, spinse l'uscio e trovò le sette ragazze rannicchiate nell'acqua che smozzicavano maledizioni contro il falco: "Maledetto sudicione! Che tu possa finire nella pancia di un gatto. E ora che si fa? Non possiamo andare in giro senza mutande." "Rispettabili pusa" disse loro Porcellino, senza riuscire a reprimere qualche risatina. "Eccovi qua che fate il bagno. Accettereste la compagnia di un monaco, per servirvi?" "Bonzo spudorato!" gridarono quelle, sdegnate. "Noi siamo ragazze di buona famiglia, non siamo bastardi senza tetto come te. Dopo l'età di sette anni, maschi e femmine fanno tavole separate, come dicono i vecchi libri. Come ti permetti di proporci di fare il bagno con noi?" "Il fatto è che sono proprio accaldato: c'è poco da scegliere. Vi piaccia o no, devo venire anch'io a far zuppetta con voi. I vostri vecchi libri e le vostre tavole, di cui non so niente, teneteveli pure." Posò il rastrello, si tolse la tunica nera e saltò in acqua con un grande tonfo. Le streghe gli si gettarono addosso, ma ignoravano di aver a che fare con un nuotatore provetto. In effetti, come toccò l'acqua, si trasformò in un grosso pesce siluro. Le orchesse cercavano di afferrarlo, ma non c'era verso: sgusciava loro fra le mani e fra le gambe, da tutte le parti. Per un po' nuotò in superficie, poi in profondità; alla fine le ragazze erano esauste, sfiatate e avevano perduto ogni speranza di poterlo mai acchiappare. Infine balzò fuori dall'acqua e riprese tunica e rastrello: "Eccomi qua!" Le streghe, spaventate, lo apostrofarono su tutt'altro tono: "Siete arrivato in aspetto di bonzo, in acqua siete diventato un pesce siluro inafferrabile, ora siete di nuovo un monaco. Si può sapere chi siete?" "Brutta banda di streghe, voi non mi conoscete. Sono discepolo del reverendo inviato dai grandi Tang a cercare le scritture: mi chiamo Consapevole delle Proprie Capacità, Otto Divieti, ammiraglio dei canneti celesti. Voi avete chiuso in dispensa il mio maestro e contate di mangiarvelo cotto al vapore. Capito? Il mio maestro! Cotto al vapore! Adesso mi porgerete le vostre belle testoline, e io ci appoggerò un colpetto di rastrello ciascuna. Così con voi la facciamo finita." Le orchesse erano terrorizzate; si inginocchiavano nell'acqua e supplicavano: "Sollecitiamo l'indulgenza di vostra signoria. Dovevamo avere buchi al posto degli occhi, per non arrivare a riconoscere il vostro maestro. È vero che lo abbiamo appeso a una trave, ma non gli abbiamo fatto del male. Speriamo che, nella vostra grande compassione, ci perdonerete e ci lascerete vivere. Siamo pronte a offrirvi provviste per il viaggio, e anche ad accompagnarvi lungo la strada, se volete." "Non se ne parla proprio" rispose Porcellino a muso duro. "Lo dice anche il proverbio: da quando mi ha imbrogliato il venditore di caramelle, non mi fido nemmeno di una parola dolce. Adesso vi darò le vostre rastrellate, e poi ciascuno per la sua strada!" Quel rustico zoticone non era tipo da farsi intenerire dalla fragilità femminile. Ma le streghe, messe alle strette, dimenticarono il pudore e pensarono solo a mettersi in salvo. Balzarono dall'acqua, coprendosi con le mani come potevano, e ricorsero a uno stratagemma: si cavarono dall'ombelico più seta che poterono e incominciarono ad avvolgerla alla disperata. In breve ne nacque un gomitolo gigantesco, in cui Porcellino si trovò impegolato. Levava gli occhi, e non vedeva più il sole. Alzava una gamba, e quella roba appiccicosa gli tratteneva il piede. Inciampava dappertutto: se voleva andare a sinistra, batteva la fronte per terra; se a destra, faceva un capitombolo; dietrofont, e si ritrovava col culo in terra. La testa gli girava, finì per non capire più niente; disteso al suolo, si mise a ronfare. Allora le orchesse lo lasciarono intrigato dentro il gomitolo, infilarono l'uscio e corsero a casa. Qui giunte, recitarono da lontano un incantesimo che fece scomparire il gomitolo, e corsero dentro la loro grotta. Sfilando davanti al monaco appeso al soffitto, facevano una risatina imbarazzata e si coprivano le vergogne con la mano. Nelle camere da letto trovarono vecchi abiti con cui si rivestirono, e uscirono all'aperto a chiamare: "Figlioli, dove siete?" Cercavano i loro figli adottivi, insetti che erano stati catturati nelle loro tele e che le avevano commosse per non essere mangiati; perché, come dice l'adagio, ogni bestia ha il suo linguaggio. Si chiamavano: ape, vespa, scarafaggio, cantaride, grillo, mosca e libellula. Avevano convinto le streghe a lasciarli vivere in cambio di periodiche testimonianze di affetto filiale. A primavera offrivano fiori, d'estate portavano erbe e frutti, e così via. Corsero dunque al richiamo e domandarono: "Care mamme, che cosa possiamo fare per voi?" "Figlioli, abbiamo fatto lo sbaglio di immischiarci negli affari di un monaco cinese che viene dalla corte dei Tang; il suo discepolo è venuto a molestarci mentre facevamo il bagno. Ci ha fatte vergognare e ci ha messe seriamente in pericolo. Ora voi dovete riunire i vostri sforzi per cacciarlo via. Quando ci sarete riusciti, ci rivedremo da vostro zio." Ciò detto se ne andarono a trovare il fratello; le loro lingue perverse avrebbero provocato altri guai, che racconteremo in seguito. Intanto gli insetti uscirono pieni di baldanza incontro al nemico. Porcellino, insonnolito e con la testa che ancora girava, aprì gli occhi e si rese conto che il gomitolo che lo aveva imprigionato era scomparso. Si alzò tutto indolenzito e si mise sulla strada del ritorno. Quando vide Scimmiotto, gli disse: "Fratello, mi sento la testa gonfia e credo di avere la faccia tumefatta." "Che cosa ti è capitato?" "Mi hanno imprigionato in certi loro fili, e mi hanno fatto cadere tante volte che mi sento la schiena rotta. Non riuscivo a muovere un passo. Ho potuto riprendere il controllo solo quando quel gomitolo è scomparso." "Non parliamone più" intervenne Sabbioso. "Hai combinato un bel disastro: ora quelle orchesse se la rifaranno sul maestro. Dobbiamo andare a soccorrerlo." I tre si misero in cammino; ma all'imbocco del ponte trovarono sette mostriciattoli che sbarravano la via: "Fermi tutti, non si passa!" "Mi fanno ridere" pensò Scimmiotto dopo averli misurati con un'occhiata. "Sono dei piccoletti di poco peso: il più alto non arriva a tre piedi, e il più pesante non farà dieci libbre." "Chi siete?" domandò. "Siamo i figli delle sette fatine. Voi avete offeso le nostre mamme, e adesso avete la sfrontatezza di presentarvi a casa nostra. In guardia!" Si slanciarono avanti in una gran mischia, agitando a più non posso tutti i loro numerosi piedi. Il bestione, che era di malumore, li affrontò a colpi di rastrello. Quando li ebbero assaggiati, ripresero le proprie forme e volarono via gridando: "Trasformazione!" E ciascuno si moltiplicò per cento, mille e diecimila: un immenso sciame di insetti. Vanno oscurando il cielo quelle mosche, Danzano le libellule nel sole; Api e vespe conducon l'avanguardia, Le blatte guastafeste se la prendono Con gli occhi. Cantaridi pungenti Lo colgono alle spalle, mentre i grilli Risalgono dal basso. La sua faccia Diventa nera da fare paura. Quel ronzio universale è uno spavento! Porcellino s'impaurì: "Hai un bel dire, fratello, che cercare scritture è facile; su questa maledetta strada dell'Occidente, persino gli insetti se la prendono con i viandanti." "Stai tranquillo, fratellino; adesso ce ne sbarazziamo." "E come si fa? Ne ho dieci strati sulla faccia, e da tutte le parti." "Sta buono che ci penso io." "Sbrigati, fratello" sollecitò Sabbioso. "Qui ce n'è per tutti: se perdi altro tempo, mi vedo già la testa ridotta come una zucca piena di tubercoli." Il grande santo si strappò un ciuffetto di peli, li masticò per ridurli in minuti frammenti e li sputò intorno, trasformandoli in uccelli da preda. "Che cosa borbotti?" chiedeva Porcellino. "Non si capisce niente del tuo gergo: poiaspar..." "Poiana, sparviero, falco, girifalco, avvoltoio, aquila pescatrice, albanella. Ai sette tipi di insetti, figli di quelle streghe, oppongo sette tipi di uccelli da preda." L'abilità di quegli uccelli era straordinaria: di becco, d'ala, d'artigli, abbattevano gli insetti a bizzeffe. In breve il suolo intorno si coprì di uno strato di bestiole morte alto un piede, e l'aria fu libera e pura. I condiscepoli si precipitarono nella grotta e trovarono Tripitaka appeso, che gemeva e sospirava. Porcellino gli disse: "Sapeste quanti capitomboli ho dovuto fare, mentre voi vi divertivate lassù!" "Lascia stare" esortò Sabbioso. "Tiriamolo giù." Fu Scimmiotto a tagliare le corde e a deporre al suolo il monaco cinese. I discepoli gli si affollarono intorno chiedendo: "Dove sono andate le streghe?" "Erano tutte nude!" raccontava Tripitaka. "Sono passate di qui tutte e sette, e sono andate a chiamare i loro figli." "Venite" disse Scimmiotto. "Andiamo a cercarle." E corsero, armi alla mano, nel cortile posteriore, ma senza trovare niente e nessuno. Frugarono nei cespugli, si arrampicarono sugli alberi, ma invano. "Sembra che se ne siano andate" disse Porcellino. "Lasciamole perdere" suggerì Sabbioso, "e riprendiamo la nostra strada." I tre discepoli accompagnarono il maestro al cavallo e lo fecero montare. "Avete visto, maestro, che l'elemosina è meglio lasciarla chiedere a noi?" "Discepoli" rispose Tripitaka, "d'ora in poi non me ne incaricherò di certo, dovessi morir di fame." "Badate al maestro" propose Porcellino, "mentre io butto giù questa baracca a rastrellate." "Non stare a faticar tanto" obiettò Scimmiotto. "Poche fascine faranno il lavoro più a fondo e con meno fatica." Il bestione riunì in breve pini morti, bambù spezzati, salici inariditi e liane disseccate: il tutto prese fuoco allegramente in un grande falò, che fece un fuoco d'inferno. Quindi maestro e discepoli ripresero tranquillamente il cammino. Voi però non sapete che ne sia stato delle streghe dopo quella partenza: apprendetelo dal prossimo capitolo. 第073回 LA SCOLOPENDRA, GRANDE DISTILLATRICE DI VELENI · OVE PASSIONE, GUIDATA DA RANCORE, CAGIONA AVVELENAMENTO; FELICEMENTE IL MAESTRO DELLO SPIRITO DISTRUGGE I DIABOLICI RAGGI. Si è detto come i pellegrini avessero raggiunto la strada maestra e ripreso il loro viaggio. Dopo un po' giunsero in vista di edifici e torri maestose. Il monaco cinese tirò le redini e chiese a Scimmiotto: "Discepolo, che sarà mai?" Scimmiotto osservò attentamente e vide sullo sfondo dei monti, torri e padiglioni, chioschi e terrazze. Davanti al portale c'è un fitto boschetto di varie essenze in cui scorre un ruscello; oltre la residenza si scorge un giardino fiorito. La candida garzetta si posa sul salice, come giada senza macchia nella bruma. Dai peschi giallo-ardenti giunge il canto del rigogolo. Nel prato verde scorrazzano spensierate coppie di cervi. Fagiani spiccano il volo dagli aceri rossi. La si direbbe la Grotta della Terrazza del Cielo di Liu e Ruan, residenza di immortali sul Monte Langfeng. "Maestro, non è residenza di nobili o re, e nemmeno di ricchi borghesi; questo è un eremitaggio taoista o un monastero buddista. Se ci accostiamo, ne sapremo di più." Tripitaka sferzò il cavallo, e in breve giunsero all'ingresso, dove una targa di pietra recava tre caratteri: TEMPIO DEL FIORE GIALLO Porcellino disse: "È una casa di preti taoisti; l'abito è diverso, ma le pratiche sono come le nostre." "Giusto" approvò Sabbioso. "Dunque potremo sostare e far riposare il cavallo. Se non darà troppo incomodo, potrebbero offrire un pasto di magro al maestro." Il reverendo smontò e i quattro entrarono. La seconda porta si adornava di due detti paralleli: Boccioli gialli, candida neve: residenza immortale. Erbe di diaspro, insoliti fiori: casa di piume. "Sarà un daoshi di quelli che giocano col fornello, trasmutano droghe sul fuoco di paglia e armeggiano tutto il giorno con il crogiolo" sghignazzò Scimmiotto. Tripitaka lo redarguì: "Zitto, non è mica tuo fratello. Non sono cose che ti riguardino: non farmi fare brutta figura." In effetti, quando giunsero davanti all'ingresso della sala principale, videro sotto il portico est un prete taoista occupato a preparare elisir. Ecco com'era vestito: Aveva in capo un cappello sgargiante con la falda dorata, la lunga veste nera come il corvo, calzature dalle punte all'insù verde bandiera, vita serrata in una larga fascia gialla alla Lü Dongbin. L'ampia faccia scura e rugosa come una zucca di ferro, occhi lucenti come fiammelle, un nasone musulmano alto e prominente, labbra da tataro. Nello spirito del Tao si nascondono tuoni e fulmini: era un daoshi coi fiocchi, da domar tigri e draghi. "Egregio immortale, l'umile monaco che vedete vi porge i suoi saluti" gli disse Tripitaka. Quello alzò il capo sorpreso, abbandonando i recipienti che stava manipolando, si aggiustò l'abito e scese i gradini incontro ai visitatori: "Scusate, maestro, se non vi ho fatto la debita accoglienza. Accomodatevi." Il reverendo entrò nella sala e vide troneggiare le immagini dei tre puri, davanti alle quali ardeva incenso nei bruciaprofumi. Tripitaka ne accese un bastoncino anche lui e si prosternò tre volte, prima di rivolgersi al daoshi. Due servi ebbero l'ordine di servire il tè e di portare frutta e dolci. La loro attività destò l'attenzione del nemico. Infatti il fratello di cui avevano parlato le sette streghe non era altri che quel daoshi, loro maestro nelle arti occulte. Si erano appunto rifugiate in casa sua ed erano intente a confezionare abiti, quando notarono il va e vieni dei servi: "Sono giunti ospiti? Per chi state preparando il tè?" "Sono arrivato quattro monaci, e il padrone ha ordinato di servire." "Fra loro non ci sarà per caso un bonzo grassottello dalla faccia anemica?" "Certo che c'è." "E un altro con orecchie larghe in modo inverosimile e un lungo grugno di porco?" "C'è anche quello." "Quando portate il tè, fate segno di nascosto al nostro maestro: gli dobbiamo dire una cosa importante." Il tè fu servito agli ospiti personalmente dal daoshi, che si rimboccò le maniche e porse la tazza a ciascuno di loro. Quando ebbero bevuto, un servo fece segno al padrone, che si alzò scusandosi: "Prego, restate seduti. Torno subito." E a un servo: "Riempi di nuovo le tazze e fa loro compagnia per un momento." Il reverendo e i discepoli ne approfittarono per farsi accompagnare a visitare la casa. Intanto il daoshi si vide circondato dalle donne, che gli si inginocchiarono davanti e gridavano: "Maestro e onorato fratello, dovete proprio ascoltare le vostre sorelline." "Mi perseguitate da stamane, quando siete arrivate. Prima ero impegnato nella preparazione di elisir che non tollerano la vicinanza di un forte yin; ora ricevo degli ospiti. Abbiate pazienza; quando avrò finito vi ascolterò." "Ma fratello, vi dobbiamo parlare appunto dei vostri ospiti; se aspettiamo che siano partiti, sarà troppo tardi." "Figuriamoci! Dovrei piantarli in asso per starvi ad ascoltare! Non potrei mostrarmi tanto incivile nemmeno se fossi uno qualsiasi, anziché un immortale di lunga pratica." Ma le donne gli si aggrappavano alle maniche: "Non vi arrabbiate, dovete starci a sentire a tutti i costi. Da dove vengono i vostri ospiti?" Il prete, aggrondato, non rispondeva. "Abbiamo saputo che sono dei bonzi." "E allora?" "Fra loro c'è un rotondetto pallido, e un altro con un lungo grugno e larghe orecchie. Gli avete chiesto da dove venivano?" "Come mai conoscete quei due? Li avete già incontrati?" "Voi non sapete in quale situazione ci siamo trovate. Il bonzo grassoccio è stato inviato dai Tang a cercare le scritture nel paradiso occidentale. Stamane è arrivato a casa nostra, e noi, che lo conoscevamo di fama, lo abbiamo catturato." "Che cosa volevate farne?" "Quel monaco si è coltivato attraverso dieci incarnazioni successive e si è formato un corpo di verità: mangiarne un pezzetto prolungherebbe indefinitamente la vita. Mentre facevamo il bagno alla Sorgente della Purificazione, l'altro monaco ci ha rubato i vestiti ed è entrato nella nostra vasca: quello sporcaccione si è trasformato in pesce siluro e ha cercato di stuprarci scivolando fra le nostre gambe. Poi è uscito dall'acqua e ha cercato di ucciderci con il suo rastrello. Se non fossimo state più intelligenti di lui, ci avrebbe conciate per le feste. Ecco perché ci siamo rifugiate qui, dopo avere incaricato i nostri figli adottivi (chissà che fine avranno fatto!) di combattere quei malandrini. In nome della nostra amicizia e degli studi eminenti che abbiamo fatto insieme, voi ci dovete vendicare." Il daoshi s'indignò: "Davvero si sono comportati in un modo così indecente? Ma allora avete ragione: gliela farò pagare." "Eccoci qua, pronte a entrare in azione con voi." "Non ho nessuna voglia di entrare in azione. Come dice il proverbio: venire alle mani è una brutta malattia. Venite con me." Si recarono tutte insieme nella sua stanza. Il padron di casa, con l'aiuto di una scala, prese un cofanetto che stava nascosto sotto la trave maestra ed era chiuso da una piccola serratura di bronzo. Cavò poi dalla manica un fazzoletto giallo canarino in cui era annodata la piccola chiave. Il cofanetto conteneva una droga molto particolare: Mille libbre di escrementi D'ogni specie di volatili Nella pentola bollirono Con pazienza interi mesi. Da un barile ad un cucchiaio, Dal cucchiaio a un solo pizzico, Rosolato e affumicato E più volte raffinato. È un veleno potentissimo, Di gran pregio e rarità. Se lo assaggi, basta un attimo: La tua vita finirà. "Sorelle mie" spiegò il daoshi alle sette ragazze, "questa preziosa droga è una mia specialità. Un millesimo di oncia è sufficiente per uccidere istantaneamente un comune mortale. Per un divino immortale ne occorrono tre millesimi; questa sarà la dose prudenziale per quei monaci. Andatemi a cercare la bilancina dei farmaci." Una ragazza gliela portò: "Pesami un centesimo e due millesimi di oncia, e dividi la dose in quattro parti uguali." Il prete si procurò poi una dozzina di giuggiole rosse. Attraverso piccole fenditure introdusse in ciascuna di esse tre millesimi d'oncia di veleno e le mise dentro quattro tazze da tè; in una quinta tazza collocò due giuggiole nere. Pose tutte le tazze su un vassoio e diede queste istruzioni: "Ora ritornerò da quella gente e la interrogherò. Se non vengono dalla corte dei Tang, vuol dire che vi siete sbagliate sul loro conto; se invece ne provengono, ordinerò di sostituire le tazze da tè, e voi darete ai servi questo servizio da portare in tavola. Basterà che bevano un sorso, perché voi siate vendicate e liberate da ogni pericolo di rivederli." Le ragazze gli espressero la loro gratitudine. Il daoshi ritornò in scena con grandi dimostrazioni di riguardo. Invitò il monaco cinese a sedersi nuovamente al posto d'onore e spiegò: "Non so come scusarmi, egregio maestro. Mi sono dovuto allontanare per mandare i miei giovani discepoli a raccogliere verdure nell'orto e per ordinare che preparassero un pasto vegetariano per voi. Ecco il motivo per cui ho disertato la compagnia." "Siamo venuti a visitarvi a mani vuote" si scusò a sua volta Tripitaka. "Non vogliamo darvi disturbo. Non avreste dovuto." "Siamo gente che ha lasciato la famiglia, voi e io" replicò sorridendo il daoshi. "Ciascuno di noi vale i suoi tre sheng di grano alla porta di qualunque monastero. A proposito, posso chiedervi qual'è il vostro illustre monastero e quali affari vi portano qui?" "L'umile monaco che sono è stato inviato dai grandi Tang dell'Est in cerca di scritture al Monastero del Colpo di Tuono. Passavamo di qui, e ci siamo permessi di venirvi a presentare i nostri rispetti in tutta sincerità." A queste parole il prete si rallegrò: "Voi siete, reverendo maestro, un buddha di eminente virtù e di leale pietà. La mia umile persona lo ignorava. Temo di non avervi accolto secondo il vostro merito, ve ne chiedo scusa." E ordinò: "Portate subito altro tè e sbrigatevi a servire il pranzo." I servi trovarono le ragazze ad aspettarli in cucina con un vassoio già pronto; dunque lo presero e lo portarono in tavola. Il daoshi si affrettò a porgere una delle tazze con le giuggiole rosse al monaco cinese, e poi nell'ordine le altre ai discepoli. Giudicò della loro importanza secondo la stazza: primo Porcellino, secondo Sabbioso e terzo Scimmiotto, il più piccolo e magro. Il Novizio notò che la quinta tazza, rimasta sul vassoio, conteneva due giuggiole nere, e si sentì in dovere di proporre al daoshi: "Scambiamo le nostre tazze." "Vedete, reverendo" rispose l'interpellato, "qui fra i monti selvaggi non ho sempre a portata di mano tutto quello che serve. Ho colto io stesso le dodici giuggiole rosse che vedete nelle vostre tazze, ma non ne ho trovate altre; perciò ho messo nella mia due giuggiole di qualità inferiore. Toccano a me, perché voglio manifestarvi il mio rispetto." "Che dite mai!" esclamò Scimmiotto. "In casa propria nessuno è tapino, dicevano gli antichi; la povertà ti ammazza in cammino. Voi possedete una casa, e per giunta molto bella. Semmai la povertà la conosciamo noi, monaci vaganti. Facciamo il cambio, vi prego." "Consapevole del Vuoto" intervenne Tripitaka, "non insistere, non è educato. Il reverendo ci vuole manifestare la sua ospitalità." Il Novizio dovette zittirsi, ma nascose la tazza e stette a vedere che cosa capitava agli altri. Porcellino diede l'esempio con il suo enorme appetito, che gli faceva ingoiare indiscriminatamente ogni cibo e bevanda; anche gli altri due mangiarono le giuggiole. Dopo un momento Porcellino impallidì, a Sabbioso vennero le lacrime agli occhi e al monaco cinese la bava alla bocca. La vertigine li colse e li fece cadere a terra uno sull'altro. Il grande santo si alzò da sedere e gettò la tazza con il contenuto in faccia al daoshi, che si protesse con la manica: la porcellana sottile cadde a terra e si ruppe in mille pezzi. "Villano!" si indignò il prete. "Come ti permetti di rompere le mie tazze?" "E tu, bestiaccia" tuonò Scimmiotto, "come spieghi lo stato di questi tre? Che cosa ti abbiamo fatto, perché tu ci servissi il tè avvelenato?" "Sai bene che potete prendervela soltanto con voi stessi." "Come sarebbe a dire? Ci siamo seduti in buon ordine, ti abbiamo dato le notizie che chiedevi e non abbiamo certo avuto il tempo né l'occasione di offenderti." "E quando chiedevate l'elemosina nella Grotta delle Ragnatele? Quando vi bagnavate alla Sorgente della Purificazione?" "Tu parli di quelle sette streghe; dunque sei loro complice, e sei diabolico quanto loro. Ti romperò altro che la porcellana!" Si cavò l'ago da dietro l'orecchio, lo ingrandì e menò un fendente, ma il daoshi sguainò a sua volta una preziosa spada e parò il colpo. Colpi e rumori dello scontro richiamarono le orchesse, che accorsero gridando: "Fratello, lo catturiamo noi!" Quando le vide, Scimmiotto si arrabbiò sul serio e partì all'attacco distribuendo colpi selvaggi. Ed ecco che le ragazze sbottonarono le gonnelle, esposero al sole i loro candidi bellichi e incominciarono a secernere freneticamente filo di seta: in breve Scimmiotto ne fu sommerso. Rendendosi conto che si metteva male, il Novizio mormorò un incantesimo e balzò in cielo, spezzando l'involucro che lo stava coprendo. Dall'alto vedeva quelle donne correre velocissime avanti e indietro, come la navetta di un telaio: in breve l'intero Tempio del Fiore Giallo scomparve sotto una cupola di fili argentei. "Che persone pericolose!" esclamò Scimmiotto. "L'ho scampata bella. Non mi meraviglio più che il povero Porcellino non riuscisse a venirne a capo. Come uscire da questa situazione? I miei sono avvelenati, quella banda è numerosa ed efficiente, e io so ben poco di loro. Sarà bene che chieda un supplemento di informazioni alla divinità locale." Discese al suolo, fece un passaggio magico, recitò la sacra sillaba om e convocò per la seconda volta il vecchio tudi. "Grande santo" chiese quello, tenendosi a una certa distanza e prosternandosi tremebondo, "non dicevate di essere qui di passaggio? Perché non siete ancora partito?" "I miei sono stati avvelenati dal prete del Tempio del Fiore Giallo, che si è giustificato riferendosi alle ragazze della Grotta delle Ragnatele. Quando mi sono reso conto che era anche lui una creatura malefica ho cercato di colpirlo, ma sono accorse le sette ragazze e hanno incominciato a tessere il loro filo. Per fortuna ho avuto il buon senso di scappare. Non è possibile che tu, come divinità del posto, non sappia la loro origine. Vuota il sacco, o questa volta non eviterai le botte." Il tudi si prosternò precipitosamente: "Un'inchiesta, a suo tempo, l'ho svolta: si tratta di sette spiriti di ragni. Il filo che cavano dall'ombelico è filo di ragnatela." "Se le cose stanno così, la situazione non è grave. Vattene pure: so come vincerle." Il tudi rinnovò le prosternazioni e scappò via a precipizio. Scimmiotto si strappò dalla coda settanta peli, ci soffiò sopra e li trasformò in Scimmiottini. Poi soffiò sulla sua sbarra e la trasformò in settantuno forche bidenti, che distribuì ai suoi compari tenendone una per sé. Circondarono la massa di fili che ricopriva il tempio, e tutti insieme vi affondarono le forche e incominciarono ad arrotolarli come spaghetti. Quando ciascuno ebbe avvolto una diecina di libbre di filo di ragnatela, rimasero allo scoperto sette ragni giganteschi, ciascuno delle dimensioni di un panierino di vimini; furono fatti prigionieri, impastoiate le zampe con il loro stesso filo e legata la corda al collo. Le loro vocine gemevano: "Pietà, pietà!" I settanta Scimmiottini non diedero segno di clemenza. Scimmiotto disse loro: "Non li battete; chiedete loro di restituirmi maestro e condiscepoli." Le creature malefiche gridavano: "Maestro e fratello, salvateci! Liberate il monaco cinese!" Sbucò fuori il daoshi: "Arrangiatevi, sorelle mie. Quel monaco me lo voglio mangiare." Scimmiotto si arrabbiò: "Vedrai in che stato le riduco, le tue sorelle!" Ricuperò i suoi peli e la sbarra, abbattendo quest'ultima a due mani sulle teste dei sette ragni, che furono miseramente spiaccicati: ne rimase un po' di brodo. Poi si gettò addosso al daoshi, che lo fronteggiò levando la spada. Gli avversari furenti si diedero battaglia impiegando tutti i loro poteri magici. Rotea il mostro la sacra spada, il grande santo impugna la sbarra, a causa di Tripitaka; le sette sorelle, ahimè, sono ormai fuori causa. Dispiegano la loro potenza e destrezza; il grande santo forte e brillante, l'immortale perverso potente e intrepido. Grande la varietà dei colpi, rapide le mani più delle pale del mulino. Sotto il cielo percorso da nere nubi, le loro armi si scontrano sonore. Non meno delle armi, colpiscono le parole. Sibila il vento, vola la sabbia sulla terra oscurata, riempiendo di terrore tigri e lupi. Dopo una cinquantina di assalti, il daoshi si rese conto che non ce la faceva più; allora si sciolse la cintura e lasciò cadere al suolo la veste che indossava. "Che cosa credi di fare, giovanotto?" sogghignò Scimmiotto. "Vuoi farti strigliare meglio a pelle nuda?" Ma il daoshi sollevò le braccia: sotto le sue ascelle cento paia d'occhi dardeggiavano terribili raggi d'oro. Ecco sprigionarsi una spessa caligine dorata: cento paia d'occhi, come secchielli d'oro o campanelle di bronzo, sprigionano raggi brucianti e implacabili. La mostruosa magia accieca il cielo, eclissa gli astri, avvolge le persone di un alito che le abbacina e le dissecca. Il Grande Santo Uguale al Cielo si trova prigioniero della caligine sprigionata dagli occhi d'oro. Scimmiotto fu preso dal panico: si sentiva prigioniero di quei raggi implacabili e non poteva fare un passo. Il calore era altissimo. Balzò in alto, ma urtò contro un raggio che lo fece cadere a testa in giù, come una cipolla piantata nell'orto. Sentì un forte dolore e si portò la mano alla testa: la pelle era ustionata. "Che disdetta! Una volta resistevo così bene a qualunque arma, e adesso basta un raggio a lasciarmi il segno. Se va avanti così, mi coprirò di piaghe." Nel calore insopportabile, rifletté: "Non riesco ad avanzare né indietreggiare; in alto, non posso saltare: come me la cavo? Mi resta ancora una via per fotterlo: scapperò verso il basso." Recitò un incantesimo e con una scossa si mutò in fora-montagne, o pangolino che dir si voglia. Quattro artigli d'acciaio, che scavano nella montagna come fosse un mucchio di farina. Con il suo corpo protetto da scaglie, taglia le rocce come fossero cipolle. Ha gli occhietti brillanti e un muso appuntito, più potente di un trapano. Fora-montagne corazzato è il suo nome nella farmacopea; di solito lo si chiama pangolino. Fece dunque della sua testa un durissimo arnese con cui forò la terra, vi scomparve e ne riemerse alla distanza di una ventina di li. Così era fuori dalla portata dei raggi d'oro, che non si estendeva oltre dieci li. Quando poté riprendere il proprio aspetto, il povero Scimmiotto era esausto e indolenzito. Pianse e si lamentò: "Maestro, Sulla strada dell'Ovest molte pene Abbiamo sopportato in questo viaggio, Superando un oceano di pericoli. Dobbiamo ora affogare in un rigagnolo?" Il desolato re scimmia udì sopraggiungere qualcuno, che a sua volta piangeva e singhiozzava. Alzò lo sguardo e vide una donna vestita a lutto, che veniva nella sua direzione recando in mano offerte di cibo e di carta moneta per i morti. Scimmiotto scosse il capo: "È il caso di dirlo: Lacrime si confrontano con lacrime, Cuore spezzato con cuore spezzato. "Quale persona cara avrà perduto questa donna?" Le si fece incontro e si inchinò: "Cara pusa, chi piangete?" "Piango mio marito" rispose la donna. "Vado a offrirgli queste offerte per testimoniare il mio affetto coniugale. L'ha ucciso il prete del Tempio del Fiore Giallo avvelenandogli il tè, dopo aver litigato con lui sul prezzo di certe pertiche di bambù." Scimmiotto lacrimava come una fontana, e la donna si arrabbiò: "Vergognati di scimmiottarmi per prendermi in giro!" "Non è certo la mia intenzione, cara pusa" esclamò il Novizio inchinandosi di nuovo. "Vi spiegherò perché piango. Io sono il primo discepolo di Tripitaka, fratello minore dell'imperatore dei grandi Tang inviato in missione nel paradiso occidentale. Il daoshi di cui parlate ha avvelenato anche il mio maestro e i condiscepoli, per vendicare certe creature diaboliche. Io me ne sono accorto in tempo e l'ho affrontato, ma lui mi ha messo in fuga con i terribili raggi d'oro di cui dispone." La donna posò a terra le offerte che recava per inchinarsi a salutare il Novizio: "Scusatemi, non sapevo che anche voi foste vittima dello stesso malvagio. Mi sembra di capire che non sappiate chi è in realtà questo daoshi. Si tratta del signore diabolico dai Cento Occhi, ossia del mostro Occhi Molteplici. Se siete riuscito a sottrarvi a lui, i vostri poteri magici devono essere immensi; eppure non riuscite a fronteggiarlo. Ma io so di una santa persona che è in grado di spezzare quei raggi implacabili e di abbattere il mostro." Scimmiotto si rallegrò: "Cara pusa, se conoscete il suo passato e i suoi punti deboli, datevi la pena di ragguagliarmi. Ci penserò io a sollecitare l'intervento della santa persona di cui parlate, perché salvi il mio maestro e vendichi vostro marito." "Certo mio marito potrà essere vendicato, ma dubito che si possa salvare il vostro maestro." "Perché dite questo?" "Il veleno usato da quell'essere è potentissimo: in tre giorni distrugge le ossa fino al midollo. Sarà impossibile ottenere un intervento tempestivo." "I viaggi veloci sono la mia specialità. Non c'è distanza che mi impensierisca." "La santa persona di cui dicevo si chiama Madre Pilan. Abita nella Grotta dei Mille Fiori, sulla Montagna delle Nubi Porporine, a mille li da questo posto." "In quale direzione?" La donna la additò: "Diritto a sud." E subito scomparve. Il Novizio si mise in posa di preghiera e chiese: "Quale pusa siete? La mia povera testa gira ancora, dopo che l'ho adoperata come trapano sottoterra; perciò non ho saputo riconoscervi. Ma vorrei sapere almeno il vostro nome, per rendervi grazie." Una voce dall'alto rispose: "Sono io, grande santo." Scimmiotto alzò gli occhi, riconobbe la madre del Monte Li e balzò su accanto a lei per ringraziarla: "Da dove siete venuta a darmi le vostre riverite istruzioni?" "Ho saputo che il tuo maestro era in difficoltà mentre ritornavo dall'assemblea dell'albero Drago-Fiore. Spicciati a cercare la persona che ti ho detto, ma non dirle che ti mando io: ha un caratteraccio, e non mi ha in simpatia." Scimmiotto rinnovò i ringraziamenti e si proiettò immediatamente sulla cima del Monte delle Nubi Porporine, dove individuò la Grotta dei Mille Fiori: Azzurri pini decorano il bel paesaggio, cipressi turchese circondano la dimora dell'immortale. I salici invadono i sentieri con le verdi fronde, fiori inconsueti crescono negli anfratti. L'edificio di pietra è circondato da odorose orchidee, erbe profumate circondano la base della rupe cristallina. Corre nel ruscello l'acqua di smeraldo; le lacune nelle fronde dell'antico albero sono rattoppate dalle nubi del cielo. Cinguettano gli uccelli, il cervo si muove cauto. Sullo sfondo dei fusti slanciati di bambù, i prugni dispiegano il ricco fogliame. Il corvo freddoloso sta appollaiato sull'albero morto. Grano estivo nei vasti campi, riso autunnale ricopre il suolo: le quattro stagioni si susseguono senza che mai cadano le foglie, sbocciano fiori tutto l'anno. Nell'atmosfera incantata galleggiano nubi di buon augurio, e salgono in alto: vanno a raggiungere il vuoto supremo. Lo spettacolo incantava Scimmiotto, ma la solitudine era grande. "Sembra che qui non abiti nessuno" si diceva Scimmiotto. "O forse la persona che cerco è lontana da casa." Ma dopo avere percorso qualche li, vide un letto su cui era stesa una monaca. Ecco il suo aspetto: Berretto di broccato a cinque fiori, Veste tessuta d'oro, calzature A punta di fenice, alta cintura. Antico il volto come tardo autunno Ricoperto di brina, ma la voce, Lieve e argentina, sa di primavera. Per lei non han misteri i tre veicoli, Le quattro sante verità la nutrono, La vacuità del vuoto ha ben compreso E gode vagabonda libertà. È il buddha della Grotta Mille Fiori, Ed è Pilan il suo eminente nome. Dirigendosi alla sua volta, Scimmiotto gridò: "Pusa, i miei rispetti!" Essa scese dal suo letto e giunse le mani per salutarlo: "Qual buon vento ti conduce qui, grande santo? Scusami, se non ti sono venuta incontro." "Mi conoscete?" "Chi mai non ti conosce! Le forze dell'ordine ti ricercavano dappertutto, l'anno che facesti la rivoluzione in paradiso." "Si capisce. La notizia che fai male, corre lontano mille leghe; quella che fai bene, non esce nemmeno dall'uscio di casa. Perciò, penso, nessuno vi ha raccontato che poi mi sono convertito; ora sono buddista." "Congratulazioni. Da quanto tempo?" "Da poco; da quando mi hanno liberato dal carcere per arruolarmi a protezione del monaco cinese, che va nel paradiso occidentale in cerca di scritture. Ma quando siamo arrivati al Tempio del Fiore Giallo, il prete del posto lo ha avvelenato con una tazza di tè. Ho cercato di combattere questo daoshi, ma mi ha messo in difficoltà con i suoi raggi d'oro. Pare che voi siate in grado di neutralizzarli: perciò sono venuto a chiedervi aiuto." "Chi ti ha dato la dritta? Non vedo più nessuno dall'ultima festa di Ullambana; non esco di casa da trecento anni. Non ricevo visite, nessuno mi conosce. Chi ti manda?" "Non mi manda nessuno. Io sono un topo dei bassifondi, bazzico dappertutto, scavo le informazioni sottoterra." "Non ti dovrei dar retta. Ma mi hai fatto l'onore di venirmi a trovare. E del resto non posso lasciare che perisca la buona causa: verrò con te." Scimmiotto espresse la debita riconoscenza, ma non poté trattenersi dal chiedere: "Scusate la curiosità: che tecnica adoperate? Qual'è la vostra arma?" "Quello che ci vuole in questo caso è il mio ago da ricamo." "Tutto lì? Signora, non stiamo a perdere tempo" esclamò Scimmiotto. "Di aghi me ne procuro una botte piena, senza bisogno del vostro aiuto." "I soliti aghi non servono. Il mio non è né d'acciaio né d'oro: l'ha forgiato mio figlio nell'occhio del sole." "E chi è il vostro onorevole figlio?" "È il mandarino della costellazione delle Pleiadi." Scimmiotto non se l'aspettava, ma nascose la sua sorpresa. Quando ritornarono al Tempio del Fiore Giallo, il daoshi era ancora circondato dai suoi terribili raggi. Madre Pilan tolse dal colletto del proprio vestito un minuscolo ago, non più grosso di un pelo di sopracciglio e lungo sì e no mezzo pollice: lo rotolò fra le dita, lo lanciò per aria, e i raggi d'oro vibrarono sonoramente e si spezzarono. "Che bellezza! Che lavoro svelto!" apprezzò Scimmiotto. "Adesso bisognerà ricuperare l'ago." "E questo cos'è?" disse Madre Pilan, mostrandolo sul palmo della mano. Scimmiotto si avvicinò al daoshi, che stava rigido e immobile, con gli occhi serrati. "Brutta bestia, non giocare a fare il cieco!" gridò Scimmiotto, e trasse la sua sbarra per colpirlo. "Fermo! Aspetta: va prima a vedere in quali condizioni è il tuo maestro." Il Novizio corse nella sala del tempio e vi trovò maestro e condiscepoli stesi a terra, con la bava alla bocca. "E adesso come faccio?" "Non te la prendere" disse la pusa. "Visto che sono venuta qui, tanto vale che faccia l'anima buona fino in fondo: eccoti delle pillole che porto sempre con me e che combattono efficacemente molti veleni." Dalla manica estrasse un cartoccio mezzo rotto e ne cavò tre pillole di colore rosso vivace. Scimmiotto le prese, disserrò a forza le mascelle di ciascuno dei giacenti e vi introdusse una pillola. Quando essa giunse allo stomaco, provocò un vomito che fece uscire il veleno e ne interruppe gli effetti. Porcellino si rialzò per primo: "Mi sento proprio istupidito, ho un tal cerchio alla testa!" E gli altri due: "Abbiamo un gran capogiro, vediamo doppio." "Siete stati avvelenati con il tè" li informò Scimmiotto. "Per fortuna la pusa Pilan è venuta a togliervi dai guai. Dovreste ringraziarla." Tripitaka si affrettò a rassettarsi gli abiti e a inchinarsi per esprimere la sua gratitudine. "Fratello, dov'è andato a finire quel prete?" chiese Porcellino. "Mi piacerebbe sapere come gli è venuto in mente di farci uno scherzo simile." Il Novizio raccontò dell'amicizia del prete con i sette ragni. "Se chiamava 'sorelle' quei mostri, era certo un mostro anche lui" esclamò indignato Porcellino. "Adesso è là fuori che fa il cieco" informò Scimmiotto. Porcellino raccolse il suo rastrello e si avviò a cercarlo, con evidenti intenzioni aggressive. Ma la Madre Pilan gli disse: "Ammiraglio dei Canneti Celesti, càlmati. Come il grande santo ha potuto vedere, in casa mia non c'è ombra di persona di servizio: voglio assumere questo bel tomo come portinaio." "Fate quello che volete, noi vi dobbiamo solo gratitudine" rispose per lui Scimmiotto. "Ma non potreste farci vedere il suo aspetto originario?" "Questo è facile." Si accostò al daoshi e gli puntò contro il dito: esso affondò nella polvere e assunse la forma di una gigantesca scolopendra, lunga sette piedi. Vairambha la sollevò con il dito mignolo e d'un balzo se ne tornò a casa sua. Porcellino stava a guardare incantato, con gli occhi in alto: "È battagliera la comare! Come sarà riuscita a venire a capo di quella bestiaccia?" Scimmiotto si mise a ridere: "Mi ha detto di essere la madre del mandarino delle Pleiadi. Dal momento che il mandarino è un gallo, costei è in effetti una vecchia gallina; e si sa che le galline sono il peggior nemico delle scolopendre." Quando Tripitaka ebbe concluso i suoi riti di ringraziamento, ordinò la partenza; ma prima Sabbioso preparò un pasto con il riso che si trovava in cucina. Dopo che lo ebbero consumato, Scimmiotto incendiò l'edificio, che in breve fu ridotto in cenere. Furon salvati da Madre Pilan E ripresero il viaggio ad Occidente. Che altro poteva capitargli in cammino? Ascoltate il seguito, e lo saprete. 第074回 SCIMMIOTTO INCONTRA GLI SFONDAVENTO · OVE LUNGA VITA DÀ NOTIZIA DELLA FEROCIA DEI MARESCIALLI DIAVOLI, E SCIMMIOTTO FORNISCE NUOVE DIMOSTRAZIONI DELLA SUA ABILITÀ NELL'ARTE DI TRASFORMARSI. Nascono le emozioni e i desideri Dalla stessa sorgente, e insieme dominano. L'insegnamento in ogni monastero È il meditar per rendersene liberi. Fermi e perseveranti occorre essere, Brillare senza un solo gran di polvere, Come la luna immacolata in cielo. Progresso senza errore: al compimento Ti sveglierai nell'immortalità. Si è narrato come in quella occasione Tripitaka e i suoi discepoli riuscirono a evadere dalla trappola dei desideri e dal carcere delle passioni. Il loro viaggio sulla via dell'Occidente proseguì a briglia sciolta; l'estate giunse alla fine e venne l'autunno. I viaggiatori godevano della rinnovata freschezza dell'aria. I piovaschi han disperso la calura Battendo sulle foglie di sterculia. Le lucciole ti guidano la sera Lungo il sentiero dove canta il grillo. Si specchia il girasole nelle gocce Di rugiada che coprono il poligono. I primi ad appassire sono i salici E i giunchi, mentre l'ultima cicala Frinisce stancamente al sole tiepido. Avanzavano verso una catena montuosa alta da toccare il cielo. Il reverendo, preoccupato, si rivolse a Consapevole del Vuoto: "Che alte montagne! Chissà se vi sarà una strada per attraversarle." "Che cosa dite mai, maestro!" rispose Scimmiotto ridendo. "La montagna più alta ha il suo cammino, e l'onda più profonda il suo traghetto: si è sempre detto così. Non esistono ostacoli invalicabili: camminate senza paura." Il reverendo stimolò il cavallo e in breve giunsero alle prime rupi. Dopo qualche li incontrarono un vecchio; il vento gli scompigliava i capelli bianchi e i radi fili d'argento delle lunghe fedine. Portava al collo un rosario e s'appoggiava a un bastone dal pomo a testa di drago. Dall'alto del pendio gridò loro: "Reverendi che andate verso occidente, fermatevi! Questa montagna è abitata da una banda di diavoli perversi, che hanno divorato tutti gli abitanti del posto. Non si può proseguire!" Tripitaka impallidì e si sentì male, tanto che vacillò sulla sella, cadde giù come un sacco e rimase a gemere steso nell'erba. Scimmiotto lo andò ad aiutare: "Di che cosa avete paura? Sono qui io." "Non hai sentito quel vecchio? Da queste parti vivono gli orchi. Chi di voi ha il coraggio di andare a chiedergli maggiori informazioni?" "Statevene lì seduto; ci andrò io." "Ma sei brutto e brusco di modi: lo spaventerai e non ne caverai niente." Scimmiotto rise: "Allora mi farò bello e di gentile aspetto." "Vediamo." Il grande santo, con una scossa, si trasformò in un bel monacello con gli occhi azzurri e i lineamenti femminei, dai gesti misurati e dall'eloquio castigato. Assettò la sua tonaca di broccato e ruotò su sé stesso davanti a Tripitaka: "Maestro, che ne dite?" "Dico che vai a meraviglia" esclamò lieto Tripitaka, dopo averlo debitamente considerato. "Si capisce" grugnì invidioso Porcellino. "Lui sa imbrogliare a meraviglia. Io mi potrei strizzare la gobba per tre anni di seguito, ma non riuscirei mai a diventare così seducente." Il grande santo corse verso il vecchio: "L'umile monaco che sono vi saluta, rispettabile nonno" gli disse inchinandosi. Il vegliardo contemplò quel ragazzino esile e manieroso, gli batté la mano sulla testa e gli domandò: "Da dove vieni, bel monacello?" "Veniamo dai grandi Tang delle terre dell'Est, che ci mandano in cerca di scritture dal Buddha dell'Ovest. Ci avete gridato che questo posto è frequentato dai diavoli. Il mio maestro è troppo pauroso per venire a informarsi di persona, e ha mandato avanti me. Sapreste dirci chi sono queste creature che ostacolano il cammino? Dovreste essere così gentile da fornirmi tutti i particolari, in modo da consentirmi di catturarli e di mandarli in prigione." "Ragazzino sconsiderato!" rise il vecchio. "Che cosa te ne farai delle informazioni? Non bastano le parole per affrontare quei diavoli, che dispongono di immensi poteri. Altro che catturarli!" "C'è da pensare che siano vostri parenti e che voi li proteggiate" ribatté Scimmiotto sorridendo. "Altrimenti perché vantereste tanto le loro capacità? E perché non rivelate i loro precedenti?" "Come sei chiacchierino, monacello" disse il vecchio crollando il capo. "Suppongo che nei lunghi viaggi accanto al tuo maestro, tu abbia imparato qualche piccola cosa di arte magica: magari sei capace di scacciare elfi da un cespuglio e di liberare una casa dagli spiriti. Ma non immagini nemmeno che cosa sanno fare dei diavoli feroci e potenti." "Quanto feroci e potenti?" "Per darti l'idea, se si recassero al Monte degli Avvoltoi, i cinquecento arhat si precipiterebbero a riceverli; se andassero a presentare il biglietto da visita alla porta del Cielo, gli undici grandi luminari gli correrebbero incontro a rendere omaggio. Sono amici dei draghi dei quattro oceani e giocano a carte con gli immortali delle otto grotte. Con i dieci giudici infernali sono in rapporti fraterni. Le divinità delle mura e dei fossati, per non parlare delle divinità locali, li considerano loro patroni." Il grande santo si fece una bella risata: "Se la loro forza consiste nell'essere amici dei miei giovani colleghi e dei miei inservienti, non so che farmene. Se sapessero che sono qui, aspetterebbero giusto che venga buio per sloggiare di corsa." "Ma che cosa dici, monacello? Quelle sante divinità, tuoi colleghi e inservienti! Tu bestemmi!" "Per dirvela tutta" raccontò Scimmiotto ridendo, "io sono Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Da giovane sono stato mostro anch'io, e ne ho combinate di tutti i colori. Una volta che avevo bevuto troppo, vennero due messi dei tribunali infernali a condurmi all'altro mondo. Misi sottosopra il servizio d'ordine della Rete della Foresta delle Apparenze e terrorizzai i giudici, tutti e dieci: il re Yama divenne davvero bianco come un morto. Firmarono un pezzo di carta per dichiararsi miei giovani colleghi e servitori, purché gli risparmiassi le botte." "Amitâbha Buddha! Le frottole che racconti sono grandi, monacello; non riuscirai mai a diventare grande come loro." "Caro signore, sono già grande abbastanza." "Quanti anni hai?" "Indovinate." "Ne avrai sette o otto." "Moltiplichiamo per diecimila" fece ridendo Scimmiotto. "Se non avete niente in contrario, posso mostrarvi il mio vero aspetto." "Lo vedo già, il tuo aspetto." "Non vedete molto, in verità: ne ho altri settantadue." E si passò la mano sul volto. Con la sua faccia feroce dai denti in fuori, le chiappe scarlatte, la gonnella di tigre stretta alla vita e la sbarra cerchiata d'oro in mano, era proprio il duca del tuono nato e sputato. Il vecchio impallidì, le gambe non lo ressero e cadde per terra; si rialzò, ma cadde di nuovo. "Non spaventatevi fino a questo punto" gli disse Scimmiotto. "Sono brutto, ma abbastanza gentile. Vi ringrazio della buona intenzione con cui ci avete messo in guardia. Prendetevi il disturbo di raccontarmi qualcosa di più sui mostri di queste montagne: quanti sono, chi sono? Ve ne sarò grato." Il vecchio tremava come una foglia e non riusciva più a spiccicare una parola. Sembrava che lo avesse colto una paresi, o che fosse diventato sordomuto. Scimmiotto aspettò per qualche tempo; poi, vedendo che il vecchio non riusciva a riprendersi, gli volse le spalle e ritornò da Tripitaka. "Che cosa hai saputo, Consapevole del Vuoto?" gli chiese il reverendo. "Niente di grave" rispose ridendo Scimmiotto. "Questa banda di mostri sulla montagna è giusto buona per far paura a questi pavidi montanari. Non vale la pena di parlarne." "Ma hai saputo come si chiama la montagna, quanti sono i diavoli, dove abitano precisamente, e dove passa la strada verso il Monastero del Colpo di Tuono?" "Maestro" intervenne Porcellino, "con rispetto parlando: in fatto di farse e carnevalate, gare di travestimento e giochi a moscacieca, il mio condiscepolo anziano è uno specialista senza rivali. Ma per le cose serie, valgo più io di un battaglione di Scimmiotti." "È vero" riconobbe Tripitaka. "Tu sei più solido." "Lui è uno che spinge avanti la testa e si dimentica la coda; fa due domande, si perde in ciaccole e ritorna da noi tutto garrulo senza niente da dire. Mandate me, se volete sapere le cose a fondo." "Va pure, Consapevole delle Proprie Capacità; ma sta attento." Il bestione si infilò il rastrello nella cintura, rassettò il vestito e corse su per il pendio. Quando arrivò dal vecchio, si diede un'aria d'importanza e lo arringò: "Salve, nonno!" Il povero vecchio, allontanatosi Scimmiotto, si era rimesso faticosamente in piedi e si apprestava a ritornare a casa, appoggiandosi ancora tremante al suo bastone, quando si vide davanti quest'altra apparizione: "Avi miei! Che cosa ho messo nella mia minestra per soffrire tanti incubi? L'altro monaco era orrendo, ma forse conservava qualcosa di umano. Invece questo grugno rigonfio, queste orecchie grandi come ventagli di giunco, questa faccia di latta con i pelacci sul collo, di umano non hanno proprio niente." "Si vede che siete di malumore, caro mio" lo burlò Porcellino. "So che son brutto; ma se vi abituate a guardarmi, finirete per trovarmi passabile." Udendo che parlava con voce umana, il vecchio domandò: "Si può sapere da dove vieni?" "Sono il secondo discepolo del monaco cinese. I miei nomi in religione sono Consapevole delle Proprie Capacità e Otto Divieti. Prima avete parlato con il mio condiscepolo anziano, Consapevole del Vuoto, il Novizio. Il maestro gli ha rimproverato di non essersi informato bene e ha mandato me a farvi qualche domanda: come si chiama questa montagna? quali mostri la abitano? in quale grotta risiedono? dove passa la strada per l'Occidente? Tante grazie, se mi vorrete rispondere." "Tu parli sul serio?" "Mai stato così serio in vita mia." "Il fatto è che l'altro monaco, poco fa, mi ha raccontato una quantità incredibile di fanfaluche." "Certo, lui è un cacciapalle. Io non gli assomiglio affatto." Il vecchio si appoggiò meglio al suo bastone e rispose: "Vediamo: questa è la catena montuosa del Cammello Leone, larga ottocento li; nel bel mezzo c'è una grotta con lo stesso nome, dove risiedono tre marescialli diavoli." "Sciocchezze" commentò Porcellino. "Se si tratta soltanto di tre poveri diavoli, perché venirci a mettere sull'avviso come se si trattasse di una gran cosa?" "Non vi fanno paura?" "Il mio condiscepolo anziano abbatterà il primo con la sua sbarra, io ammazzerò il secondo con il mio rastrello, e l'altro condiscepolo regolerà il conto del terzo diavolo con il suo randello. Ecco fatto: e ce ne andremo per la nostra strada." "Questo monaco non ha idea della gravità della situazione" esclamò il vecchio. "I marescialli diavoli sono potentissimi. Le forze ai loro ordini sono composte da cinquemila mostri sul versante nord, altrettanti a sud, diecimila a est e altrettanti a ovest; senza contarne diecimila di guardia alla grotta e altri quattro o cinquemila addetti ai servizi di pattuglia. Conta anche gli addetti ai rifornimenti, e avrai un totale di quarantasette o quarantottomila soldati, tutti inquadrati con piastrine di riconoscimento, e tutti alimentati con carne umana." Fu la volta del bestione di mettersi a tremare; fece dietro-front e ritornò di corsa dal monaco cinese. Ma invece di riferire le risposte, posò il rastrello e si accucciò per fare i suoi bisogni. "Che strano modo di mettersi a rapporto" gli gridò Scimmiotto. "Me la sto facendo addosso dalla paura" rispose Porcellino. "Non c'è proprio altro da dire. Disperdiamoci e scappiamo, prima che sia troppo tardi." "Sudicione incallito! Ho sentito anch'io quel vecchio, e non mi ha detto niente di strano. Tu ci scambi due parole, e ti spaventi tanto da perdere il controllo del ventre." "Insomma, che cosa succede?" domandò Tripitaka. "Dice il vecchio" rispose Porcellino, "che questa è la montagna del Cammello Leone, larga ottocento li. In mezzo c'è una grotta dello stesso nome, dove abitano tre mostri che hanno ai loro ordini quarantottomila cannibali. Fate un po' voi il conto, che cosa rimarrà di noi se ci mettiamo piede." A Tripitaka si rizzarono i capelli in testa: "Come faremo, Consapevole del Vuoto?" Scimmiotto rise: "Tranquillizzatevi, maestro. Non c'è niente di grave. Qualche mostro in giro ci sarà; ma la gente del posto è paurosa e ingrandisce le cose. Comunque, son qui io." "Ma che cosa dici fratello?" insisteva Porcellino. "Io non sono approssimativo come te, ho fatto domande precise. E anche le risposte sono precise, altro che favole di montanari. Monti e valli formicolano di esseri malefici." "Non insistere, bestia" sghignazzò Scimmiotto. "Fai dell'allarmismo inutile. Se la montagna formicola, schiaccerò le formiche con la mia sbarra. Datemi la metà di una notte, e sgombrerò il cammino." "Sono fanfaronate senza senso. Solo per fare l'appello di tutta quella gente ci vorrebbe una settimana. Cosa credi di fare?" "Quali metodi credi che si possano usare?" "Avrai un bel picchiare, legare o immobilizzare con la magia: sono troppi!" "Non mi metterò certo a legare tutta quella gente. Fai conto che allunghi questa sbarra di quaranta tese, e che le dia una circonferenza di otto tese. Con una sola rotazione su tutto l'orizzonte schiaccerò, diciamo, cinquemila persone in ciascuna delle quattro direzioni: spalmerò per terra qualcosa come ventimila combattenti. E il colpo si può ripetere." "Certo che se ne fai ripieno di ravioli, ne verrai a capo prima di sera." "Maestro" disse Sabbioso a Tripitaka, "il nostro condiscepolo anziano ha tali poteri, che non c'è niente da temere. Risalite a cavallo, e andiamo avanti." Tripitaka aveva ascoltato tremebondo il dibattito, e non aveva altra scelta che di sforzarsi di trovar fondati gli argomenti rassicuranti. Si accorsero allora che il vecchio era scomparso. "Non era che un mostro venuto qui con il proposito di intimorirci" ne concluse Sabbioso. "Non tiriamo conclusioni superficiali" replicò Scimmiotto. "Aspettate, che do un'occhiata in giro." Balzò in alto e scrutò tutto intorno, senza scoprire alcuna traccia; ma quando si volse all'improvviso, intravide un lontano baluginare di colori. Si lanciò all'inseguimento e riconobbe il bianco astro del metallo, il pianeta Venere. Lo raggiunse e lo afferrò per la veste: "Li Lungavita, non hai perduto l'abitudine di comportarti da schifoso. Se hai qualcosa da dire, dimmela in faccia. Perché questi trucchi meschini?" "Scusa tanto, grande santo, se non ti ho informato prima" rispose l'astro messo alle strette. "Ma è vero che quei diavoli sono potentissimi. Dovrai spremere tutte le tue risorse: e basterà il più piccolo errore o disattenzione, perché tu non ce la faccia e vi riesca impossibile proseguire." "Molto obbligato. Se è gente così tosta, quando ritorni di Sopra, non potresti mettere una buona parola con l'Imperatore di Giada, perché ci mandi rinforzi?" "Ai tuoi ordini. Centomila su semplice richiesta verbale." Scimmiotto ritornò giù a informare Tripitaka: "Quel vecchietto era il pianeta Venere." "Corrigli dietro!" esclamò Tripitaka giungendo le mani. "Vedi di raggiungerlo, e chiedigli se non ci può suggerire un'altra strada." "Non possiamo fare deviazioni. La via diretta è già lunga ottocento li: figuriamoci che giro dovremmo fare per evitarla!" Tripitaka si mise a piangere: "E come potremo farcela?" "Non perdete tempo a piangere, è un comportamento stupido. Di certo Li avrà un po' esagerato le difficoltà, per stimolarci a tenere sveglia l'attenzione. Come si dice, uomo avvisato vale per due. Smontate da cavallo e sedetevi qui." "Che cosa c'è ancora da discutere?" domandò Porcellino. "Non è per discutere" rispose Scimmiotto. "Voi badate al maestro, al cavallo e ai bagagli. Io intanto vado a informarmi su chi abbiamo davanti. Farò un prigioniero per avere notizie particolareggiate. Potrei anche catturarne parecchi, e liberarli solo a patto che si impegnino a tener chiusa la grotta finché non siamo passati. Fatemi vedere: si possono fare tante cose." "Occhio!" esortava Sabbioso. "Non essere diffidente" disse il Novizio ridendo. "In un modo o nell'altro aprirò un varco, fosse pure questa montagna corazzata d'acciaio!" Quel sacripante di un grande santo balzò in aria con un sibilo e fu subito sulla cima della montagna. Frugò fra liane e spine, ma non scoprì segno di presenza umana: il luogo era deserto e silenzioso. Indispettito, si disse: "Ho fatto male a lasciare andar via quel vecchiaccio. Dev'essere proprio venuto a prendermi in giro. Qui non c'è traccia di mostri; se fossero tanti come diceva, se ne dovrebbero vedere che giocano e saltano, agitano lance e bastoni, fanno esercizi militari. E invece non c'è l'ombra di nessuno." Ma a un tratto udì avvicinarsi un rumore di tavolette che battevano e di una campanella che suonava. Si appostò e vide venire avanti un mostro che portava dietro la schiena un gagliardetto con la parola Ordinanza e camminava battendo le tavolette, mentre la campanella ciondolava dalla sua cintura. Non era un piccoletto: la sua statura misurava dodici piedi. "Dev'essere un portaordini" si disse Scimmiotto, con un piccolo riso segreto. "Sentiamo che cos'ha da raccontare." Fece un passo magico, recitò un incantesimo e si trasformò in mosca. In questa forma si andò a posare sul copricapo del soldato, che marciando borbottava fra sé: "Noi di pattuglia dobbiamo stare in guardia contro quel Novizio Scimmiotto, che a quanto pare è capace persino di trasformarsi in una mosca." Scimmiotto si stupiva: "Come fa questo qui a conoscere il mio nome, e a sapere che mi sono trasformato in una mosca?" Naturalmente il mostro non si era accorto di niente, e non faceva che ripetere le consegne ricevute. Scimmiotto pensò per un momento di ammazzarlo a scopo cautelare, ma poi cambiò idea: "Se tutti i quarantottomila sono di questa pasta, non costituiranno un grande problema. Ma non so che cosa sappiano fare i loro capi. Vediamo di interrogarlo; per passare alle vie di fatto c'è tempo." Vi chiederete come contasse di interrogarlo. Volò via dal copricapo, si posò su una pianta e si trasformò in un mostro uguale a lui, con gagliardetto, tavolette e campana; solo che era quattro o cinque pollici più alto. Il falso raggiunse il vero biascicando la stessa giaculatoria, e gli gridò: "Aspettami!" "Tu chi sei?" "Non conosci più i tuoi colleghi?" "Tu non sei un collega." "Come sarebbe a dire? Guarda meglio." "Mai vista la tua faccia." "Ah, capisco! Non mi riconosci perché sono addetto ad accendere il fuoco. Perciò mi vedi di rado." "Neanche per sogno: in cucina non c'è nessuna faccia con quella bocca sporgente." "Mi sono fatto la bocca troppo sporgente" pensò Scimmiotto; abbassò la testa, si sfregò la bocca con la mano e pensò: "Sporgi meno!" Così accadde. "Cos'è questa storia? Un momento fa avevi una faccia diversa. Ti è bastato toccarla per farla cambiare: è una cosa loschissima. E poi non sei dei nostri, io non ti ho mai visto. Con la disciplina che c'è da noi, gli addetti al fuoco stanno sempre in cucina; per la montagna vanno solo le pattuglie. Nessuno può avere tutti e due gli incarichi." L'astuto Scimmiotto spiegò: "In cucina ero così bravo, che mi hanno promosso al servizio di pattuglia." "Se è così, devi essere stato assegnato a un gruppo di pattuglia di quattrocento uomini e a una sezione di quaranta, e devi avere la piastrina di riconoscimento. Ce l'hai?" Scimmiotto aveva riprodotto quello che vedeva del suo modello; la piastrina non era in vista. Però rispose con disinvoltura: "E come non avrei la piastrina! Me l'hanno appena data. Tu piuttosto ce l'hai? Falla vedere per primo." Il mostro sbottonò ingenuamente la giubba e mostrò la sua piastrina, laccata d'oro e appesa a un filo di lana verde. Scimmiotto lesse: Piccolo Sfondavento; e sul verso: Per la potenza di tutti i diavoli. Rifletté: "Si capisce, la parola vento deve entrare nel nome di tutti gli esploratori." E disse: "Ora ti mostro la mia." Con movimenti tanto rapidi da risultare impercettibili, si strappò un pelo e ne fece una piastrina identica, compreso il filo verde, solo che il nome era: Capo Sfondavento. Il mostro si stupì: "Ma come! Noi ci chiamiamo tutti Piccolo Sfondavento. Perché il tuo nome è diverso?" Scimmiotto non lasciava mai le cose a mezzo; rispose: "Ma allora non sai la novità? Ero così bravo in cucina, che il grande re mi ha promosso ispettore del vento, e mi ha conferito questa nuova carica di capo verificatore della tua sezione di quaranta esploratori." Il mostro si spaventò e gli fece precipitosamente il saluto: "Comandante, vi giuro che non lo sapevo. Se vi ho offeso, scusatemi tanto." Scimmiotto rise: "Ma no che non mi offendo. Però c'è una cosa a cui tengo molto: il regalo di benvenuto. Dai miei ragazzi, mi accontento di avere cinque tael a testa." "Portate pazienza, comandante; non ho soldi con me. Vi pagherò non appena avrò raggiunto la mia sezione sul versante sud." "Va bene; vengo con te." Il mostro ripartì di buon passo, e il grande santo lo seguì. Dopo molti li giunsero al Picco dei Pennelli, che aveva questo nome perché lo sovrastava un ammasso roccioso di forma simile a un porta-pennelli. Ai suoi piedi si trovava un buon numero di mostri soldati. Scimmiotto vi balzò sopra, si assise maestoso e gridò: "Sfondavento, a raccolta!" "Agli ordini, comandante" risposero i mostri inchinandosi. "Sapete perché i nostri grandi re mi hanno nominato?" "Non lo sappiamo." "Perché vogliono mangiare il monaco cinese, ma temono la potenza magica di Scimmiotto il Novizio, e la sua capacità di trasformarsi a volontà. Si teme che batta appunto questa zona, e non è escluso che, per spiarci, abbia preso l'aspetto di un Piccolo Sfondavento. Io sono il Capo Sfondavento appunto per verificare che nella sezione non ci sia quell'infiltrato." "Siamo tutti autentici, comandante" risposero in coro. "Può darsi di sì, e può darsi di no. Se siete tutti autentici, saprete tutti di che cosa sono capaci i nostri grandi re." "Certo che lo sappiamo!" gridò una voce. "Visto che lo sai, dillo. Chi risponde giusto è autentico. Ma il minimo errore rivelerà l'infiltrato, e io lo porterò davanti ai nostri capi perché decidano la sua sorte." A vederlo troneggiare e comandare con tanta autorità, i mostri ne furono soggiogati e non potevano che ubbidire. Uno disse: "Immensi sono i poteri dei nostri grandi re, sconfinate le loro capacità: di centomila soldati celesti farebbero un solo boccone." "Palle!" urlò Scimmiotto. "Comandante, io però sono autentico" balbettò il mostro. "Perché non dovrei esserlo?" "E allora perché parli a vanvera? Come può un tizio, per grosso che sia, mandar giù centomila soldati celesti?" "Ma non sapete che i nostri re possono farsi alti da toccare i palazzi del Cielo, o diventare più piccoli di un seme di cavolo? L'anno che la Regina Madre d'Occidente dimenticò di invitare il primo grande re alla festa delle pesche di immortalità, lui se la prese con il Cielo. L'Imperatore di Giada mandò appunto centomila soldati celesti per ricondurlo alla ragione; ma il grande re spalancò davanti a loro una bocca grande come una città, e quelli ne furono terrorizzati al punto che si barricarono dietro il portale est del Cielo. Si può ben dire che di centomila soldati celesti farebbe un solo boccone." Scimmiotto sogghignò dentro di sé: "Son cose che so fare anch'io." E domandò: "Il secondo grande re che cosa sa fare?" "Il secondo grande re è alto trenta piedi, ha le sopracciglia di bozzoli di seta, una bella voce femminile, i denti a rastrello e il naso lungo come un drago. Lo può arrotolare per strappare l'anima al suo avversario, avesse pure corpo di bronzo e schiena d'acciaio." "Il naso prensile è sempre un punto debole in combattimento" si disse Scimmiotto. E chiese: "E il terzo grande re?" "Il terzo grande re non è una creatura di questo basso mondo. Si chiama Roc che Supera Diecimila Li di Nuvole a Ogni Tappa. Quando si muove, si leva il vento e si sconvolge il mare; se si dirige a sud, fa tremare anche il nord. Porta con sé un tesoro che si chiama vaso dei soffi yin e yang: una persona chiusa là dentro si liquefà in tre ore e mezza." Scimmiotto si allarmò: "Non è che questo diavolo sia più pericoloso di un altro; ma quel vaso non mi piace." E chiese: "Quale dei tre vuol mangiare il monaco cinese?" "Ma comandante, non lo sapete?" "La so più lunga di te, minchione!" tuonò Scimmiotto. "Ma ho l'ordine di interrogare voi, perché potreste non saperne abbastanza." "I primi due re abitano qui da lungo tempo; ma il terzo viene da fuori. Abita una città dal nome Cammello Leone, come la nostra montagna, che si trova quattrocento li a ovest. Se ne impadronì cinquecento anni fa mangiandone il re, i mandarini civili e militari e tutta la popolazione, uomini donne e bambini. Ormai è una città di soli mostri. È lui che ha sentito parlare di questo monaco cinese, inviato nell'Ovest dopo aver praticato la disciplina nel corso di dieci successive incarnazioni: mangiarne un pezzetto rende immortali. Ha deciso di provarcisi, ma non si sentiva sicuro di riuscirci da solo, per via di un discepolo di quel monaco, Scimmiotto il Novizio, che è ferocissimo. Perciò si è alleato ai nostri grandi re e ha stretto con loro legami fraterni: per impadronirsi del monaco cinese uniranno i loro sforzi." A queste parole, Scimmiotto fu preso dalla collera: "Brutte carogne! Ce l'ho io la responsabilità di quel monaco: come gli viene in mente di cercare di mangiarmelo sotto il naso?" Balzò giù dalla rupe digrignando i denti in un grugnito furente, roteò la sua sbarra e ridusse tutti i circostanti in un ripieno da ravioli piuttosto morbido. Poi gli venne qualche scrupolo: "Peccato, erano abbastanza gentili; mi hanno raccontato assai degli affari di famiglia. Tanto peggio. Cosa fatta, capo ha." D'altronde il buon Scimmiotto non aveva da scegliere. Si impadronì di una piastrina di riconoscimento e, in veste di perfetto Sfondavento, partì alla ricerca della grotta. È il caso di dirlo: Del Bel Re Scimmia le trasformazioni Sembrano non aver limitazioni. Si inoltrò sulla montagna, lungo il sentiero, e presto giunse dove si udivano nitriti di cavalli e grida d'uomini: migliaia di mostri erano schierati davanti all'ingresso della grotta, armati di sciabole, lance e alabarde, con bandiere e gonfaloni al vento. Scimmiotto si disse soddisfatto: "Li Lungavita non mi aveva mentito." L'esercito era schierato in buon ordine, diviso in compagnie di duecentocinquanta soldati ciascuna. Le quaranta bandiere dai colori vivaci che garrivano al vento mostravano come i diecimila fossero al gran completo. Scimmiotto pensava: "Se entro e i diavoli mi interrogano a proposito della mia pattuglia, troverò sempre qualcosa da raccontare. Ma se facessi un passo falso e fossi costretto a prendere il largo, ecco qui una bella barriera da superare. Per catturare i capi, sarebbe più sicuro incominciare con lo sbarazzarsi del loro esercito." Facile a dirsi! Come contava di fare? Rimuginava: "Questi diavoli non mi hanno mai visto, ma hanno sentito parlare di me in modo da metter paura. Posso cercare di trarne partito e di metterli in rotta con qualche fanfaronata. Dopo tutto, che funzioni o no sta scritto nel nostro destino. Se i benefici che i santi monaci del Paese di Mezzo devono ricavare dalle scritture che cerchiamo sono davvero così importanti, qualcuno o qualcosa mi aiuteranno. Se invece son tutte balle e il nostro destino è di non venirne a capo, non riuscirò a infinocchiare questa gente; ma non farà differenza finir male qui, o in qualsiasi altro posto." Mentre rifletteva continuava allegramente la sua marcia, battendo le tavolette e suonando la campanella. Quando fu all'altezza della prima linea, gli alfieri dissero: "Eccoti qua, Sfondavento." Lui non aprì bocca e tirò dritto. Le guardie della seconda linea lo fermarono e chiesero: "La vostra pattuglia si è imbattuta in quel famoso Scimmiotto?" "Certo, io l'ho visto. Stava aguzzando un palo." "Che faccia aveva? Di che palo si trattava?" chiedevano i mostri allarmati. "Se ne stava accovacciato in riva al torrente, come un esorcista. Ma rizzandosi in piedi era alto più di dieci tese. Aveva in mano una sbarra di ferro lunga come un palo, del diametro di una tazza. Spruzzava acqua fino alla roccia dell'altra riva, strofinava la sua arma e borbottava: 'Palo mio, è molto tempo che non ti adopero. Tu mi spiaccicherai centomila mostri, non ne lascerai vivo nemmeno uno. E io provvederò ai loro tre capi e te li offrirò in sacrificio.' Penso che quando l'arma sarà ben pulita incomincerà da qui, dai diecimila dell'avanguardia." I mostri lo ascoltavano con gli occhi fuori dalla testa: non ce n'era uno che non si sentisse le gambe molli. Scimmiotto continuava: "Cari miei, della carne di quel monaco a noi non ne toccherà nemmeno un brandello. Perché dobbiamo correre tutti i rischi di questa sporca faccenda, senza averne nessun vantaggio? Il buon senso suggerisce che ce la squagliamo prima che sia troppo tardi." "Non hai mica torto. Ragazzi, salviamo la pelle, filiamocela!" approvarono tutti i mostri. Certo, se fossero stati un'armata di gente del paese, dotata di senso del dovere, avrebbero preferito morire sul posto piuttosto che darsi alla fuga. Ma non erano che spiriti di bestie varie della montagna: lupi, tigri, leopardi, quadrupedi e volatili. Così il panico corse tra le file, e in breve tutti scapparono a gambe levate nelle quattro direzioni. Avvenne un po' come quando i soldati di Liu Bang intonarono le canzoni del paese di Chu e i loro ottomila avversari, che erano appunto di quel paese, credettero di essere traditi dai compaesani e si diedero alla fuga. "Mica male!" si disse Scimmiotto, tutto allegro. "I tre diavoli sono nelle mie mani. Questa gente, anche se tornasse a raccogliersi, farà fatica a guardarmi in faccia, dopo essere fuggita al solo suono della mia voce. Comunque sarà prudente che io resti coerente ed entri nella grotta a raccontare le stesse cose: altrimenti, basterebbero un mostriciattolo o due che mi smentissero per rivelare tutta la manfrina." E si fece temerariamente avanti. Ma voi certo non sapete come andò il suo incontro con i marescialli diavoli: dunque ascoltate il seguito! 第075回 ALLEGRO SOGGIORNO NEL VENTRE DEL LEONE · OVE LA SCIMMIA DELLO SPIRITO PERFORA YIN E YANG, E I RE DIAVOLI VENGONO RICONDOTTI ALLA VERITÀ DELLA GRANDE VIA. Un orrido spettacolo si offrì agli occhi di Scimmiotto, quando penetrò nella grotta: Dovunque montagne d'ossa, una foresta di scheletri. I capelli si riducono a feltro, carne e pelle si decompongono in polvere e fango. Pendono dagli alberi bianchi tendini umani. Dal mucchio di detriti cadaverici e dalla palude di sangue emana un fetore insopportabile. A sinistra, giovani mostri sono intenti a macellare persone che dànno ancora segni di vita; a destra, carne d'uomo cuoce nei calderoni. Nessuno oserebbe varcare quella soglia; ci vuol proprio l'intrepidezza del Bel Re Scimmia. Superato il secondo ingresso, lo spettacolo era completamente diverso: ampi spazi, quiete ed eleganza, piante rare e fiori fatati, alteri pini in primo piano, bambù turchese nello sfondo. Si camminava per qualche li su vialetti di ghiaia e si giungeva a una terza porta. Scimmiotto scivolò all'interno e gettò un'occhiata: su alti troni sedevano tre vecchi diavoli, uno più orribile dell'altro. Quello di mezzo si presentava così: I denti come grandi cesoie sbilenche, cranio rotondo e muso squadrato, voce di tuono, occhi sfolgoranti, naso rivolto all'insù. Le rosse sopracciglia lanciano fiamme. Dove passa, tutti gli animali cadono in preda al panico. Tremano i demoni intorno a lui, quando siede sul trono. È il re degli animali, lo spirito malefico del leone dal pelo blu. Quello a sinistra: Occhi di fenice dalle pupille d'oro, dentoni gialli e larghe zampe. Gli escono dal lunghissimo naso tanti peli argentei, che sembrano un'altra coda cresciuta sulla faccia. La fronte bombata è dominata da sopracciglia cespugliose, il corpo è massiccio; da quelle forme di diavolo grottesco esce però una sottile voce di fanciulla. È l'elefante dalle zanne giallastre, cresciute lunghissime in molti anni di ascesi. Quanto a quello di destra: Ali dorate e capo di leviatano, pupille minacciose in occhi di leopardo. Quando si dirige a sud fa tremare anche il nord; la sua energia, benché la tortora se ne burli, terrorizza i draghi. Quando scuote le penne, gli uccelli nascondono il capo; quando allarga gli artigli, la gente volatile muore di paura. È il grande roc, che in un colpo d'ala supera novantamila li sopra le nuvole. Davanti a loro era schierato un centinaio di ufficiali di vario grado; ciascuno era armato da capo a piedi e trasudava determinazione omicida, da dare i brividi. Ma Scimmiotto se ne rallegrò segretamente, si fece avanti a gran passi e posò al suolo le sue tavolette e la campanella. "Vostre maestà!" gridò rivolto ai troni. "Eccoti qua, Piccolo Sfondavento. Nel tuo servizio di pattuglia, hai saputo niente di Scimmiotto il Novizio?" gli chiesero i tre diavoli. "Non oso parlare alla vostra presenza." "Perché non osi?" "Perché non ho buone notizie. Ho visto un uomo accucciato in riva al torrente, che aguzzava un palo e lo bagnava nell'acqua. Da lontano sembrava un esorcista, ma levandosi in piedi era alto più di dieci tese. Mentre puliva la sua arma borbottava che voleva renderla lucente prima di abbatterla sulle teste delle vostre maestà. Così ho capito che si trattava del Novizio Scimmiotto, e sono venuto a informarvi." La fronte del diavolo più anziano si imperlò di sudore; egli si rivolse agli altri due con voce tremante: "Fratelli, ve lo dicevo che era meglio non prendersela con il monaco cinese. Quel discepolo è fortissimo, e sta già aguzzando la sua sbarra contro di noi. Che facciamo?" E ordinò: "Ritirate le truppe nella grotta, chiudete le porte e lasciate che sulla montagna passi chi vuole." Ma un capitano che era al corrente degli ultimi avvenimenti riferì: "Maestà, i soldati di guardia all'ingresso si sono sbandati." "Come mai sono scappati? Avranno annusato il pericolo che si avvicina. Sbarrate immediatamente le porte!" E infatti si udirono rinchiudersi i pesanti battenti e risonare i metalli di catene e catenacci. "Adesso siamo tutti chiusi dentro" pensò inquieto Scimmiotto. "Qualunque cosa non vada per il suo verso, mi trovo senza una via di ritirata. Sarò più tranquillo se, con qualche frottola supplementare, riuscirò a fargli riaprire il portone." "Vostre maestà, non è tutto: ha detto di peggio." "Che cosa ha detto?" "Diceva che scorticherà vivo il primo gran re, disosserà il secondo e strapperà i tendini del terzo. Chiudere le porte non serve, perché lui può facilmente trasformarsi, per esempio in una mosca, e intrufolarsi dalla minima fessura. Se lo facesse, come ci difenderemmo?" "Fratelli, attenzione! In questa grotta non si vedono mosche da anni: se ne vedete volare una, non può essere che Scimmiotto." "Li servo subito" ridacchiò Scimmiotto fra sé. "Il panico che ne seguirà li costringerà a riaprire le porte." Il grande santo si appartò in un angolo buio, si strappò un pelo dal collo e lo mutò in una mosca dorata, che andò a volare dritta sulla faccia di un grande re. "Orrore, fratelli!" gridò quello, con la voce in falsetto dalla paura. "Guardate! la cosa è penetrata fin qui!" Nel panico generale, tutti si armarono di scope e di strofinacci per abbattere il nemico. Il grande santo non riuscì a trattenersi dal ridere a crepapelle: e fece male, perché in questo modo perse il controllo e per un attimo lasciò trapelare il suo vero aspetto. Il terzo diavolo gli diede un'occhiata e si gettò verso di lui: "Fratelli, guardate, ci sta imbrogliando!" "Chi ci ingannerebbe?" chiese stupito il maggiore. "Questo mostriciattolo che ha risposto alle nostre domande. Non è un Piccolo Sfondavento: è Scimmiotto in persona sotto mentite spoglie." "Miseria, mi ha riconosciuto!" pensò Scimmiotto. Si passò la mano sul volto per rafforzare il travestimento, venne verso la luce e disse: "Io sarei Scimmiotto? Le vostre maestà si sbagliano: guardate, sono uno Sfondavento qualsiasi." "Ma sì, lo riconosco" disse il grande re. "Vedo quella faccia tre volte al giorno, quando facciamo l'appello." E chiese: "Ce l'hai la piastrina di riconoscimento?" "Eccola qui" Scimmiotto si sbottonò la giubba e gli tese la piastrina. "Vedi, fratello? Gli facevi torto." "Non faccio torto a nessuno" protestò il terzo re. "Quando si è messo a ghignare, ho visto benissimo il suo brutto muso da duca del tuono. Quando ho gridato, ha ripreso questo aspetto." E ordinò: "Portate subito le corde." Gli ufficiali ubbidirono, lo rovesciarono a terra e lo legarono. Quando gli sollevarono i vestiti, si vide subito pelo di equipuzio: in effetti aveva imitato fedelmente l'aspetto esteriore, ma non si era curato di cambiare le parti nascoste, come le chiappe scarlatte e la coda scimmiesca. "Ecco qua!" gridò il primo diavolo. "Testa di Sfondavento su corpo di Scimmiotto. Ragazzi, portate vino per brindare alla salute del terzo re: è merito suo se abbiamo catturato Scimmiotto. Ora niente ci impedirà di metterci sotto i denti il monaco cinese." "Non è ancora giunto il momento di bere" obiettò il terzo diavolo. "Questo Scimmiotto sa tanti di quei trucchi, che ci può ancora scivolare fra le dita. Facciamo portare il nostro vaso e chiudiamocelo dentro: dopo potremo bere tranquillamente." "Bravo, la prudenza non è mai troppa" approvò sogghignando il primo diavolo. Trentasei mostri andarono a prendere il tesoro nell'armeria. Vi chiederete quali dimensioni potesse avere: era alto solo due piedi e quattro pollici. E occorrevano addirittura trentasei persone per trasportarlo? Sì, perché trentasei è il numero dell'Orsa Maggiore(59): quel vaso racchiudeva le energie dello yin e dello yang, i sette tesori, gli otto trigrammi e i ventiquattro soffi dell'anno. Il vaso venne portato nella sala, fu liberato dall'involucro che lo proteggeva e si sollevò il coperchio. Scimmiotto fu slegato, spogliato e presentato davanti alla bocca del vaso, che lo risucchiò rumorosamente. Quando fu dentro, l'imboccatura venne richiusa e il coperchio sigillato. A questo punto i diavoli si dettero a brindare: "Quel macaco può dimenticare la strada dell'Occidente, e anche quella dell'oriente. Se il monaco vuole ancora trovare scritture, non gli resta che far girare all'indietro la ruota delle incarnazioni e ricominciare daccapo." Ridendo e dandosi pacche sulle spalle, con i boccali in mano, si diressero verso il tavolo del banchetto che doveva celebrare la loro vittoria. Scimmiotto stava stretto dentro il vaso; perciò si rimpicciolì e sedette in un angolo, a suo agio. Sentiva una gradevole frescura, e commentò: "Questi mostri si illudono di avere chissà quali armi. Perché mai andranno raccontando che questo vaso liquefà la gente in tre ore e mezza? Ci si sta così comodi, che ci si potrebbe vivere allegramente per sette od otto anni." Ma il grande santo, ahimè, non sapeva come funzionava il vaso. Nel perfetto silenzio, il bel fresco poteva durare anche per un anno filato. Ma guai se si rompeva il silenzio: bastava una parola per scatenare fiamme che divoravano il chiacchierone. Ancor prima che finisse la frase, il vaso diventò rovente. Per fortuna il grande santo era pieno di risorse: si limitò a fare il segno che allontana il fuoco e se ne rimase seduto impassibile nel suo angolino. Dopo un'oretta, ecco spuntare da tutte le parti quaranta serpenti che venivano a morderlo. Scimmiotto li acchiappò a uno a uno, gli torse il collo e lo ruppe. Poi comparvero tre draghi di fuoco che lo accerchiarono. Allora il Novizio incominciò a sentirsi a disagio: "Gli altri erano giochetti, ma questi draghi possono essere pericolosi. Se me ne resto qui come un salame e il flogisto mi raggiunge il cuore, che sarà di me? Devo crescere fino a rompere la prigione." Recitò un incantesimo e si allungò di una dozzina di piedi; ma anche il vaso crebbe in proporzione. Ridusse la statura, e il vaso ritornò alle precedenti dimensioni. "Si mette male" si diceva Scimmiotto spaventato. "Questa roba mi sta incollata addosso come un vestito su misura." Gli dolevano le gambe; le toccò e si accorse che il fuoco cominciava a intaccarle. "Diavolo! Mi si fondono le gambe! Non ho voglia di diventare un mutilato di guerra." Non poté evitare di versare qualche lacrima. In realtà Ciò che lo addolorava in mezzo ai suoi tormenti Erano i gran pericoli corsi da Tripitaka. "Maestro!" si lamentava. "Dopo tante avventure al vostro servizio, non avrei mai pensato di finire per mano di questi orchi. Ai bei tempi avevo ben altra reputazione." Ma non si abbandonò alla disperazione fino al punto da abbandonare la riflessione: "Quella volta, sul Monte del Serpente Acciambellato, la pusa mi donò tre peli d'emergenza. Vediamo se ci sono ancora." Si tastò per cercarli, e trovò dietro la nuca tre peli più rigidi degli altri: "Eccoli qui. Vediamo a che cosa possono servire." Se li strappò, ci soffiò sopra e mutò il primo in un succhiello a punta di diamante vajra, il secondo in un'asticciola di bambù e il terzo in una cordicella di seta. Passò la corda intorno al succhiello e ne legò le estremità all'asticciola, incurvandola ad arco; con l'arnese così costruito trapanò la parete del vaso e vi aprì un forellino, da cui apparve la luce. "Che fortuna!" esclamò. "Mi caverò dagli impicci anche questa volta." Presto la temperatura si abbassò, perché i soffi yin e yang sfuggivano dal foro. Diavolo di un grande santo! Ricuperò i suoi peli e si mutò in un insettino tanto piccolo da poter passare dal foro che aveva praticato. Sfuggito al suo carcere, invece di prendere il largo, si andò a posare sulla testa del primo diavolo. Questi posò il bicchiere e domandò: "Avrà finito di fondere, quello Scimmiotto?" "Ma certo: il tempo è trascorso" rispose sorridendo il terzo diavolo. L'anziano fece dunque portare il recipiente. Ma i trentasei mostri si accorsero subito che ormai il vaso pesava pochissimo, e corsero spaventati ad annunciare: "Vostra maestà, questo vaso ha perso ogni peso!" "Sciocchezze! Come può perdere peso un recipiente pieno di yin e di yang?" Uno degli addetti lo sollevò con un dito: "Vedete che piuma è diventato?" Il diavolo tolse il coperchio e guardò dentro, vide il filo di luce che filtrava dal fondo e gridò: "Ma è vuoto! Il prigioniero è fuggito!" Scimmiotto, sulla sua testa, lo burlava: "Guarda meglio! Guarda meglio!" "Correte a chiudere le porte!" "Eh no!" si disse Scimmiotto. "Sarà meglio che me ne vada." Riprese il proprio aspetto, si impadronì dei propri vestiti che giacevano in un angolo, e scappò via; ma prima disse ai suoi ospiti: "Mi dispiace per quel vaso bucato, che non servirà più a chiuderci la gente. Ma non lo gettate: potrete sempre usarlo come pitale." Balzò fuori e salì su una nuvola, strillando e ballando per allegria. In breve ritornò dal reverendo, che pregava rivolto al cielo, usando un pizzico di terriccio a guisa d'incenso. Diceva: "Supplico gli immortali delle nubi lontane E le divinità del giorno e della notte Di dare protezione al mio saggio discepolo Scimmiotto che dispone di infiniti poteri." Scimmiotto si sentì lusingato e incoraggiato. Scese giù e gridò: "Maestro, eccomi qua." Il reverendo gli afferrò le mani: "Consapevole del Vuoto, quante preoccupazioni mi dài! Sei stato via molto tempo sulla montagna, eravamo senza notizie. Che cos'hai scoperto?" "Maestro" rispose Scimmiotto, "l'esito della nostra missione dipende in primo luogo dai destini della gente dell'Est, in secondo luogo dai vostri meriti e dalla vostra infinita virtù, ma alla fine anche da quello che sappiamo fare noi discepoli." E raccontò per filo e per segno le sue recenti avventure. "Ora che rivedo il vostro rispettabile volto, mi sento proprio rinascere." Il reverendo gli manifestò gratitudine, ma concluse: "Hai liberato te stesso, ma non hai distrutto quei mostri." "È vero; questo non posso dirlo." "Quindi non mi puoi garantire il passaggio sulla montagna." "Perché no?" gridò Scimmiotto, cui non piaceva non sentirsi vincente. "La situazione mi sembra confusa; ci saranno altri scontri, e chissà come andranno a finire. Io ho paura ad andare avanti." "Siete poco comprensivo, maestro" si difese Scimmiotto con un risolino imbarazzato. "Come dice il proverbio: non basta un filo per fare una corda; oppure: non si applaude con una mano sola. Sono tre diavoli e molte migliaia di mostri: come volete che mi sbarazzi di tutti da solo?" "Certo, non è corretto affrontare il nemico in condizioni di inferiorità numerica; e non puoi fare tutto da solo. Parlane un po' con Porcellino e Sabbioso: anche loro sono abili. Se ce la mettete tutta, forse riuscirete a sgombrare il cammino e ad assicurarmi il passaggio." "D'accordo" rispose Scimmiotto riflettendo. "Sabbioso potrebbe restare a difendervi, mentre Porcellino viene con me." "Non ci penso nemmeno, fratello" gridò allarmato il bestione. "Non vedi che balordo sono? Faccio fatica a fendere l'aria quando cammino: non ti servirei a niente." "Non sei certo una meraviglia, ma fai numero anche tu" replicò Scimmiotto. "Come si dice: anche un peto fa il suo vento. Se non altro mi potrai incoraggiare." "Vengo, ma tu non mi piantare in asso; e soprattutto non mi giocare brutti scherzi quando la situazione diventa critica." "Va, Porcellino, e fa attenzione" esortò Tripitaka. "Sabbioso resterà qui con me." Il bestione raccolse tutto il suo coraggio e partì con Scimmiotto. In un turbine di vento fecero presto a raggiungere l'ingresso della grotta: le porte erano sprangate e il sito deserto. Il Novizio si fece avanti con la sbarra in mano e gridò con voce terrifica: "Aprite, mostri! Venite a battervi con il vecchio Scimmiotto!" Quando lo seppero, i tre diavoli restarono a lungo silenziosi e incerti. "Chi di noi lo va ad affrontare?" domandò il primo diavolo. Ma i suoi colleghi sembravano diventati sordomuti. Infine il primo diavolo perse la pazienza: "Che figura ci facciamo? Se ci lasciamo trattare così senza muovere un dito, abbiamo chiuso con gli affari, sulla strada maestra dell'Occidente. Getterò sulla bilancia la mia vita di vecchio. Se riesco a batterlo in tre scontri, ci mangeremo il monaco cinese. Se invece resto soccombente, voi serrate le porte e lasciateli andare per la loro strada." Quindi si armò e uscì a gran passi dalla grotta. Scimmiotto e Porcellino, che lo osservavano, constatarono che era una creatura imponente: Prezioso elmo di bronzo sulla testa, Adornato di ghiande scintillanti. Un paio d'occhi che lanciano fulmini. Ampia criniera intorno alle sue tempie. Lunghi artigli affilati come lame, Denti aguzzi allineati come seghe. Indossa un'armatura senza maglie D'oro giallo, ed ha un drago alla cintura. È armato di una sciabola d'acciaio E con voce di tuono va gridando: "Chi è lo sconsiderato che mi sfida?" Il grande santo si avanzò e gli disse con aria faceta: "Ecco qui il tuo nonnetto, che desideravi tanto." "Saresti tu Scimmiotto il Novizio?" chiese il re diavolo con una smorfia sarcastica. "Macaco impudente! Io non ti ho provocato: perché mi vieni fra i piedi?" "Senza vento o marea, non gonfia l'onda: se tu non mi avessi provocato, perché mai ti verrei a cercare? Non siete forse voialtri, cani e sciacalli, che complottate per divorarvi il mio maestro? E io vengo a mostrarvi con quale legna accendo il mio fuoco." "Tutte queste chiacchiere verrebbero a dire che ti vuoi battere?" "Proprio così." "Sei un bel gigione. Non sai che potrei schierare in campo le mie truppe, al suono dei tamburi e allo sventolio delle bandiere, e tu saresti sommerso senza neanche vedermi in faccia? Ma io non sono di quelli che abusano del vantaggio: vediamocela in singolar tenzone." "Fatti in là, Porcellino, e fa il tifo per il tuo amico." Il bestione non se lo fece ripetere. "Vieni qua" propose il diavolo; "voglio darti un'alternativa. O ti offri da bersaglio e ti fai assestare tre sciabolate sulla tua testa pelata; in questo caso, lascerò passare il tuo monaco cinese. Oppure, se preferisci, me lo consegni senz'altro perché sia servito in tavola." "Mostro mio, se vuoi toglierti il gusto di battermi sulla testa alla condizione che hai detto, fa portare carta e pennello, e firmiamo il contratto. Puoi picchiare quest'anno e l'anno prossimo, a me non fa né caldo né freddo." Il diavolo raccolse le energie, allargò le gambe per darsi una base d'appoggio più solida, impugnò la sciabola con entrambe le mani, l'alzò più in alto che poté e l'abbatté a tutta forza; per giunta, il grande santo alzò di scatto la testa a incontrare la lama. Ne venne un botto tremendo, e la lama rimbalzò via con un fascio di faville, ma non lasciò la minima traccia. "Che testa incredibile ha questa scimmia!" gridò il diavolo meravigliato. "Sembra proprio che tu non mi conosca" sogghignò Scimmiotto. "Di ferro è la mia testa, senza pari Fra cielo e terra: non si romperebbe Per mazza né per ascia. Da ragazzo Nel forno di Laozi feci un soggiorno: Quattro stelle soffiavano sul fuoco E le costellazioni mi forgiavano. Né acqua né fiamma posson danneggiarmi. Quel monaco cinese ha rafforzato L'opera con il suo cerchio dannato." "Basta con le bravate, macaco. Il secondo colpo non ti lascerà vivo." "Accòmodati: son qui per questo." "Non sai, macaco, che la mia sciabola è metallo forgiato nel fuoco divino? Essa è stata polita e affilata, temprata e ritemprata mille volte. Flessibile come il pitone bianco, sottile come un'ala di mosca, ha filo e robustezza come prescrivono gli antichi trattati di arte militare. In montagna agita le nuvole, nel mare solleva le onde. Giace riposta nell'ombra di un'antica grotta, e non fa la sua apparizione sul campo di battaglia se non per riportare la vittoria. Del tuo cranio di monaco farà due fette di zucca." "Caro il mio mostro, dovresti pensarci due volte prima di dire certe assurdità. Manipolare la mia testa con i tuoi utensili da cucina, come se fosse una zucca! Comunque io sono di parola, va avanti. Vediamo che cosa riesci a combinare." Il diavolo calò un altro colpo tremendo, e questa volta la testa si aprì in due: anzi, tutto il corpo si aprì e rotolò per terra. Si alzarono due Scimmiotti. Il mostro, con la lingua fuori, guardava perplesso e non si capacitava. Porcellino, che stava da parte a contemplare la scena, gli gridò: "Picchia ancora, che diventano quattro." "Sembra che tu sia capace di sdoppiarti" constatò il diavolo. "Perché non lo hai fatto al primo colpo?" "Perché non ci avevo pensato" rispose Scimmiotto ridendo. "Ma se vuoi continuare, non fare complimenti: ti basteranno pochi colpi per fabbricarti un migliaio di buoni amici come me." "Macaco diabolico, ti sai sdoppiare, d'accordo; ma sei capace di rimetterti insieme? Fammi vedere. Potresti ritornare come prima e provare a colpirmi con la tua sbarra." "Avevi proposto di darmi tre sciabolate, e me ne hai date solo due. Ma se ho ben capito ti piace la mia sbarra e vuoi provare che effetto fa sulla tua testa." "Proprio così." "Agli ordini, signor curioso." I due Scimmiotti si abbracciarono, rotolarono avvinti per terra e ridivennero uno solo. Il quale balzò in piedi, brandì la sbarra e l'abbatté sulla testa del diavolo. Ma quello parò con la sciabola e gridò: "Macaco insolente, come osi minacciare i superiori con questo bastone da beccamorto?" "Vuoi saperne di più, sulla mia sbarra?" urlò Scimmiotto. "È famosa in cielo e in terra!" "Perché mai sarebbe famosa?" "Fu forgiata di ferro trasmutato Per nove volte da Laozi in persona. Fu l'arma di Yu il Grande, "la divina", Con cui dragava i fiumi e fissò i mari. Racchiude al centro la carta del Cielo; Sui cerchi d'oro delle estremità Porta segni di draghi e di fenici, Magiche rune da paralizzare Diavoli e dèi. Fu nominata Scettro Dello Yang Trascendente e fu nascosta In fondo al mare, lungi dagli sguardi Degli umani. Ma al giunger di Scimmiotto Arse di ogni colore e diede luce. La portai sul mio monte e ne saggiai Le possibilità: la feci grossa Come una grande giara, oppur sottile Come un filo di seta; un breve ago O un'alta vetta. Come io la voglio Lei si trasforma, ed agita le nubi E sa lanciare fulmini violenti. Quando ti appare fra sinistre brume, Brividi freddi corron la tua schiena. Dal profondo del mar fino ai confini Del cielo su di me la custodisco. Trionfa delle tigri e dei dragoni, Ai guardiani del cielo si sottrasse E Nata mise in fuga: quei celesti Non sapevano più dove nascondersi. L'Imperatore di Giada, insicuro Della guardia del tuono e dei ministri, Al Buddha si rivolse per aiuto. È retaggio delle armi la sconfitta: Fui prigioniero cinquecento anni. Ma quando Guanyin volle protezione Pel monaco cinese, incaricato Di ricercare i sutra, ricordò Questa sbarra implacabile di ferro. Essa riduce in polvere i perversi Che infestano la via. Davanti a lei Tremano i luminari su nel cielo E i giudici infernali sotto terra. Non c'è diavolo o mostro che resista." C'era di che riempire di pensieri il povero re diavolo. Tuttavia non poteva tirarsi indietro, e brandì nuovamente la sua sciabola. Il re scimmia lo affrontò allegramente. Lo scontro incominciò davanti alla grotta e proseguì per aria, dove entrambi ben presto balzarono. Che battaglia! Ecco la sacra sbarra A piacer vostro che dragò il Fiume Celeste, celebre nel mondo intero. Il diavolo irato le contrappone la sua temibile sciabola. Nella spietata battaglia, uno cambia di aspetto a volontà, l'altro si allunga fino al cielo. Una densa bruma nasconde gli astri, la nebbia ricopre le selvagge distese. Uno vuol divorare Tripitaka, l'altro lo difende. Il bene e il male, chiaramente contrapposti, si combattono all'ultimo sangue. Dopo una ventina di scontri, Porcellino non riuscì a trattenersi e si gettò anche lui addosso al diavolo, minacciandolo con il rastrello. Questi non sapeva che il nuovo nemico era un impulsivo facile a scoraggiarsi, più rumoroso che pericoloso. A giudicare dalla sua mole, pensò che avesse la mano pesante: lasciò cadere la sciabola e si diede alla fuga. "Acchiappa, acchiappa!" gridava Scimmiotto. Il bestione si gettò all'inseguimento levando il rastrello. Ma ai piedi del pendio il fuggiasco si fermò, si volse verso gli inseguitori e riprese il suo aspetto originario, spalancando una gola gigantesca. Porcellino s'impaurì: si gettò nei cespugli, senza badare alle spine che gli laceravano le carni, e ci si rimpiattò tutto tremante, spiando e tendendo le orecchie in attesa del seguito. Quando arrivò Scimmiotto, il mostro spalancò di nuovo la gran gola per inghiottirlo, e il Novizio ne fu ben contento; anzi, rimpicciolì la sua sbarra per entrarci meglio. Il bestione lo vide con terrore finire là dentro: "Equipuzio inetto! Perché non scappi? Ti vai proprio a buttare nella sua bocca. E adesso che ci sei finito, addio monaco: domani sarai diventato un bel mucchio di merda." Il bestione aspettò che il diavolo trionfante riprendesse la strada di casa, si districò dai cespugli e corse via nella direzione opposta. Tripitaka lo vide arrivare ansimante: "Quanta furia, Otto Divieti! Dov'è andato a finire Consapevole del Vuoto?" "È andato a finir male: il mostro l'ha ingoiato" rispose piangendo il bestione. Il povero Tripitaka cadde svenuto. Ci volle un po' di tempo prima che si riprendesse, e allora incominciò a pestare i piedi e a battersi il petto: "Ah, discepolo, io dicevo sempre che eri tanto bravo a sottomettere creature malefiche, e che senza fallo mi avresti condotto alla meta. Non avrei mai pensato che saresti finito così. Miseria e desolazione! Tutti i nostri sforzi sono finiti in niente." Mentre il maestro dava sfogo al suo dolore, il bestione invece di consolarlo gridò a Sabbioso: "Dài, porta qui i bagagli, che ce li dividiamo." "Dividere che cosa?" chiese stupito Sabbioso. "Dividiamo tutto e ci separiamo. Tu ritorni alle Sabbie Mobili a mangiare la gente di passaggio; io vado a prendermi cura di mia moglie, nel villaggio del vecchio Gao. Il cavallo bianco lo vendiamo per comperare una bara al maestro." A sentire questi bei propositi il reverendo, che era già pieno d'angoscia, scoppiò perdutamente in singhiozzi e invocazioni all'augusto cielo. Nel frattempo, il diavolo anziano era ritornato a casa. "Com'è andata?" "Ho vinto io, e ne ho catturato uno." "Quale dei due?" "Scimmiotto il Novizio." "E ora dov'è?" "Nel mio ventre: l'ho ingoiato in un boccone." "Fratello maggiore!" gridò allarmato il terzo diavolo. "Non lo sapevi? Quella bestia è assolutamente incommestibile, nessuno riuscirebbe a digerirla." Dal ventre si udì risuonare una voce allegra: "Sono più che digeribile. Dopo di me non avrai mai più bisogno di digerire niente altro." "Maestà, si mette male!" gridavano i mostri terrorizzati. "Questa che viene dal vostro corpo è la voce di Scimmiotto." "Parli finché ne ha voglia, non mi fa paura. Come sono stato capace di mangiarlo, saprò pure dargli il fatto suo. Fate scaldare dell'acqua salata: voglio berla per aiutarmi a vomitarlo fuori. Poi lo metteremo a friggere, e quando sarà croccante lo masticherò con cura, annaffiandolo di buon vino: certo in quel modo lo digerirò più facilmente." I mostriciattoli portarono l'acqua calda, il diavolo bevve ed ebbe conati di vomito: ma Scimmiotto non usciva. Sembrava aver messo radici. Il povero diavolo si mise le dita in gola, si strinse il collo, si batté sullo stomaco e vomitò più volte l'anima sua: gli girava la testa, aveva la vista annebbiata e la milza a pezzi. Ma il Novizio, niente. "Sei sempre lì?" chiese ansimando il diavolo. "Non ho nessuna fretta" rispose sereno Scimmiotto. "Ma che ci stai a fare?" "Qualche volta la tua perspicacia lascia un po' a desiderare. Siamo d'autunno e ormai fa fresco. Sai che noi monaci meniamo vita austera: la mia tonaca non è foderata e io sono freddoloso. Ma qui dentro si sta benone: hai una pancia bella calda. E poi sono al riparo dal vento. Per l'inverno non c'è posto migliore; credo che uscirò a primavera." "Avete sentito, maestà?" fremeva la folla dei mostri. "Vuol passare l'inverno dentro di voi!" "Ci si provi! Io mi metterò in posa di meditazione, mi ibernerò e non mangerò più niente: quel maledetto equipuzio creperà di fame." "Ma lo sai, vecchio mio, che non sei mica tanto sveglio?" replicò Scimmiotto. "Durante il viaggio con il monaco cinese, siamo passati da Canton. Là ho comperato un bel fornello portatile per cuocere lo spezzatino, e lo porto sempre con me. Di roba da mangiare ce n'è per tutti i gusti, in questa dispensa: fettine di fegato, fiocchi di trippe, battuto di stomaco, spuma di polmone... Ho di che campare fino alla festa del cinque aprile." "Fratello!" avvertì terrorizzato il secondo diavolo. "Guarda che quel macaco è capace di tutto!" "Supponiamo che voglia davvero cuocersi lo spezzatino" filosofò il terzo diavolo. "Dove potrà appoggiare il fornello?" "Mi sceglierò un bell'osso a tripla forca" rispose Scimmiotto. "Ma se accenderai il fuoco" obiettò il terzo diavolo, "il fumo uscirà dal naso del mio fratello maggiore e lo farà starnutire, non ti pare?" Scimmiotto si mise a ridere: "Ma no, se è questo che ti preoccupa, ho pronto il rimedio. Gli farò un bel buco nel cranio con la mia sbarra: servirà da camino, e un po' anche da finestra. Qui c'è caldo, ma fa buio." Il primo diavolo aveva un bel mostrarsi intrepido, ma stava sulle spine. Prese il coraggio a due mani: "Fratelli, non temete! Fatemi portare del vino medicato: ne berrò tanto che lo avvelenerò." Scimmiotto se la rideva fra sé e si chiedeva: "Ho mangiato e bevuto tante cose in vita mia. Con quale specie di vino medicato penserà di avvelenarmi, questo bel tomo?" I mostri riscaldarono due vasi di beverone e ne riempirono una grande caraffa, che porsero al loro re. Scimmiotto sentì il profumo e lo trovò di suo gusto: "Questo me lo bevo io." Rovesciò il capo all'indietro, spalancò la bocca e la applicò in fondo alla gola del suo ospite: quello beveva dalle labbra, ma era Scimmiotto a raccogliere ogni sorsata. Fu così per la prima caraffa e per quelle che seguirono, in numero di sette od otto. Il vecchio diavolo posò il recipiente: "Che strano! Quando bevo questa roba, mi sento sempre lo stomaco in fiamme fin dal secondo sorso. Ora ne ho bevuti tanti e non sento niente, nemmeno le guance arrossate." Come si sa, il Novizio non era un gran bevitore. Tutto quel vino gli andò alla testa e lo rese ubriaco fradicio. Cantava canzoni sconclusionate, faceva ginnastica, si aggrappava ai legamenti del fegato per giocare all'altalena, saltava, capitombolava, si dava a balli sfrenati. La creatura malefica, colta da dolori lancinanti, crollò a terra pensando di morire. Se poi non sapete, in fin dei conti, se il diavolo riuscisse o meno a sopravvivere, ascoltate il seguito. 第076回 VIAGGIO ALLA CITTÀ DEI MOSTRI · DOVE DIMORA IL DIO DELLO SPIRITO, IL DIAVOLO SI ARRENDE ALLA NATURA PROPRIA; MADRE DEL LEGNO DÀ IL SUO CONTRIBUTO AD ASSOGGETTARE LA CREATURA ALLA VERITÀ INCARNATA. Abbiamo ascoltato come Scimmiotto si dedicò a un quarto d'ora di ginnastica, e come ciò fece crollare a terra il maresciallo diavolo. Egli perse la parola e il respiro e restò esanime, tanto che il Novizio lo credette morto e si arrestò. "Molto compassionevole e misericordioso pusa, Grande Santo Uguale al Cielo!" esalò il diavolo ritornando in sé dopo qualche tempo. "Su con la vita, vecchio mio. Non affaticarti troppo. Chiamami 'nonno': risparmierai un sacco di parole e io mi accontenterò." Il mostro, che teneva alla sua pelle, esclamò: "Nonno! Nonno! È stata colpa mia, sono io che ti ho ingoiato e mi sono messo nelle tue mani. Non mi resta che la speranza che il grande santo compatisca quest'umile insetto che teme di morire. Se mi risparmi, accompagnerò io il tuo maestro nella traversata della montagna." Scimmiotto era bellicoso, ma non privo di buoni sentimenti, né insensibile ai complimenti; d'altronde ciò che stava in cima ai suoi pensieri era la missione del maestro e sua. Perciò gridò: "Creatura malefica, se ti perdono, che cosa ti impegni a fare di preciso?" "Non ho preziosi da offrire; non ho oro, argento, perle, turchesi, agate, coralli, cristalli, ambra o gusci di tartaruga. Ma ti prometto che noi tre re trasporteremo il tuo maestro per tutto il percorso montuoso su un palanchino di rotang profumato." "Va bene; è una prestazione che vale molto più di qualunque prezioso" rispose ridendo Scimmiotto. "Apri bene la bocca, che esco." Mentre il diavolo maggiore apriva la bocca, il terzo fratello gli bisbigliò: "Quando te lo senti sulla lingua, serra le mascelle e mastica forte. Dopo averlo ben masticato, inghiottilo pure: questa volta non ti nuocerà." Ma Scimmiotto tendeva l'orecchio e sentiva tutto. Prima di metter piede dentro la bocca, spinse avanti la sua sbarra a esplorare il terreno; subito il mostro serrò le mascelle e si udì il rumore dei denti che si spezzavano. "Ma bravo!" esclamò Scimmiotto. "Io ti prometto salva la vita, e tu cerchi di mordermi per togliermi la mia. Non esco più. Tanto farò che ti manderò all'altro mondo, e non uscirò prima di allora." Il maggiore se la prese con il terzo: "Mi hai reso davvero un bel servizio! Guarda i denti che ci ho rimesso! E adesso che facciamo?" Il terzo diavolo tentò con altro metodo: la provocazione del soldato. "Scimmiotto" gridò con voce tonante, "la tua fama di sacripante è arrivata dappertutto. Si raccontano tante frottole sulle tue imprese in Cielo e altrove. Ma adesso che ti vedo all'opera, devo constatare che non sei altro che un meschino senza coraggio né mestiere." "Perché non avrei coraggio né mestiere?" "Perché un coraggioso che ci sa fare non si nasconde nella pancia della gente, in mezzo alla cacca. Un coraggioso si batte sul serio; e a dieci leghe da casa sa farsi una reputazione per mille leghe." Scimmiotto rifletteva: "Non ha tutti i torti. Posso spacciare il suo compare spaccandogli il fegato o strappandogli le budella. Ma sarebbe piuttosto comodo che decoroso: la mia reputazione ne soffrirebbe." E gridò: "Apri bene la bocca, che vengo a battermi con tuo fratello. Però dentro la grotta non c'è spazio sufficiente per manovrare: dobbiamo batterci all'aperto." Il terzo diavolo chiamò a raccolta le sue truppe e riunì in breve più di trentamila mostri, tutti equipaggiati di armi da punta e da taglio. Uscì con il secondo diavolo e li schierò a battaglia nella formazione in tre ranghi, pronti a ingaggiare il combattimento. Poi gridò a gran voce: "Vieni, Novizio: vedrai quante belle manovre potrai fare!" Il grande santo, dal ventre, sentì tramestio di soldati, gracchiar di corvacci, svolazzar di avvoltoi, stridere d'aquile. Rifletteva: "Devo uscire per non mancare di parola, ma questi mostri infidi mi stanno preparando l'accoglienza. La loro parola non vale niente: altro che farsi accompagnatori del maestro! Li sento che preparano i loro uomini. Tanto peggio. Ciascuno avrà quello che merita. Intanto sarà meglio che, prima di uscire da qui, ci lasci un ricordo." Si strappò un pelo della coda e lo trasformò in un filo più sottile di un capello, ma molto resistente e lungo quaranta tese. Con un'estremità fece un nodo scorsoio che, al tendersi del filo, avrebbe serrato il cuore. L'altra estremità la portò con sé, e commentò ridendo: "Sarà meglio che mantengano la loro promessa, quando sarò uscito. In caso contrario tirerò il filo, e per il mio amico non sarà meglio che se fossi rimasto dentro la sua pancia." Quindi si fece piccolo e si arrampicò nella gola; da lì si vedevano la bocca spalancata e le file dei denti taglienti, per quanto alcuni si fossero rotti. Sostò di nuovo a pensare: "Se esco di lì con il mio filo e lui se lo trova fra i denti, finirà per spezzarlo. Mi converrà passare dove non ha denti." Infatti si arrampicò su per le fosse nasali. L'irritazione che produsse fece esplodere un grande starnuto, che lo proiettò lontano. Come fu all'aperto, il Novizio si diede una statura di tre tese. Il primo diavolo gli assestò un fendente di sciabola, ma il grande santo parò con la sbarra. L'arma del secondo diavolo era una lancia, quella del terzo un'alabarda: tutti insieme si gettarono in una mischia indescrivibile. Scimmiotto temeva che il formicolio di mostri che lo circondava finisse per intralciare seriamente i suoi movimenti; perciò balzò via e si andò a posare sulla cima deserta della montagna. Da lì incominciò a tirare il filo. Il primo diavolo si sentì il cuore stretto in una morsa e fece un balzo in aria, mentre il grande santo lo dirigeva qua e là. I mostri che assistevano allo spettacolo gridarono: "Maestà, lasciatelo perdere, non lo provocate. Quel macaco non ha il senso delle convenienze: gioca all'aquilone senza aspettare che venga primavera." Scimmiotto, da parte sua, diede uno strattone che fece piombare il diavolo al suolo con uno schianto tremendo: scavò un cratere profondo due piedi. I suoi fratelli, spaventati, corsero a vedere che cos'era successo, si inginocchiarono al suolo e gridarono: "Grande santo, vi credevamo un immortale intrepido e magnanimo; non avremmo mai creduto che apparteneste piuttosto alla specie sorniona del ratto o della lumaca. Volevamo darvi leale battaglia; non pensavamo che sareste ricorso a questi trucchi sadici." "Maledetti diavoli spudorati!" sghignazzò Scimmiotto. "Sentili, i cavalieri senza macchia! Promettono di accompagnare il mio maestro, ma di fatto cercano solo di azzannarmi; uno mi sfida a duello, e me ne trovo davanti trentamila. Ora porterò questo signore dal mio maestro." "Pietà, grande santo! Risparmiatemi!" supplicò il diavolo anziano prosternato nella polvere. "Siamo pronti a mantenere la promessa di accompagnare il vostro maestro." "Per liberarti basta poco" disse Scimmiotto ridendo. "È sufficiente che tagli il filo sottile che ti esce dal naso." "Non oso tagliare: mi fa un male tremendo. E le mie viscere, all'altra estremità, resteranno legate strette. Che fare?" "Come vuoi. Se apri la bocca, posso entrare per rimettere tutto a posto." "E se poi rifiuti di uscire?" si lamentò il diavolo. "Questa situazione mi fa impazzire." "In realtà io posso togliere completamente quel filo senza entrare nel tuo ventre. Se lo faccio, scorterai davvero il mio maestro?" "Te lo giuro!" Il grande santo prese per buono il giuramento e ricuperò il suo pelo con una scossa; subito il dolore cessò. I tre diavoli, sollevati, lo ringraziarono e gli dissero: "Dite al monaco cinese di preparare i suoi bagagli. Noi corriamo a prendere il palanchino." Intanto i mostri deponevano le armi e rientravano nella grotta. Scimmiotto si allontanò in direzione est e, dopo un po', scorse Tripitaka che giaceva a terra e singhiozzava, mentre Porcellino e Sabbioso avevano aperto i sacchi dei bagagli e se ne spartivano il contenuto. "Questa non può essere che l'opera di quel deficiente di Porcellino." Abbassò la sua nuvola e chiamò: "Maestro!" Sabbioso lo sentì chiamare e se la prese con Porcellino: "Sei proprio un beccamorto che pensa solo al morto. Hai detto che il nostro condiscepolo anziano era stato ucciso, solo per impadronirti dei bagagli. Ma non è vero: non senti che chiama?" "Il mostro l'ha mangiato: l'ho visto con i miei occhi. Oggi sarà uno di quei giorni grami in cui appaiono i fantasmi." Scimmiotto gli si piantò davanti e gli diede una sberla da farlo barcollare: "Fesso! Ti sembro un fantasma?" "Fratello" rispose il bestione fregandosi la guancia, "sembra di no; eppure l'ho visto, il mostro che ti mangiava. Come hai fatto?" "Io non sono una scodella di minestrone buona a niente come te. Gli ho solleticato le budella e pizzicato i polmoni; prima di uscire gli ho passato un filo intorno al cuore: quando tiravo, lui vedeva le stelle. Infine si è prosternato e mi ha pregato di risparmiarlo. Ora si mettono a disposizione del maestro per fargli attraversare la montagna." Tripitaka si rizzò in piedi e si inchinò al Novizio: "Discepolo mio, quanto ti sei dato da fare! Se avessi dato retta a Consapevole delle Proprie Capacità, sarei morto." "Stupido!" gridò Scimmiotto prendendo a pugni il colpevole. "Sabotatore, infingardo! Maestro, non state a tormentarvi: ora verranno a prendervi quei diavoli con un palanchino." Anche Sabbioso si sentiva in colpa e cercava di passare inosservato, dandosi da fare per preparare i bagagli e sellare il cavallo. Nel frattempo i tre marescialli diavoli erano rientrati nella grotta con le loro truppe di fantasmi. "Fratello" disse il secondo diavolo al primo, "mi immaginavo quello Scimmiotto come un gigante con otto code e nove teste: invece non è che un piccolo macaco sbilenco. Peccato che tu abbia fatto lo sbaglio di ingoiarlo: se ti fossi limitato a combatterlo, lui non l'avrebbe mai spuntata. Se i nostri gli sputassero addosso tutti insieme, lo affogherebbero. Noi non abbiamo osato attaccarlo perché tu lo avevi nel ventre e subivi le sue torture. Ma è chiaro che l'impegno di portare il monaco cinese oltre la montagna è stato soltanto un espediente per stanarlo; non vorremo certo prenderlo sul serio!" "Perché no, saggi fratelli?" chiese il fratello maggiore. "Dammi tremila uomini, e te lo riporto ben legato e impacchettato, quel macaco." "Prendine quanti ne vuoi. Puoi utilizzarli tutti, se ti sembra prudente." Il secondo diavolo convocò tremila mostri, li schierò lungo la strada maestra e inviò un messaggero, con gagliardetto azzurro, che portava questo messaggio: "Scimmiotto il Novizio! Presentati immediatamente per sostenere la guerra che ti dichiara sua maestà il secondo grande re." Quando il messaggero arrivò a destinazione, Porcellino si mise a ridere: "Fratello, come dice il proverbio: frottole a muso tosto, non ci crede la gente del posto. Hai detto le bugie. Quei diavoli non li hai sottomessi, e adesso ti mandano sfide, altro che palanchini!" "Il maggiore ha avuto il fatto suo: gli viene mal di pancia solo a sentire il mio nome. È il secondo fratello che mi sfida: non si rassegnerà ad accompagnarci. Devo dire che quei diavoli mostrano una solidarietà fraterna degna di rispetto: magari potessimo dire altrettanto noi! Naturalmente, se vuoi, puoi affrontarlo tu, che sei secondo come lui; tra fratelli maggiori ci siamo già battuti." "Non mi fa mica paura" rispose Porcellino. "Qualche legnata gliela dò volentieri." "Va pure." "Certo che vado" disse ridendo Porcellino. "Ma mi farebbe comodo una corda." "Che cosa te ne faresti? Tu non sei capace di entrargli dentro e di annodargliela intorno al cuore." "No, no. Pensavo di legarmela alla vita, come fune di salvataggio. Voi potreste tenere un'estremità, e darmi corda se le cose vanno bene; se invece vanno male, potreste tirarla e farmi uscire di scena." "È l'occasione per giocargli un bel tiro" pensò Scimmiotto ridacchiando fra sé. Legò una fune intorno alla cintura di Porcellino e lo mandò a combattere. Il bestione corse avanti brandendo il suo rastrello e urlando: "Vieni fuori, mostro! Vieni a batterti con il tuo avo Porcellino!" "Maestà" annunciò il messo con il gagliardetto azzurro, "ecco un bonzo con il grugno lungo e le orecchie larghe, che fa parte della comitiva." Il secondo diavolo venne avanti e, senza altra forma di processo, allungò la lancia in faccia a Porcellino che sopraggiungeva. Il bestione oppose il rastrello. Vennero alle mani, ma bastarono sette od otto scontri perché Porcellino si trovasse in difficoltà: "Fratello, va male; tira la corda!" Scimmiotto invece la lasciò cadere. Il bestione scappò via, ma quella corda fra i piedi lo fece inciampare. Cadde una volta e si rialzò; cadde di nuovo e restò per un momento con il grugno nella polvere. Il diavolo, sopraggiunto, lo afferrò saldamente con la proboscide e se lo portò trionfalmente nella grotta, mentre la baraonda dei mostri intonava un peana di vittoria. Tripitaka era indignato: "Consapevole del Vuoto, adesso capisco perché Consapevole delle Proprie Capacità ti vuol morto. Fra voi c'è solo invidia e gelosia, senza traccia dell'amore e dei sentimenti fraterni che vi dovrebbero animare. Perché non hai tirato quella corda come ti chiedeva, ma l'hai gettata? Come lo salverai, ora che l'hai spinto a perdersi?" "Maestro" ribatté Scimmiotto con un sorriso a denti stretti, "non siete mai imparziale, e lo avete sempre favorito. Quando hanno catturato me vi è sembrato naturale: io sono carne da cannone. Ma tutti dobbiamo fare l'impossibile per tenere quel bestione lontano dagli spigoli. Lasciate che una volta tanto soffra anche lui, e si renda conto che la ricerca delle scritture non è una passeggiata." "Discepolo, non puoi certo dire che io non abbia sofferto quando hanno catturato te. Ma tu sai trasformarti in molti modi, hai tante risorse. Quel bestione invece è obeso, goffo e maldestro: perciò temo sempre il peggio. Non puoi negargli il tuo aiuto." "Maestro, non ve la prendete: lo caverò dai guai." D'un balzo fu in cima alla montagna. "Così quel bestione mi vuol morto!" si diceva amareggiato. "Non gli renderò facile la vita. Vediamo che cosa vuol fare di lui il diavolo che l'ha catturato: non c'è fretta di soccorrerlo." Fece un passo magico, recitò una formula e si trasformò in un insetto jaoliao; volò su un'orecchio di Porcellino ed entrò con lui nella grotta. Il campo dei tremila mostri, con trombe e tamburi, fu posto davanti all'ingresso; il secondo diavolo che li comandava entrò portando Porcellino con sé: "Fratelli, ne ho catturato uno." "Fa vedere." "Eccolo qua" e distese la proboscide lasciando cadere Porcellino. "Non è appunto uno di loro?" "Lo è, ma non conta nulla" tagliò corto il primo diavolo. "Maestà" disse Porcellino cogliendo l'occasione, "lasciate andare chi non conta nulla, e dedicatevi piuttosto alla cattura di chi conta qualcosa." "Tu non conti, ma sei pur discepolo del monaco cinese" disse il terzo diavolo. "Sei Porcellino Otto Divieti. Il tuo lato utile ce l'hai anche tu: ti metteremo a mollo nella fontana finché le tue setole non cadranno; poi ti caveremo le viscere, ti saleremo e ti metteremo a seccare al sole. Ci aiuterai a far passare i giorni di maltempo, accompagnato da un bicchier di vino." "È la fine" pensava sconsolato Porcellino. "Il destino mi ha messo nelle mani di un salumiere." Lo creature malefiche si gettarono su di lui, lo ammanettarono, lo legarono e corsero a gettarlo nella vasca della fontana, dove lo lasciarono a mollo. Il grande santo prese il volo e ronzò intorno al grassone, di cui sporgevano dall'acqua le sommità delle zampe ammanettate e il grugno semisommerso; quest'ultimo sbuffava e fischiava, simile a un grosso ricettacolo di loto spelacchiato e annerito dopo una gelata della nona luna. Scimmiotto guardava le sue smorfie e si sentiva diviso fra l'animosità e la compassione. "Che fare?" si diceva. "Anche lui parteciperà all'assemblea dell'albero drago-fiore. Ma è un vigliacco che approfitta della prima occasione per mettere le mani sui bagagli, nell'intento di svignarsela; e prova un gusto particolare a incoraggiare il maestro a recitare l'incantesimo della costrizione del cerchio. Magari lo aiuterò, ma prima, che si prenda una bella paura! L'altro giorno Sabbioso diceva che ha messo da parte delle economie; voglio mettere in chiaro se è vero." Quel diavolo di un grande santo tornò a posarsi sull'orecchio di Porcellino e lo chiamò contraffacendo la voce: "Consapevole delle Proprie Capacità, ascolta." "Chi mi chiama? Come fai a sapere il mio nome?" chiese Porcellino. "Sono io" rispose Scimmiotto. "E chi sei tu?" "Sono il pubblico ufficiale sgraffignario." "Che iella!" pensò Porcellino. E chiese: "Da dove venite, signor ufficiale?" "Mi manda il re Yama: sei citato a comparire davanti alla quinta corte infernale." "Pregate il re Yama di concedermi un rinvio, in nome della sua grande amicizia con Scimmiotto Consapevole del Vuoto, che è il mio condiscepolo anziano. Tornate un'altra volta." "Balle! Se Yama a mezzanotte fissò l'ora, nessuno oserà darti tempo ancora. Seguimi immediatamente, se non vuoi che ti trascini con la corda al collo." "Non lo crederete, capo, ma avrei preferito continuare questa vitaccia, per scomoda che sia. Comunque, se proprio devo morire, pazienza. Mi serve solo un giorno di rinvio, per dare ai miei compagni il tempo di catturare i mostri, rivedere il maestro e salutare tutti quanti." "D'accordo" rispose Scimmiotto ridendo fra sé. "Ho una lista di trenta persone di cui mi devo occupare: tutta gente che abita da queste parti. Ti lascerò per ultimo, e questo ti varrà un rinvio di un giorno. Dammi dunque la mancia per il mio disturbo." "Non ho un soldo. Noi monaci non possediamo niente." "Se non hai soldi per la mancia, non c'è scusa che tenga: vieni subito con me, e con la corda al collo." "No, capo, la corda no! So che si chiama 'corda che toglie la vita' e, se vien messa al collo, subito si rende l'anima. Non è che proprio non abbia soldi: ne ho pochi." "Vediamo. Sbrigati a tirarli fuori." "Miseria! Da quando sono diventato bonzo ho raccolto mezza oncia d'argento, accumulando le monetine che i donatori a volte mi offrono oltre il cibo, in considerazione del mio appetito inesauribile. Per portarmi dietro comodamente il denaro, l'ho fatto fondere in un pezzo solo da un orefice, nell'ultima città da cui siamo passati. Ma quel ladro mi ha derubato: il pezzo non pesa più di quarantasei centesimi. Prendetevelo." "Questa bestia non possiede nemmeno i pantaloni; dove terrà l'argento?" si chiedeva Scimmiotto ridacchiando fra sé. E disse: "Va bene, dov'è questo capitale?" "L'ho nascosto dentro l'orecchio sinistro. Ho le mani legate. Servitevi da solo." Scimmiotto frugò dentro l'orecchio, e vi trovò davvero un lingottino da quarantasei centesimi di tael, a forma di sella di cavallo. Quando l'ebbe in mano non poté trattenere le risa, e Porcellino riconobbe la sua voce. "Pendaglio da forca di un equipuzio!" si mise a urlare sbruffando l'acqua intorno. "Conciato come sono, hai il coraggio di venirmi a estorcere soldi!" "Sacco di segatura" rispose Scimmiotto continuando a ridere, "mentre il tuo bravo condiscepolo si dà da fare per proteggere il maestro, tu sottrai le elemosine per comprarti i dolciumi." "Svergognato! Io non ho sottratto niente. Ogni soldo me lo sono, per così dire, levato di bocca; rinunciavo a spenderlo in cibo perché mi volevo comprare una pezza di tela per farmi un vestito. Sei tu che me l'hai sottratto con il terrorismo. Almeno, dividiamo!" "Non dividiamo un bel niente." "Va bene, ti lascio tutto" grugnì Porcellino. "Ma tu in cambio tirami fuori di qui." "Un momento di pazienza." Scimmiotto ripose il denaro, riprese il proprio aspetto e avvicinò il bestione al bordo della vasca con l'aiuto della sua sbarra; quindi lo afferrò per i piedi, lo tirò fuori e lo liberò dai legami. Porcellino balzò in piedi e si levò la tonaca, per strizzarla e cavarne quanta più acqua poteva; poi se la rimise e propose: "Fratello, apriamo la porta di servizio e battiamocela." "Non è dignitoso scappare dalla porta di servizio. Ci faremo strada a suon di botte e usciremo dal portone principale." "Ma io non riesco a correre; sono rimasto legato così a lungo, che ho le gambe anchilosate" protestò Porcellino. Scimmiotto non gli diede retta: "Sta zitto e seguimi." Il grande santo si incamminò verso l'uscita aprendosi il cammino a colpi di sbarra fra i mostri che gli si opponevano, mentre Porcellino si sforzava di tenergli dietro con le sue gambe intorpidite. Ma quando vide il suo rastrello appoggiato alla parete, presso la seconda porta, si ringalluzzì e corse a impugnarlo. Nelle corti successive avanzarono fianco a fianco, facendo strage di una quantità incalcolabile di mostriciattoli. Quando i marescialli diavoli ne furono informati, il maggiore si volse al secondo: "Bel lavoro hai fatto! Te l'ho detto che non hai catturato la persona giusta: come vedi, Scimmiotto ha liberato Porcellino, e la stiamo pagando cara." Il secondo diavolo impugnò la lancia e si precipitò fuori dalla grotta: "Ferma, maledetto macaco impudente! Come ti permetti di trattarci in questo modo?" Il grande santo si volse verso di lui, che lo caricava lancia in resta, e ne parò il colpo con calma di esperto. Davanti alla grotta si svolse un bel duello: L'elefante dalle zanne gialle in forma umana ha giurato fraternità al leone, ed entrambi hanno unito le forze per impadronirsi del monaco cinese. Il grande santo, invece, lo difende e si propone di abbattere il perverso attaccante. La lancia si scaglia come il pitone nella foresta, la sbarra giravolta come il drago nel mare. Sorge il drago avvolto di caligini sulla porta dell'oceano; sibila il pitone nel bosco oscuro, squarciando la nebbia. È una lotta spietata all'ultimo sangue, per quel monaco venuto dalla Cina. Porcellino, piantato in terra il suo rastrello, se ne rimase a fare da spettatore senza muovere un dito. Il mostro, davanti a quel virtuoso della scherma, sfoderò il suo colpo preferito: allungò la proboscide e cercò di afferrarlo. Ma Scimmiotto, con prontezza, levò alta la sbarra; fu allacciato al petto, ma conservò libere le braccia. "Questa volta, il povero mostro non ha avuto fortuna!" gridò Porcellino. "A me aveva stretto anche le braccia: non mi potevo più muovere. Invece Scimmiotto, che sa certo usar le mani meglio di me, resta libero di fare quello che vuole: può infilargli la sbarra in quel suo lungo naso, e fargli soffiare moccio e sangue." Scimmiotto apprezzò il suggerimento: ridusse la sbarra al diametro di un uovo e a una tesa di lunghezza, e la infilò a fondo dentro la proboscide. Il mostro barrì di spavento e lo lasciò andare. Allora Scimmiotto afferrò la proboscide e la tirò a tutta forza. Il mostro non poté fare altro che seguirlo docilmente, per cercar di alleviare il dolore che quegli strappi gli procuravano. A quel punto si fece sotto anche Porcellino e fece piovere i colpi del suo rastrello sui fianchi della bestia. "Non colpire con i denti del rastrello!" gridava Scimmiotto. "Lo farai sanguinare, e il maestro ricomincerà con le sue geremiadi contro i sanguinari. Picchia con il manico, che i colpi non lasciano segno." Scesero dunque la montagna come due cornac che conducono un elefante riottoso, l'uno tirando la proboscide e l'altro bastonando i fianchi. Tripitaka, che stava all'erta, li vide venire da lontano e chiese: "Consapevole della Purezza, riesci a capire che cosa sta tirando Consapevole del Vuoto?" Sabbioso guardò e rispose mettendosi a ridere: "Maestro, si tira dietro un elefante tenendolo per il naso. Che bello spettacolo!" "Dio buono, che mostro gigantesco! E quel naso, com'è lungo! Vai a chiedergli se è felice di guidarci sulla montagna; in caso affermativo lo perdoniamo. Mi raccomando, non vi venga in mente di ammazzare una bestia così grossa!" Sabbioso corse loro incontro e riferì il messaggio. La creatura cadde in ginocchio. I maltrattamenti subiti dal suo naso gli davano la voce di chi sia stato preso da un gran raffreddore: "Reverendi monaci" nasaleggiava, "se mi lasciate vivere vi porterò dove volete: solleverò il vostro palanchino." "Noialtri siamo persone generose" gli disse Scimmiotto. "Fa come hai detto, porta qui il palanchino e sarai perdonato. Ma se torni a cambiar musica, non ti aspettare di essere perdonato un'altra volta." Il mostro liberato si prosternò e se ne andò. Scimmiotto ragguagliò Tripitaka sugli ultimi avvenimenti; mentre Porcellino, vergognoso, si appartò con la scusa della tonaca bagnata e della necessità di metterla ad asciugare. Intanto il secondo diavolo ritornava alla grotta, ancora tutto tremebondo e indolenzito. I suoi fratelli, che avevano avuto notizia del suo insuccesso, gli muovevano incontro con rinforzi. Davanti alla folla riunita, l'infelice raccontò della magnanimità di Tripitaka. I mostri si guardavano perplessi, senza dir motto. "Che ne dite, fratelli?" domandò il secondo diavolo. "Siete d'accordo di accompagnare il monaco cinese?" "Non c'è dubbio" esclamò il maggiore. "Quello Scimmiotto, tutto sommato, è generoso. Quand'era dentro la mia pancia, avrebbe potuto ammazzarmi mille volte; quanto a te, avrebbe potuto tenerti prigioniero, o strapparti il naso: ma non ha fatto niente di tutto questo. Accompagnamoli, e leviamoci il pensiero." "Ma bravi, fategli da guide alpine!" commentava sarcastico il terzo diavolo. "Saggio fratello" gli disse il maggiore, "mi sembra che la cosa non ti piaccia. Se tu non vuoi venire, lo accompagneremo noi." "Vedi" rispose il terzo diavolo, "se questo bonzo avesse un po' di discrezione, si accontenterebbe di andarsene quatto quatto per i fatti suoi. Ma lui, invece di cogliere la buona occasione, chiede proprio a noi di accompagnarlo. La cosa mi piace moltissimo. Accetteremo la sua richiesta e lo faremo cadere in trappola; questo si chiama attirare la tigre giù dalla montagna." "Che cosa significa?" "Significa che faremo l'appello dei nostri mostri e ne sceglieremo mille fra diecimila, cento fra quei mille, e fra i cento un gruppo di sedici e uno di trenta." "Che cosa ce ne faremo dei due gruppi?" "Il gruppo di trenta dovrà essere costituito dai migliori cuochi e camerieri. Li forniremo di riso di prima qualità, fior di farina, germogli di bambù, tè in boccioli, orecchiette, porcini, formaggio di soia e glutine di grano. Ogni venti li, predisporranno un riparo per servire al monaco cinese il tè e un pasto vegetariano." "E il gruppo di sedici?" "Otto porteranno il palanchino, e otto faranno da battistrada. Noi li seguiremo a una tappa di distanza. In capo a quattrocento li arriveranno nella mia città, dove gli abitanti faranno loro una bella accoglienza. Quando arriveranno nei dintorni, non dovremo lasciare a maestro e discepoli il tempo di mangiare la foglia. La cattura del monaco cinese dipenderà proprio dall'abilità di quei sedici." Il fratello maggiore fu facilmente conquistato: "A meraviglia!" Si fece dunque l'appello, e si scelsero i trenta cucinieri e i sedici portatori del palanchino di rotang profumato. Prima di mettersi in cammino, i diavoli fecero le ultime raccomandazioni: "Ricordatevi che dovete essere svelti ed efficienti. Il Novizio è diffidente, da quella scimmia che è: se vi vede temporeggiare o fare movimenti poco chiari, si metterà in sospetto e manderà i nostri piani a gambe all'aria." Il fratello maggiore guidò la truppa sulla strada maestra e gridò: "Reverendo, abbiamo consultato l'almanacco: oggi non è giorno contrassegnato dalla stella rossa della disgrazia. Sarà bene che ne approfittiamo per compiere il viaggio." "Chi sono questi signori, Consapevole del Vuoto?" chiese Tripitaka. Scimmiotto rispose: "Quello che parla è uno dei mostri che ho vinto; viene con il palanchino per trasportarvi di là dalla montagna." Tripitaka giunse le mani e alzò gli occhi al cielo: "Buon dio! Mi chiedo, saggio discepolo, come avrei potuto sopravvivere senza l'aiuto delle tue straordinarie capacità." E avanzò verso la gente che sopraggiungeva: "Vi sono molto riconoscente dell'affetto che mi dimostrate. Quando ritorneremo a Chang'an con le scritture, non mancherò di attestarlo." I mostri si prosternarono: "Reverendo, favorite!" Con i suoi occhi da comune mortale poco furbo, Tripitaka non sospettava l'inganno. Del resto lo stesso grande santo, immortale d'oro dell'unità suprema, con il suo temperamento diritto e leale, era convinto che quei diavoli fossero stati soggiogati dalle sue imprese, dalla sua forza e generosità. La sua opinione finiva per coincidere con quella del maestro, senza sospettare di aver davanti gente con la testa piena di piani e progetti di tutt'altro genere. Ordinò quindi a Porcellino di caricare i bagagli sul cavallo, con l'aiuto di Sabbioso, e si mise in testa alla comitiva impugnando la sua sbarra, per aprire la marcia e vigilare su ogni sopravvenienza che potesse verificarsi. Non si sognavano di sospettare a che cosa li portasse quella partenza, e non tenevano presente che la pena segue sempre la gioia. Come dicono i classici: raggiungere il grado supremo dell'affermazione comporta il ritorno della negazione. Nell'ora del destino, cadranno sotto la stella della disgrazia e passeranno davanti alla casa dell'impiccato. La schiera di mostri, unita e determinata, stava sempre in guardia e assicurava da mane a sera il più premuroso servizio. Dopo trenta li venne offerta una colazione; dopo cinquanta, un'altra; quando scese la sera, i pellegrini furono invitati a riposare. Un servizio impeccabile: i viaggiatori erano viziati con tre eccellenti pasti al giorno e un buon sonno con sistemazione confortevole. Dopo un cammino di oltre quattrocento li verso occidente, giunsero in vista di una città. Scimmiotto, che precedeva di un li il palanchino con la sua sbarra in spalla, ebbe un colpo al cuore, da faticare a riprendersi. Vi chiederete che cosa gli prendeva, a un guerriero tanto intrepido: il fatto è che vedeva la città sovrastata da enormi miasmi diabolici. Mostri e vampiri l'abitano in folla, Sono in vedetta alle sue quattro porte Creature rapaci: le comandano Una tigre striata ed una lince Feroce e astuta con il muso bianco. Cervi corna ramose van portando I messaggi, e s'aggirano furtive Volpi maligne. Gli enormi pitoni Striscian lungo le mura. Altri serpenti Sbarran le strade; sopra le alte torri Ai lupi grigi gridano i comandi Ufficiali leopardi. Ovunque mostri Rullan tamburi ed agitan stendardi. Spiriti di montagna fan la guardia. L'astuta lepre sbuca dalla porta E attende ai propri affari. Gran cinghiali Fan da artigiani. L'antica città È ridotta a rifugio delle fiere. Mentre Scimmiotto era preso dalla meraviglia e dall'orrore, udì un sibilo dietro di sé e si voltò appena in tempo per vedere il terzo diavolo che gli piombava alle spalle brandendo a due mani un'alabarda a cielo quadrato con il manico scolpito, e cercava di rompergli la testa. Il grande santo si girò di scatto e lo fronteggiò: entrambi ansimavano di collera e combattevano stringendo i denti, senza dir parola. Il diavolo anziano, da parte sua, sfoderò la sciabola e aggredì Porcellino, che lasciò il cavallo e impugnò il suo tridente. Il secondo diavolo vibrò la lancia su Sabbioso, che parò con il randello ammazza-diavoli. I tre diavoli e i tre monaci si affrontarono in duello, mentre i sedici mostriciattoli, sempre efficienti secondo le raccomandazioni ricevute, si impadronirono del cavallo e dei bagagli, e corsero con il palanchino su cui era Tripitaka alla porta della città: "Aprite! Portiamo il monaco cinese, per ordine delle loro maestà." La porta fu subito spalancata. Ai mostri di pattuglia fu ordinato di limitarsi a sventolar bandiere e rullare i tamburi, con divieto di gridare e di battere i gong: "Le loro maestà ordinano di non spaventare il monaco cinese, perché la paura non renda le sue carni tigliose e immangiabili." I mostri fecero quindi lieta accoglienza, con molte riverenze e segni di rispetto. Il palanchino portò il monaco cinese fin dentro la Sala delle Campanelle d'Oro, dove fu invitato a sedere e gli venne offerto il tè. Una folla di servitori si affaccendava intorno a lui, che frastornato cercava invano fra loro un volto famigliare. Se poi non sapete, in fin dei conti, che cosa ne fu di lui, ascoltate il seguito. 第077回 LA PIÚ PRESTIGIOSA DELLE SPEDIZIONI DI SOCCORSO · OVE I DIAVOLI MALTRATTANO NATURA FONDAMENTALE, E IN CORPO E DEPUTAZIONE RENDONO OMAGGIO ALLA VERITÀ DEL BEATO. Rinviamo il racconto dei tormenti che attendevano il reverendo e ritorniamo ai tre marescialli diavoli, che sulle basse colline a est della città si sforzavano con ogni mezzo di prevalere sui tre discepoli. Una battaglia durissima, spazzola di ferro che raspa marmitta di bronzo: tenevano duro gli uni e gli altri. Un magnifico scontro: Sei sostanze ed aspetti, sei le armi, Sei sentimenti, sei corporature, Sei sensi, sei dolori e desideri, Sei porte per sei strade: stan giocando Tutto per tutto. Sei volte sei forme Di fallace apparenza non si nominano Nelle trentasei sale a primavera(60) . La sbarra a cerchi d'oro traccia mille Figure della scherma; l'alabarda A cielo quadro pur si fa valere In cento modi. Il rastrello è feroce E sanguinario; si oppone la sciabola Maneggiata abilmente. Anche il randello Di Sabbioso è temibile; il secondo Dei diavoli gli oppone la sua lancia. Tre protettori di quel santo monaco E tre selvaggi che violan le leggi. Se all'inizio il duello è rispettoso Delle regole, presto la ferocia Prevale. Grandi trucchi di magia, Balzi sopra le nuvole, le nebbie E le brume dovunque intorno esalano, E ruggiscono e tuonan minacciosi. Intanto cadeva la sera; con tutte le nebbie e le brume che i combattenti sollevavano, in breve si fece buio pesto. Le difficoltà toccarono prima a Porcellino: quelle sue grandi orecchie finivano per battergli negli occhi e lo accecavano completamente. Rallentò le mosse, parò qualche colpo con affanno e finì per rompere il contatto e scappar via trascinandosi dietro il rastrello, inseguito dal diavolo anziano. Mancò poco che un colpo di sciabola gli tagliasse la testa: fu schivato anche quello, ma sfiorò il collo fino a raderne le setole. Il diavolo lo afferrò per il colletto, lo trascinò in città e lo diede in consegna ai mostriciattoli, che lo legarono come un salame nella Sala delle Campanelle d'Oro. Poi il diavolo ritornò per aria ad aiutare i suoi compari. Anche la situazione di Sabbioso volse al peggio: fece una finta e si volse per fuggire. Ma il suo avversario lo afferrò con la proboscide, lo sollevò da terra e lo consegnò ai mostriciattoli, che lo portarono a far compagnia a Porcellino. Tutti e tre i diavoli si gettarono allora su Scimmiotto, che a vedere sconfitti i condiscepoli si sentì scoraggiato: buona mano cede a due pugni, e due pugni a quattro mani. Gettò un grido, respinse le armi dei tre avversari con un colpo di sbarra e schizzò via con una capriola. Ma il terzo diavolo si mutò in un volatile e spiegò ali gigantesche. Catturare Scimmiotto, che con una capriola percorreva cento ottomila li, non era cosa facile; a suo tempo non c'erano riusciti centomila soldati celesti. Ma quel mostro sapeva percorrere novantamila li con un solo colpo d'ala: due colpi furono più che sufficienti per raggiungere il fuggiasco e afferrarlo saldamente fra gli artigli. Sfuggirgli non era possibile, neppure facendosi più grande o più piccolo: il mostro manteneva la stretta. In breve il roc ritornò sopra la città e lasciò cadere la preda nella polvere; i mostriciattoli si gettarono su Scimmiotto e portarono anche lui a far compagnia ai condiscepoli. I tre diavoli salirono nella sala d'udienza. Era pressappoco la seconda veglia, quando i mostri fecero portare il reverendo nella sala. Alla luce delle lampade egli vide i tre discepoli che giacevano legati in un canto; si avvicinò a Scimmiotto e gli disse piangendo: "Ahimè, discepolo! Tu sapevi usare ogni volta i tuoi poteri per procurarci aiuti. Ma questa volta hanno catturato anche te: come potrà cavarsela il povero monaco che sono?" Anche Porcellino e Sabbioso singhiozzavano. "Non state a frignare" disse il Novizio abbozzando un sorriso. "Lasciamo sfogare questi diavoli. Ma non temete: non vi capiterà niente di male, e finiremo per riprendere la nostra strada." "Fratello, questa volta la spari grossa. Le corde bagnate si stanno asciugando e stringono sempre più. Tu sei magro, e magari non te ne accorgi; ma la mia ciccia vien tagliata come il burro. Se non mi credi, guarda le spalle: le corde sono entrate nella carne di due buoni pollici. Come vuoi che faccia a liberarmi?" "Sono pur sempre corde di canapa" obiettò ridendo Scimmiotto. "E anche se fossero gomene di fibra di palma più grosse di una tazza, non mi darebbero più problemi della brezza d'autunno quando mi accarezza le orecchie." Mentre maestro e discepoli si parlavano sottovoce, udirono il diavolo anziano dire: "Congratulazioni, saggio fratello! Il tuo ottimo stratagemma ha avuto pieno successo: il monaco cinese è caduto nelle nostre mani. Ragazzi, cinque di voi vadano ad attingere l'acqua, sette raschino le pentole, dieci accendano il fuoco e venti vadano a prendere la gabbia di ferro per la cottura a vapore: è tempo di cucinare i nostri santi monaci. Ciascuno di voi, ragazzi, ne avrà il suo pezzettino: così godrete anche voi di una longevità indefinita." Porcellino si mise a tremare violentemente: "Ascolta, fratello: ci vogliono cuocere al vapore." "Non aver paura. Ora vedremo se sono degli esperti o dei pivelli." "Fratello" intervenne piangendo Sabbioso, "non è il momento per queste curiosità. Altro che esperti o pivelli: ci aspetta Yama, il giudice dell'inferno." A quel punto si sentì il secondo diavolo che diceva: "Porcellino non è adatto per la cottura al vapore." "Amithâbha Buddha! Acquista meriti per il paradiso, chi dice che non sono adatto per la cottura." "Può darsi" ribatté il terzo diavolo. "Converrà prima scorticarlo, così diventerà più tenero." Porcellino, spaventato, piagnucolò: "Non occorre scorticare. La mia pelle sarà un po' spessa, ma basta tenerla a bagno nell'acqua." "Se è molto duro, lo metteremo a cuocere nello scomparto più basso" suggerì il diavolo anziano. "Tranquillo, Porcellino" commentò ridendo Scimmiotto. "Lo vedi che non è un dritto, ma solo un povero pivello?" "Come fai a dirlo?" si stupì Sabbioso. "Di regola la cottura al vapore si comincia dall'alto. I pezzi più grossi e più duri, da cuocere più a lungo, si mettono proprio nello scomparto più alto: si fa un bel fuoco vivo, e il vapore circola bene. Se invece vengono messi in basso, ostacolano la circolazione del vapore: nelle mani di quel cuoco, potremo restare sei mesi sul fuoco senza arrivare alla cottura giusta." "Sarà peggio, fratello" piagnucolava Porcellino. "Morirò più lentamente. Sarò cotto di sotto, ma poi si accorgeranno che la parte superiore è ancora cruda: allora attizzeranno il fuoco e mi rivolteranno dall'altra parte. Comunque all'interno resterò sempre mezzo crudo." I mostriciattoli annunciarono che l'acqua bolliva, e il diavolo anziano ordinò di procedere alla cottura. Porcellino fu sistemato nello scomparto più basso, Sabbioso nel secondo. Scimmiotto, vedendo arrivare il suo turno, si liberò dai legami e mise al suo posto un sosia, ottenuto dalla trasformazione di un pelo; quanto a lui, balzò in alto e si mise in osservazione. Il falso Scimmiotto fu collocato nel terzo scomparto e il monaco cinese in quello più alto, il quarto. Quindi si aggiunse legna e si fece un fuoco d'inferno. Il grande santo sospirava: "I condiscepoli possono resistere un po', ma temo che il maestro diventi tenero fin dalla prima bollitura: perirà subito, se non trovo modo di soccorrerlo." Il bravo Novizio, lassù per aria, fece un passo magico e recitò la formula per convocare il drago dei mari del Nord: "Om, ram: per il puro mondo della Legge; qian: per le origini e per la virtù della lama." Subito apparve una nera nube, da cui una voce rispose: "Aoshun, l'umile drago dei mari del Nord, si prosterna ai tuoi piedi." "Sei molto gentile, tirati su! Non mi sarei permesso di disturbarti per cosa da poco: ma il mio maestro è stato per l'appunto messo in pentola. Devi proteggerlo e fare in modo che non gli càpiti niente di male." Il drago si trasformò in un venticello gelato e corse intorno alla gabbia di ferro, isolandola dal fuoco perché i tre non ne soffrissero. Verso mezzanotte il diavolo anziano disse ai cuochi: "Ora noi ce ne andiamo a riposare: siamo stanchi per avere scortato quei pellegrini durante quattro giorni e quattro notti, sacrificando il nostro riposo, e per averli combattuti duramente. Non scapperanno certo dalla pentola dove stanno cuocendo; ma voi, per ogni evenienza, tenete gli occhi aperti. Prima dell'alba, alla quinta veglia, dovrebbero essere cotti appuntino. Quando li sentirete ben teneri, preparerete sale, aceto e salsa d'aglio e ci sveglierete, perché ci mangiamo di gusto la nostra succulenta prima colazione." E i tre diavoli si misero a letto. Scimmiotto ascoltò le istruzioni, li vide ritirarsi e tese l'orecchio verso la gabbia: non si sentiva alcun rumore. "Là dentro farà un caldo tremendo; perché stanno zitti? Non saranno mica morti? Sentiamo." Si mutò in una mosca nera e si posò sulla sommità della gabbia. Dentro si sentiva Porcellino che diceva: "Che iella! Mi chiedo se ci cuoceranno al coperto o a cielo libero." "Fratello, che differenza fa?" chiedeva Sabbioso. "Dipende se mettono il coperchio oppure no." "Discepoli" diceva Tripitaka che stava nello scomparto più alto, "il coperchio è spostato da un lato." "Meno male" commentava Porcellino. "Cuoceremo con comodo e non soffriremo dell'aria viziata." Scimmiotto, udito che erano vivi, si divertì a spingere il coperchio. "Discepoli!" gridò allarmato Tripitaka. "Temo che stiano chiudendo la pentola." "Che disastro!" disse Porcellino. "Allora ci cuociono al coperto, moriremo presto." Sabbioso e il reverendo si misero a piangere. "Non ve la prendete" disse Porcellino. "A quanto pare, hanno sostituito la squadra che si occupa del fuoco." "Come lo sai?" chiese Sabbioso. "Quando ci hanno messo qui dentro, era proprio il bagno di vapore di cui avevo bisogno per curare i miei reumatismi. Ma adesso tutto si è raffreddato. Ehi, capo, sveglia! Vi dispiace aggiungere legna?" Scimmiotto sghignazzava fra sé: "Quel cretino non pensa che il fuoco ammazza. Sarà meglio che mi sbrighi a tirarli fuori, o lo sentiranno e finiranno per accontentarlo. Ma se riprendo il mio aspetto, i dieci fuochisti faranno baccano e sveglieranno i diavoli. Come si può fare?" E gli venne in mente: "Molto tempo fa, giocando alla morra con il re celeste Anima Lunga alla porta orientale del Cielo, vinsi certi insetti del sonno. Dovrei averne ancora." Frugò nella cintura e vide che ne restavano una dozzina: "Ne darò dieci di mancia a questa brava gente, e ne conserverò una coppia per farla riprodurre." Il piccolo sciame d'insetti prese il volo e si sparse sulle facce dei mostriciattoli, penetrando nelle narici. In breve quasi tutti ciondolarono il capo e caddero profondamente addormentati. Solo quello che teneva l'attizzatoio combatteva contro il sonno; gli occhi gli si chiudevano, ma lui si grattava la testa, si pizzicava le guance, si tirava il naso e starnutiva a ripetizione. "Il ragazzo sa fare il suo mestiere. Gli rifilerò una dose doppia." E gli gettò sul viso un altro insetto: "L'uno o l'altro degli insetti che gli sono entrati nel naso finiranno per metterlo in pace con sé stesso." In effetti l'attizzatore fece un paio di sbadigli, si stirò, lasciò cadere l'attizzatoio e sprofondò nel sonno. "Ecco un rimedio naturale, semplice ed efficace" si disse il Novizio. Riprese il proprio aspetto, si avvicinò alla pentola e chiamò: "Maestro!" "Aiuto, Consapevole del Vuoto!" esclamò Tripitaka. "Ci chiami da dentro o da fuori?" chiese stupito Sabbioso. "Non mi starai chiedendo, per caso, di venire lì dentro a soffrire con voi?" "È il solito imboscato" brontolò Porcellino. "Noi qui dentro a cuocere a fuoco lento, mentre lui se ne va a passeggio." "Parla piano, bestia" gli disse ridendo Scimmiotto. "Ti farà comodo che ti tolga da lì." "Allora sbrigati." Il Novizio tolse il coperchio e, in bell'ordine, liberò il maestro, ricuperò il proprio pelo, fece uscire Sabbioso e infine Porcellino. Il bestione, non appena si sentì libero, voleva alzare i tacchi. "Piano! Non precipitiamo le cose" ammonì Scimmiotto. Recitando un incantesimo mise in libertà il drago e spiegò: "Non possiamo rimetterci in cammino senza il cavallo. Pensate quanta strada dobbiamo fare e quante montagne valicare per giungere a destinazione: il maestro non può farcela con le sue gambe. Aspettate che ricuperi il cavallo." Attraversò a passi felpati la Sala delle Campanelle d'Oro, dove mostri grandi e piccoli giacevano addormentati, e andò a prendere il cavallo tirandolo cautamente per la cavezza. Da antico equipuzio, con i cavalli ci sapeva fare; il cavallo drago, da parte sua, mentre avrebbe accolto un estraneo con impennate e nitriti, lo seguì quieto e ubbidiente. Scimmiotto strinse le cinghie della sella e invitò il maestro a montare. Quando il reverendo fu in sella, ancora tutto tremebondo, voleva partire senza indugio. Ma il Novizio ammonì: "Calma! Non possiamo mica andare in giro senza passaporto, con tutte le frontiere che dobbiamo ancora attraversare. Aspettate che ricuperi i bagagli." "Mi pare che i mostri li abbiano posati nella Sala delle Campanelle d'Oro, appoggiati al muro sulla sinistra, insieme al bilanciere." Scimmiotto andò in esplorazione e vide una luce che emanava in un angolo. Proveniva dalle perle del kasâya di Tripitaka ed era così intensa che, nel buio, filtrava attraverso il sacco. Verificò che nulla fosse stato asportato, richiuse le valigie e le consegnò a Sabbioso. Finalmente si mossero verso la porta meridionale del palazzo, che trovarono saldamente sbarrata e lucchettata; qua e là, nel buio, si sentivano tintinnare campanelle e gracidare raganelle di guardiani notturni. "Come usciamo? Il passo è ben guardato" mormorò Scimmiotto. "Passiamo dalla porta posteriore" suggerì Porcellino. Il Novizio li guidò da quella parte: "Che si fa? Anche questa è ben serrata, e anche qui ci sono guardie notturne. Per noi non sarebbe un problema: potremmo renderci invisibili o cavalcare un colpo di vento; ma dobbiamo fare i conti con il corpo terrestre del maestro, che resta tributario dei cinque elementi." "Fratello" propose Porcellino. "Facciamo il giro delle mura e cerchiamo un punto che non sia sorvegliato. Potremo sollevare e spingere il maestro su per il muro." "Che seccatura!" commentò Scimmiotto ridendo. "Non abbiamo altra scelta. Ma quando torneremo a casa, con la tua linguaccia da scemo, sono sicuro che andrai in giro a raccontare che siamo dei bonzi che scalano i muri di notte." "Adesso abbiamo preoccupazioni ben più gravi del buon costume: dobbiamo salvare la pelle" rispose Porcellino. Trovarono un angolo tranquillo e si apprestarono alla scalata. Ma ahimè! Tripitaka era vittima dell'influsso di una stella maligna. Uno dei tre diavoli si svegliò improvvisamente con il presentimento che il monaco cinese fosse fuggito, e destò i colleghi. Chiamarono i servi, che si svegliarono a fatica e corsero imbambolati in cucina. Gli addetti al fuoco erano tutti perduti nel sonno: anche a picchiarli, non sentivano niente; il fuoco era spento, l'acqua fredda e gli scomparti della gabbia di cottura, vuoti, erano gettati qua e là. I servi, in preda al panico, tornarono ad annunciare: "Vostre maestà, se ne sono andati!" I tre corsero a vedere di persona e, constatata la situazione, urlarono tutti insieme: "Presto, catturate il monaco cinese!" Gli addetti al fuoco continuavano a ronfare; ma dappertutto, nelle sale del palazzo, mostri giovani e vecchi balzarono in piedi e corsero in folla verso il portone principale, con un grande sbatacchiare di sciabole e di lance. La porta era chiusa e i guardiani notturni erano intenti alle loro ronde come se niente fosse. "Dov'è fuggito il monaco cinese?" "Da qui non è passato nessuno." Corsero alla porta posteriore, ma anche là tutto era in ordine. Allora si sparsero per ogni dove, illuminando a giorno ogni angolo con le loro torce e lanterne: ed ecco i quattro monaci intenti a scalare il muro di cinta. "Dove credete di andare?" gridò il diavolo anziano, che si trovò da quelle parti. Il reverendo, terrorizzato, perse la presa, cadde giù come una pera e fu afferrato personalmente dal diavolo anziano. Porcellino, Sabbioso, il cavallo e i bagagli furono sommersi da una marea di mostriciattoli. Solo Scimmiotto risultò inafferrabile. Le prede furono riportate nella sala e vennero legate alle colonne. Ma il primo diavolo stringeva Tripitaka e rifiutava di mollarlo. "Che cosa conti di farne?" chiese il terzo diavolo. "Non vorrai mica mangiartelo crudo: sarebbe sprecato. Una persona catturata a caso sulla strada, puoi anche sgranocchiartela per ingannare l'appetito. Ma questo è un raro prodotto di una civiltà superiore: bisogna riservarlo a ozi luculliani in un giorno di pioggia, cucinarlo con cura e gustarlo con ponderazione. Va accompagnato con un vino adatto e festeggiato con giochi di sciarade o con la morra, mentre musica raffinata suona in sottofondo." "Parli come un libro stampato, amico mio" replicò l'anziano. "Ma il Novizio ritornerà e ce lo sottrarrà di nuovo." "Nel parco del palazzo c'è un chiosco fra i melograni, dove si trova una cassaforte. Spargiamo la voce che abbiamo divorato crudo il monaco, e chiudiamolo là dentro. Scimmiotto sentirà dire che il suo maestro è morto, e se ne andrà. Da parte nostra lasceremo passare tre o quattro giorni: se quel malvivente non ritornerà a romperci le scatole, ci mangeremo il monacello nelle condizioni di spirito più propizie. Che cosa ne dite?" La proposta fu approvata. Tripitaka fu immediatamente portato nel chiosco e chiuso dentro la cassaforte. Intanto Scimmiotto, fuggito nella notte, provvide per prima cosa a coprirsi le spalle: corse alla Grotta del Cammello Leone e, con uso accorto della sua sbarra, fece piazza pulita delle diecine di migliaia di mostri che vi si trovavano. Quando ritornò indietro, il sole sorgeva a oriente. Tuttavia nei pressi della città si fermò a riflettere. Esitava a farsi avanti da solo: un filo non basta a fare una corda, né una mano ad applaudire. Scese dalle nuvole, prese l'aspetto di un mostriciattolo qualsiasi, entrò in città e passeggiò per viali e vicoli a caccia di notizie. Dovunque si diceva: "Le loro maestà, questa notte, si sono mangiate quel monaco cinese senza nemmeno levargli la tonaca." Scimmiotto non sapeva che cosa pensarne. Si recò nella piazza in cui si apriva il portone del palazzo reale, e osservò un andirivieni di fantasmi con il berretto di cuoio dorato, giustacuore di tela gialla e bastone laccato di rosso; alla vita tenevano legata una tessera d'avorio, ed entravano e uscivano senza tregua e senza formalità. "Sono i mostri ammessi a corte" si disse il Novizio. "Quella è la divisa che bisogna indossare per andare a procurarsi informazioni più sicure." Così fece e si accodò al flusso in entrata. Presto incontrò Porcellino, che gemeva legato a una colonna. Scimmiotto sostò accanto a lui e bisbigliò: "Consapevole delle Proprie Capacità!" Il bestione riconobbe la voce: "Sei tu, caro condiscepolo? Tirami fuori da qui!" "Sta tranquillo, lo farò. Dov'è il maestro?" "È morto: stanotte i diavoli se lo sono mangiato crudo." Il Novizio si mise a piangere. Ma Porcellino soggiunse: "Un momento: questo è quanto si dice. Io non l'ho visto con i miei occhi. Prima di metterti a piangere, faresti bene a controllare la notizia." Scimmiotto proseguì il cammino, e in una sala più interna vide Sabbioso legato a una colonna. Lo accarezzò e gli disse: "Consapevole della Purezza!" "Fratello!" esclamò Sabbioso piangendo. "Non sono riusciti a cuocerlo e l'hanno mangiato vivo." L'ennesima conferma della stessa versione fu come un coltello nel cuore del grande santo. Balzò in aria e ritornò sulle colline a est della città, dove pianse e singhiozzò. Invocava: "Maestro! Voi mi salvaste dalle conseguenze Dei miei peccati e poneste al servizio Del Buddha, per difendervi e raggiungere La perfezione. Chi avrebbe creduto Che sarebbe arrivata una mattina Gelida come questa, in cui ogni cosa È perduta? Qui ha fine il nostro viaggio Verso Occidente. L'anima e il respiro Son separati, non resta più niente." In preda alla disperazione, Scimmiotto si diceva: "La colpa è del beato Buddha, che nella sua beatitudine non ha trovato niente di meglio da fare che collezionare i sutra dentro le sue ceste. Se davvero possono essere così utili alle terre dell'Est, perché non ce li ha spediti senza tante storie? Gli sarà dispiaciuto separarsene, e perciò avrà inventato questa pericolosa ricerca. Chi avrebbe mai pensato, dopo tante avventure e tanti guai felicemente superati, che questa volta il maestro sarebbe perito? Così sia! Andrò a trovare il Beato e gli racconterò tutto. Se vuole affidarmi le scritture, compirò io il voto di Tripitaka di diffonderle nell'Est. Altrimenti gli chiederò di recitare l'incantesimo che apre il cerchio e ritornerò sulla mia montagna, a prendermi cura delle mie scimmiette." Il grande santo fece la capriola nelle nuvole in direzione dell'India e in meno di due ore raggiunse il Picco degli Avvoltoi. Quattro giganteschi portatori di folgore gli sbarrarono la strada: "Dove vai?" Scimmiotto si inchinò: "Ho bisogno di conferire con il Beato per affari." Il capo posto era il vajrapani Eterna Dimora, noto anche come re Rispetto Indistruttibile della Cima delle Nubi d'Oro, nei Monti Kunlun. Brontolava: "Macaco screanzato! Quante volte ci siamo dati da fare per toglierti dai guai! Per esempio con il diavolo toro. Ma tu hai l'aria di pensare che tutto ti sia dovuto; non dici nemmeno 'grazie'. I tuoi affari aspetteranno. Noi faremo rapporto, e quando il Buddha ti vorrà convocare, te lo faremo sapere. Non penserai mica di essere al portale sud del Paradiso, dove entri ed esci come all'osteria. Aria! Circolare!" Il grande santo era già d'umor nero e non aveva voglia di incassare la ramanzina: fece tali strilli e ruggiti, che arrivarono direttamente al trono di loto a nove ordini di petali, su cui il Buddha era seduto a spiegare sutra ai diciotto arhat. Il Beato aprì dunque la bocca e disse: "È arrivato Scimmiotto; fatelo entrare." La scorta degli arhat giunse in portineria marciando in due colonne, con bandiere e baldacchino, comunicò che Scimmiotto era convocato dal capo e lo prese in consegna. Davanti al Buddha, il grande santo s'inchinò fino a terra e pianse come una fontana. "Consapevole del Vuoto, quale disgrazia ti strappa tante lacrime?" "La cattiva stella ha fatto cadere il mio povero maestro nelle grinfie di tre diavoli feroci, nella città del Cammello Leone: un leone, un elefante e un roc. Dopo un tentativo di fuga sfortunato, è stato mangiato crudo, senza lasciarne nemmeno un ossicino. Questo dicono tutti, e i miei condiscepoli lo hanno confermato; fra l'altro, non è detto che loro siano destinati a una fine migliore. Non mi è rimasto altro da fare che venire a rendervi omaggio e sperare che avrete la bontà di recitare la formula che apre il cerchio d'oro: ve lo restituirò e ritornerò agli ozi del Monte di Fiori e Frutti." E piangeva più che mai. "Non tormentarti troppo, Consapevole del Vuoto" gli disse sorridendo il Beato. "Sei tanto depresso perché non sei riuscito a prevalere su quei tre diavoli." "Devo ammettere" rispose Scimmiotto battendosi il petto, "che dal tempo dei fatti in Paradiso non ho mai subito tante umiliazioni come da quei tre diavoli." "Non prendertela con loro. Io li conosco." "Sarebbe a dire che sono vostri parenti?" sbottò Scimmiotto irritato. "Macaco insolente! Come ti permetti di supporlo?" "E allora perché dite di conoscerli?" "Li conosco con l'occhio della saggezza. I primi due hanno i loro padroni." E chiamò: "Ânanda, Kâsyapa, andate a chiamare Wenshu e Puxian." Mentre i due correvano a eseguire, il Beato spiegò: "Quelli sono i padroni del primo e del secondo diavolo. Quanto al terzo, a pensarci bene, è pur vero che ha qualche parentela con me." "Da parte di padre o di madre?" "Quando il caos primitivo si divise, il cielo si aprì nell'ora del topo, la terra si separò in quella del bue e l'umanità nacque nell'ora della tigre. Ogni cosa nacque dall'unione del cielo e della terra: anche le bestie che corrono e gli uccelli che volano. A capo delle bestie fu messo il liocorno, a capo degli uccelli la fenice. Dagli accoppiamenti delle fenici nacquero il pavone e il grande roc. Il pavone, alla nascita, era ferocissimo: mangiò in un boccone tutti gli esseri umani che si trovavano nel raggio di quarantacinque li. Io mi trovavo sui picchi nevosi; il mio corpo d'oro, alto sedici piedi, fu aspirato anche lui da quell'uccello. Finii nel suo ventre e, in un primo tempo, pensai di uscire dall'ano; ma cambiai idea, quando riflettei che il mio corpo autentico si sarebbe imbrattato ben bene. Perciò preferii aprirmi un passaggio nel dorso. Volevo ucciderlo, ma i buddha intercedettero e mi fecero notare che sarebbe stato come uccidere mia madre. Questo è il motivo per cui l'ho inserito nell'assemblea del Monte degli Avvoltoi e gli ho conferito il titolo di pusa Pavone, grande re illustre, madre del Buddha. Dal momento che il grande roc è fratello del pavone, si può dire che siamo un po' parenti." "In altre parole" commentò Scimmiotto ridendo, "sareste nipote di quel mostro da parte di madre." "In un certo senso. Per sottometterlo, bisogna che venga di persona." Scimmiotto si prosternò: "Riponiamo tutte le nostre speranze nel vostro prezioso avatara." Il Beato discese dal trono e uscì dal monastero seguito dalla folla dei buddha. Ânanda e Kâsyapa vennero loro incontro conducendo Wenshu e Puxian, che salutarono il Buddha. "Da quanto tempo le vostre bestie sono scese dalla montagna?" "Da sette giorni." "Sulla terra sono sette anni: mi chiedo quante creature avranno distrutto nel frattempo. Dobbiamo andare subito a ricuperarle." La comitiva volò nello spazio con il Buddha alla testa, affiancato dai due pusa. Guardate: Il cielo si ricopre di nuvole di fede: Porta la Legge il Buddha, espone le ragioni Della procreazione e narra della terra Ogni trasformazione. I suoi arhat lo proteggono E cinquemila dèi, con Ânanda e Kâsyapa, Intorno lo accompagnano; ad abbattere diavoli Si va apprestando, insieme a quei due grandi pusa. Il grande santo gongolava: che forza, che entratura nei centri del potere! Quella spedizione di soccorso era la più prestigiosa che fosse mai riuscito a mettere insieme. Fate di meglio, se siete capaci! Presto giunsero in vista delle mura della città. "Guardate, Beato!" annunciò Scimmiotto. "Là dove si vedono salire quei neri miasmi è la città di Cammello Leone." "Scendi giù a sfidare i mostri. Non cercare di vincere: devi perdere e fuggire in alto. Quando lo farai, noi interverremo." Il grande santo scese dunque sui merli delle mura e gridò: "Bestiacce immonde, venite a battervi con il vecchio Scimmiotto! Muovetevi!" I mostriciattoli spaventati ruzzolavano di sotto e correvano come matti al palazzo per annunciare: "Vostre maestà, Scimmiotto è sulle mura e vi sfida a combattere." "Non lo si è visto per tre giorni; speravo che ormai ci fossimo levata di torno quella scimmia. Non avrà per caso impiegato il tempo a trovare rinforzi?" suggerì il primo diavolo. "Andiamo a vedere. Non ci fanno certo paura, né lui né i suoi rinforzi" replicò il terzo. I marescialli diavoli impugnarono le loro armi preferite e corsero alle mura. Localizzato Scimmiotto, si scagliarono su di lui senza perder tempo, e furono accolti dal mulinare della sbarra. Ma dopo sette od otto scontri, Scimmiotto finse di trovarsi in difficoltà. "Dove credi di scappare?" gridavano i diavoli. Lui balzò sulle nuvole, e i diavoli lo inseguirono. A questo punto i diavoli non videro più il Novizio, che era scomparso dentro una luce abbagliante: i cinquecento arhat e i tremila dèi protettori li circondarono. Il cerchio che li stringeva non avrebbe lasciato passare una goccia d'acqua. Davanti a loro si profilò, nella sua aureola d'oro fiammante, la triplice immagine del Buddha presente, passato e futuro. Il primo diavolo fu preso dal panico: "Si mette male, fratelli! Come avrà fatto quel farabutto intrigante a portar qui i nostri padroni?" "Dài, fifone, non tremare!" gridò l'intrepido terzo. "Diamo l'assalto al Buddha e conquistiamo il suo monastero!" Gli incoscienti brandirono le armi e si gettarono davvero all'attacco, colpendo all'impazzata. "Siete diventate matte, brutte bestie? Vi faremo pentire noi!" gridarono Wenshu e Puxian. Recitarono una formula, e i primi due diavoli lasciarono cadere le armi, si rovesciarono a terra e ripresero, con la coda fra le gambe, la loro forma originale. I due pusa collocarono i loro troni di loto, rispettivamente, sul dorso del leone azzurro e dell'elefante bianco, e vi sedettero comodi. Ma il terzo diavolo non si arrendeva. Lasciò cadere l'alabarda e in forma di rapace protese i taglienti artigli per ghermire Scimmiotto, dovunque si trovasse: non era facile localizzarlo, nascosto com'era nell'aureola del Buddha. Quest'ultimo comprese le sue intenzioni e diede al proprio capo, che già aveva portato un nido di gazza(61), l'apparenza di un quarto di bue sanguinante. Il mostro non poté resistere alla tentazione e si avventò per impadronirsene; ma quando fu alto sopra il Buddha, questi puntò il dito e lo immobilizzò, facendogli riprendere la sua forma originale di gigantesco roc dalle ali dorate. Aprì il becco e si lagnò: "Perché sprecate la suprema potenza della Legge per immobilizzare me?" "Tu hai qui commesso ogni specie di misfatti. Se vuoi redimerti e acquistar meriti, seguimi!" "In casa vostra si mangia di magro e si vive da poveracci, mentre qui ho a disposizione tutta la carne umana che voglio. Se mi farete morire di fame, ne sarete responsabile." "Nei quattro continenti i miei fedeli sono innumerevoli: raccomanderò a tutti quelli che offrono sacrifici di incominciare provvedendo al tuo appetito." Il roc non era affatto persuaso, ma non aveva scelta: si dovette convertire per forza. Infine Scimmiotto uscì dal suo nascondiglio e si prosternò davanti al Beato: "Buddha sovrano, avete sottomesso i mostri ed estirpato un terribile flagello, ma questo non fa ritornare in vita il mio maestro." "Lurida scimmia!" gridò il roc digrignando il becco. "Dovevi proprio tirare in ballo questo terrificante personaggio per mettermi in difficoltà? E chi lo ha mangiato, il tuo vecchio bonzo tiglioso? Non se ne sta forse comodamente seduto nella cassaforte del Chiosco di Broccato Profumato?" Scimmiotto si prosternò di nuovo e ringraziò il Buddha di cuore. Il grande roc venne nominato protettore della Legge e costretto come tale a occupare il punto più alto dell'aureola del Buddha. La comitiva delle personalità si mise in cammino per rientrare al convento. Scimmiotto, da parte sua, scese a terra e rientrò in città. Le strade erano deserte: i mostri, vista la mala parata, si erano dispersi. Il serpente non striscia senza capo, né l'uccello svolazza senza ali. Il Novizio entrò nel palazzo e liberò Sabbioso e Porcellino: "Il maestro non è stato divorato" li informò. "Ricuperiamo i bagagli e il cavallo, e andiamo a prenderlo." Forzarono la porta del chiosco e sentirono Tripitaka che singhiozzava dentro la cassaforte. Sabbioso fece saltare le serrature con il suo bastone, sollevò il coperchio e chiamò: "Maestro!" "Discepoli miei!" gridò Tripitaka singhiozzando ancora più forte. "Come ve la siete cavata con quei diavoli tremendi? Come siete riusciti a trovarmi?" Scimmiotto gli narrò l'avvenuto per filo e per segno, e Tripitaka espresse la sua infinita gratitudine. Nella cucina del palazzo trovarono cibi in abbondanza, anche vegetali, con cui prepararono una colazione. Saziato l'appetito, riordinarono le loro cose, uscirono dalla città e raggiunsero la strada maestra dell'Occidente. Trova vere scritture l'uomo vero: Non servono né intrighi né baccano. Questa partenza li porterà finalmente di fronte al Buddha? Se non sapete il come e il quando, non vi resterà che ascoltare il seguito. 第078回 L'ELISIR DI CUORE DI BAMBINO · OVE, PER COMPASSIONE DEI FANCIULLI DEL PAESE DI BHIKSU, SI FA APPELLO AGLI DÈI NASCOSTI; E NEL PALAZZO REALE SI SMASCHERA UN DIAVOLO CHE DISCORRE DELLA VIA E DELLA VIRTÚ. Sempre un solo pensiero agita i diavoli: Nessuna contrizione li mortifica. Senza esitar bisogna eliminarli E tenersi ben netti da ogni polvere. Se sfuggirete a quel sudicio ostacolo, In alto volerete coi vostri atti. Abbiamo sentito come se l'era cavata il grande santo, sfruttando le sue conoscenze, nella città di Cammello Leone; e come i pellegrini la lasciarono per riprendere il viaggio a Occidente. Passarono molte lune e ritornò l'inverno, quando si vede L'acqua del lago stretta dolcemente Da una lama di ghiaccio. Foglie morte Ricoprono le rive; fra gli scheletri D'alberi svetta il pino verde giada. Passano nuvole bianche di neve Sull'erba intirizzita della piana. Il tuo sguardo è abbagliato dalla luce Chiara e gelata, che penetra le ossa. Maestro e discepoli avanzavano sfidando il freddo, esponendosi alla pioggia e bivaccando nel vento. E giunsero in vista di un'altra città circondata da mura. "Consapevole del Vuoto, che città sarà quella?" "Vedremo quando saremo arrivati. Se è un regno, presenteremo il passaporto; se è soltanto prefettura o sottoprefettura, ce ne andremo per i fatti nostri." Giunsero in breve alla porta; all'ombra del suo arco a tutto sesto dormiva pacifico un vecchio militare. Scimmiotto lo andò a scuotere e gridò: "Sveglia, sergente!" La guardia, bruscamente risvegliata, sbatté gli occhi a vedersi davanti quella faccia e si gettò in ginocchio esclamando: "Comandate, monsignore!" "Che ti prende?" rise il Novizio. "Non sono mica un diavolo, per essere trattato con tante cerimonie." "Non siete forse nostro signore il duca del tuono?" balbettò il soldato prosternandosi. "Storie! Sono soltanto un monaco in cerca di scritture. Arrivo in questo momento, e non conosco il nome del posto. Lo chiedo a te, con preghiera di risposta chiara e breve." La guardia balbettò: "Vi prego di scusare. Il paese si chiamava Bhiksu, ma ultimamente ha cambiato nome, e ora è la Città dei Bambini." "Lo avete uno straccio di re?" "Certo, certo." "Ecco qua, maestro" espose Scimmiotto. "Siamo arrivati nel regno di Bhiksu, che attualmente si chiama Regno dei Bambini. Perché abbia cambiato nome, non lo so." "Se si chiama Bhiksu, che cosa c'entrano i bambini?" chiese perplesso Tripitaka. "Sarà morto il re e gli sarà succeduto un figlio bambino" suggerì Porcellino. "È inverosimile: non si usa cambiare il nome al regno, in circostanze del genere." "Giusto" approvò Sabbioso. "Questo vecchietto sembra fuori di sé dalla paura che gli incute il nostro condiscepolo. Entriamo in città e chiediamo ai passanti." Superarono la triplice porta e si trovarono su un largo viale, che offriva l'animato spettacolo di un grande mercato: gente elegante, bei vestiti, qualche gomitata. Ecco qua: Migliaia di negozi e magazzini Dai prosperi commerci, che ogni strada Riempiono di ricchezze e merci in mostra. Sale da tè protette da cortine, Affollate taverne in cui si canta E si suona e si grida allegramente. I mercanti di seta, i trafficanti D'oro e preziosi, a caccia di guadagni, Si affaccendan, si accalcano, si sgolano. È uno scenario di prosperità: Anni di pace, maniere distinte, Calme l'acque del mare, puri i fiumi. I quattro pellegrini, tirandosi dietro il cavallo, si perdevano nelle strade e nei mercati affollati, incantati dalla loro animazione. Si meravigliarono specialmente di certe gabbie da oche, coperte di stoffe dei cinque colori, che si vedevano davanti a tutte le porte. "Discepoli" chiedeva Tripitaka, "chissà perché la gente del posto terrà una gabbia davanti alla propria casa?" Porcellino suppose: "Sarà un giorno particolarmente favorevole per sposarsi. Le gabbie serviranno per portare le cibarie del banchetto." "Figuriamoci se ci può essere un matrimonio in ogni casa" obiettò Scimmiotto. "Evidentemente il motivo è un altro: raccoglierò informazioni." "Attento" lo trattenne Tripitaka. "Non sarebbe la prima volta che spaventi la gente." "Prenderò le mie precauzioni." In effetti si trasformò in ape, e andò a vedere che cosa si nascondeva sotto quei panni colorati. Bambini: ogni gabbia conteneva un bambino, ed erano tutti maschietti. Alcuni giocavano, altri dormivano, o piangevano, o rosicchiavano una mela. I più grandi non raggiungevano sette anni, i più piccoli ne avevano quattro o cinque. Tripitaka, informato, non sapeva che cosa pensare. Videro l'insegna dorata di una locanda e vi si recarono a chiedere ospitalità. Li venne a ricevere l'oste, che si informò: "Da dove venite, reverendi?" "L'umile monaco che sono" rispose Tripitaka "è inviato dai grandi Tang dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Siamo appena arrivati nella vostra nobile città e, prima di proseguire, vorremmo far vistare i nostri documenti." Fu offerto il tè. Quando lo ebbero bevuto, Tripitaka domandò: "Credete che mi sarà possibile recarmi oggi stesso a corte?" "Ormai è tardi, non è più possibile; dovrete aspettare domattina. Intanto potrete passare la notte, spero in modo piacevole, nel mio umile yamen." L'oste fece spazzare le camere loro destinate e li invitò alla sua tavola per consumare un pasto di magro. Tripitaka lo ringraziò cerimoniosamente e, a tavola, riprese la conversazione: "Vi potrei importunare per chiarirmi un dubbio? Mi chiedo come vengano cresciuti i bambini nel vostro nobile paese." "La ragione umana è una sola, come il sole in cielo" rispose l'oste. "Per crescere bambini occorre lo sperma del padre e il mestruo della madre; la madre porta il figlio per dieci mesi prima di partorirlo, e lo allatta per tre anni. Poi, pian piano, il corpo si forma. Come potremmo ignorarlo?" "Vedo dalle vostre nobili parole che si pratica qui come nel nostro umile paese. Ma entrando in città ho visto davanti a tutte le case bambini chiusi in gabbia. Mi permettete di chiedere perché?" L'oste si chinò verso di lui e bisbigliò: "Date retta, reverendo, non immischiatevi di queste cose e non parlatene con nessuno: acqua in bocca! Ora ve ne andrete tranquilli a riposare e domattina riprenderete la vostra strada." Ma Tripitaka insisteva per aver chiarimenti. Non riuscendo a sbarazzarsene in altro modo, l'oste fece allontanare i camerieri e, rimasto solo al lume incerto della lucerna, disse a bassa voce: "Non dovreste insistere. Questa storia delle gabbie è dovuta a una decisione inumana del nostro sovrano." "Perché dite che è inumano? Perdonatemi, ma non avrò pace finché non verrò in chiaro di questa storia." "Tre anni fa giunse qui un vecchio prete taoista che portava con sé una fanciulla di sedici anni, bella come Guanyin. La offrì al re, che se ne infatuò al punto di trascurare le dame dei tre palazzi e le concubine delle sei corti: ha occhi solo per lei e le ha dato il titolo di Regina di Bellezza. Fa l'amore con lei notte e giorno, non mangia più: è spossato ed emaciato, da sembrare in punto di morte. La reale corte di medicina ha esaurito le proprie risorse senza riuscire a guarirlo. Il daoshi, che ha portato la ragazza e ha ricevuto il titolo di real suocero, afferma di conoscere una ricetta segreta per prolungare la vita di mille anni, e di avere raccolto tutti i semplici che occorrono per prepararla nei suoi viaggi attraverso le tre isole e i dieci isolotti. Ma il farmaco, per essere efficace, dev'essere sciolto in una terribile bevanda: il brodo ricavato dalla bollitura del cuore e del fegato di millecentodieci bambini. Non è forse inumano? La gente non osa lamentarsi apertamente, per paura del re. Ma la storia è raccontata nei canti popolari, con sentori di sedizione; ed è per questo che il paese, che si chiamava Bhiksu, ora vien detto il Regno dei Bambini. Domattina, quando vi recherete a corte, guardatevi dall'alludere a queste vicende: fate vistare il passaporto e andatevene." L'oste non aggiunse altro. Il reverendo era inorridito; versava lacrime ed esclamava: "Sovrano fuorviato! Ti sei rovinato la salute e per guarirti uccidi fanciulli. Mi sento morire di fronte a una simile perversità." Perde la sua salute il re perverso, Ad orge dissolute abbandonandosi. Per sfuggire al castigo egli non esita A uccidere i fanciulli del paese. Questa rivelazione strappa al monaco Pianti e sospiri: al lume della lampada L'uomo del Buddha invano si dispera. "Che cosa vi succede, maestro?" domandò Porcellino. "Non state a tormentarvi! Voi non fate che piangere sui guai degli altri. Dice l'adagio: se il sovrano ordina di morire, il suddito che rifiuta manca di lealtà; se lo ordina il padre, il figlio che rifiuta manca di pietà filiale. Sono fatti che riguardano la gente del posto: a voi che cosa importano? Perché non vi spogliate e non vi mettete a letto?" "Discepolo, sei privo di compassione" si indignò Tripitaka. "Per noi che abbiamo lasciato le nostre famiglie, il maggior merito sono le buone azioni verso il prossimo. Come avrà potuto il sovrano cadere in un inganno così evidente? Quando mai si prolunga la vita mangiando viscere umane?" "Maestro, non vi affliggete" intervenne Sabbioso. "Domani, all'udienza, ne parleremo al re. Se non basterà, cercheremo di saperne di più sul real suocero: magari è un mostro avido di carne umana, che ha trovato questa scusa per procurarsi il suo cibo preferito." "Ha ragione Consapevole della Purezza" approvò Scimmiotto. "Ora, maestro, andate a coricarvi. Domattina vi accompagnerò a corte, e verremo in chiaro di chi sia veramente questo suocero. Se è un uomo, è un ignorante che crede di allungare la vita con i farmaci; in questo caso, mi incarico di convertirlo insegnandogli i grandi principi originari. Se è un mostro lo prenderò e lo mostrerò al re nel suo vero aspetto. Convincerò il re che non giova alla salute della mente e del corpo dedicarsi troppo a una donna sola (tanto meno a una mostriciattola), ma è più sano possederne parecchie(62). In ogni caso la faremo finita con questa persecuzione dei bambini." Tripitaka s'inchinò e rispose: "Caro discepolo, è un'ottima idea. Ma se il sovrano, che non vuol sentire parlare di queste cose, ci accusasse di calunniarlo con insinuazioni sediziose?" "Non dimenticate quanti trucchi conosco" rispose Scimmiotto sorridendo. "Per il caso che le cose si mettano in quel modo, farò scomparire tutti i bambini rinchiusi nelle gabbie. Se il re vorrà carne fresca, dovrà rinnovare il suo ordine; noi lo contesteremo subito, e lui non potrà dire che facciamo insinuazioni." "Puoi davvero togliere quei fanciulli dal pericolo?" esclamò sollevato Tripitaka. "Se lo fai, saggio discepolo, mostrerai una virtù alta come il cielo. Fallo presto, il danno potrebbe essere imminente." Scimmiotto affidò il maestro ai condiscepoli: "Aspettatemi qui. Quando sentirete soffiare il vento, vorrà dire che i bambini lasciano la città." E i tre recitarono in coro: "Namo Buddha, signore dei farmaci e salvatore delle creature, namo Buddha!" Il grande santo uscì all'aperto, salì in cielo con un sibilo e convocò gli dèi delle mura e dei fossati, la divinità locale con i suoi assistenti, i rivelatori dei cinque orienti, i quattro protettori, le sei divinità del giorno e della notte, i difensori della fede, e molti altri. Riuniti davanti a lui, lo salutarono: "Grande santo, quale affare urgente vi ha indotto a buttarci giù dal letto a quest'ora?" "Il re di Bhiksu, dove siamo giunti nel nostro viaggio, si appresta a far strappare il cuore e il fegato ai bambini della città, per farsi preparare un farmaco di lunga vita. Il mio maestro non lo può tollerare, e mi ha incaricato di salvare le vite innocenti e di distruggere la creatura perversa che ha suggerito il crimine. Vi prego di aiutarmi. Dovreste portare tutti quei bambini, nelle loro gabbie, in un posto sicuro, sulla montagna o nel cuore di una foresta, e dovreste custodirli per un paio di giorni. Bisogna nutrirli di frutta e consolarli, perché non soffrano la fame e non piangano di paura. Quando avrò ristabilito l'ordine e ricondotto il re sulla retta via, dovreste riportarli al punto di partenza." Gli dèi ubbidirono. La città fu percorsa da un vento gelato, che portava con sé una fitta nebbia. Un vento di pioggia spazza via le stelle, una coltre di nebbia nasconde la luna per mille leghe. Il vento cresce e diventa un uragano. Fa freddo da gelare i vestiti addosso. I genitori vorrebbero mettere in salvo i loro bambini, ma l'uragano li porta via nelle gabbie che li racchiudono. I genitori sono desolati. È una notte d'angoscia; ma sarà seguita da un radioso mattino. Lo attestano anche i versi: È la porta del Buddha piena di compassione: Egli è chiamato Grande per la grande bontà. Tutti i santi la praticano, ed i cinque divieti Legano ai tre rifugi. Soccorrendo i bambini Per amor del maestro, Scimmiotto acquista meriti Di certo ancor più grandi delle sei perfezioni. A mezzanotte i bambini era scomparsi dalla città e si trovavano nascosti in luogo sicuro. Il Novizio ritornò all'albergo, dove i suoi compagni continuavano a ripetere: "Namo Buddha!", e gridò: "Eccomi qua. Come vi è sembrata la mia bufera?" "Magnifica" rispose Porcellino. "E i bambini?" chiese il maestro. "Sono al sicuro; ritorneranno a cose fatte." Il reverendo s'inchinò ripetutamente per ringraziare. Tripitaka si alzò all'alba e si abbigliò con cura: "Consapevole del Vuoto, voglio approfittare dell'ora mattutina per sbrigare la presentazione del passaporto." "Maestro, non andate da solo: come al solito, non sareste all'altezza della situazione. Lasciate che vi accompagni e guardi negli occhi questo real suocero." "Ma tu rifiuterai di fare gli omaggi consueti, e il re avrà da ridire." "Non c'è problema: non mi farò vedere. Resterò invisibile accanto a voi, per proteggervi." La soluzione piacque molto a Tripitaka. Porcellino e Sabbioso furono incaricati di custodire cavallo e bagagli. L'oste li venne a salutare e notò com'era elegante Tripitaka: Drappeggiato d'un kasâya orlato di broccato e adorno di esotici gioielli, in capo un berretto alla Vairocana, in pugno il bastone con nove anelli. Reca in mano una busta di seta che contiene i documenti. Una luce divina aleggia intorno a lui. Sembra un arhat disceso in terra, una vera immagine del Buddha vivente. L'oste non trascurò di bisbigliargli all'orecchio un nuovo avvertimento a non immischiarsi nei fatti che non lo riguardavano, e il monaco cinese lo rassicurò con un cenno del capo. Da parte sua Scimmiotto, che se ne stava da parte, si mutò in un jaoliao e si posò ronzando sul berretto alla Vairocana. Quando giunsero all'ingresso del palazzo, Tripitaka si rivolse all'ufficiale di guardia: "L'umile monaco che vedete è stato inviato dai grandi Tang delle terre dell'Est alla ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Giunto nella vostra nobile contrada, sento il dovere di presentare il passaporto. A questo scopo vorrei recarmi all'udienza di sua maestà: vi supplico di trasmettere la mia richiesta." L'ufficiale eseguì, e il re si rallegrò esclamando: "Un monaco che viene da tanto lontano ha certo conseguito la Via!" Tripitaka eseguì le cerimonie prescritte ai piedi dei gradini di giada e fu invitato a sedere. Osservò com'era emaciato e spossato il re: faceva fatica a giungere le mani per salutare, gli si spezzava ripetutamente la voce. Prese in mano il passaporto di Tripitaka e i suoi occhi torbidi a lungo vi vagarono sopra, prima che si decidesse ad apporre il sigillo reale e a restituirlo. Il re si apprestava a chiedergli maggiori notizie sulla sua missione, quando fu annunciato l'arrivo di sua signoria il real suocero e il re, sostenuto da giovani eunuchi, si affrettò ad alzarsi dal giaciglio del drago per andargli faticosamente incontro. Il reverendo si fece da parte e vide un vecchio taoista, che saliva i gradini di giada dandosi arie d'importanza: Reca in capo una berretta da prete di seta fine con volute di nubi giallo oca pallido, indossa una cappa di seta su una veste di piumino di gru profumata d'aloe; gli stringe la vita una triplice cordicella di lana blu; calza sandali di fibre di liana intrecciate dalle punte ricurve. Impugna una canna con nove nodi dal pomo a forma di drago acciambellato; reca appesa al petto una borsa di broccato ricamata con fenici e draghi intrecciati. Il viso di giada lucente è inquadrato da una barba canuta. Le penetranti pupille d'oro gettano fiamme, gli occhi si allungano oltre la linea dei sopraccigli. Avanza avvolto da una pesante atmosfera di profumi, ogni passo ne diffonde una nuvola. Ai piedi del trono i funzionari lo accolgono rispettosi giungendo le mani, e annunciano con un grido che è giunto alla corte il suocero di stato. Il suocero di stato, in atteggiamento sostenuto, non degnò di uno sguardo il re che si inchinava e diceva: "Siamo felici che ci onoriate della vostra presenza mattutina." Sedette a sinistra del trono su un cuscino ricamato. Tripitaka fece un passo avanti, si inchinò e disse: "Suocero di stato, l'umile monaco che vedete vi saluta." Il suocero, seduto sul suo cuscino, non rese il saluto ma si rivolse al re: "Chi sarebbe costui?" "È un inviato dei Tang dell'Est che si reca nel Paradiso dell'Ovest in cerca di scritture. È venuto a corte per presentare il passaporto." "La strada del paradiso è tenebrosa(63)!" considerò il taoista ridendo sarcastico. "A che pro percorrerla?" "L'Ovest è sempre stato il paese della felicità" replicò il monaco cinese. "Perché disdegnarlo?" "Il monaco è discepolo del Buddha: questo è l'antico detto" intervenne il re. "Mi chiedo se questi monaci siano in grado di ottenere lunga vita dal loro Buddha." Tripitaka giunse le mani e disse: "Per chi si è fatto monaco vien meno l'ostacolo del concatenarsi delle cause. Per chi comprende la natura, tutti i fenomeni sono illusori. La Grande Sapienza(64) , vasta e a disposizione di tutti, risiede nella non-nascita; immersa nel silenzio dei veri misteri, essa vaga nel nirvana. Si vuotano i tre mondi, e allora ogni origine è al suo posto; si purificano i sei sensi, e allora ogni germe si esaurisce. Chi rafforza sincerità e coscienza, conoscerà il proprio cuore e il proprio spirito. L'anima purificata è uno specchio terso, che purifica anche ciò che vi si riflette. "Un volto autentico non manca di nulla e non ha nulla di troppo, e ciò si vede dalla sua vita precedente. Ogni forma illusoria corre verso la distruzione: non serve a nulla cercarne altre fuori dal proprio stato. I meriti e la meditazione consentono la concentrazione; elemosine e carità sono le basi dell'austerità. La suprema abilità sembra goffaggine, perché in ogni circostanza si astiene dall'azione. Il miglior pianificatore non perde tempo in calcoli, perché sa che bisogna lasciar andare le cose per il loro verso. Basta non agitare lo spirito, e tutto andrà alla perfezione. L'idea di rafforzare lo yang attingendo allo yin è sbagliata. Chi promette di cibarti di immortalità, ti inganna con vane parole. "Invece bisogna tener presente che tutto è niente, e respingere la polvere che ostacola la conoscenza. Il segreto del godimento naturale di una vita senza fine risiede nella semplicità e nell'abbandono dei desideri." Il suocero di stato fece un'aspra risata e protese verso il monaco cinese il dito adunco: "Buon monaco, hai la bocca piena di idiozie! Voi che perseguite la via dell'estinzione di ogni cosa, parlate della natura in sé, ma non sapete donde viene né dove va. I vostri esercizi di meditazione vi allenano a essere ciechi e ottusi, come nel detto: Siedi comodo, e si sa Che il tuo culo marcirà. "Non sai che chi gioca col fuoco si brucia le dita? Chi pratica l'immortalità e consegue la via ha ossa solide e spirito acuto. Io me ne vado in montagna a visitare gli amici; reco con me il paniere e la zucca per borraccia, e colgo semplici di ogni specie per la salute dell'umanità. Mi fabbrico un cappello di giacinti e un giaciglio di orchidee. Canto e ballo battendo le mani; poi schiaccio un pisolino tra le nuvole. Quando espongo le leggi del Tao, diffondo la giusta dottrina del supremo Laozi. Sbarazzo il mondo dai miasmi distribuendo acqua benedetta. Estraggo dalla terra e dal cielo le loro sublimi energie e colgo la quintessenza del sole e della luna. L'elisir si compone dall'agitazione dello yin e dello yang, si cristallizza nell'utero con l'acqua e il fuoco. "Quando lo yin del doppio otto incomincia a decrescere, regnano l'ombra e l'indistinto. Quando regna lo yang del doppio nove, cadono le tenebre. Io raccolgo i semplici man mano che li offrono le quattro stagioni, e ne fabbrico un elisir nove volte raffinato. Salgo al palazzo di porpora a cavallo della fenice azzurra; sulla bianca gru mi elevo fino alla capitale di diaspro. Mostrando con zelo le meraviglie del Tao, partecipo agli splendori del cielo. Non vorrai far paragoni con la vostra dottrina buddista per fannulloni, con la vostra cupa divinità dell'estinzione di ogni cosa, o con la carcassa puzzolente del nirvana! Tutte cose che non vi levano nemmeno dalla polvere della strada. Non c'è discussione che tenga sulle tre dottrine: il Tao è sempre stato il solo che meriti rispetto e onore." Il re approvò, i cortigiani applaudirono: "Solo il Tao merita rispetto e onore!" Tripitaka, di fronte al pubblico che applaudiva l'avversario, arrossiva di vergogna e di dispetto. Comunque il re, assai civilmente, ordinò che si offrisse al monaco forestiero un banchetto vegetariano da servire presso l'albergo. Mentre Tripitaka, dopo aver ringraziato, si ritirava, udì Scimmiotto bisbigliargli all'orecchio: "Maestro, quel suocero di stato è una creatura perversa che plagia il re con il suo soffio malefico. Voi ritornate in albergo a banchettare, mentre io resterò qui a raccogliere maggiori informazioni." Infatti il jaoliao ronzò via e andò a posarsi sul paravento di giada della Sala delle Campanelle d'Oro, proprio mentre il comandante dei cinque distretti si presentava a rapporto: "Maestà, una bufera si è portata via, questa notte, tutti i bambini nelle loro gabbie, in tutte le famiglie di tutti i quartieri; non ne è rimasta traccia." Il re, sconvolto, si rivolse al suocero: "Il Cielo ci vuole distruggere! Non vi pare che sia questo il significato? I medici reali si sono dimostrati impotenti contro il male che da mesi ci accascia. Voi ci avevate fornito quella divina ricetta, e proprio oggi si sarebbe dovuto procedere a estrarre il cuore e il fegato dei bambini. Che altro significa la loro scomparsa, se non che il Cielo mi vuol morto?" "Maestà, non vi addolorate. In realtà è il Cielo stesso che vi manda lunga vita." "Come sarebbe a dire?" "Non appena sono entrato in questa sala, mi sono trovato di fronte un diluente per il farmaco molto più efficace di quello che si può ricavare dalle viscere dei fanciulli. Con quel diluente, la vita di vostra maestà sarebbe stata prolungata di mille anni; ma con il nuovo divino ingrediente, guadagnerete almeno diecimila anni." Il re non capiva, e il suocero riprese: "Quel bonzo dell'Est possiede viscere purissime e ha un viso molto regolare. Per formare un corpo vero come quello, ci sono volute dieci reincarnazioni nell'austerità. È divenuto monaco fin da piccolo, non ha mai disperso il suo yang: vale ben più di tutti i bambini della città. Se i miei semplici vengono diluiti nel brodo di cottura del suo cuore e del suo fegato, vi garantisco diecimila anni di longevità." Il re gli credette subito, e replicò: "Perché non me l'avete detto prima? Non l'avrei lasciato andare." "Che differenza fa? Sarà ancora in città, per consumare il banchetto che gli ha preparato il servizio reale. Fate chiudere le porte della città e circondare l'albergo dalla vostra guardia. Poi lo farete condurre qui, e gli chiederemo con le buone se non ha niente in contrario a cedere il suo cuore e il fegato. Se acconsente, lo apriremo seduta stante; sarà sepolto a spese pubbliche e gli erigeremo un tempio dove la gente gli porterà offerte. In caso contrario, andremo per le spicce: lo legheremo a una colonna, lo apriremo comunque e getteremo via gli avanzi. Non mi pare che ci siano difficoltà." Il re diede subito ordini alle guardie della Foresta di Piume. Scimmiotto volò via; quando giunse all'albergo, riprese il suo aspetto e corse dal monaco cinese: "Disgrazia, maestro!" Tripitaka si trovava allegramente seduto a tavola quando udì quel grido. Si prese tanta paura che le sue tre divinità cadaveriche si dispersero. Gli uscì fumo dalle sette aperture, si coprì di sudori freddi, restò con gli occhi in fico incapace di articolare parola, e cadde nella polvere. Sabbioso si precipitò ad assisterlo. Porcellino chiedeva: "Di quale disgrazia si tratta? Potevi essere più cauto!" "Le guardie stanno circondando l'albergo, perché quella creatura malefica del real suocero ha convinto il re a far brodo delle viscere del maestro, al posto di quelle dei bambini scomparsi." "Vedi, compassionevole, che bel guadagno ci fai!" esclamò Porcellino ridendo di gusto. "Ti dài da fare per rompere le scatole agli altri nei fatti che non ti riguardano, e ne ricavi delle conseguenze che ti riguardano da vicino." Tripitaka intanto si rialzò e si aggrappò tremebondo a Scimmiotto: "Saggio discepolo, come faremo?" "La prima cosa da fare è di scambiar di posto giovane e anziano." "Che cosa vuol dire?" chiese Sabbioso. "Per salvare la vita del maestro, bisogna che si muti in discepolo" rispose Scimmiotto. "Se mi salvi" supplicò Tripitaka, "diventerò discepolo tuo o di chiunque altro." "Non perdiamo altro tempo. Porcellino, portami del fango" ordinò Scimmiotto. Il bestione uscì a raspare un po' di terra con il suo rastrello; per non perdere tempo a cercare acqua, sollevò la tonaca e vi orinò sopra. Portò quindi a Scimmiotto del fango puzzolente, che quest'ultimo spalmò senza altra spiegazione sul viso e sul corpo del monaco cinese. Quindi recitò un incantesimo, soffiò su di lui il suo alito magico e gridò: "Trasformati!" Ed ecco il reverendo reso identico a Scimmiotto. Scambiarono gli abiti, e Scimmiotto assunse a sua volta le sembianze di Tripitaka. Le trasformazioni erano perfette, da trarre in inganno persino Porcellino e Sabbioso. Fecero appena in tempo. Si udirono suonare gong e tamburi, e l'albergo fu circondato da tremila guardie, con una selva di lance e di sciabole. Entrò un ufficiale della guardia in abito di broccato a informarsi sulla presenza di un monaco proveniente dall'Est. L'oste atterrito cadde in ginocchio e indicò la camera: "Si trova negli appartamenti del pianterreno." L'ufficiale si fece avanti e disse: "Reverendo, siete convocato dal re." Porcellino e Sabbioso sostenevano il falso Scimmiotto, che quasi sveniva. Ma il falso Tripitaka domandò disinvolto: "Signor ufficiale della guardia in abito di broccato, che cosa vuole il re dalla mia umile persona?" L'ufficiale lo afferrò per i polsi e disse: "Vieni con me. Se ti cercano, vuol dire che a qualcosa servirai." Ahimè, è il caso di dirlo: Se i buoni sentimenti vince perversità, Solo a un mare di guai conduce carità. Se in fin dei conti non sapete come essi giocarono quella pericolosa partita, non vi resta che ascoltare il seguito. 第079回 SCIMMIOTTO DAI MOLTI CUORI · INSEGUENDO I MOSTRI INCONTRANO LA STELLA DELLA LONGEVITÀ; IN PRESENZA DEL SOVRANO SALVANO I FANCIULLI. Il falso Tripitaka fu condotto a palazzo dall'armata della Foresta di Piume e consegnato all'ufficiale di guardia alla porta. Ai piedi dei gradini di giada, il monaco cinese restò ritto fra gli ufficiali che si inginocchiavano e chiese: "Re di Bhiksu, che cosa volevate dirmi?" "Da molto tempo siamo afflitti da un male da cui non riusciamo a guarire" rispose il re sorridendo. "Ma per fortuna nostro suocero ci ha donato tutti gli ingredienti per preparare un rimedio adatto, salvo l'opportuno diluente. Vi abbiamo convocato appunto allo scopo di procurarcelo. Se collaborerete alla nostra guarigione, vi faremo costruire un santuario in cui godrete dei sacrifici di stagione e in cui l'incenso arderà in perpetuo a spese dello stato." "Io ho abbandonato la mia famiglia e non possiedo altro che me stesso. Può dirmi vostra maestà quale ingrediente occorre?" "Servirebbe il vostro cuore." "Quale cuore? Vostra maestà deve sapere che ne possiedo parecchi." Il suocero di stato gli puntò contro il dito adunco e gridò: "Quello nero, bonzo!" "Prestatemi un coltello per aprirmi il torace: sono rispettosamente ai vostri ordini e sarò lieto di accontentarvi, se possiedo quello che desiderate." Il sovrano ringraziò calorosamente e fece portare un coltellaccio con la lama a orecchio di toro. Il falso Tripitaka lo impugnò, si aprì la veste, gonfiò il petto e lo tagliò da cima a fondo con mano sicura, producendo un sinistro stridio. Dal petto squarciato uscì ribollendo un gran mucchio di cuori. I mandarini civili erano bianchi di terrore, quelli militari paralizzati dallo spavento. "Ecco un bonzo ambiguo, dai molti cuori!" gridò il suocero di stato seduto sul suo cuscino. Il falso Tripitaka afferrò i cuori grondanti di sangue a uno a uno, per farli vedere. Ce n'erano di ogni specie: rosso, bianco, giallino, avaro, ambizioso, geloso, cauto, calcolatore, superbo, sprezzante, omicida, vizioso, pauroso, prudente, temerario, oscuro e senza nome; cuori malvagi e altri di tutti i generi. Ma non c'era nessun cuor nero. Il re era annichilito e non riusciva ad articolare parola. Infine balbettò: "Metti via quella roba, per piacere." Il falso Tripitaka si richiuse tranquillamente il petto e riprese la propria forma: "Gli occhi di vostra maestà non sanno discernere le cose!" esclamò. "Tutti i monaci condividono un unico cuore perfettamente buono. Il cuor nero lo possiede vostro suocero: è quello l'ingrediente che vi occorre. Se non mi credete, ve lo farò vedere." Il suocero di stato aveva spalancato gli occhi e fissava l'inattesa apparizione: quel grande santo, ahimè, era ben noto da più di cinquecento anni. Balzò via nello spazio, inseguito dal Novizio che gridava: "Fermati, bestia! Assaggia il mio randello!" Il suocero lo affrontò con la canna dal pomo a forma di drago acciambellato. I due avversari diedero saggio della loro bravura: Sbarra contro canna riempiono lo spazio di nuvole. Il suocero di stato è un mostro che utilizza le arti seducenti di una figlia malefica. Egli indebolisce il sovrano con un male dovuto alla lascivia e lo induce a massacrare i bambini. Ma interviene il grande santo a sconvolgere i suoi oscuri disegni. Per la canna non è facile contenere gli attacchi della sbarra di ferro. Combattono fino a oscurare il cielo della città. Tutti impallidiscono di spavento. I mandarini si sentono svenire. Il viso delle signore e delle ragazze è sfigurato, con il trucco sconvolto. L'ottuso sovrano trema, non sa a che santo votarsi e cerca disperatamente un angolo buio per nascondersi. La sbarra si leva come la tigre di montagna che balza sulla preda; la canna si abbatte come il drago che si tuffa nel mare. Questo gran tumulto che agita la città di Bhiksu permetterà di sceverare il giusto dal perverso. Dopo una ventina di scontri, la canna non riuscì a reggere oltre. Il mostro fece una finta, si trasformò in un gelido raggio e dardeggiò nella corte interna del palazzo per prelevare la degna rampolla, che si trasformò anche lei in luce fredda; i due scomparvero chissà dove. Il grande santo ritornò nella sala d'udienza e gridò allegramente: "Avete visto che bel suocero di stato vi tenevate in casa?" Tutti si inchinarono per esprimere la propria gratitudine al divino monaco, che li esortò: "Lasciate perdere le cerimonie. Cercate piuttosto dov'è andato a finire quello scimunito del vostro re." "È corso a nascondersi da qualche parte, quando è iniziato il duello." "Per carità, cercatelo subito! Non vorrei che la mostriciattola se lo fosse portato via." Gli ufficiali, ignorando per quella volta il divieto di entrare negli appartamenti interni, si precipitarono subito nel palazzo di Regina di Bellezza. Ma il luogo era deserto, e non si vedeva traccia né della regina né del re. Le spose reali vennero in folla dal palazzo centrale e da quelli dell'est e dell'ovest a riverire il grande santo, che disse loro: "Non è ancora il momento di ringraziare. Scovatemi quel babbeo del vostro signore e re." Ma il re non era stato rapito. Dopo un po' lo si vide sbucare, sostenuto dai suoi eunuchi, da uno sgabuzzino dietro la Sala di Prudente Condotta. I ministri vennero a prosternarsi ed esclamarono a una voce: "Signore e maestro! Il vero è stato distinto dal falso ad opera di questo monaco divino: in effetti il suocero di stato era una creatura malefica. Anche Regina di Bellezza è scomparsa." Il re invitò il Novizio nella Sala dei Ricevimenti Solenni e lo ringraziò formalmente. Poi gli chiese: "Reverendo, quando siete arrivato avevate un nobile e degno aspetto. Come mai siete tanto cambiato?" "La verità" rispose il Novizio ridendo, "è che io non sono Tripitaka, fratello dell'imperatore Tang, ma il suo discepolo Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Sapevo che il mostro vi aveva convinto a strappare il cuore del mio maestro e sono venuto al suo posto per abbattere quella creatura." Il re ordinò subito al primo ministro di recarsi a invitare il vero maestro e gli altri suoi discepoli a presentarsi a corte. Tripitaka, che aveva avuto sentore dello scontro fra Scimmiotto e il mostro, era molto preoccupato, oltre a essere mezzo soffocato dal fango puzzolente con cui gli avevano spalmato la faccia. Quando lo pregarono di recarsi a corte per ricevere i ringraziamenti, si spaventò ancor più; ma Porcellino gli disse: "Questa volta non correte rischi: vi vogliono ringraziare. Si vede che il nostro condiscepolo anziano ha avuto la meglio." "Ma come posso presentarmi alla gente con questa porcheria puzzolente sulla faccia?" "Non c'è scelta, noi non sappiamo come toglierla. Ma lo chiederemo a Scimmiotto, ci penserà lui." Il primo ministro, alla loro vista, non riuscì a nascondere la paura: "Avi miei! Sembrano tutti quanti mostri malefici." "Signor cortigiano" gli disse Sabbioso, "non vi spaventate. Noi siamo brutti soltanto perché siamo nati così; e il nostro maestro ritornerà bello con l'aiuto del condiscepolo anziano." Quando furono a corte, nella sala d'udienza, Scimmiotto andò loro incontro, strappò la maschera di fango dal volto del maestro, alitò il suo fiato magico e gridò: "Rettifica!" Subito il monaco riprese il proprio aspetto e si sentì in ottima forma. Il re lo ricevette rivolgendosi a lui come "reverendo buddha, maestro della Legge". Scimmiotto prese la parola: "Vostra maestà sa da dove proveniva quel mostro? Sarà prudente catturarlo, perché non ritorni a provocare altri malanni." Quando le regine dei tre palazzi e le concubine delle sei corti, che si tenevano dietro lo schermo di giada, sentirono le sue intenzioni, corsero fuori e si affollarono intorno a lui senza riguardo all'etichetta: "Supplichiamo il reverendo buddha e divino monaco di strappare la malerba dalla radice" esclamarono inchinandosi. "Avremo per voi una gratitudine illimitata e sapremo ricompensarvi generosamente." Scimmiotto rispose che gli servivano indicazioni più precise. "Tre anni fa, quando giunse da noi" disse il sovrano, pieno di imbarazzo, "mi disse che non veniva da lontano. Abitava a una settantina di li in direzione sud, in una tenuta detta di Puro Splendore, ai margini della Foresta dei Salici. Alla sua tarda età non aveva figli maschi, ma solo quella figlia di sedici anni, nata dal suo ultimo matrimonio. Me la offrì e io la trovai molto attraente, l'accettai e la trattai da favorita. Ma presto caddi ammalato, e nessun rimedio risultò efficace. Lui mi assicurò che possedeva una ricetta infallibile, che richiedeva il brodo del cuore di molti bambini. Io non mi intendo di queste cose, e gli credetti sulla parola. Poi siete arrivati voi e i bambini sono scomparsi. Allora il mostro mi ha assicurato che il cuore del divino monaco, che ha praticato la verità nel corso di dieci reincarnazioni senza mai disperdere il suo yang, era molto più efficace di quelli dei bambini. Ci siamo lasciati sviare. Ma ora che avete smascherato il mostro, spero che userete tutto il vostro potere per eliminarlo. Da parte mia sono pronto a ricompensarvi con tutta la ricchezza del paese." "Vi dirò" disse Scimmiotto sorridendo: "quei bambini li ho nascosti io per incarico del maestro, che sentiva compassione per loro. Non parliamo di ricompense, a me basta il merito. Andiamo, Porcellino." "Agli ordini. Ma non valgo molto, a pancia vuota." "Che il servizio dei banchetti prepari immediatamente un pasto vegetariano" ordinò subito il re. E in breve fu servita la colazione. Quando Porcellino fu ben sazio, seguì Scimmiotto salendo sulle nuvole, mentre re, regine e mandarini si inginocchiavano e gridavano: "Guardate come salgono in cielo! Sono veri immortali, buddha discesi sulla terra!" Il grande santo e Porcellino viaggiarono per settanta li verso sud e si misero alla ricerca della residenza del mostro. Le limpide acque di un torrente scorrevano tra rive incassate, coperte da migliaia di salici; ma non appariva nulla che si potesse identificare con la tenuta di Puro Splendore. Di certo Estesi a perdita d'occhio I campi incolti; le dighe Si nascondon nella bruma Che intorno ai salici aleggia. Dopo avere vanamente esplorato, Scimmiotto evocò il tudi, che si avanzò tremante e si inginocchiò esclamando: "Grande santo, il dio della Foresta dei Salici presenta i suoi omaggi e si prosterna." "Non aver paura, non ti picchio mica. Da queste parti si dovrebbe trovare una tenuta detta di Puro Splendore. Dov'è?" "Tenute non ce ne sono; c'è una grotta che porta quel nome. Devo intendere che la vostra santità viene da Bhiksu?" "Si capisce. Il mostro della grotta si è preso gioco del re di Bhiksu. Quando siamo arrivati l'ho affrontato, ma lui si è trasformato in un raggio gelato ed è scappato non so dove. Secondo il re, tre anni fa gli avrebbe confidato di abitare da queste parti." "Spero che vostra santità sarà indulgente" disse il tudi prosternandosi un'altra volta. "Anche questo è territorio di Bhiksu, soggetto alla mia vigilanza. Ma quel mostro è più forte di me e si sarebbe vendicato se avessi tradito i suoi disegni: perciò sono stato costretto a mancare ai miei doveri. Ma ora che è arrivata vostra santità, basterà che si accosti al salice con nove rami sulla riva sud, gli giri intorno per tre volte in senso orario e per tre in senso antiorario, bussi con entrambe le mani e gridi tre volte: 'Apriti!' In questo modo avrete accesso al palazzo della Grotta di Puro Splendore." Scimmiotto congedò il tudi e scese in riva al torrente a cercare il salice con nove rami. Seguì le istruzioni: l'albero scomparve con un rumore di tuono e apparve una porta a due battenti che si aprirono cigolando. Dentro splendeva luce, ma non si vedeva nessuno. Il Novizio entrò senza esitare e si trovò in un posto magnifico: Nubi leggere velano il sole e la luna. Bianche nuvole escono dalla grotta, una lieve bruma smeraldina è diffusa nella corte. Il sentiero è bordato da splendidi fiori rari; piante di diaspro gareggiano in bellezza e profumi. Un clima mite regna nel giardino fatato, emulo di Penglai e Yingzhou. Le panchine scivolose si coprono di rampicanti, liane pendono arruffate dal ponticello. Le api lasciano cadere rossi stami di fiori sulle rocce; le farfalle volano fra le orchidee. Scimmiotto si avvicinò a una quinta di pietra su cui erano tracciati quattro grandi caratteri: RESIDENZA DI IMMORTALI DI PURO SPLENDORE Oltre la quinta c'era il mostro, ancora ansimante per la corsa, che stringeva la figlia tra le braccia e le parlava appunto dell'impresa di Bhiksu: "Era un'occasione così bella! Ci abbiamo lavorato per tre anni ed eravamo sul punto di riuscire, quando quella scimmia zuccona ha rovinato tutto." Il Novizio impugnò la sbarra e corse loro addosso urlando: "Sudicioni, ve la do io la bella occasione!" Il mostro si staccò dalla figlia e lo affrontò con la sua canna. Seguì uno scontro ben più terribile del precedente: Si drizza la sbarra lanciando riflessi metallici; intorno alla canna turbinano miasmi malefici. "Che cosa cerchi in casa mia, temerario?" grida il mostro. "La tua diabolica pellaccia!" risponde il Novizio. "I miei rapporti con il re non ti riguardavano. Perché hai voluto metterci il naso?" "La compassione è il fondamento della condotta dei monaci; non potevamo tollerare il massacro degli innocenti." Vanno e vengono le parole, piene d'odio e di furore; vanno e vengono le armi. Essi badano ad aggredire e calpestano senza riguardo i bei fiori, strappano muschio e licheni. La lotta continua finché il luogo ameno è devastato e la dolce vegetazione distrutta, terrorizzati gli uccelli, messe in fuga le belle fanciulle in preda al panico. Nel paesaggio spoglio, percorso da un vento feroce, restano solo il re scimmia e il mostro che si fronteggiano. Ecco che escono dalla grotta. Questo mette in gioco anche Consapevole delle Proprie Capacità. Porcellino, che era rimasto fuori, sentiva rumor di battaglia, che lo eccitava e lo faceva rodere dall'impazienza di partecipare. Colpì più volte il salice con il suo rastrello, e le nove punte si macchiarono di sangue, mentre si udivano gemiti soffocati. "È un albero fantasma" pensò; e continuò a colpire, finché vide comparire Scimmiotto e il mostro. Allora si gettò avanti levando il rastrello. Il mostro ne aveva già abbastanza di Scimmiotto; quando si vide venire addosso un altro avversario si disimpegnò, si mutò in un raggio gelato e dardeggiò verso l'est. I due lo inseguirono. Mentre si apprestavano a sferrare l'attacco conclusivo, apparve una luminosità di buon augurio da cui provenivano canti di gru e di fenici: era il vecchio della costellazione del Sud. Questi catturò il raggio gelato e gridò: "Piano, grande santo! Fermati, ammiraglio dei canneti! Eccomi qua, sono il vostro amico nel Tao." "Come sta la nostra brava stella della Longevità?" lo salutò calorosamente Scimmiotto. "Lo hai preso tu quel malvivente?" gridò Porcellino. "Ma certo, eccolo qua" rispose la stella; "non può scappare. Spero che gli lascerete la vita." "Che ti importa di quella creatura?" si stupì Scimmiotto. Longevità rise imbarazzato: "Si capisce che mi importa, dal momento che mi serve da mezzo di trasporto. Sai, è la storia non rara delle bestie di casa che scappano via, si dànno al nomadismo e diventano mostri." "Se ti appartiene, facci vedere il suo vero aspetto." Longevità lo liberò e gli disse: "Su, bestiaccia, fa vedere come sei fatta, se vuoi salvar la pelle." Si vide che si trattava di un cervo bianco. La canna fu raccolta dalla stella: "Questo pelandrone non si è fatto scrupolo di rubare la mia canna." La bestia s'inginocchiò. Non poteva parlare, ma piangeva e si prosternava. Il pelo picchiettato, un gran palco di corna. Bruca l'erba del prato, beve acqua nel ruscello. Col tempo e con l'ascesi ha appreso a trasformarsi E a volare nel cielo. Chiamato dal padrone, Non può che sottomettersi e tornare all'usato. Longevità montò sul cervo e ringraziò Scimmiotto con l'intenzione di ripartire, ma questi lo trattenne: "Aspetta, amico mio: ci sono ancora cose da chiarire." "Di che si tratta?" "Non abbiamo ancora preso la Regina di Bellezza, e non ho idea di quale creatura si tratti. Inoltre dobbiamo mostrare entrambi al re di Bhiksu: non mi è sembrato una persona molto sveglia, e voglio essere sicuro che si convinca bene." "Va pure a catturare questa Bellezza; io aspetterò qui, e poi ti accompagnerò dal re." Scimmiotto e Porcellino irruppero nella grotta gridando: "Dagli alla strega!" La povera Bellezza, terrorizzata, sbucò fuori dalla quinta di pietra, ma si trovò davanti Porcellino. Si mutò in luce fredda e sfrecciò via accanto a Scimmiotto, che la tramortì al volo con uno scappellotto e la restituì alla sua forma originale: era una volpe dal muso bianco. All'incontenibile bestione scappò di mano una rastrellata, che ridusse l'infelice seduttrice di regni a un mucchietto di peli dentro una pozza di sangue. "Fermo, l'hai ridotta molto male!" gridò Scimmiotto. "Che cosa ci rimane da mostrare al re?" Il bestione prese il cadavere per la coda, senza darsi pensiero se si sporcava le mani, e seguì Scimmiotto che ritornava verso Longevità; il quale si intratteneva con il suo cervo lisciandogli il muso: "Che cosa ti è venuto in mente, brutta bestia, di lasciare il tuo padrone per darti al mestiere di mostro? Hai visto che per poco non ci rimettevi la buccia? Meno male che sono arrivato in tempo." "Che cosa gli dici, vecchio svanito?" chiese Scimmiotto sopraggiungendo. "Gli faccio la lezione, perché non ripeta l'errore." Porcellino gettò i resti della volpe davanti al cervo: "Ecco qui la tua bella parente." Al povero cervo scesero grosse lacrime dagli occhi, mentre gli usciva dal petto un lungo belato come un lamento. Longevità gli diede una pacca sulla testa: "Tu sei vivo, scemo. Che t'importa di quest'altra bestia?" Poi gli legò la propria cintura intorno al collo e si dichiarò pronto a recarsi dal re di Bhiksu. "Non è finita" insisté Scimmiotto. "Prima dobbiamo disinfettare il posto, perché in futuro non venga riutilizzato come covo malefico." Porcellino corse di nuovo a colpire il vecchio salice, mentre il Novizio recitava l'incantesimo di convocazione del tudi: "Raccogli legna secca e brucia tutto. È un buon affare anche per te: ti eviterà in futuro altre noie con esseri malefici." La divinità sollevò un gran vento e, con i suoi assistenti, raccolse in breve una quantità di legna e ramaglie che giacevano sparse da molto tempo, ed erano asciutte e ben combustibili. "Porcellino, non perdere tempo" gridò Scimmiotto. "Quel salice brucerà con tutto il resto." In breve la residenza del mostro fu sommersa da un uragano di fuoco. Congedato il tudi, si recarono a corte. Longevità teneva alla briglia il cervo, che recava in groppa i resti della volpe. Entrarono nella sala d'udienza e presentarono quei resti al re: "Che ne dite? Avete ancora voglia di divertirvi con questa bella figliola?" Il re taceva e batteva i denti. Quando fu presentata la stella della Longevità, re e sudditi, regine e concubine ammutolirono dallo stupore. Tutti si inginocchiarono per rendere omaggio. Il Novizio disse al re: "Questo cervo non è altri che il tuo famoso suocero di stato; quando veniva a corte, non gli lesinavi i complimenti." Il re cambiava colore dalla vergogna: "Divino monaco, grazie di aver salvato i bambini del mio regno. È stata una grazia del cielo." E ordinò un festino in onore della vecchia divinità e dei quattro pellegrini. Tripitaka volle informarsi: "Come ha potuto il vostro cervo bianco venir qui a commettere tante nefandezze?" Longevità raccontò sorridendo: "Il sovrano dell'Est era di passaggio fra i miei monti selvaggi. Io lo ospitai e gli proposi una partita a scacchi. Questa stupida bestia dovette prendere il largo mentre giocavamo. Quando il mio ospite ripartì e io non la trovai, calcolai sulle dita dov'era andata a finire. È così che sono capitato qui, proprio mentre il grande santo la metteva in riga; e se avessi tardato ancora un momento, l'avrebbe messa nella fossa." Fu dato l'annuncio: "La tavola è imbandita!" Fu davvero un magnifico festino: All'ingresso un trionfo di colori vivaci; la sala è colma di fragranze esotiche. Magnifiche tavole coperte da sete ricamate, splendidi tappeti rossi sul pavimento. Da preziosi bruciaprofumi a forma di anatra salgono fumi di aloe. La frutta è disposta in torri e terrazze; i dolci di zucchero imitano draghi che avvolgono nelle spire animali in fuga, leoni, coppie d'uccelli. I grandi nappi hanno forma di pappagalli, i mestoli di garzette. Che abbondanza di piatti delicati! Tonde castagne d'acqua, freschezza di pesche e litchi, dolci giuggiole, frittelle di cachi, uve inebrianti, pigne fragranti. Piatti preparati con il miele, sformati di formaggi, gelati allo zucchero o fritti nell'olio: piatti più vari di fiori su broccato. I vassoi d'oro recano piramidi di grandi palle di pane, quelli d'argento traboccano di riso profumato. Le tagliatelle si intingono nel brodo speziato, sapori eccitanti si alternano a sapori soavi. Non si finirebbe mai di raccontare di quei porcini, orecchiette, germogli di bambù, "sperma giallo", legumi dai dieci profumi, e mille piatti rari: un va e vieni incessante di servitori li presenta e li sostituisce senza tregua. Ciascuno si sedette secondo il suo rango; Longevità al primo posto e il reverendo al secondo. Il re sedette di fronte a loro, invitando alla sua tavola i tre discepoli, insieme a due o tre grandi precettori. Il servizio di musica suonava, il re levava la sua coppa delle Nuvole Purpuree per brindare con ciascuno. Tripitaka era il solo che rifiutasse di bere. Porcellino si rivolse a Scimmiotto: "Ti cedo la frutta, in cambio del riso e delle tagliatelle." Si gettò sui piatti e non tardò a fare piazza pulita. Alla fine del banchetto Longevità si congedò. Il re si inginocchiò ai suoi piedi e lo supplicò di aiutarlo a guarire del male che lo affliggeva, e a prolungare la vita. "Sono uscito di casa solo per riprendere il mio cervo; non ho portato con me la valigetta degli elisir" rispose sorridendo Longevità. "Naturalmente vi potrei suggerire qualche buona ricetta di pratiche salutiste; ma ho l'impressione che siate conciato maluccio, non credo che le reggereste. Vediamo un po'. Mi restano nella manica tre giuggiole, di quelle servite nel tè al sovrano dell'Est. Se non vi formalizzate perché vi offro degli avanzi..." Il re le ricevette rispettosamente, le mangiò e si sentì subito meglio. In effetti la sua malattia guarì poi rapidamente. Da quelle giuggiole derivò la grande longevità che da allora fu tradizionale nella sua famiglia. Porcellino gridò: "Longevità, dài qualcosa da mangiare anche a me!" "Non ho altro. Ma la prossima volta che ci vediamo, ti porterò le giuggiole; penso che a te ne serviranno molte libbre, con l'appetito che ti ritrovi." Salutò tutti, montò sul cervo e balzò in alto, scomparendo nel cielo. S'intende che re, regine e buon popolo stavano a guardare riverenti e bruciavano incenso. "Discepoli miei, è tempo che ci congediamo anche noi" ordinò Tripitaka. Il re insisteva perché rimanessero e lo istruissero per risolvere i suoi problemi. Scimmiotto gli disse: "I consigli che vi possiamo dare sono presto detti. Datevi una regolata, non fate troppo il birichino con le donne e nei ritagli di tempo pensate a fare qualche buona azione. Impegnatevi sul serio in ogni impresa e sforzatevi di compensare i vostri punti deboli: è un esercizio che vi manterrà sano, e in qualche modo contribuirà ad allungarvi la vita. Non abbiamo altro da consigliare." Il re offrì loro due vassoi di pezzi d'oro e d'argento alla rinfusa, a titolo di viatico. Ma Tripitaka precisò che non poteva accettare nemmeno un soldo. Allora non restò che farlo salire sul carro reale, che il re e le reali spose spinsero con le loro mani sulla strada. Usciti dal palazzo attraversarono le strade della città fra ali di gente, che libava acqua pura e bruciava incenso. La folla si richiudeva dietro di loro e li seguiva fuori città. Quando furono sulla spianata davanti alla porta, ululò il vento e scesero dall'alto millecentodieci gabbie, ciascuna delle quali conteneva un marmocchio piangente. Si udì la voce degli dèi che dicevano: "Grande santo, abbiamo sentito che ve ne andate e siamo venuti a riportare le gabbie con i bambini, secondo le istruzioni." Tutti si inginocchiarono. Scimmiotto gridò: "Grazie, signori! Ritornate pure a casa. Raccomando alla gente di qui di largheggiare in offerte ai vostri templi, per manifestarvi la sua gratitudine." Il vento ululò di nuovo; poi pian piano si attenuò e cessò del tutto. I genitori, pazzi di gioia, riconobbero i loro figli e corsero a consolarli. Dicevano: "Quel monaco cinese, nostro signore e padre, deve restare fra noi e accettare la nostra riconoscenza." Non ci fu niente da fare. Giovani e vecchi, uomini e donne, portarono in trionfo Porcellino, sollevarono Sabbioso, issarono Scimmiotto sulle spalle. Il carro su cui stava Tripitaka fu preso a furor di popolo e riportato in città: il re non contava più nulla. E Tizio li invitava a un banchetto, Caio a un festino; chi non poteva permettersi altro, fabbricava cappelli, sandali, tuniche, scarpe di tela, biancheria per offrire anche lui qualcosa ai monaci. I quali non poterono liberarsi da quella gente prima di un mese. Si vendevano al mercato i loro ritratti, si rizzavano stele commemorative: la gente portava offerte anche lì, e bruciava incenso. È proprio vero: Il salvare un folla di gente È merito più grande di un monte. Ma anche questo finì; e se non sapete che cosa avvenne dopo, ascoltate il seguito. 第080回 UNA BELLA RAGAZZA CHIEDE AIUTO · OVE FANCIULLA SEDUCENTE CERCA UN COMPAGNO PER NUTRIRE LO YANG, E SCIMMIA DELLO SPIRITO DENUNCIA LA LAMIA PER PROTEGGERE IL MAESTRO. Quando i quattro pellegrini ripresero il viaggio, furono accompagnati per venti li dal sovrano, dai ministri e dal popolo di Bhiksu, che ancora insistevano perché rimanessero. Ma infine dovettero consentire che Tripitaka scendesse dal carro reale, montasse a cavallo e si avviasse con i suoi. La folla restò sulla strada a guardarli, finché scomparvero all'orizzonte. Il viaggio proseguì finché l'inverno trascorse e ritornò la primavera. Fiori selvatici tappezzavano la montagna, riempiendo l'aria di profumi. Davanti a loro si drizzò una cima elevata. "Discepoli miei" diceva Tripitaka preoccupato, "chissà se ci sarà una strada per superare questa impervia regione. Stiamo attenti!" "Maestro" rideva Scimmiotto, "si direbbe che, anziché un provetto viaggiatore in cammino da tanti anni, siate un figlio di famiglia che non ha visto più mondo di quanto si contempla dalla bocca del pozzo. Dice l'adagio: nessuna cima ferma la strada. Son domande da fare?" "Non è la montagna che temo, ma le creature malefiche che può ospitare." "State tranquillo. Ormai non siamo molto lontani dalla meta del nostro cammino, e con l'approssimarsi del Paradiso dell'Ovest le difficoltà si dovrebbero attenuare." Chiacchierando erano giunti ai piedi dell'erta. Scimmiotto impugnò il suo randello, balzò su una rupe per guardarsi intorno e gridò da lassù: "Maestro, c'è una bellissima strada che sale con molte curve. Venite!" Il reverendo sollecitò il cavallo. Sabbioso affidò i bagagli a Porcellino e prese le redini per guidare la cavalcatura dietro a Scimmiotto, che apriva la via di buon passo. Guardate la montagna: La cima scompare tra nebbie e nuvole; ne scendono torrenti e cascate che precipitano nei burroni. Il terreno è coperto di fiori profumati e di alberi folti: susini azzurri e bianchi peri, salici verdi e peschi rossi. Piange il cuculo la primavera che passa, la rondine celebra la cerimonia della semina all'altare del dio del suolo. Sotto le chiome verdazzurre dei pini, il sentiero ripido e accidentato si inerpica fra le rocce. Erbe ed arbusti, anafalidi e licheni tappezzano di verde le altissime rupi. I picchi maestosi si allineano come alabarde; le acque in tumulto negli innumerevoli burroni rivaleggiano con la voce del vasto oceano lontano. Il maestro era immerso nella contemplazione del paesaggio; un canto di uccello destò in lui la nostalgia. Tirò le redini e disse: "Discepoli miei! Da quel giorno lontano, festa delle lanterne, In cui il figlio del cielo mi ordinò di partire, Quante prove ho affrontato! Nubi e venti, montagne, Draghi e tigri. Ho percorso tutti i dodici picchi Dei monti delle Streghe. Quando potrò tornare, Fratello mio, al paese? Quando ti rivedrò?"(65) "Maestro" protestò Scimmiotto, "pensate sempre a casa vostra: non è un atteggiamento da monaco che ha lasciato la sua famiglia. Conservate l'animo in pace, non vi date pena per queste cose. Gli antichi dicevano: che cerchi soldi od onorificenze, devi applicarti senza reticenze." "Maestro" insinuò Porcellino, "non sarà capitato che il beato Buddha abbia traslocato altrove con le sue sporte di sutra? Avrà saputo che noi le cerchiamo, e lui magari non avrà voglia di darcele. Altrimenti, come spiegate il fatto che si cammina, si cammina, e non si arriva mai?" "Zitto, non inventar frottole!" disse Sabbioso. "Pensa a fare il tuo lavoro e a seguire il condiscepolo anziano. Prima o poi arriveremo a destino." Si avvicinavano a un'immensa e nera abetaia. Il monaco cinese esclamò: "Ai rischi della montagna ora si aggiungono quelli del bosco oscuro. Stiamo attenti!" "Tutto bene. Non c'è pericolo" rispose Scimmiotto. "Lo dici tu. Non fidarti nemmeno di ciò che è retto; guardati dalla malvagità dei buoni. Di abetaie ne abbiamo viste tante, ma non mai una così fitta e scura." [...] Si addentrarono nel folto seguendo il grande santo, che apriva il passaggio con il suo randello. Dopo mezza giornata di cammino erano ancora immersi nella penombra di quelle fitte piante. "Discepoli" disse Tripitaka, "dopo tanti monti e tante foreste pericolose che abbiamo attraversato, questo mi sembra proprio un bel posto, con un sentiero abbastanza confortevole. Guardate che belle piante, quanti fiori! Vorrei sedermi a riposare; credo che gioverebbe anche al cavallo. E ho fame: uno di voi dovrebbe andare a mendicare del cibo." "Smontate pure" rispose Scimmiotto. "Vado e torno." Tripitaka sedette ai piedi di un abete, mentre Porcellino e Sabbioso si guardavano intorno e coglievano fiori e frutti. Il grande santo prese la ciotola delle elemosine e balzò in aria. Osservando la foresta dall'alto, constatò con piacere che era sovrastata da un alone di brume di buon augurio. Pensava: "Ai miei bei tempi, cinquecento anni fa, ero qualcuno: ero indipendente, portavo corona, abbattevo draghi e tigri, avevo cancellato il mio nome dal registro dei morti. Andavo in giro con la mia armatura d'oro fino, calzavo scarpe di nuvole, comandavo quarantasettemila diavoli, e tutti mi trattavano da vostra alta signoria. Ora invece mi devo umiliare e sono a servizio; ma se questo maestro è circondato dall'alone di buon augurio che si vede, si può star sicuri che tutto finirà bene, e anch'io avrò fatto un buon affare." Mentre si cullava in queste piacevoli considerazioni, si accorse che dalla parte sud della foresta saliva un soffio nero, spesso e fetido, che ribolliva a turbinava. "C'è sotto qualche maleficio" si disse allarmato. "Non sono certo Porcellino e Sabbioso a sollevare quella porcheria." Tripitaka, là sotto, recitava placido il sutra del cuore, il Mahâ Prajñâ Pâramitâ Hrdaya Sûtra, quando udì una vocina sottile che gridava: "Aiuto!" "Bontà divina!" esclamò agitato Tripitaka. "Chi può gridare così in mezzo alla foresta? Sarà qualcuno aggredito da una belva: dobbiamo aiutarlo." Il reverendo si alzò e mosse qualche passo fra gli abeti secolari e i cedri millenari. Ed ecco, in una piccola radura vide una ragazza legata con liane ritorte a un albero dalla vita in su, mentre la metà inferiore del corpo era sepolta nel terreno. "Cara pusa, che cosa vi è capitato per ridurvi in questo stato?" Non ci voleva molto a capire che la supposta pusa era una lamia o qualcosa di simile. Ma il reverendo non era mai stato abile a riconoscere questa specie di creature. La ragazza piangeva a calde lacrime, che rendevano più lustri i suoi occhioni vellutati e animavano il volto, bello da fare invidia ai fiori e alla luna: i pesci si tuffavano nel fondo, gli uccelli volavano in alto(66). Il reverendo non osava accostarsi, ma ripeteva: "Cara pusa, avete commesso qualche colpa? Vi puniscono per qualche motivo? Ditelo, vi prego; vorrei aiutarvi." La lamia, fingendosi tutta sconvolta e con vocina dolce e accorata, raccontò questa storia: "La mia famiglia, maestro, abita a Bimbâna, una città a duecento li da questa foresta. Papà e mamma, che sono molto pii, avevano invitato tutti i parenti a onorare le tombe degli antenati per la Festa Pura e Limpida. In palanchino e a cavallo abbiamo raggiunto il posto fuori mano dove si trovano le tombe, abbiamo disposto le offerte e dato fuoco ai cavalli di carta. A questo punto ci ha assalito una banda di forsennati, suonando gong e tamburi, con le armi in mano. Tutti scappavano; io sono caduta. Non so correre svelta, e perciò mi hanno presa. Erano briganti, che mi hanno portata nel loro covo. Il capo voleva tenermi per sé, ma il suo luogotenente aveva la stessa idea; anche altri mi guardavano e mi trovavano di loro gusto. In breve, l'ottantina di uomini che componeva la banda incominciò a litigare e a battersi per me; e dal momento che nessuno voleva darla vinta agli altri, mi hanno legata dove mi vedete e se ne sono andati. Sono qui da cinque giorni e cinque notti: avrei potuto morire ogni momento. Saranno i meriti di qualche antenato che mi fanno incontrare voi. Vi supplico, abbiate pietà, salvatemi la vita! Neanche morta dimenticherò la gratitudine per voi." E piangeva come una fontana. Con il suo temperamento compassionevole, Tripitaka entrò subito in simpatia e gli uscirono lacrime e singhiozzi. Intanto gridava: "Discepoli!" Sabbioso e Porcellino, a caccia di frutti di bosco, sentirono quel richiamo piagnucolante. "Che il maestro abbia trovato nel bosco qualche vecchia zia sentimentale?" si chiese il bestione. E Sabbioso: "Non divagare! Da quando siamo in viaggio non abbiamo incontrato una sola persona per bene. Figuriamoci se le zie del maestro vanno in giro per una foresta come questa." "Non mi dirai che quel monaco si permette confidenze con estranei!" Corsero da Tripitaka: "Maestro, che cosa succede?" Il monaco cinese mostrò loro la bella prigioniera: "Porcellino, libera quella povera pusa, salvale la vita!" E il bestione si mise all'opera senza chiedere altro. Intanto Scimmiotto vedeva il soffio nero addensarsi ed espandersi fino a cancellare completamente le brume di buon augurio. "Qualcosa non va per il suo verso" esclamò. "La creatura malefica dev'essere partita all'attacco. La ricerca del cibo può aspettare." Ritornò indietro e trovò Porcellino intento a sciogliere i legami. Gli arrivò alle spalle, lo prese per le orecchie e lo gettò a terra. "Perché mi aggredisci?" si lagnò il bestione riconoscendolo. "Ubbidivo al maestro." "Fratellino" rispose ridendo Scimmiotto, "non toccare quella lì; non vedi che è una strega che vuol prenderci in giro?" "Brutta scimmia!" intervenne Tripitaka. "Eccoti di nuovo a trinciar giudizi. Perché mai questa fanciulla dovrebbe essere una creatura perversa?" "Maestro, non avete mai capito niente di queste cose. È una tattica vecchia come il mondo, uno stratagemma da manuale per chi ha voglia di farsi uno spuntino di carne umana. Possibile che non vi rendiate conto?" "Maestro" ribatteva Porcellino imbronciato, "non date retta a quell'equipuzio! Questa non è che una brava ragazza del posto. Come possiamo giudicare noi, che veniamo da lontano? Quel malvivente vuole che l'abbandoniamo, per tenersela a disposizione. Più tardi farà una delle sue capriole nelle nuvole e la verrà a trovare passando dalla porta di servizio." "Brutto stronzo!" brontolò Scimmiotto. "Io non corro la cavallina; sei tu che non puoi dire altrettanto. Ti ricordi la volta che cercasti di metter su famiglia con ragazze che non ti volevano, e finisti legato a un albero? Sei tu che perdi la testa per le donne, e che sei disposto a dimenticare il giusto per il tuo profitto." "Finitela!" intervenne Tripitaka. "Porcellino, dobbiamo ammettere che di solito le opinioni del tuo condiscepolo anziano sono risultate fondate. Lasciate stare quella donna e andiamocene." "Grazie al cielo!" esclamò Scimmiotto. "Vi posso assicurare che è per il meglio. Rimontate subito a cavallo e allontaniamoci. Quando usciremo dalla foresta andrò a mendicare il cibo." E se ne andarono. La lamia legata all'albero digrignava i denti: "Ho tanto sentito parlare di questo Scimmiotto guasta disegni, e vedo che la sua fama non è usurpata. Mi volevo accoppiare con quel monaco, che non hai mai sparso goccia del suo yang primordiale, per divenire immortale. Doveva proprio venire la scimmia a guastarmi la festa! Se mi avessero slegata, lo avrei subito catturato e concluso l'affare. Chissà che cosa ha messo sull'avviso la scimmia. Ma non mi sarò data tanta pena per niente. Non rinuncio di certo. Proverò a parlargli da lontano: vediamo se funziona." La brava lamia, senza sciogliere i suoi legami, approfittò di una brezza favorevole per far pervenire a Tripitaka qualche parolina edificante: "Maestro" sospirava, "tu che abbandoni una povera fanciulla in difficoltà negandole soccorso, quali sutra speri di ottenere dal Buddha con la tua devozione ottusa e senza coscienza?" Il monaco tirò le redini del suo cavallo: "Consapevole del Vuoto, torna indietro; va ad aiutare quella donna." "Che cosa ve la fa tornare in mente, maestro?" "È lei che mi chiama." "Tu hai sentito qualcosa, Porcellino?" "Non si può dire che le mie orecchie siano piccole, ma non ho sentito niente." "E tu Sabbioso?" "Pensavo ai bagagli che porto, non ho fatto attenzione. Comunque non ho sentito niente." "Nemmeno io ho sentito niente. Maestro, perché dite che vi chiama? Che cosa vi dice?" "Mi dice cose sensate: dice che la devozione senza coscienza di chi non soccorre la gente nel bisogno non otterrà i sutra dal Buddha. Val più salvare una sola vita umana, che costruire una pagoda di sette piani. Bisogna salvarla: è più importante della ricerca delle scritture." "Quando al maestro viene l'uzzolo delle opere buone, non c'è rimedio al mondo che lo guarisca" sogghignò Scimmiotto. "Quanti mostri abbiamo incontrato lungo la strada! Vi acchiappano, vi portano nel loro covo, e io devo venire a tirarvi fuori e a spiaccicarli con la mia sbarra di ferro. La persona che adesso vi sta cuore è della stessa risma: si può sapere che bisogno avete di andarvi a consegnare nelle sue mani, per poi mettervi a piangere?" "Discepoli" rispose Tripitaka, "ricordate sempre il detto degli antichi: nessun bene è tanto piccolo che non valga la pena di farlo; nessun male è tanto piccolo che non si debba guardarsene. L'aiuto che ci viene chiesto va sempre dato." "Maestro, così sia" disse Scimmiotto. "Non cercherò di dissuadervi: ne ricaverei soltanto il vostro malumore. Ma questa è una responsabilità che non mi voglio prendere. La volete salvare? Fatelo voi." "Si capisce, scimmia zuccona!" inveì Tripitaka. "Tu resta in panciolle, mi aiuterà Porcellino." Il monaco cinese ritornò alla radura con Porcellino, che sciolse i legami e con il rastrello scavò il terreno in cui la ragazza era semisepolta. La buona lamia scosse il terriccio dalle calzature, si aggiustò la gonnella e seguì Tripitaka con segni di giubilo e di riconoscenza. Quando la vide comparire, Scimmiotto sghignazzò. Tripitaka esasperato gli chiese: "Che cosa ti fa ridere, brutto scimmione?" "Mi fate ridere voi, maestro. Pensavo al distico: Se viene la fortuna, amici certo avrai; E quando essa ti lascia, la bella incontrerai." "Tutte bugie, diabolico macaco! Sono monaco da quando mia madre mi ha partorito; sono un inviato imperiale: non sono di quelli che vanno cercando il proprio guadagno e la soddisfazione della carne. Perché la fortuna mi dovrebbe lasciare?" "Maestro" sghignazzò Scimmiotto, "avete un bell'essere monaco: vi avranno insegnato a leggere i sutra e a pregare il Buddha, ma le leggi non le conoscete. La ragazza è giovane e carina; voi e io siamo monaci. Aspettate che incontriamo qualche malintenzionato, e ci troveremo davanti a un tribunale accusati di fornicazione; andate allora a raccontare di Buddha e di ricerca delle scritture! Se ci assolvessero dall'accusa di fornicazione, resterebbe quella di ratto: bastonate da lasciarvi mezzo morto, caro il mio maestro, e ritiro della licenza di monaco; Porcellino deportato e Sabbioso ai lavori forzati. E anch'io, che nel difendermi sarei certo più abile di voi, dubito che riuscirei a farmi assolvere." "Non dire sciocchezze!" gridò Tripitaka. "Comunque la si voglia mettere, è una persona cui salvo la vita. Perché mai dovrebbero derivarne tante complicazioni? Portiamola con noi: prendo io tutta la responsabilità." "Parlate di responsabilità, ma non sapete quello che dite. Tutto sommato non salvate nemmeno lei, ma piuttosto le fate del male." "Come sarebbe a dire?" "Se fosse rimasta legata dov'era, entro cinque, dieci o quindici giorni, senza un boccone da mangiare, sarebbe morta di fame e avrebbe avuto almeno la consolazione di raggiungere gli antenati con il suo corpo integro. Seguendo voi - che l'avete salvata, come dite - dovrà correre con i suoi piedini dietro il vostro cavallo e dietro a noi, che filiamo come il vento. Finiremo per perderla e se la mangerà il lupo. Che guadagno ci avrà fatto?" "Questo è vero. Come dobbiamo fare, secondo te?" "Perché non la fate salire sul cavallo e non ve la prendete in braccio?" Tripitaka rifletté: "No, non possiamo stare insieme sulla stessa cavalcatura. La potrebbe portare Porcellino." Scimmiotto scoppiò a ridere: "Che bella fortuna per il nostro bestione!" Porcellino osservò: "Nessun peso è leggero, se la strada è lunga. Che fortuna sarebbe, portare una persona sulle spalle?" "Quando l'avrai addosso, le rivolgerai quel tuo grugno lungo come un trombone, sussurrerai una parolina dolce e sarà già una serenata." Porcellino si lasciò andare a pestare i piedi e battersi il petto: "Non ne posso più! Maestro, preferisco essere bastonato. Meglio le botte che i lazzi del condiscepolo anziano: se mi carico in spalla quella ragazza, non farà che tormentarmi finché non l'avrò messa giù." "Ho capito" disse Tripitaka. "Ho gambe anch'io: scenderò da cavallo e proseguirò a piedi. Vorrà dire che procederemo più lentamente. Porcellino prenderà le redini." "Non c'è verso: oggi è giorno di buoni affari per il nostro bestione" rise Scimmiotto. "Il maestro si preoccupa di affidare a te il moccolo da reggere." "Fammi il piacere di tenere per te i tuoi farnetichi. Dicevano gli antichi: il cavallo fa mille leghe, ma qualcuno deve guidarlo. Scendiamo pian piano la montagna con questa giovane pusa, che così non si perderà per via. Quando giungeremo a un monastero buddista o a un tempio taoista, o comunque a un abitato, ce la lasceremo e avremo compiuto la nostra missione di salvataggio." "Va bene, è un'idea sensata" approvò finalmente Scimmiotto. "Non perdiamo altro tempo, e andiamo avanti." Tripitaka marciava in testa, Sabbioso seguiva con i bagagli, Porcellino reggeva le briglie del cavallo e Scimmiotto chiudeva il convoglio conducendo la ragazza. Percorsa una ventina di li, mentre scendeva la sera, videro un complesso di torri, terrazze e padiglioni. "Discepoli" disse Tripitaka, "buddisti o taoisti che siano gli edifici, chiederemo ospitalità per la notte e ripartiremo domattina. Aspettate qui, mentre vado a chiedere: se va tutto liscio, vi chiamerò." I discepoli e la ragazza si fermarono ai piedi di un salice, mentre il reverendo si accostava al portale. Vide subito che era cadente; il muro pendeva pericolosamente da una parte. Mentre spingeva il battente roso dal tempo, fu preso dalla malinconia del luogo: porticati deserti dalle tettoie sfondate, il vecchio tempio desolato, i cortili coperti di muschio, i sentieri cancellati dalle erbacce. L'unica luce proveniva dalle lucciole, l'unico rumore di vita dalle rane che gracidavano. Il reverendo si fermò e gli vennero le lacrime agli occhi. Sale in rovina, stucchi e pitture devastati, celle deserte, porticati distrutti. Giacciono a terra qua e là mattoni e tegole rotte, frammenti di travi, travicelli contorti. Scompaiono le corti nel verde selvatico. Le cucine, con i loro utensili e odori, giacciono sotto uno spesso strato di polvere. La torre dell'orologio è crollata, il tamburo è ridotto a una cassa di legno imputridito. Rotta la lampada di cristallo, il corpo del Buddha ha perduto le dorature, gli arhat sono caduti con le gambe spezzate. Le infiltrazioni d'acqua hanno reso alla terra l'argilla in cui era plasmata Guanyin; il vaso immacolato è rotolato al suolo. Nessun monaco di giorno e, la notte, volpi e fiere che vengono a rintanarsi. I muri cadono, i battenti degli usci sono scomparsi da molto tempo. Abbandonato ormai da tanti anni Senza riparazioni, il vecchio tempio È sorvegliato da guardiani a pezzi Ed ospita dei buddha senza testa: Nemmeno il tudi ci potrebbe vivere. I vajrapani giaccion nella pioggia; La campana, perduto ogni supporto, Se ne sta silenziosa nella polvere. Tripitaka si armò di coraggio e superò il secondo ingresso. Crollata la torre, la campana di bronzo era semiaffondata nel terreno, con la parte superiore bianca come neve e l'inferiore verde cupo: sopra era stata dilavata per lustri dalle intemperie del cielo, sotto era ossidata e scurita dal soffio della terra. Tripitaka la accarezzò: "Campana! Dalla cima della torre scandivi il tempo con la tua voce possente: annunciavi l'alba a gara con i galli e accompagnavi il crepuscolo serale. Dove saranno finiti i monaci che elemosinarono il denaro per fabbricarti, e il fabbro che ti fuse? Tutti saranno scesi nel mondo delle ombre, e ogni loro traccia sarà cancellata." Declamando la sua elegia, il reverendo attirò l'attenzione di una persona che abitava nel monastero, un inserviente addetto a bruciare l'incenso. Si era già coricato; l'inattesa voce umana lo svegliò e lo indusse a raccogliere da terra una scheggia di tegola e a tirarla contro la campana. Il suono improvviso spaventò il reverendo, che pensò di fuggire, ma inciampò in certe radici e cadde esclamando: "Campana! Lamentavo la tua sorte, e tu mi hai risposto. Su questa strada dell'Occidente, che nessuno percorre, nel lungo decorso degli anni sei divenuta un fantasma." L'inserviente accorse e lo aiutò a rialzarsi: "Tiratevi su, reverendo. La campana non è diventata un fantasma, l'ho suonata io." Tripitaka guardò quella brutta faccia scura: "Non sarai uno gnomo, o un diavolo dei boschi? Bada che io non sono un viandante qualsiasi, ma un inviato imperiale, accompagnato da discepoli capaci di abbattere tigri e domare draghi. Se ti misurassi con loro, correresti dei brutti rischi." "Ma no, reverendo" rispose l'uomo inginocchiandosi. "Non sono una creatura malefica, ma un inserviente del monastero, addetto a bruciare l'incenso. Poco fa, quando ho sentito le vostre belle parole, il mio impulso è stato di uscire ad accogliervi; ma ho temuto che poteste essere un diavolo sotto mentite spoglie e, per farmi coraggio, ho suonato la campana." Il monaco cinese si rinfrancò: "Quasi morivo di paura, caro inserviente. Fammi visitare gli edifici." L'inserviente guidò Tripitaka nella terza corte, dove lo spettacolo era completamente diverso. Si vedevano muri rivestite di piastrelline azzurre con disegni di nuvole, sale di cristallo coperte di tetti verdi. Gradini di giada bianca salgono a simulacri rivestiti d'oro. La sala del Buddha eminente è illuminata da una luce azzurrina; dal padiglione di Vairocana esce una nube profumata; la sala di Wenshu è decorata da greche di nuvole. La biblioteca è ornata da pitture di fiori. Al culmine del triplo tetto è collocato un grande vaso sacro. La Torre delle Cinque Felicità è coronata d'intagli. I letti di meditazione sono all'ombra di verdi bambù; pini azzurri si stagliano alla porta del Buddha. Dagli edifici irradia una luce dorata, brume violette li circondano. Al mattino si respira una brezza che vien di lontano; la sera rintocca il tamburo dalle colline. Lampade splendenti sul muro della corte posteriore diffondono spire d'incenso. Tripitaka, intimidito, si fermò sulla soglia e chiese: "Come mai davanti tutto cade in rovina, e la parte posteriore è così bella?" "Reverendo" rispose ridendo l'inserviente, "queste montagne sono zeppe di briganti e di creature malefiche. Nella buona stagione se ne vanno altrove a commettere le loro malefatte; ma in quella cattiva pretendono di venir qui a ripararsi, rovesciano le statue, rompono gli arredi di legno per bruciarli nel camino. I monaci non sono in grado di tenergli testa. Perciò hanno abbandonato alla loro mercé gli edifici verso la strada, e pian piano hanno costruito sul retro il nuovo monastero che vedete, con le offerte dei benefattori. Il puro e l'impuro abitano l'uno accanto all'altro: è una situazione comune in queste terre occidentali." "Ecco dunque come stanno le cose." Accanto all'entrata Tripitaka lesse una scritta in cinque grandi caratteri: MONASTERO DELLA FORESTA DI MEDITAZIONE, PACIFICATORE DEI MARI Quando si decise a superare la soglia, gli venne incontro un bonzo. Che aspetto aveva? Tonaca di lana di Fala, berretto di velluto e broccato con il fermaglio a sinistra, anelli di bronzo alle orecchie. Gli occhi brillano come l'argento. Agita un tamburello e recita sutra in una incomprensibile lingua barbara. Tripitaka non sapeva che si trattava di un lama. Il lama contemplava Tripitaka; osservava il suo bell'aspetto, la larga fronte, il cranio piatto, le orecchie che giungevano alle spalle, le mani che scendevano oltre le ginocchia, la sua eleganza di arhat disceso sulla terra. Gli piacque molto, e perciò gli andò incontro con un sorriso da un'orecchia all'altra e lo festeggiò a modo suo, stringendogli le mani e i piedi, strofinandogli il naso, pizzicandogli le orecchie. Lo portò nella sua cella e gli chiese: "Da dove venite, reverendo?" "Il vostro discepolo è inviato in missione speciale dall'imperatore dei Tang delle terre dell'Est, per sollecitare le scritture dal Buddha del Monastero del Colpo di Tuono, in India. Passavamo appunto dal vostro prezioso convento mentre scende la sera: permettetemi di chiedervi riparo per la notte. Partiremo domattina di buon'ora. Spero che potrete darci ospitalità." "Non diciamo bestemmie!" esclamò il lama ridendo. "Naturalmente, se abbiamo lasciato le nostre famiglie, è perché siamo nati sotto cattiva stella: i genitori non potevano mantenerci e noi ci arrangiamo come possiamo. Ma questo non ci autorizza a mentire." "Io non mento." "Ma sapete quanto sono lontane le terre dell'Est? E lungo il cammino ci sono infinite montagne, sulle montagne grotte, e nelle grotte creature malefiche. È mai possibile che una personcina civile come voi, pallida e con le mani morbide, abbia percorso tutta sola una simile strada?" "Avete ragione, la mia umile persona da sola non ne sarebbe mai stata capace. Ma ho tre discepoli che mi aprono la via sui monti e gettano ponti sulle acque. Solo grazie alla loro protezione ho potuto giungere fin qui." "E dove sono i vostri eminenti discepoli?" "Attendono alla porta." "Maestro!" esclamò il lama. "Non sapete che questi posti pullulano di fiere, briganti e diavoli? Noi osiamo a malapena mettere il naso fuori di giorno chiaro, senza allontanarci troppo, e al crepuscolo ci barrichiamo in casa. Di notte non si può restare all'aperto!" E gridò: "Discepoli, invitate a entrare quella gente là fuori!" Due giovani lama corsero lesti all'ingresso, ma appena intravidero i pellegrini caddero a terra, si risollevarono precipitosamente e corsero in casa inciampando dappertutto: "Monsignore, che sfortuna! I discepoli sono scomparsi. Alla porta ci sono soltanto certi orribili mostri." "Che aspetto hanno?" chiese Tripitaka. "C'è il duca del tuono, un mostro dalle orecchie gigantesche, e uno con la faccia blu e le zanne sporgenti. Hanno catturato una ragazza carina, pettinata con la brillantina, ben truccata e incipriata." Tripitaka si mise a ridere: "Quei tre sono appunto i miei discepoli. Alla ragazza ho salvato la vita in un'abetaia." "Com'è possibile, monsignore, che un maestro tanto bello abbia discepoli tanto brutti?" "Saranno brutti, ma sanno rendersi utili. Ritornate da loro, per piacere, e invitateli a entrare. Quello che chiamate duca del tuono, se si spazientisce perché non viene invitato, può prendere l'iniziativa di entrare e permettersi delle violenze. Poverino, non ha avuto genitori che gli abbiano insegnato le buone maniere." I monacelli tremebondi ritornarono fuori e si inginocchiarono: "Signori, il monaco cinese vi prega di entrare." "Fratello" sghignazzò Porcellino, "guarda come tremano!" "Siamo tanto brutti che gli facciamo paura." "Che stupidi! Mica lo facciamo apposta; siamo nati così." "Nemmeno loro fanno apposta. Cerca di nasconderti più che puoi." Il bestione andò avanti nascondendo il grugno nel colletto, seguito dagli altri. Si recarono nella cella del superiore, che fece convocare la settantina di monaci presenti nel convento. Dopo le presentazioni, ciascuno prese posto secondo il suo rango e si preparò il pasto in onore degli ospiti. È il caso di dirlo: Solo la compassione vi fa acquistare meriti. Mutua stima prescrive la Legge ai veri monaci. Se poi in fin dei conti non sapete che cosa avvenne prima che lasciassero il monastero, ascoltate il seguito. 第081回 MALANNO DI TRIPITAKA E SEDUZIONE DI SCIMMIOTTO · OVE LA SCIMMIA DELLO SPIRITO CONFONDE LA LAMIA NEL MONASTERO PACIFICATORE DEI MARI, E I TRE PELLEGRINI VANNO IN CERCA DEL LORO MAESTRO NELLA FORESTA DEGLI ABETI NERI. I monaci del Monastero della Foresta di Meditazione offrirono la cena ai pellegrini e, quando fu consumata, diedero cibo anche alla ragazza. Poiché il buio scendeva, si accesero le lampade. Sotto la loro luce, nella cella del superiore, i monaci si accalcavano numerosi per godersi due attrazioni: saperne di più sul viaggio del monaco cinese, e guardare la ragazza. Alla fine Tripitaka chiese al superiore: "Com'è la strada verso l'ovest? Abbiamo intenzione di ripartire domani all'alba." Il lama si gettò in ginocchio, mentre il reverendo si precipitava a rialzarlo: "La strada è piana e in buono stato. Ma c'è un grave problema di cui vi avrei parlato fin dal primo momento, se l'imbarazzo non me lo avesse impedito. Sarò felice di ospitare nella mia cella voi, che venite da tanto lontano a prezzo di molte fatiche. Ma le convenienze non permettono di ospitare la pusa: non so proprio dove metterla a dormire." "Spero non penserete che le nostre intenzioni siano meno che oneste. Ci siamo imbattuti nella ragazza mentre attraversavamo la Foresta degli Abeti Neri: era legata a un albero. Il mio umile discepolo Consapevole del Vuoto si rifiutava di slegarla, ma i precetti della bodhi mi hanno spinto a soccorrerla; e in seguito non potevo certo abbandonarla lungo il cammino. Qualunque sistemazione andrà bene per lei." "Se acconsentite, nella vostra grande generosità, potrei far collocare un pagliericcio nella sala del Re del Cielo, dietro il simulacro, e mandarla a dormire là." "Credo che andrà benissimo." I giovani lama accompagnarono la ragazza nel luogo destinato, e tutti si ritirarono per la notte. "Corichiamoci subito" diceva Tripitaka ai suoi; "la giornata è stata massacrante, e domani dovremo alzarci presto." Come al solito, i discepoli dormirono nella sua stessa camera, per proteggerlo. Nel cielo notturno troneggia la lepre di giada: Deserti son d'ogni passante i divini sentieri. Rilucono quiete le stelle del Fiume d'Argento. In cima alla torre il tamburo scandisce le ore. Scimmiotto si alzò all'alba, chiamò Porcellino e Sabbioso per preparare cavallo e bagagli, e andò a destare il maestro, che dormiva ancora. Chiamato, alzò la testa e la lasciò ricadere sul cuscino. "Maestro, che avete?" chiese inquieto Scimmiotto. "Non lo so nemmeno io" gemette il reverendo. "Mi gira la testa, sento gli occhi gonfi; ho male dappertutto." Porcellino gli toccò la fronte e la sentì scottare. "Ho capito" disse il bestione. "La buona cucina vi ha indotto ieri sera a mangiare un piatto di troppo, e avrete dormito con la testa troppo in basso. È un'indigestione." "Sciocchezze" brontolò Scimmiotto. "Ci dica il maestro che cosa è successo." "Questa notte mi sono alzato per un bisogno e non ho messo in capo la berretta" spiegò Tripitaka. "Avrò preso freddo." "È una spiegazione più verosimile. Ve la sentite di alzarvi e rimettervi in cammino?" "Temo di non riuscire nemmeno a mettermi seduto: come potrei cavalcare? Ma non vorrei farvi perdere tempo." "Che dite mai, maestro! Come dice l'adagio: maestro per un giorno, padre per la vita. E noi discepoli siamo i vostri figli. Si dice anche: non chiedere a tuo figlio che cachi oro o pisci argento, ma che ti mostri affetto secondo il bisogno del momento. Se non state bene, aspetteremo che vi rimettiate." Per più di due giorni e due notti i discepoli assistettero il maestro; verso la sera del terzo giorno, Tripitaka riuscì finalmente a mettersi a sedere e chiamò Scimmiotto: "Consapevole del Vuoto, sono stato tanto male, che non ti ho chiesto nemmeno se la pusa che abbiamo salvato ha ricevuto il cibo che le occorre." Scimmiotto rise: "Che cosa andate a pensare! Badate piuttosto alla vostra salute." "Giusto. Aiutami a scendere dal letto e portami carta e pennello; la pietra da inchiostro puoi chiederla in prestito a quelli del monastero." "Che cosa intendete fare?" "Devo scrivere una lettera, allegare il passaporto e affidartela, perché la consegni a sua maestà l'imperatore Taizong, a Chang'an." "È un incarico facile; altre cose non le saprò fare, ma come postino non ho rivali. Quando avrete scritto la lettera farò una capriola fino a Chang'an e ritornerò qui con un'altra capriola: il pennello non avrà il tempo di asciugare. Ma che cosa volete scrivere?" "Devo scrivere" rispose piangendo il reverendo: "Tre volte prosternato, l'umile servitore Augura lunga vita al santo imperatore. Possano i mandarini legger questo messaggio. Quando lasciai la Cina ero determinato A raggiungere il Buddha, come mi era ordinato. Molti ostacoli han messo a prova il mio coraggio. Lontano dalla meta, sono attualmente afflitto Da grave malattia che mi lascia sconfitto. Se potessi raggiungere il Monte degli Avvoltoi Ed ottenere i sutra, non risparmiando pene, Non ne ricevereste utilità né bene, Perché morirei prima di riportarli a voi. Il mio viaggio terreno può dirsi terminato: Debbo invitarvi a scegliere un altro incaricato." Scimmiotto non poté trattenersi dallo scoppiare in una fragorosa risata: "Maestro, non ve la prendete, ma come al solito non siete all'altezza della situazione. Vi viene la bua, e vi sognate già morto e sepolto. Del resto, se vi colpisse davvero un male grave, da mettervi in pericolo di vita, non ci sono qui io? Farei subito un'inchiesta: 'Quale re dell'altro mondo ha preso questa cantonata? Quale giudice ha commesso l'imprudenza di spiccare il mandato? Fatemi vedere il malcapitato inviato infernale che si è preso l'incombenza!' Guai a loro se facessero i furbi o avessero il coraggio di contrariarmi! Farei terra bruciata fino in fondo all'Inferno; acchiapperei i dieci giudici e gli romperei le ossa." "Discepolo, non fare il fanfarone. Io sto male davvero." Si fece avanti Porcellino: "Fratello, se ti dice che sta male, non star lì a discutere: sta male. Sistemiamo le cose prima che sia troppo tardi: vendiamo il cavallo e, con il ricavato, compriamo una bara per lui. Poi ci divideremo i bagagli e ce ne andremo ciascuno per la sua strada." "Ci mancavano le idee fisse di questa bestia! Non te ne intendi di queste cose: il nostro maestro fu il secondo discepolo del beato Buddha, sotto il nome di Cicala d'Oro; le prove che sta passando hanno semplicemente lo scopo di fargli espiare una mancanza di riguardo che commise allora." "Qualunque mancanza di riguardo abbia commessa, è stato immerso nel mare di guai della vita umana, senza parlare delle tremarelle che prova ogni volta che incontra un mostro o un diavolo. Non è sufficiente? Che bisogno c'è di tormentarlo anche con le malattie?" "Che cosa ne sappiamo? Pare che si fosse addormentato alla predica del Buddha; inoltre era caduto e aveva schiacciato un grano di riso con il piede sinistro. Magari la pena prevista in questo caso sono proprio tre giorni di malattia." "Tre giorni per un grano di riso!" gridò Porcellino terrorizzato. "E per i calderoni che ne mangio io, quanti secoli mi toccherà penare?" "Fratellino" rispose Scimmiotto, "le bestie come te, il Buddha non le vede nemmeno. Comunque ricordati: Cresce il riso nel campo Con il duro lavoro. Ogni chicco che hai Costa sudore e guai. "Vedrai che per il maestro questo sarà l'ultimo giorno di malattia. Domani sarà guarito." "Non mi pare di star molto meglio. Ho la gola secca: potete darmi un po' d'acqua?" chiese Tripitaka. "Bene!" affermò Scimmiotto. "La sete è un segno di miglioramento. Cerco subito l'acqua." Afferrò la ciotola delle elemosine e corse in cucina. Si guardò intorno, e notò che tutti i monaci presenti avevano gli occhi rossi e trattenevano a stento il pianto. "Come siete meschini!" li apostrofò Scimmiotto. "D'accordo, ci siamo fermati più del previsto; ma prima di partire faremo i conti e vi pagheremo fino all'ultima sapeca. Vi sembra il caso di ostentare tanto il fastidio che vi diamo? Non è un comportamento da veri sacchi di merda?" "Ma noi non ci permetteremmo mai!" esclamarono i monaci gettandosi in ginocchio. "Non state forse frignando per i vuoti che ha provocato nella vostra dispensa il mio condiscepolo con il grugno lungo?" "Potete restar qui mesi interi: non guarderemo certo nel vostro piatto. La nostra disgrazia è un'altra. Ogni notte due giovani bonzi sono addetti a suonare la campana e battere il tamburo: quelli delle ultime tre notti sono scomparsi. Ne abbiamo trovato solo un mucchietto di ossa nel giardino posteriore, accanto ai loro berretti e ai sandali. Non volevamo parlarvene per non affliggervi, perché sappiamo che il vostro maestro è indisposto; ma non possiamo trattenerci dal piangerli." Scimmiotto fu insieme allarmato e contento di sentirsi chiamato in causa: "Non dite altro: è chiaro che avete in casa una creatura perversa. Penserò io a levarla di torno. La prossima notte farò il turno da solo." "Signoria, i mostri dispongono di poteri soprannaturali: sanno cavalcare le nuvole, andare e venire dall'inferno. Gli antichi dicevano: temi l'ingiustizia dei giusti, guàrdati dalla malvagità dei buoni. Non vi arrabbiate, per piacere: se catturaste il colpevole, sarebbe una gioia senza pari; ma se doveste fallire, ne deriverebbero seri guai." "Quali guai ne dovrebbero derivare?" "Reverendo, parliamoci chiaro. Noi abbiamo lasciato le nostre famiglie fin dall'infanzia. Com'è la nostra vita? Quando crescono i capelli, occorre raderli. Se la tonaca si scuce, occorre ricucirla. Al mattino ci alziamo presto, ci laviamo e ci inchiniamo a mani giunte per ubbidire alla Grande Via. Quando scende la sera ci riuniamo, bruciamo incenso, borbottiamo devotamente il nome di Amitâbha. Leviamo gli occhi a contemplare il Buddha sul suo nonuplo trono di loto, che compassionevolmente dispensa la Legge e i Tre Veicoli; e ci auguriamo di poter contemplare l'onore dei Sâkya nel suo grande parco del Jetavana. Abbassiamo il capo per scrutare nel nostro cuore, accettare i cinque divieti, trascendere il gran chiliocosmo; e ci auguriamo di afferrare, attraverso la molteplicità dei fenomeni, il vuoto totale e l'irrealtà della realtà. Se vengono donatori ciascuno di noi, vecchio o giovane, grande o piccolo, grasso o magro, zotico o gentile, batte il pesce di legno e la pietra sonora, e salmodia nel naso un paio di rotoli del sutra del Loto, oppure la litania dell'imperatore dei Liang. Se invece non si vedono donatori, ciascuno giunge le mani e chiude gli occhi, accovacciato sulla sua stuoia, chiude la porta al chiar di luna e si immerge in contemplazione nel silenzio e nell'oscurità. La nostra vita è questo, e nient'altro. Chiacchiericcio di uccelli, zuffe di formiche, domar tigri e abbattere draghi, sono cose che non trovano posto nel grande veicolo della Legge, per grande che sia la compassione. Mostri e diavoli non sono affar nostro. Se vostra signoria si trovasse a stuzzicare uno spirito perverso, esso potrebbe prendersela con noi e mangiarci in un boccone. È facile immaginare le conseguenze: in primo luogo, ricadremmo nel ciclo delle reincarnazioni; secondo, l'antica Foresta di Meditazione resterebbe distrutta; terzo, non avremmo nemmeno un posticino alla corte del Beato. Non li chiamereste seri guai?" Man mano che ascoltava, Scimmiotto si arrabbiava sempre più; sentiva rodere la bile. Urlò: "Banda di idioti! Ciarlate su ciò che possono fare i diavoli; ma non sapete che cosa so fare io!" "In effetti, non ne sappiamo niente" mormorarono i monaci. "Per oggi mi accontenterò di un riassunto succinto. Ascoltatemi bene: "In vita mia ho abbattuto tigri e draghi sulla terra, e messo sottosopra i palazzi del Cielo. Ho saziato l'appetito sgranocchiando l'elisir del signore Laozi, e calmato la sete scolando il vino dell'Imperatore di Giada. Se spalanco i miei occhi dalle pupille d'oro, il cielo sbiadisce e la luna si nasconde. Vado dove voglio senza lasciare traccia né ombra, stringendo la mia sbarra cerchiata d'oro, corta o lunga a volontà. Non temo né i mostriciattoli né i grandi diavoli, per malvagi che siano. Non c'è fuggiasco che non acchiappi: corra, tremi o si nasconda. E chi afferro non mi sfugge: che finisca segato in due, arso, affogato o stritolato. Ho le mie specialità; posso competere con ciascuno degli otto immortali che passano il mare, o con tutti insieme. Monacelli miei, acchiapperò la creatura perversa e ve la mostrerò, perché sappiate anche voi chi è il vecchio Scimmiotto!" I lama pensavano: "Questo bandito peloso è un gran chiacchierone, ma può darsi che ci sia qualcosa di vero." Dentro di sé erano scettici, ma per educazione emettevano un indistinto mormorio di approvazione. Il loro superiore fece sentire un'altra campana: "Lasciate stare, pensate invece al vostro maestro! Non c'è nessuna fretta di catturar fantasmi. Dice il proverbio: il principe al banchetto, se non si sazierà, calmerà almeno l'appetito; il prode in battaglia, se non sarà ammazzato, buscherà almeno una ferita. Proveremmo un eminente dispiacere se il maestro ammalato subisse danno dalle vostre battaglie con gli spettri." "Giusto. Vado a portargli da bere, e torno subito." Riempì la sua ciotola e portò l'acqua a Tripitaka. Questi, tormentato dall'arsura, la vuotò in un sorso. In verità L'acqua per l'assetato è un gran piacere, Ed è appunto il rimedio che ci vuole. Il reverendo si sentì subito meglio: il suo volto riprese un po' di colore e il suo corpo qualche energia. Scimmiotto lo vide più disteso e domandò: "Maestro, che ne direste di una minestra e di una tazza di riso?" "Ne prenderò volentieri. L'acqua mi ha giovato come un buon farmaco: mi sento mezzo risanato." Scimmiotto corse in cucina gridando: "Il maestro sta meglio. Vuol mangiare." I monaci si affrettarono a preparare il pasto. Misero al fuoco il riso, impastarono tagliatelle, prepararono focacce, fecero cuocere qualche panino al vapore e cucinarono vermicelli in brodo. Servirono quattro o cinque piatti. Tripitaka si limitò a sorbire mezza tazza di brodo, Scimmiotto e Sabbioso gli fecero parca compagnia e tutto il resto finì nel ventre vorace di Porcellino. Poi i lama sparecchiarono la tavola e portarono le lampade. "Da quanto tempo siamo qui?" chiese Tripitaka. "Da tre giorni" rispose Scimmiotto. "Tre giorni! Santo cielo, quante tappe perdute!" "Maestro state tranquillo, nessuna tappa va mai perduta. Domani partiremo e nei prossimi giorni le percorreremo, ecco tutto." "D'accordo. Se non sarò del tutto ristabilito, peggio per me." "Visto che domani partiamo, devo impegnare la notte nella cattura di un mostro." "Che nuovo mostro ti sei procurato?" "È qualcuno che gira qui, nel monastero." "Discepolo, non ti montare la testa! Se avesse dei poteri più grandi dei tuoi? Se ti mettesse in pericolo, mentre io non sono ancora del tutto ristabilito?" "Cercate sempre di smontarmi. Quanti mostri mi avete visto prendere? Ho mai ceduto a qualcuno? Se mi impegno sul serio, vinco io; ormai dovreste saperlo." "Discepolo!" insisteva Tripitaka trattenendolo per le mani. "Le massime che devi avere sempre fisse in testa sono: Fa il bene ogni volta che puoi. Perdona sempre. Val meglio quiete di spirito che agitazione, tolleranza che belligeranza." "Devo pur dirvelo, visto che siete tanto insistente" finì per dire Scimmiotto. "Non lo faccio per divertimento. Quel mostro ha mangiato degli esseri umani." "Quali esseri umani?" volle sapere Tripitaka, cui si rizzavano i capelli. "Sei giovani bonzi. Li ha mangiati appunto in questi ultimi tre giorni, dopo il nostro arrivo." "La volpe piange la morte della lepre: ogni creatura piange i suoi simili. Se le vittime sono monaci, considerato che siamo monaci anche noi, non ti posso negare l'autorizzazione. Ma sta attento." "Va da sé. Appena lo avrò fra le mani, lo eliminerò." Ed ecco che si scrolla di dosso la noia di tre giorni di inattività, affida il maestro a Porcellino e Sabbioso, ed esce giubilante dalla camera. Il cielo era pieno di stelle, ma la luna non si era ancora levata; perciò la grande sala consacrata al Buddha era immersa nell'oscurità. Scimmiotto accese una lampada di cristallo con fuoco di verità, tratto dal suo corpo, batté il tamburo e suonò la campana. Poi, con una scossa, si mutò in un piccolo lama di dodici o tredici anni, con la camicia di tela bianca e la tonaca di seta gialla. Salmodiava sutra e percuoteva il pesce di legno. Finì la prima veglia senza che accadesse nulla. Durante la seconda veglia, quando salì in cielo una falce di luna, si levò il vento. E che vento! Porta con sé nera nebbia e cupe nuvole: come una macchia d'inchiostro che dilaghi ai quattro orizzonti, o una gigantesca pennellata di pittura color indaco che copra il quadro. Solleva polvere e abbatte alberi. Vola la polvere a velare lo scintillio delle stelle, si schiantano gli alberi nell'oscurità dell'eclisse di luna. Il soffio è così forte che Chang'e deve proteggere l'albero di sâla, mentre la lepre di giada gira in tondo impazzita e non riesce a ritrovare la sua ciotola. Gli ufficiali dei nove luminari devono serrare le imposte, i draghi dei quattro mari si barricano in casa. Il dio delle mura e dei fossati dà per dispersi i diavoletti suoi assistenti. Nel palazzo infernale Yama non trova più il fido accolito col muso di cavallo. I giudici corrono da tutte le parti, inseguendo i loro berretti in volo. Questo vento smuove le rupi in cima al Monte Kunlun, agita le acque dei laghi e dei fiumi come una zangola. Infine il vento si calmò e si diffuse profumo di muschio e di orchidea, mentre si udivano giade tintinnare. Scimmiotto alzò gli occhi e vide salire nella sala una donna molto bella. Lui borbottava: "Bla, bla, bla..." come se fosse assorto nella recitazione dei sutra. La donna gli si avvicinò e lo abbracciò dicendo: "Che cosa recita di bello, il mio bonzino?" "Recito quello che devo recitare." "Come mai gli altri, invece, sono andati a dormire?" "Loro dormono, e io recito." La ragazza lo baciò e gli propose: "Che ne dici? Ci vieni là fuori a divertirti con me?" "Non sarai mica matta!" strillò Scimmiotto. "Sai qualcosa di fisiomanzia?" "Ne ho sentito parlare." "Che cosa vedi sul mio viso?" "Che sei capricciosa e puttana; che i tuoi ti hanno cacciata di casa." "Non te ne intendi, è tutto sbagliato. Non sono disonesta, né i parenti Mi scacciaron di casa. Il mio destino Determinato da vite anteriori M'ha unito ad un ragazzo troppo giovane Che la notte di nozze non sapeva Proprio che cosa fare. Ecco il motivo Per cui ho dovuto fuggire da lui. "Ora approfitteremo del chiar di luna e del destino, che ha deciso il nostro incontro da mille leghe di distanza; ce ne andremo nel giardino dietro casa e faremo l'amore." Scimmiotto tentennava il capo e pensava: "Ecco come sono stati attirati, quegli stupidelli." Rispose: "Signora, sono troppo giovane: non sono pratico di queste cose." "Vieni con me e imparerai." Scimmiotto finì per cedere: "Vediamo che cosa conta di fare" pensava. Andarono in giardino tenendosi per mano. Improvvisamente lei lo fece cadere a terra con uno sgambetto, e senza tanti complimenti prese a manipolargli la 'radice disgustosa', mentre lanciava dei gridolini: "Stellina! Come sei carino!" "Orca miseria!" pensò Scimmiotto. "Questa mi mangia vivo." Le afferrò a sua volta il polso e con la mossa della 'piccola giravolta' la gettò a terra. "Piccino! Che bravo!" gorgheggiava lei. "Come sa rovesciare bene la sua donnina!" "Ora o mai più" pensò Scimmiotto. "Chi dà il primo colpo, alla fine è il più forte; di dare il secondo impedisce la morte." Balzò su con la sbarra in mano, mirando alla testa, e riprese il proprio aspetto. "Che succede al piccolo lama?" esclamò la ragazza; in un attimo riconobbe il pericoloso discepolo del monaco cinese, ma non si spaventò e si adeguò subito alla situazione. Chi era quella creatura? Naso d'oro, morbido pelo. Vive nelle spelonche e ci si trova a proprio agio. È figlia adottiva di Li Porta Pagoda, e dunque sorella del principe Nata. A suo tempo ha frequentato il Monte degli Avvoltoi; ma le piaceva rodere incenso e candele, destinate a tutt'altro uso, e il Beato l'ha scacciata. Non è l'uccello che vuole colmare il mare, né la tartaruga che regge una montagna. Non teme la spada di Lei Huan, né la sciabola di Lü Qian. Vagabonda come i flutti dello Yangzi e della Huai; sale e scende senza temere le altezze dei Monti Tai o Heng. A guardare quel visino seducente, nessuno indovinerebbe che non è altri che il pipistrello, divenuto immortale a forza di perseveranza. La vampira balzò in piedi, e due spade preziose comparvero nelle sue mani: si coprì a sinistra e parò a destra. Scimmiotto era più forte di lei, ma non tanto da dominarla facilmente. Un vento gelido soffiava da tutte le parti; la falce di luna in cielo restò offuscata. In fondo al giardino si svolse un magnifico duello. È un vento diabolico quello che si leva a spegnere il lume della luna. Il monastero giace nella quiete, ma nel giardino posteriore si combatte accanitamente. Fra Scimmiotto e la selvaggia ragazza, regina fra le donne, la lotta è senza quartiere. Lei è trasportata d'ira contro il feroce monaco; lui vede rosso davanti alla donna vampiro. Ma quando maneggia le due spade, non sembra davvero una donna. La sbarra si muove rapida come la folgore; gli anelli d'oro si urtano, il metallo emette fasci di scintille [...] Nel silenzio notturno tremano di paura i trentadue cieli; gli arhat applaudono lo spettacolo. Il grande santo era riposato e in buona forma; la lamia valutò che presto non sarebbe più stata in grado di sostenere i suoi assalti. Aggrottò le sopracciglia, formulò un piano e gli volse le spalle per fuggire. "Dove scappi, carogna? Arrenditi!" gridava Scimmiotto. Ma la vampira non si diede per intesa. Lasciò che si mettesse all'inseguimento, si tolse la pantofola dal piede sinistro e le diede il suo aspetto, con tanto di spade in pugno. Il vero corpo si sottrasse in forma di aria fredda. La cattiva stella di Tripitaka era ancora alta in cielo. Il mostro si introdusse nella camera in cui dormiva, si impadronì di lui e lo sollevò tacitamente nelle nuvole. In un batter d'occhio raggiunsero il Monte del Tranello e si tuffarono nell'Abisso Senza Fondo. Là era la sua casa. Chiamò la servitù e ordinò che preparassero il pranzo di nozze, a ogni buon conto con cibi di magro. Scimmiotto si era fermato a combattere forsennatamente quella che gli pareva la sua avversaria, e mise poco tempo a sopraffarla. Ma con suo stupore si trovò tra le mani soltanto una pantofola ricamata. Comprese l'inganno e corse dal maestro: era scomparso. In un angolo, Porcellino e Sabbioso commentavano l'accaduto. Scimmiotto piombò loro addosso inferocito, levando la sbarra e gridando: "Questa volta vi ammazzo!" Il bestione non sapeva più dove nascondersi. Sabbioso scelse il metodo della remissività. S'inginocchiò e disse: "Ti capisco, fratello maggiore. Non si può andare avanti in questo modo, con continue sorprese e aggressioni di mostri. Ti vuoi sbarazzare di tutti quanti e ritornare a casa tua." "Nemmeno per sogno. Voglio sbarazzarmi di voi perché siete dei disutilacci; e poi devo andare a soccorrere il maestro." "Eh no, mio caro!" rispose Sabbioso sorridendo. "Per soccorrere il maestro serviamo anche noi. Ricordati il proverbio: non c'è corda di un solo filo, né applauso di una sola mano. Per dare battaglia, bisogna proteggere anche le retrovie: chi sorveglierebbe i bagagli e il cavallo? Prendi a modello la buona organizzazione di Guan e Bao, che sapevano spendere i loro soldi; piuttosto che Sun e Pang, che sapevano solo giocare d'astuzia e d'azzardo. Non si è sempre detto: la tigre combatte con l'aiuto del fratello? E anche: vinci la battaglia solo se hai truppe devote. Risparmiaci la vita, ti prego; e aspettiamo l'alba per unire cuori e forze nella ricerca del maestro." Scimmiotto era fiducioso nelle sue forze, ma non incosciente. Perciò disse a Sabbioso: "Non hai tutti i torti. Lasciamo stare. Domattina andremo a localizzare il maestro: dovremo mettercela tutta!" Il bestione si sentì pieno della generosità di chi l'ha scampata bella: "Fratello, penserò io a ogni cosa." I tre fratelli attesero l'alba. Ma di mettersi a dormire, con le preoccupazioni che li agitavano, non c'era da pensarci. Se avessero potuto, avrebbero ordinato al sole di levarsi dall'albero Fusang a metà della notte, o avrebbero soffiato per disperdere le stelle in cielo. Rimasero seduti fino al primo chiarore, e quando si alzarono per uscire trovarono alla porta alcuni monaci, che chiesero: "Dov'è il reverendo?" "Non so come dirvelo" sogghignò Scimmiotto imbarazzato. "Mi vantavo tanto di esser bravo a catturare i mostri, ma il fatto è che invece il mostro ha catturato il maestro." "Come avete potuto coinvolgere il maestro nei piccoli problemi del nostro convento? E adesso dove sarà?" "Credo di sapere dove cercarlo" rispose Scimmiotto. "Non abbiate tanta furia; fate colazione, prima di partire." Servirono qualche tazza di brodo, che Porcellino vuotò in un sorso: "Bravi monaci, in cucina ci sapete fare. Ora dobbiamo trovare il maestro, ma ritornerò qui con vero piacere." "Ritornerai solo per mangiare il loro riso!" esclamò Scimmiotto. "Fa una cosa utile: controlla dov'è la ragazza. Dormiva nella sala del Re del Cielo." "Non c'è più" risposero i lama. "Scomparve subito dopo la prima notte." La risposta mise di buon umore il Novizio; che ripartì verso est, la direzione da cui erano venuti, seguito da Porcellino e Sabbioso con bagagli e cavallo. "Sbagli strada, fratello" gridò Porcellino. "Perché dovremmo ritornare indietro?" "Perché la Foresta degli Abeti Neri è verso est. È là che abbiamo incontrato quella che a voi sembrava una così brava figliola. Le mie pupille d'oro videro subito che cos'era. I lama li ha mangiati lei; il maestro lo ha rapito lei. La vostra idea di darle una mano era proprio astuta! Naturalmente, per cercare il maestro, dobbiamo prender le mosse dal punto dove l'abbiamo incontrata." "Si capisce!" risposero i due sgranando gli occhi. "Sembri un tipo brutale, ma sotto sotto non manchi di finezza. Andiamo." E ritornarono di corsa nella foresta. Si vedeva il sentiero serpeggiante tra le rocce, nella foschia mattutina, che reca impronte di volpi e di lepri. Fra i cespugli si distinguono altre tracce: tigri, pantere e lupi. Ma non si vedono tracce di mostro: dove sarà passato Tripitaka? Scimmiotto, esasperato, finì per assumere l'aspetto che aveva quando devastava i palazzi del Cielo: tre teste e sei braccia, con tre randelli; e si mise a battere a tutta forza alberi e terreno qua e là nella foresta. "Sabbioso" disse Porcellino, "quell'uomo è uscito di senno; se mai ci fosse in giro qualche traccia, la cancellerà senza vederla." Ma Scimmiotto aveva uno scopo preciso: in breve sbucarono dagli alberi due vecchietti: il tudi e il dio della montagna. Si inginocchiarono davanti a lui e dissero: "Grande santo, eccoci qui." "Quel randello è tanto efficace" commentava Porcellino, "che un giorno finirà per scovarci la stella della disgrazia in persona." "Begli infami che siete!" li apostrofò Scimmiotto. "Naturalmente avrete l'abitudine di far comunella con tutti i banditi del territorio, in cambio dello spezzatino di maiale che vi offriranno ogni volta che le loro ladronerie saranno andate a segno. Siete certo complici di una vampira che conosco. Il fatto è che stanotte ha rapito il mio maestro. Dove l'ha nascosto? Vuotate il sacco, o passerò alle vie di fatto." "Non meritiamo le accuse di vostra santità!" protestarono i due vecchi dèi, pieni di paura. "Il mostro che cercate non abita qui, e non è sotto la nostra giurisdizione. Tuttavia il vento che soffiava stanotte qualche informazione ce l'ha data." "Sputate il rospo!" "La vampira che ha rapito il vostro maestro abita a mille li dalla foresta, in direzione sud" spiegò il tudi. "Vive sul Monte del Tranello, dentro un profondo abisso detto Senza Fondo." Congedate le divinità Scimmiotto riferì la situazione ai condiscepoli: "L'ha portato più lontano di quanto credevo." "Non importa" disse Porcellino. "La distanza è modesta, se saliamo sulle nubi." Così fecero, accompagnati dal cavallo, che dopo tutto era la trasformazione di un drago. Bastò poco per giungere in vista di una grande montagna, che offriva questo spettacolo: Se i picchi superano le nuvole, la vetta tocca la volta celeste. La ricoprono grandi foreste di molte essenze, nelle quali risuonano gridi di uccelli di ogni genere. Si vedono correre tigri e pantere; si indovinano cervi e daini all'ombra dei cespugli. Sui pendii soleggiati piante rare schiudono fiori profumati, mentre nelle zone d'ombra la neve non si scioglie neppure in piena estate. Rupi scoscese e torrenti incassati. Gli scuri abeti e le grandi rocce bigie dànno i brividi al viandante. Non vi è traccia di presenze umane, né boscaioli, né erboristi. Le fiere che vedete sanno suscitar nebbie, le volpi sanno scatenare temporali. "Si vede subito che in questo posto abitano mostri. Guarda com'è ripido il monte!" "Si capisce" confermò Scimmiotto. "Ogni gran montagna ha il suo mostro, ogni strapiombo la sua lamia. Noi due, Sabbioso, aspetteremo qui; mentre Porcellino farà una ricognizione per verificare la strada, localizzare la grotta e controllare com'è difeso l'ingresso. Quando avremo le informazioni, ci muoveremo per il meglio." "La mia solita fortuna!" brontolava Porcellino. "Tocca sempre a me affrontare la situazione." "Perché ti lamenti? Non sei stato tu a dire testualmente: 'penserò io a ogni cosa'? Hai già cambiato idea?" "Non prenderla su questo tono. Non ho detto che non vado." E in effetti posò il rastrello e corse via, in cerca del sentiero. Se poi in fin dei conti non sapete quale piega presero le cose, ascoltate il seguito. 第082回 PREPARATIVI DI NOZZE IN FONDO ALL'ABISSO · OVE FANCIULLA SEDUCENTE CERCA IL MASCHIO, E L'ANIMA ORIGINALE PROTEGGE LA VIA. Porcellino trovò un sentiero e lo seguì per cinque o sei li, finché vide due mostriciattole che attingevano acqua da un pozzo. Come si capiva che erano mostriciattole? Avevano pettinature fuori moda, con alti chignon trattenuti da spilloni di bambù alti un piede e due pollici sopra la testa. Porcellino le salutò: "Ciao vampire! Come state?" "Che brutto maleducato, questo bonzo! Non ci siamo mai visti né conosciuti, e tu senti come ci tratta!" Brandirono le pertiche con cui calavano il secchio nel pozzo e gliele picchiarono sulla testa. Il bestione, disarmato, non poteva proteggersi dai colpi; ne prese parecchi, finché fuggì su per la montagna gridando: "Fratelli miei, andiamocene via! Qui ci sono donne tremende." "Chi sono, le donne tremende?" chiese Scimmiotto. "Due creature che attingono acqua da un pozzo, in fondo alla valletta. Le ho salutate e loro, per tutta risposta, mi hanno preso a legnate." "Come le hai salutate?" "Ho chiesto: vampire, come state?" "Allora hai avuto quello che meritavi." "Grazie tante della solidarietà." "Dolce e flessibile, guadagni il mondo; finché stai rigido, tu giri in tondo. Dopo tutto, loro sono gente del posto, e noi soltanto dei forestieri. Irrompi in casa loro e gli dài del vampiro: come vuoi che ti rispondano? Per meritare nome d'uomo, colloca sopra ogni cosa i riti e la musica." "Non ci avevo pensato." "Tu che hai fatto tante esperienze in vita tua, da quando mangiavi i passanti sulle montagne, saprai che ci sono due tipi di legno." "Quali tipi?" "Il pioppo e il sandalo. Il pioppo è tenero ed è facile da scolpire. Gli artigiani ne fanno statue del Buddha, coperte di colori, di dorature e di gioielli; quando sono esposte al pubblico, diecine di migliaia di persone vengono a riverirle e a bruciare incenso. Così il pioppo è un legno benedetto. Il sandalo invece è duro: ma non serve ad altro che a farne ruote di frantoio. A questo scopo lo si cerchia di ferro, calzando ogni cerchio a suon di martellate. Lo si picchia appunto perché è duro." "Fratello, perché non me l'hai detto prima? Mi sarei risparmiato le legnate." "Adesso che lo sai, torna da loro e interrogale per bene." "Mi riconosceranno." "Basterà che tu cambi aspetto." "Va bene, ma ho bisogno di prepararmi. Come devo fare le domande?" "Salutale educatamente e valuta la loro età. Se sono più o meno nostre coetanee, puoi dar loro della 'signorina'; se invece sono anziane, chiamale 'gentildonne'." "Quante cerimonie con queste montanare!" sghignazzò Porcellino. "Il punto non è questo. Dobbiamo affrettarci a trovare il nostro maestro, per ridurre i rischi che corre; ma dobbiamo essere certi che abbiamo davanti le persone che lo hanno rapito. Se sbagliassimo, faremmo torto a gente che non c'entra e perderemmo tempo." "Hai ragione. Voi aspettate qui, che torno presto." Questa volta, prima di discendere la montagna, il bravo bestione infilò il manico del rastrello nella cintura. Quando fu nei pressi del pozzo, con una scossa si mutò in un fratacchione dalla faccia scura; si diede un'aria cerimoniosa, s'inchinò profondamente e disse: "Umile servitor vostro, care gentildonne!" Le due lo considerarono con simpatia: "Ecco un bonzo che sa come si saluta gentilmente. Da dove venite, reverendo?" "Vengo da dove vengo." "Dove andate?" "Vado dove vado." "Ma come vi chiamate?" "Di solito mi chiamo col mio nome." Le due si misero a ridere: "È gentile, ma non sa dove ha la testa e dove i piedi." "Gentildonne, perché attingete acqua al pozzo?" "Non lo sai, bonzo? La nostra padrona ha rapito questa notte un monaco cinese, e lo ospita nella sua grotta. La padrona ci ha mandato ad attingere quest'acqua, perché è più limpida di quella di casa. Serve per preparare un banchetto vegetariano, e per festeggiare il matrimonio che avrà luogo questa sera." Tanto bastò perché il fratacchione corresse via. Arrivò dai condiscepoli gridando: "Sabbioso, prepara i bagagli per la spartizione!" "Ormai lo sappiamo: è la tua solita mania. Che c'è di nuovo?" "C'è che il maestro è felicemente sposato. Quelle due stavano preparando il banchetto per festeggiare il matrimonio." "Che sciocchezze dici? Il maestro si roderà dall'impazienza di essere liberato." "E come vuoi che riusciamo a liberarlo?" "Voi mi seguirete con cavallo e bagagli, e io pedinerò le mostriciattole per scoprire l'ingresso della grotta. Quando lo raggiungeremo, attaccheremo tutti insieme." Porcellino non aveva scelta. Il pedinamento durò per una ventina di li; poi le mostriciattole scomparvero improvvisamente. "Sono fantasmi di quelli che si vedono alla luce del giorno!" esclamò sbalordito Porcellino. "Complimenti, che occhio clinico!" commentò Scimmiotto. "Come hai fatto a vederle nel loro vero aspetto?" "Lo dico perché un momento fa camminavano con l'orcio sulla spalla, e ora non si vedono più." "Saranno arrivate alla loro grotta e ci saranno entrate. Cerchiamo." In effetti, al riparo di un'alta rupe, trovarono un pailou a triplo spiovente e quattro ordini di decorazioni, tutto dipinto e scolpito. Un'iscrizione in sei grandi caratteri diceva: ABISSO SENZA FONDO DEL MONTE DEL TRANELLO "Ecco un bell'edificio" apprezzò Scimmiotto. "Ma l'entrata della grotta non è questa." "Comunque non può essere lontana" osservò Sabbioso. Al centro di una spianata rocciosa della circonferenza di una diecina di li, si apriva un foro non più largo di una giara, dal bordo lustro e consunto per il continuo strofinio. "Sarà quel buco" gridò Porcellino additandolo. "Che strano posto!" considerò Scimmiotto guardandosi intorno. "Ho visto tante creature malefiche e tante grotte in vita mia; ma mai niente di simile. Porcellino, prova a calarti giù per sondare la profondità." Porcellino, che guardava nel foro, rispose: "Non fa per me, grosso e maldestro come sono. Se non riuscissi a reggermi e cadessi giù, non toccherei il fondo prima di un anno." "Possibile che sia tanto profondo?" "Guarda anche tu." Il grande santo si accovacciò sull'orlo e procedette a un esame accurato. Caspita! Era una voragine profonda, a dir poco, trecento li. "È fonda, ragazzi; mai vista una cosa simile." "Lo vedi che non possiamo salvare il maestro?" "Chi l'ha detto? Si scoraggiano solo i fannulloni. Legate il cavallo da qualche parte e preparate le vostre armi. Entrerò io a esplorare; se riuscissi a mettere in fuga la lamia, voi l'aspetterete qui pronti a colpire. Utilizzeremo le forze unite della cooperazione." Scimmiotto saltò giù: nuvole colorate scaturivano sotto i suoi piedi e lo proteggevano. Quando giunse in fondo all'abisso, lo trovò chiaro e luminoso, come se fosse all'aperto. Sole, vento, fiori e alberi, come in superficie. "Che bel posto!" si rallegrò Scimmiotto. "Mi ricorda un po' la vecchia Grotta del Sipario Torrenziale. Non è un luogo sinistro, è una terra benedetta." Una torre d'ingresso a doppia gronda era circondata da pini e bambù. Oltre si intravedeva una corte circondata da vari edifici. "Sarà la casa della vampira. Andrò a caccia di informazioni." E per non farsi notare prese l'aspetto di una mosca. Volò lieve in cima alla torre e vide la creatura malefica che troneggiava dentro un chiosco di paglia. Era molto più elegante di quando l'avevano incontrata nella foresta: Raffinate volute di capelli Corvini sulla giacca di velluto Verde smeraldo. Le dita sottili Come germogli di bambù, i suoi piedi Loti d'oro, non più di mezza spanna. Come un piatto d'argento la sua faccia, Incipriata e con le labbra rosse. È bella e dignitosa, seducente Più di Chang'e nel mondo della luna. Il monaco al mattino ha catturato Per farne il proprio sposo entro la sera. Scimmiotto tratteneva il respiro. Le labbra rosse come ciliegie si dischiusero per ordinare: "Ragazze, servite in tavola. Celebriamo questo banchetto, e poi consumerò senza altro indugio le nozze con il mio caro monaco cinese." "Porcellino aveva quasi ragione" sogghignò Scimmiotto fra sé. "E io credevo che scherzasse! Andiamo a vedere in che stato è il maestro; se si è fatto sedurre, lo lascio come l'ho preso." Ronzò intorno, e trovò Tripitaka seduto nel portico est dietro un tramezzo di carta rossa, trasparente in alto e opaco in basso. Scimmiotto passò da un forellino della carta, andò a posarsi sulla testa rasata e lo chiamò piano: "Maestro!" Tripitaka bisbigliò: "Discepolo, salvami!" "Siete il solito pesce fuor d'acqua, maestro. Questa bella ragazza vi offre un festino e poi vi sposa. Vi darà un figlio, o magari una figlia: avrete la discendenza assicurata. Che cosa non va?" "Discepolo!" esclamò inorridito Tripitaka. "Da quando ti ho raccolto sul Monte delle Due Frontiere, ti pare che abbia mai toccato un cibo vietato? Ho mai infranto divieti, fosse pure con il pensiero? Se cedo il mio yang a questa creatura che lo vuole, che io possa sprofondare nel ciclo della trasmigrazione ed essere respinto oltre il Monte delle Tenebre, senza speranza di liberazione!" "Andate piano con i giuramenti" replicò sorridendo Scimmiotto. "Dal momento che la ricerca delle scritture è sempre in cima ai vostri pensieri, vi aiuterò a uscire da qui." "Non riesco a ricordare da quale strada sono venuto." "Non vi servirebbe a niente ricordare: uscire di qui non è facile. Per entrare basta scivolar giù; ma per uscire bisogna fare una poderosa arrampicata." "Come facciamo, se è tanto difficile?" gemeva Tripitaka, con gli occhi gonfi di lacrime. "Difficile non vuol dire impossibile. Potremmo usare un trucco ben sperimentato. Quando vi inviterà a bere la coppa nuziale, versatele il vino e fatelo spumeggiare agitando la bottiglia. Io mi trasformerò in un insetto minuscolo e mi nasconderò in una bollicina, in modo da farmi inghiottire senza che lei se ne accorga. Quando sarò dentro, le spaccherò il cuore e le strapperò le budella: so che non vi piace la violenza, ma non c'è altro da fare." "Ma discepolo, che ferocia!" "Se volete far del bene anche alle vampire, affar vostro; allora date retta a lei. Comunque sono animali nocivi." "Va bene, va bene. Ma non mi lasciare solo." Si capisce che Scimmiotto il grande santo protegge Tripitaka, Né questi può contare su altri protettori. Ed ecco arrivare la lamia, che chiamava il reverendo. Questi dapprima pensò di non rispondere: aprir bocca è disperdere energia; la lingua agita il vento della discordia. Poi ebbe paura di irritarla con il silenzio, e disse timidamente: "Signora, sono qui"; gli parve di avere perso cento libbre di peso. Certo, per un bonzo tanto conosciuto nella capitale e con incarichi così importanti, era un comportamento compromettente. Ma non aveva scelto lui di mettersi in quella situazione, ed era il primo a soffrirne. La vampira si venne a strofinare, gli fece mille tenerezze e dimostrazioni di passione, senza rendersi conto di quanto lo metteva in imbarazzo. Scimmiotto sogghignava fra sé: "Chissà se resiste a questo attacco in grande stile." Tentazione diabolica Per il povero monaco, La fanciulla sottile Dalle curve indiscrete. Lo sfiora con le fresche Guance di un incarnato Di pesca. I suoi capelli Come ali di corvo. Gli occhi ridono teneri, E gli prende la mano. Il monaco smarrito Sente che la sua tonaca S'impregna di profumo. La donna prese per mano Tripitaka e lo guidò verso il chiosco di paglia: "Reverendo, ho preparato del vino che vorrei bere con voi." "Signora, l'umile monaco che sono non può bere bevande alcoliche." "Lo so. Per voi ho fatto attingere l'acqua più pura della montagna, unione di yin e yang; e il pranzo è soltanto di cibi vegetariani." Il monaco cinese la seguì. Il chiosco è parato di seta, la corte si riempie di effluvi d'incenso che salgono da un bruciaprofumi a forma di leone. Tavoli verniciati di nero e decorati con incrostazioni di madreperla reggono grandi vassoi di bambù laccati di rosso. Sono ricoperti di ogni specie di cibo vegetale, i frutti che offre la montagna e le verdure di stagione: mele, olive, polpa di loto, uva, noci, nocciole, pigne e pinoli, litchi, castagne, castagne d'acqua, giuggiole, cachi, noci di ginkgo, mandorle, kumquat. E poi formaggio di soia, glutine di grano, orecchiette, germogli di bambù, porcini e ogni specie di funghi profumati. Verdure fritte nell'olio. Fave e fagioli nelle salse adatte. Zucchini, cetrioli, navoni, melanzane ritagliate in forma di quaglie; meloni d'inverno tagliati a cubetti; colocasia candita, rape macerate nell'aceto; pepe e zenzero. Tutti quei cibi formano un'impeccabile armonia di sapori. I ditini di giada afferrarono una scintillante coppa d'oro, la riempirono di vino e la porsero al monaco cinese: "Mio adorabile reverendo, bevete alla nostra felicità!" Tripitaka, con le mani che tremavano, prese la coppa, versò qualche goccia di vino ad uso di libazione e formulò dentro di sé questa preghiera: "Dèi protettori della Legge, rivelatori dei cinque orienti, protettori delle quattro direzioni, siatemi testimoni. La vostra segreta protezione mi è stata accordata da Guanyin, cui sarò sempre grato. Questa lamia mi costringe a bere la coppa di vino, perché vuole celebrare le nozze. Ascoltate il mio giuramento: se è davvero vino analcolico, mi sforzerò di berlo per assicurare il buon esito della mia missione; ma se non lo fosse, e io bevendolo violassi il divieto, precipitatemi subito e per sempre nelle sofferenze della trasmigrazione." Scimmiotto, che in forma di minuscolo moscerino era posato sul suo orecchio, ben sapendo che il maestro in realtà nutriva una segreta passione per il vino analcolico, lo incoraggiò a tagliar corto con le cerimonie. Vuotata la coppa, toccò a Tripitaka di riempirne un'altra da offrire alla padrona di casa. Come convenuto, scosse la bottiglia in modo da formare schiuma, e Scimmiotto si nascose in una bollicina. Ma la lamia perse tempo rivolgendo al reverendo altre tenerezze, e posò per un momento la coppa prima di bere. Quando la riprese in mano, la schiuma si era dissolta e si vedeva benissimo il moscerino galleggiante. La ragazza lo raccolse con l'unghia del mignolo e lo scosse via. Vista la piega che prendevano le cose e l'impossibilità di realizzare il suo piano, Scimmiotto si trasformò in un falco affamato: Terribile, con artigli di giada e ali d'acciaio, si lancia in picchiata dalle nuvole. La perfida volpe e la lepre astuta si sentono venir meno dalla paura, e corrono a nascondersi. La fame lo spinge a fare razzia di colombe; quando è sazio risale altissimo nel cielo. Il falco allargò gli artigli e piombò sui cibi, provocando un putiferio: tavole rovesciate, stoviglie rotte in mille pezzi, frutta e verdure sparse dovunque nella polvere. "Da dove viene questa bestiaccia? Ha il diavolo in corpo!" Tripitaka tremava, benché si fosse reso perfettamente conto della manovra di Scimmiotto; la ragazza correva qua e là disperata e non sapeva che fare. "E dire che mi ero data tanta pena per far bella figura con questo banchetto. Povere le mie stoviglie!" "C'è di peggio" informarono le servette. "Di stoviglie, ne abbiamo altre negli armadi; ma di cibo vegetale in dispensa è rimasto ben poco." "Spazzate il pavimento e servite quello che abbiamo, vegetariano o no. Questa bestiaccia dev'essere stata mandata dal Cielo e dalla Terra, indispettiti perché trattengo presso di me il monaco cinese. Prepareremo un'altra cerimonia di nozze, e questa volta pregheremo il Cielo di fungere da mediatore e la Terra da testimone: se vengono coinvolti, non possono guastar tutto un'altra volta." In attesa dei nuovi preparativi, Tripitaka venne rispedito sotto il portico. Quanto a Scimmiotto, volò via fino all'imboccatura dell'abisso; qui riprese il proprio aspetto, gridò: "Fate largo!" e balzò fuori, fra Sabbioso e Porcellino che si tenevano pronti con le armi in pugno. "Hai trovato la vampira? Come sta il maestro?" "Ma sì, vi mandano i loro saluti." "Chissà quante ne deve passare il maestro là dentro. Lo hanno appeso al soffitto? Contano di lessarlo o di cuocerlo al vapore?" chiedeva Porcellino. "Niente di tutto questo. La ragazza lo vuole impalmare." "Dunque sei rimasto là sotto a brindare alle nozze. Hai una bella fortuna." "Bestia! Quali brindisi vuoi fare, mentre il maestro è in pericolo?" "E allora perché sei risalito?" Scimmiotto fece il resoconto degli avvenimenti e concluse: "Pazientate ancora e restate qui. Farò un altro tentativo, e questa volta vedrete che avrò successo." Tornò a trasformarsi in mosca e volò sulla torre d'ingresso. Si sentiva la lamia che dava ordini, con la voce roca di collera: "Avanti con quei piatti! Non importa se sono vegetariani o no. E portatemi carta da bruciare: devo spedire gli inviti al Cielo e alla Terra." "Che spudorata! Vuol farsi il suo bonzo, alla faccia del Cielo e della Terra" si disse Scimmiotto. "Andiamo a vedere che ne è del maestro." Il maestro sedeva sotto il portico, più lacrimoso che mai. Quando Scimmiotto gli si posò sulla testa e lo chiamò, balzò su indignato: "Macaco del malanno! Sei il peggiore dei miei persecutori. Ti sei lasciato andare ai tuoi sfoggi di bravura e hai rovinato tutto il cibo commestibile di casa. Il bel risultato è che l'hai esacerbata: ora vuole costringermi a mangiare cibi proibiti. E io come farò?" "Via, maestro, non ve la prendete così! Ho un altro modo per togliervi dai guai." "Sentiamo." "Ho visto un giardino, dietro casa. Voi dovete convincerla ad andare a zonzo là dentro, e io vi libererò." "Come conti di fare?" "Nel giardino c'è un pesco. Io mi trasformerò in una bella pesca rossa. Voi dovete fermarvi ai piedi dell'albero e dire che desiderate mangiare una pesca. Lei certamente vorrà farvi compagnia, e voi dovrete fare in modo che addenti il frutto rosso. In questo modo entrerò dentro di lei e la ucciderò." "Ma se hai la forza di combatterla, perché non l'affronti, invece di scegliere questi sotterfugi disgustosi?" "Maestro, dovete rendervi conto della situazione. Sarebbe pericoloso uno scontro in un posto di difficile accesso come questo: sarebbe facile chiudermi dentro. Per forza bisogna giocare d'astuzia." Tripitaka si rimise al giudizio dell'esperto: "Va bene; ma tu stammi vicino." "Sono sulla vostra testa." Ai richiami del monaco, la vampira accorse tutta festosa e sorridente: "Che cosa desidera il mio caro, meraviglioso reverendo?" "Signora, gli strapazzi del viaggio mi avevano procurato una malattia da cui sono tuttora convalescente. Devo alla vostra debordante affezione di avermi portato nella vostra bella casa; ma se resto a lungo seduto il male mi riprende. Non potreste accompagnarmi in una piccola passeggiata?" "Ma certo, gioia bella!" rispose lieta la vampira. "Ce ne andremo a passeggio in giardino. Ragazze, aprite il cancello del giardino e spazzate il sentiero." Immaginate la folla delle belle fanciulle dal volto incipriato e dalle ricche acconciature, che circondano Tripitaka e lo sorreggono per accompagnarlo nel giardino. Uno spettacolo davvero inconsueto. Qualunque persona normale, in mezzo alla lieta brigata vestita di veli leggeri, dentro il boschetto di seta e broccato, con il vino eccellente che si beveva da quelle parti, avrebbe scordato Buddha e scritture. Ma il coraggioso Tripitaka aveva una pietra al posto del cuore. La buona vampira gli diceva: "Che aria triste hai! Questo è il più bel posticino del mondo, per distrarti e curarti la malinconia." S'inoltrarono sul sentiero, mano nella mano, tra fiori e piante bellissimi. Dopo aver superato diversi chioschi e padiglioni, giunsero al frutteto dei peschi. Scimmiotto diede un piccolo morso di avvertimento e Tripitaka lo comprese perfettamente. Il novizio volò quindi su un ramo e si trasformò nella più bella pesca rossa che si fosse mai vista. "Signora" domandò il reverendo, "come mai i vostri peschi hanno alcuni frutti verdi e altri rossi?" Lei si mise a ridere: "Quelli verdi sono frutti yin, i rossi yang. Senza yin e yang non brillerebbero il sole e la luna, non crescerebbero gli alberi, e le donne non si distinguerebbero dagli uomini. I frutti yang sono i più esposti al sole e maturano prima; quelli yin restano in ombra." "Grazie dell'insegnamento, signora. Non lo sapevo." E allungò la mano a cogliere la pesca rossa, mentre lei ne colse una verde. Tripitaka si inchinò con galanteria e offrì il suo frutto a due mani: "Voi che amate i colori caldi(67), signora, vogliate gradire questa pesca. Io mangerò quella verde." Scambiarono i frutti, e la buona vampira si sentì tutta intenerita: "Che uomo gentile! Che gesto affettuoso, ancor prima che diventi mio marito!" Tripitaka addentò la propria pesca e anche lei accostò la sua alle labbra vermiglie: ma l'impaziente Scimmiotto non aspettò il morso e le balzò senz'altro in gola. La vampira si rivolse al monaco tutta spaventata: "Reverendo, che pesca strana! Mi è balzata in gola da sola." "Quando la frutta è ben matura, come si dice, si mangia da sola." "Ma questa mi è rotolata giù tutta intera, con il nocciolo." "Voi siete di buonumore, signora, e il frutto era invitante; l'avete mangiato con tanto gusto, da ingoiare anche il nocciolo." Intanto Scimmiotto era disceso nel ventre e gridava: "Maestro, lasciate perdere le manfrine. Ho la situazione in pugno." "Non far male a nessuno, discepolo!" "Ma a chi state parlando?" chiese la vampira, che udiva parlare l'interlocutore ma non riusciva a localizzarlo. "Parlo al mio discepolo Consapevole del Vuoto." "E dove sarebbe?" "Nel vostro ventre, signora. Non avete riconosciuto la pesca rossa che vi è balzata in gola?" "Dio mio, adesso che faccio?" gridò lei presa dal panico. "Sono nelle sue mani. Scimmiotto, perché ti sei dato tanto da fare per entrarmi dentro lo stomaco?" "Niente di speciale, avevo appetito. Mi accontenterò di mangiarti i sei foglietti, fegato, polmoni e cuore, con le sue sette aperture e tre peli. Alla fine sarai ben ripulita e potrai aver successo nella carriera di scheletro fantasma, se troverai il giusto tono di voce sepolcrale." La vampira, terrorizzata, si aggrappò al monaco: "Ah, reverendo mio, io credevo che fossimo Legati a filo rosso fino all'eternità, Uniti l'uno all'altra come pesci nell'acqua. Ahimè! La coppia d'anatre è stata separata. Chi l'avrebbe creduto? Si voltano le spalle Le due fenici. Al Ponte degli Amanti è salita La marea, dopo inutile attesa dell'incontro(68). Breve è stata la gioia: bisogna separarsi. Lacrime velan gli occhi: quando potrò vederti?" Scimmiotto temette che il suo tono elegiaco avesse presa sul maestro e si mise a fare il diavolo a quattro, tanto da farla ammutolire e cadere a terra, sconvolta dal dolore. Quando si fermò esausta, Scimmiotto credette che fosse morta e sospese l'aggressione; ma lei si riprese e gridò: "Aiuto, ragazze, aiutatemi!" Le sue mostriciattole, che si erano sparse qua e là nel giardino a cogliere fiori, per non turbare il convegno amoroso, giunsero di corsa e la videro stesa a terra con il viso terreo: "Che avete, signora? Un attacco di cuore?" "Non fatemi domande. Presto, portate il bonzo all'uscita; ne va della mia vita!" Ma Scimmiotto, dal ventre, gridò: "Se volete che vi risparmi, dovete essere voi ad accompagnare il bonzo." C'era poco da scegliere; la vampira si mise in cammino. Le ragazze chiedevano: "Ma dove volete andare, signora?" "Finché sul fiume splende la luna, io getto l'amo e spero fortuna. Con questo fidanzato mi è andata male; me ne dovrò cercare un altro." Quando giunsero alla bocca dell'abisso, si udì rumore d'armi. "Discepolo" chiese Tripitaka inquieto, "che cosa sarà questo rumore?" "È il rastrello di Porcellino" rispose Scimmiotto. "Sarà meglio che vi facciate riconoscere." "Porcellino!" gridò Tripitaka. "Posa il rastrello, sono io che arrivo!" Porcellino e Sabbioso li accolsero festosi. È proprio il caso di dirlo: La scimmia dello spirito ha sottomesso il mostro Agendo dall'interno. Sulla porta del carcere Accolgon terra e legno il monaco ormai libero. Se poi non sapete che ne fu della lamia, ascoltate il seguito. 第083回 LA QUERELA RITIRATA · OVE LA SCIMMIA DELLO SPIRITO RICONOSCE LA FONTE DEL CINABRO, E FANCIULLA SEDUCENTE RITROVA IL FONDO DELLA PROPRIA NATURA. Quando Tripitaka uscì dall'abisso accompagnato dalla lamia, Sabbioso gli chiese: "Che ne è del nostro condiscepolo anziano?" "Avrà fatto bene i suoi conti" suppose Porcellino, "e avrà trovato conveniente far cambio con il maestro." "Al momento il vostro condiscepolo è nel ventre di questa signora" dichiarò Tripitaka. "Che schifo!" esclamò Porcellino. "Che cosa stai armeggiando lì dentro? Vieni fuori." "Che apra bene la bocca!" gridò Scimmiotto. "Arrivo." La lamia spalancò le mascelle quanto poté. Il Novizio si fece piccolo e le salì nella gola. Prima di avventurarsi ad attraversare la bocca, pensò bene di prendere una precauzione contro il rischio che la creatura tentasse di morderlo: trasformò la sbarra magica in un nocciolo di giuggiola e lo collocò strategicamente fra i suoi denti. Poi sfrecciò via fra quella cerchia, ricuperando l'arma al passaggio, e balzò per aria riprendendo il proprio aspetto, con la sbarra levata in posizione di combattimento. La lamia sfoderò le due spade preziose, e si concessero un bel duello in cima alla montagna. Con le spade volanti difendeva il volto da quella sbarra, sempre pericolosamente vicina. Lui è la scimmia dello spirito, nato dal cielo; lei, fanciulla seducente, è figlia della terra. Son pieni di rancore e provano una gioia feroce a sfogare nello scontro il loro furore. Lei vuole impadronirsi dello yang primordiale attraverso l'unione carnale; lui vuole formare il santo embrione combattendo il puro yin. Quella sbarra riempie il cielo di fredde brume; quelle spade vagliano la nera polvere della terra. Lotta e sfoggio di talenti sono dovuti alla missione del monaco cinese. Se l'acqua combatte il fuoco, la Via della Madre ne soffre. Yin e yang non si possono unire, e ciascuno va per la sua strada. Lottarono a lungo, da far tremare i monti e fremere le fronde delle foreste. Porcellino brontolava: "Vedi che pasticcione! Le stava nel ventre: avrebbe potuto metterla a ferro e fuoco, e uscendo squarciarla. Il nostro problema sarebbe stato risolto. Invece quello scemo è uscito per benino dalla bocca; adesso se la goda lui." "Hai ragione, fratello" rispondeva Sabbioso. "Ma è pur merito suo se il maestro è risalito dall'abisso. Facciamo accomodare il maestro da qualche parte, impugnamo le armi e andiamo ad aiutarlo." "Nemmeno per sogno" si rifiutò Porcellino. "Quello non è un avversario da poco; io non ci sto." "Non ci possiamo tirare indietro. Avrà poteri maggiori dei nostri, ma anche un peto fa il suo vento." "Dài, facciamoci sotto" cambiò idea Porcellino. La lamia era già in difficoltà; quando piombarono su di lei e la tempestarono di colpi, volse le spalle e fuggì. "Acchiappa, acchiappa!" gridava Scimmiotto. Lei si lasciò dietro a fronteggiarli la propria pantofola, cui diede il suo aspetto con un incantesimo, e volò via trasformata in corrente d'aria. Crederete che il suo unico pensiero fosse di mettersi in salvo. Ma quando vide Tripitaka seduto solo soletto accanto all'imboccatura dell'abisso, con il cavallo e i bagagli, afferrò tutto quanto al passaggio e se lo portò via. Intanto Porcellino duellava con la pantofola ricamata; l'abbatté valorosamente, ma ci restò male quando vide di che cosa si trattava. "Stupidi!" gridava Scimmiotto. "Non mi serviva il vostro aiuto! Dovevate badare al maestro!" "Te lo dicevo, Sabbioso, che non volevo venire. Questa scimmia è un po' tocca: noi l'aiutiamo ad abbattere i mostri, e lui se la prende con noi." "Non avete abbattuto un bel niente. Quello scherzo con la pantofola me l'aveva già fatto la notte scorsa. Vediamo che ne è stato del maestro. Presto!" In effetti maestro, cavallo e bagagli erano scomparsi. Porcellino, spaventato, non sapeva dove battere la testa; Sabbioso cercava intorno girando a vuoto. Scimmiotto scoperse un pezzetto della briglia del cavallo, che si era rotta, la raccolse e non poté trattenere le lacrime: "Ah, maestro! Ho lasciato il cavaliere con il suo cavallo, e ritrovo solo una briglia spezzata. È come nei versi: Quando vedo la sella, ripenso al palafreno E lacrimo al ricordo del mio amore lontano." A Porcellino venne da ridere. "Perché ridi, bestia? Questa volta non hai neppure i bagagli da spartire." "Non pensavo a quello" rispose Porcellino. "Evidentemente il maestro è stato riportato là sotto. Ricordi il proverbio: prova tre volte e riuscirai? Tu hai provato due volte; la terza di certo riuscirai." Scimmiotto asciugò le lacrime: "Si capisce, non c'è altro da fare. Torno là sotto. E voi sorvegliate bene l'uscita, visto che non avete più niente da custodire." E balzò giù senza prendersi nemmeno la briga di trasformarsi. Aspetto bizzarro, ma cuore valente; Il viso è contorto, ma ha grandi poteri. Dagli occhi arrossati diffonde faville E peli di ferro ricoprono il corpo. Sa mettere in fuga le nubi del cielo E reca scompiglio fra le onde del mare. Sconfisse divini guerrieri in battaglia E conquistò titoli di grande prestigio. Ed oggi anche l'Ovest dovrà riconoscere Qual'è il suo valore e i grandi poteri. Andò dritto filato alla torre d'ingresso, trovò chiusa la porta e la sfondò senza complimenti. Dentro regnava il silenzio: non c'era segno di presenza umana. Arredi e vasellame erano scomparsi dal chiosco di paglia; il portico est era deserto. In effetti la lamia aveva abbandonato la residenza e si era rifugiata chissà dove (l'abisso aveva grandi dimensioni, più di trecento li di circonferenza). Scimmiotto, deluso, si lamentava: "Maestro, siete proprio nato sotto la stella della disgrazia. Perché vi siete andato a rimpiattare in posti che non conosco?" Il vento portò una zaffata di profumo d'incenso. Seguì la traccia ed entrò in una piccola stanza disadorna, in cui si vedevano tre nicchie nel muro; in quella centrale era posto un tavolo laccato, scolpito con un motivo di draghi. Sul tavolo erano posati un bruciaprofumi dorato, da cui esalava l'incenso, e una tavoletta su cui era scritto a caratteri d'oro: TAVOLETTA DEL MIO RISPETTATO PADRE, IL RE CELESTE LI E sotto: AL MIO RISPETTATO FRATELLO, IL PRINCIPE EREDITARIO NATA A quella scoperta, Scimmiotto abbandonò le ricerche. Ridusse la sua sbarra a un ago, se la ripose dietro l'orecchio, si impadronì dei due oggetti e ritornò indietro pieno di allegria. Porcellino e Sabbioso, meravigliati, dissero: "Hai certo liberato il maestro, per essere tanto allegro." "Non è più necessario darsi da fare. Lo chiederemo a questa tavoletta." "Che roba è? Non è una persona, non ha orecchie: come potrà ascoltarci?" Scimmiotto mostrò l'oggetto: "In casa non c'era più nessuno. Ho trovato la tavoletta in una specie di cappellina privata. Evidentemente la proprietaria è figlia del re Li e sorella del terzo principe; l'avrà colta la nostalgia di questo basso mondo, e avrà preso l'aspetto di creatura malefica per rapire il maestro. Andremo a reclamarlo dalla sua famiglia. Aspettatemi qui: presenterò la denuncia all'Imperatore di Giada." "Attento, fratello" obiettò Porcellino. "Dice l'adagio: la calunnia per fatto punito con la morte, è punita con la morte. Non sono faccende da prendere alla leggera. Come conti di fare?" "Tavoletta e bruciaprofumi sono i mezzi di prova, ma scriverò anche la querela." "Che cosa scriverai?" "Vediamo un po'. Querelante: Scimmiotto Consapevole del Vuoto. Età: vedi allegato. Professione: discepolo del monaco Tripitaka, inviato dalla corte dei Tang delle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Querela per ratto perpetrato da falsa lamia. Il re celeste Li Jing Porta Pagoda e suo figlio, il principe Nata, per trascuratezza, hanno consentito la fuga della rispettiva figlia e sorella nel basso mondo, dove va fuorviando innumerevoli uomini ed attenta alla loro vita, sotto forma di lamia nell'Abisso Senza Fondo del Monte del Tranello. Attualmente ha rapito il nostro maestro e lo detiene in nascondiglio ignoto. La presente querela ha lo scopo di chiarire se padre e figlio siano imputabili di disumanità, per aver deliberatamente incitato la figlia e sorella a commettere i crimini di cui sopra. Supplico che sia compassionevolmente accolta l'umile querela e pertanto: spiccato mandato di comparizione degli imputati; posta la lamia in condizioni di non nuocere; soccorso il nostro maestro; stabilite chiaramente le responsabilità. Di tanto vi saremo profondamente riconoscenti. Tale è il contenuto della querela che presentiamo." Sabbioso e Porcellino pendevano dalle sue labbra: "Fratellone, una carta così ben ragionata navigherà di sicuro con il vento in poppa. Ma sbrigati: ogni ritardo può costare al maestro la vita, o qualcos'altro." "Vedrete che sarò svelto: ritornerò nel tempo di portare a bollore l'acqua del tè." Quel grande santo! Afferrò le prove materiali e il documento, balzò sulle nuvole e giunse in breve alla porta sud del Cielo. Erano di turno Anima Lunga e Conservatore dello Stato, che si inchinarono e lo fecero passare. Si recò di corsa alla Sala della Comunicazione Illuminata, dove fu accolto con molta cortesia dai quattro grandi precettori Zhang, Ge, Xu e Qiu: "Qual buon vento, grande santo?" "Ho una querela da presentare contro due tizi." "Il solito aggressivo!" si dissero sconcertati i precettori. "Chissà con chi se la prende, questa volta." Lo condussero alla Sala delle Nuvole Misteriose e lo annunciarono a sua maestà, che decretò di farlo entrare. Scimmiotto espletò il cerimoniale degli omaggi al trono e presentò l'istanza, che l'immortale Ge prese e svolse sul tavolo imperiale. L'Imperatore di Giada la lesse dal principio alla fine e vi appose il suo sigillo: ciò ne faceva un decreto imperiale. Il pianeta Venere fu incaricato di recarsi al Palazzo Torre di Nuvole per citare il re celeste Li Porta Pagoda a comparire davanti a sua maestà. "Oso sperare che il sovrano del cielo gli darà un castigo esemplare" aggiunse Scimmiotto. "Bisogna estirpare dalla radice queste porcherie." "Vada anche il querelante" ordinò l'Imperatore di Giada. "Andar dove?" chiese Scimmiotto. "Dovete recarvi da Li. Sua maestà ha manifestato il proprio volere" risposero i quattro precettori celesti. "Potete accompagnare il vecchio Venere." Quando giunsero alla Torre di Nuvole, l'astro del metallo fu subito annunciato dal portinaio: "È arrivato sua signoria Supremo Candore", e il re uscì a riceverlo. Visto che veniva in qualità di inviato imperiale, ordinò che si portasse l'incenso da bruciare. Quando Li vide che Scimmiotto era venuto con lui, non poté nascondere un moto di disappunto. Come mai? Il fatto è che gli scontri di cinquecento anni prima, quando Li e suo figlio non erano stati in grado di catturare quel terribile grande santo, avevano lasciato qualche segno. "Che decreto mi porti?" "Una querela del grande santo Scimmiotto contro di te." "Che querela potrà mai presentare contro di me?" "Ti accusa di incitamento a ratto di esseri umani, rivolto a una falsa lamia. Brucia l'incenso e poi leggi tu stesso." Il re celeste, ansimante d'ira, collocò il tavolino dell'incenso e ringraziò l'imperatore della grazia che gli accordava. Poi svolse il documento, lo lesse e andò tanto in collera che quasi rompeva il tavolino battendoci i pugni: "Zucca dura di una scimmia! È tutto falso." "Calmati!" lo invitò l'astro del metallo. "Il querelante ha prodotto come prove una tavoletta e un bruciaprofumi, e assicura che si tratta proprio di tua figlia." "Ho tre figli e una figlia. Il primo è Suvarnata, in servizio nell'avanguardia del Beato, come protettore della Legge; il secondo, Moksa, è discepolo di Guanyin nei mari del Sud; il terzo è Nata, sta con me ed è il più instancabile difensore del trono imperiale. Mia figlia Zhenying non ha ancora compiuto sette anni: che cosa vuoi che sappia di uomini e di vampiri? La prenderò in braccio, povera piccola, e te la farò vedere. Mai sentito uno sfacciato paragonabile a questa scimmia zuccona. E che accusato si viene a cercare! Un feldmaresciallo autorizzato prima a decapitare e dopo a riferire; figuriamoci! La calunnia è un brutto reato persino quando le vittime sono gentucola. La legge lo dice: falsa accusa comporta pena aggravata di tre gradi. Legate subito questa scimmia con la corda per diavoli!" ordinò ai suoi subordinati. Vennero avanti gli assistenti: il dio Efficienza Gigantesca, il generale Pancia di Pesce e il maresciallo Yaksa Eroico, e legarono Scimmiotto. "Re Li, non cercare guai!" lo esortò l'astro del metallo. "Ha ricevuto l'ordine di accompagnarmi. La tua corda stringe: se non sarà giustificata, te ne pentirai." "Non posso tollerare un'accusa tanto perfida. Siediti un momento; io prendo la mia sciabola per decapitare i diavoli e gli taglio la testa. Dopo farò rapporto." L'astro del metallo, tutto spaventato, si rivolse a Scimmiotto: "Hai sbagliato: non si presentano accuse all'imperatore con tanta leggerezza. Come fai a dire che l'accusa è fondata? E se adesso ci rimetti la pelle?" "Vecchio mio, non vi preoccupate" rispose Scimmiotto con un sorrisetto. "Non c'è nulla da temere. Il vostro vecchio Scimmiotto conduce sempre i suoi affari così: al principio sembra che perda, ma alla fine vince lui." Il re celeste, che era andato a prendere la sciabola, la venne a roteare sulla testa di Scimmiotto. Accorse il terzo principe, sfoderò la spada e parò il colpo. Gridava: "Padre e re, calmatevi!" Il re impallidì. Perché mai? Chi lo ostacolava con le armi in pugno non era altri che suo figlio; non sarebbe stato naturale ordinargli di farsi da parte? Ma ecco che cosa c'era sotto. Alla nascita quel figlio recava scritto il segno Na sulla mano destra e il segno Ta sulla sinistra: donde il suo nome, Nata. Dopo soli tre giorni, il bimbo provocò un incidente. Aveva sentito raccontare che i tendini di drago sono particolarmente resistenti. Perciò entrò in mare, forzò l'ingresso del palazzo di cristallo e acchiappò un drago, per cavargli un tendine e farsene una cintura. Quando suo padre lo seppe lo volle uccidere, per evitare di peggio. Nata, furioso, impugnò la sciabola e si fece a pezzi da sé: consegnò la carne alla madre e le ossa al padre, per restituire a lei il sangue e a lui lo sperma. L'anima se ne andò nel Paradiso dell'Ovest a querelarsi davanti al Buddha. Il Beato commentava sutra per i pusa; quando sentì una voce, nella selva di bandiere e baldacchini, che gridava: "Aiuto!" Gli occhi di sapienza del Buddha riconobbero subito l'anima di Nata. Recitò l'incantesimo che fa rivivere i morti, utilizzando il loto: la radice per lo scheletro e le foglie per rivestirlo. Così rinacque Nata, che in seguito avrebbe assoggettato alla Legge i diavoli delle novantasei grotte e acquistato grande potenza. Al ritorno a casa, Nata voleva vendicarsi del padre. Il re celeste non trovò altro rimedio che implorare a sua volta l'aiuto del Buddha per il quale, come si sa, pace e armonia contano più di ogni altra cosa. Il Beato gli donò un reliquiario d'oro traforato a forma di pagoda, con bellissime immagini di buddha a ogni piano. Con ciò Nata era invitato a rispettare suo padre come un buddha e a deporre il rancore. Questo è il motivo per cui Li si chiama Porta Pagoda. Vedendosi davanti il figlio con la spada in mano, il re si spaventò e corse subito a prendere la pagoda d'oro: "Che fai, ragazzo? Alzi la spada su tuo padre?" "Voglio solo evitarvi di commettere un errore. È vero che avete una figlia nel basso mondo." "Tu sogni. Io non ho altri figli che voi." "Avete dimenticato. La ragazza, d'origine terrestre, trecento anni fa divenne un mostro e rubò candele e incenso al Monte degli Avvoltoi, con l'intenzione di mangiarseli. Voi foste incaricato di catturarla e di batterla a morte. Ma il Buddha ordinò: 'Non pescar pesce nato in acqua fonda; Lunga vita alla cerva sopra il monte.' "Così le risparmiaste la vita e lei, per riconoscenza, salutò voi come padre adottivo e me come fratello; fu allora che scrisse la tavoletta e incominciò a onorarci con l'incenso. A quanto pare è ritornata al punto di partenza, fa la vampira e se l'è presa con il monaco cinese. Scimmiotto ha scoperto il suo rifugio e ha trovato la tavoletta; la sua querela è giustificata. Non sarà figlia vostra di sangue, ma lo è di adozione." Il re, stupito e confuso, dovette confessare: "Perbacco, figliolo, l'avevo completamente dimenticata. Qual'è il suo nome?" "Ha tre nomi: quello originario è Spettro Pipistrello Pelo Bianco Muso d'Oro. Per aver rubato candele e incenso la chiamarono Mezza Guanyin. Dopo il perdono si fece chiamare Signora Zampilla da Terra." Il re celeste si rese finalmente conto della situazione e volle slegare Scimmiotto con le sue mani. Ma il grande santo non era d'umore da lasciarlo fare: "Nossignore! Giù le mani dalle corde! Ci tengo a comparire in questo stato davanti a sua maestà; e voglio vedere chi vincerà il processo." Al re celeste caddero le braccia, il principe zittì; entrambi rimasero a testa bassa. Il grande santo si contorceva, legato come un salame, e insisteva perché lo portassero subito in udienza. Il re celeste prese da parte l'astro del metallo, chiedendogli di interporre i suoi buoni uffici. "Come dicevano gli antichi" rispose costui: "pratica sempre la tolleranza. Siete stato precipitoso a legarlo in quel modo e minacciare di ucciderlo. Quanto alla scimmia, tutti sanno quant'è sfacciata. Io che cosa posso fare? La colpevole non è vostra figlia carnale, ma a stare al racconto di vostro figlio è legata a voi come se lo fosse, e voi ne siete responsabile. Se non comparite in udienza, non vedo come vi possiate difendere." "Potrei evitarlo, se mi patrocinaste voi." "Lo farei volentieri; ma con quali argomenti?" "Ricordategli che foste voi a proporre di perdonarlo e di conferirgli un titolo; vi darà retta." L'astro del metallo finì per andare da Scimmiotto e mettergli una mano sulla spalla: "Grande santo, fallo per me. Andiamo pure in udienza da sua maestà; ma prima làsciati slegare." "Lascia stare, vecchio mio. Ci posso andare da solo, rotolando per terra." L'astro del metallo rise amaramente: "Come sei spietato! Eppure a suo tempo ti ho reso dei servigi; perché oggi mi rifiuti un piacere?" "Di quali servigi vai cianciando?" "Quando eri una creatura malefica sul Monte di Fiori e Frutti, avevi cancellato di prepotenza il tuo nome dal registro dei morti e ti davi alla violenza con la tua banda di mostri. Il Cielo voleva farti arrestare; fui io a proporre di promulgare un editto di pacificazione, e di convocarti in paradiso per darti il titolo di equipuzio. Ti ribellasti di nuovo, e fui ancora io a insistere perché ti si accordasse il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo. Tant'è, non sapevi proprio stare al tuo posto; così rubasti le pesche della regina, trafugasti il vino dell'imperatore e saccheggiasti l'elisir del signore Laozi. Comunque, fu questo il tuo percorso per giungere alla non-nascita e alla non-estinzione. Se non fossi intervenuto io, in un paio di momenti cruciali, dove saresti oggi?" "Lo dicevano, gli antichi! Da morto, non farti seppellire vicino a un vecchio; non la finirebbe mai di lagnarsi e di punzecchiarti. Il titolo di equipuzio valeva ben poco; un po' di disordine che feci in Cielo non fu proprio niente di speciale. Va be', mi venga a slegare. Ma lo dico solo per salvarti la faccia." Finalmente il re celeste fu ammesso ad avvicinarsi e a sciogliere le corde; dopo di che, pregò Scimmiotto di sedersi al posto d'onore per ricevere gli omaggi della famiglia. Il Novizio si rivolse all'astro del metallo: "Vecchio mio, che ne dici? Te lo dicevo che alla fine vinco sempre: se faccio un passo indietro, è solo per prendere meglio la rincorsa e balzare avanti. Ma ora non perdiamo altro tempo: non vorrei compromettere la sorte del maestro." "Non c'è furia. Dopo tante emozioni, beviamoci un'altra tazza di tè." "Accettare il tè equivale a lasciarsi corrompere. Che castigo ti toccherà per aver lasciato fuggire il colpevole e aver preso alla leggera un decreto imperiale?" "Niente tè, non berremo più tè! Ecco che vuole incastrare anche me. Re Li, per carità, partiamo subito!" Il re non aveva nessuna voglia di muoversi. Temeva che Scimmiotto in udienza si scatenasse di nuovo, e non sapeva come difendersi. Perciò ritornò alla carica con l'astro del metallo, che a sua volta prese Scimmiotto da parte: "Ho ancora una parolina da dirti: mi ascolterai?" "Mi pare di aver ingoiato abbastanza rospi per salvarti la faccia. Cos'altro hai da dire? Se sono cose sensate, ti ascolterò; in caso contrario, non volermene" brontolò Scimmiotto. "Tieni presente che processo d'un giorno richiede dieci giorni di arringhe. Tu sosterrai che la lamia è figlia di Li, lui lo negherà, e chissà quanto andrà avanti il dibattito. Ricordati che un giorno in Cielo è un anno in terra. Figúrati quanto tempo avrà quel vampiro per portarsi a letto il tuo maestro. Riempiranno il mondo di monacelli. E dove andrà a finire la tua missione?" Scimmiotto abbassò la testa e rifletté: "È vero. E pensare che ho detto a Porcellino e Sabbioso che sarei stato di ritorno nel tempo che occorreva per portare a bollore l'acqua del tè. Sarò in ritardo, con tutte queste complicazioni." E chiese all'astro del metallo: "Supponiamo che sia d'accordo; come la mettiamo con il decreto imperiale?" "Chiedi a Li di levar truppe per venire a sottomettere la lamia. Dell'ordine imperiale mi occupo io." "Come farai?" "Dirò che il querelante ha tagliato la corda, e pertanto l'imputato è dispensato dal comparire." "Ma io che figura ci faccio?" rise Scimmiotto. "Ritiro la querela per un riguardo a te, e tu mi fai apparire come uno che taglia la corda. Dài, digli di raccogliere le truppe alla porta sud; io ritorno subito." Il re celeste si spaventò: "Se quello va e parla, io corro il rischio di essere imputato di alto tradimento." "Per chi mi prendi?" s'indignò Scimmiotto. "Sono anch'io un militare, so bene che la parola data va rispettata. Come ti permetti di sospettare che io voglia pescare nel torbido?" Il re lo ringraziò; mentre raccoglieva le truppe, Scimmiotto e l'astro del metallo si recavano a informare l'Imperatore di Giada: "Il mostro che ha catturato il monaco cinese si chiama Pipistrello Pelo Bianco Muso d'Oro. La tavoletta dedicata al re Li e a suo figlio è un inganno tramato dal mostro. Il re sta raccogliendo le truppe per catturarlo. Speriamo che sua maestà voglia autorizzare." L'imperatore, che sapeva già tutto, decretò non luogo a procedere. Scimmiotto si recò alla porta sud e trovò i Li pronti alla partenza, con le truppe schierate in ordine di battaglia. I divini guerrieri, che fendevano oscure nebbie portati da vento d'uragano, circondavano il grande santo e in breve scesero con lui sul Monte del Tranello. Porcellino e Sabbioso, che aspettavano ardendo d'impazienza, si fecero loro incontro a salutarli: "Quanto disturbo vi date!" "Ahimè, caro Ammiraglio dei Canneti Celesti: per aver bruciato in nostro onore qualche bastoncino d'incenso, quella ragazza si è sentita autorizzata a qualunque soperchieria, come il ratto del vostro maestro. Scusateci del ritardo. È questo il Monte del Tranello? Noi non conosciamo il posto e non sappiamo dov'è la grotta." "Il posto l'ho esplorato io ultimamente, almeno in parte" disse Scimmiotto. "È un grande abisso, con una circonferenza di trecento li. Quella creatura deve avere diversi rifugi. Da principio aveva portato il maestro in una residenza con la torre d'ingresso a doppia gronda; ma ora è deserta, non c'è più nessuno. Chissà dove si è nascosta." "Non potrà sfuggire, né alla rete celeste, né alla nassa terrestre che le prepareremo. Presidiamo l'accesso, e poi vedremo il da farsi" rispose il re celeste. Tutti si misero in movimento e presto giunsero in vista dell'apertura rotonda da cui si accedeva all'abisso. Scimmiotto la indicò: "Ecco il posto." "Per prendere i tigrotti, bisogna entrare nella tana della tigre. Chi scenderà per primo?" chiese il re celeste. "Ci vado io" propose Scimmiotto. "No" si oppose il terzo principe; "tocca a me sottomettere quella creatura." Il bestione si mise a strillare: "E invece il primo dev'essere Porcellino!" "Silenzio!" ordinò il re celeste. "Darò io le disposizioni. Scimmiotto e il terzo principe guideranno insieme le truppe sul fondo dell'abisso; noi tre sbarreremo l'uscita, in modo che non resti nessuna via di fuga. Le faremo vedere di che cosa siamo capaci." Ed ecco Scimmiotto e il terzo principe, con capitani e truppa, infilarsi per il foro e planare là sotto su nuvole luminose nel bel paesaggio. Tutto come all'aperto: il disco del sole e quello della luna, fiumi e montagne. Sorgenti di perla avvolte in una tiepida bruma, pozzi di giada e molte altre belle cose. Padiglioni decorati si allineano in file ordinate, torri scarlatte si elevano su rupi rossastre a strapiombo. I campi sono verdi; salici da inizio di primavera, loti da tardo autunno. Un paradiso trogloditico come non è dato di vederne altrove. Giunti alla residenza principale, la frugarono in tutti gli angoli, e poi estesero le ricerche. Trecento li di erba calpestata, ma della lamia e di Tripitaka non si trovava traccia. Dicevano: "Quella bestiaccia immonda avrà lasciato l'abisso da un bel pezzo." Non sapevano che nel punto più riparato di sud est c'era un'altra piccola grotta: da una porticina si accedeva a una camera bassa, ornata di vasi di fiori. I bambù crescevano sul tetto. Era un angolo in ombra, dall'aria carica di segreti profumi. Qui la vampira aveva portato Tripitaka per convincerlo a sposarla, sicura che Scimmiotto non li avrebbe scovati. Ma il destino stava per deluderla. Tutte le diavolette si stipavano all'interno, spalla a spalla, e ciangottavano sottovoce, quando la più coraggiosa allungò il collo dalla finestra per vedere che cosa accadeva fuori, e urtò la testa contro un soldato celeste: "Allarme! Sono qui!" Scimmiotto balzò inferocito sulla porta e la sfondò: tutte quelle persone nella stanzetta non avevano nemmeno lo spazio per fare un passo indietro. Quando la lamia si vide in trappola e riconobbe il principe Nata, si confuse in prosternazioni e implorazioni. "Siamo venuti ad arrestarti per ordine dell'imperatore. Non è cosa da poco. Per aver accettato il tuo incenso, io e mio padre ce la siamo vista brutta." E urlò: "Soldati, prendete le corde da mostri e legate tutte queste streghe!" Soldati, prigioniere e pellegrini, tutti quanti a bordo di nuvole luminose, risalirono alla bocca dell'abisso, dove il re celeste si fece incontro a Scimmiotto: "Questa volta l'avete ricuperato, il vostro maestro." "Non so come ringraziarvi" esclamò Scimmiotto; e guidò Tripitaka dal padre e dal figlio, perché anche lui esprimesse la sua gratitudine. Sabbioso e Porcellino si fecero avanti con l'intenzione di tagliare a pezzi la vampira, ma il re si oppose: "L'abbiamo arrestata per ordine imperiale: non possiamo disporne arbitrariamente. Ne rispondiamo ai nostri superiori." I celesti tornarono in cielo, a consegnare le prigioniere e a presentare rapporto. Scimmiotto assisteva Tripitaka, Sabbioso preparava i bagagli e Porcellino attendeva al cavallo. Invitarono il monaco cinese a montare in groppa, e senz'altro se ne andarono in cerca della strada maestra. È il caso di dirlo: Se rompi la rete di seta, prosciughi il mare dorato. Spezzata la serratura, la gabbia non sa trattenerli. Se poi non sapete che cosa li aspettava lungo il cammino, ascoltate il seguito. 第084回 ALBERGHI SULLA STRADA D'OCCIDENTE · OVE GLI INDISTRUTTIBILI PROTETTI DEL BUDDHA REALIZZANO IL GRANDE RISVEGLIO, E IL RE DEL PAESE DELLA LEGGE, PORTANDO GIUSTA CAUSA A COMPIMENTO, INCARNA IL NATURALE. Si è raccontato come Tripitaka fosse riuscito a difendere il suo yang primordiale dalle amare insidie di brume e fiori della femminilità, e a continuare il suo viaggio verso Occidente con la guida di Scimmiotto. Ritornava l'estate, il tempo in cui caldi e umidi venti subentrano agli acquazzoni della stagione dei susini. Le fronde fitte dànno un'ombra fresca Sotto cui gli uccellini si riparano. Nuove ninfee ricoprono lo stagno, Il bambù che ha mutato le sue foglie Riprende slancio. Cresce l'erba verde Sotto il gran cielo blu. Sulle montagne Il tappeto fiorito si rinnova. Ai bordi del ruscello drizza spade Il giuncheto; le rosse melagrane Ardon qua e là nel quadro colorato. Mentre i quattro pellegrini marciavano nell'intensa calura, sbucò dai grandi salici che fiancheggiavano la strada una vecchia che teneva un bambino per mano, e venne loro incontro. Gridò al monaco cinese: "Fermati, bonzo! Volgi indietro il tuo cavallo e ritorna da dove vieni. Se tu proseguissi, cadresti in una trappola mortale." Tripitaka, spaventato, balzò a terra, giunse le mani e chiese: "Cara pusa, gli antichi non dicevano forse che il mare è abbastanza grande perché ogni pesce possa nuotare a suo piacere? Quale trappola nasconde la strada dell'Ovest?" "Fra cinque o sei li, giungereste nel Regno di Distruzione della Legge. Il re di quel paese avrà accumulato in qualche vita anteriore un bel fardello di odio e violenza, a giudicare dai crimini ingiustificati che sta commettendo contro i buddisti. Figuratevi che due anni fa ha fatto voto di sterminare diecimila bonzi; e vi si è applicato con tanta determinazione, che a questo punto ne ha già uccisi novemila novecento novantasei. Finora ci hanno perso la vita monaci sconosciuti e poveracci; chissà come sarebbe contento, il sovrano, di completare il numero con quattro persone di miglior livello! Se andate a mettervi nelle sue mani, diventerete presto dei pii fantasmi." Tripitaka chiese tremando: "Cara pusa, vi sono molto grato dell'avviso; posso chiedere se c'è qualche comoda deviazione, che permetta di stare alla larga da quella città?" "Non ci sono deviazioni" sogghignò la vecchia, "né comode né scomode. Per andare a Ovest si deve passare di lì, se non si sa volare." A Porcellino salivano i fumi di collera: "Certo che sappiamo volare, brutta vecchia del malanno!" Scimmiotto, osservando la vecchia e il bambino con i suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro, si rese conto che in realtà non erano altri che Guanyin e il Ragazzo di buona fortuna. Si inginocchiò gridando: "Pusa, il vostro discepolo vi ha mancato di rispetto. Scusatelo di non avervi accolto come doveva." E subito Guanyin riprese il proprio aspetto e si alzò lentamente su nuvolette colorate. Il reverendo restò tanto confuso che non sapeva cosa fare: finì per gettarsi bocconi per terra. Anche Porcellino e Sabbioso si inginocchiarono precipitosamente. Le nuvolette volarono via verso i mari del sud, e Scimmiotto corse a sollevare il maestro: "Potete alzarvi, la pusa se n'è andata." "Consapevole del Vuoto" lo rimproverò Tripitaka, "perché non me l'hai detto subito?" "L'ho detto non appena l'ho riconosciuta" rispose ridendo Scimmiotto. Porcellino chiese: "Ora che sappiamo di aver davanti questo sovrano sterminatore di monaci, come faremo a proseguire?" "Non aver paura, bestione. Pensa quanti diavoli e mostri feroci abbiamo incontrato, quante tane di tigri e laghi di draghi! Eppure siamo qui tutti interi. Infine, questo sovrano non è che un uomo: che cosa ci potrà fare? Non dico che dobbiamo mancare di prudenza. Scende la sera: a quest'ora passerà gente che rientra in città. Se ci vedessero e diffondessero la notizia che ci sono bonzi in arrivo, le cose potrebbero mettersi male per noi. Sarà meglio che portiamo il maestro lontano dalla strada maestra; correremo meno rischi di incontri pericolosi." Tripitaka non se lo fece ripetere. Tutta la compagnia trovò rifugio in un fossato lontano dalla strada. "Fratelli" raccomandò Scimmiotto, "voi restate qui di guardia al maestro. Io vado a dare un'occhiata in città: può darsi che troviamo modo di prendere il largo di nascosto durante la notte." "Discepolo" ammonì Tripitaka, "non scherziamo con la legge del re, che è rigorosa e spietata: devi stare attento." "Niente paura, ci so fare" replicò ridendo Scimmiotto. E balzò via nello spazio con un sibilo. Strano, però: Non c'era fune che lo sollevasse, Non c'era canna che lo sostenesse, E dopo tutto era di carne ed ossa. Si vede che quelle ossa eran leggere. Dall'alto guardò giù. Il cielo incupiva; nelle strade della città, di aspetto vivace e allegro, si accendevano le luci. "Che bel posto! Come sarà saltato il ticchio al re di prendersela con i bonzi?" Lanterne brillano ai crocicchi, da torri e pagode suonano le campane e salgono volute d'incenso. Sorgono in cielo sette stelle luminose. I viaggiatori delle otto direzioni cercano sistemazione per la notte. Nelle sei guarnigioni le scolte soffiano nel corno. Sulla torre delle cinque veglie l'acqua della clessidra incomincia a cadere, a goccia a goccia, nel vaso di bronzo. Ai quattro lati sale la nebbia, e fredda invade i tre mercati. Mogli e mariti, in coppie, abbassano le tendine ricamate. Sorge ad est, solitario, il magico disco lunare. "Se mi faccio vedere in giro con la mia zucca pelata, mi riconosceranno subito per bonzo. Sarà meglio che mi trasformi." E con un incantesimo si trasformò in falena, la farfalla notturna che spesso viene a cozzare contro le nostre lampade. Luce e calore le piacciono tanto da tenerla in perenne movimento. Batte le ali nella luce di lampade e candele; a volte le spegne, a volte si brucia. Nell'erba che fermenta può trasformarsi in fuoco fatuo. Ornata di porpora, dalle ali profumate, ama la quiete della profonda notte, e se ne va a caccia di lucciole. Svolazzava attraverso i tre mercati e le sei strade, all'altezza delle gronde di tetti e tettoie, quando notò certe case con l'uscio illuminato da una lanterna. "Forse festeggeranno capodanno, con quella luminaria." La lanterna della porta di mezzo illuminava la scritta: AL RIPOSO DEL MERCANTE DI PASSAGGIO E sotto: Locanda di Wang il giovane Dalle finestre si vedevano viaggiatori che, finita la cena, si toglievano i turbanti, si spogliavano, facevano le abluzioni serali e si apprestavano a coricarsi. "Ho trovato il modo di far passare il maestro" si disse Scimmiotto. Gli era venuta l'idea furfantesca di derubare gli ospiti dell'albergo, quando si fossero addormentati, per travestire i suoi compagni con i loro abiti. Ma non avrebbe combinato che guai. Il locandiere venne a raccomandare ai viaggiatori di vigilare sulle loro cose: "Vi prego di badare ad abiti e bagagli; sapete, questo è un porto di mare, viene gente d'ogni risma." Quelli erano viaggiatori esperti, e gli risposero: "Caro locandiere, avete ragione. Noi siamo stanchi della giornata di viaggio e avremo il sonno duro. Prendeteli in custodia voi; ce li renderete domattina, al momento della partenza." Wang il giovane raccolse gli oggetti nella propria stanza, dove Scimmiotto lo seguì. Il locandiere si dedicò alle operazioni serali: uscì a spegnere e staccare dal gancio la lanterna che illuminava l'insegna, chiuse porte e finestre, abbassò le tende; poi rientrò nella camera, si spogliò e si mise a letto. La moglie portò i figli, due fanciulli chiacchierini che non mostravano nessuna voglia di dormire; perciò lei sedette in un angolo a rammendare panni a lume di candela. L'irrequieto Scimmiotto, che ronzava intorno agli indumenti, alla fine si spazientì. Volò d'impeto sulla fiamma della candela e la spense: Rischia la propria vita tra le fiamme E si strina i capelli sulle tempie, Cercando disperato la salvezza. Nel buio si trasformò in topo, afferrò abiti e turbanti e se li portò via squittendo. "Marito!" gridava la donna spaventata. "C'è in giro uno spirito malefico in forma di topo!" Scimmiotto si sentì in dovere di chiarire l'equivoco, e gridò: "Wang, non ascoltare le sciocchezze che dice tua moglie. Non sono uno spirito malefico: appartengo alla luce, e non sarei capace di tramare azioni oscure. Sono il Grande Santo Uguale al Cielo, disceso in terra per proteggere il monaco cinese che va in cerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Sono venuto a sapere dei decreti disumani del vostro re e, per sfuggirli, ho preso in prestito questi abiti con cui rivestirò il mio maestro. Ma quando saremo usciti dalla città, restituirò tutto." Il povero Wang si rizzò a sedere frastornato, balzò dal letto e cercò di infilarsi i pantaloni; ma poiché, nel buio, trovò soltanto la camicia e cercò d'infilare la gamba sinistra nella manica destra, Scimmiotto lo lasciò in mezzo alle difficoltà. In breve fece ritorno al fossato dove Tripitaka, che scrutava ansioso verso la città, lo riconobbe al chiar di luna e chiese: "Discepolo, hai trovato un modo per continuare il viaggio?" "Per proseguire bisogna risolvere una difficoltà: nascondere la nostra qualità di monaci" rispose Scimmiotto posando gli indumenti. "Vuoi scherzare?" intervenne Porcellino. "Non è difficile smettere di esser monaci: basta non radersi per sei mesi, e i nostri capelli ricresceranno." "Ma noi dobbiamo laicizzarci subito; non possiamo aspettare sei mesi." "Non so proprio come potremmo fare" obiettò Porcellino perplesso. "Dovremmo metterci dei turbanti, ma non li abbiamo; e in ogni caso non avremmo nemmeno un ciuffo di capelli per legarci la cordicella." "Lasciate perdere i particolari" si spazientì Tripitaka. "Che cosa dobbiamo fare?" "Maestro, ho dato un'occhiata alla città: quel sovrano ammazza monaci sarà una bestiaccia; ma a giudicare dall'atmosfera del posto, lieta e luminosa, sembra invece che sia un figlio del cielo. Mi sono fatto un'idea della topografia e della lingua che parla la gente. In una locanda ho preso in prestito degli indumenti e dei turbanti: ci permetteranno di vestirci da laici e di passare inosservati. Passeremo la notte in città, ci alzeremo alla quarta veglia per fare colazione, e alla quinta veglia usciremo dalla porta occidentale e ci rimetteremo in cammino. Se ci arrestassero, potremmo sempre dire che siamo inviati di un paese sovrano: il re non oserebbe trattenerci." "Il nostro condiscepolo ha pensato a tutto" approvò Sabbioso. "Diamogli retta." Del resto non c'erano altre soluzioni a portata di mano. Il reverendo e Sabbioso si tolsero gli abiti monacali, infilarono le casacche e si misero in capo i turbanti. Porcellino utilizzò la misura più grande disponibile, ma per il suo testone nessun turbante era sufficiente: Scimmiotto dovette cucirne insieme due, con ago e filo. Infine anche lui si cambiò d'abito e diede le istruzioni per l'uso: "Ricordate che dobbiamo evitare di usare fra noi le parole maestro e discepolo." "Per noi sono parole indispensabili. Quali altre potremmo usare?" chiese Porcellino. "Il maestro sarà Tang il vecchio, tu Porcelli terzo; Sabbioso sarà Sabbiosi quarto, e io Scimmiotti il giovane. Ma la cosa migliore, in albergo, sarà che teniate la bocca chiusa: parlerò io. Ci chiederanno che mestiere facciamo, e io dirò che siamo mercanti di cavalli; il cavallo bianco fungerà da campione commerciale. Di sicuro il locandiere ci tratterà bene, e noi lo ricompenseremo con una bella moneta d'argento; me la fabbricherò io, da una scheggia di vecchia tegola." Il reverendo non trovava che tutto fosse ineccepibile, ma non osò sollevare obiezioni. Caricarono dunque i bagagli sul cavallo ed entrarono in città. Era un posto tanto pacifico che le porte erano ancora spalancate a quell'ora di notte. Passarono davanti alla locanda di Wang il giovane, e sentirono che all'interno qualcuno altercava a proposito di abiti scomparsi. Scimmiotto fece finta di niente, e scelse un'altra locanda all'angolo della strada, che non aveva ancora ritirato la lanterna sopra l'insegna. Bussò alla porta e chiamò: "Ehi della locanda, avete camere libere?" Una voce di donna rispose: "Ma certo! Vogliate salire al primo piano." E un garzone venne a prendere il cavallo per portarlo nella stalla. Al primo piano si trovarono in una camera con tavolo e seggiole confortevoli, e spalancarono le persiane per sedersi al chiar di luna. Qualcuno venne a portare una lampada, ma Scimmiotto ci soffiò sopra e disse: "Non serve, con una luna così bella." L'offerta di una tazza di tè venne invece accettata con piacere. Infine li venne a trovare una donna sulla sessantina, che domandò: "Da dove venite, signori? Quali sono le vostre preziose mercanzie?" "Veniamo dal Nord e vendiamo cavalli." "Siete giovani per questo mestiere." "Questi sono Tang il vecchio, Porcelli terzo e Sabbiosi quarto; quanto a me, mi chiamo Scimmiotti il giovane, per servirvi." "Sono tutti cognomi diversi" osservò ridendo la donna. "Certo, non siamo parenti; ma viviamo insieme come fratelli. Facciamo parte di un gruppo di dieci persone. Noi siamo venuti in avanscoperta, mentre gli altri sei sono rimasti fuori dalle mura con i cavalli e ci raggiungeranno domattina. Non ci è sembrato pratico portare in città un branco di cavalli a un'ora così tarda, senza avere un'idea delle risorse disponibili. La nostra intenzione è di restare qui per il tempo necessario a vendere i nostri cavalli." "Quanti sono?" "Contando i puledri, sono centodieci, tutti della razza di quello che abbiamo portato con noi, ma di mantelli diversi." "Caro signor Scimmiotti" disse la donna, "siete un mercante molto esperto. Cercando ospitalità nel mio albergo avete fatto la scelta migliore: questo è l'esercizio più affidabile e attrezzato della città. Dovete sapere che abbiamo una vasta corte e scuderie grandi e ben fornite. Anche se i vostri cavalli fossero diverse centinaia, noi potremmo alloggiarli tutti, senza far loro mancare né fieno né acqua. La locanda è stata costruita dal mio povero marito Zhao, che sfortunatamente non è più di questo mondo. La mando avanti io da molti anni, sempre con buona reputazione: è la locanda della vedova Zhao. Qui pratichiamo tre tariffe. Scusate se vi intrattengo su queste meschinità, ma è solo per non doverci più pensare in seguito; una volta pagato il conto, avrete a disposizione il servizio più raffinato che possiate desiderare." "Veramente" rispose Scimmiotto, "il proverbio dice: vende il mercante tre sorte di cose, ma dorme sempre su un letto di rose. Perché voi, invece, praticate tre tariffe diverse ai vostri ospiti mercanti? Spiegateci quali sono le differenze." "Sono previsti i servizi di classe superiore, media e inferiore. La prima classe comprende un festino con cinque piatti e cinque tipi di frutta, una pagoda di zucchero, tavoli riservati e belle ragazze, che canteranno per voi mentre mangiate e vi terranno compagnia a letto. Costa mezzo tael a testa, camera compresa." "Mica male" commentò ridendo Scimmiotto. "Dalle nostre parti, mezzo tael non basterebbe per pagare le ragazze." "Seconda classe: tavola comune, frutta fresca, vino tiepido. Per divertirsi si può, per esempio, giocare alla morra; non sono previste ragazze. Due decimi di tael a testa." "È ancora più conveniente. E la terza classe?" "Mi sento imbarazzata a parlarne a nobili ospiti." "Dite, dite. Dobbiamo pur scegliere con cognizione di causa." "In terza classe non è previsto servizio. Il riso sta nella marmitta; quando si è mangiato abbastanza, si può cercare un po' di paglia e un angolo dove stenderla per dormire. Costa pochi soldi." "Che bellezza!" concluse Porcellino. "Se la marmitta è grande abbastanza per saziare la fame, sono disposto a dormire anche sul carbone destinato al forno, e non mi serve altro." "Ma cosa dici, fratellino!" lo contraddisse Scimmiotto. "I nostri guadagni ci consentono qualcosa di meglio. Va bene la prima classe." La donna, tutta contenta corse in cucina: "Servite del tè, il migliore. Tirate il collo a oche e polli; lessate carne sotto sale per accompagnare il riso. Abbattete un maiale e un montone; quello che non si consuma stasera, si finirà domani. Scegliete il vino, di quello buono. Portate riso bianco e farina bianca per le focacce." Tripitaka, che dal piano di sopra la sentiva strillare, si rivolse inquieto a Scimmiotto: "Come facciamo? Quella donna fa ammazzare tutte le bestie del cortile. Se ce le servono, come potremmo toccarle, noi che abbiamo fatto voto perpetuo di mangiare di magro?" "Mi viene un'idea" rispose Scimmiotto. "Signora Zhao, venite su un momento" gridò pestando un piede sul pavimento. "Agli ordini, signor Scimmiotti" rispose lei correndo su per le scale. "Per questa sera non preparate carne, mangeremo di magro." "È per un voto perpetuo o mensile?" domandò la vedova stupita. "Né una cosa, né l'altra. Osserviamo il digiuno del giorno genshen, che sta per finire. Dopo la mezzanotte sarà il giorno xinyou, e il digiuno cesserà. Le bestie ammazzatele domani; per questa sera vogliamo una cena di magro. State tranquilla che il prezzo resterà quello della prima classe." Ancor più contenta, la donna corse dabbasso a cambiare le disposizioni: "Fermi tutti, al tempo! Non ammazzate bestie. Invece prendete orecchiette, germogli di bambù di Min, formaggio di soia e glutine di grano. Mettete al fuoco verdure del giardino per la zuppa di vermicelli e cuocete timballi di pasta al vapore; lessate il riso e mettete in infusione il tè aromatico." Gli esperti cuochi prepararono tutto in un baleno; la pagoda di zucchero era già pronta. Il pasto fu servito in camera. "Devo servire vino analcolico?" chiese la locandiera. "Al vecchio Tang non piace" rispose Scimmiotto, "ma noi ne berremo volentieri un bicchiere." Mentre la vedova faceva intiepidire il vino, si udì dabbasso un baccano di tavole che si urtavano. "Che cosa succede?" chiese Scimmiotto. "Niente; sono i miei contadini, goffi e sbadati, che avranno urtato nel soffitto con le stanghe dei palanchini. Sono venuti in città a portare il riso dalla mia modesta tenuta, e li ho trattenuti a dormire per la notte. Dal momento che a quest'ora non ho altro personale sotto mano, li ho fatti alzare per mandarli a prendere le signorine." "Buono a sapersi; ditegli pure di ritornare a letto. Come dicevamo, oggi facciamo digiuno; e poi i nostri fratelli non sono qui, sono costretti a dormire all'aperto con i cavalli. Domani saremo tutti insieme in allegria, e sarà il momento giusto per far venire le ragazze." "Che brave persone! Usate molti riguardi fra voi, e non mancate di tenervi dacconto." approvò la vedova. E mandò a dire ai suoi: "Ritirate i palanchini; non servono più." I quattro pellegrini mangiarono e bevvero; poi la tavola fu sparecchiata e la servitù si ritirò. "Dove dormiremo?" bisbigliò Tripitaka nell'orecchio di Scimmiotto. "Qui dove ci troviamo." "Non è una cosa prudente. Stanchi come siamo, ci abbandoneremo al sonno e le nostre vesti si scompiglieranno, il turbante ci cadrà dalla testa. Se qualcuno dovesse entrare nel frattempo, ci riconoscerebbe subito dalle nostre teste rasate e strillerebbe che siamo monaci. E noi che cosa faremmo?" "Giusto" ammise Scimmiotto; e batté il piede sul pavimento. La vedova risalì: "Che altro vi occorre? Sempre al vostro servizio, signor Scimmiotti." "Dove possiamo metterci a dormire?" "Questa non è forse una bella stanza? Non ci sono né mosche né zanzare. Se lasciate le finestre spalancate, con questo venticello del sud, dormirete saporitamente." "Anzi, non chiuderemo occhio. Porcelli ha i reumatismi e non sopporta l'umidità; a Sabbiosi ritornerà il suo vecchio dolore alla spalla. Tang il vecchio riesce a dormire solo nel buio più nero, e del resto la luce disturba anche me. Non possiamo dormire qui." La vecchia rispose: "Fatemi pensare", ritornò dabbasso e si appoggiò pensierosa alla cassa dei conti. La figlia, che girava per casa con un bimbo in collo, osservò: "Mamma, lo dice anche il proverbio: ti incagli nove giorni su un banco di sabbia, e poi navighi su nove banchi in un giorno solo. Ora ci sono pochi clienti perché è la stagione calda, ma d'autunno ne avremo tanti che non sapremo dove metterli. Perché hai quell'aria afflitta?" "Mentre stavo per chiudere bottega mi sono capitati quattro mercanti di cavalli, che hanno ordinato il trattamento di prima classe. Speravo di guadagnar bene, ma al momento di mettersi a tavola hanno voluto solo cibo vegetariano." "Tanto non ti scappano. Il vino e la carne glieli servirai domani, e i tuoi conti torneranno." "Ma è gente malaticcia" rispose la vedova. "Hanno paura delle correnti d'aria, riescono a prender sonno solo nel buio perfetto. Dove glielo trovo il buio perfetto? Da noi è trasparente persino il tetto. Sarà meglio pregarli di cercarsi un altro albergo, a costo di rimetterci il prezzo del pasto che hanno consumato." "Mamma, gli possiamo procurare tutto il buio che vogliono, e senza correnti d'aria." "E come?" "Ricordi quel cassone gigantesco che aveva costruito il povero babbo? Sarà largo almeno quattro piedi, lungo sette e alto tre. Ci potrebbero dormire sette od otto persone: chiudili là dentro." "Sentiamo se a loro sta bene." "Signor Scimmiotti, il nostro umile esercizio è un guscio di lumaca privo di angoli bui; ma se volete, abbiamo una grande cassa che non lascia passare né aria né luce. Volete provarla?" "È proprio quello che ci vuole" rispose Scimmiotto. Dunque i lavoranti della tenuta portarono la cassa e aprirono il coperchio. Mentre il maestro e Scimmiotto osservavano l'interno a lume di lucerna, Porcellino ci si lasciò cadere per primo senza tanti complimenti. Sabbioso vi depose prima i bagagli, e poi aiutò il maestro a entrarvi. "Dov'è il nostro cavallo?" chiese Scimmiotto. "L'abbiamo messo nella stalla, mangia il suo fieno" rispose un garzone. "Portatelo qui con la mangiatoia, e legatelo accanto alla cassa." Quando furono entrati tutti e quattro, chiamò la signora Zhao: "Adesso chiudete il coperchio e serrate il lucchetto. Verificate bene: se ci sono fessure, turatele con la carta. Domattina di buon'ora veniteci a dare la sveglia." "Quante precauzioni!" commentò la vedova. E tutti se ne andarono a dormire. I quattro poveretti dentro la cassa correvano il rischio di soffocare. Erano ammucchiati l'uno sull'altro, mancava l'aria e per giunta non erano abituati a portare i turbanti. Finirono per toglierli, in quel caldo soffocante, poi per levarsi tutti i panni, e provarono ad agitarli per farsi vento. Comunque, alla seconda veglia, finirono per addormentarsi; salvo Scimmiotto, che non poteva prender sonno e si sentiva d'umore attaccabrighe. Pizzicò Porcellino a una gamba, facendolo brontolare: "Smettila, ti credi spiritoso? Lasciami dormire." Ma lui continuava a stuzzicare e diceva: "Abbiamo un capitale di cinquemila tael e abbiamo venduto cavalli per tremila. Perciò ciascuno dei nostri sacchi contiene quattromila once d'argento. Se vendessimo i cavalli che restano per altri tremila tael, avremmo un incasso superiore al capitale. Ci si può accontentare." Porcellino non rispondeva e russava. Alcuni servi della locanda, che si aggiravano per casa a portare acqua o attizzare il fuoco, erano in combutta con una banda di briganti. Sentirono venire da chissà dove gli sproloqui smorzati del Novizio, che parlava di somme favolose, e se la svignarono per avvertire i loro amici. In breve, l'albergo fu invaso da una ventina di briganti con le torce in mano, che venivano espressamente per svaligiare il mercante di cavalli. La vedova e sua figlia, tremanti di paura, si barricarono in camera loro e li lasciarono fare. Ai briganti non interessavano le cose dell'albergo, ma solo il denaro di quel ricco cliente. Non era facile stanarlo: non si trovava nelle camere degli ospiti, non era sceso nella corte. Infine in un angolo buio trovarono il cassone, con il coperchio solidamente serrato; accanto era legato un cavallo. "Gente che se intende come noi, vede subito che in un baule di quella stazza si custodiscono solo grandi ricchezze. Prendiamo il cavallo e portiamoci la cassa in aperta campagna, dove potremo forzarla con comodo. Non è il sistema più pratico?" E infatti, con stanghe e funi, sollevarono a fatica il grande oggetto e se lo portarono via, piegati sotto il peso. Gli scossoni svegliarono Porcellino: "Dormi, fratello, smettila di scuotere!" "Chi si muove?" reagì il Novizio. Tripitaka e Sabbioso si svegliarono anche loro ed esclamarono spaventati: "Qualcuno ci sta portando via!" "Zitti! non fate rumore" intimò il Novizio. "Lasciate che ci portino; ci risparmieremo la fatica di camminare." Ma i briganti non avevano nessuna intenzione di viaggiare verso l'Ovest; anzi, attraversarono il quartiere orientale della città, attaccarono le guardie di servizio alla porta est e forzarono le serrature. Fu dato l'allarme, accorsero il servizio di vigilanza del quartiere orientale e il comandante in capo della guarnigione urbana. Arcieri a cavallo partirono all'inseguimento e i briganti, non osando far fronte a truppe regolari, mollarono la cassa, abbandonarono il cavallo bianco e si sparpagliarono in fuga nei campi. Le truppe non riuscirono a catturare nessuno, ma fecero ugualmente un ritorno trionfale, con cassa e cavallo a guisa di trofei. Anche alla luce delle torce il comandante poteva apprezzare la bellezza dell'animale: Criniera di fili d'argento, coda di pendenti di giada. Non mi parlate degli otto destrieri e corsieri: questo eclisserebbe persino il grande Sushuang. Solo le ossa si potrebbero vendere per mille pezzi d'oro. Sa galoppare più veloce del vento per diecimila leghe, sa arrampicarsi sulla montagna, incontro alle nuvole azzurre, nitrendo alla luna e mimetizzandosi nella neve. È un vero drago dei mari, unicorno di giada che rallegra il cuore a vederlo. Il comandante scese dal proprio cavallo, per rientrare in città alla testa delle sue truppe montato su quella meraviglia. La cassa venne portata a casa sua, debitamente sigillata da un nastro con la sua firma e guardata dai suoi uomini; ciò in attesa dell'alba, quando intendeva presentarsi a rapporto dal sovrano e sollecitare le debite istruzioni. Il reverendo intanto se la prendeva con Scimmiotto: "Scimmia zuccona! Vuoi farmi morire. Se ci avessero arrestato in condizioni normali, forse saremmo riusciti a difenderci. Ma dopo tutte queste avventure e scrolloni, siamo pronti per finire sotto il coltello del boia senza altra indagine; giusto per completare il numero di diecimila bonzi morti ammazzati." "Non fate baccano" esortava il Novizio. "Qui fuori è pieno di gente. Se sentono rumore e aprono subito la cassa, passeremo il resto del tempo appesi a una trave. Se invece sapete portare pazienza, qui dentro è il meno peggio: si può anche schiacciare un pisolino. Domani, quando apriranno la cassa, so io che cosa dire a quel sovrano dalle idee confuse: vedrete che non vi sarà torto un capello, ve lo garantisco io." Scimmiotto attese che trascorresse la terza veglia, trasformò uno dei propri peli in trapano a tripla punta, e con pochi giri aprì un forellino in un angolo della cassa. Quindi si trasformò in formica e scivolò fuori. Cercò un posto tranquillo per riprendere il suo normale aspetto, e balzò su una nuvola per recarsi al palazzo reale. In quel momento il re dormiva ancora della grossa. Scimmiotto si strappò un ciuffo di peli dal braccio destro e li trasformò in uno sciame di insetti del sonno. Poi, pronunciando l'incantesimo che inizia con la sillaba Om, convocò il tudi locale e lo incaricò di darsi da fare. Con l'aiuto dei suoi assistenti, doveva diffondere gli animaletti dovunque nel palazzo, nel gineceo, nei cinque stabilimenti militari e nei sei ministeri, negli yamen e nelle residenze grandi e piccole. Ogni funzionario di ogni grado doveva avere il suo insetto a pungerlo, in modo da restare immerso in un sonno tanto profondo che non gli consentisse nemmeno di rigirarsi nel letto. La misura successiva fu di strapparsi un altro ciuffo di peli dal braccio sinistro e di trasformarlo in un esercito di minuscoli Scimmiottini. Infine manipolò la sbarra cerchiata d'oro e la trasformò in una quantità innumerevole di rasoi da tonsura. A questo punto ogni Scimmiottino prese un rasoietto e andò in giro per il palazzo, gli yamen, i ministeri eccetera a radere a specchio tutte le zucche, di uomini e donne. Come potrai distruggere questa Legge infinita, Che comprende ogni causa e pratica ogni astuzia? Un solo fondamento possiedono i tre Veicoli. Dalla cassa forata intorno si diffonde Una buona novella, che darà vista ai ciechi Redimendo il sovrano. Senza morte né nascita, Anche lui finalmente potrà godere il Vuoto. Prima dell'alba l'operazione fu conclusa. Scimmiotto congedò la divinità locale, ricuperò le sue cose e, trasformatosi di nuovo in formica, ritornò donde era venuto. Quando alle prime luci le signore del palazzo si levarono dal letto e si posero davanti allo specchio per pettinarsi, si scoprirono con orrore teste lisce come palle da biliardo. Agli eunuchi, giovani e vecchi, era accaduta la stessa cosa. Le dame dovettero comunque disporsi in corteo, inghiottendo le lacrime, per andare a svegliare la coppia reale. Quando si alzò dal letto la regina dei tre palazzi, le cose non le andarono meglio. Afferrò una lanterna e corse al giaciglio del drago: anche lì sembrava che dormisse un monaco. Le sfuggì uno strillo che fece svegliare il re; il quale spalancò tanto d'occhi a vedersi davanti quella testa pelata, e si levò a sedere chiedendo: "Santo cielo, mia cara, che cosa vi è successo?" "E a voi, mio sovrano?" Il re si tastò il capo e ci rimase di sale: "Accidenti, è vero! Che cosa hanno fatto alla nostra reale testa?" Ed ecco giungere a frotte le concubine delle sei corti, le dame del palazzo, gli eunuchi grandi e piccoli. Tutti si inginocchiavano davanti a lui mostrando una distesa di teste pelate: "Signore e padrone, come vedete ci troviamo tutti trasformati in monaci." Il re rifletté su quanto accadeva e finì per spuntargli una lacrima: "Magari è un castigo per l'uccisione di tutti quei bonzi." E fece conoscere la sua volontà: "Non dir motto a nessuno della perdita dei capelli, altrimenti i mandarini civili e militari potrebbero muovere critiche alla politica del governo. Recarsi tutti alla sala di udienza." Ma i mandarini di ogni livello e residenza, dal primo dei ministeri all'ultimo degli yamen, avevano lo stesso problema. Quando si alzarono per recarsi a corte, all'udienza mattutina, scoprirono che durante la notte i loro capelli erano scomparsi. Fu un gran correre, commentare e redigere rapporti d'ufficio sugli avvenimenti. Non si sentiva parlare d'altro: Ai tre schiocchi di frusta(69) si rivolgono al re, E della tosatura si chiedono il perché. Quanto al bottino conquistato dal comandante della guarnigione e al destino che aspettava i prigionieri della misteriosa e gigantesca cassa, se in fin dei conti non sapete che cosa ne fu, ascoltate il prossimo capitolo. 第085回 FIOR DI SUSINO, UN PETALO PER VOLTA · OVE LA SCIMMIA DELLO SPIRITO SI INGELOSISCE DI MADRE DEL LEGNO, E IL PRINCIPE DEI DIAVOLI TRAMA INGANNI PER INGOIARE MEDITAZIONE. All'udienza del mattino, i mandarini civili e militari che si presentavano a rapporto si scusavano dell'imperdonabile licenza. "Ci sembrate irreprensibili come sempre, cari ministri. In che cosa consisterebbe, la licenza di cui vi scusate?" "Ah, signore e padrone! Non si sa come, durante la notte tutti quanti abbiamo perduto i nostri capelli." I rapporti si ammucchiavano davanti al re, che si alzò dal giaciglio del drago e dichiarò: "Neppure noi comprendiamo che cosa sia accaduto, ma dobbiamo constatare che la cosa ha coinvolto tutti senza distinzione, dal più umile al più eminente." "Non oseremo mai più prendercela con i bonzi!" esclamavano tutti con le lacrime agli occhi, compreso il re. Il quale risalì sul trono e ordinò: "Coloro che hanno istanze da presentare si facciano avanti; se non c'è nessuno, arrotoliamo le cortine e togliamo la seduta." Dalle file dei militari uscì il comandante in capo della guarnigione, e da quelle dei civili il commissario del quartiere orientale. Si prosternarono davanti ai gradini di giada e riferirono: "Durante il servizio di pattuglia, effettuato in conformità dei vostri sacri ordini, abbiamo sequestrato una cassa e un cavallo bianco. Vi preghiamo di decretare quale uso deve esserne fatto; le nostre umili persone non hanno osato disporne." "Portateli qui" rispose il re. I due ufficiali si ritirarono per recarsi allo yamen dov'erano depositate le spoglie e organizzare il trasporto. Tripitaka, dentro la cassa, udendo gli ordini e il trambusto si spaventò: "Discepoli miei, come spiegheremo al re la nostra presenza qui dentro?" "Parlate piano!" rispose ridendo il Novizio. "Ho sistemato tutto: quando apriranno la cassa, vedrete che ci renderanno gli onori dovuti ai maestri della legge. Ma dite a Porcellino di non far gazzarra per questioni di precedenza." "Figúrati se penso a queste cose!" esclamò l'interessato. "Sarei contento se ne uscissimo vivi." La cassa arrivò a corte, fu portata oltre la Torre delle Cinque Fenici e venne deposta ai piedi del trono. Per ordine del re fu aperto il coperchio e Porcellino, che non ne poteva più, saltò fuori per primo seminando il panico. Poi comparve Scimmiotto, che accompagnava il monaco cinese tenendolo per mano, e infine Sabbioso coi bagagli. Porcellino vide il comandante in capo che reggeva la briglia del cavallo bianco e marciò su di lui sbraitando: "Dammi quel cavallo! È roba nostra!" Il povero ufficiale, terrorizzato, cadde per terra. Quando il re si rese conto che i quattro pellegrini erano bonzi, si alzò dal trono e ordinò che le regine, le concubine e i cortigiani rendessero loro omaggio. Da parte sua, chiese: "Quali affari vi hanno portato qui, reverendi?" "Siamo inviati da sua maestà dei grandi Tang, nel paese dell'Est, a cercare le scritture e rendere omaggio al Buddha nel Paradiso dell'Ovest, al Monastero del Colpo di Tuono." "Come mai vi siete chiuso dentro quella cassa con i vostri discepoli, maestro che venite da tanto lontano?" "Il vostro umile servitore aveva saputo del voto fatto da vostra maestà di sopprimere bonzi. Perciò non osavamo farci riconoscere; ci siamo camuffati da laici e abbiamo chiesto ospitalità in un albergo di questa preziosa città. Per dormire ci siamo chiusi nella cassa, per paura che qualcuno scoprisse inavvertitamente le nostre teste rasate. Sfortunatamente dei ladri ci hanno portato in aperta campagna; ma il comandante in capo ci ha ricuperato e portato qui. Ora che ci è concesso di contemplare il volto di drago di vostra maestà, è come rivedere il sole dopo che le nuvole si sono disperse. Speriamo che vostra maestà ci vorrà perdonare e lasciar liberi: la nostra riconoscenza sarà più profonda del mare." "Reverendo, siamo noi che non vi abbiamo accolto adeguatamente: voi siete un monaco eminente di un paese superiore, sede di una corte celeste. Il voto di uccidere bonzi, in numero di diecimila per far cifra tonda, lo avevamo formulato perché un monaco ci aveva calunniato. Ma questa notte siamo stati convertiti in modo inatteso: anche noi ci siamo visti ridotti a monaci e monache. Sovrano e sudditi, regine e concubine, tutti ci siamo ritrovati con la testa rasata. Ora vorremmo diventare vostri discepoli: speriamo che non ci negherete l'appoggio della vostra eminente saggezza." Porcellino scoppiò a ridere: "Senti, senti! Se volete iscrivervi anche voi, dovrete pagare la matricola." "Maestro, per farci accettare acconsentiremo a offrire tutte le ricchezze del regno." "Non parliamo di soldi" intervenne Scimmiotto. "Noialtri siamo monaci osservanti. Per essere sicuro che il vostro regno resti perennemente integro e che voi godiate di felicità e longevità, vi basta molto meno: è sufficiente che mettiate il visto ai nostri passaporti e ci facciate accompagnare fuori città, per riprendere il nostro viaggio." Il re ordinò che la corte dei banchetti organizzasse adeguati festeggiamenti per il ritorno del regno in seno all'Unico. Intanto il passaporto fu vistato e Tripitaka venne interpellato sull'opportunità di mutare il nome del paese. Intervenne Scimmiotto: "Nel vostro attuale nome, il riferimento alla legge va benissimo; è la distruzione che non va. Dovreste sostituirla con il rispetto: Paese del Rispetto della Legge. Questo garantirà mare calmo, fiume limpido, vittorie per mille generazioni, venti e piogge ai momenti giusti, pace in ogni direzione." Il re li ringraziò e li fece accompagnare sulla strada dell'Ovest con la carrozza reale. Mentre riprendevano il cammino, il reverendo dichiarò tutto allegro: "Devo dire, Consapevole del Vuoto, che il tuo stratagemma è stato proprio ingegnoso: ne avrai grande merito." "Io, fratello" chiese Sabbioso, "mi sto ancora chiedendo dove hai potuto trovare tutti i barbieri che occorrevano per radere a zero tante zucche in un tempo così corto." Scimmiotto raccontò come aveva fatto, e li fece tanto ridere che si dovettero fermare sul ciglio della strada dell'Occidente per tenersi la pancia. Ripresero il cammino in questa gioiosa disposizione di spirito, finché giunsero in vista di un'alta montagna. Il reverendo tirò le redini: "Discepoli, ecco un'altra montagna: com'è dirupata! Stiamo attenti!" "State tranquillo" disse ridendo Scimmiotto. "Andrà tutto bene." "Non dirlo! La vetta è minacciosa, e nonostante la distanza si vedono i vapori nocivi e le nebbie minacciose che ne emanano. Sono pieno di brividi e paralizzato dall'angoscia." "Non avrete per caso dimenticato il sutra del Cuore del maestro di meditazione del Nido dei Corvi?" "Lo ricordo benissimo." "Allora avrete dimenticato i versi dell'inno." "Quale inno?" "Monte degli Avvoltoi non cercarlo lontano, Perché il Buddha sereno risiede nel tuo cuore. Ciascuno può trovare dentro di sé lo stupa Dove può coltivare la vera perfezione." "Lo conosco benissimo. Quei versi significano che il senso delle scritture, con le loro migliaia di sutra, non è altro che coltivare il cuore e lo spirito." "Si capisce. Lo spirito nettato da ogni turbamento risplende nel vuoto, il cuore conserva la purezza delle cose. Ma una piccola negligenza può richiedere mille anni per rimediarla. Bastano volontà e sincerità senza macchia, perché il Monastero del Colpo di Tuono sia davanti ai nostri occhi. Se restate in preda alla paura, ai turbamenti e ai disagi del pensiero, non siete sulla Grande Via e il Monastero del Colpo di Tuono non fa per voi. Scacciate i dubbi e seguitemi." Ascoltando Scimmiotto, il reverendo si sentiva lo spirito riconfortato e rasserenato. In breve giunsero ai piedi del monte. Alzando gli occhi, videro un monte superbo, screziato di colori. Brandelli di nuvole lambiscono le rupi della vetta, l'ombra gettata dagli alberi è fredda. Uccelli prendono improvvisamente il volo battendo le ali, belve esplorano senza requie il terreno a caccia di preda. La foresta che riveste i fianchi è ricca di migliaia di alti pini; verso la cima si levano rade canne di bambù. Ululati di richiamo di lupi grigi, ruggiti di tigri affamate che balzano sulla preda. Si odono i fischi acuti del gibbone in cerca di frutta. Il canto di uccelli invisibili è portato dal vento, insieme al gorgoglio d'acque dei ruscelli. Cervi e daini caracollano tra i fiori. Si vedono correre volpi e scorrazzare zibetti; scimmie e gibboni si divertono in società. Liane e rampicanti ricoprono i tronchi; le orchidee profumate sono sparse nell'erba di diaspro in riva all'acqua. La parete a strapiombo domina grandi cumuli di rocce dalle forme bizzarre. Il viaggiatore osserva inquieto il cammino: è mai possibile che a ogni curva il sentiero diventi più ripido? Sulla comitiva che avanzava soffiò all'improvviso un colpo di vento. "Ecco il vento!" gridò Tripitaka con voce spaurita. "C'è un vento per ogni stagione" commentò Scimmiotto. "In primavera lo zefiro, d'estate il vento caldo umido, d'autunno il vento dell'ovest e d'inverno la tramontana. Perché vi preoccupa questo vento in particolare?" "Si è alzato troppo all'improvviso per venire dal cielo." "Che bisogno c'è che venga dal cielo? Il vento può benissimo venire dalla terra, come le nuvole possono emanare dalle montagne." Ma di colpo subentrò una nebbia poco comune: Oscura il cielo come una tovaglia E ricopre di tenebre la terra. Scompare il sole senza lasciar traccia, Tace di colpo il canto degli uccelli. S'alza un velo di polvere: scompaiono Gli alberi più vicini, ogni presenza È inghiottita nel nulla. Tu puoi credere Che l'universo ripiombi nel caos. "Che ne dici, Consapevole del Vuoto? Avevi mai visto alzarsi una nebbia come questa, ancor prima che cessasse il vento?" "Non affrettiamo le conclusioni" rispose Scimmiotto. "Smontate da cavallo, prego. Voialtri due restate qui di guardia, mentre io mi guardo intorno per saperne di più." Il grande santo balzò in aria, scrutò intorno facendosi solecchio con la mano, e scoprì che in effetti a qualche distanza c'era un mostro seduto su una rupe. Ecco il suo aspetto: Corpo imponente e poderoso, coperto di macchie. Denti da stritolare diamanti. Dissimula a malapena artigli più taglienti di lame di giada. Rotondi occhi d'acciaio che spaventano fiere e uccelli; i pelacci pungenti della barba d'argento intimidiscono diavoli e dèi. La sua ferocia si manifesta anche in tremendi ruggiti. Quel suo masticare e soffiare nebbia e vento rivela intenti aggressivi ben determinati. Accanto a lui, a destra e a sinistra, una quarantina di mostriciattoli si dedicava alla stessa pratica magica. "Non aveva torto il maestro" pensò Scimmiotto ridendo fra sé. "Non c'era niente di naturale in queste condizioni meteorologiche. Ora potrei schiacciare il mostro di sorpresa, come una piattola; ma dove andrebbe a finire il mio buon nome?" Scimmiotto era un soldato coraggioso; non era capace di sbarazzarsi dei suoi avversari con mezzi sleali. "Ritornerò alla base e darò un'opportunità e un segno di considerazione a Porcellino: gli proporrò di affrontare il mostro per primo. Se è capace di vincerlo, il merito sarà suo. Se non ce la fa e viene fatto prigioniero, andrò a liberarlo: la prova più impegnativa sarà tanto più onorevole per me. Quell'infingardo non avrà voglia di darsi da fare. Ma dal momento che è anche un ghiottone, lo stuzzicherò con argomenti gastronomici. Vediamo come reagisce." Ritornò dunque da Tripitaka, che chiese: "Consapevole del Vuoto, che cosa hai scoperto su questa nebbia?" "Come vedete scompare." "È vero, sta diradando." "Maestro, di solito l'azzecco; ma questa volta mi ero sbagliato. Supponevo che ci fosse sotto qualche mostro, ma non è così." "Di che cosa si tratta?" "A poca distanza da qui c'è un villaggio di brava gente, che sta cuocendo a vapore grandi quantità di riso e pani di farina bianca per offrirli ai monaci. La nebbia veniva dalle loro cucine ed è buon segno." Porcellino, che prese tutto per oro colato, gli chiese in privato: "Fratello, lo hai fatto un assaggio?" "Giusto un boccone. Per i miei gusti, mettono troppo sale." "Non c'è niente di male se il cibo è salato; basta avere abbastanza da bere." "Hai voglia di mangiare?" "Mi era appunto venuto un po' di appetito. Se io andassi avanti in avanscoperta a rosicchiare qualcosa, che ne diresti?" "Non sta bene, fratello. Ricorda il detto dei libri antichi: vivo il padre, il figlio non osi sottrargli nulla. Non puoi pensare a te stesso lasciandoti indietro il maestro." "Ma se tu non glielo dici, per lui non sarà la stessa cosa?" "Va bene, starò zitto. Vediamo come te la cavi." Per soddisfare la gola, Porcellino non era privo d'astuzie. Fece al maestro una riverenza e gli propose: "Non vi pare che sarebbe indiscreto portare in quel villaggio il cavallo affamato e chiedere anche foraggio per lui, oltre all'elemosina per noi? Poiché la nebbia si è dispersa, restate qui seduto per un momento, mentre io raccolgo erba tenera." "Va bene" rispose il monaco lietamente stupito. "Come mai oggi sei tanto scrupoloso e diligente? Va e torna presto." Il bestione, compiaciuto della propria astuzia, corse via sogghignando fra sé; ma Scimmiotto lo trattenne per dirgli: "Bada che quella gente non vuol saperne di fare l'elemosina ai monaci troppo brutti; ci vuole bella presenza." "Vuoi dire che mi devo trasformare?" "Proprio così; sarà il caso che ti dia qualche ritocco." Il bestione, che conosceva anche lui le sue trentasei trasformazioni, recitò un incantesimo e si trasformò in un monaco magrolino, di bassa statura, che borbottava la sua preghiera scandendola con i colpi sul pesce di legno. Veramente di sutra non ne sapeva, e si accontentava di ripetere le parole dei primi tre caratteri che gli avevano insegnato alla scuola elementare: "grand'uomo superiore"(70). L'orco, ricuperati vento e nebbia, aveva teso con le sue milizie un'imboscata ai passanti lungo la strada. Lo sfortunato bestione ci incappò senza rendersene conto e si trovò accerchiato da mostriciattoli che gli tiravano la tonaca, lo afferravano per la cintura, lo spingevano e lo tiravano tutti insieme. "Non spingete!" gridava Porcellino. "Accontenterò tutti: accetterò l'invito di ciascuno di voi." "Quale invito, bonzo?" "L'invito a pranzo. Ho saputo che preparavate cibo per i monaci, e sono venuto a farmene offrire." "Hai capito male: noi non serviamo pranzi ai monaci, semmai ce li serviamo a pranzo. È vero che, da bravi immortali di montagna che hanno conseguito il Tao, vogliamo soltanto gente pia: ma la vogliamo per cucinarla al vapore. Se pensavi di essere tu a mangiare, hai sbagliato strada." Porcellino si spaventò e pensò ogni male di Scimmiotto: "Quel vigliacco equipuzio mi ha raccontato che i paesani offrivano riso ai monaci: questi sono mostri, altro che paesani!" Tirato da tutte le parti il bestione si spazientì, riprese la propria forma e brandì il rastrello, mettendo in fuga i suoi aggressori. "Disgrazia, grande re!" corsero ad annunciare. "Che disgrazia?" chiese l'orco. "È arrivato un bonzo di bell'aspetto, che prometteva di diventare un buono stufato. Ma è capace di trasformarsi." "Come si è trasformato?" "Non sembra nemmeno un uomo: ha un grugno da porcello, orecchie larghe e certe setole rade sul collo. Ci ha pestati ben bene con un rastrello. Ci ha tanto spaventato, che siamo corsi a informarvi." "Non abbiate paura; vengo a vedere." L'orco venne avanti roteando un gran pestello di ferro, e trovò che la bruttezza di Porcellino era davvero straordinaria: Il lungo grugno sembra un martello, E son quei denti candidi chiodi. Gli occhi rotondi lanciano lampi, Le lunghe orecchie muovono l'aria Come ventagli. Sembran le setole Punte di freccia. Pelle rugosa, Arida e spessa, di color scuro. Quella che impugna è un'arma insolita: Sembra un rastrello da giardiniere. Mentre lo guardi, non sai se in veglia Oppur nel sonno ti appare l'incubo. L'orco dovette farsi coraggio per chiedere: "Da dove vieni? Come ti chiami? Parla, se tieni alla vita." "Mio caro" sogghignò Porcellino, "sembra che tu non sappia più riconoscere il tuo antenato. Ti racconterò tutto: Nominato Ammiraglio dei Canneti Celesti dal supremo imperatore, Comandai ottantamila marinai E vivevo felice in un palazzo Di cristallo. Ma un giorno, con la testa Che dei fumi dell'alcol era piena, Mi lasciai andare a una dichiarazione D'amore assai focosa a una gran dama, E le misi la casa sottosopra. Fui scudisciato come si conviene Ed esiliato in questo basso mondo Per fare penitenza; ma di fatto Divenni mostro e mi trovai una moglie. Mi capitò un incontro disgraziato Con Scimmiotto, e fui vinto dalla sbarra Cerchiata d'oro. Con gran sacrificio Dovetti farmi monaco. I miei compiti Sono di cavallante e di facchino. Prima ammiraglio dal piede di ferro, Divenni Porcellino, ed il mio nome Assunto in religione è Otto Divieti. "Mi stai dicendo che sei un discepolo del monaco cinese" esclamò l'orco. "Quel monaco di cui sento lodare da tanto tempo la squisitezza della carne. Avevo giusto in mente di catturarlo. Ora che ti sei gettato da solo nella bocca del lupo, non ne uscirai. In guardia!" "Bestiaccia che sei! Vedo che in vita tua hai fatto il tintore." "Perché il tintore?" "Altrimenti dove ti saresti procurato quel pestello per battere i panni?" La creatura non era d'umore conversevole, e rispose con una pioggia di colpi. Sulla montagna s'ingaggiò un bel duello: Pestello di ferro contro rastrello a nove denti. I colpi dell'uno sembrano trombe d'aria, l'altro ricorda l'acquazzone torrenziale. Un terribile orco senza nome sbarra la via fra le montagne; l'Ammiraglio dei Canneti Celesti, vecchio peccatore, sostiene oggi la natura in sé. Quando la natura è sulla giusta via, non teme i diavoli. Per alta che sia la montagna, il metallo non sa generare terra. Sembra quel pestello un pitone che si rizza dalle acque del lago; e il rastrello è come un drago in agguato nel giuncheto. Urla e tuoni da far tremare il monte, grida e ruggiti da commuovere le viscere della terra. I due eroi impegnano ogni loro talento e giocano il tutto per tutto. Lasciamo Porcellino al suo scontro con l'orco, che gridava ai suoi mostriciattoli di accerchiare il nemico. Intanto a Scimmiotto, che si era seduto a qualche distanza dal maestro, sfuggì una risatina sarcastica. "Di che ridi?" chiese Sabbioso. "Rido di quello scemo di Porcellino, che è partito di corsa in cerca del ristorante per monaci. Se ritorna perché è riuscito a sconfiggere l'orco che tende agguati lungo la strada, vedrai quanto si vanterà. Se invece lo acchiappano, guai a me! Mi chiedo quanti 'sporco equipuzio!' mi toccheranno. Non dir niente, Consapevole della Purezza; resta qui mentre verifico come vanno le cose." Per non far vedere al reverendo che si allontanava, lasciò un altro sé stesso ottenuto dalla trasformazione di un pelo e balzò in cielo. Dall'alto vide il bestione accerchiato, che si difendeva furiosamente con il rastrello, ma si trovava in crescenti difficoltà. Scimmiotto non seppe trattenersi e gridò: "Tieni duro, Porcellino; arrivo!" La sua voce diede nuovo coraggio al bestione, che raddoppiò l'impegno. L'orco, che non riusciva più a controllarlo, si chiedeva: "Che cosa succede a questo bonzo? Un momento fa stava per cedere e ora fa il diavolo scatenato." "Caro mio, attento ai fatti tuoi! Sta arrivando un tizio delle mie parti a darmi una mano." E giù colpi in testa. L'orco non sapeva più come pararli, e batté in ritirata con i suoi mostriciattoli. Visto che il pericolo era superato, Scimmiotto non intervenne e ritornò invece al punto di partenza, dove il reverendo non si era accorto di niente. Un momento dopo li raggiunse il bestione, vittorioso ma conciato da far paura: era ansimante e spossato, il moccio gli colava dal naso e la schiuma gli sigillava la bocca. Gridò rauco: "Maestro!" "Santo cielo, Porcellino!" gridò il reverendo. "Eri andato a raccogliere erba; che cosa ha potuto succederti perché ritorni in questo stato? Forse il prato era recinto, e i guardiani ti hanno battuto perché tagliavi l'erba?" Il bestione lasciò cadere il rastrello e si batté il petto: "Maestro, non me lo chiedete; mi fate morire di vergogna." "Di che cosa ti vergogni?" "Il condiscepolo anziano mi ha imbrogliato. Ha raccontato di un villaggio dove si cucinavano pranzi per monaci, e io ho pensato di approfittarne. Vi ho detto che andavo a cogliere erba, ma era solo un pretesto. Invece mi son visto circondare da una quantità di mostri e ho dovuto sostenere un duro combattimento. Se il condiscepolo non mi avesse dato una voce, non credo che ce l'avrei fatta." "Questo bestione racconta frottole" intervenne Scimmiotto ridendo. "È come il brigante che vuol coinvolgere tutti i compagni di galera. Io non mi sono mosso da qui." "È vero: Consapevole del Vuoto è sempre rimasto con me." Il bestione s'indignò: "Maestro, non vi fate imbrogliare anche voi. Avrà usato i suoi trucchi per farsi sostituire." "Insomma, Consapevole del Vuoto: ci sono o no mostri, sulla strada che dobbiamo percorrere?" Scimmiotto non poteva reggere oltre lo scherzo. S'inchinò e disse ridendo: "C'è sì una banda di mostriciattoli, ma non oseranno certo prendersela con noi. Vieni qua, Porcellino. Devi riconoscere che ti lascio sempre le incombenze più prestigiose. Per proteggere il maestro, dobbiamo attraversare questa montagna organizzati come un convoglio militare." "Com'è fatto un convoglio militare?" "Tu sei il capo in testa, che apre la strada. Se il nemico non si presenta, tanto meglio; altrimenti ti tocca affrontarlo, e tutto l'onore è tuo." Porcellino, che non stimava troppo quel mostro, rispose: "Certo che marcerò in testa, dovessi lasciarci la pelle." "Se il bestione fa l'eroe, vuol dire che non andrà lontano" sogghignò Scimmiotto. "Fratello, si vede che non conosci il proverbio: principe al festino, se non si sbronza si sazierà; guerriero in guerra, se non muore si ferirà. È meglio sfogarsi a parole, che rischiar troppo nei fatti." Scimmiotto, tutto allegro, corse a sellare il cavallo e invitò il maestro a montare; ripartirono quindi sulle orme di Porcellino, mentre Sabbioso chiudeva la marcia portando i bagagli. L'orco, ritornato sconfitto al suo rifugio, si era seduto su una roccia e rimuginava in silenzio. Alcuni mostriciattoli si avvicinarono rispettosamente e gli chiesero: "Di solito vostra maestà è allegro; perché oggi invece è tanto pensieroso?" "Ragazzi, ogni volta che vado a caccia vi porto qualche preda. Ma oggi è un giorno sfortunato: sono andato in bianco." "Chi era il vostro avversario?" "Un bonzo che si chiama Porcellino Otto Divieti, discepolo del monaco cinese che va in cerca delle scritture. Il suo terribile rastrello mi ha messo in rotta. È una bella seccatura. Ho sentito molto parlare di questo monaco cinese, un arhat che si è coltivato attraverso dieci successive incarnazioni: si dice che mangiare un boccone delle sue carni prolunghi indefinitamente la vita. Ora che si trova a passare per le nostre montagne, è l'occasione buona per catturarlo e farne uno stufato. Ma non sapevo che fosse accompagnato da discepoli di quella levatura." Dalla fila dei suoi si fece avanti un mostriciattolo che fece tre singhiozzi e tre risate. "Spiegami che cosa vuoi dire." Il mostro, inginocchiato, rispose: "Maestà, la carne di quel monaco cinese dev'essere proprio incommestibile." "Se tutti dicono che mangiarlo procura l'eterna giovinezza, come puoi fare un'affermazione simile?" "Credete che, se lo si potesse mangiare, sarebbe arrivato fin qui? Chissà quante creature malefiche lo avrebbero mangiato prima. Il fatto è che lo accompagnano tre discepoli." "Tu li conosci?" "Fra loro Porcellino Otto Divieti è il secondo. Il primo è Scimmiotto il Novizio, e il terzo Sabbioso il Bonzo." "Com'è questo Sabbioso?" "Più o meno, vale quanto Porcellino." "E Scimmiotto?" "Su di lui ci sarebbe tanto da raccontare, che non oso" esclamò il mostriciattolo sporgendo la lingua. "Ha immensi poteri ed è capace di molte trasformazioni. Cinquecento anni fa, quando provocò disordini nel palazzo del Cielo, non riuscirono ad arrestarlo, tutti insieme, le ventotto costellazioni, i nove luminari, i dodici fusi orari, i cinque dignitari e quattro ministri, le stelle dell'Est e dell'Ovest, gli dèi del Nord e del Sud, i cinque picchi e i quattro fiumi: in una parola, tutti i guerrieri del Cielo. Non mi pare che la carne di questo monaco cinese sia a portata di mano." "Come sai tutte queste cose?" "Vedete: una volta abitavo sul Monte del Cammello Leone e servivo i grandi re del posto. Anche loro volevano mangiare il monaco cinese, senza sapere a che cosa andavano incontro. Si trovarono addosso Scimmiotto, con la sua sbarra cerchiata d'oro: che disastro! Ci fece tutti a pezzi: come al gioco del domino, uno tagliato, sei contrato. Io, per fortuna, un po' più furbo degli altri, riuscii a scappare in tempo dalla porta di servizio e arrivai qui, dove mi concedeste il favore di assumermi al vostro servizio. Ecco perché so di che cosa sono capaci." L'orco era livido dallo spavento. È il caso di dirlo: il generale teme parola d'indovino. Come non spaventarsi davanti al racconto di un testimone oculare? I mostriciattoli intorno tremavano come foglie. Ma uno si fece avanti per dichiarare: "Grande re, non vi affliggete. Dice il proverbio: la pazienza viene a capo d'ogni cosa. Se proprio tenete a mangiare il monaco cinese, ho un piano da proporvi." "Sentiamo." "Il nome del piano è: fior di susino, un petalo per volta." "Che cosa significa?" "Fate un'accurata selezione fra i vostri soldati: cento su mille, dieci sui cento e tre sui dieci. Quei tre devono essere pratici di trasformazioni. Assumeranno il vostro aspetto, un elmo come il vostro, identica armatura, identico gran pestello in mano; e tenderanno imboscate in tre punti diversi. Ciascuno di loro affronterà uno dei tre discepoli e si sacrificherà per tenerlo impegnato. A un certo punto il monaco cinese si troverà solo, e voi non avrete che da allungare la mano per impadronirvene. Non sarà più difficile che prendere il pane dalla tavola, o la mosca nel vaso del pesce." "Che bel piano!" gridò entusiasmato l'orco. "Lo attueremo senz'altro. Se dovesse andar male, rinunceremo. Ma ti garantisco che, se funziona, mi ricorderò di te: diventerai ufficiale d'avanguardia." Il mostriciattolo si prosternò per ringraziare della ricompensa promessa. Si fece l'appello e si scelsero i tre più capaci; i quali presero l'aspetto dell'orco e tesero le imboscate in attesa del monaco cinese. Dopo parecchio cammino, i pellegrini incapparono in una delle imboscate: il primo mostriciattolo si drizzò urlando sul ciglio della strada e balzò avanti per impadronirsi di Tripitaka. "Attento, Porcellino!" gridò Scimmiotto. "Ecco l'orco." Il bestione, senza distinguere il vero dal falso, impugnò il rastrello e lo fronteggiò. Il mostro parò il colpo con il pestello e incominciò lo scontro, mentre gli altri pellegrini si allontanavano. Sul più bello si udì nel bosco un sinistro scricchiolio, e un secondo mostro identico al primo ne balzò fuori e si gettò sul monaco cinese. "Va male!" esclamò Scimmiotto. "Quell'orbo di Porcellino si è lasciato scappare l'orco. Ci penso io." Tirò fuori il randello e gli corse addosso gridando: "Dove credi andare? In guardia!" Mentre si scambiavano colpi furiosi sul prato, mugghiò il vento e davanti a Tripitaka, che avanzava con Sabbioso, comparve il terzo mostro. Sabbioso gridò: "Maestro, fratello e fratellino brancolano proprio nel buio. L'orco gli è sfuggito. Voi restate a cavallo mentre io lo catturo." Brandì il suo bastone e si scagliò sul nemico. Il vero orco, per aria, vide il monaco cinese rimasto tutto solo; estrasse gli artigli, piombò dal cielo su di lui, lo strappò dall'arcione e se lo portò via come un passerotto. Che disastro! È il caso di dirlo: Se la meditazione incontra il diavolo, Perde di colpo ogni suo beneficio. Salvato dalle Acque è ricaduto Nella disgrazia nera che lo insegue. L'orco portò Tripitaka all'ingresso della sua grotta e gridò: "Ufficiale d'avanguardia!" Lo stratega mostriciattolo si inginocchiò protestando: "Non oso accettare." "Zitto. La parola del capo in guerra rende nero ciò che è bianco. Avevo detto: niente, in caso di insuccesso; e se riusciva, ufficiale d'avanguardia. Il tuo bellissimo piano è riuscito in pieno. Ora porterai dentro il monaco cinese, farai attingere l'acqua e raschiare la pentola, portar legna e accendere il fuoco. Procediamo a cucinare il nostro stufato. Poi ciascuno avrà il suo bocconcino, e le nostre vite dureranno all'infinito." "Sarà prudente procedere, maestà?" "Perché ne dubiti? Ormai è nelle nostre mani." "Ma quale sarà la reazione dei discepoli, se mangiamo il maestro? È probabile che Sabbioso e Porcellino se ne facciano una ragione e si allontanino; ma il grande Scimmiotto è meno prevedibile. Se volesse davvero vendicarsi, non avrebbe nemmeno bisogno di combatterci: con la sua sbarra potrebbe fare un tal buco sotto la montagna da farcela crollare addosso." "E allora che cosa suggerisci?" "Secondo me, è meglio prender tempo. Se leghiamo il monaco cinese nell'orto e lo lasciamo per due o tre giorni senza mangiare, non nuocerà certo alle sue carni; anzi, gli darà tempo di purgare le budella. Vedremo come si mettono le cose. Quando in un modo o nell'altro ci saremo sbarazzati dei discepoli, ce lo mangeremo a nostro agio. Non credete che lo digeriremo meglio?" "Ma certo" approvò l'orco sorridendo. "Il nostro ufficiale d'avanguardia è un gran ragionatore." Così si fece; il monaco fu legato a un albero dell'orto, si chiuse la porta e si dispose la guardia. Il reverendo piangeva a calde lacrime: "Discepoli miei, dove siete andati a combattere creature malefiche? È qui che soffro, per mano dell'orco maledetto che mi ha catturato. Quando potremo rivederci? Morirò prima di dolore." Dall'albero di fronte un voce disse: "Reverendo, ci siete cascato anche voi." "Voi chi siete?" chiese Tripitaka cercando di guardare l'interlocutore attraverso le lacrime che gli facevano velo. "Sono un boscaiolo della montagna, catturato da questi mostri. Sono legato qui ormai da tre giorni. Mi vogliono mangiare." "Ah, boscaiolo!" esclamò il reverendo riprendendo a piangere. "Se tu muori, la cosa finisce lì. Ma per me è diverso." "Voi, reverendo, avevate lasciato la famiglia; non avete né figli né genitori né moglie a carico. Per voi vivere o morire fa poca differenza." "Il fatto è che l'imperatore Taizong, della dinastia dei Tang, mi ha affidato la sacra missione di andare dal Buddha vivente a rendergli omaggio e a chiedergli i sutra autentici. Lo scopo è di salvare le anime perdute, nella loro tenebrosa dimora. Se ora perdo la vita, renderò vane le intenzioni del mio sovrano, tradirò la speranza dei suoi sudditi; e tutte le anime in pena, nella città delle vittime d'ingiustizia, non avranno forse la delusione più crudele? Esse resteranno per sempre lontane dalla salvezza. Tante fatiche ridotte a nulla; la vita: vento e polvere. Come potrei restare indifferente?" A sentirlo, anche il boscaiolo si mise a piangere: "Reverendo, la vostra morte provocherebbe solo questo guaio, ma la mia sarebbe molto peggio. Mia madre ha ottantatré anni, e non ha altro sostegno che me. Chi l'assisterà nei suoi ultimi giorni, chi la seppellirà?" "Com'è doloroso!" singhiozzava il reverendo. "Il boscaiolo pensa a sua madre. Sarà stato inutile il mio lungo studio dei sutra? Servire il sovrano o servire i genitori è la stessa cosa. Tu vivi per amore di tua madre, e io del mio imperatore. Davvero: Cuore spezzato con cuore spezzato, E gli occhi in pianto vedono altre lacrime." Ritorniamo a Scimmiotto, che non mise molto a volgere in fuga il suo avversario. Ma quando ritornò sulla strada, il maestro non c'era più. Il cavallo bianco pascolava solitario l'erba del ciglio. Roso dall'inquietudine, il Novizio si caricò i bagagli in spalla, afferrò le redini e corse avanti. Tripitaka sfortunato Sempre incontra altre sfortune, E Scimmiotto abbatti-diavoli Nuovi diavoli da abbattere. Se poi, in fin dei conti, non sapete come trovò il maestro, ascoltate il seguito. 第086回 SCIMMIOTTO ESPERTO DI ANTIQUARIATO · OVE MADRE DEL LEGNO IMPIEGA IL SUO PRESTIGIO NELLA CAMPAGNA CONTRO L'ORCO, E IL DUCA DEL METALLO USA LA MAGIA PER DISTRUGGERE LA PERVERSITÀ. Come si diceva, Scimmiotto si pose alla ricerca del maestro su per la montagna, tirandosi dietro il cavallo e portando i bagagli. Vide Porcellino che correva ansimando verso di lui e lo chiamò. "Che cosa vuoi da me?" "Il maestro è scomparso. L'hai visto?" "Mi hanno arruolato come monaco, ma invece devo fare il soldato. Io ero impegnato a combattere l'orco; il maestro lo sorvegliavate tu e Sabbioso. Perché mi chiedi se l'ho visto?" "Sei proprio diventato orbo. Non ti sei accorto che l'orco ti è sfuggito e ha cercato di rapire il maestro. È toccato a me di affrontarlo, lasciando di guardia Sabbioso; ma sono scomparsi tutti e due." "Sabbioso avrà accompagnato il maestro dietro un cespuglio a far pipì" sghignazzò Porcellino. Ma comparve anche Sabbioso, correndo su per il pendio. "Il maestro dov'è?" gli chiese Scimmiotto. "Siete ciechi tutti e due: vi siete lasciati sfuggire l'orco e ho dovuto affrontarlo io. Il maestro è rimasto solo sul suo cavallo." "Siamo caduti in un tranello!" urlò Scimmiotto digrignando i denti. "Quale tranello?" chiese Sabbioso. "Il fior di susino, un petalo per volta. Ci hanno depistato uno dopo l'altro, e quando il maestro è rimasto solo se ne sono impadroniti. Adesso che facciamo?" E non poté trattenersi dal versare qualche lacrima. "Piangere non serve a niente" osservò Porcellino. "Il maestro è rimasto qui sulla montagna, non può essere lontano; cerchiamolo." Si misero dunque a battere la montagna. In capo a una ventina di li, scopersero una residenza trogloditica che si apriva ai piedi di una rupe a picco. Le rocce tormentate sono nel cono d'ombra di picchi aguzzi. Nel prato dall'erba di diaspro costellata di fiori crescono il mandorlo rosso e il pesco verde. L'albero antico, dalla scorza levigata dal tempo e dalle piogge, misura quaranta spanne di diametro. I pini azzurri svettano nel cielo. Coppie di gru vengono qui a danzare nella brezza; i fagiani si posano sui rami e si chiamano. Liane gialle pendono come corde; interi filari di umidi salici sembrano colare oro. In un profondo bacino contro la parete della montagna si raccolgono le acque; vi si nasconde un drago non ancora esperto di trasformazioni. Nell'oscura grotta vive da molti anni un orco che si pasce di carne umana. Il luogo è degno degli dèi, ogni alito di pensiero si traduce nelle cose. Scimmiotto esaminò accuratamente l'ingresso dell'antro, che era ermeticamente serrato e recava un'iscrizione incisa nella pietra con otto grandi caratteri: GROTTA DEGLI ANELLI, NEL MONTE DEL PICCO SPEZZATO DELLA CATENA SPANDINEBBIA Scimmiotto concluse: "L'orco abita qui, e si è certo portato in casa il nostro maestro. Attacchiamolo!" Il bestione levò alto il rastrello e menò un colpo da aprire nella roccia un gran buco. Gridava: "Rendici il nostro maestro prima che sia troppo tardi, se non vuoi che ti sfondi la porta e la faccia pagar cara a tutti i tuoi." Il portinaio corse ad annunciare: "Disgrazia, grande re!" "Spiégati." "Un tizio, alla porta, ha rotto il battente e reclama il suo maestro." "Chi sarà?" chiese l'orco allarmato. "Vado a vedere" propose l'ufficiale di avanguardia. Torse il collo finché non riuscì a scorgere le grandi orecchie a ventaglio, e tornò a riferire: "Niente paura, è solo Porcellino. Non ha capacità straordinarie e non dovrebbe insistere troppo; se lo facesse, converrà catturarlo e mettere in dispensa anche lui. L'unico che sia davvero temibile è il bonzo peloso con la faccia da duca del tuono." "Fratello!" chiamò Porcellino, che aveva sentito tutto. "Il maestro è certo là dentro. Ma sembra che io non gli faccia paura: temono soltanto te." Scimmiotto prese il suo posto: "Bestiaccia immonda, mostra rispetto per tuo nonno: rendici il maestro, se vuoi vivere." "Maestà" gridò l'ufficiale d'avanguardia, "si mette male! È arrivato anche Scimmiotto." "Il piano era tuo. Come la mettiamo con i petali del susino, adesso che abbiamo la catastrofe all'uscio?" "Grande re, non vi scoraggiate. Il Novizio, dopo tutto, è una scimmia e perciò è un vanesio. Se lo mettiamo di fronte al fatto compiuto, mostrandogli una testa mozza e spiegandogli che è quanto rimane del suo maestro, e se sappiamo solleticare adeguatamente il suo amor proprio presentandogli grandi scuse e complimenti, può darsi che ci creda; in tal caso il monaco cinese resterà pacificamente nelle nostre mani. Se non dovesse funzionare, cercheremo qualche altra via." "Come facciamo per la testa mozza?" "La fabbrico io: state a vedere." Prese un ceppo di salice, gli diede forma di testa umana e lo inzuppò di sangue per renderlo irriconoscibile. L'oggetto fu posto in una scatola laccata e fu recato alla porta: "Vostra signoria grande santo, vi supplichiamo di deporre l'ira e di concederci l'opportunità di rispondere." Che il Novizio fosse scimmia non è una novità: era molto curioso e vanitoso. Trattenne Porcellino e disse: "Aspetta. Sentiamo che cosa hanno da dire." "Quando il vostro maestro è stato portato nella nostra grotta, i mostriciattoli di qui, gente rozza e maleducata, si sono gettati su di lui e l'hanno fatto a pezzi. Se lo sono mangiato tutto, salvo la testa: questo è quanto siamo in grado di restituirvi." "Se è come dici, non parliamone più. Ma fammela vedere, la testa." Il mostriciattolo gettò l'oggetto attraverso il foro aperto da Porcellino, che alla vista di tutto quel sangue si diede a singhiozzare: "Povero infelice, che sfortuna! Quando penso com'era e cos'è diventato!" "Dài, bestione, porta qui quella cosa. Aspetta a piangere di sapere che cos'è." "Non ti fidi? Non penserai che la gente scherzi sulle teste dei morti." "Quella non è una testa di morto." "Come lo sai?" "Una testa che cade fa un tonfo sordo; questa risuona come un pezzo di legno. Se non mi credi, ti faccio sentire." Raccolse la testa e la lanciò contro la roccia, dove diede un gran botto. "Fratello, sembra un tamburo" commentò Sabbioso. "Già, non è una testa. Adesso vediamo di che cosa si tratta." E assestò un colpetto con la sua sbarra, spaccando in due il ceppo di salice. Porcellino lanciò un rosario di invettive: "Banda di schifosi! Tenete nascosto il maestro nel vostro antro e raccontate balle. Credevate di imbrogliare il vostro avo Porcellino? Pretendete che il nostro maestro sia diventato un salice fantasma?" Il mostriciattolo stratega corse via in preda al panico e si presentò al padrone tremando come una foglia: "E' proprio un bel pasticcio." "Quale pasticcio?" "Porcellino e Sabbioso c'erano cascati, ma Scimmiotto è un vero esperto di antiquariato, un conoscitore. Ha subito annusato il falso. Magari si potrebbe convincere anche lui, ma ci vorrebbe una vera testa umana." "Vediamo. Ce ne dovrebbero essere nel Padiglione degli Scorticati, fra gli avanzi della dispensa." I mostri trovarono una testa fresca, ne rosicchiarono i lineamenti fino a renderla irriconoscibile e ci riprovarono. "Vostra signoria grande santo, avete ragione, l'altra testa era proprio falsa. Ma questa è quella vera. Il nostro re avrebbe preferito tenersela come portafortuna, ma ora mi manda a consegnarvela." La testa fu lanciata come prima attraverso la porta, e questa volta fece un tonfo sordo. Scimmiotto constatò che era una testa umana, e non gli rimase che mettersi a piangere. "Fratelli, aspettate" disse Porcellino. "Questa roba è in cattivo stato, da un momento all'altro incomincerà a puzzare. Sarà meglio che prima la sotterriamo; la piangeremo dopo." "Hai ragione" approvò Scimmiotto. Porcellino raccolse dunque il capo sanguinante e trovò un angolo esposto al sole e protetto dal vento, dove scavò la fossa con il suo rastrello e vi depose il misero resto. Poi vi ammucchiò un tumulo e disse ai condiscepoli: "Voi restate a piangere, mentre io cerco qualcosa che possa servire da offerta." Scese al torrente e raccolse rami di salice e ciottoli. Ritornato alla tomba, piantò i rami ai due lati del tumulo e davanti ammucchiò i ciottoli. "Che cosa significano?" chiese Scimmiotto. "I rami di salice significano pini e cipressi per ombreggiare la tomba a conforto del maestro. I ciottoli stanno per i dolci dei morti." "Babbeo" brontolò Scimmiotto. "Lui è morto e tu gli offri dei sassi." "Esprimere dei vivi la fedeltà leale, render testimonianza dell'affetto filiale." "È una farsa; lascia stare. Piuttosto, lasciamo qui Sabbioso a custodire il cavallo e i bagagli, e noi andiamo a buttar giù la casa e fare a pezzi l'orco. Saldato il conto, celebreremo le esequie." Si presentarono di nuovo all'ingresso della grotta, finirono di distruggerne la porta e gridarono con voci tonanti: "Noi lo vogliamo vivo!" I mostri, là dentro, morivano di paura; tutti se la prendevano con l'ufficiale di avanguardia. L'orco diceva: "E adesso che abbiamo i bonzi in casa, quale strategia scegliamo?" "Dicevano gli antichi: Puzza, la mano che hai messo nel paniere del pesce! C'è poco da scegliere: i comandanti di destra e di sinistra devono prendere il comando delle truppe e sterminare i bonzi." L'orco si rese conto che aveva ragione, e diede l'ordine di attacco: "Ragazzi, prendete le armi migliori e seguitemi." In breve tutti sbucarono di corsa dalla grotta gettando grida di guerra. Porcellino e Scimmiotto arretrarono sulla spianata davanti all'ingresso per fronteggiarli: "Dov'è questo famoso capo? Chi è l'orco che ha preso il nostro maestro?" L'orco si fece avanti con il suo gran pestello di ferro, fra i mostri che sventolavano le bandiere di broccato, e rispose: "Non mi riconoscete, bonzi maledetti? Sono il grande re dei Monti del Sud, dove infurio da molti secoli. L'ho mangiato io, il vostro monaco cinese. E voi che cosa credete di fare?" "Impudente mucchio di peli sporchi! Senti quante arie si dà. Al signore Laozi, che ha assistito alla separazione del Cielo dalla Terra, basta sedersi alla destra dell'Imperatore di Giada. Il beato Buddha, che governa il mondo, si accontenta di stare sotto le ali del Grande Roc. Il santo Confucio, che onora la dottrina dei letterati, trova sufficiente il titolo di 'maestro'. Ma tu, bestiaccia, vuoi qualcosa di meglio. Quali furie ti sono venute sui Monti del Sud? La mia sbarra te le farà passare." L'orco schivò il colpo e urlò, con gli occhi fuori dalla testa: "Come ti permetti di trattarmi in questo modo a casa mia? Credi di farmi paura con le tue ciarle da scimmia? Chi credi di essere?" "Te lo dico io, chi sono, bestia immonda.Tu non conosci ancora il vecchio Scimmiotto! Sta lì, reggiti la milza per farti coraggio, e ascolta: Cielo e terra mi fecero dentro un uovo di pietra Nel paese dell'Est, sul Monte Fiori e Frutti. Non son tipo comune: il mio corpo è formato Dal sole e dalla luna. Ebbi l'intelligenza In dono e coltivai la mia propria natura. Nei palazzi di nuvole vissi per qualche tempo; Di gran santo ebbi il titolo. Abusai della forza, Spinto da insofferenza per ogni seccatore. Centomila soldati e le case celesti Tenni in rispetto; ovunque il mio nome era noto. Mi son fatto buddista e seguo nel suo viaggio Ad ovest Tripitaka. Nessuno mi contrasta Il passaggio. Se getto un ponte metto in fuga I diavoli. Le tigri stano dalla foresta, E con le mani nude afferro i leopardi. Dal mio viaggio nell'Ovest attende giusto frutto L'Oriente intero. Quale mostro vi si opporrà? Odiosa bestia, certo tu vuoi farti ammazzare!" L'orco, impaurito e allarmato dai suoi discorsi, cercò di attaccarlo con il suo pestello; ma il Novizio lo teneva blandamente in rispetto, perché aveva voglia di continuare a chiacchierare. Porcellino, spazientito, si fece avanti levando il rastrello: con l'esercito dei mostriciattoli si scatenò una bella mischia. Un monaco del divino paese dell'Est si recava nell'Ovest alla ricerca dei sutra autentici. Il grande leopardo dei monti del Sud gli sbarra la strada sputando nebbia e vento. Con un astuto stratagemma, è riuscito a impadronirsi di sorpresa dell'eminente monaco cinese; ma così facendo si imbatte nella potenza magica di Scimmiotto e, soprattutto, nel famoso Porcellino. La mischia solleva polvere da oscurare il cielo. Da una parte, i mostriciattoli brandiscono ruggendo sciabole e lance; dall'altra i divini monaci lanciano grida di guerra e levano insieme la sbarra e il rastrello. Il grande santo è un eroe senza rivali; gli dèi si compiacciono della forza di Consapevole delle Proprie Capacità. L'orco che domina quest'angolo sperduto rischia la vita per ottenere un boccone delle carni del monaco cinese. Per un bel pezzo vanno, vengono, si scontrano, si minacciano, senza vincitori né vinti. Quei mostriciattoli erano coraggiosi e resistevano strenuamente agli assalti. Allora Scimmiotto ricorse alla moltiplicazione del corpo: lanciò in aria un ciuffo di peli, e un esercito di Scimmiotti armati di sbarre cerchiate d'oro si gettò nella mischia. Quei due o trecento mostriciattoli si videro aggrediti da tutte le parti, e non poterono far altro che volgere le spalle e correre a ripararsi nella grotta. Ma Scimmiotto e Porcellino li incalzavano e li massacravano: chi cadeva zampillando sangue da nove fori, chi veniva miseramente spiaccicato dalla sbarra. Il grande re si circondò di nebbia e volò via trasportato dal vento. L'ufficiale d'avanguardia, colpito da Scimmiotto, si rivelò per un lupo grigio dal dorso di ferro. Porcellino lo afferrò per una zampa e lo rivoltò per osservarlo: "Chissà quanti agnelli e maialini ci sono voluti per crescere questo bel tipo." Scimmiotto ricuperò i suoi peli e gridò: "Lascialo perdere. Dobbiamo catturare il capo." Porcellino si guardò intorno e si accorse che l'esercito di Scimmiotti era scomparso: "Dove sono andati a finire?" "Erano peli miei, li ho ricuperati." "Certo che sai fare dei begli scherzi!" E ne risero insieme. L'orco si era rintanato in fondo alla grotta, dove ordinò ai superstiti di barricare l'ingresso con pietre e terra. Erano tutti tremanti e malconci; lavoravano affannati e si guardavano bene dal mettere il naso fuori. Scimmiotto e Porcellino lanciarono grida di sfida, ma nessuno rispose. I colpi di rastrello avevano poca presa in quella massa di detriti. "Rinuncia, Porcellino. Hanno ammassato una montagna." "E come vendichiamo il maestro?" "Per ora ritorniamo alla tomba, da Sabbioso." Il Bonzo piangeva ancora e Porcellino, per simpatia, diede in rumorosi singhiozzi, si lasciò cadere sul tumulo e gemette: "Maestro, che destino crudele! Come siete andato lontano! Potremo mai rivederci?" "Fratellino" disse Scimmiotto, che non riusciva a distogliere il pensiero dalla vendetta, "l'orco ha turato l'ingresso, ma certo ci sarà un'entrata di servizio. Voi restate qui; io cerco di individuarla." "Attento, fratello" rispose Porcellino fra le lacrime. "Non farti fregare anche tu, perché ci metteresti in difficoltà. Un singhiozzo per il maestro, uno per te: io finirei per far confusione." "Sta sicuro che non avrai bisogno di piangere anche me." Il grande santo ripose la sua sbarra, strinse alla vita il gonnellino di tigre e si mise in cammino. Aggirando la rupe udì l'acqua gorgogliare: un ruscello scendeva dalla montagna e riceveva acque rossastre da un canale di scolo che usciva dalla rupe. Accanto all'origine del canale c'era una porticina mimetizzata nella roccia. "Ecco l'entrata di servizio che cercavo. Sarà meglio che non mi presenti con la mia faccia: non mi darebbero il benvenuto. Mi trasformerò in una biscia d'acqua. Ma forse l'anima del maestro, negl'inferi, troverebbe da ridire su un monaco di formato serpentino. E se diventassi granchio? Ma il maestro direbbe che non è decente per un monaco avere tanti piedi." Finì per trasformarsi in un ratto e scivolò con un fruscio attraverso la bocca del canale nella corte posteriore della grotta. Sotto il sole, i mostriciattoli sopravvissuti si davano da fare: trinciavano quarti di carne umana e disponevano i pezzi a seccare. "Avi miei!" si disse Scimmiotto. "Magari quello è il maestro: non lo avranno mangiato tutto, e ne metteranno un po' da parte per le giornate piovose. Mi vien voglia di dargli una lezione, ma è troppo presto. Devo prima sapere dov'è l'orco e che cosa fa." Uscì dunque dal canale di scolo e, con una scossa, si trasformò in una formica alata. È debole e piccino, detto Grano di Pepe. Resta a lungo nascosto per farsi crescer l'ali E poi va per il mondo a mostrare talenti Di stratega minuscolo. Sa preveder la pioggia, Sa chiudere il suo nido con la terra e la cenere. Così leggero e aereo, nessun lo può fermare, Né mai trova barriera che possa fargli ostacolo. Volò via fino alla sala grande e vide l'orco seduto in atteggiamento depresso e preoccupato, finché un mostriciattolo venne a dirgli: "Grande re, va tutto per il meglio! Mille gioie vi attendono!" "Quali gioie potranno mai essere?" "Mentre facevo la ronda sulla montagna, mi sono imbattuto in Porcellino, Scimmiotto e Sabbioso che piangevano davanti a un tumulo. Avranno sepolto la testa che gli abbiamo dato per quella del monaco cinese." Scimmiotto si rallegrò: "A quanto pare, il maestro è ancora nascosto qui da qualche parte, e non l'hanno affatto mangiato. Bisogna che lo trovi e veda in che stato è; la mia conversazione con l'orco può aspettare." Svolazzò dappertutto, finché scoprì in un angolo buio della sala un piccolo uscio sbarrato. Scivolò da una fessura e si trovò in un giardino in cui risuonavano gemiti di dolenti. Infatti, in fondo al giardino, si ergeva un gruppo di alberi ai quali erano legati due uomini: uno era Tripitaka. Per la gioia Scimmiotto riprese il proprio aspetto, e corse verso di lui. "Eccoti qui, Consapevole del Vuoto" disse piangendo Tripitaka. "Levami da questo guaio, ti prego!" "Piano, maestro, non vi fate sentire! Certo che vi leverò dai guai. Ci avevano raccontato di avervi divorato, e ci avevano ingannato mostrandoci la testa di qualcun altro. Li abbiamo già vinti una volta. Ora dovete pazientare e aspettare che sconfiggiamo definitivamente l'orco." Rifattosi formica, il grande santo ritornò nella sala, invasa dai mostriciattoli giubilanti: si agitavano, si spingevano, urlavano come pazzi. Uno balzò fuori dal gruppo e dichiarò: "Vostra maestà, la nostra porta è stata così ben barricata da scoraggiare definitivamente quei monaci. Se non si fossero rassegnati, non avrebbero seppellito quella testa e non sarebbero rimasti a piangerla. Dopodomani, quando l'avranno pianta per tre giorni, avranno fatto il loro dovere e ritorneranno a casa loro. Propongo che a quel punto il monaco cinese sia tagliato a strisce sottili e fatto saltare in padella con pepe di fiori. Sarà una delizia d'aromi, senza contare che ci allungherà la vita." "Secondo me, è meglio cuocerlo al vapore" gridò un altro. "Se ci limitassimo a lessarlo, faremmo economia di legna" considerò un terzo. "Dobbiamo tener presente che è un prodotto raro: bisognerebbe farcelo durare il più a lungo possibile" intervenne un quarto. "Propongo di metterlo sotto sale." Scimmiotto, posato su una trave, ascoltava allibito: "Che cosa diavolo vi ha fatto, il mio povero maestro, per mancargli di rispetto in questo modo?" Si strappò un pelo, lo masticò e lo sputò intorno, trasformandolo in uno sciame di insetti del sonno. Essi si sparsero per ogni dove e penetrarono nelle narici dei mostriciattoli, che incominciarono a sbadigliare e in breve caddero a terra addormentati. Solo l'orco resisteva, si grattava il naso e starnutiva continuamente. "Non comincerà a venirgli qualche sospetto? Sarà meglio usare dose doppia" si disse Scimmiotto. E gli gettò in faccia un altro insetto, che penetrò nell'altra narice e completò l'opera: anche l'orco si stese a russare rumorosamente. Scimmiotto aveva il campo libero. Riprese il proprio aspetto, diede alla sua sbarra il diametro di un uovo d'anitra e con un colpetto sfondò la porticina segreta. Corse quindi nel giardino gridando: "Eccomi, maestro!" "Slegami subito, discepolo; non ce la faccio più." "Abbiate ancora un momento di pazienza; ammazzo l'orco e torno." Balzò nella sala e cambiò idea: "Non sta bene rompere la testa di uno che dorme. Sarà meglio che incominci con lo slegare il maestro." Ritornato all'albero, nuovi dubbi: "Non mi piace lasciarmi alle spalle un grosso pericolo." A vederlo andare e venire, saltellante e pieno di incertezza, il reverendo non poté fare a meno di sorridere: "Suppongo che questa danza l'abbia inventata per esprimere la gioia di trovarmi vivo." Quando alla fine Scimmiotto optò per slegarlo, il boscaiolo legato all'albero di fronte gridò: "Signoria, abbiate compassione, fate liberare anche me!" "Consapevole del Vuoto" ordinò Tripitaka, "bisogna slegare anche lui." "Chi sarebbe?" "È un boscaiolo che è stato catturato un giorno prima di me. Ha una vecchia madre e una grande pietà filiale: bisogna proprio liberarlo." Scimmiotto eseguì senza discutere. Uscirono all'aperto dalla porta di servizio e risalirono la scarpata. "Mio saggio discepolo" constatò Tripitaka, "ti dobbiamo entrambi la vita. Dove sono Consapevole delle Proprie Capacità e Consapevole della Purezza?" "Sono laggiù che vi piangono; chiamateli." E Tripitaka gridò a gran voce: "Porcellino!" Il bestione, cui girava la testa dopo tante lacrime, si soffiò il naso, si asciugò gli occhi e disse: "Ecco qua, Sabbioso: l'anima del maestro vaga per la montagna. Non senti la sua voce?" "Scemo!" gridò Scimmiotto facendosi avanti. "Quale anima? Non vedi che è lui in carne e ossa?" Sabbioso corse a inginocchiarsi davanti al maestro: "Quanti tormenti dovete aver subito! Come ha fatto a liberarvi il condiscepolo?" Scimmiotto raccontò gli ultimi avvenimenti, che Porcellino ascoltava digrignando i denti e battendo intorno rastrellate; tanto che finì per sconvolgere il tumulo, e quando venne alla luce la testa che vi avevano sepolto, la spiaccicò con un colpo. "Perché te la prendi con quei poveri resti?" lo rimproverò Tripitaka. "Maestro, non so di chi fossero, ma li ho pianti anche troppo." "Forse devo a lui se sono ancora vivo" osservò il reverendo. "Quando avete attaccato i mostri, si sono serviti di lui per ingannarvi e allontanarvi; ma se non lo avessero avuto a portata di mano, avrebbero potuto uccidere me. Del resto avete il dovere di seppellirlo, anche solo per lo spirito compassionevole che un monaco deve manifestare in ogni circostanza." Il bestione raccolse i resti e ricostruì il tumulo. "Ora, maestro, dovreste sedervi un momento e darmi il tempo di fare piazza pulita" disse Scimmiotto. Discese la scarpata, attraversò il torrente ed entrò nella grotta. Con le corde che erano servite per Tripitaka e per il boscaiolo, legò stretto l'orco, ancora addormentato, se lo caricò in spalla e ritornò dai suoi. A vederlo venire da lontano, Porcellino sghignazzava: "Si vede che il condiscepolo è un facchino inesperto. Non sa equilibrare il carico e lo porta tutto da una parte." Quando Scimmiotto posò il fardello ai suoi piedi, Porcellino levò il rastrello per colpire, ma Scimmiotto lo fermò: "Aspetta. La grotta è piena di mostriciattoli da sistemare." "Portami anche quelli; te li sistemo io." "Non perdiamo tempo inutilmente. Basta raccogliere legna e dar fuoco a tutto." Il boscaiolo li guidò in cerca di bambù spezzati, rami morti di pino, vecchi tronchi cavi di salice, liane cadute, artemisie appassite, rovi secchi, giunchi morti. Ammucchiarono nella grotta tutta quella legna e le diedero fuoco, mentre Porcellino agitava le orecchie a mo' di ventola. Il grande santo, prima di uscire, non trascurò di ricuperare i peli che aveva trasformato in insetti del sonno. I poveri mostriciattoli ebbero un pessimo risveglio in mezzo al fuoco ruggente; ben pochi riuscirono a sfuggire al rogo. La residenza trogloditica fu completamente devastata. Quando i discepoli ritornarono dal maestro, l'orco si era risvegliato e Porcellino lo spedì all'altro mondo senza complimenti con un colpo di rastrello. La creatura riprese la sua forma originaria: era un grande leopardo, con le macchie della pelliccia a forma di foglie di artemisia. "Il leopardo maculato può divorare una tigre" commentò Scimmiotto. "Meno male che lo abbiamo abbattuto: chissà quante altre vittime avrebbe colpito." Dopo che il reverendo ebbe manifestato la sua gratitudine, si rimisero in cammino. Il boscaiolo propose: "La mia capanna è verso sud ovest, non lontano da qui. Potreste far visita alla mia vecchia madre e ricevere i suoi ringraziamenti. Poi vi guiderei alla strada maestra." Il reverendo accettò volentieri e si avviò a piedi. Seguirono un sentiero sinuoso e presto giunsero in vista Del muscoso sentiero lastricato, Del graticcio che il glicine ricopre. Sullo sfondo la cerchia di montagne E il bosco dove cantano gli uccelli. Folte quinte di pini e di bambù, Prati fioriti e, lontana in un angolo, Fra le siepi la piccola capanna. Videro di lontano la vecchia madre, seduta su una panca, che piangeva il figlio perduto. Il boscaiolo corse a inginocchiarsi davanti a lei: "Mamma, eccomi qua!" Lei lo abbracciò: "Figlio mio! Eri scomparso da molti giorni, pensavo che fossi stato catturato e ucciso dal signore della montagna. Perché sei stato lontano tutto questo tempo? Dov'è finita la tua ascia?" "Il signore della montagna mi aveva davvero catturato" rispose il boscaiolo prosternandosi. "Mi aveva legato a un albero, e ho rischiato di perdere la vita. Quel signore che vedi è un arhat delle terre dell'Est, che va in cerca di scritture nel Paradiso dell'Ovest; è stato catturato e legato a un albero come me. Ma i suoi tre discepoli, che hanno grandi poteri magici, hanno colpito a morte il signore della montagna, che era poi uno spirito di leopardo maculato. I suoi mostri sono stati sterminati col fuoco. Insieme al reverendo, ho riacquistato la libertà anch'io: devo loro una gratitudine più alta del cielo, più vasta della terra. Senza di loro sarei morto. Ora la montagna è sicura: potrò andare in giro persino la notte senza correre pericoli." La vecchia andò incontro ai quattro pellegrini e li guidò verso casa inchinandosi a ogni passo. Entrarono nella capanna, dove madre e figlio, dopo prosternazioni e altri segni di ringraziamento, prepararono alla svelta un pasto di magro. "Fratello boscaiolo" disse Porcellino, "siete povera gente; non datevi pena, a noi bastano cibi semplici." "È vero, su queste montagne manchiamo di molte cose. Non si trovano funghi, né pepe, né anice. Per dimostrarvi la nostra affezione, possiamo servirvi soltanto verdura selvatica." "Lascia stare le chiacchiere, e pensa a sbrigarti. Il fatto è che sono proprio affamato." "Farò presto, vedrete" rispose il boscaiolo. Infatti la tavola fu subito preparata e furono servite verdure raccolte nei prati. Dopo pranzo i viaggiatori si disposero a partire. Il boscaiolo non osava insistere perché rimanessero, ed esortò la madre a uscire per congedarli con nuovi ringraziamenti. Lui continuava a prosternarsi. Lei si aggiustò gli abiti, si munì di un bastone di giuggiolo e uscì ad accompagnarli. Il reverendo giunse le mani e disse: "Fratello boscaiolo, scusate se vi diamo ancora disturbo, ma vi pregherei di farci da guida. Ci congederemo sulla strada maestra." Discesero lungo il corso del torrente alla ricerca della strada. Il reverendo si sentì preso dalla malinconia, e disse: "O discepoli! Da quando ho abbandonato il mio signore Ho viaggiato per l'Ovest senza fine. Nessun guaio mi è stato risparmiato, A stento son fuggito dagli artigli Di mostri e streghe. Il mio cuore è votato Ai tre panieri, tutti i miei pensieri Sono rivolti all'altro mondo. Quando Finiranno le prove che sopporto? Quando ritornerò dalla mia meta?" Disse il boscaiolo: "Reverendo, non siate in pena. La strada maestra, che ora potete vedere, in meno di mille li vi porterà in India, il paese della gioia assoluta." Tripitaka smontò da cavallo: "Vi ringrazio di averci accompagnato tanto lontano. Ritornate a casa, fratello boscaiolo, e presentate a vostra madre i miei rispetti. Le siamo molto grati del sontuoso pranzo che ci ha offerto; reciteremo mattina e sera i sutra per assicurare a madre e figlio un secolo di vita piacevole." Il boscaiolo si congedò e ritornò a casa. Maestro e discepoli proseguirono il loro viaggio. È il caso di dirlo: Sconfitto l'orco e vinto il suo terrore Se ne può ripartir senza rancore. Se poi non sapete quanti giorni ancora fossero necessari per raggiungere il Paradiso dell'Ovest, ascoltate il seguito. 第087回 IL GOVERNATORE CHE AVEVA LITIGATO CON LA MOGLIE · NEL GOVERNATORATO DI FENGXIAN, DOVE IL CIELO OFFESO NEGA LA PIOGGIA, SCIMMIOTTO INCITA AL BENE ED OTTIENE IL DONO DI ACQUAZZONI BENEDETTI. I quattro pellegrini, congedatisi dal boscaiolo, affrettarono il passo sulla strada maestra, allontanandosi dalle pendici dei Monti Spandinebbia. Dopo vari giorni di viaggio videro una città. "Consapevole del Vuoto" gridò Tripitaka "vedi le mura e i fossati? Non saremo per caso arrivati?" "No di certo!" esclamò Scimmiotto. "Il luogo in cui risiede il Buddha, detto anche Gioia Assoluta, non è una città. Dovete pensare piuttosto a un'area montuosa in cui gli edifici, le torri e le terrazze sono sparsi e non formano un agglomerato: così è fatto il Monastero del Colpo di Tuono sul Monte degli Avvoltoi. Per raggiungerlo bisogna arrivare in India; e non so dire a quale distanza si trovi dal confine. Questo che vediamo ha l'aria di essere il capoluogo di un governatorato; lo sapremo quando arriveremo." Giunti alle mura, Tripitaka smontò da cavallo per superare la tripla serie di porte. Si resero conto che in città mancava ogni animazione: le strade erano deserte. All'ingresso del mercato incontrarono parecchie persone con l'abito blu dei servitori; alcuni di loro, con cappello e cintura, si tenevano sotto i portici ed erano evidentemente guardie della città. Poiché la gente ingombrava il passaggio e non dava segno di farsi da parte, il rude Porcellino gridò: "Fate passare!" Gli uomini li guardarono e furono presi dalla paura: "Un mostro, guardate!" Qualcuno si sentì male. Le guardie si fecero avanti (ma tremavano anche loro) e chiesero da dove venissero. Tripitaka prese energicamente il controllo della situazione, perché temeva che i discepoli provocassero guai con i loro modi. "L'umile monaco che sono è inviato da sua maestà dei grandi Tang dell'Est al Monastero del Colpo di Tuono, in India, per rendere omaggio al Buddha e sollecitare le scritture. La strada che seguiamo passa dalla vostra nobile contrada, di cui ignoriamo il nome. Ci siamo permessi di entrare in città a cercare un alloggio per la notte: vogliate scusarci se siamo invadenti." "Il luogo dove vi trovate è un governatorato esterno dell'India" rispose una delle guardie, "e si chiama Fengxian, che significa 'Immortale delle Fenici'. Il paese è afflitto da una siccità che dura da molti anni. Noi abbiamo appunto l'incarico di affiggere un appello del governatore ai maestri della legge, perché invochino la pioggia e salvino la popolazione." "Mostrateci l'appello" propose Scimmiotto. "Eccolo qua. Stavamo pulendo il muro sotto il portico, dove dobbiamo incollarlo." "Fateci dare un'occhiata." Le guardie srotolarono il foglio, in cui si leggeva: Con il presente appello il governatore Direttore del Governatorato di Fengxian, del grande paese dell'India, invita ogni maestro illuminato a celebrare una grande cerimonia di implorazione della pioggia in conformità della Legge del Buddha. Ciò considerando che, nonostante la grande estensione del territorio del governatorato e le risorse del governo e della popolazione, una siccità che perdura da molti anni ha ridotto all'abbandono le coltivazioni private, rende incolti i terreni dell'esercito, prosciuga fiumi e canali, dissecca i pozzi ed esaurisce le sorgenti. I ricchi sono ridotti alla pura sussistenza, i poveri muoiono di fame. Lo staio di grano costa cento pezzi d'oro, la fascina di legna cinque once d'argento. Una bambina di dieci anni si scambia per tre pinte di riso, i figli maschi vengono abbandonati a chi li voglia. Nella città il timore della legge ancora incita gli infelici a pignorare le proprie cose pur di conservarsi in vita; ma nelle campagne non si contano i saccheggi e gli episodi di antropofagia che turbano l'ordine pubblico. Il presente appello viene promulgato nella speranza che i saggi d'ogni dove verranno a invocare la pioggia salvatrice. Tale servizio meriterà grandi ricompense. Noi offriamo mille pezzi d'oro e la nostra riconoscenza; e questa non sarà vana promessa per chi ascolti il nostro appello. Scimmiotto si incuriosì di un particolare: "Scusate, avete un direttore per governatore?" "Direttore è il suo cognome." "Dev'essere un cognome non comune" commentò Scimmiotto ridacchiando. "Fratello" intervenne Porcellino, "si vede che da piccolo marinavi la scuola. Il cognome è registrato nel Classico dei patronimici, verso la fine(71)." "Discepoli" li interruppe Tripitaka, "non perdete tempo in chiacchiere. Chi sia in grado di provocare la pioggia ha il dovere di soccorrere questo povero popolo: sarebbe un atto di misericordia senza uguali. Se non lo sappiamo fare, ripartiamo senza compromettere il nostro viaggio." "Far piovere è facile" disse Scimmiotto. "Io son capace di invertire il corso dei fiumi e di vuotare l'acqua dei mari; posso muovere le stelle fisse e convocare le costellazioni, gettare il cielo in fondo al pozzo con un calcio, sputar nebbia e soffiar nuvole, spostare montagne, acchiappare la luna, convocar venti e tempeste: questi erano i miei giochi da piccolo. Che cosa ci sarebbe di speciale?" Due guardie corsero difilato ad annunciare al governatore: "Vostra signoria, una gioia fra mille!" Lui stava pregando davanti a due bastoncini d'incenso. "Di quale gioia si tratta?" "Mentre affiggevamo il vostro appello, abbiamo incontrato quattro bonzi che si dicono inviati in cerca di scritture dai grandi Tang. Letto l'avviso, hanno affermato di essere in grado di far cadere tutta la pioggia che ci serve. Siamo corsi a informarvi." Il governatore si aggiustò l'abito e corse subito al mercato; rinunciò a scorta, cavallo e palanchino, allo scopo di riuscire più obbligante con la sollecitudine e la cortesia. Si udì annunciare: "Arriva il governatore!" La folla si aprì. Quando il governatore vide il monaco cinese si prosternò in mezzo alla strada, senza far caso a quanto erano brutti i suoi discepoli. "Il mio nome è Direttore; sono l'umile ufficiale che esercita la funzione di governatore a Fengxian. Reverendo, ho appena bruciato incenso e fatto il bagno rituale per venirvi a implorare di salvare la popolazione con le vostre preghiere. Spero che, nella vostra grande compassione, ci saprete soccorrere con i vostri divini meriti." Tripitaka rese il saluto e rispose: "Questo non è il posto più adatto per discutere. Potremmo recarci in un tempio o in un monastero?" "Seguitemi nel mio umile yamen, maestro; è un luogo puro e pulito." I pellegrini lo seguirono con cavallo e bagagli. Giunti alla residenza si fecero le presentazioni, e il governatore fece servire il tè e un pasto di magro. Porcellino aveva una fame da tigre digiuna. I servitori ne furono terrorizzati; andavano e venivano svelti come una lanterna girevole, per riempire continuamente ciotole di zuppa e piatti di riso che si vuotavano in un baleno. Faticarono per un bel pezzo, finché la fame si quietò. Alla fine Tripitaka porse i suoi ringraziamenti e chiese: "Vostra grandezza, da quanto tempo dura la siccità?" "Il governatorato che comando Appartiene al paese delle Indie. Sono tre anni interi che non piove. Non cresce nulla, i granai sono vuoti. Per tutti, grandi e piccoli, gli affari Vanno a rovescio. Nove focolari Su dieci son ridotti senza mezzi. Degli abitanti due terzi son morti Di fame; e chi rimane è una candela Esposta al vento. È una vera fortuna Che al mio appello rispondan veri monaci. Basta un dito di pioggia; in ricompensa Daremo pezzi d'oro e gratitudine." Scimmiotto rise: "In cambio di oro non avrete una goccia. Ma l'amore per la virtù e il perseguimento dei meriti possono ottenervi fior di acquazzoni." Il governatore, che era un funzionario integro e saggio, amante del popolo, invitò Scimmiotto a sedersi al posto d'onore, si inchinò profondamente e disse: "Maestro, se ci accordate questa dimostrazione della vostra compassione, non oserò mai più offendere la virtù." "Basta con le chiacchiere. Alzatevi. Posso importunarvi lasciandovi in custodia il mio maestro, mentre mi occupo dei vostri affari?" "Che cosa conti di fare, fratello?" domandò Sabbioso. "Voi due venite con me; mi servirete da assistenti, mentre convoco il drago per chiedergli la pioggia." Porcellino e Sabbioso lo seguirono in fondo alla sala, mentre il governatore pregava e bruciava incenso e Tripitaka, seduto su un cuscino, recitava sutra. Non appena Scimmiotto ebbe pronunciato le autentiche parole e recitato l'incantesimo, giunse da est un ammasso di nuvole scure che scesero al suolo nella corte. Il re drago del mare orientale, Aoguang, assunse forma umana e uscì dalle nuvole per inchinarsi davanti a Scimmiotto e chiedere: "Grande santo, mi avete convocato: che cosa posso fare al vostro servizio?" "Alzati, prego; e scusami se ti ho fatto venire da tanto lontano. Il paese in cui ci troviamo soffre di siccità da molti anni; perché lo tieni all'asciutto?" "Non dimenticate, grande santo, che il mio potere di provocare la pioggia è al servizio del cielo di Sopra. Come potrei avere la temerità di procedere senza le prescritte autorizzazioni?" "Passando di qua abbiamo constatato che la popolazione soffre molto; perciò ti ho chiamato per chiederti aiuto. Adesso non cercare scappatoie." "Non oserei mai. Del resto vedete che sono venuto subito, non appena mi avete convocato. Ma il dipartimento della pioggia non può muoversi senza ordini superiori; e come sapete, occorre l'intervento di diversi uffici e operatori. Visto che siete tanto incline alle opere buone, si potrebbe fare così: io torno a casa a predisporre i miei collaboratori e voi vi prendete la pena di presentarvi a rapporto lassù, per sollecitare l'autorizzazione a far piovere. Allora i funzionari daranno via libera ai draghi, e io farò cadere la quantità di pioggia decretata." Scimmiotto, che non aveva scelta, si arrese e lasciò ripartire il drago; da parte sua uscì dal diagramma dell'Orsa Maggiore per andare a informare Tripitaka. "Fai quello che occorre" gli disse il monaco cinese. "Ma guardati dal mentire." "Badate voi al maestro" raccomandò Scimmiotto a Porcellino e Sabbioso. "Io salgo un momento in Cielo e torno subito." Ciò detto scomparve. Il governatore restò di sale: "Dov'è andato a finire il reverendo?" "Ha fatto un salto in Cielo" lo informò Porcellino ridendo. Il governatore fu invaso da sconfinato rispetto. Per conto suo fece diffondere l'ordine urgente di esporre in ogni casa le tavolette del re drago, di collocare davanti a ogni porta una giara d'acqua pura con rami di salice e d'onorare il Cielo bruciando incenso; ciò in tutta la città, nei viali e nei vicoli, nelle case dei grandi dignitari e in quelle del popolo minuto. Intanto Scimmiotto, con una capriola nelle nuvole, era giunto alla porta ovest del Cielo, dove lo accolse il re Difesa del Regno con i suoi soldati e giganti: "Sei venuto a capo della tua impresa di cercar scritture, grande santo?" "Quasi ci siamo: abbiamo raggiunto la frontiera dell'India e ci troviamo in un governatorato che si chiama Fengxian. È un posto in cui non piove da tre anni, e la popolazione soffre molto. Occorre acqua. Mi sono rivolto al re drago, ma non osa muoversi senza carta bollata: perciò sono venuto a pregare l'Imperatore di Giada di promulgare un editto." "Non è un caso se sono rimasti all'asciutto. Ho sentito raccontare che il governatore di quel paese aveva offeso cielo e terra con la sua condotta. L'Imperatore di Giada ha fatto allestire un monte di riso, un monte di farina e un gran catenaccio d'oro, e ha condannato il paese a restare senz'acqua finché quegli oggetti non siano distrutti." Scimmiotto non conosceva i fatti e insisté per ottenere l'udienza; il re celeste non osò trattenerlo. Davanti alla Sala della Penetrante Chiarezza incontrò i quattro grandi precettori celesti, che gli chiesero: "Quali affari vi portano da noi, grande santo?" "Il governatore di Fengxian, dove siamo giunti con il mio maestro, mi ha incaricato di invocare la pioggia per il suo paese." "La pioggia è vietata in quella regione" risposero i precettori. "Vietata o no, fatemi vedere sua maestà; vediamo se sono ancora capace di combinare qualcosa." "Conoscerai l'espressione popolare: una faccia tosta come quella della mosca nella ragnatela" rispose beffardo Ge Xianweng. "Lascia perdere; facciamolo entrare" intervenne Xu Jingyang. Tutti insieme lo introdussero nella Sala delle Nuvole Misteriose e annunciarono: "Vostra maestà, c'è qui Scimmiotto Consapevole del Vuoto, che si è trovato a passare dal governatorato indiano di Fengxian. È venuto a sollecitare un decreto di pioggia per quel paese." "Dunque sarebbe per quel tale Direttore" rispose l'imperatore. "Ricordo benissimo: tre anni fa, il 25 della dodicesima luna, facevamo un giro d'ispezione nei diecimila cieli e nei tre mondi. Mentre passavamo dal suo paese, fummo testimoni della malvagità di quell'uomo: gettava ai cani le offerte dedicate al Cielo e bestemmiava in modo tremendo. Fu allora che feci allestire quelle tre cose nella Sala dei Profumi Avvolgenti. Fatele vedere a Consapevole del Vuoto: se vuole il decreto, quelle cose devono essere distrutte. Altrimenti faccia il piacere di occuparsi dei fatti suoi." Scimmiotto fu accompagnato nella Sala dei Profumi, dove vide un monte di riso alto una diecina di tese e uno di farina alto venti tese. Un galletto non più grosso di un pugno becchettava il riso; un cagnolino giallo leccava la farina. Sulla sinistra, a un cavalletto di ferro, era appeso un catenaccio d'oro alto un piede e tre o quattro pollici, con la barra grossa come un dito; sotto il catenaccio ardeva una lampada, la cui fiamma lambiva la barra. "Che cosa significa?" chiese Scimmiotto che continuava a non capirci niente. I quattro precettori risposero: "Perché quel tizio che ha offeso il cielo riceva pioggia, il pollo dovrà beccare tutto il riso, il cagnolino leccare tutta la farina e la fiammella fondere la barra." Scimmiotto ci rimase male, e uscì vergognoso e scoraggiato. I precettori risero e gli dissero: "Grande santo, non perdete l'ottimismo. Per risolvere le difficoltà basterebbe commuovere il Cielo con una buona azione, un pensiero di bontà e di compassione. Allora le montagne si dissolverebbero e il catenaccio si spezzerebbe. Provate a ricondurre quell'uomo al bene: se ci riuscite, la fortuna ritornerà spontaneamente." Scimmiotto se lo tenne per detto e ripartì senza nemmeno congedarsi dall'imperatore. Alla porta, il re Difesa del Regno gli chiese come era andata. "Tutto come dicevi tu; l'imperatore non vuole promulgare il decreto. Ma i precettori mi hanno suggerito di provare a riportare al bene il governatore." Ritornato nel mondo di Sotto e nello yamen, Scimmiotto si trovò circondato dalla folla dei funzionari che chiedevano notizie. Prese da parte il governatore e gli disse: "È tutta colpa vostra: tre anni fa, il 25 del dodicesimo mese, avete offeso il cielo e la terra." Il colpevole si prosternò: "Come sapete ciò che è accaduto tre anni fa?" "Rispondete a me: è vero che gettaste ai cani le offerte dedicate al Cielo? Vuotate il sacco." "Durante il rito mi accapigliai con mia moglie, che non è una donna saggia. Mi arrabbiai tanto che rovesciai il tavolo delle offerte e urlai quello che mi veniva in mente. Il cibo si sparse per terra, e io chiamai i cani perché facessero piazza pulita. In seguito mi dispiacque molto di avere perduto le staffe in quel modo, e non so spiegarmi come sia potuto accadere. Ma non avevo idea che il Cielo si fosse offeso al punto da infierire su tutto il paese. Poiché mi onorate del vostro aiuto, spero che mi farete sapere di più sulle misure prese lassù nei miei confronti." "Proprio quel giorno l'Imperatore di Giada faceva il suo giro di ispezione nel mondo di Sotto, e ha visto e sentito tutto. Se l'è legata al dito e ha fatto allestire tre cose per non dimenticare." "Quali cose, fratello?" si intromise Porcellino. "Ha fatto mettere nella Sala dei Profumi Avvolgenti un monte di riso alto dieci tese e uno di farina alto venti tese: un pollo becca il riso e un cagnolino lecca la farina. C'è poi un cavalletto di ferro che regge un catenaccio d'oro con la barra grossa un dito, sotto la quale arde una lampada. Perché qui piova, bisogna che lassù sia beccato tutto il riso, leccata tutta la farina e fuso il catenaccio." "Non è difficile" rise Porcellino. "Portami con te: mi trasformerò in qualche modo e mi ci vorrà poco a ingoiare il riso e la farina. Poi romperò il catenaccio, e qui pioverà a catinelle." "Non dire sciocchezze, bestione! Sono decreti del cielo di Sopra: là non fanno entrare uno come te." "E allora come faremo?" si inquietò Tripitaka. "La strada è un'altra" spiegò Scimmiotto. "Al momento di venir via, i precettori celesti mi hanno detto che può bastare un'opera buona per risolvere il problema." Il governatore si prosternò e supplicò con voce implorante: "Sono pronto a ubbidire alle vostre istruzioni, maestro." "Se vi pentite e vi volgete al bene, se vi impegnate senza indugio a leggere sutra e pregare il Buddha, potrò fare qualcosa per voi. Ma se non cambiate, io non potrò far niente; e al Cielo potrebbe venire in mente di far peggio, magari di mettere in pericolo la vostra vita." Il governatore batté la fronte a terra e giurò di rifugiarsi nel Buddha, nella Legge e nella Comunità. Convocò subito preti e monaci, e fece rizzare un altare; durante una cerimonia che durò tre giorni furono scritte e inviate in cielo infinite suppliche. Il governatore in persona guidava i fedeli nella preghiera, bruciando bastoncini d'incenso. Invocava Cielo e Terra, e si accusava dei suoi peccati. Tripitaka partecipava alla cerimonia leggendo sutra. Avvisi urgenti diffusero a tutte le famiglie, di qualunque strato sociale, l'ordine di bruciare incenso e di pregare il Buddha. Quando si udì salire da tutta la città il brusio ininterrotto delle preghiere, Scimmiotto si rivolse a Porcellino e Sabbioso: "Badate voi al maestro; io faccio un'altra scappata lassù." "Che cosa vuoi fare, fratello?" chiese Porcellino. "Mi pare che il governatore ce la stia mettendo tutta. Torno dall'Imperatore di Giada per supplicarlo di nuovo." "Sbrigati" concluse Sabbioso. "Porta a buon fine la tua incombenza, in modo che possiamo riprendere il viaggio." Quando Scimmiotto giunse alla porta del Cielo, il re celeste gli chiese: "Ancora qui?" "Quel governatore si è convertito." Proprio in quel momento giunse il messaggero che recava testi taoisti e rescritti buddisti compilati a Fengxian come suppliche. Egli si complimentò con il grande santo: "Il merito di queste buone intenzioni è tutto dei vostri incitamenti al bene." "Dove porti le carte?" "Nella Sala della Penetrante Chiarezza, perché i precettori celesti le sottopongano all'attenzione dell'imperatore di Giada." "Vengo con te." Ma il re celeste disse: "Grande santo, non occorre che tu chieda un'altra udienza all'Imperatore di Giada. Puoi andare direttamente all'ufficio di Risposta al Primordiale, su al nono cielo, e chiedere che ti assegnino le divinità del tuono. Quando avrai tuoni e fulmini, la pioggia sarà assicurata." Scimmiotto seguì il consiglio e salì al nono cielo, dove incontrò il delegato allo sportello del Tuono, il cancelliere addetto alle Rettifiche dei Registri e l'ispettore della Incorruttibilità. "Qual buon vento vi porta, grande santo?" "Avrei bisogno di vedere per affari il Venerabile celeste." Quest'ultimo si aggiustò la veste e scese giù dalle sue nubi di cinabro con le nove fenici. "L'affare per cui mi sono permesso di disturbarvi nel vostro stimato ministero è una richiesta di pioggia per il paese di Fengxian, che è afflitto da una tremenda siccità. Volevo sollecitare l'assistenza dei vostri addetti al tuono." "C'è tutta una storia sul governatore di Fengxian. Non so se sia permesso far piovere da quelle parti." "So tutto. Me ne ha parlato ieri l'Imperatore di Giada, e i precettori celesti mi hanno mostrato il monte di riso e tutto il resto. Quando mi hanno visto scoraggiato, mi hanno spiegato che sarebbe stato sufficiente ricondurre al bene il governatore e i suoi: perché il Cielo deve ascoltare la gente per bene. Il ritorno al bene è avvenuto; quella gente ha pregato tanto che ancora mi ronzano le orecchie. Il messaggero delle suppliche ha già portato all'Imperatore di Giada un gran pacco di documenti che provano la conversione avvenuta. Perciò mi sono permesso di venir qui direttamente." "Se le cose stanno così, grande santo, metto subito a vostra disposizione Deng, Xin, Zhang e Tao, insieme alla Madre del Fulmine." La compagnia partì immediatamente e giunse ben presto nei cieli della regione di Fengxian, dove predispose le proprie operazioni. I fulmini rigavano lo spazio e il tuono rimbombava. I fulmini sono serpenti d'oro; il tuono è il chiasso di un'incredibile quantità di insetti. Giganteschi fuochi fatui, boati come se sprofondassero le montagne. Crepe di fiamma che illuminano tutto il cielo; scuotimenti che fanno barcollare la terra. Quando brilla la riga rossa, montagne e fiumi tremano per mille leghe. Erano giusto tre anni che a Fengxian non si udiva un tuono. In città e nei sobborghi, ufficiali, soldati e gente comune si inginocchiavano davanti all'insolito spettacolo. Chi si metteva un bruciaprofumi sulla testa, chi agitava i rami di salice; tutti ripetevano: "Namo Amitâbha Buddha! Namo Amitâbha Buddha!" Queste grida di buoni pensieri commuovevano il cielo di Sopra, come dice il vecchio poema: Dell'uomo non c'è pensiero Che sfugga alla terra e al cielo. Se non fossero pagati Bene e male, l'universo Ne resterebbe sconvolto. Infatti, quando l'Imperatore di Giada vide gli incartamenti dei preti taoisti e dei monaci buddisti, recati dal messaggero delle suppliche, dichiarò: "Vedo che questa gente è piena di buoni pensieri; andate a vedere a che punto sono quelle tre cose." Un ufficiale incaricato della sorveglianza della Sala dei Profumi Avvolgenti riferì: "Le montagne di riso e di farina sono scomparse; il catenaccio d'oro si è rotto." Da parte sua, il ciambellano di servizio introdusse il tudi, gli dèi delle mura e dei fossati, il dio del suolo e diverse altre divinità locali, che dichiararono unanimi: "Il governatore e la popolazione della città si sono convertiti al bene, rendono omaggio al Buddha e onorano il Cielo; non manca all'appello una sola famiglia. Perciò vi supplichiamo di manifestare la vostra compassione e di far cadere la pioggia." L'Imperatore di Giada si rallegrò e promulgò il seguente decreto: I dipartimenti del vento, delle nuvole e della pioggia, in conformità del presente ordine, si rechino nel governatorato di Fengxian e oggi stesso, alla tal ora, azionino il tuono, spargano le nuvole e versino tre piedi e quarantadue gocce di pioggia. I quattro precettori trasmisero il decreto agli uffici competenti, che si mobilitarono immediatamente per coordinare l'esecuzione e sostenere il prestigio degli dèi nel mondo di Sotto. Scimmiotto si trovava in compagnia di Deng, Xin, Zhang e Tao, i quali avevano già ordinato alla signora Fulmine di mettersi al lavoro; quando giunse una tal folla di divinità da riempire tutto il cielo. Il vento soffiava ammassando le nuvole, e presto piovve a dirotto. Che bellezza! Spesse e pesanti nubi, nera e densa caligine: il carro del tuono rotola fragoroso, a tratti illuminato dai fulmini. Brontola il temporale, l'acqua cade a rovesci. È il caso di dirlo: un pensiero rivolto al Cielo, mille speranze esaudite. Grazie all'iniziativa del grande santo, su monti e fiumi oscurati per mille leghe si rovescia la pioggia e inzuppa la campagna, batte sulle tettoie, spruzza le finestre. La gente se ne sta chiusa dentro casa, mentre l'acqua ruscella nei sei viali e nei tre mercati. I canali sono in piena da est a ovest, i meandri dei torrenti si congiungono da nord a sud. I germogli si gonfiano, gli alberi secchi riprendono vita. Nei campi fioriscono frumento e canapa; crescono i fagioli negli orti intorno ai villaggi. I mercanti ritrovano la gioia del commercio, i contadini il gusto dell'aratura. Ora grano e miglio prosperano; il raccolto sarà abbondante. Il popolo vive contento, se la pioggia cade al momento giusto. Mare liscio e fiumi limpidi sono pegno di pace universale. Quando furono caduti tre piedi e quarantadue gocce di pioggia, le divinità riposero l'attrezzatura. Ma Scimmiotto gridò con voce tonante: "Divinità dei quattro dipartimenti, aspettate un momento con i vostri arnesi: vado a cercare il governatore perché vi presenti i suoi ringraziamenti. Dovreste aprire un varco in mezzo a tutte queste nuvole e farvi vedere di sotto. La gente, cari miei, crede a ciò che vede; solo se vi mostrate potete contare sulla loro vera fede e su un culto durevole e convinto." Gli dèi si tennero a mezz'aria, mentre Scimmiotto ritornava a terra. Il governatore lo venne a ringraziare, inchinandosi a ogni passo. "Non ringraziate me" disse Scimmiotto. "Ho trattenuto per voi le divinità dei quattro dipartimenti: fareste bene a convocare più gente per esprimere la vostra gratitudine. Quando vi avranno visto in faccia, ritorneranno più volentieri a farvi visita e recar pioggia." Fu subito diffuso un nuovo invito urgente alla popolazione, perché pregasse il Cielo e bruciasse incenso. Le nubi si dissiparono, e tutti videro gli dèi in gloria nella loro vera forma. Come tutti sanno, i quattro dipartimenti sono quelli della pioggia, del tuono, delle nuvole e del vento. Si vedevano dunque: il re drago che rivela la sua immagine, il guerriero del tuono che inarca il suo corpo gigantesco, il ragazzo delle nuvole che fa capolino e il conte del vento che si degna di comparire. Il drago ha il volto celeste con le barbe d'argento. L'imponente generale Tuono ha una gran bocca con gli angoli rivolti all'ingiù. Il ragazzo delle nuvole è molto carino, con la faccina di giada e il berrettuccio d'oro. Il conte del vento sbarra gli occhi tondi sotto le sopracciglia cespugliose. Se ne stanno sulle nuvole azzurre come sopra un altare da cerimonia. Ora la gente di Fengxian sa in quali dèi credere, brucia bastoncini d'incenso e si distoglie dalle male azioni. I loro cuori saranno puri e rivolti al bene, perché oggi hanno visto i guerrieri del Cielo. Gli dèi si pavoneggiarono per due ore buone, mentre i fedeli continuavano a genuflettersi e prosternarsi. Scimmiotto risalì da loro per salutarli e disse: "Grazie del disturbo che vi siete preso; ora potete ritornare in ufficio. Penserò io a organizzare offerte e ringraziamenti, che la gente del posto vi assicurerà con fede sincera nei momenti stabiliti. A voi si chiede di dare una mano, recando vento ogni cinque giorni e pioggia ogni dieci." Le divinità promisero e se ne tornarono ai rispettivi dipartimenti. Ritornato da Tripitaka, il grande santo propose: "Ora che il caso è risolto e il popolo in pace, possiamo chiudere le valigie e ripartire." Ma si fece avanti il governatore: "Che cosa dite mai, vostra signoria!" gridò inchinandosi. "Voi avete compiuto un atto d'incommensurabile bontà. Mi sono permesso di farvi preparare un modesto banchetto per testimoniare la nostra gratitudine. Acquisteremo un terreno perché le vostre signorie ci fondino un monastero; costruiremo un santuario per rendervi fin da vivi il culto delle quattro stagioni, davanti alla tavoletta su cui incideremo i vostri nomi. Anche se me li incidessi nel cuore, non soddisferei la decimillesima parte del debito che abbiamo tutti verso di voi. Come potete parlare di ripartire?" "Non voglio certo contestare il fondamento delle parole di vostra grandezza" rispose Tripitaka. "Ma devo ricordarle che siamo in viaggio per l'Ovest. Non possiamo ritardare troppo il nostro cammino; al massimo un paio di giorni." Il governatore non voleva saperne. La sera stessa mise all'opera molte persone per preparare il banchetto e per edificare il santuario. L'indomani fu dedicato a un sontuoso festino, che il monaco cinese fu invitato a presiedere, con Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso accanto a sé. Nel corso dell'intera giornata, il governatore e i suoi ufficiali li servirono a suon di musica. Fu una bella festa; lo dicono anche i versi: Dolce la pioggia dopo lungo tempo Di siccità! Tornano ad animarsi I canali e i mercati. Ed è l'effetto D'un pensiero, il ritorno della fede. Il male d'altri tempi si è dissolto Coi tre tesori. Torna sulla terra L'età dell'oro e il raccolto abbondante. Al festino del primo giorno seguì un banchetto il giorno successivo. Poi si dedicò un giorno a una funzione religiosa di resa di grazie, e un altro ai complimenti e ringraziamenti d'uso. Alla fine passarono quindici giorni. I lavori del monastero e del santuario per il culto ai pellegrini erano già molto avanzati. Il governatore li invitò a ispezionare il cantiere. "Sono edifici enormi! Come avete fatto a erigerli in così poco tempo?" "Molti operai ci hanno lavorato giorno e notte, spinti dalla gratitudine e dai miei ordini. Venite a vedere da vicino." "Siete proprio un saggio governatore, che unisce alla virtù la competenza" disse sorridendo Scimmiotto. Il monastero aveva sale e padiglioni imponenti e un magnifico portale d'ingresso, che tutti lodarono. Scimmiotto suggerì al maestro di dargli un nome. "Lo chiameremo" disse Tripitaka "Monastero del Buon Soccorso di Lunga e Dolce Pioggia." "Che bel nome!" approvò il governatore. Una folla di monaci, cui erano state inviate placche dorate per invitarli a intervenire, celebrò le cerimonie e bruciò l'incenso. Il santuario dei pellegrini era stato eretto a sinistra della sala grande; ogni anno vi si dovevano recare le offerte delle quattro stagioni. C'erano anche il tempio del dio del Tuono, quello del re drago e così via: uno per ciascuna delle divinità che avevano portato soccorso. Dopo l'ispezione si preparò la partenza. Quando la gente apprese che non sarebbero rimasti più a lungo, fu una gara per fornir loro il viatico; ma essi non accettarono un soldo. Tutti gli ufficiali, in corpo e deputazione, li vollero scortare per più di trenta li, con fanfara e bandiere spiegate; e anche allora non si risolvevano a lasciarli andare, e li guardarono allontanarsi con le lacrime agli occhi. Il corteo che li aveva scortati si mosse per ritornare solo quando furono scomparsi all'orizzonte. I monaci divini lasciano il Buon Soccorso. Concede il grande santo le sue grazie a ciascuno. Se poi non sapete quanto tempo occorse, dopo questa partenza, per incontrare il Buddha, ascoltate il prossimo capitolo. 第088回 LA SCUOLA DEI PRÌNCIPI · OVE MEDITAZIONE, GIUNTO A YUHUA, MANIFESTA LA POTENZA DELLA LEGGE; E SCIMMIA DELLO SPIRITO E MADRE DEL LEGNO ACCETTANO DISCEPOLI. Riferisce il racconto che, dopo aver preso lietamente congedo dal governatore, il monaco cinese sul suo cavallo si rivolse al Novizio: "Saggio discepolo, questa buona azione è ancora più meritoria del salvataggio dei bambini del regno di Bhiksu; e il merito è tutto tuo." "Si capisce" fece coro Sabbioso. "A Bhiksu furono salvati mille centoundici bambini; ma questa pioggia ha salvato diecine o centinaia di migliaia di vite umane. Mi meraviglio anch'io della potenza magica del nostro condiscepolo anziano, e della sua compassione che copre la terra intera." "È la bontà in persona, ma solo per gli altri" sogghignò Porcellino. "In famiglia, invece, è una disgrazia. A me sa solo pestare i piedi." "Quando mai ti avrei pestato i piedi?" domandò Scimmiotto. "Tante volte. A vedermi legato, appeso, lessato o cotto sotto la cenere, tu ci provi gusto. Dopo tutta la compassione che hai riversato su un milione di persone nel governatorato di Fengxian, che cosa ti costava lasciarmici stare per sei mesi? Là prendevo bei pasti regolari, secondo l'appetito; che fretta c'era di scappar via?" "La solita bestia" brontolò Scimmiotto. "Pensi solo a riempirti la pancia. Piantala e cammina." Porcellino non osò replicare; con una smorfia si assestò i bagagli sulla spalla e seguì ansimando gli altri, che affrettavano il passo. Il tempo correva veloce come la spola; presto ritornò l'autunno. Scompare il rigoglio della vegetazione, si assottiglia il mantello delle montagne. Le foglie rosse volano nel vento. Le limpide notti, in cui la luna bianca si affaccia alle finestre, sono seguite da chiare mattine gelate. Nel crepuscolo risplende la fredda acqua del lago davanti alle case dai comignoli fumanti. Profumano le felci, prospera il poligono rosso, il frutto del mandarino è ancora verde, ma l'arancia già si colora di giallo. L'oca selvatica si rifugia nel casolare abbandonato, il gallo di campagna celebra cantando la raccolta dei fagioli. Dopo lungo cammino i quattro pellegrini videro nuovamente levarsi all'orizzonte la massa scura di una cinta muraria. "Consapevole del Vuoto" disse il reverendo indicandola con il frustino, "ecco un'altra città. Come si chiamerà?" "Non abbiamo mai viaggiato da queste parti" rispose Scimmiotto. "Come volete che lo sappia? Quando arriveremo, lo chiederemo ai suoi abitanti." Dal vicino boschetto sbucò un vecchio che si appoggiava a una canna di bambù, con l'abito leggero stretto alla vita da una striscia di stoffa a uso di cintura, calzato di sandali di fibre di palma. Tripitaka smontò da cavallo e lo salutò a mani giunte. Il vecchio si fermò e rese il saluto: "Da dove venite, reverendo?" "L'umile monaco che sono è mandato dalla corte dei Tang a salutare il Buddha nel Monastero del Colpo di Tuono. Vediamo una città di cui ignoriamo il nome. Avreste la bontà di farcelo sapere, caro donatore?" "Maestro di meditazione che conoscete la Via, sappiate che la nostra umile regione è una provincia dell'impero dell'India, che si chiama Yuhua, cioè 'Splendore di Giada'. Il signore della città, principe di Yuhua, è un membro della famiglia reale. È un principe saggio: rispetta il buddismo e il taoismo, e ama il popolo. Se lo andrete a trovare, vi riceverà di sicuro con rispetto." Tripitaka lo ringraziò. Quando il vecchio si fu allontanato, ritornò verso i discepoli per riferire le notizie; essi vollero aiutarlo a risalire a cavallo, ma lui rifiutò: "Non occorre: la strada da fare è poca." Proseguirono dunque a piedi attraverso i sobborghi, animati da un'intensa attività commerciale. Per lingua e aspetto, gli abitanti non differivano dai cinesi. "Mi raccomando, prudenza!" diceva Tripitaka. "Non provochiamo incidenti!" Porcellino camminava a testa bassa, Sabbioso cercava di nascondere la faccia. Solo Scimmiotto procedeva noncurante, tenendo il maestro per mano. La gente si spingeva per guardarli; tutti esclamavano: "Di monaci eminenti, capaci di sottomettere tigri e draghi, ce ne sono anche qui. Ma non avevamo mai visto un bonzo come questo, che doma scimmie e maiali." Porcellino, irritato, finì per alzare il grugno e dire: "Quando mai un bonzo riuscirebbe a sottomettere il re dei maiali?" La gente si sbandò dallo spavento; cercavano rifugio nelle porte, qualcuno scivolava e cadeva. "Bestia!" gridò Scimmiotto. "Nascondi la tua brutta faccia e non dire malignità. Bada a dove metti i piedi, che attraversiamo un ponte." Il bestione abbassò il grugno, ma continuò a ridacchiare fra sé. Dopo il ponte sospeso, superarono la porta della città e si inoltrarono per i larghi viali affollati, fiancheggiati da taverne e da case di piacere. Era la grande capitale di una regione importante, come dicono i versi: Dietro mura di ferro la città sta sicura: Fra l'acque e la montagna, ignora la paura. Navigando sul lago i mercanti le recano Ogni specie di merce. Le taverne si sprecano: Gran tavole imbandite, e musiche, e follie. Fuman mille comignoli nelle sue lunghe vie. Ti sembra di abitare a Chang'an la divina: Persino cani e gatti litigan come in Cina. Tripitaka pensava: "Ho tanto sentito parlare di questi paesi barbari dell'Ovest: tutto sommato sono uguali alla Cina. Ecco perché questo è detto il paese della gioia assoluta." Sentì che un moggio di riso costava quattro decimi di oncia d'argento, e l'olio di sesamo otto millesimi la libbra; questo lo convinse di essere giunto nel paese di Bengodi. La città era grande e bisognò camminare a lungo per giungere alla residenza del principe. Intorno alla piazza c'erano anche gli uffici amministrativi, la corte di giustizia, il servizio delle cucine e l'albergo per i visitatori. "Discepoli" disse Tripitaka, "aspettatemi qui. Entro nella residenza per far vistare il passaporto, e poi ce ne andremo." "Dobbiamo restare qui in piedi?" domandò Porcellino. "Non hai visto l'insegna? 'Albergo per i visitatori'. Andate a sedervi là dentro" rispose Tripitaka. "Chiedete se si può acquistare foraggio per il cavallo. Nel caso che il principe ci invitasse a pranzo, ve lo farò sapere." "Maestro, non vi preoccupate" assicurò Scimmiotto. "Ci penso io." Sabbioso portò i bagagli dentro l'albergo. Erano tanto brutti che il personale di servizio non osò avvicinarsi, né tanto meno metterli alla porta. Perciò si sedettero dove vollero. Intanto il maestro si era presentato all'ufficiale di servizio, che inoltrò la sua richiesta di udienza; e il principe, che era effettivamente un saggio, lo ricevette subito. Tripitaka lo salutò tenendosi a rispettosa distanza, ma il principe lo fece salire accanto a sé e lo invitò a sedere. Quando Tripitaka gli presentò il passaporto, esaminò incuriosito i sigilli e le scritte di tanti strani paesi, e aggiunse la propria firma con evidente piacere. Poi ripiegò il documento, lo posò sul tavolo e chiese: "Reverendo, avete attraversato molte contrade. Che distanza c'è da qui al paese dei grandi Tang?" "Non saprei con precisione. La pusa Guanyin disse una volta che la mia meta era lontana cento ottomila li. Durante il viaggio l'inverno è ritornato quattordici volte." "Quattordici anni! Suppongo che il vostro cammino sarà stato ritardato da molti ostacoli." "Non me ne parlate. Diavoli e mostri a migliaia. Non sono riuscito a tenere il conto di tutte le prove che ho dovuto superare prima di giungere nel vostro bel paese." Il principe prese in simpatia il visitatore e lo invitò a pranzo. "Fuori mi aspettano tre giovani discepoli. Non oso accettare, perché temo che siamo in ritardo sulla tabella di marcia" obiettò Tripitaka. "Ciambellano, esci a cercare i discepoli del reverendo e invita a pranzo anche loro." L'ufficiale non trovò nella strada nessun eminente discepolo, ma uno dei suoi suggerì: "Pare che ci siano in albergo tre bonzi mostruosi; forse saranno loro." L'ufficiale entrò a interpellare l'albergatore: "Dove sono i discepoli del monaco dei grandi Tang? Siamo incaricati di invitarli a pranzo." Porcellino, che sbadigliava seduto su una seggiola, come udì la parola 'pranzo' balzò in piedi: "Eccoci qua!" L'apparizione provocò un accidente al povero ciambellano; fu preso dal panico e strillò: "Che orrore! Un diavolo porcello!" Scimmiotto intervenne per rimettere ordine: "Via, fratellino, un po' di civiltà! Non spaventare la gente con le tue cattive maniere." Le guardie si misero a strillare: "Un altro fantasma! È uno spirito scimmia!" Sabbioso giunse cerimoniosamente le mani e fece notare: "Non è il caso di spaventarsi, signori; siamo appunto i monaci che cercate." "Questo è il dio del camino! Il protettore della fuliggine!" Gli ordini sono ordini. Le guardie tremanti dovettero guidare i tre alla residenza e li introdussero nella sala di udienza. Ma anche il principe trasalì, quando alzò gli occhi su di loro. Tripitaka se ne accorse e giunse le mani: "Altezza, rassicuratevi. I miei rozzi discepoli sono brutti, ma hanno buon cuore." Porcellino tirò giù una riverenza e berciò: "L'umile monaco che vedete vi saluta!", con l'effetto di spaventarlo del tutto. "Come potete immaginare, ho dovuto reclutare i miei discepoli sui monti selvaggi; perciò sono tanto goffi e non conoscono le buone maniere. Spero ardentemente che vorrete perdonarli." Il principe dominò la paura e si affrettò a spedire i pellegrini a pranzare nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza. Mentre si recavano al padiglione, Tripitaka se la prese con Porcellino: "Somaro maleducato! Potevi almeno star zitto. Come apri la bocca, rovesci le montagne." Scimmiotto si mise a ridere: "Dovevi fare come me. Ho fatto riverenze, io? Tutta energia risparmiata." "Magari ci potevamo inchinare tutti insieme. Ma lui spinge sempre avanti il suo grugno e grufola dappertutto" aggiunse Sabbioso. "Mi prendete sempre in giro" si lagnò Porcellino. "L'altro giorno il maestro diceva che per essere educato devo salutare. Adesso, che non devo. Insomma, che cosa devo fare?" "Ti ho detto di salutare la gente quando la incontri" precisò Tripitaka, "e non di metterci in ridicolo davanti a un principe. Non conosci il detto: ci sono persone di qualità, come merci di qualità? Come puoi ignorare la differenza fra un nobile e un tizio qualsiasi?" Durante il battibecco erano giunti nel luogo destinato, dove l'ufficiale di mensa li fece accomodare e ordinò di servire il pasto. Maestro e discepoli tacquero e mangiarono. Intanto il principe, lasciata la sala d'udienza, si ritirò negli appartamenti privati. I suoi tre giovani figli lo videro comparire con il volto turbato e chiesero: "Che cosa vi è accaduto?" "Ho ricevuto un bonzo delle terre dell'Est in cerca di scritture, che è venuto a far vistare il passaporto. È un uomo straordinario, e l'ho invitato a pranzo; quando mi ha detto di avere tre discepoli, ho invitato anche loro. I tre sono entrati senza rispettare il rituale dei saluti, e già questo non mi è piaciuto. Quando poi li ho guardati in faccia, ho visto tali orribili diavoli, che non dovete stupirvi se sono ancora pallido." I tre principini erano appassionati cultori di arti marziali. Subito arrotolarono le maniche e strinsero i pugni: "Non saranno creature malefiche delle montagne camuffate in forma umana? Aspettate che ci armiamo e andiamo a vedere di che si tratta." Il maggiore impugnò una sbarra, il secondo un rastrello a nove denti e il terzo una canna laccata di nero. Uscirono quindi di casa con aria fiera e minacciosa, gridando: "Dove sono questi bonzi in cerca di scritture?" "Principini" risposero inginocchiandosi gli ufficiali di mensa, "sono seduti a tavola nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza." I giovani vi fecero irruzione e gridarono: "Siete uomini o diavoli? Rispondete, se tenete alla vita." Tripitaka, pallido di spavento, lasciò cadere la ciotola e si inchinò: "L'umile monaco che sono è un inviato della corte dei Tang. Sono un uomo, non una creatura malefica." "Tu l'aspetto d'uomo ce l'hai; ma gli altri tre sono proprio diavoli!" Porcellino continuava a mangiare come se niente fosse. Sabbioso e Scimmiotto risposero: "Siamo esseri umani anche noi. La bruttezza del volto non esclude la bontà del cuore, né il corpo grossolano la bellezza dell'anima. E voi tre chi siete, per entrare qui a dir sciocchezze?" "Sono le loro altezze, i figli del nostro principe" risposero per loro gli ufficiali di mensa. Porcellino alzò il naso dal piatto: "Vedo che siete armati, giovani altezze. Avreste per caso intenzione di battervi?" Il secondo figlio si mise in posa di combattimento, brandendo a due mani il rastrello a nove denti. Porcellino scoppiò a ridere: "Il tuo rastrello è il nipotino neonato del mio." Lo levò dalla cintura e lo roteò cavandone mille raggi di luce dorata. Poi lo maneggiò intorno alla sua testa, con sibili acuti e melodiosi. Il giovane principe era inchiodato dallo stupore e non osava muoversi. Scimmiotto vide che il maggiore usava come arma una sbarra, ed estrasse da dietro l'orecchio il suo ago cerchiato d'oro. Gli diede il diametro di una tazza e la lunghezza di due o tre tese, ne piantò la punta nel suolo con un colpo secco a una profondità di tre piedi, e disse ridendo: "Prendi questa, ragazzo: te la regalo." Il principino gettò la propria sbarra e cercò di impugnare quella meraviglia. L'afferrò con entrambe le mani e diventò rosso per lo sforzo, ma non c'era niente da fare: non riuscì a muoverla di un pelo, come se avesse messo radici. Il terzo principe, che aveva il temperamento più focoso, si gettò all'attacco con la sua canna laccata di nero. Sabbioso lo scartò con la mano, tirò fuori il suo bastone ammazza diavoli e lo mulinò provocando uno spettacolare fascio di nuvolette iridate. Gli ufficiali rimasero a bocca aperta; i tre giovani principi si inchinarono e dissero: "Maestri! Noi siamo comuni mortali, e non ci eravamo resi conto di chi foste. La nostra speranza è che ci accordiate una dimostrazione della vostra abilità, e che ci accogliate come discepoli." Scimmiotto riprese la sua sbarra e rispose: "Volentieri. Ma qui non abbiamo spazio sufficiente. Permettete che salga al piano di sopra e vi procuri un piccolo divertimento." Sacripante di un grande santo! Fece una capriola e balzò in aria con un sibilo acuto. A trecento piedi da terra si arrestò, fece scaturire sotto i suoi piedi una nuvola multicolore ed eseguì molte figure con la sua sbarra, come la 'fontana di fiori sopra il baldacchino' o il 'drago giallo che avvolge le spire', ora girando in senso orario, ora turbinando in senso antiorario. Uomo e sbarra formavano figure di ricamo su broccato. A un certo punto l'uomo scomparve e si vide solo la sbarra, che roteava vorticosamente incendiando di colori tutto il cielo. Porcellino applaudiva; infine non poté resistere e urlò a gola spiegata: "Aspetta che vengo a divertirmi anch'io!" Bravo bestione! Salì sulle ali del vento e inventò una danza maneggiando il suo rastrello: tre colpi in alto, quattro in basso, cinque a sinistra, sei a destra, sette in avanti, otto indietro. Quell'arma scatenata produceva il rumore di un temporale. Sabbioso, eccitato, si rivolse al reverendo: "Maestro, permettete che mi eserciti anch'io." Fece un balzo a piedi giunti e ascese in cielo menando fendenti con il suo bastone, che si lasciava dietro scie di faville. Lo maneggiò a due mani nelle figure della 'fenice color cinabro che guarda il sole' e della 'tigre affamata che si getta sulla preda'. A rapido attacco, lenta parata; ad astuta finta, brusca risposta. Le aeree esibizioni dei tre condiscepoli erano smaglianti. Non è certo comune la figura Della meditazione. Vien riempito Lo spazio dalle cause della Via. Metallo e legno mostrano potenza, Perfetta comprensione mostra Spatola. Delle armi divine che maneggiano Rivelano la grande perfezione. Il vaso di cinabro è ovunque oggetto Di adorazione. Per quanto sublime Sia l'India, ha pur qualcosa da imparare: I principi di Yuhua apprenderanno Che cosa sia tenere il giusto mezzo. I giovani principi, impressionati, si erano inginocchiati nella polvere. Lo spettacolo si vedeva da lontano: non solo il personale del padiglione, ma il principe stesso nella sua residenza e tutta la cittadinanza, uomini e donne, civili e militari, preti e laici, monaci e suore; non vi fu uno che non si prosternasse pronunciando il nome del Buddha, né focolare in cui non si ardesse incenso pronunciando preghiere. Le apparenze rinviano a verità; Ed è questo il motivo per cui i monaci Salvan l'umanità. Ora è posto il frutto Sul cammino del bodhi: quivi giunta Ogni cosa si appaga meditando. I tre condiscepoli, completata la dimostrazione dei loro talenti, abbassarono a terra le loro nuvole e riposero le armi. Resero poi omaggio a Tripitaka, giungendo le mani, lo ringraziarono e andarono a sedersi ai loro posti, dove per ora il racconto li lascerà. I principini corsero dal padre in gran festa: "Incontriamo un'occasione fortunata fra mille! Avete visto lo spettacolo nel cielo?" "Ho visto nubi iridate, manifestazioni di divinità, e ho bruciato incenso con vostra madre. Ma non so a quale presenza di dèi o di immortali fosse dovuta." "Non erano dèi o immortali: erano i brutti discepoli di quel monaco in cerca di scritture. Le loro armi preferite sono uguali alle nostre, perciò abbiamo chiesto loro una dimostrazione. Le luci che avete visto venivano dalle loro esibizioni. Non avevamo mai assistito a niente di tanto meraviglioso. Ci piacerebbe averli come maestri e imparare le loro tecniche: ci sarebbero utili per difendere il paese, e ne acquisteremmo meriti senza pari. Che cosa ne pensate?" Il principe diede il suo consenso. I pellegrini, che si preparavano a ripartire, si videro comparire davanti i ragazzi e il padre, che si inchinarono profondamente. Il reverendo fu preso dal panico e si gettò nella polvere; i suoi discepoli si tennero da parte. Il principe li invitò tutti nella residenza privata a bere il tè. Quando si furono seduti, prese la parola il principe: "Maestro, vorrei pregarvi di una cosa, ma non so se i vostri eminenti discepoli acconsentiranno." "Siamo tutti agli ordini di vostra altezza; i miei umili discepoli non vi negheranno nulla." "Devo scusarmi con voi per aver creduto, incontrandovi, che foste dei semplici monaci mendicanti venuti dal lontano paese dei Tang. I miei occhi mortali non hanno visto altro e, senza volerlo, vi ho mancato di rispetto. Ma ora che abbiamo ammirato nel cielo le danze guerriere di mastro Scimmiotto, mastro Porcellino e mastro Sabbioso, sappiamo che siete buddha e immortali. I miei figli ne sono rimasti incantati. Hanno una vera passione per le arti marziali e aspirerebbero, con il massimo rispetto e devozione, ad apprendere i rudimenti di quest'arte. Spero che i reverendi abbiano la magnanimità di insegnar loro qualcosa. Dimostreremo la nostra gratitudine facendovi ponti d'oro." Scimmiotto si mise a ridere: "Si vede, altezza, che non vi intendete di monaci come noi. In primo luogo, non chiediamo di meglio che di arruolare discepoli; e il nostro scopo è di volgerli al bene. In secondo luogo, non si parla di denaro." La risposta piacque al principe, che immantinente ordinò un grande festino di ringraziamento. Tappezzerie di seta, volute meraviglia quei croccanti al miele, d'incenso, tavole incrostate d'oro da abbagliare gli occhi. Le seggiole laccate sono ricoperte da cuscini di broccato ricamati. Il tè dall'aroma penetrante accompagna frutta appena colta, quattro piatti di pasticceria dolce e leggera, e due piatti di pani deliziosi. Che quegli anellini fritti nell'olio e glassati di zucchero! Dalle bottiglie di vino di riso si versa una bevanda superiore al nettare di giada. Il tè è quello divino di Yangxian: un aroma più squisito della cannella. Danze, canti e spettacoli diversi allietavano i convitati. Maestro e discepoli si godettero il restante corso della giornata con la famiglia principesca. Le mense furono tolte solo quando cadde la sera. Allora i pellegrini furono ospitati nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza; si offerse loro un bagno caldo profumato e si prepararono ricchi letti e cortine. Questo è il momento in cui Splendon le stelle. Il canto del poeta Si estingue in un bisbiglio sul guanciale. Crescono rigogliose nella notte Le erbacce sul sentiero. Regnerebbe Il silenzio, se a tratti non giungesse Rumore di pignatte dal cortile Del vicino. A quest'ora soffrirai La nostalgia del tuo paese. Il grillo Cantando sotto il letto, ti dimostra Che ti capisce, ma non fa dormire. La mattina seguente, il principe si recò con i figli a visitare i reverendi. Il giorno precedente avevano ricevuto l'omaggio dovuto ai principi, e ora toccava a loro di rendere quello dovuto ai maestri. I tre ragazzi si prosternarono e chiesero: "Rispettati maestri, potremmo dare un'occhiata alle vostre armi?" Porcellino mise a terra il suo rastrello, Sabbioso appoggiò alla parete il bastone ammazza diavoli. I due principi più giovani cercarono di afferrarli, ma sembravano libellule alle prese con colonne di pietra: la faccia si arrossava per lo sforzo, ma non c'era verso di smuoverli. Il fratello maggiore li richiamò: "Fratelli, è inutile, non ce la fate. Mi chiedo quanto pesino queste armi divine." "Il mio rastrello non è pesantissimo" rispose ridendo Porcellino. "Cinquemila quarantotto libbre, compreso il manico: il numero dei rotoli della Legge." "E il vostro prezioso bastone quanto pesa?" chiese il principe più giovane. "Lo stesso peso, cinquemila quarantotto libbre" rispose Sabbioso. Il maggiore voleva vedere la sbarra cerchiata d'oro, e Scimmiotto la trasse da dietro l'orecchio e le diede il diametro di una tazza; poi la piantò in terra davanti a lui. "Mastro Porcellino e mastro Sabbioso nascondono le loro armi sotto i vestiti. Come mai mastro Scimmiotto tiene invece la sua dietro l'orecchio? E come fa a diventare tanto grande?" Scimmiotto si mise a ridere: "Ragazzi miei, questa non è una sbarra come potreste trovarne posate accanto al camino. Il suo ferro venne fuso da Yu il Grande al tempo in cui il caos incominciava a separarsi. Egli fece questa sbarra per sondare mari, fiumi e laghi. Dopo che ebbe spaccato le montagne e drenato le acque, quando si stabilì la grande pace, la sbarra giacque dimenticata in fondo all'oceano orientale. Passavano gli anni, e la sbarra acquistò pian piano la capacità di emanare luce e di mutare le proprie dimensioni. "Il destino ha voluto che finisse nelle mie mani. Posso renderla più piccola di un ago o alta fino al cielo. Si chiama 'A piacer vostro' oppure 'Cerchi d'oro', ed è un oggetto unico in terra come in cielo. "Il suo peso sarebbe di tredicimila cinquecento libbre, ma può crescere o ridursi. Con essa ho messo sottosopra i palazzi del Cielo e forzato le porte dell'Inferno. Dovunque ha vinto tigri e draghi, e sottomesso mostri e lamie. Dèi e diavoli la temono: il sole impallidisce di spavento a vedersela puntare contro. "Come vedete, non è ferro comune, ma viene dalla notte dei tempi." I principini rinnovarono i segni di omaggio e di rispetto, e li pregarono di impartire i loro insegnamenti. "Insegnamenti di che genere?" domandò Scimmiotto. "Per ciascuna delle vostre armi, chi le adopera ci potrebbe insegnare come servirsene." "Insegnare è facile" sorrise Scimmiotto, "ma per imparare occorre una forza adeguata; se manca, è come disegnare la tigre con i tratti del cane. Come dicevano gli antichi, insegnamento senza rigore: maestro inetto - sapere insufficiente: allievo incapace. Se proprio lo volete con tutto il cuore, prima bruciate incenso al Cielo e alla Terra. Poi vi trasmetterò un po' della forza divina che occorre per praticare questa specie di arti marziali." I principini entusiasti corsero a procurarsi un altare, si purificarono con abluzioni, bruciarono incenso e pregarono rivolti al cielo. Poi dichiararono: "Siamo pronti." Scimmiotto si rivolse a Tripitaka e lo salutò rispettosamente; quindi dichiarò: "Onorato maestro, il vostro discepolo sollecita indulgenza. Da quando mi avete liberato con la vostra eminente virtù al Monte delle Due Frontiere, non sono mai venuto meno ai precetti della dottrina. Per quanto lontano sia dallo sdebitarmi verso di voi, in tutto questo lungo viaggio verso Occidente vi ho servito con tutte le mie forze e il mio cuore, scalando i monti e attraversando le acque. Ora che siamo giunti a una contrada del paese del Buddha, ho la fortuna di incontrare questi giovani principi, che ci prestano omaggio perché vogliono apprendere le arti marziali. Se diventano nostri discepoli, per voi saranno come dei nipotini. Prima di procedere, sento il dovere di sottoporre rispettosamente il caso al mio maestro." Tripitaka fu felice di dare il proprio consenso. Porcellino e Sabbioso si affrettarono a imitare Scimmiotto. Si prosternarono davanti a Tripitaka e gli dissero: "Maestro, sapete che non siamo bravi a parlare, ma speriamo che autorizzerete anche a noi a prendere questi ragazzi come discepoli e a divertirci un po'. Sarà un bel ricordo del nostro viaggio." E Tripitaka diede il consenso anche a loro. Allora Scimmiotto condusse i tre principini nella stanza più silenziosa del padiglione, tracciò il diagramma dell'Orsa Maggiore e li invitò a sdraiarvisi con gli occhi chiusi. Pronunciò nella mente le parole di un incantesimo, recitò alcune formule e alitò il suo fiato magico nelle loro viscere, rinviando le divinità primordiali al loro luogo d'origine. In questo modo trasmise a ciascuno dei ragazzi il segreto che moltiplicava la loro forza per mille e diecimila. Poi, con l'acqua e il fuoco, rinnovellò le loro ossa e i loro muscoli. Compiuto il ciclo, li risvegliò. I ragazzi si levarono da terra stropicciandosi gli occhi: si sentivano pieni di energia. Avevano acquistato una forza straordinaria: il maggiore fu capace di sollevare la sbarra cerchiata d'oro, quello di mezzo il rastrello a nove punte e il minore il bastone ammazza diavoli. Il principe loro padre era fierissimo ed emozionato: si precipitò immediatamente a far preparare un altro banchetto di ringraziamento. L'insegnamento continuò durante il banchetto, e ciascuno dei principini dava saggio di quanto imparava. Riuscirono a eseguire varie figure e trucchi, ma a prezzo di grande fatica. Dopo un po' ansimavano, e si resero conto che non riuscivano a continuare: quelle armi magiche mutavano continuamente di peso e di dimensioni. Il gioco era bellissimo, ma loro - comuni mortali - non potevano reggerlo a lungo. Il banchetto durò fino a sera. L'indomani i principini ritornarono a ringraziare: "Divini maestri, vi siamo riconoscenti della forza che ci avete fatto acquistare; tuttavia maneggiare le vostre armi non è facile per noi. Ci piacerebbe farle imitare nella foggia, ma in materiali consueti, di peso costante e più leggero. Però ci chiediamo se acconsentirete." "Ma certo" approvò Porcellino. "È un'idea sensata. Voi non sapete maneggiare le nostre armi, e noi comunque non potremmo lasciarvele, perché ci occorrono per difendere la Legge contro i diavoli." I figli del principe convocarono dunque dei fabbri e fecero acquistare diecimila libbre di ferro e d'acciaio. L'officina fu collocata nella corte anteriore, con forgia e fornace. Il primo giorno fu dedicato a preparare il metallo; il secondo giorno le tre armi furono consegnate agli artigiani perché le copiassero. Ahimè! quelle armi fatate e luminescenti si sarebbero dovute tenere coperte per non attirare l'attenzione. Lasciate giorno e notte all'aperto, diffusero intorno mille raggi di luce e riversarono ogni specie d'influsso benefico. Ciò finì per attirare l'attenzione di una creatura malefica che abitava a una settantina di li dalla città, in una grotta detta Gola di Tigre, sulla Montagna del Leopardo. Nel cuore della notte notò l'inspiegabile luminosità, salì su una nuvola per veder meglio, e scoprì la fonte del fenomeno nella corte del palazzo. "Che tesori meravigliosi!" si disse il mostro ardendo di bramosia. "Chi li avrà messi là? È un'occasione da non perdere." Sollevò un gran vento, si impadronì delle tre armi e le portò nel suo rifugio. Come si dice: Nemmeno per un momento Tu puoi lasciare la Via. Ciò che lasci non è Via(72). Perdute le armi divine, Ascesi e meditazione Andran forse a farsi friggere? Se poi non sapete come si poteva fare a ricuperare quelle armi, leggete il seguito. 第089回 UNA COMBRICCOLA DI LEONI · OVE LEON FULVO INVANO PREPARA IL BANCHETTO DEL RASTRELLO, PERCHÉ METALLO, LEGNO E TERRA DEVASTANO LA MONTAGNA DEL LEOPARDO. I fabbri, dopo il duro lavoro della giornata, dormivano della grossa. Quando all'alba ritornarono alla fucina, le tre armi erano scomparse. Atterriti le stavano cercando da tutte le parti, quando incapparono nei tre giovani principi che venivano a vedere come proseguiva il lavoro. "Padroncini" dissero i fabbri prosternandosi, "non troviamo più le armi dei tre divini maestri." In preda all'inquietudine, essi supposero che i legittimi proprietari avessero preferito riporle per la notte. Corsero al Padiglione dell'Essiccatoio della Garza: "Maestri, dormite ancora?" "Eccoci qua" rispose Sabbioso, levandosi dal letto per aprire la porta. I ragazzi entrarono e si guardarono intorno: "Non vediamo le vostre armi. Le avete riposte voi?" "Certo che no!" esclamò Scimmiotto balzando in piedi. "Questa notte sono scomparse." "Volete dire che è scomparso il mio rastrello?" gridò Porcellino. "Alla fucina non si trovano, le hanno cercate dappertutto. Non ci starete per caso giocando uno scherzo, con quelle armi che si possono rimpicciolire a volontà?" "Vi assicuro che non c'è scherzo" rispose il Novizio. "Cerchiamole subito." Corsero alla fucina, dove Porcellino diede in escandescenze: "Questi fabbri sono una banda di ladri! Restituite subito il maltolto, o vi ammazzo!" I disgraziati caddero in ginocchio piangendo: "Non abbiamo sentito nulla; ma potete immaginare quant'era duro il nostro sonno, dopo le fatiche della giornata. Ieri sera le armi erano qui, e stamane non ci sono più. Noi siamo comuni mortali: non saremmo stati capaci nemmeno di muoverle. Signorie, per carità, risparmiate le nostre vite innocenti!" Scimmiotto era silenzioso e aggrondato. Alla fine brontolò: "È colpa nostra. Per utilizzarle come modelli, non c'era nessun bisogno di lasciarle all'aperto durante la notte. Emanano luce, e avranno attirato l'attenzione di qualche mostro, che sarà venuto a rubarle." "Ma che cosa dici, fratello?" obiettò incredulo Porcellino. "Trovar mostri in un posto tanto pacifico! Qui non ci sono montagne impervie o lande selvagge, che possano ospitare creature malefiche. I fabbri si saranno resi conto che erano tesori inestimabili e, in combutta con qualche complice, avranno passato la notte a spingere e tirare per portarseli via. Bisogna arrestarli e dargli una buona bastonatura." Gli operai, terrorizzati, giuravano e si prosternavano a ripetizione. Mentre così si discuteva, sopraggiunse il principe e si informò dell'accaduto. Udito del furto, impallidì e rifletté a lungo, concludendo: "Le armi dei nostri divini maestri non sono oggetti comuni: cento ladri tutti insieme non sarebbero riusciti nemmeno a spostarle. D'altronde noi regnamo su questa regione da cinque generazioni e, non per vantarci, godiamo di una certa reputazione di saggezza anche all'estero. Qui le leggi sono temute e rispettate da tutti. Sono ben sicuro che i nostri artigiani non si immischierebbero mai in un simile imbroglio. L'ipotesi non regge." "Per quanto riguarda i fabbri, la questione è chiusa" disse Scimmiotto. "Ma volevo chiedere a vostra altezza se nei dintorni della città ci sono monti che si sappiano abitati da creature mostruose." "Ecco una buona domanda. A nord della città c'è la Montagna del Leopardo, dove si apre la Grotta Gola di Tigre. Da molto tempo sento dire che ci abiterebbe un immortale, secondo alcuni, oppure una belva o un mostro, secondo altri. Confesso di non aver avuto modo di appurare come stiano le cose." "Basta così!" esclamò Scimmiotto. "È certo colpa di quel furfante. Voialtri" aggiunse rivolgendosi a Porcellino e Sabbioso, "badate al maestro e alla sicurezza della città, mentre io vado a fare un giro da quelle parti." Quanto ai fabbri, li pregò di continuare il loro lavoro. Il bravo re scimmia, congedatosi da Tripitaka, scomparve con un sibilo. La Montagna del Leopardo distava dalla città una settantina di li, perciò vi giunse in un batter d'occhio. Guardando dall'alto, si riconosceva la presenza di miasmi malefici. Una vasta struttura rocciosa dalle lunghe vene di drago: picchi aguzzi conficcati nel cielo, torrenti che rumoreggiano in fondo ai burroni. Davanti alla montagna si stende un cuscino di erba di diaspro, su cui i fiori disegnano un broccato. Pini alteri e antichi cipressi si mescolano a vecchi alberi e bambù. Gazze e corvi volano gracchiando, gru e gibboni fischiano e gemono. Ai piedi della roccia scoscesa scorrazzano coppie di daini e cervi, corrono furtivi tassi e volpi. Draghi venuti da lontano appaiono e scompaiono dai nonupli meandri di una gran vena nascosta sotto la montagna. La catena montuosa è sul confine del distretto di Yuhua, posto incomparabile destinato a diecimila anni di felicità. Mentre si guardava intorno, Scimmiotto udì voci che provenivano dall'altro versante della montagna. Andò a vedere, e scoprì due mostri a testa di lupo che risalivano il pendio nord occidentale discutendo animatamente. "Sono creature malefiche in missione" si disse Scimmiotto. "Sentiamo che cosa hanno da raccontare." Recitò un incantesimo e, con una scossa, si trasformò in farfalla; quindi spiegò le ali e li raggiunse. Era una perfetta imitazione: Ali cosparse di polverina colorata, antenne d'argento. Sale portato dal vento, discende lentamente splendendo nel sole. Non conosce ostacoli quando va in cerca di fiori odorosi. Il suo corpo leggero si posa elegante sulle corolle appena dischiuse. Volò sopra le teste dei mostri per sentire le loro parole. "Egregio fratello" diceva uno dei due, "è un momento fortunato per il nostro re. L'altro giorno è riuscito a conquistare una vera bellezza, che si è portato nella grotta. La notte passata ha messo le mani su tre armi che sono tesori inestimabili. Domani offrirà un banchetto per celebrare l'avvenimento: 'l'assemblea del rastrello'. Ce lo godremo tutti quanti." "Di fortuna ne abbiamo anche noi: ci hanno dato venti tael per acquistare maiali e montoni. Quando arriviamo al Mercato del Sud, incominceremo con l'acquisto di un paio di buone bottiglie. Inoltre potremo fare la cresta sulla spesa, in modo che ci restino due o tre tael per comprare un abito imbottito per l'inverno. Che ne dici?" Ridendo e chiacchierando, i due procedevano di buon passo. Scimmiotto si rallegrò di essere sulla buona strada, come dimostrava quell'assemblea 'del rastrello'. Non aveva armi per ammazzare i due; d'altronde erano creature senza importanza. Li superò, riprese il proprio aspetto e sostò sul ciglio della strada. Quando i due gli giunsero davanti, recitò la formula 'anniuchali', fece uno sputo magico e li impietrì. Restarono immobili a occhi spalancati, senza poter muovere un passo né aprire la bocca. Scimmiotto li gettò nel fosso con uno scappellotto e frugò nei loro vestiti; trovò venti tael in una scarsella legata alla cintura di uno dei due, e placche laccate di bianco che recavano i loro nomi: uno si chiamava Strano Imbroglio e l'altro Imbroglio Strano. Il grande santo si impadronì degli oggetti e corse in città, a riferire i fatti al principe, al monaco cinese, ai fabbri e agli ufficiali. "Vedo con soddisfazione che l'arma più apprezzata è la mia" rise Porcellino, "dal momento che dà il nome alla festa. Ma non voglio certo lasciarla nelle loro mani." "Li andremo a trovare tutti e tre. Diamo il denaro ai fabbri e chiediamo al principe di procurarci maiali e montoni. Porcellino sarà Imbroglio Strano e io Strano Imbroglio; Sabbioso farà la parte del mercante di bestiame. Così ci introdurremo nella loro tana, troveremo l'occasione di ricuperare le nostre armi, stermineremo la mala genia e potremo riprendere la nostra strada." "È un bel piano" approvò Sabbioso ridendo. "Realizziamolo senza indugio." Il principe fece acquistare dal suo maggiordomo sette od otto maiali e quattro o cinque montoni, e i tre si congedarono. "Fratello" chiese Porcellino, "come faccio a trasformarmi in Imbroglio Strano, se non l'ho mai visto?" Scimmiotto gli diede le istruzioni necessarie, corresse i particolari e alla fine garantì: "Tutto a posto. Sei proprio come lui." Si incamminarono verso la montagna; Sabbioso, alla retroguardia, spingeva le bestie davanti a sé, in veste di venditore. Quando giunsero ai primi pendii della montagna, incontrarono un brutto mostriciattolo. Occhi lustri come lanterne, pelacci rossi dritti sulla testa, come se andasse a fuoco. Il suo naso, un gran truogolo rovesciato, pende su una bocca storta da cui spuntano zanne. Aggiungete orecchie biforcute, fronte incavata e faccia gonfia e cianotica. L'abito è giallo chiaro, calza sandali di paglia: maestoso come un dio del malanno, inquietante come un fantasma malvagio. Il mostro teneva sottobraccio un cofanetto per biglietti d'invito, laccato di vari colori. Quando vide Scimmiotto e compagni, gridò: "Ecco gli Imbrogli! Che cosa avete comprato?" "Non vedi il gregge?" rispose Scimmiotto. "E questo chi è?" chiese il mostro sbirciando Sabbioso. "Il mercante che ci vende le bestie. Non avevamo denaro a sufficienza, perciò ci accompagna. E tu dove vai?" "Vado al Monte dei Nodi di Bambù, per invitare il grande re al ricevimento di domani." "Quanti invitati avremo?" "Il grande re presiederà il banchetto; con il nostro re e i loro capitani, saranno una quarantina di convitati." "Dài, andiamo avanti!" tagliò corto Porcellino. "Non ci fermiamo: le bestie si sbandano e vanno per conto loro." "E tu corrigli dietro" rispose Scimmiotto. "Voglio vedere com'è fatto il biglietto di invito." Il mostro glielo porse. Si leggeva: "Abbiamo rispettosamente preparato un banchetto, che si terrà domattina, per celebrare la lieta assemblea del rastrello. Se vorrete darvi la pena di effettuare il viaggio, saremo onorati della vostra presenza. Vi saremo infinitamente grati se ci concederete il vostro consenso. Al mio rispettabilissimo avo, l'eminente santo primordiale della Nonupla Numinosità, il suo figlio minore e discepolo Leon Fulvo che cento volte si prosterna." Dopo la lettura Scimmiotto restituì il cartoncino, e il messaggero lo rimise nella scatola e ripartì. "Si firma Leon Fulvo e invita un certo santo primordiale della Nonupla Numinosità" informò Scimmiotto. "Leon Fulvo sarà un leone di pelo giallo fattosi spirito, suppongo" disse Sabbioso. "Ma chi sarà questo tizio della Nonupla Numinosità?" Porcellino si mise a ridere: "Una cosa è sicura: il leone è mio." "Perché dovrebbe essere tuo?" domandò Scimmiotto. "Per il detto degli antichi: La vecchia troia mette in fuga il grande leone." Mentre chiacchieravano e ridevano, si spingevano avanti le bestie, e giunsero in breve all'ingresso della Grotta Gola di Tigre. La cerchia smeraldina di montagne Come una cinta senza varco alcuno. Liane verdi sigillan le fessure, Rovi violetti crescon sulle cenge. Fra boschi pieni di canti d'uccelli, Con l'ingresso fiorito, non la cede Alla Fonte dei Peschi(73). Non è facile Trovare eremitaggio più tranquillo. Presso l'entrata, una banda di mostri di ogni età giocava e si divertiva sotto gli alberi in fiore. Andarono incontro ai compagni che sopraggiungevano, per legare le bestie e portarle al coperto. Il baccano che facevano richiamò l'attenzione del re, che uscì accompagnato da una diecina di paggi: "Eccovi qua! Quante bestie avete acquistato?" "Otto maiali e sette montoni: quindici capi in tutto" rispose Scimmiotto. "I maiali costano sedici tael e i montoni nove. Noi avevamo solo venti tael; ne mancano cinque. Il venditore ci ha accompagnato per riscuotere la differenza del prezzo." "Ragazzi, date cinque tael a quest'uomo e mandatelo via" ordinò il re. "È venuto per riscuotere i soldi, ma gli piacerebbe restare a vedere la festa" aggiunse Scimmiotto. "Sfacciato!" gridò il re arrabbiato. "Paghiamo il prezzo che chiedi; che altro vuoi da noi?" "Padrone, si dice che abbiate trovato tesori unici al mondo: che male c'è se gli facciamo dare un'occhiata?" "Deficiente!" esplose il mostro. "Ho preso questi tesori nella città di Yuhua. Se li mostriamo al mercante, spargerà la voce e tutti lo sapranno: e io che cosa rispondo, se il principe li viene a reclamare?" "Signore, non siamo andati a Yuhua, ma a Mercato del Sud, che è ben lontano. Quali voci potrebbe spargere quest'uomo? D'altronde è affamato dal lungo cammino, e lo siamo anche noi. Prima di mandarlo via, potreste fargli mangiare qualcosa e offrirgli del vino." Un mostriciattolo venne dalla grotta a consegnare cinque tael a Scimmiotto, che li diede a Sabbioso dicendo: "Prendete, buon uomo. Venite in cucina a mangiare un boccone." Il povero Sabbioso dovette raccogliere tutto il suo coraggio per seguire quei due dentro la grotta. Mentre attraversavano la seconda sala videro il rastrello a nove denti, sfavillante di luce, che troneggiava su un altare; contro la parete est era appoggiata la sbarra cerchiata d'oro, e il bastone ammazza diavoli dall'altro lato. Il re mostro li aveva seguiti: "Mercante, quello che splende è il rastrello della festa. Guardalo quanto vuoi, ma guai a te se ne parli in giro." Sabbioso chinò il capo per ringraziare. Ahimè! il senso della proprietà è una passione irresistibile. Al rozzo e impulsivo Porcellino, la vista del suo rastrello fece passare la voglia di continuare a fingere: balzò avanti, lo afferrò e riprese la sua forma originaria. Quando lo videro minacciare il mostro, anche Scimmiotto e Sabbioso non poterono che riprendere il proprio aspetto e le proprie armi. Davanti all'attacco congiunto, il re batté precipitosamente in ritirata e corse a cercare la sua arma preferita, che era uno speciale raschiatoio detto Quattro Riflessi, fatto da un lungo manico che terminava con una lama tagliente. Dopo averlo afferrato, li affrontò gridando: "Chi siete voi, per osare di tendermi questo tranello e rubare i miei tesori?" "Vedrai chi siamo, brutto mucchio di peli!" urlò Scimmiotto di rimando. "Siamo i discepoli di Tripitaka, il santo monaco delle terre dell'Est inviato in missione dai grandi Tang. Queste sono le nostre armi, che erano posate nella corte del principe per servire da modello ai fabbri. Sei tu il ladro schifoso e l'impostore. In guardia! Finora le hai contemplate, ma ora le assaggerai." Il mostro resisteva con il suo raschiatoio. La battaglia si spostò nello spiazzo davanti all'ingresso della grotta. Guardate i tre monaci che mettono alle strette il mostro. La sbarra sibila come il vento, il rastrello si abbatte come l'acquazzone, il bastone ammazza diavoli riempie il cielo di brume colorate. Il raschiatoio Quattro Riflessi, da parte sua, sprigiona nubi cangianti. Sembrano immortali intenti a trasmutare l'elisir supremo, tra fumo e lingue di fuoco, che gettano nel panico dèi e diavoli. Il Novizio mostra il suo magistero marziale: rubare quegli oggetti è stata una brutta imprudenza. Porcellino combatte da Ammiraglio dei Canneti Celesti, ed anche il generale Sabbioso è pienamente all'altezza. I tre fratelli hanno combinato lo stratagemma che ha portato lo scontro nella grotta del nemico; quest'ultimo non manca di forza e di astuzia, e riesce a tenere la partita in equilibrio. Si battono finché il sole volge al tramonto. Allora la creatura perversa sente esaurirsi le proprie forze: non ce la fa più. Alla fine il mostro si trovò in difficoltà. Gridò a Sabbioso: "Bada al raschiatoio!" e, alla sua schivata, approfittò del varco per fuggire verso sud est. Porcellino voleva inseguirlo, ma Scimmiotto gridò: "Lascialo andare. Non mettere nell'angolo il brigante, dice l'adagio. Distruggiamo invece la sua base." Entrarono insieme nella grotta e fecero un macello di tutti i mostri grandi e piccoli che vi trovarono. Erano tigri, lupi, leopardi, pantere, cervi e camosci. Il grande santo, con i suoi mezzi magici, raccolse gli oggetti di valore e la selvaggina, da portare in città come bottino. Quanto al resto, Sabbioso raccolse molta legna secca e vi mise fuoco; Porcellino lo ravvivava agitando le orecchie come ventole. In breve bruciò tutto. Le porte della città erano ancora aperte, nonostante l'ora tarda, e nell'attesa la gente non si era coricata. Il principe, i suoi figli e Tripitaka aspettavano ansiosi nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza. A un tratto sentirono un gran rumore nella corte: erano oggetti e selvaggina che cadevano dal cielo. Poi comparvero i tre monaci, che dissero in coro: "Maestro, vittoria su tutta la linea!" Il reverendo era tutto gongolante; sua altezza si inchinava per ringraziare e i tre giovani principi si inginocchiavano. "Tiratevi su" disse Sabbioso. "Piuttosto venite a vedere il bottino." "Da dove viene tutta questa roba?" domandò il principe. "Gli animali che vedete erano divenuti spiriti. Noi abbiamo ricuperato le nostre armi e abbiamo combattuto il mostro, un leone armato del raschiatoio Quattro Riflessi. Quando è fuggito, lo abbiamo lasciato andare, ma abbiamo distrutto la sua base. Questo è il bottino che ci abbiamo trovato." Il principe era diviso fra la gioia e la preoccupazione: la vittoria lo rallegrava, ma lo impensieriva il timore che il mostro, prima o poi, volesse vendicarsi. "Vostra altezza non si preoccupi" lo rassicurò Scimmiotto. "Mi rendo conto dei vostri timori, ma ho riflettuto a lungo e so quali misure prendere. Non ce ne andremo di qui prima di esserci assicurati che non possano verificarsi ritorsioni o vendette. Mentre ci recavamo alla grotta, ci siamo imbattuti in un diavoletto con i capelli rossi che recava un invito all'avo di quel Leon Fulvo. Dopo la sconfitta, si sarà certo rifugiato da lui, e domani cercherà la rivincita. Ma noi lo elimineremo e chiuderemo la partita." Il principe ringraziò, come al solito, facendo servire un gran pranzo; dopo il quale maestro e discepoli si ritirarono per dormire. Il mostro si era recato davvero sul Monte dei Nodi di Bambù, in cui si trovava la Grotta dei Nove Meandri. Vi abitava suo nonno, il santo primordiale della Nonupla Numinosità. Per tutta la notte il nipote si fece portare dal vento in direzione sud est, e alla quinta veglia giunse all'ingresso della grotta e bussò alla porta. "Maestà" si stupì il mostriciattolo portinaio, "Faccia Blu è arrivato ieri a portare il vostro invito. Monsignore l'ha trattenuto per la notte, e stamane contava di portarlo con sé a casa vostra, per partecipare alla festa del rastrello. Come mai siete qui?" "È molto spiacevole, ma quella festa non si potrà tenere." Comparve Faccia Blu: "Maestà, non mi aspettavo di vedervi qui." Il mostro era tanto agitato che riuscì solo ad agitare la mano, senza rispondere. Un momento dopo il vecchio mostro si alzò dal letto e lo fece chiamare. Il nipote appoggiò la sua arma alla parete e si inchinò fino a terra, mentre le lacrime gli bagnavano le guance. "Mio saggio nipote, che cosa ti è accaduto?" "Ieri notte" raccontò il mostro, "mentre passeggiavo al chiar di luna, vidi una luce che saliva al cielo dalla città di Yuhua. Corsi a vedere che cosa la provocava, e trovai nella corte del principe tre armi magiche: un rastrello dorato a nove denti, un prezioso bastone e una sbarra cerchiata d'oro. Me le portai a casa, e volevo celebrarne il ritrovamento con un bel banchetto. Avevo fatto comprare maiali, montoni, frutta e tante cose per il festino che voi avreste presieduto. Dopo la partenza di Faccia Blu, che veniva a portarvi l'invito, ritornarono a casa i miei che erano andati ad acquistare il bestiame, in compagnia del mercante che lo aveva venduto e avanzava denaro. Non volevo mostrare le armi, per timore di spargere la notizia. Ma il mercante era affamato e andò in cucina per mangiare un boccone. Attraversando la sala, videro le armi, cambiarono aspetto e le impugnarono, affermando di esserne i veri proprietari. Uno era un monaco peloso con la faccia da duca del Tuono, un altro un bonzo dal grugno lungo con grandi orecchie, e il terzo aveva una faccia cupa di colore scuro. Hanno detto di essere i discepoli del monaco inviato in missione dai grandi Tang, e mi si sono gettati addosso senza altre spiegazioni. Mi sono difeso con il mio raschiatoio, ma li ho trovati davvero molto forti. E poi ero solo contro tre: ho dovuto fuggire e sono venuto a cercare rifugio da voi. Se provate qualche affetto per vostro nipote, spero che vorrete impugnare le armi per vendicarmi e aiutarmi a catturare quei bonzi." Il vecchio mostro rifletté un momento: "Ecco come sono andate le cose. Saggio nipote, credo che tu abbia avuto torto a provocarli." "Ma voi sapete chi sono?" "Quello con il grugno lungo è Porcellino Otto Divieti, Sabbioso il Bonzo è il tipo con la faccia scura; e con questi potrebbe ancora passare. Ma la faccia pelosa da duca del Tuono appartiene a Scimmiotto il Novizio, che ha poteri inquietanti. Cinquecento anni fa fece un casino incredibile dentro i palazzi celesti, e centomila soldati non riuscirono a venirne a capo. Del resto adora le baruffe. Frugare montagne, sconvolgere mari, spaccar grotte, conquistar città: questo è il suo pane; è un grand'uomo nel provocare disastri. Proprio con lui dovevi prendertela! Va bene, ti accompagnerò a catturare quella testa calda e il principe di Yuhua, per curarti la bile." Il mostro si prosternò per esprimere la sua gratitudine. Il vecchio convocò subito tutti i suoi nipoti, che si chiamavano Leone Gibbone, Leone delle Nevi, Grifone, Ippogrifo, Accoppa Donnole e Mordi Elefante. Tutti si munirono di armi da punta e da taglio e si posero al seguito di Leon Fulvo, facendosi trasportare da una violenta bufera verso la Montagna del Leopardo. In prossimità della meta annusarono un forte odore di bruciato e udirono piangere e singhiozzare: erano Strano Imbroglio e Imbroglio Strano che chiamavano disperatamente il loro signore e padrone. Il mostro gridò: "Siete veri o falsi?" Le due creature caddero in ginocchio: "Come potete pensare che siamo falsi? Mentre andavamo ad acquistare la carne, ci siamo imbattuti in un bonzo peloso dalla faccia di duca del Tuono: ci ha sputato addosso, e noi ci siamo sentiti le gambe immobilizzate e la bocca paralizzata. Non potevamo muovere un passo né dire una parola. Lui ci ha rubato i soldi e le placche d'identità. Ci siamo liberati solo adesso. Ma quando siamo arrivati a casa, abbiamo trovato tutto bruciato: le ceneri sono ancora calde. Voi eravate scomparso, qui non c'era più nessuno. Ecco perché ci avete trovato in preda alla disperazione. Non sappiamo che cosa sia accaduto." Il mostro batté i piedi, urlò da far tremare il cielo e si mise a piangere: "Infami teste pelate! Come hanno potuto incendiare casa mia, distruggere tutto quello che avevo, bruciare viva la mia bella? Morirò dalla rabbia!" Il vecchio mostro gli disse: "Saggio nipote, al punto in cui siamo la rabbia non serve a nulla. Pensa invece a conservare le tue energie per catturare quei bonzi." Ma il mostro non si rassegnava: "Signore, la mia residenza non l'avevo costruita in un giorno. Ora che quelle zucche rasate me l'hanno distrutta, la vita non ha più senso." Si alzò barcollando e sarebbe andato a sfracellarsi la testa contro la roccia, se Leone delle Nevi, Leone Gibbone e gli altri non fossero corsi a trattenerlo. Abbandonarono quindi il luogo devastato e si diressero verso la città. Si videro scendere sui sobborghi spesse nuvole d'inchiostro, mentre i tuoni brontolavano. La gente si spaventò: si chiamavano i bambini, si rinchiudevano le ragazze; chi era nei campi lasciava tutto e fuggiva verso casa, dove si serrava sbarrando l'uscio. Alla residenza del principe vennero ad annunciare: "Disgrazia!" Il principe e i suoi ospiti erano a pranzo nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza, e uscirono a vedere che cosa succedeva. "Si avvicina alla città un nugolo di mostri, che sputano nebbia e sollevano una tempesta da far volare le pietre." "Come faremo?" gridò il principe. "Non abbiate paura" disse Scimmiotto ridendo. "Sarà quel mostro della Grotta Gola di Tigre, che si sarà procurato rinforzi. Gli andrò incontro con i miei fratelli." E raccomandò di chiudere bene tutte le porte e di rinforzare la guardia alle mura. Il principe diede gli ordini. Padre e figli salirono sulla torre più alta e fecero spiegare tante bandiere da oscurare il sole, mentre sparava il cannone. Scimmiotto e i suoi compagni lasciarono la città avvolti da brume e nubi, per andare incontro al nemico. Poiché ha perduto le armi di saggezza, L'armata dei perversi va all'attacco. Se poi non sapete come si svolse la battaglia, né il suo esito, ascoltate il seguito. 第090回 PESTAGGIO DI SCIMMIOTTO · OVE MAESTRI E LEONI, COL DARE E RICEVERE, RITORNANO ALL'UNITÀ; VIOLARE LA VIA E CAPTARE MEDITAZIONE PLACA NONUPLA NUMINOSITÀ. Il racconto ci ha narrato come il grande santo uscisse incontro al nemico con Porcellino e Sabbioso. Si trovarono di fronte una banda di mostri, che erano leoni di vario pelo: al centro Leon Fulvo, a sinistra Grifone e Mordi Elefante, a destra Ippogrifo e Accoppa Donnole, alla retroguardia Leone Gibbone e Leone delle Nevi. In mezzo a loro stava un leone a nove teste, accanto al quale Faccia Blu reggeva una bandiera ricamata di broccato. Imbroglio Strano e Strano Imbroglio, sui lati, sventolavano stendardi scarlatti. Era uno schieramento bellico da manuale, con andamento a falce di luna. Porcellino si fece avanti, con la sua solita aggressività grossolana, a lanciare insulti: "Ruba tesori, mostro da strada! Dove hai trovato questa banda di complici spelacchiati?" "Maledetto furfante rapato!" gridò Leon Fulvo digrignando i denti. "Ieri mi avete aggredito tre contro uno, e io mi sono ritirato. Il vantaggio vi poteva bastare. Invece vi siete accaniti sui miei, mi avete incendiato la casa, devastato la montagna e distrutto il clan. Il mio odio per voi è più profondo del mare. Ora badate a voi, ve la farò pagare!" Il bravo Porcellino brandì il rastrello, e vennero alle prese. Nessuno dei due riusciva a prevalere, quando giunsero alla riscossa Leone Gibbone, che roteava un tribolo di ferro, e Leone delle Nevi, che maneggiava una sferza triangolare. "Venite al momento giusto" gridò Porcellino; fece una gran parata orizzontale e si gettò contro tutti e tre. Sabbioso si affrettò a impugnare il suo bastone per correre in suo aiuto. Quando Grifone, Ippogrifo, Mordi Elefante e Accoppa Donnole cercarono di intervenire, Scimmiotto li fronteggiò con la sbarra cerchiata d'oro. Grifone usava una mazza, Ippogrifo un martello di bronzo, Mordi Elefante una lancia d'acciaio e Accoppa Donnole un'ascia da guerra. Sette leoni contro tre bonzi, tutti quanti inferociti: che battaglia! Con ascia e martello, con tribolo e mazza, La lancia, la sferza e il gran raschiatoio, Quei sette leoni accerchiano i monaci Con grida di guerra e intenti omicidi. Oppone Sabbioso il forte bastone, La sbarra cerchiata è ovunque presente, Abbaglia il rastrello ed è Porcellino Portato da un vento di folle ferocia. Si copre davanti e para alle spalle Ciascuno, mostrando valore guerriero. Le torri e le mura contese risuonano Del cupo rullar dei tamburi di guerra. Lo scontro durò fino a sera. Quando il sole giunse al tramonto Porcellino, la bava alla bocca, si sentì le gambe molli: fece una finta, ruppe le righe e fuggì. "Dove credi di andare?" gridarono Leone delle Nevi e Leone Gibbone. Il bestione non riuscì a schivare un colpo del flagello triangolare, che lo raggiunse alla spina dorsale e lo fece cadere a terra grugnendo: "Porca miseria!" I due mostri lo acchiapparono per le setole e per la coda, e lo trascinarono davanti al leone a nove teste: "Ecco qua, nonno, ne abbiamo catturato uno." La battaglia di Scimmiotto e Sabbioso aveva alterne vicende. Dapprima dovettero ritirarsi; poi Scimmiotto si strappò un ciuffo di peli e li trasformò in un centinaio di Scimmiottini, che impegnarono gli avversari. Al cader della notte, erano riusciti a catturare Grifone e Ippogrifo, mentre Mordi Elefante e Accoppa Donnole erano volti in fuga. Quando Leon Fulvo ne informò il nonno, questi ordinò di legare Porcellino senza infierire su di lui: "Faremo uno scambio di prigionieri. Se sono tanto pazzi da uccidere i nostri, Porcellino la pagherà con la vita." A notte i mostri si acquartierarono nei sobborghi della città. Scimmiotto portò sotto le mura i suoi leoni; il principe fece aprire una porta della città e mandò una trentina di soldati a legarli e a portarli dentro. Il grande santo ricuperò i suoi peli e salì con Sabbioso sulla torre dov'era Tripitaka. "Che battaglia tremenda!" esclamò quest'ultimo. "Avete notizie di Consapevole delle Proprie Capacità?" "Non gli accadrà niente" rispose Scimmiotto. "Anche noi abbiamo fatto dei prigionieri, perciò vedrete che non lo toccheranno. Legate bene i nostri leoni; domani procederemo allo scambio." "Maestro" chiesero i giovani principi prosternandosi, "al principio combattevate da solo, ma dopo che avete simulato una ritirata vi abbiamo visto moltiplicato per cento. Alla fine, in città siete entrato voi solo. Che magia è questa?" "Dovete sapere" rispose ridendo Scimmiotto, "che ho sul corpo ottantaquattromila peli, e basta un pelo per fare dieci copie di me stesso; ogni copia si può moltiplicare. Potrei fare eserciti di milioni o miliardi di mie trasformazioni: questo è il metodo del corpo oltre il corpo." I principini si inchinarono di nuovo fino a terra. Poi si cenò in cima alla torre; su ogni merlo c'era una lanterna o una bandiera. Suonavano in continuazione gong, tamburi e raganelle; grida e colpi di cannone scandivano le ore. All'alba il patriarca dei leoni convocò Leon Fulvo per comunicargli il piano che aveva escogitato: "Voi farete del vostro meglio per catturare Scimmiotto e Sabbioso; nel frattempo io piomberò dal cielo sulla fortezza e mi impadronirò del monaco cinese, del principe e dei suoi figli. Li porterò nella Grotta della Nonupla Numinosità e aspetterò là il vostro ritorno vittorioso." Leon Fulvo prese il comando dei fratelli e li condusse contro la città in un gran turbine di vento, per provocare il nemico a battaglia. Scimmiotto e Sabbioso, dalle mura, gridavano invettive a squarciagola: "Sporche canaglie! Restituite Porcellino finché siete in tempo! Non avete altro modo di salvare la pelle; altrimenti vi schiacceremo, vi faremo a pezzi!" I mostri vennero all'attacco senza degnarsi di rispondere. Scimmiotto e il compagno giocavano d'astuzia per tenerli a distanza. Fu uno scontro molto diverso dal giorno prima: Una violenta bufera spazza rabbiosa la terra, spesse nubi nere coprono il cielo: rotolano pietre, turbina la sabbia, gli alberi si abbattono sradicati. La paura invade anche i cuori di tigri e lupi, di dèi e diavoli. La lancia feroce e l'ascia lucente sono spietate quanto la sbarra, il raschiatoio e il martello di bronzo. Vorrebbero impadronirsi di Sabbioso e mangiar vivo Scimmiotto. Il grande santo maneggia la sua arma con stupefacente abilità. Il bastone di Sabbioso è famoso ben oltre le mura dei palazzi del cielo. Questa volta mobilitano tutti i loro poteri magici per coprirsi di gloria e ripulire dai mostri l'Occidente. Mentre il combattimento giungeva al culmine, il vecchio mostro salì su una nuvola nera e si lanciò verso la torre. Gli bastò mostrare le zanne per mettere in fuga la guarnigione. Niente gli impedì quindi di afferrare coi denti Tripitaka, il principe e i suoi figli; al ritorno afferrò anche Porcellino. Il fatto è che possedeva nove teste; con sei persone fra i denti, gli restavano libere tre bocche per gridare: "Io me ne torno a casa!" A vederlo allontanarsi dopo avere felicemente compiuto il ratto, i cinque leoni raddoppiarono il loro impegno. Scimmiotto udì le grida che si alzavano dalle mura e capì di essere caduto in un tranello. Si strappò molti peli, li masticò coscienziosamente e ne fece migliaia di Scimmiottini, che catapultarono Leone Gibbone a testa in giù, si impadronirono di Leone delle Nevi, catturarono Mordi Elefante, rovesciarono Accoppa Donnole e picchiarono a morte Leon Fulvo. Solo Faccia Blu, Strano Imbroglio e Imbroglio Strano riuscirono ad approfittare del parapiglia per fuggire. Gli ufficiali della guarnigione aprirono le porte e presero in consegna i cinque leoni. La principessa in lacrime venne a informare Scimmiotto: "Divino maestro, le loro altezze, padre e figli, insieme al vostro maestro, hanno perduto la vita. Che ne sarà adesso di questa povera città?" "Non piangete, saggia principessa" rispose il grande santo, che nel frattempo aveva ricuperato i suoi peli. "Noi abbiamo nelle nostre mani i sette leoni; non temete per la vita dei vostri. Domattina di buon'ora ci recheremo nel rifugio del vecchio mostro: vi assicuro che lo acchiapperemo e riporteremo la vostra famiglia sana e salva." La principessa, con tutte le dame del palazzo, si prosternò davanti a Scimmiotto: "Possano le loro altezze essere conservate in vita, e il loro regno venir consolidato." Scimmiotto diede disposizioni agli ufficiali: "Leon Fulvo è morto, non resta che scorticarlo. Gli altri sei leoni devono essere solidamente legati. Ora ci porterete un pasto di magro, e poi andremo a dormire. Non perdete la calma, disponete le guardie per la notte e prendete il vostro riposo. Vi garantisco che tutto finirà bene." Il giorno dopo, il grande santo raggiunse con Sabbioso il Monte dei Nodi di Bambù. Che insieme maestoso appariva dall'alto delle nuvole! Si vedevano una fila di picchi aguzzi, un gran burrone in fondo al quale rumoreggia il torrente, un broccato di fiori profumati ai piedi delle rupi. L'antico sentiero sale serpeggiando verso le cime. La gru è la sola compagna del pino; quando la nuvola si muove, sembra che il picco che vi si appoggiava debba cadere. Il gibbone nero va a caccia di frutti e di sole; i cervi brucano fiori e si godono il tepore. A contrasto con il canto delicato della fenice azzurra, le voci dei pappagalli sembrano roche. Di primavera rivaleggiano i fiori dei peschi e dei prugni; d'estate le chiome dei salici e delle sofore. D'autunno sbocciano i fiori gialli; d'inverno volano i fiocchi di neve. La bellezza delle quattro stagioni e delle otto feste gareggia con gli splendidi paesaggi delle isole di immortali. Mentre contemplavano la montagna, scorsero Faccia Blu che sbucava da una valletta. "Ferma!" gridò Scimmiotto. "Dove vai?" Il mostriciattolo, terrorizzato, fuggì a gambe levate; i due monaci si lanciarono all'inseguimento, ma lo persero di vista. Si trovarono davanti a una residenza trogloditica: i due battenti di pietra venata della porta d'ingresso erano ermeticamente chiusi. Sulla fronte una lastra orizzontale recava una scritta in dieci grandi caratteri di stile calligrafico regolare: GROTTA DEI NOVE MEANDRI TORTI E RITORTI DEL MONTE DEI NODI DI BAMBÙ DELLE MILLE MERAVIGLIE Il mostriciattolo era entrato là dentro ed era corso ad avvertire il padron di casa: "Signore e padre, sono arrivati i due bonzi." "Ci sono anche i re leoni?" "Non li ho visti. C'erano solo i due bonzi che scrutavano la montagna. Io sono scappato e loro mi hanno inseguito." Il vecchio mostro abbassò la testa e le lacrime gli scesero dagli occhi: "Che disgrazia! Mio nipote Leon Fulvo è morto e gli altri sono stati imprigionati nelle carceri della città. Come vendicarli?" Porcellino soffriva in un angolo, legato come un salame insieme ai principi e a Tripitaka. Quando udì il vecchio parlare dei prigionieri, si sentì sollevato e mormorò: "Maestro, tranquillizzatevi. A quanto pare i condiscepoli hanno vinto e catturato i mostri, e ora ci vengono a liberare." Intanto il vecchio ordinò: "Ragazzi, voi fate attenzione, mentre vado a catturare quei due per dargli il castigo che meritano." E infatti uscì senza indossare armatura né impugnare arma alcuna. La porta fu spalancata (si sentivano gli strilli di Scimmiotto, là fuori) e il mostro si precipitò all'attacco. Il Novizio e Sabbioso si misero sulla difensiva. Il vecchio scosse il capo, e subito gli sbucarono le altre otto teste, tutte con le fauci spalancate. Afferrarono saldamente fra i denti Scimmiotto e Sabbioso e li portarono dentro la grotta. Qui il mostro ordinò: "Portate le corde." Faccia Blu e i due Imbrogli corsero a legare stretti gli ultimi venuti. "Scimmia maledetta!" urlava il vecchio mostro. "Tu hai catturato i miei nipoti, ma io ho in mano quattro bonzi e quattro principi; mi sembrano ostaggi sufficienti per garantire la loro vita. Ragazzi, prendete un bastone chiodato di salice e date una buona bastonatura sulla testa di questo infernale macaco, come acconto sulla vendetta per la morte di mio nipote Leon Fulvo." Ciascuno dei tre mostriciattoli impugnò un bastone di salice e si diede a colpire il Novizio. Si sa che il corpo di Scimmiotto era forgiato e temprato: i colpi gli facevano solletico. Perciò subiva serenamente le loro furie senza far motto. Ma Porcellino, Tripitaka e i principi avevano la pelle d'oca. Presto i bastoni si ruppero e bisognò sostituirli. Sabbioso, a disagio, finì per chiedere che un centinaio di colpi li dessero a lui. "Sta buono" gli rispose il vecchio mostro. "Se pensi di passarla liscia, ti sbagli. Domani verrà il tuo turno." "Dunque il mio turno sarà dopodomani" ansimò Porcellino. Quando cadde la sera, il vecchio ordinò: "Basta così, ragazzi. Accendete le lampade e riposatevi; io mi ritiro nell'Antro del Broccato di Nuvole a schiacciare un pisolino. Voi fate la guardia. Domattina si ricomincia." I tre portarono le lampade. Dal momento che ci provavano gusto, invece di riposare ripresero a picchiare i bastoni sulla testa di Scimmiotto: sembrava che suonassero il tamburo. Ma alla fine caddero addormentati. Quando tutto tacque, Scimmiotto si rimpicciolì, scivolò fuori dalle corde che lo stringevano, si scosse il pelo e rassettò l'abito. Poi cavò la sbarra da dietro l'orecchio e le diede il diametro di una secchia e la lunghezza di due tese. "Bestiole immonde, avete picchiato il vostro signore e padre quanto vi è piaciuto. Ora toccherà a voi assaggiare la mia bacchetta: vediamo che effetto vi fa." Diede loro un colpetto e li ridusse a carne da ragù. Poi allungò il lucignolo della lampada e si avvicinò ai prigionieri per liberarli, incominciando da Sabbioso. Quello sventato di Porcellino, che non ne poteva più, si mise a strillare: "Slegami per primo, fratello! Ho i piedi gonfi!" Le proteste del bestione destarono il vecchio mostro, che si alzò a sedere sul letto e borbottò: "Slegare che cosa?" Scimmiotto spense la lampada con un soffio e scappò via, sfondando le porte al suo passaggio. Il mostro arrivò di corsa nella sala: "Ragazzi, perché avete spento la luce? Non sarà mica scappato qualcuno?" Nessuna risposta. Il mostro accese una torcia e vide i tre piccoletti spiaccicati per terra. Tripitaka, Porcellino e i principi erano sempre là, ma Scimmiotto e Sabbioso mancavano all'appello. Si gettò all'inseguimento e scoprì Sabbioso che cercava di nascondersi dietro un pilastro del portico; lo gettò a terra e lo legò di nuovo. Di Scimmiotto non si vedeva traccia; a giudicare dalle porte rotte, era chiaro che era fuggito all'aperto. Il vecchio riparò alla bell'e meglio i battenti scardinati. Scimmiotto, uscito dalla grotta, era ritornato al volo nella città di Yuhua, dove gli vennero incontro le divinità locali e gli dèi tutelari della città. "Si può sapere perché mi venite a trovare solo questa notte?" gridò il grande santo. "Eravate ospite del saggio principe, e non osavamo disturbare. Ma ora abbiamo saputo che il principe è stato catturato dai nemici del grande santo, e siamo venuti a presentare i nostri omaggi." Fra gli altri si fecero avanti il rivelatore Testa d'Oro, le sei divinità del giorno e le sei della notte, che presentavano un tudi prigioniero: "Grande santo, abbiamo arrestato questo ruffiano di dio locale." "Perché siete venuti qui a far confusione, invece di restare sul Monte dei Nodi di Bambù a proteggere il maestro?" tuonò Scimmiotto. "Grande santo, il mostro ha catturato di nuovo il generale delle Cortine Arrotolate. Constatando quanto è grande la sua forza magica, abbiamo portato con noi il tudi della montagna: lui conosce le origini del mostro. Se lo interrogate, vi darà informazioni utili per liberare il santo monaco e il saggio principe." Il tudi si prosternò tremante e riferì: "Quel vecchio mostro venne ad abitare sulla montagna due anni fa. Gli altri leoni vivevano già nella Grotta dei Nove Meandri, e quando giunse il vecchio lo onorarono come avo. Se volete eliminare quel leone a nove teste, il solo mezzo è di recarsi nell'estremo oriente, al Palazzo della Scogliera delle Meraviglie, e chiedere l'intervento del suo padrone. Non c'è altro modo di catturarlo." Scimmiotto rifletté: "Sulla Scogliera delle Meraviglie risiede il venerabile celeste Salvatore dell'Uno Supremo. In effetti il suo trono appoggia su un leone a nove teste." E diede queste istruzioni: "Voi, rivelatore, ritornate da dove venite, riportate il tudi a casa sua e proteggete i prigionieri. Gli dèi tutelari della città restino a guardia delle mura. Io vado e torno." Le divinità si divisero i turni di guardia, mentre Scimmiotto filava dritto alla porta est del Cielo. Era l'ora yin, circa le quattro del mattino. Si imbatté nel re celeste Vasto Sguardo, con i suoi soldati e colossi, che lo accolse rispettosamente giungendo le mani e chiese: "Dove va il grande santo?" Scimmiotto rese il saluto e rispose: "Faccio un salto al Palazzo della Scogliera delle Meraviglie." "Come mai questa gita nel cielo orientale, quando la tua strada ti porta a occidente?" chiese il devarâja. "Il venerabile celeste che vado a trovare è il padrone di un mostro con cui siamo venuti alle prese. Avevamo accettato i figli del saggio principe della città di Yuhua come allievi d'arti marziali, quando ci siamo scontrati con una banda di leoni capeggiata da quel bel tomo." "Mostri e maestri si fanno concorrenza(74)" scherzò il devarâja. Scimmiotto rise e corse via per la sua strada. Giunse ben presto alla Scogliera delle Meraviglie, dove si ammiravano le nubi iridate in vari strati, le volute di vapori porporini, la distesa delle tegole d'oro, ardenti come un mare di fiamme, statue di giada che rappresentano animali a guardia dell'ingresso, il doppio arco fiorito della porta, il sole che brilla attraverso la bruma smeraldina aleggiante sull'altera foresta. Là miriadi di immortali intrecciano corone d'omaggio, e vivono santi a migliaia. Edifici e padiglioni si susseguono come ricamati sul broccato, collegati da portici ariosi. Protetto da un gran drago azzurro, immerso nei vapori di buon augurio, il Palazzo della Scogliera delle Meraviglie è uno splendido mondo di eterna gioia. Vigilava l'ingresso un ragazzo vestito dei colori dell'arcobaleno, che alla vista di Scimmiotto corse ad annunciarlo: "Padre, è arrivato quel Grande Santo Uguale al Cielo che fece tanto disordine qualche anno fa." Il venerabile celeste ordinò di introdurlo. Sedeva su un trono di fiori di loto di mille colori, fra miriadi di raggi luminosi di buon augurio, e quando entrò il Novizio si alzò e gli andò incontro: "Non ti vedo da molto tempo, grande santo. Ho saputo che hai abbandonato il Tao e ti sei convertito al buddismo per proteggere il monaco cinese nella ricerca delle scritture al Paradiso dell'Ovest. Suppongo che tu abbia portato a termine questo incarico meritorio." "Non ancora, benché ormai manchi poco. È stato proprio l'adempimento di quel compito a portarmi nella città di Yuhua, dove i tre figli del principe hanno onorato me e i miei compagni come loro maestri nelle arti marziali. Avevamo prestato le nostre armi perché se ne facessero copie, quando una notte sono state rubate. L'autore del furto, un leone di pelo giallo, ha messo in moto tutta una banda di spiriti leoni, fra i quali se ne trova uno a nove teste dotato di grandi poteri magici. Quest'ultimo ha catturato il mio maestro, i condiscepoli e i principi, e li ha portati nella Grotta dei Nove Meandri del Monte dei Nodi di Bambù. Il tudi del monte afferma che quel leone vi appartiene; perciò sono venuto a pregarvi di riprendervelo, perché io possa liberare i miei." Il venerabile celeste ordinò subito a uno dei suoi capitani di convocare lo schiavo che custodiva la gabbia del leone, per interrogarlo. Lo trovarono profondamente addormentato, e dovettero scuoterlo per un bel pezzo prima che si svegliasse. Lo trascinarono quindi davanti al venerabile, che gli chiese: "Dov'è la bestia?" Lo schiavo piangeva e non sapeva dire altro che: "Grazia! Grazia!" "Non sarai battuto in presenza di estranei. Ma sarà meglio per te che mi spieghi come mai hai lasciato scappare il leone a nove teste." "Padre, l'altro giorno ho visto una bottiglia nella Sala di Dolce Rugiada del Gran Chiliocosmo. L'ho sgraffignata e me la sono bevuta. Non ricordo altro: devo essermi ridotto ubriaco fradicio, e non avrò legato bene il leone." "È vino che mi ha mandato in omaggio Laozi; si chiama 'nettare di diaspro della trasmigrazione'. A berlo, provoca una sbronza che dura tre giorni. Da quanto tempo è scappata la bestia?" "Secondo il tudi" rispose Scimmiotto, "è scesa sulla terra due anni fa, cioè da un paio di giorni celesti." "È andata certo così" disse ridendo il venerabile. "Tu alzati, ti perdono. Ma devi accompagnare me e il grande santo nel mondo di Sotto per ricuperare la bestia. Voialtri andate pure, non ho bisogno di voi." Il reverendo celeste scese dunque sul Monte dei Nodi di Bambù con il grande santo e lo schiavo. I rivelatori dei cinque orienti e le altre divinità vennero a inginocchiarsi per salutarlo. "È accaduto qualcosa di male al maestro, durante la mia assenza?" chiese Scimmiotto. "Non è accaduto niente, il mostro dorme ancora." "Il mio santo primordiale coltiva la Via da molto tempo" disse il venerabile. "È in grado di raggiungere i tre puri in alto e le nove sorgenti sottoterra. Non dovrebbe nuocere alle persone troppo alla leggera. Grande santo, provocalo a duello e attiralo qui fuori." Scimmiotto ubbidì: brandì la sua sbarra, balzò davanti all'ingresso della grotta e incominciò a urlare: "Brutta bestiaccia, rendimi i miei! Puzzone schifoso, lasciali andare!" Aveva un bel gridare. Quella bestia dormiva sodo e non lo sentiva nemmeno. Allora Scimmiotto perse la pazienza, sfondò la porta ed entrò, senza smettere di urlare. Il vecchio mostro finì per svegliarsi e balzò in piedi inferocito: "Ora ti faccio vedere io!" Scosse la testa e mise fuori tutte le sue bocche spalancate. Scimmiotto gli volse le spalle e corse fuori; il mostro lo inseguiva: "Scimmia del malanno, dove scappi?" "Bada a quello che dici" sogghignò Scimmiotto arrestandosi, quando giunse sulla rupe. "Non hai vergogna di comportarti così davanti al tuo padrone?" Il mostro voleva lanciarsi all'attacco, ma si trovò la strada sbarrata dal venerabile celeste, che recitò un incantesimo e gli disse: "Bravo il mio santarellino primordiale! Ecco qua paparino." La creatura riconobbe il padrone, piegò le zampe e batté la fronte al suolo. Lo schiavo gli corse addosso, lo afferrò per la criniera e gli fece piovere cento pugni sulla testa: "Brutto sporcaccione, perché sei scappato? Non sai quanti guai mi hai procurato?" Il leone non osava respirare. Quando il guardiano si stancò di batterlo, gli mise una sella di broccato, e il venerabile gli montò in groppa: "A casa!" Salirono su una nuvola colorata e se ne tornarono al Palazzo della Scogliera delle Meraviglie. Il grande santo fece i suoi ringraziamenti rivolto verso lo spazio. Poi entrò nella grotta e liberò per primo il principe, poi Tripitaka, e infine i condiscepoli e i principini. Frugarono la grotta, per accertarsi che non vi fossero altre presenze; Porcellino accatastò molta legna secca e vi mise fuoco. La Grotta dei Nove Meandri si ridusse come il rudere calcinato di una fornace. Le divinità vennero congedate e il luogo restò affidato alla custodia del tudi. Porcellino e Sabbioso si incaricarono di riportare a casa i principi, mentre Scimmiotto provvedeva a Tripitaka. Giunsero in città verso sera, e le dame del palazzo e gli ufficiali vennero ad accoglierli. Si servì una cena vegetariana che tutti mangiarono di buon appetito. Maestro e discepoli si presero il meritato riposo nel Padiglione dell'Essiccatoio della Garza. L'indomani il principe ordinò un grande festino di ringraziamento, al quale parteciparono tutti i notabili del principato. Quanto ai leoni prigionieri, furono condannati a morte. Su proposta di Scimmiotto si convocarono i macellai, che li abbatterono, li scorticarono e li squartarono. Uno fu riservato alla residenza principesca, un altro ai funzionari dei servizi amministrativi. Il resto, tagliato a pezzetti da una o due once, fu distribuito alla popolazione della città e dei sobborghi. Così tutti assaggiarono carne di leone, che li rinvigorì e fece passare la gran paura che avevano avuto di quelle bestie da vive. Infine i fabbri si presentarono a Scimmiotto e gli annunciarono che avevano compiuto il loro lavoro. "Quanto pesano le armi che avete fabbricato?" domandò il Novizio. "La sbarra cerchiata d'oro pesa mille libbre; il rastrello e il bastone ottocento libbre ciascuno." "Può andare" disse Scimmiotto. Fece chiamare i tre giovani principi e assegnò a ciascuno la sua arma. "Papà" corsero ad annunciare al principe, "le nostre armi sono pronte." "Hanno rischiato di costarci molto care, figli miei." "Ma tutto è finito per il meglio, grazie ai poteri magici dei nostri divini maestri. Sbarazzàti dei mostri ed eliminate le disgrazie, questo è proprio il mondo della grande pace, con i mari calmi e i fiumi limpidi." Tripitaka raccomandò ai discepoli che si sbrigassero a completare le lezioni di scherma, perché il viaggio potesse riprendere. Le lezioni venivano impartite nella corte, dove i tre giovani principi facevano i loro esercizi. Ci mettevano tanto entusiasmo che giunsero presto a padroneggiare i settantadue movimenti, offesa e difesa, rapida e lenta. Le armi erano pesanti, ma la buona volontà e la forza divina conferita dal grande santo permettevano loro di maneggiarle con precisione. In breve raggiunsero un'abilità che non avrebbero mai creduto possibile. Lo attestano i versi: Ebbero la fortuna d'incontrare Dei maestri divini. S'intromisero Certi leoni a far da guastafeste; Ma, tornata la pace, la dottrina Consentì loro rapidi progressi. Allo yang primordiale si conviene Il Nonuplo, ché solo perfezione Assoluta la Via fa conseguire. Capacità da grandi esperti acquistano: Garanzia per Yuhua di eterna gioia. Quando l'insegnamento giunse al termine, i giovani principi offrirono ai maestri un grande banchetto di ringraziamento, e un vassoio d'oro e d'argento a modesta testimonianza della loro gratitudine. "Portate via quella roba!" esclamò Scimmiotto ridendo. "Sapete bene che siamo monaci e non possiamo accettare." "Non oro e argento" aggiunse Porcellino. "Ma quei leoni hanno ridotto i nostri vestiti a brandelli. Se potete procurarci un cambio d'abito, sarà un'attestazione più che sufficiente della vostra affezione." I sarti ebbero l'ordine di procurarsi rotoli di broccato azzurro, rosso e marrone, e confezionarono per i monaci tre abiti della foggia cui erano abituati. Questi furono accettati volentieri e subito indossati. Infine si prepararono i bagagli e avvenne la partenza. Nella città e nei sobborghi tutti accorrevano a salutare gli arhat discesi sulla terra. Le fanfare suonavano nelle strade, affollate di gente e di bandiere. Arde l'incenso in ogni focolare, Pendono le lanterne da ogni porta. Quando uscirono dalla porta occidentale della città, la folla li accompagnò per un buon tratto di strada. Erano liberi da ogni altro impegno e volti interamente a conseguire il giusto frutto. Finalmente Giungono lieti nel mondo del Buddha, E con il cuor sincero si dirigono Al Monastero del Colpo di Tuono. Quant'era distante il Monte degli Avvoltoi? Quante tappe occorrevano per raggiungerlo? Se non lo sapete, ascoltate il seguito. 第091回 LA FESTA DELLE LANTERNE · DALLA FESTA DELLE LANTERNE DELLA PRIMA NOTTE DI LUNA PIENA, ALLA PRIGIONIA DEL MONACO CINESE NELLA GROTTA FIOR DI MISTERO. Qual'è il segreto di meditazione? Il cavallo e la scimmia del pensiero Tener sotto controllo; un sol momento Di distrazione ti farà cadere Nei tre sentieri. Soltanto una solida Base può consentirti di raggiungere L'illuminazione, ed il lasciare Evaporare il divino elisir D'autonomia, inaridir la giada Di libertà. Tu devi sbarazzarti D'ira e d'affanni, come della gioia: Non c'è altro modo di toccare il fondo D'ogni mistero, e scoprirai che è il vuoto. Abbiamo ascoltato come i quattro pellegrini lasciarono la città di Yuhua. La regione meritava davvero il suo nome di Gioia Assoluta: la strada era comoda e sicura. Dopo cinque o sei giorni di marcia, videro altre mura e fossati. "Che città sarà questa?" domandò Tripitaka. "Non vedo né bandiere né stendardi che ne portino il nome. Lo chiederemo ai passanti." Giunsero nei sobborghi orientali e si trovarono in una via rumorosa, dove si aprivano taverne e sale da tè, negozi animati e bancarelle dove si vendevano olio e riso. Il lungo grugno di Porcellino, la faccia scura di Sabbioso e gli occhi rossi di Scimmiotto, come al solito, attiravano l'attenzione dei perdigiorno, che si accalcavano e si spingevano per vederli, ma non osavano far domande. Tripitaka aveva i sudori freddi per il timore di incidenti. Seguendo strade e vicoli, giunsero a un monastero fuori porta che aveva all'entrata una scritta in tre caratteri: MONASTERO DELLE NUBI DELLA COMPASSIONE "È quello che ci vuole per noi!" esclamò Scimmiotto. Vi entrarono e videro le torri magnificamente decorate, alto trono prezioso. Il padiglione del Buddha sfiora le nuvole, le celle dei monaci sono illuminate dalla luna. Intorno allo stupa aleggia una bruma colorata, i mulini da preghiera sono collocati sotto l'ombra smeraldina degli alberi. Autentica terra pura e falso palazzo del drago: nubi di porpora coronano la Sala del Grande Eroe. Il passeggio nei porticati non ha sosta, e la pagoda è sempre aperta a chi la vuole ascendere. I bruciaprofumi ardono incenso senza tregua, le lampade brillano ogni notte sull'altare. Quando suona la campana d'oro del superiore, i monaci rispondono salmodiando sutra. Mentre i quattro pellegrini si guardavano intorno, un monaco che proveniva da uno dei porticati venne loro incontro; salutò Tripitaka e chiese: "Da dove venite, reverendo?" "Il vostro discepolo viene dalla Cina, dalla corte dei Tang." Il bonzo si inchinò fino a terra e Tripitaka si affrettò a rialzarlo: "Perché tanti riguardi, caro abate?" "Siamo gente rivolta al bene e preghiamo sempre per la salvezza della Cina. Dal vostro aspetto e dal vostro vestito, ho intuito che dovete avere alle spalle una lunga ascesi nelle vostre vite anteriori. Perciò mi sono inchinato rispettosamente." "Voi mi confondete" esclamò sorridendo Tripitaka. "Non sono altro che un monaco mendicante senza pretese. Siete voi a godere la benedizione di un'esistenza libera e gradevole." Il bonzo accompagnò il monaco cinese nel tempio principale, a rendere omaggio alla statua del Buddha. Poi Tripitaka chiamò i suoi discepoli; durante il colloquio, si erano tenuti in disparte e avevano voltato le spalle, perciò il bonzo non li aveva notati. Quando se li vide davanti, strillò: "Avi miei! Come sono orrendi i vostri eminenti discepoli!" "Non posso negare che siano brutti, ma hanno notevoli poteri in fatto di magia, che mi hanno protetto nel lungo cammino. In realtà devo loro molto." Mentre parlavano si fecero avanti altri bonzi: "Il reverendo viene dalla Cina. Quelli là sono i suoi eminenti discepoli." I monaci, incuriositi e timorosi, dicevano: "Grande paese, la Cina! Che cosa siete venuto a fare fin qui?" "Il sovrano dei Tang mi ha affidato la missione di recarmi al Monte degli Avvoltoi, per rendere omaggio al Buddha e sollecitare le scritture. Passavamo appunto per la vostra nobile regione e siamo entrati qui a chiedere informazioni sul paese e, se possibile, a farci offrire un pasto prima di riprendere la strada." I monaci, messi in effervescenza, accompagnarono i visitatori dal superiore; nella sua cella si stava preparando un pranzo offerto da donatori. "Venite tutti a vedere i grandi personaggi che vengono dalla Cina! A quanto pare ci sono cinesi belli come pitture, e altri brutti da far paura." Monaci e donatori corsero a vedere. Quando ebbero soddisfatto la loro curiosità, tutti si sedettero a bere il tè. Tripitaka domandò: "Come si chiama la vostra nobile contrada?" "È una dipendenza esterna dell'impero dell'India: la prefettura Come l'Oro." "Quant'è distante la nobile prefettura dal Monte degli Avvoltoi?" "Possiamo dirvi quant'è lontana dalla capitale, perché ci siamo stati: sono duemila li. Ma non ci siamo mai spinti fino al Monte degli Avvoltoi, e non vorremmo darvi informazioni imprecise." Tripitaka ringraziò. Dopo pranzo fu invitato a restare: "Reverendo, potreste prendervi qualche giorno di riposo. Passate con noi le feste del primo plenilunio dell'anno!" "Ho proprio perduto la nozione del tempo" rispose stupito il monaco cinese. "Da anni conosco solo le difficoltà di montagne e fiumi, e le paure di diavoli e lamie: non so più quando è festa." "Il vostro spirito è tutto rivolto al Buddha e alla meditazione, perciò non vi date cura di queste cose. Oggi è il 13 della prima luna e questa sera si provano le lanterne. La notte del plenilunio è il 15, dopodomani. Le lanterne resteranno esposte fino al 18 o al 19. Qui la gente ama le feste, e sua eccellenza il governatore ama il popolo: avremo dappertutto luminarie, pifferi e flauti per tutta la notte. Da noi è ancora viva la tradizione del 'ponte delle lanterne d'oro', che deriva dall'antichità. Dovete proprio restare qui per qualche giorno; il nostro modesto monastero può permettersi l'onore di ospitarvi." Non si poteva rifiutare. La sera stessa si godettero lo spettacolo della folla dei fedeli del quartiere, che portavano le lanterne in omaggio al Buddha; il cielo vibrava di scampanii e di rulli di tamburi. Il giorno seguente, dopo la colazione, passeggiarono nel parco, che era molto gradevole: Nel primo mese dell'anno la primavera rinnova la vegetazione; piante e fiori tra le rocce rivaleggiano in bellezza. Profuma l'erba cui discende la scalinata, i rami del vecchio susino si caricano di colore. Arrossano i teneri fiori del pesco, il salice si copre di verde novello. Non vantare la magnificenza del Parco della Valle d'Oro, non citare il fascino del fiume Wang! Sull'acqua corrente nuotano anitre selvatiche. Mille steli di bambù attendono i versi di un poeta ispirato. Peonie e magnolie elaborano segreti vegetali. I fiori di camelia, di prugno rosso, di gelsomino e di dafne sono i primi a sbocciare. Nelle cavità in ombra delle rocce è rimasta un po' di neve invernale, quando la primavera fluttua già nella bruma del bosco. Il cervo si specchia nello stagno, la gru sotto gli abeti ascolta aerea musica. A est gli edifici principali, a ovest i padiglioni degli ospiti, a sud alcune sale, a nord la pagoda per la meditazione dei monaci. Si alza tra i fiori la torre con il tetto a doppia gronda per coltivare la propria natura. Tre o quattro celle dalle finestre luminose sono dedicate alle pratiche magiche di trasmutazione. È un ritiro che rende superflua la ricerca delle isole dei beati. La giornata trascorse nel parco e nella sala principale illuminata dalle lanterne. Poi si ammirarono le luminarie del monastero e, usciti dal portale orientale, si vagò per le vie dei sobborghi. I pellegrini non si ritirarono a dormire prima della seconda veglia. Il giorno successivo Tripitaka dichiarò: "Ho fatto voto di spazzare ogni pagoda che trovassi sulla mia strada. Il vostro discepolo sarebbe grato al superiore se gli permettesse di adempierlo in questo giorno di grande festa, aprendogli la porta della vostra pagoda." I monaci aprirono e Tripitaka si fece accompagnare da Sabbioso, che recava il suo kasâya. Al primo piano indossò l'abito, pregò e spazzò il pavimento. Poi riconsegnò l'abito a Sabbioso e salì le scale. La cerimonia si ripeté a ogni piano, fino all'ultimo; e prese molto tempo, anche per le soste che facevano davanti a ogni statua del Buddha, per pregare, e a ogni finestra aperta, per contemplare il paesaggio. Quando discesero era venuta la sera e si accendevano le luci. La notte del plenilunio, i monaci proposero: "Reverendo maestro, questa è la vera e propria sera della festa. Finora ci siamo accontentati delle luminarie del monastero e dei sobborghi; ma questa sera potremmo andare a vedere le lanterne d'oro in città. Che ne dite?" Con il suo consenso, si misero tutti in cammino. Era la bella festa del triplo cinque, colori di primavera in armonia con la luna piena. Il mercato è affollato come in pieno giorno e vi sono appese le lanterne fiorite; la gente canta il regno della pace universale. Il piatto d'argento della luna illumina il cielo, e le lanterne tutti i viali della città. Non si finirebbe mai di contemplare i ponti di stelle e gli alberi di fuoco. Dalle torri pendono lanterne a forma di noci e di fior di loto. Alte strutture di legno reggono leoni azzurri ed elefanti bianchi; su grandi tele sono rappresentati gamberi e tartarughe. Dalle tettoie pendono montoni e conigli; vi si affiancano aquile e fenici. Passeggiano tigri e cavalli; la gru d'immortali e il cervo bianco accompagnano la stella della Longevità. Il poeta Li Bo monta il pesce d'oro e la balena. Dèi e immortali si dànno convegno sul monte delle lanterne tartarughe. Sotto la lanterna girevole i guerrieri incrociano le spade. Le terrazze illuminate di migliaia di case riempiono l'aria di fumo per dieci e più li. Volano selle tintinnanti di giada, rotolano carri seguiti da scie di profumi. Le belle si tengono per mano alla finestra del primo piano, dietro le tende, curiose di spiare lo spettacolo della strada. Allegri passanti, presso il ponte sulle acque verdi, ridono e mostrano gli effetti del vino bevuto. In tutta la città e per tutta la notte rullano i tamburi e risuonano pifferi, flauti e canti. Lo attestano i versi: Gente festosa in paese pacifico, Canti e colori dovunque intrecciati. Lanterne e luna rischiaran la notte, Promettono bel tempo e gran raccolto. La sospensione del coprifuoco dava via libera a innumerevoli bighelloni; c'era chi danzava, chi camminava sui trampoli, chi si era messo in maschera, chi era montato sull'elefante. Nella gran calca si offrivano spettacoli dappertutto. Il ponte delle lanterne d'oro prendeva nome da tre lanterne della dimensione di grandi giare, a forma di padiglioni a vari piani, tutte in filigrana d'oro fino. La luce della fiamma, alimentata da un olio profumato, era riflessa e moltiplicata da scaglie di cristallo e di vetro. "Che olio si arde in quelle lampade?" chiese Tripitaka ai suoi accompagnatori. "È straordinariamente profumato." "Si vede, reverendo, che non conoscete il nostro paese. Nella sottoprefettura di Mintian, che comprende duecentoquaranta cantoni, ogni anno una grande famiglia di ciascun cantone deve fornire quest'olio come imposta. Non è roba qualsiasi, ma uno speciale olio profumato mescolato a burro. Per il resto il nostro fisco non è esoso, ma questa imposta è davvero pesante: la famiglia di turno deve spendere più di duecento tael. Una libbra d'olio costa trentadue tael e ogni lanterna ne contiene cinquecento libbre; in totale fanno millecinquecento libbre, che costano quarantottomila tael. Se aggiungete il trasporto, sono cinquantamila tael bruciati in tre notti." "Come fa una lanterna a bruciare cinquecento libbre d'olio in tre notti?" si stupì Scimmiotto. "Fate conto che ogni lanterna contiene quarantanove stoppini di paglia da lucerna intrecciati e rivestiti di seta; sono grossi come un uovo di gallina. D'altronde questa notte non bruceranno a lungo: quando appaiono i buddha, l'olio scompare e le lampade si spengono." "Ci sono dei buddha che si vengono a trincare l'olio delle lanterne?" sghignazzò Porcellino. "Proprio così" replicarono seri i monaci. "Tutti lo sanno in città, e lo si racconta a memoria d'uomo. Si crede che se i buddha prendono l'olio si avrà un buon raccolto; in caso contrario ci si dovrebbero aspettare siccità e piogge fuori stagione per tutto l'anno. Questo è il motivo per cui la tradizione del ponte delle lanterne d'oro viene scrupolosamente rispettata." Mentre conversavano, sibilò all'improvviso il vento, e gli spettatori si dispersero precipitosamente. Anche i bonzi vollero rientrare: "Reverendo maestro, bisogna tornare a casa. Sentite il vento: sono i venerabili buddha che ci fanno l'onore di scendere a vedere le luminarie." "Come lo sapete?" chiese stupito Tripitaka. "Avviene così tutti gli anni. Alla terza veglia, poco prima di mezzanotte, si alza il vento e la gente si chiude in casa, perché sa che scendono i buddha." "Il vostro discepolo pensa sempre al Buddha, e lo prega e l'onora in ogni momento. Perché fuggire, se viene? Quale occasione migliore per rendergli omaggio?" Tripitaka non diede retta alle insistenze dei monaci e rimase dov'era. In effetti, comparvero in breve tre buddha e si avvicinarono alle lanterne. Il reverendo si precipitò sul ponte a prosternarsi, ma Scimmiotto gli corse dietro gridando: "Attento, maestro, non ci cascate! Sono mostri!" Ed ecco che le lanterne si spensero e il vento, con un ululato sinistro, si portò via il monaco cinese. Chissà da quale montagna e da qual caverna venivano quei diavolacci, che da tanti anni si facevano passare per buddha alla festa delle lanterne. Porcellino, spaventato, si guardava intorno; Sabbioso chiamava. Ma Scimmiotto disse: "Fratelli, non serve a niente. Il maestro è stato rapito da creature malefiche: dal piacer nasce la pena." "Che cosa ve lo fa pensare, signore?" chiesero spaventati i monaci. "Voialtri comuni mortali eravate convinti di essere visitati da buddha che accettassero l'offerta del vostro olio; ma a quanto pare qualcuno vi prende in giro. Quelli che il vento ha portato un momento fa erano tre mostri belli e buoni. Anche il nostro maestro non se n'è reso conto; quando si è avvicinato loro mentre toglievano l'olio dalle lanterne, hanno soffiato sulla fiamma e se lo sono portato via. Io, purtroppo, non sono stato abbastanza svelto." "E adesso che facciamo, fratello?" chiese Sabbioso. "È semplice: voi ritornate al monastero a badare alle nostre cose, e io inseguo quel vento malefico." Il grande santo fece la capriola nelle nuvole e filò verso nord est, seguendo una traccia di odore fetido. Seguì il vento fino all'alba, quando esso cadde improvvisamente, e si trovò in cima a una grande montagna. [...] Mentre cercava un sentiero, scorse sul pendio quattro uomini che si spingevano davanti tre capre e gridavano: "Buon anno, prosperità!" I suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro videro subito che si trattava dei quattro protettori del tempo travestiti: gli addetti all'anno, al mese, al giorno e all'ora. Il grande santo impugnò la sua sbarra, balzò giù dalla rupe dove si trovava e gridò: "Ehi voi, monete false! Che cosa state tramando?" I protettori del tempo, vergognosi di essere stati smascherati, dispersero in fretta le capre, ripresero il proprio aspetto e salutarono tremanti: "Perdonateci, grande santo!" "Non vi chiamo da un po' di tempo, e voi evidentemente immaginate di poter fare i vostri comodi. Siete diventati dei fannulloni, non mi venite più nemmeno a salutare. Che cosa avete da dire a vostra discolpa? A quali sollazzi vi abbandonate, invece di adempiere alla vostra missione di protettori segreti del mio maestro?" "Il vostro maestro ha trascurato la sua natura meditativa, cedendo alla tentazione di godersi la festa nel Monastero delle Nubi della Compassione: questo spiega l'improvvisa disgrazia della sua cattura da parte dei mostri. Comunque i difensori della fede vegliano a proteggerlo. Noi vi abbiamo visto partire all'inseguimento, e vi abbiamo seguito per darvi le informazioni necessarie." A Scimmiotto prudevano le mani: "E vi sembra serio venirmi ad aiutare travestiti da pagliacci, con accompagnamento di capre?" "Erano le capre dell'esagramma della pace, secondo l'adagio: tre capre iniziano la pace(75). Lo scopo era di sconfiggere la sfortuna in cui è caduto il vostro maestro." Scimmiotto vide che l'intenzione era buona, e la sua collera sfumò. Domandò: "Dunque è questa la montagna dei mostri?" "Certo. È il Monte del Drago Verde, dove si trova la Grotta Fior di Mistero. La abitano tre mostri: il più anziano è il gran re Fuggilfreddo, il secondo il gran re Fuggilcaldo e il più giovane il gran re Fuggipolvere. Vivono qui da un migliaio d'anni, e fin da bambini sono ghiotti di olio profumato miscelato con burro. Quando riuscì loro di diventare spiriti, presero questo andazzo di trasformarsi in buddha, per intervenire alla festa delle lanterne della prefettura Come l'Oro a procurarsi la loro bevanda preferita. Quest'anno si sono imbattuti nel vostro maestro, lo hanno riconosciuto per un santo monaco di carni pregiate e si sono portati via anche lui. La loro intenzione è di cucinare un piatto sopraffino, tagliando a strisce Tripitaka e mettendolo a friggere nel loro amato olio e burro. Non esitate a intervenire!" Scimmiotto congedò i protettori e si mise in cerca della residenza trogloditica. Non occorse andare lontano per scoprire, al di là di un burrone, una parete rocciosa in cui si vedevano i battenti di pietra semiaperti di una porta. Una stele lì accanto recava sei caratteri: GROTTA FIOR DI MISTERO, DEL MONTE DEL DRAGO VERDE Scimmiotto preferì non avventurarsi dentro alla cieca, e si fermò davanti alla porta per gridare: "Mostri! Restituitemi subito il mio maestro!" La porta si spalancò con fracasso e ne uscì un nugolo di diavoli a testa di toro, che lo guardarono con occhi bovini e chiesero: "Chi sei per osare di venir qui a strillare tanto?" "Sono il primo discepolo di Tripitaka, il santo monaco dei grandi Tang in cerca di scritture. Mentre passavamo dalla prefettura di Come l'Oro e guardavamo le luminarie, i vostri capi l'hanno rapito. Se tenete alla pelle, mollatelo subito: altrimenti rivolterò il vostro formicaio e vi spiaccicherò tutti quanti." I mostriciattoli si precipitarono all'interno per annunciare: "Grandi re, disgrazia, calamità!" I tre orchi avevano appunto portato Tripitaka in cucina e l'avevano spogliato e lavato nell'acqua di pozzo: al momento dibattevano se tagliarlo in dadi o in listerelle per saltarlo in padella. Il maggiore chiese che cosa succedeva. "Si è presentato alla porta un monaco con la faccia pelosa e la bocca da duca del Tuono, che urla di essere stato derubato del suo maestro. Dice che se ne andrà solo se lo restituiremo; altrimenti spaccherà tutto e ci spiaccicherà." Gli orchi si allarmarono: "In effetti abbiamo preso quel tizio senza saper niente di lui. Ragazzi, rivestitelo e portatelo qui; gli faremo un piccolo interrogatorio, tanto per sapere chi è e da dove viene." I mostriciattoli corsero a eseguire e spinsero Tripitaka davanti ai troni, dove il poveretto cadde tremante in ginocchio ripetendo: "Grandi re, grazia, grazia!" Gli orchi chiesero: "Da dove vieni, bonzo? Perché ti sei messo sulla nostra strada, invece di fuggire davanti alle nostre immagini di buddha?" "Il povero monaco che vedete è inviato in missione dall'imperatore dei grandi Tang delle terre dell'Est, per salutare il Buddha e chiedergli le scritture nel Monastero del Colpo di Tuono. I monaci del Monastero delle Nubi della Compassione, di cui eravamo ospiti, ci hanno invitato a vedere le luminarie in città. Quando siete arrivati sul ponte delle lanterne d'oro, con i miei occhi di carne vi ho preso per veri buddha: perciò mi sono avvicinato a voi." "Le terre dell'Est sono molte lontane; non puoi certo essere arrivato da solo fin qui. Quanti siete? Come vi chiamate? Se vuoi salvare la pelle, sbrigati a farci una relazione completa e sincera." "Incomincio da me. Il mio nome da laico era Chen Xuanzang, ma sono entrato nella comunità monacale del Monte d'Oro fin dall'infanzia. In seguito l'imperatore mi ha accordato la grazia di affidarmi il Monastero di Vasta Benedizione. Dopo che il primo ministro Wei Zheng aveva decapitato in sogno il drago del fiume Jing, il sovrano Tang fece un viaggio negl'inferi; al ritorno ordinò una grande cerimonia dell'acqua e della terra per la salvezza delle anime in pena. Ebbi l'onore di essere scelto dall'imperatore per dirigere le cerimonie e predicare. Fu allora che ebbi il privilegio di vedere per mia edificazione la pusa Guanyin: essa mi disse che nel Monastero del Colpo di Tuono si trovano tre ceste di scritture autentiche, capaci di far salire in cielo le anime dei trapassati. Fui inviato a cercarle e presi il nome di Tripitaka, che significa appunto 'tre ceste'. Porto anche il patronimico Tang. I miei discepoli sono tre. Il più anziano si chiama Scimmiotto Consapevole del Vuoto; in effetti è il Grande Santo Uguale al Cielo, che si è convertito alla giusta dottrina." I mostri ebbero un brivido: "Volete dire il santo che provocò quei disordini in Cielo, cinquecento anni fa?" "Appunto. Il mio secondo discepolo si chiama Porcellino Consapevole delle Proprie Capacità, detto Otto Divieti; è una reincarnazione dell'Ammiraglio dei Canneti Celesti. Il terzo si chiama Sabbioso Consapevole della Purezza, o semplicemente Bonzo; è il Generale delle Cortine Arrotolate disceso sulla terra." Gli orchi si dissero: "Meno male che non l'abbiamo mangiato subito: poteva andarci di traverso, senza un'adeguata preparazione del terreno. Ragazzi, mettete ai ferri il monaco cinese nel ripostiglio. Cattureremo anche i suoi discepoli, e poi li mangeremo tutti insieme." Fecero quindi suonare l'adunata di bufali, tori e zebù: ciascuno afferrò un'arma e si schierò sotto lo stendardo del suo drappello, a suon di tromba e di tamburo. Gli orchi indossarono l'armatura e uscirono a gridare: "Chi ha l'audacia di venire qui a far baccano?" Scimmiotto li osservò bene, al riparo di una rupe: Hanno la faccia scura e gli occhi tondi, le corna si drizzano sopra le orecchie appuntite; il corpo è variegato come una pittura, coperto di ricami luminosi come lucciole: brillano da tutti i pori. Il primo tiene la testa in caldo sotto un folto berretto di pelliccia di volpe ed emette un soffio ardente. Il secondo si avvolge in una garza leggera rosso fiamma e fa risuonare gli zoccoli di giada tintinnante. Il terzo ha un ruggito di tuono e zanne d'argento appuntite. Baldi e feroci, ciascuno porta la sua arma speciale: un'ascia da guerra il primo, una gran sciabola il secondo e una canna nodosa il terzo, recata di traverso sulle spalle. Le altre creature erano d'ogni specie: alte e basse, grasse e magre, vecchie e giovani, ma tutte avevano una testa bovina ed erano armate di lancia o di bastone. Tre grandi stendardi recavano i nomi dei tre comandanti. Dopo averli osservati a suo agio, Scimmiotto uscì allo scoperto e li apostrofò con voce tonante: "Brutti mostri ladri, non riconoscete il vecchio Scimmiotto?" "Sei lo Scimmiotto dei disordini in Cielo?" chiese uno degli orchi. "Certo la fama ti precede, ma il tuo aspetto è una vergogna. Non credevo che fossi soltanto un macaco losco e puzzolente." "Hai parlato abbastanza, ruba lucerne. Restituitemi il mio maestro, bocche bisunte!" Si fece avanti roteando la sbarra e i tre orchi lo fronteggiarono con le loro armi. Fu una bella battaglia sulla montagna: Il re scimmia osa affrontare, con la sua sola sbarra, l'ascia, la sciabola e la canna nodosa. Fuggilfreddo, Fuggilcaldo e Fuggipolvere ben lo conoscono di fama. Ascia e sciabola si abbattono da tutte le parti, ma quella sbarra levata fa paura a dèi e diavoli. Un simbolo del vero vuoto tiene in rispetto tre false apparenze di buddha. Quei brutti musi sporchi d'olio di lampada rubato vogliono catturare un monaco inviato imperiale. Ping, pang! Questo è il rumore dell'ascia e della sciabola che si urtano. Pif, paf! Questo è il rumore della sbarra di ferro. Tre contro uno, tirano e spingono, ciascuno si difende e mostra la sua abilità. La battaglia continua fino a sera, senza vincitore né vinto. Dopo centocinquanta scontri cadde la sera, senza che si giungesse a una conclusione. Allora il gran re Fuggipolvere, proteggendosi con la sua canna nodosa, corse ad agitare il suo stendardo: la folla dei mostri dal capo bovino oscillò e venne avanti per accerchiare Scimmiotto. Questi si vide messo in una posizione difficile e si disimpegnò con una capriola nelle nuvole. Gli orchi non si preoccuparono di inseguirlo, ma richiamarono le truppe e fecero tranquillamente distribuire il rancio serale. Anche Tripitaka, di cui si doveva decidere il destino solo dopo aver catturato Scimmiotto, ebbe per il momento la sua scodella di minestra. Ma il maestro non ne inghiottì nemmeno una cucchiaiata, un po' perché temeva che non fosse vegetariana, e un po' perché le disavventure gli toglievano l'appetito. Intanto Scimmiotto ritornò al monastero, dai fratelli e condiscepoli. Porcellino e Sabbioso, che l'avevano aspettato tutto il giorno, gli andarono incontro: "Finalmente ti si rivede. Che ne è stato del maestro?" "Ho seguito la pista dell'odore di quel vento e sono giunto a una montagna. I quattro protettori del tempo mi hanno dato le informazioni necessarie: Monte del Drago Verde, Grotta Fior di Mistero, abitanti tre orchi che si chiamano Fuggilfreddo, Fuggilcaldo e Fuggipolvere. Imbrogliano sistematicamente le autorità della prefettura per rubare l'olio di cui sono ghiotti. Imbattutisi per caso nel maestro, lo hanno rapito senza sapere chi fosse. Sono diavoli con la testa bovina; le loro armi sono un'ascia, una sciabola e una canna. Ci siamo battuti tutto il giorno; la sera mi sono venuti addosso tutti i loro scagnozzi e io, visto che si faceva tardi e non ero sicuro di farcela, ho preferito venir via." "Saranno re diavoli della capitale infernale" suggerì Porcellino. "Che cosa te lo fa pensare?" chiese Scimmiotto. "Quelle loro teste bovine, come usano all'Inferno." "Non credo" disse Scimmiotto. "Piuttosto hanno l'aria di tre spiriti rinoceronti." "Se sono rinoceronti" disse allegro Porcellino, "dopo averli catturati non mancheremo di segargli il corno: ne caveremo un bel po' di soldi." I monaci del convento vennero a invitarli a cena. "Sì, grazie, se non vi disturba" rispose Scimmiotto. "Ma non fate complimenti: posso anche farne a meno." "Ma come, reverendo! Avete combattuto tutto il giorno, e non siete affamato?" "Per ridurmi alla fame ci vuol altro. Figuratevi che una volta ho passato cinquecento anni senza mangiare né bere." I monaci non sospettarono nemmeno che quella fosse la pura verità. Dopo cena fecero i piani per il giorno dopo: "Andiamo presto a letto. Domattina andremo all'attacco tutti e tre insieme, cattureremo i mostri e liberemo il maestro." "Pensiamoci bene" obiettò Sabbioso. "Dice l'adagio: Se dài tregua, il nemico si consiglia. E se gli orchi, invece di dormire come noi, approfittassero della notte per mettere le mani addosso al maestro? Secondo me, è meglio muoverci subito e attaccare di sorpresa: non sappiamo quali conseguenze può avere un ritardo." "Sono d'accordo con Sabbioso" aggiunse energico Porcellino. "Approfittiamo di questo bel chiaro di luna per fare a pezzi i mostri!" Scimmiotto si adeguò al parere della maggioranza e si rivolse ai monaci: "Affidiamo a voi il cavallo e i bagagli, mentre andiamo a catturare gli orchi. Dimostreremo che sono impostori, e questo libererà da una tassa esosa il piccolo popolo di Mintian. Non vi sembra che ne valga la pena?" I monaci espressero la loro infinita riconoscenza, e i tre discepoli lasciarono la città viaggiando sulle nuvole. È il caso di ricordarlo: Negligenza e licenza disturbano lo spirito, E con calamità oscurano la Via. Se in fin dei conti non sapete l'esito di questa spedizione, ascoltate il prossimo capitolo. 第092回 A CACCIA DI RINOCERONTI IN FONDO AL MARE · OVE I TRE MONACI DANNO BATTAGLIA SUL MONTE DEL DRAGO VERDE, E QUATTRO DIVINITÀ STELLARI CIRCONDANO E CATTURANO I RINOCERONTI. A Scimmiotto e ai suoi compagni, cavalcando il vento, bastò poco tempo per raggiungere la Grotta Fior di Mistero del Monte del Drago Verde. Porcellino voleva sfondare senz'altro la porta, ma il Novizio lo trattenne: "Prima di ingaggiar battaglia, aspetta che vada a vedere se il maestro è ancora vivo." "Ma la porta è sbarrata" osservò Sabbioso. "Come entrerai?" "Ho i miei metodi" rispose Scimmiotto. Recitò un incantesimo, gridò: "Trasformazione!" e si mutò in una lucciola. Ad ali spiegate, brilla come una stella cadente. Secondo gli antichi, le lucciole nascono dalla putrefazione dell'erba. Non è cosa da poco questa trasformazione: è una bella prova di versatilità. Ecco che vola sulla porta, si posa sull'architrave e osserva attentamente: da una parte c'è una fessura, e vi soffia uno spiffero. Ci si intrufola, ed eccola all'interno, intenta a spiare le mosse dei mostri. Veramente non si muoveva nessuno: bufali addormentati giacevano di traverso nei corridoi, e russavano come temporali d'estate. La sala centrale era vuota. Tutte le porte erano serrate; chissà dove dormivano i tre orchi. Mentre esplorava qua e là, illuminando il buio con la piccola luce del suo addome, udì qualcuno singhiozzare: era Tripitaka, incatenato a un pilastro in una stanzetta sul retro. Il Novizio restò in ascolto delle sue lamentazioni: "Da oltre dieci anni ho lasciato Chang'an, Per monti e valli ho avuto mille pene. In un tempo di festa sono giunto Nell'Ovest, e per una volta tanto Mi son dato bel tempo. Ma si vede Che la vita è votata alle disgrazie. Non ho riconosciuto gli impostori E son caduto nella loro trappola. Coi miei saggi discepoli di certo Dovranno misurarsi, e constatare Che i loro pugni non pesano poco." Scimmiotto si rallegrò di trovare il maestro di umore più filosofico del solito, e specialmente delle ultime parole. Andò a svolazzargli intorno, e il monaco cinese si stupì: "Vedi come tutto è diverso, qui nell'Ovest! Da noi, all'inizio dell'anno, le larve si muovono appena; qui volano già le lucciole." "Maestro, sono io" si udì la vocina di Scimmiotto. "Mi pareva strano di veder lucciole in questa stagione. Dunque sei tu, Consapevole del Vuoto." Scimmiotto riprese il suo aspetto: "Caro maestro, una volta di più la vostra inettitudine a distinguere il vero dal falso ha compromesso la nostra tabella di marcia e richiederà un bello spreco di fatica. Ve lo dicevo che c'era sotto qualcosa di losco; ma voi, niente! siete corso a fare i vostri salamelecchi. Il risultato è che quei ladri hanno rubato anche voi, insieme all'olio di lucerna. Ho passato la giornata a combattere i mostri, su cui i protettori del tempo mi avevano dato le informazioni necessarie. Ora sono ritornato con i condiscepoli, invece di andare a dormire. Poiché la notte non è adatta per combattere, e del resto non sapevamo quali fossero le vostre condizioni, sono venuto in avanscoperta per constatarle." "Vuoi dire che Porcellino e Sabbioso sono con te?" si rallegrò Tripitaka. "Certo, sono qui fuori. Sentite: i mostri dormono, e noi possiamo approfittarne. Scioglierò le vostre catene, sfonderò la porta e vi farò uscire." Scimmiotto fece cadere le catene con la magia che apre le serrature, e fece strada al maestro verso l'uscita. D'un tratto, da una camera che si apriva sulla sala centrale, venne la voce di uno degli orchi: "Ragazzi, tenete chiuse le porte e state attenti a torce e candele. Come mai non sento il gong e le raganelle dei guardiani notturni?" Il fatto è che tutti i mostriciattoli, dopo la giornata faticosa, erano caduti addormentati. Ma la voce del capo fece balzar su gli addetti alla guardia, che ripresero i giri di ronda al suono delle raganelle; essi finirono per imbattersi nel maestro e nel discepolo. "Ehilà, bel monaco!" gridarono. "Dove credi di scappare?" Scimmiotto non perse tempo a rispondere: sfoderò la sbarra e ruppe la testa ai due più vicini. Gli altri mollarono la presa e corsero in folla nella sala centrale, davanti alla porta degli orchi, urlando: "Grandi re, va male! Il mostro con la faccia pelosa è entrato nella grotta e ci ammazza." I tre orchi balzarono dal letto: "Arrestatelo immediatamente!" Al monaco cinese si piegavano le gambe. Scimmiotto non poteva badare a lui, e si aprì la strada a bastonate. I mostriciattoli non poterono trattenerlo: rovesciava o schiacciava chi si opponeva, mandava a pezzi le porte una dopo l'altra e finì per sbucare all'aperto. "Fratelli, dove siete?" Porcellino e Sabbioso gli vennero incontro levando rastrello e bastone: "Come vanno le cose?" E Scimmiotto riferì per filo e per segno. Tripitaka fu rimesso ai ferri. Sciabole in pugno, asce levate, sotto la luce abbagliante delle lampade, gli fecero l'interrogatorio: "Come hai fatto a liberarti dalle catene? Come è entrata quella scimmia? Confessa tutto, o ti tagliamo in due." Il reverendo tremava come una foglia: "Grandi re, la scimmia è il mio discepolo Consapevole del Vuoto, che conosce settantadue trasformazioni. Si era mutato in lucciola per venire a soccorrermi. Ma voi stavate all'erta e l'avete sorpreso; allora ha sconsideratamente ucciso due di quelli che lo circondavano. Tutti gridavano, correvano, impugnavano le armi, accendevano torce, e lui ha dovuto abbandonarmi e fuggire." Gli orchi si misero a ridere: "Per fortuna ci siamo svegliati in tempo per riacchiapparti." E ordinarono ai ragazzi di chiuder bene le porte e di tenersi zitti. "Hanno chiuso le porte, non si sente volare una mosca" s'inquietò Sabbioso. "Non è buon segno. Dobbiamo entrare in azione." "D'accordo" rispose Scimmiotto. "Buttiamo giù i battenti." Se ne incaricò il bestione: con un colpo del suo rastrello fece volare in pezzi le porte di pietra. Picchiava e gridava: "Mostri da strada, succialucerne! Sputate fuori il nostro maestro!" Il portinaio terrorizzato corse a riferire: "Grandi re, si mette male! I bonzi hanno sfondato la porta." "Che impudenti!" dissero gli orchi, contrariati. Indossarono le armature, impugnarono le armi, chiamarono a raccolta i loro mostriciattoli e uscirono ad affrontare il nemico. Era la terza veglia, verso mezzanotte; ma il cielo era rischiarato da una gran luna piena. La battaglia si ingaggiò senza scambi verbali. Scimmiotto si incaricò di affrontare l'ascia da guerra, Porcellino la sciabola e Sabbioso la canna. Fu un bellissimo scontro: Tre monaci contro tre mostri, fuoco e fiamme dalle narici. Le armi sibilano nell'aria. Nei primi scontri sale una sinistra nebbia, man mano che si prosegue scaturiscono da ogni parte nuvole colorate. Rolla e beccheggia il rastrello; la sbarra di ferro fa prodezze memorabili; il randello ammazza diavoli non è un oggetto comune. Ma gli orchi si ostinano a resistere. Gli uni combattono furiosi per la vita del maestro; gli altri balzano alla gola per conservarlo nelle proprie mani. Ascia contro sbarra: vittoria incerta; ai colpi del rastrello si oppongono i fendenti della sciabola; canna nodosa e bastone vanno e vengono in un torneo d'alta scuola. Dopo un bel po' che combattevano senza vincitori né vinti, Fuggilfreddo chiamò i suoi alla riscossa: "All'attacco, ragazzi!" Tutte quelle creature bene armate fecero presto a gettare a terra Porcellino. Tirato e spinto da una mandria di bufali, si trovò legato come un salame e trascinato dentro la grotta. Sabbioso lo vide sommerso dalla folla muggente, fece una finta e cercò di fuggire; ma i mostri gli balzarono addosso, lo rovesciarono e catturarono anche lui. Scimmiotto vide la mala parata e si disimpegnò con una capriola nelle nuvole. Sabbioso e Porcellino furono portati prigionieri dov'era Tripitaka. Quando li vide, gli vennero le lacrime agli occhi: "Che peccato, siete caduti anche voi nelle loro mani! Che ne è di Consapevole del Vuoto?" "È riuscito a tagliare la corda" rispose Sabbioso. "Sarà certo andato a cercare aiuto. Ma non sappiamo quando ci caverà dai guai." Lasciamo maestro e discepoli nello sconforto in cui erano piombati, e seguiamo Scimmiotto, che ritornò al monastero dove i monaci gli vennero a chiedere: "Siete riuscito a liberare il reverendo?" "Non è facile; quei mostri sono forti. Li abbiamo combattuti a lungo, ma quando le loro truppe sono intervenute, sono riuscite a impadronirsi di Porcellino e di Sabbioso; io solo sono scappato." "Se non riuscite a vincerli voi, che sapete cavalcare le nuvole, non ci sarà da temere che il reverendo maestro sia spacciato?" "Non c'è pericolo. Il nostro maestro è segretamente protetto dalle divinità dei monasteri, da quelle del tempo, dai rivelatori e da una quantità di altri dèi. Inoltre in vita sua ha mangiato cinabro vegetale: non è facile farlo morire. Comunque questi mostri ci sanno fare. Vi dispiacerebbe continuare a custodire cavallo e bagagli, mentre io faccio un salto in Cielo per chiedere rinforzi?" "Reverendo, sapete salire anche in Cielo?" chiesero impauriti i monaci. "Una volta ci stavo di casa" rispose ridendo Scimmiotto. "Mi buttò fuori il nostro Buddha, perché avevo disturbato la festa delle pesche di immortalità. Per riscattarmi, non mi ha dato altra scelta che di proteggere il monaco cinese nella ricerca delle scritture. Strada facendo, il mio mestiere è di eliminare i perversi e restaurare la giustizia. Ma a quanto pare non sapete che questi guai non sono casuali: sono prove che il maestro deve affrontare una dopo l'altra." I monaci non seppero rispondere altrimenti che prosternandosi nella polvere ed elevando preghiere. Da parte sua, Scimmiotto scomparve con un sibilo. Il grande santo giunse in breve alla porta occidentale del Cielo, dove il pianeta del Metallo, il devarâja Anima Lunga e i quattro grandi ufficiali perspicaci Yin, Zhu, Tao e Xu, che se ne stavano in conversazione, lo salutarono: "Dove andate, grande santo?" "Nella prefettura Come l'Oro, alla frontiera dell'India, il mio maestro, che non mi dà mai retta, si è fatto rapire da tre mostri che andavano in giro con l'aspetto di rispettabili buddha. Li ho combattuti, ma non ne sono venuto a capo; Porcellino e Sabbioso sono rimasti prigionieri. Volevo sollecitare dall'Imperatore di Giada un'inchiesta per identificarli e rinforzi per sottometterli." "Andiamo, grande santo!" esclamò il pianeta del Metallo con una risatina ironica. "Non mi direte che avete difficoltà a identificarli, dopo essere venuto alle mani con loro!" "Ho visto che sono spiriti bovini; ma sono troppo potenti per metterli sotto." "Sono gli spiriti di tre rinoceronti. Poiché hanno sul loro corpo il simbolo del disegno celeste, sono agevolati nel divenire immortali; con la dovuta pratica, imparano a volare e a camminare sulle nuvole. Detestano la vista della propria ombra e sono maniaci della pulizia: si fanno il bagno ogni momento. Ce ne sono di tanti tipi: il rinoceronte a testa concava, il rinoceronte toro, il rinoceronte bue, il rinoceronte maculato; e anche il rinoceronte col berretto, il rinoceronte gigante e il rinoceronte dagli arabeschi che spiegano il cielo. Le caratteristiche comuni sono: l'unica narice, tre specie di peli, due corni e la capacità di fendere le acque quando devono attraversare il mare o un fiume. Queste bestie, Fuggilfreddo, Fuggilcaldo e Fuggipolvere, a quanto pare hanno nei loro corni il soffio della nobiltà, che li autorizza a dichiararsi grandi re. Se li vuoi catturare, basta che gli opponga le quattro stelle volatili dell'elemento del Legno: non potranno resistere." Scimmiotto si inchinò a tanta sapienza: "Che stelle sono? Posso pregare di darmi indicazioni più precise?" "Le costellazioni si trovano dalle parti del Palazzo dei Tori Combattenti dell'Orsa Maggiore. Va a fare rapporto all'Imperatore di Giada, e ci vedrai più chiaro." Scimmiotto ringraziò a mani giunte. Si recò nella Sala di Chiarezza Penetrante, dove incontrò i quattro grandi precettori celesti Ge, Qiu, Zhang e Xu. "Dove andate?" gli chiesero. "Il nostro maestro, nella prefettura Come l'Oro, è stato rapito da mostri per aver distratto la sua natura di meditazione partecipando a una festa delle lanterne. Non riesco a liberarlo da solo, e sono venuto a chiedere aiuto all'Imperatore di Giada." I quattro precettori lo condussero subito nella Sala delle Nuvole Misteriose, dove Scimmiotto, scambiati i saluti, espose il caso. "Quali milizie celesti ti possono aiutare?" chiese l'Imperatore di Giada. "Venere, che ho incontrato alla porta, dice che questi spiriti rinoceronti si sottomettono alle costellazioni volatili del Legno." L'Imperatore di Giada incaricò il precettore Xu di accompagnare Scimmiotto al domicilio dell'Orsa Maggiore, per pregare le costellazioni del Legno di scendere sulla terra. Nel Palazzo dei Tori Combattenti, li vennero a ricevere le ventotto case. "Porto un sacro decreto che ordina alle quattro costellazioni volatili del Legno di scendere sulla terra con il qui presente grande santo, per sottomettere certi mostri" spiegò il precettore celeste. Caimano del Legno Jué, Granchio del Legno Dou, Lupo del Legno Kui e Sciacallo del Legno Jing si fecero avanti: "Hai bisogno di noi, Scimmiotto?" "Dunque siete voi" disse Scimmiotto. "Non sapevo che vi chiamaste 'costellazioni volatili'; a sentir parlare quel vecchio furfante di Venere, mi chiedevo che cosa volesse dire. Altrimenti sarei venuto direttamente a trovarvi, senza scomodare sua maestà." "Figúrati se noi avremmo osato lasciare il nostro posto senza ordine espresso. Dove dobbiamo andare?" "A nord est della prefettura Come l'Oro, nella Grotta Fior di Mistero del Monte del Drago Verde; andiamo a caccia di rinoceronti." "Allora non occorre che veniamo tutti e quattro. Basta che ti accompagni la stella del Pozzo: sa arrampicarsi sulle vette per divorare tigri e scendere in fondo al mare per catturare rinoceronti." "Non sono rinoceronti che stiano a godersi il chiar di luna. Hanno conseguito il Tao e raggiunto l'età di un migliaio d'anni. Non tiratevi indietro! Se la mancanza di uno solo facesse fallire l'operazione, gli altri non farebbero che perdere tempo." "Non cercate scuse" intervenne il precettore celeste. "L'ordine riguarda tutti e quattro: partite senza indugio. Io torno a fare rapporto." "Va bene, grande santo" dissero le costellazioni. "Tu andrai avanti a provocarli e li attirerai in campo aperto; poi interverremo noi." Quando giunsero sulla montagna, Scimmiotto sfoderò il solito repertorio di invettive: "Succialucerne, mostri da strada, restituitemi il maestro!" I mostriciattoli, che avevano riparato alla meglio con lastre di pietra i danni provocati da Porcellino alla porta di ingresso, corsero a riferire. "Eccolo che ritorna dopo essere stato messo in rotta. È probabile che nel frattempo sia andato a cercare rinforzi" suggerì Fuggipolvere. "Non saranno i rinforzi che può trovare a farci paura" esclamarono Fuggilfreddo e Fuggilcaldo. "Ragazzi, portateci le armature. Vi schiererete come ieri e baderete a circondarlo per non farvelo scappare." Con incosciente baldanza, le creature uscirono dalla grotta al rullo dei tamburi: "Rieccoti qua, macaco! Non hai paura di prendere un'altra batosta?" Al Novizio non piaceva sentirsi chiamare 'macaco'. Digrignò i denti e si lanciò all'attacco con la sua sbarra, mentre le truppe manovravano per circondarlo. A questo punto intervennero le quattro costellazioni del Legno, roteando le armi: "Giù le zampe, bestiacce!" "Quel furfante ci ha fregato!" esclamarono gli orchi. "Si salvi chi può!" In un bailamme di mugli e muggiti, i mostri ripresero il proprio aspetto: zebù, bufali, buoi muschiati, e si dispersero al galoppo per la montagna. Anche i tre orchi ricaddero a quattro zampe e corsero via verso nord est col fragore del cannone. Il grande santo li tallonava senza perdere il contatto, in compagnia di Sciacallo e di Caimano, mentre Granchio e Lupo facevano strage sulla cima e catturavano vivi quelli che non opponevano resistenza. Quando ebbero ripulito la montagna, entrarono nella grotta per liberare Tripitaka, Porcellino e Sabbioso. I monaci, riconoscendo le costellazioni, le salutarono e le ringraziarono. "Come siete riuscite a trovarci?" "L'Imperatore di Giada ha ordinato di venirvi a liberare, su sollecitazione del grande santo." "Come mai non si vede Consapevole del Vuoto?" domandò Tripitaka con le lacrime agli occhi. "Sta inseguendo gli orchi, che in realtà sono tre rinoceronti, insieme a Caimano e Sciacallo. Noi due abbiamo sgombrato il terreno e siamo venuti a liberare il santo monaco." Tripitaka si inchinò di nuovo e rivolse preghiere al cielo. "Maestro" disse Porcellino, "tante cerimonie sono pura ipocrisia; questi signori non fanno che il loro mestiere, per ordine dell'imperatore e per riguardo al nostro condiscepolo. Raccogliamo le nostre cose e andiamocene. Bisogna distruggere la caverna, per tagliare il male alla radice. Poi torneremo al monastero ad attendere i nostri amici, che ci racconteranno che fine avranno fatto gli orchi." "L'Ammiraglio dei Canneti Celesti dice bene" approvò la stella del Lupo. "Andate a riposarvi al monastero, mentre noi partecipiamo all'inseguimento." "Certo" disse Porcellino. "Voi dovete eseguire i vostri ordini." Mentre le stelle partivano, Porcellino e Sabbioso si dedicarono alla perquisizione della grotta, per raccogliere tutto ciò che avesse valore e piccolo volume: coralli, agate, perle, ambra, conchiglie, cipree, giada e oro. Ne raccolsero uno staio e lo portarono all'aperto; poi invitarono il maestro ad aspettarli seduto su un masso, mentre incendiavano la grotta. Il fuoco la devastò da cima a fondo. Infine presero la strada del ritorno, verso il Monastero delle Nubi della Compassione. "Grande felicità volge in dolore"(76) dice il Classico delle Mutazioni. Fu la meditazione disturbata Dalla festa, e la Via venne offuscata Dal momentaneo indulgere al piacere. Ogni momento devi vigilare Sul tuo elisir; non sai le conseguenze Che subirai allentando l'attenzione. Tienilo stretto, o te ne pentirai! Lupo e Granchio correvano sulle nuvole, ma per un bel pezzo non videro nessuno. Giunti in vista dell'oceano occidentale, scorsero finalmente Scimmiotto sulla riva del mare che lanciava loro richiami. Abbassarono le loro nuvole e chiesero: "Grande santo, dove sono i rinoceronti?" "Che domande stupide!" esclamò Scimmiotto di malumore. "Ce ne avete messo del tempo." "Non pensavamo che avreste avuto difficoltà a catturarli, e ci siamo soffermati a ripulire la montagna e liberare il vostro maestro e i condiscepoli." Considerata la buona intenzione, Scimmiotto si raddolcì: "Avete fatto bene: vi sono molto grato di esservi preso il disturbo. I tre rinoceronti sono scesi in fondo al mare; Sciacallo e Caimano mi hanno lasciato qui di guardia. Ora che siete arrivati voi, datemi il cambio: io faccio un salto là sotto a vedere che cosa succede." Il grande santo fece il passo per aprire le acque e si tuffò. Giunto sul fondo vide le stelle e i mostri che combattevano alla disperata, e si gettò nella mischia gridando: "Arriva il vecchio Scimmiotto!" I mostri, che erano già in difficoltà, si diedero alla fuga nuotando verso il largo. Non c'è niente di più adatto del corno di rinoceronte per dividere le acque: le fendevano con precisione e rapidità, con un grande sciacquio. Uno yaksa volteggiatore e un pattugliatore corazzato li videro da lontano, li riconobbero e corsero ad avvertire il re drago: "Maestà, abbiamo visto il Grande Santo Uguale al Cielo e due stelle all'inseguimento di tre rinoceronti." Aoshun convocò il principe ereditario Mo'ang: "Intervieni subito con le milizie acquatiche. Credo si tratti di Fuggilfreddo, Fuggilcaldo e Fuggipolvere, che si sono messi nei guai con il Novizio. Dal momento che si trova nel nostro territorio, sguaina la spada e vallo ad aiutare." Ao Mo'ang ubbidì: in breve tartarughe, carette, abramidi, perche, carpe, gamberi e granchi impugnarono le armi, uscirono dal palazzo di cristallo e corsero con grida di guerra a sbarrare la strada ai rinoceronti. Questi furono costretti a battere in ritirata, ma si trovarono davanti Sciacallo, Caimano e Scimmiotto. Presi dal panico, si sbandarono e presero ciascuno una direzione diversa. Fuggipolvere si trovò accerchiato dalle truppe acquatiche; Scimmiotto gridò: "Prendetelo vivo, non pestatelo troppo! Non mi consegnate una carcassa!" Mo'ang ubbidì: i soldati si accontentarono di rovesciare la bestia, di passargli un gancio di ferro nelle narici e di legargli solidamente le zampe. Poi le truppe si divisero per aiutare le due stelle a catturare gli altri fuggitivi. Il giovane principe scoprì Sciacallo del Legno Jing che aveva ripreso il suo vero aspetto per abbattere Fuggilfreddo, e lo stava azzannando di gusto. "Stella del Pozzo!" gridò Mo'ang. "Non ammazzarlo! Il grande santo lo vuole vivo!" Ma quel sanguinario non gli badò, e ruppe al malcapitato l'osso del collo. Mentre la carcassa veniva trasportata al palazzo di cristallo, tutti si dedicarono all'inseguimento dell'ultimo fuggitivo. Dopo un po' videro Caimano che spingeva Fuggilcaldo verso di loro, finché si trovò accerchiato e gridò: "Grazia! Grazia!" Sciacallo lo afferrò per un'orecchia, lo disarmò e disse: "Sta zitto, urlone: non ti ammazzo. Dirà il grande santo che cosa si deve fare di te." A questo punto abbassarono le armi e ritornarono al palazzo di cristallo ad annunciare: "Missione compiuta." Quando Scimmiotto vide il morto con la testa quasi recisa, lo osservò con attenzione: "Non si direbbero ferite d'arma da taglio." "Lo credo bene!" rispose ridendo Mo'ang. "Se non fossi intervenuto io, la stella del Pozzo se lo sarebbe masticato fino all'ultimo pelo." "Al punto in cui è ridotto, tanto peggio" concluse Scimmiotto. "Segategli i due corni e scorticatelo. Le carni vanno assegnate ai saggi draghi, padre e figlio." Fuggipolvere e Fuggilcaldo, con l'anello di ferro al naso, furono affidati rispettivamente a Caimano e Sciacallo. "Li porterete davanti al prefetto di Come l'Oro, perché li processi per impostura e stabilisca l'ammontare dei danni cagionati alla popolazione in tanti anni." Congedatasi dai draghi, la comitiva riprese la via della prefettura. Quando vi giunsero Scimmiotto, troneggiando in cielo su un alone luminoso di buon augurio, fece la seguente allocuzione: "Prefetto di Come l'Oro, ufficiali, soldati e abitanti della città e dei sobborghi, statemi a sentire. Noi siamo santi monaci inviati dai grandi Tang delle terre dell'Est a cercare le scritture nel Paradiso dell'Ovest. Questi spiriti rinoceronti sono gli impostori che per molti anni si sono fatti passare per buddha, allo scopo di approfittare delle vostre offerte delle lanterne d'oro. Quando siamo passati dal vostro paese e siamo venuti a goderci le luminarie, queste creature, venute a rubare l'olio, hanno rapito anche il nostro maestro; per abbatterli ho dovuto chiedere aiuto agli dèi del cielo. Ora i mostri sono sterminati, la montagna e la grotta sono ripulite. Potrete vivere in pace senza altri guai. Vi converrà abolire l'imposta dell'olio per le lanterne d'oro, che esaurisce le famiglie che la devono pagare, e impoverisce le vostre risorse." Porcellino e Sabbioso, udita la dichiarazione, piantarono in asso bagagli e maestro per salire sulle nuvole e farsi raccontare le circostanze della cattura. "Abbiamo preso questi due. Il terzo è stato addentato a morte dalla stella del Pozzo; ne abbiamo riportato solo i corni e la pelle." "Bisogna portarli tutti e due in corteo per la città" propose Porcellino, "perché la gente veda e sappia che santi siamo noi. Converrà pregare le costellazioni di presentarsi in tribunale a testimoniare; così le prove saranno inconfutabili, e non ci saranno scappatoie." "Senti senti, che esperto avvocato è diventato il nostro ammiraglio. Avrà studiato la notte. Che bella sorpresa!" si sganasciarono le quattro stelle. "In questi anni di vita da monaco, ho giusto imparato qualcosina di giurisprudenza" ribattè sostenuto Porcellino. Le divinità scesero in cavalcata sulla prefettura immerse in un pulviscolo colorato, spingendosi davanti i due rinoceronti. Gli ufficiali e la popolazione della città e dei sobborghi, allarmatissimi, si chiusero in casa a pregare e bruciare incenso. I monaci del Monastero delle Nubi della Compassione varcarono in pompa magna le porte della città, portando il reverendo sul loro migliore palanchino. Quando rivide Scimmiotto, il monaco cinese si profuse in ringraziamenti: "Sono profondamente riconoscente agli ufficiali stellari della pena che si sono data per venirci a liberare. Quanto a te, caro e saggio discepolo, temevo di non rivederti più. Complimenti per questo bel trionfo! Come sono andate le cose?" Scimmiotto glielo riferì, e gli elogi ricominciarono. Poi fu la volta dei magistrati della prefettura e delle sotto prefetture, che vennero in corteo con i loro impiegati, reggendo candele accese e bracieri d'incenso. Porcellino nel frattempo, trascurando la giurisprudenza per il commercio, tramava qualcosa. Mentre nessuno badava a lui, trasse il coltello e decapitò Fuggipolvere e Fuggilcaldo; poi si procurò una sega e si applicò a segare i loro corni. Ma intervenne Scimmiotto a evitare lo scandalo: "I quattro corni di questi rinoceronti siano portati dagli ufficiali stellari come tributo all'Imperatore di Giada." Quanto ai due corni di Fuggilfreddo, uno fu donato al Tesoro della prefettura, perché fosse conservato nel museo locale, a documentazione delle circostanze che avevano condotto ad abolire l'imposta dell'olio; l'altro lo portarono con sé i pellegrini per offrirlo al Buddha, sul Monte degli Avvoltoi. Gli ufficiali stellari trovarono la soluzione molto elegante e se ne rallegrarono con il grande santo. Quindi presero congedo e si allontanarono su nuvolette iridate, per andare a mettersi a rapporto. I magistrati convitarono maestro e discepoli a un grande banchetto, cui sedettero i funzionari di ogni rango. Fu promulgato un proclama che informava la popolazione che l'anno seguente la festa delle lanterne d'oro non sarebbe stata autorizzata, e che l'imposta dell'olio era abolita per sempre. Si chiamarono i macellai a scorticare e squartare i rinoceronti. La pelle, conciata e indurita con salnitro e tannino, fu utilizzata per fabbricare corazze; la carne fu distribuita ai funzionari e ai raccomandati. Inoltre si destinarono i proventi delle ammende ad acquistare un terreno per erigervi un tempio dedicato alle quattro case celesti che avevano abbattuto i mostri, si elevò un 'santuario per i vivi' dedicato ai quattro pellegrini e si eressero alcune stele in segno di perenne gratitudine. Per qualche tempo, maestro e discepoli si abbandonarono alla bella vita. Le duecentoquaranta famiglie che avevano fornito l'olio delle lanterne vollero dedicar loro particolari festeggiamenti: non restavano soli un momento. Porcellino era quello che se la spassava di più. Ogni volta che andavano a un banchetto, si riempiva le maniche di preziosi trovati nella grotta dei mostri e li offriva agli ospiti. Trascorse un mese, e sembrava che non li avrebbero mai lasciati partire. Bisognò che il reverendo prendesse da parte Scimmiotto e gli desse queste istruzioni: "Consapevole del Vuoto, raccogli tutti i preziosi che ci rimangono e donali ai monaci del monastero per ringraziarli dell'ospitalità. Prepariamoci a partire prima dell'alba, senza farlo sapere alle duecentoquaranta famiglie. Non vorrei che la nostra missione fosse compromessa, e non ho nessuna voglia di farmi rimproverare dal Buddha; il quale, oltretutto, non mancherebbe di vendicarsi in qualche modo." Scimmiotto prese le misure necessarie e l'indomani, alla quinta veglia, scosse Porcellino e gli ordinò di preparare il cavallo. Il bestione, tutto insonnolito, si lamentò: "È presto! Non rompere!" "Si parte! Ordine del maestro" gridò Scimmiotto. "Il maestro sbaglia i conti" brontolò Porcellino strofinandosi la faccia. "Abbiamo avuto duecentoquaranta inviti, ma ci siamo riempiti la pancia solo una trentina di volte. Non vorrete ricominciare ad affamarmi!" "Stupido! Sacco di segatura! Non dire scemenze!" si indignò Tripitaka. "Alzati, e svelto! Se continui a discutere, dirò a Consapevole del Vuoto di romperti tutti i denti con la sua sbarra." Il bestione trasecolò: "Il maestro non è più lui. Mi ha sempre voluto bene e protetto; tanto, lo sa che sono un balordo. Quando il fratello mi vuol picchiare, è lui che gli fa cambiare idea; che cosa gli prende adesso?" "Il maestro non ha voglia di compromettere il viaggio per la tua ghiottoneria" gli disse Scimmiotto. "Tirati su e va a preparare il cavallo; o questa volta non eviterai le botte." Il bestione non se lo fece ripetere. Strillò in direzione di Sabbioso: "Sveglia, dormiglione! Si barda il cavallo e si va via!" I preparativi furono presto compiuti. Il reverendo disse: "Ora apriamo la porta e ce la filiamo senza dir niente a nessuno." Montò a cavallo, aprirono la porta e si ritrovarono in strada. È il caso di dirlo: Dalla gabbia, in segreto, Volò via la fenice. Il drago caracolla, Disciolte le catene. E le famiglie riconoscenti? Se non sapete che cosa fecero, ascoltate il prossimo capitolo. 第093回 VISITA AL JETAVANA · NEL PARCO DI JETA SI INDAGA SULLE ANTICHITÀ E SI DISCUTE DELLE CAUSE; NEL PAESE DELL'INDIA EGLI SI RIVOLGE AL RE E INCONTRA UNA COMPAGNA. Se tu pensi, vorrai; quel desiderio A sicuro disastro ti conduce. A che serve distinguere i tre ranghi? Quando l'atto è compiuto, tutto torna All'oceano. Le tue realizzazioni Di immortale o di buddha vi si perdono. È il destino cui devi prepararti, Per giungervi nettato da ogni polvere. È questo il giusto frutto che persegui. Quando nel monastero ci si accorse che Tripitaka e i suoi erano scomparsi, i monaci esclamarono: "Ci siamo lasciati sfuggire i buddha viventi senza riuscire a trattenerli, e neppure a salutarli!" Li vennero a trovare alcune grandi famiglie dei borghi meridionali, che volevano invitare i pellegrini. "Non avevamo preso misure di vigilanza; durante la notte sono scomparsi. Saranno saliti sulle nuvole" si lamentavano i monaci, battendo le palme in segno di disappunto. Non restò loro che rivolgersi al cielo e pregare. La notizia si sparse in città. Le grandi famiglie furono invitate a preparare i sacrifici di cinque specie di fiori e di frutti, per presentarli come resa di grazie nel santuario dedicato ai vivi. Intanto il monaco cinese e i suoi compagni procedevano per la loro strada, nutrendosi di vento e dormendo in riva all'acqua, senza incidenti da segnalare. Camminarono così per sei mesi, finché giunsero in vista di un'alta montagna. Tripitaka si allarmò: "Attenti, discepoli! Guardate com'è ripida quella montagna!" "Ci avviciniamo al territorio del Buddha" replicò sorridendo Scimmiotto. "Non dovremmo più trovar mostri. Rilassatevi, maestro." "Ci avviciniamo; ma chissà quanta strada resterà da percorrere. Ricordate che quei monaci ci avevano detto che occorrevano duemila li solo per giungere alla capitale dell'India?" Scimmiottò rispose: "Voi dimenticate il sutra del Cuore del Maestro del Nido dei Corvi." "Sento sempre su di me il sutra della prajñâ, come la mia veste o la mia ciotola delle elemosine. Come potrei dimenticare una preghiera che ripeto ogni giorno e che posso recitare anche alla rovescia?" "Certo, lo recitate dritto e rovescio, ma non sapete che cosa significa." "Scimmia zuccona! Come ti permetti di dire una cosa simile? Io non capirei quello che dico? E tu, magari, capisci meglio di me?" "Certo che capisco, e sono in grado di spiegare." E continuarono a camminare in silenzio. Sabbioso si divertiva e Porcellino si piegava in due dal gran ridere: "Che sbruffone! D'origine è una bestia perversa come noi; l'han preso dalla strada per farne un monaco, come noi. Di scuole regolari per imparare la Legge, non ne hai mai seguite; non ha fatto nemmeno il sagrestano, tanto per orecchiare la spiegazione di qualche sutra. Ma fa la commedia del gran dottore: lui capisce e spiega. E allora non stare zitto, spiega! Siamo qui ad aspettare." "Lascia stare, fratello, non insistere" diceva Sabbioso. "Lui parla così perché vuole pungolare il maestro. Da parte sua s'intende di sbarre di ferro, non certo di commenti dei sutra." Tripitaka li rimbrottò: "Per piacere, smettete di dire sciocchezze. Consapevole del Vuoto sta praticando l'interpretazione senza parola né testo; cioè l'interpretazione vera." Intanto avevano percorso un buon tratto di strada e superato alcuni colli. D'un tratto un convento si presentò alla vista, non lontano dalla strada. "Consapevole del Vuoto, guarda quel monastero!" Non è grande e non è piccolo; i tetti sono coperti di tegole smaltate color smeraldo. Non è vecchio e non è nuovo; i muri sono di mattoni rossi a squadra. Si ripara all'ombra delle conifere, e ha l'aria di contenere molte cose antiche di secoli e secoli. L'acqua mormora scorrendo nel canale, scavato ai tempi di chissà quale remota dinastia. I grandi caratteri sul portale dicono: MONASTERO DI MEDITAZIONE PAVIMENTATO D'ORO e sotto è appeso un cartello con la scritta: Monumento di remota antichità Fermato il suo cavallo, Tripitaka si immerse nella riflessione: "Pavimentato d'oro. Non saremo per caso nel territorio di Srâvastî?" "È strano, maestro!" esclamò Porcellino. "In tanti anni che viaggio con voi, avete sempre avuto l'aria di uno che non sa distinguere un punto cardinale da un chiodo arrugginito. Ma questa volta si direbbe che abbiate già visto questo posto, e che lo riconosciate." "Non ero mai stato qui" rispose Tripitaka. "Raccontano le scritture che il Buddha frequentava il parco di Jetavana nella città di Srâvastî. Il parco apparteneva al principe ereditario Jeta. L'anziano Anâthapindada gli chiese di acquistarlo, perché voleva destinarlo alla predicazione del Buddha; ma il principe rispose che il parco non era in vendita: lo avrebbe ceduto soltanto a chi lo pavimentasse d'oro. L'anziano accettò la condizione e fece coprire tutta la superficie del parco di mattonelle d'oro; poi lo mise a disposizione della persona più onorata del mondo, pregando il Buddha di venirvi a esporre la Legge. Penso che il nome del monastero si riferisca a questa storia." "Che fortuna!" sghignazzò Porcellino. "Magari, raspando per terra, riusciremo a trovare qualcuna di quelle mattonelle e faremo fortuna." I condiscepoli risero. Tripitaka smontò da cavallo e si avviò a piedi verso l'ingresso. Sulla porta e sotto i porticati sostavano molte persone: alcune portavano tavole, altre sacchi sulle spalle, altre ancora spingevano carriole; si vedevano carri pieni di gente. Chi faceva conversazione, chi dormiva. Quando vennero avanti quegli strani pellegrini, uno così bello e gli altri così brutti, la gente si fece da parte timorosa. Tripitaka paventava incidenti e mormorava ai suoi: "Datevi un contegno! Siate gentili!" Ma nessuno tentò di stabilire contatti. Mentre facevano il giro della sala del Vajra, lo raggiunse un monaco imponente dall'aspetto autorevole: La luna piena brilla sul suo volto. Il corpo è ben piantato, come l'albero Della bodhi. Si agita nel vento L'ampia manica sull'impugnatura Del suo bastone. I sandali di paglia Sul lastricato procedon spediti. Tripitaka giunse le palme per salutarlo; il monaco ricambiò premurosamente e chiese: "Da dove venite, maestro?" "Il vostro discepolo Chen Xuanzang è stato inviato dall'imperatore dei grandi Tang delle terre dell'Est a sollecitare le scritture dal Buddha nel Paradiso dell'Ovest. Poiché la nostra strada passa accanto al vostro nobile convento, ci siamo permessi di entrare con l'intenzione di chiedere riparo per la notte. Domani all'alba riprenderemo il cammino." "Il nostro umile monastero è aperto a tutti; ciascuno vi può soggiornare a suo piacere. Anzi, ospitare il reverendo, che è un divino monaco dell'Est, sarà per noi una grande gioia." Tripitaka lo ringraziò e lo seguì nella sua cella, accompagnato dai discepoli, attraverso i portici e il refettorio. Scambiati i saluti, ciascuno prese posto. Quando si sparse la notizia dell'arrivo dei cinesi in cerca di scritture, tutti gli abitanti del monastero vennero a vederli: vecchi e giovani, residenti fissi e ospiti temporanei, reverendi e inservienti. Si bevve il tè e fu offerta una colazione vegetariana. Ancor prima che il reverendo concludesse la preghiera di benedizione del pasto, Porcellino si era gettato sulle grandi pagnotte, sulle minestre e sui piatti di verdure. Nella folla, le persone posate apprezzavano la dignità di Tripitaka; quelli che pensavano solo a divertirsi, si godevano lo spettacolo di Porcellino alle prese con il cibo. Sabbioso, che era una persona attenta, gli diede di gomito e bisbigliò: "Bada che dài spettacolo." "Ma quale spettacolo? Ho la pancia vuota come una caverna" ribatté brusco Porcellino. "Fratello" rispose Sabbioso, "se lo hai dimenticato, ti ricordo che hanno una pancia anche gli altri; non è una buona ragione per esagerare." Porcellino fece il possibile per moderarsi. Alla fine Tripitaka recitò la preghiera conclusiva e ringraziò. La tavola venne sparecchiata e si avviò la conversazione, dapprima sulle terre dell'Est; poi Tripitaka portò il discorso sugli antichi monumenti e chiese quale fosse l'origine del nome del monastero 'pavimentato d'oro'. "Qui si trovava anticamente il regno di Srâvastî. Il nostro monastero sorge nel Jetavana; perciò lo chiamiamo Monastero Pavimentato d'Oro di Anâthapindada. Del parco e del monastero originario restano alcune rovine sul retro. Quando cadono piogge torrenziali, accade ancor oggi che portino alla luce oro, argento o perle. Qualche fortunato ne ha raccolti anche l'anno scorso." "Dunque è vero, non è una leggenda!" esclamò Tripitaka. E aggiunse un'altra domanda: "Al nostro arrivo nel vostro nobile monastero abbiamo visto molta gente che affolla i porticati, con carri, bestie da soma e mercanzie. Sembrano venditori ambulanti. Che cosa vengono a fare qui?" "La nostra montagna, che si chiama Monte dei Millepiedi, era una volta un posto tranquillo. Ma da qualche tempo hanno preso a infestarla numerosissimi spiriti in forma di millepiedi, che mordono la gente; chissà perché, forse dipenderà da un cambiamento del clima. Il morso non è mortale, ma la gente fa del suo meglio per evitarlo. Al Passo del Gallo, dal quale si accede alla regione montuosa, non sale nessuno prima del canto del gallo. I viaggiatori che avete visto sono arrivati troppo tardi per proseguire il cammino e, a scanso di pericoli, si sono fermati da noi a pernottare. Al canto del gallo ripartiranno." "È precisamente quello che faremo anche noi." Si conversò finché non venne servito un altro pasto. Alla fine Tripitaka e Scimmiotto se ne andarono a passeggiare nel giardino al lume della luna, che era al primo quarto. Un domestico venne ad annunciare: "Il nostro reverendo maestro vorrebbe incontrare le personalità cinesi." Dietro a lui veniva un vecchio monaco che si appoggiava a una canna di bambù e chiese: "Siete voi il maestro venuto dalla Cina?" "Non oso pretendere a questo titolo" rispose modesto Tripitaka. Il vecchio monaco gli fece molti complimenti e infine chiese: "Quanti anni avete, eminente maestro?" "Ho vanamente vissuto quarantacinque anni. Mi posso permettere di chiedere la vostra età?" "Io vi supero di uno stupido ciclo di sessant'anni." "Avete dunque centocinque anni" osservò Scimmiotto. "A me, quale età dareste?" "Il vostro volto mi sembra così anziano e la vostra anima così pura, che non oso far congetture; tanto più che la notte vedo ben poco, anche al chiaro di luna." Chiacchieravano passeggiando nel portico posteriore. "Si è parlato delle rovine del parco di Anâthapindada. Dove si trovano?" chiese Tripitaka. "Ve le mostro. Basta uscire dalla porta posteriore." Aprirono una porticina e si avventurarono in un terreno incolto, dove affiorava la base di un antico muro e giacevano a terra varie pietre spezzate. Tripitaka sospirò, giunse le mani e recitò: "Penso a quel donatore d'altri tempi, Sudatta(77), che elargiva le ricchezze Ai poveri e in eterno legò il nome Al Jetavana. Ove soggiornerà In compagnia degli arhat e dei buddha?" A passi lenti sotto il lume lunare giunsero a una terrazza, dove sedettero in grande calma di spirito. A un tratto si udì nelle tenebre qualcuno che singhiozzava perdutamente; Tripitaka distingueva le parole di quei lamenti, che esprimevano tormenti ignorati da tutti e nostalgia di casa. Ebbe una stretta al cuore e non poté trattenersi dal versare qualche lacrima. Mentre prendevano la via del ritorno, chiese: "Sapete dirmi chi sia la persona afflitta che abbiamo udito lamentarsi?" Il vecchio monaco inviò i suoi accoliti a preparare il tè e, quando restarono soli, si inchinò davanti al monaco cinese e a Scimmiotto. Tripitaka lo sollevò e chiese: "Perché queste manifestazioni di rispetto, caro superiore?" "Il vostro discepolo ha vissuto più di un secolo, e incomincia a capire qualcosa degli uomini. Fra un periodo e l'altro di meditazione, ho ancora la testa abbastanza lucida. Mi sono ben reso conto che voi e i vostri discepoli non siete gente comune. Questo triste affare su cui mi interrogate è cosa che potrebbe mettere in chiaro soltanto il maestro qui presente." "Che cosa ne sapete?" chiese Scimmiotto. "Giusto un anno fa, mentre rischiaravo la mia natura al chiar di luna, la brezza mi portò un lamento. Cercai fra le rovine del parco e trovai una ragazza, bella e di alta statura. Le chiesi il suo nome e che cosa facesse in quel posto. Lei rispose: "Sono una principessa, figlia del re dell'India; mentre contemplavo i fiori sotto la luna, un colpo di vento mi ha rapita e mi ha portata qui." L'ho fatta chiudere in una cella; anzi, l'ho fatta murare, lasciando solo un'apertura sufficiente al passaggio di una ciotola. Ho diffuso la voce che si trattava di una creatura perversa che si sarebbe dovuto sopprimere; ma poiché la compassione vieta a noi monaci di attentare alla vita, l'avevo fatta imprigionare in quel modo. Per tenerla in vita le portiamo due volte al giorno tè e riso. La ragazza è abbastanza intelligente da capire la mia intenzione: per non finire violata dai monaci, si finge pazza e si rassegna a vivere e dormire fra i propri escrementi. Di giorno balbetta soltanto parole incoerenti; ma nella quiete della notte si sfoga singhiozzando e cantando. Più volte ho organizzato questue nella capitale, per aver modo di andarci e di indagare discretamente su questa persona; ma non ho saputo che sia scomparsa alcuna principessa. Perciò la prigionia continua e io non trovo alternative. Ma ora che ho l'onore di incontrarvi, reverendo, spero che andrete in città e svolgerete un'inchiesta esauriente con i grandi poteri che la Legge vi conferisce. Aiuterete i buoni e, nello stesso tempo, metterete in risalto la vostra divina potenza." Due giovani bonzi vennero a invitarli a prendere il tè. Quando infine ritornarono nei loro quartieri, trovarono Porcellino che brontolava: "Vi sembra l'ora di venire a letto, quando si dovrà ripartire al canto del gallo?" "Che cosa ti affligge, bestione?" "Coricatevi. Non è tempo di bighellonare a contemplare il paesaggio." La luna sprofonda in un sogno di fiori. Silenzio. Una brezza dal muro d'assenza Alita tiepida. Goccia dopo goccia Si va vuotando la clessidra. Splendore Senza uguali il fiume d'argento nel cielo. In effetti non dormirono a lungo prima che il gallo cantasse. Si sentivano i mille rumori dell'accampamento dei mercanti, che si alzavano, accendevano le lampade e preparavano la colazione. Il reverendo chiamò Porcellino e Sabbioso perché sellassero il cavallo e preparassero i bagagli. Scimmiotto andò nelle cucine a chiedere in prestito una lampada, e trovò i monaci intenti a preparare tè, zuppe e dolci per gli ospiti. Furono serviti nel portico posteriore, e Porcellino mostrò la sua gratitudine ingoiando un'intera infornata di panini caldi. Tripitaka e Scimmiotto andarono a congedarsi dal vecchio monaco, che ricordò loro il 'triste affare'. "Non dubitate" lo rassicurò Scimmiotto sorridendo. "Quando giungeremo in città, sarà la prima cosa di cui mi occuperò. Farò un'inchiesta e ne ricaverò le conclusioni opportune." Si avviarono sulla strada maestra insieme alla rumorosa carovana dei mercanti e giunsero al passo all'ora della tigre. Verso le dieci del mattino erano in vista delle mura di una città d'oro, forte come una botte di ferro e splendida come una residenza celeste. La città aveva la nobile forma Di una tigre in agguato O drago acciambellato. Vibrante di colori. Unicorni alle torri. Corre acqua nei fossati, E sullo fondo monti Come grandi stendardi. Il sole del mattino Ne rischiara le strade. Il vento porta i suoni Di pifferi e tamburi. Un gran re occupa il trono: Regna prosperità. Entrarono nel viale del mercato orientale, e i componenti della carovana si dispersero nelle diverse locande. I nostri pellegrini si presentarono a una stazione postale governativa, dove l'addetto all'accettazione corse ad avvertire il mastro di posta: "Sono arrivati quattro strani bonzi con un cavallo bianco." Visto che c'era un cavallo, era chiaro che si trattava di una missione ufficiale. Il mastro di posta venne a riceverli, e Tripitaka gli disse: "L'umile monaco che vedete è inviato da sua maestà della corte dei Tang delle terre dell'Est al Monastero del Colpo di Tuono, per sollecitare le scritture dal Buddha. Vorrei presentare il mio passaporto e farlo vistare. Nel frattempo ci è permesso sostare nella residenza di vostra grandezza? Ripartiremo dopo aver sbrigato l'incombenza." "Questa residenza è appunto destinata a ospitare gli addetti alle missioni ufficiali. Vi prego di accomodarvi." Tripitaka gli presentò i suoi discepoli, che con la loro bruttezza lo spaventarono molto: erano uomini o diavoli? Tripitaka lo vide tremare e lo rassicurò: "Non temete, vostra grandezza. I miei discepoli sono brutti, ma il loro cuore è saldo e fidato. Come dice l'adagio: Spaventosa montagna ospita brava gente. Non c'è nulla da temere." Il mastro di posta si rinfrancò e chiese: "Maestro, dove si trova questa corte dei Tang?" "In Cina, nel continente meridionale." "Quando siete partiti dalla vostra patria?" "Nel tredicesimo anno dell'era Contemplazione della Virtù. Sono trascorsi ormai quattordici anni. Sapeste quante montagne e quanti fiumi abbiamo attraversato per giungere fin qui!" "Dovete proprio essere un santo monaco!" esclamò il mastro di posta. "Da quanti celesti anni regna la vostra nobile dinastia?" domandò Tripitaka. "Nel nostro umile paese dell'India sono trascorsi cinque secoli dalla fondazione della dinastia. Il nostro sovrano ama i fiori e il paesaggio. Egli è l'imperatore Yizong e si trova attualmente nel ventottesimo anno dell'era Calma Pace, che ha inaugurato al suo avvento al trono." "Vorrei che mi ricevesse per presentargli le mie credenziali, ma non so se sua maestà tenga udienza." "Certo. Questo è il momento migliore. La nostra principessa, figlia di sua maestà, celebra la sua ventesima primavera. Salirà su una torre decorata, che è stata eretta nella piazza grande, e getterà una palla ricamata per designare il genero imperiale voluto dal cielo. È un giorno movimentato, in cui l'udienza dura più a lungo del solito. Se volete presentare i vostri documenti, è il momento giusto." Fu servito un pasto, che Tripitaka condivise con il mastro di posta e con Scimmiotto; poi, constatando che era passato mezzogiorno, si apprestò a recarsi a corte. "Vi accompagno" propose Scimmiotto. "Tocca a me!" gridò Porcellino. "Lascia perdere, fratello" lo esortò Sabbioso. "Le cose che sai fare tu non servono a corte; con il tuo muso e le tue maniere, non potresti combinare che guai." "Ha ragione Consapevole della Purezza" rincarò Tripitaka. "Sei un goffo bestione; Consapevole del Vuoto, almeno, al bisogno sa sfoderare qualche finezza." Il bestione, offeso, inalberò il grugno e brontolò: "A parte il maestro, non mi pare che noi tre siamo tanto diversi." Tripitaka indossò il kasâya, Scimmiotto prese i documenti dalla sacca e uscirono insieme. Si mescolarono alla folla di gente d'ogni sorta che affollava le strade: funzionari e contadini, artigiani e mercanti, letterati a gomito con facchini. Si esclamava: "Guardate! Ora getterà la palla ricamata." Tripitaka si teneva in disparte e confidava a Scimmiotto i suoi pensieri: "Se ti guardi intorno, constaterai che i vestiti, le case, gli utensili di questa gente non sono diversi da quelli del nostro paese. Anche il gusto di far baccano e divertirsi è il medesimo. La mia povera mamma raccontava sempre di aver scelto marito gettando una palla ricamata. Vedi: a tanta distanza di luoghi, le consuetudini sono le medesime." "Che ne dite?" propose Scimmiotto. "Potremmo avvicinarci per vedere meglio." "Non è il caso. Siamo pur sempre riconoscibili come stranieri, e non vorrei mettermi in situazioni difficili." "Maestro, non dimenticate le nostre promesse al vecchio monaco del Monastero Pavimentato d'Oro. Andiamo a goderci lo spettacolo sotto la torre, per aver modo di distinguere il vero dal falso. Questo è il momento culminante della festa: anche il sovrano sarà intento ai casi di sua figlia, e non avrà testa agli affari di stato. Venite con me." Tripitaka si fece convincere e lo seguì fendendo la folla. Credevano di lanciare l'amo; ma non immaginavano che il pescatore fosse un altro. Dice il racconto che l'anno prima questo sovrano dell'India, amante dei fiori e del paesaggio, aveva portato a passeggio le sue donne nel parco reale per godersi la luna piena. Una creatura perversa aveva colto l'occasione per rapire la principessa e prendere il suo posto, assumendone le sembianze. Il suo vero obiettivo era Tripitaka: voleva impadronirsi del suo yang primordiale, perché le avrebbe consentito di diventare immortale superiore dell'unità suprema. A questo scopo il mostro aveva speso le ricchezze del paese per far costruire la grande torre decorata, da cui avrebbe gettato la palla ricamata per designare il monaco cinese come genero imperiale: conosceva anno, mese, giorno e ora della sua venuta nella capitale. Era dunque l'una del pomeriggio quando Tripitaka e Scimmiotto si accostarono alla torre. Dopo che la falsa principessa ebbe bruciato l'incenso e formulato i voti al Cielo e alla Terra, le sessanta fanciulle che l'attorniavano in ricche vesti e acconciature le presentarono la palla ricamata. La principessa, dalle otto finestre spalancate della torre, esaminò la folla che si accalcava nella piazza e, quando vide avvicinarsi il monaco cinese, prese la palla e gliela gettò sulla testa. Tripitaka sentì cadere il suo berretto alla Vairocana e fremette. Alzò le mani per proteggersi, e la palla gli rotolò nella manica. La folla gridò: "È un monaco! È toccata a un monaco!" Nella piazza scoppiò un parapiglia indescrivibile, perché tutti si gettavano avanti nella speranza di impadronirsi della palla. Scimmiotto ringhiò e mostrò i denti; quindi, torcendo le reni, si diede una statura di tre tese e fece smorfie così spaventose che la gente cadeva a terra dallo spavento. In un istante la piazza si vuotò, come d'incanto, e Scimmiotto riprese la sua statura normale. Le dame e le fanciulle del palazzo, con gli eunuchi giovani e vecchi, uscirono a inchinarsi davanti al monaco cinese: "Vogliate venire a corte, vostro onore, a ricevere le debite felicitazioni." Tripitaka, mentre si sforzava di rendere loro il saluto e di tendere la mano per sollevarle, si rivolgeva risentito a Scimmiotto: "Hai visto, brutta scimmia zuccona, che bel tiro mi hai giocato?" "Perché ve la prendete con me?" rise il Novizio. "La palla in testa non ve l'ho tirata io." "Adesso che cosa facciamo?" "Maestro, conservate la calma. Vi porteranno a corte dal sovrano, e io ritornerò in albergo, da Porcellino e da Sabbioso. Può darsi che la principessa non insista per sposarvi; in questo caso farete vistare il passaporto e ce ne andremo. In caso contrario, direte al re: "Fate chiamare i miei discepoli; devo dar loro le ultime istruzioni." Allora verrò, e sarò pur capace di distinguere il vero dal falso. Userò lo stratagemma detto distruggere il mostro con il matrimonio." Tripitaka, d'altronde, non aveva scelta. Mentre il Novizio se ne andava, le dame lo circondarono e lo spinsero verso la principessa, che era scesa ai piedi della torre. Essa lo prese con la sua manina di giada e lo guidò al carro reale, che si mosse verso il palazzo seguito da un grande corteo. L'ufficiale di servizio alla Porta Gialla corse ad annunciare: "Maestà, la principessa ritorna con un monaco. Suppongo che sia la persona colpita dalla palla ricamata. Attendono i vostri ordini alla porta meridionale." Il sovrano non gradì la notizia, e sentì la tentazione di gettare quel monaco fuori di casa. Ma non sapeva come l'avrebbe presa la principessa, e si rassegnò a ordinare che fosse introdotto. Ed ecco la principessa e il monaco cinese presentarsi nella Sala delle Campanelle d'Oro. Erano proprio Marito e moglie, mano nella mano, Uniti per il bene e per il male. Dopo la cerimonia d'ingresso, il re li chiamò accanto al trono e chiese: "Da dove venite, monaco? Com'è accaduto che la palla di mia figlia sia toccata a voi?" Tripitaka si inchinò e rispose: "Sono incaricato dall'imperatore dei grandi Tang di recarmi al Monastero del Colpo di Tuono per sollecitare le scritture dal Buddha. Mentre attraversavo la piazza per venire a presentare il mio passaporto, mi sono sentito cadere in testa quella palla. Sono un monaco di una fede straniera, ho abbandonato la famiglia e non potrei mai pretendere di unire la foglia di giada al ramo d'oro. Spero che mi vorrete perdonare questo delitto capitale, e acconsentirete a vistare il mio passaporto e lasciarmi ripartire per la mia meta. Quando ritornerò al mio paese, la grazia che vostra maestà mi avrà concesso sarà annotata per l'eternità." "Venite proprio da lontano!" esclamò il re. "Mai come in questo caso si può dire: Il filo del destino vi ha uniti a mille leghe di distanza. La principessa mia figlia compie vent'anni e non ha mai avuto marito. Il momento di cercarle un buon partito era stato scelto dagli astrologi con tanta cura! Ed è toccata a voi. Vi assicuro che, da parte mia, non ci tengo affatto; ma non so che cosa ne pensi la principessa." Essa si prosternò: "Padre mio, come dice il proverbio: sposi il gallo, e vai col gallo; sposi il cane, e vai col cane. Mentre ricamavo la palla, ho giurato solennemente che avrei sposato qualunque persona avesse colpito. Se è toccata al santo monaco, vuol dire che così era destinato dalle nostre esistenze anteriori. Come potrei discutere un'unione voluta dal destino? Lo accetto come genero reale." Il re prese le sue disposizioni: incaricò il presidente del collegio astrologico di fissare il giorno del matrimonio, fece preparare il corredo ed emanò il proclama che dava la grande notizia a tutto il mondo. Ma Tripitaka, invece di mostrarsi contento, non faceva che implorare: "Scusatemi tanto! Lasciatemi libero!" "Questo bonzo è proprio stupido" si indignò il re. "Si vede offrire le ricchezze del nostro regno e la posizione di genero reale, e invece di rallegrarsene continua a perdere la testa dietro ai suoi maledetti sutra. Se continua a rifiutare, chiamo le guardie in divisa di broccato e gli faccio tagliare la testa." Il reverendo inorridì e si sentì svenire. Si prosternò tremando come una foglia e balbettò: "Sono riconoscente a vostra maestà della grazia celeste che mi concede. Ma ho tre discepoli che mi aspettano, e non ho potuto avere alcun contatto con loro, né dare le istruzioni necessarie. Vi supplico di convocarli, di vistare i documenti e di lasciare che loro portino a termine la nostra spedizione." Il re chiese: "E dove sarebbero, questi discepoli?" "Alla stazione postale." Il re spedì subito i suoi ufficiali a cercarli, perché venissero a prendersi il passaporto e si levassero di torno, abbandonando il loro maestro alla sua vocazione di genero reale. Servon tre perfezioni a conservare Il tuo grande elisir, contro le insidie Del destino contrario. Tradizione È la Via; ma a te spetta coltivarla. Il Cielo benedice; tu fai il bene. Non lasciar che i sei sensi ti travolgano Coi molti desideri. La natura Ti scoprirà le fonti originarie. Senza affetti o pensieri, sarai puro E libero di giungere a salvezza. Scimmiotto era ritornato all'albergo tutto allegro e pimpante, ridendo fra sé. "Di che cosa ridi, fratello?" chiesero Porcellino e Sabbioso. "Che ne è del maestro?" "Il maestro ha una bella fortuna." "Il viaggio non è finito, non ha visto il Buddha e non ha avuto le scritture" constatò Porcellino. "Quale fortuna può mai essere?" "Mentre passavamo per la piazza, la figlia del re ha lanciato la sua palla da una torre per scegliere lo sposo, e questa palla ha colpito il maestro. Dame, fanciulle ed eunuchi l'hanno imbarcato sul carro reale e l'hanno portato a corte in compagnia della principessa. Ora è genero reale: non vi sembra una bella fortuna?" Porcellino diede in escandescenze: "È tutta colpa di quel disgraziato di Sabbioso. Se fossi stato anch'io in quella piazza, la palla della principessa avrebbe colpito me. Io sì, che sarei stato un genero soddisfacente!" "Spudorato fanfarone!" esclamò Sabbioso sfregandogli il grugno. "Credi di poter comprare il mulo per tre soldi, e te lo senti già sotto il sedere. Se la palla per sbaglio avesse colpito te, la principessa non avrebbe aspettato un minuto a bruciare suppliche al Cielo di elevarti subito lassù. Chi si prenderebbe in casa una disgrazia come te?" "Non te ne intendi, moraccio. Sono brutto, ma ho anch'io il mio fascino. Come dicevano gli antichi: Pelle dura, ma ossa solide; ce n'è per tutti i gusti." "Zitto, bestia!" tagliò corto Scimmiotto. "Tieni i bagagli a portata di mano. Il maestro è in preda al panico, e ci farà chiamare da un momento all'altro: dobbiamo tenerci pronti a intervenire." "Intervenire dove?" obiettò Porcellino. "Non gli serve più che ci azzuffiamo per lui con i mostri sulle montagne. Ormai se ne sta al caldo nella corte reale. Alla sua età, non avrà certo bisogno di te per farsi spiegare che cosa si fa sotto le coperte." Scimmiotto lo prese per le orecchie: "Brutto sporcaccione che pensa solo a queste cose! Che cos'hai da ridire sul maestro?" Mentre bisticciavano, il mastro di posta venne ad annunciare: "Un ufficiale è venuto a portarvi il sacro decreto di invito a corte di sua maestà." "Perché siamo invitati?" domandò Porcellino. "Perché il reverendo ha avuto la fortuna di essere prescelto come genero reale." "Fate entrare il messaggero" disse Scimmiotto. Quando l'ufficiale li vide restò senza parola, chiedendosi se fossero diavoli o yaksa. "Ehi ufficiale!" lo incitò Scimmiotto. "Hai perduto la parola?" Il poveretto mostrò tremando il decreto reale e balbettò: "La principessa invita i suoi parenti... Sono i parenti della mia principessa che vi invitano..." "Guàrdati intorno: qui non ci sono strumenti di tortura; e nessuno pensa di metterti le mani addosso. Non farfugliare, parla lentamente. Non ti spaventare" gli disse Porcellino. "Non ha paura delle botte, ma del tuo bel faccino" sogghignò Scimmiotto. "Raccogli i bagagli e prendi il cavallo. Discuteremo la situazione con il maestro." È il caso di ricordarlo: Le strettoie non puoi sempre evitare, E l'amor brutta fine ti fa fare. Se poi non sapete come andò il loro incontro con il re, ascoltate il prossimo capitolo. 第094回 TRIPITAKA GENERO REALE · OVE I QUATTRO MONACI SONO FESTEGGIATI CON UN BANCHETTO NEL PARCO REALE, E LA CREATURA INVANO NUTRE SENTIMENTI CHE PORTANO AL DESIDERIO. Come si diceva, Scimmiotto e i suoi compagni, al seguito dell'ufficiale inviato dal re, si presentarono a corte. Ai piedi dei gradini del trono rimasero dritti impalati, senza accennare il minimo inchino. "E così, voi sareste gli eminenti discepoli del santo monaco, mio genero" disse il re. "Come vi chiamate? Da dove venite? Perché vi siete fatti monaci? Che cosa sarebbero questi sutra che cercate?" Scimmiotto fece un passo avanti, per salire la scala del trono; ma la guardia di servizio gridò: "Fermo! Parlate dove siete." Scimmiotto rise: "Noi monaci non perdiamo mai l'occasione di farci avanti." Porcellino e Sabbioso avanzarono con lui. Tripitaka, temendo complicazioni, ordinò: "Discepoli, restate dove siete e rispondete alle domande." Il Novizio, vedendolo in piedi accanto al sovrano seduto sul trono, sbottò: "Sua maestà si dà importanza con l'affettare disprezzo per gli altri. Invitate il mio maestro a diventare vostro genero, e poi lo costringete a restare in piedi. Sposerà vostra figlia e diventerà 'sua altezza'; perché non lo fate sedere?" Il re impallidì di paura. Ebbe la tentazione di rifugiarsi nelle stanze interne, ma gli sembrò indecoroso e si trattenne. Finì per raccogliere tutto il suo coraggio e ordinare che si portasse un cuscino ricamato per far sedere il monaco. Quando lo vide comodamente sistemato, Scimmiotto acconsentì a rispondere: "La casa avita del vecchio Scimmiotto è la Grotta del Sipario Torrenziale, sul Monte di Fiori e Frutti del paese di Aolai, nel continente dell'Est. Mi partorì una rupe; furono mio padre il cielo e mia madre la terra. Conseguii il Tao con l'aiuto di un perfetto e ritornai nel paese natale, la terra benedetta della grotta dove vivevano i miei. Sottomisi i draghi in fondo al mare e scalai le montagne per catturare le fiere. Dopo aver cancellato il mio nome dal registro dei morti, ebbi il titolo di Grande Santo Uguale al Cielo. Godevo gli splendori dei palazzi celesti, mi intrattenevo con gli immortali e vivevo nella gioia e nei canti. In quei santi luoghi, un giorno dopo l'altro, vivevo felice. Ma poi, per aver turbato la festa delle Pesche d'Immortalità ed essermi ribellato al Cielo, fui catturato dal Buddha, imprigionato sotto la Montagna dei Cinque Elementi, nutrito di pillole di ferro e dissetato con bronzo liquefatto. Per cinquecento anni non conobbi i sapori del tè e del riso. Per fortuna il mio maestro partì dalle terre dell'Est, diretto a occidente, e Guanyin gli ordinò di liberarmi dal celeste castigo. Uscito da quella prova, mi convertii allo Yoga. Il mio nome è Consapevole del Vuoto, ma mi chiamano anche il Novizio." Il re si rese conto che aveva a che fare con gente di qualità; balzò giù dal trono e corse a stringere le mani del reverendo: "Genero mio, una celeste affinità vi ha portato nella mia casa ad annodare questi divini legami." Tripitaka non finiva più di ringraziare. Il re risalì sul trono e domandò: "E il secondo discepolo?" Porcellino drizzò il grugno con sussiego e rispose: "Nella sua vita anteriore, il vecchio Porcellino era avido di piaceri e incline all'indolenza. Trascorsi un'esistenza sviata, nel disordine e nella confusione. Ero ignaro dell'altezza del cielo e dello spessore della terra, quanto dell'immensità dei mari e della maestà dei monti. Mentre mi trovavo immerso nelle tenebre, incontrai un uomo vero che, con poche parole, mi liberò dalla rete dei miei peccati e spezzò la porta della mia disgrazia. Illuminato da lui, mi dedicai anima e corpo al suo insegnamento, praticando con diligenza il lavoro del doppio otto e forgiando rispettosamente la successione del doppio nove. Ciò mi aprì le porte dei palazzi del Cielo. La grazia generosa dell'Imperatore di Giada mi conferì il titolo di Ammiraglio dei Canneti Celesti e mi affidò il comando della marina che presidia la Via Lattea. Ma a una festa delle Pesche d'Immortalità mi lasciai andare a certe libertà con Chang'e; perciò fui degradato e bandito fra i mortali. Sul cammino della reincarnazione, per sbaglio fui concepito da una scrofa; e abitando sul Monte Fuling commisi ogni specie di peccato. Fu Guanyin a riportarmi sulla retta via: mi convertì alla dottrina del Buddha e fece di me il protettore del monaco cinese nella sua ricerca delle scritture nel Paradiso dell'Ovest. Il mio nome in religione è Consapevole delle proprie Capacità; mi chiamo anche Otto Divieti." Il re era tanto impressionato che non osava nemmeno alzare gli occhi su di lui. Il bestione fu eccitato dall'impressione che faceva, e si lasciò andare a smorfie mostruose, sventagliando le orecchie e ridendo satanicamente. Tripitaka gli gridò: "Via, un po' di creanza!" Porcellino si sforzò di rientrare nei ranghi e addirittura di imitare, con certe curiose contorsioni, un comportamento manieroso. "Qual'è la storia del vostro terzo discepolo?" domandò il re. Sabbioso giunse le palme e rispose: "Fui un semplice mortale che cercava la Via perché temeva la morte. Vagabondai fino alle estremità dei mari e ai confini del cielo, in abito monacale e con la ciotola delle elemosine. La pia sincerità della mia ricerca mi fece incontrare un compagno d'immortalità. Mi riuscì di alimentare il fanciullo alchemico e di unirmi alla bella fanciulla; quando il mio lavoro raggiunse il Chiliocosmo, armonizzai i quattro stati dei fenomeni. Fui ammesso dentro i confini del Cielo, mi inchinai davanti alla volta misteriosa e ricevetti il titolo di Generale delle Cortine Arrotolate, incaricato del carro di draghi e fenici. Ma durante la festa delle Pesche d'Immortalità ruppi maldestramente una coppa di cristallo, e perciò fui esiliato nel Fiume delle Sabbie Mobili. Il mio aspetto e il mio spirito mutarono: mi abbandonai al peccato e distrussi molte vite. Per fortuna la pusa, in viaggio verso l'Est, mi convertì e mi impegnò ad accompagnare il figlio del Buddha della corte dei Tang, in cerca del giusto frutto. Mi sentii rinnovato e ricominciai a coltivare il Grande Risveglio. Sia il mio nome in religione, Consapevole della Purezza, sia l'altro nome di Sabbioso, evocano il fiume." Il re si sentiva combattuto fra la gioia e il timore: gioia che sua figlia avesse scelto un buddha vivente, e timore per quei discepoli, che erano in realtà divinità perverse. Si presentò il primo astrologo di corte: "Il matrimonio è fissato per il dodici di questo mese: un giorno fasto, particolarmente propizio all'unione e conforme alle regole generalmente in uso." "Oggi che giorno è?" chiese il re. "Oggi è l'otto, il giorno in cui le scimmie offrono frutta, propizio all'udienza dei saggi e alla trattazione degli affari." Il re fu soddisfatto e ordinò di spazzare torri e padiglioni nel parco, per ospitarvi il genero e i suoi discepoli in attesa delle nozze. Poi fu tolta la seduta. Tripitaka e i suoi si ritirarono nei quartieri destinati dove, al cader della sera, fu servito un pasto vegetariano. "Abbiamo avuto una giornata impegnativa; perciò dobbiamo mangiare in abbondanza!" esclamò allegro Porcellino. I servitori portavano una pignatta dopo l'altra di riso e di tagliatelle, e riempivano senza tregua la sua ciotola; finalmente il mangione si sentì sazio, pieno e stivato fino ai capelli, e si fermò. Si accesero le lampade, si distesero le coperte e in breve tutti si coricarono. Non appena restarono soli, il reverendo si rivolse al Novizio con voce furente: "Maledetto macaco, mi metti sempre in situazioni impossibili! Te lo avevo detto che volevo sbrigare il visto del passaporto tenendomi lontano da quella torre: mi ci hai trascinato tu. E adesso che abbiamo visto com'è andata a finire, che cosa conti di fare per cavarmi dai guai in cui mi hai ficcato?" "Maestro" rispose sorridendo Scimmiotto, "vi ho portato dove potevate soddisfare la vostra passione nostalgica per il passato e le tradizioni; non dicevate che la scelta dello sposo con il lancio della palla ricamata vi ricordava la vostra povera mamma? Sul serio: abbiamo promesso al superiore del Monastero Pavimentato d'Oro di chiarire il mistero della principessa; non potevamo farlo tenendoci in disparte. Il re ha la faccia cupa, cova qualcosa; ma di sua figlia non ho ancora avuto modo di farmi un'idea." "Che cosa farai quando l'avrai vista?" "Distinguerò il vero dal falso e il giusto dal perverso: mi basterà guardarla negli occhi." Sabbioso e Porcellino risero: "Nostro fratello fa pratica come fisiognomonista." "Quelli non sono buoni nemmeno ad allacciarmi le scarpe" ribatté Scimmiotto. "Voi perdete tempo a cicalare" gridò Tripitaka, "ma questa gente ha deciso di prendermi per genero: come me ne potrò liberare?" "Le nozze sono fissate per il dodici. In quell'occasione la principessa dovrà per forza presentarsi in pubblico, per rendere omaggio ai genitori, e io avrò modo di osservarla. Se poi scoprissi che è una ragazza normale, non vi resterà che sposarla e godervi i fasti del regno." L'esasperazione di Tripitaka raggiunse il colmo: "Brutto macaco, mi vuoi morto! Avremo percorso il novantotto per cento del nostro viaggio, e tu cogli il momento per pugnalarmi con la tua lingua affilata. Tienila chiusa, quella boccaccia puzzolente! Se mi manchi di rispetto, recito l'incantesimo e ti spacco la testa." Il Novizio si spaventò: "Per carità, non fatevi prendere la mano. Anche se la principessa fosse autentica, potremo sempre creare confusione nel palazzo e rapirvi al momento della cerimonia." Quando suonò la prima veglia, discutevano ancora. Profumano i fiori, sgocciola la clessidra. Sulla porta decorata è calata la tenda di perle. Ogni luce è spenta nella corte, gli ultimi suoni del flauto tibetano sono svaniti nel silenzio; in un angolo dondola al vento l'altalena vuota. Il lume della luna riempie la stanza. Sotto il cielo stellato sognano le farfalle. Bianche nuvole navigano lungo la rotta della Via Lattea verso paesi lontani. Il vento agita le chiome dei salici; il cuore del viandante si stringe di nostalgia. "Maestro" suggerì Porcellino, "mettiamoci a letto. Ne riparleremo domattina." Il mattino successivo l'udienza reale si aprì alle cinque. Una nube di porpora circonda I palazzi reali. Cirri sventolano Come pennoni. Quando sorge il sole Emergono dall'ombra le chimere Sul culmine dei tetti. La rugiada Imperla i fiori, e bruma mattutina Aggiunge un tocco al fascino dei salici. Mentre suona la musica reale I mandarini cantano la pace E l'armonia che regnan nel paese. Dopo aver ricevuto l'omaggio dei funzionari civili e militari, il re ordinò: "Il servizio dei banchetti prepari il convito di nozze per il giorno dodici. Oggi servirete una giara di vino di primavera. Invitiamo nostro genero a intrattenersi con noi nel parco reale." Quanto ai tre 'saggi parenti', l'ufficio del cerimoniale fu incaricato di accompagnarli all'albergo, dove il servizio dei banchetti doveva offrir loro una colazione vegetariana. L'ufficio della musica aveva il compito di far musica dove gli ospiti si trovassero, perché ciascuno godesse la bella giornata primaverile. Intervenne Porcellino: "Maestà, noi discepoli non ci siamo mai separati dal maestro. Se lo volete festeggiare nel parco reale, invitate anche noi. Sarà utile anche a voi, perché senza il nostro aiuto non riuscirete a persuaderlo a diventare vostro genero." Il re era impressionato da quel brutto grugno, dalla vociona rude, dalle smorfie che faceva e dai suoi impossibili sventagliamenti d'orecchie. Gli sembrò prudente non contrastare lo strano personaggio, tanto più se poteva restarne compromesso il real matrimonio. "Mi recherò in compagnia del genero nel Padiglione di Perpetua Pacificazione" dichiarò. "Preparate per i discepoli il Chiosco Afferra Primavera; non è il caso che mangino alla stessa tavola del loro maestro." Il bestione tirò giù una riverenza e borbottò: "Grazie tante." Verso l'ora del serpente, le dieci del mattino, il re montò sul carro reale e invitò Tripitaka ad accompagnarlo in un giro dell'incantevole parco reale: Sentieri pavimentati di marmi colorati; balaustre finemente traforate. I sentieri serpeggiano fra piante rare; insoliti fiori si mostrano dietro le balaustre. Il martin pescatore si smarrisce fra i magici peschi; i salici delicati nascondono il rigogolo. Un profumo inebriante riempie le maniche del visitatore, lievi fragranze impregnano i suoi abiti. Fra la terrazza delle fenici e lo stagno dei draghi si ergono il padiglione dei bambù e il chiosco dei pini; qui un'aria di flauto richiama le fenici, là i pesci si trasformano in draghi e volano via [...] A lungo il re e il suo seguito contemplarono i bei luoghi. Poi il re condusse Tripitaka nel Padiglione di Perpetua Pacificazione, mentre Scimmiotto e i condiscepoli furono invitati nel Chiosco Afferra Primavera. Si banchettò in un ambiente fastoso, fra canti, musica e danze. Splende nel sole il portale imponente, Mentre la torre di draghi e fenici Emerge dalla bruma. Sono chiari I colori che splendono sul prato E drappeggiano i lieti convitati. Suono di flauti accompagna il banchetto, Girano calici colmi d'ambrosia. Il sovrano divide con i sudditi La sua gioia nel vasto padiglione. Il reverendo, fatto segno di tanti riguardi, non poteva certo far mostra di sottrarsi alla gioia generale: viso contento roso dall'angoscia. Erano appesi al muro quattro pannelli dorati, che rappresentavano le quattro stagioni e recavano versi dei migliori letterati della Foresta dei documenti. Sul quadro della primavera: Nuovo respiro alita dal cielo, Ogni cosa nel mondo è rinnovata. Rivaleggian di fiori il pesco e il melo. Ritorna al nido la rondine alata. Sul quadro dell'estate: L'aria del flauto interrompe i tuoi sogni In cui l'umido caldo t'immergeva. Vedi brillare il sole sui cotogni E fragranza di fiori ti solleva. Sul quadro dell'autunno: Le foglie gialle ricoprono il suolo. La rondine il suo nido ha abbandonato. Giunchi spezzati; stormi di oche in volo. Candida brina la notte ci ha dato. Sul quadro dell'inverno: Gelida pioggia dalle nubi nere. Mostrano i monti le cime imbiancate. Nella penombra rosseggia il braciere. Vita latente in fronde denudate. Il re notò che Tripitaka era intento alla lettura dei versi. "Caro genero" gli propose, "vedo che amate la poesia, e certo sarete abile a comporla. Non siate avaro dei vostri talenti: offriteci poemi con le stesse rime." Il reverendo poteva perdersi per ore nella contemplazione di un paesaggio, vero o dipinto, come tutti coloro che hanno chiara visione del proprio spirito. Si sentì onorato dalla proposta del re, e gli salì senz'altro alle labbra il primo verso: "Il ciclo si avvicenda, fonde il gelo..." Il re, soddisfatto, ordinò all'ufficiale di guardia: "Portami i quattro tesori dello studio del letterato. Pregherò il genero di mettere i suoi poemi per iscritto, così potremo gustarceli con comodo." Il reverendo prese il pennello e scrisse. Ai versi sulla primavera: Il ciclo si avvicenda, fonde il gelo, La dolce pioggia ogni cosa ha lavata. Si rinnova la vita in ogni stelo. Splende nel sole l'aiuola infiorata. Ai versi sull'estate: Dell'ombra della sofora abbisogni, Che dall'ardente sole ti solleva. Se musica ti occorre pei tuoi sogni, Canto d'uccelli ogni tristezza leva. Ai versi sull'autunno: Gli ultimi aromi esalan foglie al suolo. Il primo gelo al cipresso ha giovato. Dei crisantemi fiorisce lo stuolo. Sulle acque la canzone ha risonato. Ai versi sull'inverno: Dà l'aria fredda e pura il suo piacere; Mette in risalto le rupi innevate. Messo a bollire il cumis sul braciere, Ci scaldiamo le mani congelate. Il re fu generoso di complimenti e ordinò all'ufficio della musica di comporre ed eseguire arie sui versi di Tripitaka. Così passò la giornata. Scimmiotto e i condiscepoli, nel loro chiosco, attendevano a passatempi più materiali e finirono per sentirsi un po' brilli. Alla fine andarono in cerca del maestro, che si stava ancora intrattenendo con il re. Porcellino, che non conosceva moderazione, si lasciò andare a gridare: "Come siamo stati bene! Ci siamo riempiti la pancia come si deve. Adesso possiamo anche buttarci giù a ronfare." "Che maleducato!" esclamò ridendo Sabbioso. "Dormire subito dopo aver mangiato tanto non aiuterà la nostra digestione." "Si vede che non conosci il proverbio: Chi dopo pranzo dormirà, un dito di ciccia fabbricherà." Tripitaka era livido. Si affrettò a congedarsi dal re e, allontanatosi dal padiglione, diede una strigliata ai suoi discepoli, in particolare a Porcellino: "Bestia villana! Tu credi di poter dire qualsiasi cosa; ma il re potrebbe irritarsi, e fartela pagare cara." "Che differenza volete che faccia?" replicò Porcellino. "Per lui, ormai, siamo gente di famiglia. Come dice l'adagio: Non c'è colpo che spezzi il legame di sangue; non c'è insulto che rompa il buon vicinato. Dopo tutto stavamo a divertirci. Non credo che abbiamo corso nessun pericolo." "Tenetemi fermo questo cretino" ordinò Tripitaka esasperato. "La lezione gliela dò io, con il mio bastone da pellegrino." Scimmiotto eseguì, rovesciandolo al suolo e inchiodandolo spalle a terra, mentre il reverendo levava il suo bastone. "Monsignor genero!" strillava il bestione. "Fatemi grazia, per pietà!" Gli ufficiali che li accompagnavano intercedettero in suo favore. Porcellino poté rimettersi in piedi e brontolò: "Bel genero che siete! Fate il tutore della legge del re ancor prima di aver consumato il matrimonio." Scimmiotto gli turò la bocca con la mano: "Taci, scemo. Per oggi ne hai dette abbastanza. Se vuoi restar sano, va a dormire." Si ritirarono per la notte nel Chiosco Afferra Primavera. I giorni successivi trascorsero in feste e passatempi, finché giunse il grande momento. Il giorno dodici gli ufficiali dei tre dipartimenti del servizio dei banchetti si presentarono a rapporto: "In conformità dell'ordine impartito il giorno otto, è stata compiuta la costruzione della residenza del real genero. Non resta che trasportarvi il corredo. I preparativi del banchetto sono stati completati: cinquecento coperti con doppio menu, vegetariano e non." Mentre il re si disponeva a un sopralluogo, in compagnia del genero, sopraggiunse un inviato del palazzo interno: "Maestà, la regina vi invita." Il re si recò nel Palazzo del Radioso Yang, dove le regine dei tre palazzi e le concubine delle sei corti avevano accompagnato la principessa e cicalavano a distesa. Lo spettacolo di fiori e broccati che offrivano era più ricco e sontuoso di quello del Palazzo della Luna; niente da invidiare al Padiglione di Diaspro della residenza degli immortali. [...](78) Quando regine e dame lo ebbero convenientemente salutato, il re prese la parola: "Mia saggia figlia e cara principessa, spero che vediate esauditi tutti i vostri voti, dopo che la palla ricamata ha così felicemente scelto il vostro sposo. Gli ufficiali dei vari servizi hanno lavorato sodo con grande devozione, e ora tutto è pronto. Il gran giorno di gioia è arrivato: vi raccomando di essere puntuale alla festa di nozze." La principessa si prosternò: "Padre e maestà, vi prego di perdonare le mille offese che la vostra umile figlia vi reca. Ho udito dagli ufficiali di palazzo che il santo monaco ha tre discepoli molto brutti: non li vorrei vedere, per non restarne spaventata. Se fosse possibile, vi chiederei di mandarli via. Sapete che sono impressionabile e di salute delicata: se mi trovassi davanti quegli spauracchi, il giorno di festa potrebbe mutarsi in un giorno di lutto." "Giusto, figlia mia, non ci avevo pensato. Sono dei tipi più brutti del comune; in questi giorni abbiamo cercato di confinarli il più possibile nel Chiosco Afferra Primavera. Faremo così: visterò i loro passaporti e li inviterò a ripartire prima di dare inizio alla festa." La principessa batté la fronte al suolo in segno di gratitudine. Il re salì nella sala d'udienza e convocò il real genero e i suoi discepoli. Tripitaka, che aveva contato febbrilmente i giorni, stava appunto discutendo il da farsi: "Eccoci arrivati al giorno dodici. Come ci regoliamo?" "Il re è effettivamente circondato da un soffio nefasto; ma è lieve, non può trattarsi di niente d'irreparabile" rispose Scimmiotto. "Quanto alla principessa, non ho ancora avuto modo di osservarla; al primo colpo d'occhio ne saprò quanto occorre. In ogni modo, voi dovete conservare la calma. Vedrete che il re ci convocherà, e probabilmente inviterà noialtri ad andarcene. Voi non dovete fare difficoltà a restar qui solo: vedrete che io ritornerò subito di nascosto ad assicurare la vostra protezione." Ed ecco giungere l'ufficiale che li convocava davanti al re, accompagnato dal direttore dell'ufficio del cerimoniale. "Eccoci qua!" sogghignò Scimmiotto. "Naturalmente si tratterà di metterci alla porta, prima di dare il via ai festeggiamenti." "Chissà quante once d'oro e d'argento ci offriranno; ce ne sarà da darci bel tempo e da riportarne a casa a bizzeffe" sognava Porcellino. "Sta zitto!" esortò Sabbioso. "Facciamo come suggerisce il fratello maggiore." In assetto di viaggio, con bagagli e cavallo, seguirono l'ufficiale ai piedi dei gradini vermigli. Il re disse loro: "Dateci i vostri documenti perché vi apponiamo il sigillo. Vi abbiamo preparato un viatico perché vi possiate recare senza indugio sul Monte degli Avvoltoi a incontrare il Buddha. Al ritorno, se avrete ottenuto le scritture, riceverete altri segni della nostra gratitudine. Non abbiate timore per nostro genero: resta in buone mani." Scimmiotto ringraziò e incaricò Sabbioso di porgere i documenti. Il re li lesse, appose il sigillo e la sua firma, e offrì in dono dieci lingotti d'oro e venti d'argento. L'avido Porcellino li prese in consegna, e Scimmiotto si inchinò e si scusò per il disturbo. Mentre stavano per partire, Tripitaka gli si aggrappò a un braccio battendo i denti, e bisbigliò: "Ve ne andate via e mi abbandonate!" Scimmiotto gli pizzicò la mano e strizzò l'occhio: "Godetevi la vita, fate festa! Non appena avremo ottenuto le scritture, ci rivedremo." Tripitaka gli restava convulsamente aggrappato. Agli occhi dei funzionari, sembrava che si stessero salutando. Ma il re sollecitò il genero ad accompagnarlo nei suoi appartamenti, e Tripitaka dovette mollare la presa, mentre i suoi discepoli venivano accompagnati fuori del palazzo. Si incamminarono verso l'albergo. "Ce ne andiamo davvero?" chiedeva Porcellino. Scimmiotto tirava diritto e non rispondeva. Il mastro di posta offrì loro il tè e fece preparare una colazione. Scimmiotto raccomandò: "Non mettete il naso fuori di qui. Vi lascio un sosia; evitate di parlargli, perché non so che cosa vi risponderebbe. Se il mastro di posta vi rivolge la parola, restate sulle generali. Io me ne vado dal maestro." Si strappò un pelo, gridò: "Trasformazione!" e ne fece un altro Scimmiotto che lasciò al suo posto. Da parte sua, si trasformò in ape e volò via. L'insetto giallo danza nel vento, con bocca dolce di miele e aguzzo dardo nella coda. Nessuno è più abile di lui a introdursi fra i salici, scuotere i fiori e rubare ai pistilli i loro profumi. Non si ferma mai, abile e indaffarato. Troverà mai il tempo di assaggiare il miele che distilla? Giunto alla corte, vide il monaco cinese su un morbido cuscino, alla sinistra del re, con la faccia contratta come se fosse seduto sui carboni ardenti. Si posò sul suo cappello alla Vairocana e bisbigliò: "Maestro, eccomi qua!" Solo il monaco cinese poteva udire la sua vocina, e gli fu di grande sollievo. Venne un ufficiale di palazzo a invitare: "Maestà, il pranzo di nozze è servito nel Palazzo della Gazza. La regina e la principessa vi aspettano: pregano vostra maestà e gli onorevoli ospiti di prendere posto." È il caso di dirlo: Ogni perverso preferisce i fiori Che gli portan disgrazia; è dallo spirito Agitato che originano i guai. Se poi non sapete, in fin dei conti, come il monaco cinese riuscisse a tirarsene fuori, ascoltate il seguito. 第095回 UNA LEPROTTA INTRAPRENDENTE · OVE IL FALSO, CERCANDO L'UNIONE COL VERO, CONDUCE ALLA CATTURA DELLA LEPRE DI GIADA, PURA FEMMINILITÀ CHE RITORNA AL GIUSTO E RITROVA NUMINOSITÀ PRIMORDIALE. Come si diceva, il monaco cinese seguì il re verso gli appartamenti interni. Tutto spaurito e preoccupato, teneva la testa bassa e non osava alzare gli occhi. Intorno a lui suonavano fanfare ed esalavano dai bracieri profumi squisiti. Posato in forma d'ape sul cappello del maestro, Scimmiotto se la godeva un mondo: due file di belle fanciulle vestite di vivi colori formavano uno spettacolo più incantevole della brezza di primavera che sollevi tende di broccato. Tenere e carine, pelle più liscia del ghiaccio e sostanza di giada. Si tengono per mano a coppie, più seducenti delle ragazze di Chu, più belle di Xi Shi. Dalle loro alte e vaporose acconciature prendono il volo splendide fenici. Le sopracciglia di falena disegnano profili di montagne all'orizzonte. Suonano intorno pifferi e organi a fiato, flauti e tamburi. Le note salgono e scendono in bell'armonia. Puri canti, danze meravigliose, più amabili dei fiori ricamati sul broccato. Nel vedere il suo maestro insensibile al bello spettacolo, il Novizio schioccava la lingua soddisfatto: "Che monaco in gamba! Tra le sete e i broccati il cuor non si smarrisce; vanno i piedi sul diaspro, ma la mente nel cielo." La principessa attendeva davanti al Palazzo della Gazza, circondata dalle regine e dalle concubine reali, che gridarono: "Viva il re! Lunga vita al re!" Il reverendo, preso dal panico, tremava come una foglia e non sapeva come comportarsi. Scimmiotto constatò che intorno alla principessa c'era un'aura malefica, per quanto lieve. Mormorò all'orecchio del maestro: "In effetti in quella principessa c'è qualcosa che non va." "Come faremo a costringerla a mostrarsi nel suo vero aspetto?" "Ci penso io, seduta stante." "Fermo, per carità! Non bisogna spaventare sua maestà. Per usare le tue magie, devi aspettare che si sia ritirato." Scimmiotto non era di temperamento temporeggiatore. Gettò un grido, riprese la propria forma e si gettò sulla principessa: "Bestia immonda! Non ti bastava goderti il frutto delle tue menzogne: sei tanto spudorata da voler ingannare anche il mio maestro e distruggere il suo yang immacolato." Il re rimase a bocca aperta, le regine svenivano, la dame di palazzo scappavano via e non sapevano più dove nascondersi. Era come se soffiasse temporale di primavera o burrasca autunnale. Il temporale di primavera scuote mille fiori nel giardino; la burrasca autunnale si porta via diecimila foglie dal boschetto. Peonie spezzate sono cadute sulla balaustra. Gli ibischi presso lo stagno fremono ancora. Petali di crisantemi si sono raccolti ai piedi della terrazza. Il povero melo fiorito si affloscia senza forza nella polvere. Il profumo delle rose si disperde. Quel vento di primavera spezza i gambi del loto. Quella neve invernale brucia i germogli dei prugni. I petali di melograno cadono qua e là nella corte. I salici della diga si piegano fino a terra. La notte di tempesta ha ricoperto il suolo di infinite macchie rosse. Tripitaka si aggrappò al re: "Maestà, vi supplico, non vi spaventate! Quel testardo del mio discepolo vuol sempre fare di testa sua: ora sta usando la magia per distinguere il vero dal falso." Quando la creatura malefica si vide smascherata, si strappò i vestiti e i gioielli che indossava e corse al tempietto della divinità locale per ricuperare un corto bastone, che aveva la foggia di un grande pestello. Fronteggiò e cercò di colpire il Novizio che la inseguiva, ma si vide opporre la sbarra di ferro. Urlando e soffiando vapori, i due ingaggiarono un duello con l'impiego dei loro poteri magici; presto, per muoversi ad agio, montarono in cielo e si diedero battaglia sulle nubi, sollevandole e scompigliandole fino a nascondere il sole. Un bello scontro! La sbarra cerchiata d'oro è famosa; quel curioso pestello, chissà da dove viene. L'uno viaggia in cerca delle autentiche scritture; l'altra vuol soddisfare la sua ingordigia per i fiori rari. La creatura conosce da un pezzo il santo monaco, e vuole impadronirsi del suo seme. A suo tempo aveva rapito la vera principessa per mettersi al suo posto. Ma, fin dal primo incontro, il grande santo ha riconosciuto i suoi miasmi malvagi e separato l'illusione dalla realtà. Il pestello mira alla testa, ma la sbarra lo arresta. Quel combattimento nel cielo mise in allarme tutti gli ufficiali di corte, e in subbuglio tutta la popolazione della città. Il reverendo sosteneva il re e gli diceva: "Non temete! Rassicurate anche sua maestà la regina e le altre persone. Il fatto è che la vostra principessa non era autentica come credevate, ma falsa. Aspettate che il mio discepolo metta tutto in chiaro, e saprete come regolarvi." Le più coraggiose fra le concubine reali corsero a raccogliere vestiti e gioielli caduti a terra, e li mostrarono alla regina: "Dev'essere vero che è una creatura perversa. Guardate che svergognata: si è spogliata tutta nuda ed è saltata in cielo a picchiarsi con il bonzo." Pian piano, il re, la regina e le altre dame rientrarono in sé e guardarono che cosa accadeva sopra le loro teste. Il mostro e il grande santo continuarono a battersi per mezza giornata; finché Scimmiotto gettò in aria la sua sbarra e gridò: "Trasformazione!" Subito la sbarra si moltiplicò in centinaia e migliaia di esemplari, che piovvero da tutte le parti intorno al mostro come una grandinata di serpenti e di pitoni. Esso, preso dal panico, si trasformò in una corrente d'aria e fuggì via nell'azzurro. Scimmiotto riunì nuovamente le sbarre e lo inseguì a cavalcioni di una luminosità di buon augurio. Vide da lontano bandiere e stendardi, e si rese conto che il mostro si dirigeva verso l'entrata occidentale del Cielo; allora gridò a gran voce: "Dalli al mostro! Portinai, fermate quel mostro!" Il devarâja Conservatore del Regno accorse subito, alla testa dei quattro grandi marescialli Pang, Liu, Gou e Bi, e sbarrò la strada. La creatura fu costretta a volger loro le spalle, si trovò davanti Scimmiotto e lo affrontò alla disperata con il suo pestello. Mentre combatteva, il grande santo osservava con curiosità quella strana arma, con un'estremità sottile e l'altra grossa e arrotondata, precisamente come un pestello da mortaio: "Spiegami un po', bestiaccia, da dove viene la tua strana arma?" "Non la conosci?" rispose il mostro. "Ascolta. È radice di bianca giada. Secoli La levigarono. Sta in mio possesso Fin da prima che il caos si separasse. Non è cosa mortale, ma celeste. Il suo corpo splendente si congiunge Ai quattro stati ed ai cinque elementi, Ai tre principi primordiali. L'ebbi Nel Palazzo del Rospo e sotto l'ombra Del cinnamomo; come mia compagna Mi seguì inseparabile anche quando Discesi sulla terra e venni in India Per amore dei fiori. Il desiderio Mi spinge verso il monaco cinese. Per quale crudeltà tu vuoi spezzare La nostra unione e cercare la morte? L'arma che non conosci ha rinomanza Assai più antica della sbarra tua: Sulla Luna, al Palazzo del Gran Gelo, È il pestello che serve a preparare La droga che spedisce all'altro mondo." Scimmiotto fece una risata di compatimento: "Una bestiola che ha abitato nel Palazzo del Gran Gelo non può ignorare chi sia il vecchio Scimmiotto. Perché non riprendi il tuo aspetto e non ti sottometti, per salvare la pelle?" "Ho visto subito che eri l'equipuzio dei famosi disordini di cinquecento anni fa. Certo, sarebbe ragionevole cedere. Ma tu hai impedito il mio matrimonio: è peggio che se mi avessi ucciso il padre e la madre. Non c'è ragione né timore che mi possano convincere ad arrendermi a te, equipuzio della malora!" Si sa che questo epiteto innervosiva il grande santo. Il sangue gli montò alla testa, e alzò la sbarra per dargli una buona legnata. Ma il mostro mulinò il suo pestello, e lo scontro riprese. La sbarra cerchiata d'oro e il pestello per battere droghe nel mortaio sono due armi magiche molto diverse, ma ugualmente potenti. Lei è scesa nel basso mondo a scopo di matrimonio; lui svolge il suo compito di protezione del monaco cinese. In effetti la colpa è del re, che con il suo eccessivo amore per i fiori ha attirato l'attenzione dell'essere perverso. È lo scontro di due testardi: a ogni assalto, corrisponde un adeguato contrattacco; non parliamo poi delle ingiurie che i due si scambiano a ruota libera. Non trovereste altrove un pestello più gagliardo; ma la sbarra è ancor più potente. Raggi d'oro illuminano le porte del Cielo; brume colorate mandano i loro riflessi fino alla terra. Le forze della creatura malefica vengono meno: regge una diecina di scontri, ma alla fine si ritrova spossata. In capo a una diecina di scontri, la creatura si rese conto che quella sbarra stava diventando una minaccia incontrollabile; fece una finta, con una lieve rotazione si trasformò in un fascio di raggi dorati e fuggì verso sud. Il grande santo la inseguì fino a un'alta montagna, dove la vide scomparire dentro una grotta. Scimmiotto si accontentò di rilevare i luoghi e preferì ritornare dal maestro, per assicurarsi di non cadere vittima di manovre diversive. Erano circa le quattro del pomeriggio. Il re tremava e si aggrappava a Tripitaka, pregandolo: "Santo monaco, salvatemi!" Le regine e le dame, terrorizzate, videro Scimmiotto che scendeva da una nuvola e chiamava: "Maestro, eccomi qua." "Prudenza, Consapevole del Vuoto! Cerca di non dare altre preoccupazioni a sua maestà. A che punto sta l'affare della falsa principessa?" "In realtà è un bel mostro, quella principessa! Ci siamo battuti fino alle porte del Cielo. Alla fine l'ho messa in fuga e l'ho inseguita su una montagna in cui ha cercato riparo. Io sono venuto qui per accertarmi che non trovasse modo di prendersela con voi." Il re prese da parte Tripitaka e gli chiese: "Se quella non era la principessa, mia figlia dov'è andata a finire?" "Una cosa per volta" intervenne Scimmiotto. "Ora fatemi catturare la falsa principessa; quella vera la ritroverete in un baleno." Ciò alimentò le speranze di regine e concubine, che lo circondarono invocando: "Santo monaco, salvate la nostra principessa, e noi sapremo ricompensarvi generosamente!" "Non è il momento di discuterne" rispose Scimmiotto. "Mettiamo un po' d'ordine. Prego sua maestà e il maestro di chiudersi nella sala d'udienza, e le signore di ritornare nei loro appartamenti. I miei condiscepoli devono dividersi la protezione dei due luoghi, mentre io ritorno dal mostro. Così gli appartamenti interni e quelli pubblici resteranno separati, e io sarò più tranquillo e mi sentirò le spalle coperte." Tutti ubbidirono e si ritirarono nei luoghi assegnati, dopo avere ordinato un lauto pasto. Scimmiotto conferì con Porcellino e Sabbioso, per informarli e dare le sue raccomandazioni. Quando volò via con una capriola nelle nuvole, i funzionari restarono a pregare rivolti al cielo. Sulla montagna il mostro si era rintanato da qualche parte, sbarrando con massi l'ingresso del suo rifugio. Il Novizio fece ricerche, ma non vide nessun movimento; ardente di impazienza, pronunciò la formula per convocare il tudi e il dio della montagna. Ed ecco le due divinità prosternate davanti a lui: "Noi non sappiamo niente, non abbiamo visto niente. Altrimenti non ci saremmo certo risparmiati per farvelo sapere. Vi supplichiamo di perdonarci!" "Non voglio battervi, ma soltanto chiedere come si chiama questa montagna e quali mostri nasconde. Se volete essere perdonati, vuotate il sacco." "Grande santo, questo è il Monte Punta di Pennello. In tutto e per tutto racchiude una tana di lepre con tre ingressi. Qui non ci sono mai stati mostri, fin dai tempi antichi; questa è terra benedetta, dove ci si muove liberamente. Se vostra santità cerca mostri, può trovarne quanti ne vuole sulla strada dell'Ovest." "All'arrivo in India, ho trovato che il re si era lasciato rapire la figlia da un mostro che ne aveva preso il posto. È un mostro femminile, che ha fatto carte false per sposare il mio maestro. Io l'ho smascherata e combattuta, e lei è fuggita da queste parti, trasformata in raggi d'oro. Arrivata qui, è scomparsa. Dove può essersi rimpiattata?" Le due divinità guidarono Scimmiotto verso la tana di lepre. Presso il più basso dei tre ingressi certi conigli selvatici brucavano l'erba, e fuggirono all'avvicinarsi degli estranei. L'ingresso più alto era chiuso da due grandi sassi. "Il mostro che dite si sarà chiuso lì dentro" disse il tudi. Scimmiotto allontanò i sassi, e in effetti la creatura perversa schizzò fuori brandendo il suo pestello e scambiando colpi con Scimmiotto; mentre il dio della montagna, per lo spavento, ruzzolava dal pendio e il tudi alzava i tacchi. "Disgraziati, chi vi ha chiesto di fare la spia a questo prepotente?" imprecava il povero mostro. La creatura resistette come poteva, perdendo terreno, mentre calava la sera. Ormai Scimmiotto si apprestava a darle il colpo di grazia, quando dal nono cielo venne una voce: "Grande santo, ti prego, abbi pietà! Arresta la tua forte mano!" Scimmiotto alzò gli occhi e vide discendere su nubi iridate la sovrana dell'Astro dello Yin Supremo, accompagnata dall'immortale Chang'e. Il Novizio abbassò subito le armi e si inchinò: "Come state, cara Yin Supremo? Scusatemi se non vi ho visto arrivare e non mi sono fatto da parte." "La creatura perversa che combatti non è altri che la lepre di giada addetta a pestare nel mortaio la droga di immortalità di brina misteriosa, nel mio Palazzo del Gran Gelo. Due anni fa ha aperto di nascosto il catenaccio d'oro della porta di giada ed è fuggita. Sono venuta fin qui perché mi sono resa conto che la sua vita era in pericolo. Spero che la vorrai risparmiare per riguardo alla mia vecchia persona." "Ma certo!" esclamò Scimmiotto. "Come potrei mancarvi di riguardo? Adesso capisco dove ha imparato a maneggiare quel pestello con tanta destrezza. Voi non saprete, cara Yin Supremo, che questa intraprendente leprotta ha rapito la figlia del re dell'India e ne ha preso il posto, nell'intento di rovinare lo yang primordiale del santo monaco mio maestro. È un reato bello e buono, che richiederà pure una punizione!" "Ci sono altre cose che non sai. La figlia di quel re non è una mortale qualsiasi; in realtà è Su'e, la Fata Bianca del Palazzo del Gran Gelo. Vent'anni fa sentì nostalgia per il mondo di Sotto; poiché la lepre di giada la scherniva per questo, lei le diede uno schiaffo e se ne andò. Penetrò nel ventre della regina dell'India sotto forma di raggio efficiente e si fece partorire come principessa. La lepre di giada è fuggita a sua volta, per punire Su'e dello schiaffo ricevuto; perciò l'ha rapita e abbandonata lontano da casa. Fin qui è giustificata. Certo non avrebbe dovuto tramare per accoppiarsi con il monaco cinese; questa è stata una mancanza di tatto imperdonabile. Meno male che la tua esperienza ti ha permesso di chiarire in tempo come stavano le cose e di impedire il peggio. Lasciami comunque la speranza che la vorrai perdonare, per riguardo a me, e mi permetterai di riportarmela a casa viva." "Che cosa rispondere a una tale concatenazione di cause ed effetti?" rispose ridendo Scimmiotto. "Riportatevi pure la vostra leprotta. Ma se ritorno a mani vuote, temo che il re non mi prenda sul serio. Dovreste essere tanto gentile, se non vi importuno troppo, da accompagnarmi a corte con le vostre fate e con la lepre, in modo da presentare a sua maestà la prova materiale dell'impostura. Ci sarebbero altri vantaggi: per me, che ci farei una bella figura; e per la Fata Bianca, di cui racconteremmo la storia per farla liberare e mostrare un esempio di retribuzione dei meriti e dei demeriti." La sovrana dello Yin Supremo si fece convincere. Prima di ripartire, minacciò col dito la creatura e le gridò: "Avanti, bestiaccia, che cosa aspetti a ritornare sulla retta via?" La lepre di giada fece una capriola e riprese il suo aspetto originale. Labbro leporino e denti taglienti, lunghe orecchie e baffi radi: quando allunga le zampe nella corsa, quel batuffolo di pelo di giada sembra volare sulla montagna. Il suo piccolo naso sembra un formaggino bianco, spalmato di panna e farina. Gli occhi mandano riflessi rossi: sangue sulla neve. Quando si appiatta al suolo impaurita, non è che un gomitolo di seta greggia; ma lanciata nella corsa, è un filo d'argento. Quante volte avrà lappato la limpida rugiada dell'aurora celeste, mentre pestava elisir nel mortaio con il suo pestello delle meraviglie! Il grande santo la considerò con allegria, rise, e raccolse una gran nube luminosa per accompagnare la sovrana dello Yin Supremo e il suo corteo. In breve giunsero nella capitale dell'India, nel momento in cui sorgeva la luna; dalla torre di guardia si diffondeva il sordo rullare dei tamburi. Il re e Tripitaka se ne stavano chiusi nella sala d'udienza, con i discepoli e gli ufficiali. Ci si proponeva appunto di togliere la seduta, quando apparve da sud una nube tanto luminosa che sembrava il sole di mezzogiorno; e Scimmiotto con voce tonante gridò: "Maestà, invitate le regine e le dame di palazzo a vedere lo spettacolo: ne vale la pena. Sotto il sacro baldacchino, ecco la sovrana dello Yin Supremo del palazzo della luna, con le sue immortali bellezze lunari. La falsa principessa che abitava da voi è in realtà la lepre della luna, che ora potete vedere nel suo vero aspetto." Ogni donna dei palazzi reali accorse e si inginocchiò a pregare. La stessa cosa fecero il re, Tripitaka e gli ufficiali. D'altronde in città ogni famiglia elevava altari e si prosternava al Buddha. Chi ebbe una reazione imprevedibile fu Porcellino. Non poté trattenersi dal balzare nello spazio e gettarsi sulla compassata Chang'e, nel suo abito d'arcobaleno, abbracciandola con passione: "Dolcezza, quant'è che non ci vediamo! Ti ricordi di me? L'ultima volta abbiamo lasciato le cose a mezzo, ma oggi ci dobbiamo divertire." Scimmiotto lo acchiappò per il collo, gli diede due ceffoni e gridò: "Zotico! Dove credi di essere, per permetterti certe confidenze?" "Quante storie!" piagnucolò Porcellino. "Ogni tanto uno sente il bisogno di un po' di distrazione." La sovrana dello Yin Supremo mise fine all'incidente riprendendo precipitosamente la strada di casa con le sue fate e con la lepre. Scimmiotto fu accompagnato nella sala delle udienze, dove gli fu chiesto di raccontare l'accaduto per filo e per segno. Infine il re disse: "Vi siamo infinitamente riconoscenti di aver catturato con i vostri immensi poteri la falsa principessa; ma la vera dov'è?" "Tenete presente che nemmeno lei è d'origine mortale: è la Fata Bianca del palazzo della luna. Vostra moglie l'ha concepita vent'anni fa, quando era stata presa dalla nostalgia del mondo di Sotto e aveva schiaffeggiato la lepre di giada. Furono il rancore e il desiderio di vendicarsi a indurre la lepre a fuggire a sua volta e a rapire Bianca: me l'ha detto la sovrana dello Yin Supremo in persona." "Povera ragazza! Da quando è nata, non era mai uscita dalle porte della città. Dove sarà adesso?" "Non vi inquietate. La vostra principessa è nel Monastero Pavimentato d'Oro, dove si finge pazza. Ora ci riposeremo, e domattina andremo da lei." Gli ufficiali si prosternarono: "Maestà, questi santi monaci sanno cavalcare le nuvole; certo sanno tutto sulla concatenazione delle cause e degli effetti, che collegano il passato all'avvenire. Fidatevi di loro: se domani ci accompagneranno alla ricerca della principessa, avremo certo successo." Il re seguì il consiglio. Era già la seconda veglia, e tutti si ritirarono per dormire. La clessidra di rame gocciola al chiar di luna E nell'oscurità campanelle tintinnano. Va piangendo il cuculo primavera che passa. Sul viottolo deserto si disperdono i petali. Sotto il cielo notturno dorme il parco reale, Scorre il fiume d'argento fra le stelle brillanti. Illuminano gli astri strade e mercati vuoti. Dopo un breve sonno ristoratore, il re si trovò liberato da ogni influsso malefico e si sentì pieno di energia. Aprì l'udienza già durante la quinta veglia e, dopo aver ascoltato i mandarini, fece convocare i pellegrini per organizzare la ricerca della principessa perduta. Quando si furono presentati e lo ebbero salutato, il re si alzò dal trono e si inchinò: "Divini monaci, posso permettermi di importunarvi a proposito della mia povera figlia, di cui si parlava ieri?" "Il giorno prima di arrivare qui, al cader della sera" rispose Tripitaka, "fummo ospitati nel monastero che sorge presso le rovine dell'antico parco pavimentato d'oro. Mentre passeggiavo al chiar di luna dopo cena, mi giunsero dei singhiozzi. Un monaco centenario che mi accompagnava raccontò che si trattava di una fanciulla, scoperta l'anno prima nel parco, che aveva raccontato di essere figlia del re dell'India e di essere stata rapita dal vento mentre contemplava i fiori. Per proteggerla dalle aggressioni dei monaci, il vecchio l'aveva fatta rinchiudere affermando che si trattava di una creatura malefica. Egli non aveva osato parlarne in città, perché in apparenza la principessa non aveva mai lasciato il palazzo e godeva di ottima salute. Il mio discepolo fu incaricato di scoprire la verità con i suoi poteri magici, e vi è effettivamente riuscito. Il posto dove si trova la principessa si chiama Monastero Pavimentato d'Oro." Il re scoppiò in singhiozzi, e tutte le donne dei tre palazzi e delle sei corti accorsero a consolarlo. "È lontano da qui, quel monastero?" "Non più di sessanta li" rispose Tripitaka. Allora il re pubblicò un editto: "La sala delle udienze è affidata alla guardia dei Palazzi dell'Est e dell'Ovest; la difesa del paese, al grande precettore addetto agli affari di corte. Noi andiamo in cerca della principessa, in compagnia della regina, dei mandarini e dei quattro divini monaci." In breve uscì dal palazzo una lunga fila di carri. Ma Scimmiotto balzò in aria e giunse subito al monastero. I monaci corsero a inchinarsi davanti a lui: "Vostra signoria se n'era andata con gli altri, camminando lungo la strada; com'è che ora cade dal cielo?" "Chiamatemi il vostro superiore e preparate altari per bruciare l'incenso: vi vengono a trovare il re, la regina, i mandarini e il mio maestro." I monaci, senza capire che cosa succedeva, corsero a chiamare il vecchio superiore, che si inchinò profondamente a Scimmiotto e gli chiese: "Com'è andato, signoria, l'affare della principessa?" Scimmiotto gli raccontò tutta la storia, dal lancio della palla ricamata alla cattura della lepre di giada, e il vecchio si prosternò per manifestare la sua gratitudine. "Non perdiamo tempo in complimenti" disse il Novizio aiutandolo a sollevarsi. "Preparatevi a ricevere il corteo reale." Solo allora i monaci seppero chi fosse in realtà la prigioniera che cantava ogni notte. Contenti e intimiditi, si diedero da fare per innalzare altari all'ingresso del monastero, corsero a infilarsi i kasâya e si dedicarono a battere campane e tamburi. Dopo qualche tempo sbucò il corteo reale. Tutto il cielo si riempie di profumi. L'umile monastero è favorito Sotto l'arcobaleno, che risplende In un cielo di eterna primavera. Grazia divina dà vivacità Ai colori degli alberi, ed ai fiori Un profumo più intenso. In questi luoghi Che conservano i segni del passato, Com'è lieto il ritorno dei sovrani! Al suo arrivo il re trovò i monaci schierati ad accoglierlo, e si stupì di vedere Scimmiotto fra loro: "Come avete fatto a precederci, divino monaco?" "Ho fatto una corsetta" rispose ridendo Scimmiotto. "E voi, perché ci avete messo tanto?" Giunsero anche Tripitaka e gli altri. Il vecchio superiore li guidò verso la piccola costruzione in cui la principessa prigioniera continuava a fingersi pazza, e si inginocchiò dicendo: "In questo edificio è rinchiusa sua altezza la principessa, che venne a noi portata dal vento." Il re fece abbattere le pietre che muravano la porta e corse con la regina ad abbracciare la principessa, senza curarsi della sporcizia e del cattivo odore: "Povera bambina, quanto hai sofferto! Com'è possibile che il destino ti abbia inflitto una punizione così terribile?" Si sa che l'incontro dei genitori con il figlio smarrito è il più patetico che ci sia. Si abbracciarono e piansero per un bel pezzo; poi la madre ordinò per la figlia un bagno profumato e abiti freschi per riportarla nel mondo civile. Risalirono sui carri e si prepararono a ritornare in città. Scimmiotto giunse le mani per salutare il re e disse: "Dovrei sottoporvi una preghiera." "Divino monaco, sono a vostra disposizione" rispose il re rendendogli il saluto. "Il monte che vedete prende nome dai millepiedi e, a quanto pare, è frequentato da molte scolopendre, divenute spiriti maligni, che la notte attaccano i viaggiatori e interrompono il traffico. Si sa che i galli sono ghiotti di scolopendre: non potreste mandarne qui un migliaio, selezionati per vigore e aggressività, che possano essere sparsi sulla montagna a eliminare quelle bestiacce? Sarebbe una misura per il pubblico bene e un modo per ringraziare questi monaci che hanno custodito la principessa; magari potreste aggiungere il dono di una costruzione commemorativa." Il re ne fu ben contento. Incaricò alcuni mandarini di procurare i galli e stabilì che la montagna prendesse il nome di Sacro Splendore. Il ministero dei lavori pubblici fu incaricato di provvedere i materiali per ricostruire il monastero, che assunse il nome di Monastero Pavimentato d'Oro di Anâthapindada del Monte del Sacro Splendore. Al vecchio superiore fu conferito il titolo ereditario di monaco ufficiale Merito del Regno, con emolumento di trentasei stai. I monaci ringraziarono il re della sua generosità e lo riaccompagnarono a corte. La principessa ritrovò il suo ambiente e la sua allegria, dopo un grande banchetto che fu servito per festeggiarla. Il giorno dopo il re convocò i pittori perché facessero l'autentico ritratto dei quattro santi monaci, da destinare al culto nel Padiglione di Perpetua Pacificazione. La principessa si vestì in gran pompa per ringraziarli ufficialmente della propria liberazione. A questo punto, Tripitaka avrebbe voluto congedarsi e riprendere il cammino con i suoi, ma il re non acconsentì: per altri cinque o sei giorni si diedero grandi banchetti, in cui il bestione ingoiò incredibili quantità di cibo. Ma infine il re si rese conto di non poterli trattenere più a lungo, tanto il Buddha pesava sui loro pensieri. Offrì dunque oro e gioielli come viatico; ma maestro e discepoli rifiutarono. Tripitaka fu fatto salire sul carro con le campanelle d'oro e fu accompagnato dai mandarini, fra regine, concubine reali, ministri e gente del popolo che si prosternavano al suo passaggio. Poi fu la volta dei monaci locali, che non volevano più separarsi da loro. Alla fine Scimmiotto dovette fare un passo magico e soffiare verso sud ovest: un colpo di vento sollevò un polverone accecante, e quando ricadde i pellegrini erano scomparsi. Tornano alla natura rivelata Lasciando l'onda della gratitudine. Escon dal mare metallico e rude Per risvegliarsi nel vero del vuoto. Se poi non sapete come il viaggio proseguì, ascoltate il seguito. 第096回 ECCESSI DI OSPITALITÀ · OVE IL SIGNOR KOU ACCOGLIE CON PIACERE L'EMINENTE MONACO, E IL REVERENDO NON BRAMA NÉ ONORI NÉ RICCHEZZE. Se le forme e i colori sono senza realtà, Ugualmente irreale è ogni vacuità. Quiete ed agitazione, la parola e il silenzio In fondo si equivalgono. Perché parlare in sogno? Se l'efficacia è inutile, contien l'inefficacia Pur qualche utilità. Non serve a nulla chiedere Alla frutta sull'albero perché si è maturata. Il racconto ci ha narrato come i pellegrini ricorsero alla magia per sbarazzarsi della scorta dei monaci del Monastero Pavimentato d'Oro. Quando cessò di soffiare il vento polveroso e non li videro più, gli accompagnatori pensarono che quei buddha viventi fossero risaliti in cielo; si prosternarono a pregare e se ne ritornarono a casa. Maestro e discepoli ripresero il viaggio verso occidente; finiva la primavera e si annunciava l'estate: Ci riempie di energia Il tempo luminoso! Lo stagno si ricopre Di ninfee. Le susine Sono mature; il grano Assume color d'oro. Nella chioma del salice Stanno uccelli a convegno; I piccoli fagiani Strillano d'allegria. Ed il sole potente Dà rilievo a ogni cosa. Scalavano pendii, guadavano torrenti; all'alba mangiavano un boccone, la sera cercavano riparo. Dopo quindici giorni di marcia su strada agevole, videro una città. "Discepoli, come si chiamerà?" chiese Tripitaka. "Non lo so" rispose il Novizio. "Che cosa stai tramando?" insinuò Porcellino. "Tu sei già venuto da queste parti. Se fingi di non saperne niente, vuol dire che stai architettando qualche brutto tiro." "Bestia senza giudizio! Si capisce che sono passato di qui più volte, ma sempre volando ad alta quota. Lassù non avevo né motivo né tempo di curiosare nel paesaggio sottostante. Ecco perché non so come si chiama la città." Chiacchierando erano giunti davanti alle porte; Tripitaka scese da cavallo, passarono il ponte levatoio e si inoltrarono nelle strade. Sotto i portici stavano seduti due vecchi in conversazione. "Discepoli" disse Tripitaka, "restate qui e cercate di non attirare l'attenzione. Io chiederò informazioni a quei vecchi." Infatti si avvicinò e giunse le mani: "Cari donatori, l'umile monaco che vedete vi saluta." I due si stavano scambiando considerazioni sui casi della fortuna, sui saggi e sui matti, sul tempo che aveva cancellato ogni traccia di tanti fatti importanti ed eroiche imprese di una volta. Sentendosi interpellare, resero il saluto e domandarono: "Che cosa desiderate, reverendo?" "Veniamo da lontano per presentare al Buddha i nostri omaggi, e ignoriamo il nome della vostra nobile città. Dove potremmo trovare persone rivolte al bene, cui chiedere l'elemosina di un pasto?" "Vi trovate nella sottoprefettura di Diling, che appartiene alla prefettura della Terrazza di Bronzo. Non dovrete certo penare per elemosinare il pasto: passate quell'arco e imboccate il viale verso sud; in una traversa, sulla sinistra, vedrete la torre d'ingresso della casa del signor Kou. Sulla porta ci sono statue di tigri coricate e la scritta: 'Benvenuti i diecimila monaci.' Là otterrete quello che vi occorre. E ora, per piacere, lasciateci ritornare alla nostra conversazione." Tripitaka ringraziò e ritornò a riferire ai discepoli. "Si vede bene che l'Occidente è buddista! Qui si è organizzati per nutrire i monaci. Dal momento che in una semplice sottoprefettura non occorre far vistare il passaporto, andiamo senz'altro a mendicare il pasto, così ripartiremo senza indugio." Il loro cammino li portò attraverso un mercato, dove la gente li guardava stupita, faceva crocchio intorno a loro e si spingeva per vederli meglio. Il reverendo mormorava: "Niente incidenti! Niente incidenti!", e i discepoli camminavano piano a testa bassa, senza osare di levar gli occhi. All'angolo indicato trovarono il grande viale verso sud, e a un incrocio scorsero la torre con le tigri coricate davanti all'ingresso e una grande targa con quattro caratteri: BENVENUTI I DIECIMILA MONACI! "Terra di Buddha!" esclamò Tripitaka. "Guardate come la gente è onesta e precisa. Temevo che quei vecchi esagerassero in ottimismo; e invece le cose stanno proprio come dicevano loro." Quel cafone di Porcellino si avviò all'ingresso senza indugio, ma Scimmiotto lo fermò: "Dove vai, bestione? Per entrare, bisogna aspettare che esca qualcuno e chiedergli il permesso." "Giusto" approvò Sabbioso. "Potremmo offendere il donatore, entrando senza volere nel suo appartamento interno." Dunque deposero a terra i bagagli e sostarono accanto alla porta. Dopo un po' ne uscì un vecchio canuto, che portava un paniere e una bilancia. Quando vide i visitatori, lasciò cadere gli oggetti che recava in mano e corse dentro a riferire: "Padrone, sono arrivati quattro monaci di strano aspetto." Il ricco mercante, che passeggiava per il giardino, appoggiandosi a una canna e borbottando preghiere al Buddha, si fece sull'uscio e, senza spaventarsi per la bruttezza dei pellegrini, si rivolse loro: "Vogliate accomodarvi, prego!" Tripitaka e compagni si fecero avanti con circospezione e modestia. Il loro ospite li guidò attraverso l'arco di ingresso fino a un edificio di due piani: "Al piano di sopra" spiegò, "ci sono la sala di preghiera consacrata al Buddha, la biblioteca e la sala da pranzo dove sarete accolti; la famiglia del vostro discepolo abita al piano inferiore." Tripitaka si complimentò con lui e si appartò per indossare il kasâya, prima di entrare a pregare il Buddha. Entrarono nella sala di preghiera e videro alla luce delle candele accese salire spire d'incenso; dorature e decorazioni colorate, dovunque sete e fiori. Un riquadro vermiglio fa da sfondo a una campana d'oro puro; un supporto laccato regge un tamburo decorato. Numerosi stendardi sono ricamati con gli otto tesori; i mille buddha sono rivestiti d'oro. Bruciaprofumi e vasi di bronzo antico, tavolini e scatole di legno scolpito e laccato. Nei bruciaprofumi arde l'aloe, nei vasi i fiori di loto mostrano il loro splendore. Sui tavolini sono disposti dei freschi cinque nuvole, le scatole sono colme di petali profumati. Una vasca di vetro è piena di acqua limpida. Lampade di cristallo bruciano olio profumato dalla fiamma chiara. La pietra d'oro vibra senza fine. Il luogo rivaleggia con le torri sacre, al disopra della polvere del mondo: una sala da preghiera privata, che non ha nulla da invidiare a quelle di eminenti monasteri. Il reverendo si purificò le mani, accese un bastoncino di incenso, si prosternò e pregò a lungo. Alla fine si rivolse al suo ospite per salutarlo nelle dovute forme. "Vi prego" gli disse lui, "andiamo a fare le presentazioni nella sala dei sutra." Negli alti scaffali si stipano i testi sacri; scatole metalliche raccolgono lettere e documenti. Su tavole scolpite e laccate si trovano servizi per scrivere della migliore qualità, con carta, inchiostro e pennelli. Davanti a una cortina profumata sono disposti libri, pitture, liuto e scacchiera: gli strumenti dei veri piaceri raffinati. Si vedono appese una lieve pietra sonora di giada preziosa, legata in oro, e una barba di drago decorata di luna, che protegge dalle correnti d'aria. L'atmosfera pura rinvigorisce lo spirito; il cuore liberato dagli affanni si immerge serenamente nella Via. Il reverendo voleva eseguire il cerimoniale dei saluti, ma l'ospite lo pregò di mettersi prima a suo agio levandosi il kasâya. Dopo i saluti, il signor Kou ordinò di portare foraggio al cavallo e di collocare i bagagli dei pellegrini sotto il portico. Infine si procedette alle presentazioni. "L'umile monaco che vedete" spiegò Tripitaka, "è inviato in missione nella vostra nobile contrada dai grandi Tang delle terre dell'Est, per visitare il Monte degli Avvoltoi, incontrare il Buddha e sollecitarne le autentiche scritture. Poiché ho saputo che nella vostra onorevole prefettura si tengono i monaci in alta considerazione, mi sono permesso di venirvi a salutare e a supplicare l'elemosina di un pasto di magro. Poi riprenderemo senza indugio il nostro cammino." "L'umile nome del vostro discepolo" espose a sua volta l'ospite, con la larga faccia ridente, "è Kou Hong, Hong dello Scialo. Mi chiamo anche Dakuan, che significa 'grande liberalità'. Ho vissuto sessantaquattro inutili anni. A quarant'anni feci un voto, che avrò adempiuto quando avrò ospitato diecimila monaci. Da ventiquattro anni la mia cucina è aperta ai monaci, e io tengo il conto su un registro. Quando ho tempo tiro le somme, e così ho verificato ultimamente che ho già offerto ai monaci 9996 pasti: per raggiungere la cifra tonda ne mancano solo quattro. Vi manda il Cielo a permettermi di adempiere il mio voto! Vi prego di dirmi i vostri rispettabili nomi, perché li scriva nel registro, e di accordarmi l'onore di restare da me almeno un mese, perché abbia il tempo di celebrare degnamente l'avvenimento. Penserò io a farvi accompagnare attraverso la montagna, con palanchino e cavalli. Dovete sapere che il Monte degli Avvoltoi non è lontano da qui: non più di ottocento li." Tripitaka, contento come una pasqua, acconsentì senza fare resistenza. I servitori, grandi e piccoli, si misero subito in movimento per raccogliere fascine, attingere acqua, portare riso, farina e verdure, allo scopo di preparare il pranzo. La signora Kou, moglie del padron di casa, sorpresa da tanta agitazione, si informò: "Da dove vengono i monaci che provocano tutto questo subbuglio?" "Sono monaci eminenti inviati dai grandi Tang" rispose uno sguattero. "Nessuno in cucina sa dove siano questi Tang. Il padrone dice che sono scesi dal cielo, e ci ha ordinato di sbrigarci a mettere in tavola." La vecchia signora si rallegrò e chiamò una cameriera: "Svelta, portami un vestito adatto: anch'io voglio vedere gli ospiti." "Signora" precisò lo sguattero, "uno di loro vale la pena di vederlo; ma gli altre tre sono orrendi." "Voi non capite niente di queste cose. Gli esseri celesti discesi sulla terra possono avere le facce più strane e bizzarre. Dì al padrone che vengo anch'io." Il ragazzo corse in biblioteca e annunciò: "Anche la signora vuole vedere e salutare queste persone delle terre dell'Est." Quando essa entrò nella sala notò il nobile volto e il portamento elegante di Tripitaka, che si alzava per salutarla. Ma gli altri tre erano proprio insoliti: anche a volerli discesi dal cielo, c'era da spaventarsi. La signora cadde in ginocchio, un po' per salutarli e un po' perché sentiva le gambe molli di paura. Tripitaka restituì prontamente la cortesia: "Siamo confusi di avervi scomodata per questi omaggi che non meritiamo." "Perché i quattro maestri non sono seduti tutti insieme?" chiese la signora a suo marito. "Il fatto è che noi tre siamo i discepoli" rispose Porcellino alzando il grugno. La sua voce cavernosa aveva risonanze da ruggito di tigre negli anfratti della montagna; la signora sentiva aumentare la propria apprensione. Un domestico venne ad annunciare: "Arrivano i giovani signori." Si fecero avanti due giovani diplomati(79), che si inchinarono fino a terra per salutare il reverendo; il quale voleva render loro la cortesia, ma ne fu impedito dal signor Kou: "Questi sono i miei figli, Kou Liang e Kou Dong, che rincasano da scuola per il pranzo. Hanno saputo dell'onore che ci fate e sono venuti a salutarvi." "Sono giovani saggi!" esclamò Tripitaka. "Come dice l'adagio: Nobile casa attraverso il far bene; buoni figli attraverso gli studi." "Da dove vengono questi signori?" chiesero i ragazzi al padre. "Vengono da molto lontano" rispose sorridendo il signor Kou; "dalle terre dell'Est, nel continente meridionale." "Ho letto nell'Enciclopedia della foresta dei fatti che in tutto l'universo ci sono quattro continenti" commentò uno di loro. "Il nostro è il continente occidentale, Aparagodânîya; ce n'è anche uno dell'Est, che si chiama Pûrvavideha. Immagino che per venire fin qui da quello del Sud, Jambûdvîpa, siano occorsi anni di viaggio." "Certo" rispose ridendo Tripitaka. "Tenete conto che abbiamo incontrato molte creature diaboliche e abbiamo dovuto superare molte prove. È stato maggiore il tempo perduto a causa delle difficoltà, di quello impiegato in cammino. Per fortuna i miei tre discepoli mi hanno protetto. Nell'insieme sono trascorsi quattordici inverni e altrettante estati, prima che riuscissimo a giungere nel vostro nobile paese." I ragazzi erano stupiti: "Dovete proprio essere dei monaci divini." Un piccolo servitore venne a invitarli a tavola. Il signor Kou rimandò la moglie e i figli nei loro appartamenti, e accompagnò i quattro pellegrini nella sala da pranzo, dove il pasto fu impeccabilmente servito. Tavole laccate d'oro e seggiole laccate di nero. La prima portata è costituita da alte costruzioni multicolori, abilmente montate in molte forme da pasticceri alla moda. La seconda da cinque piatti di verdure, la terza da cinque tipi di frutta fresca e la quarta da stuzzichini. Tutto è delizioso e appetitoso: zuppa di magro, riso, timballi cotti al vapore, grandi sfere di pane, piattini piccanti, odorosi, caldi, croccanti e abbondanti. Sette od otto servitori vanno e vengono così svelti da non lasciare un momento di requie ai quattro o cinque cuochi. Chi versava la zuppa, chi riempiva le ciotole di riso: correvano come comete che caccino la luna. Porcellino vuotava ogni ciotola in un boccone, con la furia di una burrasca. Quando ebbero mangiato a sazietà, il reverendo si alzò per ringraziare l'ospite e propose di rimettersi in cammino. Ma il signor Kou lo trattenne: "Maestro, ricordate la vostra promessa di restare un po' di tempo! Come dice il proverbio: Incominciare è più facile che portare a conclusione. Aspettate che abbia celebrato l'adempimento del mio voto; poi provvederò io stesso ad accompagnarvi." Tripitaka dovette cedere alla sua insistenza generosa e sincera. Occorsero sette od otto giorni perché il signor Kou riunisse ventiquattro monaci dei dintorni per celebrare l'adempimento del voto. I religiosi occuparono tre o quattro giorni per redigere i testi delle preghiere, e infine fissarono la data della cerimonia; la liturgia non era diversa da quella in uso presso i Tang. Stendardi spiegati davanti ai volti dorati dei buddha disposti in fila, presentazione di offerte e di incenso a lume di candela; il tutto con accompagnamento di musica di cembali e tamburi, flauti a becco e organi a fiato, gong e flauti traversi. Battono un colpo, soffiano una nota e intonano i sutra all'unisono. Dapprima invocano pace per il tudi, poi evocano il dio guerriero. Bruciano biglietti di preghiera e meditano davanti alla statua del Buddha. Leggono un passaggio del sutra del Pavone: ogni versetto allontana disgrazie e calamità. Accendono la lampada del Guaritore: la sua fiamma brilla chiara. Per dissipare ogni rancore e querela, celebrano la contrizione con l'acqua. Salmodiare l'Avatamsaka sûtra allontana ogni biasimo e calunnia. La meravigliosa Legge dei tre veicoli è delle più perfette: nella liturgia, uno sramana vale l'altro. La cerimonia si concluse dopo tre giorni e tre notti. Tripitaka, che non pensava ad altro che al Monastero del Colpo di Tuono e voleva ripartire, ritornò a ringraziare e a prendere congedo. Il signor Kou gli disse: "Maestro, la vostra ansia di lasciarmi mi fa temere di avervi trascurato, in questi giorni di sacre funzioni; è questo che mi volete rimproverare?" "Quali rimproveri potrei muovervi, mentre non so come scusarmi per il disturbo che vi ho dato? Vedete: quando la sacra persona del mio imperatore mi affidò la missione, mi chiese quando sarei ritornato; e io ebbi il torto di rispondere che mi sarebbero occorsi tre anni. Non mi aspettavo certo di impiegarne quattordici per il solo viaggio di andata. Senza considerare che non so se otterrò i sutra; e che il ritorno potrebbe richiedere altri dodici o tredici anni. Voi capite che non posso venir meno all'ordine sacro che ho ricevuto: sarebbe un delitto imperdonabile. Vi supplico di lasciarmi compiere la mia missione. Quando avrò ottenuto le scritture, niente mi impedirà di ritornare da voi e di fare un'altra sosta." Porcellino non seppe trattenersi dal dire la sua, strillando: "Maestro, voi proprio non avete considerazione per i sentimenti degli altri. Dal momento che questo signore è ricco sfondato, tanto da aver nutrito tutti quei monaci, e ci chiede con assoluta sincerità di restare, che noia vi dà accettare e fermarvi per un anno? Perché dovremmo partire a tutti i costi e correre le strade mendicando, quando qui si mangia tanto e bene? Si direbbe che sulla strada maestra vi stia aspettando vostra nonna." "Stupido!" s'indignò Tripitaka. "Tu pensi solo a mangiare; non ti curi delle cause che condannano alla trasmigrazione. Tu grufoli nel truogolo fino a farti scoppiare lo stomaco, e non pensi ad altro. Se siete prigionieri della vostra ghiottoneria, ripartirò da solo." Vedendo la faccia alterata del maestro, Scimmiotto afferrò Porcellino per il collo e lo riempì di botte sulla testa, brontolando: "Questa bestia spinge la sua incoscienza a metter su il maestro contro di noi." "Ben fatto!" approvava Sabbioso ridendo. "È già insopportabile quando sta zitto; figuriamoci se apre la bocca per far vedere che gli manca il buon senso." Il povero bestione ansimava e soffriva, senza più osare di proferir verbo. Il signor Kou, messo a disagio da quello scontro fra maestro e discepoli che si svolgeva davanti a lui, aveva stampato sulla faccia un sorriso più largo che mai: "Maestro, non vi inquietate. Pazientate per oggi: farò preparare tamburi e stendardi, e avvertire i parenti e i vicini. Domani vi accompagneremo alla partenza." Ed ecco ricomparire la vecchia signora: "Maestro, niente può costringervi a sottrarre alla nostra umile capanna l'onore della vostra presenza. Da quanto tempo siete da noi?" "Sono ormai quindici giorni, signora." "Siete stati ospiti di mio marito. Anch'io ho accumulato il mio piccolo capitale con un'attività di sartoria; vi voglio ospitare anch'io per quindici giorni." Stava ancora parlando, quando sbucarono Kou Dong e il fratello: "In ventiquattro anni che nostro padre ospita monaci, non ne ha mai incontrati di importanti come voi. E poi ha potuto adempiere il suo voto, e la nostra capanna ne è tutta illuminata. Noi siamo giovani e poco esperti del concatenarsi delle cause e degli effetti, ma conosciamo il detto: Raccogli ciò che hai seminato; se non hai seminato, non raccogli. I nostri genitori vi invitano, perché desiderano migliorare il loro karma: perché dovreste rifiutare? Anzi, romperemo i nostri salvadanai e vi ospiteremo anche noi, per altri quindici giorni." "Per carità, ragazzi! Vi siamo molto obbligati, ma se non possiamo accettare l'ospitalità di vostro padre, come potremmo accettare la vostra? Dobbiamo assolutamente partire. Non dovete pensare che rifiuti per malizia. Io rischio di non rispettare i limiti assegnati alla mia missione, e se lo facessi volontariamente non basterebbe nemmeno la pena capitale a riscattare la mia colpa." La madre e i ragazzi si seccarono: "Perdiamo il nostro tempo! Se non capisce che vorremmo trattenerlo con le migliori intenzioni del mondo, se ne vada dove gli pare." E gli voltarono le spalle. Porcellino ritornò alla carica: "Maestro, non esagerate. Dice l'adagio: Non imporre la tua presenza, resta se ti trattengono. Che fretta abbiamo? In un mesetto soddisferemmo le richieste della madre e dei figli." Il monaco cinese emise un brontolio da bestia feroce. Il bestione si appioppò due schiaffi da solo e disse: "Zitto, scemo! Ricominci?" Scimmiotto e Sabbioso scoppiarono a ridere. Tripitaka se la prese con il Novizio: "Tu di che cosa ridi?" Era tanto irritato che fu sul punto di recitare l'incantesimo di costrizione del cerchio. Scimmiotto, preso dal panico, si inginocchiò: "Maestro, fermo! Non dite niente! Non ho nessuna voglia di ridere!" Al signor Kou non restò che rinunciare a insistere, per non alimentare il dissidio fra maestro e discepoli: "Non litigate! Resta inteso che domani vi accompagnerò." Uscito dalla sala dei sutra, ordinò al suo segretario di spedire un centinaio di biglietti a vicini e parenti, per invitarli ad accompagnare l'indomani i maestri cinesi in partenza per l'Ovest. Commissionò ai cuochi un banchetto d'addio, incaricò il maggiordomo di far confezionare venti paia di stendardi colorati, di ingaggiare una banda musicale e di invitare i monaci del Monastero della Venuta del Sud e i preti taoisti del Tempio del Picco dell'Est. Tutto doveva essere pronto l'indomani mattina alle dieci. Caduta la sera, cenarono e si ritirarono per dormire. Sul villaggio isolato si vedon macchie nere Di corvi in volo; in cima alla torre lontana Rintoccano campane e rullano tamburi. Si spengono le luci; le strade son deserte. L'ombra dei fiori si agita sotto il chiaro di luna, Le stelle rendon pallido il gran fiume d'argento. Il pianto del cuculo si sprofonda nell'ombra; Sotto il gran cielo muto, la terra si è velata. Già fra la terza e la quarta veglia, fra le due e le tre del mattino, i domestici si alzarono per fare i preparativi. Chi doveva cucinare si affrettava verso la cucina; chi doveva invitare monaci e preti si metteva in cammino; chi doveva procurare i musici trattava le condizioni dell'ingaggio; coloro che preparavano palanchini e cavalli si scambiavano richiami da lontano. Tutti correvano qua e là. Fu un bell'andirivieni; ma verso le dieci del mattino tutto era pronto. Con i soldi si fa questo e altro. Quando il maestro e i discepoli si alzarono all'alba, trovarono tutta quella gente al loro servizio. Il reverendo ordinò di chiudere i bagagli e di sellare il cavallo. Quando constatò che si partiva davvero, il bestione si imbronciò e si mise a brontolare, ma non aveva scelta: dovette ficcare nelle sacche la ciotola e le altre suppellettili, ricuperare il bilanciere e appendervi i carichi. Sabbioso strigliò il cavallo, lo sellò e mise le redini; poi rimase in attesa. Scimmiotto mise in mano al maestro il bastone da pellegrino con nove anelli, prese la borsa che conteneva il passaporto e se la mise sul petto. Quando furono pronti, il signor Kou li invitò ancora una volta nella sala grande. Vi era stato preparato un banchetto molto diverso da quelli serviti nella sala da pranzo. Fra alti tendaggi, entro una cerchia di paraventi, è appesa al centro una pittura che rappresenta una montagna di longevità su un mare di felicità. Ai lati si allineano quadri che rappresentano le quattro stagioni. Da un bruciaprofumi a coda di gazza si levano effluvi di buon augurio. Dappertutto vasi di fiori freschi dai colori vivaci. Sulle tavole allineate si accumulano ori e piramidi di dolciumi a forma di leoni e di immortali. Si danza davanti ai gradini al ritmo dei tamburi; si vedono distese di piatti e di frutta come un tappeto di broccato. Zuppe di riso di straordinaria purezza, tè e ricchissimi vini profumati. Questa casa di un popolano non cede in nulla a quelle dei principi. E dappertutto gioiosi suoni, da rallegrare il cielo e la terra. Mentre il reverendo scambiava complimenti con il signor Kou, un domestico venne ad annunciare che erano giunti gli invitati. C'erano il vicino di sinistra e quello di destra, i cognati maggiore e minore, mariti della sorella maggiore e di quella minore. Non mancavano pii amici della parrocchia e uomini dabbene di sicura fede buddista: tutti venivano a salutare il reverendo. Dopo i saluti presero posto. Allora la musica si fece più forte: tamburi, liuti, organi a fiato, alti canti accompagnati da cetre, mentre si serviva il vino. Porcellino era tutt'occhi per quel banchetto sontuoso, e diceva a Sabbioso: "Fratello mio, dobbiamo mangiare e bere più che possiamo: non troveremo mai più un'accoglienza fastosa come nella casa del signor Kou." "Ma che cosa dici!" rispose Sabbioso ridendo. "Dice il proverbio: Il sapore più raffinato non riempie la pancia meglio del riso bollito. Quando avrai mangiato, sarà finita lì; la pancia non conserva provviste." "Non te ne intendi. Quando io ho mangiato proprio a sazietà, non sento più fame per tre giorni." "Bestione mio" esortò Sabbioso, "non fartela scoppiare, quella pancia. Sai che la strada ci aspetta." Chiacchierando e mangiando, il sole saliva verso lo zenit. Tripitaka depose le bacchette e recitò un sutra per concludere il pasto. Porcellino, per paura di trovarsi a corto di risorse, non si alzò da tavola prima di aver fatto scomparire le cinque o sei ciotole di riso di riserva, vuotando ogni ciotola in un boccone, e si riempì le maniche di pani, gallette, timballi e dolciumi. Il reverendo ringraziò l'ospite e i suoi invitati, e si avviò all'uscita. Davanti alla porta, gli stendardi erano allineati intorno a un prezioso baldacchino con accompagnamento di musica. Monaci e preti arrivarono in quel momento. Il signor Kou disse loro sorridendo: "Mi dispiace, amici miei; voi arrivate tardi e il maestro ha una gran fretta di partire. Per ora non posso offrirvi nulla; ma al ritorno vi esprimerò la mia gratitudine." La folla si aprì per lasciar passare i quattro pellegrini. A piedi, a cavallo o in palanchino, tutti cedevano loro il passo. Fra il baccano della banda, che faceva vibrare il cielo, e lo spiegamento di stendardi, da nascondere il sole, una folla immensa si accalcava per vedere il signor Kou che accompagnava il monaco cinese. Un tale dispiegamento di ricchezze superava palizzate di giada e perle, non la cedeva in nulla a tende di broccato che coprono la primavera. Li seguirono oltre le mura della città, mentre i monaci intonavano inni al Buddha e i preti arie taoiste. Giunti al chiosco del decimo li, si disposero panieri di cibo e vasi di dense bevande per una refezione prima di separarsi. Il signor Kou non si rassegnava: "Maestro" diceva trattenendo a stento le lacrime, "al ritorno vi dovrete fermare nella mia umile dimora per alleviare il gran dispiacere del mio cuore." Tripitaka, commosso, lo consolava: "Se il Buddha mi riceverà al Monte degli Avvoltoi, voi sarete il primo di cui gli parlerò, per lodare la vostra virtù. Certo che al ritorno vi verrò a trovare! E vorrò ringraziarvi e prosternarmi molte volte davanti a voi." Conversando percorsero altri due o tre li; poi il reverendo insisté perché si separassero. Il signor Kou scoppiò in singhiozzi, ma finì per lasciarsi convincere e ritornò indietro. È il caso di dirlo: Per il suo voto di nutrire monaci Va verso il Gran Risveglio; ma il destino Per ora non lo porta avanti al Buddha. Prima che scendesse la sera, i quattro pellegrini percorsero quaranta o cinquanta li. "Si fa tardi. Dove cerchiamo riparo?" domandò il reverendo. Porcellino ricominciò: "Lo vedete? Abbiamo sdegnato buon cibo abbondante e camere fresche e pulite, per correre la strada senza fissa dimora; come i diavoli che piantano il banchetto del funerale per rincorrere l'anima del defunto e portarsela all'inferno. E se si mette a piovere, come faremo?" "Brutto animale, smettila!" inveì Tripitaka. "Dice il proverbio: Chang'an è una bella città, ma non è posto per te. Aspetta che il nostro destino ci abbia condotto dal Buddha e mi abbia consentito di ottenere le scritture. Quando torneremo in Cina, chiederò all'imperatore di lasciarti vivere nelle cucine imperiali a mangiare avanzi quanto vorrai, finché finalmente schiatterai e diventerai un fantasma obeso." Al bestione passò la voglia di insistere. Scimmiotto alzò lo sguardo e vide più avanti lungo la strada un complesso di edifici: "Andiamo a riposarci là" propose al maestro. Si avvicinarono e videro un arco sfondato che recava un vecchio pannello orizzontale, su cui ancora si leggeva in quattro grandi caratteri scoloriti dal tempo e coperti di polvere: CORTE PROVVISORIA DI SPLENDORE FIORITO Il reverendo mise piede a terra e spiegò: "Il pusa Splendore Fiorito era discepolo del buddha delle Fiamme dai Cinque Splendori. Per aver ucciso il re diavolo del Fuoco Avvelenato fu degradato e nominato ufficiale trascendente delle Cinque Manifestazioni. Ci sarà pure, un guardiano del santuario!" Ma entrando non trovarono che portici in rovina e muri crollati, senza alcuna traccia di presenza umana fra rovi ed erbacce. Avrebbero voluto liberare dalle malerbe almeno il sentiero che attraversava la corte, ma il cielo si coprì di nuvole nere e cadde un violento temporale. Non restò che cercare tra le rovine un rifugio contro la pioggia e il vento. Se ne stavano zitti, perché temevano di richiamare l'attenzione di qualche creatura malefica. Un po' seduti, un po' in piedi, passarono la notte in bianco. Ahimè! Felicità e disgrazia Fra loro si avvicendano. Se poi non sapete che cosa avvenne all'alba, quando ripresero il cammino, ascoltate il prossimo capitolo. 第097回 UN ERRORE GIUDIZIARIO · OVE IL DONATORE, DOPO AVER SOFFERTO UN'IBERNAZIONE INFERNALE, VEDE LA SUA ANIMA TENEBROSA CHIAMATA A SALVARE IL PRIMORDIALE. Mentre i nostri pellegrini si adattavano a passare una notte penosa sotto la pioggia, fra le rovine del Tempio di Splendore Fiorito, una banda di malandrini si riuniva nella città di Diling. Era composta da una trentina di malviventi, che avevano dilapidato il proprio denaro in bevute e cattive compagnie; esaurita ogni altra risorsa, si erano associati per darsi al brigantaggio. Si riunirono per stabilire una lista delle famiglie più ricche della città, da svaligiare per rimpannucciarsi. Uno disse: "Non occorrono tante informazioni né lunghi calcoli: al primo posto c'è il ricco e generoso signor Kou, quello che oggi ha accompagnato i bonzi cinesi. Una notte piovosa come questa è un'occasione da non perdere: per le strade non ci sono né guardie notturne né ronda di pompieri. Se ne approfittiamo, avremo di che divertirci per un bel pezzo e ci porteremo a letto quante ragazze vorremo. Non è una buona idea?" I briganti accolsero il suggerimento con entusiasmo: si armarono di pugnali, manganelli, randelli, bastoni chiodati, corde e torce, e corsero sotto la pioggia alla casa del signor Kou. Sfondarono il portone e corsero dentro urlando come ossessi e seminando il panico. Giovani e vecchi, uomini e donne, correvano a nascondersi negli angoli bui; la signora si nascose sotto il letto, suo marito dietro un uscio. Kou Liang, Kou Dong e gli altri giovani scappavano qua e là terrorizzati. I briganti, armi alla mano, forzarono cofani e panieri e, a lume di torcia, si impadronirono di tutto quello che trovavano: oro, argento, gioielli, abiti, vasellame, oggetti di casa. Kou non poté resistere e, a rischio della vita, sbucò dal suo nascondiglio per implorare: "Prendete quello che vi serve, signori; ma lasciate a questo povero vecchio qualche vestito per i suoi ultimi giorni." I briganti non furono dell'avviso. Lo gettarono a terra e lo presero a calci, finché le sette anime uscirono dall'infelice per scendere all'inferno, e i suoi tre spiriti abbandonarono questo basso mondo. Compiuto il colpo, i ladri scelsero di calarsi dal muro di cinta in un vicolo con l'aiuto di una scala di corda, e fuggirono sotto la pioggia che continuava a cadere. Prima di uscire dai loro nascondigli, i domestici aspettarono di essere ben sicuri che se ne fossero andati. Quando ricomparvero, trovarono il loro padrone stecchito sul pavimento. "Santo cielo, l'hanno ammazzato!" E si affollarono piangendo intorno al cadavere. La vedova passò il resto della notte ad arrovellarsi. Ripensava al rifiuto del monaco cinese di accettare le ripetute offerte di ospitalità, ed era convinta che lo sfoggio di ricchezza mostrato in pubblico alla sua partenza avesse attirato la disgrazia. Il rancore la spinse a tramare per perderlo. Alla quarta veglia chiamò i figli e disse loro: "Smettete di piangere, figli miei. Chi avrebbe mai detto che il voto di vostro padre sarebbe stato adempiuto dando ospitalità ai suoi assassini?" "Che cosa intendi dire?" chiesero i ragazzi. "Quando quei feroci briganti hanno invaso la mia camera, mi sono nascosta sotto il letto; benché tremassi di paura, li ho guardati alla luce delle torce. Chi credete che fossero? Il monaco cinese reggeva il lume, Porcellino impugnava il coltello, Sabbioso raccoglieva oro e argento; ed è stato Scimmiotto a uccidere vostro padre." I figli presero tutto per oro colato: "Se li hai visti, non si può sbagliare. Evidentemente, nei quindici giorni che hanno trascorso da noi, sono stati tentati delle ricchezze che si vedevano intorno e hanno studiato la disposizione della casa. Alla fine hanno approfittato del buio e del maltempo per commettere l'assassinio. Che infami! Dobbiamo preparare subito la denuncia." "Come scriviamo?" chiese Kou Dong. "Come ha detto la mamma" rispose Kou Liang. E scrisse: "Il monaco cinese reggeva il lume, Porcellino incitava alla violenza, Sabbioso saccheggiava oro e argento, Scimmiotto ha ucciso nostro padre." Tutti in casa erano in effervescenza. Chi correva a informare i parenti, chi preparava la bara; Kou Liang e il fratello si recarono dal prefetto del capoluogo. Il magistrato di Terrazza di Bronzo era un uomo retto ed eminente. Buono e semplice, aveva sempre vissuto nella rettitudine. Da ragazzo era povero e d'inverno studiava alla luce riflessa dalla neve. Aveva affrontato l'esame di stato ancora in giovane età. Giusto e leale, mescolava sempre ai suoi pensieri pietà e compassione. Gli annali lo glorificano: fu come Gong e Huang. Il suo nome viene ricordato nei tribunali accanto a quelli di Zhuo e Lu(80). Egli sedette sul seggio, prese le disposizioni sugli affari correnti e ordinò di distribuire le tavolette ai querelanti. I fratelli Kou si presentarono, mostrando la tavoletta ricevuta, si prosternarono e gridarono: "Eccellenza, ci quereliamo per un grave fatto di sangue e di furto con effrazione." Il magistrato ricevette il loro memoriale, lo lesse e disse: "Mi hanno detto che avevate adempiuto il vostro voto di nutrire monaci accogliendo quattro eminenti bonzi, arhat giunti dalla corte dei Tang nelle terre dell'Est; poi li avete accompagnati sulla loro strada attraversando Diling in pompa magna, con stendardi e fanfare. Come ha potuto avvenire quello che dite?" "Eccellenza" rispose Kou Liang battendo la fronte al suolo, "mio padre Kou Hong aveva nutrito monaci per ventiquattro anni; questi ultimi ospiti completavano la cifra prevista di diecimila. Sono rimasti nella nostra casa per quindici giorni, mentre festeggiavamo il compimento del voto; in questo modo hanno acquistato familiarità con il luogo. La sera del giorno stesso in cui li avevamo accompagnati sono ritornati indietro, approfittando del buio e del maltempo, muniti di torce e di bastoni, e hanno forzato la porta di casa per saccheggiare ogni cosa. Quando si sono trovati davanti nostro padre, lo hanno abbattuto. Supplichiamo vostra eccellenza di rendere giustizia all'umile gente del popolo." Il magistrato convocò la polizia a piedi e a cavallo che, fra coscritti e volontari, raccoglieva centocinquanta uomini muniti d'armi da punta e da taglio. Essi uscirono dalla porta occidentale e si lanciarono sulle tracce dei quattro pellegrini. Maestro e discepoli, che avevano trascorso la notte fra le rovine del tempio, all'alba ripresero la loro strada. Anche i briganti che avevano saccheggiato la casa di Kou si erano incamminati verso l'ovest e avevano corso fino all'alba, superando di una ventina di li il Tempio di Splendore Fiorito e nascondendosi in una valletta fra le montagne per dividersi il bottino. Mentre erano intenti alla divisione, videro i quattro pellegrini che venivano verso di loro. Con insaziabile avidità, si additarono a vicenda i viandanti ed esclamarono: "Guardate! Sono i quattro bonzi che ieri hanno lasciato la città. Vengono al momento giusto. Recare offesa al cielo è il nostro mestiere. Questi bonzi vengono da lontano e hanno passato molto tempo dai Kou: il loro bagaglio sarà ben fornito. Ora li fermeremo, gli strapperemo il viatico, ruberemo il cavallo e aumenteremo il nostro bottino: è un lavoretto che sarebbe un peccato trascurare." I briganti impugnarono dunque le armi e corsero gridando sulla strada. Si disposero di traverso, sbarrando il passaggio, e intimarono: "Fermi, bonzi! Se tenete alla pelle, pagate il pedaggio senza discutere. Se invece state a pensarci su, vi convinceremo a coltellate." Tripitaka, atterrito, tremava come una foglia. Porcellino e Sabbioso si rivolsero a Scimmiotto: "Vedi che scalogna! Dopo la brutta notte che abbiamo passato sotto l'acqua, incontriamo i malandrini sulla strada. Si può ben dirlo: Le disgrazie non vengono mai sole." Scimmiotto sorrise: "Non prendetevela. Aspettate che faccia loro qualche domanda." Strinse alla vita il suo gonnellino di pelle di tigre e si fece avanti giungendo le mani sul petto: "Signori, qual buon vento vi porta?" "Hai un bel coraggio a venircelo a chiedere!" urlò un bandito. "Non ti rendi conto che ti stai giocando la pelle? Sembri cieco: non vedi che non siamo dei signori? Sganciate il pedaggio, e potrete andare dove vi pare." "Dunque siete dei briganti da strada" considerò Scimmiotto con un sorriso radioso. "Accoppa! Accoppa!" ruggirono i briganti incolleriti. "Grandi re!" rispose Scimmiotto, fingendosi spaventato. "Sono un povero bonzo di campagna e non mi so esprimere bene; portate pazienza, se vi ho offeso. Se volete il pedaggio, è inutile che vi rivolgiate a quei tre là: dovete chiederlo a me, perché sono io che tengo i conti. I soldi per i sutra che recitiamo, oboli, elemosine e regalie, tutto ciò che entra nel sacco passa per le mie mani e viene segnato nel mio registro. Quello che vedete sul cavallo è il nostro maestro: ha dimenticato piaceri e dispiaceri dei sensi, recita sutra e non sa nient'altro. È completamente in bolletta. Il moro che vedete l'ho ingaggiato perché s'intende di cavalli; quello con il grugno lungo è un facchino. Lasciateli perdere: è tutta gente che non può darvi soddisfazione. Provvederò io a regalarvi i nostri bagagli, compresi ciotola e vestiti." I banditi confabularono: "Il bonzo sembra una persona sensata." "Va bene, per questa volta non ti ammazziamo. Fagli mettere giù i bagagli, e che se ne vadano pure." Scimmiotto si volse ai suoi e strizzò l'occhio. Sabbioso lasciò cadere le sacche, prese il cavallo per la briglia e si incamminò seguito da Porcellino. Il Novizio si chinò, come per aprire le sacche, raccolse una manciata di terra e la gettò in aria. Quindi gridò: "Ferma!" E i trenta componenti della banda restarono immobilizzati come pali, con le bocche aperte, gli occhi spalancati, le mani a mezz'aria, senza poter fare un movimento né dire una parola. Scimmiotto urlò: "Maestro, ritornate qui!" "Si mette male!" si spaventò Porcellino. "Non ha soldi e ci fa ritornare per consegnare il cavallo. Ci spoglieranno anche dei vestiti." "Non dire sciocchezze!" rise Sabbioso. "Il fratello ci sa fare. Ha riportato sulla retta via i peggiori diavoli; non sarà qualche fottuto brigantello a metterlo in difficoltà. Se ci chiama, avrà qualcosa da dirci: andiamo a sentire." Il reverendo acconsentì, e mentre si avvicinavano gridava: "Eccoci, Consapevole del Vuoto. Che cosa vuoi?" "Venite a divertirvi con i nostri amici briganti!" Porcellino si avvicinò a uno di loro e lo urtò gridando: "Che fai, brigante? Non ti muovi più?" L'uomo restava immoto e privo di parola. "È muto e istupidito" ridacchiò Porcellino. "Scherzi di magia" spiegò Scimmiotto. "Ma immobilizzare il corpo non chiude la bocca. Come mai non parlano?" "Maestro" rispose Scimmiotto, "smontate da cavallo e sedetevi. Come dice l'adagio: Puoi sbagliare quando arresti, ma non farlo quando liberi. Fratelli, rovesciate a terra questa gente e legatela bene. Li faremo confessare, e vedremo se sono delinquenti incalliti o semplici pivelli." "Non abbiamo corde" obiettò Sabbioso. Scimmiotto si strappò qualche pelo e, con il suo fiato magico, ne ricavò trenta lunghezze di corda. Tutti si misero all'opera, e in breve i banditi si trovarono legati come salami. Scimmiotto recitò l'incantesimo per liberarli dalla paralisi, ed essi pian piano si ripresero. Scimmiotto pregò il maestro di sedere al posto d'onore, in mezzo ai discepoli. Poi apostrofò i briganti: "Da quanti anni fate questo mestiere, bestiacce? Che cosa avete rubato? Avete commesso omicidi? È la prima volta? La seconda? La terza?" "Grazia, signorie!" strillavano i banditi. "Non strillate! Confessate tutto!" "Eccellenza, non siamo briganti incalliti, ma figli di famiglia. Per pigrizia e incuria, abbiamo dilapidato i nostri patrimoni in vino, gioco, donne e divertimenti; così ci siamo ridotti senza mezzi. Quando abbiamo saputo del grande patrimonio accumulato dal signor Kou, ci siamo riuniti per approfittare della notte e del maltempo e spogliare la sua casa. Vi abbiamo visto arrivare mentre ci dividevamo il bottino. Vi abbiamo riconosciuto come gli ospiti del signor Kou, e abbiamo pensato che foste ben provvisti, con il vostro cavallo bianco e quelle grandi sacche. Sapete che gli uomini non si accontentano mai: l'ingordigia ci ha spinto a sbarrarvi la strada. Non sapevamo che vostra eccellenza avesse poteri straordinari e che ci saremmo trovati ammanettati. Ci raccomandiamo alla vostra commiserazione: prendete tutto, ma lasciateci la vita!" Tripitaka fu sconvolto dalle notizie e balzò in piedi vibrando di indignazione: "Com'è possibile, Consapevole del Vuoto, che una simile disgrazia sia capitata proprio al vecchio signor Kou, un uomo così squisito?" "Ha messo troppo in mostra la sua squisitezza quando ci ha accompagnato: lo sfoggio di lusso ha risvegliato l'attenzione di questi marioli. Per fortuna li abbiamo incontrati e abbiamo ricuperato la refurtiva." "Io sono rimasto commosso dalla generosità dei Kou; li abbiamo disturbati per ben quindici giorni. Riconsegnare le loro cose non è il minimo che possiamo fare?" Scimmiotto ne convenne. Si recò con Porcellino e Sabbioso nella valletta dov'era raccolta la refurtiva e la caricò sul cavallo. Un altro carico di metalli preziosi toccò a Porcellino, mentre Sabbioso si occupò dei loro bagagli. Scimmiotto ebbe la tentazione di lasciare ai briganti un ricordo della sua sbarra, ma temette i rimproveri di Tripitaka; ricuperò i suoi peli e li guardò balzar su, non appena liberi, e scappare a gambe levate, ben contenti di uscirne vivi. Fu così che Tripitaka ritornò indietro con i suoi per restituire i beni rubati. Non sapeva di comportarsi come la falena, quando vola verso la fiamma che le brucerà le ali. Lo attesta il poema: La bontà, cari amici, Di rado ha ricompensa, E più spesso le accade Di attirare il bastone. Hai notato qualcuno Che è caduto nell'acqua E vuoi tirarlo su? Tu pensaci due volte, E se proprio vuoi farlo È a tuo rischio e pericolo! I pellegrini camminavano verso la città carichi di oggetti preziosi, quando videro arrivare una folla di gente armata di lance e di sciabole. "Discepoli!" gridò Tripitaka. "Che cosa significa tutta quella gente armata che ci viene incontro?" "Disgrazia!" squittì Porcellino. "I briganti hanno raccolto grandi rinforzi e si sono armati meglio per darci una lezione!" "Fratello, guarda bene" replicò Sabbioso. "Ti sembrano briganti?" "La stella della disgrazia non è tramontata sul capo del maestro" mormorò Scimmiotto. "È chiaro che questa gente sta inseguendo i briganti, e noi ci troveremo in una posizione delicata." I sopraggiunti accerchiarono i pellegrini: "Bonzi del malanno! Avete la sfacciataggine di aggirarvi ancora da queste parti, dopo esservi dedicati alle vostre ruberie." Circondarono Tripitaka, lo strapparono dal suo cavallo e lo legarono. Poi fu la volta dei discepoli. Una volta legati, i prigionieri vennero appesi a pertiche passate nei nodi delle funi, e ciascuno di loro fu portato da due uomini. Si impadronirono anche del bagaglio, si spinsero davanti il cavallo e li portarono nel capoluogo della prefettura. Tripitaka piangeva e aveva perduto la parola. Porcellino brontolava risentito; Sabbioso si sentiva disorientato. Scimmiotto, noncurante, si preparava a mostrare le sue capacità. Le truppe si presentarono al tribunale e annunciarono: "Eccellenza, i coscritti hanno catturato i malviventi." Il magistrato li ricompensò della pena che si erano data, verificò la refurtiva e la restituì alla famiglia Kou. Poi ordinò la comparizione di Tripitaka e dei suoi compagni. "Pretendete di venire dalle terre dell'Est e di andare nel Paradiso dell'Ovest a rendere omaggio al Buddha; ma in realtà questa non è che la copertura della vostra attività di briganti." "Vostro onore" rispose Tripitaka, "permettetemi di dichiarare quanto segue: l'umile monaco che vedete non è un bandito e non si è certo permesso una simile impostura. Lo prova il passaporto che troverete fra le nostre cose. Proprio perché il signor Kou ci ha ospitato generosamente per quindici giorni, la gratitudine ci ha spinto a togliere la refurtiva ai briganti, che avevamo incontrato sulla nostra strada, e a riportarla al legittimo proprietario. Mentre lo facevamo, siamo stati arrestati e scambiati per i ladri; ma in realtà non lo siamo. Preghiamo vostro onore di procedere a un attento esame dei fatti." "Siete abili a invocare la gratitudine, ora che vi hanno preso" replicò il magistrato. "Ma se vi siete imbattuti nei briganti, perché non li avete assicurati alla giustizia? Ve lo impediva la vostra gratitudine? Come mai abbiamo trovato solo voi quattro? Ecco qua: la querela di Kou Liang fa appunto i vostri nomi, uno per uno, e sembra fondata." Tripitaka si sentì come una barchetta nell'oceano in burrasca. "Consapevole del Vuoto!" gridò. "Che cosa aspetti per assumere la difesa?" "Che posso fare?" rispose Scimmiotto. "Il bottino testimonia contro di noi." "Proprio così. Osereste negare la presenza del bottino?" esclamò trionfante il magistrato. E ordinò alle guardie: "Portate il cerchio per stringere la testa e applicatelo alla zucca pelata del capo banda. Poi gli somministreremo le verghe." Scimmiotto pensava: "Anche se il destino del maestro prescrive questa prova, non posso lasciargli subire le torture." E quando vide le guardie preparare la corda per stringere il cerchio dichiarò: "Vostro onore, quel bonzo non c'entra. Nella rapina contro i Kou io tenevo la torcia, stringevo il coltello, rubavo e uccidevo. Il capo banda sono io; se c'è qualcuno da mettere alla tortura sono io. Gli altri non c'entrano." "Allora incominciate da lui" ordinò il magistrato. Le guardie si misero all'opera: incoronarono Scimmiotto e tirarono la corda, finché si ruppe con uno schiocco. Misero una corda nuova e ricominciarono a tirare: nuova rottura. Esaminarono le pelle del cranio di Scimmiotto, ma non vi trovarono nemmeno un graffio. Senza capire che cosa non funzionasse per il suo verso, si procurarono una terza corda e stavano per ricominciare, quando giunse l'annuncio: "Sua signoria il Secondo Protettore Chen sta giungendo dalla capitale, e prega vostra eccellenza di andargli incontro nei sobborghi." Il magistrato ordinò al capo della camera di giustizia: "Mettete in cella questi banditi e fate buona guardia. Riprenderemo l'interrogatorio quando avrò ricevuto il mio superiore." I pellegrini furono chiusi in carcere. "Discepoli miei" si lamentava Tripitaka "come faremo?" Scimmiotto rideva: "Adesso venite al fresco: è un posticino tranquillo, dove non troverete cani che vi abbàino. Vi divertirete." Gli infelici furono spinti su letti di tortura, dove una cinghia serrava il ventre, un'altra il petto e una terza la testa. I carcerieri li vennero a frustare. Tripitaka soffriva il martirio e ripeteva: "Consapevole del Vuoto, come faremo? Come faremo?" "Ci battono per spillarci un po' di soldi" fece notare Scimmiotto. "Come dice l'adagio: La vita è bella finché è sana; quando stai male, sputa la grana. Al momento il problema è tutto qui." "Ma noi non abbiamo soldi." "Vanno bene anche i vestiti. Dategli il vostro kasâya." La proposta fu una coltellata per il cuore di Tripitaka; ma non ne poteva più e si dovette rassegnare: "Come vuoi, Consapevole del Vuoto." "Signori ufficiali" gridò Scimmiotto, "è inutile che vi affatichiate. In una di quelle sacche troverete un abito orlato di broccato che vale mille pezzi d'oro. Aprite e prendetevelo." I carcerieri frugarono nelle sacche. Gli abiti di stoffa ordinaria non valevano gran che; ma si resero conto che quella cosa fosforescente avvolta nella carta oleata doveva costare un sacco di soldi. Aprirono l'involto e scoprirono Le lunghe file di perle brillanti Ed un tesoro di pagliuzze d'oro, Draghi allacciati in squisiti ricami Ed orli di broccato con fenici. Mentre si spingevano per guardare, il rumore che facevano attirò l'attenzione del capo, che venne a vedere: "Che cos'è questo baccano?" Le guardie si inginocchiarono: "Stavamo battendo questi bonzi briganti di strada, e loro ci hanno ceduto le loro sacche. Abbiamo trovato questa cosa che non sappiamo come utilizzare: romperla per dividere sarebbe un peccato; ma se uno solo la prende, gli altri non avranno niente. Per fortuna arrivate voi: aiutateci a dividere." L'ufficiale esaminò il kasâya e il restante contenuto delle sacche. Vide un sacchetto di tela, lo aprì e ne tolse il passaporto, pieno di sigilli e di scritte di molti paesi. Esclamò: "Queste non sono cose da briganti! Per fortuna mi sono cadute in tempo sotto gli occhi, altrimenti avremmo rischiato di metterci nei pasticci. Non toccate niente. Domattina, quando sua grandezza riprenderà il processo, sapremo come regolarci." Il tamburo dalla torre annunciò il cadere della notte; la ronda dei pompieri iniziò il suo giro. Per i pellegrini fu anche questa una notte inquieta. Verso la quarta veglia, finalmente, Scimmiotto non udì più i gemiti dei compagni: si erano addormentati. Pensava: "Fra le prove imposte al maestro c'era evidentemente anche questa notte in prigione. Perciò mi sono tenuto in disparte e mi sono astenuto da difese e da interventi magici. Ma ora che la notte e la prova stanno per finire, sarà bene che prepari ogni cosa per farlo uscire di qui al levar del giorno." Guardate che bravo: si rimpicciolì per liberarsi dalle cinghie che lo legavano al letto, si trasformò in un moscerino e fuggì da un interstizio fra le tegole del tetto. Era una bella notte serena; luna e stelle splendevano ancora. Si guardò intorno per orientarsi e prese il volo verso Diling e la strada dove abitavano i Kou. Lungo la via brillava una luce: si accostò e constatò che si trattava del laboratorio di un fabbricante di formaggio di soia. Il padron di casa attendeva alla cottura al fornello, mentre sua moglie pressava gli ingredienti. Lui diceva: "Mamma, il signor Kou aveva fortuna e figli; ma gli è mancata la lunga vita. Da piccoli eravamo compagni di scuola; avevo cinque anni più di lui. Suo padre si chiamava Kou Ming. A quel tempo non possedevano più di mille mu di terreno agricolo, e faticavano a farsi versare la rendita. Quando ebbe vent'anni, suo padre morì e lui dovette assumere l'amministrazione del patrimonio. La sua fortuna fu di sposare la figlia di Zhang il Ricco, che allora chiamavamo Spingi L'Ago: quello fu l'inizio della sua prosperità. Da quando entrò in casa sua, la resa dei terreni migliorò e i crediti furono ricuperati. Qualunque affare intraprendesse, gli portava un buon guadagno. Nel tempo ha accumulato una fortuna di centinaia di migliaia di sapeche. A quarant'anni si è volto al bene e ha fatto voto di nutrire diecimila monaci. Ed ecco che i briganti lo hanno ucciso a calci. Che sfortuna! Aveva sessantaquattro anni e possedeva tutto ciò che serve per godersi la vita. Era un uomo buono. È mai possibile che, invece di godere i suoi meriti, abbia dovuto finire così? Che triste vicenda!" Scimmiotto non perse una parola. Ormai era la quinta veglia, le quattro del mattino. Egli volò nella casa dei Kou. Il feretro era stato collocato nella sala principale, con una lampada accesa, bastoncini d'incenso, candele e offerte di frutta. La vedova, seduta su un cuscino, piangeva. Entrarono i figli accompagnati dalle nuore, che portavano offerte di riso. Scimmiotto si posò sulla bara e tossicchiò. Le nuore corsero via spiritate agitando le braccia; i figli si prosternarono e non osarono muoversi da terra. La moglie, più coraggiosa, batté la mano sulla bara e domandò: "Vecchio mio, stai per caso tornando in vita?" "No" rispose Scimmiotto imitando la voce del vecchio Kou. I figli batterono la fronte sul pavimento cantilenando: "Oh padre, oh padre, oh padre..." La moglie batteva i denti, ma tenne duro e chiese: "Se sei morto, come mai parli?" "Il re dell'inferno Yama mi ha fatto accompagnare qui dagli spettri perché dica una cosa: la mia vecchia Spingi L'Ago ha usato la sua lingua velenosa per rovinare gli innocenti." Chiamata con l'antico soprannome, la vecchia si prosternò: "Vecchio mio, alla tua età ricordi ancora il mio soprannome da ragazza. Quali innocenti avrei rovinato con lingua velenosa?" "Non prendermi in giro!" urlò il Novizio. "'Il monaco cinese reggeva il lume, Porcellino incitava alla violenza, Sabbioso saccheggiava oro e argento; Scimmiotto ha ucciso vostro padre.' Queste calunnie hanno precipitato delle brave persone nelle torture. I quattro maestri della corte dei Tang si erano imbattuti nei briganti, avevano ricuperato la refurtiva e la stavano riportando qui per mostrarsi grati. Che bell'idea quell'accusa falsa! Ora gli innocenti sono chiusi in carcere per la querela presentata dai nostri figli. Il dio del carcere, il tudi e la divinità delle mura e dei fossati sono corsi pieni di indignazione a informare Yama. Il re dell'inferno mi ha mandato qui sotto buona scorta fantasma per dirvi di farli liberare immediatamente. Altrimenti, la mia missione è di restare in questa casa per un mese e di metterla sottosopra in modo che nessuno sopravviva, nemmeno i cani e le galline." "Padre" supplicavano Kou Liang e suo fratello, continuando a prosternarsi, "vi supplichiamo, ritornate da dove venite e non fate del male a nessuno! Appena farà giorno, correremo al tribunale e presenteremo l'istanza di scarcerazione. Riconosceremo i nostri errori. Noi cerchiamo solo di stare in pace con i vivi e con i morti." "Va bene, me ne vado" disse Scimmiotto. "Voi bruciate carta moneta." Tutta la famiglia corse ad ardere biglietti di carta moneta. Scimmiotto volò via e ritornò nel capoluogo, alla residenza del magistrato. Il giudice era già sveglio, come si vedeva dalla luce che brillava nella sua camera. Scimmiotto volò nella sala principale, dov'era appeso alla parete un rotolo che rappresentava un mandarino a cavallo di un leardo pomellato con la sua scorta: un uomo che reggeva un parasole azzurro, un altro che recava una sedia pieghevole. Senza avere idea di chi fosse il personaggio rappresentato, si posò nel bel mezzo del ritratto e quando vide comparire il magistrato, che ancora non si era lavato la faccia né pettinato, diede un colpetto di tosse. Quello si rifugiò spaventato in camera sua. Dopo un po' ricomparve: aveva fatto la sua toilette, indossato l'abito da cerimonia e reggeva due bastoncini d'incenso accesi: "Sacra immagine del mio onorevole zio Qiang Qianyi, il vostro filiale nipote Qiang Kunsan ricopre attualmente il posto di magistrato nella prefettura Terrazza di Bronzo, grazie alla protezione della virtù dei suoi antenati, che gli ha permesso di superare gli esami nel gruppo dei primi laureati. Non ho mai trascurato di offrirvi incenso mattina e sera. Perché oggi mi fate questo scherzo? Vi supplico di non terrorizzare la gente di casa con manifestazioni di rumori diabolici." Scimmiotto ridacchiava fra sé: "Dunque è la sacra immagine dell'onorevole zio." E colse l'occasione: "Saggio nipote, certo hai onorato i tuoi antenati esercitando la tua carica senza farti corrompere. Ma come hai potuto spingere la tua ignoranza fino a imprigionare dei santi monaci come se fossero dei briganti? Il tudi, il dio del carcere e quello delle mura e dei fossati se ne sono lamentati con il signore Yama, che mi ha fatto accompagnare qui. Devi riesaminare il caso e liberare i monaci senza indugio. Altrimenti sarai convocato all'inferno per chiarire come stanno le cose." Il magistrato, tremando di spavento, rispose: "Vi prego, caro zio, ritornate da dove venite. Appena arriverò in tribunale, li farò liberare." "Porterò la tua risposta al signore Yama. Da parte tua, non trascurare di bruciare carta moneta per me." Il magistrato accese altro incenso e molta carta moneta, inchinandosi per ringraziare. Scimmiotto svolazzò all'aperto e ritornò a Diling. Spuntava l'alba, mentre i funzionari si riunivano negli uffici della sottoprefettura. "Se si accorgessero che chi parla è soltanto un moscerino" pensava il Novizio, "nessuno mi prenderebbe sul serio, e griderebbero all'imbroglio." Assunse quindi dimensioni gigantesche, e mise avanti un piede che bastava a riempire l'aula d'udienza. "Funzionari, ascoltate: sono un dio ambulante, e ho ricevuto un incarico dall'Imperatore di Giada. Egli vi accusa di aver chiuso e malmenato nella vostra prigione un figlio del Buddha in cerca di scritture; ciò ha fatto sensazione fra gli dèi dei tre mondi. L'incarico che ho ricevuto è di ordinarvi di rimetterlo subito in libertà. Come potete immaginare, ho un altro piede delle stesse dimensioni di quello che vedete; se non mi date retta lo abbasserò sulle vostre teste, e non resterà gran che dei funzionari di questa misera sottoprefettura. Poi farò una passeggiata sulla città e la pesterò ben bene, fino a ridurla in cenere e polvere." Terrorizzati, i funzionari si gettarono a terra: "Vostra eminente santità non dubiti: sottometteremo immediatamente il caso al magistrato, chiedendogli di ordinare la scarcerazione. Piano con i piedi, per carità! Ci farete morire di paura!" Scimmiotto tornò a trasformarsi in moscerino; questa volta volò sul tetto della prigione, entrò dallo spiraglio che aveva utilizzato per uscire e si rimise a letto; dove, malgrado le cinghie, si addormentò. Intanto il magistrato salì in cattedra. Non appena furono distribuite le tavolette, i fratelli Kou corsero a inginocchiarsi con alte grida davanti alla porta. Quando furono introdotti e presentarono l'istanza di scarcerazione dei detenuti, il magistrato si irritò: "Ieri vi eravate querelati per il furto dei vostri beni. Ho fatto arrestare i ladri e voi avete ricuperato la refurtiva. Che cosa significa questa istanza?" "Eccellenza" replicarono i ragazzi piangendo, "questa notte l'anima di nostro padre si è manifestata per rimproverarci di aver fatto incarcerare ingiustamente il santo monaco, che ci stava riportando il bottino tolto ai briganti. La cosa ha indignato le divinità locali, che si sono presentate a rapporto dal re Yama. Ci ha ordinato di chiedere la liberazione degli innocenti, sotto pena delle peggiori disgrazie. Ecco perché ci siamo ripresentati, con la speranza che vostra eccellenza accolga la nostra istanza." Il magistrato rifletteva: "Non è poi tanto strano che il fantasma di un morto ammazzato si mostri inquieto per qualche giorno, finché il cadavere è ancora caldo e ci sono misteri da risolvere. Ma mio zio è morto cinque o sei anni fa, e dovrebbe giacere in pace. Che cosa sta succedendo?" In quel momento entrarono in folla i funzionari di Diling, capeggiati dal sottoprefetto: "Vostro onore, guai in vista! L'Imperatore di Giada ci ha mandato un dio ambulante per esigere l'immediata liberazione di quelle brave persone che sono state incarcerate. Quei bonzi non sono briganti, ma figli del Buddha in cerca di scritture. Se tardiamo, schiaccerà noi e ridurrà in polvere la nostra città." Il magistrato ascoltava, livido di spavento. Ordinò subito al cancelliere della camera di giustizia di redigere un mandato di comparizione per i detenuti, e li mandò a prelevare. Porcellino si chiedeva inquieto quali nuove torture avrebbe portato la giornata. "Stai tranquillo" gli disse ridendo Scimmiotto. "Nessuno ti toccherà: ho sistemato le cose. Non inginocchiatevi, e aspettate invece di essere invitati a sedere al posto d'onore. Vedrete: reclamerò la restituzione del cavallo e dei bagagli, e se qualcosa mancherà, gliele darò io le botte!" Quando entrarono nell'aula del tribunale, il magistrato, il sottoprefetto e i funzionari di ogni ordine e grado andarono loro incontro: "Ieri non abbiamo potuto approfondire l'inchiesta per l'arrivo del nostro superiore; e d'altronde il ritrovamento della refurtiva ci aveva indotto in errore." Tripitaka giunse le mani, si inchinò e ripeté la propria versione dei fatti. I funzionari non sapevano come scusarsi: "Eravamo fuorviati, siamo caduti in un errore increscioso. Vogliate scusarci!" Chiesero quindi se in carcere avessero subito danni o perdite. Scimmiotto si fece avanti con gli occhi sgranati per la collera e dichiarò con voce tonante: "Un tizio del tribunale si è impadronito del nostro cavallo bianco; i nostri bagagli sono finiti nelle mani dei carcerieri. Adesso ce li dovete restituire senza indugio. Questa volta tocca a me interrogarvi: avete idea di quale sia la pena per avere arrestato delle persone innocenti, facendole passare per briganti?" I funzionari, spaventati, si affrettarono a far portare cavallo e bagagli, e ad accertare che non mancasse nulla. Ma poiché i discepoli non sembravano disposti ad accontentarsi, la colpa dell'errore fu attribuita alla famiglia Kou. Tripitaka cercava di metter pace: "Discepoli, i funzionari hanno ragione. Se volete saperne di più, non potete prendervela con loro. Andremo dai Kou, li interrogheremo e stabiliremo chi dice di averci visto agire come briganti." "Buona idea" acconsentì Scimmiotto. "Interrogherò il morto: saprà ben dirci chi l'ha ucciso." Sabbioso issò a cavallo il reverendo in mezzo all'aula di giustizia, e tutti i presenti si avviarono verso la sottoprefettura e la casa dei Kou. I fratelli li accolsero pieni di paura, prosternandosi senza tregua, e li condussero nella camera ardente, dov'era riunita la famiglia in lutto. "Ecco qui una madre di famiglia che fabbrica calunnie a danno della brava gente" disse Scimmiotto alla signora Kou. "Smetti di piangere. Ora interrogherò tuo marito: provvederà lui a smentirti." Naturalmente i funzionari credevano che Scimmiotto scherzasse. Ma lui disse: "Signori, vi prego, fate compagnia al mio maestro. Porcellino e Sabbioso, state all'erta. Io torno fra poco." E d'un balzo salì in cielo. L'azzurro sopra l'edificio si coprì di un velo di nubi iridate: un soffio di buon augurio proteggeva l'anima primordiale. Infine la gente vide e comprese che si trattava di un immortale che cavalcava le nuvole, di un santo capace di ridar vita ai morti. Va da sé che tutti pregarono e bruciarono incenso. Con una capriola il grande santo raggiunse il mondo delle tenebre ed entrò nella Sala della Rete della Foresta, seminando il panico fra i giudici infernali, che lo accoglievano giungendo le mani, mentre gli assessori dei cinque orienti si prosternavano. I mille alberi-spade erano sconvolti, la montagna dei Diecimila Coltelli era spianata. Nella città delle vittime di malamorte i farfarelli si convertivano; sotto il Ponte Senza Appello i fantasmi ritornavano in vita. Un raggio di luce divina, come una celeste amnistia, illuminava il dominio delle tenebre e splendeva dappertutto. I dieci giudici accolsero il grande santo e, dopo le cortesie d'uso, gli chiesero quale fosse lo scopo della visita. "Chi di voi ha aperto la pratica del fantasma di Kou Hong, quello che nutriva monaci nella sottoprefettura di Diling? Fatemi il piacere di rintracciarla subito." "Kou Hong è una persona perbene. Non abbiamo mandato a prenderlo noi, ma è venuto da solo. Ha incontrato un paggio abito-d'oro al servizio di Dizang, che l'ha accompagnato a visitare il suo padrone." Scimmiotto si congedò per recarsi al Palazzo delle Nuvole Smeraldine, dove chiese del pusa. Dopo i saluti, Scimmiotto espose il caso, e il suo ospite rispose cortesemente: "Il destino di Kou Hong era di non superare in anni d'età il numero degli esagrammi(81), e di finire la sua vita senza imbrattare le lenzuola del suo letto. Perciò ha lasciato il mondo terrestre in quel modo. Viste le sue referenze, mi era sembrato adatto per assumerlo come segretario generale del registro dei destini propizi. Ma per riguardo a voi, posso prolungare la sua vita terrestre di un ciclo di dodici anni. Lo facciamo chiamare, così ripartirà con voi." Il paggio abito-d'oro lo accompagnò nella sala; quando vide Scimmiotto, esclamò: "Maestro, per carità, salvatemi!" "Non so se vi rendete conto della situazione. Certi briganti vi hanno ucciso prendendovi a calci. La persona che vedete è il direttore generale dell'inferno, Dizang. Io sono venuto qui a riportarvi fra i vivi, perché la vostra testimonianza è necessaria per mettere in chiaro le circostanze della vostra morte. Il pusa è tanto gentile da concedervi, diciamo, un'aspettativa: ritornerete qui fra una dozzina d'anni." Il signor Kou si profuse in prosternazioni. Scimmiotto ringraziò il direttore e soffiò sul fantasma trasformandolo in vapore. Si infilò quindi quel vapore in una manica e lasciò l'inferno per ritornare nel mondo dei vivi, dove una nuvola lo portò in breve alla casa dei Kou. Porcellino aprì la bara e Scimmiotto tolse l'anima dalla propria manica e la introdusse nel corpo. Subito il morto respirò, e in breve si riprese tanto da balzar fuori e prosternarsi davanti ai quattro pellegrini: "Ah, maestri! Ero morto prematuramente, e devo a voi se sono ritornato dall'inferno." Mentre li ringraziava calorosamente, si accorse dei funzionari che affollavano la sala e si prosternò anche a loro: "A che cosa è dovuta la vostra presenza nella mia umile dimora?" "I tuoi figli avevano accusato i santi monaci" spiegò il magistrato. "Perciò li avevo fatti inseguire dalle guardie, che li trovarono carichi della refurtiva perché, per caso, si erano imbattuti nei ladri, l'avevano ricuperata e volevano restituirla. Per sbaglio sono stati arrestati, e un'inchiesta non abbastanza approfondita li ha fatti finire in carcere. Ma la notte scorsa è successo un pandemonio: qui si è manifestata la tua anima, a casa mia quella del mio defunto zio, nella sottoprefettura un dio ambulante. Ho dovuto liberarli subito, e loro sono venuti a risuscitarti." "Eccellenza" rispose il signor Kou restando in ginocchio, "avete fatto davvero un grave torto a questi santi monaci. I ladri erano una trentina di briganti; quando li vidi frugare la mia casa non potei resistere all'impulso di cercare di farli ragionare, e loro mi presero a calci fino a spedirmi all'altro mondo. Figuriamoci se c'entravano i quattro pellegrini!" E chiamò sua moglie: "Tu sapevi! Come hai osato presentare una falsa accusa? Ora sua eccellenza ti metterà sotto processo." Tutta la gente di casa, vecchi e giovani, non faceva che prosternarsi. Ma il magistrato magnanimamente risparmiò loro altre accuse. Kou Hong ordinò di preparare un grande banchetto per ringraziarlo, ma i funzionari non accettarono e se ne tornarono al loro yamen. I pellegrini trascorsero finalmente una notte tranquilla nella casa, e il giorno dopo Kou Hong ritornò a battere il chiodo di nutrir monaci e a insistere perché Tripitaka rimanesse suo ospite; ma egli si rifiutò fermamente. L'accompagnamento della folla di amici e parenti, con stendardi e baldacchini, si ripeté con lo stesso fasto della volta precedente. Il Cielo non abbandona L'uomo dabbene. I malvagi Non possono farci nulla. Proseguon con fermo passo Nella cerca del Beato, Al Monte degli Avvoltoi, Dov'è la gioia assoluta. Se poi non sapete che cosa avvenne quando incontrarono il Buddha, ascoltate il prossimo capitolo, che vi fornirà ogni particolare. 第098回 UNA QUERELA PER FRODE E CONCUSSIONE · OVE SCIMMIA E CAVALLO RAGGIUNGONO LA SAGGEZZA, ESCONO DAL GUSCIO E, COMPIUTA L'IMPRESA, CONTEMPLANO IL BEATO. La terra del Buddha era ormai prossima, ed era diversa dalle altre: si vedevano solo fiori preziosi, erba di diaspro, pini antichi, cipressi millenari. Sulla loro strada non incontravano famiglia che non fosse volta al bene, né casa che rifiutasse di nutrir monaci. Ogni viandante sulla strada che correva ai piedi delle montagne praticava la pietà; ogni viaggiatore che attraversava la foresta recitava sutra. Maestro e discepoli camminavano da sei o sette giorni, con brevi riposi notturni e partenze allo spuntar dell'alba, quando scorsero file di alte torri e di superbi padiglioni. Si slanciano di cento piedi verso il cielo, toccano la Via Lattea. Dalla loro cima bisogna abbassare il capo per vedere il sole al tramonto; si potrebbe cogliere una cometa tendendo la mano. Ampie finestre si spalancano sullo spazio, snelle colonne toccano le nubi. Gialle gru recano l'annuncio dell'autunno che languisce, fenici dai mille colori portano il messaggio della sera nella limpida brezza. I sacri palazzi sono arche preziose, costruite di perle e di gioielli. Qui è la sala autentica in cui si discute la Via, dalla quale i sutra si diramano in tutto l'universo. Perenne bellezza di fiori di primavera; verde smagliante dei pini dopo la pioggia; angelica purpurea e frutti di immortalità che crescono un anno dopo l'altro; tutti ammirano il volo dell'uccello scarlatto. "Guarda che bei posti, Consapevole del Vuoto!" esclamò Tripitaka, puntando il frustino verso gli edifici. "Lo credo che sono belli!" rispose Scimmiotto. "È strano: tante volte siete corso a prosternarvi davanti a Buddha finti e a false mete. E ora che siete arrivato, non scendete nemmeno da cavallo. Come lo spiegate?" Tripitaka restò a bocca aperta e smontò precipitosamente. Mentre si avvicinavano all'ingresso, un giovane ritto presso la porta gridò loro: "Sareste per caso quella gente dell'Est in cerca di scritture?" Il reverendo si aggiustò la tonaca e lo osservò. Indossa un abito di broccato e agita uno scacciamosche di giada. Si è vestito per partecipare al banchetto dello Stagno di Diaspro; e il suo scacciamosche scuote polvere santa. Reca al gomito una tavoletta di immortalità e calza sandali d'oro. È un elegante gentiluomo alato di straordinaria bellezza. Come ogni abitante di quel luogo meraviglioso, gode di vita eterna: la sua longevità lo eleva al disopra del mondo di polvere. Il santo monaco non riconosce questo abitante del Monte degli Avvoltoi, benché lo abbia già incontrato come grande immortale Testa d'Oro. Scimmiotto lo avvertì: "Maestro, la persona che ci chiama è il grande immortale Testa d'Oro, che abita il Tempio della Verità di Giada ai piedi del Monte degli Avvoltoi." Tripitaka si fece avanti per salutare. "Eccovi finalmente, santo monaco!" esclamò ridendo il grande immortale. "Devo dire che Guanyin mi aveva imbrogliato. Tanti anni fa, quando partì per individuare il cercatore di scritture, mi raccontò che sarebbe arrivato da queste parti in capo a due o tre anni. Ce ne avete messo del tempo! Non speravo più di vedervi arrivare." "Sono confuso di avere abusato della vostra pazienza. Non so come ringraziarvi dell'alta benevolenza che mi concedete: sono proprio commosso" rispose Tripitaka giungendo le mani. Il grande immortale fece loro strada nel suo tempio e fece servire il tè e una colazione. Poi i suoi paggi misero a scaldare l'acqua profumata perché il santo monaco potesse fare le sue abluzioni prima di presentarsi al Buddha. Raggiunto l'obiettivo, unito il vero Del Cielo alla natura personale, Superate le pene ed i travagli Per rinnovarsi dentro i tre rifugi, Un bagno caldo è quello che ci vuole. Sconfitti tanti diavoli, la terra Del Buddha si apre a loro. Gli sramana Fanno lieta accoglienza. Ora si nettano Da ogni lordura e trovano, impeccabile, Il proprio corpo imperituro. Quando maestro e discepoli ebbero completato le abluzioni, cadeva la sera. Per la notte restarono ospiti del Tempio della Verità di Giada. L'indomani Tripitaka indossò il suo kasâya con gli orli di broccato e il cappello alla Vairocana, impugnò il bastone da pellegrino e andò a prendere congedo dal grande immortale. "Ieri eravate a brandelli, ma oggi siete fresco ed elegante; basta guardarvi, siete proprio un figlio del Buddha." Tripitaka lo salutò rispettosamente e voleva andarsene, ma l'immortale gli disse: "Aspettate che vi mostro la strada." "Sono pratico del posto" intervenne Scimmiotto. "Sei pratico di nuvole e di voli ad alta quota, ma il santo monaco non ci può ancora salire; dovete muovervi per via di terra." "È vero: sono venuto qui più volte, ma sempre in volo. Se non vi disturba troppo, indicateci voi il cammino. Certo al mio maestro piacerebbe non aggravare il ritardo." Il grande immortale rise, prese per mano Tripitaka e guidò Candana verso la porta della Legge. Non si usciva dalla porta principale del tempio taoista per riprendere la strada maestra, ma si attraversava la sala centrale e si imbucava una porticina sul retro. Da lì si vedeva la montagna, che l'immortale indicò: "Santo monaco, osservate il fausto splendore di cinque colori in mezzo al cielo, circondato da mille vapori di buon augurio: quello è il picco degli Avvoltoi, la terra santa del Buddha, il Fondatore." Tripitaka si inchinò e pregò. "Maestro" osservò ridendo Scimmiotto, "non continuate a inchinarvi. Altrimenti farete come nel detto: frustava quando il monte era lontano, e faceva scoppiare il cavallo. C'è ancora strada da fare, e in questo modo perdete tempo." "Santo monaco" disse il grande immortale, "siete ormai in terra benedetta e in vista della vostra meta: io vi lascio." Tripitaka si inchinò per congedarsi e riprese il cammino. Il grande santo guidava il monaco cinese e i suoi compagni su per la montagna. Dopo alcuni li, si trovarono in riva a un corso d'acqua molto largo, dalla corrente turbinosa; intorno non si vedeva traccia umana. "Consapevole del Vuoto" gridò Tripitaka allarmato, "il grande immortale non avrà sbagliato? Non possiamo essere sulla buona strada. Come si possono attraversare acque così agitate senza un'imbarcazione?" "La direzione è giusta" rispose ridendo Scimmiotto. "Vedete che c'è un ponte laggiù? Per ottenere il giusto frutto, bisogna passare di là." Il reverendo si avvicinò e vide un cartello con tre caratteri: Passerella Tocca Nuvole Non era un ponte, ma un semplice, lunghissimo tronco d'albero: Ponte di giada gettato sul vuoto, Da vicino non è che un tronco viscido Sopra le acque in tumulto. Così stretto E scivoloso, non è praticabile Dai comuni mortali. È più sicuro Camminar sulle nubi, se sai farlo! A Tripitaka veniva il batticuore: "Consapevole del Vuoto, un essere umano non può passare quel ponte. Cerchiamo un'altra strada." "Invece la strada giusta è proprio questa" ripeteva ridendo il Novizio. "Ma è impraticabile! Come si fa a camminare su quel legno così stretto e scivoloso, sopra una distesa d'acque così ampia e tumultuosa?" "Guardate me!" Il grande santo prese la rincorsa, saltò sul ponte e corse fino all'altra sponda senza un attimo di esitazione. "Coraggio! Venite anche voi!" Tripitaka fece un gesto di diniego con la mano. Porcellino e Sabbioso si mordevano le dita: "È una parola! Troppo rischioso!" Scimmiotto riattraversò il ponte e tirò Porcellino per il braccio: "Dài, bestione, vieni!" Porcellino si gettò per terra e gemette: "Non mi fido! Scusami tanto, preferisco salire su una nuvola." "Chi te la dà l'autorizzazione a cavalcare vento e nuvole, in questi paraggi? Per diventare un buddha, devi attraversare quel ponte." "Fratello, rinuncio a diventare buddha. Non è colpa mia, non sono capace." Tiravano, spingevano, si rotolavano, tanto che stavano per venire alle mani; Sabbioso dovette intervenire per separarli. In quel momento Tripitaka gridò: "Smettete di litigare. Arriva il traghetto." In effetti si vedeva una barca che risaliva il fiume; il rematore vogava a bratto e gridava: "Traghetto! Traghetto!" Quando la barca fu vicina, si accorsero con stupore che era priva di fondo. Scimmiotto, con i suoi occhi di fuoco dalle pupille d'oro, si rese conto che il barcaiolo era il buddha Accogli e Passa, detto anche Buddha del Sacro Stendardo. Ma non lo diede a vedere, e si limitò a gridare: "Da questa parte, barcaiolo!" La barca toccò la riva e Tripitaka chiese: "Come fai a trasportare gente su questa vecchia barca sfondata?" "La mia barca" rispose il buddha, "Naviga da millenni, contro vento e marea Ed è sicura e stabile in ogni avversità. Libera da ogni polvere, traversa mille kalpa E sa condurre all'Uno. Battello senza fondo Non galleggia sul mare, ma questo è ben diverso E si può caricare di ogni essere vivente." Scimmiotto giunse le mani per ringraziare: "Vi sono grato di essere venuto a traghettare il mio maestro. Maestro, salite a bordo. La barca è sicura." Il reverendo esitava, ma Scimmiotto lo tirò per il braccio. Il maestro non sapeva dove mettere i piedi e finì per cascare nell'acqua, ma il barcaiolo lo ripescò e lo fece salire dritto sul bordo, dove si tenne scuotendo il vestito bagnato e imprecando contro Scimmiotto. Il quale, intanto, aiutava a imbarcare i condiscepoli, il cavallo e i bagagli: tutti in precario equilibrio sul bordo della barca. Il buddha prese il largo e spinse l'imbarcazione con forza e dolcezza. La corrente portava verso di loro un cadavere umano. Il reverendo rabbrividì; il Novizio rise e gli disse: "Non abbiate paura, maestro. Guardate bene: quel morto siete voi." "È vero!" gridò Porcellino. "Siete proprio voi!" esclamò Sabbioso battendo le mani. Il barcaiolo si congratulò. Quando raggiunsero l'altra riva, Tripitaka scese a terra con un balzo leggero. L'anima primitiva, liberata Dal corpo è tutta gioia e tutto amore. Completata l'impresa, essi divengono Buddha, lavati da terrestre polvere. È proprio questo che si intende per 'vasta sapienza', la Legge che consente di giungere all'altra riva. Quando si volsero a ringraziare il battelliere, non videro più né lui né la barca senza fondo. Scimmiotto spiegò chi era, e Tripitaka finalmente comprese e volle ringraziare i suoi discepoli. "Non perdiamo tempo in formalità fra noi, che siamo compagni di viaggio" disse Scimmiotto. "Avete avuto bisogno della nostra protezione per stabilire la dottrina e ottenere la gioia di sfuggire al retaggio mortale. Ma è grazie a voi che siamo stati liberati e abbiamo trovato il cammino che porta al giusto frutto. Guardate che spettacolo questi fiori, i prati, gli abeti, i bambù; e le splendide fenici, le gru, i cervi. Confrontateli con i luoghi di fantasmagoria diabolica che abbiamo attraversato. Che cosa è bello, che cosa è brutto? Che cosa è buono, che cosa è cattivo?" Tripitaka non rinunciò ai suoi inchini e genuflessioni. Ripresero allegri la salita della montagna: i loro corpi erano agili e lievi. Presto giunsero in vista del Monastero del Colpo di Tuono. Sommità nelle nubi, radici che scendono a congiungersi alla catena del Sumeru: file di picchi aguzzi, caos di rocce dalle forme bizzarre. Sulla rupe crescono splendidi fiori ed erba di diaspro. Il sentiero serpeggiante è bordato di angelica purpurea e di orchidee profumate. Nel boschetto, color oro bruciato, gibboni immortali balzano di ramo in ramo in cerca di frutti. Le bianche gru appollaiate sui pini sembrano di giada. Fenici dai colori brillanti volano a coppie e cantano al sole; le loro danze sono uno spettacolo raro. Anitre mandarine sono posate sulle tegole d'oro. Le pareti sono coperte di colori e disegni, e decorate con agate. A est come a ovest si vedono palazzi squisiti e arche di perle. A nord come a sud, lunghe prospettive di torri e padiglioni preziosi. Una luce iridata splende sulla sala Devarâja; un alone purpureo circonda l'edificio Protezione della Legge. I fiori di utpala spandono profumo ai piedi del magnifico stupa. È una terra più bella del paradiso. Ogni destino si compie là dove non giunge la polvere del mondo. Nemmeno mille kalpa consentirebbero di giungere alla gran sala della Legge. Nella loro passeggiata attraverso la foresta di pini e il boschetto di verdi cipressi, maestro e discepoli incontrarono diversi pii laici e uomini dabbene. Il reverendo si inchinava a upâsaka, upâsikâ, bhiksu e bhiksuni, che rispondevano al saluto giungendo le mani e gridavano: "Reverendo, non dovete rendere omaggio a noi. Andate prima da Sâkyamuni, e poi faremo conoscenza." "Che zelo! Che piega schiena indefesso!" sghignazzava Scimmiotto. "Aspettate almeno di arrivare dal padron di casa." Il reverendo seguiva il Novizio e si sentiva inebriato. All'ingresso del monastero, quattro grandi vajrapani li fermarono e chiesero: "Il santo monaco è fra voi?" "Ecco il vostro discepolo Xuanzang" rispose inchinandosi Tripitaka. "Aspettate qui, santo monaco; vi andiamo ad annunciare." Uno dei vajrapani si incaricò di trasmettere la notizia ai quattro grandi portatori di folgore della seconda porta, che nello stesso modo la trasmisero a quelli della terza. Sostavano alla terza porta i divini monaci del Servizio delle Offerte, uno dei quali si recò nella Sala del Grande Eroe ad avvertire il Buddha Sâkyamuni in persona, il Beato, il Supremamente Onorato: "Il santo monaco della corte dei Tang è giunto al monastero; viene in cerca delle scritture." Il Buddha si rallegrò e fece convocare gli otto pusa, i quattro vajrapani, i cinquecento arhat, i tremila rivelatori, gli undici grandi luminari e i diciotto difensori. Mentre si disponevano in fila, il decreto d'oro di convocazione del santo monaco passava da una sezione all'altra, da un ufficio all'altro. Si gridava: "Si faccia entrare il santo monaco!" Il monaco cinese entrò in compagnia di Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso, che tirava il cavallo e portava i bagagli; naturalmente mise ogni impegno a osservare l'etichetta e il cerimoniale. Dall'anno in cui lasciò la sua città Per adempier l'incarico, ha passato Tremila fiumi e diecimila monti, Dormendo con un sasso per guanciale E ripartendo all'alba. Il suo pensiero Ha dedicato solo al giusto frutto, E vede infine adempiuto il suo voto. I quattro pellegrini si prosternarono al Buddha e poi si rivolsero a destra e a sinistra per salutare gli astanti. Dopo tre giri di saluti, si inginocchiarono in posizione lunga, rivolti al Buddha, e presentarono il passaporto. Il Beato lo esaminò e lo restituì a Tripitaka. "Il vostro discepolo Xuanzang, per ordine e volontà dell'imperatore dei grandi Tang delle terre dell'Est, è venuto su questa remota montagna sacra per sollecitare il dono delle autentiche scritture, al fine di assicurare la salvezza dei viventi. Imploro dal nostro patriarca, il Buddha, questa grazia che mi permetterà di ritornare al mio paese." Il Beato aprì allora la sua bocca piena di commiserazione, che esprimeva la compassione del suo cuore, e disse: "Queste terre dell'Est non sono altro che quelle del continente meridionale. Il clima è buono, la terra fertile e la popolazione numerosa, ma regnano l'ingordigia e gli istinti sanguinari; siete dissoluti e sregolati, scrocconi e bugiardi. Al bene non ci pensate. Non onorate certo gli insegnamenti del Buddha. Non rispettate né i tre luminari né i cinque cereali. Niente lealtà, pietà, giustizia o bontà: avete il cuore e lo spirito ottenebrati, rubate sui pesi e sulle misure, ammazzate, maltrattate le bestie, ne fate di tutti i colori; accumulate tanti crimini che finite per precipitare all'inferno. E lì subite ogni specie di tortura: pestati, stritolati, schiacciati, prima di rinascere da bestie che siete. Nelle vostre vite con le corna e la coda, pagate il debito fornendo la vostra carne come cibo ai vostri simili. "Ecco il perché dell'inferno Forno Senza Perdono, dove siete condannati senza speranza di remissione. Confucio si è provato a stabilire la dottrina della bontà, la giustizia, i riti e la saggezza; i sovrani che si sono succeduti hanno fatto quanto potevano per il vostro bene: deportazioni, impiccagioni, decapitazioni. Ma non c'è verso: siete tanto ciechi e stupidi, che non vi è limite alla vostra licenza e indisciplina. "Io ho tre panieri di sutra che potrebbero liberarvi dalle sofferenze e dalle calamità. Sono il paniere della Legge, che parla del cielo; quello dei trattati, che parla della terra; e quello dei sutra per la liberazione dei fantasmi. In tutto sono trentacinque opere in quindicimila centoquarantaquattro rotoli. Contengono il cammino della verità, la strada che porta al bene. Astronomia e geografia, genti e animali, armi e utensili, usi e costumi: non c'è nulla nei quattro continenti dell'universo che non sia menzionato là dentro. A voi personalmente, che avete fatto tanta strada per arrivare fin qui, darei volentieri tutta la collezione; ma i vostri sono troppo stupidi e limitati, denigrano la parola della verità, ignorano il senso profondo dei nostri insegnamenti. "Ânanda, Kâsyapa, accompagnateli sotto la torre sacra e fategli servire la colazione. Poi aprite il padiglione, prendete qualche rotolo di ciascuna delle trentacinque opere dei miei tre panieri, e dategliela perché la diffondano nelle terre dell'Est. È il segno eterno di una immensa grazia." Secondo le direttive ricevute, i due onorevoli condussero i quattro pellegrini ai piedi della torre. Il posto era pieno di oggetti rari e preziosi, una meraviglia da vedere. Gli dèi del Servizio delle Offerte servirono tè, frutta e piatti di mille sapori squisiti, sconosciuti in questo basso mondo. Maestro e discepoli resero grazie al Buddha e si dedicarono allegramente alla lauta colazione. Luci e splendori abbagliano la vista, Il gusto insegue sapori squisiti, Si suonano divine melodie. Mai troveresti in terra queste cose, Che al godimento aggiungon lunga vita. La strada è stata lunga e faticosa, Ma valeva la pena di percorrerla. Chi ne ricavò il maggior piacere fu Porcellino, che saziava lo smisurato appetito con quei cibi capaci di trasmutare carne e ossa mortali. Gli onorevoli fecero loro compagnia e alla fine aprirono la porta del padiglione. Vi regnavano luce iridata e vapori di buon augurio. Negli scaffali si vedevano cofani, su cui etichette rosse recavano i titoli in calligrafia regolare: Nirvâna sûtra, 748 rotoli Pusa sûtra, 1021 rotoli Âkâsagarbha sûtra, 400 rotoli Sûrangama sûtra, 110 rotoli Gran collezione di sutra sul senso della grazia, 50 rotoli Sutra della determinazione, 140 rotoli Ratnagarbha sûtra, 45 rotoli Avatamsaka sûtra, 500 rotoli Sutra in omaggio del Beato, 90 rotoli Mahâprajñâ sûtra, 916 rotoli Mahâprabhâsa sûtra, 300 rotoli Adbhûta-dharma sûtra, 1110 rotoli Vimalakîrti sûtra, 170 rotoli Altri sutra Mâdhyamika, 270 rotoli Vajracchedika sûtra, 100 rotoli Saddharma sâstra sûtra, 120 rotoli Buddhacarita sûtra, 800 rotoli Pañca-nâga sûtra, 32 rotoli Pusa-cârya sûtra, 116 rotoli Mahâsamghâta sûtra, 130 rotoli Makara sûtra, 350 rotoli Saddharma-pundarika sûtra, 100 rotoli Yoga sûtra, 100 rotoli Sutra della sacra permanenza, 220 rotoli Sâstra del Paradiso occidenta, 130 rotoli Sâmghika sûtra, 157 rotoli Vari sutra sui paesi del Buddha, 1950 rotoli Mahâyâna-straddhotpâda sâstra sûtra, 1000 rotoli Mahâprajñâ-paramitâ sûtra, 1800 rotoli Sutra della Sacra Autorità, 1280 rotoli Sutra del Padiglione Originale, 850 rotoli Sutra dei Corretti Regolamenti, 200 rotoli Mahâmayûri sûtra, 220 rotoli Vijñânaptimâtratâsiddhi sâstra sûtra, 100 rotoli Kosa-sâstra sûtra, 200 rotoli Ânanda e Kâsyapa mostrarono i titoli e chiesero: "Santo monaco, che cosa ci offrite di bello? Pagate qualcosa, e vi daremo lo scritture." "Il vostro discepolo viene da tanto lontano, che non ha potuto preparare niente." "Bell'affare!" sogghignarono gli onorevoli. "Voi capite che, se diamo i sutra gratis, i nostri discendenti moriranno di fame." A vedere che si facevano tanto pregare, Scimmiotto si irritò: "Maestro, lasciateli perdere. Andrò io dal Buddha a mettere le cose in chiaro: dovrà darmi le scritture con le sue mani, e senza fare tante storie." "Fermo!" si spaventò Ânanda. "Non penserai di mettere a soqquadro un paradiso dopo l'altro. Prendetevi i vostri sutra, e non rompete le scatole." Porcellino e Sabbioso intervennero per rabbonire Scimmiotto, e tutti insieme presero in consegna i rotoli, infilandone quanti potevano nelle sacche, che caricarono sul cavallo. Degli altri fecero quattro involti, che Porcellino e Sabbioso portarono a due a due, legati alle estremità di pertiche. Poi ritornarono davanti al trono a ringraziare il Buddha e se ne andarono verso l'uscita, salutando buddha e pusa, congedandosi da bhiksu, bhiksuni, upâsaka e upasîkâ. Attraversato il grande portale, discesero quindi la montagna verso la strada maestra. Bisogna sapere che la consegna dei sutra era stata osservata di nascosto dal buddha del Passato Dîpamkara, che se ne stava zitto in un angolo; egli aveva capito benissimo che Ânanda e Kâsyapa avevano imbrogliato i pellegrini, consegnando loro dei rotoli senza alcuna traccia di scrittura. Ridacchiò fra sé e si disse: "Questi tapini non si rendono conto che hanno fatto un viaggio tanto lungo per farsi regalare sutra non scritti. Non ne caveranno niente, e le loro fatiche saranno state inutili." "Chi è di servizio oggi?" chiese. Si fece avanti Eroe Bianco, e il buddha del Passato gli diede queste istruzioni: "Raggiungi il monaco cinese a tutta velocità e vedi di sottrargli quei rotoli bianchi, perché ritorni qui a chiederne altri su cui sia scritto qualcosa." Eroe Bianco montò a cavallo di un temporale e si slanciò giù per la montagna, con gran dispiegamento di potenza divina. Che vento! Un valoroso alla corte del Buddha non è un qualsiasi dio del vento: sarebbe come paragonare il potente grido di un immortale con gli strilli di una ragazzina. Il temporale solleva mari e fiumi, strappa draghi e pesci dai loro rifugi. Il gibbone nero resta a mani vuote, e non può presentare la sua offerta di frutti; la gru, presa nel turbine di vento, smarrisce la strada del suo nido. La voce melodiosa della fenice rossa arrochisce, il fagiano lancia strida disperate. Si spezzano i rami dei pini, volano via i fiori di utpala. Si rovesciano i bambù smeraldo, freme il loto d'oro. Il suono delle campane viene rapito a tremila leghe di distanza, la salmodia dei sutra sorvola i profondi abissi. Ai piedi della rupe, i fiori rari scolorano, i teneri getti dell'erba di diaspro sono trascinati qua e là lungo la strada. La fenice rinuncia a volare, i cervi bianchi si rifugiano negli anfratti. Uno strano profumo riempie l'universo, mentre il puro soffio del vento sale al firmamento. Il reverendo avvertì quel turbine di vento profumato e non se ne diede pensiero, perché lo intese come una manifestazione di buon augurio. Ma di colpo una mano scese dal cielo, strappò i sutra dal dorso del cavallo e se li portò via. Tripitaka urlò di spavento e si colpì il petto, mentre Porcellino tentava un vano inseguimento e rotolava per terra. Scimmiotto montò in cielo e Sabbioso rimase a guardia di quello che restava. Eroe Bianco si vide sul punto di essere raggiunto e, per timore di quella sbarra che avrebbe potuto rompergli il collo, strappò le sacche e ne disperse il contenuto nella polvere. Scimmiotto rinunciò all'inseguimento per rincorrere i rotoli di sutra dispersi dal vento; mentre Eroe Bianco andò a presentare rapporto al buddha del Passato. In breve Scimmiotto e Porcellino ritornarono verso il maestro con i sutra ricuperati; egli, con le lacrime agli occhi, esclamò: "Discepoli, i diavoli ci perseguitano persino in questo mondo della gioia assoluta!" Sabbioso prese un sutra e lo srotolò: la pagina era bianca come neve, senza segno di scrittura. Lo tese a Tripitaka: "Guardate, maestro! È un foglio bianco!" Scimmiotto e Porcellino si provarono a svolgerne altri, con lo stesso risultato. "Apriteli tutti!" gridò Tripitaka. Si accorsero di aver fatto soltanto provvista di carta per scrivere. "Poveri orientali che siamo!" concluse il reverendo. "Non abbiamo proprio fortuna. A che cosa serve riportare a casa questi rotoli non scritti? Non oserò nemmeno farmi vedere dall'imperatore; se gli portassi questa roba, mi farebbe decapitare." "Maestro" disse Scimmiotto, "è chiaro: quei due onorevoli malandrini, indispettiti perché non pagavamo la stecca, si sono vendicati così. Adesso ritorniamo dal Buddha e gli presentiamo una bella denuncia per frode e concussione." "Ma certo!" gridò Porcellino. "Si va tutti in tribunale!" In fretta e furia i quattro pellegrini risalirono ansimando la montagna. All'entrata del convento la folla li salutava e rideva allegramente di loro: "Sempre in cerca di sutra, santi monaci?" Tripitaka chinava il capo e ringraziava. I vajrapani non fecero ostacolo al loro ingresso, ed essi si recarono difilato nella Sala del Grande Eroe. Scimmiotto si mise a gridare: "Buddha! Dopo tutte le prove che avevamo superato per venire a rendervi omaggio, e il vostro decreto che ci concedeva le scritture, Ânanda e Kâsyapa ci hanno chiesto la mancia. Dal momento che non avevamo soldi, si sono messi d'accordo per imbrogliarci, caricandoci di semplici fogli bianchi. Ora tocca a voi mettere ordine in questo casino." "Non gridare!" gli disse il Buddha ridendo. "So benissimo che i miei chiedono mance alla gente. Del resto le scritture sono cose importanti: è naturale che per ottenerle si debba pagare. Poco tempo fa, santi monaci e bhiksu sono scesi nel paese di Srâvastî, a recitare alcuni dei nostri sutra da un certo Zhao il vecchio, per proteggere i vivi e liberare i morti della sua famiglia; il prezzo che hanno chiesto è stato di trentatré pinte di polvere d'oro. Io li ho rimproverati di aver chiesto poco, a rischio di lasciare nel bisogno i loro figli e discendenti. Si capisce che, se aveste corrotto gli onorevoli, vi avrebbero dato dei sutra scritti. Ma non potete dire che vi abbiano imbrogliato, perché anche quelle che vi hanno dato sono scritture autentiche: le scritture senza parola sono buone quanto le altre. È per voi stupidelli che bisogna mettere ogni cosa nero su bianco." E chiamò Ânanda e Kâsyapa: "Svelti, scegliete qualche rotolo con parole scritte di ciascuna opera autentica, datelo a questi signori e riferitemi con precisione sulla consegna." I due onorevoli ricondussero i pellegrini al padiglione, ma quando furono sul posto ripeterono la richiesta di un regalo. In mancanza di meglio, Tripitaka ordinò a Sabbioso di prendere la ciotola da elemosine in oro massiccio e la offrì rispettosamente: "Il lungo viaggio e la povertà non hanno consentito al vostro discepolo di prepararvi un regalo. Questa ciotola mi è stata donata dal mio sovrano per mendicare il cibo lungo la strada. Ve la offro per dimostrare la mia gratitudine, in attesa di potervi dare di più quando sarò ritornato a corte dal mio sovrano, che pregherò di ricompensarvi generosamente. Vi prego però di darmi questa volta fogli scritti, perché la mia missione non fallisca e tutte le fatiche del lungo viaggio non siano rese inutili." Ânanda si limitò ad abbozzare un sorrisetto e incamerò la ciotola. Le guardie della torre, i sagrestani che raccoglievano le offerte e gli arhat che sorvegliavano la biblioteca sghignazzavano, si facevano segni d'intesa, si battevano pacche sulle spalle e sulle guance, si pizzicavano le labbra: "Hai visto lo svergognato? Fa finta di niente e arraffa la ciotola!" Ânanda fece qualche smorfia di disagio, ma si guardò bene dal mollare l'osso. Kâsyapa si decise finalmente a scegliere i sutra e li mostrò a Tripitaka a uno a uno. "Verificate bene, discepoli" diceva Tripitaka, "che non ci freghino come l'altra volta!" Man mano che i rotoli venivano consegnati, erano controllati da tre diverse paia d'occhi: in effetti, qualcosa di scritto si vedeva. Ne ricevettero 5048, un canone buddista completo. Li caricarono sul cavallo e di altri fecero un involto affidato a Porcellino; Sabbioso si incaricò dei bagagli e Scimmiotto prese le redini. Quanto a Tripitaka, impugnò il suo bastone da pellegrino, si aggiustò il cappello alla Vairocana, si assestò il kasâya e, tutto allegro, andò a ripresentarsi al Beato Buddha. Dolce sapor di autentiche scritture Che Buddha scrisse con tanta sapienza! Ma è ridicolo chiedere quattrini Al monaco, che ne ha passate tante. Prima non si era accorto dell'inganno, Ma il buddha del Passato l'ha aiutato E ogni cosa alla fine si è aggiustata. Ânanda e Kâsyapa guidarono il monaco cinese davanti al Beato. Questi, dall'alto del trono di loto, ordinò ai due eminenti arhat Abbatti Draghi e Doma Tigri di battere le pietre di nuvole per chiamare a parlamento i tremila buddha, i tremila rivelatori, gli otto vajrapani, i quattro pusa, i cinquecento arhat, gli ottocento bhiksu e la folla di upâsaka, bhiksuni e upâsikâ, come i santi monaci, gli onorevoli maggiori e minori di ciascun cielo, grotta, terra benedetta e montagna sacra. Quelli che avevano diritto a sedere erano pregati di prender posto sui rispettivi troni; gli altri, che restavano in piedi, venivano disposti in fila ai lati. Si udì una musica celeste e lo spazio si riempì di sbuffi e lampi di buon augurio. Quando l'assemblea fu riunita, tutti si inchinarono al Beato, che si rivolse ad Ânanda e Kâsyapa: "Quanti volumi avete consegnato? Fatemi un rapporto preciso." "Abbiamo affidato al monaco cinese i seguenti testi: Nirvâna sûtra, 400 rotoli Pusa sûtra, 360 rotoli Âkâsagarbha sûtra, 20 rotoli Sûrangama sûtra, 30 rotoli Gran collezione di sutra sul senso della grazia, 40 rotoli Sutra della determinazione, 40 rotoli Ratnagarbha sûtra, 20 rotoli Avatamsaka sûtra, 81 rotoli Sutra in omaggio del Beato, 30 rotoli Mahâprajñâ sûtra, 60 rotoli Mahâprabhâsa sûtra, 50 rotoli Adbhûta-dharma sûtra, 550 rotoli Vimalakîrti sûtra, 30 rotoli Altri sutra Mâdhyamika, 42 rotoli Vajracchedika sûtra, 1 rotolo Saddharma sâstra sûtra, 116 rotoli Buddhacarita sûtra, 20 rotoli Pañca-nâga sûtra, 20 rotoli Pusa-cârya sûtra, 60 rotoli Mahâsamghâta sûtra, 30 rotoli Makara sûtra, 140 rotoli Saddharma-pundarika sûtra, 10 rotoli Yoga sûtra, 30 rotoli Sutra della sacra permanenza, 170 rotoli Sâstra del Paradiso occidentale, 30 rotoli Sâmghika sûtra, 110 rotoli Vari sutra sui paesi del Buddha, 1638 rotoli Mahâyâna-straddhotpâda sâstra sûtra, 50 rotoli Mahâprajñâ-paramitâ sûtra, 90 rotoli Sutra della Sacra Autorità, 140 rotoli Sutra del Padiglione Originale, 56 rotoli Sutra dei Corretti Regolamenti, 10 rotoli Mahâmayûri sûtra, 14 rotoli Vijñânaptimâtratâsiddhi sâstra sûtra, 10 rotoli Kosa-sâstra sûtra, 200 rotoli "Fra tutte le trentacinque opere del magazzino, senza trascurarne alcuna, abbiamo scelto 5048 rotoli che abbiamo consegnato al santo monaco perché li porti nelle terre dell'Est. Tutto è stato verificato, ordinato e imballato. I pellegrini non attendono altro che di esprimervi la loro gratitudine." E i quattro giunsero le mani e si prosternarono davanti al trono. Il Beato si rivolse a Tripitaka. "I meriti di queste scritture" spiegò, "sono incommensurabili. Benché siano lo specchio dei nostri insegnamenti, esse costituiscono in realtà la fonte delle tre dottrine. Quando arriverete nel vostro continente meridionale e le mostrerete alla gente, non dovrete prenderle alla leggera né trattarle senza il dovuto rispetto. Guai aprire un rotolo senza essersi lavate le mani! Trattatele come grandi tesori, abbiatele care. Esse contengono l'ineffabile mistero della Via degli immortali, e la meravigliosa ricetta delle diecimila trasformazioni." Tripitaka si prosternò per manifestare a un tempo la propria gratitudine, fede e obbedienza. Ripeté il cerimoniale del triplice omaggio a Buddha il Patriarca, ricevette le scritture in tutta sincerità e rispetto e se andò, salutando tutti quanti al passaggio delle tre porte. Il Beato dichiarò chiusa la seduta. In quel momento la pusa Guanyin fece un passo avanti, giunse le palme e si rivolse a lui: "Da quando andai nell'Est per vostro ordine, per trovare qualcuno che fosse in grado di condurre a termine questa incombenza, sono trascorsi quattordici anni, cioè 5040 giorni: solo otto in meno del numero dei rotoli del canone. Se ora aiutaste il santo monaco a ritornare a casa in otto giorni, si completerebbe precisamente lo stesso numero. Oso sperare che a quel punto permetterete alla vostra discepola di considerare conclusa la sua missione e di restituirvi l'ordine scritto in lettere d'oro." "Buona idea. Accordato" rispose il Buddha. E diede ai vajrapani queste istruzioni: "Con i vostri poteri magici riconducete nell'Est il santo monaco perché diffonda le scritture autentiche, e poi riportatelo qui. Tutto deve essere completato entro otto giorni, in modo da rispettare il numero dei rotoli che compongono il canone. Esecuzione immediata!" I vajrapani si misero subito all'inseguimento e, raggiunto il monaco cinese, gridarono: "Ehi, cercatori di sutra! Da questa parte!" Tripitaka, ormai forte e leggero, non ebbe difficoltà a volare con i suoi al seguito dei portatori di folgore, e ad alzarsi sopra le nuvole. Di certo Natura illuminata diventa buddhità. Se hai conseguito i meriti, non resta che volare. Ora non avrete idea di come furono diffuse le scritture riportate nell'Est: ascoltate il seguito! 第099回 L'OTTANTUNESIMA PROVA · OVE I DIAVOLI SONO ELIMINATI DALLA COMPIUTEZZA DEL NUMERO NOVE VOLTE NOVE, E LA REALIZZAZIONE DELLA TRIPLICITÀ RICONDUCE LA VIA ALLE SUE RADICI. Mentre gli otto vajrapani, come il racconto ha narrato, scortavano il monaco cinese sulla strada del ritorno, si presentarono alla pusa Guanyin i rivelatori dei cinque orienti, i quattro protettori del tempo, le sei divinità del giorno e le sei della notte, e i difensori della dottrina. Essi le dissero rispettosamente: "Pusa, abbiamo segretamente assicurato per vostro ordine la protezione del monaco cinese. Ora che la sua missione è compiuta, come voi vi proponete di rendere al Buddha il suo ordine in lettere d'oro, permetteteci di restituirvi quello che abbiamo ricevuto da voi." "Avete il mio consenso" rispose lieta Guanyin. "Come si sono comportati i quattro pellegrini, strada facendo?" "La loro determinazione e la loro devozione non possono essere sfuggite alla vostra perspicacia. Il monaco cinese è stato assoggettato a indicibili sofferenze. Abbiamo scrupolosamente annotato tutte le disgrazie e calamità nelle quali è incorso durante il viaggio. Eccone il registro completo." La pusa lo lesse da capo a fondo: In conformità della missione affidata, i rivelatori hanno preso nota delle prove del monaco cinese, annotandone l'esatto numero: I prova: bando di Cicala d'Oro. II prova: al momento della nascita, sfugge per poco alla morte. III prova: all'età di un mese, viene gettato nel fiume. IV prova: vendetta e ricerca di un parente. V prova: all'uscita dalla città, si imbatte in una tigre. VI prova: cade in una fossa e viene separato dalla sua scorta. VII prova: alla Montagna della Doppia Forca. VIII prova: sulla cima del Monte delle Due Frontiere. IX prova: cambio del cavallo sulla montagna. X prova: arso dal fuoco durante la notte. XI prova: perde il kasâya. XII prova: assoggettamento di Porcellino. XIII prova: insidie di Vento Giallo. XIV prova: richiesta d'aiuto a Lingji. XV prova: difficile traversata delle Sabbie Mobili. XVI prova: assoggettamento di Sabbioso. XVII prova: apparizione di quattro santità. XVIII prova: tempio delle Cinque Fattorie. XIX prova: difficoltà nel riportare in vita l'albero di ginseng. XX prova: bando della scimmia dello spirito. XXI prova: perso nella Foresta del Pino Nero. XXII prova: missiva recata nel paese degli Elefanti Sacri. XXIII prova: trasformato in tigre durante l'udienza. XXIV prova: incontro con i diavoli sulla Cima Piatta. XXV prova: appeso nella Grotta dei Fior di Loto. XXVI prova: salvataggio del re di Gallo Nero. XXVII prova: trasformazione di diavoli. XXVIII prova: incontro malefico sul Monte del Singhiozzo. XXIX prova: rapito da una burrasca. XXX prova: la scimmia dello spirito è messa alle strette. XXXI prova: richiesta d'aiuto a un santo. XXXII prova: naufragio nel Fiume delle Acque Nere. XXXIII prova: arrivo a Carrolento. XXXIV prova: la grande burla. XXXV prova: i preti respinti, i monaci riabilitati. XXXVI prova: cammino sbarrato da un gran fiume. XXXVII prova: caduto nelle acque del Fiume Comunicante con il Cielo. XXXVIII prova: compare la nassa per pesci. XXXIX prova: incontro malefico sul Monte del Cappuccio d'Oro. XL prova: gli dèi non riescono ad assoggettare il mostro. XLI prova: bisogna rivolgersi al Buddha per conoscere le origini del mostro. XLII prova: contaminato dall'acqua bevuta. XLIII prova: trattenuto nel Paese delle Donne a scopo di matrimonio. XLIV prova: torture nella Grotta del Pi Pa. XLV prova: secondo bando della scimmia dello spirito. XLVI prova: due scimmie difficili da distinguere. XLVII prova: cammino sbarrato dai Monti di Fuoco. XLVIII prova: cerca il ventaglio di foglie di banano. XLIX prova: il re diavolo viene legato. L prova: spazza la pagoda della città. LI prova: ricupera il tesoro e salva i monaci. LII prova: recita poesie nella Foresta dei Rovi. LIII prova: il Piccolo Monastero del Colpo di Tuono. LIV prova: cattura degli dèi. LV prova: ostacolato dal sentiero dei Cachi Marci. LVI prova: medico nel Paese di Viola Porpora. LVII prova: salvato dalla consunzione. LVIII prova: la regina liberata dal mostro. LIX prova: sviato dai sette sentimenti. LX prova: colpito dal mostro con mille paia d'occhi. LXI prova: cammino sbarrato da Cammello Leone. LXII prova: le creature divise in tre colori. LXIII prova: colpito dalla disgrazia nella città. LXIV prova: il Buddha è chiamato alla riscossa. LXV prova: salva i bambini nel paese di Bhiksu. LXVI prova: il vero distinto dal perverso. LXVII prova: salva un mostro nella foresta. LXVIII prova: malato in una cella del convento. LXIX prova: prigioniero nell'Abisso Senza Fondo. LXX prova: sosta nel paese Distruzione della Legge. LXXI prova: incontra i diavoli sul Monte Spandinebbia. LXXII prova: invocazione della pioggia a Fengxian. LXXIII prova: sottrazione delle armi. LXXIV prova: festa del rastrello. LXXV prova: in difficoltà sul Monte dei Nodi di Bambù. LXXVI prova: sofferenze nella Grotta Fior di Mistero. LXXVII prova: cattura dei rinoceronti. LXXVIII prova: scelto come genero in India. LXXIX prova: imprigionato nella prefettura Terrazza di Bronzo. LXXX prova: liberato dal corpo carnale al passaggio del Tocca Nuvole. Le prove subite dal santo monaco lungo questo percorso di diciottomila li sono quelle chiaramente annotate nel presente registro. Conclusa la lettura, Guanyin esclamò: "Manca qualcosa! Il numero che conduce alla verità, per la scuola del Buddha, è nove volte nove. Il monaco ha subito una prova di meno." E ordinò ai rivelatori: "Rincorrete i vajrapani e ditegli di organizzare l'ottantunesima prova." Essi corsero un giorno e una notte per raggiungere i portatori di folgore, cui bisbigliarono all'orecchio: "Fate così e così; ordine della pusa, da eseguire senza indugio." I vajrapani fecero una frenata tanto brusca, che i poveri pellegrini che li seguivano li urtarono nella schiena e caddero giù come pere: loro, il cavallo e i sutra che portavano. Certo che La via del vero per il doppio nove È scomoda ed esige sacrifici, Coi diavoli che stan sempre in agguato, Mentre la giusta Legge si rimpiatta. Se pensavate che ottenere i sutra Fosse facile, adesso constatate Che quel povero monaco ne passa D'ogni colore. La Triplice Unione È assai sofisticata; la riuscita Dell'elisir rimane appesa a un filo. Tripitaka, che aveva preso gusto al volo sulle nuvole, sentì di sorpresa la terra sotto i piedi. Porcellino si mise a ridere: "Benone! Imbocchi una scorciatoia che allunga il cammino." "Si correva molto svelti" notò Sabbioso. "Avranno voluto far tappa per lasciarci riposare." "Dice il proverbio" ricordò Scimmiotto: "In un giorno navighi su nove banchi di sabbia; sul decimo banco ti incagli dieci giorni." "Zitti, chiacchieroni!" ordinò Tripitaka. "Guardate piuttosto dove siamo." Sabbioso si guardò intorno: "Sentite che rumore di acqua corrente!" "Ti farà ricordare casa tua" disse il Novizio. "Siamo sul Fiume delle Sabbie Mobili?" domandò Porcellino. "Ma no!" rispose Sabbioso. "Questo è il Fiume Comunicante con il Cielo." "Guardate bene su quale sponda ci troviamo" raccomandò Tripitaka. Scimmiotto balzò in cielo e osservò attentamente il paesaggio, facendosi solecchio con la mano: "Maestro, siamo sulla sponda occidentale." "Ricordo bene. Ci eravamo fermati dai Chen, sulla riva orientale, e avevamo salvato i loro bambini, tanto che per riconoscenza volevano fabbricarci una barca. Invece facemmo la traversata su una tartaruga bianca. Ricordo comunque che sulla riva occidentale non si vedevano abitati. Come faremo?" "Credevo che questi scherzi cretini fossero roba da mortali un po' tocchi" brontolava Porcellino, "e non da vajrapani al servizio del Buddha. Lui in persona aveva ordinato di portarci nell'Est, e loro ci piantano a metà strada. Siamo in un bel pasticcio." "Non prendertela, fratello" lo consolò Sabbioso. "Il nostro maestro ora ha ottenuto la Via, ha lasciato il suo corpo carnale nel Tocca Nuvole e non è più troppo pesante da sollevare. Penseremo noi a tirarlo su e a fargli fare la traversata per via aerea." "Non credo che ce la faremo" commentò Scimmiotto, ridendo sotto i baffi. Vi chiederete perché. Il maestro aveva già avuto accesso al recondito mistero della levitazione; con i suoi discepoli avrebbe dovuto essere in grado di attraversare mille e un fiume come quello. Ma Scimmiotto si rendeva conto che il suo maestro non aveva ancora superato nove volte nove prove, e che il motivo per cui erano caduti in quel luogo consisteva proprio nella necessità di completare il numero. Mentre discutevano proseguivano il cammino, e presto furono in riva al fiume. Una voce li chiamò: "Da questa parte, santo monaco cinese!" I quattro pellegrini si guardarono intorno stupiti, perché non si vedeva traccia di presenza umana. Ed ecco comparire sull'acqua la grossa tartaruga bianca dal cranio calvo, che tendeva il collo verso di loro: "Finalmente siete di ritorno, caro maestro! Sono tanti anni che vi aspetto!" "Cara vecchia tartaruga!" la salutò Scimmiotto sorridendo. "Finalmente ci si rivede, dopo tanto tempo dall'ultima volta che ci aiutasti." Tutti la festeggiarono. Scimmiotto la esortò: "Se vuoi renderci un servigio, salì sulla sponda." La tartaruga si arrampicò all'asciutto. Il cavallo fu issato al centro del carapace; Porcellino si accoccolò presso la coda del cavallo. Tripitaka si collocò a sinistra del collo e Sabbioso a destra. Scimmiotto, al centro, con un piede posato sulla sua testa, le gridò: "Avanti tutta! E mi raccomando, non rollare." La tartaruga allargò le zampe e incominciò a nuotare pianamente, diritta verso la riva orientale. Il mistero profondo di non dualità Rivela il cielo e mette in fuga ogni demonio. Si mostra il viso autentico, ogni causalità. Usando i tre veicoli, liberamente circola Il sublime elisir nove volte mutato. Puoi dirti fortunato, se questa tartaruga Con le tue carabattole ti porta all'altra riva! Navigarono per buona parte della giornata. Verso sera, mentre si stavano accostando alla riva orientale, la tartaruga chiese: "Caro maestro, l'ultima volta che ci vedemmo vi pregai di porre per me una domanda al Buddha del Paradiso dell'Ovest, sulla mia conversione e sugli anni che mi restano da vivere. Quale risposta vi ha dato?" Il fatto è che il reverendo, dopo il bagno preso nel Tempio della Verità di Giada, e ancor più dopo essersi disfatto del corpo carnale al passaggio del Tocca Nuvole, non aveva avuto altro per la testa se non le cerimonie con il Buddha e con tutti i santi monaci e pusa che lo circondavano, nonché la ricerca delle scritture. Aveva completamente scordato i problemi di longevità della tartaruga. Ora non voleva mentire e non osava dire la verità: perciò restò zitto. La vecchia tartaruga capì benissimo di essere stata trascurata; si indispettì e, senza preavviso, si tuffò verso il fondo e scomparve, abbandonandoli tra i flutti. Meno male che Tripitaka aveva ottenuto la Via e pesava meno del solito, altrimenti sarebbe affogato. Scimmiotto lo ripescò e lo portò a riva, mentre gli altri (buoni nuotatori, compreso il cavallo-drago) provvedevano a sé stessi. Naturalmente i sacchi dei sutra, gli abiti e la sella si inzupparono ben bene. Mentre maestro e discepoli guadagnavano la riva e ricuperavano le loro cose, si scatenò un'incredibile tempesta, che oscurò il cielo, fece rotolare le pietre e volare la sabbia, fra bagliori di fulmini e rombare di tuoni. Colpo di vento Da sconvolger cielo e terra. Colpo di tuono Da scuoter fiume e montagna. Fulmine, Fuoco volante che lacera nubi. Nebbia spessa Copre tutta la terra. Il vento ruggisce, il tuono rimbomba, i fulmini rigano di rosso il cielo brumoso. La burrasca riempie gli occhi di sabbia e di polvere, si nascondono tigri e leopardi all'ira del cielo, stridono gli uccelli in preda al panico, gli alberi scompaiono nella nebbia. Il vento solleva i flutti del fiume che comunica con il cielo, il tuono terrorizza draghi e pesci, il fulmine squarcia le tenebre, le sponde sprofondano nella nebbia. Che vento! Da rovesciare pini e bambù, e fin le rupi su cui crescono. Che tuoni! Da far tremare i potenti. Che fulmini! Serpenti d'oro nel cielo, che illuminano distese selvagge. Che nebbia! Da oscurare lo spazio e nascondere i nove cieli. Tripitaka, terrorizzato, proteggeva con il suo corpo i sacchi di sutra; Sabbioso aveva il suo daffare a coprire i bagagli e Porcellino si curava del cavallo. Quanto a Scimmiotto, impugnò la sua sbarra a due mani e la mulinò incessantemente contro nemici invisibili, a destra e a sinistra. Era chiaro che la tempesta era segno di creature delle tenebre che volevano impadronirsi delle scritture. Infuriò tutta la notte, e solo verso l'alba accennò a placarsi. Inzuppato da capo a piedi e tutto tremante, il reverendo gridava: "Consapevole del Vuoto, che cosa sta succedendo?" "Maestro, non capite?" rispose Scimmiotto ansante. "Ottenere i sutra è un'impresa che toglie al cielo e alla terra i loro poteri di trasformazione. Voi conseguite una durata pari all'universo, una luce pari al sole e alla luna, la longevità di un'eterna primavera e un corpo imputrescibile nel dharma. Il cielo e la terra non possono sopportarlo. Abbiamo scatenato l'invidia di diavoli e dèi, che ora vorrebbero togliervi i sutra. Ma l'acqua che li inzuppa li appesantisce e il vostro corpo dharmico li protegge: non ci sono tuono, folgore o nebbia che ve li possano strappare. E la sbarra del vostro vecchio Scimmiotto, puro yang, protegge voi. Ora si leva il giorno e ascende il soffio yang: ormai siete al sicuro." Tripitaka e gli altri capirono che cosa era accaduto e ringraziarono calorosamente Scimmiotto. Quando il sole salì in cielo, portarono i sacchi dei sutra in cima a una rupe e li aprirono per far asciugare i rotoli. Ancor oggi si vede la roccia su cui i testi furono stesi al sole. Anche vestiti e calzature furono messi ad asciugare, e i pellegrini saltellarono intorno per riscaldarsi. Ama il sole lo yang, tiene lontano Ogni mostro notturno. Le scritture Zuppe d'acqua non temono la folgore, Né vento o fuoco. Non li può fermare Nessuno. Là dove furono stesi I sutra ad asciugare, e ne permane La traccia, mai potranno ritornare I demoni del buio e dell'orrore. Mentre i quattro pellegrini svolgevano ed esaminavano i loro testi, vennero alla spicciolata diversi pescatori, che li videro e li riconobbero. Uno chiese: "Non sareste per caso i reverendi maestri che passarono il fiume anni fa, mentre andavano in cerca di sutra nel Paradiso dell'Ovest?" "Proprio così" rispose Porcellino. "Tu che ne sai? Come ci hai riconosciuto?" "Lavoro dai Chen." "Abitano lontano da qui?" "Una ventina di li verso sud." "Maestro" propose Porcellino, "che ne direste di portare i sutra a casa loro per farli asciugare? Sarebbe più pratico, avremmo un tetto sopra la testa e troveremmo qualcosa da mangiare. Potremmo chiedere anche un po' di amido per i nostri vestiti." "No" rispose Tripitaka; "vediamo di non perdere tempo. I sutra asciugheranno qui, noi li raccoglieremo e riprenderemo la strada del ritorno." Ma i pescatori si imbatterono in Chen Cheng: "Signor cadetto, i maestri che avevano liberato i vostri figli dal sacrificio, tanti anni fa, sono di ritorno." "Dove li avete visti?" "Stanno sulle rocce in riva al fiume, e stendono sutra al sole per farli asciugare." Chen Cheng corse da loro, seguito dai suoi mezzadri, e si inginocchiò per supplicarli: "Monsignori, ora che avete compiuto la vostra missione e ritornate con le scritture, non potete restar qui all'aperto e rifiutare la mia ospitalità. Vi prego, venite subito nella mia povera capanna!" "Verremo da voi quando i sutra saranno asciutti" rispose Scimmiotto. "Come si sono bagnati?" "Ricordate la tartaruga bianca che ci aveva fatto attraversare il fiume? L'abbiamo nuovamente incontrata, e ci ha traghettato anche questa volta. Ma quando ha saputo che avevamo dimenticato di porre al Buddha certi quesiti per conto suo, ci ha buttato in acqua e se n'è andata." Chen Cheng era tanto insistente che Tripitaka si dovette rassegnare a dargli retta. Raccolse quindi i suoi sutra, ma non si accorse che le estremità di alcuni rotoli di quello sulla vita del Buddha si erano incollate alla roccia, e le strappò inavvertitamente. Questo è il motivo per cui, ancor oggi, il testo è lacunoso; mentre quelle rocce conservano tracce dei preziosi caratteri. "Che peccato!" si desolò Tripitaka. "È colpa nostra: dovevamo metterci più attenzione." "Non importa" ribatté Scimmiotto ridendo. "Nemmeno il cielo e la terra sono completi. Potete star certo che, se il sutra si è strappato, vuol dire che il grande enigma dell'incompiutezza voleva così. Non ci sono né forza né volontà umana che possano farci niente." Mentre seguivano Chen Cheng verso casa sua, la notizia del loro arrivo correva di bocca in bocca: in breve si videro venire incontro tutti gli abitanti del paese, giovani e vecchi. Chen Qing aveva già fatto preparare una tavola di offerte alla porta di casa e aveva arruolato una banda musicale. Venne quindi sull'uscio ad accoglierli, rinnovando i suoi ringraziamenti per il salvataggio dei bambini. Quando furono introdotti venne servito il tè, mentre si preparava il pranzo. Tripitaka non sopportava più il nutrimento terrestre, dopo aver assaggiato la divina cucina del Buddha e aver abbandonato il proprio involucro carnale. L'ostinazione dei due vecchietti fu messa a dura prova per fargli accettare qualche boccone, giusto per complimento. Scimmiotto, che del resto non era mai stato un gran mangiatore di cibi cucinati, presto respinse il piatto e disse: "Ne ho abbastanza." Anche Sabbioso si fermò dopo pochi bocconi. La cosa incredibile fu che Porcellino non sembrava più lui, e posò la ciotola. "Non hai appetito, bestione?" chiese il Novizio. "Non mi era mai capitato, ma mi sento lo stomaco debole." Sparecchiata la tavola, si avviò la conversazione con molte domande sulla conclusione della cerca dei sutra, cui seguì il minuzioso racconto dell'avvenuto. Infine Tripitaka voleva congedarsi. Ma i vecchi e le loro famiglie non volevano lasciarli ripartire. "Non sapevamo come sdebitarci della profonda gratitudine che vi dobbiamo per la salvezza dei nostri figli, e non abbiamo trovato di meglio che costruire un santuario, chiamato Salvataggio della Vita, nel quale vi dedichiamo un culto." I ragazzi Protetto di Guan e Bilancia Colma d'Oro si vennero a prosternare, e li invitarono a visitare il santuario. Quando vi giunsero, scoprirono che i Chen vi avevano organizzato un altro banchetto; si sedettero a tavola, e già ricevevano un altro invito a pranzo; impugnarono le bacchette, e giunse un terzo invito. E così via: Tripitaka non osava dir di no per non deludere nessuno. Il santuario comprendeva un bell'insieme di edifici: Un lindo vialetto di ghiaia rossa, grazie agli sforzi dei donatori, porta a una torre e a una terrazza, poste in risalto da due ali laterali. Riquadri e battenti vermigli, un tesoro di sette piani finemente traforato. Effluvi profumati salgono al cielo, una pura luce illumina il luogo. Ai giovani cipressi occorrono ancora abbondanti annaffiature; i piccoli pini formeranno un boschetto. Dalla rupe una cascata scende a mescolare le sue acque con il Fiume Comunicante con il Cielo. Sullo sfondo, la catena di montagne si estende fino a raggiungere il drago della terra. Per concludere la visita salirono sulla torre e ci trovarono quattro statue che li rappresentavano. Porcellino mormorò a Scimmiotto: "Il tuo ritratto è proprio somigliante." "Anche il tuo" disse Sabbioso. "Quello del maestro, forse, è un po' idealizzato." "Va benissimo" ribatté Tripitaka. "È somigliante anche il mio." Quando scesero, trovarono allestito sotto il portico un nuovo banchetto. "Che ne è stato del Tempio del Grande Re, che c'era una volta?" chiese Tripitaka. "Lo demolimmo subito" risposero i vecchi. "Da quando abbiamo costruito questo santuario, abbiamo goduto ogni anno di raccolti abbondanti, grazie alla benefica protezione delle vostre signorie." "Noi non c'entriamo; è merito del cielo" commentò ridendo Scimmiotto. "Questo non significa che non penseremo a proteggere tutte le famiglie del villaggio, per assicurare numerosi discendenti, la riproduzione dei sei animali domestici e le condizioni del tempo più adatte per la campagna." Tutti ringraziavano e si prosternavano. Si era formata una lunga coda di persone che volevano offrire frutta e altri cibi. "Dov'è finita la mia buona fortuna?" esclamava Porcellino. "Quand'ero di buon appetito, non ricevevo più di dieci inviti per volta. Ora che sono diventato inappetente, gli inviti non finiscono più." Ed esercitava la sua inappetenza a vuotare otto o nove piatti di verdure, e divorare qualche diecina di grandi pani. Non ne potevano più, ma la gente continuava ad affluire per invitarli. "Siamo confusi da tante attestazioni di affetto" ripeteva Tripitaka, "ma vi prego: per questa sera basta così. Ci rivedremo domattina." La notte era già avanzata. Tripitaka si installò in atteggiamento di meditazione ai piedi della torre, con i suoi preziosi sutra davanti agli occhi. Verso la terza veglia bisbigliò a Scimmiotto: "Come dice l'adagio: L'uomo vero non si mostra, chi si mostra non è l'uomo vero. Temo che, se ci lasciamo invischiare da questa gente, possiamo compromettere l'essenziale." "Avete ragione, maestro. Approfittiamo della notte, mentre tutti dormono, per filarcela con discrezione." Porcellino e Sabbioso erano pronti; persino il cavallo sembrava condividere i loro pensieri. Dunque si alzarono senza fare rumore, caricarono il cavallo, misero in spalla i bilancieri e si diressero verso l'uscita. Il portone era chiuso, ma Scimmiotto lo aprì usando la magia che scioglie le catene. Quando uscirono e si misero in cerca della strada verso l'est, gli otto vajrapani li chiamarono dal cielo: "Ehi, fuggiaschi! Da questa parte!" Il reverendo si sentì sollevare da un turbine di vento profumato. È il caso di dirlo: L'elisir ti consente La tua forma verace. Con corpo sano e forte Saluterai il sovrano. Se poi non sapete come avvenne l'incontro con l'imperatore dei Tang, ascoltate il prossimo capitolo, che sarà l'ultimo. 第100回 RITORNO E APOTEOSI · OVE I CINQUE, IN UNA SOLA TAPPA, RITORNANO NELLE TERRE DELL'EST E DIVENGONO VERI SANTI, CONSEGUENDO IL NIRVANA. Quando la gente raccolta nel santuario dei Chen si svegliò, all'alba, e si avviò a offrire la frutta e i cibi che aveva preparati, non trovò più il monaco cinese ai piedi della torre. Si interrogarono e cercarono intorno smarriti, senza trovare nessuno. "Quei buddha viventi ci sono sfuggiti!" Non restò loro che recare le offerte in cima alla torre e bruciare carta moneta. D'allora in poi celebrarono scrupolosamente i quattro grandi sacrifici dell'anno e i ventiquattro minori. Inoltre non trascorreva giorno senza che qualcuno bruciasse incenso per impetrare protezione da pericoli, guarigioni, matrimoni o discendenza. Bruciaprofumi ardono senza sosta, Fiamma perenne in lampade di giada. Quanto ai portatori di folgore e ai quattro pellegrini, in breve tempo giunsero in vista della capitale Chang'an. L'imperatore Taizong, che aveva accompagnato alla partenza il monaco Tripitaka tre giorni prima della luna piena del nono mese del tredicesimo anno dell'Era Contemplazione della Virtù, fin dal sedicesimo anno aveva fatto costruire la torre Attesa delle Scritture al passo di Xi'an. Taizong vi si recava puntualmente una volta l'anno, nella speranza che l'attesa si compisse. Là si trovava quel giorno, quando vide il cielo a occidente incendiarsi di riflessi colorati di buon augurio, mentre spirava una brezza profumata. I vajrapani si erano fermati in cielo e spiegavano a Tripitaka: "Santo monaco, qui sotto c'è la città di Chang'an. Noi non possiamo scendere, perché i suoi abitanti sono furbi e ci riconoscerebbero subito. Tutto sommato sarà meglio che neppure il grande santo Scimmiotto e i suoi compagni scendano giù. Fate voi un salto a consegnare le scritture al vostro sovrano; noi vi aspettiamo qui, per ritornare insieme a voi e render conto della missione compiuta." "Non è un suggerimento pratico" obiettò Scimmiotto. "Come farebbe il maestro a portare i sutra? E non sa nemmeno condurre il cavallo, che lo deve pur aiutare. Bisogna che provvediamo noi. Abbiate la pazienza di aspettarci, e state certi che non faremo ritardi indebiti." "Ricordatevi che Guanyin si è impegnata con il Buddha a concludere andata e ritorno in otto giorni, per completare la cifra del canone. Sono già trascorsi più di quattro giorni; non vorremmo che venisse a galla l'avidità di Porcellino e ci facesse superare il tempo assegnato." "Ma quale avidità, maleducati!" replicò Porcellino ridendo. "Il maestro è diventato un buddha, e spero di riuscirci anch'io. Non vi faremo ritardare." Il bestione si mise in spalla il bilanciere, Sabbioso tirò il cavallo e Scimmiotto prese per mano il maestro; abbassarono la loro nuvola e presero terra accanto alla torre Attesa delle Scritture. Taizong e il suo seguito scesero dalla torre ad accoglierli: "Eccovi arrivato, caro fratello!" Tripitaka si inchinò fino a terra. Taizong lo aiutò a rialzarsi con le sue mani e gli chiese: "Chi sono quei tre?" "Sono i discepoli che ho ricevuto lungo il cammino." "Sellate un cavallo della mia carrozza" ordinò l'imperatore agli ufficiali del seguito, "e pregate mio fratello di montarlo. Ritornerò a corte con lui." Tripitaka lo ringraziò della condiscendenza e si mise in sella. Il grande santo lo seguiva roteando la sua sbarra cerchiata d'oro; Porcellino e Sabbioso portavano i bagagli e reggevano le briglie del cavallo-drago. Fu così che fecero il loro ingresso a Chang'an, al seguito della carrozza imperiale. Fu festeggiato con un gran banchetto A cui partecipò tutta la corte Quel ritorno dall'Ovest. Anni prima Al bonzo che officiava il grande rito Funebre, fu affidata una missione Con le dovute credenziali. I sutra Sono stati concessi ai viaggiatori. Compiuta la penosa distruzione Dei diavoli, e compiuta la missione, Ritorna e viene ricevuto a corte. Quella mattina i monaci del Monastero di Vasta Benedizione di Chang'an constatarono sorpresi che i pini accanto all'ingresso rivolgevano le loro chiome a oriente. "È strano!" esclamavano. "Come avranno fatto a deformarsi in quel modo? Durante la notte non ha nemmeno soffiato il vento." Uno di loro, antico discepolo di Tripitaka, gridò: "Indossiamo subito gli abiti da cerimonia! Il maestro in cerca delle scritture è ritornato!" "Come lo sai?" "L'anno in cui partì, ci disse: 'Qualche anno dopo la mia partenza, terrete d'occhio i rami di questi pini; quando si volgeranno a oriente, il mio ritorno sarà prossimo.' E le parole del nostro maestro sono sante parole di un buddha." Si vestirono subito e uscirono dal convento; quando giunsero nel viale occidentale, lo trovarono pieno di folla. La gente diceva: "È ritornato l'uomo che era partito alla ricerca delle scritture. Sua maestà, il Signore di Diecimila anni, gli è andato incontro e lo accompagna in città." I monaci si affrettarono e videro il corteo imperiale, ma non osarono avvicinarsi: si accontentarono di seguirlo a distanza. Il corteo sfilò fino all'ingresso del palazzo imperiale; Tripitaka fu introdotto, mentre i discepoli e il cavallo-drago restavano in attesa ai piedi della scalinata. Taizong ordinò che suo fratello sedesse accanto a lui, e ne fu profusamente ringraziato. Poi Tripitaka fece trasmettere la richiesta di portare i sutra; i discepoli entrarono nella sala e Scimmiotto consegnò le scritture all'ufficiale di servizio. "Quanti sono? Come li avete ottenuti?" chiese l'imperatore. "Arrivati al Monte degli Avvoltoi, il Buddha ebbe la bontà di invitarci a pranzo e ordinò ad Ânanda e Kâsyapa di consegnarci le scritture; ci chiesero una mancia, ma noi non l'avevamo preparata. Quando ripartimmo con i sutra, un vento diabolico li disperse; il mio giovane discepolo riuscì a raccoglierli, ma ci accorgemmo che erano rotoli bianchi, senza segno di scrittura. Che spavento! Ritornai dal Buddha a implorarlo, e lui disse: 'Per recitare qualche rotolo di sutra sono state chieste trentatré pinte di polvere d'oro, ma è un prezzo inadeguato.' Dunque era al corrente delle pretese dei suoi rispettati discepoli, e non le condannava: per avere rotoli scritti, mi toccò dare la ciotola d'oro che vostra maestà mi aveva regalato. Ho ricevuto una scelta tratta da trentacinque diverse opere; in totale sono 5048 rotoli: e questo sarà il canone." Taizong fu soddisfatto delle spiegazioni, e ordinò al servizio dei banchetti di aprire il padiglione orientale per prepararvi un grande festino di ringraziamento. A questo punto, notò lo strano aspetto dei tre discepoli e commentò: "I vostri eminenti discepoli hanno davvero un'aria esotica." Il reverendo si prosternò: "Il più anziano si chiama Scimmiotto, in religione Consapevole del Vuoto, detto il Novizio. È originario della Grotta del Sipario Torrenziale sul Monte di Fiori e Frutti, nel paese di Aolai nel continente orientale. Il Buddha lo aveva chiuso in un cofano di pietra sotto una catena di montagne, al confine occidentale del nostro paese, per certi disordini che aveva provocato in paradiso cinquecento anni fa. Si è convertito grazie alle esortazioni di Guanyin. Quando sono arrivato da quelle parti, l'ho liberato. Devo molto alla sua protezione. Porcellino, in religione Consapevole delle Proprie Capacità, detto Otto Divieti, viene dalla Grotta della Passerella di Nuvole, sui monti Fuling. Quando l'ho incontrato, faceva il mostro nel villaggio dei Gao, nel Tibet; anche lui era stato preparato da Guanyin, e ho potuto assumerlo grazie all'aiuto del Novizio. Ha portato i bagagli per tutto il viaggio, ed è uno specialista nella traversata di corsi d'acqua. Il terzo discepolo si chiama Sabbioso, in religione Consapevole della Purezza; era una creatura malefica del Fiume delle Sabbie Mobili, convertito da Guanyin. Quanto al cavallo, non è quello che mi aveva donato vostra maestà." "Come mai?" si stupì Taizong. "Ha lo stesso aspetto." "Quel cavallo fu divorato da un drago al Torrente del Dolore dell'Aquila, sul Monte del Serpente Acciambellato. Il Novizio interpellò Guanyin e seppe che si trattava del figlio del drago dei mari occidentali; anche lui aveva i suoi trascorsi, e la pusa lo aveva convinto a riscattarli e a rifarsi una vita servendomi in qualità di cavalcatura. Nell'andata ha portato me, nel ritorno la maggior parte dei sutra. Ha saputo superare ripide cime e passi pericolosi: devo molto alla sua forza." Taizong li elogiò senza riserve e domandò: "A conti fatti, quale distanza avete dovuto coprire?" "Guanyin diceva che si trattava di cento ottomila li; io confesso di non aver tenuto il conto. So che sono trascorsi quattordici inverni e quattordici estati, e che un giorno dopo l'altro ci trovavamo davanti montagne, o immense foreste, o gran distese d'acqua. Abbiamo attraversato molti regni: vi mostrerò i loro visti sul passaporto. - Discepoli, presentate a sua maestà i nostri documenti." Taizong spiegò il passaporto e lesse: 'Rilasciato tre giorni prima della luna piena del nono mese del tredicesimo anno dell'Era Contemplazione della Virtù.' Commentò sorridendo: "Che lungo viaggio! Ormai siamo nell'anno ventisettesimo." Guardò con curiosità i sigilli dei paesi degli Elefanti Sacri, del Gallo Nero, di Carrolento, del Paese delle Donne dei Liang dell'Ovest, di Jisai, di Viola Porpora, di Cammello Leone, di Bhiksu, di Distruzione della Legge, oltre ai timbri delle prefetture di Fengxian, Yuhua e Come l'Oro. Alla fine dell'esame, il documento fu restituito. Quando l'ufficiale di servizio annunciò che il pranzo era servito, l'imperatore scese dal trono e prese Tripitaka per mano: "Non mi pare che i vostri discepoli siano molto pratici di etichetta. Sanno stare a tavola?" "Vostra maestà consideri che appartengono al ceto dei mostri di campagna: non hanno familiarità con le finezze della sacra corte cinese. Oso sperare che vostra maestà vorrà essere indulgente." "Ma certo, non me la prenderò" rispose Taizong sorridendo. "Sono senz'altro scusati, e invitati a partecipare al banchetto nel padiglione orientale." Tripitaka tornò a ringraziare sua maestà di tutte le sue bontà e fece segno ai tre di seguirlo. Quando entrarono nella sala del banchetto, si resero conto che il grande impero della Cina non aveva uguali: Le porte sono parate di ricami dai vivi colori, il suolo è coperto di tappeti rossi. Intensi e rari profumi salgono da piatti ricercati. Le tazze sono d'ambra, le coppe di cristallo, filigranate d'oro e incastonate di giada. Piatti d'oro giallo, ciotole di giada bianca con disegni scolpiti. Teneri navoni, colocasie candite, splendidi funghi dolci, alghe finissime, vassoi di germogli di bambù allo zenzero, malva al miele. Glutine di grano con foglie tenere di cedrela, orecchiette avvolte in formaggio di soia, vari tipi di felci in polvere, radici pepate, fettine di zucca alla senape. E le frutta sono ancor più varie e ricercate delle verdure: palline e frittelle di cachi secchi, litchi e castagne d'acqua, marroni di Xuanzhou, giuggiole dello Shandong, ginkgo del sud, pere testa di lepre, nocciole, pinoli, semi di loto, uva gigante, noci di torreya, grani di melone, olive di Cina, mele verdi, frutti della sabbia, sagittarie, tenere radici di loto, prugne e corbezzole: non mancava niente. Si aggiungano i pasticcini al miele e al burro, i vini densi, i tè profumati e tanti insoliti sapori. Non si finirebbe mai di descrivere le mille ghiottonerie per cui il grande impero della Cina si differenzia dai barbari dell'Ovest. L'imperatore Taizong sedette al centro; il maestro, i discepoli e i mandarini civili e militari presero posto secondo il rango a sinistra e a destra. Si eseguirono canti e danze solenni. La giornata trascorse piacevolmente. È degna l'assemblea di Tang e Yu, Benedetta dai sutra conseguiti. Prosperità è assicurata per sempre, Dalla luce del Buddha rischiarata. Al cader della sera tutti resero grazie all'imperatore e si ritirarono. Tripitaka rientrò nel Monastero di Vasta Benedizione, dove i monaci lo accolsero prosternandosi: "Maestro, non avevamo dimenticato le vostre parole. Quando i rami dei pini si sono volti a oriente, vi siamo corsi incontro." Il reverendo era allegro e soddisfatto, mentre si installava nella cella del superiore. Porcellino, questa volta, non fece baccano per avere riso o tè; Scimmiotto e Sabbioso erano addirittura gravi e riservati. L'ottenimento della Via aveva spento la loro aggressività. Presto se ne andarono a dormire. L'indomani Taizong tenne udienza e dichiarò: "Abbiamo trascorso una notte insonne, a pensare all'impresa di nostro fratello, così grande e gravida di conseguenze che è impossibile ricompensarla adeguatamente. Abbiamo pensato qualche parola di debole ringraziamento, un rozzo discorso che non è ancora stato messo per iscritto. Lo detteremo al funzionario di servizio del segretariato imperiale." E dettò quanto segue(82): Sappiamo che i due princìpi creano le immagini che si manifestano fra il cielo che ricopre e la terra che regge; esse sono i contenitori della vita. Mentre le quattro stagioni, con l'azione segreta del freddo e del caldo, trasformano ogni cosa pur senza manifestarsi in modo visibile. Perciò l'esame del cielo e l'osservazione della terra consentono agli ignoranti di comprenderne l'origine, mentre i saggi raramente ne penetrano le combinazioni, anche se hanno ben chiaro lo yin e conoscono a fondo lo yang. Cielo e terra, che inglobano yin e yang, sono facili da capire perché si manifestano per immagini. Yin e yang, che pure sono la sostanza di cielo e terra, sono difficili da penetrare perché non si vedono. Anche il più stupido sa orientarsi davanti alle immagini; anche il più sapiente può ingannarsi nelle cose invisibili. Quanto più difficile è la Via del Buddha, che esalta il vuoto, mostra il buio e domina il silenzio, per soccorrere ogni specie di esseri e dominare i dieci orienti! Ineguagliati sono l'efficacia del suo prestigio e la forza dei suoi poteri; essa è grande da contenere l'universo, e fine da non lasciarsi sfuggire il granello invisibile. Non muore e non nasce, attraversa senza età migliaia di kalpa. Nascosta o manifesta, essa porta con sé mille benedizioni, che non hanno smesso di crescere fino ai nostri giorni. È una Via segreta che cristallizza i misteri: chi la segue non ne conosce i confini. La Legge scorre imbevuta di silenzio. Ti chini su di lei: dove sarà la sua sorgente? Come potrebbero i mortali, sciocchi e rozzi, tuffarvisi senza dubbi e confusioni? L'eminente dottrina è nata nelle terre dell'Ovest. Ha raggiunto la corte dei Han mediante un sogno splendente(83), che illumina i territori dell'Est e vi riversa l'onda della compassione. In quegli antichi tempi, quando i segni erano precisi e la gente vi poneva attenzione, ancor prima che la dottrina si diffondesse in parole, il mondo cambiò. Dove i segni si mostravano, gli uomini si volgevano alla virtù e sapevano onorarla. Ma quando Egli raggiunse il nirvana e l'ombra si stese su di lui, allontanandolo dal mondo, cessò di rischiarare il chiliocosmo; la doratura delle statue nascose il suo vero volto. Invano quattro volte otto magnifici ritratti riprodussero i suoi lineamenti. Fu allora che divenne necessario diffondere le sue sottili parole, per salvare uomini e animali dai tre cammini della perdizione. L'insegnamento verbale che di lui era rimasto fu diffuso per guidare gli esseri lungo le dieci tappe della salvezza. Le scritture del Buddha si dividono in Grande e Piccolo Veicolo. Inoltre ci sono: la legge, la trasmissione dell'errore e l'arte della magia, bianca e nera. Il nostro monaco, il maestro della Legge Xuanzang, è capo e guida della scuola buddista. Fin dall'infanzia ha esercitato la sua attenzione e la sua intelligenza, ed è giunto precocemente a comprendere la triplice vacuità. È cresciuto in purezza intellettuale e ha praticato la condotta che richiede quattro specie di pazienza. Non vi sono brezza fra i pini o riflesso di luna sull'acqua paragonabili alla purezza della sua persona; né rugiada di immortali o luminosità di perla che irraggino la sua luce. La sua saggezza supera le relazioni umane, il suo spirito sonda l'informe. Ha trasceso le impurità dei sei sensi con un volo così alto da spanderne lontano il profumo. Rifletteva desolandosi delle deformazioni che la giusta Legge subiva. Spingeva i suoi pensieri alla porta dei misteri, deplorando gli errori che si trovavano anche nei testi meglio recensiti. Voleva riordinare le argomentazioni in base a ciò che aveva appreso, espungere il falso e convalidare il vero, per insegnare la retta via a chi venisse dopo di lui. Perciò il cuore e lo spirito lo spingevano verso un pio viaggio nei puri territori d'Occidente. Partì con il suo bastone di viaggio per solo compagno, sfidando i remoti pericoli. La neve accumulata nelle albe fredde, o turbinante nella tormenta, gli avrà nascosto la strada; le tempeste di sabbia, nei pomeriggi afosi, gli avranno oscurato il cielo. Ha dovuto percorrere mille leghe di montagne e di fiumi, attraversare fumo e nebbia, sfidare pioggia e gelo. Ma era così ardente nel perseguire la meta, che le prove più dure gli sembravano lievi. Per quattordici anni ha percorso l'universo occidentale nella sua ricerca della giusta dottrina, attraversando tutti quei paesi stranieri. Ha visitato i luoghi sacri(84) ; nel Parco delle Gazzelle e sul Picco degli Avvoltoi ha contemplato esotiche bellezze. Ha ricevuto le ultime parole dei santi di altri tempi e la dottrina autentica dei saggi più eminenti; ha esplorato sublimi meraviglie e penetrato reconditi misteri. La sua mente ha offerto campo aperto alla Via dei tre veicoli e dei sei comandamenti. L'intero contenuto di cento cofani di canoni scorre dalle sue labbra come un vasto fiume. Non si contano i paesi che ha percorso; ma i sutra che ha riportato sono in numero finito. Ha ottenuto complessivamente trentacinque opere capitali del Grande Veicolo, per un totale di 5048 rotoli, da tradurre e diffondere in Cina. Ha il merito insuperabile di avere portato le nubi della compassione dall'estremità dell'Occidente a bagnare con la pioggia della legge questo angolo sperduto d'Oriente. La santa dottrina, che era fortemente lacunosa, è restaurata. La moltitudine peccatrice ritrova la buona fortuna: un'acqua redentrice spegne l'incendio che bruciava la casa e salva l'umanità smarrita. Questo raggio d'oro trarrà tutti, attraverso acque torbide e agitate, in salvo sull'altra sponda. Bisogna tener presente che la caduta è determinata dall'accumularsi di cause malvagie, mentre il bene è fattore di ascesa. L'uomo ne è responsabile con i suoi atti. Perché il cinnamomo che cresce sulla rupe produca fiori, gli occorrono nubi e rugiada; la sporcizia della palude non contamina le foglie del loto che vi cresce. Infatti il loto si attiene a ciò che è puro e pulito, e non si lascia toccare da ciò che è sudicio. Persino le inconsapevoli piante raggiungono il bene accumulando il bene; a maggior ragione coloro che godono delle relazioni umane. Non saranno lieti di perseguire la felicità mediante fattori felici? Possano le autentiche scritture diffondersi, e spargere all'infinito i loro benefici come il sole e la luna. Possano quei benefici estendersi e durare a lungo, quanto il cielo e la terra. Quando la dettatura ebbe termine, fu convocato il santo monaco. Il reverendo attendeva alla porta per poter ricominciare i suoi ringraziamenti. Quando entrò eseguì con molta concentrazione il rituale delle prosternazioni. Taizong lo fece pregare di salire accanto a lui e gli porse lo scritto. Il reverendo lesse e ricominciò a ringraziare: "Lo stile di vostra maestà è elevato come nei tempi antichi; l'argomento è sottile e profondo. Ma vorrei sapere come si intitola." "Caro fratello, l'ho pensato stanotte per esprimervi la mia gratitudine. Il titolo è: Prefazione alla santa dottrina, ma non so se vi piacerà." Il reverendo si prosternò e andò avanti con i ringraziamenti. Taizong disse: "I nostri talenti valgono meno delle belle tavolette di giada su cui sono espressi, le nostre parole non sono adatte per iscriverle su bronzo e pietra. Quanto ai classici esoterici, ci confessiamo ignoranti. Questo testo dettato di getto è proprio maldestro, scarabocchi d'inchiostro su tavolette d'oro, frammenti di tegole in una foresta di perle. A ripensarci con un po' di modestia, provo vergogna. Non merito davvero i vostri elogi e la pena che vi date per ringraziarmi." Questo fu il testo composto dall'imperatore Taizong, che si trova premesso al sutra del Cuore. Davanti alla composizione imperiale sulla santa dottrina, i mandarini presenti si congratularono, si prosternarono e corsero a diffonderne copie, dentro il palazzo e fuori. "Non ci recitereste qualcuna delle autentiche scritture?" suggerì l'imperatore. "Maestà" rispose il reverendo, "queste cose si devono fare in luogo consacrato. Il palazzo non è un posto adatto." Taizong si rivolse agli ufficiali di servizio: "Qual'è il più impeccabile monastero di Chang'an?" Il grande letterato Xiao Yu fece un passo avanti e rispose: "Il monastero della Pagoda dell'Oca Selvatica." Taizong ordinò: "Prendete dunque qualche rotolo dei sutra autentici e accompagnatemi alla Pagoda dell'Oca Selvatica. Prego nostro fratello di venire con noi a leggerci le scritture." "Discepoli, seguitemi" ordinò il reverendo. E, rivolto a Taizong: "Se vostra maestà vorrà diffondere le scritture, converrà che ne faccia preparare delle copie. Bisognerà conservare gli originali come tesori, da maneggiare con precauzione." "Seguiremo le vostre istruzioni, fratello" rispose sorridendo Taizong. Ordinò dunque che la Foresta dei documenti e l'ufficio delle redazioni procedessero alla copiatura. Stabilì inoltre che a est della città si erigesse un nuovo Monastero delle Copie. Il carro imperiale si mosse verso la Pagoda dell'Oca Selvatica, seguito dai mandarini che portavano rispettosamente fasci di sutra. Era stato preparato un alto pulpito per la predicazione, su cui il reverendo salì. Ma in quel momento si diffuse nell'aria un intenso profumo, il cielo si squarciò e vi apparvero gli otto giganteschi portatori di folgore: "Reverendo, bando alle prediche! Posate i sutra! È ora di partire!" I tre discepoli e il cavallo già cominciavano a innalzarsi. Il reverendo posò il sutra che teneva in mano e dall'alto del pulpito salì dritto al nono cielo. Taizong e il suo seguito si prosternarono e pregarono. Ottenuti quei sutra in capo a dure prove Dopo quattordici anni di viaggio ad Occidente, Dopo tanto soffrire sopra le aspre montagne Ed acquisiti nove volte nove gran meriti, Riempiendo il Chiliocosmo, vengono ricondotti Fra gli eletti. Le terre dell'Est di loro serbano I sutra riportati. Monaci eminenti vennero incaricati di celebrare una grande cerimonia dell'acqua e della terra nel Monastero dell'Oca Selvatica, per recitare i sutra autentici del grande canone, in modo da liberare i dannati dalle loro sofferenze e diffondere per l'universo il beneficio ricevuto. Copie dei testi furono diffuse in tutto l'impero. Intanto gli otto vajrapani avevano ricondotto i pellegrini e il cavallo sul Monte degli Avvoltoi, in tempo per rispettare il termine assegnato di otto giorni. Le divinità della montagna santa si erano raccolte davanti al Buddha per udirlo predicare. I vajrapani introdussero maestro e discepoli e riferirono al Beato: "In conformità dei vostri ordini, abbiamo scortato il santo monaco e i suoi compagni nel paese dei Tang, perché consegnassero i sutra. Vi rendiamo quindi l'ordine ricevuto in lettere d'oro." Gli interessati si fecero avanti per essere investiti delle loro nuove funzioni. "Santo monaco" dichiarò solennemente il Buddha, "nella tua vita anteriore tu fosti il mio secondo discepolo Cicala d'Oro. La tua vera anima fu bandita in una reincarnazione nelle terre dell'Est perché eri stato disattento, e con ciò avevi spregiato il mio eminente insegnamento della Legge. Ora ritorni felicemente, dopo aver scrupolosamente conservato la nostra fede e aver acquistato i più alti meriti con la tua cerca delle autentiche scritture. Il tuo attaccamento alla nostra dottrina ti vale il giusto frutto di un'alta promozione: io ti nomino Candana buddha Pieno di Meriti e di Virtù. "Consapevole del Vuoto, avevi provocato gravi disordini nei palazzi del Cielo e io, con la profondissima potenza della Legge, ti avevo immobilizzato sotto la Montagna dei Cinque Elementi. Per fortuna, al termine della prova voluta dal Cielo, ti sei convertito alla dottrina buddista. Mi sono rallegrato della tua applicazione a contenere il male ed espandere il bene. Hai acquistato meriti assoggettando lungo la strada diavoli e creature malefiche. Per la fedeltà che hai dimostrato da un capo all'altro del viaggio, hai meritato il giusto frutto di un'eminente promozione: ti nomino buddha della Vittoria in Battaglia. "Consapevole delle Proprie Capacità, tu eri una divinità acquatica, Ammiraglio dei Canneti Celesti. Per esserti permesso confidenze con la fata della luna ed esserti ubriacato alla Festa delle Pesche d'Immortalità, fosti condannato a reincarnarti nel mondo di Sotto nel corpo di un maiale. Nonostante i numerosi peccati commessi quando vivevi nella Grotta della Passerella di Nuvole dei Monti Fuling, hai difeso in qualche modo la forma umana e alla fine sei passato alla nostra eminente dottrina. Entrato nella comunità monastica, hai protetto il santo monaco, malgrado il tuo spirito limitato e una sensualità che non sei mai riuscito a dominare completamente. Per i meriti che hai ottenuto portando pesanti fardelli, ti conferisco il giusto frutto di una promozione al posto di Delegato alla Pulizia degli Altari." "Ma come!" brontolò Porcellino. "Loro diventano dei buddha. Perché io devo fare lo spazzino?" "Per riempire la tua gran bocca e il tuo grosso ventre" rispose il Buddha. "Devi considerare che, al mondo, gli ammiratori della nostra dottrina sono tanti, e a ogni cerimonia portano molte offerte. Finite le cerimonie, tutte quelle buone cose spetteranno a te. Di che cosa ti lamenti? "Consapevole della Purezza, tu fosti Generale delle Cortine Arrotolate e fosti bandito nel mondo di Sotto per aver rotto una coppa di cristallo. Caduto nel Fiume delle Sabbie Mobili, peccavi mangiando esseri umani; ma poi ti sei felicemente convertito alla nostra dottrina e l'hai conservata con sincero rispetto, proteggendo il santo monaco. I meriti che hai conseguito scalando montagne e guidando il cavallo ti valgono il giusto frutto di un'eminente promozione: ti nomino arhat dal Corpo Dorato." A questo punto il Buddha si rivolse al cavallo bianco: "Tu sei figlio del re drago Aojun del mare occidentale. Ti sei reso colpevole di empietà disubbidendo a tuo padre, ma dopo la tua felice conversione alla nostra Legge e adesione alla comunità, hai acquistato meriti trasportando il santo monaco. Se i sutra sono giunti nell'Est è anche merito tuo. Ti conferisco il giusto frutto del posto di cavallo-drago celeste; sarai una delle otto creature eccezionali." I quattro pellegrini si prosternarono, e anche il cavallo manifestò la debita gratitudine per i favori accordati. Il Buddha ordinò a un rivelatore di portare il cavallo dietro la vetta del Monte degli Avvoltoi, al lago Trasformazione del Drago. Il cavallo vi s'immerse e mutò forma: sul capo gli spuntarono corna di drago, la pelle si coprì di scaglie dorate, una barba d'argento ornò il suo mento e le guance. Un'aura di buon augurio lo avvolse mentre saliva in alto sfoderando i lunghi artigli delle quattro zampe, e si attorceva alla colonna Omaggio agli Splendori del Cielo che si trova all'ingresso del monastero. Mentre i buddha lodavano l'eminente Legge del Beato, Scimmiotto si rivolse al monaco cinese: "Maestro, ora che siamo colleghi buddha, non penserete mica di continuare a farmi portare il cerchio d'oro. O magari vi piacerebbe ripetere l'incantesimo per stringerlo? Mi farete il piacere di recitare la formula che lo apre, e io lo farò a pezzi perché quella vecchia pusa maligna non sia tentata di usarlo per giocare brutti tiri a qualcun'altro." "Non portarmi rancore. A quei tempi eri difficile da maneggiare; bisognava pure adottare qualche mezzo speciale per tenerti sotto controllo. Ora che sei buddha, il cerchio è scomparso: non poteva certo rimanerti incrostato sulla testa. Tocca e verifica." Scimmiotto si palpò la testa: il cerchio non c'era più. Il buddha Candana, il buddha della Battaglia, il Delegato alla Pulizia e l'arhat dal corpo d'oro si godevano il giusto frutto; il cavallo-drago aveva raggiunto il nirvana. La realtà torna in polvere. Rinnòvati, Unito ai quattro stati. Gli elementi Ricadono nel vuoto e nel silenzio, E così i vani nomi dei demoni. Ha raggiunto Candana il Gran Risveglio, Alto su ogni pericolo. Si spargono Ovunque i sutra sulla terra. I cinque Di non-dualità giungono in vetta. I cinque presero il loro posto fra gli infiniti convenuti ad ascoltare la predica del Buddha: buddha e pusa, santi monaci, arhat, rivelatori, bhiksu, upâsaka e upâsikâ, divinità di grotte e di montagne, grandi dèi, guardiani, protettori, dèi del giorno e della notte, tudi, maestri e immortali che avevano ottenuto la Via. Nubi iridate intorno al Picco degli Avvoltoi, nuvole di buon augurio si accumulano sopra il mondo della gioia assoluta. I draghi d'oro dormono in luogo appartato, la tigre di giada riposa. Lepri nere vanno e vengono, tartarughe strisciano, serpenti si annodano. Fenici verdi e rosse svolazzano allegre. Gibboni neri e cervi bianchi scorrazzano a piacimento. Fiori straordinari delle otto festività, divini frutti delle quattro stagioni, pini alteri e antichi ginepri, cipressi azzurri e bambù smeraldini, prugni di ogni colore, fiori e frutti, pesche che maturano da diecimila anni. Mille fiori, mille frutti che rivaleggiano in fascino e bellezza sotto un cielo coperto da brume di buon augurio. La folla, a mani giunte, recitava in coro: "Namo buddha che accende la lampada dell'antico passato, Dipamkara buddha. Namo buddha re del cristallo splendente, maestro dei medici, Bhaisajyavaidûrya-prabhâsa-râja buddha. Namo buddha saggio dei Sâkya, Buddha Sâkyamuni. Namo buddha del passato, presente e futuro. Namo buddha di pura gioia. Namo buddha Vairocana. Namo buddha del sacro stendardo, Ratnadhvaja-râja buddha. Namo rispettato buddha Mile, Maitreya buddha. Namo buddha Emituo, Amithâba buddha. Namo buddha di longevità senza limiti, Amitâyus buddha. Namo buddha che conduce alla verità del nirvâna. Namo buddha dell'indistruttibile diamante. Namo buddha di luce preziosa, Ratnaprabhâsa buddha. Namo buddha onorevole re drago, Nâgarâja buddha. Namo buddha del progresso del bene. Namo buddha del prezioso splendore della luna, Candraprabha buddha. Namo buddha che manifesta l'assenza di ignoranza. Namo buddha Poliuna, Varuna buddha. Namo buddha Naluoyan, Nârâyana buddha. Namo buddha di meriti e virtù, Punyapuspa buddha. Namo buddha di meriti, talenti e virtù. Namo buddha di buon vagabondaggio, Svâgata buddha. Namo buddha dello splendore del legno di sandalo, Candanapunya buddha. Namo buddha della bandiera di gioielli, Manidhvaja buddha. Namo buddha del lume della torcia di sapienza. Namo buddha della chiarezza delle virtù del mare. Namo buddha dello splendore di grande compassione. Namo buddha re della potenza della compassione, Maitrîbala-râja buddha. Namo buddha capo dei saggi e dei buoni. Namo buddha di vasta dignità, Vyûharâja buddha. Namo buddha dello splendore della virtù dell'oro. Namo buddha dei chiari talenti. Namo buddha vincitore di saggezza. Namo buddha dello splendore della pace del mondo. Namo buddha dello splendore del sole e della luna. Namo buddha del perlaceo splendore del sole e della luna. Namo buddha re vittorioso della bandiera di sapienza. Namo buddha del meraviglioso suono, Sughosa buddha. Namo buddha della bandiera di luce perpetua. Namo buddha della lampada che contempla il mondo. Namo buddha re vincitore della Legge, Dharmajaya-râja buddha. Namo buddha dello splendore del Sumeru, Sumeruprabhâsa buddha. Namo buddha re della forza della grande sapienza, Mahâprajñâbala-râja buddha. Namo buddha dello splendore del mare d'oro. Namo buddha della luce universale. Namo buddha dello splendore dei talenti. Namo buddha dei meriti e virtù del legno di sandalo. Namo buddha vittorioso in battaglia. Namo pusa Guanyin, Avalokitesvara bodhisattva. Namo pusa di eminente posizione, Mahâsthâma bodhisattva. Namo pusa Wenshu, Mañjusrî bodhisattva. Namo pusa Puxian, Samantabhadra bodhisattva. Namo tutti i pusa dell'oceano di purezza. Namo buddha e pusa dell'assemblea del Lago di Loto. Namo tutti i pusa della gioia ultima del Paradiso dell'Ovest. Namo eminenti pusa, i tremila rivelatori. Namo eminenti pusa, i cinquecento arhat. Namo pusa, bhiksu, upâsaka e upâsikâ. Namo pusa della legge senza limiti. Namo santi pusa del vajra di diamante. Namo pusa delegato alla pulizia degli altari. Namo pusa, arhat dal corpo d'oro e otto gioielli. Namo pusa dal vasto potere, drago celeste che appartiene alle otto creature eccezionali. Vogliano così i buddha di tutti i mondi acconsentire a ornare la pura terra del Buddha di meriti e virtù, riconoscenti alla quadruplice grazia del mondo di Sopra e in soccorso di coloro che soffrono nei tre cammini. Possa chi ne è testimone scoprire la bodhi nel loro cuore e nel loro spirito. Possa rinascere nel paese della suprema felicità e porre fine alle reincarnazioni. A tutti i buddha dei tre mondi e dei dieci orienti, a tutti i pusa e mahâsattva: Mahâprajnâ-pâramitâ!" Così finisce la storia del viaggio a Occidente.